Horror / Noir

"Avanti il prossimo" di Massimo Vaj

di Massimo Vaj

—Avanti il prossimo— disse una voce decisa, aspettandosi in risposta, come sempre accadeva, un silenzio di tomba dietro a sguardi che, improvvisamente, parevano interessati solo agli orribili quadri sui muri.
Invece un'anziana ombra ingobbita, con lo sguardo che scintillava nel forzare un collo che non poteva più considerare il cielo, si alzò in un susseguirsi di piccoli scatti, frutto di un'artrite deformante che le incurvava le gambe e spezzava, in lunghe e nerastre fessure, unghie gialle e arcuate.
L'infermiera fece appena in tempo a scansarsi di lato per non essere travolta dall'impazienza della vecchia, la quale si trascinò nello studio dentistico facendosi largo a braccia, senza apparente timore.
Si allungò nella poltrona verdastra, ciondolando ridicola sulla propria gobba, quasi a suo agio in mezzo a quegli attrezzi appuntiti e taglienti, lucidati dalle urla di un dolore che da bocche spalancate scivolava su quelle superfici, nobili nella loro perversione.
Il dentista e l'infermiera si scambiarono un'occhiata rapida, trattenendo un ridere che, nel suo ritornare in gola, sussultò di disgusto sincopato.
—Buon giorno, signora— le sorrise ipocrita il medico, un omone pelato e massiccio con due orecchie così pelose da sembrare pipistrelli.
—Si è messa comoda?— si accertò l'infermiera, una bionda carina nascosta da una mascherina di tela che non si toglieva mai.
La vecchia tacque, squadrandoli con occhi di un'opacità indifesa.
—Mi dica, cara signora, che possiamo fare per lei?— il dottore si meravigliò di essere così affettato, lui, che normalmente si entusiasmava a imprimere disagio nelle persone sofferenti.
Da sotto uno scialle nero che non volle togliersi l'anziana tossì, macchiando di sangue il camice del chirurgo che non mosse un muscolo, si sarebbe vendicato dopo.
—Ho male a un dente, ma non posso e non voglio toglierlo— rispose lei, con un timbro di voce troppo giovanile e asciugandosi il filo di sangue nerastro che le sfuggiva a un'estremità dell'incontro di labbra nere e sottili come lame.
—Mi faccia vedere— disse lui, allungando le mani di lattice per aiutarla ad aprire la bocca.
La donnina lo anticipò, rivelando una dentatura perfetta che incorniciava due lunghi canini da bestia carnivora.
Chi lavora in bocca alla gente non smette mai di meravigliarsi per le combinazioni assurde con le quali schiere di malformazioni preparano la loro sfilata dell'incubo, ma questa volta erano troppe le incongruenze che fecero sobbalzare il dottore.
Lui aveva le pareti zeppe di attestati che informavano i pazienti degli annuali tirocìni, eseguiti all'estero sui cadaveri, allo scopo di perfezionare le nuove tecniche impiantologiche che avrebbero fatto la felicità degli inquisitori del Santo Uffizio, ed era avvezzo al tanfo di morte che lo costringeva a respirare ossigeno da una bombola, posta sotto al tavolo sul quale provocava le salme indifese. Questa volta, però, dovette trattenere un vomito di ribellione a quella zaffata terribile che gli avvolse l'anima. Era come se urla innocenti s'attorcigliassero alla forza vitale di chi si avventurava con lo sguardo in quell'osceno pertugio, per scuoterla in una disperata richiesta d'aiuto.
—Ma qui non ci sono carie!— disse contrariato
—Da dove proviene questo fetore?
—Dovrebbe fare una gastroscopia, mi dia ascolto...— si risolse a balbettare l'uomo, con un residuo di voce tremante, mentre stringeva il braccio dell'infermiera che era ammutolita dal disgusto.
La vecchia richiuse la bocca, con un movimento così fluido e lento che sembrò la conseguenza di un meccanismo implacabile e sovrumano.
—Lei, dottore, non ha visto bene, osservi meglio...
—Si avvicini di più, e appoggi pure sul tavolo quello specchietto, ché non le servirà a guardare il buco sotto a questo dente— e così dicendo riaprì con uno scatto metallico la bocca, sfiorandosi il canino con la lingua appuntita.
L'uomo si piegò verso di lei e fu l'ultima cosa che fece, nel trascinarsi dietro l'infermiera svenuta.
Nella sala d'aspetto le urla furono udite come fossero strazi di un sogno, a causa dell'insonorizzazione che isolava lo studio, e nessuno scappò, né potè immaginare la strategia millenaria di chi non voleva più sprecare energie per alimentare la propria deformità.

"Fame" di Luca Occhi

di Luca Occhi

“Talvolta si vorrebbe essere cannibali,
non tanto per il piacere di divorare tale o talaltro,
quanto per quello di vomitarlo”
(Emil Cioran)

"Fame" pag. 1

Nina era grassottella. Nulla di grave, giusto quel filetto di carne in più, sufficiente a darle un aspetto florido e in salute. Eppure i suoi occhi erano pozzi senza fondo ricolmi d’angoscia e di un’infinita tristezza.
“Nina scendi che è pronto” urlò sua madre dalla cucina.
Nina s’alzò dal letto e scese le scale con la consueta rassegnazione. Sapeva cosa l’aspettava: l’inevitabile replica quotidiana del medesimo spettacolo.
“Avanti, controlliamo prima se hai fatto la brava bambina...” il tono premuroso non riusciva a mascherare un’insana impazienza.
Nina strascicò i piedi alla maniera che sua madre tanto detestava ed entrata in cucina gettò un fugace quanto speranzoso sguardo alla tavola apparecchiata. Non che s’illudesse che le cose potessero di colpo cambiare, ma era sempre bello poter sognare. Anche dovendosi poi svegliare.
“Dai, smettila di trascinare così quei piedi che sembri una contadina, vieni a pesarti.”
Nina salì sulla bilancia rassegnata, pronta all’ennesima sfuriata.
“Cinquanta grammi?!?” urlò con un misto di rabbia e sincera, folle, indignazione “hai messo su altri cinquanta grammi? Tra meno di un mese c’è la selezione per il concorso di miss Lignano Sabbia d’Oro e tu mi stai diventando peggio di un maiale all’ingrasso, la vogliamo fare finita? O devo salire su e rivoltare la tua stanza finché non scovo dove nascondi tutte quelle maledette porcherie con cui t’ingozzi di nascosto?”
“Come se non lo avessi già fatto chissà quante volte” pensò Nina fissando il vuoto davanti a sé. Lo stomaco emise un profondo brontolio. Le venne da piangere; anche per quella sera non poteva renderlo felice e la fame le avrebbe rimestato le viscere impedendole di dormire, privandola dei sogni, l’unica cosa bella rimasta nella sua vita.
La madre prese il piatto dalla tavola e tolse un paio di cucchiai di riso oltre a metà delle foglie d’insalata.
“Ecco, così vediamo se non butti giù tutta quella ciccia odiosa, e da domani raddoppiamo gli esercizi” sentenziò premurosa. Ma si capiva che era solo una premura verso sé stessa e le proprie folli ambizioni.
Nina si sedette, fissò il piatto quasi vuoto, e una lacrima cadde rapida, a condire l’insalata

La madre di Nina era una vera fanatica dei concorsi di bellezza. Iscriveva con metodo la figlia a tutte le selezioni possibili e immaginabili, sognando per lei un luccicante avvenire nel mondo dello spettacolo. In qualità di mamma manager di una stellina, avrebbe conosciuto un sacco di persone famose, concedendo interviste e la sua foto sarebbe apparsa su quelle riviste patinate che sfogliava dalla parrucchiera, facendo schiattare d’invidia le amiche e tutte le pettegole con la puzza sotto il naso.
A questo aveva rinunciato da giovane per correre dietro a quel disgraziato del padre di sua figlia, che una volta messa incinta, si era dileguato senza lasciar traccia, portandosi via oltre ai risparmi, tutte le sue aspirazioni di promettente show girl. Oh dio, non che avesse fatto granché, ma su un paio di letti giusti era riuscita a esibirsi e visto il discreto successo le prospettive di una promettente carriera non mancavano. Ora, per tutto ciò che aveva perduto quella figlia le doveva quanto meno un risarcimento! Bellina era bellina, era spigliata, sapeva pure ballare con una certa grazia a forza di lezioni e non era avventata come lei da giovane. Solo quella stramaledetta tendenza al soprappeso era un serio problema. Nonostante la tenesse a dieta ferrea, riusciva sempre a ingrassare. Ma c’avrebbe pensato lei a scovare e distruggere quelle schifose scorte di devastanti calorie che di sicuro doveva nascondere da qualche parte in camera sua; non avrebbe permesso che mandassero in frantumi, una seconda volta, il sogno della sua vita.
Ma Nina, non aveva scorte di cibo nascoste. Non mangiava e ingrassava. Ce n’aveva messo di tempo per venire a capo di quello strano mistero che abitava il suo corpo. Poi, navigando in internet, s’era fatta un’idea di quello che accadeva. Non aveva fatto degli esami clinici per verificare la tesi, ma s’era persuasa d’avere una disfunzione genetica, tragica quanto ridicola. D’altronde chi le avrebbe mai creduto? Per una bizzarria del suo metabolismo Nina se non mangiava tendeva a ingrassare mentre, quando s’ingozzava d’ogni porcheria, dimagriva a vista d’occhio. Ora, sarebbe stata la fortuna di una qualsiasi ragazzina ingorda, se non ci fosse stata sua madre a renderle disperata l’esistenza. Aveva pure cercato di spiegarle che il suo corpo funzionava in modo strano, ma era stato meglio lasciar perdere. Già era considerata una adolescente bulimica, non c’era bisogno alcuno d’aggiungere un’insana dose di pazzia. Così, pur provando un godimento carnale e sensuale nel divorare il cibo, era costretta a diete forzate da ammalata con l’unico risultato di continuare a ingrassare, finendo con l’essere sottoposta a diete sempre più ferree in una spirale inarrestabile di inutili privazioni.

"Fame" pag. 2

Questo era più che sufficiente a rendere infelice la sua esistenza. Ma negli ultimi tempi, se possibile, la situazione era pure peggiorata. Da quando il nuovo compagno di sua madre s’era trasferito a vivere da loro non le erano sfuggiti certi suoi sguardi, sguardi che le provocavano strani brividi e una voglia incontrollabile di farsi piccola, piccola, e sparire. Quanto poi alle aspirazioni artistiche di sua madre, la cosa le era indifferente. Di sicuro, più che le luci della ribalta, avrebbe preferito gli odori e i profumi della cucina di un grande ristorante. Quella sarebbe stata la sua vera passione. Se solo fosse stata libera di scegliere la sua vita.
Nina, era grassottella, affamata e tanto, tanto infelice.

