Ebook Gruppo di lettura condivisa

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"La strategia dell'ariete" di Kai Zen

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BESTIARIO Le torri , i cavalli, gli alfieri, i re e le regine della strategia
Cina 1922
Shanfeng È un sicario della società della Triade di Shanghai. È un militante e attivista del neonato partito comunista cinese, affascinato dalla figura di Mao Tse-tung. È il fedele servitore di un ricco studioso occidentale, del quale custodisce le incredibili scoperte. È un oceano di contraddizioni, un orfano, un assassino. È un chicco di riso, uno dei tanti, in attesa della futura rivoluzione. “D’un tratto una fitta, gelida e improvvisa, gli lacerò il perineo e subito si trovò a terra, in preda a un dolore fiammeggiante, con una mano estranea sulla bocca e un forte peso sul petto: un uomo. «Sai perché senti dolore, Yuan?» L’aggredito riconobbe subito la voce di Shanfeng, che lo sovrastava nell’oscurità. «Senti dolore perché hai appena perso qualcosa, qualcosa di molto importante per un uomo.» A queste parole, lo shock della consapevolezza rese ancor più dolorosa l’amputazione appena subita, finché il sapore dolciastro dell’impiastro colloso che Shanfeng gli premeva sulle labbra gli invase il palato suscitandogli un conato. «Non è poi gran cosa visto così, vero? Che sapore ha, è buono? A guardarti non sembrerebbe. Dovrai mangiarlo comunque, perché non è educato rifiutare un’offerta. Te la manda Hung, te la ricordi?» Gli occhi sbarrati e lucidi di Yuan-che balenavano nel buio; il ferito cominciò a tremare e a perdere sensibilità. Prima che l’oblio lo raggiungesse, però, Shanfeng lo colpì di nuovo, stavolta al torace. «Questo invece è da parte mia, e quest’altro… da parte del professor Hofstadter.» Con un’ultima vibrazione della lama gli spaccò il cuore. Si allontanò, lasciando nell’oscurità quell’ammasso gorgogliante, grottesca scultura di carne raffigurante un ermafrodito con i genitali che gli fiorivano in bocca. Disgustoso simulacro dell’uomo ben più disgustoso che era stato in vita.” Hans Deruyter Marinaio olandese al servizio della Triade. Rughe da vecchio scavate su una faccia da bambino. Freddo come il coltello che è maestro nell’usare. L’intransigenza calvinista, retaggio delle sue origini, stride con la doppiezza della sua personalità e dei suoi fini, e gli produce un malessere costante. È solo una pedina e sa di esserlo, l’insignificante figura di un ordito più complesso. La figura rappresentata da quell’ordito è talmente estesa da risultare invisibile: l’Ariete. Hans riusciva sempre a imporsi calma assoluta, quando doveva usare il coltello; sapeva bene che le lame sono armi passionali, accentuano l’emotività di un’azione che non c’è bisogno di esasperare ancor di più col proprio nervosismo. Dopo anni di esperienza, anni in cui aveva imparato a dar sempre meno valore alla vita – la sua e quella altrui –, la paura e la tensione degli istanti prima di uno scontro si erano trasformate in curiosità. La tranquilla curiosità di uno spettatore esterno che vuol solo vedere come va a finire. Un atteggiamento utile, che in quei frangenti gli regalava sempre un’oncia di lucidità in più rispetto agli avversari. E la lucidità, col coltello, è tutto.
L’olandese impugnava l’arma in modo saldo ma sciolto, il polso rilassato e la mano immobile lungo la coscia. A intervalli regolari grattava con il taglio della lama la cucitura dei pantaloni, in modo da non abbandonare mai l’immagine mentale che si era creata del coltello, l’ingombro dell’acciaio nello spazio, su cui avrebbe dovuto misurare i propri affondo… Prof. Einrich Hofstadter Studioso tedesco. Ha dedicato l’ultima parte della propria vita all’inseguimento di una chimera, che ha cercato di verificare con l’ausilio della ricerca scientifica. Le sue peregrinazioni lo hanno condotto a Shanghai, a un passo dalla meta. Aprendo il portone dell’elegante villino ai margini della Concessione francese, il professor Einrich Hofstadter sperimentò una curiosa sensazione di smarrimento: da tempo attendeva il recupero dei vasi. Eppure non provava il senso di appagamento che si sarebbe aspettato. La sua stessa casa gli sembrava ostile e ignota. Dopo aver congedato i facchini e richiuso la porta alle spalle, tornò nel soggiorno del pianoterra, dove lo attendevano le casse, che accarezzò distratto passandovi accanto per raggiungere il bovindo. Scostò la tenda di mussola e guardò in giardino, attraverso gli stretti pannelli di vetro. Ombre fitte si allungavano sempre più. Al proprio riflesso sul vetro, Hofstadter accostò l’immagine della moglie come la ricordava, fragile ed elegante, afflitta da una salute precaria e da un inguaribile temperamento malinconico. La sua assenza non le era stata certo d’aiuto. Clarisse, ho atteso anni e sacrificato la vita al traguardo davanti al quale mi trovo, senza mai un dubbio, senza mostrare alcun cedimento. E adesso… è come se la ricompensa non fosse sufficiente a ripagarmi di tutte le rinunce, del tuo sorriso e di quello di Dietrich. Yu-Hua È lo Shan Chu, il grande capo della società segreta della Triade. La testa del dragone. Il fratello maggiore. Chi vuole qualcosa a Shanghai negli anno Venti deve andare a chiederla a lui. Un criminale e un benefattore. Un leader assoluto. Tenui fasci di luce filtravano nella stanza attraverso le cortine della finestra, sfiorando la sagoma minuta di Yu-Hua, che restava protetta nell’ombra. Un effetto di certo voluto e destinato a impressionare quelli che venivano a chiedere i suoi favori. Stava sempre con la schiena molto dritta, una postura forse scelta per compensare la sua bassa statura e le spalle strette. Ma nonostante i suoi limiti fisici, nessuno avrebbe mai dubitato del suo potere. “Cos’hai per me oggi?” “Drago d’oro ha cambiato casa. La sua nuova dimora sarà quella che avevamo scelto per lui.” “Molto bene, Shanfeng.” Il tono preciso e annoiato di Yu-Hua suonava già come un congedo, ma il giovane esitò, rimanendo impalato davanti al capo. “C’è altro?” “Avrei una richiesta. O meglio, una persona a me vicina ha una esigenza che l’organizzazione può soddisfare ricavando un adeguato tornaconto.” Yu-Hua sbottò in una breve risata: “Bene, mio piccolo sensale, ti ascolto.” Mao Tse-Tung Attivista e oppositore del formalismo autoritario confuciano, nel 1921 a Shanghai è tra i fondatori del partito comunista cinese. Per la Cina è l’uomo del destino.
La stanza era piccola, odorava di chiuso e di umido. Un seminterrato vicino al porto, impregnato degli umori che lo Huangpu rilasciava nella terra molle del suo letto. Mao era seduto su una branda, le mani appoggiate ai lati delle cosce, la schiena diritta. L’aspetto non aveva smarrito l’imponenza di un tempo. La giacca di taglio essenziale era abbottonata fino al colletto, nonostante il caldo. Lesse i pensieri di Shanfeng nella sua espressione. “La Rivoluzione ha sempre origine in luoghi malsani, è per questo che il destino della Cina è segnato.” Rise piano. I due si guardarono per qualche secondo, poi annuirono.
Sudamerica 1944-48
Dietrich Hofstadter l'imperatore
Hiro Otaru l'eremita.
Felipa la papessa. Arthur Fillmore il bagatto. George Ponticelli Il matto.
Usa 1957
Shelley Redhead Copeland Ex bambina prodigio, rinchiusa in non meglio precisati istituti federali per le sue qualità cognitive, la rossa Shelley è una dei migliori giovani agenti della CIA nel 1957. Molto bella, intelligente e calcolatrice, è una donna considerata da tutti affascinante e pericolosa. Ha una relazione con Ronald Folberg, un funzionario della compagnia più alto in grado. Per opportunismo, o forse per capriccio. Lo deride, lo domina, ne subisce il fascino rozzo e redneck.
Capisce dai suoi movimenti che ha qualcosa di grosso per le mani e per istinto femminile, o per calcolo, o dovere professionale, si intrufola e va a finirci dritta in mezzo. Shelley Copeland era a un punto critico. La faccenda era diventata davvero troppo per lei. Dopotutto voleva solo giocare, come al solito, con uomini e potere. Recitare la parte di femme fatale, vedere l’effetto che provocava sulla gente intorno. Oltre le ostentate maschere di efficiente agente della cia, di meschina arrampicatrice sociale, o donna di facili costumi, non era altro che una ragazzina, Redhead. Ma era tardi ormai. Troppo tardi per regalare ai presenti una semplice smanceria delle sue e togliere il disturbo. Ora aveva a che fare con un ospite di riguardo, non uno dei soliti idioti che era abituata a prendere in giro. Uno che si arrabbia facilmente. Un cattivo vero. Al-Hàrith. Ore 8.47. Shelley Copeland aprì la porta dell’appartamento B15. Uscì con cautela, si guardò intorno. Lo sguardo intenso, glaciale. Vestiva un completo marrone scuro, elegante e austero, un cappello nero con velo davanti agli occhi verdi, grandi e lucidi. Pensava a cosa inventarsi da lì a qualche secondo, quando avrebbe incontrato la faccia dell’assonnato uomo di turno in reception. Qualcuno doveva trasportagli il congelatore in auto. Era un bel rischio, ma non aveva altra scelta. Nel caso di domande indiscrete, avrebbe detto che si trattava di una moderna apparecchiatura medica, cosa c’era di strano? All’arrivo al Rosebowl due sere prima era andato tutto liscio, nemmeno avevano badato all’arnese. Come non soddisfare una richiesta di aiuto di una squisita signora? Armi improprie dell’agente federale Copeland. Ronald Folberg Funzionario della CIA dalla carriera sospetta. Uomo dal fare rozzo, opportunista. Sembra protetto, sotto controllo, come una pedina. Avanza di grado, frequenta ambienti poco raccomandabili. Poi un giorno decide di salutare tutti e scapparsene al sole con un po’ di grana, ma non ha fatto bene i suoi calcoli. Ron Folberg aprì la porta di colpo e se la sbatté alle spalle, senza voltarsi. Adorava iniziare in quel modo gli interrogatori della feccia umana di turno. Spaventare per ottenere il massimo risultato. Di cinesi poteva farne entrare ancora uno o due, per tutto il resto dell’anno. Non di più. Si ritrovò davanti un uomo sui quarant’anni, dall’aspetto trascurato e in apparenza inoffensivo. Il respiro lento e asmatico: pessime condizioni di salute. Ma gli occhi erano piccoli e svegli, profondi. A suo modo un tipo inquietante. Folberg esordì come da manuale. «Signore, negli Stati Uniti d’America vige il Chinese Exclusion Act, a norma del quale i lavoratori cinesi non possono ottenere il permesso di soggiorno in questo paese. Provvederemo a indirizzarla verso il rimpatrio. È tutto chiaro?» Lo sguardo di Shanfeng rimase immobile. Pareva un pezzente qualunque, eppure c’era qualcosa in quegli occhi neri… E poi Ron Folberg. Brutta fine, ma meritata. Era solo un idiota, un cane sciolto con poco cervello. Un mitomane dai pruriti incontrollati. Ecco perché aveva abboccato subito alla sua offerta. Un milione subito e altri nove da versare su un conto cifrato. Niente male come garanzia per un’esistenza serena, ma il congelatore valeva molto di più. Non aveva prezzo, come il Koh-inoor o la Monna Lisa. Come poteva un funzionario cia non immaginarlo? La risposta stava nella diversa natura degli uomini, nel loro differente spessore spirituale. C’è chi insegue conoscenza e gloria e chi ha solo un approccio materiale alla vita. Folberg era uno di questi ultimi, ed era grazie a gente come lui che affari simili erano possibili. Eudoro e Albino
Michael Glendy e Norman Kirchner sono i confratelli dell’Antica Segreta Società dell’Ariete più alti in grado per il continente nord americano. Sono al comando di un’organizzazione capillare che forse da troppo tempo non è operativa. Sono ricchi, grassocci e viziosi. Sono impauriti e devono agire senza scrupoli. Ma non tutto è programmabile nei minimi dettagli… L’Ariete è ovunque e da nessuna parte Commedia DRAMATIS PERSONAE Due uomini corpulenti, in eleganti completi scuri e camicie con il colletto sbottonato. Sono Norman Kirchner, alias ALBINO e Michael Glendy, alias EUDORO, confratelli dell’Antica Segreta Società dell’Ariete. ATTO UNICO, SCENA I Scena: ampio salone di una villa immersa nel verde, pareti bianche e pavimento in cotto. Arredamento di gusto, in stile classico con vari oggetti di legno scuro e ottone o ferro battuto, sui muri quadri di paesaggi e natura morta, un grosso tavolo rotondo nel mezzo. Dalle finestre su due lati ad angolo filtrano tiepidi raggi di sole a evidenziare il pulviscolo sulle poltrone imbottite e sui tappeti. EUDORO: “Avevo una compagna di liceo giù in Virginia nel ‘24, proprio come la Copeland. Quelle donne sono vipere... Le rosse, intendo. Ti ammaliano con l’aspetto angelico, poi ti succhiano fino all’ultima goccia di sangue e svaniscono nel nulla. Tutte streghe maligne, credimi. Mettici poi che Folberg era un babbeo di prima categoria, e il gioco è fatto.” ALBINO: “Non sono ancora convinto di come sia andata, Mike. Qualcosa non quadra. Ti pare possibile che Folberg abbia spifferato l’affare della sua vita a una come Miss C? Voglio dire, anni spesi nei servizi dovrebbero pur insegnare qualcosa.” EUDORO: “Norm, proprio perché lo conoscevamo bene non dovremmo avere dubbi. Folberg lo abbiamo creato noi, prima non era nessuno. In un certo senso, siamo responsabili anche noi di ciò che è accaduto. Capisci cosa intendo…” I "Bikini" Divertente coppia di ex sbirri assoldati dall’uomo di Otaru negli Stati Uniti per restare sulle tracce della fuggitiva. Litigiosi come ragazzine e inseparabili, sembrano dilettanti allo sbaraglio più che scafati professionisti. Non è per nulla comodo discutere con bavagli lerci stretti intorno alla bocca, inzuppati e legati all’altezza della nuca. E con i polsi dietro la schiena, ammanettati all’imbocco di una tubatura che percorre dal basso in alto il muro di un sottoscala. L’osservazione di certo concorde di Chuck Flames e Diego Heste, affiatata coppia di detective conosciuta negli ambienti con lo pseudonimo di Bikini, non li tratteneva dal vomitarsi addosso orrendi grugniti a ripetizione. L’uno di fianco all’altro, legati e imbavagliati, emettevano grida soffocate e crescenti, accavallate con furia. All’interrompersi per un istante dell’urlo ferino dell’uno, ansimante, l’altro subito si zittiva a sua volta, riposando la gola in fiamme. Ma la tregua durava pochi secondi, giusto il tempo di riprendere coscienza della situazione e di quanto erano nella merda. A quel punto il grottesco concerto d’ugole ricominciava con maggior impeto. Si conoscevano sin dai tempi della scuola di polizia. Chuck il grassottello e Dieguito Nice Face, soprannome decisamente ironico, avevano fatto presto comunella. Erano solo dei ragazzini allora e Baltimora era una città tranquilla. Essere poliziotti significava guadagnare bene e vivere senza patemi.
Il loro rapporto era stato da subito molto conflittuale. Si davano addosso per un nonnulla, ogni giorno, in modo ridicolo e spietato. Litigare era diventato uno stile di vita, un’abitudine. Col tempo diventarono amici per la pelle, coppia fissa nelle ronde di pattuglia. Lavoravano e uscivano insieme, frequentavano gli stessi bordelli e gli stessi bar. L’amore smodato per le dive del cinema e i nuovi entusiasmanti costumi da bagno a due pezzi non li fece dubitare un attimo sulla scelta del nome in codice per i nuovi incarichi: Bikini. Numenio Responsabile operativo dell’Antica Segreta Società dell’Ariete nel pedinamento della fuggitiva, dal caratteristico nome in codice. Uomo equilibrato e di buon senso, gran ragionatore, non si tira indietro ed affronta i rischi a viso aperto. I fatti lo metteranno davanti a una scelta difficilissima, per la quale sarà ricordato a lungo nei passaparola tra confratelli. Brutte gatte da pelare quella mattina. Un congelatore con l’unico campione sintetizzato di Al-Hàrith conosciuto al mondo nel portabagagli di una Ford rosso fuoco, guidata da una pericolosa agente CIA in fuga, tallonata da due opposte organizzazioni segrete: una situazione imprevedibile. La carriera di Numenio era a un punto di svolta, per forza di cose. I secondi passavano e lui ringraziava il cielo per la leggerezza con la quale prendeva decisioni, quasi inconsciamente. Rendeva omaggio all’azione, al susseguirsi dei fatti guidati da azioni. Girare alla larga dal troppo pensare, evitare di ricapitolare ogni cinque minuti. A quel punto, ragionare a freddo non contava più nulla. Contava solo seguire Miss C e recuperare il congelatore, a ogni costo. Gli avversari non destavano particolare preoccupazione, in linea di principio. I due scagnozzi catturati il giorno prima - i Bikini - avevano vuotato il sacco non appena era stato brandito davanti ai loro occhi qualche acuminato oggetto di tortura dell’antico campionario. I mugugni disperati, attraverso bavagli lerci intorno alle bocche, non avevano lasciato dubbi. Quello che sapevano fu cantato durante un breve e vigoroso concerto, molto apprezzato. Venne fuori il nome di Gordon Craw. Venne fuori il nome di Hiro Otaru, una vecchia conoscenza dell’Ariete. Persino a Numenio, che aveva solo una quarantina d’anni e per l’Ariete aveva agito solo localmente, quel nome non suonò affatto nuovo. Uno dei famigerati nemici nelle vecchie storie dell’Ariete, tramandate di confratello in confratello, come voleva la tradizione. Il giapponese poteva contare su alcuni ex poliziotti, ai comandi di tale Craw, una mezza tacca d’uomo con il fiuto per i verdoni e le conoscenze nei posti giusti. Una squadra improvvisata, messa insieme all’ultimo momento. Niente a che vedere con l’Ariete, per capacità organizzativa e mezzi a disposizione. Ma a quel punto gli arsenali erano solo lunghi inventari di inchiostro su carta, non avevano più voce in capitolo. A quel punto avrebbe parlato l’asfalto, imponendo la sua verità inappellabile. Proprio in quell’istante, la Ford Thunderbird di Shelley Copeland svoltò di colpo a destra, rischiando la collisione con un’auto sulla corsia esterna, e iniziò la sua fuga.
Egitto 2501 a.C.
Gamir Sacerdote del culto segreto del Dio Khnum, la divinità rappresentata con la testa di un ariete. È anche uno dei sacerdoti del faraone Cheope e padre di Mira una ancella del gineceo reale. Metzke sollevò il mento con aria di sfida. “Non stai parlando da sacerdote. Non hai nominato nemmeno una volta il tuo divino Ariete.” Gli occhi di Gamir si addolcirono. “Con te sarebbe tempo perso. Questo non vuol dire però che Khnum non ci stia guardando e proteggendo.
Ogni momento della nostra vita, Egli è con noi e ci guida. E se non vuoi credere in Lui, credi a me. Riusciremo a recuperare quei vasi, e sarai tu a farlo.” Mira È la figlia del scerdote bianco, Gamir. È testimone diretta della manifestazione di “Seth” e dei suoi effetti devastanti sulle persone e per questo è in pericolo di vita. Mira trattenne a stento le lacrime, Gamir la abbracciò. “So cosa faccio. Se Khoperr non può dimostrare al Re la mia colpevolezza, egli non mi ucciderà. È un uomo saggio, è l’essere più vicino agli dei, prenderà la giusta decisione.” La ragazza scosse il capo, convinta che le parole del vecchio fossero solo un pretesto per farla partire tranquilla. “Non è così semplice, sarai comunque cacciato dal tempio. Sai che fine fanno i sacerdoti destituiti? Verrai lapidato appena metterai il naso fuori di casa.” Metzke È un beduino del deserto che ha abbracciato la causa del sacerdote Gamir: impadronirsi del “Respiro di Seth” per impedire che possa essere usato da Khoperr per i suoi sinistri scopi. L’uomo della sabbia riconobbe all’istante la voce. “Tutuola. Sei arrivato.” I due si abbracciarono, poi Metzke fece un cenno verso i due uomini e porse al compagno la caraffa piena. “Prendi, usciamo di qui...” L’altro senza fare domande lo seguì. Fecero il giro dell’isolato e tornarono di nuovo alla bettola. Il nomade diede un’occhiata veloce all’interno e vide che gli sconosciuti erano scomparsi, lasciando sul tavolo gli orci pieni di birra. “Come sospettavo.” Sussurrò il beduino. Poi fece un cenno a Tutuola, ed entrambi sparirono in una stradina laterale. A metà vicolo videro quattro individui immobili all’imbocco della via, con i pugnali in mano. “Troppo tardi,” mormorò, invitando l’amico a voltarsi. “Sei armato?” Il compagno gli mostrò il coltello infilato nella cinta. Continuarono a camminare. Khoperr Primo sacerdote e Gran Visir del regno di Cheope. È il vero amministratore del regno e attraverso il suo potere e con l’aiuto del “respiro di Seth” vuole sostituirsi al faraone. Fuori dal laboratorio, Khoperr, il gran Visir, con una tunica sulle spalle larghe passeggiava nervoso avanti e indietro. Poco più in là, due giovani sostavano schiena al muro, i visi scuri incorniciati da una folta chioma. Avevano lunghi mantelli neri e spade ricurve nella cintola. La porta si aprì, Elegnem apparve sulla soglia, la veste bianca bagnata di rosso all’altezza del ventre. Un odore intenso di cruore si spanse nell’aria. “Mio grande Khoperr, quale onore averti qui, dove il nostro ingegno si confronta ogni giorno con la pratica dell’esperimento...” Il Primo sacerdote gli si avvicinò fissandolo con disprezzo. “Uomo privo di equilibrio, mendicante di carne giovane, se non mi fossi necessario ti trascinerei su quel tavolo e ti aprirei le viscere come un piccolo infido serpente.” Elegnem Spietato cerusico e sadico chirurgo al servizio di Khoperr. All’alba, tiepidi raggi di sole si allungarono sui tetti delle case in collina. Elegnem, nel suo camice bianco, attraversò un andito al primo piano della fortezza reale, poi infilò un corridoio. Quando entrò nel salone impugnava due lunghi coltelli. Li sfregò tra loro, facendoli stridere. Avanzò claudicante verso il centro del laboratorio. I capelli lunghi sul collo, unti e riccioluti,
rimbalzavano a ogni passo sulla veste bianca, lasciando un alone di sudore. Da una delle porte laterali entrò un assistente, che trascinava a forza un bambino tremante. Il cerusico si avvicinò e, sfiorandogli il mento, gli sollevò la testa. “Sembri in salute.” L’aiutante accennò un ghigno, lasciando intravedere tra le labbra bluastre i denti marci e spezzati.
DIZIONARIO DI SETH: Un glossario, un breve atlante storico di alcuni temi e alcune vicende contenute nella Strategia dell'Airete. A Ahnenerbe La Deutsches Ahnenerbe, Studiengesellschaft für Geistesurgeschichte, fu fondata nel 1935 su iniziativa di Heinrich Himmler, che ne fu segretario generale. La società effettuava ricerche etnografiche_e antropologiche sullo “spirito ariano”, per rinvigorire le tradizioni popolari e diffondere la cultura tradizionale germanica tra il popolo. In seno all'Ahnenerbe sorsero circa cinquanta dipartimenti,_ciascuno addetto a un particolare settore d'indagine. Il coordinamento delle ricerche dell'Ahnenerbe venne conferito da Himmler al letterato Herman Wirth, che riprese i temi tradizionali dell'Edda di Snorri, reinterpretandoli in chiave nazionalsocialista. _Akhet Gli egizi dividevano il loro anno in tre stagioni, di quattro mesi l'una. La prima era Akhet, l'Inondazione. La seconda Peret, la Comparsa della terra, che era la stagione del raccolto. Infine c'era Shemu, la Mancanza d'acqua, o stagione secca. _Alaggio Insieme di operazioni coordinate per portare in secco una nave. _Armed Forces Security Agency (AFSA) Agenzia fondata nel 1949 e controllata dal ministero della Difesa degli Stati Uniti. La sua funzione era di dirigere le comunicazioni e le attività di scambio elettronico di informazioni per gli apparati di intelligence militari (esercito, marina, aeronautica). Fu rimpiazzata dalla NSA nel giugno del 1952. Fu inoltre uno dei primi organismi dotati di sistema informatico e computer in grado di calcolare la traiettoria degli ordigni. _Aum Monosillabo mistico che rivelerebbe la natura del “sacrum”. All'origine di diverse parole in molte lingue tra cui l'Om indiano, il respiro vitale. B Blu di Prussia Nome in codice con cui era indicato lo Zyclon B, il gas a base di acido cianidrico usato dalle SS per uccidere nelle camere a gas. C Caña Distillato di canna da zucchero e, nella versione paraguaiana, di miele. Cangaceiro Brigante del sertão brasiliano, dal tipico cappello a forma di mezzaluna. Capataz La persona incaricata dell'amministrazione e del controllo del lavoro nei campi di un'estancia, un possedimento. Il capataz conduceva il lavoro nei campi e negli allevamenti, spesso a cavallo. Doveva_essere d'esempio ai peones i quali dovevano obbedire e rispettare il capataz, il suo lavoro e la sua famiglia. Chen Tu-shiu (1879-1942) Politico cinese. Dal 1921 al 1927 fu segretario del Partito comunista e poi venne accusato della sconfitta subita in seguito alla repressione del 1927 operata da Chiang Kai-shek. Chinese Exclusion Act Normativa approvata nel 1882 dagli Stati Uniti che prevedeva il divieto per i cittadini cinesi di immigrare in suolo americano. Nata in un contesto di segregazione razziale e protezione della manodopera locale da moltitudini di lavoratori instancabili e poco esigenti, la disposizione è rimasta in vigore fino al 1965. Città del Muro Bianco La capitale, situata a sud di Menfi accanto alla pianura desertica di Saqqara. Comintern (Terza Internazionale) Organizzazione internazionale dei partiti comunisti che, perlopiù sotto la direzione sovietica, si occupò fra il 1919 e il 1943 di riunificare i movimenti rivoluzionari e farli confluire in partiti politici veri e propri. Risentì dei conflitti interni al Partito comunista dell'URSS, spesso subordinando gli interessi dei vari stati a quelli dell'Unione Sovietica. _Concessione francese Dopo il Trattato di Nanchino (1842), Shanghai divenne un porto aperto e gli occidentali vi si installarono in zone di extraterritorialità, denominate “concessioni”, che occuparono la_quasi totalità del territorio urbano. _Conferenza di Versailles (1919-1920) Congresso internazionale tenutosi fra le nazioni vincitrici della Prima guerra mondiale per concludere la pace con le nazioni sconfitte. _Coolie (anglo-indiano) Inserviente di basso rango, servo. D
Dea zampillante Statua che raffigura una fanciulla che tiene fra le mani un vaso con i sigilli dell'orzo e della birra. All'interno della statua venivano scavati dei piccoli canali nei quali si faceva una sostanza alcolica simile alla birra (la zhytum). Il liquido fuoriusciva da piccoli fori posti alla base del vaso raccogliendosi in una grande anfora dalla quale si poteva attingere. _Due Terre Nome usato anticamente per il regno d'Egitto; sta indicare la suddivisione dello Stato in Basso e Alto Egitto. E Esenzione Section 6 Vedi Section 6. F G Gehlen, Reinhard (3 aprile 1902 - 8 giugno 1979) Generale maggiore dell'esercito tedesco durante la Seconda guerra mondiale con il ruolo di capo dei servizi di intelligence sul fronte orientale. Gehlen si consegnò successivamente agli americani che lo mandarono a Washington dal direttore dell'OSS William Donovan con 52 casse contenenti la schedatura dei comunisti europei pericolosi. In breve tempo Gehlen divenne direttore della sezione Affari sovietici dell'OSS e successivamente della CIA. L'ex generale tornò in Europa il 12 luglio 1946 per creare l'Organizzazione Gehlen, servizio spionistico alle dirette dipendenze dei servizi segreti Usa. Il 1° aprile 1956 l'Organizzazione Gehlen passò sotto il controllo del governo della Germania occidentale, dando vita al servizio informazioni federale BND, di cui Gehlen divenne direttore. All'interno dell'Organizzazione lavoravano centinaia di ex criminali di guerra nazisti e si suppone che essa abbia avuto un ruolo chiave nella fuga di molti di loro verso il Sudamerica alla fine del conflitto. _Germanenorden Ordine dei Germani. ll Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi ha la sua origine in una delle tante associazioni presenti sul territorio. Il Germanenorden nacque il 12 marzo 1912 inglobando diversi gruppi antisemiti tra cui l'Hammer Gemeinden. Nel maggio 1914 l'Ordine chiamò a raccolta tutte le associazioni e le leghe nazionaliste con lo scopo di creare una loggia segreta da contrapporre all'“internazionale ebraica” in cui le idee antisemite avanzavano di pari passo alla ricerca enfatica dell'antica sapienza aria. Go Gioco tradizionale come il backgammon, l'awele e le varie forme di scacchi, che si gioca su di una tavola a reticolo di 19 righe verticali e 19 orizzontali che si intersecano. Il Go si gioca in due ed è caratterizzato dall'ossimoro tra regole semplici e strategie complesse che premiano l'equilibrio. Risale al 2000 a.C. circa ed è giocato ancora nella forma originale. Nato in Cina, divenne popolare tra nobili e letterati come gioco di strategia e metafora dell'equilibrio delle forze naturali. Diffusosi in Corea e in Giappone proprio grazie ai crescenti contatti con la nazione del Sol levante, il Go nell'Ottocento iniziò a essere conosciuto anche in Occidente. _Gola profonda (Deep Throat) Espressione gergale che significa “persona che fornisce informazioni riservate”, resa poi famosa nei primi anni Settanta durante lo scandalo americano del Watergate. _Golden Dawn La cultura della magia sessuale emerse alla metà del XIX secolo con l'incontro a Londra tra l'occultista Alphonse-Louis Constant, in arte Eliphas Levi, e Edward Bulwer Lytton, che ebbe un ruolo cruciale nell'evolversi della società rosacrociana nella futura Golden Dawn. Bulwer Lytton era un nobile dedito alla politica e all'occultismo. Scrisse opere ispirate dalla tradizione occulta tra cui La razza ventura, nella quale ipotizzava l'esistenza di una forma di energia, il Vril, che diede il nome alla società alla base dell'ideologia nazista. L'incontro tra Eliphas Levi e Bulwer Lytton provocò discussioni_e divisioni nei circoli occultistici sulla magia sessuale e sulla magia nera, che portarono nel 1887 alla fondazione della Golden Dawn. Di essa fecero parte anche Bram Stoker, William B. Yeats e Thomas S. Eliot. Occultismo e magia rossa (sessuale) implicavano scelte politiche coerenti, come quella del Regno Unito di guardare con un certo apprezzamento ai regimi autoritari in Europa. Il piccolo ordine aristocratico che restaura lo Stato, descritto da Yeats, corrispondeva al progetto politico di gettare un ponte tra la Golden Dawn e le logge occulte germaniche, substrato culturale del nazismo e di Hitler. La Weltanschauung di molti uomini che ricoprivano cariche importanti fu influenzata dall'ordine ermetico della Golden Dawn. Rilevanti sono i rapporti tra gruppi occultisti dell'Inghilterra e della Germania maturati negli ultimi decenni del secolo. Una concezione comune delle organizzazioni segrete tedesche e inglesi è che
la storia che conosciamo sia solo una parte della storia dell'umanità e che solo alcuni iniziati conoscano la vera Storia. Il loro compito sarebbe svolgere anche un ruolo politico per gestire il futuro di un'umanità decaduta alla quale occorre restituire lo splendore perduto. Governo nazionalista di Canton La città di Canton, fin dal 1911, fu uno dei principali centri di contrapposizione al potere imperiale e nel 1916 vi venne costituito un governo contrario a quello di Pechino. Fu anche sede, fino al 1926, del governo del Kuomintang, presieduto da Sun Yat-sen.__Guaraní All'incirca verso il 3000 a.C. in America del Sud vivevano tre grandi gruppi etnici; il più numeroso era quello dei Tupi-Guaraní, che occupavano una grande estensione territoriale. I Guaraní, dopo un periodo di nomadismo, si stabilirono a sudovest, nella regione del bacino del Rio de la Plata. La lingua guaraní acquisì una notevole influenza nel Sud boliviano, Nordest argentino, Sudest brasiliano e in_Paraguay. I Guaraní conoscevano in profondità la flora del loro territorio, di cui studiavano le proprietà curative. Queste conoscenze vennero trasmesse in seguito ai botanici europei. Il guaraní infatti è oggi al terzo posto come fonte dei nomi scientifici delle piante, dopo greco e latino. I Guaraní sono uno dei 220 popoli sopravvissuti dei circa mille presenti all'arrivo degli europei. Un tempo erano circa un milione e mezzo e occupavano un territorio di 350.000 chilometri quadrati, oggi sono quasi 30.000 e vivono ammassati in riserve. _Guerra Anhwei-Chihli (1920) Prova di forza fra le cricche della provincia dell'Anhwei e del Chihli. Quest'ultima, spalleggiata da alcuni Signori della guerra della Cina settentrionale, risultò vittoriosa e si_impadronì del controllo di Pechino. L'esito del conflitto condusse negli anni successivi a scelte e prese di posizione di intellettuali e Signori della guerra più favorevoli all'instaurazione di una federazione di province autonome. _Guerra del Chaco (1932-1935) Conflitto bellico tra Bolivia e Paraguay che costò 150.000 morti (in prevalenza boliviani). L'inizio delle ostilità fu causato dalle ambizioni di Royal Shell e Standard Oil, entrambe interessate a concessioni petrolifere nel territorio del Chaco, ricco apparentemente di giacimenti, e senza confini ben demarcati. La guerra si concluse ufficialmente con il Trattato di pace di Buenos Aires del 1938 nel quale venne decretato che quasi tutto il Chaco, 700.000 chilometri quadrati, passasse al Paraguay. _Gyokuro Pregiato tè verde giapponese. H Horus (Horo) È una delle maggiori divinità egizie. Era il figlio di Iside, dea della natura, e Osiride, dio del mondo sotterraneo; quando Osiride fu ucciso da suo fratello Seth, dio del male, Horus si vendicò uccidendo suo zio. Viene identificato con la figura del falco o con un uomo con la testa di falco. _Huaqiao Cinese emigrato I Imprinting Teoria scientifica elaborata negli anni Trenta dall'etologo austriaco Konrad Lorenz tramite l'osservazione del comportamento animale. È il fenomeno per il quale quando un cucciolo riceve le cure e le attenzioni di una madre diversa da quella biologica riconoscerà quest'ultima come madre effettiva, anche se di una specie diversa. _Iperborea Luogo mitologico all'estremo Nord del mondo, la Terra di Luce, abitata, secondo la tradizione ellenica, dagli Iperborei, una comunità di saggi custodi di saperi arcani, e che numerosi autori_dell'antichità evocavano anche con il nome di Thule. Plinio afferma che Thule è “la terra più lontana” e che essa “non ha notti durante il solstizio d'estate, mentre le tenebre vi perdurano durante tutto l'inverno”. L'esoterismo individua invece nella Thule Iperborea il Polo della Luce e la mitica sede del Re del Mondo, difesa da una cavalleria mistica. L'indiano Bal Gangadhar Tilak pubblicò nel 1903 a Poona La dimora artica dei Veda. Il testo arrivò in Europa nel 1904. Attraverso lo studio dei miti vedici, Tilak concluse che gli Iperborei, capostipiti degli Arii, fossero originari della regione artica, che avrebbero lasciato in seguito ai mutamenti climatici avvenuti diecimila anni fa. I primi insediamenti iperborei sarebbero individuabili in India, poi in Grecia e a Roma, nella quale giunsero attraverso Germani e popoli celtici. Il contributo di Tilak al rinnovamento della tradizione che fa degli Arii e degli indogermani i detentori di una sapienza superiore illumina il fenomeno del nazismo e della presupposta superiorità della razza ariana. _Iside Divinità sorella e sposa di Osiride. Nei testi antichi è colei che riportain vita il suo sposo e che protegge l'amato figlio Horus. J
K Kami Divinità scintoiste della tradizione giapponese. _Khnum Laa divinità che creò l'uomo; per questo il suo simbolo è il tornio del_vasaio. Di solito viene raffigurato da un uomo con la testa di ariete. _Kuomintang (KMT) Partito nazionalista cinese costituito nel 1912 per riunificare il paese e liberarlo dalla dominazione straniera. In un primo tempo si avvalse dell'appoggio del Partito comunista, che poi quasi distrusse con una violenta repressione attuata da Chiang Kai-shek nel 1927. Fino al 1949 ricoprì il ruolo di partito unico di ispirazione leninista, ma venato da influenze fasciste. Dopo la definitiva vittoria comunista del 1949, costituì a Taiwan una repubblica dittatoriale. L Landsteiner, Karl (14 giugno 1868 - 26 giugno 1943) Immunologo austriaco, scopritore, nel 1909, dei quattro principali gruppi sanguigni umani (A, B, AB e 0). La scoperta, che gli valse il premio Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1930, portò all'impiego pratico e diffuso della trasfusione di sangue. Liehshen Gli elementi più colti fra i tuhao che occupavano una posizione sociale e politica più elevata. Loggia luminosa Nell'area linguistica tedesca proliferarono, dalla fine del XIX secolo ai primi decenni del XX, associazioni simili a quelle inglesi, che si ritenevano depositarie di una sapienza antica che si manifestava attraverso pratiche esoteriche, occulte e magiche. Nel 1867 un gruppo di liceali viennesi fondò, prendendo il nome da un'arpa magica gallese (Te-lyn), un'associazione di cui fecero parte i futuri capi della socialdemocrazia austriaca che collaborarono con l'ideologo del movimento pangermanista Georg Ritter von Schönerer, al quale Hitler si richiamò in seguito nel Mein Kampf. In questi primi circoli di stampo esoterico trovarono genesi la Loggia luminosa, il Vril e la Thule, circoli in cui si formarono molte delle future personalità di spicco del nazionalsocialismo. _Lot e sua figlia Uno dei tanti capolavori rubati all'Italia nel corso dei conflitti bellici, come quelli presumibilmente trafugati nel 1944 dall'ufficiale neozelandese Arthur Frazer. M Maat Simboleggia la verità e la giustizia così come la intendevano gli antichi egizi. È la “Regola” che dovrebbe portare e mantenere la pace sociale e interiore negli uomini, l'equilibrio e l'ordine tra le genti. Anche il re era tenuto a seguirla. _Mah-jongg Gioco nato attorno al 1860 nel Sud della Cina. Aogni giocatore vengono distribuite tredici carte (o pedine); lo scopo del gioco è quello di chiudere la mano (fare mahjongg), formando con le proprie carte (o pedine) combinazioni di tris, poker e scale e totalizzando il punteggio più alto. Le carte (o pedine) sono composte da tre diversi semi numerati da uno a nove (cerchi, bambù, caratteri), quattro venti (nord, sud, est, ovest) e tre dragoni (rosso, verde, bianco). _Mao Tse-tung (1893-1976) Politico cinese. Fin da giovane attivista e oppositore del formalismo autoritario confuciano, fu tra i fondatori del Partito comunista cinese, a Shanghai nel 1921. Organizzò il PCC tra i minatori dell'Hunan (1923) e collaborò con il Kuomintang fino alla repressione del 1927. Fu tra i primi ad accorgersi della forza del movimento contadino, poi rivelatasi decisiva per la rivoluzione._Dopo il 1927 fu attivo nell'organizzare e sostenere operazioni di guerriglia contro le forze del Kuomintang, che sconfisse definitiva-mente nel 1949, instaurando una repubblica popolare di ispirazione sovietica ma con un'autonoma strategia sociale, della quale assunse la presidenza. Dal 1958 in poi intensificò il sostegno alle classi rurali più legate alla rivoluzione a discapito del proletariato urbano, per combattere ogni ripiegamento delle primitive spinte rivoluzionarie su posizioni borghesi. Tale atteggiamento portò alla rivoluzione culturale (1966), finalizzata a impedire che i gruppi dirigenti si trasformassero in una nuova classe privilegiata, vanificando lo spirito e le conquiste della rivoluzione. Ciò rappresentò una svolta contraddittoria e frustrante all'interno di un regime di per sé già autoritario,_che contribuì, infine, al tramonto degli ideali che avevano ispirato la vittoria di Mao e a una profonda seppur lenta mutazione del partito e della società cinese, in atto ancora oggi. Mate (Ilex paraguariensis) Albero sempreverde originario di Brasile, Paraguay, Argentina e Uruguay; è coltivato per le sue foglie, da cui si ricava una bevanda energetica e amara simile al tè,
che viene bevuta in coppe di terracotta dotate di una cannuccia (bombilla) con un filtro all'estremità inferiore. _MK-Ultra Nome in codice di un programma di ricerca della CIA sul controllo della mente umana, avviato negli anni Cinquanta e affidato alla controversa figura del dottor Sidney Gottlieb. Lo scopo del progetto top secret era quello di arrivare a produrre la perfetta “droga della verità”, da utilizzare in piena epoca di guerra fredda con gli individui sospettati di essere spie sovietiche. Più in generale, si puntava all'esplorazione di ogni altra possibilità di controllo delle menti. _Monastero della giovane foresta (anche noto come Monastero di Shaolin) Nascosto fra le scoscese pareti della montagna sacra Song Shan, nella provincia di Henan, è il luogo dove nacquero il buddhismo zen e l'arte marziale del kung fu. N National Security Agency (NSA) Agenzia governativa nata nel giugno del 1952, responsabile della raccolta e analisi delle differenti forme di comunicazione, da quella radiofonica a quella informatica (Internet). Nonostante sia l'organismo che impiega il maggior numero di esperti matematici e alcuni dei più potenti calcolatori al mondo e disponga di un budget molto elevato, comparabile a quello della CIA, ha sempre avuto basso profilo e scarsissima visibilità. L'agenzia mira all'intercettazione, decrittazione e controllo delle comunicazioni estere e alla protezione della sicurezza delle informazioni a livello nazionale. _Notte dei Cristalli (9-10 novembre 1938) La notte in cui il regime nazista, strumentalizzando l'uccisione di un diplomatico tedesco a Parigi, scatenò in tutta la Germania una repressione antiebraica con decine di morti e migliaia di arrestati. Passò alla storia con questo nome perché moltissimi furono i cristalli delle vetrine di negozi ebrei infranti. _Nubia Regione dell'Africa nordorientale, percorsa dal Nilo e bagnata dal mar Rosso tra la regione di Assuan a nord e la zona di Khartoum a sud. Dalla Nubia proveniva la maggioranza della manodopera_dell'Egitto, costretta a emigrare con la forza. Nueva Germania Colonia tedesca interdetta agli ebrei, fondata in Paraguay alla fine del XIX secolo da Elizabeth Nietzsche (sorella di Friedrich) e dal marito Bernhard Förster, un agitatore antisemita. O Office of Strategic Services (OSS) Servizio informazioni statunitense durante la Seconda guerra mondiale. Fu trasformato nel 1947 nella Central Intelligence Agency (CIA), con sede a Langley, Virginia. La CIA è nata dalle radici dei due più efficienti modelli spionistici del mondo, quello inglese e quello tedesco. Il ramo inglese non è altro che il trasferimento dell'esperienza dell'Intelligence Service, i servizi segreti britannici, all'OSS creato dal generale William Donovan durante la Seconda guerra mondiale e che divenne gli occhi e le orecchie delle forze Usa in Europa, carpendo importantissime informazioni militari ai nazisti. La CIA venne ideata da Allen Dulles, che ne fu a capo per molto tempo. Dulles aveva fatto la gavetta come agente segreto sotto le spoglie di addetto dell'ambasciata americana in Svizzera e successivamente anche nella Germania del Reich. Quando divenne il massimo responsabile della CIA, non esitò ad avvalersi dell'abilità dei maestri dello spionaggio nazista, come il generale Reinhard Gehlen, che mise, nel dopoguerra, a capo della stazione tedesca per spiare i russi in Germania dell'Est e per arruolare ex nazisti nelle file della Compagnia. L'OSS svolse inoltre un complesso lavoro di espatrio dei gerarchi verso il Sudamerica in complicità con il Vaticano. _Osiride Dio dei morti e della vegetazione, sposo di Iside. Viene tradito e fatto a pezzi dal fratello malvagio Seth. P Parco Huang-pu Parco di Shanghai, che fu aperto ai cinesi solo nel 1928. Prima di allora era esposto al suo ingresso un cartello con la scritta VIETATO L'INGRESSO AI CINESI E AI CANI. Pium Piccolo insetto che si nutre di sangue. In certe regioni dell'Amazzonia se ne trovano sciami talmente consistenti da circondare una canoa intera come una nuvola di fumo. Q Quebracho (Aspidosperma quebracho-blanco) Pianta della famiglia delle Apocinacee diffusa in Argentina e Brasile. Ha un legno molto duro e la sua corteccia viene utilizzata in farmacia. I tronchi venivano usati nella costruzione della ferrovia nei primi decenni del secolo. R
Redneck Letteralmente “collo rosso”, quello dei contadini, bruciato dal sole. Termine che identifica il grande numero di americani che abitano delle zone di provincia. Inteso in senso dispregiativo, è sinonimo di generale attitudine grossolana e bigotta. _Rivolta dei Taiping (1850-1864) Importantissima ed estesa rivolta contadina che mise in difficoltà la dinastia imperiale sconvolgendone gli equilibri politici, militari ed economici. _Royal Shell (Royal Dutch Shell) Multinazionale nata a Londra nel 1833 per commerciare conchiglie dall'Oriente. Nel 1898 cominciò con successo la ricerca del petrolio in Borneo. Divenne anglo-olandese nel 1907, quando si fuse con la Royal Dutch. È al secondo posto nel mondo per volume di affari petroliferi dopo l'Aranco, la compagnia statale saudita. La Shell è la parte inglese del gruppo, mentre la Royal Dutch ha come azionista la stessa regina d'Olanda. La Shell è presente in 112 paesi. Un impero che si dirama dal controllo delle fonti energetiche alla ricerca e applicazione nel settore delle biotecnologie, con cui riesce a porsi in modo dominante nel settore agricolo, soprattutto nel Sud del mondo con la creazione di sementi brevettate, e nel mercato dei concimi, pesticidi e insetticidi. Nel campo petrolifero, tra le multinazionali primeggia nel mercato dell'estrazione, raffinazione e commercializzazione del petrolio e dei suoi derivati. Possiede dal Mare del Nord alla Nigeria e all'Indonesia pozzi di estrazione a terra, piattaforme marine, depositi e raffinerie. Detiene in proprietà o in partecipazione fabbriche chimiche di plastiche, pesticidi, insetticidi, catrami, asfalti, bitumi, grandi miniere di carbone, di zinco, piombo, stagno e tungsteno; installa ovunque progetti di “economia forestale” per fabbricazione di carta e vendita di legno; inoltre produce le materie ultime per la fabbricazione del napalm e di gas lacrimogeni_ed è stata protagonista di progetti nucleari assieme alla Gulf. S SA (Sturmabteilungen) Gruppo paramilitare del Partito nazista. Le SA rappresentarono l'evoluzione del movimento giovanile chiamato Schilljugend in onore di un famoso soldato prussiano. Durante i_giorni turbolenti del dopoguerra della Prima guerra mondiale, Rossbach, un veterano, fu uno dei primi capi dei Freikorps, unità militari non ufficiali composte per la maggior parte da ex combattenti e_costituite per sfuggire alle limitazioni imposte dai vincitori. Rossbach organizzò una milizia, chiamata Rossbach Sturmabteilung, i cui membri indossavano la camicia bruna recuperata da un lotto predisposto per i corpi coloniali e regolarmente acquistato dai depositi imperiali. Tra i primi adepti di Rossbach vi era anche Ernst Röhm, destinato a diventare il capo supremo delle Sturmabteilungen, e sotto la sua guida le SA divennero il braccio armato nel fallito putsch della birreria di Monaco nel 1923. Quando il nazismo non era ancora al potere le SA contrastarono gli avversari dei nazisti e contribuirono alla scalata al potere di Hitler. Le SA iniziarono a subire l'ostilità di Göring e soprattutto di Himmler, capo delle SS, e subirono una violenta epurazione tra il 30 giugno e il 1° luglio del 1934, la “notte dei lunghi coltelli”: i vertici dell'esercito tedesco, non tollerando la presenza in Germania di truppe paramilitari dedite a scorribande, imposero a Hitler di disfarsene. Prendendo alla lettera l'indicazione,_il futuro Führer convocò con una scusa circa duecento tra gli esponenti di spicco delle Sturmabteilungen, compreso Röhm, in alcune residenze e luoghi isolati per farli trucidare dalle SS. Dopo la “notte dei lunghi coltelli”, alcuni reparti delle SA rimasero in circolazione ma, privati del comando degli ufficiali, non riuscirono a organizzare nessuna reazione. _SAD (Special Activities Division) Braccio paramilitare della CIA, incaricato di svolgere operazioni clandestine. Il 27 settembre 2001 i componenti di un'unità segreta per operazioni speciali della Central Intelligence Agency si infiltravano in territorio afgano, divenendo la prima forza statunitense a operare nell'ambito di Enduring Freedom. Nel gennaio 2002 verrà ammessa l'esistenza del reparto, lo Special Operations Group (inquadrato nella SAD), forte di circa 150 elementi in gran parte reclutati tra i ranghi delle forze d'élite Usa. L'unità sembra aver operato anche nei Balcani e l'alone di segretezza è stato tale che le stesse forze speciali americane ne hanno ignorato l'esistenza. _Sampan Leggera imbarcazione a vela. _Section 6 Stato di esenzione dall'applicazione del Chinese Exclusion Act per determinate categorie di cittadini cinesi, tra cui insegnanti, studenti, uomini d'affari e viaggiatori. Tale esenzione poteva essere richiesta solamente presentando uno specifico certificato proveniente dal governo cinese.
Senet Gioco da tavolo simile alla dama. Le pedine sono di due colori e vengono disposte su una scacchiera a forma di T. Su alcune caselle sono raffigurati oggetti e animali a cui corrispondono ostacoli o vantaggi per il giocatore, così come nel gioco dell'oca. Seth Divinità della tempesta, fratello e sposo di Nefthi. Secondo il mito, assassinò suo fratello Osiride. _Shoji Tramezzo scorrevole con riquadri di carta bianca. _Signori della guerra Nacquero come governatori militari, ma alla morte del presidente della Repubblica Yuan Shikai (1916) il loro controllo sul potere politico e militare divenne preponderante e fu_spesso utilizzato per reprimere le rivendicazioni dei contadini e le istanze democratiche degli intellettuali. Molti Signori della guerracollabo rarono con le grandi potenze occidentali e con il Giappone, spesso senza alcuna logica politica che non fosse quella del mero interesse personale, fino all'instaurazione di un regime caotico e devastante per le condizioni di vita della popolazione. Ciò, infine, costituì il terreno fertile in cui sorse la lotta per l'indipendenza e l'unità del paese che portò alla rivoluzione cinese. _Singapore Sling Cocktail inventato nel 1915 da Ngiam Tong Boon, barman del famoso e lussuoso Raffles Hotel di Singapore. _Società segrete (Società della Triade, Società dei Fratelli, Società delle Grandi Spade, Società del Cerchio Verde, ecc.) In origine organizzazioni molto ramificate in Cina tra le masse popolari, composte soprattutto da contadini rovinati, artigiani disoccupati e sottoproletari che si riunivano in associazioni di mutuo soccorso. Gradualmente si trasformarono in organizzazioni criminali. _Standard Oil Cartello formato da alcune imprese petrolifere statunitensi le cui origini risalgono al 1863, quando John D. Rockefeller e tre soci fondarono una raffineria a Cleveland, chiamata in seguito_Standard Oil Company of Ohio, che nel 1880 arrivò a controllare la raffinazione del 90 per cento del greggio prodotto negli Stati Uniti. Due anni dopo la Standard Oil monopolizzò il mercato petrolifero_statunitense con la creazione dello Standard Oil Trust, che una sentenza della Corte suprema dell'Ohio del 1892 ordinò invano di sciogliere. Nel 1906 il governo federale citò a giudizio la società madre e cinque anni dopo le fu imposto di dividersi in 33 società. Dopo lo scioglimento del cartello, solo un paio di società conservarono il nome oltre gli anni Sessanta e Settanta, come la Standard Oil Ohio e la Standard Oil Company del New Jersey, divenuta in seguito Exxon. La Standard Oil è nota in Italia come Esso._Nel 1941, un'inchiesta americana portò alla luce un presunto “matrimonio” tra la Standard Oil Co. e un cartello farmaceutico-petrolchimico dell'Europa prebellica, la tedesca IG Farben, detentrice del brevetto del Zyclon B. L'inchiesta venne lasciata cadere, come molte altre riguardanti diverse industrie, probabilmente per ottenere il supporto industriale nello sforzo bellico Usa. Ventiquattro dirigenti e manager della IG Farben furono però incriminati dal Tribunale di Guerra al processo di Norimberga. Tredici di essi vennero condannati alla prigione con pene dai sei mesi agli otto anni._Il procuratore capo americano Taylor affermò: «L'accusa incrimina questi uomini di matura responsabilità per aver inflitto all'umanità la più devastante e catastrofica guerra della storia umana». E continuava: «I dirigenti aziendali incriminati, e non i pazzi nazisti, sono i principali criminali di guerra. Se i loro crimini non vengono portati alla luce e puniti, in futuro essi commetteranno crimini ancora_più gravi di quelli perpetrati da Hitler». T Terra Nera Antico nome dell'Egitto. Veniva chiamato così per il colore del limo lasciato sul terreno dalle esondazioni stagionali del Nilo. _Thule (o Ultima Thule) La prosecuzione distorta del preesistente Germanenorden fondato nel 1912, che faceva capo a Rudolf von Sebottendorff. Della Società Thule fecero parte molte personalità di primo piano del nazismo, a partire da Hitler e da Hess. Hess infatti si sarebbe formato in essa, e avrebbe in un certo modo iniziato Adolf Hitler quando si trovava con lui in carcere dopo il fallito putsch di Monaco. Più che l'aspetto esoterico, nella Thule Gesellschaft attraeva l'aspetto di una società relativamente segreta, che come emblema aveva già la svastica, e che era caratterizzata da un forte antisemitismo e da un razzismo d'impronta germanizzante. Non è detto che il nome Thule sia senz'altro da ricondursi al simbolismo collegato con l'origine iperborea delle popolazioni indogermaniche._Thule potrebbe più semplicemente derivare da Thale, una località nella quale il Germanenorden nel 1914 aveva organizzato un convegno che
aveva come ordine del giorno la formazione di un'organizzazione segreta razzista con lo scopo di combattere quella che si supponeva esistere dietro all'ebraismo internazionale. _Tong zhi Compagno. Torch song Ballata languida e confidenziale, dalle tematiche spesso tormentate, accompagnata da solo pianoforte o piccola orchestra in chiave jazz. Il nome è dovuto all'uso di eseguirle a luci basse o a lume_di candela. Tuhao Ceto di proprietari terrieri, contadini ricchi, burocrati a riposo e altre persone facoltose che, forti della loro posizione sociale ed economica, amministravano il potere nelle campagne e nelle città_della Cina prerivoluzionaria. Spesso indicati nei discorsi di Mao Tse-tung come la massima espressione dell'autorità corrotta che tiranneggiava il popolo. U Uchigatana (Periodo Edo, 1603-1868) Detta semplicemente katana, è la spada con lama lunga intorno ai 70 centimetri montata in modo buke-zukuri, da potersi indossare inserita nella cintura con il filo rivolto verso l'alto, per consentire un'efficace e veloce estrazione. V Vril Energia mistica che pervade il cosmo e che dà il nome al nocciolo occulto del movimento nazionalsocialista. La loggia del Vril era espressione di una massoneria diversa da quella della Thule. Il_Vril infatti si rifaceva alla teosofia di Madame Blavatsky di memoria rosacrociana ed era legato alle società occulte inglesi come la Golden Dawn. La Società Thule, in Baviera, si rifaceva invece al Germanenorden, retaggio della massoneria razzista e antisemita della Santa Vehme, di radici integraliste cattoliche, del XVIII secolo. W Whist Gioco di carte che richiede un mazzo di 52 carte francesi. I giocatori di whist devono osservare il massimo silenzio. Ogni osservazione fatta nel corso della smazzata è penalizzata di un punto (da qui il nome, che in inglese significa, appunto, “silenzioso”). X Y Yakuza Nome utilizzato per definire i componenti della malavita organizzata giapponese. Le sue origini sono oscure, tuttavia si crede derivi dal gioco di carte Hanafuda, dove “yakuza” rappresenta la_mano più bassa 8 (ya), 9 (ku), 3 (za). Vale a dire, “senza valore”. Yin Zhen Letteralmente “aghi d'argento”. Tè bianco, prodotto in quantità assai limitate: accompagna i cibi salati ed è ottimo con la frutta secca. Z
I SENTIERI DI SETH Primavera 1594, Tirgoviste, Valacchia “Ne sarei davvero lieto e orgoglioso.” “Ma non puoi esserne certo...” “Ti dico che l’ho vista più e più volte vomitare l’orzo.” “Lo so... Ma questo non significa per forza che lo sia.” “Lo è! Sono suo padre. Lo sento, ne sono sicuro. E comunque non c’è più tempo per discutere adesso...” I due mercanti parlavano a voce bassa, nascosti dietro un albero al limitare di una boscaglia, nel buio. Poco distante, una decina di soldati malmenavano una giovane donna, denudata e in preda alla follia. I mercanti facevano parte della stessa spedizione. Erano giorni difficili. Valacchia, Transilvania e Moldavia si erano ribellate agli oppressori ottomani, diventando scenario di una sanguinosa battaglia tra cristiani e sudditi di Maometto III. “Vedi quella poveretta? Ha conservato il respiro di Seth dentro sé per qualche tempo, fino a quando quel potere l’ha consumata, l’ha portata alla pazzia… I confratelli però dicono non sia sempre così, dicono che Colei che beve dal vaso può portare in corpo Al-Hàrith senza morirne. Sono sicuro che la mia Afet è una di loro…” “Tu sei pazzo… Vuoi uccidere tua figlia in quel modo? Guarda la donna, Hakan, osservala bene. Sembra posseduta dal demonio.” “Non capisci, Emrah. Voglio fare qualcosa per la gloria dell’Ariete. Voglio essere ricordato e onorato per sempre. Quale occasione migliore di questa? In terra straniera, in mezzo a mille difficoltà? E poi sono convinto: Afet è la Prescelta. Ci penso ormai da tempo.” Guardò negli occhi il compare, poi gli appoggiò una mano sulla spalla, solenne. “Ora mi devi aiutare, dobbiamo prendere del sangue a questa donna non appena cessa di respirare, il cadavere non deve essere freddo. Al resto penserò io.” Emrah non replicò. Provò compassione per il compagno, accecato dal miraggio della gloria immortale. L’Ariete esercitava un forte richiamo su alcuni uomini dell’Impero ottomano. La congregazione era molto numerosa tra le schiere inviate in Valacchia. Egli stesso, in qualche modo, subiva il fascino dalla leggenda del respiro di Seth. La donna a terra stava esalando gli ultimi respiri. L’avevano scelta mesi prima, tra le genti depredate lungo la strada verso occidente, in base al consueto indizio: una particolare idiosincrasia verso l’orzo. I militari avevano disobbedito ai sommi capi dell’Ariete in territorio ottomano. Questi non avevano concesso di portare la conoscenza e gli strumenti sacri per controllare il potere di AlHàrith. Troppo rischioso. Ricordatevi sempre che l’Ariete opera nel buio e nel silenzio, confratelli, essa veglia affinché tutto rimanga come è sempre stato e il male necessario consenta al bene di perpetuarsi, secondo l’ordine delle cose. Hakan avrebbe dovuto trovare al più presto il confratello più alto in grado, custode del necessario per il rito di trasmigrazione, e parlargli delle sue intenzioni. Kadir sedeva meditabondo nella sua tenda nell’accampamento militare, non lontano dal luogo del linciaggio, quando Hakan entrò trafelato, senza annunciarsi. “Ti prego, Kadir, perdona il mio ardire ma ciò che ho da dirti sarà di tuo interesse.” Il confratello capo lo fulminò con lo sguardo, poi scuro in volto gli fece cenno di proseguire. Il mercante cercò le parole con cui cominciare. “S-so dell’Ariete fin da bambino... Ho visto quanto accaduto nel bosco e sarei onorato se mia figlia Afet diventasse Colei che beve dal vaso.” Kadir rimase impassibile e Hakan pensò di avere detto qualcosa di sbagliato. Cercò altre parole. “L-lei non può tollerare l’orzo e sono certo possieda anche tutte le altre caratteristiche.” Cercò lo sguardo del soldato senza trovarlo poi proseguì. “Ma dimmi prima, Kadir: è vero che i Prescelti autentici, quelli puri, non muoiono come sta facendo quella donna?”
Odiava fingere, ma la situazione lo rendeva necessario. Il vero intento della sua missione, come concordato con i confratelli a Costantinopoli, era di diffondere il respiro di Seth nelle terre d’Europa. Al-Hàrith sarebbe potuto servire in guerra, se mai fossero stati in grado di gestirne il potere. Ipotesi remota. Rispose allo scellerato entusiasmo di Hakan senza guardarlo mai negli occhi. “Certo, mercante. È come dici. Sei saggio. Molto saggio, e il tuo valore verrà riconosciuto. Sarai ricordato per sempre dai confratelli dell’Ariete.” Aveva usato le parole giuste. “Ti ringrazio, grande Kadir. Cosa devo fare adesso?” “Fai bere alla tua Afet il sangue della posseduta. Fallo adesso. Poi vai a riposare, Hakan. Ci aspettano giorni duri e interminabili.” “Grazie Kadir, non saprò mai come sdebitarmi.” Il confratello fece un gesto di commiato con la mano. Il viso tradiva alla luce delle lampade a olio ogni suo dubbio.
Aprile 1614, Firenze, Italia La luce pomeridiana riverberava sullo sterrato di piazza della Signoria, per poi disperdersi fievole tra i vicoli, senza riuscire a rischiarare l’interno dell’Osteria de’ fratelli: un bugigattolo pregno di effluvi ora gradevoli ora rivoltanti. Due uomini a un tavolo in fondo parlavano pacati, davanti a bicchieri colmi di vino. Nessuno di loro li avrebbe vuotati. “Credo sia cominciato, Kaled.” “Come fai a dirlo?” “È la quarta notte di fila che si sveglia in preda agli incubi, così mi hanno detto. La febbre è salita e non accenna a diminuire. Fakhr ha fatto chiamare il suo cerusico personale, e quello non ha saputo trovare alcun rimedio.” “Altro?” “Vede cose che non ci sono, demoni, spiriti, Iblis... e urla..” Il più anziano congiunse le dita, puntellandosi il mento: “È cominciato.” “E adesso? Non abbiamo una sostituta sicura, qui nel Ducato. Farla venire è stata follia.” “Perché non hai convinto l’Emiro a lasciarla in Libano, allora?” “Non potevamo certo sapere che Fahkr avrebbe rivolto le sue attenzioni a una serva, fino al punto di portarsela in esilio.” Il secondo uomo tacque, mentre l’altro si alzava. “Dovremo rischiare, non rimangono alternative.” L’Antica Segreta Società dell’Ariete si era insinuata nel cuore d’Europa, a poca distanza da Roma e dal Papa, proprio come aveva progettato l’emiro Fakhr con i confratelli in Libano, prima di essere cacciato dalla sua terra. Seppur tenuti sotto scacco dagli Ottomani, in odore di sanguinose conquiste a occidente, anche i Drusi miravano allo stesso obiettivo di espansione in terra cristiana. Attraverso Al-Hàrith. Non esisteva altra congregazione al mondo capace di superare le barriere tra popoli e religioni come la setta dell’Ariete. In nome del terribile segreto del respiro di Seth. La villa messa a disposizione da Clemente II de’ Medici per l’emiro Fakhr ad-Din II, sovrano in esilio dei Drusi, sorgeva alle pendici di una lieve e verdissima collina poco oltre l’Arno, a meridione. All’ingresso principale c’erano sempre due uomini, altri cinque o sei sparsi tutt’intorno alla proprietà e un altro paio sempre con l’Emiro. Le probabilità che un sicario del sultano ottomano Ahmed arrivasse fin lì per porre fine al regno di Fakhr erano scarse, ma non trascurabili. Kaled faceva parte della guardia personale di Fakhr e poteva accedere ovunque nella villa. Arrivò alla stanza di Ashmina, la ragazza malata. Fuori dalla porta, una vecchia serva sedeva su uno sgabello. “Come sta?” Kaled si sforzò mantenere un tono neutro. Ricevette in risposta solo un gesto vago della mano. “Il cerusico è con lei?”
La donna scosse il capo. Kaled passò oltre e uscì all’esterno per girare attorno alla costruzione e giungere alla veranda della camera della ragazza. Le simpatie dell’Emiro le erano valse un letto e un ambiente appartato. Dopo aver controllato di essere solo, l’uomo scavalcò il parapetto e forzò la maniglia della porta finestra. La stanza era avvolta nell’oscurità, un respiro lento e pesante proveniva dall’alcova. La vide. Mormorii continui, tremore diffuso su tutto il corpo, sussulti. Colei che beve dal vaso. D’un tratto la giovane donna invocò a gran voce il divino Al-Hakim, conficcandosi le unghie nel collo. “Salvami dal demonio!” Kaled chiuse gli occhi. Doveva parlare con l’Emiro in persona, subito. Fakhr ad-Din II, sovrano indiscusso dei Drusi da ventiquattro stagioni, uomo saggio e ponderato, seppur ambizioso, fissava le parole impresse sul libro aperto davanti a sé con espressione vuota. La lingua di quella ospitale terra verde rimaneva ostica per lui, anche dopo tutto quel tempo. Nostalgia di casa. Ma quando ripensava a Ashmina, un turbamento lo assaliva. Era necessario portare a termine il rito di trasmigrazione. Mancava però l’elemento fondamentale: la nuova Prescelta, colei che avrebbe bevuto dal vaso di Ashmina, che ne avrebbe condiviso il sangue. Non sarebbe stato facile individuarla. Il vellutato bussare di Kaled distrasse l’Emiro dalle preoccupazioni. “Mio Sovrano, chiedo perdono. Vorrei parlarvi della ragazza, confidarvi le mie angosce di suddito e confratello.” Fakhr levò le braccia in misericordiosa accoglienza. “Kaled, confratello. Vieni e dimmi cosa pensi, te ne prego. Aiutami a ritrovare la giusta via, il tuo re è confuso.” Kaled si sedette a debita distanza dal sovrano. “È stato un bene portare la Prescelta con noi in esilio, mio Emiro? È stato considerato il rischio di un soggiorno obbligato in terre incontrollabili? Non ne sono sicuro.” Fakhr abbassò lo sguardo, come avrebbe fatto solo con amici di sempre, ammirati e rispettati, con cui aveva condiviso tutto. Uomini come Kaled. “Non lo credo più, proprio come te. Trovare una nuova Prescelta? Qui in Toscana? No… Il segreto di Al-Hàrith non potrà attecchire in questo paese, almeno per il momento.” Kaled fece un cenno d’accordo. “Ci vuole tempo, ed esperienza, e capacità d’azione. L’Europa è ancora una terra buia e minacciosa per noi, non avremmo dovuto rischiare. Una battaglia è persa, ma la guerra è ancora lunga...” L’Emiro si alzò di scatto. “Non sopporto l’idea di vederla impazzire, giorno dopo giorno, senza poter fare niente e senza che il suo sacrificio abbia un senso per la Società dell’Ariete.” Kaled fissò il fuoco nel camino. Fakhr aveva ragione. Senza beneficio per l’Ariete, tutto diventava assurdo, insostenibile. “Mio Sovrano, non credo ci siano alternative. Se cercassimo una donna per farne Colei che beve dal vaso, daremmo troppo nell’occhio, in questo momento. I Toscani ci osservano con attenzione a causa delle pressioni ottomane. Non possiamo fare passi falsi.” “Non possiamo.” Bisbigliò Fakhr ad-Din II, riaccomodandosi accanto al fuoco. La vecchia serva fissava il nulla davanti a sé, occhi sbarrati, le labbra emettevano debolissimi suoni ripetitivi. Preghiere, forse. Dalla stanza di Ashmina ormai soltanto urla disumane, da due o tre giorni. La vecchia poteva immaginare il volto trasfigurato di Ashmina, un tempo rotondo e bellissimo, gli occhi vuoti e fuori dalle orbite, il corpo ridotto a uno scheletro di pelle, i segni rossi ovunque. Non sarebbe sopravvissuta più di una o due notti. E il cadavere ancora caldo non avrebbe subito alcun rito di trasmigrazione, il sangue si sarebbe raffreddato dentro il corpo, come per tutti gli altri figli di Dio. Almeno questa giustizia sarebbe giunta a compimento. 30 agosto 1692, Andivor, Massachusetts
Abigaill quella mattina non si sentiva bene, si era svegliata con una leggera febbre e la fronte imperlata di sudore. Il cielo era ancora scuro, l’aria salmastra penetrava gli interstizi nel legno della casa. C’erano molte cose da fare, come ogni giorno, e lei non esitò nemmeno un istante, nonostante il malessere. Infilato il lungo vestito nero, il grembiule e la cuffia bianca, scese in cucina per preparare la colazione al marito Ebenezer. Il fuoco scoppiettava nella stufa, l’acqua vibrava nella pentola, con qualche accenno di bollicine. Tra un rimestare le uova e un riattizzare la fiamma, forti ondate di calore e vertigini le investirono il petto e la testa. Le tempie pulsarono. Si mise a sedere a capotavola, stringendo le palpebre, brividi le percorrevano il corpo. Si alzò, decisa ad andare fino al pozzo a recuperare un secchio d’acqua fresca, per immergere il viso e fare impacchi per la fronte. Stava per uscire, quando il crocifisso sopra la porta girò la testa verso di lei. Accorso al tremendo urlo della consorte, Ebenezer, ancora in camicia da notte, la trovò in lacrime, singhiozzante, accucciata accanto all’uscio. In ambasce stringeva le ginocchia al petto. Le sfiorò la fronte bollente e tentò di tranquillizzarla. Abigaill tremava, sputava parole senza senso fra i denti serrati. L’uomo la sollevò, la portò in camera, l’adagiò sul letto, le tolse il vestito e la coprì con tutte le coperte. Sotto la coltre, la giovane signora Barker rivedeva all’infinito il volto sacro seguirla con lo sguardo e il capo. La fattoria più vicina era quella di Foster, suo cognato. Spronando il cavallo, Ebenezer percorse veloce le poche miglia con il vecchio carro. Era una giornata soleggiata e ventosa, sua sorella Rose stava stendendo le lenzuola appena lavate. Candidi fantasmi svolazzanti sulla scogliera. Rose abbandonò le faccende per andare col fratello, si occupò di Abigaill per tutto il giorno, facendole impacchi e preparando decotti di erbe, per far scendere la febbre. Dopo un paio di giorni, Abigaill sembrava ristabilita. Ebenezer tirò un sospiro di sollievo e Rose rimase, col permesso del marito, a casa loro ad aiutare la cognata nelle faccende domestiche. La mattina del quarto giorno, mentre le donne preparavano uno stufato in attesa dei mariti, Abigaill sentì uno strano sospiro alle spalle. Fece finta di niente, ma quando il rumore crebbe cominciò a guardarsi intorno, agitata. Rose stava per stendere il pane, quando Abigaill vide un’ombra passare rapida dietro la porta. Deglutì spaventata e con gli arnesi da cucina ancora in mano si diresse verso l’uscio. Sporse la testa e fece appena in tempo a vedere delle enormi zampe caprine sparire al piano di sopra. Il rumore secco del cucchiaio di legno sul pavimento fece accorrere Rose. Abigaill boccheggiava, appoggiata allo stipite. La febbre era tornata. Dopo averla messa a sedere e averle dato un bicchiere d’acqua, la sorella di Ebenezer la strinse a sé, accarezzandole la testa come fosse una bambina. La mattina seguente il marito andò a Essex per chiamare il medico. Non appena lo vide arrivare, il dottor Maughman sospese subito l’estrazione di un molare, dicendo di avere un caso urgente di cui occuparsi e chiedendo al malcapitato di tornare l’indomani. Il poveretto annuì, stizzito ma rassegnato. Senza aspettare che Barker bussasse, uscì con il tricorno in una mano e la borsa di cuoio nell’altra. Ebenezer rimase a bocca aperta, quando Maughman gli chiese se si trattasse della moglie. Non poté fare altro che annuire e rimontare sul carro: il medico era già a cassetta. Ascoltò l’uomo solo qualche minuto; una volta compresa la situazione, sembrò immergersi nei pensieri, strisciando nervoso le dita sulla fibbia decorata della borsa. A casa Barker, Maughman rimase solo con la giovane donna in preda a una sorta di incoscienza agitata. Le si avvicinò, con un bisturi le incise in profondità un polpastrello, fece stillare il sangue in una piccola ampolla, richiusa subito con cura. Poi prese dei fogli dalla borsa e li mise nel cassetto del comò. Posò il palmo della mano sugli occhi di Abigaill, sfiorandoli appena e sospirò con una vena di tristezza. Dopo la visita tranquillizzò la famiglia: si trattava di un’innocua febbriciattola. Disse loro di pazientare ancora qualche giorno e di farle bere tisane di tarassaco, per depurarle il sangue. Di darle poco da mangiare e di evitare in modo assoluto l’orzo. Chiese a
Ebenezer di farsi riaccompagnare a Essex, rassicurandolo sulla salute della moglie. Non pretese alcun compenso, e lo lasciò senza parole. Giunto alla soglia di casa, salutò ancora il signor Barker. Il suo sorriso sparì con l’allontanarsi del carro. Invece di rientrare, si diresse in senso opposto, fino ad arrivare alla casa più grande della cittadina. Siguardò intorno, fece schermo con la mano, il mare in lontananza era coperto di scaglie d’oro. Afferrò l’anello del battente, una testa d’ariete, e bussò tre volte. Un attendente del magistrato lo fece entrare, senza preamboli. Quella stessa notte qualcuno si introdusse silenzioso nella stalla dei Barker e in quella dei Foster. Durante le giornate seguenti, le condizioni di Abigaill sembravano stazionarie. Viveva in una sorta di intontimento continuo e si trascinava di stanza in stanza, silenziosa. Ogni tanto Rose doveva rincorrerla e riportarla a letto. Attorno a lei le cose scorrevano come tutti i santi giorni, Foster si fermava a mangiare a casa Barker e a sera tornava a dormire nella sua fattoria. Ebenezer andava a lavorare ogni mattina, dando un bacio in fronte alla moglie e ringraziando la sorella per l’aiuto. Poi, la notte tra il sette e l’otto settembre, il diavolo visitò di nuovo Abigaill. La trovò Rose, nuda, piena di graffi e lembi di pelle sotto le unghie. Era scesa lungo la scogliera, al chiaro di luna. L’acqua le lambiva le caviglie, le labbra tumefatte dai morsi. Non appena la cognata si avvicinò, lei si voltò di scatto: il suo sguardo faceva paura. Parole orribili e sconnesse investirono Rose, seguite da un colpo violento al viso. Abigaill saltò addosso alla donna con veemenza, mormorando tra sé un nome innominabile. Se Foster non fosse andato a casa Barker per la colazione e non avesse sentito le urla della moglie provenire dalla spiaggia, Rose sarebbe morta. Immobilizzata, Abigaill si contorse in preda al panico tra le braccia del cognato e gli artigli dei mille demoni che la ghermivano. Svenne. La portarono in casa e mandarono a chiamare il ministro di Dio a Salem. Nel cassetto del comò trovarono fogli scritti in modo fitto e confuso, con evocazioni demoniache, formule magiche e pentacoli. Abigaill era analfabeta. Pochi giorni più tardi, le vacche di Ebenezer Barker e quelle di Foster si ammalarono e il cavallo presentò i prodromi dello sparenio. Il martello del giudice scese impietoso, il rogo arse il corpo di Abigaill per diverse ore, spandendo un odore dolciastro nell’aria. Il dottor Maughman, il magistrato e il ministro si scambiarono un’occhiata amara, tra la folla. Maughman fu sul punto di crollare. Essex, nella Provincia della baia del Massachusetts in New England. Anno R R's & Reginae Gulielmi & Mariae Angliae &c Quarto Anoq'e Dom 1692. La giuria eletta per grazia di nostro Signore Salvatore, del Re e della Regina, notifica che Abigaill Barker, moglie di Ebenezer Barker di Andivor, il giorno ottavo di settembre, ultimo dell’anno suddetto e diverse altre volte e giorni ha di certo praticato & esercitato le detestabili arti chiamate Stregoneria e Magia, perversamente malignamente e scelleratamente ha usato praticare & esercitare alla e nella Città di Andivor nella contea di Essex su e contro Rose Foster di Andivor per tramite delle dette arti oscene. La detta Rose Foster dal giorno e anno suddetto sia prima che dopo fu ed è torturata, afflitta, consumata, deperita, distrutta e tormentata contro la buona pace di nostro Signore Salvatore. Le leggi e gli atti e la dignità della Corona del Re e della Regina in questo caso hanno provveduto a eseguire la sentenza. (Archivio del Massachusetts Vol. 135 No. 54.) 17 aprile 1900, Istituto di Anatomia Patologica, Università di Vienna L’équipe del dottor Karl Landsteiner era composta dalle migliori promesse di tutto il paese nel campo medico. Nel 1898 il Direttore dell’Istituto aveva fatto carte false per far approvare il
preventivo dei costi del progetto al Consiglio di Università, aggiustando alcuni conti in modo improprio ma senza esagerare; abbellendo, come aveva sostenuto in confidenza durante i brindisi. Il progetto di ricerca nella nuova frontiera della cosiddetta immunologia interessava parecchio gli anziani baroni della prestigiosa accademia viennese e aveva permesso di dare spazio e risalto a Landsteiner, giovane trentenne di grandi speranze per l’Austria. Karl Landsteiner, portamento elegante e carisma indiscusso. Con il passare del tempo il suo lavoro fu apprezzato sotto ogni aspetto, compresa la prospettiva di guadagno per le nascenti industrie farmaceutiche transnazionali. Non fu difficile per lui ottenere fondi consistenti, sui quali contare per il reclutamento di cervelli sopraffini e strumentazione di prima qualità. Grazie ai suoi studi, grandi passi erano stati fatti nella definizione dei gruppi sanguigni, fino ad allora sconosciuti, mediante rigorose analisi su differenze e analogie tra i vari tipi di plasma umano. Si era dimostrato che l’agglutinazione del sangue, fenomeno che si verifica quando il sangue di un umano viene a contatto con il sangue di un altro umano, non era una malattia come si era creduto da sempre, bensì una reazione normale dovuta alle caratteristiche specifiche individuali del plasma. Il dottor Landsteiner stava pubblicando in quei mesi il primo studio approfondito sulle caratteristiche dei tre gruppi sanguigni ipotizzati, A B e C, e sul metodo per poterli distinguere in un laboratorio. Era coadiuvato da una squadra di sette giovani laureati in varie specializzazioni di medicina, uomini ambiziosi e determinati. Lavoravano notte e giorno per portare a termine le ricerche necessarie alla pubblicazione di Landsteiner. Nella squadra, arrivato per ultimo circa due anni prima, rivestiva un ruolo importante Jozef Kirchner, rampollo viennese con alle spalle studi a Londra e Amburgo, incaricato della catalogazione del sangue dei soggetti in osservazione. Il padre di Jozef, il notabile avvocato prussiano Egon Kirchner, era un confratello dell’Antica Segreta Società dell’Ariete, a sua volta iniziato dal padre all’età di ventisette anni. La Società era molto attenta agli sviluppi degli studi del dottor Landsteiner, lo seguiva da tempo, ed era infine riuscita tramite Kirchner a piazzare qualcuno a stretto contatto con lui. Argomento di fondamentale importanza, per i confratelli dell’Ariete, era la definizione di specifici gruppi sanguigni e lo studio delle differenti caratteristiche. Nella loro storia millenaria, le attività di controllo dei portatori sani di Al-Hàrith non avevano mai potuto contare su metodologie scientifiche di pari livello. Ora i confratelli dovevano a ogni costo mettere le mani su quegli studi e servirsene per classificare una volta per tutte le caratteristiche del sangue dei portatori sani. I Prescelti, secondo quanto tramandato nei millenni dagli adoratori della setta di Khnum, il dio criocefalo. Coloro che bevono dal vaso. Jozef Kirchner era un uomo giovane dall’aspetto sobrio, sostenuto da un certo gusto nel vestiario e nei dettagli. Più maturo della sua età, era calmo e compassato nell’atteggiamento e nelle relazioni di lavoro. Ambizioso, ma manteneva un approccio umile nel fare le cose, molto simile a quello del padre. Condivideva con lui anche un profondo attaccamento alla Società dell’Ariete, che da almeno tre secoli annoverava tra le sue fila confratelli con quel cognome.Provava lo stesso impellente bisogno di garantire all’Ariete vita eterna, in tempi così turbolenti e incerti. La Società doveva sapere la verità sugli studi dei gruppi sanguigni, avrebbe potuto cambiarne per sempre l’esistenza. I portatori sani da allora in poi, se il lavoro di Landsteiner non fosse stato confutato, avrebbero avuto connotati diversi. Per sempre. Sarebbero stati un gruppo sanguigno a parte, con ogni probabilità. Il loro sangue era senza dubbio raro, il raggruppamento per forza di logica non avrebbe potuto essere comune. Forse non sarebbero nemmeno stati rilevati, nel campione di popolazione. Jozef Kirchner avrebbe comunque studiato a fondo la materia, sperimentando in modo diretto, sul campo. La posizione di addetto alla catalogazione del sangue prelevato era perfetta, gli garantiva accesso ai campioni e facile manipolazione degli stessi. Poteva disporne più o meno a piacimento. Dal momento della nomina da parte del dottor Landsteiner, Kirchner padre e figlio decisero subito di sfruttare l’occasione inattesa. Predisposero una vecchia villa fuori città, nascosta dentro l’ampia macchia verde del Türkenschanzpark, a ospitare alcuni pazienti particolari, controllati a vista ventiquattro ore al giorno. L’intenzione era di sottoporre il sangue dei portatori sani registrati in territorio mitteleuropeo alle analisi in corso all’Università. Jozef avrebbe dovuto solo fare la spola tra il lavoro e la nuova dimora, per usufruire delle scoperte di Landsteiner sul gruppo sanguigno degli unici individui immuni ad Al-Hàrith.
Egon Kirchner sostava immobile davanti al vetro attraverso cui osservare la stanza dove la donna era imprigionata. Mani giunte dietro la schiena, sguardo ancora aguzzo, nonostante i settantadue anni compiuti da poco. Era ormai approdato all’ultima stagione dell’esistenza, aveva vissuto innumerevoli soddisfazioni, ma ne voleva ancora una. Molto importante. Per lui l’Ariete era tutto, a quel punto della vita, perché il resto era pian piano sparito. Provava un forte senso di colpa in certi momenti, osservando quelle povere donne nate con la sventura di essere le Prescelte, secondo le antiche leggi dell’Ariete. Ma se ne liberava ripensando ai grandi valori della Società, ai nobili obiettivi, che da sempre miravano a lasciare tutto com’era sempre stato. Grande concetto, pregno di giurisprudenza. Cosa poteva significare l’esistenza di una donna di poca importanza, con minimo spessore sociale o culturale, sacrificata alla causa dell’Ariete, investita dell’essenza di Al-Hàrith e testimone del segreto fino alla morte? Un prezzo. Solo un prezzo da pagare, per non permettere che la forza letale del Demone potesse cadere nelle mani sbagliate, da qualche parte nel mondo. La vita era piena di prezzi da pagare, concluse l’avvocato Kirchner nel sentire la porta aprirsi e alcuni passi rimbombare nella sala. “Chi è quella donna, Jozef?” Domandò in modo brusco, senza neanche guardare chi fosse. “Signore, sono Waldemar...” “Ebbene Waldemar, chi è? Sai qualcosa di lei?” L’uomo fissò il vecchio per un istante, prima di rispondere in un mezzo sospiro. “Credo si tratti di Geneviève Lastin, o qualcosa del genere. Ha ventisei anni, è svizzera.” Kirchner staccò la presa delle mani dietro la schiena. “Ha famiglia? Come l’abbiamo fatta venire qui?” “Non so se abbia famiglia, signore, l’abbiamo... prelevata con le solite modalità. Stava rincasando dopo il lavoro. Era la settimana scorsa, non ricorda?” Incalzante, nervoso: “È già stata sottoposta alla sostanza?” “Credo abbia subito la prima esposizione oggi.” Il vecchio Kirchner era tornato un bambino capriccioso, faceva domande di cui conosceva già le risposte. “Entro quanto tempo si brucerà le cervella e saluterà questo mondo?” Waldemar guardò l’autoritario confratello dell’Ariete con occhi quasi sprezzanti, per la debolezza di quell’atteggiamento assurdo. “In media entro venti, venticinque settimane, ma questa donna sembra avere un fisico molto forte, dai valori registrati durante le prime analisi. Dipenderà dalla sua capacità di reazione e dalla forza d’animo.” “Più forte si dimostrerà, più tenterà di sopravvivere, e più a lungo soffrirà Al-Hàrith nel suo corpo, detto in altre parole...” Kirchner pensò alle decine di clienti difesi davanti ai tribunali, durante la lunga carriera. Pensò ai colpevoli scampati alla giusta condanna, per cavilli legali e per le sue capacità oratorie. Rivide i loro vestiti costosi, i sorrisi nauseanti, le viscide strette di mano. Si appoggiò alla parete, sentì un vuoto dentro. In quell’istante rinnegò l’Ariete e maledisse la sua esistenza intera. 3 settembre 1900, Türkenschanzpark, Vienna Jozef Kirchner fu in grado di ottenere subito una copia della tabella ufficiale, prima ancora che questa fosse stata visionata per l’ultima volta dal dottor Landsteiner. Una semplice formalità,
essendo ormai i risultati della ricerca confermati e certi. Come previsto dai confratelli dell’Ariete, la prima griglia di classificazione dei gruppi sanguigni esistenti, per forza di cose provvisoria, non annoverava la categoria di appartenenza dei portatori sani di Al-Hàrith. I gruppi studiati dall’équipe medica rimanevano per il momento tre, chiamati in modo definitivo A B e 0 (nuova denominazione del precedente C), più il fattore Rh del plasma distinguibile tra positivo e negativo. Fu proprio Kirchner a insinuare in alcuni colleghi il dubbio dell’esistenza di un quarto gruppo sanguigno, molto raro, chiamato in seguito AB a causa delle caratteristiche di amalgama di elementi presenti nei primi due gruppi riconosciuti. Fu sufficiente portare in Università alcuni campioni di sangue provenienti dal rifugio dell’Ariete, prelevato ai portatori sani in osservazione. Il sangue in questione non era catalogabile come A, B o 0. Kirchner preferì, per non destare sospetti, non informare subito Landsteiner. Il piano era di conquistare prima la fiducia dei colleghi dell’équipe e presentare solo alla fine il conto al capo, quando l’evidenza non fosse stata più negabile. La strategia pagò: dopo poco tempo, lo stesso Landsteiner parlava già di quattro gruppi sanguigni durante gli incontri con i vertici accademici. Ora l’Ariete aveva una sigla, un gruppo sanguigno per inquadrare i portatori sani di Al-Hàrith. La metodologia di controllo degli stessi sul territorio sarebbe cambiata in modo drastico. Sarebbe migliorata, si sarebbe basata su un elemento molto più esatto della semplice intolleranza all'orzo. Avrebbe evitato imprecisioni e grossolani errori. Avrebbe reso scientifica la propria spietata crudeltà. Waldemar stava confrontando i dati di un’analisi sul fattore Rh del nuovo gruppo AB, proveniente dall’Istituto di Anatomia Patologica dell’Università, quando il vecchio Egon Kirchner entrò nella sala. Per i vertici dell’Ariete erano giorni frenetici, le comunicazioni criptate viaggiavano veloci tra i diversi angoli del pianeta, per raccogliere le impressioni e le proposte sulle nuove procedure di controllo dei portatori sani. L’avvocato viennese ricopriva un ruolo fondamentale nella fattispecie, essendo il confratello più alto in carica dell’area dalla quale arrivavano le importanti novità. Non dormiva più tranquillo da parecchio tempo ormai, con lugubri pensieri in testa e un fastidioso senso di colpa dentro. Non aveva un ruolo operativo come il figlio Jozef o gli altri confratelli nella villetta dell’Ariete, e ciò non lo agevolava di certo, lasciandogli tutto il peso della responsabilità. Il passo lento, la voce rauca e carica di tensione. “A che punto siamo, Waldemar?” “Il fattore Rh del sangue dei portatori sani è negativo. Sto controllando gli ultimi dati, ma ormai non ci sono più dubbi.” Un orrendo rumore proveniente dalla stanza accanto squarciò la quiete del laboratorio, immerso nel silenzio del Türkenschanzpark. Urla, tonfi, suoni ottusi a ripetizione. “Cosa diavolo...” Kirchner si avvicinò al vetro. Lo spettacolo era insostenibile: una donna stesa sul letto, con gli arti legati agli angoli della branda di ferro, la bocca imbavagliata, il corpo in preda a convulsioni fortissime. Era coperta di sudore, piena di graffi sul corpo. Gli occhi spiritati. “È Geneviève, vero?” Waldemar non alzò nemmeno gli occhi dai referti medici. “È il portatore sano, predestinato a conservare in sé il respiro di Seth, signore.” “Sì certo, il portatore sano... la portatrice. Chissà perché solo donne...” Focalizzò il viso di Geneviève, il suo collo. Il corpo consumato dalla sofferenza. Ancora poco da vivere per lei, dopodiché il suo cadavere andava dissanguato, prima di perdere il tepore vitale. Nel nome e per mano dell’Antica Segreta Società dell’Ariete.
Nella fine è il principio
Il cadavere della donna era riverso su un fianco, la fissità degli occhi non riusciva a cancellarne la bellezza. Se lo caricò in spalla e uscì sul portico, camminando a passo deciso verso le auto. Appoggiò il corpo sul sedile posteriore della prima, richiudendo piano lo sportello, poi infilò il coltello nei due pneumatici di destra dell’altra. Si mise alla guida e partì, sfondando il cancello con facilità. Dopo una decina di curve in salita, piegò a destra, imboccando uno sterrato fra gli alberi, e si perse nella macchia boschiva. Fermò la macchina dopo circa un chilometro, nel punto in cui lo sterrato fra gli alberi si restringeva fino a diventare un sentiero, e scese con calma. Si caricò di nuovo il corpo della rossa sulla spalla e continuò a salire, zigzagando fra i tronchi. Il silenzio era rotto solo dal sibilo del vento fra i rami imbiancati di neve. Proseguì fino a che le gambe lo ressero, sostenuto più da una vaga volontà che da un disegno prestabilito. Dopo una ventina di minuti, ormai allo stremo delle forze, depositò la donna ai piedi di un ontano. La spogliò, per poi adagiarla sulla coltre nevosa. Il volto era ancora roseo e la smorfia lugubre e grottesca della morte si era trasformata in un’espressione di stupore. Dove mi stai portando, e perché? Il cinese cominciò a ricoprire di neve la pelle nuda. Voleva accelerare il raffreddamento del sangue. La faccenda andava chiusa con un rituale, in questo l’Ariete aveva ragione. Sperò solo che il suo rito fosse meno ridicolo del loro. Non so dove ti ho portato, non credo abbia più importanza, ma il perché mi è ben chiaro: nessuno deve ricavare niente da questa storia maledetta. Non il potere, non il denaro, non la salvezza. Non la vita. Meno che mai, la vita. Si fermò solo quando la donna fu del tutto ricoperta di neve, a eccezione della testa. Attese interminabili minuti, guardando un punto indefinito nel grigioverde della macchia silvestre. Poi tirò fuori il coltello, ancora una volta, e incise la giugulare del cadavere con un breve taglio. La perdita di sangue fu quasi inesistente. Al-Hàrith era ormai inattivo. Distrutto.
Strade blu
Kai Zen
LA STRATEGIA DELL’ARIETE
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ISBN 978­88­04­56431­7
© 2007 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano I edizione febbraio 2007
È scritto che, dopo dodicimila anni di combattimenti con Ôrmuzd, Ahriman vincerà.
E.M . CIORAN
Ogni violenza compiuta sotto il sole La vidi E lacrime di oppressi Nessuno le addolciva E violenza di oppressori Nessuno la frenava I morti perché morti io lodo I vivi no perché vivi.
QOHÉLET
Nella fine è il principio
Il cadavere della donna era riverso su un fianco, la fissità degli occhi non riusciva a cancellarne la bellezza. Se lo  caricò in spalla e uscì sul portico, camminando a passo deciso verso le auto. Appoggiò il corpo sul sedile  posteriore della prima, richiudendo piano lo sportello, poi infilò il coltello nei due pneumatici di destra dell’altra.  Si mise alla guida e partì, sfondando il cancello con facilità. Dopo una decina di curve in salita, piegò a destra, imboccando uno sterrato fra gli alberi, e si perse nella  macchia boschiva. Fermò la macchina dopo circa un chilometro, nel punto in cui lo sterrato fra gli alberi si restringeva fino a  diventare un sentiero, e scese con calma. Si caricò di nuovo il corpo della rossa sulla spalla e continuò a salire,  zigzagando fra i tronchi. Il silenzio era rotto solo dal sibilo del vento fra i rami imbiancati di neve. Proseguì fino  a che le gambe lo ressero, sostenuto più da una vaga volontà che da un disegno prestabilito. Dopo una ventina di minuti, ormai allo stremo delle forze, depositò la donna ai piedi di un ontano. La spogliò,  per poi adagiarla sulla coltre nevosa. Il volto era ancora roseo e la smorfia lugubre e grottesca della morte si era  trasformata in un’espressione di stupore. Dove mi stai portando, e perché? Il   cinese   cominciò   a   ricoprire   di   neve   la   pelle   nuda.   Voleva   accelerare   il   raffreddamento   del   sangue.   La  faccenda andava chiusa con un rituale, in questo l’Ariete aveva ragione. Sperò solo che il suo rito fosse meno  ridicolo del loro. Non so dove ti ho portato, non credo abbia più importanza, ma il perché mi è ben chiaro: nessuno deve ricavare niente da questa storia maledetta. Non il potere, non il denaro, non la salvezza. Non la vita. Meno che mai, la vita. Si fermò  solo  quando  la donna fu del tutto ricoperta di neve, a eccezione  della testa. Attese  interminabili  minuti, guardando un punto indefinito nel grigioverde della macchia silvestre. Poi tirò fuori il coltello, ancora  una volta, e incise la giugulare del cadavere con un breve taglio. La perdita di sangue fu quasi inesistente. Al­ Hàrith era ormai inattivo. Distrutto.
Prima parte
Pochi yuan più il prezzo del serpente
Shanghai, gennaio 1920
1
Al segnale dello starter i cavalli, spronati dai fantini, si catapultarono in fondo alla prima curva. I tonfi ritmici  degli zoccoli sul terreno rombavano nelle orecchie di Shanfeng come macigni che rotolano in una gola di roccia.  Un rumore sordo, ripetuto. Il rumore di una possente macchina in movimento che si ripercuoteva sulle tribune  di legno mescolandosi al vociare del pubblico. Ed eccoli di ritorno, i colori sgargianti delle divise dei fantini  rimontavano lungo il rettilineo opposto, poi di nuovo una curva e un altro giro. Il giovane cinese si disinteressò alla corsa e salì i gradini fino a una delle uscite, per infilarsi nel corridoio su  cui davano gli uffici amministrativi. Arrivò all’ultima porta, aperta, e vi si affacciò. L’uomo alla scrivania, un  occidentale dalla pelle rosea, ebbe un sobbalzo, ma Shanfeng indietreggiò subito, come se avesse sbagliato, e  sorrise. Un sorriso strano, da moccioso furbo. Poi si diresse all’uscita. Fuori, rimase ad aspettare alcuni minuti,  meno di quanto aveva immaginato, e infine, senza una ragione apparente, cominciò a camminare. Le strade di Shanghai sono strane, pensò. Ci sono i grandi viali e i corsi ben tenuti della Concessione francese,  battuti   da   carrozze,   risciò   e   persino   automobili,   ma   non   puoi   mai   sapere   quando   e   come   queste   arterie   si  trasformeranno in vortici incomprensibili e convulsi. Basta sbagliare una svolta, rimanere sovrappensiero per un  paio  di minuti e ci si ritrova in un mondo  diverso, lontano. La luce  del giorno si disperde  inghiottita dagli  anfratti, assorbita dai teloni tesi fra le mura dei vicoli, trattenuta dalla biancheria stesa sul retro delle case. Non è  difficile perdersi, soprattutto se non ci sei nato. L’uomo che camminava davanti a lui – anzi, che ormai correva –  indossava   un   vestito   grigio   elegante   e   aveva   il   fiato   corto   per   lo  sforzo   e  la  paura.   Quell’uomo   –  lo   stesso  intravisto nell’ufficio all’ippodromo – non era nato a Shanghai, non era nato in Cina, e adesso avrebbe di certo  preferito non aver mai lasciato Newcastle per venire a lavorare in una città che non capiva, che gli rimaneva  estranea. Shanfeng  gli stava sempre  dietro, il passo  appena un po’ accelerato: non aveva bisogno  di correre perché  sapeva dove e come sarebbe andata a finire. Aveva ammiccato a un uomo dentro una stanza e gli aveva fatto un  cenno   giù  in  strada,  un  cenno   che   l’altro   aveva  finto  di   ignorare  dirigendosi  verso  l’incrocio  dove  di   solito  prendeva una vettura di piazza. Quella mattina, però, non ce n’erano. Il panico aveva spinto l’inglese in strade  sempre più strette e isolate, e ora la sua figura pesante arrancava in un budello senza uscita, al termine del quale,  nell’ombra, attendeva fratello Xin. Quando l’inglese gli passò vicino, Xin lo buttò a terra e cominciò a colpirlo con calci nello stomaco, una, due,  tre volte. Poi sopraggiunse Shanfeng e bastò uno sguardo perché fratello Xin si facesse in disparte, a controllare  l’accesso del vicolo. Shanfeng si  inginocchiò accanto allo straniero e gli sostenne la grossa testa fra le  mani, in un  gesto quasi affettuoso: «Stia tranquillo Mister Wilson, non abbia timore. Volevamo solo consegnarle questo…».  Tirò fuori dalla blusa un astuccio di legno e lo aprì davanti agli occhi arrossati e confusi di Wilson che cercava a  fatica  di rimettersi  in  piedi.  Una  lama  d’acciaio  baluginò  sul  velluto  che  foderava  l’astuccio.  Era un  piccolo  coltello dall’impugnatura lavorata. Shanfeng  riprese  a parlare: «Faccia quello che  le è stato chiesto a suo  tempo, Mister Wilson, obbedisca, la  prego. E conservi questo piccolo dono». Richiuse l’astuccio e lo appoggiò sulla coscia dell’altro, che rimase a  fissarlo inebetito. Il cinese spiegò: «Non sia testardo, o la prossima volta che vedrà la mia faccia farà bene a usare   quel pugnale contro di sé. Sarà meno doloroso». L’inglese cominciò a singhiozzare, scosso da singulti sempre più  violenti che non cessarono nemmeno quando i due aggressori se ne andarono in silenzio. Dopo pochi isolati i due cinesi si separarono  senza salutarsi e Shanfeng si infilò  in un caseggiato  vetusto,  attraversò  una  piccola  corte  interna  e  salì  al  piano  superiore.  La  stanza  era  stretta  e  lunga,  poco   più  di   un  corridoio, afosa e piena di gente. Questuanti, miserabili di ogni risma che avevano qualcosa da chiedere allo  Shan Chu, il grande capo della Triade, la testa del dragone, il fratello maggiore. Il fratello maggiore a Shanghai si  chiamava Yu­Hua. Non era generoso né avaro: era il padrone. Shanfeng si fece largo veloce, fendendo con disinvoltura quell’ammasso di disperazione. Sembrava molto più  giovane di quanto non fosse, i capelli tagliati cortissimi facevano risaltare la fronte ampia e liscia come quella di  un bambino, ma aveva già vent’anni, era un uomo. Gli occhi marrone chiaro erano scaltri ma limpidi, come  fossero immuni dalla degradazione che vedevano ogni giorno. Indossava una casacca da lavoro blu scuro un po’  sformata nella quale la sua corporatura esile pareva fluttuare. Mentre si avvicinava alla porta presidiata da due  guardiani, Shanfeng si sentì trattenere per un braccio.
«E tu dove vorresti andare, topolino?» L’alito dell’uomo sapeva di marcio. Shanfeng abbassò lo sguardo sulla  mano aggrappata alla manica. Una mano grassoccia e umida. Spiacevole come la voce gracchiante: «È tutta la  giornata che aspetto una parola dello Shan Chu e adesso tocca a me! Deve ascoltarmi o il mio negozio andrà in  rovina. Mettiti in fila come gli altri invece di fare il furbo». Lo  schiaffo   schioccò  secco   come  una  frustata.  Il grassone  non  lo  vide  nemmeno  arrivare,  avvertì  solo  un  improvviso bruciore alla guancia che divenne immediatamente rossa. Il gesto di Shanfeng era stato così fulmineo  che, senza il rumore e il lamento del commerciante, nessuno si sarebbe accorto di nulla. «Se non riconosci un uomo della Triade quando ne vedi uno, come pretendi che Yu­Hua ti presti ascolto?» La  voce di Shanfeng era ferma, tagliente come una scheggia di selce. «Va’ in fondo alla fila, adesso.» L’uomo esitò,  gli occhi bassi e la mano ancora sulla guancia colpita. «Ma… ho aspettato per ore» provò a protestare. «Adesso» ripeté Shanfeng, e si apprestò a entrare mentre il mercante si allontanava borbottando. Tenui fasci di luce filtravano nella stanza attraverso le cortine della finestra, sfiorando la sagoma minuta di  Yu­Hua, che  restava avvolta dall’ombra. Un effetto  di certo voluto  e destinato  a impressionare  chi veniva a  chiedere i suoi favori. Stava sempre con la schiena molto diritta, forse per compensare la bassa statura e le spalle  strette. Ma, nonostante la scarsa prestanza fisica, nessuno avrebbe mai dubitato del suo potere. «Cos’hai per me oggi?» «Drago d’oro ha cambiato casa. La sua nuova dimora sarà quella che avevamo scelto per lui.» «Molto bene, Shanfeng.» Il tono preciso e annoiato di Yu­Hua suonava già come un congedo, ma il giovane  esitò, rimanendo impalato davanti al capo. «C’è altro?» «Avrei una richiesta. O meglio, una persona a me vicina ha un’esigenza che l’organizzazione può soddisfare  ricavando un adeguato tornaconto.» Yu­Hua sbottò in una breve risata: «Bene, mio piccolo sensale, ti ascolto». Qualche ora dopo, Shanfeng camminava sul lungofiume, il Bund come lo avevano battezzato gli inglesi, fissando  l’azzurro   intenso   dello   Huang­pu.   Sulla   sponda,   appena   oltre   la   riva   fangosa,   sorgevano   le   sedi   di   molte  compagnie commerciali straniere, con le facciate pulite e pesanti che incutevano quasi soggezione. Shanfeng,  però, non provava timore, solo una rabbia sorda. Si diresse all’entrata del parco Huang­pu, dove sostò a testa bassa. Il cartello in caratteri eleganti fissato al  cancello era secco e umiliante come uno schiaffo: VIETATO  L’ACCESSO  AI CINESI E AI CANI. Avrebbe preferito non saper leggere, ma il maestro Han gli aveva insegnato i numeri e la scrittura, compreso  l’alfabeto occidentale; non aveva raggiunto grandi risultati negli esercizi di calligrafia, ma se la cavava. Aveva  imparato a leggere, dunque, e oggi leggeva tutto il dolore del suo paese in un odioso cartello. Un tentativo di  rubarlo e distruggerlo era già fallito qualche settimana prima. L’ispettore di polizia era grasso e lento, per sua  fortuna.   Proprio  lo  stesso  che  stava  seduto  su  una  panchina  lì  vicino,  fingendo  di  leggere   un  piccolo  libro.  Stupido ciccione figlio di una cagna giapponese e servo dei colonialisti. Stare di guardia a un cartello è la corvée che ti meriti. Shanfeng gli rivolse un inchino plateale e si allontanò. Ho altro da fare che perdere tempo dietro a una scritta. Yu­Hua gli aveva assegnato un compito e Yu­ Hua non era tipo che si potesse far aspettare. Shanfeng si incamminò di nuovo verso l’ippodromo. Non riusciva a capire  la moda degli inglesi. Le donne  sugli spalti erano  infagottate  come  sacchi di riso e  portavano  copricapo  assurdi   e   inutili.   Gli  uomini   si   ostinavano   anche  con  l’afa   più  opprimente  a  indossare  giacche complicate e pesanti, con l’immancabile  waistcoat, il gilet, utile a null’altro che a tenere ancora più  caldo. E infatti si accaloravano nel seguire i cavalli in gara, le donne con la goffa disinvoltura di chi non capisce  niente   e   i   loro   accompagnatori   dissimulando,   dietro   una   ridicola   freddezza,   il   colorito   paonazzo  dell’arrabbiatura per la sconfitta del loro puledro. Ipocriti che si atteggiavano a gran signori solo perché avevano  fatto i soldi con il commercio dell’oppio, a spese del suo paese. La solita vecchia storia. Oggi Shanfeng avrebbe ridistribuito un po’ di quella ricchezza. Drago d’oro era il favorito assoluto  della quarta corsa, garretti nervosi e figura elegante, figlio di King of  Westmidlands e di Natasha, quasi due anni e solo vittorie. Apparteneva a un ricco, stupido inglese. Le giocate  erano a senso unico, ovvio, e le quotazioni bassissime, il che aveva indotto gli scommettitori a puntare ancora di  più. Yu­Hua non si era fatto sfuggire l’occasione.
