"Il marchese occidentale" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

"Il marchese occidentale" pag.1

Si parla di un’epoca, in cui era di gran moda che ogni regno avesse il suo bravo navigatore, il quale se ne partisse alla ricerca di nuove terre, sfidando pericoli al di là dell’immaginazione.
Se l’Ispagna aveva un Colombo, un Magellano, il Portogallo annoverava un Pigafetta e l’Inghilterra possedeva un Horn, pure casate minori, non tanto per lustro, quando per estensione dei domini, annumeravano tra la popolazione qualcuno di questi ardimentosi, pronti a sfidar la sorte su dei gusci di noce.
Il marchese Lodovico, della nobile casata dei signori di Piombino, s’arrovellava intere giornate, pensando al discredito che sarebbe certo caduto sul suo stemma, se anch’egli non avesse armato una spedizione, atta ad accrescer, in egual misura, conoscenze e ricchezza.
E difatti, da più di due anni, un bastimento languiva nel porto di Genova, in balia d’alghe e cirripedi, inalberando orgogliosamente lo stendardo dei signori di Piombino.
Armar un legno è cosa facile. Basta far venire alla luce qualche tallero, parecchi in verità, mercè la mano levatrice del bagello, per acquisire la proprietà di una delle tante bagnarole, sconquassate e sbilenche, che si riscontrano sovente, adagiate in vari gradi d’inclinazione, nei porti del Mediterraneo. Anche per l’equipaggio non si riscontrano soverchie difficoltà, che nei suddetti porti non è affatto impresa ardua, riscuoter l’interesse di gente coraggiosa, mai sazia d’ardimento e conoscenza, implorante l’araldo incaricato del reclutamento di partir più in fretta che si puote, tanto è il desiderio d’esplorazione e se il balivo non ottempera a tale richiesta o il capitano solleva una qualche difficoltà, tali gentiluomini s’approssimano al legno successivo, ardenti d’impazienza, a maggior ragione se compare qualche ronda di birri all’estremità dei moli.
Diverso è invece trovare un capitano. Di uomini spicci con la bussola e in gran dimestichezza di sestante, soverchi ve n’è ed anzi, andando per taverne, se solo si ha la compiacenza d’attendere il terzo o quarto gotto di liquore, se ne vedranno di capaci di menar la nave fino al Cipango, e v’è chi lo raggiunse in sole sei settimane, chi in quattro e chi addirittura in tre.
L’aspetto più singolare dell’intera vicenda, consiste nel fatto che codesti capitani, da sobri, son tutta gente umilissima, che giammai millanterebbe l’esser giunta più in là della Sardegna, questo senza dubbio per l’innata modestia che contraddistingue l’uomo di mare e ce ne vuole di liquore, e del più fine, per far spiccicare verità a certi palati.
In ogni caso, tali capitani, abilissimi a navigar nel vino, dinnanzi ad imprese un poco più robuste, sollevano impreviste difficoltà e ben lo sapeva il signore di Piombino, il quale assoldati due o tre di essi, in più riprese, per armare il legno che si è detto, e ricovertili d’oro da capo a piedi, pure se li vedeva ritornare in porto in capo a mezza giornata, perché una volta il libeccio s’incaponiva, altra volta cattivo scirocco rischiava di danneggiar le vele, o era il mare ad esser troppo agitato, troppo calmo o troppo salato. Insomma, per compier un’impresa che si definisca tale anche agli occhi del più distratto o sprovveduto degli uomini, non basta un capitano qualunque, bensì necessita un ammiraglio della stazza di un Colombo o di un Magellano, che crean le terre nel pensiero, prima di iscovrirle in su la carta.
Invero è facile, argomentava il nobile Lodovico, iscovrir nuovi continenti. Basta adocchiare uno spazio vuoto su una mappa e collocarvi, a seconda della bisogna e dell’ambizione personale, di volta in volta un’isola, un arcipelago, una colonia. Farvi rotta e riscontrare quanto immaginato, gli parrebbe allora soltanto naturale conseguenza. Più che di coraggio quindi, il mestiere d’ammiraglio abbisognerebbe di fantasia.