Non c’è l’avevano fatta, era troppo fuori forma. Non aveva potuto iscriversi al concorso per via di quei chili di troppo presi proprio negli ultimi giorni nonostante la dieta a base di pane e acqua, con una generosa aggiunta di purganti, inflittagli dalla madre. La stanza era stata perquisita da cima a fondo, ma con grande rabbia e disappunto non era saltata fuori nemmeno una briciola. Da lì a qualche mese ci sarebbe stata la selezione per le veline di una nota trasmissione televisiva. E la mamma di Nina poteva anche contare su qualche buon aggancio. Se necessario, avrebbe spiegato alla figlia come giocarsi l’asso di cuori che teneva fra le gambe; un gioco che lei conosceva bene, pur non avendo vinto in vita sua una sola partita. Le piaceva giocare, punto e basta.
Nina stava come sempre stesa sul letto, fantasticando su plateau di frutti di mare, torte al cioccolato, giganteschi piatti di pasta al ragù, quando la porta si spalancò di colpo. Vide sua madre e Carlo entrare e in un attimo gli furono addosso.
Lei prese a legarle i polsi alla spalliera del letto, mentre lui la teneva ferma, con quelle mani dure e prive di dolcezza che parevano frugarla con cupida fame.
“Ora ci penso io...” continuava a mormorare sua madre “vedrai che questo provino non lo perdiamo... e no, questa volta non mi farai fessa... vedrai che questa volta sfondiamo amore mio.”
Amore, com’era suonata stonata quella meravigliosa parola in bocca a sua madre. A Nina, parve una bestemmia.
Carlo aveva smesso di artigliarle i seni. Le facevano male i capezzoli. Era tutto così assurdo. Era riuscita a malapena a protestare e ora non riusciva nemmeno a piangere. Non poteva essere vero. Chiuse e riaprì gli occhi sperando di svegliarsi. Ma erano ancora lì, ai piedi del letto che la fissavano con aria soddisfatta. E fu incrociando lo sguardo di lui che Nina, legata mani e piedi, si sentì perduta.

Che situazione assurda! La slegavano solo per accompagnarla in bagno, lavarla e pesarla. Ma nonostante ingerisse ormai solo disgustosi beveroni e fosse divorata da una fame atroce, continuava inesorabile a ingrassare provocando le ire di sua madre che sfociavano in furiose litigate con Carlo.
“Sei tu vero, sei tu che le dai da mangiare di nascosto?”
“Ma che dici tesoro...”
“Guarda che ti tengo d’occhio sai? Non lascerò che quella santarellina t’incanti. Mancano meno di venti giorni alla selezione e la vedi? La vedi? Fa schifo! Farebbe fatica a trovare uno che se la scopi, figurasi vincere la selezione per veline e diventare il sogno di mezza Italia.”
“Mah, a dire il vero la ragazzina non mi sembra poi così male...”
“Basta, basta! Da oggi svuoto casa. Niente, neanche più una briciola. Io e te mangeremo fuori e... e vedremo!”
“Certo tesoro, calmati dai.”
“E’ che sono così tesa, mi capisci vero?”
“Sì, amore, sei una madre stupenda.”
La sfuriata era finita. Nina accolse quel silenzio come una benedizione. Ascoltò il suo stomaco urlare affamato. Poi dalla stanza vicina il letto prese a cigolare. E sperò d’avere ancora sogni abbastanza grandi che la portassero via da lì.

Era in un ristorantino francese in rue d’Aubruci intenta ad affrontare un enorme piatto di crostacei, quando la porta della camera si aprì. Carlo si sedette sul bordo del letto e appoggiò una mano sul suo ginocchio, appena sotto l’orlo di pizzo della camicia da notte. La pelle di Nina parve bruciare, come sfiorata dalle ortiche.
“Ecco qui la nostra bambina, che si ostina tanto a far arrabbiare la mamma...” la mano continuava ad accarezzarle ruvida il ginocchio. Nina legata, non trovava neppure la voce per gridare.
“Lo dici allo zio com’è che non riusciamo a buttare giù quel po’ di ciccia sufficiente a renderla felice?”
La mano s’infilò sotto il bordo della vestaglia sfiorandole l’interno della coscia. L’alito puzzava, le parole si strascicavano ubriache.
“Lo sai che lo zio potrebbe essere carino con te? Non ti farebbe voglia un po’ di cioccolata, un bel panino?”
La mano salì, decisa e Nina si ricordò con terrore che sotto non indossava niente.
“Vai via, ti prego, vai via...” riuscì a piagnucolare dimenandosi. Lui parve sorridere soddisfatto. Provò a serrare le cosce, ma i piedi erano legati troppo distanti per riuscirvi.
“Guarda che urlo e chiamo la mamma” tentò Nina disperata.
“E secondo te cosa farà? Si precipiterà qui a salvarti? Mi caccerà via?” le sussurrò ridendo all’orecchio.
“Sciocchina. Lo zio tornerà a trovarti e tu sarai tanto buona con lui. Vero?”
La mano la lasciò libera e sanguinate nell’anima. Carlo si alzò. Al di sopra delle sue spalle, sulla soglia, Nina scorse la madre osservare impassibile la scena.

"Fame" pag. 2

Odio, odio, odio. Solo questo provava ora. Violento, feroce, sentiva incendiargli ogni pensiero, fluire come un veleno, amaro, fino a impregnarle l’anima. Aveva sopportato tante brutte cose per amore di sua madre, ma ora... ferma sulla soglia con lo sguardo indifferente di fronte a quella cosa orribile... come aveva potuto, come?
Nina cercò invano di slegarsi ma con la furia cieca di una bestia al laccio riuscì solo a farsi del male. Nel dolore però tornò lucida nei suoi propositi: doveva a tutti i costi fare qualcosa, doveva scappare. Nina capì all’improvviso cosa desiderava con tutte le sue forze: mangiare e vivere.
“Allora come va tesoro?”
Per un paio di giorni Carlo non s’era visto e si era illusa se ne fosse andato. Invece era lì con in mano una tavoletta di cioccolata. Ne aveva sentito il profumo fin dalle scale. Immaginava cosa stava per accadere.
L’uomo si sedette sul bordo del letto. L’odore del cacao lo percepì così forte che le parve quasi di svenire. Si morse un labbro a sangue; non poteva permetterselo, non ora che aveva deciso.
Una mano callosa si appoggiò sul ginocchio. L’altra le passò la tavoletta sulle labbra. Nina non piagnucolò come suo solito. Allargò per quanto poté docile le gambe e tirando fuori tutta la lingua la leccò assieme alle dita di Carlo. Dio, la cioccolata... quanto era buona.
Carlo parve sorpreso. Poi la mano come incoraggiata salì decisa, mentre le sue labbra s’incollavano a quelle di Nina.
“Brava, brava bambina...” continuava a ripetere. Nina cercava di non dare ascolto al suo corpo che si ribellava. Mentre le dita continuavano a frugarla, Carlo le fece addentare un blocco dalla tavoletta. Nina lo masticò, avida, quasi a provare se i suoi denti dopo tanto tempo fossero ancora al loro posto per servirla.
“Perché non mi sleghi una mano?” chiese inarcando la schiena come una gatta in calore “sarebbe ancora più bello.”
S’era slacciato i pantaloni. Parve esitare. Lei si passò la lingua sulle labbra. E lui sciocco come ogni uomo abboccò.

Quando, sistematosi fra le sue gambe si chinò per baciarla di nuovo Nina con la mano libera afferrò la nuca e attirandolo a sé ne addentò la gola. Chiuse gli occhi e strinse, con tutte le sue forze. Sarebbe morta, ma non avrebbe mollato la presa, mai. Carlo cercò di scuotersela di dosso emettendo grugniti senza senso ma Nina non mollava. Sentì dolore al volto, allo stomaco, ma più male sentiva più stringeva. Con uno scarto Carlo riuscì a liberarsi. La voce era un fischio. Mosse due passi verso la porta e crollò a terra. Nina cercò di riprendere il controllo del proprio respiro. Poi, rapida, sciolse l’altra mano e liberò i piedi. Avrebbe voluto vomitare quel sapore dolciastro che sentiva colargli nello stomaco, ma non c’era tempo. Tra poco la mamma sarebbe rincasata. Raccolse la tavoletta di cioccolata stringendola al cuore e chiusa la porta, al buio, s’ addossò alla parete rimanendo ad aspettare.

I carabinieri suonarono a lungo il campanello. L’avvocato Mingozzi che seguiva la causa per il riconoscimento degli alimenti arretrati aveva sporto una regolare denuncia di scomparsa in quanto, nonostante gli sforzi, non riusciva a mettersi in contatto con la sua cliente. Non si era nemmeno presentata il giorno dell’udienza. E questo non era normale. Inoltre, doveva ancora saldare la parcella.
Quando la porta si aprì i due militi rimasero basiti. Davanti a loro una ragazzina pelle e ossa, magra come un fantasma, sorrideva inebetita con gli occhi ricolmi di un’inspiegabile, folle serenità.
“La mia mamma è buona, tanto buona…” furono le sue sole parole.
Fu chiamata subito un’ambulanza e all’ertati i servizi sociali. Ma dopo una breve indagine tutto quello che si poté appurare fu che la madre della ragazzina e il suo compagno erano spariti da alcuni mesi abbandonandola a sé stessa. Lei, per la verità non doveva avere tutte le rotelle a posto, ed era rimasta lì, segregata in casa ad aspettarli sopravvivendo di stenti nella speranza che prima o poi tornassero. Ma niente. Erano spariti, inghiottiti nel nulla senza lasciare traccia.
Nemmeno una piccola briciola di sé.

"Nella nebbia" di Silvia Armanini

da far venire i brividi...

Capitolo 1 Sotto l'albero del gelso

di Silvia Armanini

Sotto l’albero del Gelso.