Shanfeng osservava la scomoda e monotona moda occidentale ai piedi delle tribune sul primo rettilineo della  pista. Le scuderie si trovavano al di là di una macchia di giovani pioppi, al riparo dagli occhi del pubblico. Le  raggiunse da dietro, facendo un largo giro attorno al boschetto, proprio quando sull’ippodromo cominciava una  pioggia finissima. La scuderia assegnata a Drago d’oro era l’ultima, la più vicina agli alberi e quella più facile da raggiungere  senza essere visti: il direttore dell’ippodromo, Mister Wilson, aveva fatto il suo dovere. Shanfeng ci arrivò prima  della partenza della corsa successiva. Il piccolo Li era già al suo posto, in attesa. Quando vide arrivare Shanfeng lo guardò appena e, colto un cenno   di intesa, si avvicinò al box di Drago d’oro. Lo  staffiere  era occidentale.  Volto  rosa  come  un  porcellino  e naso  prominente.  Non  si stupì  quando  vide  avvicinarsi un cinese di circa undici anni: con il lavoro che faceva, aveva a che fare con visitatori e curiosi di ogni  risma, fra cui molti bambini, affascinati dai cavalli. Il piccolo sorrise senza dire una parola e si chinò per raccogliere qualcosa. Lo staffiere non fece in tempo a  chiedersi cosa, che gli arrivò sulla giubba una morbida palla di fango e merda di cavallo. Il bambino emise una  risata secca e si allontanò senza fretta, mentre l’uomo agguantava un frustino e si lanciava all’inseguimento. In quel preciso istante partì la terza corsa e il fragore dello starter e delle urla degli spettatori coprì ogni altro  rumore. Shanfeng scivolò nella scuderia, rimasta incustodita, e accarezzò il muso del cavallo più volte, con gesti lenti e  avvolgenti.   Poi   si   spostò   lungo   il   fianco   del   puledro   e   tirò   fuori   un   piccolo   coltello   dalla   lama   sottile   e  affilatissima. Agì in modo rapido e preciso, toccando leggermente il tendine appena sotto la coscia dell’animale. Il nitrito di  Drago d’oro e il disperato scalciare vennero inghiottiti dal frastuono della terza corsa. Shanfeng si allontanò,  scusandosi in cuor suo con la bestia per averla azzoppata. Quando fu tornato nella zona scommesse, individuò subito la figura esile e aristocratica del professor Einrich  T. Hofstadter,  il suo  benefattore  occidentale,  l’uomo  per  il quale  svolgeva  gli  incarichi  più  svariati.  Si stava  lisciando metodicamente i baffi e il pizzetto bianchi, in attesa del suo turno di scommettere. L’urto involontario  di qualcuno gli fece cadere il monocolo, e prima di rimetterlo sull’occhio si premurò di scusarsi, toccandosi la  tesa del cappello. Era tanto goffo nei piccoli gesti quotidiani quanto geniale nelle intuizioni scientifiche. Almeno  così era sembrato a Shanfeng. Non aveva ben capito la portata delle scoperte del tedesco, ma il suo blaterare  appariva convincente e l’entusiasmo degno di credito. Il corpo ossuto del vecchio riempiva a malapena il vestito  di lino chiaro. Gli fece quasi tenerezza mentre si dirigeva al banco per puntare e perdere i propri soldi su Drago  d’oro. «Lasci   stare,  Herr  Hofstadter.»   Con  un   gesto  gentile  ma   fermo   gli   afferrò  la  manica.  Il   braccio   stava  già  porgendo il denaro all’uomo del botteghino. «Venga via.» «Ma è una vincita sicura…» L’espressione di Hofstadter era quella di un bimbo deluso. «Oggi gli dèi non saranno propizi al Drago.» Non era una mossa saggia. Il vecchio aveva molti soldi, come  tutti gli occidentali, e non era sbagliato  sottrargliene  un po’. Solo che  Shanfeng  non se  la sentiva. Era quasi  troppo facile. L’eterno stupore di quell’uomo lo disarmava. Alla quarta corsa Drago d’oro fu accompagnato  alla partenza. Uno sguardo esperto avrebbe colto la lieve  zoppia, attribuendola forse a un eccessivo allenamento. Drago d’oro si ritirò alle novecento iarde. Ritornando   verso   casa,   il   professor   Hofstadter   era   ancora   stupito   della   deludente   prova   del   suo   cavallo  preferito e non faceva che commentare le varie fasi della corsa a un silenzioso Shanfeng. Giunti a un crocicchio, il  cinese  trattenne  per  un  braccio  il suo  padrone  mentre  davanti  a loro  sfilava  veloce  una  carrozza.  Passato  il  pericolo, Shanfeng non lasciò la presa fino a che l’anziano occidentale non gli ebbe prestato attenzione. «Per quella sua richiesta ci sono novità. Ho parlato con dei miei amici.» Gli occhi cerulei del tedesco si fecero  d’improvviso attentissimi. Appoggiò la mano su quella di Shanfeng, che gli cingeva ancora la manica. Poi i due  ripresero a camminare.
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Dai diari di Einrich T. Hofstadter, vol. I, p. 48
23 marzo 1911, Frankfurt-am-Main, Germania Finalmente siamo riusciti a decifrare il primo papiro recuperato in Palestina. Non avendo trovato quello  che speravamo, avevamo perduto la speranza di poter rintracciare l’oggetto della nostra ricerca. Ma grazie  al lavoro di alcuni preziosi “amici” comincia a delinearsi un quadro più completo. I papiri fin qui esaminati hanno richiesto quasi due mesi di lavoro, in compenso mi hanno illuminato.  Gamir, il sacerdote egizio, è stato abbastanza esauriente circa il “segreto dei vasi”. Ma il vero lavoro comincia solo  ora. Occorre comprendere almeno in via teorica il funzionamento  di  quello che egli non esita a chiamare il “respiro di Seth”. Una volta stabilito questo, esamineremo i rotoli  successivi, per capire dove possano essere i vasi. Ci vorranno mesi, forse anni. Per il momento posso ancora contare sulla protezione della Loggia e sul suo  finanziamento. Il Vril stesso, da Berlino, tramite alcuni confratelli, mi sta dando un aiuto prezioso. Anche se  M mi ha messo in guardia: qualcuno nel Germanenorden di Monaco sembra intenzionato a crearmi degli  ostacoli. In ogni caso non intendo fermarmi, la razza umana ha bisogno di questa scoperta. Giungerà il giorno in  cui potremo condividere con tutti il nostro sapere.
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Nueva Germania, Paraguay, luglio 1944
Dietrich Hofstadter guardava il proprio volto nello specchio. Le rughe cominciavano a segnare la fronte e gli  angoli degli occhi. I capelli andavano diradandosi, anche se l’aspetto era tutto sommato ancora giovanile. La cosa  che proprio non sopportava del suo viso era l’accentuarsi della somiglianza con quello del padre; il barone  Einrich T. Hofstadter. Immerse  la lama  del rasoio  nella  bacinella  d’acqua  calda  e  dopo  essersi insaponato  le  guance  cominciò  a  radersi. Si asciugò e si mise a regolare la forma dei baffi con una forbicina. L’ospite non avrebbe tardato ancora  molto,   lo   aveva   mandato   a   prendere   da   ore.   Voleva   farsi   trovare   in   ordine.   Non   che   gli   altri   giorni   fosse  trasandato, ma quella era un’occasione speciale, attesa a lungo. Portò   lo   sguardo   oltre   le   imposte,   cogliendo   un   leggero   accenno   di   nubi   provenire   da   est.   L’aria   stava  rinfrescando e le fronde nel bosco dondolavano appena. Si vestì con calma, infilò il cappotto e con un sigaro tra  le labbra andò in giardino. L’inverno sembrava non finire mai. Poco dopo sentì avvicinarsi il rombo di un motore. Non si erano mai incontrati prima, ma quando si strinsero la mano si guardarono negli occhi senza diffidenza. «Benvenuto, benvenuto a Nueva Germania. La Baviera in miniatura.» Hiro Otaru, magro come un chiodo, si strinse nel doppiopetto gessato e fece un inchino. Entrarono in casa. Il  giapponese si sistemò nella stanza che gli era stata riservata e si diede una rinfrescata, poi si ritrovarono nella  Stube. Sul tavolino campeggiava una scacchiera da Go. Dietrich prese una bottiglia di caña e due bicchieri. «Che ne dice di un sorso e di una partita?» Otaru accese una sigaretta, inforcò gli occhiali dalla montatura di guscio di tartaruga e lasciò la prima mossa a  Hofstadter. Pietra nera all’intersezione di linee del quadrato centrale. «Ormai la guerra è persa, inutile che in  Germania continuino a illudersi.» Il giapponese fece la sua mossa senza rispondere. Dietrich indicò la finestra con il mento. «Vede, Herr Otaru, a  sud, oltre quelle montagne, si trova la capitale di questo miserabile paese. Una comunità tedesca si è insediata  qui in Paraguay da più di cinquant’anni per costruire un luogo perfetto e realizzare quell’ideale che in Europa  sta crollando. Io non sono depositario di alcuna verità e non condivido la scelta dei miei compatrioti, fondare  una nuova piccola patria, chiudersi il mondo alle spalle.» Il tono della voce si fece amaro. «Era l’unica possibilità  che avevo di concludere questa… non saprei nemmeno io come chiamarla, mio padre avrebbe detto “missione”.  Ma io non sono mio padre.» Hofstadter si sorprese della propria spontaneità e sorrise perplesso tra sé. Fuori, il crepuscolo sfumava i contorni degli edifici in legno. Gli ultimi bagliori del sole sparirono dietro le  creste montuose. La partita fu interrotta per la cena. Otaru non parlò molto, ma Dietrich non si sentì affatto imbarazzato dalla  laconicità dell’orientale. Si sentiva a suo agio con lui. Ben presto l’ospite, stanco per il viaggio, si congedò. Il padrone di casa, tornato nella Stube, rimase a sorseggiare del liquore fissando la scacchiera. Il mattino dopo stava facendo colazione di buon’ora in sala da pranzo, quando comparve il giapponese vestito  di tutto punto. «Vedo che è già pronto, Otaru­san. Eppure il viaggio di ieri deve essere stato pesante.» Sistemandosi gli occhiali sul naso, l’uomo replicò: «Dormo lo stretto necessario, Herr Hofstadter, non mi piace  perdere tempo. Ho già dato un’occhiata alla sua documentazione». Un’ombra passò sul volto del giapponese  mentre versava il tè. «Yin Zhen  e frutta secca… lei è un uomo raffinato,  Sturmbahnführer. Raffinato, colto,  intelligente e proprio per questo cauto.» Stringendosi nella vestaglia damascata, Dietrich abbozzò un sorriso compiaciuto. «Lei dice, Otaru­san?» Un breve  sorso  dalla tazza, poi il giapponese  rispose: «Voglio  essere  franco. Lei mi nasconde  qualcosa: il  dossier che mi ha fornito è solo la punta dell’iceberg. C’è qualcos’altro, e lei non vuole mostrarmelo, o forse  aspetta a farlo». Il tedesco lo guardò negli occhi. «Mi segua.»
Attraverso i corridoi della casa, tra caimani impagliati e quadri rinascimentali, Dietrich Hofstadter guidò Hiro  Otaru in silenzio, l’uno dietro l’altro, fino ad arrivare a una porta oltre la quale c’era una rampa di scale quasi  verticale   scavata   nella   pietra   grezza.   Cominciarono   a   scendere.   L’odore   di   umido   saturava   le   narici,   fino   a  raggrumarsi in un punto preciso del cranio, tra gli occhi. Otaru si tolse gli occhiali un paio di volte per asciugare   la  condensa  sulle  lenti.  Hofstadter,  ancora   in  vestaglia,  lo  precedeva  con  una  lampada  e  voltandosi  lo  vide  esitare. Ai piedi della rampa di pietra, un breve corridoio conduceva a una scala a chiocciola in metallo che riportava  di nuovo verso l’alto: avevano lasciato l’area dello chalet per riemergere in un altro edificio. «Stia attento alla testa, Otaru­san. E anche a dove mette i piedi…» La lanterna sorretta dal tedesco gettava un alone luminoso sempre più debole. A un tratto Hofstadter non  sentì più i passi di Hiro dietro di sé. «Allora, che aspetta?» Non ottenendo risposta tornò indietro perplesso. Hiro era seduto su un gradino, ansimante, e stringeva tra le dita una scatoletta. Con un movimento convulso  la aprì e lo sfarfallio delle mani fece cadere alcune pillole, minuscole perle inghiottite dal buio. Ne mise in bocca  un paio e riprese fiato, seppure a fatica, poi cercò di afferrarsi al corrimano, la fronte madida di sudore. «Otaru­san, tutto bene?» Hofstadter si avvicinò di più con la lampada a olio. «S­sì, tutto bene. Non si preoccupi, Herr Sturmbahnführer, ora va meglio. La prego, mi faccia strada.» Il tedesco riprese a salire, voltandosi di continuo verso Hiro. Evitava di illuminarne il viso, sapendo che vi  avrebbe trovato i segni dell’imbarazzo. Salirono a lungo. La spirale si avvitò su se stessa numerose volte. Otaru  lo seguiva. Le pillole dovevano aver sortito qualche effetto. L’odore di umido si fece meno pungente e l’aria  meno stantia. Gradino dopo gradino, passo dopo passo. La scala sembrava non finire mai, finché li accolse un cerchio di luce. Una stanza circolare con il soffitto a  cupola. Raggi densi di pulviscolo filtravano da piccole feritoie. Al centro, un massiccio scranno di legno con il  plinto in pietra. Sul lato opposto rispetto alla botola da cui erano arrivati, un tavolo con delle sedie, una libreria  carica di volumi e diverse carte arrotolate. Di fronte, una piccola cisterna con rubinetto e un mappamondo. «Benvenuto, Otaru­san. Questo è il cuore di casa Hofstadter. Venga, si sieda. Ora le verso dell’acqua…» La presenza della luce sembrava confortare il giapponese, che si aggiustò la giacca e accettò il bicchiere che lo  Sturmbahnführer gli porse. «Mi dispiace per il disagio, Hiro… posso chiamarla Hiro? Ho fatto costruire questa specie di bunker a qualche  centinaio di metri da casa. Dal balcone può vederlo bene: è la collinetta con la quercia. La luce e l’aria filtrano da  minuscole  aperture  celate  fra i cespugli  ed è impossibile  notare  la differenza con  il resto  del paesaggio. Per  questo motivo l’unico accesso è il cunicolo sotterraneo. Lungo il corridoio esistono un paio di uscite laterali,  accessibili solo dall’interno.» Hofstadter   si   diresse   verso   la   parete   alla   sua   destra,   dov’era   murata   una   cassaforte.   Ne   compose   la  combinazione ruotando la manopola al centro dello sportello, che si aprì. Poi rimase con lo sguardo fisso, come  se all’interno ci fosse un’intera galassia da esplorare, e infine estrasse quattro tomi rilegati in cuoio, dalle pagine  consunte, con un blasone in rilievo sul dorso. «Questo è quello che rimane di mio padre.» Hiro si avvicinò e attese l’assenso di Dietrich. La carta frusciava sotto le dita ed emanava odore di vecchio: i  diari di Einrich T. Hofstadter, l’intera vita di Einrich T. Hofstadter. Lo Sturmbahnführer richiuse la cassaforte e fece passare qualche minuto, poi mise i volumi in una valigetta,  prendendo anche quello nelle mani di Otaru. «Non vorrà fermarsi  qui  a leggerli,  vero?» Hofstadter  cominciò  a scendere  nel budello  delle  scale.  «Bene,  allora. Facciamo ritorno al mio studio.» Otaru fece un lungo respiro, con un’ampia falcata andò verso il tavolo, afferrò il bicchiere, lo riempì un’altra  volta d’acqua. Il polso gli tremava, mentre afferrava la scatola con le pasticche. Ne ingerì un paio, bevve e si  avviò dietro Dietrich.
Due  grifoni reggevano  uno scudo  sovrastato  da elmo  e cercine  alla base  di un cimiero  a fenice. Sotto, un  sostenente, un motto con un compasso, un martello e le lettere  A U  M. Il fuoco crepitava nel caminetto del salotto,  baluginando sullo stemma dorato dei diari. Hofstadter ne seguiva le evoluzioni con un bicchiere di cognac tra le  dita.  Le   scie  ambrate   lasciate  dal  liquore  sul  vetro colavano  dense  e  profumate.  Aveva  letto  e  riletto  quelle  pagine, nel corso degli anni. A Lubecca, quando gli erano stati consegnati, non aveva degnato i diari di uno  sguardo. Abbandonati in cassaforte senza nemmeno aprirli. Poi, un giorno di grandine, decise di affrontare suo  padre. Passò quasi un mese a esaminare gli scritti, pagina per pagina, annotazione dopo annotazione. Tra oscuri  diagrammi e voli pindarici, non poté fare a meno di classificare in due categorie il lavoro del genitore. Da un lato  le farneticazioni esoterico­magiche, dall’altro il lucido resoconto di una brillante mente scientifica. Le ricerche di  Einrich   T.   Hofstadter   avevano   dello   stupefacente.   Dietrich   intravide   in   quell’ammasso   di   carta   un   enorme  potenziale, capace di fargli scalare le vette del nuovo impero. Avrebbe cercato mezzi e uomini per completare il  lavoro iniziato dal padre, e forse le idiozie misteriche di cui era infarcito sarebbero state utili alla sua carriera.  Hitler e i suoi collaboratori nutrivano la stessa passione e provenivano dagli stessi circoli iniziatici del vecchio:  l’Ultima Thule, il Vril, l’Ahnenerbe. Lui no: dopo gli studi scientifici, aveva intrapreso la carriera militare. Mentre  il barone  era in giro per il mondo  a inseguire  chimere, la madre, Clarisse, si ammalò  di tubercolosi e morì.  Dietrich   non   aveva   ancora   tredici   anni.   Le   uniche   notizie   di   Einrich   T.   Hofstadter   erano   contenute   in   un  telegramma che affidava il figlio alle cure di un tutore. I suoi pensieri erano confusi, era riuscito a sbrogliare la matassa dei diari solo per metà. Lo sguardo perso nel vuoto, uno sbuffo, l’ultimo sorso di liquore. Riguardando il blasone, Hofstadter si chiese  perché mai suo padre avesse modificato quello stemma. «Si   tratta   dello   scudo   della   sua   famiglia,  Herr Sturmbahnführer?»   Otaru   interruppe   i   suoi   pensieri.  Hofstadter, con un gesto automatico, si passò la mano sulle guance e poi strinse le labbra tra pollice e indice.  «Non proprio. E mi chiami pure Dietrich…» Il giapponese, avvolto dal fumo della sigaretta, passava il fazzoletto sulle lenti degli occhiali. «In che senso  “non proprio”, Herr Sturmbahnführer?» «Lasciamo perdere, non è importante…» Hiro   distolse   lo   sguardo   per   posarlo   sui   diari.   Prese   con   delicatezza   quello   in   cima   alla   pila   mentre   il  mozzicone stentava a spegnersi nel posacenere. Hofstadter si avvicinò alla vetrata dello studio. La foresta in  lontananza era di un verde insolito: luce di tempesta. Un colpo quasi impercettibile alla porta lo fece voltare.  «Avanti.» Felipa, una ragazza creola, entrò spingendo un carrello con due tazze, una teiera e una zuccheriera colma di  granelli   bruni.   Accennò   un   sorriso,   lasciando   intravedere   un   filo   di   perle   bianche   tra   le   labbra   prima   di  andarsene. Dietrich ne seguì malinconico l’ancheggiare, poi versò l’infuso al giapponese. «Quando avrà finito»  disse indicando i manoscritti, «capirà perché l’ho fatta venire fin quaggiù.» L’orientale  prese  la tazza,  ne  inspirò  il vapore  e  mandò  giù  un  sorso:  «Vede,  mein Herr, quando  mi ha  contattato la prima volta, devo ammetterlo, ero molto… diciamo scettico». Posò il tè, osservandone le vibrazioni.  «Il contenuto della sua missiva era alquanto oscuro. Tranne per un particolare.» Hofstadter appoggiò la mano sul ginocchio con una smorfia divertita: «La cifra». «Già, la cifra. Non ero comunque propenso a darle retta. Solo dopo, quando è entrato nel dettaglio, è scattato  qualcosa. Lei è un uomo convincente, ma forse non sarei venuto fino in capo al mondo, se le sorti del conflitto  non avessero preso questa piega. E poi c’era il suo cognome. Non mi interessa cosa pensa di suo padre come  uomo, l’importante è condividere l’opinione nei suoi riguardi come scienziato. Io sono un chimico e un biologo.  In tutta franchezza, non ho ancora capito bene cosa vuole da me. La documentazione riguardava alcuni alcaloidi,  qualche enzima, nient’altro. Un laureato in scienze chimiche del Reich poteva bastare.» Fece una pausa. «Anche  per questo ho deciso di darle retta, in fondo: perché io?» Lo  Sturmbahnführer  si alzò in piedi accennando a uno dei tomi: «Le risposte sono là dentro». Stava per  uscire, quando si fermò. «Avevo bisogno del migliore, non di un fanatico qualsiasi, capace di dedicarsi solo al  blu di Prussia.» Chiuse la porta; l’avrebbe riaperta solo dopo diversi giorni.
La luce, protetta dal paralume, palpitava sui fogli sparsi. Otaru allungò le braccia dietro la schiena per stirarsi.  Gli occhi erano iniettati di sangue. Il giapponese aveva chiesto di non essere interrotto, se non da Felipa per un tè   a metà pomeriggio, e in quattro giorni non doveva aver dormito più di una dozzina di ore. Il pavimento era  ricoperto di fogli stracciati e appallottolati. Dietrich lo immaginò mentre sfogliava frenetico le pagine, prendeva  appunti, riempiva fogli di diagrammi e schemi. I diari sembravano averlo rapito. Forse ora poteva capire il suo  sforzo per continuare le ricerche e mettere in piedi un laboratorio nella foresta. Un fulmine balenò sulle sagome  scure degli alberi e sul vetro cominciò un tamburellare crescente di gocce. Le pareti dello studio erano rivestite di  librerie e quadri, e Hiro si alzò dalla poltrona per dirigersi verso un dipinto. Buio, interrotto a tratti da giorni che duravano una frazione di secondo. Cielo bianco e terra verde. Forme  minacciose apparivano e si dissolvevano rapide. Durante le tempeste gli alberi prendono vita, le ombre guizzano  al ritmo delle saette, la natura si richiude vorace. Otaru sembrava preoccupato. «Lot e sua figlia.» Non doveva averlo sentito aprire la porta. «Prego?» «Lot e sua figlia,   Tintoretto.   Autentico.   In   Europa   ne   è   rimasta   una   copia   e   di   sicuro   qualche   mio  connazionale l’ha fatta sua, credendola vera.» Hofstadter increspò le labbra, ironico. Otaru rimase impassibile. Hofstadter versò del cognac. «E non è l’unica opera di valore. Questo posto esiste grazie al patrimonio della  mia famiglia e al nazismo. Debbo alla mia posizione se sono entrato in possesso di molte cose. Cose capaci di  allettare persone che possono permettersele. Poco prima del suo arrivo, ho concluso un affare con un gentiluomo  neozelandese interessato a una tela che conservavo in Svizzera. Con il ricavato ho portato a termine il laboratorio  e la pista d’atterraggio. Non penserà che i miei “fidi collaboratori” siano qui solo per l’ideale nazionalsocialista,  vero?» Dietrich non si aspettava risposte. «Comunque è quasi tutto pronto, le ultime attrezzature sono già arrivate e il  campo base è montato in ogni dettaglio: i miei uomini si sono dati un gran da fare, hanno portato acqua corrente  e luce alle baracche. Ancora qualche giorno e la pista d’atterraggio sarà agibile del tutto. La lotta con la giungla è  stata faticosa e ha avuto i suoi costi, anche in termini non strettamente monetari. Qualcuno è stato preda dei  giaguari, qualcun altro è rimasto schiacciato dagli alberi. Le guide guaraní parlavano di spiriti, qualche operaio  ha borbottato, ma i miei sanno essere più persuasivi di qualsiasi superstizione.» All’improvviso l’unica luce fu quella di un lampo. Un battere di ciglia e si trovarono immersi nel nero. Attimi  di silenzio. «Non si preoccupi,  Hiro, sarà saltato  un generatore. Devo  avere  delle  candele, da qualche  parte…»  Poi il  rumore di un vetro che si rompeva. «Maledizione!» Dopo aver cercato a tentoni la scrivania, Hofstadter trovò un cero. Qualche istante dopo Felipa entrò con una  lampada: «¡Disculpe señor! Los generadores de corriente saltaron, le he traído una linterna».  «Gracias, Felipa, trae un trapo y una escoba por favor… se me cayó el vaso.» La fiamma riverberava negli occhi della ragazza. «En seguida, señor.» Dietrich sospirò. «La pioggia durerà a lungo, dobbiamo metterci il cuore in pace. Siamo vicini al tropico del  Capricorno, a un passo dall’Amazzonia.» Otaru bevve un lungo sorso di cognac. «Perché qui? Intendo dire, come mai ha scelto di venire fin quaggiù?» Altro bicchiere, altro cognac per lo Sturmbahnführer. «In Europa le cose sono cambiate, qualcuno ha fatto  male i calcoli. Io sono stato lungimirante. Ho deciso di andarmene già un anno fa. Grazie ad alcune conoscenze –  “avide” conoscenze – sono riuscito a caricare gran parte dei miei averi su una nave a Varna e a mettere al sicuro  quello che restava tra Svizzera e Liechtenstein. Il Sudamerica è il meno coinvolto nel conflitto, un buon numero  di tedeschi vivono da queste parti da tempo e sono alquanto influenti.» Otaru urtò di striscio un tavolino. «Quindi è probabile che parecchi suoi conterranei faranno rotta da queste  parti entro breve.» «È probabile. Molti stanno già arrivando. Il Paraguay non si farà alcun problema ad accogliere quelli che altri  considerano criminali. Si sa, la storia la scrivono i vincitori. Anche se i vincitori, gli americani, già prima della  mia partenza stavano arruolando alcuni degli uomini di Himmler tramite una lontana conoscenza di famiglia,  Reinhard Gehlen.»
Felipa entrò discreta e si mise a pulire il pavimento. Mentre era china a raccogliere i vetri, Dietrich la osservò  con intensità ma senza malizia. Poi sorprese il giapponese che lo scrutava, ma questi abbassò subito gli occhi a  fissare  la  punta  delle   scarpe.  «Conosco  il  generale  Gehlen,   l’ho  incontrato  in   Russia  anni  fa.  Alcuni  uomini  dell’OSS mi hanno fatto il suo nome in occasione di un recente incontro, ma la loro proposta non era allettante  come la sua. E gli americani… faccio fatica a capirli.»
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Shanghai, febbraio 1920
Tra urla e fuochi d’artificio, in un frastuono assordante, comparve il lungo drago di carta e legno. La città  celebrava la festa di primavera, il capodanno cinese. L’intero paese era in preda all’eccitazione della festa, tutti volevano dimenticare per un giorno le tensioni che  serpeggiavano lungo la schiena della Cina. Gli scioperi dell’anno prima, i Signori della guerra, il boicottaggio  delle   merci   giapponesi,   le   ingerenze   straniere   nelle   sorti   della   nazione,   il   malcontento   dilagante,   il   governo  nazionalista di Canton e i movimenti degli intellettuali comunisti. Tutto sospeso in un tentativo di esorcismo  collettivo. Nello sciame della folla in festa, Shanfeng intravide il professor Einrich Hofstadter che cercava di farsi largo  con il vestito di lino bianco e un panama in testa. Un nugolo di bambini in corsa investì l’anziano occidentale,  facendogli cadere il monocolo e la borsa di cuoio. La   mano   di   Shanfeng   fu   più   rapida   di   quella   del   professore.   D’istinto   le   dita   di   Hofstadter   cercarono   la  rivoltella sotto la giacca, ma quando riconobbe il suo servitore si ricompose, aggiustandosi la lente sull’occhio. Il  cinese gli porse la valigetta e fece cenno di seguirlo. Impassibile. Il vecchio cercava di mantenere un contegno e soprattutto di non abbassare la guardia, ma Shanfeng si accorse  che  bruciava d’entusiasmo: aveva atteso  quel momento  per anni. Attraverso un dedalo di strade via via più  strette e meno affollate arrivarono al molo. L’orientale, sempre taciturno, si muoveva con disinvoltura tra i vicoli  maleodoranti e pieni di rifiuti. D’improvviso  la città sembrò  deserta. Solo dietro  un angolo, su degli scalini,  sedeva un uomo con occhi rossi e ciechi che mormorava tra sé. Arrivati al porto, Shanfeng parlò nel suo tedesco incerto, appreso quando faceva da guida per gli europei nel  quartiere  delle  fumerie  d’oppio. «È atteso su quel battello,  Herr  Hofstadter, la barca che  vede avvicinarsi ci  porterà a bordo.» La mano pallida dell’occidentale andò ancora al rigonfiamento sotto l’ascella. Le ginocchia gli tremavano e la  fronte era imperlata di sudore. Nessuno gli aveva detto che avrebbe incontrato Yu­Hua sulla nave, d’altronde  nessuno aveva detto il contrario. Si scambiarono un’occhiata rapida ma eloquente. «Ti sei cacciato in un bel guaio, prendendoti cura di me.» Il giovane inarcò le labbra in un sorriso impercettibile. «Io so badare a me stesso. Quanto a lei, non faccia sciocchezze e saremo presto di ritorno, Herr Hofstadter.» La piccola imbarcazione ormeggiò. Shanfeng salì a bordo e tese la mano al tedesco, che si volse alle case di  Shanghai  con  inaspettata  nostalgia.  Ormai  l’ingranaggio  era in  moto.  Le  onde   cullavano  la barca,  mentre  si  allontanava da terra. La fune d’acciaio strideva sulla carrucola. L’uomo nello scafandro roteava piano  su se stesso, come  un abito  appeso, scosso da un vento leggero. «Merda, un altro! È il terzo che ci resta, lì sotto.» Dopo aver sputato per terra, Hans, il marinaio olandese,  armeggiò per liberare la tuta da palombaro dal cadavere del cinese. Shanfeng   si   teneva   appena   in   disparte,   a   poca   distanza   da   Yu­Hua.   Non   provava   soggezione   nei   suoi  confronti, nonostante fosse il capo della Triade, uno degli uomini più potenti e spietati della città. Yu­Hua gli  fece  un cenno ed entrambi si avviarono  sotto coperta. Durante il breve tragitto, lo osservò  di sottecchi. Non  sembrava   turbato,   del   resto   Hofstadter   pagava   bene,   talmente   bene   da   poter   sacrificare   almeno   altri   venti  sommozzatori, se necessario. Quasi gli avesse letto nel pensiero, Yu­Hua si fece sfuggire una riflessione a voce  alta: «Gli occidentali non mi piacciono. A parte Hans, ma lui è con me da anni e ormai è quasi cinese». Fece una  pausa e poi concluse: «Non mi piacciono, però ci si fanno buoni affari». Stretto fra europei e giapponesi, il popolo cinese contava meno di niente, ma per Yu­Hua era diverso. Molto  diverso.   Nessuno,   per   quanto   potente,   poteva   passare   sopra   la   Triade.   Una   millenaria   organizzazione   che  perseguiva solo i propri interessi, ma che, paradossalmente, rappresentava anche l’unica forma di potere cinese  temuta dagli invasori. Davanti alla cabina di Hofstadter, Yu­Hua esitò un istante, poi scosse la testa, si impettì  come di consueto ed entrò con decisione, seguito da Shanfeng.
L’imbarcazione d’alto cabotaggio ospitava diverse cabine attrezzate come piccoli appartamenti. Fino all’anno  prima   era   servita   da   bisca   clandestina,   con   bordello   e   fumeria   d’oppio.   Poi,   era   stata   riconvertita   ad   altre  esigenze. Hofstadter era chino sul tavolo, intento a spulciare mappe con le maniche della camicia arrotolate fino  al gomito. Da più di cinque giorni non si radeva, la pelle rovinata dal sole e dalla salsedine. Era evidente che non  aveva previsto di rimanere in mare tanto tempo: ormai era passato più di un mese. Stare in mezzo al mar della  Cina in compagnia di Yu­Hua e del suo equipaggio non doveva piacergli affatto. Alzò gli occhi per un attimo  all’indirizzo dei due orientali, poi li riabbassò sulle carte nautiche. Guardando   l’aspetto   provato   del   suo   “padrone”   occidentale,   Shanfeng   ripensò   a   come   apparisse   diverso  dall’ingenuo e distinto signore tedesco che aveva istruito e introdotto ai lati oscuri di Shanghai. Aveva dovuto  faticare non poco per convincerlo che in quella città l’unica organizzazione in grado di fornirgli i mezzi e le  informazioni   migliori   era   la   Triade.   Sulle   prime   il   professore   non   voleva   ricorrere   a   simili   aiuti,   ma   le   sue  ricerche lo avevano condotto fin lì e i suoi finanziatori non avevano battuto ciglio. “Ogni mezzo necessario” c’era  scritto alla fine dell’ultimo telegramma che Hofstadter gli aveva mostrato. A Shanfeng era parso che il vecchio  fosse diviso equamente fra eccitazione e amarezza. Yu­Hua ruppe il silenzio: «Herr Hofstadter, abbiamo ripescato adesso il palombaro. Morto». Quelle   parole   fecero   trasalire   il   professore,   che   distolse   lo   sguardo   dal   tavolo.   «Quanto   mi   costerà   tutto  questo?» Il   cinese   fece   un   gesto   con   la   mano   e   accennò   appena   un   sorriso,   come   a   indicare   che   la   cosa   non   era  importante.   Dopo   un  attimo  di   silenzio   aggiunse:   «Non   riusciamo   a  capire   che   cosa   li  uccida.  Sarà   difficile  convincere altri a immergersi, ora… Ma un sistema lo troveremo, in fondo è tutta gente che ci deve qualcosa». Hofstadter   rimase   impassibile,   anche   se   il   disprezzo   per   quell’uomo   era   palese,   come   il   timore   che   gli  suscitava. «Da terra ci sono notizie?» «Ancora nessuna, ma domani all’alba arriverà la lancia con le attrezzature  che  ha richiesto  e un carico  di  provviste. Io tornerò a Shanghai, ho molti affari da sbrigare. Lei potrà rivolgersi a Hans Deruyter per ogni altra  esigenza, è un mio uomo di fiducia. Per oggi abbiamo finito.» Yu­Hua indicò Shanfeng con un cenno della testa.  «Il suo servitore le porterà la cena in cabina.» Uscito il cinese in un fruscio di seta, Hofstadter e Shanfeng rimasero a fissare la porta per diversi secondi, poi  il tedesco appoggiò il braccio alla parete e si mise a osservare il volo dei gabbiani dall’oblò. Rimase nella stessa  posizione a lungo, e quando Shanfeng gli disse che sarebbe andato a riposare sembrò non sentirlo nemmeno. Sottocoperta, nell’oscurità satura di effluvi umani, Shanfeng si sistemò su una delle amache dell’equipaggio  che gemevano al ritmo della risacca e prese sonno subito. Non era passato molto tempo, quando venne svegliato  dall’ansimare   sofferente   del   suo   vicino,   Wei,   che   si   faceva   sempre   più   affannoso.   Si   volse   verso   di   lui,  dondolando piano sull’amaca, e lo vide premersi le mani sullo stomaco, contorcendosi per i crampi. Quando  Shanfeng, poche ore prima, gli aveva detto che sarebbe stato il prossimo a immergersi, lo aveva visto sbiancare.  Una missione suicida, come sembrava fino a quel momento, era un buon motivo per sentirsi male. Wei   non   era   mai   stato   un   tipo   fortunato.   Shanfeng   lo   conosceva   fin   da   bambino,   poiché   erano   entrambi  originari   di   un   piccolo   villaggio   nel   cuore   del   Kiangsi.   Lo   aveva   ritrovato   a   Shanghai   pochi   giorni   prima  dell’imbarco   in   una   delle   bische   di   Yu­Hua,   indebitato   fino   al   collo.   Alto   e   sottile   come   un   giunco,   si   era  incurvato precocemente. Sembrava che gli dèi lo avessero toccato maligni sulle spalle, segnando il suo destino. Shanfeng  ricordava ancora bene  un episodio  di molti anni prima, quando Hang­Ho, il giovane nipote  del  governatore,  aveva fatto  sosta  nel loro  villaggio  per  dare  ristoro  ai cavalli.  Tutti  i bambini  si  erano  affollati  attorno alla carovana per guardare gli abiti sfarzosi e colorati, i ricchi finimenti delle bestie. C’era Shanfeng, e  c’era anche Wei con sua sorella più grande, che lo teneva per mano. Guardavano con curiosità vorace ed erano  ancora troppo piccoli e stupidi per conoscere la paura. Wei stava spavaldo davanti a tutti, appena trattenuto  dalla stretta della sorella, e non esitò a farsi avanti quando Hang­Ho gli puntò il dito addosso. «Voglio giocare con lui, quello basso e sporco.» Il maestro di cerimonie oppose una debole obiezione. «Ma  eccellenza… è solo un contadino!» «Meglio.  Ne  ho  abbastanza  delle  vostre   maniere  ineccepibili   e  irritanti.  E non  sopporto   che  continuiate  a  lasciarmi vincere. Magari il piccolo caprone dimostrerà più carattere.»
Wei venne fatto accomodare sotto la tenda davanti a un tavolo ottagonale di ciliegio, mentre Shanfeng e gli  altri bambini erano rimasti a osservare la scena dietro il cordone di soldati. «I tuoi capelli sembrano trattati con lo sterco di gallina, ma sono certo che andrai bene lo stesso.» Il tono di  Hang­Ho era secco e annoiato. Doveva avere non più di quattordici anni. «Conosci i dadi?» Wei annuì: più volte  lui e Shanfeng avevano spiato i grandi giocare alla taverna del paese. «Gioca, allora.» Il maestro di cerimonie gli porse i due cubetti dentro una tazza di rame lavorato. Il bambino cominciò ad agitare la tazza per il tiro, ma Hang­Ho lo interruppe: «Aspetta! Non si può giocare  senza una posta, e tu non hai niente». Fece una pausa, fingendo di pensarci su, poi concluse: «Dunque giocherai  tua  sorella.   Non  vale  granché,  ma  non   credo  tu  possa  offrirmi   altro. Da  parte  mia,  metterò   in  palio   questo  anello». Così dicendo, si sfilò dall’indice un grosso rubino. «La sproporzione è molta, ne convengo, ma oggi mi  sento generoso.» Wei rimase immobile per molti secondi, terrorizzato, mentre la sorella piangeva in silenzio, bloccata da due  soldati. Il nipote del governatore lo scosse: «Sbrigati, o dovrò dire ai miei uomini di sventrare quella scrofa per  avere un po’ di divertimento in questo schifo di posto». Wei tirò. Il maestro di cerimonie scandì il punteggio a voce alta: aveva fatto il massimo. Hang­Ho sorrise. «Su tre tiri» disse. Dopodiché fu il suo turno e anch’egli totalizzò il massimo. Al tiro decisivo Wei fece sette e  Hang­Ho tre, ma ancora una volta non si scompose. «Avevo detto su cinque tiri, continuiamo.» Il quarto tiro andò di nuovo al nipote del governatore. Il quinto fu pari per tre volte. All’ultimo lancio Wei fece  un doppio sei. Hang­Ho si alzò di scatto e passò dalla parte del tavolo dove sedeva il suo avversario. Gli prese il  volto tra le mani, lo costrinse ad aprire la bocca e infilò dentro l’anello. «Hai vinto, piccolo pezzente, ma io non posso certo perdere con te.» A un suo gesto, uno dei soldati tagliò la  gola della ragazza. Wei si urinò addosso. Era stato forse in quel momento che era diventato un giocatore. Shanfeng  lo  sentiva  ancora  lamentarsi.  Probabilmente  non   stava  pensando  a  sua  sorella,  né   al nipote  del  governatore, ma solo al suo tremendo mal di pancia e all’ultimo anello della lunga catena che lo aveva portato  fin lì: la notte passata a giocare a mah-jongg nella bisca di Yu­Hua. Una notte maledetta in cui Wei aveva fatto  la vincita più grossa della sua vita, perdendo il doppio subito dopo. I veri giocatori non vincono mai. Non gli  avevano dato nemmeno il tempo di arrivare alla porta, o di mettere mano al coltello. Shanfeng e altri due uomini  lo  avevano  sollevato  di  peso  e  portato  in  un’altra  stanza  dove  lui  stesso  gli aveva  fatto   la proposta:  debito  dimenticato contro un piccolo lavoro di fatica, un’immersione da palombaro. «Non so niente di immersioni, io.» «Nemmeno di mah-jongg sai niente, ma ciò non ti ha impedito di giocare.» Un debito che non avrebbe mai  potuto ripagare in altro modo. In quel momento pensava di avergli fatto un favore. Ma adesso era lì, a contorcersi sull’amaca, cullato dalla sofferenza. L’indomani sarebbe toccato a lui e non  esisteva un solo motivo perché il suo compaesano dovesse avere più fortuna degli altri, visto che non era mai  stato  fortunato  in vita sua. Nell’ombra ripensò  al profilo  inerte  e  oscillante  dell’ultimo  che  avevano  issato  a  bordo. Appeso all’argano come un sacco vuoto, un impiccato vestito in modo ridicolo. D’improvviso lo sentì scendere dall’amaca e precipitarsi verso coperta mulinando le lunghe gambe come una  cicogna impazzita, ma a metà delle scale eruppe in un violento conato di vomito. A giudicare dall’odore giunto  fino a Shanfeng, il poveretto era stato colto anche da una scarica di diarrea. Stava male davvero. Sarebbe morto:  adesso o più tardi poco importava. In cambusa il cuoco, avvolto dai vapori, tagliava il pesce con precisione. Quando l’ombra lo raggiunse fino quasi  a sfiorarlo si voltò di scatto, brandendo l’affilatissimo coltello. Riconosciuto l’uomo, volse le spalle e tornò al suo  lavoro. «Allora, mi hai procurato quello che ti ho chiesto?» «Domani.» La notte avanzava lenta come la marea. Sul castello di poppa due uomini armati parlavano a bassa voce. In  plancia il timoniere di turno russava e in sala macchine tutto era silenzioso.
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Dal taccuino di Einrich T. Hofstadter
Giorno 401 Con oggi è un anno e trentasette giorni che mi trovo in Cina. Ho deciso di scrivere queste righe su un  taccuino, nel caso riesca a portare a termine la missione, per poterle così unire ai documenti e ai diari che ho  provveduto a lasciare nel mio studio di Shanghai. La situazione è ancora sotto controllo, ma dubito possa continuare così per molto. Il cielo  è sempre limpido, prego per l’arrivo di una tempesta, o di un cambiamento qualsiasi che  mi  scuota dal torpore in cui sto scivolando. Sono giorni che non esco dalla mia cabina. Non mi riconosco: oggi mi sono guardato allo specchio e non  ero io. La barba incolta e le occhiaie, i vestiti sgualciti e sporchi… Non trovo nemmeno più il monocolo.  Forse è sul tavolo, sepolto sotto cumuli di appunti e mappe. Non lo so, non lo voglio sapere. Cosa direbbe  Clarisse, se mi vedesse così… Clarisse, l’unico ricordo che ho del suo volto è una fotografia sullo scrittoio. Queste pagine sono la sola  àncora di salvezza. Se non avessi cominciato a scriverle, sarei sprofondato ancora di più nell’apatia che mi  opprime.
Giorno 403 Sono uscito  a respirare  una boccata d’aria. Non ho scambiato  parola con nessuno. Shanfeng non si è  visto. Ho incontrato di nuovo quell’occidentale con il tatuaggio, mi ha fatto solo un cenno, ho ricambiato.  Quell’uomo con le sembianze da furetto e gli occhi pervinca mi rende nervoso. C’è qualcosa in lui che mi  mette a disagio. Forse lo stato di malinconia e accidia, da cui di rado riesco a scuotermi, mi porta a guardare  chiunque con occhi ostili. L’aspetto delle poche nuvole all’orizzonte indica che presto le condizioni del tempo peggioreranno. Quando tutto ha avuto inizio non nutrivo alcun dubbio. Come potevo, dopo tanti anni di studi e ricerche,  di sacrifici e rinunce, anche solo sfiorare con la mente la possibilità di essermi sbagliato, di aver inseguito  una chimera?  Ma ora, dopo  la morte  di così  tante  persone…  Non  ne  conosco  nemmeno  i nomi, ma in  qualche modo mi sento responsabile della loro sorte. Ho comprato le loro vite. Le ho buttate al vento. Tempo fa, quando sono arrivato al tempio dove credevo, ingannandomi, che avrei finalmente raggiunto Al­ Hàrith, qualcosa in me si è spezzato. Eppure ho insistito, ho fatto finta di niente. Come se fossi cieco. Forse  da quel momento ho solo inseguito un fantasma, ho creduto di aver individuato le tracce dell’uomo che  aveva sottratto i vasi e che poi sembra sia naufragato nel mar della Cina, portando con sé i suoi misteri.  Tutto troppo vago, ridicolo quasi. Cosa speravo di svelare? I segreti degli Iperborei? O forse i misteri della vera conoscenza? E come poi?  Correndo dietro alle parole di un antico sacerdote che adesso suonano folli? Riesco quasi a sentire la tua  risata stridula, Gamir, ti vedo prenderti gioco di me attraverso i millenni. Cosa ho fatto? La mia esistenza  non è nient’altro che un cumulo di carta straccia. Ho barattato tutto quello che avevo, una famiglia, una vita  rispettabile. Ero così concentrato in questa ricerca che non mi sono accorto di quanto mia moglie avesse  bisogno  di  me.  L’ho  lasciata  andare,  non ho  saputo  nemmeno  tenerle  la mano  mentre  esalava  l’ultimo  respiro. Ho lasciato che le ossessioni mi distraessero anche dalle cose più importanti. Dall’amore dei miei  cari. Le mie ossessioni… Forse il rimorso è la giusta punizione per un uomo che ha barattato ogni cosa con la gloria, una vana  gloria. La mia fede nella Vera Storia vacilla. Devo trovare la forza di andare avanti. Se mai queste righe arrivassero nelle mani di mio figlio Dietrich, spero che egli possa perdonarmi.
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Al largo del mar della Cina, marzo 1920
L’aria pungente e salmastra della mattina non riusciva a penetrare in cambusa, dove il deposito di vapori  quotidiani e l’odore dei viveri stivati rendeva greve l’atmosfera. «Sto ancora aspettando.» Tong, il cuoco di bordo, parlò dando le spalle all’olandese, che rispose con voce  monotona. «Gli smeraldi sono appena arrivati con la lancia, insieme alle provviste e a tutto il resto. Tu bada a svolgere  bene il tuo compito e li avrai.» Il cuoco scattò fulmineo verso l’interlocutore, immobilizzandolo contro la porta, il coltello premuto sul collo  sottile, in uno spiacevole contropelo sulla barba rossiccia. «Non osare mettere in dubbio il mio lavoro, piccolo verme. Tu paga adesso e sarai soddisfatto.» D’un tratto  l’espressione di ringhiosa presunzione del cuoco, che alitava fiato caldo in faccia alla sua preda, si mutò in una  maschera   di   dubbio   e   infine   di   paura,   mentre   la   cabina   era   percorsa   da   un   rumore   di   tessuto   strappato.   I  pantaloni gli caddero alle ginocchia e la punta del coltello dell’olandese gli stuzzicò appena i genitali. Il cinese si  ritrasse con cautela. «Affettare pesci e affettare uomini sono lavori diversi, caro Tong, a ciascuno il suo. Fa’ quello che sai fare e  lascia il resto a me.» Il cuoco sputò per terra. «Non te la prendere, non c’è motivo» proseguì l’olandese. «Ho molto apprezzato quello che hai fatto finora e  sarai  ricompensato,  anche  se  non  capisco  come  ci  sei  riuscito.   Il  cibo  è  lo  stesso  per   tutti, non  c’è  modo  di  controllare le razioni…» Il   cuoco   sputò   di   nuovo   per   terra,   ma   stavolta   con   minore   convinzione,   forse   ammansito   dal   ruvido  complimento. Parlò piano. «Bacche dello Hunan, la mia terra, polverizzate ed essiccate accelerano il battito del cuore e restringono le  vene. Di norma non hanno effetti gravi, ma se chi le ingerisce è sottoposto a uno sforzo fisico prolungato nelle  dieci ore successive…» Un sorriso eloquente squarciò il volto del cinese. Il veleno agiva in combinazione con le  immersioni. Hans Deruyter fece un passo indietro, soddisfatto, e uscì dirigendosi in coperta: tutto stava andando liscio.  Tutto come piaceva a lui, silenzioso ed efficiente. L’olandese era così: silenzioso ed efficiente. Secco e viscido  come un’acciuga. Il volto sghembo da bambino invecchiato rivelava la natura instabile del carattere, l’intensità  sfuggente degli occhi azzurri la volubilità dell’anima. Era apparso nel porto di Shanghai un paio d’anni prima,  sbarcato da un mercantile francese, e non si era più mosso da lì. Svelto di lingua e di coltello, si era ricavato un  habitat in quell’ambiente altrimenti chiuso e ostile. Non c’era cosa in un porto che non sapesse fare, non c’era  attività di cui non fosse esperto: che si trattasse di scaricare sui moli, riparare reti o calafatare scafi non aveva  rivali, e ciò gli aveva guadagnato presto il rispetto di tutti e l’odio di alcuni, sentimenti da cui si guardava allo  stesso modo. Nonostante sembrasse molto qualificato, si era sempre accontentato di lavoretti poco dignitosi e mal pagati,  imbarchi brevi e faticosi, minuscole riparazioni e facchinaggi vari. Tutto pur di non allontanarsi troppo dalle  taverne del porto, diventate la sua vera casa. Beveva molto ma non cadeva mai sotto il tavolo e i suoi occhi, per  quanto lucidi per l’alcol, non perdevano vivacità. Una   sera   di   ottobre   del   1918,   l’incrociatore  Gelderland  della   flotta   delle   Indie   Olandesi   era   attraccato   a  Shanghai. Il nocchiere Van der Hoot, in libera uscita dopo mesi di mare, era sceso in porto con la chiassosa  compagnia di un paio di marinai e aveva fatto visita al bordello di Papa Wong. Hans stava seduto davanti a una  bottiglia   di   distillato   di   riso,   al   tavolo   più   nascosto   del   piano   inferiore   del   bordello,   cupo   come   se   stesse  aspettando lo scatenarsi di una sventura strana della quale lui solo aveva colto i presagi. Van der Hoot bevve molto per buona parte della serata e poi si appartò al piano superiore con una delle  ragazze. Dopo  mezz’ora ridiscese, visibilmente  alterato, sollevò  di peso  i due  compari e uscì  in fretta. Hans  rimase  immobile. Ancora qualche  secondo  e la donna si precipitò  giù per le scale  urlando, le mani sul viso  ridotto a una maschera di sangue e lacrime. «Mi ha sfregiato! Quel porco maledetto mi ha sfregiato! La mia vita è… Non ce la faceva, quel disgraziato, non  ce la faceva, aveva bevuto, gliel’ho detto. Ma lui ha tirato fuori quell’orribile coltello bianco e mi ha colpita! La  punizione degli dèi…» Li­Tien, uno degli uomini di Yu­Hua, si avvicinò alla donna, che tacque di colpo.
Hans   abbandonò   il   tavolo   e   scomparve   nella   nebbia   del   quartiere   portuale.   Tornò   dopo   un   paio   d’ore,  l’atmosfera del locale si era ormai acquietata. A uno dei tavoli era ancora seduto Li­Tien e Hans prese posto  accanto a lui senza chiedere il permesso. Li­Tien gli rivolse uno sguardo di rimprovero ma l’olandese gettò sul  tavolo un involto di tela dall’aspetto appiccicoso. A causa del gesto brusco la manica sinistra della casacca di  Deruyter si sollevò un poco sull’avambraccio, scoprendo un curioso tatuaggio dalla forma stilizzata. Una testa  d’ariete. «Un uomo originario della mia terra oggi ha arrecato grave offesa alla tua gente. Possa questo dono lenire il  dolore e riportare la serenità perduta.» Senza aspettare risposta, Hans si alzò e uscì nella notte. Dopo   aver   osservato   la   schiena   dell’olandese   scomparire   nell’oscurità,   Li­Tien   prese   in   mano   il   fagotto,  separandone i lembi. L’involto conteneva quattro dita tumefatte e violacee, trapassate dalla lama di un coltello  dall’impugnatura di madreperla. Cinque giorni dopo, Hans Deruyter era in mare aperto su una bisca galleggiante per incarico diretto di Yu­ Hua.
7
Gran Chaco, agosto 1944
«Tutto quello che vede qua sotto è stato causa di una sanguinosa guerra, una dozzina d’anni fa.» Il rombo del  motore costringeva Dietrich Hofstadter a parlare a voce alta. «Io vedo solo paludi, stagni e qualche macchia di vegetazione…» «E tra poco vedrà solo arido deserto… La guerra è condizione ontologica dell’uomo, Hiro. Fa parte della sua  essenza. È una questione più biologica che morale.» A un preciso movimento delle braccia del tedesco corrispose un’ampia virata del piccolo aeroplano. I raggi di  sole si tuffavano con mille riflessi dorati nel rio Pilcomayo. Al passaggio dell’apparecchio, alcuni tagliatori di  quebracho sollevarono la testa per seguirne la traiettoria schermandosi gli occhi con le mani. «Abbiamo mappato la zona, individuando nella popolazione locale e nei lavoratori immigrati un largo bacino  di possibili soggetti per gli esperimenti. Molti sono già in viaggio verso il laboratorio, altri sono in attesa nei  pressi di Nanawa.» Otaru, avvolto in un pesante cappotto, osservava il corso del fiume, simile a un’enorme crepa nella terra arida. «Che cosa c’è a Nanawa?» L’aereo rombava sempre più rumoroso e Hofstadter ormai urlava: «Sabbia, rocce, qualche sterpaglia e Mister  Fillmore». Percorsero   miglia   di   territorio   desertico   inseguiti   dalla   loro  ombra   alata   e,   dopo   diverse   ore   di   volo,  Hofstadter scese di quota.  Guardò Otaru con un sorriso, indicando un lembo irregolare di terra battuta in  mezzo alle rocce. «Ci siamo. Ecco laggiù la pista.» Toccando terra il velivolo rimbalzò sulle ruote tre volte, alla quarta si inclinò pericolosamente da una parte,  facendo  temere  al giapponese  che  si sarebbero  schiantati.  L’ala  sfiorò  la pista prima  che  il mezzo  ritrovasse  l’assetto, fermandosi a meno di un metro da un masso. Hofstadter si tolse i guanti, sfilò il casco e ravviandosi i  capelli radi fece cenno a Otaru di scendere. «Non le servirà» disse, indicando il cappotto dell’orientale. Il  cielo   striato   sembrava   trattenere   la  pioggia,   ma   la  temperatura   era  più   alta  rispetto  a   quella   di  Nueva  Germania. Poco dopo una sagoma scura si profilò tra le colline desertiche. Hiro stava bevendo dalla borraccia,  quando il rumore del camioncino si avvicinò. Hofstadter era intento a versare il contenuto di un paio di taniche  nel serbatoio dell’aereo. L’odore di carburante era pungente. Il motore dell’automezzo tossiva in folle. Dall’abitacolo scese un uomo alto con baffi sottili e occhi cerulei.  Portava una specie di divisa e una fondina sotto l’ascella. «Benvenuto, Mister Hofstadter.» Si avvicinò tendendo la mano al tedesco, per poi girarsi verso Hiro. «Mister  Otaru? Fillmore, Arthur Fillmore. Per servirla.» Una stretta forte e decisa. Una volta a bordo, seduti l’uno di fianco all’altro, i tre partirono sobbalzando sulle irregolarità del terreno.  Fillmore  guidava  con  noncuranza,  sembrava non  accorgersi  dei violenti scossoni.  Hofstadter  era a suo  agio.  Otaru tentò almeno cinque volte di accendersi una sigaretta. «Si ballerà ancora per un po’, Hiro, abbia pazienza.» Il tedesco gli porse un accendino con mano ferma. Il  giapponese aspirò una lunga boccata, quindi si mise a guardare il paesaggio dal finestrino. Alle loro spalle, tra il  lunotto   e   i   sedili,   era   appeso   un   vecchio   Mauser   7.65.   Alcune   grosse   forme   squadrate   parevano   richiamare  l’attenzione di Otaru: carri armati abbandonati, l’uno addossato all’altro, tanto erosi dalla sabbia da sembrare  una   cosa   sola.   Dietrich   non   poté   fare   a   meno   di   notare   la   curiosità   del   giapponese   e   chiese   a   Fillmore   di  illuminare il loro ospite. «Un Ansaldo CV33 e un Vickers britannico. Sono là da più di un decennio, dalla guerra del Chaco. Centinaia di  migliaia di morti per un pugno di sabbia. Mai visto nulla di più assurdo, e non è la prima guerra che mi sorbisco.  Pensi che a un certo punto migliaia di uomini, attirati in trappola nel deserto, squartarono i loro stessi animali  per berne il sangue. Il caldo e l’arsura fecero perdere il senno a molti. Altri si suicidarono per non trasformarsi in  un succulento pranzetto per los buitres. Gli avvoltoi.» L’inglese  si arricciò  un baffo  tra indice  e pollice: «Comunque  io la mia parte l’ho  fatta, per Giove  se l’ho  fatta…».
Dopo   qualche   ora   Fillmore   uscì   dal   vago   tracciato   della   pista   dirigendosi   sicuro   verso   alcune   rocce.  L’armadillo cuoceva sul fuoco, alcuni lapilli di brace andavano a morire sulla sabbia, oltre il cerchio di sassi.  All’orizzonte stavano sorgendo le costellazioni. Hofstadter osservò Otaru. Non doveva aver mai visto un cielo  così. Nel loro emisfero non c’erano tutte quelle stelle. Pensò a quando era giovane ed ebbe la sensazione che gli  avessero a lungo negato qualcosa di essenziale. Gli tornò alla mente la volta celeste della Germania. Ricordava di  come da ragazzino si era ritrovato in un campo, circondato dalle lucciole, rapito da quella magia: astri sopra e  tutt’intorno. L’odore della carne che arrostiva era simile a quello della lepre, solo più selvatico. Fillmore stava montando le  tende.   Hofstadter,   con   la   schiena   appoggiata   alla   ruota   del   camion,   leggeva   un   libro   dalla   copertina   color  mattone.   Il   giapponese   prese   l’ultima   sigaretta,   appallottolò   il   pacchetto   con   una   smorfia   e   lo   lanciò   tra   le  fiamme. Lo vide accartocciarsi divorato dal fuoco, seguì con lo sguardo le lingue arancioni farsi strada tra la  carta come onde di luce. L’inglese si avvicinò al falò e girò la bestia sul dorso: «Ci siamo quasi, una decina di minuti e si mangia». Otaru annusò l’aria incuriosito dall’aroma: «Non avrei mai pensato di cenare a base di armadillo». «Specialità sudamericana!» rise Fillmore. «Non è male, vedrà, forse è un po’ grassa come carne… Io ormai ci  sono abituato.» «L’odore non è affatto spiacevole. Senta, Mister Fillmore, quanto ci metteremo ad arrivare a Nanawa?» «Non molto, un paio d’ore. Comunque non si preoccupi, domani incontreremo una strada e smetteremo di  sobbalzare a ogni dannato sasso. Abbiamo fatto sosta adesso solo perché di notte non è opportuno continuare il  viaggio. Se si scatenasse una tempesta, la visibilità sarebbe nulla.» «Sembra conosca molto bene questa zona…» L’inglese   affondò   la   punta   del   coltello   nel   fianco   scuro   dell’animale,   aprendone   un   po’   le   carni   ancora  rossastre. «Mmm,   ci   siamo   direi…   Sì,   la   conosco   bene,   sono   qua   dal   ’27.   Da   quando,   cioè,   sono   iniziate   le   prime  scaramucce tra Bolivia e Paraguay per questo sterile inferno.» Hofstadter mise il libro nella sacca di cuoio che portava a tracolla, si avvicinò al fuoco tendendo le mani con il  palmo aperto, per assorbirne il calore. «Deve sapere, Hiro, che il nostro amico Arthur lavorava per la Royal Shell, la compagnia petrolifera anglo­ olandese. È arrivato qui dopo che l’improvvisa scoperta di alcuni giacimenti aveva attirato l’attenzione del suo  paese, quella della Standard Oil e degli Stati Uniti. Il timore di perdere i diritti sul petrolio fece sì che le due   compagnie  esercitassero  pressioni  sul  Paraguay  perché  rifiutasse  qualsiasi  accordo  per  una  spartizione  della  regione con la Bolivia.» Fillmore tolse l’armadillo dal fuoco. «In via ufficiale eravamo tecnici addetti ai rilievi. Sta di fatto che l’anno  dopo abbiamo, diciamo così, dato una mano ai due eserciti a incontrarsi al confine. Ci demmo un gran da fare  aiutando  i due  paesi a organizzarsi  per  il conflitto.  Così  li abbiamo  indotti  a comprare  tante  di quelle  armi  dall’Europa e dagli Usa, da poter dichiarare guerra al mondo intero. In pratica hanno speso più di quello che  avrebbero ricavato dall’estrazione del petrolio.» Dopo cena, Otaru infilò istintivamente la mano nella tasca della giacca, forse alla ricerca della consueta dose di  nicotina. Dietrich lo aveva visto buttare il pacchetto, non avrebbe trovato nulla, ma il gesto doveva essere ormai  diventato automatico. «Se volete scusarmi, vado a dormire. Comincio ad avere freddo e preferirei avvolgermi tra le coperte in tenda.  Mi spiace lasciarvi proprio ora…» Fillmore scattò in piedi: «Non si preoccupi, Mister Otaru… Se ha bisogno di altre coperte le può trovare sul  camion. E poi, già che ci sono, vado a cuccia pure io». I due si voltarono verso Dietrich. «Andate, andate… Io rimarrò ancora un po’ qua.» Rimasto solo, Hofstadter tirò fuori dalla sacca il libro che stava leggendo, accese una lampada e si mise vicino  al fuoco.  Riprese  da  dove  si  era interrotto  prima  di  cena,  guardò  per  un  istante  la vecchia  foto  usata  come  segnalibro, la infilò dietro l’ultima pagina e si immerse nella lettura: L’ultima notte che essa visse fu una notte comune
se non per la morte – questa per noi rese la natura diversa…* All’alba il fuoco era ridotto a un filo di fumo. Hofstadter si era addormentato accanto al cerchio di pietre,  avvolto in una coperta. Si risvegliò scosso da una mano sulla spalla: «Mister Hofstadter? Si svegli». Dietrich si girò, aprendo gli occhi e mettendo a fuoco il volto dell’inglese. Si sollevò sui gomiti. «Buongiorno,  Arthur. Mi sono addormentato qua fuori senza accorgermene. I reumatismi mi perseguiteranno per mesi, non  sono più un ragazzino. C’è del caffè?» Fillmore  prese   il  thermos  dal  camioncino   e   versò  il   liquido  scuro  nel  tappo  a  mo’  di   tazza.  «Dovremmo  svegliare il nostro ospite.» «Se lo conosco almeno un po’» rispose il tedesco, «non ce ne sarà bisogno. Entro breve lo vedremo sbucare  dalla tenda in perfetto ordine.» Guardò l’orologio. «Ancora due minuti.» Allo scoccare delle sei, infatti, Otaru comparve, con i pantaloni perfettamente stirati e la giacca abbottonata.  Impeccabile. L’inglese scoppiò a ridere. Hofstadter sorrise, abbassando lo sguardo sul caffè. «Buongiorno, signori. Sono felice di vedervi di ottimo umore così di buon’ora.» «Venga, c’è del caffè bollente anche per lei, se gradisce.» Dopo   aver   smontato   le   tende   e   caricato   l’automezzo,   si   rimisero   in   viaggio.   Come   aveva   detto   Fillmore,  incrociarono presto la strada, una striscia di terra rossa punteggiata da rare pietre miliari, come denti in bocca a  un centenario. La polvere sollevata dal loro passaggio rendeva inutile lo specchietto retrovisore. «Da quello che ho potuto capire, siamo ancora in territorio paraguaiano. Ciò mi fa dedurre che l’esito del  conflitto sia stato favorevole ad Asunción.» Le parole di Hiro ruppero la monotonia del rombo del motore. «Sì, di fatto la guerra l’ha vinta il Paraguay, lasciandosi dietro decine di migliaia di cadaveri a concimare un  terreno impossibile» rispose Fillmore. «E il petrolio?» chiese Otaru, insolitamente loquace. «Noi tecnici sapevamo da tempo che di petrolio non ce n’era molto, così decidemmo di comune accordo che  l’investimento migliore erano le armi. Molti azionisti della Standard Oil e della Royal Shell avevano interessi  nella Browning, nella Colt, nella Vickers… Molti di noi rimasero così, chi da una parte, chi dall’altra, andando e  venendo, a fomentare e a sovvenzionare i due governi. In fondo, tutto il denaro ritornava poi nelle nostre tasche  triplicato o quadruplicato.» Le mani dell’inglese, segnate da un reticolo di vene spesse e di macchie brunastre, si muovevano veloci  sul volante e sulla leva del cambio per affrontare le asperità del terreno. «Io stesso ho partecipato a diverse  azioni   di   sabotaggio   e   provocazione,   sia   da   una   sia   dall’altra   parte   del   confine.   Prima   di   cominciare   a  lavorare per la Royal Shell ero nella legione straniera. Nel ’16 mi sono battuto al fianco di Alan Seeger, e  l’ho visto crepare  a Belloy­en­Santerre. Non so come  scrivesse, ma se lo faceva come combatteva, allora,  per Giove, non leggerò mai niente  di suo!» Sorrise  sarcastico. «Un inglese  “a scuola” dai francesi… Mio  padre si sarebbe rivoltato nella tomba. Per fortuna non l’ho mai conosciuto. In quanto a mia madre, be’, lei  era greca e se ne fregava.» Un vento tiepido sollevava una sabbia finissima, a stento rimossa dai tergicristalli. Fillmore avvicinò il viso al  parabrezza: «Per  fortuna stiamo  arrivando, si sta alzando  una  tempesta  di sabbia. Chiudete  i finestrini». La  vegetazione   andava   ricoprendosi   di   polvere.   Onde   di   sabbia   guizzavano   sulla   superficie   del   terreno   come  serpenti impazziti. Il piede premuto fino in fondo sull’acceleratore e Nanawa in vista. L’inglese fermò il mezzo davanti a un cancello in ferro battuto. Un uomo con un’uniforme color cachi e un  fucile in spalla si avvicinò in fretta e, dopo aver scrutato all’interno della cabina, fece un gesto di saluto, aprendo  il cancello. Fillmore proseguì fino a una rimessa, scese e andò ad aprire le porte. Senza perdere tempo, Hofstadter  si mise al posto di guida e portò il camion all’interno. «Ci siamo, Hiro. Temevo davvero di rimanere in mezzo alla  tempesta.» Fuori, il vento sibilava forte. Una volta sceso, Otaru si mise le mani sui fianchi e inarcò la schiena. L’inglese si avvicinò: «È un viaggio  tutt’altro   che   piacevole,   lo   so.   Quello   che   ci   serve   è   una   bella   doccia.   Questa   maledetta   sabbia   ti   si   infila  dappertutto, ce la ritroveremo nelle mutande fino all’anno prossimo!». Dietrich si spazzolò gli abiti con le mani e si rivolse al giapponese: «Arthur ha ragione, una doccia, una buona  cena e una sana dormita sono quello che ci vuole. Domattina le mostrerò il carico. Ora, se vuole seguirmi…».
Attraverso un lungo corridoio arrivarono nell’ingresso della casa. Su una delle pareti erano appesi un giogo e  due ruote di carro cui mancavano alcuni raggi. Fillmore   fece   strada,   si   lisciò   i   capelli   leggermente   brizzolati   sulle   tempie   e   si   aggiustò   una   cravatta  immaginaria, dandosi tono con ironia. «Benvenuti nella mia umile dimora. A Londra la chiamerebbero country  house. Purtroppo l’ora del tè è passata da un pezzo, l’imprevedibilità degli eventi travolge le tradizioni, anche  quelle più sacre.» Poi chiamò ad alta voce: «Jarvis! Jarvis! Dove diavolo ti sei cacciato?». Un ometto scuro, stretto in un frac, arrivò trafelato. Otaru corrugò la fronte. Hofstadter colse il gesto con la coda dell’occhio. «Questo è Jarvis, il maggiordomo… in realtà si chiama José ed è boliviano.» Dopo aver fatto un lieve inchino, soffocato dal colletto della camicia, il maggiordomo tossì per schiarirsi la  gola: «¡Disculpe, Señor! Non l’ho sentita arrivare». Arthur   cercò   lo  sguardo   sfuggente   del   boliviano:   «¡Disculpe, disculpe!  Ti   sarai  attaccato   di   nuovo   alla  bottiglia di gin, vecchia spugna, altroché. Già che ci sei, portacene un po’, e fai preparare il bagno per gli ospiti.  Spero almeno che in cucina siano già al lavoro». Si voltò verso Dietrich e Hiro: «Oggi come oggi la servitù è un  vero problema, per Giove». José tornò poco dopo con un vassoio: una bottiglia e tre bicchieri. «Signori, brindiamo.» L’inglese, dopo aver versato quattro dita abbondanti per tutti, sollevò in alto il bicchiere  colmo di gin. «Vi aspetto in sala da pranzo per le nove. Jarvis vi accompagnerà nelle vostre stanze, fate come se  foste a casa vostra. Mi casa es su casa.» Qualche ora più tardi si ritrovarono seduti a tavola riposati, ripuliti e pronti per la cena.  Bife de lomo alla  griglia, patate al burro, contorno di verdure lessate. Tutto innaffiato da vino argentino. Poi, una breve pausa, un  po’ di frutta: papaia, mango e banane. Dopo cena, Fillmore fece accomodare Dietrich e Hiro in veranda, offrendo loro un sigaro. Le volute di fumo  salivano placide verso la tettoia. La tempesta era solo un ricordo. Lo zenit: un immenso blu profondo. La Croce  del Sud come una mano benevola si posava sul paesaggio. Qualche  minuto  dopo  arrivò  José,  con  il cravattino  storto  e  l’andatura  barcollante,  portando  tre  coppe  di  terracotta con delle cannucce. Le posò sul tavolo di vimini e si congedò. Hofstadter guardò nella direzione di Otaru e, intuendo la domanda, rispose: «Mate. Un’erba amara ma dal  retrogusto piacevole. La cannuccia si chiama bombilla e all’estremità ha un retino per filtrare le foglie. È un po’  come bere il tè dalla teiera. Stia attento, di solito è rovente». Hiro   ne   prese   un   sorso,   guardò   verso   l’alto   per   decidere   se   il   sapore   era   di   suo   gusto.   «Niente   male.  Rinvigorente.» Il tedesco lo imitò. «Sì… da queste parti molti si portano dietro la tazza e lo bevono a qualunque ora, anche  mentre lavorano.» Si levò il vento e la temperatura diminuì. I tre si infilarono la giacca e Fillmore chiamò José con un campanello  per farsi portare del distillato di patate dolci. Il maggiordomo accorse trafelato al suono cristallino, con il viso  segnato dalla stanchezza. Le sue scarpe di vernice scricchiolavano a ogni passo. Quando  fu di ritorno, Fillmore  lo riprese. «Per  Giove, Jarvis, quanto  ci hai messo… Temevo  di morire di  freddo e di sete.» L’ometto fece un rapido cenno di scuse, seguito da un singhiozzo, e con voce impastata si rivolse a un punto  indeterminato fra i tre uomini. «Posso ritirarmi o los señores hanno ancora bisogno dei miei servigi?» Barcollò  e fu lì lì per cadere. Fillmore guardò gli altri. Hofstadter era sul punto di scoppiare a ridere, Otaru sembrava indifferente. «Puoi  andare, Jarvis, la bottiglia lasciala pure qui.» Un altro singulto. «Auguro a  los señores  la buonanotte.» Si incamminò  sparendo nel buio della sala che  dava sulla veranda. Dopo qualche istante, si udì un rumore metallico accompagnato da quello della porcellana  in frantumi. Quando il freddo si fece pungente, i tre si avviarono all’interno in silenzio. Attraversarono un paio di stanze  fino   a   un   salotto   con   alcuni   divani.   L’inglese   posò   i   bicchieri   e   la   bottiglia   che   aveva   preso   con   sé,   poi   si  inginocchiò per accendere il fuoco. Hofstadter si mise ad ammirare la rastrelliera con spade di varie fogge ed  epoche. La sua attenzione fu attirata da una in particolare. Hiro si avvicinò: «Un’ottima riproduzione».
Dietrich si spostò di lato. «Si intende di armi, Hiro?» «Un   poco.   Soprattutto   di   queste:   un’uchigatana  di   scuola   Bizen,   più   o   meno   del  XIV  secolo,   periodo  Nambokucho.   Furono   tra   le   prime   con   curvatura   uniforme,   per   poter   essere   infilate   nell’obi   del   kimono.  L’innovazione non fu solo nella forma o nella bassa quantità di carbonio della lama, ma anche nel fatto che con  un singolo colpo si combinano taglio e penetrazione. Devo ammettere che questa imitazione è perfetta: anche gli  hamon – le decorazioni sul filo – sono raffinati, a testimonianza dell’abilità di chi l’ha forgiata.» Dietrich e Arthur si guardarono: «Non sapevo fosse un esperto, Mister Otaru. Lei è una sorpresa continua». «Oh, non sono affatto un esperto, semmai un semplice appassionato…» La brace mordeva il legno, trasformandolo  in carbone  bianco. Hofstadter si scusò. «Se volete perdonarmi,  vado a dormire. Domani ci aspetta una giornata campale e la notte scorsa non ho riposato molto.» Hiro fece un inchino. «Mi ritirerò anch’io. Vi auguro una buona notte, signori.» Arthur salutò gli ospiti e portò i bicchieri in cucina. Andando verso la sua camera, Dietrich lo vide attraverso una piccola finestra sulle scale. Stava aprendo le ante  della dispensa, forse alla ricerca di qualcosa da mangiare. Sembrava fissare un punto indefinito all’interno della  credenza.  E noi – noi aggiustammo i capelli e sollevammo la testa poi fu una tremenda libertà di regolare la fede.* Le tende  al chiaro di luna rammentavano  a Dietrich il gazebo con le cortine bianche  del giardino  di villa  Hofstadter, a Lubecca. Rivedeva il volto raggiante della madre. Le mani affusolate lo invitavano a rifugiarsi tra le  sue braccia. Correva a perdifiato vestito da marinaretto, con un cappello di paglia dal nastro blu. Una caduta, un ginocchio  sbucciato. Lacrime ricacciate indietro perché gli ometti non piangono. Il viso di Clarisse sfiorato dal lino chiaro delle cortine. Il viso di Clarisse imprigionato dal pallore funereo della malattia. Si guardò le mani, rammentando il momento in cui le aveva accarezzato i capelli. Ricordando come le avesse  posato con delicatezza il capo sul cuscino e chiuso le palpebre con le dita. Anche allora non aveva pianto. Aveva  provato solo un enorme  vuoto. Ciò che  non è lo aveva avvolto e gli si era insinuato  nelle vene, nella carne.  Qualche giorno dopo arrivò un laconico telegramma del padre. Quelle parole gli erano rimaste impresse a fuoco: Estremo dolore per la scomparsa della mia amata. Impossibilitato a raggiungere la Germania. Affido mio  figlio Dietrich alle cure del tutore designato in precedenza. Barone E.T. von Hofstadter, Dimashq, Siria, 18 agosto c.a. Prima di spegnere la luce, ripose la foto nel libro come obbedendo a un rituale, lo chiuse con delicatezza e lo  appoggiò sul comodino. Aveva letto e riletto quella poesia per tutta una vita. Si rigirava nel letto ma il demone dell’insonnia gli fece visita, come ogni anno la notte del 18 agosto, puntuale  come la morte.
8
Shanghai, marzo 1920
La corda di comunicazione si tese due volte, due strappi secchi. Il verricello cominciò a riavvolgere la cima,  riportando in superficie il palombaro. Lentamente. Sulla nave si respirava una strana aria di attesa; gli uomini  addetti al recupero si muovevano febbrili, gli altri osservavano immobili, come intenti a un personale rito  scaramantico. Molti di loro avevano scommesso: la morte di Wei era pagata poco. Nessuno credeva che sarebbe  riemerso vivo dalle onde, così come era capitato agli altri cinque. Ormai a bordo si parlava apertamente di  maledizione, e solo l’ascendente della Triade e il terrore che incuteva avevano evitato, fino ad allora, un  ammutinamento. Wei piangeva mentre Shanfeng lo aiutava a prepararsi per l’immersione. Pregava borbottando, e forse se l’era  di nuovo fatta addosso nello scafandro: la notte precedente era stata un unico lunghissimo attacco di dissenteria,  non toccava cibo dal pranzo del giorno prima. «Se non muore come gli altri, rimane soffocato dalla sua merda!» Un marinaio aveva provato a scherzare, ma  Shanfeng lo aveva fulminato con lo sguardo. Sulla morte si può anche scommettere, ma non se ne ride mai. E adesso quei due strappi alla corda. Hans Deruyter si avvicinò al ponte di babordo dove si trovava l’argano, le braccia conserte e le labbra stirate  in una smorfia di tensione. Sembrava nervoso. Il verricello continuò a riavvolgersi, fino a che la superficie dell’acqua non si increspò e cominciò a ribollire,  schiumando   miriadi   di   bollicine.   La   sommità   dello   scafandro   squarciò   il   pelo   dell’acqua.   Lo   strano   mostro  marino  color   rame  si  palesò   attaccato  alla  corda  come  una   marionetta.  Agitava  un  braccio.  Il gancio  fissato  all’estremità della cima di recupero reggeva una cassa lunga circa mezzo metro, incrostata di alghe e molluschi.  Shanfeng batté le mani, sollevato; al suo fianco l’olandese rimase impassibile. Il professor Hofstadter tremava, le  mani unite in grembo e la schiena appoggiata alla paratia. Con gli occhi lucidi dietro il parziale paravento del  monocolo, ripeteva sussurrando le medesime parole, come se recitasse un mantra. «Una vita… una vita…» Cosa si aspettava di trovare in quella cassa? A giudicare dai discorsi complicati, pieni di termini tecnici che  Shanfeng   non   comprendeva   bene,   doveva   trattarsi   di   sangue   rappreso,   o   disciolto   in   acqua   e   sigillato.  L’ingrediente decisivo di un composto pericolosissimo col quale era possibile soggiogare la mente delle persone. Il vecchio accarezzò con gesto goffo e sentimentale la superficie fradicia della cassa, che intanto gli uomini  avevano calato sul ponte. Gli occhi appannati e distanti da tutto ciò che non fosse quello scrigno. Pochi giorni dopo, lo scafo era entrato nel porto a pomeriggio inoltrato, sfilando accanto a sottilissime giunche  verso la foce del Fiume Azzurro e incrociando le chiatte cariche di merci provenienti dal Canale Imperiale. Dopo   l’attracco,   le   prime   operazioni   di   sbarco   si   erano   svolte   veloci,   in   un   silenzio   interrotto   solo   dallo  sciabordio delle onde contro il bagnasciuga dell’imbarcazione. Le prime due casse erano state scaricate sotto il  diretto controllo del barone Hofstadter, che le aveva seguite sul carro dove erano state subito trasferite. Il carro  era partito senza attendere il resto del carico, sorvegliato da Hans e Shanfeng, rimasti a completare il trasbordo. Appena   concluso   lo   scarico,   Shanfeng   si   era   allontanato   tra   la   folla   come   fosse   senza   peso,   evitando   le  traiettorie decise dei piccoli trafficanti e quelle incerte degli ubriachi. A intervalli irregolari faceva in modo di  guardarsi alle spalle, ora fermandosi a parlare con un venditore di frutta, ora accostandosi a un mendicante.  D’un tratto deviò a destra, come seguendo l’ispirazione del momento, e si trovò in un vicolo poco frequentato, ai  margini del quartiere delle fumerie. Le case con i fregi e i tetti spioventi della strada principale avevano lasciato  il posto  a veri e propri tuguri. Man mano che  vi si addentrava, fra muri scrostati e fetore, Shanfeng avvertì  ancora più forte il dolore della sua gente, della sua terra. “Qui non vengono gli stranieri” pensò, “qui non c’è  niente per loro. Non c’è bellezza né oppio né futuro. O forse sì…” Si avvicinò a una porta in legno grezzo e le voltò le spalle, guardandosi attorno. Nessuno. Col pugno nascosto  dietro   la   schiena   bussò   tre   volte,   poi   altre   due.   La   porta   si   dischiuse   appena   e   Shanfeng   venne   risucchiato  nell’oscurità. La donna lo accompagnò lungo un corridoio tortuoso fino a una stanza senza finestre, dove alcuni  uomini parlavano con voce sommessa.
«Non dico che mi piaccia il Kuomintang, ma questo è un momento  decisivo per noi. Il paese è in fermento, i  tempi sono giunti e noi siamo ancora troppo deboli. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci appoggi. Poco male se  il Kuomintang non condivide i nostri stessi fini, se la loro visione è diversa, se credono di sfruttarci. Saremo noi a  sfruttare loro.» L’uomo che aveva appena parlato si chiamava Chen Tu­shiu e aveva una voce suadente, quasi gentile, ma  dall’inflessione sgradevole. Qualcosa nel suo atteggiamento metteva sempre a disagio chi gli stava davanti. Ma il  suo interlocutore del momento non sembrava intimidito. «Comprendo le tue motivazioni, tong zhi Chen, ma sono dubbioso sulle conseguenze di una simile strategia.  Dove   andremo   con   questi   compagni   di   viaggio?   Chi   condurrà   chi?   E   con   quale   spirito   intraprenderemo   il  cammino, sapendo che ogni notte dovremo dormire col pugnale nascosto sotto il fianco? In una cosa hai ragione,  però: questo è il tempo. Il tempo in cui dobbiamo raccogliere attorno a noi i veri amici e combattere i veri nemici.   Solo così guideremo le masse alla vittoria. Non certo appoggiando uno sterile nazionalismo che fa solo il comodo  delle classi borghesi…» Shanfeng   osservava   questo   secondo   uomo   con   grande   attenzione,   ne   assaporava   le   parole,   l’intonazione  sicura, i tratti decisi ma aggraziati del volto. Era alto, robusto, i suoi movimenti apparivano lenti e precisi. Si  chiamava Mao Tse­tung e lo conoscevano ancora in pochi, ma era fin troppo chiaro a chiunque lo incontrasse che  la sua forza era la volontà. L’assoluta volontà. Una volontà che avrebbe potuto cambiare le sorti di un intero  paese. Durante i suoi studi sulle classi in cui era divisa la società cinese, aveva scelto di sperimentare sul campo e  di incontrare  il maggior  numero  di esponenti di esse.  Suo  padre  era stato  un contadino  povero, giunto  con  grandi sacrifici a un decente livello di agiatezza, e dunque da lì era partito per le sue ricerche. Contadini poveri o  mezzadri, piccoli artigiani, venditori ambulanti. Aveva valutato le loro condizioni e le attitudini al lavoro e alla  lotta rivoluzionaria. Poi si era interessato al sottoproletariato costituito da contadini senza terra e artigiani che  avevano perso il lavoro, tutte quelle forze che si erano organizzate in società segrete per rimediare alla precarietà  delle   loro   esistenze.   Riteneva   questi   ultimi   assai   capaci   di   lottare   ma   troppo   inclini   ad   azioni   distruttive.  Andavano educati, le loro forze fatte confluire in un razionale progetto rivoluzionario. Era stato proprio durante  queste   ricerche   che   Mao   aveva   avvicinato  Shanfeng   qualche   tempo   prima.   Aveva   attaccato   discorso   in   una  taverna   e   gli   aveva   chiesto   della   Triade,   senza   incertezze   né   timori,   senza   giri   di   parole.   Diceva   di   essere  interessato   al   contributo   che   gli   uomini   come   lui   potevano   dare   alla   Cina.   Shanfeng   gli   aveva   creduto.   Ad  ascoltarlo sembrava così facile, così appassionante, così chiaro. «Non potremo contare sul proletariato industriale, perché è troppo modesto nel numero. Il sottoproletariato,  invece,  i contadini,  gli artigiani  che  non  trovano  lavoro, quelli  sì. Se riusciremo  a controllare  le  loro  società  segrete, come quelle della Triade, dei Fratelli, delle Grandi Spade, avremo dalla nostra parte uomini di provato  coraggio, motivati, in grande numero e pronti a diventare un’invincibile forza rivoluzionaria.» Mao Tse­tung continuava a parlare con fervore retorico ma anche con grande calma, alzando appena il tono a  ogni frase, fino a quando incrociò lo sguardo di Shanfeng, che subito abbassò gli occhi. «Il compagno Shanfeng è un esempio di quel che dico. Come già sapete, lui è uno dei nostri migliori contatti  con   le   società   segrete.   Sono   contento   che   tu   sia   riuscito   a   venire…   Vuoi   dare   un   contributo,  tong zhi?   Ti  ascoltiamo.» Tutta   la   disinvoltura   e   la   spregiudicatezza   che   Shanfeng   mostrava   nei   suoi   soliti   traffici   sembravano  scomparse. Non era abituato a parlare alla presenza di più di due persone, e non certo in una situazione del  genere. Abbassò la testa, borbottando in modo appena intelligibile: «Sono d’accordo… sì… sono d’accordo con il  compagno Mao!». Chen Tu­shiu scosse la testa, scettico, mentre Mao Tse­tung sorrideva. Aprendo il portone dell’elegante villino ai margini della Concessione francese, il professor Einrich Hofstadter  sperimentò   una   curiosa   sensazione   di   smarrimento:   da   tempo   attendeva   il   recupero   dei   vasi.   Eppure   non  provava il senso di appagamento che si sarebbe aspettato. La sua stessa casa gli sembrava ostile e ignota. Dopo aver congedato  i facchini e richiuso  la porta alle spalle, tornò nel soggiorno del pianoterra, dove lo  attendevano le casse, che accarezzò distratto passandovi accanto per raggiungere il bovindo. Scostò la tenda di  mussola e guardò in giardino, attraverso gli stretti pannelli di vetro. Ombre fitte si allungavano sempre più.
Al   proprio   riflesso   sul   vetro,   Hofstadter   accostò   l’immagine   della   moglie   come   la   ricordava,   fragile   ed  elegante, afflitta da una salute precaria e da un inguaribile temperamento malinconico. La sua assenza non le era  stata certo d’aiuto. Clarisse, ho atteso anni e sacrificato la vita al traguardo davanti al quale mi trovo, senza mai un dubbio, senza mostrare alcun cedimento. E adesso… è come se la ricompensa non fosse sufficiente a ripagarmi di tutte le rinunce, del tuo sorriso e di quello di Dietrich. Slacciò la sottile cravatta, sbottonando il panciotto di lino. Tolse la giacca e impugnò un attrezzo d’acciaio,  piatto alle estremità, che usò per sollevare il coperchio della prima cassa. Dal fieno dell’imballaggio estrasse un  vaso di terracotta di medie dimensioni, incrostato di alghe e molluschi. Lo depose con cautela sul tappeto. Dopo averne trovato l’origine in Egitto, aveva seguito le tracce di questo demone per anni. I pochi papiri che  ne descrivevano gli effetti sembravano fatti apposta per incantare e impaurire un lettore ingenuo: Chi incontra il demone muore, chi non muore diventa schiavo, chi non diventa schiavo diffonderà il demone. Doveva trattarsi di una sostanza capace di controllare la volontà di chiunque la assumesse. Un composto, aveva  stabilito Hofstadter. Come ingrediente base una muffa, facile da reperire, innocua almeno finché non entrava in  contatto con qualcos’altro. Alla fine aveva capito: Chi non diventa schiavo diffonderà il demone. Dovevano esserci individui che lo  custodivano   dentro   di   sé,   quasi   come   provette   umane.   Portatori   sani.   Ve   ne   erano   diversi,   probabilmente:  Hofstadter  aveva concluso  che   nessun  organismo  poteva  reggere  a lungo  un  ospite  devastante  come  quello  senza subire pesanti conseguenze. Prima o poi, il soggetto avrebbe dato segni di cedimento mentale, magari con  crisi nervose, febbri cerebrali e deliri. Ne aveva rintracciato gli effetti in vari luoghi ed epoche, lungo alcune delle  piste   carovaniere   più   battute   dal   2500   a.C.   in   poi.   Verso   oriente.   Un   percorso   di   crisi   mistiche   ed   episodi  inquietanti, che cronache e leggende locali avevano più volte narrato. Era   senz’altro   quella   la   via   principale.   Una   sorta   di   disegno   preordinato,   fatto   di   tappe   prestabilite   e  controllato da una forza oscura che interveniva il meno possibile. Non aveva ancora esaminato a fondo questa  supposizione ma, attraverso il tempo e lo spazio, gli sembrava di indovinare una trama, un regista occulto: il  “demone”   compariva   in   eventi   ben   precisi,   eclissandosi   subito   dopo   e   ripresentandosi,   magari   in   forma  attenuata, altrove. Una mente. Uno scopo. Una via. Che portava in Cina. Adesso si trovava al cospetto del demone, racchiuso in quei vasi che forse contenevano il sangue dei portatori  sani. Si avvicinò alla seconda cassa, ma un rumore soffocato, proveniente dal piano superiore, lo interruppe.  Hofstadter rimase in ascolto, come di pietra, per più di un minuto, un tempo che gli parve lunghissimo. Nulla.  Poi i muscoli  si sciolsero  e decise  di salire   a controllare,  vergognandosi  della  sua  reazione. Prima ancora di  arrivare alle scale aveva già impugnato  la rivoltella, che teneva lungo  la coscia come  un prolungamento del  braccio destro. Non era abituato a usare armi e tenendola in quel modo si sentiva meno ridicolo che a spianarla  davanti a sé. Giunse in fretta in cima alle scale: sarebbe stato impossibile evitare gli scricchiolii del legno e non aveva senso  prolungare l’ansia.  Aprì le porte una dopo l’altra. Le due camere da letto erano prive di  vita e di colore, come le  aveva lasciate, e così  il bagno  con gli scarni arredi di porcellana smaltata. Rimaneva lo studiolo  in fondo  al  corridoio. Hofstadter vi si diresse deciso, ben sapendo che ogni esitazione avrebbe rischiato di farlo desistere. Aprì di  colpo la porta socchiusa, girando l’interruttore della luce elettrica. L’imposta della finestra sbatté con violenza, a  causa  dello  spostamento  d’aria. Nessuno.  Hofstadter  ricordava di averla  chiusa.  Anche  la disposizione  delle  carte, disseminate ovunque come sempre, gli appariva mutata. A una prima occhiata non mancava nulla, ma  ogni oggetto sembrava violato, ridestato dall’oblio cui il legittimo proprietario lo aveva abbandonato: un libro  aperto a una pagina che egli non riconosceva, alcuni appunti più stropicciati di quanto ricordasse, la pipa di  schiuma sul lato sinistro dello scrittoio. Non certo prove sufficienti ma… Il   tedesco   si   riscosse   dalle   proprie   fantasticherie,   avvicinandosi   alla   finestra:   nessuna   ombra   si   muoveva  minacciosa   e   furtiva   nel   giardino.   La   luce   filtrava   dal   bovindo   del   piano   inferiore   senza   rivelare   presenze  inquietanti.   Chiuse   i   vetri,   rincuorato,   scuotendo   la   testa.  Sono troppo vecchio per questo genere di emozioni.
Scendendo dalle scale, fu investito da una corrente d’aria: si accorse solo allora di aver sudato freddo. Arrivato  al pianterreno, realizzò anche il peso innaturale all’estremità del braccio destro e guardò la pistola che ancora  stringeva in mano, le nocche bianche per lo sforzo prolungato. Fu come se vedesse quell’acciaio bruno per la  prima volta: un curioso e agghiacciante strumento di morte, la Mauser. La puliva con regolarità ma non l’aveva  mai usata. Non era nemmeno  sicuro  di riuscirci, qualora fosse  arrivato il momento. L’aria gli scompigliò  di  nuovo i capelli radi. Alzò lo sguardo. Le tende fluttuavano nel vuoto, come mosse da gentili fantasmi. La finestra  era spalancata. La botta gli venne inferta sulla tempia sinistra senza che se ne accorgesse. Poi fu un malore indistinto, una  nebbia  lampeggiante.  Non  la sensazione  di  cadere,  ma  l’esatto  contrario:  il  pavimento  si era alzato  in  piedi  accanto a lui. Non perse i sensi, ma uno strano stato di quiete lo pervase, come se non gli importasse più nulla,  come se fosse davvero troppo stanco. Si riebbe proprio quando un’ombra minacciosa si avvicinava al suo corpo  inerme. «I   vasi   sono   lì,   ma   cosa   ne   facciamo   di   lui?»   Una   voce   sottile,   giovane,   parlava   lo   strascicato   cinese   di  Shanghai. «Hanno detto “eliminare”.» È dunque arrivato il momento, pensò Hofstadter, ecco il premio per aver sacrificato la vita al demone. Non era  impaurito, solo mortificato  per i propri cari. Stringeva ancora la pistola, ma usarla era fuori discussione: era  troppo stanco e sarebbe stato folle diventare un assassino poco prima di morire. L’ombra parlante gli si fece ancor più prossima. «Fallo tu, io penso ai vasi.» «Tocca a te, sei tu il capo.» «Proprio   perché   sono   il   capo,   ti   dico…   Oh,   va   bene,   facciamola   finita.»   Il   bagliore   azzurro   di   una   lama  lampeggiò nella mano dell’ombra parlante. «Herr  Hofstadter!» La voce di Shanfeng, fuori dalla porta, risuonò cristallina nella notte della Concessione  francese. Le ombre si paralizzarono, come statue di sale. Shanfeng… è Shanfeng. Adesso avrebbe invocato il suo aiuto, avrebbe potuto… No, la voce non gli veniva  fuori. Appena un sibilo soffocato, inutile a richiamare l’attenzione. «Herr  Hofstadter!» Il richiamo suonava meno deciso; il suo aiutante credeva che la casa fosse deserta. Non  avrebbe chiamato una terza volta. Il tedesco riusciva quasi a sentire i passi leggeri allontanarsi, crepitando sulla  ghiaia del vialetto d’accesso, insieme all’ultima speranza di rivedere suo figlio Dietrich, di constatarne la crescita  e i progressi intellettuali. Una rabbia sorda gli scosse le membra. Non c’era più tempo per rimediare, ormai. O  forse sì? Irrigidì   l’indice   sul   grilletto   e   la   Mauser   sparò.   Il  proiettile   conficcato  in   qualche   punto   della   parete:   non  l’aveva   esploso   per   ferire   qualcuno,   ma   solo   per   il   prezioso   rumore.   Un   rumore   assordante,   seguito  immediatamente da confusione e isteria. Shanfeng era tornato a urlare, menando poderosi colpi alla porta. I due  sicari si erano fatti prendere dal panico, senza capire chi avesse sparato. Correvano senza meta per la stanza,  fuggendo da una minaccia che non riuscivano a individuare, dimentichi della vittima e dei vasi. Poi sembrarono  accordarsi e si avvicinarono alla portafinestra, uscendo in giardino. Shanfeng non si sentiva più. Dopo qualche istante, il cinese entrò dalla stessa porta da cui erano usciti i due uomini. Si avvicinò al corpo di  Hofstadter, voltandolo su un fianco; la sua espressione si distese quando lo vide ancora vivo. «È ferito, mein Herr?» Hofstadter scosse la testa. «Ho sparato io.» La voce ancora esile come un filo di seta, ma già più sciolta. Cercò   di mettersi a sedere. «I vasi…» Shanfeng lo tenne giù, calmandolo. «Non li hanno toccati, stia tranquillo.» Sentì il corpo del vecchio rilassarsi,  poi la sua voce ironica: «Dove diavolo ti eri cacciato?». Il cinese si volse dall’altra parte e ignorò la domanda. «Ho  visto chi hanno mandato: pessima scelta, quei due non riuscirebbero nemmeno a trovarsi il naso al buio. Inetti.  Lasci fare a me, entro domani sera avranno quel che si meritano e noi sapremo chi li ha ingaggiati.» La previsione si sarebbe avverata, ma solo a metà.
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Dai diari di Einrich T. Hofstadter,  vol. III, p. 109
Buchara, Uzbekistan, 3 ottobre 1916 Sembra   che   nell’antichità   i   seguaci   dell’Ariete   siano   fuggiti   dalla   Palestina   per   qualche   motivo   non  precisato. Le tracce del loro passaggio indicavano la penisola arabica come probabile destinazione. Dopo  quasi tre anni spesi a esaminare ogni possibile fonte senza cavarne nulla, ho capito che quello che cercavo  non era nascosto. Quale migliore posto per celare qualcosa, se non davanti agli occhi di tutti? I seguaci di Khnum hanno smesso di fare riferimento a Seth, con l’andare del tempo. La permanenza per  secoli   interi   dei   vasi   in   terra   musulmana   deve   aver   fatto   sì   che   la   comunità   dell’Ariete   si   integrasse  perfettamente. Ho comunque cercato le tracce che la divinità dell’antico Egitto doveva aver lasciato dietro  di sé. Mi sono imbattuto nella parola Al­Hàrith diverse volte, ma ho lasciato perdere, come fossi un vecchio  cieco. Nel 480 d.C. il fondatore della dinastia Hugr venne designato sovrano delle tribù che i Tubba’ avevano  conquistato in Arabia. A Hugr successe ’Amr il cui figlio, al­Hàrith, il più valoroso dei re kinda, divenne  padrone di al­Hira, per poi lasciarsela portar via cinquant’anni dopo. La discordia tra i figli di al­Hàrith  portò alla disfatta del fragile regno kinda. Non   capivo   per   quale   motivo   si   facesse   continuo   riferimento   allo   sfortunato   sovrano   nelle   cronache  frammentarie  dell’Ariete  che  sono  riuscito  a  mettere   assieme   negli  anni.  Ho  fatto  scoperchiare   cripte  e  tombe di ogni genere, messo sottosopra ogni archivio e biblioteca in cui mi sono imbattuto. Ho pensato che  al­Hàrith fosse in qualche modo entrato in possesso del “respiro di Seth”, ma ogni pista che lo riguardava  mi portava fuori strada. Non riuscivo a cogliere il nesso, perché il nesso non c’era. Un vecchio imam con cui ho parlato ha sorriso della mia ignoranza. La risposta, ha detto, come per ogni  altra cosa è nel Corano. Ad­Dahhak riferisce che lbn ’Abbàs ha detto: “I primi esseri che abitarono la terra furono i jann: sparsero  la corruzione e si uccisero l’un l’altro. Allora Allah mandò contro di loro Iblis, con una truppa di creature  che faceva parte di quegli angeli che erano chiamati Jinn. Iblis stesso, che allora si chiamava Al­Hàrith e  custodiva il tesoro del Paradiso, apparteneva a quella categoria di angeli chiamati Jinn che erano stati creati  dal fuoco di Samun” (Corano, xv, 27). Al­Hàrith e quelli che lo accompagnavano uccisero i jann, andandoli a cercare fin sulle isole e in mezzo ai  mari e sulle cime delle montagne. Quando Al­Hàrith ebbe terminato di combatterli, si lasciò accecare da questa impresa e si disse: “Ho  realizzato un’impresa che nessuno aveva mai compiuto!”. Ma Allah sapeva bene quello che avveniva nei  recessi del suo cuore. Allah si rivolse allora agli angeli e disse loro: “Porrò un vicario sulla terra”. Essi risposero: “Vi porrai  qualcuno che spargerà la corruzione e farà scorrere il sangue come hanno fatto i jann? Eppure è proprio per  questo  che ci hai inviati contro di loro”. Allora Allah disse: “In verità io so quello  che  voi non sapete”  volendo  dire  con  queste  parole:  “Ho  scorto  nel  fondo  del  cuore  di Al­Hàrith  quello  che  voi non  avete  notato: il suo orgoglio e la sua illusione…”. La   tradizione   islamica   racconta   che   quando   Allah   decise   di   creare   Adamo,   ordinò   a   Jibril   (l’angelo  Gabriele) di prendere, dalla superficie della terra, una manciata di ogni tipo di argilla. Jibril si recò sulla  terra, nel luogo in cui oggi si trova il tempio della Ka’ba. Appena si avvicinò per prendere l’argilla, la terra  parlò e chiese a Jibril cosa ne volesse fare. Egli le rispose che voleva dare forma con la sua materia all’uomo.  La terra si rifiutò, per timore che le creature nate in quel modo sarebbero state assetate di sangue. Allah  allora mandò Mikail con la stessa missione e quando l’angelo si avvicinò alla terra essa si rifiutò di nuovo e  anche Mikail come Jibril si arrestò e non ottenne niente. Allah diede lo stesso ordine a ’Izrà’il, l’angelo della  morte.   ’Izrà’il   andò   e,   quando   la   terra   lo   apostrofò   come   già   aveva   fatto   con   gli   altri,   non   si   ritrasse,  rifiutandosi di mancare all’obbedienza degli ordini di Allah. L’angelo della morte si abbassò e prese dalla  superficie della terra quaranta cubiti di tutti i tipi di argilla, Allah diede forma ad Adamo con questa terra.  Creò l’uomo di argilla risonante come terraglia (Corano, IV, 14). Iblis andava a colpirlo con il piede e il corpo risuonava di un rumore simile a quello che fanno i vasi di argilla [quando il vasaio li fa urtare l’un l’altro girandoli e rigirandoli]. […] Allora Al-Hàrith disse: “Io non sono fatto per girare e rigirare [un simile corpo], né per fare una cosa per la quale non sono stato creato. Se avessi autorità, ti annienterei e se tu avessi autorità su di me, ti disobbedirei”. […] Quando Allah ebbe soffiato del Suo spirito nel corpo di Adamo, quegli starnutì. Allah gli ispirò di dire: “La lode appartiene ad Allah, il Signore dei mondi” e Allah rispose: “Che Allah abbia misericordia di te, o Adamo”. Allah poi disse agli angeli che avevano accompagnato Al­Hàrith sulla terra, escludendo gli altri angeli  del cielo: “Prosternatevi davanti ad Adamo”. Tutti si prosternarono, a eccezione di Al­Hàrith, che per  orgoglio rifiutò a causa della protervia e dell’illusione che aveva coltivato nell’animo suo e disse:  “Sono migliore di lui, mi hai creato dal fuoco, mentre lui lo creasti dalla creta” (Corano VII, 12).
Dopo che Al­Hàrith rifiutò di prosternarsi, Allah lo afflisse, lo escluse da ogni speranza nel bene e fece di  lui un ribelle lapidato (shaytan rajim) e da allora il suo nome fu Iblis: afflitto, disperato.  Anche nella sura CXIV sembrerebbe celarsi un’indicazione precisa: In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso. Di’: Mi rifugio nel Signore degli uomini, re degli uomini, Dio degli uomini, contro il male del sussurratore furtivo, che soffia il male nei cuori degli uomini, che [venga] dai dèmoni o dagli uomini. Grazie alla lettura di queste pagine del Corano, sono venuto a capo di due questioni che mi tormentavano. Il “respiro di Seth” non è finito nelle mani del sovrano di Kinda, ma si è adattato agli usi e costumi dei  luoghi in cui è stato custodito. Quando gli uomini dell’Ariete si sono stabiliti nell’area islamica, con l’andare  dei secoli si sono mescolati con le genti e la cultura dei luoghi in cui avevano trovato asilo. Seth è diventato  Shaytan, Satana, l’angelo caduto. Al­Hàrith non è dunque il custode, ma il respiro stesso. In secondo luogo,  l’argilla non è solo il materiale di cui sono fatti i vasi, ma è la stessa materia di cui è fatto l’uomo. In qualche   modo l’Ariete ha trovato il sistema per conservare Al­Hàrith nel corpo umano. Come, però, devo ancora  capirlo. Le ricerche svolte in Persia e in Palestina alla luce di queste nuove scoperte mi hanno condotto nell’antica  città islamica di Buchara. Sto consultando testi di mistica sufi e derviscia. I contenitori di Al­Hàrith dovrebbero essere vicini, o perlomeno dovrebbero essere passati di qua.
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Dai diari di Einrich T. Hofstadter, vol. IV, p. 27
21 giugno 1917, Naryn, Kirghizistan Le crociate hanno costretto i seguaci dell’Ariete ad abbandonare l’area islamica, in una sorta di diaspora  che li ha visti prendere direzioni diverse. Nei documenti recuperati in Arabia, Siria, Armenia e Persia sono  presenti diverse indicazioni e tutte parlano di vasi d’argilla forgiati da Dio. Sembra che ogni gruppo partito  alla volta di nuove destinazioni abbia custodito Al­Hàrith nel corpo di quelli che chiamano i “Prescelti”.  Non è ancora chiaro il meccanismo  attraverso il quale  siano  riusciti a conservare  in un corpo umano il  “respiro di Seth”, né perché l’abbiano fatto. Non potevano limitarsi a custodirlo nei vasi? Le   ricerche  in  questa  direzione  devono   essere  approfondite.  La  priorità  resta quella  di recuperare  la  materia prima, i vasi. Anche  in questo  caso, non abbiamo  cercato nella direzione  giusta. Le indicazioni  erano sibilline e fuorvianti. La partenza dei contenitori è avvenuta prima. Nel VII secolo il Kirghizistan ha subìto un’invasione musulmana e con essa sono giunti nel paese anche  alcuni adepti della Segreta Società dell’Ariete, le cui tracce si perdono di nuovo qui, a Naryn. Le conquiste  susseguitesi nei secoli a opera di tartari, zungari, di Gengis Khan e dei cinesi hanno cancellato ogni forma  scritta di origine islamica a cui fare  riferimento. Sembra però che gli adoratori di Khnum siano  sempre  riusciti a adattarsi agli usi e costumi dei luoghi in cui hanno trovato rifugio, diventando in qualche modo  parte influente della comunità. La tradizione orale delle tribù nomadi della zona del lago Issyk­Kul narra le gesta di alcuni illuminati,  che  avrebbero   custodito  e  difeso   un  tesoro  più   prezioso   di qualsiasi  gemma  contro   ogni invasione   per  secoli, anche dopo la conquista di Caterina  II. Abbiamo ispezionato le tombe sciite nei pressi del bacino  idrografico e ci siamo spinti a sud, dove sono state rinvenute reliquie di bronzo e oro recanti istoriazioni che  si sono rivelate altrettanto preziose. Tuginev, il tenente dell’esercito russo che scorta la nostra spedizione (grazie alle conoscenze di M), ci ha  raccontato di come la famiglia di pastori più ricca della zona sia scappata, decenni fa, in modo inspiegabile,  lasciando i propri averi sui monti, dopo che le truppe dello zar erano giunte a queste latitudini. Abbiamo  esplorato la zona in cui si stanziavano per i pascoli, rinvenendo alcune tracce. Sembra che fino al  XIX secolo i  cultisti sopravvissuti abbiano conservato l’istinto di proteggere il loro segreto. E con lungimiranza, visto che  solo   l’anno   scorso,   dopo   che   i   nuovi   padroni   avevano   distribuito   la   terra   ai   loro   coloni,   i   kirghizi   si  rivoltarono. Ma furono soffocati nel sangue o, come dice la nostra guida, rimessi al loro posto. La prossima meta è la Cina, anche se dubito di poter continuare la ricerca assieme alla già esigua équipe  che mi accompagna. Da Berlino, sempre M mi ha fatto capire che i finanziamenti potrebbero bastare per  consentire a me solo di proseguire. Sembra che la guerra abbia prosciugato ogni forziere.
