di Michele Navarra
può succedere di tutto in una pizzeria che si chiama pazzapizzainpiazza
Aveva voluto decidere tutto lei.
Quella sera l’avrebbe finalmente portato in un ristorantino-pizzeria molto di moda, che si trovava negli immediati dintorni di piazza Fiume. “Pazzapizzainpiazza”, scritto tuttattaccato, era l’assurdo nome di quel locale, probabilmente partorito dal delirio di una mente irrecuperabilmente disturbata, nel corso di una fase acuta della malattia.
Alessandro conosceva quel posto famigerato, per esservi stato per ben due volte in passato, rischiando poi in entrambi i casi di schiantare la tazza del cesso una volta tornato a casa. Gli avevano fatto anche conoscere il proprietario del ristorante, un certo Guidoni Mario, un ripugnante gnomo dal ventrone prominente, a forma di tonno “pinna gialla”, che si era subito messo a dargli delle grandi pacche sulle spalle, come se fosse stato il suo migliore amico.
Guidoni, detto “er provola”, per via della sua untuosa pseudogalanteria con le ragazze, di cui guardava bramosamente e sistematicamente culi e tette, a cinquant’anni suonati aveva finalmente trovato il suo personale Eldorado, aprendo quella cimiciosa pizzeria che, in breve tempo e alquanto misteriosamente, era diventata addirittura un locale di tendenza.
Chiara aveva precauzionalmente prenotato un tavolo, anche se quella prenotazione non le garantiva in realtà alcun diritto, anzi era del tutto inutile, avendo un mero valore indicativo, a mo’ di segnalazione della propria presenza. Infatti, fuori dal locale, nonostante la temperatura fosse di appena un paio di gradi sopra lo zero, si era formata una ressa spaventosa. Decine di persone, tutte con regolare prenotazione, aspettavano impazienti il loro turno per entrare e degustare le meravigliose prelibatezze dello chef. Ogni tanto, la porta del locale si socchiudeva leggermente e, dallo spiraglio aperto, faceva capolino la brutta faccia di un tizio, probabilmente “er provola” stesso, a giudicare dall’altezza cui appariva la faccia, che declamava, con voce stentorea, il nome di quei fortunati che avrebbero potuto finalmente fare ingresso nel suo prestigioso locale. Poi lo spiraglio si richiudeva e tutto tornava come prima.
Quello era un momento di grande intensità emotiva, in cui regnava un silenzio pressoché assoluto. Subito dopo l’estrazione dei fortunati vincitori, quel popolo di sfrantumati mentali riprendeva ad aspettare impaziente, chiacchierando, fumando o, come nel caso di Alessandro, rodendosi incessantemente il fegato.
«Mi sposto un po’, perché comincio ad avere freddo» disse lui allontanandosi.
Sgomitando come un figlio di mignotta, in effetti, era riuscito ad accaparrarsi un posticino di sbieco proprio accanto allo “stufone”. Si trattava di un punto strategicamente molto ambito da tutta quella torma di diseredati.
Lo “stufone” era un diabolico marchingegno calorifero, a forma di fungo metallico, progettato da qualche pazzo sadico che creava, per un raggio di circa due metri, un microclima vulcanico, sui trecento gradi sopra lo zero. Al di fuori di quel raggio d’azione, rimaneva la temperatura ambiente, che, in quel caso, era vicina allo zero.
Rimanere troppo a lungo accanto allo stufone poteva essere molto pericoloso, per la propria salute, sia fisica che mentale, ma Alessandro aveva deciso di correre il rischio. A pochi metri da lui, aveva notato un inquietante tizio, fuori dal raggio d’azione del micidiale attrezzo dispensatore di calore, che, ormai prossimo al congelamento, si muoveva come un tarantolato, probabilmente per cercare di scaldarsi o, forse, semplicemente perché del tutto impazzito per la fame.
Alessandro al contrario aveva il volto completamente paonazzo e puzzava di carne bruciata, quando er provola, dall’alto del suoi centocinquanta centimetri, si era degnato di annunciare il loro turno: «Chiara! Chiara per due! C’è Chiara?».
«Sono qui!» rispose prontamente lei, emergendo a fatica dalla folla di cenciosi affamati in attesa del loro turno.
Entrati dentro il locale, furono fatti accomodare a un tavolino d’angolo, vicinissimo alla porta del cesso.
«Conosci il proprietario eh?» commentò scherzando Alessandro alla vista del tavolo che gli era stato assegnato.
«Ha voluto per forza darmi questo tavolo, quando ha saputo che venivi tu», rispose lei sorridendo.