Esco dal portone con la cartella a tracolla, attraversando a passi lenti il cortile, diretta verso la palazzina dal lato opposto. Un passo, uno sbadiglio, un altro passo, un altro sbadiglio… tiro su col naso, maledicendo il solito raffreddore invernale e mi stringo nel bomber, guardandomi le scarpe. Ecco, penso, l’ho fatto di nuovo: ho messo gli scarponcini con il bomber. Quante volte dovrò sentire mia madre gridarmi dietro, prima di capire che le scarpe eleganti vanno con vestiti eleganti e i giubbotti sportivi si usano solo con le scarpe da ginnastica? Forse tante volte quante dovrò ricordarle che io, alla mattina, riesco benissimo a scambiare i doposci con le scarpe da basket e gli scarponcini con le scarpe «da gonna». Ma sono cose a cui, se si sta nella mia famiglia, ci si deve abituare.
Una folata di aria gelida mi sale lungo la schiena e mi risveglia dal torpore dei miei pensieri. È una tipica mattina lombarda, dalle mie parti non è strano vedere la nebbia mattutina, anche se vedere è un termine improprio da usare, particolarmente oggi. Non che sia più fitta di altri giorni, anzi, ma c’è qualche cosa di strano, nell’aria, qualcosa che non riesco a non identificare. Qualcosa che è da tanto, troppo tempo, che non avvertivo più.
Citofono al mio amico, quello della palazzina di fronte alla mia, che mi avvisa di essere pronto e che arriverà fra due minuti. Appoggio la cartella per terra, la mia spalla me lo supplica, e mi preparo alla lunga attesa: so bene quanto durino i suoi due minuti, sicuramente è ancora in mutande. Ieri sera avrà certamente fatto tardi, intento come al solito a provare e riprovare la sua canzone, per tentare di entrare nella scuola di canto. Non sono sicura che il suo sogno si avvererà, ma ci spero lo stesso: in fondo, anche se è insopportabile il suo modo da non-mi-merito-meno-di-otto e i suoi ripetuti commenti sugli insegnanti incompetenti, gli voglio bene. In fondo gli voglio bene, l’ho detto sul serio? Allora direi di aggiungerci molto prima di «in fondo». Volgo lo sguardo oltre la recinzione del cortile, osservando le cartelle che gli studenti assonnati trascinano per strada: che ci facciamo Noi, in mezzo a tutta questa gente? Noi che siamo soliti rintanarci nel nostro antro buio leccandoci inesistenti ferite sanguinanti e maledicendo persone mai nate. Noi, il vecchio gruppo dell’albero del Gelso, lo storto e strabico padrone al centro del cortile, dove siamo finiti? Dispersi negli anni, portando solo il ricordo di quello che, con tanta felicità, eravamo un tempo. In questo cortile siamo rimasti solo in tre, noi superstiti: io, il mio amico che ora, vestito, sarà passato alla fase gel – e questo occupa altri due suoi minuti – e il mio protettore, quello della portineria B. Quello che, anche se non l’ho mai ammesso, era il mio migliore amico. L’Attore, il Cantante, e la Lettrice. Così ci chiamavamo, in quei gloriosi giorni. Ma l’età avanza, me ne accorgo ogni attimo di più: un tempo non mi sarei permessa certi ricordi, né tanto meno la debolezza di ammettere un ti voglio bene o un migliore amico. Un tempo sarei stata ferma per ore a ricevere gli insulti del solito gruppo di ragazzi, con la testa bassa ed evitando di parlare, per non far vedere che sotto la spessa coltre di capelli arruffati spuntava un sorriso che già pregustava ciò che sarebbe successo dopo il mio ritorno a casa. Per certi versi le loro offese erano divertenti: buffo come dei ragazzotti grandi e grossi assalissero con tanta foga uno scricciolo di un solo metro e venti, spaventati da una semplice occhiata. È sempre stato un nostro vizio, una brutta cosa, quello di guardare dall’alto in basso la gente, ma che ci potevamo fare? Eravamo giovani, felici, stolti e convinti che il mondo ci appartenesse, sentendoci superiori agli altri. Non era la prima volta che succedeva, non sarebbe stata di certo l’ultima. A volte la situazione si risolveva prima della riunione pomeridiana sotto il Gelso, perché arrivava lui, l’Attore. Dai racconti che poi riportavo alle altre ragazze del gruppo il suo intervento veniva immaginato come il salvataggio del principe azzurro che, sul suo cavallo bianco, cinge la vita della bella principessa in pericolo e la porta al castello, sconfiggendo i cattivi ma la realtà era ben diversa: non ho mai capito se ero io a incentivare quelle immagini, o solo il fatto che tutte loro, piccole e in balia delle fantasie adolescenziali, fossero innamorate di lui, ma fatto sta che il suo, più che un intervento principesco, era un uragano vero e proprio. Più simile al famigerato cavaliere nero sul suo sbuffante cavallo scuro dalle narici dilatate. Dopo che era passato lui, sia sul campo emotivo che su quello reale, i poveri sventurati si ritrovavano a terra, demoralizzati e con parecchie macchie bluastre. E io, nella mia sporca innocenza di ragazzina stupida, ridevo sguaiatamente di quelli che fino ad un attimo prima ridicolizzavo senza darlo a vedere. Lui non era il principe azzurro, sotto nessun aspetto. Lui era il mio protettore, la mia fedele guardia del corpo. Il mio più caro amico. Ecco, ci sono cascata di nuovo.
«Treccina Bionda!» mi volto al buffo richiamo e vedo la mia amica venire verso di me. «Buongiorno, Cappuccetto Rosso…». Ridacchia quando sente il nomignolo che le ho affibbiato e per cui lei, in risposta, mi ha battezzato Treccina Bionda. Ma se sapesse perché lei è Cappuccetto Rosso, penso non riderebbe poi così tanto. Quando l’ho conosciuta mi sentivo sporca: il gruppo del Gelso si era appena diviso, ognuno per la sua strada, perché noi più grandi entravamo per la prima volta alle superiori, ma in me erano ancora profonde le abitudini, le idee di superiorità del mio passato. Le nostre Azioni. Ero sempre in silenzio, in quella classe chiassosa piena di idioti, credo di averli definiti così il primo giorno, seduta vicino alla finestra al primo banco. Era lei che mi stava affianco, sperduta come un uccellino appena uscito dall’uovo e caduto dall’albero, che pigolava per richiamare la madre, ma a bassa voce per non farsi udire dai predatori. Non sarei stata io a rimetterla nel nido, pensavo, e non mi sbagliavo: fu lei a insegnarmi a volare. Non fu difficile, la parola silenzio non è contemplata nel suo vocabolario, e così, volente o nolente, dovetti iniziare a parlare con lei. Fu un’esperienza interessante: una ragazzina tanto chiassosa, ma dai modi tanto gentili e follemente innamorata dell’amore che veniva a contatto con me, una ragazzina ciarliera solo per nascondere le proprie emozioni, scorbutica e non curante delle buone maniere, chiusa nella convinzione della sua superiorità. Fu allora che compresi la sua fragilità, anche se era stata così forte e in gamba da riuscire a far rompere la ragnatela del passato non solo a me, ma anche al Cantante, ed iniziai a chiamarla Cappuccetto Rosso e a difenderla dai pericoli della vita scolastica. Anche se, come spesso penso quando la vedo agire, è una Cappuccetto che ha trovato il modo di convincere il Lupo Cattivo ad aiutarla a raccogliere i fiori: picchiandolo con il cestino del pranzo.
Finalmente il portone dietro di noi si apre ed il Cantante ci degna della sua presenza. È sempre stato legato alla sua immagine esteriore, in questo neanche Cappuccetto è riuscita a cambiarlo, ma ora, almeno, ci risparmia le sue paturnie e non si specchia in pubblico. Riafferro la cartella mentre la ma amica comincia a parlare del compito in classe che dobbiamo affrontare alla prima ora e, con quel fiume di parole che si riversa nelle mie orecchie e nella mia testa, non c’è più posto per altri ricordi. Poi, improvvisamente, si interrompe: «Certo che oggi c’è proprio una bella nebbia. Non si vedono neanche i fanali posteriori delle auto…» Sento ancora quello strano brivido risalirmi la schiena e mi volto di scatto verso il cortile dall’altro lato della strada. È solo l’albero di Gelso che riesce a sollevarsi oltre la coltre di nebbia, cattivo nel ricordarmi che lui è sempre lì. Quasi senza pensarci mi volto verso il Cantante: anche lui guarda l’albero, con uno sguardo strano, poi si volta verso di me e muove le labbra come a volermi dire silenziosamente qualcosa. Non c’è bisogno che lo faccia, ho già capito: anche lui ha sentito quello che ho sentito io, anche lui si è ormai rassegnato. Non riusciremo mai a liberarci del nostro passato, è sempre lì che preme sul collo e che, dispettoso, slaccia le fibbie della mia cartella per far riaffiorare ricordi per troppo tempo felicemente dimenticati. Lo sapevamo, tutti noi del gruppo dell’albero del Gelso, che ciò che eravamo era annidato ancora nel nostro petto ed aspettava solo il momento giusto per riaffiorare. Ed ora so per certo che aspettava questa giornata di nebbia, simile a quelle in cui si rifugiavano le nostre Azioni, per far venire fuori la parte più schifosa del nostro spirito.
Senza che me ne accorga una lacrima viene scaraventata sul marciapiede, rifiutata dai miei occhi: questa notte il gruppo del Gelso si riunirà. Per l’ultima volta.

Capitolo 2 Fantasmi nella nebbia

Fantasmi nella nebbia

La nebbia non accenna a calare e le macchine sfrecciano invisibili, solo il loro rumore a testimoniarne la presenza; mi incammino a testa bassa arrancando lungo il marciapiede e trascinando la mia cartella piena di dubbi ed incertezze. Dov’è finito il sole che i telegiornali annunciano da ieri mattina? Ma ora ho ben altri problemi: Cappuccetto Rosso è andata in biblioteca con il Cantante per aiutarlo nello studio, ed io sono sola a fare i conti con me stessa. Anche se ormai è del tutto inutile maledire questo tempo opprimente non riesco a non sbuffare; ma non è il mio sbuffo, l’unico rumore che avverto. Mi fermo: qualcuno ha calpestato un ramo secco.
Se fosse una giornata normale non mi preoccuperei, sicuramente penserei ad un cane che gioca nell’erba, ma ho scoperto tanto tempo fa quanto la nebbia renda tutto pericoloso e questo rumore non mi rassicura per niente; o forse è la goccia di sudore freddo che mi scorre sulla spina dorsale, a farmi avvertire un pericolo. Comunque non c’è molto da pensare: qualcuno mi sta seguendo. Calma, ragiona, chi è che ti deve seguire? Inspiro, espiro, un sospiro e un passo. Un altro ramo rotto… coincidenza… inspiro, espiro, un sospiro e un passo. Rumore d’erba calpestata… panico… non è uno scherzo divertente. Altri passi, sempre più vicini, ed è proprio adesso che inizio a correre, prima che il cervello possa prendere una decisione sensata, e anche il misterioso rumore inizia a farsi più forte, più veloce, più vicino. Ritmico, martellante, mi penetra nelle orecchie e vieta ai miei piccoli e solitari neuroni di riunirsi per trovare una soluzione decente a questa irreale situazione. A fermarmi è un corpo, nero nella nebbia troppo fitta ed invisibile ai miei occhi voltati oltre le mie spalle alla ricerca dell’inseguitore: cado a terra trascinandomi dietro la scura figura, con un sommesso urlo sorpreso. È la mia testa quella che pulsa, dolorante, perché ha cozzato contro l’asfalto del marciapiede; chissà, forse, con la botta i neuroni ancora addormentati nella mia testa riusciranno a svegliarsi… Un’affermazione sovrasta il rumore distante delle macchine ed il ronzare dei lampioni accesi troppo presto: «Tu?!»
Una scossa elettrica: questo tono di voce io… io lo conosco. Sollevo gli occhi ancora lacrimanti dal panico, pronta per ritrovarmi davanti un vecchio amico: l’Attore. «Io… Da». «Ma guarda cosa porta oggi la nebbia…» È forse un tono sarcastico, il suo? «Che regalo inaspettato» continua, «la nebbia non si smentisce mai…» Ho sempre odiato il suo vizio di lasciare le frasi a metà, come un cruciverba da completare: io non ho mai sopportato i cruciverba. «Da». Tipico, lui parla e io dico sempre la stessa parola, quante conversazioni abbiamo mandato avanti così, quando eravamo sotto il Gelso? «Non sei cambiata affatto, vedo… che cosa ci fai da queste parti? Stai tornando a casa?» «Da». «Da… tedesco, immagino… e immagino che non stavi correndo per la fretta, nevvero?» «…Da». Scoppia a ridere, di una risata che, per quanto ci provi, non riesco a ricordare come sua. «Dovresti guardare dove vai anche se, ammettiamolo… la nebbia fa paura. Ti ricorda niente?» Vorrei essere in un altro posto, in classe davanti al cinque dell’ultimo tema, seduta alla cattedra per l’interrogazione di diritto o addirittura alla lavagna a scrivere i verbi francesi, ma non qui, davanti a questo sconosciuto che un tempo era mio amico, ma che ora non riesco a riconoscere. «Da» riesco a sussurrare a malapena. Ride di nuovo, in quel modo freddo che mi sembra tanto irreale, mentre la nebbia cala anche nei suoi occhi. «Sei cambiata, Lettrice…» Se un tuono solcasse il cielo in questo momento non me ne sorprenderei, tutto è così grottesco e finto che sembra irreale… questa nebbia, il suo sorriso freddo… quel soprannome… per quanto lo ricordi ancora è da tanto tempo che nessuno mi chiama più così. L’ultimo a pronunciarlo era stato proprio lui: il suo «Allora arrivederci, piccola lettrice…» rimase scolpito a caratteri cubitali nello spazio vuoto che è la mia mente. Anche tu, vorrei dire, ma nel suo sguardo c’è qualche cosa che mi ferma: i suoi occhi sono ancora quelli della belva. «Da». «Sei noiosa, sai? Ci rincontriamo dopo tanto tempo e dici solo da… potresti cercare di cambiare almeno parola…» «Da…» Stupida! È questo che voglio? Fare la figura dell’idiota. «Russo…» sussurro. «Cosa?!» mi guarda con l’interesse che si riserva ai vermi di terra. «È russo, non tedesco…» Perfetto: sono una perfetta idiota. È dichiarato, la Lettrice è scomparsa e al suo posto c’è la stupida Treccina Bionda. Mi sorprendo di me stessa: non è quello che ho voluto fino ad oggi? Mi osserva con un sorriso strano, come a pregustarsi qualche cosa… ha lo stesso sguardo di una leonessa che assapora l’antilope saltellante e ingenua davanti ai suoi occhi. «Che ne dici se, per festeggiare questo incontro, noi giocassimo?» Ecco: la leonessa esce dal nascondiglio e, a fauci spalancate, inizia ad avanzare verso l’antilope troppo spaventata per correre. È quel giocassimo che mi riporta sgradevoli ricordi nella mente…