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Shanghai, aprile 1920
I caratteri di piombo pesavano molto, la cinghia di cuoio della borsa tagliava la spalla di Shanfeng. Dovevano  arrivare alla tipografia clandestina di Ang­him­su, in una delle ultime traverse a est di Nanking Road, e il  compito assegnatogli era di portarceli per tempo. Era stato convocato subito dopo l’aggressione al professor  Hofstadter; un momento convulso e delicato, ma non poteva tirarsi indietro. Non voleva. Gli sarebbe piaciuto scrivere, in realtà, ma non ne era capace. Era meglio occuparsi di altro. Se tutto fosse filato  liscio, il primo numero del tanto atteso mensile comunista sarebbe uscito alla fine della stagione dei monsoni,  occupandosi della vita e del pensiero di Lenin. Per lui poco più di un nome, un padre della Rivoluzione, un  punto di riferimento, glielo avevano detto, ma cos’altro ne sapeva? Niente. E allora zitto a sciaguattare fra i vicoli intricati, nel fango scivoloso dell’ultima pioggia, lungo percorsi che  aveva ormai impressi nella carne più che nel cervello, svolgendo l’unico compito che gli si addiceva: il traffico  illecito. L’uomo aveva detto che anche questo era importante per la Rivoluzione. L’uomo aveva detto che non  importava quanto umile fosse la mansione, perché ogni singolo chicco di riso è importante per la nuova Cina.  Questo lui era: un chicco. Prima della banda di Yu­Hua, prima dei comunisti e di Hofstadter, prima di tutto, Shanfeng era stato ancor  meno   di   quello:   un   minuscolo   parassita   nascosto   nelle   pieghe   della   città.   Da   sempre.   Il   suo   paese   veniva  schiacciato ogni giorno di più dalla tracotanza di giapponesi e occidentali, che dettavano legge grazie al governo  corrotto di Pechino e ad alleanze  con questo  o quel Signore della guerra, secondo le esigenze del momento.  Intanto la crisi agricola infuriava, nei villaggi la gente moriva di fame, arrivando a masticare la corteccia degli  alberi per sopravvivere. Shanfeng lo sapeva bene; ancora bambino si era rifugiato a Shanghai con sua madre e  suo fratello proprio per non morire di fame. Ma nelle città non andava molto meglio. Quando sua madre era  stata licenziata dal cotonificio in cui lavorava, il piccolo Shanfeng aveva ormai preso l’abitudine di far visita al  monte dei pegni. Portava cianfrusaglie di ogni tipo, tutto ciò che gli capitasse sotto mano, accettava il denaro che  gli veniva dato con sufficienza dall’impiegato e lo usava per comprare pochi viveri e alcuni strani farmaci che il  medico  prescriveva a suo  fratello  minore  Lu. Radici di aloe, cicale  gemelle  e altri rimedi  fiabeschi  che  nelle  intenzioni di quel ciarlatano avrebbero dovuto risolvere i problemi del ragazzo. Il fratello di Shanfeng morì di  difterite alcuni mesi dopo. Pelle di carta e voce di ruscelletto; minuscolo, fragile Lu. Né Shanfeng né sua madre  seppero mai quale malattia si fosse portato via il loro amato. Quell’evento aveva inaugurato il periodo dell’egoismo e della sopravvivenza fine a se stessa; Shanfeng non  riusciva a vedere altro. Yu­Hua era il massimo cui potesse aspirare: un uomo potente e schivo, a capo del ramo  più forte della più forte società segreta fra quelle che agivano a Shanghai, la Società della Triade. Non lottava per  la libertà, non lottava per la Cina o per i poveri: lottava solo per se stessa, e in questo Shanfeng le somigliava  molto. Ma fino a un certo punto. I primi dubbi li aveva avuti un paio di anni prima, nel bordello di Papa Wong. All’epoca lavorava con Li­Tien,  uno dei molti luogotenenti di Yu­Hua. Una ragazza era stata sfregiata da un marinaio ubriaco. La ragazza non  poteva più lavorare ed era stata rimandata al suo villaggio con quattro soldi che non sarebbero bastati nemmeno per  dieci giorni. Il fratello della ragazza era venuto in città a protestare, a minacciare. Shanfeng aveva fatto parte  della squadra cui era stato assegnato il compito di bastonarlo. Che non si permettesse mai più di mancare di  rispetto alla Triade. Il sangue di un uomo innocente in un vicolo aveva chiuso la faccenda. Le   società   segrete   non   avrebbero   mai   collaborato   alla   rinascita   della   nuova   Cina,   checché   ne   pensasse  quell’affascinante e colto signore di nome Mao Tse­tung. Doveva ammettere, però, che il compito di ponte fra la  Triade e il movimento comunista, che gli era stato assegnato, lo inorgogliva. Infine Hofstadter: l’imprevisto, la mano di aiuto che non ti aspetti.
Erano i giorni delle  sommosse  successive alla Conferenza di Versailles del 4 maggio 1919. La Cina ne era  uscita  umiliata, le  sue  rivendicazioni  ignorate,  come  sempre, e una  vasta parte  del suo  territorio  regalata  al  Giappone.   Per  Shanfeng,   all’epoca,   questo   era   solo   un   affresco   confuso   sullo   sfondo:   poco   chiare  le   ragioni  dell’azione,   l’importante   era   agire.   Per   qualcosa   di   diverso   dal   proprio   interesse   personale,   stavolta.  Manifestazioni di strada, scioperi, boicottaggio dei prodotti stranieri, andava tutto bene pur di non rimanere  fermi a subire. Autisti, carpentieri, spazzini, negozianti della Concessione internazionale e molti anche fuori di  essa, gli operai della fabbrica di tabacco di Pudong, tutti quanti erano in sciopero. L’Unione studentesca era in  assemblea permanente nella sede di Bubbling Well Road a cui Shanfeng, benché non fosse uno studente, era  stato permesso  di accedere. Nel pomeriggio  del 9 giugno, il Consiglio  municipale  fece  sapere  all’Unione  che  avrebbe sigillato l’edificio di Bubbling Well Road fino al mattino successivo. I leader del movimento decisero  allora di spostare l’assemblea in una nuova sede nella Concessione francese. Mentre verso sera veniva proclamata la legge marziale  su tutto il territorio cinese, un fiume  di giovani si  sparse per le vie di Shanghai proprio quando la polizia, aiutata dal Corpo Volontari, staccava da edifici e negozi i  manifesti e le bandiere del boicottaggio. Alla vista degli agenti, gli studenti cominciarono a urlare per dissuaderli  dal   rimuovere   i   simboli   della   rinascita   e   dell’orgoglio.   «Traditori,   traditori,   vigliacchi!»   I   poliziotti   sulla  camionetta avevano i volti color della terra, i bastoni stretti in mano. Fino a che uno di loro non sputò sulla folla.  O forse  fu qualcuno  della  folla  a sputare, non  importava.  All’angolo  di Hubei  e Fuzhou  Road,  il veicolo  fu  circondato e il conducente costretto a scendere, prima spintonato nella piccola arena circolare che si era formata  fra i manifestanti attorno a lui, poi atterrato a calci. Shanfeng non partecipò di persona ma era nei paraggi quando, dal fondo della strada, giunse una squadra di  agenti per disperdere la folla, e si ritrovò a fuggire tra i vicoli insieme ad altri cinque o sei manifestanti, tutti  inseguiti dagli uomini in uniforme. A un certo punto rimase da solo, con dietro almeno due poliziotti a braccarlo  come cani rabbiosi. Saltò una staccionata che chiudeva un vicolo cieco e girò l’angolo successivo a tutta velocità,  travolgendo un anziano occidentale che si trovava dall’altra parte. I due finirono a terra e il giovane ebbe la  peggio. Mentre il vecchio si era già alzato imprecando in tedesco, Shanfeng riusciva a stento ad appoggiare il  piede. Impossibile scappare. Si guardarono negli occhi per un istante di grande intensità, poi udirono le urla dei poliziotti in arrivo. «Mi chiamo Einrich Hofstadter» disse il tedesco in un cinese incerto, mentre lo aiutava a rialzarsi porgendogli  il braccio. «E tu sei…?» Shanfeng  disse   il  proprio   nome,   non   molto   sicuro   di   quello   che   stava   facendo.  Subito   dopo   i  due   agenti  piombarono loro addosso, quasi urtandoli. Il primo mise una mano sulla spalla di Shanfeng, strattonandolo. A  quel punto Hofstadter parlò con voce ferma, nonostante il suo cinese approssimativo. «Metta giù le mani dal mio servitore, non vede che ho bisogno di reggermi a lui per arrivare a casa? Maledetto  mal di schiena!» Così dicendo, accennò un’andatura claudicante che gli permise di dissimulare la momentanea  zoppia del cinese e di sostenerlo fingendo di aggrapparsi a lui. Il secondo poliziotto si intromise. «Signore, quell’uomo è sospettato di appartenere a un movimento sedizioso  e noi lo stavamo inseguendo fino a un momento fa.» «Non credo lei svolga bene il suo lavoro, signore, perché quest’uomo si chiama Shanfeng ed è al mio servizio  da quando sono arrivato in Cina l’anno scorso. Non fa parte di nessun movimento e fino a un momento fa mi  stava aiutando a rimanere in piedi. Forse dovrò dire al mio buon amico Shen Bao­chang di scegliere con maggior  cura i componenti delle forze dell’ordine di Shanghai…» «Andiamo a casa, mein Herr?» Shanfeng si rivolse a Hofstadter usando il poco tedesco che sapeva, sperando  che ciò facesse effetto. Ma l’accenno di Hofstadter a Shen Bao­chang, magistrato della città, era stato di certo ben  più efficace. Il primo dei due poliziotti, un ispettore robusto che qualche tempo dopo avrebbe di nuovo inseguito  Shanfeng vicino al parco Huang­pu, guardò a lungo il volto del ragazzo, soffocando la propria ira, infine disse:  «Potete andare». Hofstadter e Shanfeng si diressero zoppicando verso l’abitazione del primo.
Giunto nell’angusto locale della tipografia, Shanfeng posò la pesantissima borsa e si sforzò di ricacciare indietro i  ricordi. Il tragitto verso la casa del tedesco gli era sembrato lunghissimo e pieno di un silenzioso imbarazzo.  Eppure   la   compagnia   di   quell’uomo   gli   era   naturale.   Così   come   gli   era   sembrato   naturale   il   modo   in   cui  Hofstadter gli aveva medicato la caviglia gonfia come un melone. E con naturalezza il cinese aveva accettato la  sua offerta di lavoro. «A me un servitore occorre davvero, per giunta tu conosci anche un po’ di tedesco e in caso quello stupido  ispettore voglia controllare saremo a posto, non credi?» Annuì, accogliendo il suo variegato destino: servire il popolo, la Triade e adesso quello strano occidentale. Alla tipografia, il lavoro per il primo numero del mensile comunista procedeva a singhiozzo. Mao Tse­tung  non c’era. Shanfeng voleva farsi vedere prima di andare via. Dopo l’aggressione al professor Hofstadter, i corpi  senza vita dei due sicari erano stati ripescati dallo Huang­pu prima che Shanfeng avesse potuto raggiungerli e  risalire ai mandanti. La Triade gli aveva ordinato di proteggere il barone e di portarlo via da Shanghai. Non  sapeva quando avrebbe avuto occasione di tornare dai suoi amici, quando avrebbe potuto di nuovo rendersi  utile al paese. Lo doveva a loro, lo doveva alla Cina, lo doveva al piccolo Lu. Trovò Mao Tse­tung vicino a uno  dei laghetti dello  Yu Yuan, nel cuore  della città vecchia. Appoggiato al  parapetto, gettava briciole ai pesci rossi. Non sembrò sorpreso di vederlo, né si scompose mentre ascoltava le  ragioni che un concitato Shanfeng esponeva per giustificare la sua imminente assenza. I pesci accorrevano a frotte vicino al punto dove le briciole toccavano l’acqua; le pinne caudali vibravano con  scatti secchi, che facevano guizzare le voraci silhouette rosse in modo elegante. Il sole scendeva dietro il tetto  spiovente di un padiglione nel lato occidentale del giardino. Quando   Shanfeng   smise   di   parlare,   i   due   uomini   rimasero   in   silenzio   per   alcuni   interminabili   secondi,  ascoltando i rumori della città che nel parco giungevano attutiti: il rombo di qualche motore, il richiamo di un  venditore ambulante di grilli, gli zoccoli dei cavalli e le ruote dei carri sul selciato che costeggiava quell’oasi al di  là del muro di cinta. «Quello che rappresenti, ragazzo, vale molto. Molto più di quanto tu non creda. Vedo le tue perplessità, te le  leggo negli occhi e nei movimenti impacciati del corpo quando discutiamo alle riunioni. Ogni fibra di te stesso  sembra chiedersi il perché delle tue azioni. Cosa ci fa un brigante in mezzo a dei rivoluzionari, cosa può mai  entrarci la politica…» Shanfeng si sentì nudo. L’uomo aveva pochi anni più di lui, ma gli parlava con la gravità di un padre. «Eppure, anche se non ne conosci il motivo, stai facendo la cosa giusta. Le società segrete non sono state  sempre  come  tu le  hai conosciute:  associazioni di mutuo  soccorso  volte  al profitto  personale  dei loro capi e  accoliti  tramite  il taglieggio  e ogni  genere  di crimine.  Proprio  quella  a cui  tu appartieni,  la Triade,  ne  è  un  esempio. Solo pochi anni fa era gente di temperamento e di cuore, contadini, uomini che conoscevano il valore  della vita, che avevano il senso della comunità. Oggi nessuno ricorda il tempo della rivolta dei Taiping, di cui  anche la Triade fu protagonista: i contadini che si tagliavano il codino in segno di indipendenza dalla dinastia  manciù,   la   proclamazione   di   uno   Stato   autonomo…   Quel   tempo   è   stato,   e   può   tornare   ancora   se   sapremo  sfruttare quanto c’è di buono nelle società segrete con nuove idee e nuova organizzazione.» Gli occhi scuri e limpidi  gli   brillavano.   A   Shanfeng   sembrava   che   quegli   occhi   potessero   trasmettergli   un’energia   sconosciuta   e  ineluttabile. «Tu sei parte di quelle forze, la parte buona, la parte che può fare da guida e tramite per tutti gli altri. Non  credere che non ti abbia osservato: tu ti senti responsabile, ti fai carico del tuo ruolo con umiltà e dedizione. Con  noi,   con   la   Triade   e   con   il   tuo   misterioso   medico   occidentale.   Fa’   dunque   quello   che   devi   e   poi   torna.   La  Rivoluzione non può aspettare un singolo uomo…» Mao fece una pausa, strinse gli occhi e sorrise. «Ma per te  vedremo di convincerla a fare un’eccezione.» Shanfeng  avrebbe voluto dire qualcosa, qualcosa di grave e bello com’erano state le parole di Mao. Gravi  come alberi e belle come nuvole; alberi e nuvole, questo gli faceva venire in mente l’intonazione di quell’uomo.  Ma gli si chiuse la gola, un groppo di lacrime ed emozione che non sarebbe andato né giù né su. Dunque rimase  in silenzio e fece un cenno col capo. Poi si allontanò, attraversando il ponte che conduceva all’altra sponda del  laghetto, camminando pensieroso, incurante dei suoi passi.
12
Shanghai, aprile 1920, nel buio dell’anima
«Avevo chiesto la massima prudenza, o sbaglio?» «No, ma…» «Nessuna iniziativa fino al mio ritorno.» «La situazione…» «O sbaglio?!» Il cinese si grattò la testa completamente calva. Aveva una voglia marrone sopra la tempia sinistra. «Non  sbagli.» I due uomini, seduti l’uno di fronte all’altro su piccole panche, illuminati dal basso da una lampada a petrolio,  parevano misurarsi in un duello di immobilità. «E quei due imbecilli del Cerchio Verde, poi… Come ti è venuto in mente?» Il cinese fece una smorfia rassegnata. «È difficile trovare qualcuno che non sia sciocco e comunque disposto a  mettersi contro la Triade.» Deruyter si alzò di scatto, per sottrarre la vista del proprio volto all’interlocutore. Un viso segnato dagli anni,  non moltissimi ma densi di fatica. Sul volto gli si disegnava un’espressione di malcelata stizza ogniqualvolta  ripensava alla sua situazione, alle persone per cui lavorava e che ingannava ogni giorno. Fuori dalla chiazza di  luce  della lampada, la sua figura si era trasformata in un inquietante  addensarsi del buio, una massa senza  contorni, minacciosa come la voce che fendeva la notte alle spalle del cinese. «Da quegli idioti potevano risalire a noi.» «Li abbiamo trovati per primi e il problema non esiste più.» Il respiro  di Deruyter  si fece  più pesante. «Il problema  esiste, invece. Grazie  alla tua trovata la Triade  ha  trasferito  il  professore  in  un  luogo  segreto,  forse  fuori  Shanghai,  presso  un   Signore  della  guerra  vicino   agli  imperialisti. Forse. O forse no: nemmeno io sono al corrente della sua destinazione. Ci vorrà tempo per trovarlo,  e io non ne ho. Vuoi darmene del tuo, Sun?» Una goccia di sudore stillò dalla fronte del cinese, mentre la lama di un coltello si materializzava davanti alla  sua gola. «Questo non si addice alla tua intelligenza, Hans. Troveresti con difficoltà un altro aiutante.» Il ruvido suono gutturale di un’imprecazione in fiammingo si diffuse nella cantina. «Lo so quanto te, ma non  dimenticarti mai della sensazione che stai provando ora, Sun. Mai. Un assassino deve portare sempre con sé la  paura di morire.» Dopo aver lasciato la cantina di Papa Wong, satura di vapori alcolici, Deruyter camminò a lungo e senza meta  per le strade che si intrecciavano fra Renmin e Zhonghua. Respirava con avidità, ma l’aria umida e immobile del  vespro non gli recava sollievo ai polmoni né lucidità alla mente. Era una serata molto calda: gli anziani, seduti  fuori dalle loro abitazioni su piccoli sgabelli di bambù, si sventolavano pigri, guardando le donne fare il bucato. L’olandese giunse quasi senza accorgersi al muro che delimitava il Giardino del mandarino Yu: la perfetta  riproduzione di un paesaggio meridionale con tanto di laghetti, vegetazione e anfratti. Un ambiente ricostruito  artificialmente, quasi cinquecento anni prima, da un alto funzionario cittadino per consentire al padre infermo di  godere di quelle bellezze naturali che la malattia non gli avrebbe più permesso di vedere dal vero. Un falso  gentile, frutto della pietà filiale. E pur sempre irritante e presuntuoso come ogni cosa che si atteggia a ciò che non  è. Pervaso da una serenità artefatta e inquietante, preludio allo sconvolgimento che presto o tardi sarebbe giunto  per punire e distruggere tutte le opere costruite con l’inganno. Il Giardino di Yu durava da cinque secoli ormai,  ma gli oscuri maneggi di Deruyter per quanto ancora avrebbero retto? Certo non così a lungo; l’olandese poteva  già avvertire l’impazienza di Sun, il suo prossimo tradimento. Aveva un disperato bisogno di contare su un  assistente fidato, ma i confratelli lo avevano destinato a un’azione solitaria. Per l’Ariete quello era un periodo di  scarsa   fortuna:   dopo   la   carneficina   della   Prima   guerra   mondiale   e   la   reviviscenza   di   ogni   tipo   di   becera   e  speculativa consorteria, gli adepti di Khnum si limitavano a poche unità, pochissime quelle operative sul campo.  Per questo la sua missione era cruciale, e per questo era rimasto da solo a condurla, costretto a fidarsi di corrotti  arruffoni come Sun per portarla a termine.
Aveva   preceduto   il   barone   Hofstadter   al   Monastero   della   giovane   foresta,   commettendo   però   l’errore   di  rubare i vasi senza distruggerli. Allora la missione era di trovare e proteggere: in pochi giorni, per una di quelle  strane casualità che tanto inquietavano l’olandese, otto dei dieci portatori sani di Al­Hàrith erano deceduti, e i  confratelli non erano ancora certi di poterne trovare subito degli altri. Si rischiava di dover attendere a lungo e  non ci si poteva permettere di distruggere i due elementi base del “respiro di  Seth”. Lo scopo dell’Ariete era di  conservare il male e di tenerlo fuori dalla portata degli uomini comuni, non di distruggerlo: quella sarebbe stata  un’ambizione smodata e dannosa. Si era introdotto nei cortili esterni del monastero nottetempo, insieme ad alcuni contadini ben pagati per agire  in silenzio. A pochi giorni dalla visita di Hofstadter. Molti anni prima, quando l’olandese doveva ancora nascere,  un altro confratello aveva giudicato quel luogo il più sicuro e vi aveva lasciato i vasi sigillati e sotterrati alla base   di un capitello sacro. Era arrivata l’ora che l’Ariete tornasse a riprendere ciò che gli spettava di diritto. Aveva scavato con i suoi uomini, poi, una volta recuperati i vasi, aveva detto loro di portarli in paese, lui li  avrebbe raggiunti dopo. Quando le sagome furono scomparse nel fitto della boscaglia, si volse ai contrafforti che  incombevano sullo spiazzo antistante il monastero. Rimase immobile per un periodo che gli sembrò dilatarsi  all’infinito, poi cedette all’oscura attrazione che quel luogo gli ispirava. Senza nemmeno sapere perché. Eludere la sorveglianza dei monaci non fu difficile, in fondo lì non c’era nulla da rubare e poca protezione a  guardia di quel nulla. Camminò in silenzio per le sale deserte, sfiorando le povere cose e gli strani oggetti che  costituivano  il patrimonio  della vita quotidiana  di quei  religiosi.  Infine  si fermò  dietro  un paravento  di tela  grezza   in   una   piccola   stanza   di   preghiera.   Non   conosceva   il   buddhismo   e   dunque   non   avrebbe   saputo  interpretare nemmeno la metà delle cose che aveva visto in quella rapida incursione segreta; gli era rimasta però  una curiosa sensazione di straniamento. Quel che vedeva e respirava, anche se non avrebbe saputo dire perché,  era lontano distanze siderali dal suo modo di vivere, dalla sua filosofia. La sua cupa rassegnazione calvinista qui  si scontrava con qualcosa di diverso eppure non ostile. Strane immagini gli tornarono alla memoria dopo quella  notte: fruscianti ruote di preghiera, dischetti di pietra con incomprensibili incisioni. Incomprensibili e consolanti.  Inspiegabilmente. La certezza di un fato capriccioso però tornò presto a impossessarsi di lui. Salpato da Shanghai da poche ore  con il suo prezioso carico, il battello su cui era imbarcato venne attaccato dai pirati. In quelle acque non era  rarissimo, ma nemmeno troppo comune. Un altro segno di cattivo auspicio che Deruyter aveva accettato come  sempre, con una smorfia e un’imprecazione masticata fra i denti nella sua lingua madre. Il battello era stato  affondato  e Hans si era salvato  per un soffio, aggrappandosi a un barile  e galleggiando  fino  all’alba in uno  specchio di mare che sapeva essere attraversato dalle rotte commerciali, fino a quando, alle prime luci dell’alba,  non era stato avvistato e tratto in salvo da un mercantile. Aveva così deciso di rimanere a tener d’occhio il porto della città, in attesa di sviluppi. Intanto, dai confratelli  era giunta la notizia che Al­Hàrith aveva attecchito in altri cinque portatori sani: i vasi potevano rimanere in  fondo al mar della Cina, lui li avrebbe sorvegliati da lì. Erano trascorsi due anni. Ripensando al suo passato recente, Deruyter si era seduto in una sala da tè di fronte al giardino. Provava una  fiacchezza estrema. L’imponente drago che ornava il muro di cinta pareva fissarlo, minacciandolo con le fauci  spalancate. Un segno anche quello? Stava diventando ossessivo e ridicolo nel suo pessimismo superstizioso. Un  assurdo sincretismo di durezza protestante e credenze orientali: il peggio  intrecciato di due opposte culture.  Quello che era diventato. Reagì, cercando di pensare alle sue prossime mosse. Doveva rintracciare il barone, usando il meno possibile  l’aiuto di Sun. Aveva bisogno di un altro appoggio, meglio se inconsapevole: chi non sa, non tradisce. Il suo  pensiero   si   volse   all’assistente   del   vecchio   Hofstadter,   il   ragazzo   dalle   molteplici   e   sempre   equivoche  frequentazioni. Sarebbe stato un aggancio perfetto… Com’è che si chiamava?
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Nanawa, Gran Chaco, agosto 1944
«Buongiorno Hiro, buongiorno Arthur.» Gli occhi cerchiati e gonfi dovevano essere eloquenti, ma né il  giapponese né l’inglese dissero nulla e Dietrich Hofstadter si unì a loro per la colazione. Una lunga tavola era  piena di teiere, brocche, tazze e panieri. Non prese nulla da mangiare e si servì del caffè nero. «Domani mattina partirà il “carico” per la foresta. Oggi andremo a esaminarlo e a verificare alcuni particolari,  prima di avviarci a nostra volta. Gli uomini di Arthur si stanno occupando delle procedure da mesi e i miei  hanno portato a termine la costruzione del laboratorio: ci hanno messo più del previsto.» Otaru sorseggiò il tè con lentezza, osservando Dietrich da dietro il bordo della tazza. «Dove li avete trovati?» Fillmore si alzò per andare a prendere altro bacon e Dietrich rispose: «La guerra del Chaco ha lasciato orfani e  vedove   di  cui   nessuno   si  cura,   non   ci   sarà   chi  verrà  a  chiedere   conto  della   loro   scomparsa.   Come   nessuno  domanderà  nulla   dei   tagliatori   di  quebracho  immigrati   dall’Argentina   e   dal   Brasile.  Si  tratta  di   poveracci,  derelitti e delinquenti. Nessuno piangerà per loro. Ad alcuni è stato offerto un lavoro, ad altri non è stato detto  alcunché.  Abbiamo  radunato  tutte  le tipologie  che  possono  interessarci.  Donne, bambini, adulti e anziani. Il  conflitto   non   solo   ci   ha   fornito   le   vittime,   ma   anche   i   carnefici».   Guardò   in   direzione   di   Fillmore.   «Molti  mercenari sono rimasti sul territorio in cerca di “occupazione”.» Arthur si versò del latte nel bicchiere. «Standard Oil e Royal Shell hanno lasciato Paraguay e Bolivia a guerra  conclusa e, dopo aver contribuito a prosciugarne le casse, hanno liquidato i mercenari e tante grazie. Alcuni  hanno cercato fortuna altrove: so che certi si sono ridotti a fare da capataz per dei latifondisti argentini. Altri  hanno fatto rotta verso l’Europa o verso l’Africa. Molti sono rimasti da queste parti, dandosi alle scorribande in  modo disorganizzato.» Hofstadter intervenne. «Non tutti in maniera disorganizzata…» L’inglese finì il latte in un unico sorso e si asciugò le labbra con il tovagliolo: «Si fa quel che si può… È ora di  mettersi in moto». A pochi chilometri dal confine boliviano, nascosto in una macchia boschiva, sorgeva un complesso di costruzioni  in pietra e legno dalle mura robuste, circondato da palizzate con torrette di sorveglianza agli angoli. Giunti in  prossimità dell’ingresso, Fillmore diede due colpi di clacson. Alcuni uccelli si alzarono in volo dagli alberi. Dalla  postazione di guardia provenne un bagliore: il riflesso  del sole sulle lenti di un binocolo. Il portone fatto di  tronchi scuri si aprì verso l’interno e l’automezzo entrò nel complesso. «Quebracho: più duro del marmo. Ci  vorrebbe un carro armato per scalfirlo e, per Giove, l’unico funzionante rimasto nella zona ce l’abbiamo noi.» Nell’edificio centrale, una mappa delle dimensioni di una coperta era stesa sopra un tavolo, alcuni uomini  discutevano concitati. Uno di loro, il più tarchiato, indicava qualcosa con una bacchetta. Hofstadter, Otaru e Fillmore entrarono, portando con sé la polvere del viaggio. La conversazione si bloccò all’istante, tutti si girarono in direzione dei nuovi venuti.  «Che c’è, George, non ci aspettavi così presto?» L’uomo  tarchiato,  con  il  volto  incorniciato  da enormi  basette,  increspò  le  labbra  in un  sorriso:  «Signori…  Benvenuti. Sapevamo che sareste arrivati da un momento all’altro». Scambiò un’occhiata d’intesa con Fillmore:  «La riunione è aggiornata a stasera, potete andare». Usciti gli altri, George Ponticelli si diresse verso Hiro: «Mister Hofstadter, lieto di rivederla». Dietrich fece un  cenno con il capo, mentre l’uomo stringeva la mano al giapponese. «Lei deve essere Mister Otaru, ho sentito  molto parlare di lei. Ve le abbiamo suonate nel Pacifico, eh?» La stretta di mano aveva afferrato solo le dita di Otaru. Qualcosa in quel gesto, più che nelle parole, sembrò  infastidire in modo impercettibile l’orientale, che però rispose cordiale. Fillmore interruppe le presentazioni. «Bene, visto che i convenevoli sono esauriti, mostra ai nostri amici il  percorso stabilito per domani.» Con una punta di sarcasmo l’uomo batté i tacchi: «Sir. Yes, Sir».
La bacchetta indicò un punto del Chaco. «Noi siamo qua.» Si guardò intorno, in cerca di attenzione. «I camion  partiranno in direzione nord, nord­est inoltrandosi nel Chaco Boreal; entro un paio di giorni, se non ci sono  intoppi,   raggiungeremo   l’avamposto   tra   General   Eugenio   Garay   e   Capitán   Pablo   Lagerenza.   Là   faremo  rifornimento. Il giorno dopo faremo rotta per Puerto Bahía Negra. Abbiamo un appuntamento notturno con il  capitano Fernando Sebastián Fuentes de La Roça. Il 23 mattina il carico sarà già salpato e starà risalendo il Rio  Paraguay sulla  Gorda Rubia. Noi lo scorteremo fino a destinazione, dove lo affideremo  alle amorevoli cure  dell’équipe  di Mister H. Niente  di più semplice… La cena è pronta, se gradite. Braciole  alla texana.» Uscì  a  lunghi passi, trascinando gli stivali sul pavimento. Hofstadter si fece da parte con un gesto di cortesia e cedette il passo a Otaru. Quindi si avvicinò a Fillmore:  «Arthur, tieni a freno la lingua del tuo socio con i suoi commenti sui giapponesi, per cortesia». L’inglese  osservò l’andatura dondolante di Ponticelli. «Gli parlerò stasera stessa. Lo sa, Mister Hofstadter,  questi yankee figli delle colonie sono degli zoticoni.» Le baracche ricoperte di lamiera avevano le porte aperte, molte donne allattavano sull’uscio, alcuni bambini  giocavano a pochi metri di distanza. Da dietro le finestre, uomini dai visi scuri e segnati guardavano nel vuoto.  Poco   distante,   un   manipolo   di   armati   bighellonava   fumando.   Una   strana   tranquillità   circondava   l’aia,   dove  dondolava un corpo appeso a un albero. «Qualcuno ha cercato di scappare» disse Ponticelli, indicando il cadavere. «Non sanno bene perché sono qui.  Non è molto diverso da un campo di lavoro di quebracheros della società ferroviaria, comunque. Anche là ci  sono uomini armati che sorvegliano gli operai e le loro famiglie. Sono abituati. Non si fanno domande. A parte  qualcuno.»   Fece   una   smorfia,   strizzando   l’occhio   sempre   in   direzione   del   corpo.   «Basta   dare   l’esempio   per  evitare che altri si mettano in testa cose strane.» La   cena   fu   dominata   dall’instancabile   parlantina   dell’americano.   Otaru,   appena   finito,   si   concesse   una  sigaretta. «Quanti soggetti abbiamo a disposizione per gli esperimenti,  Herr Sturmbahnführer?» Non si era  rivolto a Ponticelli per tutta la sera. Hofstadter   guardò   Fillmore:   «Se   non   erro,   e   correggimi   se   sbaglio   Arthur,   con   questa   spedizione  aggiungeremo altre duecento unità a quelle già presenti sul luogo grazie ai miei uomini. Se necessario, George  provvederà a farcene pervenire altre. Siamo in contatto tramite telegrafo, comunicheremo di volta in volta le  nostre esigenze». L’americano intervenne: «Non c’è nessun problema, Mister H., di materia prima ce n’è in quantità e non costa  nulla, a parte qualche piatto di zuppa e un po’ di yerba mate». La mattina dopo di buon’ora Ponticelli masticava già tabacco,  sputacchiando a intervalli regolari. I camion in  colonna erano stipati  e pronti alla partenza. Un paio  di jeep scortavano  la carovana: i mitra spianati avevano  convinto anche i più restii. Un colpo con il calcio di fucile sulla nuca aveva fatto svenire un giovane guaraní,  subito caricato a forza su un camion. L’americano controllava di persona ogni autocarro. Due uomini armati per  ogni mezzo, anche per quello con donne e bambini. Tra sguardi spaventati e occhi rassegnati, i motori si accesero  all’unisono. L’umidità s’insinuava tra i vestiti. Era riuscito a dormire  poco e male, si era rigirato nelle coperte fino  ad  attorcigliarle.   Dietrich   Hofstadter   aveva   sognato,   ma   non   ricordava   nulla   quando   all’alba   erano   andati   a  svegliarlo. A colazione, mentre  gli uomini di Ponticelli ultimavano  i preparativi per  la partenza, Otaru, Fillmore  e il  tedesco si salutarono di buonumore, come se si conoscessero da sempre. Hiro sorseggiava tè davanti a un’ampia  finestra  sul  cortile.  Lo   sguardo   fisso  ai piedi  delle   persone   che  passavano.  Molti erano  scalzi,  qualcuno  con  sandali improvvisati, i più fortunati con scarpe rotte. Hofstadter parve leggere nel pensiero del giapponese. «Non sanno cosa li attende e per loro, che conoscono  solo la guerra o la povertà, ogni altro luogo è meglio di questo.» Otaru dissentì col capo. «Non si tratta di meglio o peggio, per loro è lo stesso. Sono solo stremati, non hanno   più la forza di reagire.» Non più di qualche settimana prima il giapponese si sarebbe limitato a tirare i lembi della giacca in sterile  cenno di assenso. Dietrich apprezzò quello slancio. Forse stavano, in qualche strano modo, diventando amici. Fillmore, dopo essere andato a controllare le operazioni, tornò, e Hiro si fece più distaccato.  L’inglese allargò le braccia: «Siamo pronti».
Dietrich guardò il cielo: «Mmm… prevedo pioggia. Andate avanti, recupero il bagaglio e vi raggiungo alla  camionetta». Si   avviò   verso   il   suo   alloggio   e,   girato   l’angolo,   in   lontananza   scorse   Ponticelli   avanzare   con   una   borsa.  Quando   si   incrociarono,   l’americano   indicò   la   sacca   con   il   mento   e   disse:   «Esplosivo,   nel   caso   trovassimo  difficoltà sulla strada». Posò il carico a terra, prese una manciata di foglie tritate da una scatola di latta e la mise  in bocca, cominciando a ruminare. Porse la scatoletta a Dietrich, che rifiutò con un cenno della mano. «Senta, Mister H., so che non sono affari miei visto che è lei quello che paga, ma fossi nei suoi panni non mi  fiderei del giap. Quelli sono tutti infidi… prenda Pearl Harbor e quei fottuti kamikaze.» D’un tratto si ritrovò con la schiena contro il muro, il tabacco gli andò di traverso e prese a tossire. Hofstadter  lo teneva immobile ad alcuni centimetri dal suolo. Ponticelli cominciò ad annaspare. Lo sguardo di Dietrich si  accese. «L’hai detto! Sono io quello che sborsa e ti giuro che se non la smetti di darmi consigli, le prossime spese  saranno quelle del tuo funerale.» Dopo averlo lasciato sentì la rabbia salire alle tempie. Digrignò i denti, poi si girò di scatto, si diresse verso la   sua baracca senza voltarsi. I camion carichi e gli altri mezzi partirono poco dopo in un’unica colonna, un lungo millepiedi metallico che  serpeggiava sulla polverosa distesa del Chaco. Dopo diversi chilometri Fillmore fece un’ampia deviazione per  riportare   Hofstadter   e   Otaru   all’aereo   lasciato   oltre   Nanawa,   mentre   il   resto   della   carovana   proseguì   verso  General Eugenio Garay. Il velivolo era coperto  da una patina rossastra. Dietrich rimosse  la tela cerata dal muso, mettendo  a nudo  l’elica e le prese d’aria, tolse la polvere da vetri e portelli. Arthur, dopo avere spostato i blocchi alle ruote, si  sfregò con energia le mani: «Bene, Mister Otaru, le auguro un buon volo. Ci rivediamo fra tre o quattro giorni». Hiro fece un leggero inchino, subito ricambiato. Hofstadter   prese   dalla   cabina   guanti,   casco   e   occhiali.   «Ti   conviene   sbrigarti,   Arthur,   o   non   riuscirai   a  raggiungere la colonna.» «Non si preoccupi, Mister Hofstadter, faccio tappa a Nanawa e poi mi riunisco a loro a Puerto Bahía Negra.  George se la caverà benissimo, si sente un cowboy di scorta alla mandria. Preferisco arrivare prima di loro al  confine   con   il   Brasile   per   verificare   che   non   ci   siano   sorprese   con   quell’ex  cangaceiro  di   de   La   Roça.   Ci  rivedremo al punto stabilito.» Dietrich  strinse  la  mano   all’inglese,  guardandolo  negli   occhi:   «Perfetto,  non  potrei   avere   un  collaboratore  migliore. Grazie e arrivederci». Quando decollarono, virarono e videro Fillmore salutarli da terra agitando il braccio. Dopo  mezz’ora di volo incrociarono  il convoglio  e lo sorvolarono  per   qualche   minuto,   seguendone   le   pigre  evoluzioni. Hiro rimase silenzioso e fu Hofstadter a parlare per primo. «Non incontreranno alcun problema fino  alla   prima   tappa.»   Il   tono   era   rilassato.   «Tra   General   Eugenio   Garay   e   Capitán   Pablo   Lagerenza   le   cose   si  complicano, non a caso l’avamposto si trova da quelle parti. Nessuno metterebbe il naso in un buco del genere. Il  terreno paludoso è circondato da alcuni piccoli rilievi, e di questa stagione sono frequenti gli smottamenti per le  piogge.» Otaru prese il binocolo per osservare la fila di camion: «Per quanto saremo in contatto visivo?». «Non   per  molto»  rispose   Dietrich  a   voce   sempre   più   alta,  mentre  il  motore   rombava.  «Tra   poche  miglia  taglieremo verso nord­est, attraversando l’alto Paraguay per poi sorvolare il cielo brasiliano. Seguiremo il corso  del fiume fino a Corumbá. Atterreremo là vicino e ci incontreremo con la mia squadra. Avremo un paio di giorni  di vantaggio sugli uomini di Arthur e Ponticelli, potremo riposare e rifocillarci, prima di andare a ricevere la  Gorda Rubia con il carico a Puerto Suárez.» Il giapponese continuò a osservare la carovana, poi spostò lo sguardo sull’orizzonte foriero di pioggia. Nel   cielo   notturno  di   Nueva  Germania,  Betelgeuse  brillava  rossa  fra  gli  astri   di  Orione  e   a casa  Hofstadter  regnava il silenzio, tutti dormivano tranne Felipa, la bruja come la chiamavano al paese. Prima carta: quarto arcano, l’Imperatore. Rovesciato. Felipa si alzò dalla sedia con il mazzo di tarocchi in mano, puntò l’anulare sulla carta e andò a sedersi all’altro  capo del tavolo. Prima carta: quarto arcano, l’Imperatore.
Chiuse  gli occhi cercando  di visualizzare  il volto di Dietrich. Poteva barare  con le stelle  e trasformare  un  tiranno in un giusto, ma solo per un motivo. E solo per una volta. Seconda carta: ventesimo arcano, il Giudizio. La strada per riscoprire il proprio retaggio si è appena dischiusa. Le cose si possono vedere con altri occhi.  Solo ora Dietrich sta riavvicinandosi al padre. Le   mani   affusolate   della   ragazza   accarezzarono   i   bordi   del   tarocco.   Era   certa   della   prossima   rivelazione.  L’identità   di  chi  aveva  fatto  ritrovare   il   Giudizio   all’Imperatore.   Sorrise  e   girò  la   carta.   Chiuse  gli   occhi,   la  dispose in modo da formare un triangolo con le altre e, quando la guardò, fece una smorfia compiaciuta. Terza carta: nono arcano, l’Eremita. Il portatore silenzioso di sapienza reca la conoscenza di sé. Otaru. Un legame particolare unisce i due uomini,  la disposizione geometrica dei segni non può sbagliare. Felipa  rimescolò  il  mazzo   con  rapidità,  la candela  ne  illuminava  il  volto  scuro  facendo  luccicare  i lunghi  riccioli. Gli occhi color cannella seguivano attenti i movimenti delle dita. I bracciali ai polsi tintinnavano nella  penombra. Quando vide l’arcano seguente, le labbra divennero una sottile linea retta. Rimase a fissare la figura  davanti a sé. Esitò. La fece calare con lentezza. Il presente si può leggere come un libro aperto, ma per il futuro il discorso è un altro. Scivola vago, sfugge, è  nebuloso: afferrarlo è difficile, ha la pelle d’anguilla, sguscia tra le mani dimenandosi come un ossesso. Al pari di  suo fratello, il passato, bisogna sezionarlo con accuratezza, denudarne le viscere e disossarlo. Un nuovo triangolo. Prima carta: sedicesimo arcano, la Torre. Chi mira troppo in alto è destinato a cadere. La rovina è la giusta punizione per chi abusa della conoscenza. Le si strinse il cuore in un impeto di tenerezza. Prese un bel respiro, avrebbe voluto alzarsi e fare il giro del tavolo,  ma il fato consente una sola chance al baro. Doveva leggere gli altri arcani maggiori e interpretarli, trovare una  spiegazione e sperare. Il miagolare stridulo di Ovillo in giardino la ridestò dai pensieri, le lacrime della cera ingoiarono la bugia: ogni  cosa si restrinse e si dilatò in un alone ambrato. Andò alla finestra e vide la sagoma della bestiola, illuminata  dalla luna, intenta a osservare il nulla misterioso che ogni gatto scruta. Tornò a sedersi. Seconda carta: primo arcano, il Bagatto. Il tradimento. Non si fermò a pensare, non respirò nemmeno, prese un’altra carta e completò il triangolo. Terza carta: ventunesimo arcano, il Mondo. Rovesciato. Una lacrima le rigò il viso. Rimase così, seduta, mentre la candela si consumava e l’emisfero sud entrava nella  luce.
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Nel cuore della provincia di Anhwei, aprile­giugno 1920
L’uomo di Ni Ssu­chung, il Signore della guerra di Anhwei, a Shanfeng non piaceva per niente. Forse a causa del  volto largo e bruciato dalle intemperie, o per via della sua ironia rozza e della sufficienza con cui lo aveva  trattato per tutto il viaggio, soprattutto quando il professor Hofstadter, “il grande signore”, come lo chiamava  lui, non stava a sentire. Da quando, bambino, si era mosso con la famiglia dal Kinagsi, era la prima volta che  Shanfeng si avventurava fuori da Shanghai, come doveva essere chiaro dall’espressione stupita che non lo aveva  abbandonato lungo l’intero tragitto. Ma non per questo avrebbe permesso a quel leccapiedi di provincia di farlo  passare per uno zotico sempliciotto. Yuan­che, il loro accompagnatore, si era comunque dimostrato una guida competente. Avevano viaggiato nel  retro di un carro trainato da quattro cavalli tozzi, riparati da un telone sdrucito, per giorni, e Yuan non aveva  mai smesso di dare informazioni su geografia ed economia dei luoghi attraversati, pur nel suo dialetto arcigno e  non sempre comprensibile. Lasciata la città avevano puntato  a nord­ovest, attraversando lo Yangtze  Kiang  poco a sud di Nanchino  e  addentrandosi  sempre  più  nella provincia di Anhwei. Ni Ssu­chung,  su  richiesta  della Triade, aveva offerto  riparo e protezione nella zona da lui controllata, un’area collinare non troppo distante dal distretto di Shanghai,  e al momento questa sembrava la migliore  delle soluzioni. La Società non era riuscita a risalire  ai mandanti  dell’aggressione al professore, il che lasciava irrisolto il problema della sua sicurezza, quantomeno nel dedalo  incontrollabile di Shanghai. Avevano   trascorso   la   prima   notte   in   una   capanna   di   contadini   poco   fuori   Nanchino;   sterpaglie   e   pozze  d’acqua maleodorante tutt’intorno. Il terreno era fertile, pregno delle limacciose infiltrazioni del Fiume Azzurro.  Poco lontano si distendeva la risaia dove lavorava la famiglia del padrone di casa, insieme alle poche altre dei  contadini del posto. Mentre mangiavano una ciotola di riso brodoso, servito a testa bassa dalla figlia del loro ospite nella luce  grigia   che   si   insinuava   fra   gli   scuri,   Yuan   non   aveva   fatto   altro   che   battute   importune   e   volgari.   Quando  Hofstadter si era affacciato sul ballatoio posteriore a fumare un sigaro, la guida aveva rincarato la dose. «Hai visto la ragazza? La figlietta del padrone, eh?» Aveva sorriso, ostentando una lascivia caricaturale. «Ha  la faccia di un maiale ma bei fianchi sodi e caviglie robuste, ah! Non ho ragione?» Shanfeng non lo degnò di uno sguardo, disgustato più dai modi che dalle parole (di quelle ne aveva sentite  ben peggiori rivolte alle  ragazze  di Papa Wong  e ci aveva ormai fatto l’abitudine). Ma Yuan insistette  nella  provocazione. «Certo, tu sei un tipo raffinato. A Shanghai le signorine sono di un altro livello. Vita stretta e cosce ancor di  più, ah!» Rise, credendo di aver detto una cosa divertente, e poi virò in un tono più insinuante. «O magari… si sa  come   succede   fra   voi   ragazzi   di   città   annoiati,   forse   ti   piace…»   E   fece   un   gesto   osceno,   sostenendosi  l’avambraccio con la mano e scoppiando in una grassa risata. Shanfeng valutò se colpirlo o meno. «Eh, ma io scherzo, ragazzo, non badare alle parole di un vecchio servitore.» Un’altra pausa ammiccante. «E  poi non c’è mica niente di male; un po’ di trucco agli occhi e via a fare la ronda al buio, no?» Rise ancora e  stavolta Shanfeng si alzò: non avrebbe resistito a un’altra battuta senza picchiarlo. Il paesaggio cambiava col variare dell’altitudine, così come le condizioni climatiche. Una brezza tesa, costante  e fresca puliva l’aria che Shanfeng e gli altri respiravano sul retro del carro, il telone alzato come un sipario sul   povero teatro della strada appena percorsa. Ai due lati del sentiero insisteva una boscaglia interrotta da brevi  radure,   fitta   di   alberi   di   bambù   e  t’ung  cresciuti   in   fogge   strane   e   intricate   ramificazioni,   accentuate   dalla  naturale pendenza del territorio. Giunsero alla casa al crepuscolo del secondo giorno. Una costruzione fatiscente di legno gonfio e bitorzoluto,  ricoperta da una spessa patina di fango argilloso rappreso. L’interno era spartano, ma pulito: due stanze piccole  per dormire divise da un ambiente più grande, che Hofstadter avrebbe potuto adibire a studio e laboratorio. Il  posto era isolato, circa un chilometro più in alto rispetto al minuscolo villaggio senza nome presso il quale era  possibile rifornirsi di provviste che nessuno avrebbe mai osato farsi pagare. Poche baracche che formavano un  piccolissimo   agglomerato   agricolo,   dove   il   solo   nome   di   Ni   Ssu­chung   faceva   sbiancare   le   donne   e   chinare  servizievoli quanto timorosi i loro mariti.
Hofstadter prese a trascorrere la maggior parte del tempo chiuso nello studio allestito alla bell’e meglio, a  elaborare appunti dopo aver analizzato al microscopio campioni delle sostanze racchiuse nei vasi. Shanfeng intanto si impratichiva dei luoghi, battendo il sottobosco e ogni possibile sentiero per ore. Conoscere  meglio il territorio gli dava l’impressione di controllare la situazione. Durante le sue perlustrazioni riconosceva  le   piante   di   canfora,   di   menta   e   le   altre   che   il   professore   gli   aveva   indicato,   illustrandogliene   le   proprietà  medicinali. Se solo lo avesse incontrato prima, avrebbe forse potuto salvare suo fratello Lu. O almeno ci avrebbe  provato davvero, con la scienza occidentale, invece di affidarsi ai patetici rituali degli stregoni a cui si era rivolto  all’epoca. La medicina  tradizionale  cinese: assassina degli sciocchi,  mietitrice  degli ignoranti. Un giorno tutti  avrebbero   potuto   godere   dei   vantaggi   del   progresso,   nessuno   sarebbe   rimasto   schiavo   di   stolte   usanze.   Un  giorno. Shanfeng andava spesso al villaggio a rifornirsi di viveri, lasciando il professor Hofstadter insieme a Liu, l’uomo  di scorta assegnato loro da Ni Ssu­chung. Un tipo tarchiato di poche parole che puzzava di capra, ma abbastanza  esperto. Hung, la figlia di uno dei contadini che più spesso gli riempiva le borse, guardava Shanfeng con insistenza, e  quando   lui  passava   per  strada,  faceva  sempre  in  modo  di  trovarsi  all’esterno  della   casa   a stendere  i panni.  Sarebbe piaciuta a Yuan­che: aveva un volto rozzo e paffuto, gambe dritte e robuste come colonne e fianchi generosi.  Ma   a   Shanfeng   non   suscitava   che   una   tiepida   simpatia;   in   fondo   il   disgustoso   Yuan   non   si   era   sbagliato  giudicando raffinati i suoi gusti. Si era ormai abituato ai ritmi lenti e al silenzio della provincia, ma un po’ gli mancava la frenesia di Shanghai,  il prurito all’anima che lo faceva rimbalzare da un ruolo all’altro della sua strana vita di servitore della Triade,  del popolo e di Hofstadter. Accolse dunque con sollievo la novità di quella mattina, iniziata come le altre. Il villaggio era in fermento,  come in attesa, gli uomini non erano andati a lavorare nei campi ma parlottavano guardinghi, quasi presidiassero  le abitazioni e le loro povere cose. Hung, al solito, sbrigava inesistenti faccende poco fuori della porta di casa, ma  aveva   un’espressione   assorta,   stranita.   Fu   proprio   questo   che   spinse   Shanfeng   ad   avvicinarla   per   chiederle  spiegazioni. «Il nostro signore va in guerra, l’esercito passerà qui vicino fra poco.» «Vuoi dire gli uomini di Ni Ssu­chung?» La ragazza assentì appena, chinando il capo senza dire una parola. Il nome del loro signore e padrone non  andava nemmeno pronunciato. «Dove vanno?» chiese ancora Shanfeng, e ricevette in risposta un vago cenno della mano in direzione nord.  Doveva  trattarsi   di   un   momento  cruciale   nella  guerra  fra   le   cricche   Anhwei  e   Chihli   per   il  predominio   dei  territori del Nord. Si fronteggiavano  ormai da più di un anno,  in un’estenuante  alternanza di scaramucce  e  tentativi diplomatici che riuscivano solo ad aggravare la tensione. Adesso Shanfeng comprendeva l’umore degli uomini del villaggio. Il passaggio di un battaglione non era mai  un’esperienza piacevole. Soldati emotivamente  carichi e pronti a liberare le loro tensioni usando un pretesto  qualsiasi.  Mercenari  rotti a  ogni tipo  di esperienza  e  giovani  teste  calde  che   si credevano  invincibili  perché  protetti dagli dèi, convinti che  tutto dovesse  loro essere  concesso, anche  solo per puro  capriccio. Non erano  invasori, ma non ci si poteva aspettare alcuna osservanza delle regole dell’ospitalità. Venivano dalle parti più  remote del paese, spesso non parlavano bene la lingua delle terre che attraversavano, e usavano prendere senza  chiedere o chiedendo con la violenza. Shanfeng  si inerpicò  sul  promontorio  che  dominava  la vallata  oltre  il villaggio,  e li vide  attraversare  una  stretta gola a un paio  di chilometri di distanza. Piccole  macchie  grigie in movimento. Era improbabile  che  i  soldati si spingessero fino alla casa dove si rifugiava Hofstadter, ma si avviò lo stesso, correndo lungo il sentiero. Hofstadter   stava   bevendo   del   tè   in   una   scodella   di   latta,   seduto   sulla   soglia,   godendo   di   uno   dei   pochi  momenti di riposo che si concedeva dai suoi studi, quando Shanfeng giunse trafelato, l’ampia blusa chiazzata di  sudore. Liu scattò in piedi, guardingo, ma il ragazzo gli fece cenno che tutto era a posto. Sedettero nello studio fra gli appunti accatastati dal professore e Shanfeng gli espose la situazione.
Una folata d’aria fredda filtrò dalle imposte. «Questo paese ha un clima strano e mutevole» disse Hofstadter  rabbrividendo, «non si può mai essere certi di come cambierà il vento e di quale riparo possa dirsi sicuro. Di chi  sia saggio  chiamare  amico  e per  quanto  tempo…» Il professore  fissò  a lungo  Shanfeng  e  la sua  espressione  sbigottita, poi sorrise stringendogli il braccio. «Non mi riferisco a te, mio giovane sostegno, tu sei più che un  amico:  sei  la mia  bussola.»  Si alzò  con  movimenti  lenti, stanchi e raccolse  tutti i quaderni  contenenti  le  sue  annotazioni, infilandoli uno per uno in una borsa di pelle con tracolla, che consegnò a Shanfeng. «D’ora in poi questa la terrai tu. Contiene tutti i miei appunti, in doppia copia. Non dovrai dire nemmeno a  me   il   luogo   dove   deciderai   di   nasconderla.   Man   mano   che   ne   stenderò   altri,   te   li   consegnerò   perché   tu   li  custodisca insieme a questi. Se dovessi avere bisogno di consultarli di nuovo, te li chiederò. È un procedimento  più scomodo, ma senz’altro più sicuro.» Shanfeng  prese  la borsa, fissandosi  la cinghia di traverso  fra spalle  e petto, e uscì  senza dire  una parola,  confuso e onorato.
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Shanghai, luglio 1920
«È tempo di fare delle scelte, Yu­Hua, prima che siano gli eventi a decidere per te.» Hans Deruyter sedeva al  cospetto del suo padrone, un onore concesso a pochi e di certo a nessun altro occidentale, nell’elegante camera  della direzione della Farfalla di Giada, il più sfarzoso locale notturno di Shanghai, animato da soubrette  americane e frequentato perlopiù da anglosassoni. La Triade, visti i costi di gestione, lo teneva aperto più per  motivi di rappresentanza che per l’effettivo ritorno economico. Yu­Hua, impettito in un vestito da sera di foggia occidentale, ascoltava in silenzio, com’era sua abitudine. «Questa   città   sta   cambiando,   questo   paese   sta   cambiando,   e   lo   fa   verso   direzioni   inaspettate   a   cui  l’organizzazione  dovrebbe  prestare   attenzione.»   Deruyter   evitò   con   cura  di   dire   la “nostra”   organizzazione,  perché non dimenticava mai che la sua sarebbe stata sempre e solo la presenza di un ospite non necessariamente  desiderato. «Sento i discorsi degli uomini, dei giovani soprattutto. Si ubriacano meno e parlano di più, del futuro, del loro  paese, dei cambiamenti…» «Le parole sono solo parole, Hans.» «E allora ti darò dei fatti. Come sai bene anche tu, fra pochi giorni la cricca di Anhwei, che tu sostieni, si  scontrerà con quella di Chihli, ed è sufficiente conoscere un po’ le forze in campo per capire che quelli di Anhwei   dureranno poco. Il tuo amico Ni Ssu­chung e i filogiapponesi del Club An­fu perderanno terreno anche qui, così  come i loro sostenitori. Intanto  i nazionalisti, che  vanno di moda fra le giovani generazioni, vengono lisciati  sempre di più dai futuri vincitori. E cosa fa la Triade? Investe in locali di lusso per occidentali, sfrutta qualche  puttana e perde il controllo della situazione.» Yu­Hua unì  i pugni  sotto  il mento.  «Immagino  che  tu abbia anche  qualche  suggerimento  decisivo,  o non  avresti affrontato il discorso più lungo da te pronunciato da quando ti conosco. Sbaglio?» Deruyter sapeva di giocarsi il tutto per tutto, ma sentiva di non avere più molto tempo. Doveva essere audace,  imprudente perfino. «Hai un uomo che potrebbe aiutare la Triade a stringere i rapporti con la forza popolare emergente di questo  paese: conosci meglio di me le frequentazioni politiche di Shanfeng. Ma cosa gli fai fare in questo momento? La  balia a un vecchio tedesco pazzo – proprio a un tedesco, poi, la razza più odiata da queste parti fatta eccezione  per   i   giapponesi   –,   uno   scienziato   rimbambito   che   ha   comprato   i   servizi   della   Società   come   fossero   una  mercanzia qualunque. Richiama il ragazzo. Usalo per tenerti buoni i nazionalisti. Questo è il mio consiglio.» Yu­Hua strinse gli occhi e fissò l’olandese in modo penetrante. «Potrei anche darti ascolto… Ma sono abituato  a conoscere le motivazioni dei miei uomini prima di concedere loro fiducia. Quali sono le tue?» «Forse sono stanco di fare il nostromo sulle tue bische galleggianti. Forse merito di più.» Yu­Hua rise. «Chi lo avrebbe detto? Anche il nostro olandese coltiva la pianta dell’ambizione, proprio come  tutti gli altri. Solo che preferisce farlo in silenzio.» Un mezzo sorriso spezzò l’espressione di pietra di Deruyter. «Fa’ telegrafare tu stesso al nostro uomo dell’Anhwei – è lì che ho mandato Shanfeng – e digli di far venire qui il  ragazzo   al  più   presto  possibile.»  Nel   sentire  il  nome  della  provincia  che  ospitava  il  rifugio  di  Hofstadter,  i  lineamenti dell’olandese si rilassarono del tutto. Quello che voleva sapere.
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Shanghai, luglio 1920, la città
Era arrivato a Shanghai verso sera, stupito dalla sensazione che il brusio frastornante di quella città insonne gli  stava provocando. Ora che nell’Anhwei si era immerso nel silenzio, quello vero, Shanfeng faticava in modo  imprevisto a riabituarsi al rumore di fondo. Colse con fastidio lo stridio dei risciò, che cozzavano fra loro le ruote  per guadagnare spazio davanti ai locali notturni da cui uscivano europei eleganti e musica d’orchestra.  Camminò verso il porto, mentre i suoni cambiavano senza attenuarsi, fra urla e risate provenienti dalle sale da  gioco e dalle fumerie, il brontolio dei dadi nelle tazze e delle pedine sulle tavole del mah-jongg. E ancora,  ubriachi che vomitavano dietro un angolo o litigavano giocando alla morra, mentre i ruffiani entravano e  uscivano in continuazione dai bordelli della via Szechuan, contrattando a bassa voce nelle stradine laterali. Sì, Shanghai gli era mancata, e al diavolo il silenzio. Yu­Hua   lo   aveva   richiamato   con   un   ordine   asciutto   ed   evasivo:   non   era   tipo   da   perdersi   in   spiegazioni  superflue, ma non per questo le sue disposizioni potevano prendersi sotto gamba. «Cercherò   di   tornare   appena   possibile.»   Con   queste   parole   Shanfeng   si   era   congedato   da   Hofstadter.   Il  professore lo aveva guardato con affetto e un po’ di ironia, stringendo gli occhi azzurri. «Fa’  quello  che  devi,  ragazzo,  e  non  preoccuparti   di altro,  non  puoi  portare   sulle  spalle  tutto  il  peso  del  mondo.» Shanfeng aveva abbassato la testa e cercato di restituire la borsa con gli appunti, ma Hofstadter l’aveva  rifiutata con un cenno del capo: vicino o lontano, Shanfeng rimaneva il suo uomo più fidato. Il ragazzo si era  avviato nella frescura del mattino presto, a cavallo per la prima mezza giornata e poi, appena la strada lo aveva  consentito, su un autocarro fino al centro di Shanghai. Nonostante la fretta, era passato da casa, una piccola baracca  in   una  traversa   a  nord   di   via   Nanchino;  negli   ultimi   tempi  aveva  vissuto   sempre   nella  villa   di   Hofstadter,  all’interno della Concessione francese, e adesso gli pareva strano e quasi sacrilego posare lo sguardo sui poveri  arredi cui non era più abituato. Gli si era stretto il cuore nel vedere, piegata in un angolo, la coperta di sua  madre.  Per  un  attimo  aveva  pensato  di lasciare  lì  la borsa  che  teneva  a tracolla,  contenente  gli appunti  del  professore, ma poi si era deciso a portarsela appresso. Si recò in un piccolo ufficio vicino al porto, sede di una società di import­export, copertura per faccende di  vario genere. Nell’anticamera non c’erano sedie. La presenza di Yu­Hua lì a quell’ora della notte suggeriva ci  fosse un affare in corso, forse un carico in arrivo lungo lo Huang­pu: merce che meritava attenzione. Yu venne fuori dall’ufficio, dirigendosi a passi veloci verso di lui, e gli strinse forte le braccia guardandolo  negli occhi, poi sorrise. «È arrivato per te il tempo di fare qualcosa di più importante che pulire le scarpe a un occidentale. Seguimi.»  Si avviarono lungo la strada che portava ai moli, in silenzio per il primo tratto. Poi il capo parlò. «Non credere  che   non   conosca   le   tue   simpatie   politiche,   ragazzo.   Anche   se   hai   sempre   agito   con   discrezione   e   non   hai  permesso ai sentimenti di interferire con i doveri nei confronti dell’organizzazione. Di questo ti sono grato. Ma io  so   delle   assidue   frequentazioni   con   i   nazionalisti   e   con   quegli   altri   che   si   ispirano   ai   bolscevichi.   So   e   non  disapprovo, vorrei aggiungere. Un uomo che non si preoccupa delle sorti del suo paese non è un uomo. Il ruolo  che ricopro non mi ha fatto dimenticare queste cose… Certe ferite non si chiudono facilmente.» Assunse un atteggiamento pensoso, mentre proseguivano sul fronte del porto verso i moli più lontani, più  piccoli   e   meno   illuminati.   Si   fermarono   vicino   all’ultimo   attracco,   dove   stava   alla   fonda   una   minuscola  imbarcazione a vela, un sampan. Due uomini scaricavano rapidi il contenuto della stiva; un terzo, che era di  guardia, si irrigidì all’avvicinarsi dei nuovi arrivati, per poi rilassarsi quando riconobbe Yu­Hua. «Sarai garante del carico e della sua consegna. Si tratta di armi in origine destinate alla cricca di Anhwei, ma io  ritengo che saranno meglio impiegate in mano ai nazionalisti. Tuo compito è fargliele arrivare; confido che tu  abbia i giusti contatti, scegli i migliori. A essi affiderai anche una somma di denaro, che ti verrà data a parte. Un  contributo per la rivoluzione, nella speranza che il tramonto del governo di Pechino non sia lontano. Credo non  ti sfuggano l’onore e la responsabilità connessi a questo incarico.»
Shanfeng era confuso e stupito dalle parole di Yu­Hua, dalla radicale modifica dei suoi apparenti obiettivi, ma  certo l’importanza del compito assegnato appariva chiarissima, insieme alle sue ricadute politiche. Per la prima  volta   gli   era   stata   affidata   la   direzione   di   una   missione   di   rilievo,   era   lui   a   dover   gestire   i   particolari  dell’operazione e i rapporti con la controparte. Lui addirittura doveva sceglierla, la controparte, e se non era una  promozione   questa…   In   più   la   nuova   missione   sembrava   fatta   apposta   per   svolgere   al   meglio   il   compito  affidatogli da Mao Tse­tung: sensibilizzare le società segrete ai fini del comunismo. Respirò a fondo l’aria salmastra, satura del fetore di alghe in putrefazione, di quella zona del porto, e assentì  con   decisione   davanti   allo   sguardo   di   Yu­Hua.   Era   sicuro   che   il   suo   capo   non   avesse   nemmeno   idea   delle  differenze esistenti fra il Kuomintang e i comunisti. Neanche Shanfeng del resto aveva ben chiare certe sottili  distinzioni. Sapeva solo che i comunisti volevano la Cina unita per darla al popolo, mentre il  KMT la voleva solo  per sé. Ma al momento importava poco, purché si cominciasse. C’era un ultimo particolare da definire, però. «Chi si occuperà di Hofstadter?» Shanfeng cercò di dissimulare l’ansia nel tono della voce, senza riuscirci del  tutto. «Al momento la sorte di un occidentale è l’ultima delle nostre preoccupazioni» concluse Yu­Hua. Shanfeng distolse lo sguardo, rivolgendolo al sampan. Con inquietudine. L’indomani,  mentre   bussava  alla  porta  bassa  e  scorticata  di  un  fabbricato  anonimo  quasi  al  confine  della  Zhonghua Lu, stava ripensando all’addio frettoloso al barone Hofstadter. Ancora una volta doveva scindersi fra  i molteplici sentieri del suo destino. Nelle prime ore del mattino aveva cercato di mettersi in contatto con Mao  Tse­tung, ma gli avevano riferito che era partito per Changsha, nello Hunan, la sua terra natale. L’imminente  scontro fra le cricche Anhwei e Chihli aveva provocato il ritiro delle  truppe settentrionali di stanza in quella  provincia,   così   Mao   e   altri   volevano   approfittare   del   momento   propizio   per   ottenere   l’abolizione   del  governatorato  militare  e avviare  nella zona un gruppo  di studio  sulla teoria marxista. La Cina non era solo  Shanghai, in fondo, così come la rivoluzione non poteva avere un solo padre. L’uomo che gli venne ad aprire si chiamava Lin, e non gli piaceva affatto. Un individuo dall’aspetto viscido  che si barcamenava fra comunisti e Kuomintang senza poter essere annoverato con certezza fra gli uni o gli altri:  un trafficante. Ma chi era lui per giudicare? Solo un altro trafficante, un minuscolo chicco di riso. A un cenno di assenso di Lin, Shanfeng si rivolse ai due uomini che lo accompagnavano, rimasti in attesa sul  carro all’imbocco della strada, e fece loro segno di avvicinarsi. Le operazioni di scarico si svolsero rapide. «Il denaro?» chiese Lin alla fine. «Lo  consegnerò  solo   a Chen  Tu­shiu»  rispose  Shanfeng,  e   gli sembrò  di  cogliere   un’espressione   di  stizza  nell’interlocutore. Un chicco, sì, non uno sciocco. Quando Shanfeng, qualche  tempo dopo, aveva chiesto a Yu­Hua il permesso di incontrare un’ultima volta il  professore – “per una questione d’onore” aveva detto – Yu era rimasto a fissarlo a lungo con espressione scettica.  Poi si era deciso ad accontentarlo; in fondo, dal suo rientro aveva lavorato a pieno ritmo, riallacciando fin da  subito i rapporti con i suoi vecchi amici. Aveva svolto velocemente la missione affidatagli e in pochi giorni si  erano già poste le basi per una proficua collaborazione fra la Triade e l’emergente forza politica. Yu dunque gli  aveva concesso due giorni: l’onore è importante, ma lo è anche il tempo. E adesso Shanfeng cavalcava da ore, la bestia era stremata e si arrampicava lenta lungo l’erto sentiero nascosto  dal sottobosco. Lui stesso aveva dolori ovunque e l’aria balsamica e frizzante della collina, anziché alleviargli le  sofferenze,   entrava   fredda   nelle   narici   fino   a   squassare   i  polmoni.   Viaggiando   da   solo   avrebbe   dovuto   fare  almeno una sosta a metà percorso, ma per qualche inspiegabile motivo non se l’era sentita. Aveva costeggiato il villaggio senza entrarvi: lì vicino, il silenzio sembrava più spesso e minaccioso e lo aveva  indotto a forzare il passo per giungere al rifugio di Hofstadter. La   figura   opaca   della   casa   emerse   all’improvviso   tra   le   fronde   e   la   luce   del   crepuscolo;   ormai   il   cavallo  trascinava il passo e Shanfeng lo sgravò balzando a terra. L’edificio gli appariva più piccolo di come lo ricordava,  nonostante fossero passati solo pochi giorni da quando lo aveva lasciato. Gli sembrava pure che assorbisse la  fioca luce serale senza rifletterla, formando una zona di oscurità più densa di quelle circostanti. Una macchia di  buio contro il cielo viola.
Spinse il cavallo verso l’abbeveratoio, posto a pochi metri dall’entrata, ma la bestia rimase immobile: doveva  essere  davvero  stanco  se  gli mancava anche  la forza per  dissetarsi. Senza badargli, Shanfeng  si mosse  verso  l’ingresso;   il   vento,   alzatosi   da   qualche   istante,   soffiava   con   una   certa   violenza.   La   sua   attenzione   fu   però  richiamata da uno sciabordio proveniente proprio dall’abbeveratoio. Un ispessimento dell’oscurità davanti alla  vasca venne scosso da un breve fremito. Shanfeng si avvicinò, con circospezione. Distinse un corpo robusto, carponi, con la testa immersa nell’acqua.  Lo riconobbe dall’odore di capra: Liu, l’uomo silenzioso con cui aveva condiviso il giaciglio in molte lunghe notti  di guardia. Immerse la mano nell’acqua, oleosa di sangue, e gli tirò fuori la testa. Un taglio netto gli aveva aperto   la   gola   appena   sotto   la   mascella.   Il   movimento   di   prima   era   dovuto   solo   a   una   contrazione   muscolare  indipendente da una volontà che non esisteva più. Si allontanò dalla prospettiva della finestra, sfilando un corto pugnale dalla cintura; non aveva armi da fuoco  con sé. Costeggiò piano la parete, quasi strisciando, fino alla porta: accostata. Fare supposizioni in quel momento  era più pericoloso che utile: dopo una fugace esitazione, scostò il battente, sgattaiolando di lato appena dentro,  basso sulle gambe con la lama davanti a sé. Le imposte dell’unica finestra della stanza lasciavano filtrare una luce fioca, sufficiente per dare a Shanfeng  un’idea della situazione. Quello che era stato lo studio di Hofstadter si trovava nella confusione più completa,  fogli sparsi ovunque, il microscopio distrutto per terra, sotto i suoi passi circospetti crepitava la polvere di vetro  delle  provette. I due  vasi  da cui  il professore  prelevava i campioni da analizzare  sembravano  scomparsi: la  cassapanca su cui erano stati deposti giaceva rovesciata in un angolo. Un rantolo soffocato interruppe il ritmo del respiro di Shanfeng, che rimase immobile ad ascoltare, il pugnale  stretto nella destra, l’avambraccio fermo davanti a sé. Percepì un respiro, lento e pesante, provenire da dietro il  tavolo ribaltato di taglio, in fondo alla stanza. Disteso a terra, su un fianco, un uomo magro e anziano, la figura   elegante nonostante la posizione. Il pallore dell’estrema consunzione era distinguibile anche nell’oscurità; anzi,  proprio   per   la   scarsa   illuminazione,   il   volto   di   Hofstadter   sembrava   soffuso   d’un   bagliore   lunare,   quasi  fluorescente. Il panciotto  di lino  aveva una macchia scura al centro  del petto. Le assi dell’impiantito  sotto  il torace  del  vecchio erano zuppe di sangue. Non c’era più molto da fare. Shanfeng avvicinò il volto a quello del tedesco. «Mein Herr, sono qui. Sono qui, adesso.» L’espressione del professore sembrò accendersi per un momento, gli occhi cerulei e ormai vuoti ruotarono. Un  tremito attraversò il corpo del moribondo. «Non si sforzi, la prego.» Con un gesto lento gli scostò i capelli dalla fronte diaccia. Ma Hofstadter insisteva  nel tentativo  strenuo  di emettere  un suono  articolato. Shanfeng  allora gli avvicinò  l’orecchio  alle  labbra, per  cogliere una sola flebile parola: «Tra… di… ti». Subito  dopo, il professore  arrovesciò  gli occhi, e fu silenzio. Un silenzio  interiore, diverso  da quello  della  campagna dell’Anhwei, un silenzio di perdita. Shanfeng, in ginocchio, col capo del morto in grembo, non sapeva  nemmeno a chi rivolgere una preghiera: gli avevano insegnato che gli dèi non esistevano, che la religione serviva  solo a tenere buono il popolo… Venne colto da una vertigine dovuta al buio, ma più ancora alla sensazione di  essere stato sconfitto. Strinse la cinghia della borsa che teneva a tracolla. E adesso cosa faccio, professore? Che ne faccio dei tuoi appunti? Tutto questo lavoro… Poi, flebili passi risuonarono fuori della casa. Il cinese recuperò lucidità e insieme a essa, intatto, il suo odio. Un’ombra   si   muoveva   incerta   attorno   alla   costruzione.   Shanfeng   scivolò  di   nuovo  all’esterno,  rasentando  veloce la parete fino all’angolo rivolto a sud, e si trovò a pochi metri dalla figura indistinta. I battiti del cuore gli  rimbombavano  nelle  orecchie, ritmando  il pulsare  pazzo  del sangue  nelle  vene. Attaccò, più per liberarsi di  quell’ansia fisica che non per una determinazione razionale. Colse alle spalle l’avversario, scaraventandolo a terra facilmente. Troppo facilmente: il corpo sotto il suo era  debole   e   leggero,   la   consistenza   di   ossa   e   muscoli   non   era   quella   che   si   aspettava.   Questa   consapevolezza  istintiva gli impedì di vibrare la pugnalata che si era preparato. Subito dopo arrivò il lamento acuto della sua  vittima: «Hihiii!!». Tenendola ferma con l’avambraccio, le scostò i capelli dal viso. «Hung?! Che ci fai tu qui?!»
La ragazza era scossa da tremiti feroci, il volto sporco  di fango  e sangue, i vestiti laceri. Non riusciva ad  articolare altro che lamenti incomprensibili. Shanfeng la tenne forte per le spalle e la tirò su, per poi abbracciarla  cullandola  lentamente,  fino   a che  l’agitazione  della   ragazza   si  calmò.  Per  un  attimo  tornò  col  pensiero  e  lo  sguardo  alla  casa,  ultimo  rifugio  del corpo  di Hofstadter:  non so nemmeno che cosa sto facendo. Ma  continuò a dondolare, e presto il pianto sciolse la gola di Hung. Anche quando Shanfeng la liberò dall’abbraccio  per consentirle di spiegare, la giovane continuò a oscillare avanti e indietro, come se quel movimento le fosse  d’aiuto per sfogarsi e mantenere un precario controllo di sé. «I   soldati…   sono   tornati.   Occhi   cattivi.   Mio   padre   lo   diceva   che   fanno   così   quando   tornano   sconfitti.   Il  problema non è quando vanno, diceva lui, ma quando tornano con la paura dentro, e con la rabbia fuori…»  Abbassò gli occhi, come se fosse stata colta da un’improvvisa remora nel confidarsi, ma Shanfeng la invitò a  proseguire con tutta la dolcezza di cui fu capace. «L’uomo che ti ha portato qui li guidava… Gli diceva cosa rubare e cosa distruggere.» «Yuan­che?» La ragazza annuì al nome pronunciato da Shanfeng, e cominciò a singhiozzare. «Mio padre non voleva che entrasse. Non voleva, lo sapeva che l’avrebbe fatto… Lo ha ucciso senza dire una  parola e poi mi ha fatto tenere ferma…» Non   ebbe   bisogno   di   chiederle   il   perché:   Hung   si   teneva   premute   entrambe   le   mani   sul   basso   ventre,  continuando a dondolare. «È stato lui a portare i soldati qui?» La ragazza scrollò le spalle. «Sono ancora in paese?» «Si sono accampati nelle nostre case… anche lui.» Shanfeng rivolse un ultimo sguardo indietro. «Mostrami dove. Non ho più nulla da fare qui.» Yuan­che venne scosso da un riso convulso, inarrestabile. Nemmeno ricordava più per cosa stesse ridendo, e non  gli importava; il distillato di riso ormai era in pieno circolo nelle sue vene e faceva bene il suo dovere: testa  leggera e buonumore chiassoso. Non aveva più voglia di mangiare ancora stufato, ma l’alcol era un’altra cosa, di  quello non se ne aveva mai abbastanza. Due soldati si stavano divertendo a palpare una contadinotta ritrosa, le  sue moine da finta timida rendevano più gustosa la scena. Bevve un altro sorso da una tazza di legno e avvertì una spiacevole sensazione al basso ventre. Lo stimolo di  urinare lo pungolava come uno stiletto sbadato, con sempre maggior frequenza, privandolo di buona parte del  divertimento. Si decise dunque a uscire per liberare la vescica. Abbandonò a malincuore la calda e rumorosa  atmosfera della casa che avevano occupato, per addentrarsi nel buio della notte. Si diresse verso un cespuglio ai  margini del patio sul retro del piccolo edificio, a lato del pozzo. Nel cuore del silenzio notturno, si potevano  apprezzare ancor meglio i rumorosi bagordi cui i militari si abbandonavano all’interno. L’aria tesa e frizzante gli  carezzò con decisione i genitali, esposti nell’atto di svuotarsi. D’un tratto una fitta, gelida e improvvisa, gli lacerò il perineo e subito si trovò a terra, in preda a un dolore  fiammeggiante, con una mano estranea sulla bocca e un forte peso sul petto: un uomo. «Sai   perché   senti   dolore,   Yuan?»   L’aggredito   riconobbe   subito   la   voce   di   Shanfeng,   che   lo   sovrastava  nell’oscurità. «Senti dolore perché hai appena perso qualcosa, qualcosa di molto importante per un uomo.» A queste parole,  lo shock della consapevolezza rese ancor più dolorosa l’amputazione appena subita, finché il sapore dolciastro  dell’impiastro colloso che Shanfeng gli premeva sulle labbra gli invase il palato suscitandogli un conato. «Non   è   poi   gran   cosa   visto   così,   vero?   Che   sapore   ha,   è   buono?   A   guardarti   non   sembrerebbe.   Dovrai  mangiarlo comunque, perché  non è educato rifiutare un’offerta. Te la manda Hung, te la ricordi?» Gli occhi  sbarrati e lucidi di Yuan­che balenavano nel buio; il ferito cominciò a tremare e a perdere sensibilità. Prima che  l’oblio lo raggiungesse, però, Shanfeng lo colpì di nuovo, stavolta al torace. «Questo invece è da parte mia, e quest’altro… da parte del professor Hofstadter.» Con un’ultima vibrazione  della lama gli spaccò il cuore. Si allontanò, lasciando nell’oscurità quell’ammasso gorgogliante, grottesca scultura di carne raffigurante un  ermafrodito con i genitali che gli fiorivano in bocca. Disgustoso simulacro dell’uomo ben più disgustoso che era  stato in vita.
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Provincia dell’Anhwei. Le due facce della stessa medaglia 
Hans Deruyter cercava di controllare l’affanno del proprio respiro. Appoggiato alla parete accanto alla porta  della seconda stanza, aveva la netta sensazione che il cuore gli stesse battendo così forte da rimbombare per tutta  la casa, rivelando la sua presenza. Come nell’agghiacciante racconto di quell’autore americano che aveva letto  tempo prima. TU­TUM TU­TUM TU­TUM. Davvero Shanfeng non lo sentiva? O faceva solo finta? Deruyter rimase immobile, il coltello stretto in mano e il braccio armato volutamente rilassato lungo il fianco,  mentre sentiva il cinese scivolare dentro casa. Poteva visualizzarlo alla perfezione, anche senza vederlo, grazie  all’istinto e all’udito: basso sulle gambe e reattivo, si stava muovendo lento nell’ingresso; c’era un’interferenza  fredda sempre davanti a lui, forse una lama tenuta stretta in pugno. Poi un rantolo. Mein Herr… Aveva trovato  il corpo del suo padroncino tedesco. Fra pochi istanti sarebbero arrivati alla resa dei conti. Aveva fatto appena in tempo, dunque: senz’altro un segno del destino, doveva andare così. Ben altra cosa,  però, sapere come sarebbe finita. Aveva appreso da Yu­Hua con uno stratagemma dove si nascondeva Hofstadter, ma non pensava di dover  fare  in fretta, e intanto i giorni erano  passati. Poi, quando  Shanfeng  aveva ottenuto  il permesso  di andare  a  trovare il suo professore, Hans si era deciso a precederlo: non poteva rischiare che il cinese gli sottraesse ancora  la preda. Si era presentato a Hofstadter solo poche ore prima; il professore si ricordava di quell’olandese dall’aria  decisa che dirigeva la missione di recupero sulla nave, e dunque non aveva avuto difficoltà nell’accreditarsi. Era  stato  mandato  in sostituzione  di Shanfeng,  questo  aveva detto. La cena insieme  si era rivelata  un  momento  penoso: il tedesco si sentiva un po’ padrone di casa e aveva cercato di adempiere tutti i doveri dell’ospitalità.  Quelle gentilezze non avevano fatto che rendere più gravoso e ignobile il compito di Hans: non si dovrebbe  dividere il pasto con la persona che stai per uccidere. Ricordò con quanto fiero disgusto, da bambino, seguiva il sermone pasquale di padre Nikolas, nel duomo di  Utrecht.   L’odio   e   l’assoluta   condanna   per   la   figura   di   Giuda,   il   traditore.   Quando   si   è   bambini   è   tutto   più  semplice,  più definito. Il rigore  calvinista sembra  accettabile, quando  non  ti sei  ancora  misurato  con  la vita.  Doveva essere per questo che ormai Hans placava le proprie ansie spirituali con minimi gesti che sconfinavano  nella scaramanzia o nella credenza popolare: strani dèi sincretici cui rivolgere silenziose preghiere inventate per  giustificare le discutibili scelte di ogni giorno. Dopo cena tutto era accaduto in fretta. Aveva portato fuori Liu con la scusa di controllare un rumore strano;  gli aveva squarciato la carotide prima che il guardiano potesse anche solo dar forma a un sospetto. Poi, tornando  verso la costruzione, uno strano formicolio lo aveva reso insensibile. Era cominciato dalle guance e poi si era  esteso a tutto il corpo, come una sorta di anestesia volontaria, che gli aveva permesso di agire con precisione  impersonale. Non era lui che  colpiva; non era a lui che  veniva rivolta l’espressione  della vittima, a metà fra  sorpresa   e   rimprovero;   non   era   lui   che   rovistava   dappertutto   alla   ricerca   di   appunti   che   aveva   trovato   in  scarsissima quantità. Era di nuovo lui, però, che aveva avvertito lo scalpitio del cavallo di Shanfeng: il destino in arrivo. Era lui che  aveva portato i vasi nell’altra stanza, quella che puzzava di capra, e lì si era nascosto nel buio. Immobile. Era lui che sentiva parole rivelatrici di un nuovo compito:  E adesso cosa faccio, professore? Che ne faccio dei tuoi appunti? Tutto questo lavoro… Strinse più forte il coltello nella destra e attese che Shanfeng si facesse avanti per ispezionare la stanza: la resa  dei conti. Ma un rumore all’esterno aveva focalizzato l’attenzione del cinese, che era uscito sulle tracce di un’inedita  preda. Una donna, a quanto poteva vedere Deruyter dalla finestra. Strano segno, pensò l’olandese. Per un attimo  valutò la possibilità di aggredire i due. Poteva farcela, ma decise di no. Non si va contro un segno. E poi ora  aveva un nuovo lavoro da svolgere, un nuovo bersaglio.
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Corumbá, Brasile, agosto 1944
L’andirivieni sul molo era caotico. Le imbarcazioni si avvicendavano rapide, cariche di pesce. Le strade  dissestate nei dintorni si inerpicavano tra le pareti colorate delle abitazioni in vicoli maleodoranti. Qualche  ubriaco dormiva in pozze di piscio. Il caldo umido del nuovo giorno inondava gli ultimi lembi d’ombra.  «É só manhã de quinta-feira e aqueles já estao bebados!»   urlò   una   vecchia   dalla   finestra   alla  dirimpettaia mentre vuotava un catino d’acqua sulla strada. Il braccio di Hofstadter bloccò Otaru: «In questi posti è meglio guardare sempre in alto». Scavalcarono un  corpo steso tra i liquami e proseguirono. «Sono arrivati fin qui scappando dalla guerra, in cerca di soldi facili.  Qualcuno attratto dal miraggio dei diamanti, qualcun altro sperando di trovare un ingaggio come mercenario. Di  norma hanno speso tutto per il biglietto della nave che li ha portati qua, oppure si sono giocati il denaro per  quello di ritorno. La maggior parte finisce così: o si spappolano il fegato con l’acquavite, o qualche puttana li  riempie di scolo… Se va male, accoltellati in una rissa giù alla taverna dos Milagres». Un uomo alto e robusto, che spiccava tra la calca del porto, fece loro un cenno con il braccio. «Ah, ecco Hermann.» Facendosi largo tra la folla come un rompighiaccio, l’energumeno li raggiunse. Una micidiale stretta di mano.  «La  Gorda Rubia ha superato stamani l’incrocio delle acque sul Rio Paraguay del Miranda. Sembra che tutto  prosegua al meglio, domani mattina al più tardi saranno a Puerto Suárez, come da programma.» Hofstadter, compiaciuto, guardò il cielo. «Arthur è stato in gamba. Da domani ci occuperemo noi del carico.  Hermann, inutile che te lo chieda vero?» «È tutto pronto. Ora, se volete seguirmi…» Dietrich e Hiro si incamminarono, preceduti dal gigante biondo. Le pieghe di pelle dietro il collo erano arrossate e  tra i capelli corti sulla nuca si intravedeva un neo della dimensione di una ciliegia. La pancia debordava dai pantaloni  ma non era flaccida, sotto lo strato di grasso si nascondevano muscoli che affioravano nei movimenti. Appena fuori dal molo principale Hermann saltò su un’imbarcazione affusolata, facendola dondolare. Tese la  mano a Hofstadter e a Otaru e, dopo averli aiutati a salire, con uno strappo vigoroso tirò la cordicella del motore  a cherosene. Un fumo biancastro sgorgò denso come una nuvola. Gli unici segni di passaggio umano sul fiume erano rare chiazze galleggianti di benzina dai colori dell’iride. A  tratti qualcosa saettava tra le onde o si inabissava dalla sponda limacciosa. «Hermann e i miei uomini sono a Puerto Suárez da ieri; ho preferito che noi soggiornassimo ancora per oggi a  Corumbá. Quando arriveremo capirà perché, Hiro!» Otaru,   indispettito,   si   chinò   verso   il   tedesco.   «Non   mi   ha   ancora   detto   dove   si   trova   con   esattezza   il  laboratorio.» Hofstadter corrugò la fronte. «In realtà, più che un nome, dovrei darle delle coordinate. Diciamo nel cuore del  Mato Grosso. Tra la sorgente del Rio Paraguay e quella dello Xingu. Noi ci arriveremo per via aerea. Il carico,  invece, con Hermann per via fluviale e via terra.» Giunti a destinazione, una figura, all’ombra di un albero nodoso, lanciò una cima a Hermann. Gli ultimi metri  a motore spento lasciarono i tre in balia dei suoni circostanti.  «Meglio sbrigarsi, tra poco sarà buio. Da queste parti nel giro di un quarto d’ora è già notte.» Hermann fece  cenno all’uomo che li attendeva di fare strada. Superata l’ansa del fiume, una minuscola collina ricoperta di vegetazione intricata separava i quattro uomini  dalle mura in pietra e dalle prime fatiscenti costruzioni di Puerto Suárez. In pochi minuti la aggirarono entrando  in territorio boliviano. Alcune guardie di confine pattugliavano, svogliate, l’ingresso tra due torrioni bassi su cui  campeggiava la scritta BOLIVIA. Lanciarono un’occhiata ai nuovi arrivati, fecero un cenno al loro accompagnatore e  li lasciarono entrare. Una strada sterrata si infilava tra le costruzioni a monte. Il buio calò come una scure tra le case, cancellando  ogni contorno. Alcune luci accompagnate da un ronzio si accesero. Un rapido movimento tra le gambe li colse  alla sprovvista. Alla vista dei ratti, Hermann ebbe un moto di stizza e ne prese a calci alcuni, mandandoli a  schiantarsi contro un bidone. «Fate attenzione a dove mettete i piedi, potreste sprofondare fino alle caviglie in un  canale di scolo pieno di vermi.» Il dedalo di viuzze li ingoiò. L’odore intenso li costrinse a coprirsi bocca e naso con i fazzoletti. I loro passi   scivolavano   tra   terra   secca   e   fango.   Hermann   parlava   in   tedesco   con   l’altro   uomo,   di   origine   bosniaca.   Un  movimento alle spalle dei quattro attirò l’attenzione di Dietrich: «Hermann…».
Senza voltarsi, proseguendo ciondolante, l’armadio  mosse  le labbra coperte  dalla barba: «Li ho visti,  Herr Hofstadter. Siamo ancora lontani dalla squadra. Ma non si preoccupi, questi pezzenti non sanno a cosa vanno  incontro, vero, sergente Naletili|?». «Possa Allah avere pietà delle loro anime» rispose sereno l’altro. Un quarto d’ora dopo aver scavalcato il punto più alto della cittadina, percorrevano piccole strade circondate  da muri e case più massicce di quelle dell’altro versante. Naletili| camminava davanti, muovendosi sicuro fino a  condurli   in   un   cortile.   Qualcosa   strisciò   via.   «Fate   attenzione   a   non   calpestare   il   vecchio   Miguel,   potrebbe  aversene a male. Lo tengono per i topi. Ormai ha una certa età e non è più efficace come un tempo. Passa le  giornate in qualche angolo a crogiolarsi al sole.» Una porta si aprì. Entrarono. All’interno una quindicina di uomini salutarono Hermann, Naletili| e Hofstadter con  confidenza. «Otaru­san, le presento la squadra che scorterà il carico e che presidierà il laboratorio. Saranno i nostri angeli  custodi.» Hiro  fece  un inchino  formale, gli uomini si presentarono  uno  a uno, alcuni  parlavano  tedesco  con  accento simile a quello del bosniaco. Naletili|  posò sul tavolo il machete incrostato di sangue e capelli. «Abbiamo avuto una piccola discussione  lungo la strada.» Qualcuno sorrise. Hermann andò a cercare il padrone di casa, un boliviano dallo sguardo vivace, per farsi portare qualcosa  da mangiare e da bere. Poi rientrò, trattenendosi sull’uscio, come se avesse dimenticato qualcosa. Si girò e  urlò   attraverso   il   corridoio.   «¡Y qué las botellas de agua estén cerradas! No queremos contagiarnos el cólera…»  Qualche ora dopo cominciò a piovere. Dietrich, in camera con Otaru, si mise alla finestra. «Ci vorrà molto tempo, vero?» Il giapponese stava piegando la giacca con attenzione. «Sì. Gli appunti di suo padre sono dettagliati, ma lui ha  avuto   Al­Hàrith   tra   le   mani   mentre   noi   non   abbiamo   questo   privilegio.   Dobbiamo   ricavare   una   molecola  complessa, le combinazioni sono pressoché infinite.» Lo Sturmbahnführer sospirò. «Senza contare che dovremo testarle ogni volta. Potrebbero volerci anni. Come  hanno fatto a farlo quattromila anni fa?» Il  giapponese   accese   una   sigaretta:  «Come   sa,   la   tecnologia   e   la  medicina   in  realtà   erano   molto   avanzate  allora…». «D’accordo, d’accordo, e molto si è perso tra le pieghe dei millenni. Non voglio inoltrarmi in una discussione  di storia della biologia e della chimica, la mia era solo una domanda retorica.» Rimasero in silenzio, poi Dietrich  riprese. «Mi scusi Hiro, sono solo un po’ nervoso. Entro un paio di giorni trasformeremo in realtà tutto quello  per cui…» Si interruppe. Otaru si avvicinò alla finestra, a fianco del tedesco: «Perché lo fa? Io sono qui per interesse scientifico e per  soldi, ma lei perché lo fa? Potere? Non credo, o almeno non solo». Dietrich non seppe rispondere. La mattina dopo, la Gorda Rubia attraccò molto presto tra la bruma del porto. Ponticelli indossava un golf di lana, un basco inclinato sull’orecchio. Infilò una mano in tasca scostando la  fondina della rivoltella e si mise ad armeggiare. «Per Giove, George, non sono ancora le sei…» La voce di Arthur Fillmore lo raggiunse dal tambucio immerso  nella foschia. Alcuni uomini dell’equipaggio erano già al lavoro con le cime, sul molo. L’americano rise e tirò  fuori dalla tasca una sigaretta rollata alla perfezione. Il tabacco umido faticava ad accendersi. Un’ampia boccata  di fumo poi, di scatto, una manata sul collo: «Maledetti pium, non danno tregua». Fillmore dal pertugio guardò verso la cabina, cercando di scorgere l’uomo al timone: «Ci avrei scommesso…  Quel satanasso di de La Roça è ancora lì. Non l’ho mai visto spostarsi di lì e mai nessuno dei suoi gli ha dato il  cambio, come fa?». Poi, rivolto a Ponticelli: «Hofstadter dovrebbe essere qui a momenti, un suo uomo ci stava  aspettando ed è andato a chiamarlo. È chiederti troppo di rimanere per una volta al tuo posto, George?». Uno sguardo al mozzicone e un arco luminoso si disegnò tra il ponte e l’acqua: «Sir. Nessun problema, Sir!». «Fai pure lo spiritoso, ma vedi di non mandare tutto a monte.»
Un uomo dalla pelle scura li interruppe. «Ci siamo, abbiamo montato la rampa per la stiva: siamo pronti a  trasbordare il carico.» Fillmore lo fissò negli occhi e attese prima di rispondere, come se stesse pensando ad altro. «Bene, Capitão,  faremo il più in fretta possibile. Non appena terminata la fase di scarico, ci allontaneremo verso la grande ansa  del Taquarí e aspetteremo alla fonda.» L’ex cangaceiro aggrottò le sopracciglia. Fillmore lo anticipò. «So che non era previsto, ma il compenso sarà  adeguato, non si preoccupi.» Poi all’americano: «George, tu sai cosa fare». Senza dire nulla, l’uomo scese dalla  passerella e sparì tra i colori del porto qualche minuto prima dell’arrivo di Hofstadter e della sua squadra. La zona del porto aveva iniziato ad animarsi quando Hofstadter tese la mano ad Arthur. «Ottimo lavoro, vecchio  mio. Puntuale come il Big Ben, oserei dire.» Fillmore si guardò intorno. «È un po’ troppo affollato qui per i miei gusti.» «Non ti preoccupare, il nostro barcone si sta affiancando alla Gorda Rubia, faremo il trasbordo del materiale  senza che tocchi terra. A proposito, il carico ti ha dato problemi?» «Un paio di teste calde: un anarchico argentino e un piccolo gruppo di ragazzi orfani di guerra, che si sono  lasciati trasportare dal suo entusiasmo. Cibo per i pesci.» Hofstadter fece un cenno di approvazione. «Meglio così. Meno problemi in seguito.» Alcune strade più in là, Otaru e Hermann avanzavano tra la folla. Maniche lunghe e camicia abbottonata per  difendersi dai pium, scendevano la carretera principale verso le mura. Hiro notò una sagoma familiare svoltare  in un vicolo. Accelerò di poco il passo, distanziando di qualche metro Hermann. La figura si infilò tra le lenzuola  appese a due finestre. La mano pesante del tedesco sulla spalla. «Che succede, Herr Otaru? Alles in Ordnung?»  Il giapponese  alzò  lo sguardo  verso  il colosso.  «Mi è  sembrato  di scorgere  uno  degli  uomini  di Fillmore,  Ponticelli, l’americano.» Hermann alzò le spalle quadrate. «Può essere. Sarà sceso dalla  Gorda Rubia  per qualche commissione, o  chissà che altro.» Hiro fece cenno al compagno di seguirlo. Scostò i panni stesi e scorse Ponticelli dirigersi verso una piazza.  Qualcosa   ostruì   loro   la   visuale   per   un   istante,   ma   Otaru   fece   in   tempo   a   vedere   l’uomo   infilare   la   porta  dell’ufficio postale. Il tedesco si accarezzò la barba. «Vorrà spedire una cartolina alla moglie o alla famiglia.» Otaru si portò una mano alla bocca, passandosi il dorso dell’indice sulle labbra. «Qualcosa non va, Herr?» L’orientale scosse il capo. «Vieni Hermann, ti offro da bere.»  Entrarono nell’Esquinazo, un bar d’angolo al pianoterra di un edificio coloniale. Dalla vetrata, attraverso le  lettere  rovesciate,  proprio  tra la  U  e  la  Q,  si  poteva   osservare  l’edificio   delle  poste  e  dei  telegrafi.   L’oste  si  avvicinò: «¿Qué quieren tomar, señores?».  Hermann guardò Otaru e questi chiese un caffè nero. Il tedesco con un cenno lasciò intendere di desiderare la  stessa cosa. «Mi vuole dire che sta succedendo? Non penso mi abbia trascinato qua per un bisogno impellente di caffè, se  caffè possiamo chiamare l’acqua sporca che si beve da queste parti.» In attesa della risposta, l’energumeno cercò  con lo sguardo l’uomo dietro il banco. «Non lo so con esattezza, ma non mi fido di quell’americano. E non solo per l’atteggiamento, che lei non ha  avuto piacere di sperimentare. Quando l’ho notato girare in quel vicolo da lontano, ho avuto una sensazione di  déjà­vu. Ho già visto quell’uomo prima. Non ricordo dove, ma l’ho già visto.» Il cameriere arrivò con due tazze fumanti. Hermann lo bloccò con la mano: «Queste te le bevi tu,  amigo».  L’uomo  tentennò. «Ti ho visto mentre  le preparavi. Adesso  torni dietro il tuo sudicio  bancone  e le  rifai con  l’acqua di una bottiglia sigillata». Fece un passo indietro. «Ma señor, l’acqua ha bollito e non…» Il tedesco non lo lasciò finire. «Non importa, adesso le rifai, te le pago tutte e quattro, non temere.» «Sì, señor.»
Quando Otaru vide Ponticelli comparire dal portone dell’ufficio e imboccare una strada verso il fiume, si alzò  di scatto e mise delle monete sul tavolo. Hermann ingoiò d’un fiato il caffè bollente, scottandosi la lingua. Uscì al  seguito  del giapponese  imprecando. Gli avventori li guardarono  incuriositi e il barista, dopo  avere  contato  i  soldi, li infilò nella tasca del grembiule. «E adesso?» La voce profonda di Hermann era limpida, in mezzo al brusio del piazzale. «E adesso andiamo alla posta. Dobbiamo cercare di scoprire cosa faceva là dentro.» «Non penso che glielo diranno con facilità. Dovremo oliare un po’ l’ingranaggio, come per ogni cosa in questo  paese…» Salirono  i tre  gradini  in pietra e sotto  l’arco  del portone  incrociarono  un vecchio,  che  fece  loro  un  cenno  toccandosi il cappello. L’ufficio postale era vuoto, Hermann si diresse allo sportello. Otaru si accese una sigaretta  accanto all’ingresso. L’uomo dietro la grata portava una camicia bianca con salvamaniche neri e una visiera gli  tagliava il cranio lucido in orizzontale. Il tedesco si rivolse a lui senza indugio. «Poco fa è entrato uno straniero con un basco, non molto alto e con  delle basette folte. Cosa è venuto a fare?» L’impiegato rimase in silenzio, poi con voce infantile rispose: «Sono infovmazioni visevvate, signove. Se non  deve spedive una letteva o un telegvamma, la pvego di non vallentave la fila». Otaru diede due colpetti alla sigaretta per far cadere la cenere. Hermann strinse gli occhi, si voltò. Nessuno in  coda dietro di lui. Infilò una mano in tasca e prese una mazzetta di pesos. Dopo averla appoggiata sul banco,  ripeté la domanda. L’uomo   sembrò   non   vedere   le   banconote.   «Le   ho   detto   che   sono   infovmazioni   visevvate,   non   vovvei  sembvavle scovtese, ma la pvego di lasciave passave il pvossimo cliente. Gvazie.» Hiro finì la sigaretta e spense il mozzicone con la suola. Incrociò per un istante lo sguardo di Hermann, poi lo  vide   infilare   il   braccio   sotto   la   grata   di   sbarre   nello   spazio   per   introdurre   i   pacchi   e   stringere   il   collo  dell’impiegato.   L’ometto   colpì   senza   esito   l’avambraccio   dell’energumeno   piegato   davanti   al   gabbiotto.   Il  giapponese scattò in piedi e si mise vicino alla porta. Il pelato dalla erre moscia respirava a malapena. Hermann  scandì per la terza volta la domanda, poi allentò un po’ la presa e l’uomo biascicò qualche parola. «Come dici? Non ti sento! Un impiegato diligente deve farsi capire dal cliente, o no? Devo forse lamentarmi  con la direzione?» Con poca aria nei polmoni e con tutta la sua forza di volontà, l’ometto riuscì a scandire qualche parola: «Non  c’evo io. Non evo ancova in sevvizio, sono avvivato un istante pvima di lei». Riprese fiato quasi grufolando. «Ho  dato il cambio al vecchio Manuel.» La mano di Hermann serrò la morsa. «Razza di… Se mi stai mentendo, giuro che ti spezzo il collo. Dove  lo trovo questo Manuel?» «Giù. Vicino al muvo est, una casa azzuvva.» Hermann lo guardò negli occhi, ormai quasi fuori dalle orbite, e lasciò la presa. L’uomo cadde svenuto. La casa vicino alle mura, più che una vera casa, era una baracca tenuta in piedi da quattro pali di legno e del  fil di ferro. Hermann bussò, trattenendo la mano, come se avesse paura di radere al suolo la costruzione. Hiro,  attraverso i vetri crepati, era alla ricerca di qualche movimento all’interno. Il tedesco scosse il capo: «Qui non c’è  nessuno». Una donna con un cesto sulle spalle si avvicinò incuriosita. «Manuel è andato a pesca, come ogni venerdì, non  sarà di ritorno prima di domani. Io abito qui vicino, devo dirgli qualcosa quando lo vedo?» Il   giapponese   guardò   l’orologio   da   tasca,   si   accorse   che   l’ora   dell’appuntamento   si   stava   avvicinando.  «Lasciamo perdere. Dobbiamo andare, Herr Hofstadter ci aspetta tra meno di venti minuti.» Sulla  Gorda Rubia, intanto,  le  operazioni  erano  completate.  Dietrich  vide  da  terra la figura  segaligna  di  Naletili| sul ponte far cenno con una mano, e rispose. «Bene Arthur, ci siamo. Grazie per l’eccellente lavoro. La  cifra pattuita è già stata versata. Abbiamo ancora tempo prima della partenza, beviamo qualcosa?» Fillmore si arricciò i baffi. «Perché no?» L’insegna   dondolante   del   Mono   Amarillo   si   reggeva   a   stento   con   una   catenella   sopra   la   porta.   Quando  entrarono, nessuno si voltò ma tutti li guardarono di sottecchi. Seduti sugli sgabelli al bancone, Dietrich e Arthur  ordinarono due birre. Il barista riempì i bicchieri, facendo colare fuori la schiuma.
«Per   Giove,   è   un   po’   presto   per   la   birra,   non   sono   mica   irlandese…   Al   diavolo,   dobbiamo   festeggiare.  Cheers!» Alzò il boccale e lo sbatté contro quello di Hofstadter, che prese un lungo sorso e schioccò le labbra.  «Non è la birra di Monaco, ma va bene lo stesso. Ora che il primo carico è quasi arrivato a destinazione mi sento  più leggero. Ci aspettano ancora molte miglia di navigazione, ma il più è fatto. Navigare in territorio brasiliano  non comporterà alcun problema. Né polizia, né militari.» «Forse qualche cacciatore di teste» intervenne Fillmore con una risata. «No, non c’è pericolo, non dove siamo  diretti.» Si guardarono  negli occhi in silenzio  per un secondo, poi  Dietrich cambiò discorso. «In gamba quel de La Roça…» Arthur   finì   la   birra.   «Un   vero   diavolo.   Se   non   fosse   stato   per   lui,   alla   frontiera   avremmo   avuto   diversi  problemi. Conosce tutti e sa come corromperli. È una vita che fa il contrabbandiere da queste parti.» Hofstadter  finì  a sua  volta e fece  un  cenno  al barista  che  portò un’altra  coppia  di boccali,  finiti  i quali  si  avviarono con calma di nuovo al molo. «Arthur, è stato un piacere. Appena avrò bisogno di altro materiale ti contatterò via telegrafo o di persona.»  Mentre si salutavano, Ponticelli passò loro accanto toccandosi la fronte in cenno di saluto. «Mister H.» Dietrich si limitò ad alzare il mento e lo osservò mentre si imbarcava sulla  Gorda Rubia. Diede una pacca  sulla spalla a Fillmore e si diresse verso l’attracco accanto. Naletili| stava armeggiando con delle cime; quando lo  vide arrivare restò fermo con le funi tra le mani. «Tutto a posto qui, signore. Siamo pronti a salpare. Attendiamo  solo l’ordine.» Poco più in là, l’imbarcazione di de La Roça cominciò a manovrare. Lo sciabordio fece dondolare  la lancia dello Sturmbahnführer. Cominciò a piovere all’improvviso. Gocce grandi come acini d’uva. Salutato in fretta Naletili| e l’equipaggio,  Hofstadter corse sotto una tettoia. Osservò la lancia sparire tra colonne d’acqua sul Rio Paraguay, accese un  cigarillo attendendo che spiovesse e poi si avviò all’appuntamento. Otaru osservava il manifesto lacero appeso  all’ingresso  del teatro vecchio, il luogo dell’appuntamento  con  Dietrich: un sovrano inca cadeva sotto i pugnali di alcuni nobili. Inforcò gli occhiali e si chinò a esaminarlo.  Hermann, appoggiato contro il muro, si puliva le unghie con la punta del coltello. «Su, ora; soffia, vento, gonfiati, mare, e tu resta a galla, o nave nostra. È scatenata la tempesta: il resto, al caso.»  Dietrich sfoderò il suo sorriso migliore. «Una curiosa versione del Giulio Cesare di Shakespeare.» Hermann e Hiro si voltarono. Il tedesco strinse la mano a entrambi. «Naletili|  e la squadra hanno salpato  l’ancora poco prima del temporale. Non credo incontreranno ostacoli. Se dovessero, il bosniaco non è tipo da  lasciarsi intimidire. Non si ferma mai se non per pregare rivolto verso la Mecca.» Hofstadter si sentiva allegro.  «Stasera si festeggia a Corumbá, e domani si vola verso il Mato Grosso.» La taverna a Corumbá era piena di gente, l’incontro era al suo apice. Dietrich non staccava lo sguardo dal ring,  era   affascinato   dalla   danza   che   si   stava   svolgendo   nel   quadrato.   A   un   certo   punto,   per   intuizione   capì   chi  avrebbe vinto. Quello più malconcio. Dopo   aver   incassato   un   gancio   al   mento,   lo   sguardo   del   boxeur,   offuscato   dal   sudore   e   da   un   taglio   al  sopracciglio, si accese. Un’ultima briciola di energia: piedi saldi a terra e un uppercut all’avversario, che cadde e  non si rialzò. Al suono della campanella, la folla esplose. Lo davano sei a uno. Hermann, in piedi, batteva le mani ridendo di gusto. «Tra poco inizia il secondo incontro, speriamo duri più  di questo.» Si mise a sedere e fece cenno a un ragazzino con grembiule lungo e capelli impomatati. «Avrà capito?» si rivolse  poco  convinto  ai due  conviviali. Otaru era l’unico  con il bicchiere  ancora pieno;  appena lo bevve, il garzone comparve, come per magia. «È   più   sveglio   di   quanto   pensi,   Hermann.»   Hofstadter   si   sentiva   leggero:   per   la   prima   volta   in   vita   sua  sembravano non esserci ombre. Era in vena di scherzare, di ridere, di non preoccuparsi per ciò che li attendeva.  Avrebbe voluto che il tempo in quella bettola con i suoi clienti chiassosi, i pugili, la ressa, il sudore, le risate e il  rum non finisse mai. Guardò gli uomini seduti accanto a lui. Hiro era pacato come al solito. Aveva imparato a conoscerlo e sapeva  che   a   modo   suo   si   stava   rilassando,   forse   anche   divertendo.   Si   ricordò   della   partita   di  Go,   del   loro   primo  incontro: sembrava passata un’eternità. Hermann, der Shrank, l’armadio, era sempre stato gioviale lontano dalla  battaglia.