Quanto a sé, il nobile Lodovico dei signori di Piombino, non aspirava certo a riscovrir le americhe, che non capita tutti i giorni una simile sfacciata fortuna. Si sarebbe accontentato, piuttosto, anche d’una piccola isoletta, d’un atollo, d’uno scoglio, sì da poter dire, nei consessi delle teste coronate, perdonate principessa se tardai a lo vostro invito, ma l’amministrazione delle colonie è cosa greve e parecchie faccende dimandarono la mia attenzione, prima della partenza.
Poco importa, se la colonia in questione è talmente piccola, che nemmeno una palma vi troverebbe agio sufficiente a metter radici. In questa come in altre cose, è importante il principio.
Invece il signore di Piombino, era costretto a rimanere in ombra e pur s’inveleniva, ogniqualvolta in occasione di feste e celebrazioni, udiva il re d’Ispagna sospirar i suoi fardelli al re del Portogallo, per via di certe tempeste che rallentavano l’afflusso d’oro dalle americhe o quando il sovrano d’Inghilterra si lamentava dei pirati che infestavano le rotte dei Caraibi e perfino le case d’Olanda e del Belgio, lagnavano impicci nell’amministrazione delle terre d’oltremare.
Dateli a me, pensava il marchese Lodovico, visto che codesti possedimenti vi procurano sì tanti grattacapi. Ma al pensiero giammai seguiva azione, cosicchè era costretto a ritirarsi nell’ombra, in compagnia di cortigiani e plebaglia, roso dal livore e dall’invidia.

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D’altronde di che si sarebbe potuto lamentare egli, di fronte a casate che mostravano bandiera al sole per tutta la durata del suo cammino in cielo?
Prima di recarsi ad ogni consesso d’alta società, chiamava il suo amministratore per farsi rinfrescare la memoria, su quanti e quali patimenti d’amministrazione avrebbe potuto elencare, di fronte alla gran massa di teste coronate. Pure l’amministratore, uomo d’indole generosa e gentile, si sforzava di trovar problemi, giungendogliene a crear di sempre nuovi, pur di non far sfigurare il proprio signore dinnanzi ai suoi pari.
Lo scorso mese tre vacche morirono, marchese, nel tentativo di dar alla luce i vitelli!
Tu vuoi burlarti di me! Pensi che codesto grattacapo reggerebbe, di fronte ai patemi del sovrano di Danimarca, che possiede colonie fin lassù, dove alberga l’eterno inverno?
Al che il povero amministratore scorreva i registri contabili, alla ricerca di nuove cagioni di malessere.
La vite fu a lungo afflitta da malattia, mio signore, tale che, terminata l’estate, la vendemmia risultò ben poca cosa.
E tu, ignobile stolto, ritieni che tale evento regga il confronto con le angosce della casa di Braganza, che in primavera, nel pittoresco Brasile, ebbe devastate centinaia di piantagioni di cacao da una nube di cavallette?
Insomma, mai che il marchese potesse giungere ad un festino con il sorriso sulle labbra, ansioso di vantare un terribile impiccio da confidare agli altri nobili.
Aveva ben voglia, il pover’uomo, d’implorar sui suoi possedimenti sciagure e pestilenze, calamità e cicloni. Al massimo veniva giù qualche timida pioggerellina e se egli si recava subito nei campi, sperando in chissà quali devastazioni, subito i contadini lo rassicuravano, sperando di fargli cosa gradita, che niuna coltivazione aveva sofferto ed anzi, rinvigorita dalle precipitazioni, di più e meglio, quell’anno la terra avrebbe dato.