…Quel giorno l’Attore era ammalato, chiuso in casa con una lieve febbre, ed ero sola, sulla strada del ritorno, dopo una pallosa giornata di scuola. Il Cantante era uscito prima per andare a fare chissà quale visita ed io mi ritrovavo con me stessa e la mia cartella, come al solito insomma, a camminare sul marciapiede rovinato e scivoloso. Immersa nei miei pensieri non mi accorsi della ragazza che stava davanti a me e le andai addosso, facendola cadere. Riuscii a rimanere in equilibrio su un piede, ma quella si ritrovò a terra. Poco male: che me ne importava di lei? L’importante era che a cadere non ero stata io. «Hey scema, perché non stai attenta a dove vai?» Adoravo quel modo di parlare, credo fu per quello che mi lasciai cadere su di lei. «Ahia! Ma sei impazzita?!» L’enfasi calcata in frasi così semplici, i toni alti e caotici delle parole… «Non l’ho fatto apposta». Ricordo che, nel dirlo, la guardavo come guardavo il cagnolino della vicina quando scodinzolava in cerca di coccole e a cui puntualmente facevo un sorriso prima di scendere le scale, abbandonandolo con la coda ancora in movimento. «Spostati!» disse spintonandomi ed alzandosi, in tutto il suo metro e sessanta. Un gigante in confronto a me, ancora per terra e alta come le carote nei campi. Credo le risi in faccia, sì, dovetti ridere, perché lei si alterò parecchio, «Senti, pirla, chiudi quella bocca!» Ora, contaminare l’aria che io dovevo respirare con i suoi germi ed il suo linguaggio sboccato mi stava alterando. Ero giovane, ero stupida e quella sera era prevista nebbia. Questo bastò a convincermi.
«Lo sai che questa sera è prevista nebbia?» Potevo leggere sul suo sguardo lo stupore per quest’ultima affermazione. «Dicono che sarà anche piuttosto fitta. Io, se fossi in te, non me ne starei in giro fino a tardi…» Il suo viso piegato in una smorfia mi ricordava il volto di altre persone… a quante avevo detto quella stessa frase prima di lei? Ed il risultato era sempre lo stesso: una riunione sotto il Gelso. «Ma vai al diavolo, idiota…» sbuffò prima di allontanarsi, non notando il mio sorriso soddisfatto. Quella sera era previsto un nuovo gioco ed una nuova vittima: una nuova Azione. Lo raccontai ai ragazzi.
Eravamo come al solito seduti ai piedi del vecchio Gelso, chi sulle radici, chi sul terreno. Noi grandi eravamo gli unici a poterci sedere sui rami storti del vecchio albero, che squarciavano il centro del tronco per protendersi verso l’alto formando una specie di pianerottolo fatto di rami e foglie. Era lì che, intenti nelle nostre abitudini, decidevamo il da farsi. Chi ci vedeva lì immaginava solo un gruppo di amici molto affiatati che stavano decidendo, litigando bonariamente, a quale gioco giocare: un’idea non molto lontana dalla verità. I rami sottili, che si diramavano dai quattro centrali su cui noi tre grandi eravamo accovacciati, si alzavano verso il cielo per poi ricadere verso terra formando una cappa di foglie verdi e rametti che arrivava quasi al terreno, proteggendoci da sguardi indiscreti. Il brusio, come sempre, regnava sovrano. Non ricordo il numero preciso di noi ragazzi, né i nomi di tutti. «Allora…» iniziò l’Attore facendo smettere subito i brusii, neanche la febbre poteva allontanarlo dall’albero del Gelso, «chi ha voglia di giocare stasera?» Potevo distinguere gli sguardi eccitati di molti di loro mentre tutte le mani venivano alzate con urla di gioia. «C’è una ragazza…un metro e sessanta di altezza per due centimetri cubi d’aria nel cervello» intervenne il Cantante, che già allora adorava riempire le sue frasi di numeri complicati. «Chi è con noi?» Di nuovo tutte le mani si sollevarono. «Bene, qui alle sei, quando la nebbia sarà fitta inizieremo l’Azione di oggi» terminò l’Attore liquidando tutti. Rimanemmo solo noi tre e un altro paio di ragazzi, che subito si misero ad aiutare il Cantante a preparare il nuovo Gioco. Era quello il nostro compito: aiutati dalla nebbia, far divertire gli altri ragazzini. Ed ogni volta ci riuscivamo a meraviglia. Rimanemmo io e l’Attore sull’albero e lui iniziò a parlare. «Che ne dici, hai voglia di giocare con quella scema?» «Mmmm…» «Mmmm? Mi piace il modo in cui esprimi la felicità, mi rendi orgoglioso di quello che faccio…» «Scusa, ero soprappensiero». «Pensare fa male, quante volte te lo devo ripetere?» «Mmmm…» «Ancora?!» «Uffa, ma tu parli sempre?» sbottai. Mise il broncio e io non potei fare a meno che scusarmi, guai a non dargliela vinta, era capace di far scoppiare una guerra per ottenere quello che voleva. Quando il Cantante si avvicinò a noi i suoi occhi brillavano: il gioco di oggi gli piaceva e questo era un buon segno. Per noi, almeno.

«Come al solito meditabonda…te l’ho già detto una volta, pensare fa male». Questo mi riporta sulla strada di casa e mi sorprendo a sorridere, senza accorgermene, nel vecchio modo, cosa di cui lui si rallegra. «Allora c’è ancora un po’ della vecchia Lettrice, dentro questo corpo estraneo…»
Devo dirglielo, devo chiedergli se anche lui ha sentito il richiamo della nebbia; ma prima che possa parlare mi precede. «Riesci ancora a sentire quello che dice la nebbia?» Un sorriso amaro increspa il mio volto, «Certe parole non si dimenticano». Abbassa lo sguardo evitando di guardare i miei occhi. «Sai, a volte mi chiedo come saremmo adesso, se quel giorno fosse stato diverso». Non c’è bisogno che mi spieghi quale giorno, né quale Azione. Lo so benissimo, perché anche io spesso penso le stesse cose. «Ma il passato non si può cambiare, noi non possiamo cambiare, per quanto ci proviamo, e quindi…» Vorrei che si attenesse al suo modo di fare, non finendo la frase, ma come al solito mi sorprendo: la finisco io per lui: «Quindi è inutile stare tanto a pensarci». Annuisce, poi torna a guardarmi negli occhi e vi scorgo il vecchio fuoco. «Quello che, quella notte, non è stato sepolto sotto le radici del vecchio Gelso oggi gli va restituito» dice con aria solenne. Se fosse un’altra persona, un’altra situazione, penso che riderei della sua aria buffa, ma ora so che non posso: non c’è niente di buffo in quelle parole. «Da» mi limito a sospirare. «Che fai, ricominci?» Sorrido: «Stasera, al solito posto?» «Stasera, alle undici, sotto le fronde del vecchio magnate» risponde, ma prima che possa aprire bocca di nuovo lo precedo: «Lo avverto io, il Cantante». Senza più parlare annuisce, mi fa un cenno di saluto con la mano e si volta, allontanandosi. Non ci mette molto a scomparire, inghiottito dalla nebbia scura: vedo il suo contorno nero farsi sempre più offuscato, finché non rimango di nuovo sola con le mie paure.

Capitolo 3 Funerale nella nebbia

Funerale nella nebbia

La nebbia fitta e grigia era resa nera dalla notte precoce e il vento giocava con i nostri cappotti scuri, facendoci stringere di più nei maglioni per il freddo. Un cane in lontananza ululava alla luna, convinto di scorgervi chissà quale presagio di sventura, e lo sfrecciare delle macchine sulle strade del centro arrivava a percuoterci i timpani. Stavamo immobili, quasi invisibili nella nebbia, con gli occhi lacrimanti per il freddo e le mani tremanti, aspettando la nostra vittima. Sedevamo sui bordi della passerella, il piccolo ponte nel centro della città sotto il quale sarebbe passato il treno delle sette, e l’unico rumore oltre al dialogare di un gatto solitario, erano i nostri respiri. Poi, improvvisamente, dei passi: una figura imbacuccata in un giubbotto celeste avanzava alla cieca nella nebbia, camminando lentamente per evitare di inciampare in qualche ostacolo. Il Cantante, che stava a pochi respiri da me, mi guardò e io feci un cenno affermativo con la testa: eccola. Un fischio leggero, lei neanche se ne accorse, e tutti erano già in posizione, pronti a giocare. «The game can start» si udì nella nebbia in un inglese stuprato. La ragazza si voltò cercando dietro di sé la provenienza della voce, ma non scorgendo niente. Ricominciò a camminare, quando uno strano tumulto di foglie spezzate e di respiri affannosi si diffuse nell’aria. Fece appena in tempo a scorgere una sagoma indefinita correrle incontro prima di ritrovarsi stesa sul duro selciato, con un discreto peso addosso. Fu da lì che iniziò l’incubo.