Si   sorprese   a   pensare   a   Felipa.   Avrebbe   voluto   che   fosse   lì.   La   creola   dagli   occhi   cannella,   passionale   e  misteriosa. Le donne della sua vita, prima dell’arrivo di lei, sembravano solo vecchie foto color seppia. Scosse il  capo ricordando un’algida ballerina di Lubecca che gli aveva spezzato il cuore: capelli di paglia, iridi di ghiaccio.  Cominciò  a ridere  di gusto.  Tutte,  prima  di Felipa, avevano  quell’aspetto  rigido, quasi  avessero  ingoiato  un  manico di scopa. Lo  Sturmbahnführer,   immerso   nei   pensieri,   diede   una   manata   sul   tavolo.   Hermann,   senza   saperne   la  ragione, rise e a sua volta abbassò con violenza la mano. Il rum ondeggiò e si sparse sul legno. Il giapponese con la  testa inclinata squadrò per qualche istante i due occidentali in preda al demone del riso. Le labbra dapprima si  arricciarono all’insù, infine si sciolsero in una risata. Una di quelle che forse Otaru non aveva mai fatto. Sollevò  in alto il bicchiere, i tedeschi lo imitarono: un tintinnio sancì la loro gioia senza nome.
19
Alla fonda nelle acque del Taquarí,  Brasile, agosto 1944
De La Roça sorseggiava mate su un’amaca, accanto al timone. Era la prima volta che Fillmore e Ponticelli lo  vedevano riposare. La Gorda Rubia rollava pigra. Sul ponte di babordo un marinaio pescava con una  rudimentale canna di legno, dalla cambusa proveniva l’odore di carne bollita e cipolle. Arthur, occhiali scuri e frustino sotto il braccio, scrutava lo scorrere placido del fiume. L’arrivo di George  ruppe il fragile equilibrio in cui la nave era adagiata. «What the hell… Quanto dobbiamo rimanere ancora a  galleggiare su questo cesso?» L’uomo che stava pescando si voltò. Ponticelli gli sorrise e senza mutare espressione gli ringhiò addosso. «Che  hai da guardare, hai paura che ti spaventi i pesci, idiota?» Questi non rispose e si limitò a rilanciare la lenza nelle   acque plumbee del Taquarí. Fillmore non si scompose. «Calmati, vecchio mio. Il nostro uomo a Corumbá ci ha comunicato poco fa che  Hofstadter, Otaru e l’armadio stanno andando verso il loro aereo. Ieri sera hanno fatto un po’ tardi. Qualche rum  e qualche incontro di pugilato. Quando attraccheremo potrai mandare un altro messaggio.» Ponticelli si soffiò il naso, poi guardò il disegno di muco sul fazzoletto. «E per dire cosa? Che mi dici della   lancia dei crucchi?» «Tutto regolare, la nostra seconda unità la sta seguendo con discrezione su un piccolo battello mercantile.  Appena possibile, se il percorso sarà quello previsto, procederanno via terra, poi di nuovo su un peschereccio.  Non se  li faranno  scappare… e poi c’è  sempre  il velivolo dello  Sturmbahnführer  da seguire. Sono uomini  dell’OSS, tenente Ponticelli, non principianti. O non ti fidi nemmeno della tua organizzazione?» «E allora? Quelli sono appena arrivati, non li conosco nemmeno. Alcuni potrebbero pure essere tedeschi, io  stesso alcuni anni fa mi sono occupato di accompagnare in Russia Gehlen, il nostro contatto con loro.» Fillmore sbuffò ironico. «Se all’Office of Strategic Services sono tutti come te, l’America ha di che dormire  sonni tranquilli. O sbaglio?» «No che non sbagli, e se non fossi un mio diretto superiore in questa operazione, io…» Arthur, lanciando un’occhiata eloquente a George, si diresse verso il pescatore. «Ha abboccato qualcosa?» «No, señor.» «Fillmore, non mi hai risposto. Quanto tempo?» «Tutto il tempo che ci serve per coordinare le operazioni. E ora piantala di fare tutto questo chiasso, per Giove!  Spaventi i pesci.» Carico diretto da Puerto Suárez verso nord sul Rio Paraguay Stop O e H in volo Stop Nostri agenti al  seguito Stop In volo sul Mato Grosso, Brasile, agosto 1944 Mato Grosso, grande boscaglia. Più di un milione e duecentomila chilometri quadrati ricoperti da una fitta  vegetazione. Poco distante dal suo cuore, tra lo Xingu e il Rio Paraguay, l’ago nel pagliaio: alcuni edifici in lotta  con le piante, alcuni uomini in lotta con gli animali, altri con qualcosa di molto più grande e pericoloso. Alla vista dello sterminato mare verde che tutto ingoia, Otaru impallidì e infilò una mano in tasca. Dietrich lo  vide aprire la scatoletta dalla superficie lavorata, far scivolare sul palmo un paio di pillole e metterle in bocca.  Non chiese nulla e quando il giapponese sembrò essersi tranquillizzato, senza staccare lo sguardo dalla cloche, si  rivolse   a   lui:   «Ancora   un   paio   d’ore   e   ci   siamo,   non   appena   perderemo   il   contatto   visivo   con   il   fiume   mi  abbasserò di quota». Come una ferita minuscola sulla pelle di un titano, la pista d’atterraggio incideva il tessuto compatto della  foresta per una cinquantina di metri. Rossa, di terra battuta, accarezzata da poderosi raggi di sole, nel tardo  pomeriggio accolse il piccolo velivolo con cura. A terra Hofstadter sollevò gli occhialoni sul casco di cuoio e  sorrise.
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Dai diari di Einrich T. Hofstadter, vol. I, p. 92
In base alle cronache del sacerdote Gamir contenute nel terzo papiro, i vasi sarebbero stati trafugati da alcuni  uomini recanti il simbolo della divinità criocefala Khnum. Il dio Ariete. Secondo  la cosmogonia  egizia,  il nume   presiede  le   acque  e  la creazione.  Suo   simbolo   sono  le  eterne  cateratte   del   Nilo   e   la   ruota   del   vasaio,   sulla   quale   modella   con   la   creta   l’uomo   stesso.   Una   divinità  benevola, dunque. Nemica di Seth. Gli accoliti di Khnum agirono spinti dalla necessità di ingabbiare la  potenza del maligno: il “respiro di Seth”. I seguaci del dio Ariete, per quanto abbiamo appreso, sono fuggiti verso oriente. I papiri riportano alcune  loro gesta. Stiamo tracciando una mappa sulla base degli avvenimenti descritti. Dobbiamo ricostruire il loro  percorso per trovare ciò che stiamo cercando. Un collaboratore, che  mi limiterò a chiamare  A, mi ha consigliato  di chiedere  aiuto  ai medium della  Golden Dawn. Forse con il loro apporto potrei tracciare dei percorsi di “psicostoria”.
Seconda parte
Il “respiro di Seth” (1)
Eracleopoli, Egitto, 2501 a.C.,  nono anno del regno di Cheope
Le tende bianche svolazzavano sul ballatoio. Il sacerdote si avvicinò a grandi passi con un vaso tra le mani e un  pezzo di stoffa cobalto sul volto. Al suo arrivo, gli adepti radunati nel salone lo accolsero con un mormorio,  quasi una litania: la cerimonia stava per iniziare. Dietro una colonna un uomo osservava la scena, celato dall’oscurità. Il sacerdote gettò il vaso dal balcone, tra  la folla radunata di sotto. Al suo fianco altri chierici con stracci bagnati sul volto lo imitarono. Una nebbia sottile  si levò dai cocci. Le bocche degli astanti ammutolirono all’unisono. In un attimo i vecchi e i più deboli furono  pervasi da tremiti incontrollabili, poi tutti gli altri. Le loro schiene si inarcarono tra gli spasmi. Molti caddero tra  la polvere, lo sguardo nel vuoto. Infine l’immobilità assoluta. L’intruso approfittò del momento di calma irreale per scivolare fuori dal vestibolo, attraversare un portico e  raggiungere una donna nascosta dietro una statua all’ingresso del Tempio. Quando le poggiò una mano sulla  spalla, la ragazza sussultò. I suoi occhi celesti erano velati d’angoscia. Con la gola riarsa e quasi senza voce, si rivolse al giovane. «Metzke?» L’uomo fece un cenno di assenso, poi la prese per mano. Scivolarono all’esterno e si recarono ai piedi di una  collina, dove alcuni uomini li attendevano a dorso d’asino. Metzke salì  in groppa a uno  degli animali, la ragazza dietro  di lui, poi si voltò verso  il Tempio: nessuno  sembrava averli seguiti. Le mura e la vegetazione galleggiavano placide nella sabbia rovente. La carovana avanzò lungo un sentiero appena accennato. Lentamente Eracleopoli scomparve alle loro spalle e  tutt’intorno rimasero solo sabbia e sassi. Appena superato un lieve crinale, però, un urlo scosse il gruppo. Tutti si  voltarono: tra le dune, distorti da onde di calore, uomini avvolti in mantelli neri si avvicinavano minacciosi. L’assalto   fu  tremendo,  fulmineo.   Quando   all’alba   seguente   le   prime   luci  si   allungarono  sulla   sabbia,   una  decina di corpi giaceva a terra. Metzke era tra questi, la faccia affondata nella polvere. Un tremito gli scosse le  gambe nerborute, poi aprì gli occhi. Granelli di sabbia fine gli offuscavano la vista. Provò ad alzarsi, un cerchio  alla testa lo assalì, seguito  da un dolore insopportabile  alla nuca. Con fatica si appoggiò  sulle ginocchia e si  guardò attorno. Sciami di mosche si agitavano frenetici sui corpi martoriati dei compagni e dei loro asini, le ceste  coi   viveri   e   i   vasi   dell’acqua   erano   sparpagliati   ovunque.   Si   massaggiò   il   collo   cercando   sollievo.   In   quel  momento sentì un rumore alle sue spalle, si girò di scatto spaventato. Il viso sottile della ragazza gli apparve  dinanzi, segnato dalle lacrime. «Avevi detto di nascondermi, ho provato a correre verso le colline laggiù, ma due  di loro mi hanno raggiunto. Ho chiuso gli occhi e ho cominciato a pregare. Poi ricordo solo l’ombra di un pugnale  sopra di me e un colpo alla testa, qui dietro.» Mira si toccò la nuca. «Devono avermi colpita con un bastone, sento  ancora un dolore tremendo.» Poi si rivolse  verso la piccola radura dove si era consumata la strage. «Hanno  risparmiato solo noi.» La sua voce tremava. «Perché?»  Il giovane scosse il capo. «Forse pensavano fossimo morti anche noi. O forse il vostro dio ha pensato bene di  salvare  la figlia del grande  sacerdote  e il suo  giovane  aiutante.»  Il tono  del nomade  si  fece  acuto,  le parole  uscirono come sospinte da un rabbia incontrollata. «Non è compito di una divinità aiutare e proteggere i suoi  discepoli?» La ragazza si asciugò  le lacrime, aiutando  il beduino  a raccogliere  le sacche  e i recipienti d’acqua rimasti  intatti. «Mio padre mi aveva avvertito che Khnum ancora bussa alla tua porta.» Un sorriso amaro li accomunò  per un istante. «Scusa. Tuo padre ha sempre mantenuto i patti e ha fatto grandi cose per la mia gente. Sarò sempre debitore  nei suoi confronti. Ma il vostro dio dalla testa di ariete è solo vostro. Perdi il tuo tempo se pensi di convincermi  a inginocchiarmi al suo altare. Io sono figlio della sabbia. Lei mi ha gettato su questa terra, a lei tornerò quando  sarà il giorno.  Ora dobbiamo  muoverci, il caldo  farà arrivare  altri animali in cerca  di un  facile  banchetto, e  potrebbero essere più grossi e affama…» Un calpestio di zoccoli lo interruppe. L’uomo fece cenno a Mira di acquattarsi, poi avanzò strisciando in cima a un rilievo. Poco più in basso, vide  un asino intento ad aggirarsi fra i cadaveri. Senza indugio Metzke si avvicinò, afferrò l’animale per la corda che  gli girava intorno al collo e lo tirò a sé. «È uno dei nostri» disse sollevando l’orecchio alla bestia e scorgendovi il  simbolo della mezza luna nera. «Hanno risparmiato anche lui…» commentò pensieroso. Mira salì in groppa alla bestia e invitò il nomade a imitarla. Poi si voltò verso la pianura dove giacevano i  corpi dei compagni. «Non possiamo fare nulla per loro?» «Loro erano come me. La sabbia li ha gettati su questa terra, la sabbia ora è tornata a prenderli.» Metzke sentì   la sua stessa voce come fosse quella di un altro, il tono neutro, come ripetesse una formula mandata a memoria.
Era già notte fonda quando Metzke si insinuò furtivo tra i vicoli sotto i bastioni della Città del Muro Bianco.  Poteva sentire un vento leggero venire da oriente e scuotere il sartiame  delle barche nel porto. In silenzio si  mosse da un muro all’altro, fino all’ingresso della fortezza reale. Rimase defilato dietro all’ultimo caseggiato  prima del portone principale. Notò due uomini sulla soglia. Gli stessi che aveva visto il giorno prima uscire dalla  casa   di   Khoperr.   Era   da   giorni   che   li   teneva   d’occhio,   da   quando   era   riuscito   ad   attraversare   il   deserto  riconsegnando   Mira   al   padre.   Uomini   assoldati   dal   visir   per   scopi   poco   chiari,   forse   proprio   gli   stessi   che  avevano trucidato i suoi compagni nomadi fuori dal Tempio di Eracleopoli. Il loro aspetto deciso e possente, le  movenze marziali e spicce denunciavano un antico addestramento militare. I due sconosciuti bussarono al portone. Stringevano a loro tre figure esili, probabilmente bambini. L’uscio si  aprì per metà e si infilarono nel palazzo. Metzke attese che il portone fosse richiuso, poi si allontanò verso il  quartiere del porto scomparendo nel buio. Tornò alla casa di DueDiTre, adagiata sul molo. Era una tipica casa di pescatori, bassa, con il terrazzino al  posto del tetto. Quando entrò, il padrone di casa era intento ad accendere dei lumi sul tavolo del salone. «Sei sicuro di quello che hai visto, Metzke?» «Certo» rispose il beduino togliendosi il cappuccio. «Erano loro, quel sacerdote con la mania dei coltelli li  aspettava, sono sicuro.» DueDiTre scosse il capo. «Ancora bambini, i figli puri. E noi non possiamo fare nulla.» «Non possiamo.» Il nomade fece il verso al pescatore. «Di’ piuttosto che non volete fare nulla. Io sono pagato  per aiutarvi, è vero. Ma a tutto c’è un limite. Quei vasi sono forse più importanti dei bambini?» L’uomo della  sabbia era rosso in volto, le vene ingrossate gli rigavano il collo. Solo pochi giorni prima, perso nel deserto e  braccato da sicari feroci, era riuscito a salvarsi e a tornare a casa con Mira al prezzo di lasciare sulla sabbia molti  compagni.   Ma   quella   faccenda   era   diversa.   Per   un   beduino   i   figli   erano   la   cosa   più   preziosa.   Non   c’era  ricompensa capace di fargli accettare che degli innocenti venissero sacrificati per fini cosiddetti più alti. Dalla  penombra apparve un uomo anziano, con la barba rada lunga fino al petto e un bastone fra le mani. «Calmati, Metzke. Quei vasi non sono più importanti della vita di nessun bambino. Però, una volta presi,  potrebbero porre fine a tutto questo. Bisogna solo aspettare. E confidare senza indugio in Khnum.» «Già, il vostro dio. Che chissà come e chissà perché non ha voluto salvare i miei compagni, e invece è stato  capace di proteggere tua figlia.» «Se Khnum ha voluto salvarti insieme a mia figlia, ha un disegno preciso. E forse ha a che fare con i vasi e con  il  loro  indegno  custode.»  L’anziano  sacerdote  si sedette  al tavolo. «Metzke,  sei  ancora  provato  da  ciò  che  è  successo al Tempio e nel deserto. Ti capisco. Ma ora sappiamo che Khoperr e i suoi sono avanti con la ricerca del  “respiro”, tanto avanti da sperimentarne gli effetti su inconsapevoli discepoli e su bambini, venduti a quel folle  di Elegnem da genitori così poveri da essere disperati. Perché solo la disperazione può far barattare il bisogno di  sopravvivere   con   la   vita   di   un   figlio.   E   se   il   visir   è   arrivato   a   questo   punto,   a   giorni   sposterà   i   vasi   nel  laboratorio   della   casa   di   Elegnem.   È   l’unico   luogo  fuori dalla  portata del  faraone  e delle  sue  spie, hanno  sempre concluso lì gli affari più sporchi. È ora di fare due chiacchiere con Ahkmin e di spiegarvi un po’ di cose.» Il nomade sgranò gli occhi. «Gamir, vuoi dire che l’attesa è finita? Che toglieremo il “respiro di Seth” dalle  mani di quel pazzo una volta per tutte?»  «Ci proveremo.» Lo sguardo del vecchio si spostò verso la grande finestra di fronte. Fuori, dietro le piccole  case dei quartieri poveri ammassate l’una sull’altra, si ergeva imponente la fortezza reale. All’alba,   tiepidi   raggi   di   sole   si   allungarono   sui   tetti   delle   case   in   collina.   Elegnem,   nel   suo   camice   bianco,  attraversò   un   andito   al   primo   piano   della   fortezza   reale,   poi   infilò   un   corridoio.   Quando   entrò   nel   salone  impugnava   due  lunghi   coltelli.   Li   sfregò   tra  loro,   facendoli  stridere.   Avanzò  claudicante  verso   il  centro  del  laboratorio. I capelli lunghi sul collo, unti e riccioluti, rimbalzavano a ogni passo sulla veste bianca, lasciando un  alone. Da una delle porte laterali entrò un assistente, che trascinava a forza un bambino tremante. Il cerusico si  avvicinò e, sfiorandogli il mento, gli sollevò la testa. «Sembri in salute.» L’aiutante accennò un ghigno, lasciando intravedere tra le labbra bluastre i denti marci e spezzati. Il bambino  chinò la testa verso il pavimento, rassegnato. Si lasciò adagiare sul tavolo delle operazioni senza reagire.
Fuori dal laboratorio, Khoperr, il gran visir, con una tunica sulle spalle larghe passeggiava nervoso avanti e  indietro. Poco più in là, due giovani sostavano schiena al muro, i visi scuri incorniciati da una folta chioma.  Avevano lunghi mantelli neri e spade ricurve nella cintola. La porta si aprì, Elegnem apparve sulla soglia, la  veste bianca bagnata di rosso all’altezza del ventre. Un odore intenso di cruore si spanse nell’aria. «Mio grande  Khoperr,   quale   onore   averti   qui,   dove   il   nostro   ingegno   si   confronta   ogni   giorno   con   la   pratica  dell’esperimento…» Il primo sacerdote gli si avvicinò fissandolo con disprezzo. «Uomo privo di equilibrio, mendicante di carne  giovane, se non mi fossi necessario ti trascinerei su quel tavolo e ti aprirei le viscere come a un piccolo infido   serpente.» Elegnem abbassò lo sguardo, in apparenza senza perdere la calma. «Mio sacerdote, più volte ti ho esplicato la  necessità e l’importanza di questi esperimenti sugli infanti. Sono il fondamento, la base  da cui far  partire  la  ricerca del “respiro”.» Khoperr lo afferrò per il collo. «Ricordati, vecchio, che ho il potere di vita e di morte su tutti i sudditi delle  Due Terre, te compreso. Spera sempre che io abbia bisogno del tuo aiuto.» Lasciata la presa, il vecchio finì carponi sul pavimento. Dietro di lui la porta si spalancò, il bambino intontito  uscì barcollando, una lunga cicatrice appena richiusa gli attraversava la fronte da orecchio a orecchio. Il sangue  si   era   coagulato   sui   punti   di   sutura.   Khoperr   lo   prese   sottobraccio.   «Vieni,   torniamo   al   dormitorio.   Potrai  riposare,   e   domani   ti   sentirai   meglio».   Il   sacerdote   infilò   il   lungo   corridoio,   seguito   dai   due   guardaspalle.  L’aiutante di Elegnem, appoggiato allo stipite, osservò il gruppo allontanarsi. «Domani non sentirà più nulla.»  Stava soppesando sul palmo della mano due piccoli lembi di cartilagine. Era da poco sorto il sole quando Metzke raggiunse la casa di Gamir. Una figura alta e sottile lo attendeva davanti  al cancello. Non appena vide il beduino avvicinarsi, gli andò incontro spedito. «Metzke, il capo dei nomadi. Io  sono Ahkmin, fedele servitore del sacerdote bianco.» Il giovane non raccolse il saluto e continuò a camminare.  «Non sono il capo di nessuno. Prendo delle iniziative, e gli altri mi seguono se le ritengono giuste.» «Sì, ma  non sempre  lo  sono.»  Il sorriso  persisteva sul volto dell’altro, come  fosse  appeso  a sopracciglia e  zigomi. Metzke si bloccò. «E tu che ne sai?» Poi abbassò lo sguardo, sospirando. «Gamir ti ha raccontato.» «Non volevo accusarti di niente. In fondo hai salvato sua figlia, e questo basta.» Il beduino aggrottò la fronte. «Basta a cosa?» «Per esempio, a conquistare la sua fiducia. Se Gamir ti ha convocato qui oggi è senz’altro perché pensa che se  sei riuscito a salvare sua figlia allora sarai in grado di recuperare anche i vasi. Secondo lui sei un eletto.» «Lo so, lo so. Crede che io sia sopravvissuto ai guerrieri neri per volere di Khnum. Be’, ascoltami bene: anche se  non ho la testa di un  ariete e nessun  tempio  mi è dedicato, ti farò  una rivelazione  straordinaria. Non dovrai  nemmeno piegare le ginocchia e fare un’offerta. Io e Mira siamo vivi perché qualcuno di quegli assassini ha  voluto che fosse così. Avevano delle lame lunghe e affilate, con cui hanno sterminato tutti. Tutti, tranne me e sua  figlia. Con noi sono stati clementi. Ci hanno dato una botta in testa. Capisci? Qualcuno voleva che continuassimo  a vivere.» Ahkmin scosse il capo. «Lo immaginavo. Un infedele non può essere un eletto.» «Non ti preoccupare, non è mia intenzione rompere i vostri equilibri. Voglio solo fare la mia parte, fermare il  gran   visir   e   quel   vecchio   macellaio.   Mi   chiedo   solo   una   cosa:   come   pensate   di   entrare   in   un   laboratorio  sotterraneo che probabilmente verrà sorvegliato giorno e notte da guardie armate?» L’altro gli si parò davanti, allungandogli la mano davanti al petto. «Calma. Non saremo noi a entrare. Saranno  i vasi a uscire.»
La casa di Gamir era semplice e scarna nella sua struttura, tre stanze comunicanti e un granaio dalla parte  opposta del cortile con un piccolo altare. Un luogo semplice per un uomo semplice e devoto. L’unico vezzo era  rappresentato dall’arpa che amava suonare con la figlia, nelle lunghe serate in riva al lago. Metzke aveva visto  più volte la ragazza cantare e danzare, e proprio grazie a queste sue qualità era stata fatta entrare dal padre a  palazzo reale, tra le ancelle del gineceo. Gamir allora aveva preferito dare a Mira una vita in un luogo sicuro, ma  ormai tutto era cambiato. L’orribile cerimonia di Khoperr, la fuga, i guerrieri neri, gli eventi degli ultimi giorni  avevano sconvolto ogni cosa. Metzke dubitava che gli aggressori avessero risparmiato lui e Mira per caso, o per  intercessione di un dio. Era certo che pure Gamir la pensasse allo stesso modo, anche se un sacerdote della Terra  Nera non può mostrarsi scettico. È suo dovere avere una spiegazione per tutto. E meglio ancora se la spiegazione  passa per il dio Khnum e i suoi modi misteriosi di agire. «Il Vasaio Celeste li ha salvati, perché figlia di un  sacerdote  l’una e  giovane  eletto l’altro» lo aveva sentito  dire  sull’altare  prima  del consueto  Inno  di Esna,  la  preghiera dedicata a Khnum recitata ogni mattina di fronte ai suoi discepoli. Che non avevano dubitato di quelle  parole. Ma con Metzke il gioco non avrebbe funzionato, con lui il sacerdote doveva essere sincero. Quando il  nomade entrò nel salone seguito da Ahkmin, si diresse spedito verso Gamir, che attendeva al centro della stanza. «Il tuo uomo mi ha accennato  il piano. Per me è una follia.» Il beduino parlò con piglio sicuro, per nulla  intimorito dalla figura ieratica del sacerdote. «Rapire quel dottore, portare la nave sul fiume… Non possiamo  farcela.» «Calmati, Metzke.» La voce di Gamir lo riprese. «Non ti chiederei mai qualcosa di impossibile. Hai già perso  molti uomini per salvare mia figlia dalla cerimonia. Ma ora si tratta del colpo finale. Recuperare i vasi significa  ripristinare la Regola sulla nostra terra, l’Ordine. Khoperr crede di potersi prendere gioco del nostro re, forse  pensa addirittura di sostituirlo.» «E allora perché non vi rivolgete al faraone e gli spiegate ogni cosa?» «Perché il visir ha una forte influenza sul grande Cheope. E poi è Khoperr ad amministrare le nostre terre. Ha  potere di vita e di morte su tutti, me compreso. Ma se riusciamo a privarlo della sua arma migliore, non avrà più  i mezzi per raggiungere il suo scopo.» Metzke sollevò il mento con aria di sfida. «Non stai parlando da sacerdote. Non hai nominato nemmeno una  volta il tuo divino Ariete.» Gli occhi di Gamir si addolcirono. «Con te sarebbe tempo perso. Questo non vuol dire però che Khnum non ci  stia guardando e proteggendo. Ogni momento della nostra vita, Egli è con noi e ci guida. E se non vuoi credere  in Lui, credi a me. Riusciremo a recuperare quei vasi, e sarai tu a farlo.» Il beduino si rabbuiò e Gamir fece un sospiro rassegnato. «So che non fai questo solo per la ricompensa. Ma se  lo ritieni necessario, posso triplicare la somma.» «Vecchio, mi offendi. Tenterei comunque di salvare quei bambini. Non ci sono solo nubiani tra loro, ma anche  figli del deserto. Tutto ciò che mi sarà dato come ricompensa, oltre il pattuito, lo donerò alle loro famiglie.» Il sacerdote lo fissò in silenzio, seguendone con gli occhi i tratti del viso, poi annuì tra sé. «Parli come un vero  credente. In fondo non sei così diverso da noi.» Ahkmin, rimasto in disparte in fondo alla sala, saltò in piedi, incredulo alle parole dell’anziano prelato. «Ma  mio signore, costui è un infedele, non ha diritto di essere…» Gamir sollevò il bastone. Quel gesto fu sufficiente a  farlo tacere. «Quest’uomo crede in me. Io sono un fedele servitore di Khnum. Questo deve bastarti, Ahkmin.» Il nomade, nel vedere Ahkmin mortificato, trattenne a stento la risata. «Hai capito, qui siamo tutti credenti.» Il discepolo lo guardò in tralice. «Io non ti piaccio, vero?» Poi si rivolse a Gamir. «Signore, quest’uomo non ha  fede. Non possiamo fidarci.» Il sacerdote afferrò con la parte ricurva del bastone la gamba del servitore e tirò. Ahkmin si ritrovò seduto a  terra. «Basta. Mi fido di entrambi, e voi dovreste fare lo stesso. La fiducia è l’arma più forte di cui disponiamo, un’arma di  cui il nostro avversario è sprovvisto. Egli trama nell’oscurità per raggiungere il potere, e non si fida di nessuno perché  in primo luogo non può fidarsi di se stesso, e di quello che i suoi occhi non riescono a scorgere nel buio.» Era l’oscurità  la vera nemica degli infedeli, secondo quanto diceva Gamir. Le tenebre che sembravano portare sempre brutti presagi,  il nero torbido della notte che lasciava con il fiato sospeso.
Anche il faraone, nonostante la sua incrollabile fede, temeva le ore successive al crepuscolo. Era solito destarsi  molto   prima   dell’alba,   in   preda   all’agitazione   senza   un   motivo   apparente.   Quella   notte   si   svegliò   urlando,  contorcendosi nel letto. Le ancelle  addette  alla sua persona, appena  lo videro muoversi, accesero  in fretta le  lampade della camera reale. «Horus ha parlato, ha sussurrato al figlio l’esatta grandezza della sua Dimora del Sonno.» Cheope, il faraone,  tremava avvolto nelle lenzuola di lino. Il cranio glabro proiettava la sua ombra sul muro come un’enorme perla  di ossidiana. Si guardò attorno spaesato, gli occhi verde smeraldo sgranati non riuscivano a mettere a fuoco. Il  letto, le decorazioni murali, i tappeti tramati d’oro, ogni cosa vibrava incerta nella luce delle torce a olio. «Dovrà essere più grande di come l’avevo immaginata. Ho sbagliato tutto, finora. Chiamate il visir, c’è molto  lavoro da fare.» Il sudore gli scendeva dalla fronte sulle guance scavate. «Fate presto, prima che la mia visione  svanisca.» La notte era fresca e pulita, la luna portava il suo chiarore fin dentro il salone del palazzo reale. Una voce atona  ma   profonda  riecheggiò  tra  le  colonne.   «È  con  assoluta  certezza  che  ho  tracciato   questi  punti   sul   papiro.  Il  diamante grande si illuminerà proprio qui, gli altri due lo faranno in questi punti, formando il triangolo. La  Dimora   del   Sonno   del   re   corrisponderà   al   Primo   Diamante,   le   dimore   dei   figli   verranno   costruite   in  corrispondenza degli altri due Diamanti di Amon. Per far fronte all’ampliamento del progetto, ho provveduto a  collocare nuovi forni e officine oltre il Muro della Cornacchia. Gli ultimi operai sono già stati convocati, devo  solo incaricare gli scribi del loro reclutamento.» Il faraone ascoltava l’architetto appoggiato a un grosso imbuto di legno con una lente rivolta in alto, verso  un’apertura al centro del soffitto. Poi si sporse col busto in avanti e parlò in tono stanco. «Ora che ognuno sa qual  è il suo compito, i lavori possono riprendere. L’architetto è congedato.» La sua mano si mosse due, tre volte in  avanti, come per allontanare un fastidio. «Il gran visir Khoperr e i suoi collaboratori, invece, restino seduti.» Quando l’architetto  e i suoi consiglieri furono  usciti, il re sedette accanto al primo sacerdote e ordinò alle  guardie di chiudere le porte dall’interno. «Allora,   mio   sacerdote,   come   procedono   gli   esperimenti?   I   nuovi   operai   saranno   davvero   così   forti   e  instancabili?» «Stiamo facendo progressi, sire, siamo molto vicini a ottenere l’effetto che desideriamo dal potere dei vasi.» I  collaboratori   di Khoperr,   inginocchiati  alle  sue  spalle,   annuirono   in gruppo,  come  galline  che  beccano   dalla  stessa ciotola. «Il nostro unico problema rimane quello di provare il composto senza finire le scorte. Le anfore in  cui   è   custodito   sono   solo   tre,   bisognerebbe   trovare   il   modo   di   moltiplicarle.   Stiamo   tentando   di   ottenerne  dell’altro mischiando alcune sostanze. Entro poco tempo dovremmo riuscirci.» Cheope penetrò con lo sguardo ognuno dei presenti, cercando conferma alle parole del visir. Poi ritornò con  gli occhi sulla sua figura. «Mi è giunta voce dal grande Horus che per risolvere il problema fate esperimenti sui  bambini.» Khoperr, spiazzato da queste parole, rimase a bocca aperta. Poi si inginocchiò davanti al suo re. Sapeva che il gesto  avrebbe calmato in qualche modo il faraone. «Mio signore, si tratta di poveri infanti gravemente malati, comunque  destinati alla morte. Horus, dall’immenso della sua eternità, avrà senz’altro riferito anche questo…» Cheope puntò lo scettro verso il sacerdote. «Quello che io e gli dèi ci comunichiamo non è affar tuo né di  nessun altro.» «Volevo solo dire…» Il  faraone  appoggiò  il suo  bastone  sulle  labbra  del  visir.  «So   benissimo  cosa  volevi dire.  D’ora  in  poi  gli  esperimenti sui bambini dovranno essere limitati al necessario. Questo è quanto.» Si alzò di scatto, fece aprire  una  delle  porte  e si allontanò  verso il corridoio, senza dire  altro. Le  guardie  lo seguirono. Khoperr  e i suoi  servitori rimasero soli nella grande sala. «Gran visir, sei proprio sicuro delle tue azioni?» Elegnem parlò sottovoce, quasi avesse paura di essere sentito  dal re. «Ricordati, vecchio pazzo: quando troverai la soluzione al problema, io dovrò essere il primo a saperlo. E  mettitelo bene in testa: col “respiro di Seth” nelle mie mani, nessuno potrà più fermarmi. Nemmeno il grande  Cheope.» Accompagnò il nome del faraone con un gesto ampio della mano, quasi volesse sbeffeggiarlo.
«Mio sacerdote, intendevo solo dire che il nostro re vive all’interno del suo palazzo, è vero, ma fuori ha occhi e  orecchie che osservano e ascoltano in sua vece. Informatori ben pagati non senza una ragione.» «Se stai parlando di Beren il Nero e Kuftha il Vetraio, allora possiamo stare tranquilli.» L’anziano dottore alzò le sopracciglia, poi esplose in una risata che si sbriciolò in alcuni orrendi colpi di tosse.  «Mio  sacerdote, le  tue risorse  sono  davvero  innumerevoli. Anche  se ho  una domanda: chi avrà informato  il  grande Cheope dei nostri esperimenti?» «Dei  tuoi esperimenti,   vorrai   dire.   Ricorda,   vecchio   pazzo,   solo   tu   sei   responsabile   del   destino   di   quei  giovinetti.» Khoperr puntò il dito verso Elegnem, per riaffermare la sua autorità. Il trattamento ricevuto dal re lo  aveva umiliato e innervosito. «So bene che quando Egli dice di parlare con Horus, in realtà riferisce le parole di  qualche suo informatore. Ora il quesito è: chi, oltre a noi, sa delle sperimentazioni?» Il medico si passò la mano tra i capelli unti, poi giocherellò con uno dei boccoli dietro l’orecchio, come se il  gesto servisse per riflettere meglio sulle parole del visir. «Quindi i nubiani hanno la lingua lunga…» Khoperr   abbassò   lo   sguardo,  la  mano   accarezzava   la   barba   appena  accennata   sul   mento   squadrato.   «Nel  deserto  si sono  comportati bene. Hanno  difeso  al meglio  la segretezza dei nostri esperimenti, uccidendo  chi  dovevano. In fondo mi tornerebbe più utile se fossi tu il traditore. Sei già un meschino tagliagole, ti leverei di  torno volentieri.» Prese il pugnale che aveva nella cintola e affettò l’aria proprio davanti alla faccia di Elegnem. Il  vecchio fece un balzo sgraziato all’indietro, si guardò attorno per cercare una via di fuga. Il visir lo fissò negli  occhi, serio. Poi abbassò la lama e sbuffò con disprezzo. L’altro rispose indietreggiando verso il muro. «Che c’è Elegnem, non ti fidi di me? Non sai che la fiducia è tutto nel nostro giovane e ricco regno?» Metzke e Ahkmin raggiunsero il cantiere all’alba. Il giovane muratore era ormai da tempo impiegato negli scavi  della tomba reale, come la maggior parte degli operai del regno. Per la costruzione della sua tomba, Cheope  aveva richiesto il sacrificio di tutti i sudditi. Il nomade richiamò l’attenzione del compagno. «È quello il capo  delle guardie che hai intenzione di umiliare ancora?» Il beduino indicò un soldato grasso e goffo nei movimenti,  appena più basso delle guardie di cui aveva il comando. «È lui» rispose l’altro, strofinando con la mano il medaglione appeso al collo. «E sarà questo sacro dono del  sacerdote a decretare la mia ennesima vittoria. Guarda.» L’uomo si tolse il ciondolo raffigurante la testa di un  ariete e lo avvicinò a dei bastoncini presi dalla sacca. I legnetti con le punte in metallo cominciarono a muoversi,  orientandosi tutti nello stesso senso, verso il monile argentato. «Ancora una manifestazione del vostro dio, vorresti dire.» L’uomo della sabbia scosse il capo, sconsolato. «Può   darsi,   può   darsi.   Comunque,   grazie   a   questo   ho   già   accumulato   un   bel   credito   sulla   testa   di   quel  grassone. Oggi gli darò il colpo finale.» Ahkmin salutò il nomade, poi con la sacca sulle spalle si mescolò agli altri operai intenti a entrare nel cantiere.  Poco più tardi il muratore, seduto a gambe incrociate su uno sgabello, osservava compiaciuto l’uomo grasso di  fronte a lui. «Il bianco muove.» In mezzo  ai due,  un  tavolino  sosteneva  un  rettangolo  di  legno  scuro  suddiviso  in tre file  di dieci  caselle  ciascuna.   Sui   quadranti   una   moltitudine   di   pedine   dalle   forme   diverse.   Un   gruppo   di   persone,   raccolte   a  semicerchio dietro i due giocatori, seguiva l’evolversi della sfida. Il giovane provò a stuzzicare ancora il suo  avversario. «Problemi, Bubastis?» Questi osservò nervoso i bastoncini ammucchiati sul bordo del tavolino, il tiro del suo avversario era stato  incredibile. Dieci punti ancora una volta, l’ennesima. La guardia avanzò la sua pedina di alcune caselle. La toccò e la  ritoccò, come per convincersi della mossa. Il servitore di Gamir si passò la mano sul medaglione un paio di volte,  poi alla pedina dell’uomo grasso ne affiancò una di colore nero. «Ecco. Ora sei costretto ad avanzare nella casa  dell’acqua. Ho vinto ancora.» Gli operai e i soldati presenti risero, Bubastis li fulminò con lo sguardo. Provò ad alzarsi, ma la sua stazza lo fece   urtare contro il tavolino. Le pedine e le bacchette volarono in aria, insieme al resto. A quel punto, senza perdersi  d’animo, si voltò verso i presenti come se nulla fosse accaduto. «La pausa è terminata, tornate al lavoro.» Ahkmin,   raccogliendo   con   calma   i   pezzi   da   terra,   si   avvicinò   all’avversario.   «Bubastis,   hai   intenzione   di  pagare, questa volta? È la quinta di seguito. Il tuo debito comincia a farsi consistente.»
«Non ti preoccupare, la richiesta che mi hai fatto è strana, ma vedrò di esaudirla. Certo ti costerà parecchio.  Diciamo che con questo favore i miei debiti sono annullati.» Ahkmin piegò la testa di lato, socchiudendo gli occhi. «Se ne può parlare. Prima però voglio ciò che mi spetta,  poi discuteremo del resto.» Bubastis scosse il capo. «Oggi stesso l’avrai. Mi chiedo solo perché mi ostino a sfidarti a questo stupido gioco.» Quella notte Ahkmin, con una sacca piena sulle spalle, raggiunse la dimora di DueDiTre. Metzke era già in  casa ad attenderlo, con due dei suoi, Eclissi e Tutuola.  «Ecco.» Ahkmin rovesciò il contenuto della sacca sul tavolo. Il nomade si avvicinò incuriosito, sollevò una  parrucca riccioluta fra pollice e indice. «Guarda un po’ come si conciano questi militari. Se i disegni reali sulle  vesti sono quelli veri nessuno lungo il fiume si accorgerà di nulla. Ma come hai convinto il ciccione a ripagare il  suo debito con tutta questa roba? E non iniziare la solita cantilena su Khnum che vede e provvede.» «Tu farai una brutta fine, la tua povertà di spirito ti sarà fatale prima o poi.» Le parole del discepolo di Gamir  suonarono simili al ringhio rabbioso di un cane. Il nomade non raccolse la provocazione e cominciò a spogliarsi.  «Prima o poi…» ripeté piano. «Intanto adesso proviamo queste tuniche, e in fretta. Uno dei messi di Gamir ha  già visto una nave con le insegne reali al porto pronta a salpare. Tra poco ci dirà se è l’imbarcazione di Elegnem.»  Tutti iniziarono a pescare dal mucchio di vestiti. In pochi istanti, nel salone di DueDiTre si materializzarono  cinque guardie reali perfette. «Sembriamo proprio una scorta armata.» Eclissi cercava di allargare in qualche  modo la tunica di lino, che gli stringeva i fianchi. Alto come il muro di un bastione e con la forza di un toro, in  quelle  vesti si sentiva intrappolato  in una rete da pesca. D’altronde  il nome  datogli dal padre  non era stato  casuale. Ricordava sempre a tutti che la madre aveva impiegato due giorni a partorirlo, lo stesso tempo che ci  aveva messo un’amica di famiglia a far nascere tre gemelli. Un po’ contrariato si guardò le maniche, che gli  arrivavano appena sotto i gomiti. Metzke arcuò un sopracciglio. «Ci vorrebbe Marabos il sarto, con due delle  nostre tuniche ne cucirebbe una perfetta per te.» «Basta scherzare.» DueDiTre richiamò l’attenzione dei presenti. «Aiutatemi piuttosto a tirare fuori la  Dolce schiuma del Nilo.» Con un ampio gesto della mano, invitò i compagni a seguirlo. Dietro un portone di legno, il  magazzino  celava  un  piccolo  porticciolo  interno  collegato  al fiume. L’imbarcazione  fu  trascinata  in acqua, il  padrone di casa rimosse i due grossi tronchi posti per ostruire l’accesso dall’esterno. In un attimo la barca si  trovò tra i canali del porto, con i cinque uomini di equipaggio. DueDiTre al governale, Metzke e gli altri intenti a  remare. Quando si trovarono nei pressi dell’ultimo molo che separa il canale dal grande fiume, il nomade fece cenno  agli altri rematori di rallentare. Seduto a cavalcioni su una pietra di attracco, un uomo dalla pelle scura e di  corporatura esile sembrava in attesa. Appena vide la Dolce schiuma avvicinarsi cercò con lo sguardo la figura  del   beduino.   Lo   notò   in   piedi   a   prua.   L’uomo   sulla   banchina   con   un   cenno   del   capo   confermò   a   Metzke  l’avvenuta partenza della barca di Elegnem. L’uomo della sabbia rispose con un sorriso e riprese a remare con  vigore seguito dai compagni. «Come hai detto che si chiama?  Dolce schiuma del lino?» Ahkmin parlava a fatica, ostacolato dal ritmo  incessante delle vogate. «Del Nilo ho detto, del Nilo» rispose il pescatore, altrettanto in affanno. «Per  la grande  Iside!  È forse  una divinità  a me  sconosciuta?  Come  ho  fatto  a ignorarla fino  a oggi?  Sarò  castigato…» «Calmati, Ahkmin! È solo il nome con cui noi pescatori chiamiamo il grande fiume.» L’uomo aveva mollato il  remo, allargando le braccia in segno di resa. «Non ti crucciare ogni volta per così poco.» «Sono solo un po’ agitato. Quei tre miscredenti lì davanti sono dei guerrieri della sabbia, abituati a lottare. Io  sono solo un povero discepolo di Khnum. Non ho mai usato un pugnale, neanche per tagliare il pesce nelle  cerimonie.»
DueDiTre   diede   una   pacca   sulle   spalle   al   compagno.   «Se   quei   tre   lì   davanti   saranno   all’altezza   della  situazione,  noi  due  non  avremo  bisogno  di  usare  le  armi.  E  poi  sta  a te  convincere  quel  grasso  codardo  di  Bubastis ad assecondare i nostri desideri. Fallo, e tutto filerà liscio. Liscio come lo scorrere placido della Dolce schiuma del Nilo. Guarda che capolavoro ho costruito. Altro che la zattera sulla quale naviga quel macellaio di  Elegnem.»   Il   pescatore   si   alzò   di   scatto   e   si   mise   a   correre   lungo   il   ponte.   Raggiunta   la   prua   della  Dolce schiuma, si sollevò sulle punte dei piedi. Le braccia larghe, lo sguardo verso l’orizzonte. «Vecchio pazzo, stiamo  arrivando!» Navigarono tutta la notte, risalendo il corso del fiume fino alla città di Menfi. Giunti nei pressi di una palude,  deviarono, scomparendo all’interno di un canneto. DueDiTre, una lunga corda fra le mani, cercò con lo sguardo  un arbusto solido al quale ancorare la barca. Notò un albero, piccolo ma robusto, tra i cespugli di fronte a loro.  Gettò la cima annodata in direzione della pianta. La fune disegnò un arco in aria, arpionandosi a uno dei rami  più grossi. La barca rallentò l’andatura fino a fermarsi in mezzo a una vasta piantagione di papiri. Non aspettarono molto prima che la nave con a bordo Elegnem e i vasi facesse la sua apparizione, proprio  davanti a Metzke e ai compagni. Il nomade, seduto a prua con la testa fra le mani, se la vide passare davanti  quasi senza accorgersene. Sgranò gli occhi e avvertì gli altri. «Arrivano, arrivano.» Il   resto   dell’equipaggio   corse   ai   remi,   DueDiTre   slegò   la   fune.   Qualche   attimo   più   tardi   le   due   navi  avanzavano lente verso sud, l’una poco distante dall’altra. Quando l’ultimo uomo di scorta di Elegnem si accorse  di essere tallonato da un bastimento di guardie vestite come lui, rimase interdetto. Ma non ebbe il tempo di  capire, perché un pugnale gli si piantò nel petto soffocandogli il respiro. «Bel colpo, Tutuola». Metzke era arpionato alla punta della Schiuma, i piedi fuori a pelo d’acqua. «Tenetevi  pronti, il ciccione lasciatelo a me.» Giunto il momento, saltò sul ponte della nave, agile e silenzioso come un  felino. Gli altri lo seguirono, i pugnali fra i denti. Il soldato davanti alla tenda di Elegnem fu il primo, venne  preso alle spalle da Eclissi. Il gigante gli torse il collo con entrambe le mani, un suono secco accompagnò il gesto;  poi trascinò il corpo esanime in fondo alla nave. Tutto avvenne nel completo silenzio. Ahkmin si sostituì alla  guardia   appena   uccisa,   dentro   la   tenda   nessuno   si   era   accorto   di   nulla.   Gli   altri   due   uomini   di   scorta  parlottavano a prua, seduti uno accanto all’altro. Metzke e Tutuola si avvicinarono strisciando, ma il nomade  urtò un secchio, rovesciandolo. Il rumore nel silenzio sembrò un tuono, i due si voltarono di scatto. Tutuola ne  afferrò uno per il collo e per evitare che urlasse gli tagliò la gola di netto. Metzke riservò lo stesso trattamento  all’altro, ma quello, con la lama piantata nella carotide, riuscì a emettere un suono gutturale terribile, un ultimo  rantolo prima di stramazzare al suolo. Il nomade si bloccò, inorridito dal suo stesso gesto. Fu il compagno a  estrarre la lama dal moribondo. «Metzke, corri!» Lo incitò con un urlo soffocato all’orecchio. In quell’istante il  capo delle guardie Bubastis, insospettito dal trambusto, uscì dalla tenda, la spada in mano. Appena riconobbe  Ahkmin nel soldato con una parrucca di fronte a lui, tutto gli fu chiaro: le sfide a Senet, gli abiti, le domande sul  suo lavoro. Lo aveva fregato. Ora tutto aveva senso. Lasciò cadere la lama, il volto sudato e contratto. «Ecco, bravo, così!» lo apostrofò Metzke, sopraggiunto nel frattempo. «Non una parola.» «Non ti preoccupare» gli fece eco Ahkmin. «Il coraggio non è annoverato fra le sue qualità. Questa scimmia da  giardino non ci darà problemi. Giusto?» Bubastis non rispose, si limitò a un leggero movimento della testa verso il basso. Il sudore gli colava dalla  fronte. Il nero delle pupille aveva ingoiato le iridi. Elegnem all’interno della tenda non sembrava essersi accorto  di nulla. Perso nella lettura dei suoi  papiri, era solito non far caso al mondo circostante. Ma il trambusto era stato  notevole e non vedendo Bubastis rientrare distolse lo sguardo dalle scritture. Proprio in quell’istante, l’uomo  riapparve sulla soglia. Metzke era dietro di lui. «Nessun problema, mio signore. Dei pescatori bisognosi d’aiuto… ho detto loro che un servitore del re ha ben  altro a cui pensare.» Elegnem non diede  importanza a quelle  parole, riabbassò  subito  lo sguardo  sul papiro.  «Ripartiamo subito!» esclamò il grassone, prima di uscire dalla tenda, seguito come un’ombra dal nomade figlio  della sabbia.
Terza parte
Come gocce che inzuppano un deserto 
Mato Grosso, Brasile, maggio 1948
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Come una ferita minuscola sulla pelle di un titano, la pista d’atterraggio incideva il tessuto compatto della  foresta per una cinquantina di metri. Blu, di terra battuta, accarezzata da flebili raggi di luna, nella tarda notte  accolse il grappolo d’ombre in silenzio. Scesero scure come pipistrelli, dondolando con i paracadute nella brezza notturna. Un rapace si alzò in volo e  per un istante la foresta sembrò zittirsi, riflessa in quegli occhi luminosi. Al segnale, le ombre si sparpagliarono  rapide  tra gli  alberi,  in direzione  del  laboratorio.  Un  centinaio  di  metri  di intricata  e spessa  vegetazione  da  attraversare, qualche colpo di machete portato con precisione. La luna oscurata da una nuvola. Attesero che il  satellite tornasse a illuminare la volta, poi uscirono dalla boscaglia avanzando tra l’erba alta, come contadini nel  grano   all’imbrunire.   Secondo   gli   strateghi   dell’ OSS,   la   sorveglianza   di   campo   e   baracche   sarebbe   stata  insignificante, mentre quella di laboratorio e zona residenziale avrebbe avuto un indice di livello pari a due:  poco  più stretta della precedente. Nessuno  si aspettava fughe  e tanto meno  attacchi dall’esterno. Secondo  le  informazioni raccolte, in quattro anni le difese si erano abbassate del settanta per cento. La sentinella sul tetto del primo edificio stava effettuando un giro di routine, quando un fantasma scuro tese  la corda. L’uomo non ebbe nemmeno il tempo di portare la mano al fucile sulla spalla: un dardo gli trapassò il  cuore. Penetrarono letali negli alloggi dei tecnici. Il legno non fece rumore sotto i loro passi. Nell’edificio accanto,  Hermann aprì un occhio. Qualcosa non andava, lo aveva percepito già nel sonno. Tese le orecchie: i suoni della  foresta si erano quietati per un istante, poi subito avevano ripreso. L’andirivieni della sentinella sul tetto non si  sentiva più. Dalla finestra, senza accendere la luce, scrutò il buio. Nell’erba alta si intravedevano strane scie in movimento.  Infilò le scarpe e andò alla rastrelliera. Mise la Luger in fondina, un fucile in spalla e prese delle munizioni. Gli   uomini erano già pronti quando aprì la porta della camerata. Diede degli ordini rapidi e corse verso la stanza di  Hofstadter.   Le   ombre   si   erano   sparse   come   una   macchia   d’olio,   raggiungendo   zone   diverse.   Altre   frecce  solcarono la notte. Nella zona delle baracche, due fantasmi scivolarono lungo il perimetro, srotolando un lungo  cavo. Si fermarono  presso  i tronchi portanti  della struttura  per pochi attimi, per poi svanire  di nuovo  nella  boscaglia. Senza convenevoli Hermann entrò nella stanza di Dietrich e lo svegliò. Seduto sul letto, con gli occhi impastati  di sogni, Hofstadter si passò una mano tra i pochi capelli e trattenne uno sbadiglio. «Non   c’è   tempo   da   perdere,  mein Herr,  si   vesta.»   Gli  porse   giacca   e   pantaloni,   prendendoli   dalla   sedia  accanto   al   letto,   ansioso.   Hofstadter   fu   rapido,   senza   esitare   prese   la   pistola   dal   comodino.   «Che   succede,  Hermann?» La voce cavernosa risuonò sinistra: «Ci attaccano». Dietrich strinse la cintura, deglutì e cercò lo sguardo dell’altro. Nessuna domanda. Si avviarono spediti fuori  dalla stanza. Gli incursori penetrarono nell’edificio silenziosi, in un baluginare di lame. Furono sorpresi dall’improvviso  fascio di luce di un faro puntato su di loro, e da una selva di proiettili. Nel cortile, i fantasmi si volsero verso  l’edificio degli alloggi. Alcuni corsero in direzione del rumore, aprendosi come ali di manta. Altri scivolarono  alla volta del laboratorio principale. Nella boscaglia retrostante, dopo un rapido scambio di segnali, qualcuno  fissò il cavo srotolato in precedenza a una scatola di metallo con un interruttore sulla sommità. Un attimo di  silenzio. La colonna di fuoco si levò impetuosa e ruggente come un predatore affamato. Il boato risvegliò gli abitanti  della foresta che si alzarono in volo, balzarono, strisciarono e corsero impazziti. Lo scontro armato nella zona  degli   alloggi   si   interruppe,   tutti   si   voltarono   in   un’unica   direzione.   Hermann,   Dietrich   Hofstadter   e   i   loro  mercenari,   asserragliati   alla   sommità   delle   scale,   ripresero   a   sparare   verso   l’atrio.   Le   ombre   sgusciavano  all’interno   da   ogni   finestra   e   da   ogni   porta,   moltiplicandosi,   sdoppiandosi,   allungandosi.   Hermann   sparava  all’impazzata:   «Scheisse!  Sono   troppi.   Più   ne   eliminiamo,   più   ne   arrivano.   Dobbiamo   andarcene».   Alcuni  uomini   dello  Sturmbahnführer  rotolarono   dalle   scale   esanimi,   altri   si   asserragliarono   dietro   alcune   casse,  arretrando. Un proiettile colpì il faro e lo spense con uno schiocco. Le tenebre furono squarciate di bianco dalle  bocche delle armi.
In cortile le fiamme si levarono sulle macerie e un odore dolciastro di carne si sparse tutt’attorno. Un nuovo  manipolo di spettri emerse dal terreno e filò verso il caseggiato; un corpo, con una freccia nel cranio, penzolava  dal tetto sopra l’ingresso. D’improvviso la notte si fece ancora più scura e la pioggia si abbatté sopra il cuore  verde del mondo. Hermann cominciò a sparare a raffica. Finite le munizioni, avvolto dal fumo, urlò con tutto il fiato che aveva  in gola. Poi una gragnola di colpi si abbatté su di lui, mentre ricaricava l’arma. I pochi rimasti in piedi ripresero il fuoco per respingere l’assalto, esplodendo fino all’ultimo colpo. Con il  braccio lungo il fianco, Dietrich lasciò cadere la Luger; il monito di Hermann risuonò nella sua mente:  sono troppi… L’odore della polvere da sparo saturò l’ambiente, le ombre lo circondarono in un tetro girotondo. Un  colpo alla tempia per ogni soldato sopravvissuto. Non poté fare a meno di distogliere lo sguardo dal liquido  scarlatto che gli lambiva le scarpe. Fuori, l’acqua rombava e scalpitava, come volesse spazzare via l’intera foresta. Un’ombra si fece largo tra le altre. Dietrich alzò il viso. Gli occhi erano fessure circondate da ragnatele di  rughe. Si mise una mano nella giacca, gli uomini in nero strinsero le armi. Prese un sigaro. «Dovrei farti fuori senza una parola, Mister H., ma voglio che tu sappia chi ti ha fregato.» Quello che aveva parlato si sfilò il passamontagna: zigomi cerchiati di nero e una smorfia di disprezzo. Un  lampo  illuminò   il  volto   irsuto  di   George   Ponticelli.   In  quell’istante  un  gruppo   di   tre   uomini,  bagnati  fradici, entrò con una scatola. «Bene, il campione è nostro. Vi abbiamo controllato per anni, vi abbiamo seguito per cielo e per terra, fino a  individuare   questo   luogo.   Uno   dei   vostri   tecnici   di   laboratorio   ci   passava   informazioni   ogni   volta   che   vi  portavamo  altre cavie  a Corumbá. Ora è cadavere  assieme  agli altri. Sappiamo  che  nella scatola non c’è  Al­ Hàrith, ma qualcosa che gli si avvicina molto… Per sicurezza, altri uomini dell’ OSS  in questo momento sono a  Nueva Germania, a recuperare gli appunti di tuo padre. Ho fatto solo il mio lavoro, Sturmbahnführer. Senza  rancore, eh? Anzi, no, con rancore, nazista del cazzo.» Alzò la pistola e la puntò alla fronte di Dietrich, il dito teso  sul grilletto. «Ah, un’ultima cosa: tanti saluti da Arthur.» Dietrich aveva un leggero sorriso sulle labbra. Non gli avrebbe fatto il favore di mostrare paura. La volontà  piega  ogni  cosa,  anche  il  terrore  della   morte.  La  vita  in  fondo  non  è  che  questo:   volontà  e   negazione  della  volontà, quello che c’è in mezzo non conta nulla. Non conta l’amore della creola, la tenerezza di sua madre, i folli sogni del padre, l’amicizia di Otaru. Non  conta nulla l’orrore dei corpi deformati e contorti dal veleno di molecole mal riuscite, nulla l’ambizione, l’odio, la  malinconia, il perdono, il rancore e nulla la vendetta. Sentì il peso del libro dalla copertina color mattone gravargli dolce nella tasca della giacca. Aspettammo mentre spirava – fu un tempo sottile –  troppo agitate le nostre anime per parlare –  infine giunse l’avviso. Essa menzionò e dimenticò – poi lieve come il giunco piegato nell’acqua, lottò appena – consentì, e fu morta.* Inspirò l’odore della pioggia che entrava dalle fessure, spazzando via il puzzo acre della cordite. Non chiuse  gli occhi, non distolse lo sguardo, non disse nulla. Nueva Germania, Paraguay, nello stesso momento
Otaru leggeva e rileggeva gli appunti davanti al caminetto nello studio. Negli ultimi anni avevano svolto un  lavoro   incredibile,   l’équipe   tecnica   radunata   dallo   Sturmbahnführer   aveva   dimostrato   doti   eccellenti   e   una  tempra   considerevole.   Osservando   il   guizzare   delle   fiamme   lambire   la   legna,   scosse   la   testa   e   appoggiò   gli  incartamenti sul tavolino. Tolse gli occhiali e si massaggiò il setto nasale. La pendola scandiva il tempo: le tre.  Aveva fatto ritorno a Nueva Germania da un paio di giorni, come d’abitudine ogni cinque, sei settimane da  quando era atterrato la prima volta nel Mato Grosso. Non era mai riuscito a resistere di più. Osservare il cielo  attraverso una grata di rami e foglie lo faceva sentire in gabbia. La notte non chiudeva quasi occhio, sopraffatto  dai rumori e dai silenzi, dalle forme nascoste degli alberi. Gli sembrava di vivere sotto la minaccia imminente di  un eterno crollo. Passava le poche ore di sonno a sognare maree di liane che lo schiacciavano, gli tagliavano il  fiato e lo seppellivano per sempre. Le compresse di sparteina gli davano qualche sollievo, esperimenti e studi lo  distraevano  dal  mostro  verde  là fuori, ma  esso  tornava sempre, si insinuava nei  suoi  pensieri, come  un filo  d’acqua nella crepa di una diga. Ogni tanto doveva prendere una pausa. Dietrich, Hermann e qualche  volta  Naletili| lo riportavano in aereo in Paraguay per dargli l’opportunità di riposare cuore e cervello. Prese un foglio dalla pila e lanciò uno sguardo alle ultime annotazioni. Ancora pochi passi. In quattro anni di  tentativi  e  fallimenti  aveva sempre  sfiorato  la verità. Ora c’era  quasi.  La combinazione  poteva essere  quella  giusta. Osservò ogni passaggio delle equazioni, il calcolo delle probabilità si snodava accurato sotto i suoi occhi.  Più   di   trenta   mesi   per   quei   risultati.   Inforcando   le   lenti   da   vista   esaminò   il   frutto   delle   ultime   fatiche:   la  combinazione precisa delle molecole, forse. Al­Hàrith. Felipa entrò senza bussare e Hiro alzò lo sguardo, cercando di celare  la sorpresa. Si fissarono per un istante. Il  giapponese  abbassò  i fogli e tolse gli occhiali: in attesa. La ragazza parlò  in un tedesco stentato. «Dobbiamo  andarcene.»   Portò  l’indice   alle   labbra   accostandosi   alla  finestra.  Hiro   si   alzò  e   cercò   di   affacciarsi   ma   lei   lo  trattenne, impedendogli di avvicinarsi al davanzale. Otaru allora si mise in punta di piedi e guardò oltre il vetro.  Attraverso il cortile vide alcune figure scivolare fuori dalla dependance della servitù. La voce di Felipa si fece  sottile:  «Mi segua».  Otaru  storse  la bocca,  poi  assentì.  La  ragazza  stava per  uscire,  quando  il giapponese  la  bloccò. «Aspetta solo un istante. Chiunque siano, sono qui per un solo motivo.» Guardò gli appunti. I bordi delle pagine si arricciarono, mentre l’orlo di luce li divorava. Lo studio divenne luminoso, Hiro poté notare il  volto teso della creola, che lo aspettava. Bruciare il motivo, eliminarlo per sempre.  «Prima di andarcene dobbiamo prendere una cosa.» Mentre lo diceva, Otaru sentì una pressione allo sterno.  Rivide  tra sé  il corridoio  interrato. Felipa scosse  il capo. «Non c’è tempo. È stato Naletili|  ad avvertirmi del  pericolo, mi ha detto di fare in fretta. Non so dove sia adesso.» Otaru si sistemò i lembi della giacca. «Senti, anche se Naletili| si metterà tra loro e noi, non potrà fermarli a  lungo.  La  nostra  unica  possibilità  è  di  infilarci  nel  passaggio  sotterraneo  e  uscire  in giardino  dalle  aperture  nascoste, quando saranno in casa. Tu però dovrai fare una cosa per me. Andiamo, presto.» Superarono la scalinata trattenendo il fiato, e infilarono la prima porta a sinistra. Una serie di brevi passaggi, il  corridoio con i quadri e i caimani impagliati, infine l’imbocco delle scale verso il ventre della casa. Felipa scese  senza esitare. Otaru la seguì, cercando di controllarsi. Il sapore della muffa gli impastò la lingua. La ragazza,  voltandosi, lo vide a una decina di scalini da lei, fermo. Risalì rapida, gli afferrò la mano e lo guidò nel tunnel. Quando la porta sul retro della cucina si aprì, il primo dei due aggressori fu trascinato con violenza di lato e  l’altro gettato fuori con una pedata al petto. Naletili| sbatté sul tavolo l’assalitore e, senza esitare, gli tagliò la gola  in verticale, penetrando con il coltello da cucina fino allo sterno. Il secondo uomo rientrò subito, sparando nel  buio. Il bosniaco con il volto coperto di sangue comparve al suo fianco. Lungo le pareti della casa il riverbero dei colpi sparati in cucina rimbalzò, giungendo vago alle orecchie di  Felipa. «Mi stringa la mano, non abbia timore.» Otaru spinse via indispettito le dita della ragazza e inspirò. «Vai avanti, sbrigati. Sali la scala a chiocciola, nella  cassaforte alla parete troverai alcuni diari, un taccuino e del denaro. Sul tavolo c’è una valigetta, metti tutto lì dentro.  Muoviti! La combinazione è 1100­18­8.»
La creola stava per replicare, poi corse verso l’estremità opposta della galleria. Hiro prese la scatoletta dalla  tasca, la testa girava e il tunnel cominciò a roteare in una spirale di roccia scura. La mano tremò, le pastiglie  piovvero   come   riso   a   un   matrimonio.   Si   chinò   cercando   a   tentoni   di   recuperarne   qualcuna.   Un   vortice   gli  danzava tra le tempie. Ingoiò una manciata di terra e un paio di pillole, cercò di concentrarsi, recuperò quante  più pastiglie poté, infilandole un po’ in tasca e un po’ nella scatola. Fece un passo e gli sembrò che il soffitto si  piegasse  su  di  lui.  D’istinto  abbassò  la  testa,  portò  un  piede  davanti  all’altro.  Ogni centimetro  misurava  un  chilometro. Con la mano sul muro, si trascinò dove ricordava una delle uscite sul giardino, a qualche passo dalla  quercia.   L’immagine   mentale   dell’albero   accarezzato   dalla   brezza,   sotto   le   stelle,   fu   per   lui   un   faro   nella  tempesta. Poi un rumore metallico all’altro capo del passaggio. «Otaru, si sbrighi. Ho preso tutto.» In superficie intanto Naletili|, dopo aver disarmato i cadaveri, si diresse verso l’ingresso di casa Hofstadter,  scivolando lungo i muri. Si passò la lingua sulle labbra, per sentire il sapore delle sue prede, poi pregò Allah il  Misericordioso di salvare le loro anime. Stavano già entrando: sciamavano dalla porta divelta, spargendosi in  ogni direzione. Non lo avevano considerato nei loro piani, evidentemente. Su per le scale, dentro ogni porta.  Violavano la casa assetati di morte. All’ingresso ne rimase uno di guardia. Come una macchia d’inchiostro, il  bosniaco  si allungò  inesorabile  dal  buio  dietro  l’uomo.  La  lama  penetrò  nel  basso  ventre,  uscendo  carica  di  budella ed escrementi. La leva della porta stagna non si muoveva di un millimetro. Felipa strinse i denti: le braccia di Otaru non erano  in grado di fare forza. Il giapponese si accasciò a terra. «Siamo in trappola. Non riusciamo  a uscire e presto  troveranno il passaggio. Saranno qui a momenti.» Felipa si asciugò la fronte con la manica, poi strinse la barra d’acciaio con entrambe le mani. Tirò con tutto il  suo peso. Sui palmi le si disegnarono solchi profondi e dolorosi. Hiro mormorava parole confuse. Boccheggiava,  si stringeva la gola fradicia di sudore mentre  osservava Felipa sfumare  come  imprigionata nell’ambra. Dalla  sacca   a   tracolla   della   creola   scivolò   qualcosa.   Come   una   foglia   d’autunno,   volteggiò   fino   a   sfiorare   l’anca  dell’uomo, adagiandosi poco distante. Hiro allungò la mano e la raccolse. Quarto arcano, l’Imperatore. Cercò di mettere a fuoco, quando un refolo d’aria fresca gli stuzzicò il collo. Mise la carta in tasca. Felipa si  chinò accanto al giapponese, gli passò un braccio sotto l’ascella cingendogli la schiena. «Forza, usciamo di qui.»  Il cielo colmo di stelle li accolse in giardino, Hiro riprese a respirare a fatica. La vista della quercia con i rami tesi  verso la notte lo fece sentire leggero. «Stia giù!» disse la ragazza in un urlo strozzato. «Potrebbero vederci dalla casa.» Con uno scatto si girò verso  il portello ricoperto di terra smossa e lo richiuse. I palmi le sanguinavano, la barra aveva inciso la carne. Si mise  di fianco all’orientale, seduto a terra con la testa verso la volta celeste. Hiro la guardò in volto e poi le vide le  mani. Prese un fazzoletto dalla giacca e glielo porse. «Non abbiamo tempo.» La voce della creola suonò decisa. «Dobbiamo raggiungere il furgone del giardiniere e  scappare.» Si guardò le ferite. «Ho solo due linee della fortuna in più.»
Nello studio di Hofstadter il fuoco languiva sotto la cenere, il quadro del Tintoretto vegliava sui libri e sugli altri  dipinti, nell’oscurità. Due  torce  elettriche  frugarono  l’intimità della stanza. Cercarono  ovunque, sfasciando  il  secrétaire e forzando i cassetti. Uno dei due intrusi rovesciava sul tappeto una cascata di fogli, l’altro illuminava  la stanza con un fascio di luce. Corpi, luoghi, lacrime, sorrisi e volti incorniciati, uno dopo l’altro. Tranne uno,  senza cornice. Rosso, comparso e svanito sull’uscio, come una visione. Un rapido cenno e, impugnata l’arma, uno  dei   due  si   mosse   verso   la  soglia.  Con   la   pistola   dinanzi,   scrutò   nel   corridoio.   Una   porta   aperta   dondolava,  cigolando. L’uomo si girò, roteando l’indice. Il compagno annuì e tolse la sicura della mitraglietta. Quando alzò  gli   occhi,   vide   una   mano   infilare   una   lama   nell’orecchio   del   compagno.   Sparò   una   raffica   contro   il   muro,  cercando di indovinare la posizione dell’assalitore. Un quadro si staccò e cadde con un tonfo, l’uomo in nero fece  un balzo all’indietro per evitare di essere travolto. Naletili| comparve da terra e con due revolver lo crivellò di  colpi. Alle sue spalle, passi attratti dal tuonare del mitra. Il bosniaco ricaricò veloce. Il rumore arrivò fino in  giardino dove Hiro e Felipa correvano con le schiene piegate, cercando di confondersi con il profilo della terra.  Arrivati dietro la dependance si precipitarono verso il furgone. Felipa aprì lo sportello dell’automezzo e sbirciò  sotto il volante. «¡La puta madre, no están llaves! Le chiavi!» Si fermò a pensare e poi disse: «Vado nella  dependance della servitù a cercarle. Lei non si muova da qui». Gli diede la sacca e attraversò il piccolo spiazzo  fino all’edificio. Il giapponese salì a bordo e rimase chinato sul sedile. Quando la donna scorse nella semioscurità il cadavere del giardiniere, riuscì a stento a trattenere un urlo.  Andò al comodino vicino al letto; il cuore le batteva in gola. Nel cassetto una matita, degli occhiali e poco altro.  Scosse il capo e si guardò attorno. Vicino all’ingresso, sulla parete, l’anello con i ganci: vuoto. Si affacciò alla  stanza della cuoca e le sfuggì un grido, le mani a chiudere la bocca. Cercò di riprendere il controllo. Poi perlustrò  la sala con lo sguardo, in cerca di una risposta. Dove sono quelle maledette chiavi? Infine l’illuminazione: le  tasche dei pantaloni del giardiniere. Si sentì leggera quando le dita strinsero il metallo nel tessuto che copriva le  gambe del cadavere. Un rumore alle sue spalle la fece trasalire. Si voltò piano. Due occhi nel buio. Ovillo. Corse a perdifiato con il gatto in braccio, verso il mezzo. Salì mentre Otaru si spostava per farle spazio. Un  paio di colpi di tosse del motore e la speranza di non essere uditi. Quando alla fine i pistoni cominciarono a  muoversi nei cilindri, una luce brillò per un attimo negli occhi dei due. Felipa schiacciò il piede sull’acceleratore. Scomparvero nella notte, verso sud­est.
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Shanghai, agosto 1920 
Il loculo era minuscolo e di grigia pietra grezza. Nessuna iscrizione incisa in eleganti ideogrammi dorati come  quelle delle tombe del settore più ricco, dove riposavano i commercianti, o i gangster. Niente fregi e colonnine  con sfere dipinte sulla sommità. Solo un involucro squadrato, in mezzo ad altri simili e altrettanto anonimi fra le  sterpaglie del lato orientale del cimitero, su cui si allungavano le ombre del crepuscolo, ed era già un privilegio.  Grazie a Yu­Hua, Shanfeng aveva potuto evitare a sua madre l’onta della fossa comune o dell’abbandono  insepolto, accanto alle altre bare dei defunti i cui parenti non avevano i soldi per trasferirli nel luogo natale –  come dettava l’uso – e che perciò rimanevano nell’angolo più sinistro e fetido del cimitero. Un destino che non  aveva invece potuto evitare a suo fratello, chissà dov’era il suo corpo ormai. Sua madre era morta da due anni e lui non andava spesso a trovarla, ma stavolta aveva bisogno di consiglio, e  di riparo. Non avrebbe saputo né potuto pregare, ed era consapevole che lei non gli avrebbe risposto; comunque  Shanfeng ne invocò la benedizione, la protezione. Poi si scusò per averla disturbata e si allontanò. Mentre   costeggiava   il   muro   di   cinta,   il   sentore   dolciastro   degli   insepolti,   misto   alle   esalazioni   del   canale  fognario che scorreva poco distante, lo ghermì, chiudendogli la gola e facendolo vacillare. Dovette appoggiarsi  alla parete scrostata del perimetro e fare un grande  sforzo di volontà per rimanere presente  a se stesso. Per  questo motivo non si avvide della figura che lo aveva raggiunto alle spalle. «Ti ho visto, sai? Ti tengo d’occhio. Io ti tengo sempre d’occhio.» Shanfeng si voltò lento fino a incontrare la faccia gonfia e sgradevole dell’ispettore di polizia che lo aveva  inseguito nei vicoli della Concessione francese durante la rivolta del ’19, e nei pressi del parco Huang­pu qualche  tempo dopo: entrambe le volte senza successo. Una vecchia conoscenza. «Guarda chi si vede! Come ti va, Faccia di porco? Sempre a odorare le scoregge dei giapponesi?» Il poliziotto afferrò con forza i capelli del ragazzo, tirandolo all’indietro fino quasi a fargli perdere l’equilibrio. «Cosa avevi da armeggiare attorno a quella tomba? Non mi dire che anche la feccia come te onora i morti. Non  stavi mica rubando qualche arredo, vero?» Tirò ancora più forte, fino a farlo lacrimare. «C’è mia madre sepolta lì, Faccia di porco…» La presa si allentò. «Scommetto che l’hai fatta morire dal dispiacere.» Fece una smorfia, come a convincersi di aver detto una cosa  divertente. «Sempre meglio che venderla ai giapponesi, come di certo hai fatto tu.» Shanfeng si liberò della stretta con un  colpo secco sul polso dell’ispettore e si allontanò di qualche metro. L’altro non fece cenno di volerlo seguire. Da  quando   aveva   scalato   le   gerarchie   dell’organizzazione   di   Yu­Hua,   piccoli   uomini   come   quel   grassone   non  costituivano più un problema: ricevevano un mensile per guardare da un’altra parte, e anche Faccia di porco non  faceva eccezione. Ma fra i due c’erano antichi conti in sospeso, e ogni tanto il poliziotto giocava a fare la voce  grossa. Più che altro per dimostrare a se stesso di averne ancora una, pensava a ragione Shanfeng. «Io sono un cittadino rispettabile. Impara a trattarmi con rispetto o te ne pentirai, un giorno o l’altro.» «Te l’ho detto, ti tengo d’occhio. Vedremo alla fine chi avrà modo di pentirsi.» Le ultime parole dell’ispettore vennero rivolte alla schiena di Shanfeng, che già si stava allontanando nella  luce sempre più incerta della sera. Arrivato a casa, fece per abbandonarsi sulla branda, esausto, quando una sorta di disagio lo frenò: qualcosa  non andava. Si guardò attorno, tutto sembrava in ordine, ma tutto sembrava anche diverso. I pochi oggetti della  stanza, la brocca dell’acqua, il lavabo, i vecchi libri… Aprì la cassapanca accostata al muro: stessa sensazione. Un  disagio, una presenza inattesa. Passarono pochi secondi prima che comprendesse la portata di quanto aveva  appena intuito. Una mano estranea aveva frugato tra le sue cose. Con discrezione e delicatezza, certo, ma senza  riuscire  a celare  del tutto il proprio passaggio: gli oggetti spostati appena, un’inconsueta vibrazione elettrica  nell’aria. Shanfeng si precipitò fuori dell’uscio e interrogò una delle vecchie che cucivano in strada, sedute su piccoli  sgabelli alla fioca luce di lampade a olio tenute al minimo. «Chi è entrato qui?» Una scrollata lieve di spalle e uno sguardo vacuo furono la risposta. Sorrise scettico, rientrando in casa.
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Scuola femminile Po­ai, via Pubalu nella Concessione francese di Shanghai, 1° luglio 1921
Dalla finestra interna che dava sull’androne Fu­zhou, il cuoco della scuola, osservò gli ultimi due delegati, quelli  di Pechino, salire al piano superiore, dove tutti erano alloggiati. Si asciugò le mani sul grembiule scuotendo la  testa, e riprese a lavorare. Quell’affare per lui era una vera seccatura: la scuola era deserta per le vacanze, ma  invece di oziare e sbrigare piccole mansioni, avrebbe dovuto preparare pasti per una quindicina di persone. Ne  aveva contate almeno undici, ma nessuno che parlasse il dialetto di Shanghai, quindi non si poteva neanche fare  un po’ di conversazione. Ricominciò a tagliare il manzo a tocchetti sul tavolaccio di cucina e non si avvide del  nuovo gruppetto composito appena arrivato: due cinesi e tre occidentali. Due   degli   occidentali   stavano   un   poco   discosti   dagli   altri,   senza   rivolgersi   la   parola   e   osservando   con  attenzione   ogni   più   piccolo   dettaglio.   Voitinskij   e   Maring   i   loro   nomi,   ed   erano   lì   in   rappresentanza   del  Comintern:   occhi   e   orecchie   dei   sovietici,   che   sorvegliavano   con   grande   attenzione   ogni   manifestazione  comunista nel mondo. Oggi si interessavano a una realtà dall’immenso potenziale come quella cinese, da tenere  sotto  assoluto  controllo,  da  frenare,  se  necessario.  Un  ribaltamento  politico  e  sociale  troppo  veloce,  in Cina,  rischiava di alterare i precari equilibri raggiunti fra Russia e Giappone, e questo non sarebbe dovuto accadere: la  politica estera sovietica non poteva essere messa a rischio per nessun motivo. L’altro gruppo era formato da Shanfeng, Mao Tse­tung e Hans Deruyter. L’olandese, nei mesi successivi alla  morte di Hofstadter, si era avvicinato sempre più a Shanfeng, interessandosi molto alle sue attività politiche.  Sulle prime il ragazzo si era stupito, ma l’atteggiamento dell’altro lo aveva infine convinto. Hans era pur sempre  un occidentale, ma non lo era stato anche il professore? E Maring, uno degli inviati del Comintern, era olandese,  proprio come lui. Shanfeng decise che l’Olanda, un paese di cui non conosceva altro che il nome, gli sarebbe  piaciuta. I primi  tempi  in cui  Deruyter   aveva mostrato  simpatia  per  le  sue  idee,   Shanfeng   era rimasto   freddo.  Un  atteggiamento di distacco che gli era venuto naturale, visto che l’olandese, fino ad allora, non gli aveva in pratica  mai rivolto la parola, come faceva quasi con tutti. Un tipo in gamba, ma non certo per farci conversazione. Da  qualche  tempo  a questa parte, però, aveva cominciato  ad aprirsi, rivelando  qualità e sensibilità insospettate.  C’era una sorta di aura intensa quanto oscura attorno a lui, molto magnetica, che incuriosiva Shanfeng: doveva  aver sofferto in vita sua, se no quale altro destino avrebbe potuto condurlo dov’era? Il cinese ne aveva sondato  con discrezione la storia personale, e dai frammentari racconti di Deruyter erano emersi brandelli di una vita  solitaria. Pochi indizi, ma sufficienti a giustificarne l’indole malinconica. Un marinaio olandese di mezza età che  lavorava per la Triade a Shanghai e nascondeva, dietro una cortina di finta indifferenza, un’insolita passione per  le più rivoluzionarie teorie politiche… Sì, decisamente interessante. «Quelli osservano ogni cosa, come rapaci in attesa.» La voce di Mao era udibile solo da Shanfeng: i due erano  rimasti un po’ indietro  salendo le scale. Non voleva mettere a parte anche Deruyter  del suo  apprezzamento  verso i delegati del Comintern. Non si fidava ancora abbastanza e Shanfeng poteva capirne le ragioni, anche  senza  condividerle.  In fondo  Hans  era un  occidentale  dalle  singolari  credenziali.  Non  fosse  stato  per  la sua  lingua madre, ritenuta utile per fare all’occorrenza da interprete col suo connazionale Maring, non gli sarebbe  stato consentito di partecipare al I Congresso del Partito comunista cinese: due delegati da ognuna delle sei sezioni  sparse per il paese, alcuni temi fondamentali da dibattere e la supervisione attenta e ferma dei sovietici. Per   alloggiare  i partecipanti   e  ospitare  le  riunioni  era  stata  scelta  la  scuola  femminile  Po­ai,  vuota  per  le  vacanze e situata nella Concessione francese, il che permetteva ai delegati di muoversi con maggiore libertà e  sicurezza. L’ambiente ampio e spoglio, l’architettura lineare e gli echi infiniti dei passi contribuivano a rendere  surreale l’intera situazione. Si respirava una certa aria di solennità, ma Shanfeng  non poteva fare a meno  di  sentirsi strano; quel luogo, progettato per ospitare cento studenti, appariva incongruo e spettrale se abitato da  poche persone. Ogni rumore veniva ampliato, ogni presenza sottolineata dal vuoto circostante. I lavori vennero dichiarati aperti alle sette di quella stessa sera. Mao, insieme a uno dei delegati di Canton, fu  eletto segretario. Si cominciò a parlare prima timidamente, poi in modo sempre più accalorato, della situazione  politica del paese. Ch’en Kung­po intervenne, esprimendo a scatti il suo prudente punto di vista: era perplesso  sulla possibilità di passare subito da un sistema economico arretrato e rurale come quello cinese a un modello di  tipo marxista.
La riunione si svolgeva al pianterreno, in modo da tenere sotto controllo le uscite con più facilità. La sala era  ampia,   con   un   tavolo   rettangolare   stretto   e   lungo   e   molte   sedie   e   sgabelli.   I   delegati   si   avvicinavano   e  allontanavano dal centro della discussione, rappresentato fisicamente dal tavolo, spesso per raccogliersi a coppie  o piccoli drappelli in un angolo  e scambiarsi opinioni confidenziali. Alla luce fredda delle  lampade  si erano  create due fazioni: una moderata, di cui facevano parte Kung­po e Li Han­chun, e una più radicale secondo cui il  partito doveva accelerare a ogni costo la lotta di classe. L’atmosfera era densa di nervosismo, che i presenti scaricavano ognuno a modo proprio, chi con brevi sfoghi  quasi violenti, chi con discorsi ellittici e chi con commenti meditati. Voitinskij e Maring fumavano in fondo alla  stanza, in silenzio. Shanfeng era ammesso a presenziare in sala, ma non certo a parlare. Men che meno Deruyter. Dopo la prima  ora di dibattito, si decisero ad aspettare in un’anticamera adiacente l’eventualità di essere d’aiuto. Il cinese come  factotum  di Mao e l’olandese  come  interprete. Solo ogni tanto un tono più acceso  filtrava fino  a loro. I due  cominciarono a parlare di politica e pian piano scivolarono sui fatti loro. Shanfeng raccontò come aveva conosciuto Hofstadter, l’olandese lo ricordò con simpatia. «Sembrava un uomo  di valore. In quei pochi giorni in mare ne ho avuto una buona impressione.» «Lo era» confermò il ragazzo. «Anche se non ho mai ben capito cosa stesse cercando, tutti quegli studi…» Lo   sguardo   di   Shanfeng   si   accese   per   un   momento,   poi   tornò   fisso,   come   assorto   nel   ricordo.   «Era   uno  scienziato,   molto   bravo,   per   quanto   posso   capire   io.   Studiava   la   natura   dell’uomo,   la   sua   volontà.   Se   fosse  vissuto,   sarebbe   di   certo   arrivato   a   qualcosa   di   importante»   concluse   dignitoso,   incrociando   le   braccia   e  raddrizzando la schiena nell’appoggiarsi al muro. «Un peccato» commentò Deruyter, «tutto quel lavoro sprecato…» La frase rimase a mezz’aria, proprio mentre  sulla porta appariva la figura imponente di Mao. Fece un rapido cenno con la mano a Shanfeng. Il ragazzo gli si  avvicinò, sotto lo sguardo inespressivo di Deruyter, e i due parlottarono a voce bassa per pochi secondi, fino a  che Mao non rientrò nella sala. Shanfeng era scuro in volto, e l’olandese gli si fece da presso. «Devo avvertire Fu,  il cuoco, che porti la cena in sala; la discussione va per le lunghe.» Il ragazzo era deluso. «Vengo con te, mi sono stancato di stare fermo.» «E se avessero bisogno…» «Aspetteranno.» Nell’attraversare corridoi e sale, i due si trovarono davanti a una porta che non voleva saperne di aprirsi.  Shanfeng tradì la propria irritazione, spalancandola a calci. In cucina, abbaiò pochi secchi ordini a Fu­zhou e fece  dietrofront prima che Deruyter potesse apparire sulla soglia. Questi non si fece sfuggire lo stato d’animo del  cinese. «Pensavo che saremmo stati impiegati in modo più proficuo.» Shanfeng non rispose e accelerò il passo. «Il tuo  entusiasmo  andrebbe  premiato  con  incarichi  più  importanti  di…  di  questo»  rincarò  l’olandese.  Il ragazzo  si  fermò in prossimità di una portafinestra che dava sul giardino. Guardava fuori, seguendo i percorsi dei vialetti  di   ghiaia  delimitati   da  aiuole   ingiallite.   La   luce  della   sera   appassiva   in   fretta  tra  i  pochi   fiori   scampati  alla  stagione umida. Più tardi, nella notte, mentre Deruyter si stava slacciando gli scarponi, seduto sulla branda nella piccola stanza  che divideva con Shanfeng, il cinese era uscito per parlare con Mao. Lo aveva trovato immobile nella camera che gli era stata assegnata,  illuminata dal fioco  chiarore  di un’unica  candela. La sua voce profonda era risuonata nell’ambiente. «Abbiamo adottato lo statuto, oggi, ed è stato un primo passo importante, ma ci sono opinioni divergenti su  come interpretare la situazione politica.» «Cosa dicono quelli del Comintern?» La voce di Shanfeng invece era sottile, prudente. Ma impaziente. «Le loro analisi sono interessate, non ci si può fidare fino in fondo. Sanno bene che il Partito comunista cinese  al   momento   non   ha   alcun   seguito,   e   non   sono   disposti   a   rischiare   la   loro   stabilità   interna   per   aiutarci.  Preferiscono  sostenere  anche  il Kuomintang,  che  conta  su  una   partecipazione  molto  più  vasta  e  ha  migliori  rapporti con i giapponesi e le forze coloniali.» «La rovina della nostra patria!»
«Forze politiche, Shanfeng, comunque forze politiche di cui tutti tengono conto. Anche alcuni di noi, Ch’en  Kung­po per esempio, sono propensi a mantenere buoni rapporti con il KMT.» «Quel Ch’en non mi ispira fiducia.» «Fa la sua parte, è il delegato di Canton, e a Canton ha sede il governo parallelo di Sun Yat­sen, che a sua volta  sta a capo del Kuomintang.» Shanfeng  sembrava  turbato   e  confuso  da  quell’approccio  speculativo:  non  si  era mai  misurato  con  il lato  tattico della politica, che gli appariva spregevole. Mao continuò: «Prevedo che andremo incontro a una soluzione di compromesso; finiremo per collaborare col  KMT , sperando di mantenere forte la nostra identità». «Ma fanno solo gli interessi dei borghesi! Lo abbiamo sempre detto, vogliono la Cina solo per il loro egoistico  desiderio di potere…» «So meglio di te cosa sono, ma dobbiamo combattere con quello che abbiamo, Shanfeng.» «E se avessimo di più di questo?» «A cosa ti riferisci?» «Domani ti porterò una cosa.» Al suo rientro nella stanza, trovò Deruyter già a letto, rivolto verso il muro. Gli parlò d’impulso. «Ho bisogno di un favore.» «Sono qui.» L’olandese aveva risposto senza nemmeno voltarsi. «Domani uscirò di notte e mi serve qualcuno che mi aspetti sveglio per farmi rientrare: qui tutte le porte sono  chiuse dall’interno.» «Perché non vai adesso?» «È quasi l’alba, è una cosa che non posso fare di giorno.» «Conta su di me.» Shanfeng non poteva vederlo, ma Deruyter stava sorridendo. A Shanfeng  sembrava chiarissimo:  questo  era il momento  di fare  davvero  la sua  parte. Un chicco  di riso  al  servizio della Rivoluzione, il suo chicco. Il Partito comunista aveva bisogno di seguito, della forza dei numeri, e  doveva  ottenerli  in  fretta.  Il  destino   aveva  messo  Mao  sulla   strada   di  Shanfeng  e   quest’ultimo  su  quella  di  Hofstadter. Il destino, senza dubbio, avrebbe messo le scoperte del professore al servizio della causa del partito. Secondo quanto Hofstadter gli aveva rivelato nel corso degli anni, il fulcro delle sue scoperte risiedeva in una  forza misteriosa che permetteva di controllare la volontà degli esseri umani. Chiunque fosse stato esposto, con  precise procedure, alle sostanze che Hofstadter studiava, sarebbe diventato creta molle e plasmabile nelle mani  di chi dominava quelle stesse procedure: un esercito di seguaci obbedienti fino alle estreme conseguenze. Tutti gli ultimi risultati delle ricerche di Hofstadter erano contenuti nei suoi appunti. I vasi recuperati dal  mare erano andati perduti, forse per sempre, ma a quanto gli aveva confidato il professore quelle sostanze non  erano poi così rare; difficile era ottenerne la corretta combinazione, e per questo c’erano gli appunti. Doveva  recuperarli e discuterne con Mao. Ecco il suo compito. Ecco il suo chicco. Nel corso del secondo giorno del Congresso parlò pochissimo, assorto, sensibile all’enorme responsabilità che  sentiva su di sé: il futuro della Cina nelle sue mani. I lavori erano proseguiti con l’elezione del Comitato centrale,  ma  quanto  lontani  e  piccoli  gli  sembravano  ormai  gli sforzi  di  quegli  uomini,  che  fino  a poco  prima  aveva  ritenuto grandi. Quanto meschini! Si arrabattavano nella ricerca di compromessi su compromessi, perdendo di  vista il vero obiettivo. Lui avrebbe rimediato a questa impasse. Ormai   pensava   agli   appunti   di   Hofstadter   idealizzandoli,   senza   riflettere   sul   fatto   che   quelle   note  richiedevano   un’interpretazione   corretta   e   un   ulteriore   approfondimento   prima   dell’attuazione   pratica.   Ci  sarebbe   voluto   ancora   molto   in   termini   di   tempo   e   di   sperimentazione,   ma   nessuno   di   questi   particolari  sembrava importante alla mente di Shanfeng: gli appunti erano la soluzione, la panacea. All’una   di   notte   i   lavori   non   erano   ancora   stati   sospesi.   Seduto   in   anticamera   con   Deruyter,   Shanfeng   si  massaggiò  le gambe e incrociò  lo sguardo  con l’olandese, ricavandone  un cenno  d’intesa. Non era il caso  di  aspettare oltre. Si avviarono entrambi verso la portafinestra che dava sul giardino buio, l’aprirono piano e ne  uscirono. «Tornerò presto.» L’olandese non rispose nulla, ma rimase a guardarlo: un’ombra che si allontanava fra le  siepi.
Affacciatosi sulla strada, Shanfeng scrutò a destra e a sinistra, per poi incamminarsi verso sud lungo il muro  di cinta della scuola. La strada era immersa nell’oscurità, fatta eccezione per le chiazze di luce dei pochi lampioni  a gas, ormai in via di esaurimento. Fu proprio grazie a una di queste che si avvide di un movimento sospetto,  alla   sua   sinistra.   Voltandosi   individuò   un’interruzione   nella   compattezza   dell’opaco   tessuto   della   notte:  qualcuno si muoveva nei pressi del cancello secondario della scuola. Continuò a camminare senza modificare il proprio percorso, fino a che non si trovò al riparo dell’edificio di  fronte, poi piegò in un vicolo e prese a correre per compiere una manovra di aggiramento e spuntare dal lato  opposto. In pochi secondi si trovò di nuovo accanto al muro perimetrale della Po­ai; svoltò l’angolo con decisione e  afferrò l’ombra per un braccio. L’uomo soffocò a stento un grido di sorpresa e di paura. «Che ci fai qui?» intimò Shanfeng, duro. Il volto pallido e sudato che aveva davanti non ricordava di averlo  mai   visto.   L’individuo   indossava   un   abito   lungo   di   colore   scuro   e   taglio   tradizionale,   nessun   segno   che   ne  tradisse la provenienza. «Cerco… cerco Wang, il presidente dell’Unione delle organizzazioni sociali.» «E ti sembra l’ora di venirlo a cercare?» «Ho un messaggio importante.» L’uomo diede uno sguardo fugace sopra la propria spalla, come attendendosi  l’arrivo   di   qualcuno.   Shanfeng   intuì   di   essere   in   pericolo;   la   situazione   si   poteva   ribaltare   da   un   momento  all’altro e lui sarebbe passato dal ruolo di cacciatore a quello di preda. Rispose in fretta: «Qui non c’è nessun Wang, e l’Unione delle organizzazioni sociali è a tre isolati da qui, in  quella direzione». Allentò la stretta sul braccio dell’uomo, che sorrise divincolandosi. «Grazie per l’informazione.» A Shanfeng sembrò che avesse calcato il tono in modo ironico sull’ultima parola.  Non   c’era   più   tempo   di   allontanarsi,   doveva   avvertire   gli   altri.   Rientrò   correndo   nel   giardino   della   scuola.  Deruyter non si era ancora mosso. «Già di ritorno?» «Problemi seri. Credo. Devo parlare con i delegati.» Pochi   secondi   dopo,   Shanfeng   si   trovava   al   centro   dell’attenzione   nella   sala   riunioni   a   raccontare   il   suo  incontro. Fu fedele ai fatti quasi del tutto; mentì solo quando disse di aver scorto l’uomo dalla finestra. Mao si  fece pensieroso. «L’Unione delle organizzazioni sociali non ha alcun presidente» osservò. «Io conosco quasi tutti i suoi membri» gli fece eco Ch’en Kung­po, «ma non mi ricordo di nessun Wang.» Si decise per l’evacuazione immediata della scuola, i lavori sarebbero proseguiti a casa di uno dei delegati di  Shanghai. In pochi minuti quasi tutti si allontanarono. Mao andò via subito, recando con sé i documenti più  delicati, mentre Shanfeng rimase ad attendere gli ultimi per guidarli nel dedalo di vie della città e portarli in  salvo. Deruyter era con lui. Poco dopo, però, le porte esplosero all’unisono in un boato di schegge sotto i colpi di mazza della polizia. In  meno   di   un   minuto,   nove   uomini,   fra   spie   e   poliziotti,   avevano   preso   il   controllo   dell’edificio   semivuoto,  immobilizzato i presenti e stavano perquisendo da cima a fondo ogni locale. Lo strano individuo che Shanfeng  aveva interrogato conduceva le operazioni con fare deciso e pochissime parole. Degnò appena di uno sguardo il  ragazzo, mentre due dei suoi uomini lo trascinavano fuori di peso. La stazione  di polizia era situata in un palazzo  anonimo  e privo di insegne, appena fuori dalla Concessione  francese.   Shanfeng   venne   lasciato   da   solo   in   una   piccola   stanza   spoglia,   in   attesa   che   uno   dei   funzionari  concludesse gli interrogatori dei delegati e si dedicasse a lui. Non sapeva bene cosa aspettarsi, ma non credeva che il fermo sarebbe durato a lungo. Difficile che i poliziotti  avessero trovato qualcosa di davvero compromettente, a parte un po’ di letteratura marxista legale. Si sentiva in  trappola   però,   stava   perdendo   tempo,   e   per   quanto   si   sforzasse   non   riusciva   a   distogliere   il   pensiero   dagli  appunti di Hofstadter: doveva prenderli e consegnarli a Mao. Assorto nei suoi pensieri, quasi non si avvide che nella stanza era comparso un ispettore. E non uno qualsiasi,  ma una sua vecchia conoscenza. «Guarda un po’ chi si rivede!» La voce suonava soddisfatta e a proprio agio. Shanfeng si riscosse subito e assunse la solita beffarda espressione di sfida che usava con i tutori dell’ordine  cittadino. «Bentrovato, Faccia di porco. Hanno arrestato anche te, alla fine!»
Lo schiaffo gli arrivò velocissimo, dritto sull’orecchio, facendogli perdere l’equilibrio, mentre un ronzio vibrò  doloroso sul timpano. «No, bello mio, quello in arresto sei tu. E sei proprio dove ti volevo. La pazienza è una virtù che paga, alla  fine. Lo imparerai con la vecchiaia, se mai dovessi arrivarci.» Così dicendo, lo colpì ancora una volta alla testa. «Si   vede   che   sei   vecchio,   Faccia   di   porco,   i   tuoi   colpi   sono   fiacchi.   Vorresti   fare   paura   e   fai   solo   pena.  Scommetto che i tuoi superiori non sanno nemmeno che sei qui, per questo mi colpisci sulla testa: non vuoi  lasciarmi  segni.» Sorrise  ancora  una volta, tossendo.  Il pugno  del poliziotto  stavolta lo colse  in pieno  volto,  spaccandogli un labbro. «Io ti colpisco dove mi pare, idiota!  Faresti bene  a mostrare  un po’ di rispetto, perché  adesso  sono io che  decido  quanto  dolore  dovrai sopportare.» Gli si avventò  contro, lo tirò su e ricominciò  a colpirlo  sulle  reni.  Shanfeng reagì d’istinto, non appena sentì il corpo dell’uomo alla sua portata. Gli prese le orecchie e tirò forte  verso di sé, rompendogli il naso con una testata. Faccia di porco urlò di dolore, la testa fra le mani, ma l’odio lo fece riprendere quasi subito e lo rimise in piedi.  Un calcio, due, tre allo stomaco di Shanfeng, e poi un’altra sequenza alle costole. Il poliziotto non ci vedeva più  dalla rabbia. «Sai cosa farò adesso, piccola nullità? Prenderò un paio dei miei ragazzi e andrò a far visita a tua madre al  cimitero.»   Shanfeng   si   irrigidì,   il   dolore   ormai   lontano,   come   ogni   altra   sensazione   fisica.   «Sì,   andremo   a  scoperchiare quella tomba cenciosa, faremo a pezzi quel che ci resta dentro e ci pisceremo sopra. Giuro sul mio  onore che ci vado…» Non gli fece nemmeno finire la frase. Con un colpo al ginocchio lo atterrò, rotolandogli addosso con tutto il  peso. Gli raggiunse la testa con mani fameliche e la sbatté più volte per terra tenendola per i capelli, fino a che   l’avversario non perse conoscenza. Poi uno strattone secco e uno schiocco sinistro. La storia di Faccia di porco  era   finita.   Con   l’osso   del   collo   rotto   in   una   buia   stazione   di   polizia.   E   Shanfeng   aveva   un   nuovo,   grosso  problema.
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Shanghai, luglio 1921
«Devi fare qualcosa per il ragazzo.» Deruyter scelse un approccio diretto. Yu­Hua lo fissò per un lungo istante, da dietro la scrivania della direzione della Farfalla di Giada, come se non  avesse nemmeno sentito. Poi rispose con il consueto distacco: «L’ho già fatto. Non verrà giustiziato come sarebbe  stato ovvio; diventerà saggio in galera». «Tutti gli altri sono stati rilasciati subito. Neanche trattenuti per la notte.» «Il destino di Shanfeng è solitario; lo è sempre stato.» «Non possiamo lasciarlo…» «Ha ucciso un agente di polizia. In una stazione di polizia. Imparerà col tempo a controllare i propri istinti.  Cinque   o   sei   anni,   non   oltre,   ho   parlato   con   il   giudice   responsabile   del   caso.   L’agente   era   il   nipote   del  vicepresidente della Camera di commercio. Il nipote sciocco, per fortuna, ma non era possibile fare di più senza  inimicarsi la categoria. Cosa che non ho intenzione di fare. Ti esorto a non organizzare evasioni o altri simili  passatempi.» Il cinese si alzò, avvicinandosi alla finestra, lo sguardo perso nella notte. Il colloquio era finito. Deruyter rimase per un attimo a fissare la sua schiena. Le mani calme congiunte dietro, all’altezza dei lombi,  da cui sembrava nascere la pianticella minuta e dritta della spina dorsale. Piccolo uomo, grande volontà. Con la mano  ancora sulla maniglia della porta, l’olandese  sorrise  amaro  al pensiero  delle  parole  di Yu:  Il destino di Shanfeng è solitario. Come quello di chi lo accompagna, pensò ancora. E subito una sensazione di  ghiaccio lo attraversò: il destino lo aveva portato a un passo dalla meta, per poi ricacciarlo indietro. Si prendeva  gioco di lui, si opponeva con crudele, infinita precisione alla sua pazienza. «Hans?» Yu­Hua parlò ancora e l’olandese ristette sulla soglia. «Un’ultima cosa. Non dirmi mai ciò che devo o  non devo fare.» Appena fuori dalla porta, Deruyter incrociò un ragazzo magro e curvo che si allontanava. Dove lo aveva già  visto?   Quasi   subito   ricordò:   era   Wei,   il   palombaro   che   aveva   recuperato   i   vasi.   In   premio   alla   sua   audacia  subacquea gli era stato assegnato un lavoretto di tutto riposo al club. Strana la vita a volte, pensò allontanandosi. La prima luce  del mattino dissolse piano  le ombre  e i lamenti della notte. E anche  l’odore, almeno in parte.  L’odore lo aveva colpito appena entrato. Ce lo avevano portato nelle primissime ore del mattino, al numero 47 di  Changyang Road. Distretto di Tilanqiao. Prigione di Tilanqiao. E subito quell’odore. Lo aveva avvolto e soffocato  come un serpente, oppresso durante il sonno come un  peso sul petto. Corpi non lavati, deiezioni, respiri, l’odore  della paura e quello della follia. L’odore di venticinque persone chiuse in una stanza che non dovrebbe contenerne  più di sei. Una stanza senza memoria e senza colore, una feritoia a tre metri d’altezza e un buco in un angolo per  liberarsi l’intestino. Se avevi la fortuna di essere assegnato ai lavori forzati, ti ammalavi solo nel corpo. Forse. I primi giorni Shanfeng aveva cercato di capire chi fosse il capo della stanza. C’è sempre un capo. Ma non ci  era riuscito; tutti quegli uomini sembravano avere spezzata la volontà, oltre alla capacità di raziocinio. C’era  quello che distribuiva le razioni di cibo e acqua, mentre un altro gli aveva indicato dove mettersi a dormire e un  altro ancora osservava in silenzio e sembrava avere un rapporto privilegiato con le guardie. Uno mangiava le  zecche; le teneva con due  dita davanti agli occhi dopo  averle afferrate, poi  sorrideva e se le gettava in bocca.  Almeno aveva individuato lo stupido: c’è sempre uno stupido in un gruppo. «Fratello! Che hai fatto per finire qui?» Lo stupido era stato il primo a rivolgergli la parola. «Io ho ucciso l’uomo di  mia madre. Mi ha denunciato lei!» Lo stupido aveva riso. Ascoltavano anche gli altri. «Motivi politici»  aveva  bofonchiato  Shanfeng.  Non  gli andava  di  spiegare.  Lo  stupido  aveva  annuito  con  profondità, quasi assorto. «Allora ti presenteremo Kuo. Anche lui è qui per quello. Magari vi conoscete già.» Ma Kuo non era detenuto  nella loro cella, dunque Shanfeng avrebbe dovuto aspettare. Qualche giorno dopo, durante la passeggiata settimanale – una specie di ginnastica che i due terzi dei detenuti  facevano, mentre l’ultimo terzo rimaneva dentro a pulire le celle –, venne presentato a Kuo. Un uomo appena  più vecchio di Shanfeng, con gli occhiali e l’aria dignitosa. Gong­bo, lo sciocco che li aveva presentati, si era  allontanato e i due avevano cominciato a parlare con una certa timidezza dell’equilibrio instabile fra il governo  di Pechino e quello di Canton. Non che Shanfeng ne sapesse molto, ma non voleva sfigurare con Kuo, che da  parte sua non sembrava sbilanciarsi più di tanto.  Entrambi pensiamo che potremmo essere di fronte a una spia, si disse Shanfeng, e decise di lanciargli un’esca.
«Compagno, dimmi, hai saputo della nuova linea decisa al Congresso?» Kuo, a queste parole, apparve un po’  confuso e l’altro lo incalzò. «Hai capito di cosa parlo, no? Il Congresso del partito…» Anche se fosse stato una  spia, con queste parole non gli avrebbe rivelato nulla che la polizia non sapesse già, ed era opportuno capire  subito con chi aveva a che fare. Ma Kuo scosse la testa. «Ehm… Immagino ti abbiano informato male.» Shanfeng aggrottò le sopracciglia in  modo interrogativo. «Qui alcuni mi credono prigioniero per motivi politici, come immagino  sia tu ma…» l’uomo  parve ancor più incerto e si grattò la fronte. «In realtà io facevo l’aiuto tipografo. Mi hanno condannato perché  ho picchiato a morte un commerciante ricco, è vero. Non perché fosse un commerciante, però. Insomma… l’ho  trovato con mia moglie. E poi il fatto che so leggere, che porto gli occhiali, ha fatto il resto. Lo lascio credere  perché non c’è molto da fare qui, e la cosa suscita un certo rispetto. Mi spiace se hai pensato…» Shanfeng alzò una mano e sorrise. Sarà un lungo tempo, qui dentro.
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Rosario – Nanawa, Paraguay, maggio 1948
«E ora?» Felipa doveva aver guidato tutta la notte. Il furgone era lento e pesante, con a bordo alcune taniche di benzina.  Otaru aveva dormito raggomitolato, sul sedile del passeggero. Al suono della voce della ragazza si era destato,  intirizzito e molestato dal mal di schiena. Stirò il collo, piegandolo diverse volte prima di incontrare lo sguardo  della creola. «E ora?» Non rispose. Felipa appoggiò la fronte sul volante. Scosse il capo, strofinando il setto nasale sullo sterzo. Hiro osservò il paesaggio  sconosciuto fuori dal finestrino. «Dove siamo?» Allungò timido una mano verso la spalla di Felipa. Un tocco quasi  impercettibile. Lei alzò la testa. «Siamo   vicini   a   Rosario.   Non   sapevo   dove   andare.   Ho   guidato   tutto   il   tempo,   seguendo   alcune   strade  secondarie.» Otaru guardò la valigetta ai suoi piedi. «Direi che stasera potremmo fermarci qui, in qualche albergo. Forse mi  stanno   cercando,   ma   non   possiamo   proseguire   in   queste   condizioni.   Dobbiamo   riposare.   Tu   se   vuoi   puoi  andartene. Io in qualche modo cercherò di raggiungere Nanawa. Fillmore saprà cosa fare.» La creola si passò una mano tra i capelli. «Cosa volevano? Chi erano?» «Non lo so, ma so per certo che cercavano questa.» Con la punta della scarpa diede due colpi alla valigetta.  «Sarai più al sicuro lasciandomi solo.» «E dove? Casa Hofstadter era la mia casa, non ho altro posto dove andare. E poi cercano un uomo, non un  coppia. Sempre che arrivino fino a Rosario.» Hiro stava per replicare, lei lo interruppe: «È solo per stanotte,  domani saremo in viaggio verso il Chaco. Mi auguro che Fillmore abbia notizie di Dietrich». «Lo conosci? Voglio dire, conosci Arthur Fillmore?» «È venuto diverse volte a Nueva Germania, lui e Dietrich sono molto amici.» Il giapponese, infilando una mano nella giacca per prendere le sigarette, sfiorò qualcosa. Perplesso, estrasse la  carta e si mise a rigirarla tra le mani. Il volto di Felipa si fece terreo. Una morsa le strinse la bocca dello stomaco.  Poi un forte conato l’assalì e la fece tossire. L’Imperatore è caduto: scendete, lacrime. Il giorno dopo Felipa si guardava allo specchio, trasfigurata dall’opacità del vapore. Aveva dormito poco e  male, tormentata da un alternarsi di sogni oscuri e veglie agitate. Quando Hiro si era svegliato sul divano, lei era  già in piedi. Silenziosa. Avevano preso  una stanza in un albergo dignitoso, dando  nomi falsi e mancia cospicua. Il portiere aveva  lanciato   un’occhiata   ammiccante   e   volgare   al   giapponese,   dopo   aver   squadrato   la   creola.   Lei   non   lo   aveva  degnato di uno sguardo. Otaru la vide passare una mano sulla superficie appannata e lavarsi il viso per l’ennesima volta, come per  sciacquare via il dolore. Ovillo giocava con la sua ombra sulla parete. Otaru, con la giacca sgualcita, uscì. Tornò poco dopo con due tazze di caffè nero. «Su, prendine un goccio, ti  farà bene… Dobbiamo partire al più presto, ho chiesto al portiere se c’è un mezzo diretto verso il Chaco occidentale.  Ha detto che ogni tre giorni parte dalla piazza una corriera per tagliatori di  quebracho  e  campesinos. La  prima è tra qualche ora. Ma se non te la senti…» Felipa rispose decisa. «Prendiamola. Non possiamo stare qui altri tre giorni.» Stilla dopo stilla. La cittadina era indaffarata, l’attività frenetica nella zona della Borsa li avvolse, facendoli sparire come granelli  di sabbia sulla spiaggia. La corriera gialla e azzurra sostava tra i passeggeri pronti all’imbarco. Donne, uomini,  bambini, cani e qualche gallina. Il conducente vendeva i biglietti appoggiato alla portiera del bus. Felipa fermò Otaru prima di uscire dal vicolo che portava alla piazza: «Vado io, lei darebbe nell’occhio». Il  giapponese abbassò lo sguardo sulla riga dei pantaloni e sul doppiopetto stropicciato, annuendo. «Attenderemo  qui che siano saliti tutti. Dico all’autista di aspettarci qualche secondo prima di partire.» Hiro la osservò attraversare lo slargo, seguendone le mosse delicate. Senza di lei non ce l’avrebbe mai fatta.  Cadavere sul fondo di una galleria oscura, l’incubo nell’incubo che aveva rievocato inesorabile il passato.