Guidoni si era adeguato a modo tutto suo alla nuova normativa antifumo, nel senso che ognuno fumava a suo piacimento, facendosi alla stragrande i cazzi propri: che si trattasse d’un sigaro, d’una pipa, d’una semplice sigaretta o di un calumet della pace, non faceva alcuna differenza. Er provola aveva fatto sistemare una pseudoparete di carta velina rinforzata che, a suo dire, divideva il locale in due distinti ambienti, uno per i fumatori e uno per i non fumatori. Almeno non gli si poteva rimproverare la mancanza di fantasia.
Alessandro, che amava trovarsi in mezzo al fumo allo stesso modo in cui a un musulmano sarebbe piaciuto essere sepolto in mezzo ai maiali, aveva comunque deciso che, in via del tutto eccezionale, per quella sera non avrebbe sollevato obiezioni.
In silenzio, sotto lo sguardo complice di Chiara, aveva studiato attentamente il menù plastificato, nel quale tutte le pietanze finivano con la desinenza “one” oppure “otto”. Alessandro ricordava che in quel locale, oltre alle tradizionali pizze e a qualche orrendo piatto di cucina, venivano serviti – anzi, erano le specialità della casa, cui si doveva l’incredibile successo di quel posto – gli “struffoloni” e i “pizzotti”.
Lo “struffolone” era una sorta di pizza arrotolata a cannolo, che aveva una singolare e inquietante somiglianza con l’organo genitale maschile in erezione “barzottata”. Cosa ci fosse dentro era un mistero. “Segreto di Mario” c’era scritto sul menù: probabilmente carne di sorcio tritata o, quando disponibile in frigo, di gatto randagio, più altri ingredienti della sana tradizione mediterranea.
Il “pizzotto”, invece, era una sorta di pizza, più piccola e più tozza del normale, con sopra mozzarella, pancetta, broccoli, salsiccia piccante e cipolle. Per la sua alta digeribilità, il pizzotto era unanimemente consigliato, da tutti i dietologi più famosi, per l’alimentazione dei bambini e dei malati. Il nome aveva una sinistra assonanza con la parola “cazzotto” e infatti Alessandro pensò che, a giudicare dagli ingredienti, quella roba si sarebbe dimostrata ben peggiore di un pugno nello stomaco.
«Devi assolutamente assaggiare lo struffolo!» esclamò Chiara, che, come al solito, sprizzava entusiasmo da tutti i pori.
«Lo conosco, lo conosco» rispose lui guardingo. «Preferirei optare per una classica pizza funghi e prosciutto se non ti dispiace».
«Non se ne parla nemmeno!» replicò categorica lei. «Lo struffolone è la fine del mondo!»
Alessandro guardò la ragazza come un condannato guarda il suo carnefice, ma decise di fare come diceva lei. In fin dei conti, non sarebbe certo morto per quello.
Ordinarono e mangiarono gli struffoloni con gusto, anche se a quell’ora, con la fame che aveva, Alessandro avrebbe mangiato con rapace voracità qualsiasi cosa gli avessero messo davanti, si fosse anche trattato di un pezzo d’intonaco.
Il temibile piatto cominciò immediatamente a far sentire i suoi devastanti effetti sul suo apparato digerente, anche perché Chiara, come era prevedibile, gli aveva subito mollato metà del suo struffolo, pretendendo che lo finisse tutto. Gli ingredienti del maledetto cannolone arrotolato, con ogni probabilità già parzialmente putrefatti al momento della cottura, avrebbero continuato a marcire per ore all’interno del suo stomaco. Per lui si preannunciava una notte terribile, da trascorrere alle prese con una digestione lenta e faticosissima, probabilmente condita da numerose e spesso infide scorregge.
Anche per questo motivo, avrebbe volentieri fatto a meno del dolce, ma non poté purtroppo esimersi dall’ordinare il “nutellone”, che non era niente altro che uno struffolone inzeppato di nutella, dal contenuto calorico equivalente a quello di tre pasti completi, primo secondo contorno frutta e dolce.
«Ci vuole sopra una spruzzata di cacao?» gli chiese solerte il cameriere, posandogli davanti il piatto e prendendo nel contempo una specie di grande saliera piena evidentemente di cacao in polvere.
«Certo, grazie» rispose lui annuendo con decisione. «Versi, versi pure, mi raccomando. Altrimenti corro il rischio di digerire troppo in fretta e poi magari tra un ora mi viene di nuovo fame».
Chiara sorrise divertita, mentre il cameriere non colse o, più probabilmente, finse di non cogliere l’ironia di quella battuta, e spruzzò inesorabile una abbondante nuvola di cacao su quell’inquietante arnese ripieno di nutella.
Terminata la cena, pagarono in fretta il conto e uscirono dal locale, tutto sommato felici, rituffandosi nel freddo, terso e pungente, della notte romana.
Adesso era davvero ora di tornare a casa.
A dormire.