Il campanile della lontana chiesa suona undici rintocchi. Mamma sta giocando a carte con i miei zii, durante l’ennesima riunione famigliare, e urlano così tanto che credo nessuno si accorgerà della mia momentanea assenza. Ripensando ancora al ricordo che il campanile ha bruscamente interrotto infilo giaccone e sciarpa, avviandomi verso il portone d’entrata. L’aria gelida mi avvolge subito; c’è lo stesso freddo di quella sera, mi sembra di sentirlo ancora sulla pelle, e la nebbia è altrettanto fredda e scura; il debole riflesso della luna e delle stelle non riesce a rischiarare questa cupa notte invernale e così sono costretta a chiudere per bene la cerniera della giacca. So benissimo che non è il freddo l’unica cosa che mi fa tremare: paura ed eccitazione si divertono a giocare con la mia mente e con i miei acciaccati ricordi, mescolandoli tra loro. Sento dei bisbigli in lontananza, proprio dove c’è il Gelso, la cui chioma è l’unica cosa che, seppur indistintamente, si scorge nella nebbia. La seconda tornata di rintocchi mi spinge ad avviarmi: è giunta l’ora. Ciò che non è stato sepolto sotto il Gelso al Gelso deve ritornare, la frase che l’Attore mi ha detto questo pomeriggio riesce a mantenersi nitida nella confusione della mia mente e persiste nel riaffacciarsi sul mio volto, in un sorriso amaro. Affretto il passo: c’è un funerale rimasto in stasi per ben quattro anni da terminare. Le fronde del Gelso non sono più rigogliose come tanto tempo fa: solo poche foglie sono verdi, sopravvissute al passare degli anni e a questo inverno rigido. Il tronco è ancora diramato, il pianerottolo di rami intrecciati c’è ancora, ed è lì che infatti è accucciato il Cantante. «Come al solito in ritardo, Lettrice…» Sbuffo, come facevo in quei giorni allo stesso richiamo. «E tu sei come al solito troppo ciarliero, Cantante». «Questo è sempre stato un nostro difetto, se non sbaglio…» si intromette l’Attore, appoggiato contro il tronco proprio sotto il Cantante. «Grazie del caloroso benvenuto». «Non mi pare che la tua sia una visita di piacere, Lettrice» sibila in risposta. «E quale di noi tre è qui per una visita di cortesia?!» sbotto, sedendomi su una radice consumata. Il silenzio cala sotto le vecchie fronde. «Dite che sarà ancora in questa città?» sussurra ad un certo punto il Cantante. Il chi è scontato. «Che importanza avrebbe, ora?» risponde alterato l’Attore, «vorresti forse chiedere scusa?» Il Cantante fa un quasi impercettibile cenno d’assenso con la testa e l’altro in risposta scuote il capo: «A che servirebbe chiedere scusa? Neanche quella sera sarebbe bastato, figuriamoci adesso…». «Magari non servirebbe a lei, ma io mi sentirei sicuramente meglio». La voce del mio amico è poco più di un sussurro. «Stupido, come vedo non sei cambiato… hai ancora rimorsi» lo rimbecca aspramente il ragazzo appoggiato al tronco. «No, non ho rimorsi. Ho solo…» «Un giudice che ti assilla con le sue strigliate. Lo so, ce l’ho anch’io» dico interrompendo il loro discorso, «si chiama cuore. E sono convinta che anche tu lo abbia, Attore». «Sciocchezze! Io sono in pace con me stesso». «Si è sempre bravi ad ingannarsi…» dice aspramente. «Senti tu, brutto sputasentenze…» sibila afferrando la gamba del Cantante e cercando di tirarlo giù dall’albero. «Ma che fai?! Così cado! Fermati, per carità, fermati!». «Adesso vedi, brutto stupido, come ti concio per le feste». Li guardo battibeccare in modo infantile e li vedo, piccoli, a spintonarsi e ad insultarsi per cercare di accaparrare il posto migliore sull’albero. Proprio come stanno facendo ora. «E poi perché tu sei lì sopra e invece io devo rimanere sulla terra come uno qualsiasi?!» «Perché tu sei uno qualsiasi…» «Ma io ti ammazzo!» Sorrido e so già quello che succederà adesso: mi arrampicherò dall’altro lato del tronco e mi siederò nel posto migliore. Ed è così che faccio, guardando le loro buffe facce sorprese proprio come allora. Si guardano per una frazione di secondo, la nebbia non riesce ad impedirmi di scorgere i loro sorrisi quasi sprovveduti, e saltano tutte e due sul tronco urlando: «Abbasso all’impostora!» Ridiamo, spintonandoci a vicenda, di una risata liberatoria come è tanto tempo che non riesco a farne, per poi zittirci di nuovo, guardando il vapore che esce dalle nostre labbra ad ogni respiro. Chiusa in un silenzio pieno di voci il ricordo mi ritorna alla mente.

«Aiutami, te ne prego aiutami!» sussurrò con disperazione il ragazzino alla volta della ragazza dal cappotto celeste. «Ma cosa?…» «Mi sta seguendo, vuole farmi del male… per favore, aiutami!» «Ma chi ti sta seguendo?» «Lui! È… è spaventoso, ti scongiuro… fai qualche cosa!» «Va bene, ma ora alzati!» disse la ragazza tentando di alzarsi, ostruita dal peso del ragazzino. Altri rami spezzati, sempre più vicini, ed un leggero scalpitio di passi. «Arriva, arriva!» piagnucolò il bambino. «Ora alzati, non sta arrivando nessuno…» Un ululato si avvertì a pochi metri dalle due figure avvinghiate sul selciato. «Nessuno…ne sei si-sicura?!» «Certo, è solo un cane che ulula…», ma la sua voce non era molto convinta. Altri passi, questa volta più vicini, e un nuovo ululato. La nebbia intanto aveva avvolto completamente le due figure isolandole dalla strada, dalle macchine e dalla vista delle case. Fu per questo che la ragazzina non vide le figure che si accalcavano intorno a lei. «Ciao, bei bambini. Siete qui tutti soli?…» Con lentezza esasperante la ragazza volse il capo alla sua destra, dove nella nebbia era spuntato un volto canino. «Ahhhhhhh!» urlò il ragazzino stringendosi a lei che era bianca come un cencio. «È un si? Peccato…» sibilò una nuova voce, questa volta alla sinistra, dove un volto di gatto galleggiava a mezz’aria. «Ahhhhhhh!» continuò a strepitare il piccolo. Un nitido crack arrivò dalla nebbia davanti a loro e un volto di serpente fece la sua plateale comparsa. «Vorrà dire che vi inviteremo da noi per cena…» Fulmineo, il ragazzino che ancora urlava si alzò di scatto e prese a correre urlando: «Eccolo, eccolo!!!» e la ragazza gli fu subito dietro. «Aspettami, hey dico a te, aspettami!» Man mano che attraversavano il ponte nuovi ululati squarciavano l’aria e nuove figure facevano la loro comparsa nella nebbia: volti animaleschi dai denti affilati e dalle lingue aguzze che galleggiavano a mezz’aria parlando con voce spettrale.
Improvvisamente alla ragazza parve di vedere un’enorme figura nera proprio nel punto in cui correva il bambino, ma quello scomparve, anch’esso inghiottito dalla nebbia, prima che potesse raggiungerlo. «Bambino! Bambino! Torna qui, dove sei bambino?!» Un rumore di ferro e sassi schiacciati rimbombò sotto il tettuccio della passerella e, coprendo qualsiasi altro suono, il treno delle sette sfrecciò sui binari, dilaniando la nebbia con cui veniva a contatto. In quel momento la ragazza si sentì afferrare i capelli e lanciando un urlo si scrollò le mani dei mostri di dosso percorrendo a tutta velocità ciò che rimaneva della passerella. In lontananza, coperto dallo sferragliare dei vagoni, le parve di sentire il bambino cacciare un urlo disperato, ma fu solo per un attimo. Poi la nebbia si riprese tutto: lo spazio rubato dal treno ed il suo silenzio.
Non si udiva nessun rumore se non quello del cuore della ragazzina con il giubbotto azzurro che sembrava volerle uscire dal petto. Tutto si era fatto silenzio e la notte si era ripresa i suoi fantasmi, ma del bambino non c’era traccia. Si voltò, guardando oltre le spalle, ma non scorse niente se non il grigio della nebbia e il nero della notte. Quasi come un automa percorse l’ultimo tratto del ponte tremando, fino a giungere dall’altra parte dove l’aspettava sua madre. «Eccoti tesoro!» strillò la donna abbracciandola, «tutto bene, hai una faccia strana…» «Mamma, non voglio più andare su quel ponte». «Perché?!» «Ci sono i fantasmi, hanno rapito un bambino, mamma dobbiamo salvarlo!» «Ma tesoro, cosa dici? Fantasmi, bambini rapiti? Forse hai la febbre…» «No, mamma dico sul serio…» la madre la guardò, con sguardo apprensivo. «Forse sei solo stanca…» «Non sono stanca, ti dico che li ho visti e…» Oltre le spalle di sua madre un volto di serpente le sorrise nella nebbia. «Eccolo, eccolo, lo vedi?!» urlò facendo voltare la donna. «Tesoro, io non vedo niente…», ed era vero: oltre al grigio non si scorgeva nulla, su quel ponte. «Andiamo a casa, va bene? Domani andremo da un dottore». «Mamma, ma io…» «A casa. Non un’altra parola». Quando le due figure furono dal lato opposto del marciapiede, un’immagine dal volto di serpente avanzò fischiettando sul ponte, raggiungendo un gruppo di ragazzi radunati proprio nel suo centro. «Ottimo lavoro… scommetto che non dormirà per un po’ di tempo… voi che ne dite?» chiese l’ombra dal volto di gatto. «È stato proprio un gioco divertente!» gracidò una figura dal volto di rana. «Ottima Azione, ragazzi!» si congratulò il Cantante comparendo nella nebbia. «Dici che la lezione le è bastata, Lettrice?» sibilò il serpente, rivolto alla ragazza accucciata sul parapetto. «Ne sono fermamente convinta, caro mio fedele compare Attore».

