La frittata Fabergè pag.3

A queste pepate insinuazioni, il maitre replicò, con aria serissima e professionalmente indignata.
Innanzi tutto, pur conoscendo ogni aspetto della nobile cucina francese, questo chef Fabergè non gli risultava affatto. Aveva si sentito nominare le famose uova, ma in contesti che ne sconsigliavano l’ingestione da parte di persone sane di mente.
Quanto alla millanteria di riuscire a soddisfare ogni desiderio della clientela, essa era invece pura realtà e se il suddetto signore avesse insistito nelle sue pretese, da Maurice avrebbe indubbiamente trovato di che sfamarsi, dopo un ragionevole lasso di tempo, necessario a procurare quanto richiesto. Terminò quest’ultima frase con tono secco, sottolineando ancora la pericolosità insita nel nutrirsi di siffatte uova, che sarebbero state fornite al cliente solo dopo congruo assegno e firma di una liberatoria, che scagionasse il locale da ogni probabile conseguenza per la salute del cliente stesso.
Benissimo, replicò Ivan Ivanovic, firmo ciò che volete. Portatemi una bella frittata di quattro, anzi no, di sei uova.
Quindi si predispose ad aspettare, allietato da alcune bottiglie di ottimo Borgogna annata ’85, dal costo di alcune migliaia di euro cadauna.
Nel frattempo il maitre setacciò tutti i musei e le case d’asta del mondo, offrendosi di comprare sei uova Fabergè a qualsiasi prezzo, che ne andava del buon nome del locale, che diamine e non sia mai detto che da Maurice la clientela non trovi ciò che cerca, foss’anche un brasato di unicorno, se è il caso.
Il mattino seguente, un vagone portavalori, scortato da decine di agenti di una nota società di sicurezza, prelevò un pacco all’aeroporto Charles De Gaulle, recandolo in fretta e gran segreto nelle cucine di Chez Maurice.
Dopo circa mezz’ora il maitre si approssimò al tavolo ove sedeva Ivan Ivanovic, visibilmente sbronzo.
Quanto richiesto dal signore e finalmente disponibile. Voglia avere la compiacenza di firmare la liberatoria. Qui, qui e ancora qui, indicò con un dito dall’unghia curatissima, il costo del piatto è di ventisei milioni di euro. Il signore è ancora del parere di consumare quanto richiesto?
Certo che si, rispose Ivan Ivanovic con gli occhi rossi e lucidi, non avrei sprecato un intero giorno se così non fosse. Si sbrighi a portarmi la mia frittata!
Lo chef gradirebbe sapere se il signore gradisce un po’ d’erba cipollina nel contesto.
Ci metta ciò che vuole, starnazzò l’imprenditore abbrancando il collo dell’ennesima bottiglia, è il suo mestiere, non il mio. L’importante è che non copra il sapore delle uova. Non mi va di spendere ventisei milioni di euro, per una frittata che sa di cipolla.
Di ciò non dubiti. Il sapore della frittata sarà alquanto … peculiare … se mi è concesso usare quest’espressione.
Un quarto d’ora dopo, due emozionatissimi camerieri deposero davanti ad Ivan Ivanovic un piatto con sopra un lingotto dorato, da cui spuntavano qua e la delle pietre preziose.
C’è voluto il tempo di raggiungere la temperatura di fusione. Il signore gradisce una baguette per accompagnare il tutto?
Che roba è questa?
domandò Ivan ivanovic.
Una frittata di sei uova Fabergè, rispose il maitre senza scomporsi.
Ivan Ivanovic saggiò il lingotto con una forchetta. Sembra metallo, disse.
E’ metallo. Oro a ventiquattro carati nella fattispecie, ricoperto di smalto bianco e pietre preziose. Ognuna di queste uova era una creazione unica, realizzata dal famoso Peter Carl Fabergè, gioielliere di corte, per conto dello zar Alessandro III di Russia.
Il signore ha forse cambiato parere e desidera qualcos’altro in sostituzione?

Fossi matto, rispose Ivan Ivanovic, con quello che mi è costata! E cominciò ad addentare la tanto sospirata frittata in un croccante rumore di denti rotti.