Nonostante tutta la sua amarezza, il marchese Lodovico ben si rendeva conto che era la piccolezza dei suoi possedimenti, per somma jattura collocati in zona salubre e dal clima mite, a dettar la sua sfortuna. Anche un fazzoletto di terra, ne era certo, ubicato ai Tropici o nelle americhe, avrebbe attirato su di sé ogni genere di cataclisma. Già s’immaginava, nelle sale degli specchi e nei palazzi d’inverno, pavoneggiarsi lamentando che l’eccessivo ribasso delle noci di cocco, avrebbe certo invalidato i suoi investimenti nelle terre d’oltremare o che un recente ammutinamento gli aveva dimezzato la flotta.
Implorato avrebbe, la virtù di nostro signore Gesù di camminar sull’acque, ed inveito contro l’infigardia degli indigeni, che se da digiuni son macilenti e inabili, da satolli son pigri e recalcitranti se non si mette mano alla frusta e certo avrebbe chiesto lumi al re d’Ispagna, che pure di fruste ne aveva parecchie a schioccare, nelle sue colonie di Ponente.
Anche alla sua corte, ne era certo, un dì si sarebbe raccolta la solita marmaglia di avventurieri ansiosi di proporgli progetti e investimenti, imploranti il comando di una flotta, il governo di una tenuta. In questa come in altre cose, il difficile è cominciare, si ripeteva il signore di Piombino.
Una volta posseduto il primo scoglio al di là del mare, altri ne sarebbero venuti.
Ma il difficile stava, come si è detto, nel reperire un ammiraglio dotato di fantasia e più passava il tempo, più ne occorreva, che sulla mappa s’accrescevano continuamente i possedimenti delle altre casate e sempre meno spazi vuoti restavano, su cui apporre il vessillo di famiglia.
Bandi su bandi si susseguivano, in cui si leggeva che il marchese di Piombino, signore delle fattorie di Trecolli, duca del lago paludoso e cognato del barone di Guastalla, offriva gagliarda ricompensa a qualsivoglia ammiraglio avesse talento di portar la sua bandiera oltre l’orizzonte, sì da conquistare possedimenti a maggior gloria del marchese stesso, in cambio dei quali riceverebbe il governatorato di quanto scoperto, per sé ed i propri discendenti, fino ad un massimo di generazioni tre.
Ogni lunedì, il marchese apriva udienza nella sala del suo piccolo castello, in compagnia dell’amministratore, sperando in chissà quali progetti sottoposti alla sua benevola attenzione.
Pure nessuno vi compariva e il freddo corridoio che immetteva nel salone, restava implacabilmente deserto.
Nei bandi successivi si pensò d’aumentare la durata del governatorato, estendendolo a quattro e poi cinque generazioni, senza ottenere risultato.
Ahimè, gemeva il buon marchese, cotanto in basso è caduta ogni eroica virtù! In altre epoche, ricche d’uomini di tempra, s’imploravano i signori di concedere tre misere navi, mentre adesso siamo noi sovrani a dover implorare. O tempora, o mores!
Finchè un bel giorno, quando l’ennesimo bando aveva esteso la durata del governatorato alla settecentoventitreesima generazione, purchè in linea diretta, uno sconosciuto si presentò al castello, domandando udienza al nobile signore di Piombino.
Che vorrà costui? chiese il marchese alquanto infastidito, perchè di lì a sei settimane si sarebbe svolta la festa d’onomastico del re di Francia e si sa che codeste feste son dolori, giacchè lui, come sempre, non avrebbe avuto di che lamentarsi.
L’uomo che chiese di parlare con vossignoria, rispose umilmente l’amministratore, sostiene di chiamarsi Ferdinando de’ Rustici d’Amalfi e pretende d’esser appellato ammiraglio!

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Un ammiraglio? E che aspetti ad introdurlo? Orsù spicciati, ardo dal desiderio d’ascoltarlo! ordinò il marchese in preda all’agitazione, che già il nome parmi di buon auspicio, giacchè costui di nome fa Ferdinando, come il sommo Magellano, cui segue un Rustici che s’assomiglia assai a quel Rustichello da Pisa cui il grande Marco Polo dettò memoria delle sue imprese, inoltre proviene da antica repubblica marinara e quindi codesto uomo è certo in odore d’ardimento ed atto ad apparecchiar fortuna!