«Lo sapete che quella ragazzina fu mandata da uno strizzacervelli?» sussurra il Cantante con la testa china sul petto. Evidentemente siamo tutti incentrati sullo stesso ricordo. «Me lo raccontò mia madre, pochi giorni dopo l’accaduto, dicendo che una povera ragazza, per uno scherzo idiota, era finita dallo psicologo. Figuratevi che non sapevo quasi che cos’era, uno psicologo… per questo non vi dissi niente». «Anche io lo sapevo…» ammette l’Attore. Mi guardano, posso sentire i loro occhi fissi, come a chiedere risposta, sul mio capo rivolto verso i rami più alti del vecchio Gelso, ma mi prendo un po’ di tempo per parlare. «No» sussurro poi, «io non lo sapevo. Ma anche se l’avessi saputo che importanza poteva avere? Non sapevamo che cosa avevamo combinato». Mi guardano e annuiscono, consci del fatto che ciò che ho detto è vero: non possiamo tornare indietro ed ora è troppo tardi per chiedere scusa. In realtà ho mentito: conosco quella ragazza. La vedo tutte le mattine camminare per mano con il suo fratellino, accompagnandolo a scuola, sia che ci sia il sole, la pioggia, la neve o la grandine, lei è li che lo tiene per mano. Ma non quando c’è la nebbia. Quando cala la nebbia il ragazzino cammina dando la mano alla madre, la ragazza non c’è. La riconosco perché il giubbotto che indossa è lo stesso che aveva quella sera. Lo stesso celeste acceso, scolpito indelebilmente nella mia mente. Ma questo io non lo rivelerò mai, né a loro né a nessun altro. «Vi ricordate quel ragazzo che per poco non finiva sotto la macchina, tanto era spaventato?» chiede il Cantante, riportandomi alla realtà. «E quello che non volle più andare a lezione di canto serale perché credeva che la strada fosse infestata da fantasmi?» gli fa eco l’Attore. Continuano questo tragico elenco mentre i miei occhi si riempiono di lacrime: quanti poveri ragazzi abbiamo spaventato solo per divertirci, solo perché ci sentivamo superiori a loro? Improvvisamente l’Attore si fa serio, i suoi occhi bruciano nella nebbia. Il rumore di un ramo schiacciato e di foglie calpestate riempie il silenzio che ha provocato il suo sguardo serio e tutti e tre tremiamo, voltandoci alla ricerca dell’artefice del sinistro rumore. Un gatto nero miagola guardandoci beffardo. Anche noi, ora, abbiamo paura della nebbia: ora che le siamo estranei la temiamo e rischiamo di cadere vittime dei nostri stessi giochi. Non mi sorprendo di vedere il Cantante tremare mentre riprende la parola, ma resto sconcertata dalla reazione che ha avuto l’Attore: anche lui si è spaventato. Ripenso a quel pomeriggio, al nostro incontro nella nebbia, e mi accorgo che anche lui è cambiato, anche lui è rimasto vittima con noi di quei giochi infantili: anche lui stava scappando, questo pomeriggio, perché spaventato dai rumori della grigia ingannatrice. O magari dal rumore dei miei passi, della mia corsa… dal mio respiro, come io dal suo. «Allora questo sarà il nostro segreto. Seppelliamo qui il nostro passato, il nostro legame con la nebbia». Scende dal Gelso e scosta la terra secca sotto le radici dell’albero formando una buca abbastanza profonda. Con un leggero tonfo lo raggiungiamo, posando i piedi sul terreno brullo e freddo. Mi stringo nel cappotto, l’aria gelida mi scompiglia i capelli rendendoli più caotici del solito, e afferro ciò che tengo in tasca: una maschera a forma di gufo. Uno alla volta adagiamo le nostre maschere nella buca, per poi ricoprirla; ecco, ora non abbiamo più legami col passato. «Questo sarà il nostro segreto, promettete di non dirlo a nessuno» torna a dire l’Attore. «Tre persone possono tenere un segreto, se due di loro sono morte». Si voltano verso di me che fino a questo momento sono rimasta, stranamente, in silenzio, e smettono di parlare. Quando alzo lo sguardo incrocio i loro occhi: la tensione è palpabile, l’aria elettrica. Quattro fuochi brucianti mi osservano, penetrando la nebbia che avvolge tutto, così spessa che quasi non riusciamo a vederci l’un l’altro. Siamo immobili sotto il grande albero che con i suoi storti rami si diverte a giocare con le nostre vite, quando improvvisamente rido. Una risata isterica, stupida… una risata da me, dalla Lettrice, riuscendo a trascinarmi dietro anche loro due. È notte fonda e siamo tre giovani ragazzi spensierati sotto un cielo che sappiamo stellato, ma che non possiamo scorgere, ed abbiamo appena festeggiato un funerale sotto a quel famigerato albero che non è solo quello storto e vecchio pezzo di legno che respira a fatica, piantando le sue radici nella nebbia, ma che è anche dentro di noi, fa parte di noi. Imprescindibilmente associati come l’ossigeno e l’idrogeno nell’acqua, come amavo dire ricordando le parole di non so quale vecchio barbuto studiato a scuola. Così chiamavo il nostro gruppo nel tempo in cui ci sedevamo sulle disconnesse radici che affioravano nella nebbia e ci raccontavamo storie e malignità, progettando nuovi giochi e nuove vendette. Ci sentivamo intoccabili, eletti, speciali… eravamo solo un branco di stupidi, assoggettati ad una pianta in cui, al posto della linfa, circolava il nostro sangue, il cibo delle nostre barbarie. E ora finalmente ho scoperto il vero significato di quella frase, del perché dirla mi faceva tremare di paura già allora: perché noi siamo il semplice idrogeno, debole e mischiato a fiotti, unito alle altre molecole, ma il vero ossigeno, la vera parte fondamentale dell’elemento, è quella pianta; quella pianta che non è reale, ma solo frutto della nostra sadica e deviata immaginazione, scudo dietro al quale rifugiarci per sfuggire alla nostra stupidità. Il campanile in lontananza suona le due di notte: tre ore. Tre ore sotto l’albero a ricordarci delle nostre glorie passate, a parlare dei nostri futuri incerti. A guardare in faccia nient’altro che i nostri fallimenti. E mentre ci allontaniamo verso le nostre case, inoltrandoci nella nebbia che non fa altro che prenderci in giro, mi volto per l’ultima volta. Non un saluto, non un addio: sappiamo che altre parole non devono essere dette perché, e mi sembra ad ogni passo più chiaro, saremmo davvero capaci di ucciderci a vicenda per mantenere il nostro segreto. Perché sono lì che ci guardano, le nostre ombre: vedo distintamente il volto di un gufo galleggiare nella nebbia. Il Gelso ci ha donato tutto, i giochi e le malignità che volevamo, la nostra amicizia, la nostra stessa vita, ma il prezzo che ha preteso in cambio è stato altissimo: la nostra pazzia.

È per questo che non mi sorprenderò, domani, nel trovare la tomba sotto il Gelso profanata e le maschere sparite, perché se è vero che il gruppo del Gelso è definitivamente morto questa notte, è anche vero che si potranno scorgere ancora i volti di un Serpente, di una Volpe e di un Gufo, nelle notti buie di nebbia.
(anno 2007)

"Sotto il gelso" di Silvia Armanini

“L’ultimo racconto del Gelso”
Una ragazza siede sul cordolo di un'aiuola, nel buio di un parco nella periferia di Bologna. Sente benissimo il frusciare incauto del ragazzino che avanza verso di lei, scostando malamente gli arbusti e lasciandosi sfuggire degli sbuffi scocciati. Conosce quei passi, non ne ha paura, per questo si permette un fugace, doloroso ricordo, prima di voltarsi verso il giovane e sorridergli.

“Tre persone possono mantenere un segreto, se due di loro sono morte.”

- Non vidi mai con i miei occhi, quello che vi sto raccontando. Ma saprei dirvi ogni piccolo particolare, dal rumore del vento tra le foglie al profumo vischioso della resina. Quello fu l'ultimo incontro prima che le cose andassero così come sono andate: non fu quello il principio, ma posso dirvi che fu "l'inizio della fine" -

“Lo stai ancora cercando.”

Giubbotto in finta pelle, stivaloni scuri e capelli lunghi legati in una coda scomposta. Nero come un angelo infernale scivola alle mie spalle portandosi dietro l’opprimente vento autunnale e il suo acre profumo americano. Ma non ha niente di poetico il suo strisciare: rasenta quello dei lombrichi nella terra. Dell’angelo ha solo le fattezze e, forse, il destino.

“…”

“Smettila con questa farsa.”

“…”

“Lo sai meglio di me che non lo troverai mai perché lui è…”

“Zitto.”

“Fuggire dalla verità per l’ennesima volta ti consola?! Sei patetica.”

“Zitto, ho detto.”

“Anzi, sei più che patetica, sei…”

Conosco solo un modo per zittirlo e non ho problemi ad usarlo.

“Ho capito, sto zitto.”

Docile e accondiscendente: spesso è l’effetto che fa una pistola appoggiata al mento. Mi occorre che si zittisca perché ora è il momento delle domande.

“Come hai fatto a trovarmi?”

“Non è stato difficile.”

Aumento la presa sul grilletto

“Ok, ok! Ho seguito le tue tracce fino a qui. Sei diventata distratta o forse vuoi solo che ti trovi: sai meglio di me che hai bisogno del mio aiuto.”

La mia risata di scherno assomiglia ad un nitrito mal riuscito.

“E anche di quello di un buon psicologo.”

Ora è un gorgoglio a raschiarmi la gola: rido di nuovo.

“Siamo nel centro di un parco dove tutti ci possono vedere e mi stai puntando una pistola alla testa. Solo un pazzo rischierebbe tanto…”

“E solo un idiota potrebbe credere di essere visto nel buio delle tre di notte, in un desolato parco di periferia.”
“Se non erro mi hai appena offeso.”

“Complimenti dottore, ti meriti una laurea con lode. E ora sparisci.”

Lo spintono lontano, il suo profumo è troppo intenso e talmente agro da farmi girare la testa.

Sotto il gelso - Pagina 2

“Non me ne vado senza di te.”

“Non ho bisogno del tuo aiuto.”

Ora è lui a ridere: un suono armonioso e cristallino che mi stappa un sospiro.

“E’ la stessa cosa che mi hai detto l’ultima volta ed io ti ridarò la stessa risposta.”

Senza che io possa fare niente per fermarlo mi afferra le braccia e mi stringe contro il suo corpo. Lo odio, il mio angelo nero, che mi lancia per l’ennesima volta il suo strano e profumato incantesimo. Lascio cadere lungo il fianco il braccio che impugna la pistola e stringo il suo giubbotto con forza, fino a quando le nocche non diventano bianche.

“Ti odio”

“Ed io ti voglio bene. Ma i nostri sentimenti non hanno mai avuto importanza. Andiamo a casa”

“Non posso tornare indietro, lo sai!”

“Il passato sta bene con i morti, noi vivi apparteniamo al presente.”

“Ma dove dovrei stare io che sono morta a metà?” urlo in preda alla disperazione. Ancora il solito discorso. Ripetiamo le stesse frasi all’infinito, lo faremo sempre.

“Ci sono io con te ora! Questo non ti basta?”

“Non puoi cancellare quello che sono! Tu non sai cosa successe quel dannato giorno di diciassette anni fa…”

“Raccontami…se lo dividi con me, il dolore sarà più accettabile.”

Lo spintono lontano. Scappo per l’ennesima volta dal suo abbraccio caldo e rassicurante, lontano dal suo profumo inconfondibilmente fastidioso. “Non voglio che anche il tuo cuore si avveleni d’odio. Vai a casa.”

“Non c’è una casa dove tornare se tu non sei con me! Ho promesso che ti avrei riportata indietro e io non manco mai alla parola data…”

“Allora sarà la prima promessa che non potrai mantenere. Vattene o dovrò colpirti, come l’ultima volta.”

Ma prima di sentire la sua ovvia risposta lo colpisco alla testa col calcio della pistola, lo guardo cadere a terra e rimetto nella fodera l’arma, prima di voltarmi e di sparire nell’oscurità. Agganciata al mio marsupio stracolmo di gingilli inutili la maschera di un gufo sogghigna famelica, lasciandosi inghiottire dalle tremolanti tenebre della notte.

"La prossima volta che ci vedremo, fratello, potrei essere solo un gelido corpo accasciato sul terreno."

Un nuovo frusciare, quasi indistinto, riempie nuovamente la radura. E' il sibilo di qualcuno che sa come nascondersi. Non c'è più tempo per pensare, adesso, devo stare attenta. Tendo teatralmente il braccio che stringe la pistola verso la macchi indistinta di alberi ed esclamo: "Vieni fuori, so che sei da qualche parte. Sono stufa di giocare a rincorrerti, non siamo più bambini. Comportati da uomo."

Nei film, dopo le dichiarazioni ad effetto, il nemico sbuca fuori dai cespugli, fa il discorsetto di commiato ed il cattivo viene trivellato di colpi fino alla morte.
Però, quando il cespuglio alla mia destra si appiattisce sotto il peso di un corpo, so già da me che non ci saranno simili discorsi, perché questo non è un film e l'Attore ha una parte scadente.
E poi, in questa storia, quella cattiva sono io.

...

La porta della sala si aprì con un gran tonfo mentre un bambino di circa otto anni entrava correndo stringendo in una mano il tesoro che aveva appena conquistato, con l’intenzione di farlo vedere alla ragazza sdraiata sul divano.

“Sorella maggiore, sorella maggiore!” la ragazza appoggiò la rivista che stava leggendo, trattenendo uno sbuffo infastidito “Che vuoi, pulce?”

“Guarda cos’ho trovato” urlò allegro il bambino, sventolando il suo trofeo davanti alla ragazza.

“Cos’è quella roba?” “Sono delle bacche! Il Portinaio dice che sono commestibili!”

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“Commestibili? Ma và. Quel vecchiaccio ti stava sicuramente prendendo in giro. Fà un poco vedere…” disse allungando una mano verso il fratello che invece ritrasse la sua, stringendo con forza il frutto. “Prometti di ridarmele dopo?” la ragazza non riuscì a trattenere un sorriso “Certo.” “Promettilo!” le rispose il piccolo, ancora diffidente “Prometto che ti ridarò quelle inutili bacche, va bene?”. Il ragazzino annui, porgendogliele.
La ragazza le osservò prima con curiosità, poi con ansia. Infine con preoccupazione. “Dove le hai prese, pulce?” “Dai rami di un albero del cortile. Ora che le hai viste ridammele!” “Quale albero?” “Quello tutto secco al centro del cortile! Me le vuoi ridare o no?”. Il tono della ragazza si fece più aggressivo “Smettila di scherzare! Chi te le ha date?!”; il bambino indietreggiò, spaventato: sua sorella non usava mai quel tono con lui. “Le ho prese dal vecchio albero rinsecchito del cortile. Lo giuro!”.