Era stata una giornata di caldo insolito. Dopo una battuta di pesca, gli adulti tornati al villaggio stanchi e segnati dal sole si erano messi a riparare le reti. Nihei Otaru era quello che abitava più vicino alla spiaggia. Mentre la moglie preparava la cena, il piccolo Hiro stava sotto il portico a giocare con un samurai di legno costruito dal padre. Ogni tanto alzava lo sguardo verso le sagome nere dei pescatori, tremolanti nel sole e nell’azzurro del Pacifico. A un tratto tutto si fermò, le foglie degli alberi smisero di ondeggiare al vento e i gabbiani di battere le ali. Tra i piedi di Nihei, un’ondata di granchi frenetici si riversò in mare. Nel secchio accanto al ginocchio si formò, sul filo dell’acqua, un cerchio. Poi un altro, un altro, e un altro ancora. La prima scossa fece increspare la sabbia. Nihei corse verso la baracca. Le ultime cose che vide furono lo sguardo terrorizzato della moglie divorato dalle pietre e dal legno, e il corpo del figlio coperto dal suo. L’uomo fece da scudo al piccolo Hiro. Le vertebre si spezzarono, le braccia si piegarono al contrario. Venti ore dopo, alcuni pescatori aiutati dai soldati imperiali scavando tra le macerie trovarono il piccolo Hiro con il samurai stretto tra le mani. Lo sguardo vuoto di Nihei ancora fisso nel suo. Otaru si ridestò dall’abisso della memoria e si mise a ripensare all’accaduto, senza comprendere la reazione di  Felipa alla vista della carta. Cosa le assicurava che Dietrich fosse morto? Quando aveva tirato fuori dalla tasca  l’Imperatore, gli era sembrato di vederla appassire. Qualcosa in lei doveva essersi rotto in modo irreparabile. Sperava che, una volta arrivati a casa di Arthur Fillmore, si potessero mettere in contatto con il laboratorio, per  capire cosa fosse successo. In qualche modo però sapeva trattarsi di una speranza vana. Qualcosa nella rabbia e  nella tristezza degli occhi della creola glielo faceva credere con fermezza, come si crede al sole che sorge ogni  giorno. Strinse la maniglia della valigetta. La ragazza tornò con i biglietti. «Tra un quarto d’ora si parte.» In un turbinio di piume, le stie furono ammassate in coda al torpedone. Otaru e Felipa presero posto vicino ad  alcuni   uomini   che   giocavano   a   carte.   Dietro   di   loro   una   donna   guaraní   allattava   e   un   cane   spelacchiato  sonnecchiava   ai   suoi   piedi.   L’odore   di   sudore   e   di   animali   era   reso   ancor   più   insopportabile   da   quello   del  gasolio, che  dalla marmitta si insinuava negli spiragli della lamiera. Tra nubi di polvere, osservarono il sole  inabissarsi  oltre  le  montagne.  Con  l’oscurità  scese  tra i viaggiatori  il  silenzio,  interrotto  solo  dal  rollio  della  corriera. Un brivido freddo corse lungo la pelle di Otaru, la creola accanto a lui si era addormentata con la testa  appoggiata al finestrino, inquieta. Si sfilò la giacca, le coprì le spalle e il petto. L’autista fermò  il bus, alcuni  scesero e risalirono in fretta intorpiditi dal freddo. In breve tempo tutti sprofondarono nel sonno. Il cielo era nero  come la pece e Hiro non si era mai sentito così stanco. Quando riaprì gli occhi, si ritrovò coperto dalla sua giacca. La corriera era in moto. Accanto a sé, il sedile  vuoto. I suoi occhi corsero subito sotto il sedile anteriore, alla ricerca della valigetta. Felipa comparve con un  tazza fumante, facendosi largo nel corridoio. «Buongiorno. Le ho portato del caffè… per ricambiare il favore di  ieri.» Accennò un sorriso. «L’autista ha un termos pieno e non me ne ha rifiutate due tazze. Dovremmo arrivare  entro stasera.» Bevvero in silenzio. Poi Felipa riprese a parlare. «Ho visto il destino e non ho potuto fare nulla. E ora Dietrich   è morto.» Un singhiozzo soffocato le impedì di continuare. Otaru evitò di guardarla. Fece un colpo di tosse e  bevve l’ultimo sorso di caffè.  Una volta a Nanawa, raggiunsero la casa di Arthur. José li fece accomodare nella sala delle spade. «El señor Fillmore vi raggiungerà subito.» Felipa si avvicinò curiosa a una scimitarra russa dall’elsa istoriata. «Felipa! Mister Otaru!» Arthur, in vestaglia, entrò a braccia aperte nella stanza. «Jarvis, appresta le stanze per i  miei ospiti e fa’ preparare qualcosa da mangiare.» Il maggiordomo fece un cenno distratto e girando sui tacchi  scomparve nel corridoio. «Avreste potuto avvertirmi, avrei mandato qualcuno a prendervi. Ho provato a contattare Nueva Germania,  ma…» Felipa ebbe un sussulto: «Dietrich?». Otaru strinse la valigia. Arthur diede loro le spalle, andò verso il caminetto, prese la scatola dei fiammiferi e  accese l’esca. «Nessuna notizia dal Mato Grosso. Sono giorni che provo a contattare Hofstadter, ma niente.»
La creola strinse i denti e si appoggiò con le spalle alla parete. «La Torre: la rovina.» Fillmore, ancora alle prese con il fuoco, la guardò incuriosito. «Come?» Un tarlo si insinuò tra i pensieri di Hiro, poi sempre più rapida la mente si mise a correre come un fiume in  piena in prossimità di una cascata. Le pupille scivolarono tra le ombre della stanza; qualcosa gli era sfuggito, un  particolare. La chiave per accedere ai ricordi. Osservò Fillmore attizzare il fuoco e le sue parole gli risuonarono  in testa. Vide Felipa posare la sacca a terra e vicino a lei la rastrelliera con le spade. La scimitarra russa. La Russia. Gehlen. Il generale amico della famiglia Hofstadter che lavorava per l’Office of Strategic Services americano,  durante   la   guerra.   Gehlen,   che   aveva   incontrato   a   Mosca.   Frenetico,   lo   sguardo   si   posò   tutt’intorno,  intrecciandosi con la memoria. I disegni del tappeto di lana, la lampada dal paralume in pelle, i giochi d’ombra e  luce. Tutto si ricompose con chiarezza. Il ricordo del gerarca tedesco che gli propone di lavorare per loro, e nella  stessa  stanza  uomini  dell’OSS  che  chiacchierano  con  altre  persone. Tra loro una  sagoma  familiare, defilata  in  disparte. George Ponticelli. Le parole di Arthur che risuonano e risuonano: “Nessuna notizia dal Mato Grosso… dal Mato Grosso… Mato  Grosso”.  Hofstadter  non  aveva mai  detto  dove  si trovasse  il laboratorio. Gli uomini di Fillmore  e  Ponticelli  scortavano il carico sempre e solo fino a una settantina di miglia a nord di Puerto Suárez, dove Hermann andava  a prenderlo in consegna con una squadra dello Sturmbahnführer. Come poteva sapere? Come? L’inglese si rivolse a Felipa con tono paterno «La rovina? Per Giove, ragazza mia, non disperare. Non è detto  che Dietrich…» «La smetta, Fillmore.» La voce di Hiro giunse severa e tagliente. «Siamo finiti nella tana del lupo.» Arthur si arricciò i baffi: «Di cosa parla, Mister Otaru?». Il giapponese si avvicinò alla creola accanto alla rastrelliera. «Per chi lavora?» L’espressione di Felipa s’indurì. «Come diceva sempre mio nonno Milos, un gioco è bello finché dura poco. E sia. Non starò qui a raccontarvi  la storia dell’orso. Lavoro per la CIA. Ho sempre lavorato per loro, da quando sono arrivato qui in Sudamerica per  la guerra del Chaco. Allora si chiamava ancora OSS.» Il profilo aguzzo di Arthur si stagliava tra il riverbero delle  fiamme. «È finita, Mister Otaru. Il campione di Al­Hàrith, anche se incompleto, è già negli Stati Uniti. Gli studiosi della  Armed Forces Security Agency hanno già attivato gli elaboratori elettronici. Non impiegheranno molto a trovare  la combinazione giusta, partendo dai risultati da lei ottenuti in questi quattro anni. Mi consegni i diari di Einrich  Hofstadter e chiudiamo la faccenda.» La ragazza fece un passo avanti. Fillmore tirò fuori una piccola rivoltella dal manico in osso, facendole segno  di   fermarsi.   «Mi   dispiace,   Felipa,   ero   davvero   amico   di   Dietrich.   Ma   prima   viene   il   dovere.»   Accompagnò  l’ultima parola strofinando tra loro indice e pollice. L’orientale sollevò la valigetta, osservando le rughe del cuoio disegnare miriadi di crepe. Un rivolo di sudore  gli corse lungo la nuca. Arthur si avvicinò; quando fu a meno di cinque passi un movimento repentino ai piedi di  Felipa lo distrasse. Un miagolio. Hiro ne approfittò per scaraventare la ventiquattrore contro l’inglese. Colpito in  pieno   petto,   Fillmore   inciampò   nel   tappeto   e   finì   a   terra,   la   pistola   scivolò   sotto   il   sofà.   Otaru   afferrò  l’uchigatana dalla rastrelliera e si scagliò goffo su Arthur, che lo respinse con un calcio al ventre poi si alzò di  scatto. «Cosa pensa di fare, Otaru­san? Io sono un soldato addestrato e lei non è certo un samurai.» Hiro stringeva l’arma davanti a sé, cercando di tenere lontano Fillmore. Sollevò la lama e fece per colpire. Il  fendente andò a vuoto. Arthur si era spostato, indietreggiando di poco. Il secondo colpo gli sfiorò il fianco. La  lama rimase incastrata nel bracciolo del divano. Il pugno fu violentissimo, Hiro sentì la bocca riempirsi di sangue. Gli occhiali volarono a terra. «Per Giove,  non era più semplice farsi sparare?» Il secondo pugno arrivò allo stomaco, Otaru sentì il fiato venire meno. Vide  l’ombra indistinta di Felipa, alle spalle di Arthur, chinata a terra fra tavolino e sofà. Il terzo pugno lo mise al  tappeto. Sputò un dente e sentì la mascella gonfiarsi, con l’occhio destro non vedeva nulla, ma con l’altro scorse  un movimento. Un sorriso insanguinato gli si disegnò in volto.
Lo sparo riverberò nella stanza. Uno spruzzo vermiglio investì il giapponese e sporcò le lame tirate a lucido,  alle sue spalle. Fillmore si accasciò a terra con un buco fumante nella nuca. Ovillo, saltato fuori dalla sacca della  ragazza,   si   leccava   la   zampa   assorto.   Felipa,   piedi   piantati   e   braccia   tremanti,   fece   cadere   la   pistola,   poi   si  avvicinò a Hiro. Otaru biascicò qualche parola: «Non ce la faremo mai, gli uomini di Fillmore avranno sentito lo sparo». Non   finì   la   frase.   La   porta   si   spalancò.   José,   stretto   nel   frac,   spostò   lo   sguardo   vitreo   dalla   ragazza,   al  giapponese, al corpo di Fillmore. Felipa lo guardò con rabbia. L’uomo raggiunse il centro della stanza. Riguardò  in sequenza i due e il cadavere sul tappeto. Fece qualche passo, raccolse gli occhiali di tartaruga e la valigia da  terra: «Non dimenticate di prendere i vostri oggetti personali prima di lasciarci, señores». Sferrò un calcio nel costato di Fillmore, prese il gatto in braccio e andò verso la porta. «Seguitemi. Vi farò  uscire dal retro.» Alcuni passi rimbombarono al piano di sotto. «¡Vamos!» Scivolarono lungo la scala di servizio, attraversarono l’ala della servitù fino al cortile. Il maggiordomo aprì  loro le porte, chiudendosele alle spalle. Nel frattempo, si accesero le luci della casa, vennero svegliati tutti e fu  ispezionata ogni stanza. Il boliviano li accompagnò fino a un recinto che dava su un campo coltivato a segale.  Felipa lo baciò sulla guancia e prese Ovillo dalle sue braccia. Hiro masticò parole sconnesse. Scomparvero nel buio. José   si   allentò  il   cravattino.   Rientrando  in   casa,   raggiunse   la  cucina.   La   cuoca   allarmata   cercava   di  dirgli  qualcosa, ma l’uomo la bloccò, posandole l’indice sulle labbra. Aperta la dispensa, prese una bottiglia del gin  migliore dalla riserva di Fillmore. Ne scolò un quarto tutto d’un fiato. Un paio di uomini armati entrarono, trafelati. «Jarvis, abbiamo trovato le porte chiuse. Sei l’unico con la chiave  oltre a noi. Dove sono?» «Me llamo José.»
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Shanghai, giugno 1922
Quando Deruyter vide Tu Yueh­sheng entrare nel locale e sfilare lungo il bancone del bar dove lui era seduto,  comprese subito che c’erano guai in arrivo. Sottile e inquietante come un’arma da taglio, era accompagnato da  due uomini robusti. Il maître della Farfalla di Giada lo accolse imbarazzato, e l’uomo si limitò a indicare un  tavolo senza dire una parola. «Spiacente, signore, è già prenotato.» «Saprà trovare un accomodamento» rispose l’uomo, avviandosi al posto che aveva scelto. Il maître intanto gli  saltellava   dietro   impotente,   balbettando   educate   rimostranze,   fino   a   che   il   cenno   di   assenso   di   Yu­Hua,  all’improvviso comparso in sala, non lo rassicurò. Tu Yueh­sheng era il nuovo capo della Ch’ing Pang, la società segreta del Cerchio Verde, che controllava gran  parte dei giri di droga, gioco d’azzardo e prostituzione nella periferia occidentale della città. La sua zona di  influenza era diversa da quella della Triade, capeggiata da Yu­Hua, e fino a quel momento aveva regnato un  rigido codice di rispetto fra le due organizzazioni, un codice antico che aveva assicurato fortuna e tranquillità  nella conduzione degli affari. Le società segrete non erano certo più quei sodalizi di uomini impavidi e generosi  di cui blateravano i vecchi, quando si lamentavano chiacchierando sugli sgabelli davanti alle case, nella frescura  della sera, ma non erano nemmeno luride accolite di grassatori da strada. Almeno non ancora. Esistevano codici  d’onore, codici che forse Tu Yueh­sheng trovava ormai inadeguati. Yu­Hua si avvicinò sorridendo, fasciato nel suo perfetto smoking bianco. Passando, prese una sedia da un  altro tavolo e l’avvicinò a quello del rivale. Si sedette senza aspettare invito. Deruyter, che aveva seguito il suo  capo, rimase in piedi dietro le sue spalle, osservando la scena a un metro di distanza. «Buonasera, Tu, a cosa debbo l’onore di questa visita?» Il tono era calmo, appena velato di una sorvegliata  ironia.   L’ospite   si   accarezzò   il   revers   del   completo   da   sera   in   seta   lavorata   a   sbalzo,   un   taglio   misto   fra  occidentale e cinese. «Volevo dare un’occhiata al tuo locale, me ne hanno parlato bene e chissà, potrei decidermi a comprarlo, uno  di questi giorni.» Yu­Hua annuì  sornione,  come  se  aspettasse  di essere  provocato,  e infilò  la mano  nella tasca interna  della  giacca. I due guardaspalle di Tu Yueh­sheng tesero allarmati i muscoli, mentre Yu tirava fuori un portasigari  d’argento. Accese un sigaro sottile e profumato. «Non   avevi   bisogno   di   portare   le   tue   scimmie   ammaestrate,   qui.   Sei   mio   ospite   e   dunque   sotto   la   mia  protezione.   Per   lo  spettacolo,   invece,  ho  numeri  assai  migliori.»  Yu­Hua   piegò   la  testa   verso   il   palco,  dove  un’affascinante   donna   bionda   cantava   una  torch song,   accompagnata   dall’orchestra.   La   sua   voce   era  amplificata dalla perfetta acustica del locale, le mani disegnavano figure eleganti ed evanescenti nell’aria. «Oh, immagino che questo sfoggio di belle maniere e di senso dell’onore dovrebbe impressionarmi, non è  così?»  Tu rise  sguaiato  e alzò  gli occhi verso  il soffitto  di vetro colorato, retto da un telaio  in ferro battuto.  Nell’intercapedine fra questo e il tetto erano incassate molte lampade a reostato che aumentavano o diminuivano  d’intensità a seconda dei momenti dello spettacolo. Un cielo di vetro multicolore in cui si alternavano il chiarore  di un mattino di primavera e il calore di un tramonto fiammeggiante. «Ti senti così superiore, vero?» continuò, alzando la voce. «Le spalle protette dalla tradizione, come dai tuoi  amici   occidentali…   Guarda   questo   posto!   Un   bordello   di   lusso   per   americani   dove   la   nostra   gente   non   è  ammessa, e vorresti dare lezioni di stile a me?» «Curioso.» La voce di Yu­Hua era imperturbabile nel tono e nell’intensità. «Mi accusi di vizi che sono i tuoi.  Non ho fatto io fortuna portando a spasso giapponesi sul risciò o smerciando oppio per conto degli inglesi.» L’altro rise ancora. «I ruoli cambiano e le alleanze si evolvono. Hai scelto male le tue, negli ultimi tempi. Tutta  Shanghai ride ancora per il tuo tentativo maldestro di entrare in politica appoggiando i comunisti, quattro cani  affamati senza storia né prospettive. Hai scelto i nazionalisti sbagliati, e pagherai l’errore.» Si alzò  di  colpo,   rovesciando  la sedia  all’indietro,  subito  imitato  dai  suoi   uomini.   Yu­Hua  rimase  seduto.  Deruyter impassibile sempre alle sue spalle. «Il   tuo   tempo   è   finito.»   Tu   Yueh­sheng   pronunciò   quest’ultima   frase   a   voce   chiara   mentre   usciva,   senza  nemmeno voltarsi.
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Shanghai, luglio 1922,  nei pressi della pagoda Longhua
Mi ha insultato a casa mia. Nessuno può insultarmi a casa mia. Le parole secche, prive di emozione e tonalità, e per questo ancor più incisive, che Yu­Hua aveva pronunciato  risuonavano   come   il   ritorno   di   un’eco   a   Hans   Deruyter,   mentre   camminava   nel   buio.   Accanto   all’olandese  procedeva anche Zhu­Lai, un altro dei luogotenenti di Yu. Il giallo antico delle pareti della pagoda Longhua e il profilo spiovente del suo tetto emergevano a tratti sotto  la luce della luna, quando questa non era velata di nuvole, fornendo un sicuro punto di riferimento all’avanzare  dei due. Un’altra coordinata sicura era data  dal fiume:  lo Huang­pu scorreva  lento,  sulla sinistra.  Il rumore  dell’acqua   si   confondeva   nel   mormorio   continuo   della   sera,   riflessi   incostanti   biancheggiavano   lungo   il   suo  corso, formando un sentiero di luce tremula. Il rendez­vous con gli altri era a pochi metri dalla pagoda, davanti  alla bottega di un venditore di incenso che spesso aveva offerto riparo e assistenza agli uomini e ai traffici di Yu­ Hua. Oggi sarebbe stato utile ancora una volta. Questa divagazione dal tema principale non ci voleva, stava pensando Deruyter, avvicinandosi alla bottega.  Era un momento cruciale per il destino della Società dell’Ariete. Per il suo. E proprio allora era comparso un  elemento di disturbo in grado di compromettere gli equilibri così faticosamente raggiunti. I quattro uomini erano già lì. Bivaccavano nei pressi del negozio, fingendosi ubriachi. Idioti: anche a un occhio  poco esperto era evidente che aspettavano qualcosa. O qualcuno. «Leviamoci da qui.» Al comando secco dell’olandese, i quattro si tirarono su, ridestandosi dal loro simulato torpore  alcolico. Con due di loro aveva già lavorato: anche se non riusciva a ricordarne i nomi, sapeva che erano veloci con il  coltello. Il primo sembrava un bambino e il secondo suo padre e così erano soprannominati: il “Padre” e il “Figlio”. Gli  altri erano manovalanza, forse al primo lavoro importante, ma li aveva scelti Zhu­Lai. E Zhu­Lai sapeva il fatto suo. Entrarono nel negozio senza nemmeno rivolgere la parola al proprietario, e si diressero subito sul retro. Un  locale angusto, protetto da una tendina di vimini intrecciati, rischiarato da quattro candele di sego. Sul tavolo, un  panno sporco di grasso; sul panno quattro revolver. Due Colt, una Smith & Wesson e un’Astra. Zhu distribuì le  armi ai quattro uomini. Uno   di   quelli   che   non   conosceva   si   rivolse   a   Deruyter.   «Niente   pistola   per   il   fratello   occidentale?»   Rise,  mostrando gli incisivi sporgenti. Macchie rosa scuro e spellature gli coprivano il collo e l’attaccatura dei capelli.  Un piccolo ebete mangiato dalla sifilide. «Il fratello occidentale non ha bisogno di una pistola, per fare quello che deve» rispose Hans. E proseguì: «E  neanche voi le userete, a meno di grossi, grossissimi problemi». Calcò l’accento sul secondo aggettivo. «Il volere  di Yu­Hua si compie in silenzio. Si compie inesorabile. La Triade non ha bisogno di fuochi d’artificio perché la  gente   sappia   che   esiste.   Non   siamo   un   drago   di   carta   alla   festa   di   primavera».   Detto   questo,   Deruyter   si  allontanò, lasciando a Zhu il compito di indottrinare gli uomini sui particolari dell’azione. Controllò la strada da  una finestra velata da una tenda verde e si dispose ad attendere: pochi passanti, come previsto. Un rinnovato senso di fastidio si impadronì di lui. Sempre più spesso, ormai, si sentiva intrappolato dentro  situazioni   improduttive   come   quella.   Atti   che   non   poteva   volgere   ai   suoi   fini,   ma   che   non   era   in   grado   di  rifiutarsi di compiere. Circa un’ora dopo, l’uomo comparve dal fondo della strada, affiancato dai suoi due custodi, proprio quelli di  poche sere prima alla Farfalla di Giada. Avevano avuto poco tempo per prepararsi, ma la soffiata era corretta. Tu  Yueh­sheng andava ogni sera, più o meno alla stessa ora, a pregare alla pagoda Longhua. Non che fosse un tipo  molto religioso, ma era diventata una specie di ossessione scaramantica, la sua, da quando aveva cominciato a  fare strada nelle gerarchie del Cerchio Verde. Ognuno ha le sue debolezze, ed è chiamato a pagare per quelle. I due   nuovi  stavano  in fondo  alla  strada,  di  copertura   in caso  qualcosa  fosse   andato  storto; Zhu  sarebbe  arrivato alle spalle dei tre, insieme al “Padre”, mentre Deruyter e il “Figlio” sarebbero venuti fuori dalla bottega.  Il “Figlio” avrebbe pensato all’uomo di destra, Deruyter a quello di sinistra e poi, insieme a Zhu­Lai, si sarebbe  dedicato al capo. Solo un piccolo, veloce affare di coltelli. Deruyter osservava i tre avvicinarsi con lentezza. Non sembrava avessero fretta. Quando arrivarono quasi a  metà della via, l’olandese vide la figura di Zhu comparire sullo sfondo. Doveva esserci anche il “Padre”, ma  dalla sua postazione di vedetta non riusciva a scorgerlo. Si misero in posizione dietro la porta, aperta di uno spiraglio, e attesero.
Hans riusciva sempre a imporsi calma assoluta, quando doveva usare il coltello; sapeva bene che le lame sono  armi passionali, accentuano l’emotività di un’azione che non c’è bisogno di esasperare ancor di più col proprio  nervosismo. Dopo anni di esperienza, anni in cui aveva imparato a dar sempre meno valore alla vita – la sua e  quella altrui –, la paura e la tensione  degli istanti prima di uno scontro si erano trasformate  in curiosità. La  tranquilla curiosità di uno spettatore esterno che vuol solo vedere come va a finire. Un atteggiamento utile, che  in quei frangenti gli regalava sempre un’oncia di lucidità in più rispetto agli avversari. E la lucidità, col coltello, è  tutto. L’olandese impugnava l’arma in modo saldo ma sciolto, il polso rilassato e la mano immobile lungo la coscia.  A intervalli regolari grattava con il taglio della lama la cucitura dei pantaloni, in modo da non abbandonare mai  l’immagine mentale che si era creata del coltello, l’ingombro dell’acciaio nello spazio, su cui avrebbe dovuto  misurare i propri affondo. Cominciava a sentire la voce di Tu avvicinarsi, il tono era leggero, divertito. Stava indirizzando una battuta ai  suoi uomini, che però non ridevano. Uomini davvero dignitosi, se non ridevano a comando agli scherzi del capo.  Alla vista delle ombre che si allungavano davanti all’uscio, sarebbero partiti. Prima il “Figlio” e poi lui; ancora  due o tre secondi al massimo. Gli tornò vivida l’immagine dell’uccellino che quella mattina si era posato sul  davanzale, non appena aperta la finestra: buon presagio, aveva pensato. E le ombre giunsero, traballanti nella scarsa illuminazione della via. Tu Yueh­sheng scherzava ancora, silenziosissimi  i suoi soldati. Il “Figlio” si gettò in strada verso l’uomo di destra, Deruyter lo seguì. Silenziosissimi… come in attesa. La testa del “Figlio”  esplose  in una  girandola oscena  di poltiglia rosa, mentre  la detonazione  dello  sparo  risuonava in ritardo nelle orecchie di Deruyter, che d’istinto fece in tempo a rotolare a terra, appena sotto il  secondo uomo. Poi scattò in avanti, e gli immerse la lama sotto le costole. La sentì scheggiarsi contro un osso,  mentre la sua vittima gli si abbandonava addosso. Ne sostenne il peso e usò il corpo da scudo per gli altri colpi  che sentiva esplodere… Arrivavano da dietro. Dove diavolo era Zhu? Estrasse un secondo stiletto e lo lanciò al  primo uomo, quello che il “Figlio” non aveva fatto in tempo a sfiorare. Lo prese alla gola, colpo fortunato, e  quello si accasciò gorgogliando. Si spostò di lato, sempre tenendo il morto davanti a sé, e guardò in fondo alla  strada. Finalmente vide Zhu­Lai. Che gli puntava addosso la pistola. Ecco spiegato il silenzio degli uomini di Tu Yueh­sheng: un’imboscata dentro un’imboscata. Zhu li aveva traditi,  passando con il Cerchio Verde, e adesso si avvicinava a passi piccoli e veloci, tenendo l’arma col braccio teso  davanti a sé. Si stava avvicinando per prendere bene la mira ed essere sicuro di non colpire ancora una volta il  morto, che Deruyter continuava a reggere davanti al proprio corpo. Dall’altra parte della strada rumore di passi  e voci in avvicinamento: gli altri due uomini di riserva stavano arrivando. Per un momento l’olandese sperò, ma  poi gli venne in mente che quegli uomini, mai visti prima, li aveva scelti Zhu. Ancora tre secondi e sarebbe   morto. Come un idiota. Respirò a fondo e inquadrò la situazione: il “Figlio” era a terra, così come due dei loro, Tu Yueh­sheng stava in  disparte, per non rischiare, lui non sarebbe stato un problema. Da sinistra arrivavano i due uomini di Zhu, e da  destra proprio quest’ultimo, che gli puntava una pistola addosso. Di sicuro aveva già ucciso anche il “Padre”,  quindi era inutile  sperare  in un aiuto: era solo.  Avrebbe  dovuto  lanciare  il coltello  anche  contro  Zhu, e poi  correre dal suo lato, ormai libero. Una mossa rischiosa perché, sbagliando, sarebbe rimasto disarmato. Non che  avesse molta scelta, comunque. Forzò la lama per tirarla fuori dal corpo che ancora gli faceva da scudo, ma  quella non venne via. Incastrata fra le costole. Zhu era ormai a meno di cinque metri, ancora due o tre passi e non avrebbe potuto sbagliare. Gli vedeva le  iridi spiritate. Forzò ancora una volta la lama: inutile. Poi avvertì una pressione fredda e dura all’altezza del  ventre, e sorrise. Com’è che dicevano i cinesi? Quando si apre la finestra, insieme all’aria fresca entrano anche le  mosche… Be’, era pure vero il contrario: insieme alle mosche c’era l’aria fresca. Zhu  si  fermò  quando   gli fu  vicino.  «Avresti   dovuto   portarti una   pistola,  Hans,  i coltelli  appartengono  al  passato, come Yu­Hua. Come te.»
«Forse hai ragione, ma questa volta sono stato fortunato.» L’olandese estrasse il revolver dalla cintura del  morto   e   sparò.   L’espressione  incredula  e   sofferente  di  Zhu­Lai  fu  una  piccola,  lunghissima   soddisfazione.   Poi  cominciò a correre. Dopo una ventina di metri scorse il corpo del “Padre” senza vita in un angolo. Rallentò per  un attimo, mentre le voci degli inseguitori si facevano più forti, poi una botta secca, come un pugno, lo fece  girare su se stesso e sbattere contro un muro. Si volse incredulo, ma quelli erano ancora lontani. Arrivò il dolore,  una fitta cupa alla spalla; vide il sangue allargarsi sulla blusa e capì: lo avevano colpito. Doveva togliersi dalla  strada. Sfondò una porta e si gettò nel retro, fino ad arrivare in un cortile, poi si fece risucchiare dai vicoli.
Shanghai, luglio 1922, prigione di Tilanqiao, 47 Changyang Road, distretto  di Tilanqiao
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Wei entrò nella cella timoroso. In tutti quegli anni da piccolo delinquente ai margini del grande business, in tutti  gli anni di gioco d’azzardo e scommesse e cattive frequentazioni, dentro non c’era mai stato. I suoi occhi corsero  febbrili alle povere cose della stanza, stracci e pagliericci, qualche sgabello rozzo. Era intimidito alla sola idea di  guardare in faccia i suoi compagni, ma sapeva bene di doverlo fare. Prima era e meglio era. Gettò una rapida scorsa, per non dar  l’impressione  di scrutare  nessuno, e valutò  d’istinto  le informazioni  raccolte. Era un giocatore e da giocatore si sarebbe comportato: pochi secondi per capire se devi difenderti o  aggredire chi ti sta davanti; quella prima sensazione grazie alla quale i buoni giocatori sanno già subito come si  alzeranno dal tavolo, o se si alzeranno. C’erano due energumeni con cui avrebbe dovuto fare amicizia, molto alti e molto grossi. Stavano uno vicino  all’altro, il che significava minor pericolosità: o erano amici, e dunque capaci di sentimento, o erano i soldati di  qualcuno, il che rivelava gerarchia, ordine, e dunque sicurezza per chi sa rispettare le regole. C’era un uomo dal  volto trasfigurato dalla malattia mentale, il buffone forse, magari il messaggero, quello che si sfrutta come linea  di confine fra ciò che  si può  dire e ciò  che tutti tacciono. Fino a quando  appunto  non lo rivela lo sciocco, il  prediletto dagli dèi, che svela misteri proibiti a ogni altro perché nessuno si sognerebbe di punirlo. C’era un altro paio di detenuti poco appariscenti. A un’indagine più profonda toccava stabilire se fossero da  temere o da ignorare; spesso il generale è meno appariscente dei suoi ufficiali, e sta sempre dietro di loro. Infine  c’era   uno   che   conosceva   già.   Shanfeng   stava   appoggiato   alla   parete   umida,   come   se   dovesse   sostenerla,   e  guardava nel vuoto. Non lo aveva ancora riconosciuto, o forse non si ricordava. «Ehi, fratello! Cos’hai fatto per finire qui dentro? Io ho ucciso l’amico di mia madre. Mi ha denunciato lei!» Lo  sciocco rise e rise anche Wei. «Ho giocato con chi non dovevo» rispose. Pochi  giorni  dopo  Wei  e  Shanfeng  parlavano  fitto  nel  cortile  e  camminavano,   respirando  a  fondo.  Non   era  ammissibile sprecare nemmeno un secondo di quei pochi momenti che venivano loro concessi all’aria aperta.  Dovevano far circolare il sangue nei tessuti e rigenerare i polmoni, guardare verso il cielo per riabituare gli occhi  a mettere a fuoco a distanze maggiori di tre metri. Ma intanto parlavano. «Te l’ho detto, Shanfeng, il Kuomintang è ogni giorno più forte, mentre il Partito comunista dopo il Congresso  non ha avuto il seguito sperato. Siamo in pochi.» «E Mao?» «Pare non sia nemmeno andato al II Congresso. Fra i compagni è sempre più forte l’idea di confluire nel  KMT, e  anche lui non si opporrà. Credono alla retorica di Sun Yat­sen. Ma io non sono affatto sicuro che sia una buona  cosa. Se solo ci fosse un modo per far crescere il nostro seguito… Un modo veloce per coinvolgere i contadini.  Neanche Mao è stato capace di farlo, eppure è l’unica via.» Shanfeng distolse lo sguardo, riflettendo, e Wei fu colto dal timore di avere corso troppo: si era scoperto  in fretta, un difetto che si rimproverava anche al gioco e che spesso gli era costato la sconfitta. I secondi  parvero dilatarsi all’infinito, poi Shanfeng riprese. «Potrebbe esserci un modo.» Wei sorrise. «Avrei voluto consegnare io a Mao gli appunti di Hofstadter. Stavo per farlo tempo fa, ma gli dèi non hanno  voluto: sono finito qui proprio mentre andavo a toglierli dal loro nascondiglio.» L’espressione di Shanfeng si fece  amara e sorridente a un tempo. «Forse volevano che li portassi tu…» Wei finse di non capire e Shanfeng gli  spiegò in breve tutto quel che sapeva. Il valore delle ricerche di Hofstadter, gli appunti tenuti in custodia, il  luogo in cui li aveva nascosti. «Hai capito bene dov’è il posto?» Wei annuì, soddisfatto ma inquieto. La sua missione era compiuta. Deruyter ci aveva visto giusto: il ragazzo  aveva una gran voglia di parlare, era bastato solo che una faccia amica gli tenesse un po’ di compagnia. Facile  come rubare a un mendicante. E altrettanto dignitoso. Gli rimanevano solo altre due settimane da scontare per il  piccolo reato che aveva commesso: gioco d’azzardo in un club per occidentali, figurarsi; anche quello su ordine  dell’olandese, con lo scopo di entrare in contatto con Shanfeng in carcere. Ancora quindici giorni all’inferno e poi  sarebbe finito tutto.
Sun osservava i due detenuti con attenzione. Da quando Wei era arrivato, si era attaccato a Shanfeng come un  maialino appena nato alla sua scrofa. Passeggiavano parlando fitto, senza curarsi affatto di attraversare lo spazio  altrui,   troppo   presi   dai   loro   discorsi.   Con   quelli   della   Triade   era   sempre   così,   si   credevano   i   padroni  dell’universo. Ma adesso era arrivata la resa dei conti, il passaparola del carcere non lasciava dubbi, la voce  ormai non era più solo una voce: Yu­Hua e i suoi avevano perduto il favore degli dèi; Tu Yueh­sheng era il  nuovo signore di Shanghai. Un signore che andava compiaciuto. Da quando Sun aveva fallito l’organizzazione dell’omicidio del vecchio professore tedesco, Hans Deruyter  non aveva più richiesto i suoi servigi e si era avvicinato sempre di più a Shanfeng. Sun sospettava che fosse stato  proprio quest’ultimo a dare il colpo di grazia al professore. Era stato a lungo tentato di denunciare l’olandese e il  suo nuovo amico a Yu­Hua, ma ora era contento di non averlo fatto. Avrebbe potuto vendicarsi direttamente. Da  quando Deruyter lo aveva snobbato, gli spiriti maligni si erano impadroniti della sua vita, non una cosa gli era  andata bene. Nessun incarico dalle società segrete, solo pochi lavoretti da schiavo per i signori occidentali. Era  finito al Tilanqiao per una coltellata di troppo in una rissa: il modo più stupido di farsi sbattere dentro. Ma adesso aveva l’occasione di mettersi in luce.
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Shanghai, luglio 1922,  da qualche parte nella città vecchia
Il tatuatore che aveva ospitato Deruyter nel suo retrobottega e gli stava cucendo la spalla sapeva il fatto suo.  Gesti rapidi e netti, che rendevano sopportabile il dolore. Prima di estrarre il proiettile conficcatosi appena sopra  l’ascella, gli aveva offerto una pallina di oppio, ma l’olandese aveva rifiutato. Voleva rimanere lucido e presente,  per due ragioni. La prima era la punizione: doveva scontare i suoi errori, il suo fallimento nell’azione e il non  aver saputo prevedere il tradimento di Zhu; proprio lui, così esperto in materia. Il secondo motivo era dettato  dalla necessità di analizzare in fretta una situazione che stava precipitando. Mentre sentiva distintamente l’ago  entrargli nella pelle, ripensò agli eventi cruciali che si erano susseguiti in poche ore. L’agguato   che   avevano   creduto   di   tendere   a   Tu   Yueh­sheng   si   era   rivelato   un’imboscata   per   loro.  Contemporaneamente – lo aveva appreso dopo – lo stesso Yu­Hua era sfuggito per miracolo a un altro attentato,  anche questo favorito dal tradimento di uno dei suoi. Due dei sette uomini più importanti di Yu­Hua erano  rimasti   uccisi,   almeno   altri   due   erano   passati   col   Cerchio   Verde.   Uno   dei   rimanenti   era   Deruyter,   ferito   e  rattoppato in una stamberga puzzolente di fumo da un mago della medicina orientale. Yu stava nascosto, forse  fuori città. Questo  era un grave errore, Hans  lo sapeva bene: meglio  rimanere  sul campo  rischiando  la fine,  piuttosto  che  ritirarsi  perdendo  terreno  che  non  avrebbe  più  recuperato.   Mai mollare  un  solo  centimetro  di  territorio in questi casi, a costo di morire. Yu­Hua però aveva preferito temporeggiare e ripararsi, in attesa che  cessasse la burrasca. Avrebbe pagato il suo errore di valutazione. Era un brutto momento perché saltassero gli equilibri, con l’affare di Wei ancora in ballo. Nei giorni successivi  si sarebbe scatenata la caccia alla Triade, ne era sicuro. Una volta sparsa la voce del ricambio ai vertici della  criminalità cittadina, ogni testa matta in cerca di gloria avrebbe fatto il tiro a segno con le loro facce solo per  acquisire credito agli occhi del nuovo padrone. Aveva bisogno di un rifugio sicuro, di un appoggio e di una nuova protezione, ma la situazione era critica:  troppo tardi per passare al Cerchio Verde perché non c’era più nessuno da vendergli, e comunque Tu Yueh­ sheng non si sarebbe mai fidato di un occidentale che aveva appena cercato di fargli la pelle. I comunisti erano  rimasti pochi e deboli, già in difficoltà nel proteggere se stessi, figurarsi uno come lui. Il Kuomintang, infine,  sosteneva il Cerchio Verde e si stava guadagnando sempre migliori rapporti con i centri del potere coloniale.  Così il cerchio poteva dirsi chiuso. Nessuno era più al sicuro, non Yu­Hua, non lui e tantomeno Wei e Shanfeng.
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Shanghai, agosto 1922
Poche ore ancora e Wei sarebbe uscito. L’ultima disgustosa corvée nelle cucine a togliere dalle pignatte ribollenti  di zuppa acida i topi che ci erano annegati dentro; forse l’ultima passeggiata in cortile e poi via. A finire il suo  lavoro riferendo a Deruyter, recuperando i documenti che tanto erano cari a tutti e che invece a lui non  interessavano affatto. Lui sarebbe andato a consolarsi con le ragazze di Papa Wong e con una partitina a dadi,  magari anche con una puntata sul suo cavallo preferito al Renmin. Niente di più e niente di meno. La sua vita. Nel corridoio stretto e lungo che portava dal magazzino alle cucine, aleggiava un odore misto di chiuso, di  umido e di cavolo stantio; Wei aveva in spalla un sacco bitorzoluto e pesante di radici da cuocere per il rancio.  Vide   Gong­bo   accovacciato   nello   slargo   antistante   l’entrata   del   deposito;   armeggiava   con   due   sudici   piccoli  oggetti d’osso. L’istinto e l’abitudine dissero a Wei che lo sciocco Gong stava giocando a dadi da solo. Mise giù il  sacco e prima di parlare si grattò la testa con gesto plateale, come se non riuscisse a capacitarsi di qualcosa. Tutti,  quando   si   rivolgevano   a   Gong­bo,   accentuavano   la   mimica   per   rendergli   più   comprensibili   i   concetti   che  volevano esprimere. «Se giochi a dadi da solo non riuscirai mai a vincere, non lo sai?» Gong si aprì in un ampio sorriso: «Nemmeno perdo». Forse era meno sciocco di quanto si potesse pensare. «E allora che giochi a fare?» «È divertente, passa il tempo.» Wei rifletté per un attimo su quell’affermazione: quanto era passato dall’ultima volta in cui aveva giocato per  divertimento, senza alcuna posta in palio? Scacciò l’immagine di sua sorella sgozzata dai soldati di Hang­ho  mentre lui vinceva a dadi: no, non aveva mai giocato solo per divertirsi. Si chinò, avvicinando il suo volto a  quello sformato e ottuso dello stupido. «Facciamo una partita. Se vinci, per oggi ti assicuro doppia razione di  rancio.» Una penitenza più che un premio, in effetti, ma lo sciocco non avrebbe avvertito la differenza. «Io non ho niente da darti!» Gong sorrise ancora, e lo fece anche Wei. «Non importa, oggi non importa.» Lo stupido tirò, totalizzando il massimo. Wei lo guardò di traverso. «Si era detto su tre tiri, no?» Gong non fece una piega. Al secondo tiro fu Wei a raggiungere il massimo punteggio, ma al terzo vinse ancora Gong­bo: sette a tre. «Arriviamo a cinque?» Ancora una volta Gong non si scandalizzò all’evidente scorrettezza di Wei, e gettò  subito i dadi. Vinse Wei. Poi il quinto tiro. Furono pari per tre volte, alla quarta Gong fece un doppio sei. «Hai vinto, bello. Oggi mangerai per due, hai la mia parola.» Gli scappava da ridere mentre gli stringeva  pomposamente la mano. Gong cominciò ad agitarsi; sembrava non sapere come esprimere una gioia improvvisa  e incontenibile: non aveva mai vinto niente in vita sua, di certo. Si alzò in piedi e abbracciò Wei, ringraziandolo.  Aveva le lacrime agli occhi, l’idiota. «Voglio dare anch’io una cosa a te. Ma non ho niente.» Wei si schermì: «Lascia perdere». Ma Gong non parve sentirlo. «Non posso darti una cosa che non hai, ma posso dirti una cosa che non sai» annuì più volte, come chi la sa  lunga. «E cosa sai?» Gong prese il braccio del suo interlocutore e lo tirò a sé, bisbigliando serio: «Sun Xun ucciderà il tuo amico,  oggi». Il sorriso si spense sul volto di Wei. «Cosa?» «Lavora con me al laboratorio del vetro. Si è costruito un pugnale.» Il suo sguardo era perso nel vuoto. «Gli  altri fanno le cose e dicono le cose davanti a me, e non si preoccupano perché sono stupido.» Fissò gli occhi su  Wei, con un’espressione che a quest’ultimo sembrò più consapevole del solito. Non che gli importasse. Il suo lavoro era compiuto e Deruyter non gli aveva certo ordinato di fare da  balia a Shanfeng. Erano  nati nello  stesso  villaggio,  lui gli aveva abbuonato  un  grosso  debito  di gioco  in  cambio di quell’immersione da incubo, e poi era venuto a cercarlo dopo il recupero dei vasi in mare per  dargli un lavoro alla Farfalla di Giada. Shanfeng  era stato gentile  con lui, ma non era più affar  suo. Un  bravo ragazzo, ma non più affar suo.
Camminando  verso la cucina, per distrarsi ripensò alla partita con Gong: c’era qualcosa di poco  chiaro  in  quello  che  era successo, gli sembrava rimanesse  una piccola verità sullo  sfondo  che  continuava a sfuggirgli.  Ripercorse la sequenza delle giocate e dei punteggi. Prima il massimo per Gong­bo, poi il massimo per sé, poi  sette a tre per Gong, e ancora un colpo a suo favore, infine il quinto tiro: pari tre volte e infine il doppio sei di  Gong. Wei era infastidito, in lieve disagio per la sua mancata comprensione di un particolare. Poi ricordò. Era la stessa sequenza della sua prima partita a dadi, quella che era costata la vita alla sorella. Solo che a lui  erano toccati i colpi perdenti del nipote del governatore e a Gong i suoi. Non era sicuro del perché, ma comprese  che doveva correre. Arrivò   alla   cella   in   pochi   secondi,   mentre   la   guardia   di   turno   lo   prendeva   in   giro.   «Cos’è,   hai   fretta   di  rientrare, piccolo Wei? Ti manca la tua stanzetta?» Dentro, c’era meno di metà dei soliti detenuti e, naturalmente,  né Shanfeng né Sun Xun. «Dove sono gli altri? Il cuoco ha bisogno di aiuto in cucina.» Una scusa stupida, ma non aveva tempo per  trovare di meglio. «Sono stati comandati alla pulizia celle, nell’ala est, mentre gli ospiti di lì si divertono in cortile.» La guardia  rise, ma Wei era già corso via. Li trovò poco fuori dall’ultima cella dell’ultimo corridoio, nell’estremo orientale della prigione di Tilanqiao, la  parte più deserta, una dimensione assurda e straniante se paragonata alla solita atmosfera di un posto in cui era  proibito anche un solo momento di solitudine: Sun Xun, da sicario esperto, aveva scelto bene il momento e il  luogo. L’agguato  era già scattato. Da lontano  sembravano  abbracciati, quasi immobili nella tensione  dello  sforzo.  Un’impasse  che  Wei provò a risolvere. Senza pensare  si gettò sui due, tirando  Sun a sé  per la gola, mentre  Shanfeng gli teneva ferme le braccia. L’uomo, trovatosi d’improvviso in inferiorità numerica, fece mezzo giro su  se stesso, liberandosi appena dalla stretta di Shanfeng, e scattò in un movimento breve verso il nuovo arrivato.  Subito il primo lo afferrò di nuovo alla testa. Gli sbatté la fronte sul muro ruvido e lo spinse all’indietro, a terra,  poi fece  leva sul  gomito  con  cui  gli teneva ferma  la faccia e il collo,  e strinse  con un movimento  secco  che  provocò un piccolo schiocco sinistro. Sun si rilassò all’istante, mentre un flusso copioso di sangue gli scendeva  dal naso. Shanfeng strisciò all’indietro, guardando schifato il suo avversario che giaceva in posizione innaturale, con il  collo spezzato. Si passò una mano sul volto e prese un respiro profondo, poi si rivolse a Wei. «Non sarebbe finita così se non fossi arrivato tu… Grazie.» Wei tossì piano e pensò: Non sarebbe finita così, questo è sicuro. Dalla mano che teneva sul fianco, poco  sotto il torace, filtrò un rivolo rosso rubino. La scheggia affilata di vetro che  Sun gli aveva lasciato spezzata  dentro il fegato non faceva poi così male. In quello stesso momento, poco fuori dalle mura della prigione, Deruyter aspettava su un risciò. Aveva pagato  all’uomo   tutta   la   giornata   in   anticipo,   in   modo   da   non   sentire   più   la   sua   voce   lamentosa.   Lo   aveva   anche  mandato a comprarsi una scodella di tagliatelle in una bottega vicina, mentre lui stava a riflettere stravaccato sul  sedile.   La   spalla   gli   doleva   ancora.   Avrebbe   aspettato   lì   l’uscita   di   Wei.   Stimava   fosse   la   scelta   più   sicura:  sarebbero   andati   subito   a   recuperare   gli   appunti   e   poi   più   nessuno   a   Shanghai   avrebbe   sentito   parlare  dell’olandese. Cominciava a odiare quella città instabile, scivolosa e brulicante come un vaso di vermi. Aveva pagato un po’ di persone al Tilanqiao, che avrebbero avvertito Wei della sua presenza lì fuori, a scanso  di inconvenienti. Dopo due ore, un uomo in divisa venne fuori rapido da un’uscita secondaria del carcere, avvicinandosi al  ricco occidentale che sostava annoiato sul risciò, fumando con aria distratta. L’uomo accostò il volto a quello  dell’occidentale e pronunciò poche parole. L’occidentale chiuse gli occhi e pensò al destino.
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Dal taccuino di Einrich T. Hofstadter
Giorno 1 Con oggi, 2 febbraio 1919, ho deciso di prendere nota in sede separata, rispetto ai diari della missione  scientifica, dei miei sentimenti e impressioni non connessi in forma oggettiva con la ricerca. Ho attraversato il confine cinese senza troppe difficoltà, i visti procuratimi dall’ambasciata tedesca hanno  funzionato a dovere e mi torneranno utili in altre occasioni, ne sono certo. I miei collaboratori sono tornati  in patria grazie  ai contatti russi. Sono  rimasto  solo. La guida locale  trovata oltre il valico  parla a fatica  mandarino. Non so come sia riuscita a capirmi. A ogni modo siamo in viaggio. La pioggia caduta nei giorni  scorsi ha tinto le acque dei torrenti di color caffè. Fa freddo. Sono vicino alla meta, lo sento. Dopo tutti questi anni. Sono prossimo al segreto tramandato per millenni  di padre in figlio, fino a un ultimo e solitario pastore kirghizo. Un solo uomo con il fardello del retaggio di  una setta antica, ormai scomparsa, ma con la forza e la volontà di portare a termine il suo compito. Il potere del “respiro di Seth”, il temibile Al­Hàrith, deve essere davvero enorme. Entrarne in possesso  significherebbe   per   gli   iniziati   controllare   il   destino   dei   popoli,   guidarli   lungo   la   via   della   conoscenza  assoluta. Potremmo dare vita a quell’utopia di cui solo Atlantide e Iperborea hanno potuto godere. M da Berlino mi ha fatto sapere che A dall’Inghilterra sta prendendo contatti qui in Cina, per procurarmi  tutto l’aiuto necessario. Mi   ha   anche   dato   notizie   di   mio   figlio   Dietrich,   sembra   che   gli   studi   proseguano   bene   e   che   abbia  intrapreso la carriera militare. Mi dispiace di non essere accanto a lui in questi momenti delicati. Il suo  carattere negli anni si è fatto forte, anche senza il padre accanto. So che è irruente e assetato di avventura,  come ogni ragazzo – o forse dovrei dire uomo – della sua età, e che spesso avrebbe bisogno di me, della  figura   paterna.   Ma   quello   che   sto   facendo   e   ho   fatto   in   questi   lunghi   anni   ha   un’importanza   tale   da  trascendere anche me stesso. La mia è una missione. Giorno 59 Dopo  aver mangiato  montone  e frutta secca  per  più di due  mesi, appena arrivati nella regione  dello  Hunan mi sono concesso un pasto diverso, adeguandomi alla cucina locale. Testa di pesce, tofu, spaghetti  di patate freddi con aceto e peperoncino. A queste latitudini usano fare marcire la lattuga sui tetti, per poi  servirla   con   una   salsa   particolare.  Devo  dire   in   tutta  onestà   che  ho   saltato   la   verdura   per  passare   alla  grappa, che dopo il pasto ho condiviso con la mia nuova guida. Per fortuna parla mandarino e non devo  prodigarmi in gesti per farmi capire. Qui   a   Sanmenxia,   lungo   il   corso   dello   Huang­He,   l’inverno   è   rigido   ma   i   pescatori   sembrano   non  accorgersene   ed   escono   in   barca   ogni   mattina   mezzo   svestiti.   Non   posso   che   sentirmi   ridicolo   con   il  colbacco di pelliccia calato sugli occhi. Questa è una  terra sacra,  misteriosa. È il luogo  in cui l’imperatore  Cheng  Tang  giunse  con  un  carro  volante costruito da Ki Kung Shi nel 1766 a.C., poi distrutto per paura che qualcuno s’impadronisse del  segreto del volo. È il luogo in cui i mistici ritengono sia giunto un illuminato su un cavallo bianco, per  portare gli insegnamenti dei sutra indiani. È la meta anche del monaco persiano Bodhidarma, fondatore  della scuola di una filosofia singolare che coniuga spirito e corpo. Respiro e gesto. Una forma di lotta che  incarna l’ascesi. Domani   partiremo   alla   volta   del   Monastero   della   giovane   foresta   (Shaolin   Si),   creato   proprio   da  Bodhidarma nei pressi della montagna sacra di Song Shan. Potrei arrivare al segreto di Al­Hàrith in quel  luogo.
Giorno 87 Dopo il fallimento al Monastero della giovane foresta mi ero perso d’animo. Mi sono concesso una pausa,  sono tornato verso nord e ho visitato il tempio buddhista del Cavallo Bianco, il primo in Cina, che risale al I  secolo a.C., e le grotte sacre della Porta del Drago, dedicate al culto degli antenati. Queste sono state scavate  su una collina lungo le rive del fiume, in un arco di tempo durato decine di secoli. Poi mi sono fermato  qualche giorno a Luoyang, cercando di capire come muovermi. A dall’Inghilterra mi ha trovato casa a Shanghai e sta cercando qualcuno in grado di aiutarmi. Il tempo è  stato inclemente nelle ultime settimane, per fortuna oggi il sole ha ridato tepore a queste magnifiche terre.  La città è in fermento, le strade sono affollate. La carrozza diretta alla stazione è passata dalla zona del mercato, si è fatta strada a fatica tra la gente.  Centinaia di mani si allungavano, battendo sui vetri sudici, per vendermi qualcosa. Un uomo con una cesta  carica di spezie è inciampato, spruzzando il finestrino di polvere dorata. Da alcune bancarelle arrivavano  nubi di vapore, in altre venivano sgozzate oche e piccoli cani. Ho visto vendere serpenti neri e sottili a certe  donne anziane, in sacchetti di tela: si contorcevano tra le loro mani nodose. Questo è un paese incredibile. Il viaggiatore che si trovasse a passarvi qualche mese scoprirebbe una  cultura millenaria vicina alla capitolazione. Come un moderno Edward Gibbon, potrebbe immaginare di  essere lo spettatore della fine di un impero. Al monastero non ho trovato quello che speravo. I monaci shaolin non mi sono stati d’aiuto, nonostante  la loro ospitalità. Ho scoperto qualcosa parlando con l’oste di una locanda del paese: tempo fa qualcuno ha  profanato un capitello sacro, sradicandolo e scavando il terreno attorno. Alcuni uomini sono stati pagati da  uno sconosciuto per aiutarlo. Hanno poi festeggiato ubriacandosi. In preda ai fumi della grappa di riso, si  sono vantati della bravata e del guadagno ottenuto per “dissotterrare dei semplici vasi di terracotta”, anche  se avevano faticato molto per smuovere la pietra… Sembra che il misterioso individuo non si sia mai fatto vedere in volto. Parlava con uno strano accento di  Shanghai  e  la   notte   stessa   degli   scavi   si   è  diretto   verso   Luoyang.   Il  giorno   dopo   partiva   un   convoglio  proprio per la città costiera. Questo è tutto quello che so. Devo aggrapparmi a un’intuizione, e sperare di ritrovare le tracce di Al­ Hàrith. Non sono arrivato qui, dopo tutti questi anni di sacrifici, rinunce e dolore, per fermarmi. Spero  davvero che A sia in grado di fornirmi l’aiuto promesso, altrimenti sarà come cercare un ago in un pagliaio.
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«Ho deciso di prendermi una vacanza per un po’. Pensavo di andare giù in Florida e poi magari a Key West,  l’isoletta dove vive Hemingway, lo scrittore. Mio cugino Ned la descrive come un paradiso. Meglio vederla ora,  prima   che   diventi   un   posto   da   turisti.   Magari   faccio   un   salto   pure   a   Cuba.   Sigari,   gioco   d’azzardo   e  muchachas.» George Ponticelli scoppiò a ridere. Gli amici del Lone Deer Inn gli fecero eco, alzando i boccali  trangugiarono birra gelata sotto gli occhi vitrei di una testa di cervo impagliata. «E a casa, in Arkansas, quando ci torni?» disse l’uomo con la giacca a quadrettoni e la bocca sporca di schiuma  accanto al bancone. «Non so, Buddy. È molto che non vado a casa.» Prese un lungo sorso e fece un’altra risata sguaiata, mostrando  una  chiostra di denti macchiati.  «Cosa ci vado  a fare? C’è  solo  la mia  ex  moglie,  laggiù. Motivo  in più  per  andarmene alle Keys e all’Avana.» Strizzò l’occhio al gruppo di amici, mosse il bacino avanti e indietro un paio  di volte. «Hola, chica caliente… vieni dal cowboy.» Un uomo in divisa verde entrò nella locanda, dalla porta si intravedeva una jeep in attesa. Ponticelli alzò gli  occhi al soffitto: «Non si può nemmeno venire a caccia con gli amici in pace… Cazzo, sono arrivato solo dieci  giorni fa». Il militare portò la mano alla fronte in segno di saluto. Ponticelli rispose svogliato. «Vengo, vengo.» Guardò i compagni. «Torno subito.» Quando uscirono, l’aria frizzante delle montagne fece sparire il dolce torpore della birra. L’americano anticipò  il militare. «Tenente Roughton, non so cosa o chi l’abbia spinta a venire da Arlington Hall fino a quassù. Non è  necessario le ricordi che io non lavoro per la Armed Forces Security Agency ma per la  CIA, e che il mio mestiere  l’ho fatto. Vi ho consegnato ciò che dovevo. E se mi trovo ancora qui in Virginia è solo per cacciare.» Roughton sembrò non battere ciglio. «Arthur Fillmore è morto. Signore.» George fece un passo indietro, strabuzzò gli occhi. «Che diavolo sta dicendo? Quando? Come? Dove?» Roughton si aggiustò il berretto e, lisciandosi le maniche dell’uniforme, rispose: «Il 15 maggio, con un colpo di  rivoltella. A Nanawa, in Paraguay. Signore». Ponticelli fece una smorfia. Stropicciandosi le guance irsute borbottò tra sé: «Dannato burocrate…». «Come, signore?» Alzò gli occhi, lanciò uno sguardo all’automezzo alle spalle dell’uomo. «Niente, niente, lasci perdere.»
Blue Ridge Mountains, Virginia, Usa, maggio 1948
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Villa Hayes – Asunción, Paraguay, maggio 1948
La gru di carta, con ali e becco ripiegati a triangolo, campeggiava sul tavolo di una stanza vuota. Ovillo giocava  con un bimbo in un cortile polveroso poco distante. Qualche chilometro fuori da Villa Hayes, Felipa e Otaru  erano a bordo di una corriera con una carta geografica sulle ginocchia. «Una volta ad Asunción potrò prendere  altro denaro. Hofstadter  mi ha versato  una cifra cospicua in una  banca di lì. Poi decideremo dove andare e come.» La ragazza tamburellò il dito sulla stellina che indicava Asunción. «Non saprei proprio come fare, ma forse  conviene andare a Buenos Aires.» Il giapponese osservò la mano bruna della creola battergli sulla coscia, e trattenne a stento l’imbarazzo. La  forza di volontà della ragazza lo turbava ogni giorno di più. Lei gli aveva infine confessato di essere stata per  anni l’amante di Hofstadter; solo in occasione del suo arrivo avevano deciso di presentarla come una semplice  cameriera. Per  controllarlo  meglio. Cominciava a capire  perché  Dietrich si fosse  innamorato  di lei. Hiro non  aveva mai  amato  davvero  qualcuno.  La prima volta con  una  donna fu  in un  postribolo  di Osaka.  Ai tempi  dell’università divenne un’abitudine, tanto che divise la sua vita fra studio, lavoro e bordello. Il tempo scivolava  via e crebbe senza occuparsi del cuore. Il ricordo dei genitori, Nihei e Fujiko, era l’unica idea di amore che avesse  mai concepito. «Hiro, mi sta ascoltando?» Strinse gli occhi stralunato. «Scusa. Dicevamo?» «Dicevamo che non sappiamo con esattezza dove andare, dopo Asunción. Se a Buenos Aires o…» Un sorriso  senza tracce di dolore si disegnò sulle labbra di Felipa, per la prima volta da quando erano partiti. «Quando  sono  arrivato  in  Sudamerica,  quattro  anni  fa,  venivo  dall’Europa.  Non  chiedermi  perché,  è una  storia lunga. Allora atterrai nella capitale argentina, ma adesso le cose sono diverse. Devo tornare in Giappone.» Felipa   inarcò  un   sopracciglio.  Otaru,   inforcando   gli  occhiali,   proseguì:  «L’unico  modo  per  arrivarci   senza  passare dagli Stati Uniti o dall’Europa è in nave, e le sole navi dirette nel mio paese salpano da Lima». La ragazza si fece pensierosa. «È un viaggio lunghissimo, e poi chiunque abbia fatto…» Abbassò lo sguardo.  «Insomma, non pensa la stiano cercando?» «Proprio per questo, far perdere le tracce in un’area vasta sarà più facile. È probabile pensino che io tenti di  lasciare il paese in fretta e dunque mi aspettino all’aeroporto di Buenos Aires o a quello di Rio, da dove partono i  voli internazionali.» Felipa scosse il capo. «Andare in Perú significa passare chissà quanti altri giorni in viaggio, e non è detto che  non controllino le navi in partenza da Lima.» Otaru si lisciò la manica. «Non ho altra scelta.» La ragazza alzò gli occhi verso il ripiano dei bagagli e, guardando la valigia, disse: «È così importante?». Si  morse le labbra appena finito di pronunciare l’ultima parola. Il giapponese seguì lo sguardo di Felipa. Si tolse gli occhiali e si mise a pulire le lenti con un fazzoletto. «Non  lo so più.» Ad Asunción, in Avenida Colón, sul lungofiume, la gente si accalcava tra palazzi coloniali e edifici moderni. I  clacson   non   concedevano   tregua.   Con   la   valigia   stretta   tra   le   mani,   Hiro   sedeva   su   una   panchina   con   una  bombetta di feltro calata sugli occhi per mascherare alla meglio i tratti orientali. La temperatura lo stava facendo  soffrire, sentiva in arrivo un raffreddore. Come prima cosa avrebbe comprato un cappotto. Felipa era andata in  banca, era in ritardo  di mezz’ora  all’appuntamento. Lui le aveva dato le chiavi  della  cassetta di sicurezza e  un’autorizzazione autografa. Con ogni probabilità, se qualche uomo dell’ OSS fosse stato sulle sue tracce in quel  momento, allora anche la banca della capitale doveva essere sotto sorveglianza. Vide la sagoma della creola scendere i gradini dell’edificio della banca, dall’altro lato della strada. Aveva con  sé una borsa di tela, probabilmente presa in banca: doveva essere andata bene. Un uomo però le si avvicinò. Hiro  rimase  immobile, nocche  sbiancate  sulla  maniglia della valigia.  Poi la donna  si mise  a indicare  qualcosa col  braccio   e   il  tizio   si   congedò  con   un   gesto.   Solo   quando   si   diresse   tranquilla   verso   Hiro   il   sangue   riprese   a  circolare. «In banca mi sono  informata. C’è  un treno  che  da Formosa va a Salta, e poi da lì  il  Tren a las nubes,  attraverso   la   Cordigliera   a   quattromila   metri   d’altezza,   si   dirige   verso   il   confine   con   la   Bolivia.   Dopodiché  possiamo viaggiare con i treni locali fino in Perú.»
«Le ferrovie in Argentina sono inglesi, però…» Hiro si strinse nella giacca, il fiato condensato in nuvole di  vapore. «Non passo inosservato, un giapponese in viaggio attraverso le Ande si noterebbe di certo e forse la  compagnia ferroviaria è già stata avvertita. L’altra soluzione è il fiume. Risalire il Pilcomayo fino a Sucre, in  Bolivia, e poi da lì a Lima le cose sarebbero più semplici. Ora però andiamo in albergo a berci una… come si  chiama… una caña. Ho bisogno di scaldarmi.» Il liquore denso come sciroppo lo riscaldò con una fiammata improvvisa, che si diffuse dallo stomaco a tutte le  membra. «Non ci resta che comprare qualche vestito pesante e partire, non sono ancora certo della strada.» Appoggiato  il bicchiere sulla credenza della camera d’albergo, Otaru dispiegò la carta geografica sul letto. «In realtà il Tren a las nubes copre un tratto breve, una quindicina di ore di viaggio al massimo. Trasporta molti turisti e alcuni  locali dalle montagne a Salta, e viceversa. Una volta attraversata la Cordigliera, siamo punto a capo. Dobbiamo  raggiungere   con   mezzi   di   fortuna   la   prima   stazione   boliviana   da   cui   parta   un   convoglio   per   il   Perú.»   Il  giapponese svuotò poi sul letto il contenuto della borsa presa in banca. Le mazzette di banconote rimbalzarono  tutto attorno. «Avremo bisogno di un’arma.» Felipa sembrava assorta in altri pensieri, scrollò le spalle e annuì poco convinta. Un ultimo goccio di caña e  Otaru si mise a contare il denaro. Infilò diari e soldi nella borsa della ragazza, dopo avere separato una grossa  pila di banconote. «Questi sono tuoi.» La ragazza aggrottò la fronte. «Non discutere, sono tuoi e basta.» Presero una decisione dopo avere esaminato la mappa diverse volte.  Il giorno seguente superarono il confine argentino a bordo di un torpedone semivuoto. Avevano vestiti nuovi e  soldi sufficienti per comprare le guardie di frontiera e le rispettive famiglie. Acquistarono anche una Browning  HP 35 argentina, in un emporio di Formosa. Finì nascosta in fondo alla borsa, carica. Stretto nel cappotto, con un cappello a falde larghe calcato sulla fronte, Hiro attese che Felipa facesse i biglietti  del treno per Salta. Il freddo aveva allentato un po’ la morsa e le strade polverose erano percorse da qualche  camioncino. In cuor suo Otaru non era tranquillo, bastava un accento straniero per farlo trasalire. Da sotto il  cappello scrutava chiunque si avvicinasse e quando la creola gli mise una mano sulla spalla si girò di scatto  pronto a colpire. «Stia tranquillo, sono io.» «Scusami, non volevo.» Il volto di Hiro si ricompose, imbarazzato. «Quando partiamo?»
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Shanghai, 3 aprile 1927
La città. Camminava ormai da ore senza sentire più nulla. All’inizio aveva assorbito e rielaborato ogni minima  informazione raccolta con i sensi all’erta. Colori, odori, rumore. L’intensità e qualità della luce, così diverse da  quelle cui si era abituato in sei anni nel carcere di Tilanqiao. L’eco del frastuono delle strade più trafficate che si  riverberava svogliata nei vicoli; il mondo che sta dietro, alle spalle del resto, i commerci sottobanco, le strette di  mano fugaci. La sua vita di un tempo. La libertà. Ormai non sentiva neanche il dolore ai piedi, né il peso ottuso della sacca sulla spalla; si limitava a vagare,  riempiendosi   di   sensazioni   che   non   faceva   più   nemmeno   fatica   a   distinguere:   le   sentiva   familiari,   anche   se  remote. C’era Shanfeng in ogni angolo puzzolente di pesce del porto, in ogni raggio obliquo di sole, in ogni  cespo di lattuga messo ad asciugare sui tetti di lamiera, in ogni partita di mah-jongg fra vecchi seduti all’ombra.  C’era Shanfeng in ogni più nascosto anfratto di quella città. E Shanfeng non aveva un posto dove andare, o  meglio, ne aveva solo uno ma non poteva andarci subito. Era   certo   che   sarebbe   stato   inutile,   ma   aveva   comunque   provato   a   tornare   nella   sua   vecchia   abitazione.  L’aveva trovata occupata da una giovane famiglia di venditori di statue di gesso. La sua anziana padrona di casa finse di non ricordarsi di lui. Era ormai cieca, o diceva di esserlo, e vecchia e  stanca, e di gente a pensione da lei ne era passata tanta in quegli anni. Dondolava il busto avanti e indietro,   seduta   su   uno   sgabello   fuori   dalla   porta   di   casa,   a   pochi   metri   dal   vecchio   indirizzo   di   Shanfeng.   Con   un  ventaglio di cartapecora scacciava le mosche. Aveva continuato a camminare, facendosi strada con difficoltà. Rumorosi picchetti operai erano sparsi nei  punti cruciali delle aree periferiche di Pudong, Nanshi, Zhabei e Wusong. Lo aveva appreso da una sua vecchia  conoscenza, Chen­quo, militante comunista con cui aveva collaborato ai tempi del giornale del partito. Secoli fa,  sembrava.   Si   erano   incontrati   per   caso,   poco   fuori   dal   settore   nord   delimitato   da   Nanking   Road.   Chen  organizzava un assembramento di uomini malmessi, ma armati di bastoni. Dall’altro lato, l’esercito era sotto  l’egida  del  Kuomintang,  che  voleva  riacquistare  il  controllo  della  situazione,   ancora  una  volta a scapito   dei  comunisti, ancora una volta a scapito del popolo e della Cina, che avrebbe venduto al miglior offerente. Era in  pieno corso una partita fra i due schieramenti; in gioco il destino della città intera. Arrivato davanti alla Farfalla di Giada, si sentì ancor più solo e smarrito, proprio come gli appariva il posto:  un riflesso fedele di ciò che era diventato lui. Opaco e trascurato, ormai abbandonato da coloro che un tempo lo  avevano frequentato con assiduità. Il locale era ancora attivo, poté verificarlo appena vi passò davanti, ma non  era il caso di fare paragoni col passato. Così come lui non era più lo stesso uomo di una volta. Il ragazzetto piazzato all’entrata non era all’altezza di un buttafuori di rango, né per stazza né per modi, al  massimo sarebbe andato bene in una bisca da due soldi nella via Szechuan. «Che vuoi, barbone?» Lo guardò negli occhi, freddo. «C’è Shanfeng per Yu­Hua. Dillo al tuo padrone.» Il ragazzo si rivolse annoiato a qualcuno all’interno. «C’è uno che cerca Yu.» Poi, senza più degnarlo di uno  sguardo, si mise a caricare il fornelletto di una pipa sottile. La superficialità e la malagrazia con cui svolgeva le  sue   mansioni   suscitarono   in   Shanfeng   una   rabbia   malinconica   che   si   dissolse   soltanto   quando   fu   invitato   a  entrare. Le sale un tempo scintillanti di stoffe pregiate e legni lucidi apparivano polverose e abbandonate. La luce  ancora forte del pomeriggio  era impietosa con gli arredi e i rivestimenti. I draghi laccati di rosso  e oro, che  ricordava   campeggiare   minacciosi   ai   lati   del   palcoscenico,   parevano   ora   ben   poco   feroci,   ammansiti   dallo  sbiadire del loro colore. Tutto l’insieme era assai meno vivido di una volta. Quelle mura parlavano di tristezza,  di decadenza. Yu­Hua lo accolse senza alzarsi dalla poltrona girevole rivolta alla finestra, come il suo sguardo. Per tutto il  tempo della loro conversazione non avrebbe mai incontrato i suoi occhi. «Ho saputo che ti hanno dato problemi al Tilanqiao.» «Wei ne ha avuti di più.» «Sì, ricordo… Quanto tempo fa è stato?» «Quasi cinque anni.» Yu­Hua annuì assorto, come se stesse rivivendo momenti di un’altra vita. «Non sarei qui, oggi, se non fosse stato per il suo sacrificio.» «Tu te la cavi sempre.»
Shanfeng sorrise. «Gli uomini di Yu­Hua vedono il fulmine, gli altri sentono solo il tuono.» Avevano questa  fama, una volta. Yu si irrigidì. «Non sei un uomo di Yu­Hua. Non esistono più uomini di Yu­Hua.» «Che significa?» «Guardati intorno. Non sono il signore della mia casa. Questo posto ormai ha più ragnatele che clienti, lo  chiuderò   fra   qualche   settimana.   Quanto   agli   affari   veri…   quelli   non   li   tratto   quasi   più.   Piccoli   traffici   per  sopravvivere. Se vuoi un lavoro devi bussare al Cerchio Verde, oggi.» «Ma cosa…» «Non c’è ma. Tu Yueh­sheng è il nuovo corso. Il Kuomintang è il nuovo corso. La Triade ha scarsa fortuna da  quando ha… abbiamo deciso di appoggiare i comunisti. Il Partito del Popolo.» La voce di Yu­Hua pronunciò  con rabbia quelle ultime parole. «Dov’è  Hans Deruyter?» Shanfeng  non voleva rassegnarsi a perdere  il mondo  in cui aveva vissuto  così  a  lungo. Yu­Hua sbuffò in una piccola risata. «Non sai che i topi abbandonano la nave prima che affondi?» «Che intendi?» «È scomparso anni fa. Mi giunge voce, ogni tanto, che sia rimasto nella provincia, se non addirittura in città.  Ma non ho più risorse per cercarlo, né motivi per farlo uccidere.» Passarono interminabili minuti di silenzio, poi Shanfeng indietreggiò fino alla porta e abbassò la maniglia. «Se vuoi un posto dove dormire, puoi farti un giaciglio negli scantinati, fino a quando non chiudiamo. È tutto  quello che posso offrirti.» Ci aveva messo alcuni giorni, ma alla fine Shanfeng era riuscito a riallacciare i vecchi contatti con il partito. In  pochi  erano  disposti  a credere  che  si fosse  fatto  sei  anni  al  Tilanqiao,  quando  gli altri fermati  al Congresso  avevano ottenuto la libertà il giorno successivo. Non poteva spiegare, ma era comunque riuscito a rientrare nel giro.  Aveva il compito di fare da staffetta tra la Federazione generale dei sindacati a Zhabei e la stamperia centrale  delle Edizioni commerciali di via Baoshan, occupata dai miliziani. C’era fermento nell’aria, un’energia insolita che Shanfeng avvertiva con chiarezza. Aveva saputo che Mao era  appena   arrivato  dallo  Hunan  in  città  in  incognito,  per  prendere  contatti  col  commissario  della   Federazione,  Wang. Il generale T’ang Sheng­chih aveva chiesto al suo governo il permesso di arrestarlo, Mao però ne era stato  informato in anticipo ed era riparato nel Kiangsi e poi a Shanghai per quella breve segreta missione. Entro pochi  giorni sarebbe ripartito per Wuhan, dove stava per tenersi il  V  Congresso del partito; nel suo attuale ruolo di  segretario della sezione dello Hunan non poteva mancare. Shanfeng dovette insistere molto con Jing, l’assistente del commissario, ma alla fine questi si era convinto a  permettergli un incontro. Di certo aveva prima chiesto il parere di Mao, che si era ricordato del giovanotto con  gli occhi scaltri. La stanza era piccola, odorava di chiuso e di umido. Un seminterrato vicino al porto, impregnato degli umori  che lo Huang­pu rilasciava nella terra molle del suo letto. Mao era seduto su una branda, le mani appoggiate ai lati delle  cosce, la schiena diritta. Non aveva perso  l’imponenza di un tempo. La giacca di taglio essenziale era abbottonata fino al colletto, nonostante il caldo. Lesse  i pensieri di Shanfeng nella sua espressione. «La Rivoluzione ha sempre origine in luoghi malsani, è per questo che il destino della Cina è segnato.» Rise  piano. I due si guardarono per qualche secondo, poi annuirono. «Sto scrivendo una poesia, ma il verso iniziale non mi soddisfa.» Mao spiegò un foglio di carta, tenendone i  lembi   tesi   sulla   gamba   destra.   Shanfeng   si   avvicinò   di   tre   passi,   quanto   bastava   per   distinguere   i   caratteri  allineati sulla carta. «Non posso essere d’aiuto in questo. So a malapena leggere e scrivere.» «È già molto più di quel che serve. Ascolta: Ampi i nove affluenti solcano la Cina / profonda una linea corre da nord a sud / Confusi nei vapori azzurrini di pioggia / i monti Tartaruga e Serpente rinserrano il grande fiume…» «Mi sembra bellissima.»
«Le   parole   non   danno   la   giusta   idea   di   grandezza.   Gli   affluenti   e   il   fiume   sono   più   potenti   di   come   li  descrivo.» «Si può ripetere nelle poesie?» Mao alzò lo sguardo al giovane, con aria interrogativa. «Tutto è permesso, purché si dia spazio alla bellezza e  riscontro alla realtà.» «La prima parola del verso… Va ripetuta.  Ampi, ampi i nove affluenti, e poi  Profonda, profonda una linea corre.»* Mao aggiunse e rilesse fra sé, corrugato in volto. Shanfeng stava per scusarsi della sua stupidità. «Sembra che tu abbia ragione.» «Posso essere d’aiuto molto più che come poeta. Dovevo portarti qualcosa una notte di sei anni fa…» Mao rise ancora una volta, con la stessa delicatezza. «Già. Shanfeng e la sua magia. Le masse ai nostri piedi  grazie a una pozione, non era questo il senso?» Intrecciò le mani in grembo e scosse la testa. «Ho scritto un’altra poesia, tempo fa. Eravamo giovani studenti / esuberante la nostra mente… Giunti al centro della corrente / percuotevamo l’acqua / e l’onda si rifrangeva sulla barca veloce.* Tu hai  buone intenzioni, Shanfeng, ma sei ingenuo e le passioni dominano i tuoi pensieri. Ti impediscono di riflettere.  Voler influenzare le masse con l’aiuto di una magia è come percuotere l’acqua con un bastone. Fatica inutile.» «Non si tratta di magia, è…» Il gesto secco della mano di Mao. «Cosa, ragazzo, scienza?» Sbuffò spazientito, e proseguì a occhi bassi, fermissima la voce. «Fra poco centinaia  di milioni di contadini si solleveranno e spezzeranno le catene. Nessuno potrà fermarli. Spingeranno nella fossa  tutti gli imperialisti, i Signori della guerra, i funzionari corrotti, i tuhao e i liehshen. E ciò senza bisogno della  tua… scienza. Ogni compagno sarà chiamato a scegliere da che parte stare. Gli opportunisti di destra, quelli che  temono i reazionari del Kuomintang, non hanno fiducia nella forza devastante della classe contadina. Dubitano,  come te, ma io ho visto da vicino questa gente e ti assicuro che manca molto poco. Non abbiamo più bisogno di  trucchi, e non abbiamo quasi più bisogno di aspettare.» Shanfeng si alzò. Le parole di Mao lo avevano esaltato per un verso – era sempre così con lui, aveva quel  potere –, ma lo avevano anche umiliato, paragonandolo ai reazionari, a chi non nutriva fede nella forza genuina  delle masse. Mao continuò: «Tu ci sei prezioso, come prezioso è ogni singolo chicco di riso, come tutti i chicchi di riso. Non  certo perché conosci la miracolosa medicina di un presuntuoso imperialista». Il compagno Shanfeng aveva una scelta da fare. Shanghai, Brigata del V Reggimento Nel   suo   alloggio   della   Brigata,   il   luogotenente   Xing   del  V  Reggimento   scandiva   con   calma   le   sue   ultime  raccomandazioni a un interlocutore inconsueto. «Partirete solo quando avrete il mio via libera, è importante.» Tu Yueh­sheng  sorrise  con  espressione  di scherno. «Le  milizie  operaie non saranno un problema per i miei  uomini.» Così dicendo, rivolse uno sguardo compiaciuto a una sua guardia del corpo, che sostava immobile nei  pressi della porta. L’uomo, assai robusto, aveva una cicatrice che gli attraversava obliqua il volto e le labbra. «Saranno un problema per tutti se non giocheremo bene le nostre carte: la Federazione generale dei sindacati a  Shanghai conta circa tremila persone, e adesso è in subbuglio. Non possiamo permetterci di lasciarli armati, né  uniti.» «Non   succederà.»   A   queste   parole,  Xing  squadrò   il  gangster   con   più  attenzione.   Era  vestito  alla  maniera  occidentale, giacca e pantaloni di lino pesante chiaro, la cravatta stretta di seta ocra su una camicia immacolata.  Elegante, a un primo sguardo, ma c’era qualcosa di volgare nel suo modo di atteggiarsi, nella sua arroganza. Tu  Yueh­sheng era ancora un coolie, sotto sotto, e tale sarebbe rimasto, uno schiavo senza speranza di riscatto. Il  luogotenente sorrise sprezzante: gli schiavi rimangono sempre schiavi, anche in tempi come questi. Solo, si deve  fingere di trattarli alla pari.
«Fratello, ascolta, c’è ancora qualcos’altro. Wang Shou­hua, il presidente commissario della Federazione, è un  uomo molto pericoloso, con amicizie pericolose. Si incontrerà in questi giorni con Mao Tse­tung, un sobillatore  di professione che ha un forte ascendente anche su molti esponenti estremisti del KMT. Noi non vogliamo che quei  due adottino una strategia comune per unire le milizie sindacali alle masse contadine. Noi non vogliamo.» Era  certo   che   Tu   Yueh­sheng   non   capisse   nulla   dei   risvolti   politici   della   questione,   ma   bisognava   mostrare   di  renderlo partecipe, solleticare la sua sciocca vanità, portarlo a scimmiottare il ruolo di uomo di potere, e così  ottenere il suo aiuto. «Noi, dunque, non lo permetteremo» fece eco Tu Yueh­sheng.
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Shanghai, 12 aprile 1927, Federazione generale dei sindacati, poco dopo le quattro del mattino
Subito dopo il risuonare dei primi colpi d’arma da fuoco, Shanfeng era sgattaiolato in strada da un’uscita  secondaria, infilando un vicolo. Doveva andare in via Baoshan per avvertire i compagni della stamperia centrale,  poche decine di miliziani in tutto. L’aria fresca gli asciugava il sudore che gli colava sulla fronte, mentre correva a perdifiato verso la meta. Da quanto  aveva potuto vedere, nell’oscurità, gli era sembrato che gli assalitori fossero civili: un’associazione rivale, forse. Niente  esercito in giro, dunque niente Kuomintang che controllava l’esercito. Almeno una bella notizia. Arrivò   nei   pressi   della   stamperia   mezz’ora   dopo,   proprio   mentre   una   decina   di   persone   comparivano  dall’altra parte della strada, provenienti dalla Concessione. Armati. Fasce bianche al braccio con la scritta nera  GONG, “lavoro”. Shanfeng  si appiattì dietro lo stipite  di una porta, invisibile  ma vicinissimo, proprio quando  all’entrata della stamperia spararono le prime raffiche contro gli uomini di guardia, che risposero al fuoco. Sembrava davvero un’associazione rivale. Lavoratori contro lavoratori, che idiozia! Strinse il calcio della Webley che gli avevano dato alla Federazione, in attesa del momento buono per tornare  sui suoi passi – ormai non c’era più nessuno da avvertire –, ma dalla via Baoxing giunsero correndo i soldati  della XXVI Armata. Urlavano: «Non battetevi! Siamo tutti della stessa famiglia. Niente malintesi! Siamo qui per fare la pace». Perfetto, ora c’era anche il Kuomintang a fare da mediatore tra i due gruppi: gli agnelli pacificati dal lupo.  Shanfeng avrebbe anche riso, ma qualcosa di strano attirò la sua attenzione. Dalla sua posizione poteva vedere che i civili con la fascia al braccio, all’arrivo dei soldati, avevano cessato subito  ogni ostilità. Davvero disciplina per un gruppo di esagitati. Uno di loro scambiava anche qualche parola con un  ufficiale, lontano  dall’entrata della stamperia, al riparo dagli sguardi dei miliziani chiusi  dentro. Ancora più  strano. A Shanfeng sembrava di conoscere quell’uomo, il volto attraversato da una vistosa cicatrice. Intanto le ragioni dei soldati avevano convinto i miliziani, che stavano aprendo il portone per negoziare. Tutto  successe in un attimo. I soldati entrarono urlando e sparando. Dopo nemmeno cinque minuti uscivano carichi di  tutte le armi requisite, con i prigionieri legati e trascinati via. Un’imboscata. Shanfeng si appiattì ancor di più contro lo stipite, benedicendo la sua temporanea invisibilità. Ne approfittò  per riflettere. Era un piano ben preparato: i civili fingevano un attacco e i soldati del   KMT  fingevano di voler  riportare la calma, approfittando per disarmare i miliziani senza lunghi combattimenti. Ma chi erano i civili? La  fascia al braccio era solo un espediente, non potevano essere lavoratori. Per ultimo rammentò l’uomo con la  cicatrice: l’aveva intravisto in galera un paio d’anni prima. Stava col Cerchio Verde. Il Cerchio Verde stava col  Kuomintang. Non faceva una piega, tutto quadrava. E loro erano perduti. Di sicuro la stessa scena si era ripetuta  alla Federazione generale e magari in altri posti. Il   KMT  grazie all’aiuto del Cerchio Verde stava reprimendo la  rivolta con la forza e con l’inganno. I soldati si allontanarono verso nord, Shanfeng si diresse a sud. Dopo   alcune   ore,   il   quadro   si   era   fatto   chiaro.   Gli   stessi   avvenimenti   cui   aveva   assistito   Shanfeng   si   erano  verificati con poche varianti alla sede della Federazione e al circolo delle Edizioni commerciali. Il Kuomintang  aveva preso il controllo della città. Girava voce che anche Wang Shou­hua, il commissario della Federazione  generale, fosse stato arrestato, e forse Mao Tse­tung con lui. La casa di Jing, l’assistente  del commissario, da fuori sembrava deserta. Shanfeng  aveva bussato  a lungo,  ripetendo con voce strozzata il proprio nome, per farsi riconoscere senza attirare troppa attenzione. L’uscio si  aprì di una fessura. «Va’ via, idiota, potrebbero vederti!» Era proprio Jing. «Voglio sapere del commissario, è vero che l’hanno catturato?» «Via, ti ho detto!» «Rispondimi, o vado dritto dai soldati e te li porto qui.» Shanfeng udì un’imprecazione soffocata dietro il  legno spesso della porta, poi una pausa. «È tutto a posto, il commissario è al sicuro. Ora sparisci.» «E Mao?» «Al sicuro anche lui, si vedranno stasera per rimediare a tutto questo…» Disastro, pensò Shanfeng, questo disastro.
«Cosa possono fare, ormai? Di’ loro di lasciare la città.» «Sciocco reazionario! Qui non è il Kuomintang che comanda. Stasera Wang Shou­hua e Mao incontreranno il  vero padrone di Shanghai. E troveranno un rimedio.» Un brutto, bruttissimo presentimento lo assalì. «Chi incontreranno?!» «Basta, vattene! Ti ho già detto troppo.» Shanfeng rilassò tutti i muscoli del corpo, si appoggiò con le mani all’uscio e poi diede un colpo secco con la  spalla. Una capriola e si ritrovò nella stanza, sdraiato a peso morto su Jing. Chiuse la porta con un calcio e afferrò  per il bavero il suo interlocutore. «Chi incontreranno? Parla!» «Maledetta spia, sei una spia!» L’alito dell’uomo era acido. «Non riconosceresti una spia nemmeno se fossi stupido la metà di quello che sei. Parla!» Tirò fuori la Webley che teneva infilata nella cintura dei pantaloni e ne appoggiò la canna fredda sulla tempia  di Jing. Questi biascicò un mugolio di paura. Non era un uomo d’azione, avrebbe ceduto con un po’ di scena.  Shanfeng armò il cane, in modo che l’altro potesse distinguere il rumore meccanico del tamburo che ruotava  attorno al suo asse. «Tu Yueh­sheng, il capo del Cerchio Verde… Lo vedranno al porto. Dietro il molo 15.» Lacrime di rabbia e di  paura gli rigavano le guance. Shanfeng lo colpì col calcio della pistola alla nuca e corse via. Il 15 era uno degli ultimi attracchi, fra i più bui. I vicoli dietro quei moli, passaggi angusti fra baracche marce di  salsedine, erano il luogo perfetto per un agguato. Come potevano essere così sciocchi da non pensarci? Il capo  del Cerchio Verde avrebbe suggellato il suo patto con il KMT consegnando loro il commissario della Federazione  generale dei sindacati e il segretario del Partito comunista della sezione dell’Hunan. Quale regalo migliore? Non sentiva più le gambe, era arrivato oltre la stanchezza e oltre la collera. Oltre tutto. Agiva spinto da un  impulso che non avrebbe saputo spiegare. Solo, doveva agire. Al molo 14, si riparò dietro una fila di casse per riprendere fiato. Un buon punto di osservazione. Immaginava  che Mao e Wang sarebbero arrivati dal fronte del porto, mentre Tu Yueh­sheng e i suoi sicari erano di certo  già piazzati.  Meno  di  venti  minuti  e  due   ombre  silenziose  presero  corpo  dal  buio.  Eccoli.   Oltrepassarono  il  rifugio di Shanfeng e si addentrarono nei vicoli dopo poche decine di metri. Li seguì. Poteva riconoscerli dalla  silhouette: Mao era più alto e robusto di Wang. Ci vollero solo altre due svolte e cinque uomini furono loro  addosso. Due per ciascuno e uno in disparte. Doveva giocare sull’anticipo e sulla sorpresa, far credere a un assalto in forze; se avessero capito che era  solo,   non   avrebbe   avuto   scampo.   Sparò   un   colpo   all’indirizzo   di   quello   che   stava   fuori   dalla   mischia,  mancandolo, e li attaccò urlando con quanto fiato aveva in gola. Rumore, buio e concitazione i suoi unici  alleati. Uno degli assalitori di Mao si staccò dalla sua preda e Shanfeng lo colse con un proiettile al petto; il secondo si  diede alla fuga. I due che tenevano Wang lo trascinarono via nell’oscurità, forse tramortito. Sparò ancora, nella  speranza che lo lasciassero, ma non ottenne alcun effetto: erano tutti già lontani. Si avvicinò a Mao per aiutarlo ad alzarsi, il suo sguardo era fisso su un punto dietro le spalle di Shanfeng.  Brutta sensazione, unita alla consapevolezza di avere finito i proiettili. Si girò piano. A terra, il sicario che aveva  colpito per primo impugnava una pistola e lo teneva sotto tiro. Era ferito gravemente, ma con abbastanza vita in  corpo da tirare il grilletto. Un colpo risuonò nel buio. Fulminando l’uomo del Cerchio Verde. Shanfeng si girò verso Mao, che era disarmato. Un breve cenno d’intesa fra i due: leviamoci di qui.
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14 aprile 1927, transatlantico Vader Oranje alla fonda nel porto di Shanghai, 5.30 a.m.
L’enorme nave stava per salpare, diretta a Rotterdam. L’uomo era inquieto, una fase della sua vita conclusa per  sempre. Attraversò il ponte e si sporse a guardare l’acqua nera e oleosa, molti metri più giù. Il castello di poppa  era percorso dalla brezza pungente e salmastra della mattina. Attorno a lui, i marinai erano impegnati nelle  ultime incombenze prima di mollare gli ormeggi. Respirò a fondo l’aria impregnata di salsedine e di carbone  combusto, poi si strinse nella giacca, i pensieri a quegli ultimi anni. Alcune ore prima, lavorando nel buio, Shanfeng aveva riflettuto sugli ultimi avvenimenti. In fuga con Mao si era  diretto alla Farfalla di Giada, solo per scoprire che il locale non poteva più offrire riparo a niente e a nessuno. Era  devastato.   Gli   uomini   del   Kuomintang,   forse   insieme   a   quelli   del   Cerchio   Verde,   avevano   distrutto   tutto   il  possibile. Un regolamento di conti a lungo atteso. Il ragazzino incontrato alla porta pochi giorni prima giaceva  pesto e confuso fra i rottami. Tremava, e la boria di qualche tempo prima era solo un ricordo. Aveva riferito che  Yu­Hua si era ucciso. Un colpo alla tempia mentre i soldati facevano irruzione nel suo ufficio. Quando arriva il  nuovo padrone, quello vecchio lascia la casa, non si mette a servizio. Shanfeng aveva camminato fra le macerie  di antichi fasti, i pugni stretti. Poi si era rivolto a Mao Tse­tung. «Non   vedo…   Non   vedo   le   masse   di   cui   parlavi,   né   le   catene   spezzate.   Gli   imperialisti   e   i   corrotti,   che  dovevano finire nelle fosse, hanno fatto tutto questo. Nessuno li ha fermati.» «Non farti scoraggiare, ragazzo. La tua storia personale non conta. Il tempo è maturo.» «Guardati intorno!» Shanfeng lo aggredì. «Osserva. Tutto questo è opera del Kuomintang. La città è in suo  potere,   l’intero   paese   è   in   suo   potere.   Proprietari   terrieri   e   notabili   si   fanno   chiamare   “ufficiali   dell’Armata  rivoluzionaria”, sfruttando le tue stesse idee a loro vantaggio. Come hai potuto pensare che avrebbero permesso  ai contadini e ai proletari di sollevarsi? Di non pagare le loro tasse e di impossessarsi delle loro ricchezze?» Mao sospirò, quasi si aspettasse quello sfogo. «Le masse contadine hanno ormai acquisito…» «Le masse contadine mangiano terra e sterco di maiale da sempre, e per sempre continueranno a farlo! Il  KMT  ha raggiunto  il suo  scopo, alla fine, e ci ha  usati per ottenerlo. La Cina ha solo  cambiato  padrone, e questo  padrone non è il popolo.» «Mentre con la magia del tuo amico…» «Non ho detto questo.» «Cosa, allora?» Shanfeng voltò le spalle. «Non so cosa voglio dire, non so più niente. Non ho più niente.» Il silenzio fu rotto dai passi di Mao, lenti verso l’uscita. Poi la sua voce. «Pensa a quello che fai prima di farlo e a  quello che dici prima di parlare. Grazie per ieri notte.» Non ricordava un altro momento della sua vita in cui era stato più solo. Gli venne quasi da sorridere, riflettendo  sulla sua condizione. Abbandonato da amici e compagni. In un cimitero. A profanare la tomba di sua madre.  Finalmente lo scalpello si inserì sotto la lastra, permettendogli di fare leva e spostarla di lato. Perdonami, madre, perdonami.  Mise   dentro   il   braccio,   imponendosi   di   non   pensare.   Tirò   fuori   una  cassetta di metallo polverosa, la depose a terra e si asciugò il sudore con la manica della giacca. Poi la aprì e ne  estrasse una borsa di cuoio che non vedeva da anni. Quasi un moto di commozione mentre slacciava la fibbia  arrugginita. Gli appunti sembravano intatti, appena un po’ ingialliti. Tutti in doppia copia, come li aveva redatti  Hofstadter. Li ripose nella borsa e se la mise a tracolla, poi risistemò la lastra della tomba e si girò per tornare sui suoi  passi. Ma un’ombra si allungava sul viale. E la voce di un vecchio amico lo salutò. All’alba di quella stessa mattina, Hans Deruyter era uscito dall’agenzia navale con in tasca un biglietto di sola  andata. Era quasi ora di tornare a casa. Il nodo sarebbe giunto al pettine. In un modo o nell’altro la sua vita  avrebbe mutato direzione. Era contento, a suo modo. Non sopportava più Shanghai, né la Cina. Quando era  arrivato, molti anni prima, ognuno aveva un ruolo ben definito, persino lui. Era un occidentale, un dominatore, e  un membro della Società dell’Ariete. Aveva una missione chiara e dei valori di riferimento. Ma ora? Il mondo  mutava in forme sempre più difficili da riconoscere.
Si fermò davanti al banchetto di un’indovina, piccola e vecchia. Divinava il futuro dalle interiora dei serpenti.  Estraeva il sacchetto blu della bile dal ventre di piccoli rettili pescati da una cesta e ne versava il contenuto in una  tazza, poi lo mischiava con acqua usando una bacchetta di osso ed elargiva la sua predizione. Se apprezzava  quel   destino  rivelato,  il destinatario  doveva  bere  la bile.  Pochi  yuan  più  il  prezzo  del  serpente.  Deruyter   ci  rifletté, scosse la testa e passò oltre. Shanfeng riconobbe subito quel cinese gutturale ma corretto. «Salute e prosperità a te, Hans.» Non capiva molto di quanto stava succedendo, ma erano senza dubbio cattive  notizie. La pistola impugnata da Deruyter era eloquente. «Siamo arrivati alla fine, dunque. Non ci speravo più.» L’olandese rise senza gioia. «Così pare, ma non so bene perché.» «Né ti serve saperlo. Dammi solo quella borsa e va’ per la tua strada. Non chiedo altro.» “Va’ per la tua strada.” Shanfeng apprezzò l’ironia inconsapevole di quell’affermazione. Non aveva più una  strada;   gli   ultimi   rimasugli   di   significato   della   sua   esistenza   risiedevano   proprio   nel   contenuto   della   borsa.  Dargliela o farsi sparare sarebbe stata la stessa cosa. Sfilò comunque la tracolla dalla spalla. Con lentezza, per  prendere tempo e valutare la situazione. Sfiorò con la destra il rigonfiamento della tasca dove teneva la Webley,  ma ricordò subito con una fitta di aver esploso tutti i colpi la notte prima. Deruyter glielo lesse in faccia. «Non ci provare, ragazzo, è scarica. Se non avessi sparato io a quel balordo, ieri  al porto, non saremmo qui a raccontarcela.» Almeno un piccolo enigma era svelato, ma rimaneva il problema più grosso. Deruyter era a tre metri: troppi  per saltargli addosso e troppo pochi per provare a scappare. «Sbrigati, la terra di questo paese mi brucia sotto i piedi, ormai.» «Dov’è   finita   la  passione   che   dimostravi   per  le   sorti  del   popolo  cinese?»   Data   la  situazione,   poteva   pure  concedersi un po’ di sarcasmo, ma l’olandese lo prese sul serio. «Una bugia, inventata per stare dietro a te e a quegli appunti. Della Cina non mi interessa molto; dei cinesi  meno ancora.» Scrollò le spalle. «Ho preso un biglietto per andare via da qui, e non vedo l’ora.» «Da quanto va avanti?» Shanfeng mosse piano la borsa, tenendola distante dal corpo col braccio teso. «Oh, da molto prima di te. Da molto prima di tutti noi, parlando in generale. Ma in questo caso specifico,  possiamo dire semplicemente da prima che Hofstadter ti incontrasse. È stato un lungo duello a distanza fra noi  due, anche se lui non sapeva di combatterlo contro di me. Mi è quasi dispiaciuto vincerlo e distruggere i vasi per  cui aveva faticato tanto, su quella collina dell’Anhwei. Che cos’era, il ’20?» Shanfeng sussultò. Ricordò l’ultima parola pronunciata dalla voce flebile di Hofstadter: traditi. Ricordò Yuan­ che, da lui ritenuto colpevole dell’assassinio. Castrato e ucciso quella stessa notte. E poi ancora l’immagine del  professore,   esanime   e   sanguinante   sul   pavimento   di   una   baracca   puzzolente.   L’indecorosa   morte   dell’unico  uomo che gli aveva dato sempre, e mai aveva chiesto in cambio. La macchia rosso cupo sul suo petto. «Tieniti pure questa borsa di merda.» Gliela tirò in faccia, e d’istinto ne seguì la traiettoria col corpo. Il lancio fece esitare Deruyter per l’attimo necessario e Shanfeng gli fu addosso, deviandogli l’arma verso il  basso. Rotolarono a terra. Dalla canna della pistola fiammeggiarono due colpi. Shanfeng ribaltò l’avversario con  una spallata, ma i due continuarono a ruzzolare avvinghiati fino a che il cinese urtò con la schiena contro la  tomba della madre e rimase  immobilizzato. Deruyter lo schiacciò con tutto il suo  peso  contro la pietra. Una  mano a bloccargli le spalle e l’altra stretta sulla pistola. Il cinese era perduto. «Perché?!» Le parole soffocate di Shanfeng allentarono la pressione che gli stava facendo strabuzzare gli occhi. Lo   sguardo   dell’olandese   si   perse   per   un   attimo   in   un   punto   lontano.   «Per   l’Ariete»   rispose.   «Non   puoi  capire.» Con la destra Shanfeng raggiunse un oggetto che non riconobbe subito, lo afferrò e lo abbatté fulmineo sulla  tempia di Hans. Lo scalpello con cui aveva sollevato la lapide si conficcò nel cranio dell’avversario. Grazie, madre. Lo rovesciò sulla schiena, liberandosi del peso ormai morto. Gli svuotò le tasche mentre il corpo era ancora  attraversato da spasmi: la vita aveva già abbandonato il cervello di Deruyter, ma ne scuoteva le membra per  l’ultima   volta.   Trovò   un   rotolo   di   banconote,   del   tabacco.   E   un   biglietto   d’imbarco   per   un   luogo   chiamato  Rotterdam.
Shanfeng  si strinse  ancor  di più nella giacca di foggia occidentale, rimediata da un rigattiere dell’angiporto.  Avrebbe voluto apparire  un ricco viaggiatore  cinese, sembrava solo un poveraccio aggrappato a una remota  speranza.   Quello   che   era.   L’acqua   nera   schiumava   e   ribolliva   contro   lo   scafo   del  Vader Oranje  ormai   in  movimento. Non aveva un posto dove andare, non doveva niente a nessuno. Se non alla memoria di un uomo morto ormai  da tempo. Il debito che aveva deciso di onorare, la strada da seguire. Toccò la borsa di cuoio sotto la giacca. Nelle ore precedenti aveva scorso in modo febbrile quegli appunti,  senza capire nulla. E le minute delle lettere inviate alla famiglia. Grafia sottile, armoniosa ma tremante, con le  lettere un po’ oblique e nitide, carica di rimorso inespresso. La moglie del professore era morta ormai, ma il figlio  Dietrich avrebbe ricevuto un dono postumo da suo padre. Shanfeng non aveva idea di come si potesse andare da  Rotterdam a Lubecca, però avrebbe trovato un modo. Si volse ancora alle luci gialle della costa di Shanghai, sempre più incerte nella distanza. Non distingueva più  le varie zone della sua città. Dell’unica città mai conosciuta. Le mani strinsero forte la balaustra della tolda.
17
Salta, Argentina, maggio 1948
Aki no kaze ware wa mairu wa dono jigoku.* Un haiku gli ronzava in testa, uno dei tanti letti da giovane, quando la scienza non era ancora l’unica dea a cui   rivolgere le proprie preghiere. Giappone. Tornare in Giappone. Un piccolo paese in ginocchio, un impero annichilito. Una volta là, avrebbe  dovuto   parlare   con   le   persone   giuste,   oliare   gli   ingranaggi   giusti   e   rimettersi   in   sesto.   Denaro   ne   aveva   a  sufficienza per portare a termine qualunque progetto. Gli mancava la determinazione. Il precipitare degli eventi  aveva   minato   ogni  certezza.   Non   era  più  sicuro  di   sé,   le  antiche   paure   avevano   messo  a   nudo  tutte   le   sue  debolezze, come nervi scoperti. Si sentiva vuoto e smarrito, non era nemmeno riuscito a prendere una decisione  lucida sul percorso di ritorno. Optare per il  Tren a las nubes  era stato frutto dell’istinto, non di lucidità: il  disonore di manifestare i sentimenti. La piccola folla sgargiante di turisti spiccava tra pastori e bambini, nei pressi della stazione. Otaru celava il  viso all’ombra del cappello. Scrutò il capannello di gente che bivaccava vicino all’ingresso. Il sospetto che tra loro  potesse esserci qualche agente dell’OSS lo fece esitare. Un bimbo si avvicinò, seguito da un cane spelacchiato, e gli  chiese qualcosa. Preso alla sprovvista, lo scacciò con rabbia. Si passò una mano sul mento aspettando nervoso  l’arrivo della creola, che gli si fece incontro. Sembrava avere trovato un po’ di serenità. «Abbiamo tempo per  mangiare qualcosa e bere un mate, prima di salire a bordo.» D’un tratto, una voce baritonale richiamò la loro attenzione. «¡Hace mil años que espero que inauguren este trecho de ferrocarril!» Un uomo robusto mostrava la chiostra di denti bianchi, con due incisivi d’oro.  «¡Se dan cuenta… más de cuatromil metros! Estoy exitado como un crio.» Una donna al suo fianco lo  apostrofò: «¡Hugo! ¿No ves que el señor es un extranjero?». Rivolgendosi a Otaru si scusò in inglese per  l’esuberanza del marito. Il giapponese finse di essere cortese, Felipa sembrava gradire l’opportunità di chiacchierare con qualcuno. «Potremmo fare il viaggio insieme, che ne dite?» La creola cercò lo sguardo di Hiro. Viaggiare con una coppia,  come fossero amici, forse poteva essere più sicuro. Lo sapeva bene anche lui. Il sospetto lo divorava, ma non  aveva scelta. Si risolse ad accettare l’invito. Una volta sul treno, le donne continuarono a parlare, spesso interrotte da Hugo. Otaru era turbato, la sua  maschera di contegno distaccato era ormai caduta. Alle volte l’inquietudine sembrava avere il sopravvento, e si  sentiva cedere ai suoi demoni ogni giorno di più. Aveva sentito più volte Felipa agitarsi nel sonno durante i loro spostamenti. Una volta, nel dormiveglia, gli  aveva confidato con orrore di non riuscire quasi a ricordare il volto di Dietrich; lo vedeva sbiadire. I contorni si  dissolvevano. Il mento e gli zigomi perdevano nettezza, il colore degli occhi si faceva sempre più vago. Ma ora lei sembrava  riprendersi  mentre   lui  sentiva  di cadere  senza appigli.  Non  sapeva  cosa  fare.  Forse,  superate le Ande, avvicinandosi al Perú, le cose sarebbero andate meglio. Nel frattempo, annuiva e si perdeva in  facezie con i due argentini. A qualche minuto dalla partenza, entrarono nello scompartimento un ragazzo con i  ricci scompigliati e un prete. Le ruote spingevano, il treno sbuffava e il paesaggio scivolava veloce. Il ragazzo osservava fuori dal finestrino  la strada ferrata perdersi ripida tra le montagne. «¿Viniste a hacer turismo o a salvar las almas de los indios?» Un leggero colpo sull’avambraccio del marito: «¡Hugo!». «¿Y ahora qué dije?» Il sacerdote accennò un sorriso e rispose in inglese: «Sono qui per turismo. Ho girato tutto il paese, non potevo  perdermi questo favoloso viaggio tra le nubi». L’argentina tradusse al marito compiaciuto. Felipa intervenne, in un inglese stentato: «Da dove viene, padre?». «Capisco lo spagnolo figliola, ma non lo parlo bene. Sono americano.» Hiro cercò di mantenere il controllo, ma  un timore lo scosse nel profondo. «Sono di Portland, in Oregon, ero cappellano militare nel Pacifico durante la  guerra. Tornato a casa, ho deciso di prendere una pausa e venire a cercare una parte delle mie radici. Mia nonna  era argentina, di origine polacca.»