Al che il marchese fece disporre ogni sorta di cibi e selvaggina sulla tavola, non sembrandogli vero d’ospitare un ammiraglio nel suo castello.
Con un po’ di sorte ed andando per le spicce, di lì a sei settimane avrebbe posseduto una qualche colonia, da vantare al cospetto del re di Francia e degli altri sovrani ed anche se non si fosse giunti a tempo per siffatto obiettivo, pure l’aver armato una spedizione, con tutti i grattacapi e gli impicci che tale frangente comporta, avrebbe accresciuto il suo status.
Lo vedete quello lì? avrebbe certo sussurrato la piccola nobiltà, nel vederlo discorrere con il re d’Ispagna o d’Inghilterra, è il signore di Piombino. Si dice che abbia inviato una flotta nelle terre d’Oltremare!
Lo scalpiccio proveniente dal corridoio, riscosse il marchese dai suoi pensieri. Come sarà codesto ammiraglio? si domandò tra sé e sé, immaginandoselo alto ed imponente, nero di chioma e di pelo, con la voce fragorosa come un tuono e le membra possenti. Uno di quegli uomini che impegnano battaglia col dimonio stesso, pur di riuscire in quanto intrapreso, giammai satolli, né d’ambizione, né di ricchezze, amanti infaticabili, quali stalloni tra le giumente, e gran bevitori e mangiatori, affinché mai si placasse il fuoco che ardeva loro nelle vene.
Grande sorpresa fu, quindi, l’introduzione al suo cospetto di un ometto pallido e scarno, che a malapena superava in altezza in metro e mezzo, gracile come un giunco e abbastanza malmesso a torace, tanto che il marchese si scostò alquanto, temendo il mal sottile.
E sareste voi l’ammiraglio? domandò il signore di Piombino nel suo tono più imperioso.
Invero sì, caro marchese, rispose l’ometto con una certa qual condiscendenza.
Di grazia, quante ardimentose imprese portaste a compimento?
Niuna, marchese mio, che giammai navigai per mare e nemmeno per fiume, lago o stagno, se è per questo!
E dopo codeste parole, possedete la faccia tosta di definirvi ammiraglio? sbottò il marchese in tono aspro.
Forse che il grande Colombo non era tale, ancor prima d’iscovrir le americhe? E il sommo Aristotile, non diede prova d’ingegno ben in anticipo rispetto a quando venne in notorietà al mondo? Non siamo forse usi definir una pianta dal frutto, piuttosto che dal fiore? Quello lì continuò indicando un albero che s’intravedeva nel parco è un melograno, anche se siamo ancora a Giugno, o dovremo forse attender Ottobre, per appellarlo tale?
Invero parrebbe di sì! esclamò il marchese, travolto da cotanta eloquenza.
E allora mi par giusto definirmi per ciò che sarò, piuttosto che per ciò che sono, continuò l’ometto.
Quale impresa siete in animo di propormi? domandò il signore di Piombino.
Un’impresa che, pur non costando un solo tallero, eccettuati quelli che vossignoria avrà la compiacenza di elargirmi, renderà la casata vostra padrona di tutto quel che c’è di disponibile, sotto il cielo e sopra il mare, non dovessi più chiamarmi Ferdinando de’ Rustici d’Amalfi.
Dite, dite! esclamò il marchese in preda all’eccitazione.
Alto là, signor mio! Pur concedendo credito al vostro nome ed alla vostra reputazione, non posso impegnarmi una parola in più, se prima non farete quanto vi dico!
E cioè? chiese il signore di Piombino.
Date agio al vostro servo disse indicando l’amministratore, di scriver quanto segue :
Io, marchese Lodovico di Piombino, concedo in governatorato all’ammiraglio Ferdinando de’Rustici d’Amalfi, qualsivoglia terra egli ponga sotto le mie bandiere, mercè l’ingegno e lo valore suo.