La giovane fissò il piccolo frutto con terrore “Non è possibile…non ancora…perché adesso, poi?”. Il bambino si dondolava sui piedi, osservando preoccupato la sorella e indeciso sul da farsi. Alla fine appoggiò le mani sulle gambe della ragazza per sollevarsi e vedere meglio quel suo piccolo tesoro che sembrava averla impressionata tanto. “E’ un tesoro davvero prezioso, vero? Ora però ridammelo, me lo hai promesso.”. “Te lo ridò se tu mi porti dove lo hai preso.” “Certo che ti ci porto!” replicò il piccolo protendendo la mano per reclamare il suo trofeo. Era talmente felice di riaverlo indietro che non si accorse del tremolio delle dita della giovane. Corse verso la porta, ordinando alla sorella di seguirlo, ma prima di uscire di casa le intimò: “Ti conviene coprirti bene, sorella maggiore, fuori c’è una nebbia fittissima!”.
Il cuore della ragazza mancò un battito.
Arrivati al centro del cortile, completamente coperto dalla nebbia, il bambino indicò un vecchio albero addormentato nel mezzo dello spiazzo. “Le ho trovate lì sopra, le mie bacche!” disse orgoglioso. La ragazza si avvicinò quasi con apprensione al tronco, allungando e ritraendo più volte la mano desiderosa di accarezzare la pianta, ma nel contempo timorosa di farlo, continuando a sussurrare una cantilena sgomentata “Non è possibile…ormai sei troppo vecchio per dare nuove bacche…perché di nuovo…”
“Piuttosto, sorella maggiore” disse il ragazzino troppo concentrato a cercare nuovi frutti sui rami per notare lo strano comportamento della giovane “che albero è mai questo?”.
La nebbia parve farsi più fitta, come se si fosse riempita di ricordi sgradevoli, ed i rumori si attutirono di colpo, divorati dal grigiore opprimente.
La ragazza sentì la gola raschiare sotto il veleno di parole che aveva dimenticato e che avrebbe voluto continuare a ignorare, infine emise un rantolo soffocato
“Un albero di Gelso, fratellino.”

...

Mi alzo di scatto, scostando il sacco a pelo madido di sudore. Come tutte le altre volte, il ricordo mi sconvolge. Come tutte le altre volte, da diciassette anni a questa parte, i miei sogni sono invischiati nelle rinsecchite radici dell'albero del Gelso. Anche qui, in questo ameno campeggio Emiliano, nascosta in una tenda sul limitare delle piazzole.

- Non erano passate che poche ore, dal funerale celebrato nel cortile, ma già la tomba era stata profanata e la maschera famelica di un gufo la aspettava sullo zerbino della porta di casa, ancora sporca di terra. Se a restituirgliela fosse stato il Cantante o l'Attore non lo scoprì mai nessuno. Probabilmente lei stessa non lo volle mai sapere. Fu da allora che iniziò a cambiare, appassendo come un fiore sul finire della primavera finché venne il giorno in cui scomparve; per lunghi mesi la credemmo morta. Fino al giorno in cui suo giunse quella notizia... -

È affollata Milano, tra il via vai degli immigrati con i loro profumi insoliti e i ragazzi con le cartelle in spalla che si spintonano per allontanarsi il più possibile dalle scuole. Cammino lenta mentre tutto il mondo corre, imbacuccata sotto il sole opaco di settembre.

Odio Milano e la sua fretta, la sua gioia, la sua perenne e grigia estate.

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Volto le spalle al Duomo vestito di rosoni e statue di santi e lo vedo, il mio vecchio amico, il Cantante.

E lui vede me: lo sento ridere, additando la maschera che porto alla vita, scostandosi quella fastidiosa ciocca di capelli che gli cade sul viso, come faceva quando eravamo piccoli. Mi sorride mentre china il capo ed allunga la mano come a cercare la mia in un gesto di eterna amicizia, un gioioso “Bentornata”.

Chiudo gli occhi e lo seguo nel piccolo bar all’angolo della piazza in cui ci rifugiavamo nei giorni di pioggia di tanti anni fa. Parliamo ancora dei nostri progetti, ridiamo dei nostri ricordi e delle nostre avventure, sempre stracolme di figuracce e capitomboli, canticchiamo sottovoce i motivi insulsi della nostra infanzia, seduti al tavolo all’angolo, quello più lontano dalla vetrina e dagli altri commensali, a sorseggiare i nostri the verdi ghiacciati mentre fuori la pioggia cade sempre più fitta.

Dopo minuti che sembrano vite ci zittiamo a metà di una frase contemporaneamente, quasi lo avessimo programmato, e ritorniamo con la mente allo stesso, identico, assillante ricordo, risvegliandoci allo scampanellio della porta d’ingresso del locale.

Risento i gorgoglii prodotti dalla sua gola nel tentativo di iniziare quella conversazione per tanto tempo lasciata in sospeso e poi il suono secco dei suoi denti che si serrano sulla lingua, per trattenere parole piene di veleno. Avverto il suo sguardo posarsi sul mio e farsi più nebuloso, colmo di nebbia vorticante e grigia, le sue dita sfiorare le mie in cerca di un cenno d’assenso che non realizzo, che non ho mai realizzato. Vedo la sua mano ritirarsi freneticamente e rovesciare la tazza ormai vuota, costringendola a infrangersi a terra.

Lo saluto mentre si chiude la porta del bar alle spalle, mentre per l’ennesima volta devo ripagare la tazza e le consumazioni al barista perché il mio amico si è dimenticato il portafoglio.

Ritorno con la mente al presente quando una signora mi spintona per poter passare in mezzo alla calca. Controllo che il borsellino sia ancora al suo posto nel marsupio e poi sposto lo sguardo verso il mio vecchio amico: mi sarebbe davvero piaciuto essere vista da lui in mezzo a questa folla sudata e sussultante, sentire la sua risata nell’additare la mia maschera mentre si scosta con gesti calcolati quella ciocca. So già che il suo benvenuto mi colpirebbe dritta al petto con un pugno ben assestato ed io ormai non ho più sangue da versare.

Quando estraggo con gesti lenti la pistola dalla fondina, la punto sul bersaglio e premo il grilletto, sento il famigliare tintinnio di una tazza che si infrange sul pavimento. Il Cantante si accascia con lo sguardo sorpreso di chi non si aspetta di sentire la vita scivolare così presto dalle mani, cade sul cemento freddo come una foglia nella danza autunnale. La sua ultima canzone è un gemito stupito riflesso nei miei occhi, con le stonature di chi cantante non lo è mai veramente stato.

Mentre mi allontano con passo lento e misurato mi accorgo delle lacrime scivolate sul marciapiede al mio passaggio e subito cancellate dal frenetico correre della folla spaventata.

- Fu suo fratello a capire che la morte di quel ragazzo, che per anni aveva giocato con lei nel cortile, potesse avere qualche nesso con la sua scomparsa. Quando nessuno volle credergli riempì il suo zaino, afferrò il suo sacco a pelo blu, e si lanciò alla sua ricerca. -

Dopo aver ucciso il mio vecchio compagno mi rifugiai presso alcuni amici, vagando di città in città, dove le tracce che l'Attore si lasciava alle spalle mi portavano. Doveva aver capito le mie intenzioni perché, dal giorno della morte del Cantante, non era rimasto più di due giorni nello stesso posto. Fino ad oggi, in questo piccolo campeggio, ultimo luogo in cui so che ha risieduto. Tuttavia ora ho altro a cui pensare perché, dove la polizia ha fallito, è riuscito mio fratello: è la sua la ispida e scura faccia quella che copre la stupenda stellata che stavo osservando, barricata nel mio sacco a pelo. Ed ha un odioso sorriso trionfante dipinto in volto.

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"Trovata!" sbotta, bloccandomi con velocità sorprendente le mani in due orribili manette di pelo rosa, di cui non ho la più pallida idea di dove possa averle recuperate. "Scusa, sorellina. Potresti fare posto anche a me e al mio sacco a pelo?" Ha poi la faccia tosta di aggiungere, sdraiandosi al mio fianco, spezzando la magia della nottata ed il filo dei miei pensieri. Come se tutto questo non bastasse, ha pure iniziato a russare.

...

“Questo è tutto ciò che rimane, signora.” “Volete dirmi che il corpo di mia figlia è ridotto ad un misero giubbotto color perla ed uno zainetto scarabocchiato?” il poliziotto chinò il capo, costernato di dover annuire. “Non…non è possibile… la mia bimba è…è…” “Temiamo che sia deceduta, signora.” L’urlo della donna arrivò dritto al cuore dell’appuntato, che le circondò le spalle con le braccia, tentando di arginare i di lei singhiozzi sconnessi. Nascosto dietro ad una porta, coperto dal grande mobile in noce del corridoio, un ragazzino dai corti capelli neri piangeva, premendosi le piccole mani paffute sulle labbra, nel tentativo di trattenere i singulti.

...

Si alza a sedere di scatto, le lunghe gambe attorcigliate nel sacco a pelo e i capelli che seguono traiettorie diverse da quelle convenzionali, sfidando qualsiasi legge di gravità. Portandosi le mani al viso scopre, senza sorpresa, di avere le guance umide. Non comprende il perché di quel sogno assillante, soprattutto ora che ha ritrovato sua sorella e che quel brutto ricordo non può che essere catalogato come incidente di percorso per inettitudine delle forze dell’ordine. Voltando il viso a sinistra, per controllare se la protagonista assente del suo incubo è ancora al suo posto, constata con stizza che le manette pelose che la tenevano prigioniera sono divelte, e che il sacco a pelo azzurro è disordinatamente, odiosamente e sconfortantemente vuoto. Per l’ennesima volta.

“Maledizione!” impreca, incurante di poter disturbare qualche altro ospite del campeggio. “Non finisce qui, sorella maggiore! So che sei qui vicino, nascosta in qualche buco, ma non credere che ti permetterò di averla vinta così: non mi sono sorbito chilometri di autostrade per ritornare a casa a mani vuote. Non ti darò pace finché non ti porterò davanti a mamma, a costo di trascinarti per i capelli…” il suo sfogo delirante viene interrotto da uno scarponcino da trekking misura 43 che atterra sulla sua faccia, dopo aver disegnato una curva in aria partendo da una delle tende alla sua destra. Incerto sul continuare o meno con i suoi urli alterati prova nuovamente. E’ costretto a desistere quando al primo scarponcino se ne aggiungono altri, in numero considerevole.

Pochi chilometri più in là l’autostrada è illuminata dai pochi fari che, testardamente, continuano a sfrecciare sull’asfalto. Fra questi, sulla solita prima corsia deserta destinata ai neopatentati, agli ultraottantenni ed a me, il mio catorcio che in gloriosi tempi passati vantava il nome di automobile arranca, lottando contro un motore vecchio di secoli. Un fischio fastidioso intralcia il mio orecchio sinistro, mentre getto distrattamente un pensiero al mio fratellino, sorridendo inconsciamente della sua reazione, domani mattina, quando si sveglierà non trovandomi più al suo fianco. Quel pivello dimentica troppo spesso chi sia stato ad insegnargli la nobile arte di aprire i lucchetti dei giocattoli, quelli in falsa plastica made in prc.