Il ragazzo si mise a leggere un libro, annoiato, errando con lo sguardo tra le pagine e le gambe di Felipa. I  coniugi raccontarono di essere in viaggio di nozze: trovavano romantico fare la luna di miele tra le nuvole. La voce dell’argentino risuonò divertita: «¿Y el chino?». La moglie lo colpì di nuovo poi si rivolse a Otaru: «Lo scusi, alle volte sa essere davvero inopportuno. Lei da  dove viene?». Felipa guardò Otaru senza sapere  cosa dire, il ragazzo  seguì  la linea della caviglia della creola, su fino al  polpaccio, Hugo ammiccò alla moglie, e il prete anticipò tutti: «È giapponese». Le   assi   del   palcoscenico   su   cui   Otaru   inscenava   la   commedia   scricchiolarono.   Non   aveva   mai   smesso   di  recitare, da quando in braccio a un soldato imperiale osservava le macerie della sua casa devastata dal terremoto.  Se il tendone è strappato si intravedono la ribalta, le sagome degli attori, la confusione di scenografie abbozzate. Lo avevano scovato. Da quando tutto era crollato di nuovo nella sua vita, non era stato più in grado di scegliere. Felipa aveva preso  le redini e lo aveva salvato. L’unica sua scelta si era rivelata sbagliata. Doveva saperlo, lo avrebbero trovato. Il  prete, il falso prete, era di sicuro un agente dell’OSS. E forse anche gli altri. Lo aveva detto alla creola: le ferrovie  argentine sono inglesi. Ma non aveva riflettuto abbastanza, e ora lo avevano in pugno. Si alzò dal sedile con gli occhi spiritati e uscendo fece cadere il libro al ragazzo, che protestò: «¡Che, tené cuidado!». In coda al treno, il vento umido gli sferzava il viso, mentre vomitava appoggiato al parapetto. I conati violenti  gli contraevano lo stomaco ormai vuoto e una sostanza amara gli impastava la bocca. Le tempie pulsavano feroci  a ogni colpo di tosse. Strinse il corrimano. I binari si srotolavano sotto gli occhi appannati. Non la sentì arrivare,  e quando lei gli mise il soprabito sulle spalle Hiro si lasciò scivolare sulle assi di legno. Le nuvole erano sospese a  mezz’aria, il convoglio sembrava sospeso nel nulla. «Tra   poco   arriveremo   alla  prima   stazione   del  percorso.  A   detta  del   capotreno  sosteremo   mezz’ora.   Molti  passeggeri si fermeranno là per le escursioni, magari anche  quelli che  sono con noi, e non è detto che…» Si  fermò. Otaru si sentiva un animale braccato, in preda alla disperazione e alla rabbia. Si tolse il soprabito dalle  spalle   e   lo   restituì   alla   ragazza.   La   ringraziò   con   un   rapido   inchino   e   senza   aspettarla   rientrò   in   carrozza,  lasciandola sola con lo spolverino sul braccio. La minuscola stazione non si vedeva quasi. Molti viaggiatori scesero dai vagoni, alcuni carichi di zaini, pronti  a partire per la montagna, altri per sgranchirsi le gambe o per comprare qualche ninnolo dagli indios nei pressi  dei binari. Il ragazzo, dopo aver chiuso il libro e preso le sue cose, salutò con un cenno e un’ultima occhiata alle  cosce  della  creola.  Hugo  scese  alla   ricerca  di  foglie  di  coca   da masticare   per  la moglie,  in  preda  agli  effetti  spiacevoli dell’altitudine. Felipa andò con lui. Quando Hiro, spinto dalla sete, decise di scendere a sua volta portando con sé la borsa dei diari, il prete lo  seguì. Si scambiarono uno sguardo fugace e il giapponese sentì la Browning pesare sotto la giacca. Respirava nebbia, in preda alle vertigini e alla nausea. Si addentrò nella nebbia verso la stazione; dietro di sé scorse la figura del sacerdote emergere dal biancore.  Felipa e Hugo erano una macchia grigia in dissolvenza. All’improvviso deviò e costeggiando il muro si diresse  sul retro dell’edificio, per poi allontanarsi. La bruma saliva incessante. Una voce lontana diceva qualcosa in spagnolo. Mise un piede in fallo e rovinò sul  terreno in pendenza per diversi metri, ferendosi su una pietra. La cappa lattiginosa lo avvolgeva, soffocandolo.  Non riusciva a deglutire, la bocca sembrava piena di polvere. La mano corse alla sparteina. Un rumore lo fece  sobbalzare, lo stomaco si riempì di farfalle e la scatola delle pasticche gli cadde. Voltandosi vide emergere il  prete.   Non   era  in   grado  di   fuggire   sotto   quelle   macerie   di  nuvole,   schiacciato   dal   peso  di   un   crollo   etereo.  L’agente dell’OSS gli era addosso come un mastino. Hiro Otaru cadde in ginocchio, il volto rigato di lacrime, i denti stretti fino a fargli male. Senza pensarci prese   la pistola e con un sorriso ebete tolse la sicura. Quando il prete lo vide, aveva la canna in bocca. Nella mente le sagome nere dei pescatori tremolanti nel sole,  l’ondata di granchi brulicanti sulla risacca, i cerchi concentrici sulla superficie dell’acqua in un secchio. «Ma che sta facendo? Per l’amor di Dio, posi quell’arma… Non faccia pazzie.» Otaru aprì la bocca e con lentezza esasperante sfilò la Browning. Osservò la saliva colare dalla pistola, sputò  sangue, poi puntò l’arma verso il prete. La nebbia era appiccicosa come una ragnatela.
«Bastardo, pensavi di esserci riuscito, eh? Maledetto, ora ti faccio saltare la testa.» Il sacerdote scosse il capo, provò a urlare, ma il grido gli morì in gola. Un tuono sembrò frantumare il cielo e  all’improvviso scese una pioggia finissima. Hiro indicò la borsa con i diari: «Volevi questa, non è vero? Non ci  siete riusciti a Nueva Germania e non ci riuscirete nemmeno qui». Il cavallo dei pantaloni del prete si chiazzò di scuro. «N­non so di cosa parla. Lo giuro. Ho visto che non si  sentiva bene, così quando si è inoltrato nella nebbia l’ho seguita. Pensavo avesse bisogno di aiuto. Lo giuro. Lo  giuro!» Un secondo tuono fu accompagnato da gocce più grosse; in lontananza, un esile richiamo ai viaggiatori in  partenza. L’uomo davanti al giapponese cadde a sua volta in ginocchio e con la testa china si mise a pregare. Hiro  alzò  gli  occhi  al  cielo.  Le  lacrime  salate  gli  colavano  in  bocca,  facendogli  bruciare   le  gengive  ferite.  Rimasero così, uno di fronte all’altro, a terra, quando dal nulla giunse una voce. «¿Qué carajo está pasando? ¿Qué es, un retiro espiritual?» Il ragazzo con lo zaino sulle spalle d’un tratto vide la pistola e si azzittì. Il religioso interruppe il Padre Nostro,  guardandolo disperato. Otaru rise isterico. «Dovevo immaginarlo, siete in due, e forse ce ne sono altri…» Un terzo tuono e due colpi. La testa del pastore esplose e il corpo si accasciò sulle gambe di Otaru. Il ragazzo  cadde a terra, tenendosi l’addome e sputando grumi neri. Il giapponese scansò il prete e si diresse verso l’altro.  Si mise a gambe divaricate sul ragazzo in preda agli spasmi. La pioggia si infittì. Mise via la Browning, aveva le   orecchie piene di ronzii, prese una pietra grossa come un pugno. Mormorò tra sé: «Tutto quel rumore. Non lo  sopporto. Tutto quel rumore… come… come di case che crollano». Alzò la pietra e sfondò il cranio del giovane due, tre, quattro volte. Una voce lontana lo distolse dalla furia e la sua mano ferma a mezz’aria allentò la presa, facendo ruzzolare nel  fango la pietra incrostata di sangue. Si guardò attorno, come fosse appena emerso dal sonno. Alla vista del corpo  inerme sotto di sé fece un balzo indietro, finendo a terra. Il prete giaceva a poco più di un metro: al posto della  faccia aveva una poltiglia molle e bruciacchiata. La nebbia andava diradandosi, sotto la pioggia. Poco distante, la costa della montagna si interrompeva in una  falesia. Si rimise in piedi. Dopo un attimo di indecisione, interrotto da un boato, trascinò i cadaveri fino al bordo  del dirupo. Prese dallo zaino del ragazzo alcuni indumenti e una borraccia, fece ruzzolare i corpi di sotto, poi si  spogliò in fretta e cercò di sciacquare via sangue e fango, strofinandosi con una camicia. Si rivestì. Avvolse la  pistola in un fazzoletto e la infilò in tasca. Milioni di lame gelide scendevano dal cielo impietose. Una voce chiamava da oltre la scarpata, Otaru risalì la  china a fatica, andandole incontro. Una   volta   tornato   nello   scompartimento   non   riusciva   a   smettere   di   battere   i   denti,   dalla   nuca   gli   colava  dell’acqua lungo le spalle. L’argentina prese un asciugamano dalla valigia. «Tenga, si asciughi o si prenderà un  bell’accidente.» Si rivolse  al marito  con tono gentile ma irremovibile: «Hugo, tesoro, presta una camicia e un maglione al  signore, mentre mettiamo ad asciugare le sue cose». L’uomo stava per ribattere, quando lo sguardo dolce della  moglie tacitò ogni rimostranza. Otaru vide Felipa guardargli le scarpe, infangate e striate di rosso scuro, e poi portare una mano alla bocca per  soffocare un grido, senza sollevare gli occhi. Si era spinta oltre il limite. Era arrivata lassù senza pensare a nulla,  vinta dai sentimenti. La morte di Dietrich era per lei qualcosa di vago, vissuto di riflesso. Otaru lo aveva capito;  lei l’aveva aiutato per istinto di sopravvivenza, per comunanza di destino, e forse in seguito ne aveva fatto quasi  un dovere. Come se la sua presenza potesse restituirle una parte di Dietrich, o consentirle di espiare una colpa:  l’assenza. Felipa avrebbe voluto essere là nel profondo del Mato Grosso, fare qualcosa, anche morire, ma assieme  a lui. Otaru ne era certo. Aiutarlo  per lei significava pagare per non essere stata accanto  a Dietrich. Lo avrebbe  accompagnato   a   Lima,   fino   alla   passerella   della   nave.   Perché   così   doveva   essere.   Ma   di   certo   non   poteva  perdonarlo, codardo ed egoista, non poteva farlo come aveva fatto con Dietrich. Aveva sbagliato a leggere le  carte: Otaru non era l’Eremita, ma solo un altro mattone della Torre, un altro tassello della rovina. Hugo tirò fuori dalla tasca un involto di carta e lo aprì sulle ginocchia. Prese un paio di foglie di coca dal  mucchietto comprato durante la sosta e le porse al giapponese, dicendo qualcosa. La moglie tradusse: «Dice di  farne una poltiglia con i denti e di tenerla tra i molari e la guancia. La aiuterà con il mal d’altitudine…».
Il treno avanzava su ponti sospesi e cremagliere, sotto un sole d’oro e tra oceani di nuvole. Otaru   era  sprofondato   in  un   sonno  comatoso.  Si   era   sentito   misero   e   piccolo,   invecchiato   all’improvviso,  incartapecorito,  consumato  dagli  eventi.  Avvolto  in quei vestiti troppo  grandi,  si  era rivelato  in tutta la sua  umana   miseria.   Come   poteva   Felipa   pensare   che   lui   avrebbe   dato   a   Dietrich   l’equilibrio   necessario   a  rappacificarsi con se stesso, con il suo retaggio? La passionalità di Hofstadter, distillata dalla sua pacatezza…  Tutto sbagliato. Aveva ragione lo Sturmbahnführer, lei avrebbe dovuto ascoltarlo, non si può leggere il destino  in un mazzo di carte. Non si può credere, come aveva fatto il vecchio barone, in verità ultime e superiori che non  siano sangue e carne. A La Polvorilla  la sera era ancora chiara,  alcuni bambini  chiassosi  circondarono  i viaggiatori per  vendere  bastoncini con la punta ricoperta di zolfo. «Siete sicuri di voler rimanere qui? Il viaggio notturno di ritorno è quasi più pittoresco di quello di andata. Il  prossimo treno arriverà solo tra qualche giorno. Cosa farete nel frattempo?» Hugo e sua moglie sembravano  preoccupati. «Ci fermeremo al rifugio della stazione e domani cominceremo le escursioni.» La voce di Felipa era tranquilla,  le   parole   le   uscirono   senza   pensare.   Doveva   essersi   abituata   a   fingere   con   tutti,   a   partire   da   se   stessa.   Li  salutarono calorosi, Hiro fece un cenno e strinse loro le mani con indifferenza. Hugo disse alla moglie di lasciare  loro un recapito, nel caso avessero avuto bisogno di ospitalità a Buenos Aires. La creola ringraziò e disse che ci  avrebbe pensato davvero.
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Lubecca, Germania, giugno 1927
Il tedesco di quelle parti era molto più veloce e gutturale di quello aristocratico al quale si era abituato col  professore. Le poche indicazioni chieste per arrivare a villa Hofstadter non era nemmeno sicuro di averle capite.  Spesso le strade erano strette, poco più che vicoli, ma diverse da quelle di Shanghai. Molto diverse. Edifici lineari  e lugubri sembravano volersi spingere verso l’alto, in un tentativo eternamente frustrato di staccarsi dalle  proprie fondamenta. Shanfeng era giunto alla meta quasi per caso, al culmine di un girovagare sempre più  confuso, intirizzito per la tramontana che batteva a raffiche le vie, incuneandosi come uno scalpello di ghiaccio  fra la pelle e i vestiti troppo leggeri del cinese. Riconobbe infine la cancellata con lo strano simbolo che gli era  stato descritto. Lo stesso inciso sulla copertina di pelle dei quaderni del vecchio. Sulle prime, l’uomo brusco e anziano che venne ad aprire non voleva nemmeno permettergli di spiegarsi, ma  poi si era convinto. «Porto qualcosa appartenuto al barone Einrich Hofstadter. È confidenziale, da consegnare  solo nelle mani di suo figlio Dietrich.» Il maggiordomo non se l’era sentita di respingerlo senza consultare il  padrone. La stanza  era piena  di velluti e tappeti;  pesanti tende  veneziane  velavano  le  portefinestre.  L’ambiente  gli  ricordava la direzione della Farfalla di Giada. Il buon gusto e la noncurante decadenza dell’Occidente. Nessun  dubbio sull’identità dell’uomo, che lo aveva ricevuto senza nemmeno alzarsi dal divano. Identico a come doveva  essere stato suo padre a vent’anni. Solo, una luce diversa negli occhi: più cupa. «Shanfeng, giusto?» «Sì, mein Herr.» «Il ragazzetto cinese del mio povero padre, ormai assente giustificato. Corretto anche questo?» «Come dice lei, signore.» «Hai un accento divertente, lo sai?» Ovviamente non lo sapeva, e non aveva idea di come reagire a quello  strano interrogatorio. «E   il   dono   postumo   di   mio   padre   immagino   riposi   dentro   quella   borsa   a   cui   ti   aggrappi   da   quando   sei  entrato…» La mano del giovane si volse col palmo in alto, come in attesa che Shanfeng vi deponesse ciò che era  venuto a portare. Il polso emergeva bianchissimo e sottile dalla manica di seta pervinca della veste da camera. Le  dita si mossero veloci, in un gesto di invito. «Coraggio!» Shanfeng gli passò la borsa, e Dietrich Hofstadter la soppesò con sufficienza, per poi appoggiarla sul tappeto.  Come se non gli importasse. «Puoi andare. Gustav ti darà del cibo, se ne vorrai. Decideremo con calma cosa fare di te.» Non era quello che si aspettava. Avrebbe dovuto consegnargli anche le copie, che per sicurezza aveva lasciato  nella sua sacca. Ma non se l’era sentita. Il figlio non era il padre. Rimase per due giorni a oziare alla villa, in attesa che Dietrich lo chiamasse per chiedergli conto di quegli  appunti: era un chimico e avrebbe dovuto capire di cosa trattavano. Ma non accadde niente. Al terzo giorno  decise di affrontarlo. Nessuno gli aveva proibito di accedere a questa o a quella zona della casa, forse confidando  nel timore reverenziale mostrato dal cinese. Nessuno dunque fece in tempo a fermarlo quando, verso le dieci del  mattino, entrò nella stanza del padrone, annunciato solo da un rapido bussare. L’anticamera dove era stato ricevuto la prima volta era buia e deserta. Avanzò fino all’alcova con il letto a  baldacchino:   Dietrich   riposava   ancora.   Shanfeng   esitò   un   attimo,   il   tedesco   non   avrebbe   reagito   bene   a   un  risveglio brusco da parte di un estraneo non invitato. Fece un passo indietro e si girò, già pentito della propria  iniziativa, quando da una porta laterale venne fuori una donna bionda, molto bella, i tratti diafani appena gonfi  per il sonno. Alla vista del cinese, la ragazza urlò qualcosa che Shanfeng non riuscì ad afferrare. Poi la risata di  un uomo: Dietrich era seduto e sembrava divertito dalla scena, gli occhi vivaci come il giorno in cui l’aveva  ricevuto, per nulla annebbiati dalla sveglia improvvisa. La bionda si strinse nella vestaglia, continuando a squittire. «Ero in bagno e poi me lo sono trovata davanti,  quel… quell’animale!» Il tedesco  rispose  contegnoso,  a metà  fra  il  serio  e il faceto:  «Controllati,  Ute, e  non  parlare  così  del mio  domestico   personale.   È   orientale,   ma   parla   bene   la   nostra   lingua   ed   è   molto   suscettibile».   Rise   ancora,  incrociando le mani dietro la nuca. «Va’ pure, Shanfeng, parleremo dopo di quella cosa.»
Parlarono, in effetti, ma Shanfeng non ne ricavò una buona impressione. Dietrich Hofstadter considerava il  padre poco più che un vecchio ossessionato da strane manie, a causa delle quali lo aveva abbandonato con sua  madre. La donna era deperita fino a morirne, lui invece aveva sviluppato un approccio ironico e disincantato  verso ogni cosa. Non credeva a niente che non fosse il proprio immediato piacere. Il cinese era disgustato in  maniera sottile dallo stile di vita del giovane, ma anche affascinato, in un certo senso: non aveva mai conosciuto  nessuno   così   dedito   a   se   stesso.   Rappresentava   una   sfida.   Dietrich   lo   aveva   voluto   come   suo   attendente  personale. Al posto del maggiordomo Gustav, che era ormai troppo anziano, aveva concluso, per star dietro alle  sue esigenze. (Gustav era parso interdetto, ma non dispiaciuto per l’avvicendamento, quasi che da uno come il  padrone non fosse lecito stupirsi di nulla.) Mentre quella stessa sera si toglieva gli stivali in una delle stanze della servitù, Shanfeng sorrise pensando che,  nonostante il comunismo e tutto il resto, era rimasto solo un coolie, un piccolo schiavo orientale. Passarono un paio di mesi e Shanfeng non riuscì a decifrare la personalità di Dietrich, tantomeno a giudicarlo.  Continuava a sprecare il suo tempo in irritanti rituali di società, partite di whist con nobildonne attempate e alti  ufficiali, feste, incontri galanti con signorine che cambiava con frequenza regolare. Si era però interessato ai diari  e agli appunti, infine. Li studiava e sembrava quasi rivalutare con essi il loro estensore; un paio di volte aveva  tempestato il suo nuovo attendente di domande sui metodi di lavoro del padre, sui suoi spostamenti e sulle sue  azioni. Non sempre Shanfeng era riuscito a essere esauriente, ma questo non sembrava aver irritato il tedesco. Aveva l’impressione che Dietrich a volte lo prendesse in giro, così come gli pareva prendesse in giro tutti gli  altri. Poche settimane prima erano andati alla stazione balneare di Travemünde, il vicino avamposto sul Baltico.  Shanfeng non riusciva a concepire come tutti quegli uomini e donne, assurdi e bianchicci nei loro costumi da  bagno, potessero ritenere piacevole avventurarsi dentro l’acqua gelida. E pretendevano anche facesse bene alla  salute! Il cinese aveva i brividi solo a guardarli, ma seguitava a farlo: lo spettacolo era troppo divertente. La  contessa von Rastemburg, zia dell’ultima conquista di Dietrich – una ragazzetta slavata dai modi languidi –, si  era accorta dell’interesse  del cinese  per i bagni di mare  degli amici  del suo  padrone, e non aveva  tardato a  sottolinearlo. Mentre   Shanfeng   serviva   una   tisana   agli   ospiti   di   Dietrich   sulla   terrazza   della   suite,   la   contessa   aveva  commentato acida: «Allora sa anche svolgere mansioni ordinarie, il suo piccolo orientale, oltre che osservare le  gambe delle signore al bagno». Shanfeng si era bloccato a mezz’aria con il vassoio, e Dietrich era intervenuto con prontezza. «Sa fare ben altro, contessa. Questo piccolo orientale, come lei lo ha graziosamente appellato, sa estrarre con  il coltello il cuore a un uomo mentre lo guarda in faccia. Lasciandolo ancora vivo per molti secondi. Gliel’ho  visto fare di persona; interessante spettacolo.» La contessa si irrigidì all’esotica bugia di Dietrich, e non parlò più  per l’intero pomeriggio. Solo, scrutava ogni tanto il cinese, quando pensava che questi non se ne accorgesse. Quella stessa sera, lucidando la spilla d’oro raffigurante una sorta di compasso che il suo padrone appuntava  ormai sempre più spesso al bavero della giacca nelle occasioni mondane, Shanfeng ripensò al breve scambio di  battute con la contessa von Rastemburg. La vecchia lo considerava un fenomeno da baraccone, ma per lo stesso  Dietrich non era molto di più: un passatempo bizzarro, l’ultima novità esotica per stupire gli amici. Proprio in  quell’istante il tedesco gli si avvicinò. Gli tolse la spilla dalle mani e se l’appuntò noncurante al revers sinistro. Lo  scrutò per un lungo istante, poi commentò con tono appena beffardo, alla sua maniera: «Odio tutto questo, ma è  maledettamente utile». Gli voltò le spalle e uscì dalla stanza.
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Dai diari di Einrich T. Hofstadter, vol. IV, p. 204
Il segreto del “respiro di Seth”, Al­Hàrith, è racchiuso nella commistione di due elementi, un batterio e una  comunissima muffa. Il contenuto dei vasi recuperati in fondo al mar della Cina, insieme alle tavolette reperite  con essi, è abbastanza chiaro. La reazione chimica del batterio a contatto con la muffa produce una sostanza dalle esalazioni tossiche. Il  batterio viene conservato nel sangue di alcune persone, indicate nei papiri come i “Prescelti”, in grado di  sopportarne  gli effetti devastanti sull’organismo. Portatori sani, insomma.  Evidentemente  il metodo  più  facile per trasferire Al­Hàrith da un posto a un altro e per conservare e riprodurre il batterio che ne sta alla  base. I portatori devono essere in ogni caso rari e difficili da individuare, per questo il “respiro di Seth”  viene   conservato   inerte   anche   in   vasi   sigillati   che   contengono   le   due   componenti   separate   come   quelli  ritrovati in mare. Secondo   le   cronache,   i   non   prescelti   in   grado   di   sopportare   l’aggressione   di   Al­Hàrith   (quindi   di   non  morirne)   subiscono   un   trauma.   I   prodromi   si   manifestano   sotto   forma   di   spasmi   muscolari   seguiti   da  catatonia. È come se la mente dei contagiati venisse trasformata in un foglio bianco sul quale scrivere. Docili  schiavi, menti malleabili per chiunque  controlli il procedimento. Ogni altro soggetto di costituzione più  debole – vecchi, bambini, malati… – non è in grado di sopravvivere all’effetto della sostanza. Il papiro era  esplicito   a   riguardo:   “Chi   incontra   il   demone   muore,   chi   non   muore   diventa   schiavo,   chi   non   diventa  schiavo diffonderà il demone”.
Il batterio combinato correttamente con la muffa viene conservato nel sangue del “Prescelto” fino a che non  ne compromette irrimediabilmente il sistema nervoso. Ciò avviene nel tempo, non mi è ancora possibile  essere   più   preciso.   Il   soggetto   presenta   allora   sintomi   allucinatori,   manifestazioni   schizoidi   e   psicosi.  Tramandare e trasportare il segreto nella “sacra argilla di Khnum”, l’unica che può imprigionare il “respiro  di Seth”, significa quindi fare assumere a questi portatori sani il composto di Al­Hàrith conservandolo nel  loro corpo fino a che la follia non imponga di ripetere l’operazione con un nuovo “Prescelto”. Qualcosa  però   deve   caratterizzare   nello   specifico   il   portatore   sano,   differenziarlo   dagli   altri.   Nei   papiri   si   fa  riferimento a questi soggetti come a “Colei che beve dal vaso”. Lo ieratico è inequivocabile. I “Prescelti”  sono dunque in realtà le “Prescelte”. Si parla anche di qualcosa di simile a un’intolleranza alimentare, ma  non ho ancora elementi sufficienti per poter approfondire. I seguaci di Khnum compivano un rito per recuperare il sangue del portatore con un pugnale chiamato  Thalon.  Il  plasma   veniva   poi   in  parte   conservato  e  in   parte   utilizzato   per   rinnovare   il   ciclo  con   nuovi  “Prescelti”. Se unito alla muffa, il sangue di tali soggetti produce una reazione chimica da cui scaturiscono liquido e  vapori.   Assumendo   il   liquido   o   anche   solo   respirando   gli   effluvi   il   composto   viene   rimesso   in   circolo  nell’organismo. Tutto si riduce all’indovinare il corretto dosaggio del batterio e della muffa, difficili da combinare. Ci saranno poi altri   elementi secondari, quali la temperatura, il grado di umidità dell’aria e chissà quanti altri. Molto lavoro ancora da fare. Nota personale. La tentazione di sperimentare il composto su una cavia umana è stata troppo forte. Dio mi  perdoni per avere ceduto alle sue lusinghe. Il vecchio a cui ho iniettato la sostanza da me sintetizzata si è  contorto fra gli spasmi per secondi che mi sono parsi ore, poi è caduto in uno stato di catalessi credo ormai  irreversibile.  Era un povero pazzo  anche  prima  – così  almeno  mi ha detto Yuan­che, colui  che  me  l’ha  procurato –, viveva nei boschi da solo, come un animale selvatico, e nessuno, pare, ne sentirà la mancanza.  La crederanno una delle tante vittime del passaggio delle truppe di Ni Ssu­chung. Ma ciò non lenisce il mio  rimorso. Semmai dovesse tornare da Shanghai, non dirò nulla di questo nefasto esperimento a Shanfeng,  me ne vergogno troppo. Non credo che tornerà mai più, comunque. Alla luce di questi fatti e dello studio approfondito dei documenti raccolti, sono riuscito a redigere una  tabella che riassume gli effetti di Al­Hàrith sinora osservati. Senza un’adeguata indagine statistica non posso essere ancora sicuro che ciò corrisponda al cento per  cento dei casi. Ma posso osservare che un’errata combinazione dei due elementi produce solo una tossina  venefica, letale anche per i portatori sani (immuni agli effetti del “respiro di Seth”, ma non al veleno), e  arguire che si possano classificare quattro tipologie di effetti: 1) spasmi e annullamento della volontà (soggetti normali), morte (soggetti deboli); 2) spasmi e morte (soggetti normali esposti alla combinazione errata degli elementi); 3) catatonia irreversibile (soggetti normali esposti a dosi sbagliate); 4) nessun effetto immediato riscontrabile (portatori sani). Dopo un certo lasso di tempo, variabile in base  alla costituzione del portatore: allucinazioni, psicosi, delirio e morte.
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Berlino, Germania, 1930
Dietrich fissò a lungo le parole nitide della calligrafia del barone Einrich T. Hofstadter. Infine annuì assorto e  chiuse di colpo il volumetto: era il terzo dei diari di suo padre. L’ampio studio della residenza berlinese di  famiglia era illuminato solo da due candelabri, posti sulla mensola di marmo del camino. Riportò l’attenzione sui  tre uomini che discutevano a bassa voce, seduti nelle poltrone ai lati del piccolo tappeto siriano. «Come possiamo essere sicuri che non sia una perdita di tempo?» Von Rastemburg era atticciato e pesante,  vicino   alla   cinquantina,   ma   il   portamento   fiero   –   retaggio   dell’educazione   militare   prussiana   –   gli   toglieva  qualche anno. «Signori, mio padre, che tutti voi avete conosciuto, non era certo uomo da spendere l’ultima e più intensa  parte della sua vita seguendo una fantasia senza costrutto, ne converrete…» Weissmann lo interruppe: «Nessuno di noi dice questo, Dietrich, e ti assicuro che la Loggia luminosa, così  come   l’emergente   forza   politica   rappresentata   da   von   Rastemburg,   sono   assai   interessate   al   progetto.   Solo,  vorremmo una conferma di carattere scientifico». Dietrich aveva previsto l’obiezione, diretta al punto più debole della sua costruzione. Aveva approfondito  finché  gli era stato possibile  gli studi del padre, ma era più bravo a intessere  rapporti sociali che  non come  chimico. Inoltre gli mancava la materia prima per procedere a una sperimentazione su larga scala che desse i  risultati sperati. Proprio per quel motivo, del resto, aveva cercato la collaborazione dei massoni. Le due componenti di Al­Hàrith, ripescate dal padre nel mar della Cina, erano andate perdute in occasione della  sua morte. Questo rappresentava un problema. La prima delle due era solo una muffa abbastanza comune, l’altra  era un batterio. Ma la combinazione dei due elementi, nelle dosi corrette, era il difficile risultato da raggiungere.  Avrebbe dovuto sperimentare a lungo, con ricercatori competenti e un’alta disponibilità di materiale umano. «Signori, se  potessi presentarvi i risultati di un’indagine  scientifica  completa e  attendibile  non sarei  qui  a  chiedervi aiuto, non credete? Questo è un momento cruciale per la storia della nostra patria; non c’è bisogno vi  ricordi le conseguenze della crisi economica e sociale dell’ultimo periodo, che corrisponde anche a una crisi di  fiducia della gente. Più di ogni altra cosa dobbiamo credere. Nelle nostre radici e in noi stessi. Per questo mi sono  rivolto a voi, e spero potremo collaborare con profitto per lo stesso motivo. Quello che abbiamo in mano vale  molto più di quanto ci è stato tolto a Versailles. Spero che voi e i poteri che rappresentate possiate comprenderlo  in fretta.» Dopo che gli ospiti si furono accomiatati, Dietrich si preparò un Singapore Sling degno di quello del barman  del   Raffles   Hotel,   aggiunse   qualche   goccia   di   angostura   e   sorrise   tra   sé   per   l’abilità   con   cui   era   riuscito   a  ingraziarsi sia quelli del Vril, con le loro fissazioni  misteriche, sia quelli della Thule, più razionali e nazionalisti.  Quando uno dei convenuti ricomparve da solo, Dietrich inarcò un sopracciglio e fece un cenno. «Immagino, Herr Moritz, non sia tornato indietro perché ha dimenticato l’ombrello.» L’uomo, taciturno durante l’incontro, aveva lasciato quasi sempre parlare il più giovane Weissmann. Si tolse il  cappello grigio e, tenendolo in mano, si avvicinò a Dietrich. «Come saprà, barone…» Hofstadter posò il bicchiere sulla mensola del caminetto, stupito di sentirsi chiamare  così. «Io e suo padre eravamo molto amici. Egli mi teneva informato, quando poteva, delle sue ricerche e ogni  tanto mi mandava delle lettere, come faceva con Allroy della Golden Dawn, del resto. Facevamo parte della  stessa confraternita e condividevamo quell’ideale di conoscenza suprema che lei sembra non comprendere, o  non voler comprendere.» Il bagliore del fuoco si riverberava nelle iridi dell’uomo. «Posso capirla. So che Einrich  è stato lontano, anche nei momenti difficili…» Dietrich si fece scuro in volto e Moritz, anticipando qualsiasi obiezione, proseguì: «Le assicuro che ne soffriva.  E molto. Ma non sono qui per questo. Sono qui per metterla in guardia». Passò un attimo di silenzio in cui i due si guardarono negli occhi. «Von Rastemburg è un uomo potente. Come lei, è scettico, ma al contrario di lei non è intelligente. Alle sue  spalle ci sono quelli del Germanenorden e della Thule. A loro interessa il potere politico, e presto riusciranno ad  averlo, mi creda. Quando suo padre cercava dei finanziamenti, anni fa, si fecero avanti pure loro, ma a un certo  punto cercarono di ostacolarlo per via delle sue idee e ora lo faranno con lei, se lo riterranno necessario.» «Io non sono come mio padre.» Herr  Moritz si rimise il cappello, si accarezzò i baffi e fece per andarsene. «Questo è quello che crede lei.  Aufwiedersehen, Herr Baron.»
Shanfeng  percorreva  a  passo   svelto  il  lato  meridionale  del  quadrilatero  di  Savignyplatz,  da  poco   uscito   dal  portone del palazzo in cui risiedeva col suo padrone. Niente a che vedere con l’ampia villa di Lubecca, questo  era un appartamento sì elegante, ma molto più piccolo. E c’era una riunione delicata quella sera, un evento a cui  il cinese non doveva poter prestare orecchio. Da qui la libera uscita. Arrivò al Ku’damm, deciso a seguirne l’ampio solco alberato: si erano trasferiti da poco a Berlino e ancora non  dominava appieno  la città. Trovava uno  strano  conforto, dunque, nei larghi viali e nelle  geometrie  razionali  imposte   da   Bismarck.   Non   era   certo   di   cosa   stesse   cercando,   né   di   dove   andare   di   preciso.   All’altezza   di  Fasanenstrasse colse un lieve tramestio sulla sinistra, ombre ondeggianti, forse una risata: un istinto antico gli  fece imboccare la via. Poco dopo la sinagoga, due donne fumavano appoggiate al muro. Volute azzurrognole  salivano dalle braci delle sigarette, sfilacciandosi nell’aria fredda e ferma della sera. Shanfeng rallentò. «Vuoi fare compagnia a una brava ragazza bisognosa? Condivido l’avversa fortuna del mio grande e antico  popolo,  amico  mio.  Il che  sta a significare,  in  parole  povere,  che  costo  poco.»  La  donna  rise,  mentre  la sua  compagna le dava di gomito. «Sei ubriaca? Non l’hai visto? È… strano.» «Perché, noi che siamo?» Aveva i capelli ondulati e neri, non lavati. Il vestito, troppo leggero per la stagione, si  tendeva   a   dovere  su   forme   generose.   Il   volto   era   piacevole,   ma   indurito   dal   solco   troppo  pesante   in   cui  sprofondavano le guance. Il frutto di un’esistenza di cieca fatica. «Rimani pure tu ad aspettare i signorini ariani in vena di bravate.» Prese sottobraccio il cinese senza chiedergli  niente, e si avviarono.
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In viaggio da La Polvorilla verso il confine con la Bolivia, maggio 1948
Si alzarono di buon’ora e contattarono una guida. Per una cifra ridicola li avrebbe portati a dorso di mulo oltre il  passo, in territorio boliviano, in meno di due settimane. Lungo il percorso scambiarono poche parole, scavalcando vette su sentieri invisibili, masticando coca, accecati  dal riverbero della neve. Felipa ogni tanto chiacchierava con il loro accompagnatore, Mirto, un ex minatore della  cava di zolfo. I polmoni bruciati e una mano rimasta chissà dove, sotto le rocce. Otaru non capiva quasi nulla di quello che l’uomo e Felipa si dicevano, era impegnato a stare in sella e ad  appallottolare coca in un bolo legnoso con la lingua. La borsa con i diari e le provviste era legata sulle natiche  della bestia: quelle pagine ingiallite avevano fatto un viaggio stupefacente. Una ricerca cominciata tra l’Egitto, la  Palestina   e   Damasco,   finita   in   Cina,   attraverso   un   continente   intero.   Dal   Mar   Rosso   al   largo   della   rada   di  Shanghai, per finire nelle mani di un lurido cinese. Il barone Hofstadter doveva essere davvero pazzo, come  sosteneva il figlio. Affidare il segreto di Al­Hàrith alle mani di quel tale, Shanfeng. E Shanfeng doveva essere  ancora più pazzo per averlo riportato a Dietrich, in Germania. Donare un potere simile così, con leggerezza, a  uno sconosciuto. Per cosa? Per quale motivo? Per senso dell’onore, per dedizione? Il mulo cominciò a ragliare per la stanchezza, assumendo un’andatura irregolare. Otaru strinse le briglie e si  aggrappò con decisione. Si sentiva forte, determinato. Le foglie facevano il loro dovere. Mezz’ora dopo, Mirto li  condusse a un piccolo altopiano; prepararono il campo, accesero il fuoco e affrontarono la notte. I giorni seguenti li passarono ad arrancare sulle rocce ghiacciate. Piccole spirali di neve avvolgevano le zampe  dei muli, Felipa e Otaru battevano i denti, la barba incolta del giapponese sembrava una piccola volta di stalattiti  di ghiaccio. I poncho che Mirto aveva dato loro erano di lana ritorta, impermeabili e caldi, ma il gelo li serrava in  una morsa ai limiti del sopportabile. Si massaggiavano mani e gambe di continuo. I declivi erano confluiti in una  strada sterrata costeggiante la roccia quando intravidero, poco più a valle, una piccola costruzione, un rifugio  andino per la transumanza verso cui la guida si diresse sicura. Otaru rimase silenzioso, stordito dal freddo e  dalla fame ma in qualche modo confortato dal pensiero di trovare un riparo. Quando raggiunsero la baracca si  mise in un angolo, lasciando la creola e l’ex minatore a chiacchierare e ridere tra loro, mentre accendevano il  fuoco e preparavano qualcosa da mangiare. Mezz’ora dopo, la ragazza gli portò un piatto di zuppa di tuberi e  mais, per poi tornare da Mirto. Hiro sentiva i peli ispidi sul viso pizzicare e, inforcando gli occhiali con una lente ormai crepata, si mise a  mangiare,   nonostante   la   nausea   dovuta   alla   coca.   Se   avesse   avuto   uno   specchio   avrebbe   avuto   timore   di  guardarsi. Una volta posato il cucchiaio di legno nel piatto, cercò nella tasca qualche rimasuglio di tabacco. Ci vollero diverse giornate di marcia prima che smettesse di nevicare. Gli unici rumori attorno a loro erano gli  echi del ragliare dei muli. A metà pomeriggio, Mirto alzò un braccio puntando l’indice in avanti: «Bolivia». La creola e la guida parlarono  tra loro, poi Felipa andò  dal giapponese  con passo  deciso: «Dice  che  a est  possiamo andare verso la cittadina argentina di La Quiaca, si arriva in Bolivia attraversando un ponte e da là si  può   prendere   un   treno   verso   ovest,   anche   se   dovremmo   passare   un   confine   controllato.   Oppure   possiamo  proseguire per un centinaio di chilometri verso nord e arrivare alla città di Tupiza in Bolivia, senza intoppi.  Sembra sia abbastanza grande, almeno per uno come lui, abituato a vivere nel nulla». Otaru balbettò qualcosa prima di poter articolare una frase, come se mascelle e lingua si fossero atrofizzate.  Indicando Mirto disse: «Sarebbe disposto ad accompagnarci fino a questa Tupiza?». Una voce roca interruppe il loro conciliabolo. «Entréguenos los bolsos y los mulos y podrán irse con vuestras piernas.»  Tre   figure   cenciose,   con   bastoni   e   machete   in   mano,   si   erano   materializzate   nella   neve.   La   più   bassa   si  avvicinò. Scorse la sagoma della creola sotto il mantello. «Los bolsos, los mulos y la muchacha.» Poi si  passò le dita sulla patta. «Vení con papá morocha, que tengo algo para vos.» Otaru non capiva  nulla ma, quando  la sagoma fu  a pochi  metri,  prese  la pistola  sotto  il poncho  e, senza  pensarci, gli sparò allo stomaco. L’uomo cadde a terra e cominciò a urlare e rotolare sulla neve, tracciando una  spirale di sangue. Gli altri rimasero bloccati, le loro teste si piegarono sul corpo rantolante, poi si volsero verso  l’orientale con l’arma ancora puntata. Indietreggiarono alzando le mani. Otaru si avvicinò al corpo a terra, scosso  dagli spasmi, e con un calcio allontanò il machete. Lo osservò morire, mentre Felipa e Mirto si strinsero l’un  l’altro, atterriti. Otaru prese la mira. I due banditi cominciarono a mormorare qualcosa, uno dei due si pisciò addosso. Felipa  si avvicinò a Hiro: «Non lo faccia! Li lasci andare, Otaru. Sono poveracci, non lo vede?».
Vedeva appannato e sentiva le labbra ritirarsi e rilassarsi frenetiche sui denti, come non fossero le sue. Il cane  della Browning era sollevato, pronto a scattare. Il volto del prete e del ragazzo gli invasero i pensieri, l’indice  esercitò una pressione leggera sul grilletto. La mente si affollò di figure in nero: sgusciavano nei corridoi di villa  Hofstadter, confondendosi con le ombre. Felipa deglutì. «Si fermi Hiro, la prego.» Otaru abbassò il cane e sollevò il revolver verso l’alto. I due indietreggiarono ancora, poi si misero a correre. Il  giapponese disegnò un arco con il braccio e mirò alle loro schiene. La creola non riuscì a dire nulla, poi Hiro  piegò il collo con uno scatto nervoso,  abbassò la rivoltella e prese a calci il cadavere. Un fiotto scuro e denso  colò  sulla neve già rossa. La ragazza soffocò le lacrime. Mirto le posò una mano sulla spalla. Il giapponese afferrò le  briglie e tirò il mulo a sé, come per controllare che le borse fossero ancora al loro posto. Impiegarono diversi giorni per arrivare a Tupiza. Il clima era mite, nonostante l’inverno alle porte. L’aspetto della  piccola città sembrava gradevole. Una chiesa dal doppio campanile svettava tra le case. Nell’ultimo tratto di  strada avevano incontrato solo una fila di indios, con le bombette in testa e le schiene cariche di ceste, e alcuni  recinti di lama. Arrivati nei pressi delle prime costruzioni, legarono i muli a una greppia. La creola abbracciò la  guida, chinandosi; l’uomo arrivava appena al garrese della sua bestia. Otaru tolse il bagaglio dal dorso del mulo.  Non disse nulla, si limitò a pagare. Felipa diede un bacio sulla guancia a Mirto, facendolo diventare rosso, e si  allontanò   con   un   cenno   della   mano.   «Hasta pronto y gracias por todo, sin tu ayuda no habríamos llegado hasta aquí.» Attraversarono diverse stradine inoltrandosi tra case basse, fino ad arrivare alle vie più trafficate. Scelsero  l’albergo quasi a caso, entrarono e Otaru si rivolse in inglese all’uomo dietro il banco. «Ci servono due camere, del cibo e un bagno caldo.» Senza aspettare  risposta, mise delle banconote accanto al  campanello della reception. Il portiere fece un sorriso e recitò a memoria: «Benvenuti a Tupiza, signori, la joya bella, il magnifico gioiello della Bolivia. Benvenuti nella città che fu rifugio di Butch Cassidy e di Sundance Kid,  fino a quarant’anni fa». Un ragazzo meticcio si precipitò a prendere le borse infangate e puzzolenti di Felipa. Quando tornò per fare lo  stesso con quelle di Hiro, questi lo bloccò con lo sguardo. Osservò l’uomo dietro il banco lanciare un’occhiata al  suo bagaglio e riabbassare rapido la testa. L’ascensore saliva con un rumore sferragliante; attraverso le porte a grata si intravedevano i corridoi bui di  ogni piano. Arrivati al quarto, si fermò con un sussulto. Il ragazzo fece strada. Consegnò le chiavi a entrambi e  attese con il palmo sollevato, prima di congedarsi. La creola gli allungò un paio di monete ed entrò nella stanza  chiudendosi la porta alle spalle. Hiro rimase qualche secondo in corridoio prima di entrare nella sua camera.  Avrebbe voluto dire qualcosa ma non lo fece. Una volta dentro svuotò la borsa sul pavimento accanto al letto. I  diari, i soldi, la Browning, qualche proiettile, i vestiti, alcune pillole di sparteina, gli occhiali con la lente crepata, una  manciata   di  tabacco   umido  e  delle   cartine   stropicciate.  Si   spogliò,   diede   un   calcio   alla   borsa   e   si   sedette   sul  pavimento. Rimase  così per lungo tempo, a osservare ciò  che rimaneva della sua vita. Passò  una mano tra i  capelli unti e sulla barba incolta. Gli facevano male i denti. Rollò una sigaretta, la portò alla bocca. Prese dal  comodino una scatola di fiammiferi con un disegno blu e la scritta “Hotel Uyuni”. Assaporò il tabacco in un  lungo tiro. Prese la Browning, se la puntò alla tempia e premette il grilletto. Rise. Scarica. La pistola era scarica. Era destino, quindi. Doveva arrivare fino in fondo. Le pagine dei diari gli scricchiolavano sotto le dita. Ripercorreva con l’indice frasi, disegni, simboli. Alcuni  passaggi li conosceva a memoria. Aveva lavorato a lungo sul materiale del barone Einrich T. Hofstadter, vissuto  assieme  al suo spettro le gioie e le sofferenze della scoperta. Per filo  e per segno  aveva indagato tra i rivoli  d’inchiostro,   tralasciando   all’inizio   i   dati   personali   e   le   annotazioni   non   scientifiche   del   vecchio.   Poi   si   era  scoperto a curiosare tra tutte le parole scritte, cercando di carpire il segreto di Al­Hàrith. Esplorando i viaggi e i  deliri dell’uomo che lo aveva preceduto, in qualche modo si sentiva affine a lui. Solo rintracciando anche gli  indizi nascosti nei ricordi e nelle  annotazioni avrebbe  potuto  completare  il mosaico. Le  pupille  frenetiche  di  Otaru   si   posarono   sul   simbolo   della   divinità   egizia   Khnum,   l’Ariete.   Un   simbolo   riportato   più   volte   nelle  annotazioni del barone.
Secondo   il   vecchio,   i   seguaci   di   Khnum   avevano   imprigionato   per   primi   il   “respiro   di   Seth”,   quello  ribattezzato Al­Hàrith solo tremila anni dopo, durante il lungo viaggio verso oriente. Lo avevano custodito e  protetto a ogni costo. Gli adepti del dio criocefalo avevano assunto identità diverse, a seconda dei luoghi e delle  epoche, tramandandosi una conoscenza occulta e insinuandosi tra le pieghe della storia. Ciò che per Dietrich era frutto di fissazioni esoteriche e mistiche, nei pensieri di Otaru prendeva forma, come  se lo osservasse per la prima volta. La testa d’ariete sembrava fissare il giapponese dal diario. Spense la sigaretta  sul pavimento, inforcò  di nuovo  gli occhiali e si mise  a sfogliare  i taccuini. Meno spessi dei diari, sembrava  dovessero  sbriciolarsi nelle  mani di un lettore poco  attento. Li aveva già scorsi decine  di volte, lasciando  lo  Sturmbahnführer  perplesso. Dietrich li aveva letti quasi con indifferenza solo a Lubecca, quando Shanfeng  glieli   aveva   portati   dalla   Cina.   A   Nueva   Germania   li   aveva   dati   a   Otaru:   non   avrebbero   rivestito   alcuna  importanza, si trattava di semplici annotazioni e pensieri. Sfogliando le pagine con avidità, trovò un appunto su un certo occidentale, imbarcato assieme a Einrich sulla  nave con la quale erano stati recuperati i vasi contenenti Al­Hàrith. Un particolare insignificante gli era sempre  sfuggito. Una semplice descrizione. Forse nemmeno il vecchio vi aveva badato. L’olandese aveva un tatuaggio  sull’avambraccio: un caprone, o meglio un ariete. I pensieri si accavallarono veloci. I seguaci del dio Khnum, nascosti nell’ombra per secoli, per millenni. E se fossero sopravvissuti all’incedere  del tempo, se si fossero infiltrati negli ingranaggi delle civiltà per tutti quegli infiniti giorni, come gocce che  inzuppano un deserto? Possibile che dietro Fillmore, dietro Ponticelli e l’Office of Strategic Services, gli assalitori  del laboratorio nella foresta…? L’idea gli parve tanto folle da essere vera. Due colpi alla porta lo scossero, era madido di sudore e scosso dai brividi. «El almuerzo, señor.» Otaru si alzò da terra, si avvolse in una coperta e mise il volto fuori dalla porta. Il ragazzo con il carrello delle  vivande aspettava, fischiettando. «Lascia tutto qua fuori.» Il fattorino si strinse nelle spalle. «Mi hai capito?» Hiro fece un gesto con il palmo della mano. Lasciò il cibo a raffreddarsi, infilandosi nella vasca da bagno. L’acqua si tinse di grigio e marrone, non appena  vi si immerse. Ore dopo Felipa si presentò alla sua porta. Hiro era rasato  e pettinato, indossava gli abiti del ragazzo ucciso nella nebbia e aveva messo in ordine la  stanza. «Mi sono informata, domani mattina presto c’è un treno che va verso nord, un paio di cambi in alcune   stazioni ed entro una settimana siamo a Lima.» Fece una pausa come se dovesse dire altro, poi i suoi occhi color  cannella incontrarono quelli di Otaru, che senza indugio rispose atono. «Non è prudente far sapere in giro la  nostra destinazione. Avresti dovuto aspettare.» La creola strinse i pugni lungo le cosce. Le vene cominciarono a pulsarle sulle tempie. «Senta, Otaru, sono stufa del suo modo di fare. Le ho promesso che l’avrei accompagnata a Lima e così farò.  Una volta salpato, sarò in pace con me stessa e cercherò di dimenticarla… lei e tutta questa faccenda.» Hiro   si   limitò   a   guardarla   senza   mutare   espressione.   Felipa   sembrava   ribollire.   Socchiuse   gli   occhi,   le  lentiggini le sciamarono sugli zigomi. «Possibile che sia sempre così freddo? Che si nasconda sempre dietro una maschera?» Il tono della voce si fece  più alto. «Chi crede di impressionare? Chi diavolo credi di… io, io…» L’orientale si sistemò gli occhiali sul naso e guardò la ragazza come si guarda un raro esemplare floreale. «Bastardo, sei un bastardo. Ma io ti ho visto, con tutta la tua aria di superiorità, il tuo distacco, fartela sotto e  tremare… Sei solo un vigliacco. Vigliacco e assassino! Se sono rimasta, è solo perché dentro di me sento ancora  Dietrich, e aiutarti è come stargli vicina per un’ultima volta.» Alcune lacrime le imperlarono le ciglia. Cercò di  trattenerle, digrignando i denti.
Hiro, con un impercettibile sorriso, continuò a sostenere  lo sguardo   della   ragazza.  «Pensi   davvero   che  Herr Hofstadter fosse un vero uomo? Un animo puro? Be’, sappi allora che laggiù nel Mato Grosso, e non solo là, il  tuo prode cavaliere ha sterminato, mutilato e massacrato uomini, donne e bambini per sete di potere e di gloria.  Non ha guardato in faccia a nessuno, non si è fatto scrupoli, pur di raggiungere il suo scopo. Ma tu questo in  fondo lo sai, lo hai sempre saputo. Hai solo fatto finta di non vedere.» Le   guance   della   creola   si   inumidirono,   cercò   gli   occhi   del   giapponese   attraverso   la   patina   salata   che   le  ricopriva le iridi. Otaru indossava la solita maschera, lei doveva sentire un odio mai provato prima. Sollevò di  scatto un braccio e gli tirò uno schiaffo. «¡Andate a cagar, hijo de puta. Sos una mierda, andate a la puta que te parió. Entendiste, sos un gran hijo de puta!»  Voltò le spalle al giapponese, chinato a raccogliere gli occhiali, e se ne andò verso la sua stanza.
22
Lima, Perú, luglio 1948
Il viaggio dalla Bolivia era stato estenuante. I treni spesso si fermavano senza ragione in mezzo al nulla e, ogni  volta, Otaru si irrigidiva per il timore. Quando dovevano scendere e cambiare convoglio nelle varie stazioni, la  situazione per il giapponese diventava insostenibile. Dormiva poco e si era legato la valigia al polso con un  laccio delle scarpe, tanto stretto da farlo sanguinare. Fino a Lima non aveva quasi scambiato parola con la creola. Avevano trascorso diversi giorni nella capitale, in attesa di una nave in partenza per il Giappone. Hiro si era  rintanato in una squallida pensione del centro; lei aveva cercato di stare il più possibile lontano dal compagno di  viaggio, visitando la città. Non si era offerta di informarsi sul passaggio in nave e Otaru, per evitare di farsi  vedere al porto, aveva pagato uno sguattero della stamberga per andare ogni giorno in cerca di informazioni. Una sera il ragazzo tornò col fiatone. Un cargo diretto oltreoceano sarebbe partito qualche giorno dopo. Otaru  viveva al buio, con gli scuri chiusi e il colpo in canna. Teneva la valigia ancorata al corpo anche quando era solo.  Gli occhi acquosi fissarono il giovane messaggero, mentre questi cercava di spiegare in inglese i dettagli della  partenza. Hiro seguì le parole del peruviano, ma presto si perse nei suoi pensieri. Non ricordava più il suo paese,  il Giappone. Cercava di concentrarsi, di raccogliere cocci di memoria, ma non riusciva a metterli assieme. Aveva  voglia di rivedere i ciliegi in fiore: non ne rammentava quasi il colore. La mattina dopo aspettò di sentire i passi di Felipa in corridoio. Aprì la porta. «La nave sta per salpare, devo andare al porto.» La ragazza lo squadrò. Non doveva avere un bell’aspetto, con le orbite incavate e i vestiti sempre più larghi.  Hiro si sentì come se un oni lo stesse divorando da dentro. Era certo che la ragazza avesse provato a cancellare  tutto quello che le aveva detto. Ma, come lei, sapeva che era impossibile. Lo spettro di Dietrich doveva essersi  ormai trasformato nel suo ricordo. Come un veleno, le sue parole le avevano di certo inquinato il cuore. Avrebbe  avuto bisogno di tempo per guarire dalle ferite. Chissà, forse una volta imbarcato lui, la creola avrebbe deciso di  partire per Buenos Aires, come aveva detto ai due argentini impiccioni. Felipa non indugiò oltre. «La aiuterò a sbrigare tutte le formalità di imbarco.» Lo scansò e scomparve giù per  le scale scricchiolanti. Tre giorni dopo, il sole non era ancora sorto e nell’aria l’odore salmastro era pungente. Le baracche del porto e  le enormi casse delle merci formavano un dedalo di metallo e legno nella foschia. Un raro viavai di marinai e  scaricatori attorno ad alcuni moli, lo sciabordio della risacca e una campana lontana rompevano il silenzio del  porto. Gli accordi erano stati presi alla luce di una lampadina, in un bugigattolo accanto  agli attracchi della  compagnia navale. Le rotte commerciali battute dai cargo, con la fine della guerra, erano tornate a svolgere servizio di trasporto merci a  pieno ritmo. L’uomo dietro la scrivania aveva spiegato a Felipa la rotta della nave, con i vari scali. Aveva anche insistito  perché traducesse a Otaru più volte: trattandosi di un mercantile, non avrebbe avuto nessun tipo di comodità e il cibo  doveva dividerlo alla mensa con i marinai. Poco dopo, accompagnati dal rumore dei loro passi, il giapponese e la ragazza si inoltrarono fra i vicoli e le  grandi casse ammassate lungo capannoni e moli. Dalla foschia emergevano le gru e le navi ormeggiate, come  animali   metallici   abbandonati   alla   ruggine.   Otaru   era   agitato,   ogni   onda   franta   sotto   la   banchina   lo   faceva  sussultare. Continuava ad aggiustarsi gli occhiali sul naso, stringendo l’arma nella tasca con una mano e la borsa  dei diari con l’altra. Un rigurgito rauco, seguito da uno sputo li fece voltare entrambi. Erano in un vicolo largo meno di due metri.  Cercarono nell’oscurità, tra le forme squadrate delle casse. Una voce rimbalzò da una parete all’altra. «Ehi, muso giallo, dove guardi? Sono qui… No, qui, ho detto.» Felipa e Hiro si guardarono intorno disorientati. «Cos’è? Hai paura di finirmi in braccio?» Felipa continuava a guardarsi attorno, quando una mano la trascinò all’indietro, afferrandole la gola. Otaru si  voltò di scatto e riconobbe George Ponticelli, le labbra sporche di tabacco, una pistola puntata alla testa della  creola.
«Ci si rivede, Otaru­san.» La voce dell’americano era sarcastica. «Mi hai fatto saltare una lunga vacanza per  questo posto di merda. Sono mesi che ti aspetto. Quelli della Compagnia erano convinti ti fossi deciso a prendere  un aereo a Buenos Aires. Hanno controllato giorno e notte senza risultato, ma io ero sicuro che saresti venuto a  Lima. Solo da qui partono le navi per il tuo paese del cazzo, muso giallo, e tu sei troppo prudente per infilarti in  una trappola certa. Hanno sprecato soldi e uomini per starti dietro, se solo mi avessero ascoltato… Dicevano che  non ce l’avresti mai fatta ad arrivare in Perú.» A Felipa cadde la borsa. Il contenuto si rovesciò a terra. George mosse il polso, senza staccare l’arma dalla tempia della ragazza. «Posa la valigia e allontanati piano. Se  non vuoi che le faccia saltare le cervella.» Un pettine, uno specchietto annerito. Otaru rimase immobile. «Mi hai sentito, samurai? Ti ho detto di appoggiare la valigia. Non farmelo ripetere.» Una mazzetta di soldi tenuti assieme da un nastro, i tarocchi aperti a ventaglio. Hiro guardò la creola negli occhi, Felipa sorrise con amarezza. La parola “vigliacco” le scivolò tra i denti. La Torre, il Giudizio, la Morte, l’Appeso. Senza battere ciglio, il giapponese prese la Browning e le piantò un proiettile in mezzo alla fronte. Ponticelli esitò, mentre il corpo della ragazza gli scivolava tra le braccia. Aveva il sangue della creola negli  occhi e sul volto, non poteva vedere più nulla. Una pallottola gli perforò la carotide, facendo esplodere il pomo  d’Adamo. Le carte a terra si tinsero di rosso. Hiro osservò gli arabeschi di fumo salire dalla canna della pistola. Una luce lieve schiariva il cielo. Si avviò tra  i moli e le costruzioni, la foschia si diradava. Una sensazione di oppressione gli fece girare la testa, cercò di  respirare a fondo per rallentare il battito del cuore. Con la coda dell’occhio colse un movimento veloce, fece in  tempo a buttarsi a terra sentendo una fitta lancinante alla spalla. Strisciando rapido dietro una baracca posò la  mano sul punto dolente e la sentì inzupparsi di sangue. Scattò in piedi e corse tra le casse. Non aveva tempo per il dolore. Ponticelli non era certo venuto solo. Nessuna direzione precisa, di colpo il vicolo sfociò sul fronte del porto, alcune barche presero corpo nella  bruma diradata. Si lanciò dentro una delle prime, senza pensare. Il peschereccio oscillava, urtando il pontile. Otaru arrancava tra sartiame e reti, coperto dallo sciabordio dello  scafo.   Sentiva   dei   passi   correre   sulla   banchina.   Quando   i   rumori   si   allontanarono,   attese   a   lungo   prima   di  sgattaiolare verso la passerella d’imbarco. Il dolore alla spalla lo fece quasi svenire. Strinse i denti, arrivò sul  molo e si diresse verso la nave in partenza. Rimase nascosto, coperto da un paio di sacchi di iuta vuoti sotto un  carro, qualche attracco più in là, fino all’ultimo minuto. Il porto si era animato di scaricatori, marinai e pescatori.  Alcuni uomini si aggiravano nei pressi del cargo, come leoni in gabbia. Una decina di persone passarono accanto a lui canticchiando, dirette verso l’imbarcazione. Rotolò fuori da  sotto le ruote e si accodò a loro, con un sacco sulle spalle e uno sopra la testa. Arrivati all’imbarco, i marinai   salirono e Otaru li seguì. Alcuni di loro si voltarono divertiti, pensando fosse un ubriaco o uno squilibrato: il  capitano lo avrebbe fatto scaraventare in mare a calci. Quando il comandante gli si avvicinò, Otaru mostrò un documento all’uomo e questi annuì col capo.
Quarta parte
Il “respiro di Seth” (2)
Menfi, Egitto, 2501 a.C.,  nono anno del regno di Cheope
L’alba di un nuovo giorno si era appena levata sulla città di Menfi. Metzke, il nomade figlio della sabbia, si  svegliò di buon’ora. Alzatosi dal letto si diresse con gli occhi ancora semichiusi verso la cassa di cedro, in fondo  alla camera. La aprì e soddisfatto osservò i tre vasi all’interno. «Sono nostri. Khoperr si mangerà il fegato appena  saprà» disse piano, per non svegliare il sacerdote Gamir addormentato sul letto di fronte. Richiuse la cassa e si  allontanò verso le scale. Non era stato poi così difficile per il beduino e i suoi compagni sottrarre i vasi della  forza, il “respiro di Seth”, dalle mani del gran visir. La trappola della nave aveva funzionato alla perfezione. E  poi non aveva giovato a Elegnem, il cerusico incaricato di custodire gli orci, avere sull’imbarcazione come capo  della scorta un codardo di nome Bubastis. «Ora vediamo quel vecchio pazzo e il suo grasso aiutante come se la  cavano, là sotto» esclamò Metzke, mentre entrava in una camera al pianterreno del Tempio dedicato a Khnum.  Trovò Elegnem in un angolo, con le mani legate e bendato, che dormiva accovacciato con le spalle rivolte al  muro. Lo prese per un braccio e cominciò a trascinarlo; fu un brusco risveglio per il prigioniero, mezzo intontito.  Insieme attraversarono i sotterranei umidi e bui. Elegnem avanzava incerto, sempre con la benda sugli occhi e le  mani legate dietro la schiena. Il nomade alle sue spalle, pronto a sbeffeggiarlo ogni qual volta urtava contro il  muro. Alla fine di un corridoio scuro e stretto, gli ordinò di fermarsi, aprì un cancello arrugginito e con un calcio  sul fondoschiena lo scaraventò nella cella. Il vecchio cadde nel fango, poi udì la grata richiudersi alle sue spalle. «Ben arrivato a casa.» La voce del beduino rimbombò nell’androne, insieme allo squittio dei ratti. «Senti? Non  sei solo. Quegli animaletti ti faranno compagnia. Non ti addormentare, non è il caso. L’ultimo che lo ha fatto non  si è più risvegliato. I topi lo hanno divorato nel giro di una notte. Fu impossibile dedicargli il rito: erano rimaste  solo le ossa.» Elegnem si pulì la bocca con un lembo di tunica, poi piegò la testa all’indietro, cercando di guardare sotto la  benda.   «Piccolo   bastardo.   Avete   fatto   tutto   questo   per   i   vasi,   vero?   È   il   sacerdote   devoto   a   Khnum   che   vi  manda… Gamir, dove sei? Fatti vedere, non ti nascondere dietro questo sporco figlio della sabbia. Questo servo  indegno,   che  puzza  di  cane   selvatico.»   L’insulto   urlato   tra i denti  scosse  Metzke  come   uno  schiaffo,   lo  fece  scattare verso il cancello, pronto a mettere fine alla vita del vecchio. D’improvviso la voce di Gamir, come una goccia in un pozzo. «Non raccogliere la provocazione, è quello che  vuole. Ti vuole esasperare, spera tu lo uccida in fretta. Così non dovrà soffrire oltre.» «Forse   hai   ragione,   vecchio.   Non   merita   il   privilegio   di   una   morte   rapida.   Avete   sentito,   piccoli   amici?»  L’uomo della sabbia diede un calcio a una pietra, una moltitudine di grossi ratti cominciò a correre veloce lungo  i muri ammuffiti. «Fate pure con calma, avrete tempo per sfamarvi.» «Ora basta» lo riprese l’anziano sacerdote. «Ci sarà il tempo e il modo di far riflettere questo macellaio sulle  sue colpe. Andiamo, ora.» Strisciando su un fianco il prigioniero raggiunse l’inferriata della cella. «Aspetta Gamir. Non te ne andare.  Non vorrai lasciarmi qui? Noi siamo cresciuti insieme, io, te e Khoperr abbiamo diviso tutto quando eravamo  alla Casa della Conoscenza. I tre giovani scribi più capaci, i più promettenti. Io e Khoperr abbiamo tradito il  patto solo perché il patto era sbagliato. Era questione di tempo, fino a quando un altro al nostro posto, meno  degno di noi, sarebbe arrivato e avrebbe aperto i vasi. Lo abbiamo fatto anche per te, per tutti noi. Per l’ira di  Seth. Non puoi lasciarmi qui.» Gamir e il nomade si avviarono verso le scale, senza rispondere. «È vero? Eravate amici?» Metzke attese di essere fuori dal Tempio per chiedere a Gamir spiegazioni. Il vecchio si sedette su una panca nel cortile della loggia, invitando il nomade ad accomodarsi al suo fianco. «È  giusto che tu chieda, e che io risponda. Sei la persona sulla quale ho potuto contare fin dall’inizio, hai salvato la  vita di mia figlia, ti affiderei la mia se fosse necessario. E questo perché non potrai mai essere nella condizione di  dover scegliere tra la fede negli dèi e quella in me.» Gamir giunse le mani sulla curvatura del bastone per sostenersi meglio. Poi cercò le parole. «Quel vecchio là  sotto. Un tempo  mi fidavo  di lui, delle  sue  capacità. Eravamo  giovani, allora. Le  nostre  famiglie  ci avevano  iniziato alla professione dello scriba. Anche Khoperr studiava con noi, ma per lui si prospettava già l’idea di  diventare il futuro nuovo gran visir.»
Il nomade cercò negli occhi di Gamir una luce che lo aiutasse a capire. «Ma allora è da tempo che conosci le   loro intenzioni?» Il sacerdote abbassò lo sguardo. «Da quando abbiamo saputo che i vasi della forza erano tenuti in custodia  dal primo sacerdote, il visir appunto. Da quel momento Khoperr si dedicò in modo assiduo al loro studio. E  quando comprese che per sperimentarne gli effetti sugli uomini avrebbe avuto bisogno di un dottore…» «Pensò   subito   a   Elegnem…»   Per   quanto   si   sforzasse,   Metzke   non   riusciva   a   mettere   a   fuoco   il   tutto.   I  particolari erano chiari, ma qualcosa continuava a sfuggire. Si era fidato di Gamir, si fidava di Gamir, aveva  messo il suo destino nelle mani di quel vecchio. Ma nonostante facesse di tutto per non farsi rodere dal dubbio,  poteva sentirlo  dimenarsi  in un  angolo  del cuore. Doveva  sapere,  ma  decise  che  avrebbe  accettato  qualsiasi  risposta. Doveva venire a patti in qualche modo col tarlo che lo assillava. Il sacerdote accanto a lui sembrava in  attesa, come gli avesse letto nella mente. Metzke non lo fece aspettare oltre. «Ma da dove arrivano questi vasi? E  non dirmi che sono un dono degli dèi.» «Capisco… Lascia che ti racconti della nascita del nostro paese. In principio, il potere era conteso fra due città:  Ieracompoli, governata dai discepoli di Horo, e Nagada, comandata dai seguaci di Seth. I capitribù dei due centri  assalirono i villaggi, sottomettendo i popoli circostanti, e poi finirono per scontrarsi fra loro. Allora apparve il  dio Khnum con l’intento di mettere fine alla guerra e alle divisioni, donando a ognuno dei capi delle due fazioni  un vaso. Il liquido contenuto nelle due giare, mescolato assieme e bevuto dai contendenti di entrambe le parti,  avrebbe portato la saggezza divina nelle loro menti, il vero Maat. Ma se una delle due tribù avesse bevuto il  contenuto  di un solo orcio avrebbe  perso il senno, divenendo  succube  dell’altra. Un orcio venne  chiamato  il  “respiro di Seth”, l’altro la “carne di Horo” in onore alle due divinità. Fu a quel punto che si consumò l’inganno.  I   seguaci   di   Horo   sostituirono   il   liquido   del   loro   recipiente   con   del   sangue   di   bue   e   con   uno   stratagemma  costrinsero gli avversari a bere per primi. Questi impazzirono e furono sconfitti.» Metzke   fissava   il   sacerdote   con   sguardo   attento.   Gamir   riprese   a   parlare   con   lo   stesso   tono   austero.  «Edificarono allora un nuovo Tempio al divino Ariete e tutta la loro conoscenza fu incisa su tavolette d’argilla,  per essere  tramandata ai posteri. I vasi contenenti la “carne” vennero  presi in custodia dal primo  sacerdote,  affinché nessuno potesse più utilizzarli. A quel punto, la nostra terra era già stata unificata in un solo regno. Il  liquido sostituito con il sangue di bue è stato custodito per tutti questi secoli dai nostri regnanti, e col passare del  tempo ne sono state dimenticate l’origine divina e la pericolosità. «Io, Khoperr e pochi altri abbiamo letto le scritture sacre ereditate dai padri. Con l’aiuto dei papiri e grazie alla  sua posizione Khoperr è venuto in possesso di ciò che chiama il “respiro di Seth”: in realtà è la “carne di Horo”,  la carne  divina preclusa  agli  umani. Chiunque  se  ne  nutra  ne  diviene  preda o perde  la vita. A questo  puoi  credere, perché lo hai visto con i tuoi occhi.» Gamir   tornò   a   sedersi   sulla   panca,   appoggiando   il   bastone   al   muro.   Lo   sguardo   di   Metzke   si   perse  nell’orizzonte. «È stata una scena orribile.» «Mira mi ha raccontato. È ancora scossa, vorrebbe  urlare a tutti quell’orrore, ma per il momento  la tengo  nascosta e fingo di essere un padre disperato perché ha smarrito la figlia nel deserto. E per questo non si dà  pace.» Il nomade  si  rabbuiò.  Non  si   sentiva  del  tutto  soddisfatto.  «Ancora  non   comprendo  perché  quei  sicari   ci  abbiano risparmiato. E poi c’è un’altra cosa che mi tormenta… Perché fare esperimenti sui bambini?» «Non   c’è   una  ragione.   Credo   sia   solo   perché   è   più  facile   asservirli   al  proprio  volere.   E  ce   ne   sono   molti  abbandonati,   per   le   strade   di   questo   paese.   Elegnem   aveva   un   bisogno   continuo   di   carne   fresca   per   le  sperimentazioni. Qualcuno sono riuscito a metterlo in salvo, come DueDiTre. Era il secondo fratello di tre, per gli  altri non ho potuto fare nulla. L’ho cresciuto io e gli ho dato quel nome come ricordo… e come monito per me  stesso.» Il giovane sentì un fuoco bruciargli le viscere e la rabbia pulsare alle tempie. «È assurdo. Tolgono la vita alla  gente come fosse loro diritto. E usano ogni mezzo per raggiungere i loro scopi.» «Sono le persone che hanno il potere, è il loro modo naturale di agire. Per loro gli altri sono come prede per un   cacciatore. La preda è preda perché ha meritato di esserlo, anzi è nata preda; così come il servo è servo perché lo  ha meritato.»
Gamir sembrò riflettere sulle proprie parole. Metzke si alzò dalla panca e si mise a camminare in circolo. «Il  loro modo naturale di agire…» Sputò per terra, poi proseguì. «E si servono dei nubiani, anche loro schiavi, in  fondo. Anche i carnefici che ci danno la caccia vengono dalla Nubia. Sono giorni che li seguo ovunque, ne sono  sicuro. Ma se sono gli uomini di Khoperr, perché risparmiarci nel deserto? Tu sei un sacerdote. Frequenti il  palazzo reale. Ti sarai fatto un’idea.» «No, a dire il vero, ma ormai ha poca importanza. I vasi sono nelle nostre mani. L’unica cosa importante è  portarli al sicuro, fuori dal nostro paese. Perché Khoperr non si darà pace finché non li avrà ritrovati.» Si guardarono negli occhi a lungo, senza aggiungere altro. Metzke aveva ottenuto le risposte. Non importava  se fossero o meno la verità. Dubitare è segno di debolezza. Chiedere era stato per lui un modo di ritrovare la  forza. Accettare le risposte di Gamir, la via per compiere il suo fato. Si sorprese a scrutare il cielo. Sorrise. Era  certo che il cielo sarebbe stato al suo posto anche il giorno dopo, e quello successivo, e quello dopo ancora, o  forse aveva solo bisogno di credere che fosse così. Smise di sorridere. L’indomani raggiunse il molo alle prime luci dell’alba. Arrivato in fondo alla banchina tra i vecchi battelli,  notò una barca con le vele ammainate. A prua tronchi di cedro allineati uno sull’altro, pronti per essere scaricati. Il nomade ripeté fra sé le istruzioni del vecchio sacerdote. Quando sarai al molo dei commercianti, cerca la grande barca con il carico di legname. Proviene da Biblo e salperà per tornare in Palestina fra tre giorni. È quella la nave sulla quale proverete a imbarcarvi. Si guardò attorno e salì di corsa la scaletta dell’imbarcazione. Due marinai dormivano appoggiati uno all’altro.  Una   giara   vuota   rotolò   sul   ponte   di   coperta,   il   nomade   la   raccolse,   la   annusò.  Dovrei affidare il nostro destino a questo branco di avvinazzati? Notò a prua un uomo armato di stracci e spazzole, intento a pulire. «Salute marinaio, è questa la nave giunta  da Biblo l’altra notte?» «Non vendo legname agli sconosciuti» ribatté l’uomo. «E poi questo carico è per il re, gli scribi hanno pagato  in anticipo.» «Non sono qui per comprare legname.» Metzke sollevò il drappeggio della tunica, mostrando un sacchetto di  pelle di bue. «Sono pietre azzurre, grandi, uniche. Sono tue, se porterai me e mia sorella fino a Biblo.» Allungò il  borsello al marinaio che lo aprì, tirò fuori una gemma turchese e, portandola all’occhio  destro, la osservò in  controluce. «Niente male… E sia. Ma dovrete presentarvi al molo domani notte con un altro borsello pieno di  pietre, viaggerete nella stiva e quando saremo in mare aperto farete i turni ai remi, con gli altri vogatori. Questi  sono i patti.» «Lurido bastardo, è solo una ragazza…» Afferrò il vecchio per il collo e con l’altra mano sfilò il pugnale dalla  cinta. «Non mi fai paura, uomo della sabbia. Tu hai bisogno di me e della mia barca più di quanto vuoi far credere.  Arrivi silenzioso quando la città dorme, ti guardi intorno prima di salire a bordo e mi offri turchesi grandi come  grani per portare te e “tua sorella” fino a Biblo. Posso sbagliarmi, ma secondo me tu e la ragazza siete nei guai.» Il nomade mollò la presa e ripose l’arma sotto il chitone. «Non è quello del navigatore il tuo mestiere, vecchio  impiccione, come indovino avresti molta più fortuna.» Lasciò cadere sulle assi il sacchetto di turchesi e raggiunse  la scaletta, senza voltarsi. «Ricordati: domani notte.» «Sarò qui ad aspettarti con impazienza, amico della sabbia.» Più   tardi   DueDiTre,   appoggiato   al   bordo   del   bancone,   attendeva   il   nomade.   Nella   piazza   il   viavai   era  continuo, serve e coltivatori si mescolavano ai compratori stranieri, fenici e siriani. La merce esposta arrivava su  battelli da tutte le province  del regno: pesce, cereali, carni e ogni tipo di stoffa. Metzke, di ritorno dal molo  vecchio, si mescolò alla fiumana e raggiunse la bancarella del pescatore; questi gli aprì la porta e l’uomo della  sabbia sparì alle sue spalle. «È  tutto  a  posto»   esordì   il  beduino,   entrando   nel   salone.   Gamir,  Mira,   DueDiTre   e   Ahkmin   erano   seduti  attorno a un tavolo. «Partiremo domani. Con Elegnem e Bubastis cosa pensate di fare?» Il sacerdote scrutò un istante i suoi compagni, poi si alzò in piedi. «Se ne occuperà Ahkmin. Li farà ritrovare  dagli uomini del faraone. Sarà di sicuro molto felice di rivederli, dopo che si sono fatti sottrarre i vasi.» Una  risata generale accolse le parole del vecchio, che proseguì nei suoi ordini. «Io invece cercherò di tenere sotto  controllo la situazione, almeno fino a quando non sarete al sicuro.»
Mira saltò in piedi, fissava il padre negli occhi. «Pensi ti lasceranno vivere quando sarai scoperto? Sono già  due giorni che non ti presenti al palazzo e non chiedi di me agli altri sacerdoti, come dovrebbe fare un padre che  ha perso la figlia. Khoperr non è stupido. Ti cercherà e ti scoverà ovunque  proverai a nasconderti. Padre, ti  prego.» Mira trattenne a stento le lacrime, Gamir la abbracciò. «So cosa faccio. Se Khoperr non può dimostrare al re la  mia colpevolezza, egli non mi ucciderà. È un uomo  saggio, è l’essere  più vicino  agli dèi, prenderà la giusta  decisione.» La   ragazza   scosse   il   capo,   convinta   che   le   parole   del   vecchio   fossero   solo   un   pretesto   per   farla   partire  tranquilla. «Non è così semplice, sarai comunque cacciato dal Tempio. Sai che fine fanno i sacerdoti destituiti?  Verrai lapidato appena metterai il naso fuori di casa.» Metzke si sentì in dovere di intervenire. «Mira, ti faccio una promessa: appena saremo al sicuro io tornerò a  prendere tuo padre. Lo giuro sulla luna nascente.» Baciò il medaglione a forma di mezzaluna nera, simbolo dei  figli della sabbia, che portava al collo. Gamir lo ringraziò con un cenno del capo, poi gli porse la sacca con i vasi. «Tienili tu fino alla partenza.» Era quasi sera quando Metzke arrivò alla Dea zampillante, una locanda scavata nella roccia a pochi passi dalla  casa di DueDiTre. Conosciuta come luogo fresco e accogliente, veniva usata come punto d’incontro da marinai,  forestieri di ogni razza e viandanti. Prese posto sulla predella all’ingresso della taverna, mescolandosi ai clienti e  alla gente di passaggio. Aveva affidato i vasi a Mira, nascosta nella casa del pescatore, e ora si sentiva tranquillo.  Sorseggiava birra schiumosa, tenendo d’occhio la barca del mercante di Biblo attraccata alla banchina. Ancora  qualche ora e poi avrebbe preso il largo insieme ai vasi. Raccolse dal tavolino il boccale vuoto e si diresse al bancone. Mentre l’oste glielo riempiva, si accorse di essere  osservato da due uomini seduti in disparte. Da giorni aveva l’impressione di essere seguito. Ma aveva attribuito  la sensazione al turbamento provocato dagli eventi e alla confusione che tormentava la sua mente. Non fece in  tempo a muoversi, che una mano gli si posò sulla spalla. «Non offri niente al tuo fedele servitore?» L’uomo della sabbia riconobbe all’istante la voce. «Tutuola. Sei arrivato.» I due si abbracciarono, poi Metzke  fece un cenno verso i due uomini. «Vieni, usciamo di qui…» L’altro senza fare domande lo seguì. Fecero il giro  dell’isolato   e   tornarono   di   nuovo   alla   bettola.   Il   nomade   diede   un’occhiata   veloce   all’interno   e   vide   che   gli  sconosciuti erano scomparsi, lasciando sul tavolo i boccali pieni di birra. «Come sospettavo» sussurrò il beduino. Poi fece un cenno a Tutuola, ed entrambi sparirono in una stradina  laterale. A metà vicolo videro quattro individui immobili all’imbocco della via, con i pugnali in mano. «Troppo  tardi» mormorò, invitando l’amico a voltarsi. «Sei armato?» Il compagno gli mostrò il coltello. Continuarono a  camminare. Arrivati alla fine del vicolo, di colpo spuntò una coppia di energumeni armati di lancia, che sbarrò  loro il passo. Metzke guardò dritto negli occhi il più grosso e un tremito gli attraversò il corpo, facendolo vibrare.  Riconobbe in quello sguardo privo di emozione uno degli assassini dei suoi compagni nel deserto. Tutuola aveva già sguainato l’arma, ma l’amico lo bloccò. «Fermo, sono troppi. Lasciali fare, l’importante è  che non arrivino a lui…» I due nomadi si fecero imbavagliare e legare le mani dietro la schiena, senza opporre resistenza. Il gruppo  entrò  nei  bastioni   della  fortezza  reale  attraverso  una   porta nascosta  nelle  mura,  per   poi  sfilare  attraverso un sotterraneo fino a un’altra porta. Quindi i due prigionieri vennero abbandonati dentro una stanza  priva di finestre, in silenzio. Qualche ora più tardi furono interrogati in una delle sale precluse alla servitù. La  notte era scesa sulla città e le voci concitate dei carcerieri spezzavano il silenzio. «Cominciamo dall’inizio. Voi sareste due beduini del deserto arrivati in città per commerciare pelli di bue. E  quale  bue?  Quello  dalle  corna lunghe  o quello  senza  corna?  Mentite, quanto  è vero che  mi  chiamo  Beren il  Nero!» L’ironia  di Beren  era velata di rabbia,  camminava  avanti  e indietro  nel  piccolo  salone  illuminato.  Di  fronte a lui Metzke e Tutuola, con i volti pieni di lividi, erano inginocchiati con le gambe e le braccia legate.  L’assistente di Elegnem seguiva l’interrogatorio in disparte. Si alzò e, avvicinandosi, bisbigliò qualcosa a Beren,  che annuì. «Forse hai ragione, portiamo quello più grosso nella sala dei giochi e vediamo come se la cava.»
Aiutò Tutuola ad alzarsi e, dopo avergli slegato gli arti inferiori, lo spinse verso il corridoio puntandogli una  lama alla gola, seguito dall’aiutante del dottore. Sparirono oltre la porta. Dopo qualche istante, urla terrificanti  scossero la fortezza. Metzke provò ad alzarsi, ma subito Kuftha il Vetraio, l’altro carceriere, si avvicinò e con un  calcio lo sbatté al suolo. «Non fare il coraggioso, non serve a nulla. Se parli, il tuo amico avrà salva la vita.» «Da   noi   non   saprete   nulla.»   Metzke   si   sentiva   stanco,   con   le   ossa   rotte,   ma   pronto   a   resistere.   Le   grida  cessarono. Il sicario del visir e il suo compare riapparvero nel salone. «Il tuo compagno ha dimostrato una resistenza formidabile, ma alla fine il mio amico qui lo ha fatto crollare.  Non sai di cosa sono capaci i medici delle Due Terre. Nessuno aveva mai sopportato così a lungo prima.» Il nomade si alzò di scatto, tentando invano di saltare addosso al nubiano. «Non l’hai capito? È finita per voi, il vostro sacerdote vi ha abbandonato per sempre. Sta pensando solo a  salvarsi la pelle.» Beren prese l’uomo per i capelli, schiacciandogli la faccia sul pavimento. «Ora vieni con me, i  coccodrilli del gran visir sono a digiuno da troppo tempo.» Trascinò il prigioniero lungo il corridoio, seguito da Finche, l’aiutante del macellaio. Infine si fermò davanti a  un portone dai bassorilievi minacciosi. Aprì la serratura e costrinse il prigioniero a entrare. La sala era illuminata  da due file di anfore piene d’olio, disposte lungo le pareti. Al centro, protetta da uno steccato, un’enorme vasca  ospitava una decina di grossi rettili. «Sai troppe cose, nomade. Non possiamo spedirti alle cave di diorite, come facciamo di solito con i traditori.  Consolati, queste  bestiole  sono  affamate, finiranno  in pochi  istanti.» Finche  rise, mostrando  i denti neri e le  gengive arrossate. Beren gli si avvicinò, appoggiandogli una mano sulla spalla. D’un tratto lo afferrò per il collo e  lo scaraventò nella vasca. Le grida furono soffocate dal rumore degli animali intenti a divorarlo. Brandelli di carne si  sparsero nell’acqua rossa. Metzke osservò la scena, incapace di comprendere il gesto. Il sicario guardò nella vasca  con disgusto. «Viscido servo buono a nulla, ha avuto una fine meritata…» Poi si voltò verso il beduino. «E tu non  guardarmi così, non ti ucciderò, non temere. Purtroppo per il tuo amico non ho potuto fare nulla. Finche non ha  avuto pietà e io dovevo stare al gioco. Quanto a te, ti lascerò libero per rendere credibile l’assassinio di questo  squartabambini e di quel finto nubiano di là.» Entrambi si girarono verso l’ingresso dell’atrio e videro Kuftha  fermo sulla porta, ammutolito dalle parole di Beren. «Kuftha, che fai lì, fermo come una statua di Horo?» L’uomo non rispose, girandosi di scatto per fuggire, ma  subito il Nero lo centrò con un pugnale tra le scapole. «Quelle bestie sono insaziabili.» Lo trascinò per i piedi fino alla vasca e fece rotolare il moribondo verso i  coccodrilli. Il capo dei guerrieri neri si pulì il coltello sulla veste e lo ripose nella guaina. «Non essere sorpreso.  Sei un uomo arguto, dovresti capire.» «Capire cosa?» domandò Metzke, sconcertato. «Che nemmeno io appartengo al popolo della Terra Nera. Sono nubiano, e questa è l’unica cosa importante.  Hai visto di cosa è capace Khoperr? E quel dottore che si porta dietro? La sua specialità sono le cicatrici sulla  testa.» Il nubiano sollevò il ciuffo corvino che gli copriva la fronte mostrando una lunga cicatrice da orecchio a  orecchio. «Sì, anch’io sono finito sul tavolo operatorio di quel bastardo, quando ero bambino. Per fortuna sono  sopravvissuto. Ma quello che ho passato lo so solo io. Io e i disperati che hanno subito quel trattamento.» «Appena Khoperr scoprirà tutto questo, finirà il lavoro che ha iniziato sul tuo bel visetto, Beren» lo interruppe  il beduino, passandosi la mano sulla fronte. «Non credo  proprio. Khoperr  in questo  momento  è rinchiuso  in una cella buia, sotto il palazzo  reale. Ho  dovuto avvisare il faraone del suo tradimento, consegnando i papiri e le tavolette del visir. Non è stato molto  felice di scoprire che il suo più fedele servitore, l’unico tramite fra il re e il popolo, a parte me, certo, voleva  prenderne il posto. Non ti nego la soddisfazione, quando abbiamo trovato Elegnem e la sua guardia nella casa di  quel pescatore vostro amico. Sai, il vecchio pazzo che mi ha fatto questo bel lavoretto sopra gli occhi. Ho dovuto  lasciarlo ai miei amici.» Si voltò verso la vasca, strizzando l’occhio al nomade. «Il grande Cheope mi ha subito  incaricato di continuare la ricerca dei vasi. Che io non troverò, perché voi li avrete già portati lontano da qui.» Metzke si accigliò. «Eri tu che mi seguivi. E tu mi hai risparmiato nel deserto.» Beren  fischiò   tra  i   denti.   «Non   credere   l’abbia   fatto   per   benevolenza.  Volevo   restassero   dei  testimoni   del  massacro. Dei testimoni in grado di capire la pericolosità di quei vasi, e che quindi facessero  di tutto per farli  sparire. Sapevo che eri il capo di quei beduini e che lei era la figlia del sacerdote. Per questo ho risparmiato voi due. «Nessuno in queste terre, neppure il Farone, deve venire in possesso del potere di Seth.»
L’uomo della sabbia scosse il capo. «Pensi che quando gli orci saranno nelle nostre mani, lontano da qui, tutto  questo finirà?» «Sorvegliandovi, ho intuito che stavate imbarcando le giare verso la Palestina, e ho compreso: non avreste mai  usato il “respiro di Seth” per conquistare il regno. Non mi interessa che fine facciano, l’importante è che stiano  lontano da qui, dalla mia terra e dalla mia gente.»  Beren lo slegò. «Mi dispiace per il tuo amico Tutuola.» «Non ti preoccupare» sussurrò il nomade, lo sguardo quasi pacificato. Quasi. In un attimo, il sorriso si mutò in una smorfia. Afferrò il Nero per i capelli, gli sfilò il pugnale da sotto le vesti  e gli recise la carotide di netto. Agì in modo meccanico, come se non fosse lui a guidare le sue mani. Il sangue  uscì a fiotti, per alcuni istanti restò con la ciocca stretta nel pugno, immobile. Forse il senso di vendetta mosso dal   ricordo dei compagni uccisi, forse la rabbia che esplodeva a volte, incontrollata. Qualcosa di molto profondo  aveva guidato la sua reazione. E poco importava che il nubiano gli avesse risparmiato la vita tra le sabbie del  deserto, proteggendo lui e Mira dall’ira di Khoperr. Qualcosa dentro di lui si era spezzato, e nulla sarebbe più  stato come prima. «Non ti preoccupare» ripeté piano, mentre scompariva rapido oltre la muraglia della fortezza reale. Nella notte un’imbarcazione salpò dal molo dei pescatori. Metzke, correndo come un forsennato, riuscì a salire sul  ponte  di coperta  un  attimo  prima  che  si  levassero  le  ancore.  Tremava  ancora  per  quello  che  aveva fatto. Si  guardò le mani sporche di sangue, il coltello nella cintola. Il pugnale del Nero. Ma non si sentì colpevole. Anzi,  provò uno strano senso di libertà, era sicuro che adesso molte delle ombre dietro di lui, sempre pronte a spiarlo,  non sarebbero più tornate. All’alba il bastimento superò l’ultimo canale del delta, circondato da paludi e fango, e sparì tra le onde. Il vento  si fermò e la nave si trovò quasi adagiata sul mare aperto, come un chicco di riso fermo sopra uno specchio  immenso. Per riprendere velocità fu ordinato di ammainare le vele, e la cadenza ritmica delle vogate aumentò  d’intensità. Mira, scossa dal trambusto, uscì dalla stiva con le vesti sgualcite e umide. Inspirò l’aria salmastra del  mattino. Finalmente libera, pensò, aggiustandosi i capelli sotto il turbante. Il capitano, aggrappato al timone, con un fischio richiamò l’attenzione della ragazza. «Sei pronta a ripagare la mia ospitalità?» Senza distogliere lo sguardo dall’oculo di prua, indicò i marinai  curvi sui remi. «Laggiù hanno bisogno di vogatori freschi, renditi utile.» Mira ebbe un moto di rabbia, ma non reagì. Il volto del padre le apparve sfumato tra i vapori dell’alba, le   ricordò il motivo  per cui si ritrovava su quella nave. Tacque. Impugnò  il remo e iniziò  a spingere. Il tempo  sembrava non passare mai, i vogatori scandivano il ritmo con regolarità, muovendosi avanti e indietro come un  unico grande congegno. Poi la cadenza aumentò ancora, Mira sentì il cuore in gola e dovette fermarsi a prendere  fiato. «Spostati, presto!» Metzke, alle sue spalle, scavalcò il divisorio, e con un pezzo di legno sagomato all’estremità  agganciò il suo remo a quello della ragazza. «Ora puoi riposarti, ma non abbandonare l’impugnatura. Se l’Avaro  si accorge di questo trucco…» La giovane provò a voltarsi verso il nomade, lui la riprese subito. «Non ti girare, l’Avaro ci osserva.» Mira rimase a capo chino, Ahkmin sedeva al suo fianco. Anche lui si era imbarcato su ordine di Gamir. 
Il capo della nave li osservò per qualche istante, poi tornò ai suoi affari. Era un uomo di statura imponente ma  magro, con i nervi in evidenza sui muscoli affusolati. Il naso pronunciato sembrava cadere a uncino sulle labbra,  strette e lunghe. Un viso che non dava certezze, ma inquietudine. Passava le giornate in piedi sul castello di  poppa, imponendo il ritmo ai vogatori e ordinando il cambio dei turni con autorità. Si faceva accompagnare  sempre  da due  anziani  guardaspalle,  che  pagava  per  tenere  a distanza  vogatori ribelli,  creditori  impazienti,  funzionari delle tasse e chiunque considerasse uno scocciatore. Smilzi, le sagome asciutte, i due assolvevano al  compito con precisione e scrupolo, grazie a un’eccezionale abilità nell’uso del pugnale e della scure, le armi dei  marinai. Il loro unico neo era l’incontenibile predilezione per il vino. Ogni notte, prima di addormentarsi, una  giara vuota rotolava puntuale  ai loro piedi, lasciandoli riversi sul pavimento  della stiva. Mira aveva sempre  cercato di evitarli. Quegli occhi infossati, quelle guance scavate sotto zigomi bruciati dal sole davano ai due un  aspetto di mummie, corpi senz’anima. Fino al tramonto si aggiravano come ombre sul castello di poppa, poi  scivolavano nella stiva per togliere il sigillo a un nuovo orcio. Ogni giorno. L’Avaro doveva aspettare il mattino  seguente per vederli di nuovo ciondolare sul ponte di coperta. Verso sera si alzò un po’ di vento, le vele tornarono a gonfiarsi, concedendo ai vogatori il meritato riposo.  Metzke sganciò l’assicella di legno arpionata al remo di Mira e la infilò in una fessura sotto il sedile. «Può tornarci utile al prossimo turno» bisbigliò, strizzandole l’occhio. All’improvviso, l’Avaro comparve alle  loro spalle. «Voi due, aiutatemi a distribuire il cibo.» I tre, aggrappandosi alle cime, salirono sul ponte di coperta, ma quando furono all’altezza del deposito un  odore acre li raggiunse. L’Avaro, inginocchiatosi sul bordo superiore della stiva, con una mano si tappò il naso e  con   l’altra   sollevò   la   graticola.   Come   cani   imbalsamati,   i   due   vecchi   guardaspalle   giacevano   immobili   sul  pavimento, con gli occhi sbarrati  e una bava  densa  attorno alla  bocca. Mira notò  subito  la sua sacca  aperta  accanto ai corpi, uno dei vasi che le erano stati affidati dal padre ai loro piedi. L’espressione di paura scolpita sui   loro   volti   non   lasciava   dubbi,   non   era   stato   il   vino   a   ridurli   in   quel   modo.   Scesero   nella   stiva   e   l’Avaro,  approfittando dell’oscurità, tirò fuori la lama infilata nella cinta e la puntò alla gola della ragazza. «Quella è la  tua bisaccia, la riconosco. Cosa c’è in quel vaso? Quale intruglio ti porti appresso, piccola sgualdrina?» Il metallo  premeva sul collo della sventurata, togliendole il respiro. «Lasciala stare, sei impazzito, vecchio?» Il nomade, ancora una volta, accorse in aiuto a Mira. «Tu non ti impicciare.» Il capitano afferrò Mira per i capelli, avvicinandole  il viso alla giara. «Non hanno  neanche fatto in tempo a svuotare il vaso… Bene, ci penserai tu a farlo.» La ragazza si ritrasse dal beccuccio del recipiente. «No, per favore… Tu non sai. Non posso bere, nessuno deve bere il…» La voce rotta dal pianto si smorzò, non  poteva pronunciare quel nome, non di fronte a sconosciuti. «Nessuno deve bere cosa? Te lo chiedo per l’ultima volta, cosa contiene questo dannato orcio?» Il vecchio aveva  gli occhi fuori dalle orbite. Metzke si sfilò il pugnale dalla cinta e lo affrontò. «Prova a toccarla, e te ne pentirai.» Mira si voltò. Quando vide la lama del coltello baluginare nella mano dell’uomo della sabbia, si lasciò cadere  sulle ginocchia. Ancora una volta era testimone di morte, una persecuzione. Pensò al padre, ai compagni del  nomade, morti nel deserto per proteggerla, a tutti gli altri adepti dell’Ariete. Non poteva più scappare adesso, era  giunto il momento di affrontare il “respiro di Seth”. Una volta per tutte. Raccolse il vaso e se lo portò alla bocca. «Ferma, non farlo!» L’urlo di Ahkmin, sopraggiunto in quell’istante, rimbombò nella stiva, come il tuono di  un temporale. Il vecchio mollò la presa sulla giovane e rimase a fissarla, incredulo. Mira bevve. Un lungo sorso  di liquido cremisi, denso e appiccicoso, le scivolò in gola. Attese con gli occhi rivolti alle assi della coperta. Attese  l’oscurità. La fine di un lungo incubo. Cinque giorni dopo l’imbarcazione attraccò in una piccola gola a sud di Biblo. L’alaggio si era appena concluso  senza incidenti. La sabbia scoperta dalla risacca, umida e compatta, aveva facilitato le operazioni di scarico. Le  casse raggruppate sulla banchina vennero controllate da due marinai. Il resto dell’equipaggio sparpagliato sulla  spiaggia era intento a riordinare i bagagli. Qualcuno  aveva già imboccato la pista che, risalendo  verso nord,  collegava Sidone con Biblo. Solo il capitano era rimasto a bordo. Il nuovo equipaggio non sarebbe arrivato prima  di cinque giorni. Mira osservò i riflessi di luce sulle onde, scosse il capo e con gli occhi lucidi raggiunse Ahkmin,  seduto sulle rocce. Lui le sfiorò il braccio. «È ora di andare. Non puoi rimproverarti niente, Mira. Quei due  balordi non avrebbero dovuto frugare nella tua sacca.»
«Spiegami, perché loro hanno fatto quella fine e io no? Abbiamo bevuto dalla stessa giara.» Il giovane si alzò in piedi e le prese le mani. «Khnum ha vegliato su di te, proteggendoti. Con il suo gesto ha  voluto dare a tutti i suoi discepoli un segno di gratitudine e di speranza. Siamo nel giusto, ora lo sappiamo con  certezza.» Mira si asciugò le lacrime e si schiarì la voce. «Tu credi che il nostro Dio…» «Non lo credo, ne sono certo. Gamir mi aveva incaricato di proteggerti, di vegliare su di te. Anche se ti aveva   affidato a Metzke ha voluto che mi imbarcassi sulla nave, e io ho ubbidito. Diceva che i sicari del visir appostati  al vecchio molo non avrebbero fatto caso a una donna sola. Doveva essere una traversata senza sorprese. Poi  quei due ubriaconi e quel pazzo dell’Avaro… Ma il Celeste Vasaio, il Magnifico Ariete, la Prima Volta, quando  ha visto la lama nelle mani del nomade e ha letto la tua paura, è intervenuto per salvarci. Non sono stati inutili i  giorni passati a recitare l’Inno di Esna. Egli ti ha reso immune al “respiro di Seth”, lasciando a bocca aperta quel  vecchio  senza dio. Anch’io  mi sono  sorpreso,  ma poi ho capito.  Vedrai, racconteremo  tutto  al Consiglio  dei  Giusti e anche loro riconosceranno in te la forza divinatrice dell’Ariete.» Metzke, seduto  poco  distante,  si  astenne  da ogni commento.  Aveva  visto  troppe  cose  inspiegabili,  non  si  sentiva più sicuro di nulla. Si aggiustò il chitone in vita, raccolse la sacca della ragazza e invitò i due a seguirlo. «Mira, sei stanca? Hai fame? Ho dell’orzo e dei datteri con me.» La ragazza accennò un sorriso, scosse piano la testa. «Mangerò qualche dattero strada facendo. L’orzo mi fa  male.» Il sole era basso all’orizzonte, immerso per tre quarti sotto la linea del mare. Avrebbero camminato tutta la  notte, Ahkmin voleva raggiungere Biblo prima che il Consiglio si riunisse nel rifugio fuori le mura della città. L’edificio   era poco  più  di  una  baracca  su   una  piccola  collina   a ridosso   delle  mura.  Mira  e  i suoi  compagni  dovettero camminare due giorni prima di raggiungerlo. Quando arrivarono, trovarono ad attenderli un ragazzo  dalla   pelle   molto   scura,   poco   più   di   un   bambino.   Era   fermo   all’ingresso,   avvolto   in   un   mantello   turchese.  Riconobbe subito il giovane discepolo di Gamir e con un cenno del capo lo fece entrare. Mira e Metzke dovettero  aspettare fuori. Il nomade era inquieto, ma cercava di non mostrarlo alla ragazza. Dopo un po’ Ahkmin uscì, sembrava emozionato. «Vieni Mira, gli anziani ti attendono.» Quando Mira entrò  nel salone i membri del Consiglio sedevano in semicerchio in fondo alla sala, i visi a tratti rischiarati dai flebili  barbagli dei lumini. La giovane distinse nove volti, senza riconoscerne alcuno. Incerta, avanzò nella penombra,  seguendo Ahkmin fino a un piccolo altare. «Questa è Mira, figlia di Gamir il Solenne.» La voce del ragazzo ruppe il silenzio, attirando l’attenzione dei consiglieri. Il più anziano del gruppo si alzò in  piedi, aiutato  dai compagni. Guardò  la ragazza. «Ahkmin  ci ha narrato  ogni cosa e non abbiamo  motivo  di  dubitare delle sue parole. Siamo grati a te e a tuo padre, giovane Mira, per aver consegnato la “carne di Horo”, il  “respiro di Seth”, al Consiglio dei Giusti. Ora i vasi verranno portati al sicuro a Damasco, e le tavole partiranno   per Dilmun. La tua impresa ha restituito a tutti i discepoli dell’Ariete forza e speranza, per proseguire il lungo  cammino verso la salvezza. Per questo motivo il Consiglio ha deciso di nominarti Sacerdote di Palestina. Sarai la  prima donna nella Terra tra i due fiumi ad avere questo titolo. D’ora in avanti ti chiamerai “Colei che beve dal  vaso”. Quando gli orci giungeranno a destinazione, la tua nomina verrà ufficializzata con una cerimonia.» Mira era confusa. Si sentiva lusingata, ma allo stesso tempo avvertiva un certo turbamento. Pensò al padre,  braccato nella casa di DueDiTre. Ricordò l’ultima volta che lo aveva visto, prima di partire, la tristezza che aveva  provato scrutando il suo viso stanco, sotto le rughe sempre più profonde. Fissò negli occhi il vecchio di fronte a  lei. «Mio padre… Quando ci raggiungerà?»
Gli anziani raccolti intorno alla ragazza abbassarono lo sguardo, nessuno voleva risponderle. Nessuno aveva  il coraggio di dirle che il vecchio Gamir era stato catturato. O meglio, che erano stati proprio loro a consegnarlo a  Cheope.   La   previsione   nefasta   della   ragazza   si   era   avverata.   Il   padre   non   ebbe   nemmeno   il   tempo   di   dare  spiegazioni al faraone, come aveva intenzione di fare. Prima dell’arrivo di Mira, il Consiglio dei Giusti aveva  deciso di trattare con l’autorità suprema del Regno delle Due Terre. Sapevano che Cheope, dopo essersi tolto di  torno Khoperr, avrebbe dato la caccia ai discepoli dell’Ariete ritenuti responsabili del furto dei vasi e soprattutto  dell’omicidio di ben quattro guardie reali. Vennero a patti con i messi giunti dall’Egitto. I funzionari del faraone  pretesero che fosse loro consegnato il “secondo sacerdote traditore”, così avevano definito il povero Gamir. In  cambio avrebbero risparmiato la vita a DueDiTre, Eclissi e agli altri discepoli dell’Ariete catturati e rinchiusi  nelle  cave di Nubia. Non avevano fatto nessun accenno alla questione  dei vasi. Con la cattura di Khoperr e  l’assassinio dei suoi collaboratori più stretti, Cheope riteneva conclusa la vicenda. L’imperatore delle Due Terre  aveva un bruciante desiderio di dimenticare in fretta ogni cosa, potere dei vasi incluso. Si era convinto che il  primo sacerdote si fosse inventato tutto per illuderlo sui lavori alla sua grande opera e guadagnare tempo. E  intanto raggiungere il suo scopo: conquistare il potere. La strategia di un apostata. Quando  il Consiglio  aveva compreso  che  consegnando  Gamir  nessuno  avrebbe  più perseguitato  i seguaci  dell’Ariete ancora liberi e che quelli catturati avrebbero avuto salva la vita, non si era fatto scrupoli a lasciare il  padre di Mira nelle mani degli uomini della fortezza reale. Un atto crudele ma indispensabile. Il verbo di Khnum  si stava espandendo in tutta la Terra tra i due fiumi, c’erano nuove città da sottomettere, nuovi adepti da reclutare.  Avevano pensato che la perdita del sacerdote bianco fosse un prezzo sostenibile. E con la nomina di Mira a  Sacerdote di Palestina si erano convinti di espiare la colpa. Almeno in parte. «Tuo   padre   è   stato   catturato,   Mira,   ci   dispiace…»   Il   vecchio   diacono   abbassò   lo   sguardo   per   non   lasciar  trasparire la menzogna. «Sarà fatto ogni tentativo per salvargli la vita.» Mira si inginocchiò, aggrappandosi alla tunica dell’uomo. Non ebbe  la forza di piangere, né  di parlare. Il  vecchio, turbato, tirò a sé la veste, liberandola dalla presa della ragazza. Fece un cenno con lo scettro e uscì dal  salone, seguito dagli altri membri del Consiglio. Metzke, rimasto in disparte, sentì i singhiozzi di Mira rimbombare sterili tra le pareti. Si sorprese a pensare  alla vanità del cielo, come se dovesse cadere da un istante all’altro. Gli stoppini delle candele si consumarono,  lasciando sul pavimento piccoli cerchi di cera. Il buio li avvolse. Mira con un filo di voce implorò Osiride di  accoglierla nel suo regno, di non lasciarla lì, in un paese che non le apparteneva e con un nome che non era il  suo. “Colei che beve dal vaso.”