Firmate il folio con bollo e ceralacca e sarò vostro anima e corpo! concluse l’ammiraglio.
Completata febbrilmente la stesura di quanto richiesto, il marchese vi appose il suo personale sigillo, porgendo la pergamena a Ferdinando.
Questi controllò rapidamente se tutto era in regola quindi, sedutosi comodamente in poltrona, si versò un bicchiere del vino migliore.
Dunque marchese, è forse vera la teoria di mastro Cristoforo Colombo, in base alla quale la terra non sarebbe piatta, così come erroneamente supposto dagli antichi, bensì rotondeggiante, tale che se per ventura io menassi all’infinito verso Ponente, prima o poi raggiungerei il Levante?
Così pare, rispose asciutto il signore di Piombino.
E se dunque codesta teoria è ormai cosa certa, vi basterebbe proclamar lo dominio vostro, su tutte le terre a Ponente delle americhe, per diventare immantinente lo duca d’ogni luogo!
Ma a Ponente delle americhe non vi son terre senza padrone! argomentò l’amministratore del marchese, mostrando di conservare, almeno lui, un barlume di logica.
Chi sarà mai, codesto servo vostro, per impicciarsi di questioni politiche? domandò l’ammiraglio con tono risentito.
Tacete amministratore! intimò il marchese, non vedete che qui si stanno trattando cose più grandi di voi?

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Ma, mio signore!
Tacete ho detto! Altrimenti sarò costretto a mettervi ai ferri!
Ad un cenno del signore di Piombino, l’ammiraglio continuò a parlare.
Insomma, come vi dissi, basterà emettere un semplice proclama, e tutto sarà vostro!
Ma, gli altri sovrani non troveranno da obiettare? chiese timidamente il marchese.
Certamente, rispose l’ammiraglio, ma a voi basterà inserire nel proclama un codicillo, in cui dite che lo vostro dominio non s’applica su terre già iscoverte da altri! Forse che il re d’Ispagna, quando mandò i suoi emissari nelle americhe, si fece scrupolo d’annetterle alla sua corona, senza interpellar niuno, e verificare prima se qualcun altro avanzasse pretesa sulle medesime terre?
Invero, a me nulla dimandò! esclamò il marchese.
E come non dimandò a voi, altrettanto fece con l’altrui sovrani, tanto che il re del Portogallo gran scorno ne ebbe e ci volle metà della popolazione di Tordesillas, affinché le due corone non addivenissero a vie di fatto.
Ma se anche facessi ciò, nulla me ne verrebbe, che restando salve le terre già iscoverte, a Ponente delle Americhe null’altro vi è che potrei reclamare!
Ciò non è completamente falso, ma nemmeno completamente vero! rispose l’ammiraglio.
Cosa volete intendere, con codeste parole?
Cosa vi è, subito a Ponente delle Americhe?
Il lontano Oriente, in tutto il suo splendore e mistero.
Ve ne prego, siate più preciso.
Il grande mare, che il gran Ferdinando vostro omonimo battezzò Pacifico!
E dopo di quello?
Le isole del Giappone, di proprietà del Mikado!
E dopo quelle ancora?
Il Cipango del gran Cane cinese, così come narra Marco Polo!
E quindi?
Il grande impero dei nemici della religione, che spinge le sue propaggini fino alle porte d’Europa e d’Africa.
E superato l’impero turco?
A nord le immense steppe del Piccolo Padre, ad ovest i domini della corte di Vienna.
E poscia?
L’intera Europa.
E in tale Europa voi non possedete qualche terra?
Certo che sì! Possiedo la terra in cui ci troviamo. Il marchesato di Piombino, le fattorie di Trecolli ed il lago paludoso!
E non potreste forse argomentare che, per effetto della rotondità della terra, tali vostri possedimenti si trovano a Ponente delle Americhe, appartenendo quindi, in definitiva, al lontano Oriente?