Ancora non sapevo che se fossi rimasta con lui fino all’indomani, avrei incontrato chi, con tanta costanza e disperazione, cercavo da mesi.

Il Solo mattutino di giugno è luminoso. Gli studenti pensano alla scuola che finisce, i lavoratori alle ferie che iniziano e per i più fortunati, quelli già in vacanza da tempo, i tiepidi raggi di inizio estate non possono che annunciare una splendida giornata di mare.
Scostato dalla folla vociante dei campeggiatori che iniziano le attività mattutine, intricato in un sacco a pelo blu pervinca, un inquietante ragazzo stringe fra le mani un paio di manette rosa pelose. Chiunque provasse ad avvicinarsi alla strana figura, noterebbe sicuramente i denti digrignanti e l’inconfondibile impronta di una scarpa nel mezzo della sua apprezzabile faccia. I cultori della materia vi direbbero con sicurezza che è l’impronta di uno scarponcino da trekking. Taglia 43. Dei bambini lo additano, sussurrando, dietro a loro i passi frettolosi di un uomo in costume, con dei corti capelli ricci, si bloccano di colpo. L’asciugamano appoggiato alla spalla, gli occhiali da sole a coprirgli il volto. Scosta con malagrazia i marmocchi - che vaneggiano di un certo uomo nero – e si avvicina al sacco a pelo blu pervinca. Ad accoglierlo trova lo sguardo interrogativo del ragazzo, ancora incastrato nella stoffa scura “Desidera qualcosa?” chiede, litigando con la cerniera nel tentativo di uscire dal sacco. “Ci siamo già visti da qualche parte?” chiede l’uomo, con voce bassa e grave. “Credo.. pro..prio… di no..” sibila l’altro nello sforzo di strattonare la stoffa.

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Dopo pochi attimi di lotta selvaggia contro il tessuto lo sfila dal corpo, lanciandolo di malagrazia sopra lo zaino. “Lei sarebbe?” chiede poi, donando finalmente l’uomo della giusta attenzione. “…uno che non conosci.” Attimi di silenzio, poi il giovane, imbarazzato, si alza, raccoglie lo zaino, e se lo butta in spalla. Guarda con sguardo stralunato l’uomo prima di voltargli le spalle e proseguire verso l’uscita del campeggio, non badando ai bambini che, trascinati a forza dalle madri verso la piscina, continuano a parlare di un certo uomo nero indicando nella sua direzione.
L’altro uomo, invece, quello con i capelli ricci, rimane immobile a fissare la schiena scura che si allontana. “Tu non mi conosci, certo. Ma quegli occhi li riconoscerei fra mille e credo proprio che mi porteranno diritto da quella sciocca della Lettrice, ragazzino.”

Premo il grilletto tentando di mirare il robusto corpo in movimento del mio vecchio collega, nel caos riesco appena a vedere che il proiettile lo colpisce troppo a destra per ferire il cuore. Il suo proiettile invece non lo vedo, ma sento gli schizzi di sangue sulle mani, mentre mio fratello si piega sulle ginocchia e crolla a terra. Quell' idiota si è trovato, come suo solito, al posto sbagliato nel momento sbagliato, frapponendosi fra me ed il bersaglio, prendendosi in pieno il colpo che doveva centrarmi...

Con sguardo orripilato lo guardo gemere sul terriccio brullo. Le sirene della polizia si avvicinano in fretta, sicuramente la ronda che gira per questo quartieraccio è stata allertata dagli spari, e con fatica sollevo gli occhi già lucidi dal pianto e dalla paura sull'Attore. Anche lui poggia le ginocchia a terra, ma la sua pistola è ancora puntata verso di me. Non un sorriso, non un ricordo. Che ne è stato del passato non saprei neanche dirlo. L’attore, la cui carriera è bruciata ancora prima di iniziare, sorride, in un modo che ormai non posso più conoscere, che non mi appartiene più.

“Tre persone possono mantenere un segreto, se due di loro sono morte. Ricordi?”

Poi, lo sparo.

E nella bocca stringevi parole, troppo gelate per sciogliersi al sole… chissà come mai quella canzone mi è tornata in mente in questo momento. Probabilmente, avendo a disposizione una seconda possibilità, avrei un solo rammarico, nella mia vita: cinque minuti fa avrei voluto mirare più a sinistra, centrando dritto nel cuore quel pivello.
Ma non mi rimane nemmeno il tempo per sorridere o per fare grandi discorsi, come in tutti quei film alla televisione. Non posso fare una ramanzina strappalacrime al mio fratellino, perché mettendosi in mezzo ha rischiato la vita. Non posso far finta di dimenticare, in punto di morte, tutti i torti subiti o scusarmi per tutti i casini combinati. Nemmeno scrivere una lettera di addio a mia madre.
Come tutto è stato, nella mia vita, assolutamente mediocre, anche la mia scomparsa verrà presto dimenticata.

Vedo rosso…appannato…buio…
infine il nulla
Morire, alla fine, non è poi questo granché.

Il ritmico suono dei macchinari scandisce i respiri del giovanotto seduto scompostamente sulla sedia, accanto al letto candido. La luce è poca, la sera è vicina, e l’inverno ruba volentieri i timidi raggi del sole che si ostinano a riscaldare la terra. Stringe la mano di una ragazza, come nei finali dei migliori film, e quando è sveglio le parla, così come dicono i medici. Lo dicono sempre anche in quel telefilm alla tv, che parlare ad una persona in coma è la terapia più indicata. Gli hanno detto che potrebbe svegliarsi domani, fra un mese, fra un anno. Intanto la polizia aspetta, due uomini in borghese fanno la ronda in corridoio. Un medico entra, controlla i suoi parametri e scuote la testa. È tutto normale, come al solito. È sana, ma non si sveglia. È in coma. Poi esce, accarezzando con lo sguardo il ragazzino che si ostina ad amare quella sorella per cui ha rischiato la vita, rimediando una brutta ferita al braccio. Quella sorella che è una criminale, un’assassina.
Uscendo saluta i due poliziotti con un cenno.

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“Serataccia brutta per lavorare, vero?” si informa, sorridendo come un buon medico deve fare.
“Potrebbe andare peggio…pensa a quei due poveretti che fra due ore devono darci il cambio e rimanere qui tutta la nottata…” poi sorride al medico, come un buon poliziotto in borghese deve fare. Volta il capo, alza gli occhi al cielo e ricomincia il suo via vai per i corridoio. La donna non dà segni di vita, il poliziotto dubita seriamente che si potrà più svegliare.
Il cambio della guardia è alle 11:00. Le due squadre di poliziotti dovrebbero incontrarsi nel corridoio e darsi il cambio, senza perdere di vista la camera della sospettata, ma quelli del turno appena concluso hanno il pessimo vizio di raggiungere i colleghi al piano terra, per prendersi un caffè in compagnia prima di tornare a casa, lasciando il corridoio libero per una decina di minuti. Poco importa, visto che la sospettata è una ragazzina gracile, macilenta e per di più in coma da mesi.
Nessuno fa caso ad una porta che si apre senza un suono scivolando sui cardini bene oliati, né di un ragazzino infagottato in un giubbotto di pelle nera, con un cappellino di lana a coprirgli il capo. Tuttavia un buon osservatore noterebbe con poca difficoltà le spalle troppo gracili e le maniche troppo lunghe. Così come le ciglia troppo lunghe o le labbra troppo sottili, per essere quelle di un uomo.

...

“E’ il momento!”sibilò il ragazzo quando sentì i passi pesanti dei poliziotti allontanarsi dalla porta e le loro voci farsi sempre più flebili.
“Era ora, quando il dottore è venuto a controllare come stavi, stavo quasi per scoppiare a ridere…voglio dire, credo stia impazzendo per capire come mai i tuoi valori sono regolari come quelli di una persona sanissima, mentre sei ancora in stato comatos..”
“Vuoi stare zitto?! Mi farai scoprire!” la ragazza si sollevò di scatto, afferrando il borsone nascosto sotto il letto ed estraendone degli indumenti maschili: un giubbotto di pelle e un cappellino di lana in primis.
“Quasi non ci credevo, il mese scorso, quando mi hai stretto la mano per farmi capire che eri sveglia. Mamma ti dava già per morta, sai?” sussurrò lui, incurante del precedente rimprovero.
La donna si fermò nell’atto di infilarsi i pantaloni neri che aveva trovato nella borsa “Spero tu non le abbia detto niente, sottospecie di mollusco. Meglio morta che criminale, non credi?”
“O, andiamo! Mamma non è mica stupida. Sono sicuro sarebbe ben felice di saperti viva.”
“Certo! Chi non desidera una figlia ricercata e criminale di cui poter parlare durante i tea con le amiche?” il ragazzo ridacchiò: “come vuoi…allora, dove andiamo?”
La donna, che si era alzata in piedi stringendo il borsone in una mano, sorrise indulgente “Dove andrò, pivello. Usa il singolare. Non voglio zavorre durante la mia fuga.”
Il moro ostentò un viso offeso “Non sono una zavorra!”
“Sveglia, sono una pericolosa criminale pluriomicida!” “esatto, come nei film.” “Bravissimo. E che succede nel finale dei film, al super cattivone?”
Il ragazzo ci riflettè un attimo, non accorgendosi dell’oggetto che la ragazza aveva estratto dalla borsa. “Viene catturato…ucciso…annientato.” “Esatto! E non voglio che tu faccia la stessa fine.” La donna si avvicinò lentamente, venendo investita dal profumo americano del fratello. “Ma io sarò con te, sorella maggiore! Voglio aiutarti nella tua fuga.” “Ma tu mi aiuterai nella mia fuga, pivello. Lo stai per fare.” Sorrise lei, avvicinandosi maggiormente con le mani nascoste dietro la schiena. “Davvero?” “Certo piccolo sciocco.” E nel dirlo lo abbracciò, sentendo subito le braccia di lui circondarle le spalle.
Per l’ennesima volta in quell’annata così stravagante, il ragazzo cadde a terra colpito alla testa dal calcio di una pistola. Poi la donna indossò il cappellino, alzando il bavero della giacca a coprirle il volto, e con un calciò spedì il borsone sotto al letto
“Ti voglio bene, fratellino.”
Aprì la porta, lasciandosi inondare dal candore del corridoio con un sospiro stanco. Poi si tuffò alla sua destra, in mezzo ad un gruppo di signore anziane in gita turistica, per la settima volta quell’anno, all’ospedale.

...

Il ragazzo è ancora steso a terra, con un bernoccolo sempre più grosso a increspargli il cranio. È così che lo trovano gli agenti di ronda, di ritorno dalla pausa caffè. Ad aspettarli c’è anche il letto della sorvegliata, desolatamente vuoto, ad eccezione di un piccolo messaggio in codice. Come alla fine dei migliori film.
Il gruppo del Gelso ha colpito ancora.

- Da allora non ebbi più notizie di mia figlia.-
La donna appoggia la tazzina con il tea ancora fumante sul tavolino in legno. Poi, nell’attonito silenzio generale, si rivolge alla donna alla sua destra“ Di tuo figlio che mi dici, invece, Elsa: ha terminato i suoi studi?” Dietro il disagio palpabile del salotto, due enormi stivali neri spuntano da una poltrona in stile Liberty, appoggiati di mala grazia su un tavolino di legno chiaro. Sorride, il ragazzo, stringendo fra le mani quello che resta di due manette pelose di un colore troppo stravagante.

Ed un rametto di bacche di Gelso.