Quinta parte
Bye­bye cruel world
Texas, dicembre 1957
1
Una falce di luna brillava dietro le lunghe file di pompe petrolifere, enormi struzzi d’acciaio che nascondevano a  ritmo la testa nella sabbia senza fermarsi mai. Schiacciati dalle ruote, piccoli grumi di terra secca si  polverizzavano sull’asfalto, e sui parafanghi cromati si rifletteva il bagliore della notte. Nella Chrysler 300B blu  scuro del 1955 l’unica luce era la brace di una sigaretta, mentre al di là dei finestrini le colline scorrevano  incessanti e più nere del cielo. L’auto sembrava una slitta senza traino che scivolava dolce sulla neve. Il motore  girava a pieno ritmo accompagnato da un ronzio continuo proveniente dal baule. La lepre non ci avrebbe mai sperato, ma quando il coyote le fu addosso qualcosa di enorme si frappose tra  loro con irruenza, investendo il predatore e spezzandogli il collo. Una frenata brusca. Poi silenzio assoluto. «Merda… e adesso?» Dopo aver spento la mezza sigaretta, premendola un paio di volte nel portacenere, la giovane donna scese  dall’auto lasciando lo sportello aperto. Sul cofano, un liquido denso scintillava alla tenue luminescenza della  notte. I fari proiettavano nel nulla fasci di luce gialla, lasciando danzare il pulviscolo nella loro scia. Il paraurti  accartocciato formava un’ampia V, la testa del coyote ucciso era incastrata nel vertice. Respinse il conato che le stringeva lo stomaco. Aveva ancora addosso il vestito che piaceva tanto a Ron, quello  nero con un profondo  spacco laterale. I suoi collant preferiti, che le erano costati una fortuna, si ricoprirono  subito di sabbia finissima, trasportata dal vento. Si guardò le scarpe di vernice con il tacco a spillo, sospirando.  Anch’esse piene di polvere. Appoggiò un braccio sul tetto dell’auto e, tamburellando con le unghie rosse sulla  carrozzeria, tentò di riorganizzare le idee. Si sfilò le scarpe, le lanciò nell’abitacolo, poi si diresse verso il portabagagli. Una volta aperto lo sportello, il  ronzio del maledetto affare si fece insostenibile, come il calore intenso che emanava. Non lo guardò nemmeno e  afferrò la scatola degli attrezzi. Richiuse  subito. Facendo  leva con una barra d’acciaio, il cranio del coyote si  staccò e la donna venne investita da un fiotto rosso e tiepido. Furiosa, lasciò cadere l’arnese. «Merda, merda, merda! Maledetto il Texas, il coyote e tutto questo schifo!» Si passò le mani sul viso e tra i  capelli,   raccogliendoli   dietro   la   nuca.   Era   nervosa,   spaventata,   distrutta.   L’intera   storia   sembrava   già   una  maledizione e non c’era verso di uscirne. La brezza aumentò di intensità, mentre la temperatura continuava a scendere. Il deserto texano era gelido e  tutt’altro che  accogliente. Risalita a bordo, chiuse  lo sportello  con delicatezza. Controllò le macchie  rosse sul  vestito   scuro:   non   erano   troppo   visibili.   Aggiustò   lo   specchietto   retrovisore,   approfittandone   per   dare   una  controllata al trucco. Le labbra arricciate in una smorfia delle sue. Si accese un’altra sigaretta, poi avviò il motore.  Mise la marcia. Con il piede scalzo schiacciò l’acceleratore fino in fondo. Un mezzo sorriso. Una bestiaccia e Ronnie avevano fatto la stessa fine. Un chiaro segno del destino.
2
Berlino, marzo 1933
Camminava sul lungofiume sovrappensiero, quasi ipnotizzato dai bagliori cupi dello Spree, diretto al sanatorio  di Kreuzberg. Ignorò di proposito il saluto rivolto da un gruppetto di SA alla sua divisa. Tutta la città, l’intero  paese addirittura, era fiero delle Sturm Abteilungen, i fanatici in camicia bruna, e pronto, sembrava, ad affidare  loro compiti di sempre maggiore responsabilità. Le cose andavano bene, Hitler aveva ottenuto il cancellierato e  l’incendio del Reichstag era giunto puntuale per una comoda sospensione dei diritti civili, operata mediante un  decreto di emergenza. I giornali informavano che per l’attentato erano stati arrestati alcuni militanti comunisti,  fra cui un pericoloso sovversivo olandese, ma Hofstadter – il capitano Dietrich Hofstadter, ormai – era certo che  dietro tutto ci fosse l’operato di certe camicie poco colorate. Non che importasse, comunque gli faceva gioco. Tagliò deciso verso la Porta di Brandeburgo, poi fermò una vettura pubblica con un cenno del braccio. Aveva  pensato di camminare fino al sanatorio, in realtà, però il fermento e l’attivismo dei gruppuscoli paramilitari in  città nell’ultimo periodo gli davano sui nervi. Ma anche quelli, come il generale spirito del tempo, erano a suo  favore. La clinica si affacciava sul Landwehrkanal, in mezzo a una piccola macchia di verde delimitata da uno spesso  muro  di cinta. Hofstadter  camminò  rapido  lungo  il viale  d’accesso, punteggiato  da giovani cipressi.  Su una  panchina riposava un paziente, gli occhi fissi nel vuoto e la vestaglia aperta sul corpo nudo. Era guardato a vista  da due infermieri poco lontano. Quando l’ufficiale si avvicinò, i due si irrigidirono in posa quasi marziale. «Come ha reagito all’ultima somministrazione?» indagò senza salutare. «Così come vede, capitano» rispose il più basso dei due, «del tutto catatonico ormai da ore.» «Portatelo dentro, e chiudetegli la vestaglia, per l’amor di Dio. Questo posto è già abbastanza triste senza  bisogno di ulteriori spettacoli grotteschi. E poi non vorrei si prendesse una polmonite.» I due aggiustarono i lembi della vestaglia dell’uomo e lo alzarono di peso prendendolo per le ascelle. Mentre il  capitano  si   accingeva  a  entrare  nel   corpo  centrale  della  villa,   il più  robusto   commentò:   «Polmonite,  capirai.  Questo non si muove neanche». Hofstadter   entrò   nel   suo   studio,   gettando   con   noncuranza   il   soprabito   sul   divanetto   liberty   a   lato   della  scrivania di mogano scuro. Accoppiamento discutibile, pensò ancora una volta, ma era arrivato alla direzione  della clinica solo da poco e non aveva avuto tempo né voglia di dedicarsi all’arredamento deprecabile di quella  stanza. Mandò  a chiamare Baumann. Quando il medico si presentò  nella stanza, lo interrogò, anche  stavolta  saltando i convenevoli. «Non hai aumentato il dosaggio stamattina?» «Dopo quello che è successo con gli altri, ho ritenuto preferibile aspettare.» «Non è quello che avevo detto io.» «Tu sei un chimico, Dietrich, e in quanto tale sei molto attento a composti e reazioni, ma io sono un medico e  devo valutare gli effetti delle mie azioni sulla salute fisica dei miei…» Hofstadter sbuffò. «Dei tuoi cosa? Pazienti? Abbiamo uno scopo da raggiungere, e non è certo la salute di quei  dementi. Il nostro buon Grigor è catatonico, del tutto indifferente a qualsiasi stimolo esterno. Non è quello che  vogliamo.» «Se è per questo non vogliamo nemmeno farlo morire tra gli spasmi ricoperto di ecchimosi, come è successo  con gli altri.» Hofstadter si coprì il volto con le mani, i gomiti appoggiati alla scrivania, poi scosse la testa. «E credi che mi  diverta a vederlo accadere? Mi hai preso per uno di quei sadici idioti delle SA? Solo, non abbiamo tempo per la  cautela. Se con Grigor non otterremo nulla, avvieremo gli esperimenti su tre soggetti per volta.» «Questa è follia!» «No, si chiama statistica. Mentre la tua si chiama insubordinazione, e potrebbe costarti cara.» La donna si chiamava Venta. Di origine lettone, diceva. Era il nome di un fiume. «Strano nome per una donna» aveva commentato Shanfeng. «L’acqua è maschile. È la terra che è femmina.»
«È solo un nome» gli aveva risposto. Venta non amava le sottigliezze, forse per il lavoro che faceva aveva  dovuto rinunciarvi. Bianco o nero, buono o cattivo, anzi, in quest’ultimo caso, buono e cattivo sempre insieme.  Da   quando   l’aveva   conosciuta   vicino   alla   sinagoga,   quella   notte   di   tre   anni   prima,   Shanfeng   aveva   sempre  apprezzato questa sua particolarità: non lo guardava come se fosse diverso dagli altri. Di certo la differenza la  vedeva, ma non le importava e non gliela faceva pesare. Lei era la cosa migliore che gli fosse capitata, da quando  aveva messo piede in Germania. Il   suo   nuovo   padrone   non   lo   rendeva   partecipe   degli   esperimenti   che   proprio   grazie   a   lui   aveva   potuto  avviare, relegandolo a un infimo ruolo di attendente esotico, da mostrare in società per scioccare qualche stupido  benpensante. Ma con l’aria che tirava, poteva anche ritenersi fortunato: Venta se la passava assai peggio, anche  se non lo dava a vedere. Le lasciò  del  denaro  sul  comodino, come  al solito, anche  se  ormai da tempo  lei non gliene  chiedeva  più.  «Perché non te ne vai via da questo paese, Venta? Non è un buon posto per vivere.» «E dargliela vinta? Non lo sai che stanno facendo di tutto per convincere quelli come me a emigrare?» Shanfeng non aveva ben chiara la questione ebraica, ma annuì. Lei continuò,  scherzando.  «Magari  potrei  cambiare  identità.  Mio  zio  è  un  ottimo  falsario,  mi  darebbe  dei  bellissimi  nuovi  documenti  ariani.  Potrebbero  scambiarmi  per  una  nobildonna  di  razza  pura,  cosa  ne  dici?»  Eresse il busto rimanendo seduta sul letto, i seni pieni e ritti, senza un filo di vergogna. Il cinese rise. «No, sei troppo bella per sembrare pura.»
3
Texas, dicembre 1957
Il coyote era già dimenticato, Shelley Copeland sfrecciava in tutta comodità sugli ampi sedili in pelle beige  chiaro. Finestrino abbassato di poco. Aveva un’aria fragile, era più pallida del solito e ancor più attraente. I  pensieri si accalcavano, ma si sforzava di mantenere il controllo. Shelley aveva le palle, si diceva in giro fra  colleghi: molto determinata, prima ancora che intelligente e bella. “Strano a dirsi per una donna” avevano  sempre commentato i bambocci della Compagnia, con quelle cravatte strozzacollo e i completi da svendita in  Alabama. Lei veniva da New York, altra categoria. New York e la California erano gli unici posti decenti negli States, le  uniche oasi nello sconfinato deserto dei redneck. Shelley odiava i texani. Sorrise al pensiero: l’avevano mandata  lì per tenerli sotto controllo. Ricordò le parole del povero camionista di Levelland alla radio, il 23 novembre,  subito dopo l’episodio che andava coperto in fretta e furia. “Erano le 23.00, più o meno. Ero in giro col mio bestione e da un campo sulla mia sinistra vedo lampeggiare  una forte luce  rossa. Poco dopo, come  se mi volesse prendere, questo affare  lucente  si è catapultato sul mio  camion, a pochi piedi di distanza. Le luci e il motore mi si spengono di botto. L’aria sembrava muoversi. Ho  avuto una paura tremenda…”  La faccenda degli avvistamenti Ufo preoccupava non poco i capoccia di Langley, in Virginia. Non potevano  permettersi fughe di notizie in quel momento. La Copeland e altri funzionari erano andati a sorvegliarne gli  sviluppi, ma il suo destino aveva preso tutta un’altra direzione. Notte fonda. Una lunga strada deserta davanti a sé. Shelley riavvolse nella mente il film di quanto era accaduto. Pensò alla  testa fracassata di Ron Folberg. Tornando indietro di qualche fotogramma, si rivide sparare il colpo di pistola.  Rimorso? Per chi, Ron? Non esisteva essere più spregevole, più meschino, più sciovinista. Eppure era una bella  lotta là fuori… Certo, il milione di dollari le faceva gola, ma non era quello il punto. Aveva fatto pulizia. Aveva   eliminato lo sciacallo. Non riusciva a sentirsi in colpa per questo. Sarebbe   arrivata   ad   Austin   prima   dell’alba.   Il   primo   mattino   non   è   il   momento   più   raccomandabile   per  approdare in una cittadina sconosciuta. C’è poco traffico e si rischia di dare nell’occhio. Inoltre una macchina  come la sua che puzzava di sbirro federale, se da una parte era una garanzia di sicurezza, dall’altra avrebbe  attirato la curiosità di qualsiasi sceriffo di contea. Lasciò andare il piede dall’acceleratore. Il portabagagli scottava  troppo. A un controllo sommario il ronzio si sarebbe sentito di certo, e il suo tesserino della   CIA  avrebbe solo  complicato le cose. Le dita sottili della mano destra cercarono una stazione radio decente. L’altoparlante propose  del vivace be­bop. Riesaminò la situazione. I soldi erano ad Austin, nella cassetta di sicurezza di un ufficio postale. La chiave le  pendeva dal collo, legata a una sottile catenina d’oro. La cercò sotto la camicetta, tra i seni, e la strinse per un  secondo. Fece una smorfia che voleva essere un sorriso. Seguì con la voce l’assolo di tromba, sul tappeto ritmico  batteria­contrabbasso, affidandosi allo spiccato istinto musicale che la ispirava sin da bambina. Chissà chi era  l’autore di quel brano… Nel bagagliaio, accanto agli arnesi sporchi di sangue di coyote, c’era un contenitore tozzo e pesante, dal ronzio  continuo. Una sorta di congelatore, le pareva di aver capito dai discorsi di Ron Folberg. Conteneva materiale top secret.
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Austin, Texas, dicembre 1957
La cosa peggiore per Shelley Copeland era l’assenza di colleghe con cui parlare. Stati Uniti d’America, anno di  grazia 1957. Un impiego di alto livello nel servizio segreto più sporco del mondo. Una mandria scatenata di  bufali maschilisti. Lei, avvenente, brillante, un vero schianto. Uno sguardo che disarmava e un fisico che  sembrava traboccare dai modesti completi dai colori spenti. Lasciava il segno, Shelley Redhead Copeland. Lo aveva lasciato su varie scrivanie, lassù ai piani alti, senza mai dimenticare  di controllarne gli sviluppi.  Carriera o sopravvivenza, a seconda dei punti di vista. Ma non aveva mai avuto una collega amica, una donna  alla quale confidare segreti. Cresciuta in un istituto, la sua non era stata certo un’infanzia “normale”. Aveva solo  storie di test attitudinali e di spionaggio da raccontare, roba troppo forte, nulla su amori che le togliessero il  respiro o magnifiche ville da arredare. Era strana e diversa, agli occhi delle altre. Scattò il verde e Shelley ripartì verso l’ufficio postale, nel centro di Austin. Avrebbe dovuto rimanerci solo per  qualche   minuto.   Mostrare   la   chiave   della   cassetta   di   sicurezza,   presentare   un   documento   falso,   cacciare   il  malloppo nella valigetta, sorridere ai presenti al momento dell’uscita. Un gioco da ragazzi. Parcheggiò l’auto a noleggio a pochi metri dall’ingresso e si incamminò, dopo aver controllato ancora una  volta il trucco. Qualche minuto dopo, Shelley Copeland usciva dall’ufficio postale di Austin con un milione di  dollari al seguito, cento più cento meno. Il passo era spedito, ma naturale. Rideva dentro. Lo sguardo si gelò  quando sull’altro lato della strada vide un’auto sospetta. Tre, forse quattro uomini. Fece finta di nulla, camminò  verso l’auto. Accese il motore con un gesto nervoso ma partì con calma. Passò davanti ai loro occhi, sembrarono  non seguirla. Non si fidò e fece il giro dell’isolato, ritrovandosi di nuovo davanti all’ingresso dell’ufficio postale.  Il veicolo non c’era più. Cominciò   a   guardarsi   attorno,   le   mani   inchiodate   al   volante.   Guidò   fino   a   un   parcheggio   adiacente   nei  dintorni, poi scese stringendo la valigetta e fece un gesto al taxi che le passò davanti. Si fece portare al Turtle’s  Inn, il suo motel, controllando di non essere seguita. Le parve di averla fatta franca. Ora si ritrovava con un milione di dollari sparsi sul letto e un congelatore nel portabagagli dell’auto. Aveva gli  orientali – o chi diavolo  fossero  – alle  calcagna. Forse per il bottino, forse  per l’aggeggio  rumoroso. Doveva  nasconderlo al più presto. Decise di partire subito. Pagò in contanti, recuperò la Chrysler 300B e si diresse verso un rivenditore di auto,  sulla strada principale. La valigetta era sempre incollata alla mano. Firmò alcune carte come Sandy Beach, il suo  nome   preferito   da   ragazzina:   se   la   immaginava   come   una   prorompente   cantante   be­bop.   Chiese   con   fare  innocente   al   ragazzo   dell’officina   sporco   di   grasso   di   caricarle   il   congelatore   sulla   nuova   auto.   «N­non   c’è  problema» balbettò quello senza fare domande. Poco   dopo   Shelley   Copeland   sfrecciava   con   la   sua   nuova   Cadillac   indaco   sulla   statale   per   San   Antonio.  Appena passato il ponte sul Colorado River, diede un ultimo controllo allo specchietto retrovisore e cominciò a  rilassarsi. Distese i muscoli. Accese una sigaretta. Un volo della CIA l’avrebbe portata da San Antonio a Baltimora,  un posto molto più tranquillo per gestire le cose, a due passi dai capoccia di  DC. Il rifugio migliore. Doveva solo  superare  lo  scoglio  dell’imbarco  aereo, quando  qualche  collega  le  avrebbe  di certo  chiesto  di Ron Folberg  e  dell’ingombrante bagaglio al seguito. Attaccare invece che difendere. Avrebbe risposto secca e infastidita, si  sarebbe inventata qualcosa. Sull’aereo c’erano sette passeggeri, tutti busta paga  CIA. Shelley ripose la valigetta sotto il sedile ed estrasse un  fascicolo  dalla borsa degli effetti personali. Lo aveva rubato dalla documentazione  di Folberg, sapeva che in  qualche modo era collegato al congelatore. Un nome in rilievo sul cuoio nero della cartelletta: AL­HÀRITH . Le carte  davanti ai suoi occhi erano inquietanti, piene di strane formule matematiche e grafici, riferimenti storici corredati  da documenti originali e immagini raccapriccianti. Shelley  richiuse  il fascicolo  con  un gesto  brusco.  Decise  che  non era il momento. Avvertì una  stretta allo  stomaco ed ebbe la sensazione di essere entrata in un gioco troppo grande da controllare. Ebbe paura. Non era  abituata   a   sentirsi   così,  le  parve  inusuale,   quasi   uno   stato   febbrile.  Finì   d’un   fiato   lo   scotch   servitole   in   un  bicchiere di vetro opaco.
Dopo l’atterraggio a Baltimora e lungo il tragitto in auto fino a casa si sentì strana, qualcosa le ronzava in testa  insistente. Non riusciva a non pensare a quel fascicolo di cuoio nero. Arrivò al Rosebowl Residence, dove viveva.  Si fece aiutare dal portiere a trasferire il congelatore fin dentro l’appartamento. L’uomo non fece domande e si  guadagnò una bella mancia e un sorriso. Una volta richiusa la porta alle spalle, Shelley si tolse le scarpe e si buttò  sul divano. Cadde in un sonno profondo. Dopo poco si svegliò di soprassalto, sudata e ansimante. Il battito  cardiaco non accennava a diminuire. Aveva fatto un brutto sogno. Al­Hàrith.
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Rosebowl Residence, Baltimora, dicembre 1957
L’arredamento di casa rifletteva il buon gusto dell’agente Copeland, ma ne mostrava anche tutte le  contraddizioni. La cucina  accessoriata  di  smalto  bianco  era costosa  e di  gran  classe.  Luccicava  forte  sotto  il  piccolo  neon  circolare e puzzava di nuovo. La gran parte dei mobili ad angolo era vuota: niente servizio di piatti e posate  coordinato,  niente  collezione  di   tazze   da   caffè   con   gli   animali   della  fattoria.   Solo   poche   stoviglie  di   aspetto  anonimo, chiuse dentro un’unica anta. La sala da pranzo sembrava un tipico prodotto della sua indecisione. Ampia e luminosa, annoverava alcuni  pezzi di arredamento di gusto classico, come la grossa credenza di legno scuro, dall’aria barocca, o il grazioso  tavolino da tè, accanto a oggetti di fattura industriale. Il divano di velluto era il pezzo forte della collezione: in  arrivo   direttamente   dagli   Studios   di   Hollywood,   a   giudicare   dall’aspetto.   Lungo,   dalla   forma   sinuosa   e  avvolgente. Ci si poteva immaginare le stelle del cinema conversare con animosità, scambiandosi sorrisi isterici  di porcellana, strafatte di pillole anfetaminiche e Southern Comfort. Le stesse dive che ispiravano l’acconciatura  di Shelley, il suo rossetto, la sua biancheria intima. Fu durante i giorni della Primary School,  che alti signori in abiti scuri e capelli imbrillantinati arrivarono a  cambiarle la vita. La osservavano e le accarezzavano i boccoli rossi durante la ricreazione. Poi parlavano sempre  con mamma e papà, per ore e ore. Volevano visionare le sue  pagelle, trimestre  dopo trimestre. Erano molto  interessati alle straordinarie facoltà cognitive di Shelley Copeland. Forse diedero dei soldi ai suoi genitori. La  rinnovata intesa familiare non si sarebbe spiegata altrimenti. E nemmeno il bolide coupé rosso fuoco del babbo.  Lui   era   sempre   fuori,   in   giro   ad   abbordare   donne   da   portare   a   letto.   Mamma   invece   riceveva   i   suoi   ospiti  comodamente a domicilio. I   signori   con   gli   abiti   scuri   pagarono   e   si   accaparrarono   le   sue   straordinarie   facoltà   cognitive,   in   pratica  disposero della sua vita. Il parere di Shelley non aveva importanza; era solo una ragazzina. Proprio quando i  maschi cominciavano  a perdere la testa per le sinuose  forme del suo corpo e per la sua carnagione  chiara e  lentigginosa, Redhead Copeland fu trasferita in un non meglio  definito  istituto  attitudinale  dell’Arkansas. A  consumare il resto della gioventù in compagnia di bambini­mostro, viscidi professori in camici bianchi e finte  mamme sorridenti con tesserino governativo e voce nevrotica. Shelley  Copeland  crebbe  e  comprese   il suo  destino.   L’istituto  divenne  il  suo  mondo.  Nella  pianificazione  settimanale, il programma di autocontrollo e meditazione era quello che preferiva. Poteva mandare tutti a farsi  fottere dentro di sé, senza essere disturbata. Spendeva ore nel gabbiotto, in silenzio, occhi socchiusi, origliando  appena i commenti dei pagliacci plurilaureati, oltre il vetro di osservazione. “Il suo livello di meditazione può  raggiungere profondità sorprendenti, qualcosa di comparabile ai monaci del Tibet…” Branco di idioti. Shelley   accettò   la   sua   condizione.   Glielo   raccomandava   sempre   papà   al   telefono   dalla   California,   con   il  sottofondo sonoro di onde marine e risate stupide di bambole da letto. Glielo rammentava anche la mamma, tra  un sorso di alcol e l’altro, con quella cadenza biascicata e vuota. Se quello schifo era il mondo esterno, pensava,  allora non aveva molto da perdere. Gli anni trascorsero in fretta, tra test attitudinali e sacrificati abiti dal taglio fuori moda. Il boogie esplodeva  alla radio, ma Shelley non ballava, non indossava vestiti scollati e non pomiciava con i ragazzi dentro lunghe  cabriolet. Qualche anno dopo i funzionari governativi le assegnarono una prima mansione, in una delle agenzie affiliate  al   Federal   Bureau   of   Investigation.   Divenne   aiutante   di   un   agente   corpulento   e   bavoso,   incaricato  dell’archiviazione e controllo delle pratiche più vecchie di cinque anni. Il ciccione faceva poco o niente durante il  giorno, se non provarci con Shelley nello squallido stanzone  dell’archivio. Se ne era lamentata coi superiori,  facendo una scenata arrogante che non tutti avevano gradito. Dopo pochi mesi fu spostata al Dipartimento di Giustizia, nel centro di Washington DC, ma da subito qualcosa  non   funzionò   con   le   colleghe   addette   alla   compilazione   delle   schede   personali.   In   un   attimo   la   situazione  precipitò, anche a causa di insistenti (e fondate) dicerie circa la particolare confidenza con il capo. All’Istituto  cominciarono a storcere il naso: l’agente Copeland non sa gestire le relazioni con i colleghi. Non sa controllarsi.  Non fa altro che mettersi in mostra a scapito degli altri. Fu deciso  di assegnarla alla  CIA, sezione  di Baltimora, sulla base  delle  sue  indubbie  capacità professionali.  Un’intelligenza superiore e una perfetta visione strategica facevano di lei una prima scelta, da accaparrarsi in  ogni caso. Si ritenne inoltre che la Compagnia le avrebbe dato una bella lisciata, col tempo.
La CIA, un gran bel manipolo di gentiluomini. Se il Los Angeles  Police  Department  occupava  le  prime  pagine  dei giornali e nutriva  l’immaginazione  di  scrittori e autori cinematografici, la CIA conduceva da sempre in tranquillità i suoi loschi affari. Shelley Copeland era un funzionario di terzo livello, in pratica un capetto. All’inizio fu dura per lei. «Ti farai  le ossa» le ripetevano orgogliosi i responsabili dell’agenzia. «Per ora me le stanno solo spaccando» ribatteva  Shelley. Ma poco a poco le cose cambiarono. Qualche missione operativa la rincuorò e il brivido dell’azione la  eccitava. Si sentiva viva, importante. Ma non legava affatto con i colleghi. La maggior parte le stavano alla larga,  gli altri perlopiù, anche se la trovavano desiderabile, ne erano intimoriti. Alcuni cominciarono a prenderla in  giro per via dei piedi troppo lunghi o per le orecchie un po’ a sventola: con i capelli legati si notavano parecchio.  Si trovò in difficoltà, non era abituata a non essere ammirata. Si chiuse sempre più in se stessa e si buttò nel  lavoro. Era la prima ad arrivare la mattina e l’ultima ad andarsene. Studiò  molto e accumulò  esperienze  sul  campo. Imparò a identificare il nemico, di qualsiasi tipo, e a fargli vuotare il sacco con il minimo sforzo. Un giorno Ron Folberg, astro nascente CIA, cadde nella sua rete. La incrociò nei corridoi degli uffici durante una  riunione a Washington DC e si perse dietro la sua irresistibile scia erotica. Si voltò come un ragazzino spaccone,  chiedendo al collega accanto chi diavolo fosse quella bomba. Aggiustò la giacca, spolverando via la forfora dalle  spalle, ed entrò in azione come un falco. Le si presentò con tanto di biglietto da visita, la invitò a cena senza  sprecare tempo, le fece la corte con i suoi modi rozzi. Shelley   intuì   subito   l’elevato   tasso   di   manovrabilità   di   Folberg.   Ci   giocò   parecchio,   come   d’abitudine.   Si  chiedeva come un tipo così avesse potuto finire a capo di un settore   CIA, con quell’arroganza e il modo di fare  così lontano dai canoni del buonsenso. Sembrava quasi avesse un protettore alle spalle… Uscirono insieme, presero a frequentarsi, finirono a letto insieme. Shelley si limava le unghie quando Ron  partiva con le filippiche contro i meschini nemici personali che aveva all’interno della Compagnia. Sbadigliava  coprendosi con la mano, quando Ron raccontava improbabili episodi della sua fulminante carriera. Però adorava le sue grosse mani, la presa forte con cui la scaraventava sul letto prima di saltarle addosso,  l’intenso odore di acqua di Colonia. Fantasticava di essere sottomessa e punita per tutte le cose brutte che aveva  fatto. Folberg non era granché attraente, tanto meno irresistibile a letto, ma era proprio la sua innata goffaggine a  soggiogarla. L’imperfezione. Forse una pulsione masochistica: odiava i redneck ma voleva esserne dominata. E  Ron Folberg era l’eletto. Poi   un   giorno   intuì   che   le   sue   panzane   cominciavano   a   farsi   serie.   Un   misterioso   compratore.   Materiale  riservatissimo. Dieci milioni di dollari. Fregare tutti. Sparire dalla circolazione. Certo, Shelley lo aveva aiutato in  questo senso… Pensò all’esplosione del colpo, al tremendo rinculo. La testa di Ron fracassata, il battito cardiaco  impazzito. Il panico. Pensò al campo di spighe nel Texas e al coyote investito dalla sua Chrysler 300B, sulla via  per Austin. La   testa   pesava   come   un   macigno.   Aveva   avuto   quel   brutto   sogno   la   sera   prima   ed   era   ancora   scossa,  nonostante non riuscisse a ricordare bene. Poi d’un tratto la parola risuonò ancora nella mente: Al-Hàrith. Prima o poi il misterioso compratore si sarebbe fatto vivo. Doveva agire. «Maledizione, come diavolo funziona questo aggeggio?! Avevo  chiesto a Carl di lasciarmi anche le istruzioni,  maledetto gorilla. Forse è rubato…» Shelley Copeland era inginocchiata sulla moquette grigio chiaro della sua camera da letto, goffamente chinata  verso il gigantesco registratore a bobina appoggiato per terra, accanto al letto, sotto la finestra. Indossava calze  autoreggenti, che avvolgevano alla perfezione le gambe lunghe appena abbondanti, partendo dalle scarpe nere  con tacco, di buona qualità, su fino alla media altezza delle cosce. Le ore si rincorrevano troppo veloci sul piccolo orologio da polso, e il panico aumentava minuto dopo minuto,  pensiero dopo pensiero. Presto qualcuno si sarebbe  fatto vivo, magari proprio al Rosebowl Residence. Il suo  appartamento non era più sicuro, se mai lo era stato davvero. Doveva cambiare aria, e in fretta. Prima però voleva registrare su nastro quanto accaduto in Texas con Folberg. Non mirava certo alla salvezza  dell’anima, né all’assoluzione  di fronte a una corte di giustizia. Era solo merce di scambio  per un eventuale  ricatto, nel caso si fosse trovata in una situazione senza uscita. Un fievole lumicino che non doveva spegnersi,  comunque andassero le cose. I fatti del Texas andavano chiariti. Le dita affusolate di Shelley premettero in contemporanea i tasti  REC  e  PLAY  del registratore. Un forte suono  meccanico. Le bobine girarono e il nastro scorse a vista d’occhio.
Sono le 15.25 del giorno 9 dicembre 1957. Sono l’agente Shelley Copeland, mi trovo nel mio appartamento  presso il Rosebowl Residence a Baltimora. Sono in possesso di un registratore a nastro, che sto utilizzando  in questo momento per rendere la mia testimonianza diretta dei fatti accaduti pochi giorni fa ad Austin,  Texas. Chiunque ascolti questa registrazione è pregato di rivolgersi al più vicino dipartimento di polizia o  ufficio dello sceriffo. Si raccomanda di  NON  consegnare il nastro a eventuali agenti federali o membri di  qualsiasi altro corpo del governo centrale. Vi prego di non porvi questioni di merito in questo momento, ma  solo di fare ciò che vi ho appena detto. Avrete poi una completa visione dei fatti e comprenderete questa  mia richiesta. Da qualche tempo la sottoscritta aveva una… relazione sentimentale con Ronald Folberg, funzionario  della   Compagnia.   La   Central   Intelligence   Agency,   intendo.   Tale   relazione   si   consumava   in   segreto  attraverso  incontri  sporadici, ma sempre  più frequenti. L’ultimo  appuntamento  tra noi era fissato  per  i  primi  giorni di dicembre  in Texas,  dove  per  differenti motivi avremmo  dovuto  svolgere  alcune  attività  investigative. La relazione in sé era piuttosto monotona, se devo essere sincera, ma qualcosa mi legava a lui  e m’impediva di troncare i rapporti. In verità non me ne spiego la ragione. La sera del 5 dicembre c’incontrammo nella mia camera del Turtle’s Inn, appena fuori Austin. Folberg  arrivò con circa un’ora di ritardo. Doveva vedere personaggi di rilievo per un affare importante. Non ne  avevamo parlato molto, ma sapevo che c’erano di mezzo dei soldi. Tanti soldi. Lo avevo capito dalle parole  e dalle espressioni che gli sfuggivano in certi momenti. Era sudato e nervoso. Mentre si spogliava, appoggiò  una chiave sul comodino, con molta cura. Capii subito  che  quella chiave rappresentava qualcosa. Mi chiese  se avessi programmi per i prossimi  vent’anni. «Annientare gli sporchi comunisti» risposi. Rise ad alta voce e mi accarezzò i capelli. Sapevo che  si riferiva all’esito del suo affare. Sapevo che non mi avrebbe detto niente di specifico, ma volevo capire di  cosa   si   trattava.   Decisi   di   puntare   sulla   chiave   appoggiata   sul   comodino.   Ridemmo   e   scherzammo,   ci  stuzzicammo   a   vicenda,   poi   facemmo   l’amore.   Riuscii   a   strappare   in   seguito   qualche   ulteriore  informazione,   e   un   luogo   preciso:   l’ufficio   postale   di   Austin.   L’indomani   sarebbe   dovuto   andare   lì.   Il  collegamento alla chiave fu automatico: una cassetta postale. L’avrei seguito di nascosto, avrei verificato di  persona. Il mio dovere di agente me lo imponeva. Una pausa più lunga del previsto evidenziò l’imbarazzo per l’ultima frase registrata. Chi le avrebbe creduto?  L’agente  Copeland  si sarebbe  portata a letto il funzionario  Ron Folberg  e in seguito, correndo  innumerevoli  rischi, gli avrebbe sparato in faccia per un mero impulso deontologico? Barzellette. Era lì per i soldi, per il fascino del  potere  e dell’intrigo. Perché  era una scriteriata  senza  speranza. Lo  portava scritto  in volto, e nel  curriculum  personale. Un brivido le corse lungo la schiena. In ogni caso, nella remota circostanza in cui fosse sopravvissuta a quei brutti giorni e fermata in seguito per gli  interrogatori, la mancanza di un movente classico (gelosia, soldi, potere, controllo) sarebbe stata provvidenziale.  Doveva nascondere il suo interesse per il denaro di Folberg, per quanto possibile. Poco dopo accadde qualcosa di strano. Ron fece una telefonata e si agitò parecchio con l’interlocutore. Perse  le staffe, si mise a gridare, pareva che qualcosa nell’affare fosse cambiato all’improvviso. Lo ascoltavo oltre  la porta del bagno, con il rubinetto aperto per fingere di essere occupata. Ripeteva che non gliene fregava  niente, che i tempi di consegna dovevano essere rispettati. Che i patti sono patti, che non voleva sentire  ragioni. Quando la telefonata terminò uscii dal bagno ostentando totale indifferenza, ma l’aria era ancora satura  di tensione. Ron stava bevendo bourbon dalla bottiglia, la terminò in poche sorsate. Il mio errore fu di non  farmi gli affari miei. Gli dissi in modo brusco di smetterla di bere. Lui mi disse di tacere e si stravaccò sul  letto   con   una   nuova   bottiglia.   Bevve   parecchio.   Biascicò   risposte   vaghe   alle   mie   domande.   Mi   piaceva  vederlo   in   difficoltà,   mi   lasciai   andare   e   continuai   a   provocarlo   con   incoscienza.   Arrivai   ad   accennare  all’affare, come una stupida, con una frase del tipo “Adesso hai paura che non ti vogliano più dare i soldi?”.  Non so perché dissi quelle parole. Forse godevo nel vederlo smarrito, lui sempre così brillante e con quel  sorriso finto. Non saprei… Shelley si accorse di non riuscire più a contenere l’emotività. Ne fu felice ma allo stesso tempo infastidita, tipica  contraddizione dello sbirro che si fa coinvolgere personalmente. Accusò il colpo. L’incedere si fece sempre meno  asettico, il suo linguaggio sempre più intimo e confidenziale. Il rischio, in mancanza di un interlocutore, è di non  rendersene conto in tempo.
Ron mi saltò addosso, bloccandomi i polsi contro il materasso e avvicinandosi a me con il volto. La sua  presa era incerta. Il suo alito puzzava di alcol. Mi disse di chiudere la bocca. Le tempie gli pulsavano. Cercai  di minimizzare con un sorriso impaurito. Poi mi chiese cosa intendevo con la frase precedente. Mi chiese  cosa sapevo. Io tremavo, senza reagire. Avrei potuto liberarmi di lui con un paio  di mosse, ma volevo  evitare lo scontro fisico. Non avevo ancora deciso che strada prendere. Socchiusi gli occhi e pensai, mentre  Ron mi urlava frasi di minaccia. «Ho fame» dissi d’improvviso. Ron mi guardò incredulo, smettendo di parlare. Mi fissò a lungo negli  occhi. Il suo viso s’illuminò per un istante. «Anch’io» rispose. «Vestiti che andiamo da Bob’s qui all’angolo.»  La situazione si fece grottesca. Mi ricomposi in silenzio e notai che la chiave non era più sul comodino. Non  era neanche dentro il cassetto, controllai di nascosto. Ron aveva capito. Da quel momento rischiavo grosso. Ebbi per la prima volta paura di Ron Folberg. Il suo sguardo era cambiato. La sbornia pareva smaltita e i  suoi   occhi   erano   più   attenti   e   cattivi.   Persino   i   lineamenti   sembravano   diversi,   come   se   fosse   il   sosia  malvagio di se stesso. Portai con me la pistola. Mangiammo un hamburger da Bob’s e proseguimmo con  l’auto per le strade deserte della città. Non ci scambiammo una parola. Le mie mani erano fredde e sudate.  Mi sentivo intrappolata, senza possibilità di fuga. Ron uscì dalla città, attraversando veloce una serie di  incroci con i semafori lampeggianti. I caseggiati pian piano scomparirono, rimpiazzati dai campi. «Devo   farti   vedere   una   cosa»   disse   Ron   con   voce   strozzata.   Non   riuscii   a   emettere   alcun   suono,  nonostante lo sforzo. Poco dopo accostammo sul bordo di una lunga strada deserta, nel mezzo di sterminati  campi   di   grano.  L’aria   era   molto   fredda   e   il   cielo   limpidissimo.   Ron   mi  disse  di  scendere   e   io   rifiutai  d’istinto. Non si mise a urlare, ma con voce controllata mi ripeté che voleva solo mostrarmi qualcosa. Ero  pronta al peggio: sapevo che voleva eliminarmi e che per evitarlo avrei dovuto agire per prima. Scesi dalla  macchina, controllando di avere sempre la pistola sul fianco sinistro, sotto la giacca. Ci avviammo a piedi  verso il piccolo sentiero sterrato alla fine del campo di enormi spighe, sulla nostra sinistra. Appena svoltato  l’angolo, apparve una capanna di legno con il tetto di fieno. Rimasi sorpresa e per un attimo pensai che Ron  volesse davvero mostrarmi  qualcosa. Il pensiero mi turbò non poco. Confusa, lo seguii verso l’entrata, a due  passi di distanza. Mi guardai intorno, la quiete era terrificante. Poi un rumore metallico squarciò il silenzio della brezza notturna. Ron si voltò d’improvviso, ma non aveva ancora terminato di estrarre la sua arma. Sparai, colpendolo al  volto.   Ron   esplose   un   colpo,   sbilanciato   all’indietro,   e   mancò   il   bersaglio.   Crollò   a   terra   rantolante,  schizzando   sangue   dalla   testa   e   dimenandosi   come   un   ossesso.   Era   sfigurato.   Rimasi   immobile,   senza  abbassare la mano per un interminabile istante, lo sguardo fisso sull’agonia di Ron Folberg. Poi sentii la  morte arrivare, sfiorarmi il corpo e calare sul suo.
6
Notte dei Cristalli, Berlino, novembre 1938
Il tempo sembrava procedere a strappi. Era una notte di metallo caldo e fumo, frenetica eppure allungata da  attese angoscianti. Una notte condotta con metodo e rigore. La scusa: l’omicidio di un diplomatico tedesco a  Parigi. Gli schemi del rastrellamento si susseguivano sempre uguali, sovrapponendosi alla griglia formata dalle  vie della città. Il primo rumore era quello di vetri rotti o dello schianto del legno di una porta. Esplosione di  schegge, poi urla e minacce, di rado uno sparo. Cianfrusaglie giù a terra, mobili spaccati, suppellettili calpestate:  tutto è ciarpame in una notte così, niente merita rispetto e niente ne riceve. I passi strascicati degli arrestati lungo i corridoi facevano da contraltare al pungente odore di sudore e paura di chi  aspettava il suo turno dietro gli usci chiusi: le case non erano più rifugi, i negozi erano diventati facili bersagli. Sopra  tutto, l’odio. Nella sua banalità, nel suo divertimento. E c’era sempre il fuoco, verso la fine, a liberare e purificare. Giallo  e rosso contro il buio, quasi un sollievo poter vedere come sarebbe andata a finire. Ultimi erano il lamento e il pianto di  chi restava indietro senza più niente, né affetti né averi. Shanfeng camminava piano, attento a non calpestare i frantumi, i cristalli infranti nell’ossessione distruttiva di  quelle   ore:   un’impresa   impossibile.   Teneva   Venta   per   mano,   l’aveva   tolta   dal   suo   pezzetto   di   marciapiede  appena in tempo, evitandole di ricevere molte più visite del solito, quella notte, e molto più sgradite. Dietrich  Hofstadter l’aveva avvertito, per gioco forse: leva la tua amichetta dalla strada, questa notte non è fatta per gli  ebrei. Nessun altro commento, ma era bastato. Shanfeng aveva preparato una piccola borsa e aveva lasciato nella  propria stanza un plico  per Hofstadter. Dentro, le copie degli appunti del professore, quelle  che  anni prima  aveva tenuto per sé, quando aveva consegnato a Dietrich gli originali. Erano  appena  usciti da un portone  non molto  distante  dal luogo  dove  si erano  incontrati la prima volta,  appena dietro la sinagoga, ormai del tutto in fiamme. Vapori ardenti opprimevano i polmoni già provati dallo  sforzo   e   dalla   paura.   Per   fortuna   i   documenti   erano   pronti.   Lo   zio   di   Venta   aveva   fatto   un   buon   lavoro,  sembrava. E Shanfeng avrebbe potuto inorgoglirsi della sua previdenza per averli commissionati appena in tempo,  ma non era proprio il caso. In un bugigattolo puzzolente di colla e acido, alla luce crudele di una lampadina nuda, l’uomo anziano li  aveva appena consegnati nelle mani della nipote. «I tuoi erano già pronti da tempo, piccola. Anche se non me li  avevi chiesti, sapevo sarebbe arrivato questo momento. Per il tuo amico, se ti facessi pagare dovrei raddoppiare  il prezzo, vista la fatica che mi sono costati. C’è una legge in America che non consente a quelli della sua razza di  entrare nel paese, a meno che non vi risiedano già e ne siano usciti per un breve periodo. Gli ho dovuto costruire   un’identità fittizia in California. Voi attraccherete a New York e probabilmente non controlleranno. Spero vada  bene.» Venta si sforzava di dimostrarsi allegra: «A ogni razza la sua persecuzione…». Erano finiti in strada subito dopo, per dirigersi a perdifiato verso il settore industriale di Kreuzberg, dove  avrebbero   potuto   passare  un  paio  di   giorni   in   un   luogo   sicuro,   fino  a   che   le  acque   non   si   fossero  calmate.  Percorsero sempre strade secondarie, le più strette e le più buie possibili, dove le  SS non si sarebbero avventurate  in perlustrazione con le loro camionette. Fu in  prossimità  di  Oranienstrasse   che  udirono  il rombare  di  un  motore,  seguito   dallo  stridio  di  gomme  sull’asfalto, poi urla secche. Los, los, fast sie!
7
Luogo sconosciuto, dicembre 1957
L’Ariete è ovunque e da nessuna parte
Commedia
DRAMATIS  PERSONAE
Due uomini corpulenti, in eleganti completi scuri e camicie con il colletto sbottonato. Sono Norman Kirchner, alias Albino, e Michael Glendy, alias Eudoro, confratelli dell’Antica Segreta Società dell’Ariete.
ATTO  UNICO , SCENA  I
Scena: ampio salone di una villa immersa nel verde, pareti bianche e pavimento in cotto. Arredamento di gusto, in stile classico con vari oggetti di legno scuro e ottone o ferro battuto, sui muri quadri di paesaggi e nature morte, un grosso tavolo rotondo nel mezzo. Dalle finestre su due lati ad angolo filtrano tiepidi raggi di sole a evidenziare il pulviscolo sulle poltrone imbottite e sui tappeti.
EUDORO : «Avevo una compagna di liceo giù in Virginia nel ’24 proprio come la Copeland. Quelle donne sono  vipere… Le rosse, intendo. Ti ammaliano con l’aspetto angelico, poi ti succhiano fino all’ultima goccia di sangue  e svaniscono nel nulla. Tutte streghe maligne, credimi. Mettici poi che Folberg era un babbeo di prima categoria,  e il gioco è fatto». ALBINO : «Non sono  ancora convinto  di come  sia andata, Mike. Qualcosa non quadra. Ti pare possibile  che  Folberg abbia spifferato l’affare della sua vita a una come Miss C? Voglio dire, anni spesi nei servizi dovrebbero  pur insegnare qualcosa». EUDORO : «Norm, proprio perché lo conoscevamo bene non dovremmo avere dubbi. Folberg lo abbiamo creato  noi, prima non era nessuno. In un certo senso, siamo responsabili anche noi di ciò che è accaduto. Capisci cosa  intendo…». ALBINO : «Chi è il vero responsabile per Ron Folberg? Qualcuno deve pagare per tutto questo, adesso». EUDORO : «Quanto alle colpe, la congregazione non è meglio di un qualsiasi ministero, lo sai. I confratelli non ne  sanno nulla, se ne lavano le mani senza remore. D’altra parte il primo contatto con Folberg è dei primi anni ’40,  roba vecchia. Gli anziani di allora sono morti e sepolti. E sui successivi incarichi nessuna informazione è certa,  soltanto voci indiscrete e supposizioni. L’agire in segretezza a volte è un arma a doppio taglio…». ALBINO : «Folberg è seguito a sua insaputa sin da allora?». EUDORO :   «Da   quando   i   documenti   su   Al­Hàrith   sono   sbarcati   in   America.   Era   il   ’39…   Tu   quando   ti   sei  affiliato?». ALBINO : «Quattro anni dopo. Nel ’43». EUDORO : «I documenti arrivavano dall’Europa. Roba importante. Folberg ci ha messo le mani sopra, come non  saprei. Di sicuro ha sentito odore di soldi, e ha consegnato il plico ad amici fidati dell’Armed Forces Security  Agency per una prima analisi». ALBINO : «E lì dentro ci sono alcuni dei nostri, giusto?». EUDORO :   «Esatto.   “L’Ariete   è   ovunque   e   da   nessuna   parte…”   Al­Hàrith   non   doveva   cadere   nelle   mani  sbagliate». ALBINO : «Avete piazzato qualcuno su Folberg, lasciando che intanto cuocesse nel suo brodo…». EUDORO : «Gran bel brodo, direi. Verdoni fruscianti e facili promozioni. Nel frattempo raccoglieva informazioni  e poi ce le forniva, a sua insaputa. Spiato, seguito, ascoltato. Folberg era la nostra finestra su Al­Hàrith. Doveva  portarci dritto alla documentazione completa». ALBINO : «Incredibile… Anni e anni di controlli e pedinamenti, e in poche ore Folberg manda tutto a puttane…».
EUDORO : «Non si poteva prevedere ogni cosa. Il punto è che non era possibile controllare la Copeland così come  controllavamo lui. Quando i piccioncini hanno cominciato a tubare, noi abbiamo perso qualche traccia. “Tanto è  un buono  a nulla. Cosa vuoi  che  combini,  non sa neanche  cos’ha per le  mani…”  Invece  zac! Si sveglia  dal  torpore per un attimo, decide di vendere tutto, tagliare la corda e mettersi a posto per la vita. Ma siccome sotto   sotto rimane sempre un ingenuo sbruffone, si fa fregare all’ultimo momento da una rossa tutta curve, con tanto  di tesserino CIA». ALBINO : «E adesso?». EUDORO : «Sediamo e aspettiamo, vecchio Norm. I confratelli di Baltimora sono stati avvisati. C’è gente in gamba  con le conoscenze giuste, laggiù. Sono già sulle tracce della Copeland, puoi scommetterci». ALBINO : «Spero tu abbia ragione, Mike. Ci giochiamo la carriera con questa rogna». EUDORO : «Non accadrà mai vecchio mio, rilassati. Adesso finisci quel bourbon e seguimi, voglio darti un’altra  lezione a golf». ALBINO : «Con quella pancia? Ma la riesci a vedere la pallina?».
8
Ellis Island, New York, marzo 1939, il primo contatto
Shanfeng chiuse gli occhi, stanchi come il resto del corpo, e li riaprì quasi subito. Lentamente, la luce fredda che  proveniva dalle ampie vetrate dell’enorme sala gli inondò il cervello. Le finestre avevano robuste grate di ferro,  tutt’intorno si muoveva una varia e precaria umanità. Si avvicinò a una finestra e guardò fuori. Un ratto guizzò sotto una lamiera arrugginita, appoggiata al muro di  un vicolo che puzzava di pesce marcio. A pochi metri, il cancello dell’edificio del Controllo immigrazione degli  Stati Uniti d’America, dipartimento portuale.  Era sbarcato  da  alcune  ore. Camminando  veloce  sulle  assi  del  vecchio  imbarcadero,  aveva  intravisto   una  statua verde da un lato, la stessa già notata dal ponte della nave: una donna immensa con una fiaccola in mano.  Dall’altra parte, in lontananza, sorgevano assurde, altissime costruzioni. Una in particolare luccicava dei suoi  metalli e specchi. Gli uomini e le donne che avevano preso terra con lui erano carichi fino all’inverosimile. Stringevano in mano  enormi valigie, gerle gonfie, involti precari di stoffa colorata e polverosa. Occupati con i bagagli, gli emigranti  recavano in bocca i loro documenti di sbarco, per sottoporli ai commissari senza perdere tempo, così come era  stato loro ordinato prima dell’attracco. Animali da soma. Tutti i maschi portavano cappelli neri o scuri, a tesa  larga, molti avevano i baffi. Le donne vestivano abiti lunghi, resi ancor più pesanti da ampie stoffe – lenzuola,  parvero a Shanfeng – che portavano avvolte attorno ai fianchi e incrociate sul seno e dietro il collo. Subito prima di entrare nell’edificio, erano stati suddivisi in file per l’esame del tracoma: un medico infilava  sotto le palpebre uno stilo piatto e le rovesciava per rinvenire tracce di infezione. Pochi secondi in tutto, non si  posavano nemmeno i bagagli. Appena dentro, altre suddivisioni e controlli, registrazione di nomi, esame dei  documenti. Più lunga, stavolta, l’attesa. Shanfeng era appoggiato a una parete, la valigia fra le gambe, ripensando all’ultima notte con Venta. Il grido  isterico delle SS gli strideva ancora nelle orecchie, provocandogli un vero e proprio dolore fisico: Los, los, fast sie! Vai, vai, prendili! Afferrò   Venta   per   mano,   trascinandola   in   una   strada   laterale.   «Cambio   di   programma.»   La   donna   non  protestò. La clinica apparve subito dietro un angolo, silenziosa e buia, salvo che per una fioca luce nell’ingresso,  dove forse sonnecchiava il guardiano notturno. Dietrich Hofstadter doveva essere ancora lì; Shanfeng sapeva che  era prevista la stretta osservazione di un soggetto in fase di sperimentazione. Il  cinese  e  la  donna  scavalcarono  il muro  di  cinta  poco  prima  che  la  camionetta  svoltasse   lì  davanti.   Era  rischioso cercare di arrivare a Hofstadter senza passare dalla portineria: attirare l’attenzione con un trambusto  sospetto era l’ultimo dei desideri di Shanfeng. Il guardiano sollevò stupito la testa dalla rivista illustrata che stava sfogliando, ma il cinese non gli lasciò  l’iniziativa. «Sono l’attendente del capitano Hofstadter, ho assoluta urgenza di conferire con lui.» Il tipo non credeva ai suoi occhi: una donna scarmigliata e un orientale che si rivolgeva a lui in quel modo… «C… come siete entrati?» «Dalla porta,  è ovvio, visto  che  è aperta. Le  ripeto  che   è urgentissimo,  il capitano  mi  aspetta,  non  vorrei  dovergli riferire di una sua insubordinazione.» L’uomo, che era sulla sessantina e non dava certo l’impressione di essere un attaccabrighe, alzò il telefono  interno,  proprio  mentre  si udivano  dei pneumatici sgommare.  Furono  accompagnati  in uno  studio  elegante,  dove Hofstadter li stava già attendendo. Aveva un’aria spazientita e indossava ancora il camice. Non diede loro  nemmeno il tempo di riprendere fiato. «Non riesco a credere che tu sia stato così stupido da portarla qui!» «Ci inseguivano.» Solo adesso Shanfeng realizzava la sua incoscienza: il figlio non era come il padre. «Proprio per questo non dovevi permetterti…» Furono interrotti dal tramestio sempre più violento che proveniva dalla scala: stivali. La porta si aprì subito  dopo e la stanza si riempì di divise nere. Infine entrò l’ufficiale, e Hofstadter imprecò tra sé: un maggiore. Non  avrebbe potuto far valere la propria autorità, ma in ogni caso tenne ben aperto il camice a far vedere la divisa,  identica a quella degli uomini appena entrati. «Signori, sono il capitano Dietrich Hofstadter, direttore responsabile di questo sanatorio. A cosa debbo questa  vostra… visita?»
L’ufficiale si presentò sbrigativo: «Sturmbahnführer Kloss. I due civili qui presenti si sono sottratti al nostro  alt. Abbiamo ragione di ritenere che la donna sia ebrea». Nei suoi intendimenti questo doveva spiegare tutto. «E lo è, infatti.» Hofstadter per poco non strappò un gemito a Shanfeng. «Proprio per questo motivo il mio  attendente l’ha condotta in clinica. Stiamo conducendo importantissimi esperimenti, commissionati dal Führer in  persona, e abbiamo bisogno di… cavie.» L’atteggiamento del maggiore cambiò e si fece più guardingo. «E in cosa consistono questi esperimenti?» «Sono riservati» mentì Hofstadter. «Allora dovrà mostrarmi il relativo decreto di secretazione, altrimenti…» Hofstadter finse noia. «E va bene, mi segua. Purché mi si consenta di tornare al lavoro in fretta. Shanfeng, tu  aspetta qui, con la donna.» «No, capitano, preferisco vengano con noi.» Il maggiore sorrise, mellifluo. Tre uomini e due  donne.  Catatonici,  assenti.  Seduti in pose  rigide, i muscoli tesi ma immobili. La stanza  puzzava di disinfettante. «Abbiamo iniettato loro una dose doppia di siero poche ore fa. A intervalli sempre più ravvicinati, vengono  loro   impartiti   degli   ordini   semplici,   come   “alzati”   o   “chiudi   gli   occhi”.»   Hofstadter   spiegava   con   aria   di  sufficienza. «E…?» Il maggiore sembrava colpito. «E niente. Ancora nessuna reazione. Per questo servono nuove cavie.» «Con urgenza.» Di nuovo il sorriso falso del maggiore. «Esatto.» «Vediamo dunque questo esperimento, se era così urgente vi ho interrotto anche troppo.» «E sia.» Hofstadter incrociò di sfuggita lo sguardo di Shanfeng, ma il cinese non reagì. Non era così stupido,  dopotutto,   gli   venne   di   pensare.   Fece   un   cenno   a   un   infermiere.   «Soluzione   al   sette   per   cento,   stavolta.  Preparatela.» Venta era di pietra, immobile ancor prima di essere sottoposta al trattamento. Pochi minuti dopo, Hofstadter  le tirò su la manica e le iniettò il composto. Estrasse l’ago dalla vena, e la donna prese a dimenarsi fra gli spasmi. «C’è sempre una fase critica, al principio. Se il soggetto riesce a superare quella, si dà il via all’osservazione»  spiegò a beneficio del maggiore. «E in caso negativo?» «Si cerca un nuovo soggetto.» Venta cominciò a perdere sangue dal naso, a schiumare dalla bocca e a contorcersi per terra. Shanfeng chiuse  gli occhi sui suoi ultimi gemiti. «Non abbiamo avuto fortuna, vedo» concluse l’ufficiale. Poi, rivolto ai suoi uomini: «Andiamo, non c’è altro  da fare qui». Non appena si allontanarono, Shanfeng riaprì gli occhi, fissando muto il suo… padrone. «Non   avevo   altra   scelta.   Almeno   ho   salvato   te.»   Il   cinese   uscì   senza   dire   una   parola   e   si   diresse   a   casa  Hofstadter. Per recuperare il plico con le copie degli appunti su Al­Hàrith. «Chen Lee?» Il suo falso nome venne storpiato dalla pronuncia americana del funzionario. Shanfeng si avvicinò  al tavolino, staccandosi dalla fila dietro di lui. «Chen Li, signore.» L’uomo seduto alzò gli occhi per un attimo, poi ritornò a esaminare i documenti. «Sei nato a Glendale.» «Sissignore, l’8 luglio del 1902.» «Professione?» «Bracciante. Nelle vigne, per la vendemmia.» L’uomo tornò a scrutarlo. «Bracciante… E perché sei uscito dagli Stati Uniti?» «Mia madre, signore, stava per morire e volevo vederla. Lei vive… viveva ad Amsterdam.» «Un bracciante che spende i suoi risparmi per rivedere un’ultima volta sua madre… E perché ti ha partorito  qui, per poi andare ad Amsterdam?» «Mia sorella vive lì.»
«Sì,   raccontala   a   un   altro.»   L’ultima   osservazione   venne   fuori   a   mezza   voce,   mentre   il   commissario  riesaminava i documenti. «Vauxhill! Vieni un po’ qui e dimmi che ti sembra di questo timbro.» Era in una piccola stanza umida, adesso. Lontana Berlino, lontana Venta, lontano tutto. L’odore della vernice  fresca gli dava una nausea sottile. I documenti falsi non avevano passato l’esame, e ora aveva solo un’ultima  carta da giocare. Un’espressione disgustata si dipinse sul volto di Ronald Folberg, mentre osservava la folla sotto un cielo grigio  dalla piccola finestra sbarrata del suo  ufficio. Era una scena che  si ripeteva identica  ogni mattina, da tempo  immemore, allo scalo di Ellis Island. La gavetta sembrava più dura di quanto avesse potuto immaginare, rifletté. Alla soglia  dei trent’anni,  ambizioso,  era costretto  a lavorare  in quella  fogna per  pagare  dazio  alla rigida  gerarchia dei funzionari federali. Il suo secondo incarico, dopo alcuni mesi spesi all’archivio dati a Washington  DC , a riordinare schede. Le alternative erano Tijuana e El Paso, sempre all’Ufficio immigrazione. Non esattamente  luoghi di villeggiatura. Si era convinto di odiare a morte i chicanos, chissà per quale motivo, e aveva scelto senza pensarci troppo  l’incarico di funzionario presso il porto di New York, area operativa Asia e Medio Oriente. Dal 1882 vigeva negli  Stati Uniti una legislazione restrittiva nei confronti degli immigrati provenienti dalla Cina, il Chinese Exclusion  Act. La quasi totalità dei cinesi che sbarcavano ogni giorno veniva rispedita indietro, senza esitazioni. La legge  era il risultato di uno strano miscuglio tra segregazione razziale e protezione della manodopera americana. I  lavoratori cinesi chiedevano pochissimo, sotto tutti gli aspetti. Troppo convenienti per le società incaricate delle  grandi costruzioni sul suolo americano rispetto agli autoctoni. C’era voluto un provvedimento legislativo per  tamponare lo scontento. Ma gli anni erano volati, il Chinese Act ne aveva quasi sessanta nel 1939, e le circostanze erano cambiate. Non  c’era poi molta differenza tra lavoratori cinesi e portoricani, o italiani, o russi. Perché gli altri sì e i cinesi no? Era  opinione comune che i tempi fossero maturi per l’abolizione della legge, ma la diplomazia latitava alle porte  della Seconda guerra mondiale. Folberg   ributtò   lo  sguardo  sulla  scrivania,  dove  giacevano   montagne  di  fascicoli  e  spessi  incartamenti  da  visionare. Quella mattina aveva un fastidioso bruciore di stomaco, forse a causa delle ore piccole della notte  prima e dei numerosi drink ingollati nei bar fumosi della metropoli. New York offriva tutto il divertimento e lo  svago che un giovane scapolo in carriera potesse desiderare, per compensare in qualche modo le pene di quel  maledetto   impiego   al   porto.   Ron   era   solito   approfittarne   a   piene   mani,   alla   sua   maniera,   usando   spesso   il  tesserino federale in modo improprio. Lo disturbarono proprio mentre stava controllando sul giornale la classifica finale della terza corsa di galoppo,  tenutasi il giorno prima a Memphis: il momento più importante della giornata. Speranze di vittoria pressoché  inesistenti, visti i precedenti nelle scommesse ai cavalli, ma l’interruzione del rito era sempre cosa sgradita. «Capo, c’è un tizio nel mio stanzino… credo possa interessarle.» «E chi diavolo sarebbe, Vauxhill? Cosa vuole?» «Un uomo con documenti falsi in arrivo da Rotterdam, un cinese brutto e puzzolente. Però parla un inglese  decente e un ottimo tedesco.» «Da quando conosci il tedesco, Vauxhill?» «Be’… dell’inglese decente sono sicuro, capo. Viene un secondo a vederlo o lo sbatto a calci insieme agli altri?» Folberg assunse un’espressione rassegnata, gli occhi al cielo, ripiegò il giornale e lo ricacciò dentro la tasca  esterna   della   giacca.   Appoggiò   le   mani   alla   scrivania   e   fece   leva   per   alzarsi.   Un   po’   d’azione   non   avrebbe  guastato, prima di pranzo. «Portami dal cinese che parla tedesco, Vauxhill.» Lo stanzino era buio e impregnato di umidità fetida, la recente verniciatura dei muri aveva coperto alla meglio  il marcio sottostante, ma era destinata a venire via a pezzi entro poco tempo. Una stanza di pochi metri quadrati,  senza finestre. Una luce fioca illuminava appena un vecchio tavolo traballante, al centro.
Ron Folberg aprì la porta di colpo e se la sbatté alle spalle, senza voltarsi. Adorava iniziare in quel modo gli  interrogatori della feccia umana di turno. Spaventare per ottenere il massimo risultato. Di cinesi poteva farne  entrare ancora uno o due, per tutto il resto dell’anno. Non di più. Si ritrovò davanti un uomo sui quarant’anni,  dall’aspetto trascurato e in apparenza inoffensivo. Il respiro lento e asmatico: pessime condizioni di salute. Ma  gli occhi erano piccoli e svegli, profondi. A suo modo un tipo inquietante. Folberg esordì come da manuale. «Signore, negli Stati Uniti d’America vige il Chinese Exclusion Act, a norma del quale i lavoratori cinesi non  possono ottenere il permesso di soggiorno in questo paese. Provvederemo a indirizzarla verso il rimpatrio. È  tutto chiaro?» Lo sguardo di Shanfeng rimase immobile. Pareva un pezzente qualunque, eppure c’era qualcosa in quegli  occhi neri… «Sprechen Sie Deutsch?» La risposta di Shanfeng sembrò uscire dal cuore della terra, soffocata e magmatica. «Jawohl, und Sie?»  Folberg non parlava una parola di tedesco, esclusa la domanda appena fatta, ma la risposta del cinese pareva  sicura.  La conoscenza  di una  lingua  europea  era un   dato  interessante,  per  un  immigrato.  Poteva  significare  qualcosa. Decise di spremere il muso giallo come un limone. Erano solo le 10.47, aveva un sacco di tempo prima  della pappa. «Dunque, per quale motivo non dovrei sbatterti nel mucchio insieme agli altri e rispedirti in Cina a mangiare  riso fino a quando crepi? Perché conosci il tedesco?» Di nuovo silenzio. Shanfeng sembrava emanare odio puro dal suo sguardo. Forse avrebbe voluto prenderlo  per la giacca e alzarlo di mezzo metro da terra. Ma era un disperato, e non lo fece. Forse non aveva altro luogo  dove andare, se non in America. «Porto con me qualcosa che potrebbe interessarla, interessare il suo paese…» «Ma davvero, amico? È una splendida notizia. Di cosa si tratta? Ciotole di riso? Dragoni verdi? Vasi Ming?  Corro subito ad avvisare il segretario di Stato, anzi no, che dico… il presidente in persona!» Folberg si avvicinò piano al cinese. Viso a viso, a pochi centimetri di distanza, sotto la luce del lampadario  calato sul tavolo. Un continuo brusio di sottofondo. «Ascoltami bene. Non ho tempo da perdere, e stamattina ho anche un fottuto bruciore di stomaco che mi sta  facendo incazzare. Proprio come te. Tra pochi secondi prendo a calci il tuo culo sporco e ti rispedisco a Pechino,  se non la smetti di fare il misterioso.» Shanfeng incollò le iridi a quelle di Folberg. Attimi lunghi come ore intere. Devastato, sporco, brutto, cattivo,  ignorante,   immigrato,   straniero.   Eppure   le   pupille   non   cedevano.   Questione   di   vita   vissuta   per   le   strade.  Questione di palle. «Non arrivo da Pechino, arrivo dall’Europa. Ho lavorato per alcuni studiosi tedeschi. Ho raccolto materiale su  una sostanza letale, segreta.» A quelle parole, Folberg drizzò le orecchie. Argomento interessante, non aveva tutti i torti il muso giallo. Ma  terreno facile per bluff di qualsiasi tipo. Primo ostacolo superato, in ogni caso. Ora avrebbe dovuto essere ancora  più duro. «Cosa ti fa pensare che il mio paese sia interessato a sostanze letali segrete? E chi mi garantisce che non dici  cazzate? Guardati, amico. Sei ridotto male, sai? Non hai l’aria di chi ha lavorato con scienziati europei. Non hai  l’aria intelligente, né facoltosa. Che c’entri tu con le ricerche scientifiche?» Shanfeng  mosse  appena  il labbro  inferiore,  mantenendo  lo sguardo  fisso  sul  funzionario.  Dall’espressione  sembrò assegnare a Folberg il primo punto personale, per la buona osservazione appena fatta. Forse era l’uomo  che faceva per lui. «Sono in fuga. Sono sempre stato in fuga, da quando ho avuto tra le mani i documenti su Al­Hàrith…» Folberg uscì dalla stanza, senza dire una parola. Aveva bisogno di un caffè. Si allentò la cravatta, passandosi  una mano tra i capelli. Al­Hàrith. Dove lo aveva sentito quel nome?
Una scossa gli partì dal collo, giù fino al fondoschiena. Implacabile, gelida. Lontane voci di corridoio negli  ambienti federali. Chiacchiere tra agenti segreti e brutti ceffi della malavita. Qualcosa di grosso. Qualcosa che  scottava. Gli occhi neri del cinese…
9
Williamsburg, New York, gennaio 1940
Poco oltre il Williamsburg Bridge, Shanfeng cominciò a incontrare sempre più spesso uomini fasciati da lunghi e  austeri abiti neri. Curiosi riccioli scendevano dalle loro tempie, sotto i cappelli a tesa larga. Oltrepassò Division  Street e fece un giro lungo e improbabile, per assicurarsi di non essere seguito, poi tornò verso il ponte. Ne aveva  viste troppe per stupirsi che venisse chiamato Jew Plank, “passerella degli ebrei”; ormai aveva capito che il  mondo era uguale dappertutto. Il profilo verticale e vertiginoso di Manhattan, nella luce bianca del pomeriggio,  conferiva un’ulteriore nota di instabilità a quella città irreale. Quasi dirimpetto all’East River Park trovò ciò che cercava. La costruzione piatta, larga, grigiastra si estendeva  su una superficie considerevole, con la calma invadenza di un male necessario. L’insegna era dipinta a vernice  blu sul muro, i caratteri rozzi dicevano   IMPORT­EXPORT  HOROWITZ . Aveva imparato  quel nome  a memoria da un  tempo  lunghissimo  e fitto di spiacevoli avvenimenti. Da quando  le labbra dello  zio  di Venta glielo  avevano  consegnato, non aveva osato scriverselo per paura che qualcuno, all’arrivo in America o dopo, potesse violarne il  segreto. Ricordava   bene   ogni   dettaglio.   Era   tornato   dal   falsario   subito   dopo   la   morte   di   Venta,   con   il   dolore,   i  documenti e un problema: come portare i diari in America senza averli addosso. Alla notizia dell’atroce fine  della nipote, l’uomo aveva solo chiuso gli occhi per pochi secondi e abbassato il capo, come se fosse qualcosa di  atteso. Poi si era fatto consegnare i diari, in cambio di quel nome: Horowitz. Da allora Shanfeng ebbe un mantra  da recitare ogni giorno. Ronald   Folberg   gli   aveva   concesso   un   permesso   provvisorio   nel   marzo   dell’anno   prima,   all’Ufficio  immigrazione di Ellis Island; un anno di tempo per convincerlo di aver portato in America qualcosa di davvero  interessante. Shanfeng spese quasi tutto il tempo per assicurarsi di non essere pedinato troppo da vicino. Ora  doveva agire. Entrò nell’ampio magazzino, respirando appena l’aria umida intorno, e chiese di Mister Ariel. Dopo pochi  minuti, un uomo massiccio e serio gli si presentò davanti. Puzzava di aglio e aveva l’aspetto trasandato di chi  non ha mai tempo a disposizione, ma gli occhi trasmettevano invece una sensazione di accuratezza. Ariel doveva  essere bravo in quello che faceva. «Mi chiamo Shanfeng, mi manda Mister Sepp… da Berlino. Lei dovrebbe avere qualcosa per me.» Gli   occhi   dell’uomo   non   tradirono   alcun   segno   di   memoria   o   riconoscimento.   Senza   dire   una   parola,   lo  condusse in un minuscolo ufficio laterale e gli consegnò un pacco sigillato, contenuto in una busta aperta. Una  busta con i timbri postali di Berlino. Si congedarono senza nemmeno salutarsi, e dopo pochi istanti Shanfeng riattraversava la “passerella degli  ebrei”. Dopo tutto quel tempo, gli appunti del barone Hofstadter erano di nuovo in suo possesso. Una strana  sensazione di euforia, di potere lo colse mentre fissava l’acqua cristallina dell’East River.
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Chinatown, San Francisco, agosto 1940
Il cancello nero che delimitava il fazzoletto di terra davanti all’edificio dove abitava era mezzo aperto. Alcuni  bambini scorrazzavano avanti e indietro lungo il marciapiede, spingendosi e ridendosi addosso. La costruzione  in mattoni rossi e metallo nero non era niente male, tutto sommato. Non troppo sporca o fatiscente. Nel cuore di  Chinatown a San Francisco, in Merchant Street, era abitata da gente umile che lavorava sodo e sembrava felice. Non poteva essere in un posto migliore, pensò Shanfeng chiudendo il cancelletto dopo essere entrato. Era di  buon umore quella mattina, il sole caldo e dolce della California del Nord sembrava dargli vigore, rivitalizzarne  le ossa e i muscoli, ogni giorno di più. Il funzionario dell’Immigrazione Ronald Folberg lo aveva sistemato meglio di quanto avesse sperato. A Ellis  Island gli era stata attribuita l’esenzione speciale Section 6 dall’applicazione del Chinese Exclusion Act, riservata  a insegnanti, studenti e uomini d’affari. Con i contatti che Folberg aveva all’ambasciata cinese, fu uno scherzo  ottenere il certificato necessario ad avallare la richiesta di permesso di soggiorno. Si giocò così l’ultimo cinese che  poteva far entrare negli Usa per quell’anno. L’americano  si era liquefatto alle  prime  rivelazioni su Al­Hàrith, ben calibrate  ed efficaci. Shanfeng  aveva  capito tutto. Aveva preso  il controllo  della situazione, la voce calma e il tono austero. Era bastato accennare  all’effetto condizionante della sostanza segreta, richiamare la costruzione delle piramidi nell’antico Egitto. Una  mossa a effetto. Poi sparare qualche nome esotico qua e là, menzionare funzionari e scienziati a conoscenza degli  studi portati a termine. Nomi e cognomi, pronunciati in modo perfetto. Folberg fu subito suo, anche a causa della scellerata ambizione che ne guidava le azioni. Shanfeng fu abile nel  percepirla e modellarla a piacimento. Una richiesta semplice: protezione e una sistemazione decente. Perfino una  sorta di rendita vitalizia, bassa ma dignitosa, se avesse continuato a passare a Folberg i documenti su Al­Hàrith. Aveva pensato a tutto, anche a come frazionare le consegne dei diari e dei taccuini di Einrich T. Hofstadter,  per prendere tempo, inventando di averli fatti custodire in luoghi diversi e nelle condizioni più improbabili.  Folberg aveva alzato la voce più volte in proposito, minacciando di stracciargli l’esenzione Section 6 in faccia e  rispedirlo a calci in Germania. Ma non poteva far altro che strillare, lo yankee, perché doveva recuperare per  forza tutti i documenti. Le prime pagine date a Folberg avevano riscosso un responso positivo. La veridicità dei documenti analizzati  e il loro indubbio interesse storico e scientifico avevano colpito i ricercatori al soldo del federale. Ma uno studio  approfondito avrebbe richiesto molto tempo, e l’interessamento di altri soggetti, come i traduttori dal tedesco  all’inglese. Avrebbero dovuto essere tutti molto cauti. Folberg per primo. La   passeggiata   mattutina   si   era   rivelata   piacevole,   Shanfeng   sedette   al   tavolo   della   cucina   del   piccolo  appartamento   e   consumò   con   gusto   quegli   attimi   di   serenità,   dopo   tutto   quello   che   aveva   passato.   Forse  l’America   era davvero  la  terra  dei  sogni.  E  lui  l’aveva  contraccambiata  con  un  incubo.  Sorrise  del  pensiero  bizzarro. Stati   Uniti   d’America.   San   Francisco,   California.   Terra   di   mescolanze,   crogiolo   di   genti.   Terra   soleggiata,  benestante, felice. Molto più chiassosa e cialtrona della Germania. All’inizio questa caratteristica gli era andata a  genio. Lui, furbo e silenzioso. Abile nell’arte della sopravvivenza, più o meno legale. Ronald   Folberg   non   lo   preoccupava.   Poco   alla   volta   gli   avrebbe   passato   ciò   che   aveva   su   Al­Hàrith,  mischiandolo, rendendolo confuso. Omettendone alcune parti. La ricomposizione del quadro complessivo sul  “respiro di Seth” sarebbe stata molto difficile, se non impossibile. E comunque avrebbe avuto dei punti deboli,  delle zone oscure, che alla fine non avrebbero permesso di ottenere alcun risultato. Una   doppia   vittoria   dal   sapore   del   trionfo,   per   un   vecchio   e   modesto   immigrato   cinese   esentato  dall’applicazione del Chinese Exclusion Act.
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Washington DC, novembre 1941
«Confratello, mi auguro che tu non abbia voglia di scherzare. Ti rendi conto di cosa stai dicendo? Che elementi  hai per sostenere che sia vero?» Lucio era molto nervoso. Accendeva una sigaretta dietro l’altra, sbuffando fuori il fumo con guance gonfie.  Aveva  un  ridicolo  parrucchino  per  coprire  la  calvizie  galoppante  e   le  sopracciglia  ritoccate  di   matita   scura.  Vestiva una giacca a quadri molto appariscente e pantaloni a grosse strisce verticali. Era buffo e orribile. «Non credete che mi sia esposto anche troppo, per dimostrare che non sono stronzate? Voglio dire, sono qui,  io, e nessun altro… potrei fregarmene e lasciar perdere, e invece sono qui a metterci la faccia. Povero scemo… Se  si venisse a sapere qualcosa di questa conversazione la mia pelle non varrebbe più neanche mezzo dollaro, lo  sapete vero?» I due confratelli dell’Ariete in abito scuro si scambiarono una rapida occhiata interrogativa. Condividevano i  pensieri,  con  ogni  probabilità.  Avevano  lo  stesso  tremendo  presentimento.  Che  tutto  quello  che  Lucio  stava  dicendo fosse vero. «Sei   certo   che   si   tratti   di   Al­Hàrith,   Lucio?   È   un   periodo   confuso,   ci   sono   tanti   brutti   ceffi   in   giro   che  manipolano sostanze e giocano a fare i chimici nei laboratori… A noi non interessa nient’altro che il “respiro di  Seth”, il resto non sono affari nostri, come sai bene.» Lucio   si   muoveva   a   scatti,   come   in   preda   all’effetto   di   una   manciata   di   pillole   di   anfetamina.   Gli   occhi  schizzavano   in   ogni   direzione.   Qualsiasi   minimo   suono   o   spostamento   intorno   gli   provocava   una   reazione  nervosa. Stava rischiando grosso e lo sapeva. «Sentite, l’Antica Società mi  sta a cuore  da sempre,  quel  buon  uomo  di mio  padre  me  l’ha  conficcata  nel  cervello sin da piccolo. Per questo sono qui, e mi faccio anche chiamare con quel nome ridicolo… Lucio… Cos’è,  greco? Romano? Mah… però non mettetemi nelle condizioni di alzarmi e andarmene adesso. Vi dico che i due  stanno esaminando dei documenti che ha portato loro quel buffone di Folberg. Roba che scotta, si vede lontano  un miglio. Ho sbirciato le loro prime traduzioni un paio di volte, mentre erano fuori a pranzo; mi è quasi venuto  un colpo. Ho letto del dio Khnum, del “respiro di Seth”, delle origini nell’antico Egitto… Su quei fogli si parla di  vasi, di condizionamento della volontà, di controllo delle masse lavoratrici, persino di portatori sani! Come può  essere qualcos’altro, me lo dite? No… è proprio Al­Hàrith, lo sento nelle budella. Folberg il viscido è riuscito a  strappare quei documenti a qualcuno. Dovete intervenire al più presto.» Il   silenzio   fra   i   tre   uomini   fu   riempito   dalle   vibrazioni   sonore   del   nuovo   successo   di   Glenn   Miller,  Chattanooga Choo Choo, il motivo swing che stava facendo impazzire la nazione intera, diffuso dalla grossa  radio marrone appoggiata sopra il caminetto. Il sole  splendeva alto fuori, era autunno a Washington  DC  e la  temperatura   non   era   troppo   rigida.   Tutto   andava   per   il   meglio:   l’America   era   un   posto   da   sogno,   vitale   e  prosperoso. Tutto, tranne la notizia che i confratelli dell’Ariete stavano condividendo. Guai in vista, lavoro extra, turni massacranti. «Va   bene,   Lucio.   Riferiremo   agli   alti   funzionari   e   ci   risentiremo   nelle   prossime   ore.   Cristo,   ragazzi…   ne  abbiamo sempre solo sentito parlare finora, di tutta questa merda. Ora sembra proprio che ci venga scaraventata  dritta in faccia.» «Già.»
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Chinatown, San Francisco, maggio 1947
Ronald Folberg aveva viaggiato in prima classe, con un bicchiere di bourbon stretto in una mano e il “Washington  Post” nell’altra, ancora piegato, così come gli era stato consegnato dalla segretaria. Ore prima, all’aeroporto di  Baltimora, non aveva perso occasione di sfoggiare il nuovo tesserino di funzionario della CIA a un affascinato  pubblico femminile in divisa: le hostess al bancone del check­in. Erano quasi due mesi che aveva ottenuto la promozione da funzionario di secondo livello dell’Immigrazione a  responsabile di sezione presso la neonata CIA, creata dal presidente Truman sulle ceneri dell’ OSS, nell’ambito della  riorganizzazione degli apparati di sicurezza nazionale. Eppure non controllava ancora l’acerbo entusiasmo per il  ruolo prestigioso che ricopriva, seppure fosse fondato proprio sulla discrezionalità e segretezza delle operazioni. Durante il volo la mente di Folberg si impegnò a fondo nell’esercizio dell’analisi dei costi e dei benefici, nello  studio delle probabilità e delle opportunità di investimento. Qualcosa andava programmato. Shanfeng gli stava  passando documenti di indubbio interesse, anche se i prodigi annunciati erano tutti da verificare. Le carte erano  state  consegnate  subito  a Mark  Dwight  e Steve  Lorell,  due  amici,  ricercatori  scientifici  e  consulenti  federali.  Grande esperienza e coscienza sporca. Lavoravano con Folberg da lungo tempo, avevano parecchie conoscenze in  politica e negli ambienti governativi, ed erano  “sensibili” a tutto ciò  da cui avrebbero  potuto  trarre qualche  guadagno personale. Ci sarebbero  voluti anni,  ma era comunque  un  punto  di partenza: con un  buon  bluff nelle  contrattazioni  avrebbe   anche   potuto   mascherare   le   eventuali   falle   del   progetto.   Perché   Folberg,   appena   possibile,   avrebbe  venduto l’intero pacchetto Al­Hàrith al miglior offerente. E poi avrebbe eliminato ogni traccia, cinese compreso. Non   ci   si   vedeva   proprio   a   trafficare   in   segreto   sostanze   condizionanti   per   il   controllo   delle   masse,   a  confabulare  con  i servizi  segreti  e  i gruppi paramilitari  di mezzo  mondo, tra esperimenti su cavie  umane  e  pianificazioni territoriali. La strategia militare non faceva per lui. Meglio pensare a una bella villa da qualche  parte al sole, un mucchio di bigliettoni a disposizione, belle donne intorno e un pubblico attento e sorridente per  le sue improbabili storielle. Sapeva che di acquirenti interessati ne avrebbe trovati con relativa facilità. Il paradosso era che più la cosa si  fosse rivelata seria e scottante, meno interlocutori affidabili avrebbe trovato sul mercato. Gente con le palle per  qualcosa   di   grosso   non   era   facile   da   reperire.   Ci   volevano   governi,   o   organizzazioni   con   grandi   interessi  nell’economia,   nella   politica.   Folberg   ricordò   quanto   sentito   in   giro   in   quegli   anni,   nei   corridoi   degli   uffici  federali. Russia, Cina, Germania, Giappone: tutti paesi attivi sul mercato e potenziali clienti. Per forza di cose avrebbe dovuto tradire la sua patria, gli Stati Uniti d’America, vendendo i segreti a qualche  straniero e scomparendo subito dopo, ma non sentiva neanche un briciolo di senso di colpa. La bandiera a stelle  e strisce non era certo più attraente della sua moneta ufficiale, il vero leader indiscusso: il dollaro. La carriera di Ronald Folberg galoppava, da qualche tempo. Merito delle capacità professionali, in qualche  modo, ma soprattutto dei documenti passatigli periodicamente dal cinese Shanfeng sul segreto di Al­Hàrith. Da una parte gli apparati federali americani, ignari dei primi risultati ottenuti da Dwight e Lorell – i ricercatori  –, ma disposti a premiare l’intraprendenza del loro funzionario. Dall’altra, ciò che rimaneva incognito anche a  Folberg   stesso:   l’Antica   Segreta   Società   dell’Ariete,   ben   nascosta   e   influente   come   sempre   nella   sua   storia  millenaria.   I   confratelli   avevano   messo   gli   occhi   addosso   all’ambizioso   funzionario   con   l’intenzione   di   non  staccarli più per un bel pezzo. Entrambe le parti avevano spinto per la sua carriera, in particolare l’Ariete esercitò pressioni tramite i contatti  politici   per   garantirgli   una   posizione   presso   la  CIA.   Asian   affairs   sembrava   un’area   di   specializzazione  interessante, che avrebbe permesso ai confratelli di raccogliere informazioni riservate di diverso tipo, tenendo  Folberg sotto controllo. Lo avrebbero pedinato fino a quando i risultati delle ricerche sui documenti di Al­Hàrith  fossero giunti a una conclusione. Ronald Folberg non era uno sprovveduto. Tramite il coinvolgimento diretto di Mark Dwight e Steve Lorell,  scienziati esperti e senza scrupoli, poteva contare sulla tecnologia dei più avanzati organi federali degli Stati  Uniti, che poteva utilizzare senza troppe formalità. Innanzitutto la Armed Forces Security Agency, AFSA, in procinto di rinominarsi NSA, un gruppo di cervelloni in  grado   di identificare  codici   e  processare  informazioni  militari  e  civili  tramite  grandi   calcolatori.   La Seconda  guerra  mondiale  aveva  sancito  il  successo  di  un  approccio   scientifico  all’elaborazione  delle  informazioni,  in  appoggio agli apparati militari propri e in disturbo a quelli nemici.
Le apparecchiature elettroniche di nuova scoperta avrebbero permesso alle ricerche su Al­Hàrith di effettuare  calcoli probabilistici in brevissimo tempo, se comparato a quanto necessario con il metodo sperimentale diretto.  Gli   elementi   che   componevano   la   sostanza   segreta   potevano   essere   quindi   trattati,   scomposti,   mescolati   a  piacimento, fino all’ottenimento delle giuste proporzioni. San   Francisco   la   ricordava   diversa,   forse   era   passato   troppo   tempo   o   forse   la   sua   percezione   era   cambiata.  Viaggiando  in taxi per  le piccole  e colorate  vie  di Chinatown,  Ronald Folberg  ebbe  una  forte  sensazione  di  disordine, di miscuglio razziale. Era una città troppo liberal per gli Stati Uniti, rifletté grattandosi la barba di un  giorno, dietro il finestrino posteriore dell’auto gialla. Avrebbe avuto bisogno di una bella ripulita, la vecchia e  romantica Frisco, per mettere in riga chi si ostinava a non conformarsi all’immagine dell’America di successo,  lavoratrice e credente. Ricordò   al   tassista   l’indirizzo   che   voleva   raggiungere,   Merchant   Street,   e   incassò   di   ritorno   uno   sguardo  rabbioso,   attraverso   lo   specchio   retrovisore.   I   tassisti   non   rientravano   tra   le   categorie   impressionabili   con   i  tesserini federali. Pagò lasciando il resto e si voltò per osservare il grosso edificio in mattoni rossi, al numero 86.  Niente male, pensò, per un rifiuto umano come Shanfeng. La porta dell’appartamento del cinese tremò sotto i colpi serrati dei pugni di Folberg. Era intenzionato a dargli  una bella lezione, dopo troppi mesi di silenzio. Erano passati più di otto anni, da quando Shanfeng era sbarcato  disperato a Ellis Island e aveva goduto dell’esenzione Section 6 dal Chinese Exclusion Act, e ancora Folberg non  era entrato in possesso di tutti i documenti di Al­Hàrith. Dwight e Lorell chiedevano in continuazione maggiori  dettagli, spiegazioni, chiarimenti, e Folberg non era in grado di darglieli. Forse neanche Shanfeng lo era, forse la  documentazione era incompleta e il resto andava azzardato. Doveva in ogni caso accertarsene di persona, con un  duro faccia a faccia. Dopo  la scarica  di colpi  sulla porta, ci  fu  silenzio  assoluto. Nemmeno  il rumore dei passi del cinese che si  avvicinavano all’ingresso. Solo lo scricchiolio della porta. La figura di Shanfeng apparve in controluce, esile davanti agli occhi dell’americano. Era invecchiato parecchio  dall’ultimo   incontro,   ma   forse   l’osservazione   era   reciproca.   Folberg   esitò   per   un   istante,   a   causa   dell’aria  piuttosto fragile del cinese, prima di dare inizio allo spettacolo. «Sei sorpreso, vero? Be’, dovevi immaginartelo. Non mi faccio fregare con tanta facilità. Dobbiamo parlare.» Shanfeng non scollò gli occhi da quelli di Folberg, infastidito dalla luce intensa del giorno che entrava da  fuori; senza dire una parola si fece a lato per permettergli di passare. Folberg   proseguì:   «È   passato   molto   tempo   da   quando   sei   arrivato   in   questo   paese.   Troppo   tempo,   se  guardiamo quello che ho ottenuto da te. Una manciata di pagine di diari, qualche foglio ingiallito che mi hai  venduto come i taccuini di  Herr  Hofstadter, poco altro. Non erano gli accordi. Io voglio tutto quello che hai  adesso, qui. Non mi puoi scappare questa volta». Shanfeng   sedette   e   guardò   fuori   dalla   finestra.   Sembrava   fare   il   possibile   per   non   prestare   attenzione  all’intruso,   per   innervosirlo   ancora   di   più.   Forse   una   tattica   per   portarlo   al   limite   e   lasciarlo   sfogare,   nella  speranza che poi tutto sarebbe tornato come prima. «Non è che stai cercando di fregarmi, muso giallo? Dove tieni il malloppo intero? Te l’ho chiesto un sacco di  volte, non me l’hai mai detto.» «Né mai te lo dirò, Folberg. Io stesso sto ancora cercando in giro tutti i pezzi, non è semplice recuperarli. Il mio  lavoro alla fabbrica di fuochi d’artificio mi obbliga a turni massacranti per quattro soldi. Devi pazientare…» Folberg fece slittare la sedia all’indietro e ribaltò il piccolo tavolo in mezzo alla cucina, facendolo crollare sulle  ginocchia del cinese, nel frastuono. «Che diavolo di risposta è questa?! Tu mi devi tutto, hai capito? Io posso rispedirti in Cina a calci in tre giorni,  se voglio. Abbiamo fatto un accordo, mi darai quei documenti adesso. Altrimenti…» Si avvicinò a Shanfeng e lo prese per il collo della camicia blu scuro. Alito contro alito. «Farai una gran brutta fine, te lo prometto.» Shanfeng non fece una piega, rimase calmo e controllato. Nessun rancore visibile sul suo viso. «Posso consegnarti adesso quasi venti pagine dei diari. Non le ho ancora sistemate, ma se insisti… dovrai  interpretarle   tu.   Si   parla   in   dettaglio   del   secondo   elemento   necessario   per   la   sostanza.   Poi   cercherò   di  recuperarne altre, dovrebbero essere qui a Chinatown.»
Folberg  rimase  immobile  e interdetto. Batté  le ciglia senza sosta. Non sapeva come  reagire, cosa  fare  con  quell’uomo.   Voleva  strapazzarlo,   ma   non   poteva   esagerare.  Era   l’unico   al  mondo   in   grado  di   recuperare   la  documentazione. Se lo avesse ammazzato, o se se lo fosse messo contro in modo troppo brutale, non avrebbe più  recuperato nemmeno mezzo foglio di carta straccia. Mollò la presa, il corpo di Shanfeng venne catapultato sulla  sedia, in malo modo. «Dammi  quei maledetti fogli e fissiamo  un appuntamento  per la settimana prossima, ne voglio altri venti  entro fine mese.» Shanfeng si lasciò quasi sfuggire un mezzo sorriso.
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Cedar Creek, Texas, ottobre 1957
Da quasi due anni Mark Dwight e Steve Lorell passavano la maggior parte del tempo libero in un buco  seminascosto, alle porte della cittadina di Cedar Creek, nella desolata contea texana di Bastrop. Quando   avevano   dato   la   disponibilità   a   Ronald   Folberg,   molti   anni   prima,   per   analizzare   i   misteriosi  documenti in arrivo dalla Germania, non avrebbero mai potuto pensare a un epilogo simile. Nemmeno dopo  qualche tempo di studio, vista la scarsità e l’incompletezza delle informazioni, si sarebbe potuta immaginare la  vera portata della faccenda. Eppure alcuni riscontri particolari, alcuni nomi citati avevano fatto subito scattare  qualcosa nelle teste dei due ricercatori federali. Parole che ne ricordavano altre, scenari già descritti in maniera simile in passato. Qualcosa che circolava da  parecchio come leggenda top secret nelle stanze dei bottoni di mezzo mondo. Fu proprio la sensazione di vaga familiarità, unita al fiuto di possibili cospicui guadagni, che spinse i due  scienziati ad accettare  l’incarico  offerto da Folberg, allora funzionario  del servizio  Immigrazione  presso  Ellis  Island, New York. Senza mettere in mezzo federali o polizia. Una piccola e discreta ricerca, per poi spartirsi gli  introiti senza dover lasciare mance in giro. I   primi   responsi   furono   sorprendenti.   Nulla   era   ancora   definibile,   ma   gli   accenni   alla   sostanza   letale  sembravano verosimili e riscontrabili. Due componenti di origine naturale per ottenere il batterio di Al­Hàrith.  Nulla di impossibile. Mark Dwight aveva 43 anni, aveva studiato chimica in California e tramite il padre, che da sempre bazzicava  gli ambienti del governo degli Stati Uniti, era entrato nel giro degli apparati federali. Lavorava dal 1942 presso la  Armed Forces Security Agency, dipartimento di sperimentazione diretta. Gli erano passate per le mani sostanze  di ogni tipo: la guerra di Corea aveva portato alla ribalta armi batteriologiche e sostanze condizionanti, e l’ AFSA  era stata incaricata dal governo di battere ogni strada possibile per ottenere nuovi composti. La strumentazione  tecnologica a disposizione dell’agenzia, e dunque di Mark Dwight, era tra le più avanzate esistenti sul pianeta.  Calcolatori,   elaboratori   analogici   di   informazioni,  apparecchiature   per   la   sperimentazione   all’avanguardia.  Materiale utilissimo per le ricerche su Al­Hàrith.  Dwight, insieme al socio Steve Lorell, un giovane fisico che da qualche anno lavorava con lui, cominciò a  utilizzare   i   laboratori   e   gli   strumenti   dell’ AFSA  per   le   analisi   su   Al­Hàrith,   dopo   l’orario   lavorativo   o   anche  durante,   nei   laboratori   di   cui   Dwight   soltanto   possedeva   le   chiavi.   In   seguito   i   due   iniziarono   a   sottrarre  strumentazione all’agenzia, presa “in prestito” e portata nel piccolo laboratorio messo su a Cedar Creek, Texas,  con i soldi che Folberg era riuscito a deviare dai fondi per le infrastrutture della Central Intelligence Agency. Gli   studi   sul   “respiro   di   Seth”   accelerarono   in   modo   imprevedibile,   grazie   al   supporto   tecnologico   a  disposizione. Passi da gigante furono compiuti nel calcolo probabilistico di combinazione tra i due componenti  della sostanza. Dwight fu in grado di recuperare informazioni presso la CIA, sul blitz del maggio 1948 nel Mato  Grosso, in Brasile ai danni del laboratorio costruito da Dietrich Hofstadter – guarda caso figlio dell’autore dei  diari – che pareva avere a che fare con Al­Hàrith o qualcosa di simile. L’unico punto oscuro della faccenda era il  mandante. Nessun ufficio dell’OSS sembrava aver organizzato o ordinato il blitz in via ufficiale. Pareva quasi che  qualcuno avesse usato uomini e mezzi dell’agenzia per recuperare il “respiro di Seth” anche se incompleto, per  trasferirlo in un luogo più sicuro. Folberg era un funzionario della CIA, per lui fu uno scherzo seguire le indicazioni di Dwight, ottenute da qualche  “gola   profonda”  a   pagamento,   per   intrufolarsi   negli   schedari   e   impossessarsi   di   documenti   riservati.   Le  informazioni sul blitz si rivelarono utilissime, incrociate con i diari recuperati da Folberg. Nel Mato Grosso, alcuni  anni prima, si erano raggiunti risultati ragguardevoli, grazie al lavoro dell’ex nazista Hofstadter e di un misterioso  scienziato giapponese, tale Hiro Otaru. Il commando OSS rase al suolo ogni costruzione nel mezzo della foresta. Il  tedesco rimase ucciso, l’orientale svanì nel nulla. Da allora, nessuno dei federali americani era però riuscito a decodificare in modo completo le informazioni e i  campioni   rubati   in   Brasile,   per   mancanza   di   uno   studio   approfondito   alle   spalle   e   di   esperienza   specifica  sull’argomento. Nessuno sapeva di cosa si trattasse con esattezza, da dove arrivasse e che potenzialità potesse  avere. Tutto fu schedato e consegnato all’AFSA, in attesa di qualche novità dalla ricerca, che però viveva da lungo  tempo una fase di stasi. Lorell e Dwight erano capitati a fagiolo.
Gli  anni  passarono  e  i tentativi  di sintesi  di  Al­Hàrith  si avvicinarono  sempre  più  al  successo.  Almeno  a  giudicare   dagli   esperimenti   condotti   in   segreto   su   cavie   umane,   recuperate   da   Folberg   tra   i   “soggetti   a  disposizione” controllati dalla  CIA  in ogni parte del mondo. Indigeni, disperati, gente che non contava niente.  Nessuno avrebbe mai dato fastidio al riguardo. Eppure rimanevano zone oscure, impenetrabili nel segreto del “respiro di Seth”. Erano sì due le componenti  di   base,   ma   c’era   qualcosa   di   non   calcolabile,   che   restava   sospeso   nell’aria,   fluttuante.   Forse   collegato   alla  temperatura,   alle   condizioni   congiunturali.   Non   stava   scritto   da   nessuna   parte   in   modo   esplicito,   ma   gli  esperimenti differivano nei risultati, a seconda della zona e del momento in cui venivano compiuti. Si sprecarono le  ipotesi tra Dwight e Lorell, ma non arrivarono da nessuna parte. Fu dunque per un caso che in un giorno di inizio autunno del 1957 una piccola quantità di sostanza venne  sintetizzata nel modo corretto: la potenziale riproduzione di Al­Hàrith. I test effettuati la settimana prima su due  imprecisati   volontari   gentilmente   offerti   dall’AFSA  furono   strabilianti.   I   soggetti   sembravano   soggiogati,   le  personalità   cancellate   e   la   dipendenza   dall’autorità   assoluta.   Quello   che   il   potere   aveva   sempre   sognato:  controllare la mente degli esseri umani. Una nuova frontiera. Una   fiala   della   sostanza   ottenuta   fu   subito   riposta   all’interno   di   un   grosso   e   ingombrante   congelatore  trasportabile, che emetteva un ronzio fastidioso ed emanava forte calore all’esterno. Dwight e Lorell avrebbero dovuto darla a Folberg. Ormai era fatta, si poteva cominciare a fare la ripartizione  dei soldi. Folberg sembrava aver trovato un acquirente sicuro. Non gli restava che eliminare Shanfeng, attirarlo lì  in Texas con una scusa e farlo fuori in qualche campo sperduto.
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Asakusa, Tokyo, ottobre 1957
La carpa arancione luccicava sotto le perle di sudore sulla schiena di Shinokawa. Le pietre aromatiche, bagnate  con acqua rovente, emanavano vapori profumati. Hiro Otaru riposava con il volto coperto da un asciugamano. Un rumore di passi concitati anticipò l’apertura della parete scorrevole. Alzatosi in piedi, nudo, Shinokawa si  rivolse all’uomo accucciato davanti all’ingresso della sauna. «Che succede Taka? Ho dato disposizioni di non essere disturbato per nessun motivo.» Il giovane si chinò, sfiorando le assi del pavimento con la testa. «Perdonami Shinokawa­san. È arrivata una  comunicazione importante.» Sollevò il capo, tenendo le mani aperte appoggiate a terra. «Una comunicazione  dagli Stati Uniti.» Otaru si tolse il panno dagli occhi, osservò prima il ragazzo all’entrata e poi lo yakuza con i polpacci immersi  nell’acqua. «Dagli Stati Uniti?» «Sì, Otaru­san. Un uomo di nome Ronald Folberg. Dice di avere qualcosa di importante per lei. Una cosa che  sta cercando dal 1944, dice.» Le vene azzurre sulla fronte pallida di Hiro sembrarono diramarsi come affluenti di un fiume. «Parla Taka, che altro ha detto?» La voce di Shinokawa si fece minacciosa. Taka abbassò la testa un’altra volta. «Ha detto che si rimetterà in contatto con noi alle nove, ora di Tokyo. Ho pensato fosse importante.» Otaru anticipò l’uomo tatuato. «Hai pensato bene, Taka. Puoi andare, grazie.» Il ragazzo si alzò in piedi, fece due passi indietro e richiuse lo shoji.  Hiro Otaru rimise l’asciugamano sulla fronte, pensieroso. Shinokawa si fece in disparte, quasi non volesse  disturbare i ragionamenti del suo ospite. Poco più tardi si fecero portare del cibo, alternarono discorsi dal tono  pacato   a   silenzi   di   minuti   interi,   senza   imbarazzo.   Nel   frattempo   si   erano   fatte   le   nove   di   sera.   Attesero.  L’americano  era in ritardo  di oltre venti minuti. Shinokawa  si muoveva nervoso  in tondo  sui tatami mentre  Otaru fumava tranquillo, avvolto in un gessato grigio. Al suono del telefono, lo yakuza prese in mano il ricevitore, rabbioso. Una voce in inglese bisbigliava dall’altro  capo del mondo. «Sì, sì accettiamo la chiamata.» Mise una mano sulla cornetta e la porse a Hiro. «È lui, Otaru­san.» Dopo aver spento il mozzicone nel posacenere, Hiro si tirò i lembi della giacca, si aggiustò gli occhiali sul setto  nasale con l’indice e prese il telefono. «Ho una cosa che potrebbe interessarla. Si tratta dell’Alfa Hotel.» Otaru scambiò uno sguardo con Shinokawa, che gli era accanto con le braccia conserte, ricoperte di piovre e  geishe. «L’Alfa Hotel… Cristo Otaru, quello che ha perso in Sudamerica… Qualcuno con cui lavoro mi ha parlato di lei.  Mi ascolti bene: a me non interessa cos’è, mi interessa solo quello che vale. Sono stato chiaro?» «Molto chiaro. E quanto vale per lei?» «Cinquecentomila come anticipo…» «Mi dica dove e quando.» «Ha accettato troppo in fretta. Facciamo cifra tonda: un milione. E altri nove alla consegna.» «Dove e quando?» «La richiamo alla stessa ora fra due giorni.» Due giorni di pioggia. «È un vizio che non mi toglierò mai.» Hiro accendeva una sigaretta mentre Shinokawa, affacciato alla finestra,  osservava il giardino. Una canna di bambù, in bilico su un sasso, si alzava e si abbassava al ritmo dell’acqua con  un suono secco. Il Gyokuro fumava nella teiera sul tavolo. «Come possiamo fidarci di quell’uomo, Otaru­san? Cosa sappiamo di lui?» Otaru fece un lungo  tiro, consumando  rapidamente la carta. Senza voltarsi a guardare lo yakuza, colpì  la  sigaretta con l’indice per far cadere la cenere. «Non importa cosa sappiamo di lui. Ciò che conta è che sa di cosa sta parlando, anche se non ne comprende il  valore.»
Hiro posò la sigaretta sul posacenere, si versò una tazza di tè e rimase per qualche istante a osservare le volute  di vapore liberarsi nell’aria. «Quello che so è che il campione a cui stavo lavorando venne portato negli Stati  Uniti, presso i laboratori di un’agenzia governativa, che ora si chiama National Security Agency. Ho fatto molte  ricerche sull’NSA, ma sono riuscito a sapere davvero poco. Sembra quasi non esista. Di fatto, però, già all’epoca  possedeva  enormi  macchine  elaboratrici  in grado  di calcolare  le  combinazioni  degli  elementi,  fino  a trovare  quella giusta. Ora devono esserci riusciti.» Shinokawa si sedette sul tatami di fronte a Hiro, si versò a sua volta del tè, tenne  la tazza con due  mani  davanti al petto, a lungo, per assorbirne il calore. Poi ne prese un sorso. «E cosa c’entra Folberg con questa NSA?» Otaru abbassò lo sguardo pensieroso. «Non lo so. Posso solo supporre sia a conoscenza della faccenda tramite  i servizi segreti. Come abbia fatto a sapere di Al­Hàrith e soprattutto come ne sia venuto in possesso…» Finì il tè  in una sorsata. «Be’, questo è un mistero. A noi però non interessa. Anche se…» Hiro si rabbuiò. Si tolse gli  occhiali, li pulì con un fazzoletto. L’uomo tatuato davanti a lui aspettava il seguito della frase a bocca aperta. «Anche se penso che qualcun altro abbia fatto in modo che il “respiro di Seth” finisse nella mani di Folberg.» Si alzò in piedi. «Farò una visita ai nostri soci negli Stati Uniti, ma procurami anche qualcuno del luogo. Mi  servirà un appoggio che non richiami troppo l’attenzione.»
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Baltimora, dicembre 1957, sulle tracce della fuggitiva
«Mister Otaru, le confermo, sono più che certo. Si tratta di Shelley Copeland in persona. Non ci si può sbagliare  con una così… L’abbiamo vista al Rosebowl Residence. Ci abitano molti agenti governativi che lavorano in  centro. Ci stava anche Folberg, quand’era in città. Sapevamo che prima o poi si sarebbe fatta viva da queste parti.  Ci raggiunga al più presto qui a Baltimora, la terremo sott’occhio fino al suo arrivo.» Hiro Otaru non disse una parola, chiuse la comunicazione e rimase immobile, lucido in volto e rigido come  l’acciaio   di   una   katana.   Stava   invecchiando   e   cominciava   a   sentirsi   vulnerabile.   La   sua   indole   era   ancora  dinamica,   ma   sempre   più   spesso   minata   da   momenti   di   smarrimento.   Il   viso   fu   d’un   tratto   solcato   da  un’espressione di sofferenza. Niente a che fare con il solito disturbo e le pillole di sparteina; d’istinto controllò  con la mano il taschino del panciotto, la scatoletta damaschinata era ancora al suo posto.  Si trattava di un malessere di natura diversa. Spaventosi vortici di alcuni secondi, saturi di inquietudine, che  sembravano durare ore intere. Una condizione che lo divorava dentro, rendendolo ebete e inerme. Dopotutto i  demoni   esistono,   rifletté.  Kami,   demoni   nell’etere,   sostanze   letali;   tutto   era   collegato   dal   medesimo   filo  conduttore. “Raccoglierai quello che hai seminato, Otaru­san.” Quanti ricordi: cavie umane devastate, polmoni bruciati, spine dorsali piegate fino a spezzarsi. Anni spesi in  ossessivi studi ed esperimenti, senza vedere la luce del giorno, in luoghi segreti di ogni parte del mondo. La  mente andò al Sudamerica, al tempo del laboratorio condiviso con Dietrich Hofstadter. Pensieri contrastanti lo  assalirono, ora nostalgici, ora spaventosi, scuotendolo fino al midollo. “Il conto si paga alla fine” mormorò tra i denti, girandosi verso la porta della sala dove si trovava prima della  telefonata. Le ginocchia tremavano; nella testa urla strazianti e immagini di morte. “Alla fine, non quando vuoi  tu.” Avrebbe dovuto accettarlo, avrebbe dovuto farsi trovare pronto. Calmo, rilassato, consapevole. Tentare una  via di fuga per la coscienza non sarebbe servito a nulla. Aveva speso ormai intere settimane tra un albergo e l’altro di varie città degli States, aveva assecondato ogni  capriccio di Ron Folberg, paziente, silenzioso. Aveva anche già scucito il milione di dollari in contanti, come  convenuto, e poi era successo il finimondo: il suo contatto fatto fuori, una pazza in fuga. Tutto all’aria sul più  bello, ancora una volta, come una maledizione. Non sarebbe stato mai più l’uomo di prima, ma doveva fingere  di esserlo, almeno per il momento. Accese una sigaretta. «Parto per Baltimora. Recupero quanto ci è dovuto e torno. Ci organizzeremo poi al mio rientro.» Poche gelide parole furono il congedo dai colleghi in viaggio con lui, che si alzarono di scatto e fecero inchini a  ripetizione, rischiando la collisione. L’affare doveva concludersi in ogni caso. O meglio, l’affare era ormai andato  a farsi fottere, ma bisognava comunque recuperare il campione. Il resto era secondario. Il volo atterrò alle 11.47 al Friendship International Airport di Baltimora, circa dieci miglia a sud del centro.  L’aria era fredda, nonostante un sole pieno e lucente. Otaru era nascosto sotto un cappotto grigio scuro. Passo  rapido, valigetta alla mano, borsalino calato sugli occhi. Due uomini lo attendevano all’uscita principale; un vago  cenno di riconoscimento, poi salì sul sedile posteriore e l’auto partì decisa verso la città. Si chiese  dove  fosse  l’Ariete  in  quel  momento.  Improbabile  che  i suoi  emissari  non  fossero  già  arrivati a  Shelley Copeland. Forse il misterioso nemico sarebbe apparso all’improvviso per attaccarlo, sotto le vesti del suo  autista o del mendicante all’incrocio. Oppure avrebbe operato nel silenzio e nell’ombra, come sua abitudine. Di  nuovo  l’Ariete, come  in Paraguay, ora anche  negli Stati  Uniti d’America. Cominciava a provare nausea al solo  pensiero. Era  stanco   di   supposizioni   e   chiacchiere   sull’organizzazione   segreta   che   sin   dagli   albori   dei   tempi  controllava  la diffusione  di Al­Hàrith nel  mondo. Nausea  e rabbia. Non poteva subire  un’altra  sconfitta per  mano di quegli infami sconosciuti. E   poi   Ron   Folberg.   Brutta   fine,   ma   meritata.   Era   solo   un   idiota,   un   cane   sciolto   con   poco   cervello.   Un  mitomane dai pruriti incontrollati. Ecco perché aveva abboccato subito alla sua offerta. Un milione subito e altri  nove da versare su un conto cifrato. Niente male come garanzia per un’esistenza serena, ma il congelatore valeva  molto di più. Non aveva prezzo, come il Koh­i­noor o la  Monna Lisa. Come poteva un funzionario  CIA  non  immaginarlo? La risposta stava nella diversa natura degli uomini, nel loro differente spessore spirituale. C’è chi  insegue conoscenza e gloria e chi ha solo un approccio materiale alla vita. Folberg era uno di questi ultimi, ed era  grazie a gente come lui che affari simili erano possibili.
