"Pazzapizzainpiazza" pag.2

Guidoni si era adeguato a modo tutto suo alla nuova normativa antifumo, nel senso che ognuno fumava a suo piacimento, facendosi alla stragrande i cazzi propri: che si trattasse d’un sigaro, d’una pipa, d’una semplice sigaretta o di un calumet della pace, non faceva alcuna differenza. Er provola aveva fatto sistemare una pseudoparete di carta velina rinforzata che, a suo dire, divideva il locale in due distinti ambienti, uno per i fumatori e uno per i non fumatori. Almeno non gli si poteva rimproverare la mancanza di fantasia.
Alessandro, che amava trovarsi in mezzo al fumo allo stesso modo in cui a un musulmano sarebbe piaciuto essere sepolto in mezzo ai maiali, aveva comunque deciso che, in via del tutto eccezionale, per quella sera non avrebbe sollevato obiezioni.
In silenzio, sotto lo sguardo complice di Chiara, aveva studiato attentamente il menù plastificato, nel quale tutte le pietanze finivano con la desinenza “one” oppure “otto”. Alessandro ricordava che in quel locale, oltre alle tradizionali pizze e a qualche orrendo piatto di cucina, venivano serviti – anzi, erano le specialità della casa, cui si doveva l’incredibile successo di quel posto – gli “struffoloni” e i “pizzotti”.
Lo “struffolone” era una sorta di pizza arrotolata a cannolo, che aveva una singolare e inquietante somiglianza con l’organo genitale maschile in erezione “barzottata”. Cosa ci fosse dentro era un mistero. “Segreto di Mario” c’era scritto sul menù: probabilmente carne di sorcio tritata o, quando disponibile in frigo, di gatto randagio, più altri ingredienti della sana tradizione mediterranea.
Il “pizzotto”, invece, era una sorta di pizza, più piccola e più tozza del normale, con sopra mozzarella, pancetta, broccoli, salsiccia piccante e cipolle. Per la sua alta digeribilità, il pizzotto era unanimemente consigliato, da tutti i dietologi più famosi, per l’alimentazione dei bambini e dei malati. Il nome aveva una sinistra assonanza con la parola “cazzotto” e infatti Alessandro pensò che, a giudicare dagli ingredienti, quella roba si sarebbe dimostrata ben peggiore di un pugno nello stomaco.
«Devi assolutamente assaggiare lo struffolo!» esclamò Chiara, che, come al solito, sprizzava entusiasmo da tutti i pori.
«Lo conosco, lo conosco» rispose lui guardingo. «Preferirei optare per una classica pizza funghi e prosciutto se non ti dispiace».
«Non se ne parla nemmeno!» replicò categorica lei. «Lo struffolone è la fine del mondo!»
Alessandro guardò la ragazza come un condannato guarda il suo carnefice, ma decise di fare come diceva lei. In fin dei conti, non sarebbe certo morto per quello.
Ordinarono e mangiarono gli struffoloni con gusto, anche se a quell’ora, con la fame che aveva, Alessandro avrebbe mangiato con rapace voracità qualsiasi cosa gli avessero messo davanti, si fosse anche trattato di un pezzo d’intonaco.
Il temibile piatto cominciò immediatamente a far sentire i suoi devastanti effetti sul suo apparato digerente, anche perché Chiara, come era prevedibile, gli aveva subito mollato metà del suo struffolo, pretendendo che lo finisse tutto. Gli ingredienti del maledetto cannolone arrotolato, con ogni probabilità già parzialmente putrefatti al momento della cottura, avrebbero continuato a marcire per ore all’interno del suo stomaco. Per lui si preannunciava una notte terribile, da trascorrere alle prese con una digestione lenta e faticosissima, probabilmente condita da numerose e spesso infide scorregge.
Anche per questo motivo, avrebbe volentieri fatto a meno del dolce, ma non poté purtroppo esimersi dall’ordinare il “nutellone”, che non era niente altro che uno struffolone inzeppato di nutella, dal contenuto calorico equivalente a quello di tre pasti completi, primo secondo contorno frutta e dolce.
«Ci vuole sopra una spruzzata di cacao?» gli chiese solerte il cameriere, posandogli davanti il piatto e prendendo nel contempo una specie di grande saliera piena evidentemente di cacao in polvere.
«Certo, grazie» rispose lui annuendo con decisione. «Versi, versi pure, mi raccomando. Altrimenti corro il rischio di digerire troppo in fretta e poi magari tra un ora mi viene di nuovo fame».
Chiara sorrise divertita, mentre il cameriere non colse o, più probabilmente, finse di non cogliere l’ironia di quella battuta, e spruzzò inesorabile una abbondante nuvola di cacao su quell’inquietante arnese ripieno di nutella.
Terminata la cena, pagarono in fretta il conto e uscirono dal locale, tutto sommato felici, rituffandosi nel freddo, terso e pungente, della notte romana.
Adesso era davvero ora di tornare a casa.
A dormire.