Indubbiamente potrei!
Ed allora se potete in ciò, potrete anche vantarvi, in presenza dei vostri pari, degl’infiniti grattacapi che vi procurano le vostre colonie, situate laggiù, nel lontano Oriente.
Un moto di stupore attraversò il volto del marchese. E’ vero! Non ci avevo mai pensato! Signore, voi mi donate dei possedimenti orientali, con codesta semplicità e senza muovervi da codesto castello! esclamò ammirato.
Anche Colombo iscovrì le americhe nel segreto della propria camera e tornato dal viaggio, schiacciò un uovo contro il tavolo, per mostrare a tutti la semplicità della propria idea! rispose l’ammiraglio.
E fu così, che da quel giorno, il marchese di Piombino divenne imperatore del Gran Piombinato d’Oriente, di cui nominò Governatore l’ammiraglio Ferdinando de’ Rustici da Amalfi e seppur il nuovo titolo e le argomentazioni atte a sorreggerlo, suscitassero gran risate nelle corti europee, il neoimperatore non se ne diede per inteso, parendogli, da quel momento, esser diventato padrone dello mondo.
Passarono gli anni, trascorsi in lieta gaiezza dal sedicente imperatore giacchè, con il pretesto di irriderlo, se lo contendevano tutte le teste coronate d’Europa e sovente il re d’Ispagna, quello di Francia o del Portogallo, presolo sottobraccio, gli chiedevano lumi e consigli sull’amministrazione dell’impero, al che tutti i presenti scoppiavano d’ilarità, senza suscitare per altro sospetti, nel buon marchese, che riteneva per questo d’esser oggetto di simpatia e d’altissima considerazione.
Fattosi molto vecchio, anche per lui, come per tutti gli uomini, giunse la morte, proprio mentre stava dettando una lettera indirizzata all’illustrissimo fratello, monarca del regno d’Inghilterra, in cui dispensava innumerevoli consigli su come sedare la rivolta dei cipays nella lontana India, portando ad esempio la lite tra due porcai, da lui risolta con pacatezza alcuni giorni addietro.
Chiamato di gran furia il cerusico, costui non potè che constatarne il decesso, tra le lacrime dei servi e dei contadini, stretti intorno al suo capezzale. Dopo la rituale veglia, venne il giorno del funerale, cui assistettero tutte le famiglie d’Europa, ansiose di irriderlo da morto, dopo averlo deriso da vivo.
Nel silenzio generale, rotto da bisbigli e risatine, gli astanti videro giungere il sedicente ammiraglio Ferdinando de’Rustici, curvo sotto il peso di un’enorme lapide, che depose sulla tomba di colui che era stato il suo signore.
Fatto questo, il governatore del Gran Piombinato d’Oriente s’inginocchiò un momento e poi, fattosi il segno della croce, s’allontanò nel vento, scomparendo per sempre dalla vista e da codesta storia.
Mossi da curiosità, tutti i sovrani s’approssimarono alla lapide, leggendovi la seguente scritta :
Qui giace sua Maestà Lodovico I, imperatore del Gran Piombinato Orientale, marchese di Piombino, signore delle fattorie di Trecolli, duca del lago paludoso e cognato del barone di Guastalla.

Se di titolo e dominio
Grande fu la sua follia
Non commise mai abominio
Giammai nocque a chicchessia
Se fu irriso nelle corti
Come semplice e bislacco
non sottrasse alle sue genti
Né capanna né bivacco
Chi può vantarsi d’altrettanto
Per l’intero enorme mondo?
Ci lasciò come rimpianto
Non avercene un secondo
Se ogni sire ogni potente
Matto fosse in tal misura
Invero su ogni continente
Svanirebbe la paura
Si commise mai in suo nome
Né una strage né una guerra
nè intenzioni fuor più buone
Raro esempio sulla Terra
Voi rideste un dì di lui
Celiando la sua infermità
Ma il Gran Giudice, di voi
Assai meno riderà