L’auto sfrecciava nel traffico sostenuto della periferia sud di Baltimora. Le case popolari si susseguivano senza  fine,   mischiando   colori   e   forme   davanti   al   finestrino.   Hiro   Otaru   era   perso   nei   suoi   pensieri.   Una   volta  appropriatosi del campione, avrebbe speso un ultimo periodo di clausura, per rinfrescarsi la memoria e tirare le  somme. Le sue capacità di scienziato, i vecchi esperimenti sudamericani, i nuovi calcolatori. E il campione di Al­ Hàrith di fianco, come prova del nove. La vittoria. Il potere assoluto. Ma   nessuno   aveva   previsto   Shelley   Copeland,   la   rossa.   Folberg   se   l’era   portata   a   spasso   per   un   po’.   Un  classico: la ragazza aveva fregato tutti ed era scappata con il malloppo. Una beffa tremenda, considerando lo  stadio avanzato della trattativa con Folberg. Otaru strinse i denti, rapito dalla collera più accesa. Poi un vago  ronzio disturbò i suoi pensieri, e dovette chiedere all’autista di ripetere. «Vuole fermarsi in hotel o la portiamo subito dai ragazzi, Mister Otaru?» «Portatemi da Craw.» Gordon Craw osservava il panorama attraverso la tenda veneziana dell’ampia finestra. Cravatta allentata e piedi  appoggiati sulla scrivania. Canticchiava qualcosa di allegro. Otaru  si  era  infilato  nel  suo  ufficio  in  silenzio,  approfittando  della  porta  solo  accostata,  e  si   era messo  a  osservare l’uomo che aveva assoldato per cercare di rimediare all’affare andato in fumo. Dubitò subito di aver  fatto la cosa giusta.  Craw si voltò lento e spensierato verso la porta. A due metri di distanza, Hiro Otaru gli apparve immobile e  con lo sguardo fulminante. L’americano sobbalzò sulla sedia e quasi perse l’equilibrio. «Mister Otaru, non l’aspettavo così presto…» «Dov’è Miss Copeland?» Craw si risistemò l’abito e la cravatta, fissandolo negli occhi per la prima volta. «Dovrebbe essere ancora nel suo appartamento. Abbiamo due uomini fissi su di lei, in contatto continuo.» «Voglio parlare con loro. La situazione è molto delicata.» «Me ne rendo conto Mister Otaru, ma le posso garantire che è tutto…» «Mi risparmi le sviolinate. Stiamo parlando di un’agente CIA che ha già fregato un suo dirigente e chissà quanti  altri. Immagino che Miss Copeland disponga delle risorse per rendere inefficienti i vostri controlli.» Craw fece un’espressione rabbiosa, forse avrebbe voluto mandare al diavolo quel muso giallo, ma qualcosa lo  fermò. E Otaru sapeva cosa. Si trattava della villetta a schiera bifamiliare, con piscina e servizio di portineria, di  cui aveva già sottoscritto l’acquisto grazie ai soldi di quel lavoro. Otaru era sempre ben informato sul personale  che assumeva. La radiotrasmittente  gracchiò. «Angelo  Nero  a Bikini,  rispondete.»  Silenzio.  «Ripeto,  Angelo  Nero  chiama  Bikini,   rispondete.»   Niente.   Gordon   Craw   e   Mister   Otaru   si   fissarono   negli   occhi,   l’americano   abbassò   lo  sguardo.   Una   minuscola   goccia   di   sudore   scivolò   dalla   sua   tempia   destra   verso   il   collo.   «Per   favore,  Bikini… rispondete.» Non è per nulla comodo discutere con bavagli lerci stretti intorno alla bocca, inzuppati e legati all’altezza della  nuca. E con i polsi dietro la schiena, ammanettati all’imbocco di una tubatura che percorre dal basso in alto il  muro di un sottoscala. L’osservazione di certo concorde di Chuck Flames e Diego Heste, affiatata coppia di detective conosciuta negli  ambienti con lo pseudonimo di Bikini, non li tratteneva dal vomitarsi addosso orrendi grugniti a ripetizione.  L’uno   di   fianco   all’altro,   legati   e   imbavagliati,   emettevano   grida   soffocate   e   crescenti,   accavallate   con   furia.  All’interrompersi   per   un   istante   dell’urlo   ferino   dell’uno,   ansimante,   l’altro   subito   si   zittiva   a   sua   volta,  riposando la gola in fiamme. Ma la tregua durava pochi secondi, giusto il tempo di riprendere coscienza della  situazione e di quanto erano nella merda. A quel punto il grottesco concerto d’ugole ricominciava con maggior  impeto. Si conoscevano sin dai tempi della scuola di polizia. Chuck il grassottello e Dieguito “Nice Face”, soprannome  decisamente ironico, avevano fatto presto comunella. Erano solo dei ragazzini allora e Baltimora era una città  tranquilla. Essere poliziotti significava guadagnare bene e vivere senza patemi.
Il loro rapporto era stato da subito molto conflittuale. Si davano addosso per un nonnulla, ogni giorno, in  modo ridicolo e spietato. Litigare era diventato uno stile di vita, un’abitudine. Col tempo diventarono amici per  la pelle, coppia fissa nelle ronde di pattuglia. Lavoravano e uscivano insieme, frequentavano gli stessi bordelli e  gli stessi bar. L’amore smodato per le dive del cinema e i nuovi entusiasmanti costumi da bagno a due pezzi non  li fece dubitare un attimo sulla scelta del nome in codice per i nuovi incarichi: Bikini. Neanche   quando   avevano   lasciato   entrambi   la   polizia   –   in   realtà   li   cacciarono   per   averli   pizzicati   in   un  bordello a compiere perquisizioni non autorizzate – il sodalizio si era rotto. I Bikini continuarono la loro scalata  al mondo, senza cambiare di una virgola. Si cercavano in continuazione e tutto quello che sapevano fare era  scannarsi al minimo pretesto. Una relazione focosa, simile a quella di due ragazzine adolescenti che si odiano e  sono di nuovo amiche del cuore nel giro di un’ora. Qualche maligno mormorava che anche il loro cervello fosse  rimasto fermo a quella precisa fascia d’età. Non erano nemmeno le 16.00 quando si mossero le acque, quel giorno. Flames ne era certo perché alle 16.00  fumava sempre una sigaretta, e Nice Face ogni giorno a quell’ora ripeteva che gli dava fastidio, inascoltato. Se ne  stavano tranquilli dentro la loro Chevy Nomad marrone scuro, perfetta per non dare nell’occhio, a sgranocchiare  arachidi   e   bere   caffè   nero   zuccherato.   L’appartamento   di   Shelley   Copeland   si   trovava   sul   lato   frontale   del  complesso di palazzine a tre piani, dall’aspetto signorile. Secondo piano, prima, seconda e terza finestra sulla  sinistra. La porta d’ingresso dava sul ballatoio laterale che portava alle scale e non era visibile. Il capo Craw era la persona giusta per lavoretti come quello, in tutta tranquillità e senza complicazioni: poche  chiamate e solo per motivi urgenti, niente controlli a sorpresa o trappole infami per verificare l’operato dei suoi  uomini. Gordon Craw era uno di loro, salito al rango di capo. Lo avevano visto crescere. Non aveva particolari  ambizioni, tanto meno fegato per stare addosso ai suoi fino a farsi odiare. Le istruzioni, arrivate per telefono in mattinata, erano state chiare: “Piazzatevi subito al Rosebowl Residence,  tenete d’occhio l’appartamento B15 di Shelley Copeland senza farvi notare. Fatevi sentire non appena vedete  qualcuno muoversi in entrata o in uscita. La Copeland è una giovane donna dai capelli rossi, molto attraente.  Siate pronti a seguirla nel caso lasci il Rosebowl, ma attenzione: si tratta di un’agente  CIA in possesso di roba che  scotta. È molto pericolosa. Mi raccomando ragazzi, ci sono un sacco di quattrini se lavoriamo come si deve”.  Mentre Heste canticchiava pacifico I walk the line, tormentone dell’uomo in nero, trasmesso da tutte le radio,  Chuck   Flames   scorse   qualche   movimento   dietro   le   tende   di   una   finestra   dell’appartamento   B15.   Attirò  l’attenzione di Nice Face, ma il riscontro di costui fu ovviamente diverso: si trattava soltanto di riflessi. Flames  fece notare che riflessi all’interno di una tenda non si erano mai visti. Che piuttosto si poteva parlare di ombre,  ma   in   quel   momento   il   fenomeno   si   ripeté   con   maggior   chiarezza.   Qualcuno   si   muoveva   all’interno  dell’appartamento. Diego Heste scolò il caffè d’un fiato. E adesso? Dopo una travagliata discussione Flames, in qualità di maggiore in grado sulla base del colore bianco smorto  della sua pelle, disse che bisognava controllare il garage sotto il Rosebowl Residence. Disse che sarebbe stato  meglio  se uno  di loro rimaneva là, in collegamento  con il walkie­talkie. Era sicuro  che  il garage avesse  una  seconda uscita e non voleva avere problemi. «Non   possiamo   permetterci   errori,   Diego.   Sai   quanto   ci   tiene   Craw   a   questo   lavoro.   Sai   anche   che   il  giapponese è un tipo intrattabile e molto esigente. Se la Copeland se la svigna in auto, uscendo dal retro, siamo  rovinati. Dobbiamo dividerci, rimarremo in contatto radio.» Nulla era stato detto sulla suddivisione dei compiti, ma Heste ebbe la certezza che il suo fosse già assegnato e  non prevedesse affatto sedili di similpelle color panna sotto il culo. Nice Face aveva fiuto per certe cose. «Prendi la radiotrasmittente e scendi dalla rampa qui di fronte. Così eviterai di farti vedere dal custode dell’entrata  principale. Ti metti in un posto sicuro e controlli la situazione a distanza. Rischio zero.» Heste provò a reagire. «Per quale motivo dovrei scendere io nel garage e non tu? Mi sfugge, al momento.» «Chi ci mette la faccia, o meglio la schiena, quando il capo vuole lisciarci il pelo? Chi viene fissato negli occhi   durante le ramanzine? E chi si arrampica sugli specchi quando c’è da inventarsi qualcosa? Sempre io. Diciamo  che io sono la mente e tu il braccio dei Bikini, Nice Face.» «Non sono d’accordo su quest’arbitraria interpre…» «Muovi il culo adesso!»
La faccia di Chuck Flames era seria come non mai. Diego Heste guardò in basso, quasi a cercare per terra un  po’ d’autorità, poi di nuovo il socio. Lo sguardo di Flames lo piegò in due. Nice Face decise di obbedire, senza  capire bene se per soggezione o professionalità. Forse nessuna delle due. Uscì dalla vettura e s’incamminò verso  la rampa del garage. Dopo pochi passi, si voltò verso la Nomad marrone scuro da ex sbirro e Flames lo rincuorò:  «Non ti preoccupare  Dieguito. Andrà tutto bene. Appena smontiamo ci andiamo a fare un triplo  cheese dal  vecchio Josh, okay?». «Qui Bikini 2, è un deserto qui sotto. Ci sono solo due auto. Entrambe davanti all’uscita del garage di fronte alla  nostra postazione. Se non ti dispiace fra qualche minuto me ne torno di sopra, comincia a fare freddo qui.» «Bikini 2 cosa diavolo stai dicendo? Devi rimanere in posizione fino a contrordine. Sto ancora osservando i  movimenti nell’appartamento. Non capisco se in quel dannato buco ci sono una o più persone…» «Dovrei essere lì per dirti la mia, perdio! Non posso fermarmi qui al freddo a controllare il nulla.» La voce  grossa di Diego Heste tuonò nell’ampio parcheggio buio, di cemento e vernice e d’improvviso l’ispanico ebbe la  sensazione di non essere più solo. Passarono secondi lunghi quanto ore. «Chuck, non mi interessa, io qui non ci sto un minu…» La comunicazione s’interruppe. Chuck Flames rimase interdetto. La voce di Heste suonava quasi angosciata. Aspettò di vedere la sagoma sbilenca  del socio salire la rampa e avvicinarsi all’auto. Attese due minuti, tre. Attese cinque minuti e infine afferrò il microfono  della radiotrasmittente per mettersi in comunicazione con il boss. Lo sguardo fisso sul traffico di fine giornata. Qualcosa  lo fermò una frazione di secondo prima di premere il tasto di comunicazione. Non doveva farlo. Non doveva avvisare  il capo, ancora. Continuava a pensare alla faccia di Craw se l’avesse infastidito per una sciocchezza. Doveva prima  capirci qualcosa di più. Doveva scendere nel garage sotterraneo a cercare Heste. Mise in moto la macchina e accese i fari con uno scatto nervoso. Ingranò la prima e si mosse con estrema   lentezza. All’imbocco del garage sentì una stretta in mezzo  al petto, con appendice  finale nel buco del culo.  S’immerse nell’oscurità, spezzata appena dai deboli neon appesi al basso soffitto di cemento, a intervalli regolari.  Grate di ferro inserite nell’asfalto davano un ritmo intermittente al rotolare dei pneumatici. Flames guidò fino  all’atrio  del parcheggio  e  frenò  con  delicatezza. Le  dita tamburellavano  sul  volante.  Rimase  fermo  a motore  acceso per parecchi secondi, incerto su come proseguire la ricerca. Poi spense il motore e il silenzio grave lo  circondò in un baleno. Si poteva udire ogni minimo suono, compreso il ciondolare del portachiavi a medaglia  inserito nel quadro dell’auto. Aprì la portiera e scese con la massima circospezione, impugnando la pistola. C’era qualcosa nell’aria… Iniziò  a perlustrare i dintorni. Il terreno scricchiolava sotto i suoi passi. Da dove veniva tutta quella sabbia sotto le  scarpe, in un posto come Baltimora? La passeggiata sembrava comunque  dare i suoi benefici. Chuck  Flames  guadagnò un po’ di autocontrollo e fiducia in se stesso, o meglio nella cara vecchia Magnum in dotazione, che a  intermittenza  brandiva   davanti   al  busto,  quasi   fosse   una  spada.   «Fatevi   sotto,  figli   di  puttana…»   mormorò,  allentando il nodo alla cravatta e spostando il cappello all’insù sulla fronte. Aumentò il passo in modo spavaldo e raddrizzò la testa sulle spalle. Fece una nuova ispezione appena fuori il  perimetro illuminato dell’atrio. Un colpo d’occhio alla rampa di scale di collegamento agli appartamenti. «Vuoi  vedere che l’idiota si è imboscato da solo per la fifa…» Una smorfia di sorriso. Poi un rumore, indefinito ma piuttosto forte. Flames identificò da dove proveniva: un angolo oscuro, sulla  sinistra della rampa di scale. Un’area di pochi metri quadrati, a occhio e croce, sufficienti però per nascondere  l’inferno. Fissò quell’oscurità con occhi sbarrati, poi si girò verso l’auto, a pochi metri di distanza. L’incertezza si  dissolse nel contatto col metallo duro della sua Magnum, che strinse con rinnovato vigore. Sollevò di nuovo l’arma e mosse il primo passo verso l’angolo buio. Il silenzio si fece musica impazzita. Archi,  violini, timpani in crescendo. Non sentiva nemmeno i propri passi. Si fermò al limite della tenue luminosità. Una  goccia di sudore scese lungo la tempia, giù verso la guancia destra. Poi   l’azione.   Come   un   agente   speciale,   in   poche   mosse   Chuck   Flames   penetrò   l’oscurità   e   si   assicurò  dell’assenza di pericolo. Dopo aver puntato un’ultima volta l’arma verso il soffitto, come da manuale, tirò un  lungo sospiro di sollievo e abbassò la pistola, soddisfatto. L’angolo buio era espugnato, poteva essere fiero di sé.  Spostò di nuovo il cappello sulla fronte e camminò verso le scale. Era ormai sicuro che il socio fosse passato di lì.
Tre   passi   verso   l’uscita   e,   dalla   colonna   tra   la   zona   oscura   e   la   rampa   di   scale,   una   grossa   sagoma   si  materializzò alle spalle di Flames e vibrò un manganello sulla sua testa. Era del tutto impreparato. Il colpo fu  tremendo. Chuck Flames perse i sensi e crollò a terra. Fu trascinato verso l’ala opposta del parcheggio dal suo  assalitore. Un altro uomo attendeva seduto dentro un’auto. «Ottimo lavoro, Tauro.» «Dammi una mano a buttarlo sopra l’altro, adesso.» I due uomini aprirono il grosso bagagliaio e sollevarono il peso morto di Flames. Il corpo immobile di Diego  Heste giaceva all’interno del vano. Chuck Flames gli piombò sopra. Il portellone si richiuse sui loro volti gonfi. Lo scatto di un accendino rivelò la presenza di un terzo uomo, slanciato ed elegante, a ridosso delle colonne  accanto all’auto. La sagoma si mosse verso di loro, con la brace della sigaretta a indicarne le lunghe e riflessive  boccate. «Molto bene, confratelli. La Società apprezzerà. Ora portiamo il bestiame al rifugio. Credo che qualcuno voglia  divertirsi un po’ con i simpatici Bikini. Vediamo quanto resisteranno senza aprire bocca.»
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Quella notte, dintorni del Rosebowl Residence
Hiro Otaru non poteva perdere ancora. Dopo  una  vita  intera  passata  a  inseguire  il  “respiro  di  Seth”   non  doveva   subire   un’altra  sconfitta  simile,  beffarda e crudele come uno scherzo di pessimo gusto. Un eterno sortilegio. Una pioggia stanca cadeva dal buio della notte a Baltimora, un velo di condensa ricopriva i finestrini della  Cadillac Fleetwood Special del ’56, auto di classe superiore, lasciando il resto del mondo fuori. Otaru sedeva  sugli ampi sedili posteriori di pelle nera, minuscolo e appollaiato sul lato sinistro. Si sentiva vecchio e affaticato.  Quella era l’ultima battaglia, l’ultima possibilità di mettere le mani su Al­Hàrith. Le corporazioni giapponesi  della chimica erano ormai troppo potenti, in caso di fallimento non avrebbe avuto più voce in capitolo. Ne era cosciente: perdere ancora una volta il controllo della sostanza sarebbe stata la sua fine. Avrebbero fatto  a meno  di lui. Avrebbero pagato cifre astronomiche  per assoldare  i migliori agenti segreti in circolazione. Si  sarebbero prostrati per un rapido inchino, come si conviene, e nulla più. Molte grazie, ma lei ha fallito. Sayonara, Otaru­san. Studiava i riflessi dei neon e della luce  dei semafori, rimpiccioliti in mille  gocce  sul finestrino, inclinando  appena il capo a goderne il caleidoscopio. Era avvelenato dai pensieri, lo rivelavano gli occhi lucidi e fissi. Le  mani, ossute e venose, stavano congiunte sulla valigetta di pelle nera, custodita in grembo. Il grande cappello  marrone scuro, un Borsalino Como di qualità eccellente, calzava troppo a fondo la testa rimpicciolita dal tempo e  dalle preoccupazioni. Cattivi pensieri. Perplessità esistenziali. Istinto di rassegnazione all’avversità del destino. Sembrava evidente: i  Kami, gli spiriti maligni della tradizione scintoista, non gli avrebbero mai permesso di entrare in possesso di Al­ Hàrith. Quale altra spiegazione? Nessuno capiva, nemmeno gli dèi. Soltanto una persona aveva compreso davvero il mistero del “respiro di Seth”, il suo immenso potere. Il caro  amico  Sturmbahnführer,   l’onorevole   Dietrich   Hofstadter.   Illustre   scienziato   e   uomo   eccezionale.   Aveva  dedicato la vita allo studio di Al­Hàrith, con ammirevole devozione. E, prima di lui, il vecchio padre Einrich ne  era stato errante discepolo, pioniere di un culto riservato alle grandi menti temerarie del suo tempo. Dietrich Hofstadter, l’unico amico vero che la memoria gli permettesse di ricordare. Il suono  graffiante della radiotrasmittente  frantumò  d’improvviso  i ricordi di Hiro e ne scosse  lo sguardo  assente. Gordon Craw, capo dei famigerati Bikini, sedeva sul sedile accanto al guidatore. L’uomo al suo fianco  non fece una piega. Craw afferrò il microfono agganciato al cruscotto. «Qui Angelo Nero, ti ascolto.» «Qui Jackpot, Angelo Nero. Ancora nessuna traccia di Bikini, ma credo si siano cacciati in un grosso guaio. La  loro  Chevy  è  stata rinvenuta  nel  parcheggio  sotterraneo  del Rosebowl,  aperta  e  con  le  chiavi  inserite.  Dalla  posizione, non è proprio un parcheggio volontario… Ci sono segni sospetti sull’asfalto, sembrerebbe qualcosa di  umido, forse sangue.» «Maledizione…   okay   Jackpot,   continua   la   ricerca.   Controlla   gli   isolati   intorno   al   Rosebowl,   soprattutto  magazzini e depositi. Non possono averli portati lontano, chiunque essi siano. Tieniti in contatto.» «Ricevuto Angelo Nero. Chiudo.» Gli americani lo disgustavano, con i loro modi chiassosi e rozzi, l’esuberanza senza gusto né misura. Pacchiani  come tutti gli arricchiti. Incompetenti. Otaru odiava l’America, il sogno americano, le accecanti luci della ribalta.  Detestava le città americane, così sporche e rumorose, ogni singola strada e ogni semaforo lampeggiante. Covava  dentro   di   sé   un’enorme   rabbia   inesplosa.   Il   noto   autocontrollo   di   tradizione   orientale   faceva   miracoli   nel  preservare l’usuale aspetto impeccabile, lo sguardo ferreo, la compostezza. Sapeva di dover rimanere lucido e reattivo. Solitario testimone di una leggenda che avrebbe trasformato in  storia. Doveva giocarsi tutto, fino all’ultima carta. Non si sa mai che sia un jolly. Gordon Craw borbottava la sua inquietudine alla radiotrasmittente. «Angelo Nero a Duke, rispondete.» Alcuni secondi di gelido silenzio fecero temere il peggio. «Qui Duke, Angelo Nero.» «Qual è la situazione?»
«Nessuna   novità   rilevante.   Siamo   appostati   in   un   appartamento   di   fronte   al   complesso   del   Rosebowl.  Vediamo alla perfezione l’entrata e la parete esterna del B15. Loro non ci possono vedere. È tutto tranquillo,  nessuna luce accesa e nessun movimento. Gli appartamenti vicini sembrano deserti. Non ci sono auto sospette  parcheggiate davanti, giusto qualche passante.» «Non abbassate la guardia per tutta la notte. Chi ha fatto sparire i Bikini si farà vivo prima o poi. Chiudo.» A differenza di Gordon Craw, Hiro Otaru non aveva dubbi su chi avesse fatto sparire la coppia di buoni a  nulla. Ne nutriva invece parecchi sulla possibilità che fossero ancora vivi. L’Ariete, o come altro si chiamava  quell’organizzazione, non lasciava tracce in giro. L’azione che era costata la vita a Hofstadter in Sudamerica non era solo un prodotto dei servizi segreti. Che ne  potevano sapere di Al­Hàrith Fillmore e Ponticelli? C’era l’Ariete dietro a tutto. Forse in quel momento anche  l’Ariete dava la caccia a Shelley Copeland, forse la rossa era addirittura una di loro. La notte in auto sarebbe stata lunga e umida, gli suggerì la fitta alla vecchia ferita sulla spalla.
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Rosebowl Residence
Shelley Copeland non aveva chiuso occhio per tutta la notte. Aveva provato e riprovato a prendere sonno, ma non c’era stato verso. Aveva chiesto aiuto ai tranquillanti, la boccetta che teneva in dispensa da una vita, ma non era mai andata  d’accordo con quella roba. Due pastiglie soltanto non la fecero che sbadigliare un paio di volte. Aveva persino  tirato fuori uno spinello di marijuana, di quelli che Carl le aveva dato tempo addietro, dopo un sopralluogo in  un   magazzino   di   trafficanti   di   droga.   Carl   diceva   sempre   che   quell’erbetta   faceva   ridere,   venire   appetito   e  dormire come un sasso. Bella fregatura. Invece che rilassarla, le accentuò il battito del cuore. Dovette riempire tre  o quattro  volte la vasca da bagno  nella  notte, per  gettarvisi  dentro  e  rimanere  immobile  fino  a che  il ritmo  cardiaco ritornò normale. Shelley Copeland era a un punto critico. La faccenda era diventata davvero troppo per lei. Dopotutto voleva  solo giocare, come al solito, con uomini e potere. Recitare la parte di femme fatale, vedere l’effetto che provocava  sulla gente intorno. Oltre le ostentate maschere di efficiente agente della  CIA, di meschina arrampicatrice sociale,  o donna di facili costumi, non era altro che una ragazzina. Redhead. Ma era tardi ormai. Troppo tardi per regalare ai presenti una semplice smanceria delle sue e togliere il disturbo. Ora aveva a che  fare con un ospite di riguardo, non uno dei soliti idioti che era abituata a prendere in giro. Uno che si arrabbia  facilmente. Un cattivo vero. Al­Hàrith. La luce della cucina era troppo forte, doveva essere sostituita. Era da parecchio che lo pensava, perché non lo  aveva mai fatto? Borbottava tra sé e sé con un filo di voce, scura in viso. Ciondolava davanti a una tazza di caffè   bollente. Una vestaglia di flanella azzurro chiaro, allacciata in modo frettoloso in vita, copriva il corpo segnato  dalla stanchezza e dalla tensione. Era di umore pessimo, l’agente Copeland. I motivi erano tutti lì, uno accanto  all’altro, spettri nitidi e in primo piano di una storia nata male e sulla via di finire peggio. Un omicidio. Un furto.  Doppio. Di soldi e di materiale chimico che scottava. Aveva commesso una grave imprudenza. Passi per i soldi, ma l’altra refurtiva era di certo troppo pericolosa.  Lo scenario era ben chiaro nella testa di Shelley. Qualcuno le stava addosso. Almeno due contendenti, difficile  non immaginarlo: i candidati al trono di Al­Hàrith. Gente senza voglia di scherzare, che ha investito molto e fa  piazza pulita, se ne è costretta. Senza remore. Il congelatore con la sostanza era chiuso nello sgabuzzino, insopportabile con quel suo ronzio continuo. Lì in  casa non stava bene per niente, osservò Shelley. Non faceva pendant con la mobilia. Neanche lei era troppo a suo  agio in quel momento tra quelle mura, seppur familiari. Era tempo di cambiare aria. Ma non come una diva di  Hollywood, questa volta. Mentre sorseggiava un caffè troppo forte, decise che avrebbe tagliato la corda subito. Avrebbe preso l’auto e  guidato   fuori   città,   a   est   verso   la   costa,   dall’amico   Joe   Crane.   Una   vecchia   conoscenza   fidata.   Uno   con   il  curriculum  pesante: cinque  anni in prigione  per rapina a mano  armata e poi informatore  della   CIA. Uno  che  odiava il sistema e i suoi nauseanti intrighi di potere. Uno che avrebbe capito. Si sarebbe concessa un paio di giorni per liberarsi delle sanguisughe che aveva appresso, compito rognoso. Ma  ce l’avrebbe fatta, e se la sarebbe svignata con il milione di dollari sotto il sedile del guidatore. Ore 8.47. Shelley Copeland aprì la porta dell’appartamento B15. Uscì con cautela, si guardò intorno. Lo sguardo  intenso, glaciale. Vestiva un completo marrone scuro, elegante e austero, un cappello nero con velo davanti agli  occhi verdi, grandi e lucidi. Pensava a cosa inventarsi da lì a qualche secondo, quando avrebbe incontrato la  faccia dell’assonnato uomo di turno in reception. Qualcuno doveva trasportarle il congelatore in auto. Era un bel  rischio, ma non aveva altra scelta. Nel caso di domande indiscrete, avrebbe detto che si trattava di una moderna  apparecchiatura  medica; cosa  c’era  di strano? All’arrivo  al Rosebowl  due  sere  prima era andato  tutto liscio,  nemmeno avevano badato all’arnese. Come non soddisfare la richiesta d’aiuto di una squisita signora? Armi  improprie dell’agente federale Copeland. Si assicurò le prestazioni atletiche di due volontari della reception, Alfred il ragazzo occhialuto e un uomo che  non le pareva di avere mai visto prima. Entro due minuti sarebbero stati davanti alla porta del B15.
L’auto si trovava a pochi metri dall’entrata principale, sul lato opposto della strada. Era una mattinata fredda,  umida, illuminata da una strana luce pallida e soffocata. Il cielo pesava più del solito sulla città ancora silenziosa  e intorpidita. C’era qualcosa nell’aria. Calma  piatta tutt’intorno, nei pochi passi che  fece  per strada. C’erano  tracce   della   neve   caduta   nei   giorni   precedenti   ai   lati   del   marciapiede   e   nelle   aiuole.   Shelley   non   riusciva   a  rilassarsi. Sapeva bene che poteva già essere sotto lo sguardo attento di occhi indiscreti. Un’attrice impegnata in  una scena madre, e non erano previsti ulteriori ciak. Salì in macchina e accese il motore, diede un paio di colpi di acceleratore per scaldarlo. Si aggiustò il cappello,  innestò la prima marcia. Senza voltarsi per verificare l’arrivo di eventuali altre auto, sebbene avesse gli occhi  incollati sugli specchietti dal primo istante, si infilò in carreggiata. Guidò piano verso l’entrata del garage e iniziò  la discesa della rampa. Il cuore le batteva a mille. Scese dall’auto di fretta, davanti all’imbocco delle scale per l’edificio, e salì per la rampa. La macchina, ancora  fredda, tossiva combustibile dal tubo di scappamento. Davanti all’appartamento B15 incontrò i due uomini e  diede loro istruzioni su come trasportare il congelatore. Scesero insieme per la rampa di scale, si ritrovarono  davanti all’auto. Shelley si accertò che il congelatore fosse adagiato con cura nel portabagagli. Richiuse subito  dopo il portellone. Ringraziò per il favore, senza lasciare la mancia e congedando i due con un fugace sorriso.  Salì in auto e chiuse la portiera con vigore. “Via di qui.”  C’era fermento in Griffiths Avenue  quella mattina. Forse era il normale trambusto  del produttivo mattino  americano, o forse c’era qualcos’altro dietro le apparenze. Per strada c’erano tante persone che sembravano confabulare tra loro. L’agente Copeland cominciò a sentire  una stretta allo stomaco. Il momento della verità. Forse c’erano radiotrasmittenti in  funzione in quel momento,  motori d’auto accesi, passi frenetici consumati all’interno di locali adiacenti. Tutti spettatori di uno show atteso da  tempo. Non poteva vederla, ma c’era un’auto in collegamento radio con una Cadillac Fleetwood Special parcheggiata  nelle   vicinanze.   Un   anziano   giapponese   sul   sedile   posteriore.   E   c’era   un   furgoncino   della   Thomas   &   Co.,  un’azienda sconosciuta, in collegamento con alcuni uomini in un appartamento con vista sulla Griffiths Avenue.  E poi c’erano per strada individui dall’aspetto troppo comune per esserlo davvero. Shelley Copeland non aveva  un quadro preciso, ma qualcosa le diceva che molti occhi e molte orecchie erano in quel momento attenti ai suoi  movimenti. Sesto senso femminile o intuito da agente federale, o entrambi. Mantenne   una   velocità   regolare,   una   volta   imboccata   la   strada   in   direzione   nord.   La   temperatura   rigida  marcava ogni suo respiro con una sottile nube d’aria tiepida che le sfuggiva dalle labbra. Decise di compiere il  solito   giro   intorno   all’isolato   prima   di   spostarsi,   per   verificare   quanti   amici   la   stavano   aspettando   con  trepidazione. Tentò di memorizzare la disposizione delle auto in sosta intorno. Di ritorno all’ingresso del Rosebowl Residence, la situazione era cambiata. Mancava all’appello un’auto scura  molto lucida. A Baltimora le auto non erano mai così lucide. I forestieri di DC lustravano le auto in quel modo. O  politici, sbirri, gangster, papponi. Brutto segno. Una sensazione di fastidio le pervase il corpo per poi fermarsi nella mente. Come un presagio ostile. Una  manciata  di secondi  dopo,  dallo  specchietto  retrovisore  notò  un’auto  svoltare  in Griffiths  Avenue,  nella  sua  direzione. La carrozzeria lucida le brillò negli occhi. C’erano almeno due persone a bordo. «Eccovi finalmente… Chiunque voi siate, vi stavo aspettando.» Il piede di Shelley affondò sull’acceleratore. Non aveva altra scelta, doveva scappare. Una brusca svolta a  destra e un lungo suono di clacson segnarono l’inizio della sua fuga.
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Gli occhi dell’Ariete
«Massimo a Numenio: Miss C esce ora dall’ingresso principale del Rosebowl e si incammina verso ovest. È sola,  passo spedito. Si dirige con ogni probabilità verso l’auto.» «Ricevuto Massimo, vediamo anche noi la scena. Avete sotto controllo gli uomini del giapponese?» «Sissignore. La Chevrolet Bel Air nero e argento è ancora in sosta a 30, 40 metri dall’ingresso, direzione sud.  Due uomini sui sedili anteriori, nessun movimento rilevante. Sono sul lato opposto della strada, rispetto a Miss  C.   Hanno   una   Mercury   giallo   canarino   parcheggiata   davanti.   Attico   li   tiene   sotto   controllo   a   vista   dalla  postazione hot dog, a meno di 10 metri di distanza.» «Molto bene Massimo, continuate a tenere gli occhi ben aperti in quel furgone.» «Ricevuto. Chiudo.» «Numenio   a   Plutarco,   fate   attenzione:   Miss   C   è   salita   sulla   Ford   Thunderbird   rossa   e   si   sta   avviando   in  direzione nord. Non partite prima del nostro segnale.» «Ricevuto. Miss C sta scendendo dalla rampa del garage, in questo momento. Siamo pronti in attesa.» «Numenio ad Apuleio, riferite dal garage.» «Ricevuto. L’auto è ferma con il motore acceso, davanti alla rampa delle scale. Miss C è uscita di corsa ed è  salita al piano superiore. Potrebbe essere… Attenzione, riappare in questo momento. È insieme a due persone  che trasportano il congelatore. Lo depositano ora nel portabagagli. Ci siamo, Numenio…» «Ci siamo…» Alcuni  secondi   di  silenzio  fecero  salire  la  tensione  tra i  confratelli  dell’Ariete  al  lavoro  quella  mattina  su  Griffiths   Avenue.   Tutti   sapevano   cosa   conteneva   quel   congelatore.   Tutti   tremavano   alla   sola   idea.   Ogni  confratello dell’Ariete aveva un solo obiettivo preciso in quell’istante: impossessarsi del campione di Al­Hàrith. «Apuleio   a   Numenio,   Miss   C   sta   uscendo   dal   garage,   di   nuovo   su   Griffiths   Avenue.   Attendo   ulteriori  istruzioni. Passo.» La fiammante Thunderbird apparve alla luce del giorno dopo alcuni istanti, e imboccò la strada in direzione  nord. La neve caduta nei giorni precedenti era stata sgombrata del tutto dall’asfalto. L’auto fu di nuovo sotto gli  occhi piccoli e segnati di Numenio, che celebrò l’evento con un ennesimo sorso di brodaglia scura bollente. Il  cervello non smetteva di lavorare un solo istante. Miss C avrebbe potuto compiere un giro di perlustrazione  dell’isolato, tipica mossa di scuola CIA. Nel caso, l’auto dell’Ariete sarebbe dovuta partire all’inseguimento solo  dopo, per non essere individuata. Antioco era l’uomo che avrebbe risolto il dubbio. Presidiava l’incrocio dietro il residence, nei pressi dell’uscita  secondaria   del   garage.   C’era   un’umidità   orribile   quella   mattina,   penetrava   nelle   ossa.   Numenio   non   aveva  dormito bene. Nessuno dormiva bene da qualche giorno, ormai. «Antioco a Numenio; forse Miss C sta compiendo un giro di ricognizione intorno al residence. Ha svoltato di  nuovo a sinistra, in una strada secondaria. Se non ci sono ulteriori segnalazioni, aspettatevela ancora su Griffiths  Avenue tra pochi secondi.» Come previsto. Nel frattempo, la Chevrolet  Bel Air della  brigata Otaru era appena passata davanti ai loro occhi. Si erano  messi subito all’inseguimento, come principianti. Davvero divertenti. Numenio borbottò qualcosa e si passò una  mano sulla fronte, facendosi largo tra il cranio infreddolito e il cappello ben calato su di esso. Sudore mischiato a  brillantina di prima qualità gli inzuppava il ciuffo. Quella mattina aveva una brutta gatta da pelare. Un congelatore  con l’unico  campione  sintetizzato  di Al­ Hàrith conosciuto al mondo nel portabagagli di una Ford rosso fuoco, guidata da una pericolosa agente  CIA in  fuga, tallonata da due opposte organizzazioni segrete: una situazione imprevedibile. La carriera di Numenio era a un punto di svolta, per forza di cose. I secondi passavano e lui ringraziava il  cielo per la leggerezza con la quale prendeva decisioni, quasi inconsciamente. Rendeva omaggio all’azione, al  susseguirsi dei fatti guidati dalle decisioni.  Evitare di pensare troppo, di ricapitolare ogni cinque minuti. A quel  punto, ragionare a freddo non contava più nulla. Contava solo seguire Miss C e recuperare il congelatore, a ogni  costo.
Gli  avversari  non  destavano  particolare  preoccupazione,  in linea  di  principio.  I  due  scagnozzi   catturati  il  giorno prima – i Bikini – avevano vuotato il sacco non appena era stato brandito davanti ai loro occhi qualche  acuminato oggetto di tortura dell’antico campionario. I mugugni disperati, attraverso i bavagli lerci intorno alle  loro bocche, non avevano lasciato dubbi. Quello che sapevano fu cantato durante un breve e vigoroso concerto,  molto apprezzato. Venne fuori il nome di Gordon Craw. Venne fuori il nome di Hiro Otaru, una vecchia conoscenza dell’Ariete.  Persino a Numenio, che aveva solo una quarantina d’anni e per l’Ariete aveva agito soltanto localmente, quel  nome   non   suonò   affatto   nuovo.   Uno   dei   famigerati   nemici   nelle   vecchie   storie   dell’Ariete,   tramandate   di  confratello in confratello, come voleva la tradizione. Il giapponese poteva contare su alcuni ex poliziotti, ai comandi di tale Craw, una mezza tacca con il fiuto per i  verdoni e le conoscenze nei posti giusti. Una squadra improvvisata, messa insieme all’ultimo momento. Niente a  che vedere con l’Ariete, per capacità organizzativa e mezzi a disposizione. Ma a quel punto gli arsenali erano  solo lunghi inventari di inchiostro sulla carta, non avevano più importanza. A quel punto avrebbe parlato la  strada. Proprio  in  quell’istante,   la   Ford   Thunderbird   di   Shelley  Copeland   svoltò   di   colpo   a   destra,   rischiando  la  collisione con un’auto sulla corsia esterna, e iniziò la sua fuga. «Plutarco a Numenio, Miss C ha accelerato all’improvviso, imboccando Newton Boulevard. Siamo nella sua  scia, la Chevrolet è a due lunghezze d’auto da noi. Quei bastardi sono un grosso fastidio per tutti, Miss C se li  sente addosso di sicuro. Non riuscite in qualche modo a ostacolarli?» «Negativo Plutarco. Siamo nelle vostre mani in questo momento. Gaio e altri uomini sono già stati avvertiti,  ma sono troppo lontani. Controllate le due auto, non avvicinatevi troppo. Ricordate cosa può succedere se quel  dannato campione viene rotto… Mantenete il contatto radio.» Via. Il grande gioco di strategia si trasformò d’un tratto in un frenetico inseguimento all’ultimo respiro. Tutti i  concorrenti furono chiamati all’appello. Tutti risposero spingendo il piede sull’acceleratore. Numenio non si sentiva in forma. C’era tensione nell’aria che riempiva la stanza sulla Griffiths Avenue. I due  malcapitati confratelli se ne stavano piccoli piccoli al tavolo e non dicevano una parola. No. Non si sarebbe fatto  ridicolizzare dagli uomini del giapponese in quel modo, proprio alla fine. Non poteva essere. Con l’indice e il  medio si massaggiò la pelle del viso, appena sotto gli occhi, dove le occhiaie segnavano il confine tra bianco  smorto e violaceo. Sostò   davanti   alla   finestra   e   con   le   dita   torturò   la   tenda   legata   a   lato.   Lo   sguardo   fisso   nel   nulla.   Cercò  elementi, vie di uscita. Valutò ipotesi e immaginò conseguenze. Tutto molto in fretta. Maledisse il cielo e l’Antica  Segreta Società dell’Ariete. Giunse rapido alle conclusioni. Una ben nota e un’altra nuova di zecca: recuperare il  campione o eliminarlo. Distruggerlo. I pezzi grossi dell’Ariete lo avrebbero ammazzato a sentire quelle parole, ma lo avrebbero ammazzato di più al verificarsi dell’unica vera opzione negativa della faccenda: far cadere Al­Hàrith nelle mani di Otaru. Il che era  abbastanza probabile, visto che tra l’Ariete e Shelley Copeland c’era proprio lui e la Chevrolet Bel Air nero e  argento. Piuttosto che perderle, le due auto impazzite davanti, sarebbe stato meglio spingerle una addosso all’altra. «La Thunderbird rossa procede a zig zag tra le auto, sulle tre corsie del boulevard. È rapida e sicura, si sposta  con scatti decisi. Mantiene la distanza, anzi forse ci sta staccando…» Numenio incalzò subito Plutarco. «Gli uomini di Otaru?» «La loro Chevrolet è dietro di quattro o cinque macchine, ancora davanti a noi in questo momento. Si muove  goffa nel traffico, una valanga di clacson ogni volta che si sposta. Sbanda di continuo. È dura qui, Numenio. Non  so come si possa…» «Non mollate, state loro addosso.» «Attenzione, Miss C ha svoltato d’improvviso a destra! Ha piantato una frenata fortissima, la vedo sgommare  via.» «Maledizione… seguitela. Dove sta andando? Ci sono altre auto? Pedoni?»
«Ecco, abbiamo svoltato anche noi… Vai adesso! C’è poco traffico qui, è un isolato di case fatiscenti. È pieno di  bidoni di immondizia, sui marciapiedi, ovunque… Ci sono barboni seduti, vecchi, e un sacco di mocciosi… ma non  vanno a scuola? Tutti ci guardano. Ci siamo solo noi tre sulla strada adesso, siamo abbastanza vicini, attaccati al culo  della Chevrolet. Non la molliamo… Senti le frenate?» Numenio aveva il cuore in gola. Non riuscì a dire nulla. «Ci stiamo avvicinando a un incrocio con del movimento adesso… Miss C è già là, ci sono altre auto… Ha  sterzato d’improvviso a sinistra! Si è infilata in una strada stretta. Non capisco cosa… La Chevrolet ha inchiodato  per restare sulla scia… è in mezzo all’incrocio… sta slittando, fa un fumo dannato…» Rumori di sottofondo nel collegamento radio. «Miss C è in un vicolo, ora la vediamo. Sta accelerando ancora… ma ha qualcosa davanti, un camion fermo…  no, non ci passa, è fregata… Fermati! Che diavolo… sembra voler svoltare a sinistra, non capisco dove… è pieno  di bidoni, è tutto chiuso là. Non rallenta, è impazzita? Ecco, ha urtato qualcosa, sta sbandando! È fuori controllo,  il culo slitta via, va a sbattere… va a sbattere sul muro! No!» Il fragore investì Numenio attraverso la radiotrasmittente, come se fosse stato là. Una lunga fitta al cuore. Non  sentiva più le gambe. Si lasciò cadere sulla sedia. In quel vicolo, le lamiere della Thunderbird di Miss C accartocciate e sibili di sostanze varie e di gas. Vapori, combustibili, corpi gassosi. Respiri di Satana. Al­Hàrith fu liberato nei cieli degli Stati Uniti d’America. A Baltimora, alle ore 9.19 di mercoledì 11 dicembre 1957.
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I sentieri di Seth
Istituto di Anatomia patologica, Università di Vienna, aprile 1900 L’équipe del dottor Karl Landsteiner era composta dai medici più promettenti del paese. Nel 1898 il direttore  dell’Istituto   aveva   fatto   carte   false   per   far   approvare   il   preventivo   dei   costi   del   progetto   al   Consiglio   di  università, aggiustando  alcuni conti in modo  improprio  ma senza esagerare; abbellendo  un po’, come  aveva  sostenuto in confidenza durante i brindisi. Il progetto di ricerca nella nuova frontiera della cosiddetta immunologia interessava parecchio  gli anziani  baroni della prestigiosa accademia viennese e aveva permesso di dare spazio e risalto a Landsteiner, giovane  trentenne di grandi speranze per l’Austria. Karl   Landsteiner,   portamento   elegante   e   carisma   indiscusso.   Con   il   passare   del   tempo   il   suo   lavoro   fu  apprezzato  sotto   ogni  aspetto,  compresa  la  prospettiva   di  guadagno  per   le   nascenti  industrie  farmaceutiche  transnazionali. Non fu difficile per lui ottenere fondi consistenti, sui quali contare per il reclutamento di cervelli  sopraffini e strumentazione di prima qualità. Grazie   ai   suoi   studi,   grandi   passi   erano   stati   fatti   nella   definizione   dei   gruppi   sanguigni,   fino   ad   allora  sconosciuti, mediante rigorose analisi su differenze e analogie tra i vari tipi di plasma umano. Si era dimostrato che l’agglutinazione del sangue, fenomeno  che  si verifica quando  il sangue  di un essere  umano viene a contatto con il sangue di un altro essere umano, non era un fenomeno patologico come si era  creduto da sempre, bensì una reazione normale dovuta alle caratteristiche specifiche individuali del plasma. Il  dottor   Landsteiner   stava   pubblicando   in  quei   mesi   il  primo   studio   approfondito   sulle   caratteristiche   dei   tre  gruppi sanguigni ipotizzati, A, B e C, e sul metodo per poterli distinguere in un laboratorio. Era coadiuvato da  una  squadra  di   sette  giovani  laureati  in  varie  specializzazioni  di  medicina,  uomini  ambiziosi  e   determinati.  Lavoravano notte e giorno per portare a termine le ricerche necessarie alla pubblicazione di Landsteiner. Nella   squadra,   arrivato   per   ultimo   circa   due   anni   prima,   rivestiva   un   ruolo   importante   Jozef   Kirchner,  rampollo  viennese   con  alle  spalle   studi   a  Londra   e   Amburgo,  incaricato  della   catalogazione   del   sangue  dei  soggetti   in   osservazione.   Il  padre   di  Jozef,   il  notabile   avvocato   prussiano   Egon   Kirchner,   era  un  confratello  dell’Antica Segreta Società dell’Ariete, a sua volta iniziato dal padre all’età di ventisette anni. La Società era molto attenta agli sviluppi degli studi del dottor Landsteiner, lo seguiva da tempo, ed era infine  riuscita tramite Kirchner a piazzare qualcuno a stretto contatto con lui. Argomento di fondamentale importanza,  per   i   confratelli   dell’Ariete,   era   la   definizione   di   specifici   gruppi   sanguigni   e   lo   studio   delle   differenti  caratteristiche. Nella loro storia millenaria, le attività di controllo dei portatori sani di Al­Hàrith non avevano  mai potuto contare su metodologie scientifiche di pari livello. Ora i confratelli dovevano a ogni costo mettere le mani su quegli studi e servirsene per classificare una volta  per tutte le caratteristiche del sangue dei portatori sani. I “Prescelti”, secondo quanto tramandato nei millenni  dagli adoratori della setta di Khnum, il dio criocefalo. Coloro che bevono dal vaso. Jozef   Kirchner   era   un   uomo   giovane   dall’aspetto   sobrio,   sostenuto   da   un   certo   gusto   nel   vestiario   e   nei  dettagli. Più maturo della sua età, era calmo e compassato nell’atteggiamento e nelle relazioni di lavoro. Era  ambizioso, ma manteneva un approccio umile nel fare le cose, molto simile a quello del padre. Condivideva con  lui anche un profondo attaccamento alla Società dell’Ariete, che da almeno tre secoli annoverava tra le sue file  confratelli con quel cognome. Provava lo stesso impellente bisogno di garantire all’Ariete vita eterna, in tempi così turbolenti e incerti. La Società  doveva sapere la verità sugli studi dei gruppi sanguigni; era cruciale per la sua stessa esistenza. I portatori sani da  allora in poi, se il lavoro di Landsteiner non fosse stato confutato, avrebbero avuto connotati diversi. Per sempre.  Sarebbero   stati   un   gruppo   sanguigno   a   parte,   con   ogni   probabilità.   Il   loro   sangue   era   senza   dubbio   raro,   il  raggruppamento per forza di logica non avrebbe potuto essere comune. Forse non sarebbero nemmeno stati rilevati,  nel campione di popolazione. Jozef Kirchner avrebbe comunque studiato a fondo la materia, sperimentando in modo diretto, sul campo. La  posizione di addetto alla catalogazione del sangue prelevato era perfetta, gli garantiva accesso ai campioni e una  facile manipolazione degli stessi. Poteva disporne più o meno a piacimento.
Dal momento della nomina da parte del dottor Landsteiner, Kirchner padre e figlio decisero subito di sfruttare  l’occasione   inattesa.   Predisposero   una   vecchia   villa   fuori   città,   nascosta   dentro   l’ampia   macchia   verde   del  Türkenschanzpark,   a   ospitare   alcuni   pazienti   particolari,   controllati   a   vista   ventiquattro   ore   al   giorno.  L’intenzione era di sottoporre il sangue dei portatori sani registrati in territorio mitteleuropeo alle analisi in corso  all’università. Jozef   avrebbe   dovuto   solo   fare   la   spola   tra   il   lavoro   e   la   nuova   dimora,   per   usufruire   delle   scoperte   di  Landsteiner sul gruppo sanguigno degli unici individui immuni ad Al­Hàrith. Egon   Kirchner   sostava   immobile   davanti   al   vetro   attraverso   cui   osservava   la   stanza   dove   la   donna   era  imprigionata. Mani giunte dietro la schiena, sguardo ancora aguzzo, nonostante i settantadue anni compiuti da  poco. Era ormai approdato all’ultima stagione dell’esistenza, aveva vissuto innumerevoli soddisfazioni, ma ne  voleva ancora una. Molto importante. Per lui l’Ariete era tutto, a quel punto della vita, perché il resto era pian  piano sparito. Provava un forte senso di colpa in certi momenti, osservando quelle povere donne nate con la sventura di  essere  i “Prescelti”, secondo  le antiche  leggi dell’Ariete. Ma se  ne liberava ripensando  ai grandi valori della  Società,  ai   nobili   obiettivi,   che   da   sempre  miravano   a  lasciare  tutto  com’era  sempre   stato.   Grande   concetto,  pregno di giurisprudenza. Cosa poteva significare l’esistenza di una donna di poca importanza, con minimo spessore sociale o culturale,  sacrificata alla causa dell’Ariete, investita dell’essenza di Al­Hàrith e testimone del segreto fino alla morte? Un prezzo. Solo un prezzo da pagare, per non permettere che la forza letale del Demone potesse cadere nelle  mani sbagliate, da qualche parte nel mondo. La vita era piena di prezzi da pagare, concluse l’avvocato Kirchner  nel sentire la porta aprirsi e alcuni passi rimbombare nella sala. «Chi è quella donna, Jozef?» Domandò in modo brusco, senza neanche guardare chi fosse. «Signore, sono Waldemar…» «Ebbene Waldemar, chi è? Sai qualcosa di lei?» L’uomo fissò il vecchio per un istante, prima di rispondere in un mezzo sospiro. «Credo si tratti di Geneviève  Lastin, o qualcosa del genere. Ha ventisei anni, è svizzera.» Kirchner staccò la presa delle mani dietro la schiena. «Ha famiglia? Come l’abbiamo fatta venire qui?» «Non so se abbia famiglia, signore, l’abbiamo… prelevata con le solite  modalità. Stava rincasando  dopo il  lavoro. Era la settimana scorsa, non ricorda?» Incalzante, nervoso. «È già stata sottoposta alla sostanza?» «Credo abbia subito la prima esposizione oggi.» Il vecchio  Kirchner  era tornato  un  bambino  capriccioso,  faceva domande  di cui conosceva già le  risposte.  «Entro quanto tempo si brucerà le cervella e saluterà questo mondo?» Waldemar   guardò   l’autoritario   confratello   dell’Ariete   con   occhi   quasi   sprezzanti,   per   la   debolezza   di  quell’atteggiamento assurdo. «In media entro venti, venticinque settimane, ma questa donna sembra avere un  fisico molto forte, dai valori registrati durante le prime analisi. Dipenderà dalla sua capacità di reazione e dalla  forza d’animo.» «Più forte si dimostrerà, più tenterà di sopravvivere, e più a lungo soffrirà Al­Hàrith nel suo corpo, detto in  altre parole…» Kirchner pensò alle decine di clienti difesi davanti ai tribunali, durante la lunga carriera. Pensò ai colpevoli  scampati alla giusta condanna, per cavilli legali e per le sue capacità oratorie. Rivide i loro vestiti costosi, i sorrisi  nauseanti, le viscide strette di mano. Si appoggiò alla parete, sentì un vuoto dentro. In quell’istante rinnegò l’Ariete e maledisse la sua esistenza  intera. Türkenschanzpark, Vienna, settembre 1900
Jozef Kirchner fu in grado di ottenere subito una copia della tabella ufficiale, prima ancora che questa fosse  stata visionata per l’ultima volta dal dottor Landsteiner. Una semplice formalità, essendo ormai i risultati della  ricerca confermati e certi. Come previsto dai confratelli dell’Ariete, la prima griglia di classificazione dei gruppi sanguigni esistenti, per  forza di cose provvisoria, non annoverava la categoria di appartenenza dei portatori sani di Al­Hàrith. I gruppi  studiati   dall’équipe   medica   rimanevano   per   il   momento   tre,   chiamati   in   modo   definitivo   A,   B   e   0   (nuova  denominazione del precedente C), più il fattore Rh del plasma distinguibile tra positivo e negativo. Fu proprio Kirchner a insinuare in alcuni colleghi il dubbio dell’esistenza di un quarto gruppo sanguigno,  molto raro, chiamato in seguito AB a causa delle caratteristiche di amalgama di elementi presenti nei primi due  gruppi   riconosciuti.   Fu   sufficiente   portare   in   università   alcuni   campioni   di   sangue   provenienti   dal   rifugio  dell’Ariete, prelevato ai portatori sani in osservazione. Il sangue in questione non era catalogabile come A, B o 0. Kirchner preferì, per non destare sospetti, non informare subito Landsteiner. Il piano era di conquistare prima  la fiducia dei colleghi dell’équipe e presentare solo alla fine il conto al capo, quando l’evidenza non fosse stata  più negabile. La strategia pagò: dopo poco tempo, lo stesso Landsteiner parlava già di quattro gruppi sanguigni  durante gli incontri con i vertici accademici. Ora   l’Ariete   aveva   una   sigla,   un   gruppo   sanguigno   per   individuare   i   portatori   sani   di   Al­Hàrith.   La  metodologia  di controllo  degli  stessi  sul  territorio sarebbe  cambiata  in modo  drastico.  Sarebbe  migliorata,  si  sarebbe basata su un elemento molto più esatto della semplice intolleranza all’orzo. Avrebbe evitato imprecisioni  e grossolani errori. Avrebbe reso scientifica la propria spietata crudeltà. Waldemar   stava   confrontando   i   dati   di   un’analisi   sul   fattore   Rh   del   nuovo   gruppo   AB,   proveniente  dall’Istituto di Anatomia patologica dell’università, quando il vecchio Egon Kirchner entrò nella sala. Per i vertici dell’Ariete erano giorni frenetici, le comunicazioni criptate viaggiavano veloci tra i diversi angoli del  pianeta, per raccogliere le impressioni e le proposte sulle nuove procedure di controllo dei portatori sani. L’avvocato  viennese ricopriva un ruolo fondamentale, essendo il confratello più alto in carica dell’area dalla quale arrivavano le  importanti novità. Non dormiva più tranquillo da parecchio tempo ormai, con lugubri pensieri in testa e un fastidioso  senso di colpa dentro. Non aveva un ruolo operativo come il figlio Jozef o gli altri confratelli nella villetta dell’Ariete, e  ciò non lo agevolava di certo, lasciandogli tutto il peso della responsabilità. Il passo lento, la voce rauca e carica di tensione. «A che punto siamo, Waldemar?» «Il fattore Rh del sangue dei portatori sani è negativo. Sto controllando gli ultimi dati, ma ormai non ci sono  più dubbi.» Un orrendo rumore proveniente dalla stanza accanto squarciò la quiete del laboratorio, immerso nel silenzio  del Türkenschanzpark. Urla, tonfi, suoni ottusi a ripetizione. «Cosa diavolo…» Kirchner si avvicinò al vetro. Lo spettacolo era insostenibile: una donna stesa sul letto, con gli arti legati agli  angoli della branda di ferro, la bocca imbavagliata, il corpo in preda a convulsioni fortissime. Era coperta di  sudore, piena di graffi sul corpo. Gli occhi spiritati. «È Geneviève, vero?» Waldemar non alzò nemmeno gli occhi dai referti medici. «È il portatore sano, predestinato a conservare in sé il “respiro di Seth”, signore.» «Sì certo, il portatore sano… la portatrice. Chissà perché solo donne…» Focalizzò il viso di Geneviève, il suo collo. Il corpo consumato dalla sofferenza. Ancora poco da vivere per lei,  dopodiché il suo cadavere andava dissanguato, prima di perdere il tepore vitale. Parte del sangue sarebbe stato  conservato   e   il   resto   distrutto,   per   precauzione:   non   doveva   rimanere   alcuna   traccia   del   demone   fuori   del  controllo dei seguaci di Khnum. Il demone andava protetto, placato, diffuso, frenato. Da sempre e per sempre. Nel nome e per mano dell’Antica Segreta Società dell’Ariete.
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Baltimora, dicembre 1957
Camminò barcollando, lo sguardo vuoto, come una bambola rotta. Un rivolo di sangue le scese da sotto i capelli e disegnò rami purpurei sul suo volto lucido di cipria. Uscita   a   fatica   dall’auto   accartocciata   e   fumante,   Shelley   Copeland   trascinava   un   passo   dopo   l’altro,   con  meccanica lentezza. Le sue caviglie cedevano in continuazione sui tacchi alti. Le labbra erano appena aperte, gli  occhi spalancati e fissi in un’espressione pietrificata. Non riusciva a pensare, nemmeno a disperarsi. Non aveva  alcuna reazione cognitiva apparente. Sembrava avere la mente altrove o da nessuna parte. Il “respiro di Seth” infestava l’aria intorno. La Chevrolet degli uomini di Otaru accorse proprio in quell’istante, frenando di colpo e sbandando sul lato  destro. Due uomini scesero di scatto, muovendosi veloci. C’era un tremendo odore di bruciato e di metallo, l’aria era densa. La Ford rossa semidistrutta si trovava a  pochi passi  di distanza.  Shelley  Copeland vagava sul  marciapiede  appena  dietro  l’auto,  invisibile  tra i fumi  sprigionati dalla ferraglia sventrata. Gli uomini di Otaru non potevano vederla e decisero di avvicinarsi all’auto  danneggiata. Ma persero del tutto il controllo delle loro azioni. Gridavano come impazziti. Non riuscivano più a  fermarsi. Si accorsero con orrore che le urla non avevano fine. Qualcosa li stava bruciando vivi, dal di dentro. Al­Hàrith si impossessò delle loro menti. I corpi si piegarono in due. Caddero a terra in preda alle convulsioni, rantolando come animali impazziti. Uno  squarcio di cielo azzurro si intravide per un attimo, nella fitta coltre biancastra. Voci strozzate dal panico, bocche  grondanti schiuma. La terza macchina, quella dell’Ariete, inchiodò appena prima dell’imbocco del viottolo. I confratelli videro il  portabagagli   della   Ford   distrutto   e   fumante.   Capirono   immediatamente   cosa   stava   accadendo.   Estrassero   le  maschere   antigas,   nere   e   opache   come   la   pece,   le   infilarono   subito.   Uscirono   dall’auto   con   circospezione   e  comunicarono a gesti. Erano sottoposti a un’enorme pressione psicologica. Al cospetto di Al-Hàrith… Quale onore. Si   gettarono   dietro   un   grosso   bidone   di   spazzatura   a   qualche   metro   di   distanza.   Tutte   le   sessioni   di  addestramento specifico andarono a farsi fottere in meno di un secondo. La realtà era come sempre tutta un’altra  cosa. La realtà è che due uomini stanno marcendo a vista d’occhio, come nel più inquietante degli incubi. Ora è evidente da qui, alla luce tormentata del sole di questa fredda mattina di merda. Si dimenano come ossessi, tremano come fili d’erba esili al vento, sull’asfalto lercio. La realtà è che Al-Hàrith è libero nell’aria, per davvero questa volta, come racconta la leggenda dell’Ariete. Un evento memorabile. Il nefasto “respiro di Seth” che tutto annienta e sottomette. Sta torturando quegli uomini e soggiogando le loro menti. Gli uomini dell’Ariete si divisero i compiti. Lo smilzo con il lungo cappotto scuro e modi nervosi fu incaricato di  rimanere nei pressi dell’auto. Doveva impedire ai curiosi di avvicinarsi, almeno per qualche minuto ancora, in  attesa di riferire ai capi via radio e svignarsela in fretta e furia. L’altro uomo, che mostrava più calma e una maggiore autorità, fece un balzo sulla sinistra, correndo a più non  posso,   fino   a   sparire   dietro   una   colonna   sul   lato   opposto.   Voleva   osservare   lo   spettacolo   da   una   diversa  angolatura. Subito vide la figura di Shelley Copeland, ferma sulle gambe a pochi metri dall’auto. Ecco dove si era cacciata.  Ciondolava in avanti, con movenze apatiche. L’uomo rabbrividì per la visione assurda, poi cercò di capire. Strani  fantasmi gli ondeggiavano sopra la testa. Qualcosa non quadrava. Faceva un freddo atroce a Baltimora quella  mattina. Tornò a guardare la donna. Miss C era come un robot. Non riusciva a capire. A poca distanza, i due uomini di Otaru rantolavano ancora a terra, anche se con minore intensità. Le pupille  degli occhi voltate all’insù. Le membra piegate da contrazioni spastiche, l’espressione ebete. Di certo avevano già  il cervello spappolato. Però vivevano ancora, e questo corrispondeva a quanto insegnava l’Ariete sul potere di  Al­Hàrith.
Gli esseri umani in età adulta sottoposti alla contaminazione subiscono una brutale alienazione psichica, oltre ai danni fisici. Vengono soggiogati a livello mentale e ridotti in schiavitù. Ma sopravvivono, a differenza degli individui con minore resistenza: anziani, bambini, persone deboli. Costoro muoiono in modo fulmineo, cruento, entro pochi secondi dal contatto con la sostanza. E Shelley Copeland? Non poteva certo essere una categoria umana a sé… Il   confratello   si   appoggiò   alla   colonna   retrostante,   sconvolto   dalle   sue   stesse   deduzioni.   Le   tempie   gli  pulsavano febbrili, facendo rimbombare il battito cardiaco nel cervello. Alcuni straccioni neri si stavano avvicinando dalla parte opposta della viuzza, spaventati dai rumori e dal  fumo   intenso,   ma   incuriositi  e  speranzosi   di   poter   arraffare   qualcosa.   Erano   ormai   poco   distanti   da  Shelley  Copeland, dall’auto semidistrutta, dalla porzione di aria impregnata di Al­Hàrith. Tra loro c’erano delle donne e  alcuni bambini. Carne da macello. Era giunto il momento di svignarsela, pensò, prima che qualche pattuglia della polizia o qualche ambulanza  accorresse nella zona. Questione di minuti al massimo, dopo tutto quel trambusto. Ma non riusciva a liberarsi di  un dilemma che lo divorava dentro. Perché   diavolo   la   Copeland   non   si   stava   piegando   all’effetto   implacabile   di   Al­Hàrith?   Cosa   mai   poteva  renderla immune al suo potere? Immune… Un lampo. Poi un istintivo gesto di stizza. Il silenzio ovattato dei pensieri fu squarciato da un’esclamazione. Idiota… Il portatore sano… “Colei che beve dal vaso”… La voce si ripeté all’infinito nel suo  cervello, aumentando  di tono e di volume, occupando  tutto lo spazio  disponibile. Ma certo. Gli   adulti   venivano   soggiogati   e   ridotti   in   schiavitù   psichica   in   pochi   secondi,   con   un’unica   eccezione:   i  portatori sani, i “Prescelti”. “Colei che beve dal vaso.” Un lungo brivido percorse la spina dorsale del confratello dell’Ariete. Portatori sani: individui di sesso femminile, di giovane età e in buone condizioni di salute, con gruppo sanguigno AB negativo. Tali soggetti sono in grado di sopportare per tempi variabili l’effetto della sostanza, grazie alla particolare composizione del sangue, che rende immune l’organismo dall’attacco di Al-Hàrith all’apparato respiratorio e al sistema nervoso. Portatori sani: la chiave di controllo dell’Ariete sulla diffusione della sostanza nel mondo. Solo l’Ariete ne conosce l’esistenza e ne gestisce il numero e la distribuzione sul territorio. Assurdo. Il confratello si dannava l’anima, nascosto dietro alla colonna di cemento. Credeva a stento a quello strano  scherzo del destino. Ma era innegabile, davanti a lui, proprio in quel momento. Shelley Copeland era una portatrice sana di Al­Hàrith.
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Numenio
Al­Hàrith era svanito nel nulla. Numenio   indugiava   immobile   alla   finestra,   osservava   una   vecchia   donna   che   spazzava   via   le   foglie   dal  marciapiede di Griffiths Avenue, davanti all’ingresso di un edificio a due piani. Era rigido come un tronco e  aveva un fastidioso nodo in gola. L’Ariete è come una famiglia, gli dicevano da sempre. La protezione del segreto di Al­Hàrith è il nostro unico  e   nobile   scopo,   ripetevano   gli  anziani  durante  le   adunanze.   Senza  Al­Hàrith   non  esisterebbe   l’Ariete.  Quali  conclusioni   doveva   trarre,   dunque,   ora   che   l’unico   campione   esistente   al   mondo   era   disperso   per   sempre  nell’aria   gelida   di   Baltimora?   Sentì   una   forte   stretta   alla   bocca   dello   stomaco.   Proprio   durante   la   missione  affidatagli dai pezzi grossi in persona… Una dimostrazione di inaffidabilità. Scacciò i fantasmi con la mano, quasi si trattasse di una mosca ronzante intorno al capo. La radiotrasmittente  era ancora calda delle concitate parole di Plutarco, dal vicolo della catastrofe. Doveva innanzitutto recuperare la  calma   interiore,   prima   di   decidere   come   affrontare   i   superiori   alla   luce   dell’accaduto.   Raccogliere   tutte   le  informazioni e completare un quadro decente della situazione. Il tempo scarseggiava. Che fine aveva fatto Shelley Copeland? Gli uomini di Otaru erano ancora in vita? C’erano state altre vittime?  Concentrò   l’attenzione   sull’informatore   dell’Ariete   nella   polizia   di   Baltimora,   Filone.   Al   corrente   di   tutta   la  faccenda,  di   sicuro   era  corso  sul   posto   insieme  alle  prime   pattuglie   e   alle  ambulanze.   Numenio   sedette  sul  vecchio   divano   verde,   unico   arredamento   della   stanza   a   ore   di  Griffiths   Avenue.   Osservò   i   muri   che   la  racchiudevano, come se non avesse mai realizzato prima d’allora dove si trovasse di preciso. Provò, nonostante tutto, la leggerezza d’animo di ciò che è ormai passato. Quasi un sollievo, per il fatto che  Al­Hàrith fosse svanito nell’aria. Pensieri strani. Divagò con la mente, tornando per un istante a casa, dall’adorata  moglie che lo avrebbe accolto con  parole dolci e un pranzo luculliano. Per la prima volta dopo giorni interi, un  sorriso gli sfuggì dalle sottili labbra screpolate. Uno  dei confratelli  che  lo affiancavano  nelle  operazioni  radio  rientrò  nella stanza, dopo  aver bussato  alla  porta. Notò  con sorpresa che  Numenio  sembrava  emanare  una  luce  differente,  ma decise  comunque  di non  parlare. Fu il capo stesso a fargli una domanda, dopo una schiarita di voce. «Hai altri aggiornamenti da Plutarco, o da qualcun altro?» «Nossignore. Sono tutti in attesa nelle rispettive postazioni. Ho fatto sì che le notizie ricevute da Plutarco non  circolassero, per evitare condizionamenti.» «Molto bene. Dobbiamo cercare di entrare in contatto con Filone appena possibile, per sapere cosa è successo a  Miss C e agli altri malcapitati.» Gli occhi del giovane confratello assentirono, prima che la frase di Numenio terminasse. «Signore, dovremmo  attendere  un suo  primo  contatto  radio, per non rischiare  di metterlo  in difficoltà con i colleghi di pattuglia.  Filone lo ha ripetuto anche questa mattina, prima di andare in centrale.» «Non ci resta che aspettare.» Passarono   alcuni   secondi   di   silenzio,   durante   i   quali   il   giovane   si   adoperò   in   un   ennesimo   controllo   dei  contatti dell’apparecchiatura radio. Agli occhi di Numenio sembrò una scusa per rimanere nelle vicinanze, quasi  un riverente segnale di volontà di parlare ancora. Evidentemente la strana leggerezza d’animo era condivisa dal  subalterno. Numenio si voltò verso la finestra, parlò in tono confidenziale. «Che   ne   pensi   di   quanto   è   accaduto?»   Provò   subito   un   lieve   disagio.   Non   ci   si   dovrebbe   interessare  all’opinione di un soldato semplice. «Penso che abbiamo fatto il possibile, signore, e che è meglio che sia andata così. Se il giapponese fosse entrato  in possesso del campione, la situazione sarebbe molto più complessa adesso.» Numenio arricciò le labbra in fuori, un suo tipico gesto di approvazione. Gli parve un’ottima cosa che un’altra  persona, così vicina ai fatti, condividesse la stessa opinione. Ma la bocca tornò presto ad assumere la solita posa,  non appena realizzò che l’importanza di quanto aveva sentito era nulla. I volti dei capi del Consiglio dell’Ariete  comparvero tetri nella sua mente. Avrebbero voluto la sua testa. «Bene. Ora puoi andare, fatti dare il cambio dal tuo collega e concediti un po’ di riposo. Vai pure giù da Attico  a farti un hot dog, se ti va.» «Sissignore, grazie signore.»
Numenio non si voltò per guardarlo in faccia, ma avvertì lo sguardo di ammirazione del confratello. Rifletté  sull’importanza   della   motivazione   di   un   subalterno   e   sulle   meraviglie   della   comunicazione   interpersonale.  Borbottò subito dopo qualche parola di sarcasmo, rimproverandosi per la propria ridicola psiche. Alle 15.37 squillò il telefono dell’appartamento di Griffiths Avenue, rompendo il silenzio come una sassata che  sbriciola   un   vetro   in   mille   pezzi.   L’operatore   dell’Ariete   alzò   la   cornetta,   incrociando   lo   sguardo   teso   di  Numenio, dal solito angolo­finestra. Non emise alcun suono, soltanto un cenno di assenso con il capo. Poi porse  subito il ricevitore a braccio teso in direzione di Numenio. Lui si avvicinò piano al tavolo su cui poggiava il  telefono nero. Zoppicava senza apparente motivo. Il freddo e l’umidità lo stavano divorando. I due sguardi si incontrarono  per la seconda volta. Un semplice movimento di pupille, accompagnato dal  leggero inarcamento delle sopracciglia fece schizzare fuori dalla porta il ragazzo. «Sono Numenio.» «Qui Filone. Ho pochissimo tempo, mi attendono per trascrivere le testimonianze raccolte qui intorno.» Un  brusio continuo faceva da sottofondo alle parole dell’infiltrato dell’Ariete nella polizia di Baltimora. «Cosa è successo a Miss C?» «È stata portata via da un’ambulanza un paio d’ore fa. Non è stato possibile ottenere informazioni specifiche  sul  suo  stato  di salute:  non facevano  avvicinare  nessuno  alla vettura su cui è  stata caricata. Comunque  l’ho  intravista e ho parlato con molta gente qui. È in forte stato confusionale, ferita alla testa in modo lieve e a un  fianco, ma la sua reazione ad Al­Hàrith è stata del tutto differente da quella dei due uomini del giapponese.  Dev’esserci qualcosa sotto… Forse un vaccino o una sostanza immunizzante, che Miss C potrebbe aver preso  prima di fuggire questa mattina, o ieri sera. Non siamo però a conoscenza di nulla di simile. Oppure…» Numenio interruppe la seconda opzione di Filone sul nascere. «Cosa dice la polizia dell’accaduto?» Filone tacque fino al punto di anticipare la ripetizione della domanda per un solo istante. «Si parla di un gas tossico sprigionato dal congelatore nel portabagagli della Ford Thunderbird. Questo genere  di cose spaventa molto i poliziotti della zona. Non ci saranno ficcanaso nei prossimi giorni, immagino. In ogni  caso vogliono mettere sotto torchio Miss C, per capire come ha fatto a scamparla. Poi, quando verranno fuori le  credenziali CIA, la situazione potrebbe complicarsi ancora di più. Non sono visti bene quelli di DC qui da noi, lo  sai.» «Gli uomini di Otaru?» «Erano conciati male, per quanto ho potuto vedere. Del tutto catatonici. In questo momento sono ricoverati, i  loro valori biochimici sono sballati. Dovrebbero farcela, ma avranno grossi problemi di comunicazione.» Numenio emise un sospiro, in piedi davanti al telefono. Stava immaginando il micidiale effetto del “respiro di  Seth”. «Altre vittime o feriti tra i passanti?» «Due ragazzini negri sono sgattaiolati tra i fumi per raccattare qualcosa e ci sono rimasti secchi. Due poveracci  senza casa, niente di che. Si erano avvicinati insieme ad altri barboni che sono stati ricoverati, più o meno nelle  stesse condizioni degli uomini del giapponese.» Il quadro  era completo  nella  testa  di Numenio.  Non  aveva ulteriori  domande.  Filone  invece  fremeva  per  discutere dell’accaduto con il responsabile operativo dell’Ariete. «Un brutto affare, Numenio. Non mi preoccupo  tanto per le indagini ufficiali – quelle si aggiusteranno in  qualche modo, come al solito – quanto per Miss C. È un cane sciolto, molto pericoloso. Non sappiamo di quali  informazioni sia in possesso, non sappiamo nulla di lei.» Numenio fu infastidito dal tentativo di commistione di Filone nelle questioni decisionali. Tentò di liquidare il  confratello con diplomazia, in modo non impeccabile. «Grazie   per   le  informazioni,   Filone.   Riferirò   ai  confratelli  e  lasceremo   a  loro   la  facoltà   di   trarre  le   debite  conclusioni, senza fretta o approssimazione. Rimani in contatto e riferisci di eventuali novità rilevanti.» Difendere il mondo dal pericolo della diffusione di Al-Hàrith? Impedire a loschi figuri dalle mani sporche di impossessarsi dei segreti dell’immenso potere occulto? Chi ha le mani sporche?
Chi difende cosa da chi? Gli interrogativi assumevano inaspettati risvolti. Numenio sentiva un fastidioso cerchio alla testa, aveva la bocca  amara, un senso di nausea permanente. Seppur blasfemo, il pensiero che il campione di Al­Hàrith fosse sparito  dalla faccia della Terra non lo irritò affatto. L’idea che forse un giorno tutto sarebbe cambiato lo distolse dalle  dinamiche di guerra e gli fece vedere le cose sotto un altro punto di vista. Si avvicinò alla finestra e appoggiò lo sguardo sul lento diradarsi di nuvole all’orizzonte.
22
Baltimora
Andare dove Al­Hàrith ha colpito. Calpestare quel terreno, respirare quell’aria. Era ciò che andava fatto, lo sentiva dentro. Questione di puro  istinto. Hiro Otaru era nei confronti del “respiro di Seth” come un cucciolo di animale, sottoposto alla legge naturale  dell’imprinting; dipendente dalla figura protettrice. Nel suo caso, la chioccia aveva le paurose sembianze di una  sostanza letale. Di Konrad Lorenz e degli studi naturalisti aveva letto e sentito parlare molto, nei salotti scientifici.  Una teoria affascinante, che calzava a pennello. Al­Hàrith era più forte di lui. Un richiamo al quale aveva sempre  dovuto rispondere. Provava in quel momento un bisogno di vicinanza, una pulsione irrazionale. Ora che tutto era perso ancora  una volta, doveva almeno condividere il luogo dove le ultime particelle del grande segreto aleggiavano nell’aria.  Patetico, ma necessario. Fosse stata l’ultima cosa che avrebbe fatto. «Portatemi nel posto dove è avvenuto l’incidente, subito. Devo vedere con i miei occhi.» Gordon  Craw   la  trovò   una   pessima   idea,  ma  non   ebbe  il   coraggio   di  replicare,   tanto  meno   di   provare  a  convincere il giapponese a ripensarci. Anche se non aveva mai capito con esattezza di cosa si trattasse, Al­Hàrith  era svanito nel nulla e con ogni probabilità non avrebbe fatto più ritorno. Lo capiva fissando di nascosto Otaru,  attraverso lo specchietto retrovisore. C’era morte nei suoi occhi. C’era una straziante ombra marcata attorno alle pupille, quasi come se il sole non  battesse più da quelle parti. Anche la pelle del viso pareva più gialla, o forse più smorta. Lo sbiadito colore della   sconfitta. Craw sentì un brivido  profondo, che si mescolò  indefinito  al disagio per il freddo pungente. Non doveva  pensare troppo. Non era pagato per questo. Non erano fatti suoi. Mise in moto e partì. La città, fuori dai finestrini,  era silenziosa e sorpresa dagli squarci di sole, attraverso le nuvole che si diradavano incerte. Non era il giorno  adatto per il buon umore. L’assenza di calore umano era così netta, dentro la Cadillac Fleetwood Special, da risultare insopportabile, quasi  offensiva. Non fu tuttavia Gordon Craw a rompere la tensione, bensì Otaru. Sintomo inequivocabile di resa alla  sconfitta. «Il lavoro sarà terminato solo quando verranno compiute le pulizie necessarie.» La frase risuonò terrificante alle orecchie di Craw, mentre affrontava con disagio una svolta a destra piuttosto  elementare, sfiorando un’auto in transito sul lato opposto della carreggiata. Non riusciva a capire se il significato  delle parole fosse enigmatico o fin troppo evidente. Andava eliminata ogni traccia della fallimentare organizzazione, realizzata a Baltimora in fretta e furia con i  dollari   del   giapponese?   C’era   una   ragione   specifica   per   questo?   Dopotutto,   i   ranghi   erano   già   ridotti,  considerando   la   sparizione   dei  Bikini   e  la   frittura   di   cervello   subita   dai  ragazzi  all’inseguimento   di   Shelley  Copeland. Rimanevano dunque poche unità: i Duke, i Jackpot, l’autista della Cadillac ora in turno di riposo e lui  stesso, Gordon Craw. Appunto. Lo sguardo si aguzzò per un attimo, la guida prese d’un tratto vigore. Una brutta visione. La nuova sbirciata  allo  specchietto   retrovisore,  in  direzione  di  Otaru,  questa  volta  era  carica   di  sentimenti  differenti.   Il piccolo  giapponese   poteva   essere   un   grosso   pericolo   per   la   sua   incolumità.   Ma   come   fare?   Eliminarlo?   Era   un  personaggio troppo potente per sparire senza lasciare tracce. Magari sarebbero arrivati a bussare alla porta di  casa   Craw,   una   mattina.   D’altronde   i   soldi   che   aveva   incassato   di   recente   avevano   un   marchio   giapponese  inequivocabile: Shinokawa. O forse Otaru non voleva sottintendere tutto ciò con la frase appena detta, pensò l’ex sbirro, mentre ancora era  alla   ricerca   di   una   replica   soddisfacente.   Una   schiarita   di   voce   lenta   e   montante   provò   a   confondersi   con  l’accelerazione del motore in marcia. «Il lavoro sarà terminato soltanto quando lo vorrà, non si preoccupi Mister Otaru. Sono anch’io un sostenitore  delle pulizie fatte per bene.»
La risposta piacque più a Otaru che a Craw stesso, dato che ancora non aveva afferrato quale fosse il lavoro da  compiere.   L’orientale   fu   tentato,   per   attenuare   l’orribile   sapore   della   disfatta   con   il   piacere   subitaneo   della  sofferenza altrui, di rivelare al subalterno un piano di eliminazione fisica. Uno dopo l’altro, per tutti gli uomini  coinvolti. La giusta fine per una squadra di incapaci. Era certo che, data la propria indole oscura e silenziosa e la  passione per sostanze ed esperimenti, Craw gli avrebbe creduto. Avrebbe iniziato a tremare a vista d’occhio. Se  lo sarebbe meritato. Ma si sentiva vecchio ormai, disilluso e spento. Niente al mondo era importante, al cospetto di Al­Hàrith.  Semplice. Ora poi che il campione della sostanza non esisteva più, il sentimento pulsava ancora più forte. Libero  e inarrestabile. Hiro Otaru era intenzionato a lasciare pura la sconfitta. Sporcarla del sangue di un ex poliziotto  americano e dei suoi scagnozzi sarebbe stata un’azione inutile e molto disonorevole. «Dobbiamo assicurarci che gli uomini spariti davanti al residence siano fuori gioco, e che gli altri tengano la bocca  chiusa. Lei incluso.» E poi potrò morire in pace, avrebbe voluto aggiungere con voce pacata, senza palesare emozioni. Ma gli  parve davvero troppo confidenziale. Certo, nella sconfitta si sentiva molto più vulnerabile di quanto avesse mai  potuto immaginare. Proprio come sul punto di morte, rifletté. Però nessuno meritava di condividere con lui la  profondità di certe riflessioni. Nessuno, a parte forse Dietrich Hofstadter. Avrebbe finito da solo, in silenzio. Proprio come aveva cominciato, molti anni prima. Giocherellò con un minuscolo taccuino, estratto dal cappotto e appoggiato sulle gambe rattrappite dal freddo.  Prese   la   matita   dalla   feritoia   sul   lato   sinistro   della   preziosa   copertina   in   pelle   lavorata.   Scarabocchiò   alcuni  caratteri, distratto. Numeri. Lettere. 44 Paraguay  57 Usa 57­44 13 Tredici anni. Quasi tre lustri. Un periodo lunghissimo. Mesi e mesi e ancora  mesi. Un solo pensiero in testa. Un obiettivo  preciso, perseguito con audacia, avvicinato più di una volta. Sfiorato. Un sogno che si stava realizzando. La gloria  perpetua. Brutto testardo, vecchio rimbambito. Povero perdente. Loser… Sgraziata parola anglofona, di quelle che odiava dal profondo. Suonava così superficiale, così becera.  Gli   ricordava   il   maledetto   Ponticelli,   Arthur   Fillmore,   i   traditori   dei   giorni   del   Paraguay,   il   funzionario   da  quattro soldi Ronald Folberg, lo stesso Craw. Sentiva le loro voci biascicare la parola in modo orribile:  loser,  loser. Personaggi infimi dall’animo ignobile, scarti dell’umanità. Figli legittimi di una cultura dai guadagni facili  e dalle radici inesistenti. Eppure… Eppure aveva perso ancora. La Cadillac arrivò a destinazione in pochi minuti. Gordon Craw fermò l’auto nei pressi dell’incrocio, a circa  cento metri dal punto in cui era avvenuto l’incidente. La situazione era confusa. Decine di curiosi, poliziotti,  vetture dalle sirene lampeggianti accese. Uno spettacolo degno di Hollywood. Otaru disapprovò dentro di sé  quello scenario ma, quando Craw gli aprì la portiera dall’esterno e le narici respirarono le ultime particelle di  acredine e puzzo di bruciato nell’aria, le supposizioni crollarono come un castello di carte. Al­Hàrith si poteva quasi ancora annusare. Una sensazione liberatoria, soave. Il giapponese non udì nemmeno  le parole di commiato di Gordon Craw. Lo liquidò con rapidi gesti della mano, infastidito per l’interruzione  dell’esperienza mistica. Hiro Otaru liberò l’istinto più fanatico e ossessivo, nei passi lenti e incerti verso la barriera di nastro apposta  dalla polizia intorno al luogo dell’incidente. Si sentì sovrumano. Non più umano. Gradì quel susseguente brivido  di disgusto per la propria condizione. Era giunta la fine, ed era giusto così.
Sorrise   appena,   spostò   con   estrema   lentezza   l’enorme   cappello   all’indietro,   sulla   fronte.   Mostrò   tutta   la  stanchezza e la sconfitta, nelle  rughe  in volto e intorno  agli occhi. Era sereno. Si appoggiò  al bastone  che  si  portava appresso, a mani giunte. Si guardò attorno con la bocca semiaperta e gli occhi lucidi. Era invecchiato di  dieci anni, nelle ultime ore. Vide sfrecciare uomini, udì urla e radiotrasmittenti gracchianti. Vide segni sull’asfalto e sentì puzzo di olio, di  metallo, di carne bruciata. Alzò piano la testa al cielo foriero di neve, con un lieve sorriso sulle labbra. Al­Hàrith.
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Luogo sconosciuto
L’Ariete è ovunque e da nessuna parte
Commedia
DRAMATIS  PERSONAE
Norman Kirchner, alias Albino e Michael Glendy, alias Eudoro, confratelli dell’Antica Segreta Società dell’Ariete. Entrambi in piedi, vestiti di abiti costosi. Sono immobili nella stessa tormentata espressione. Hanno una decisione da prendere, dopo gli sviluppi di Baltimora, e non possono godersi il programma della nottata: blackjack, bourbon, gradita visita di certe accompagnatrici.
ATTO  UNICO , SCENA  II
Scena: una sala da gioco. Un lampadario di vetro scuro proietta una luce flebile su un tavolo coperto da un tappeto verde. Al centro una bottiglia di cristallo lavorato piena fino all’orlo di ottimo bourbon. Un mazzo di carte nuovo. Attorno, sedie confortevoli di legno scuro imbottite.
EUDORO : «Norm, ho paura che dovremo rimandare la nostra serata speciale…».
ALBINO : «Credo sia inevitabile. Fammi solo avvisare Miss Sweetcorn di non far venire le ragazze, torno subito».
Norm si allontana per telefonare. Mike impreca, accarezzando il bordo del tavolo. Al rientro di Norm striscia un piede per terra e fissa il confratello.
ALBINO : «Proprio  stasera…  Avevo  chiesto  a Miss Sweetcorn  di venire  con Lucy,  la morettina  con gli occhi  verdi…». EUDORO : «Lascia perdere Lucy, veniamo al dunque. Il messaggio è chiaro e conciso, come al solito: il campione  di Al­Hàrith è stato disperso nell’atmosfera e Shelley Copeland è sopravvissuta all’inalazione della sostanza». ALBINO :   «Come   sarebbe   a   dire,   sopravvissuta?   Forse   si   trovava   a   distanza   di   sicurezza?   O   era   dotata   di  protezioni o antidoti?». EUDORO : «Non esiste  nessun  vaccino  o antidoto  per  Al­Hàrith,  dovresti saperlo. Non  eri tu a presiedere  la  commissione   per   la   gestione   delle   emergenze,   in   Società?   Mi   chiedo   che   tipo   di   istruzioni   impartivate   ai  confratelli… Dunque l’unica possibilità è che  la Copeland sia un portatore sano: un portatore sano fuori dal  nostro controllo». ALBINO : «Ma che cazzo… Siamo sicuri? Con tutto il casino fatto dal Gran consiglio della Società dopo la guerra,  per eliminare ogni traccia di Al­Hàrith negli Stati Uniti… Tutte quelle belle parole sulla sicurezza, sulla logica  dell’Ariete…». EUDORO : «Eri appena arrivato. Non potevi capire». ALBINO : «Non potevo capire? Non potevo capire cosa, Mike? Ricordo ancora il discorso del Consiglio. Parola  per parola… La logica dell’Ariete non è quella istintiva del vincitore, semmai l’opposto. Gli Stati Uniti sono la  più grande potenza militare del mondo; lo hanno dimostrato. È dunque il caso che siano i vertici dell’Ariete di  altre zone del globo a gestire la conservazione del “respiro di Seth”: mai lasciare convergere tutto il potere in due  sole mani… bla, bla, bla…». EUDORO : «… È questo in fondo lo scopo dell’Ariete, proteggere gli uomini da se stessi e dalla loro smodata  ambizione… Sì, sì. C’ero anch’io, Norm. Non ho gradito ma ho ubbidito e ora farò, anzi faremo, altrettanto. Il  destino ci ha giocato un brutto tiro…».
Norm comincia a dimenarsi sulla sedia, le mani fra i capelli. Non sono più abituati alle situazioni critiche, a prendere decisioni nei momenti cruciali.
EUDORO : «Ora tranquillizzati e pensiamo: Shelley Copeland è un portatore sano…».
ALBINO : «Un attimo, Mike… Magari ha interagito con la sostanza solo per qualche istante. Forse era a grande  distanza, o stava trattenendo il respiro. Forse indossava una maschera antigas, o è fuggita un attimo prima della  dispersione nell’aria di Al­Hàrith…».
EUDORO : «Il campione di Al­Hàrith le è scoppiato in macchina durante un incidente. Lei era lì, non ci sono  dubbi. Miss C è un portatore sano. Incredibile ma vero».
Mike sfiora con sufficienza l’avambraccio destro del vecchio socio, dallo sguardo smarrito.
EUDORO : «Non ti dannare l’anima. Sappiamo ciò che va fatto. Non c’è scelta, i rigidi protocolli dell’Ariete non lo  permettono. Dobbiamo eliminare Miss C, confratello, questo è certo. Dobbiamo farlo per il bene della Società. La  situazione politica è grave. Il consolidamento delle due superpotenze mondiali e le scoperte scientifiche su Al­ Hàrith messe a punto da Folberg e soci ci impongono una profonda riflessione». ALBINO : «C­che cosa intendi dire, Mike, non credo di capire…». EUDORO : «Guardati attorno, perdio, osserva la gente, i giornali e le notizie che filtrano dall’Europa orientale. Il  mondo va verso la distruzione a tutta velocità, Norm. Ci sarà presto una nuova escalation bellica, ma questa  volta finirà molto peggio che nel ’45. Nessun vincitore, tranne l’atomica». ALBINO : «Che cazzo c’entra questo con…». EUDORO :   «Non   ti   rendi   conto   che,   proprio   in   questo   momento   decisivo,   l’Ariete   del   Nordamerica   non   ha  portatori sani a disposizione, in pratica non ha la gestione di Al­Hàrith?». ALBINO : «Ma il numero dei portatori sani è sotto il controllo dell’Ariete. Eventuali esuberi sono a discrezione  delle contingenze geografiche e sociali, e vengono stabilite dal Gran consiglio. Regola tramandata numero 18, se non  sbaglio. Non possiamo fare i nostri comodi…». EUDORO : «Conosco le regole meglio di te, Norm, e ti ricordo che ora i membri del Gran consiglio per questo  paese  siamo  noi due.  Ma è al fine  ultimo  che  dobbiamo  guardare. E all’attuale  situazione  storica.  Il mondo  rischia di crollare da un momento all’altro. Abbiamo la possibilità di servirci del più grande potere che l’uomo  abbia  mai  avuto  a  disposizione,  assai  più  efficace  della  bomba  atomica,  e  che  facciamo?  Stiamo  a guardare  mentre  i comunisti mettono  in pericolo  l’esistenza  dell’America  e dell’intero  pianeta? Non ti sei mai  chiesto  perché, dopo anni dalla fine della guerra, negli Usa non ci è ancora permesso di avere portatori sani, mentre in  Asia e nell’area del blocco sovietico ne esistono decine? Pare siano più avanti di noi con la ricerca aerospaziale e  nell’armamento  atomico.  E  tra poco  avranno  anche  il  controllo  assoluto  di  Al­Hàrith.  Intravedo   un  disegno  preciso in tutto ciò, una trama ben congegnata». ALBINO : «Dimentichi lo scopo supremo della nostra confraternita. Noi non prendiamo parte alle beghe politiche  e militari dei governi. Noi osserviamo e vigiliamo sull’immenso potere del “respiro di Seth” proprio per evitare  che qualcuno se ne impadronisca». EUDORO :   «E   se   il   nostro   unico   scopo   nei   secoli   è   stato   questo…   perché   non   abbiamo   distrutto   Al­Hàrith  quattromila anni fa, invece di tenere in piedi questa organizzazione? Ci hai mai pensato?». ALBINO : «Ma… ma perché è un potere troppo grande per noi, non credo che…». EUDORO : «Ci hai mai pensato?».
Norman non risponde.
EUDORO : «Nessuno ha mai osato distruggerlo perché Al­Hàrith ha una ragione di esistere, come tutte le forme  di   vita:   essere   usato   al   momento   opportuno   dagli   uomini   giusti,   per   i   giusti   scopi…   Rifletti.   Il   mondo   sta  andando in rovina; quanto passerà prima che qualcuno, da questa parte o dall’altra, prema il bottone che ci farà  saltare tutti in aria? Cinque anni, sei? Io credo molto meno. Allo stesso tempo l’Ariete perde colpi in America, la  nazione che più di tutte ha contribuito allo sviluppo dell’umanità. Gli Usa sono al massimo splendore e noi non  controlliamo più Al­Hàrith. L’unico potere che, usato con saggezza, potrebbe salvare il mondo. Non solo noi, ma  tutto il mondo». ALBINO : «Vieni al dunque Mike. Non ti seguo».
EUDORO :   «Ed   ecco   che   il   destino   bussa   alla   nostra   porta.   Bada   bene,   Norm,   non   l’ambizione   o   l’iniziativa  personale, ma il destino. Perché solo di questo si può trattare; la presenza di Shelley Copeland non può essere un  caso, uno scherzo privo di senso. In più, da qualche parte, esistono le ricerche dei collaboratori di Folberg, quelli  che   hanno   scoperto   come   sintetizzare   in   vitro   Al­Hàrith.   Le   troveremo.   Le   risoluzioni   del   Gran   consiglio  verranno rispettate: solo che, una volta ucciso il portatore sano, ne conserveremo il sangue. Con le tecniche degli  uomini di Folberg e il sangue della Copeland potremo riprodurre il “respiro di Seth”». ALBINO : «Ma dovremmo prima essere sicuri che Miss C sia davvero un portatore sano. Controllando il gruppo  sanguigno, per esempio. Può essere solo di un tipo, giusto? Ora non ricordo con esattezza…». EUDORO :   «AB   negativo,   cervellone…   e   il   soggetto   deve   presentare   un’intolleranza   alimentare   all’orzo.   Ci  accerteremo anche di questo, ma si tratta di una pura formalità. È più che evidente, solo il portatore sano può  resistere all’effetto di Al­Hàrith. La storia ce lo insegna, no?».
Norm è assente, riprende fiato.
ALBINO :   «Inviamo   subito   un   messaggio   ai   confratelli   nella   CIA;   entro   poche   ore   saremo   sicuri   del   gruppo  sanguigno di Miss C». EUDORO :   «D’accordo.   Pensa   però:   se   i  confratelli   dell’Ariete   oltrecortina   giungessero   alle   stesse   conclusioni  prima di noi? E se a differenza di noi loro fossero controllati dal Politburo, dal governo comunista? Lo riesci a  immaginare, Norm? Non sarebbe solo la rovina dell’Ariete. Sarebbe l’inizio della fine per l’umanità… Non ci  sono alternative. Shelley Copeland va uccisa per eliminare ogni traccia di questa maledetta storia. Il suo sangue  va conservato in previsione della riproduzione in serie di Al­Hàrith qui in America. Per il bene di tutti».
SCENA  III
Scena: salone di una villetta a due piani, isolata nel verde. Dalle finestre entra una luce invernale, bianca. Mike, immobile, in piedi, ha un foglio di carta in mano. Lo sguardo si stacca subito dalle poche righe battute a macchina sul referto medico datato 1951, quasi non lo riguardassero più. Fa una smorfia: un sorriso ironico e disincantato. “Shelley   Copeland,   13   aprile   1926,   Yonkers  NY…   Gruppo   sanguigno   AB   negativo…   Intolleranza   alimentare  all’orzo…” Il rumore di pneumatici sul pietrisco nel cortile della villetta a due piani annuncia l’arrivo di Norm, che compare poco dopo nella grande sala.
EUDORO : «Ecco un referto medico CIA sulla Copeland. È datato 1951. Un quadro completo, compresa l’analisi del  gruppo sanguigno. Nessuna sorpresa, come ci aspettavamo».
Norm guarda il socio con aria dubbiosa, grattandosi il doppiomento. Poi afferra il documento e lo scorre con gli occhi. Lo restituisce al collega. Un rapido sguardo d’intesa.
ALBINO : «Facciamolo. È ricoverata all’ospedale Johns Hopkins, vero? Chiamiamo Galeno, e in fretta».
Mike sorride.
24
Johns Hopkins Hospital, Baltimora
Il confratello Galeno non sembrava trovarsi a disagio nei panni di Christopher Gloom, infermiere al rientro da  un’assenza di mesi per una rara malattia, contratta appena una settimana dopo l’assunzione. Nessuno in  ospedale si ricordava più dell’aspetto di Gloom, tanto meno si sognava di esigere da lui prestazioni rapide e  impeccabili, dopo tutto quello che si diceva avesse passato. Galeno era dunque libero di muoversi a piacimento,  su e giù per i vari reparti dell’ospedale, occupandosi di piccoli lavori di supporto e scambiando due parole con  tutti. Quando   i   superiori   dell’Ariete,   conoscendone   bene   l’affidabilità   nei   lavori   delicati,   lo   chiamarono   per  l’incarico Miss C, era fermo da un po’ di tempo e aveva accolto la notizia con genuino entusiasmo. Erano mesi  che non accadeva nulla di eccitante in giro. Sembrava essere l’occasione tanto attesa. Conosceva di persona Severo, il confratello che lo avrebbe affiancato all’interno dell’ospedale, e ci andava  d’accordo; un giovane infermiere diplomato con voti brillanti, assunto presso il Johns Hopkins Hospital circa  due anni prima. Avevano già lavorato insieme un paio di volte, sempre in ambito ospedaliero. Tutto tranquillo.  Severo era un bravo ragazzo con entusiasmo  da vendere e sale in zucca, doti indispensabili in una missione  come quella che avevano intrapreso. Intanto giù in astanteria tre infermieri stavano assistendo a un curioso fenomeno. «Guarda   cosa   fa   ’sto   negro,   Phil.»   Il   barbone   di   colore   era   stato   ricoverato   da   poco.   Una   delle   vittime  dell’incidente stradale di Shelley Copeland. Catatonico sulla barella, apriva e chiudeva la mano di continuo. «Fermati!» La mano si bloccò. Il paramedico se la rideva con gli altri. «Hai visto? Fa’ tutto quello che gli dici. Si è bevuto il cervello.» «Fai provare anche me» disse il terzo, avvicinandosi. «Toccati l’uccello, vecchio.» Il barbone cominciò a stringersi la patta dei pantaloni in modo goffo. «Cristo,   Phil,   sarebbe   una   pacchia   se   il   tipo   contagiasse   Susan,   l’infermiera   nuova   di   Neurologia!»   I   tre  sghignazzarono, mentre il paziente continuava a sfregarsi fra le gambe. Galeno entrò nel locale in quel momento.  I tre tacquero all’unisono, intimoriti da quella faccia sconosciuta, e finsero di rimettersi al lavoro. Galeno prese  solo uno sgabello con fare assente e abbandonò la stanza. Era   stato   pianificato   tutto,   con   estrema   minuziosità.   Due   le   possibili   soluzioni   per   sbrigare   l’affare   Miss   C:  esecuzione e dissanguamento del cadavere all’interno dell’ospedale – ipotesi dalle innumerevoli difficoltà, tanto  da ritenersi una  sorta di “ultima  spiaggia” – oppure  rapimento  del corpo  sedato  di Shelley  Copeland in un  momento di caos, che avrebbero dovuto scatenare proprio i finti infermieri dell’Ariete con un escamotage. La  consegna  della   Copeland   nelle   mani   dei   confratelli   presso   la  villa   dell’Ariete  sarebbe   stata   accolta  come   un  trionfo, assicurando loro un ottimo futuro in Società. Galeno chiese a Severo informazioni sui pazienti ricoverati quella notte, volle sapere ogni cosa, la provenienza  dei malati, il motivo del ricovero, la presenza di parenti e tutto il resto. Dentro lo spogliatoio, fingendo di fare  una doccia o di cambiarsi il camice, parlavano fitto e controllavano documenti, cartelle mediche, elenchi delle  visite ricevute. Cercavano un appiglio, qualsiasi cosa, ma sembrava non ci fossero possibilità d’intervento. D’un  tratto il volto di Severo s’illuminò. «Un momento, questo qui… Nathaniel Price. È un poco di buono, una testa matta, epilettico per giunta. È  ricoverato da un paio di giorni per problemi respiratori e la sua vecchia madre non vuole saperne di tornarsene a  casa. Abbiamo già avuto problemi con i due… Poco tempo fa abbiamo dovuto chiamare due agenti di polizia per  far allontanare la signora, era fuori di sé, si dimenava come un’ossessa. Diceva che avevamo sbagliato tutto noi,  qui in reparto…» «Sembra interessante… La donna è in ospedale stanotte?» «Non l’ha schiodata nemmeno il primario con il suo sorriso a trentadue denti.» Galeno si alzò di colpo, lasciando lo sguardo di Severo cadere sulle piastrelle grigio chiaro del muro di fronte. «Ci siamo. Ascoltami bene, confratello. Avete  un allarme, una campanella, qualcosa, vero?» Non attese  la  risposta. «Devi azionarla tra… diciamo un’ora. Nello stesso tempo io esco nei corridoi e comincio a gridare: “È la  madre pazza dell’epilettico!”. Sveglio tutti e vado dagli sbirri di turno fuori dalla stanza 35, quella di Miss C. Mi  gioco tutto lì, devo trascinarli con me verso l’atrio, a ogni costo. Tu nel frattempo metti un bel lenzuolo sopra il  corpo della rossa e lo spingi verso i sotterranei.»
Severo balbettava. «M­ma è pericolosissimo! Mi gioco il posto di lavoro, Galeno…» «E allora? Io mi gioco le palle, invece. Poche storie, adesso esci da qui e ripassati ogni mossa, fatti il giro venti  volte fino a quando non lo sai a memoria. Io scendo in garage e prendo i moduli per uscire con l’ambulanza.» Uno sguardo intenso tra i due. Tutto era chiaro. Ore 0.47, il silenzio ovattato del reparto fu squarciato dallo strillo di una campanella d’allarme. Galeno ebbe  un sussulto, tradendo la tensione interiore, poi osservò l’orologio al polso. «Ci siamo…» La poltrona slittò di un metro all’indietro, stridendo forte. Il finto infermiere dell’Ariete si catapultò in piedi e  infilò la porta, lanciato verso il corridoio principale del reparto. La campana suonava a intermittenza irregolare,  fortissima, perforava i timpani. Si mise a gridare, fece montare la confusione, fu bravo a smistare panico tra le  stanze e gli atri del reparto. La chiamata all’azione era infine arrivata. «Agente, mi segua, la prego! Una donna sta dando fuori di testa, ha in mano un arnese appuntito. È la madre  di un pazzo ricoverato qui, venga a dare un occhio con il suo collega, per favore!» L’incaricato di sorveglianza alla stanza 35 mosse appena le sopracciglia. «Stai scherzando, amico? Non possiamo spostarci di qui noi…» Ma il suo collega aprì la porta della stanza in quell’istante e fu di parere opposto. «Davvero, ancora la vecchia pazza dell’altra volta? Che pacchia… Vieni, socio, che ci facciamo quattro risate  con quella. Non ti preoccupare, ci vorranno trenta secondi al massimo. Rimani tu qui a controllare un attimo…  ragazzo?» Galeno fu per ribattere a quel nomignolo sprezzante fuori luogo, ma riuscì a trattenersi. «Okay.» Le  dita irrigidite  dal  freddo  battevano  un  ritmo  nervoso  sul  volante  dell’ambulanza,  sottratta appena  prima  all’addetto  del garage del Johns Hopkins: menzionare l’urgenza e i nomi dei diretti superiori faceva sempre  effetto. L’enorme cancello di ferro si stava aprendo poco alla volta, davanti ai fari accesi dell’automezzo. Galeno  era dovuto scendere appena prima, con calma e autocontrollo, per recarsi nel gabbiotto riscaldato dei custodi e  raccontare loro un mucchio di frottole. Era poi rientrato in vettura, con gli occhi vispi e il passo spedito. Alle spalle, sdraiato sulla lettiga dell’ambulanza, il corpo sedato di Shelley Copeland. La donna sembrava  senza   vita,   pallida   e   appena   tiepida.   Di   fianco   a   lei   il   confratello   Severo,   in   guanti   di   vinile   e   mascherina  protettiva. Ormai era fatta. Missione compiuta. Galeno  innestò  la marcia, non appena le barre del cancello  furono  inghiottite  dalla feritoia laterale. Varcò  l’uscita con lentezza, un sottile manto di neve sull’asfalto. Gli restava solo da guidare fuori città a sirene spente, in tranquillità, fino al punto prestabilito. Ci sarebbe  voluta non più di mezz’ora. Nessuno alla villa dell’Ariete sapeva ancora nulla, realizzò d’improvviso. Un sorriso  gli sfuggì dalla durezza dello sguardo. Una gran bella sorpresa per tutti. E per lui, un bel gruzzolo da sperperare  a piacimento. C’era da scommetterci: una sportiva a noleggio, Las Vegas e qualche giorno vissuto da leone.
25
La villa dell’Ariete
A passeggio con mamma e papà, trotterellando felice nel mezzo, aggrappata alle loro grandi mani tese. La bimba con i capelli rossi e il viso pieno di lentiggini è sorridente, vivace, noiosa come ogni altro bambino del mondo. Continua a ripetere la stessa domanda. È contrariata dall’indifferenza dei genitori, tira loro le braccia più forte che può, per attirare l’attenzione. Il cielo è strano, spaventoso. Di un blu molto carico, quasi pulsante. È giorno? È notte? Frammenti di immagini di una processione religiosa si sovrappongono alla scena, come lampi abbaglianti. Caldo intenso. Confusione, grida. La bimba fa altre domande ai genitori, inascoltata. Si agita, ma non riesce nemmeno a sentire la propria voce. Immensi e avvolti nell’ombra, papà e mamma camminano per una strada come se nulla fosse. Poi abbassano lo sguardo verso di lei, nello stesso istante. La madre ha il volto di Ron Folberg. Il padre ha il volto del diavolo. La bimba inizia a urlare a squarciagola, terrorizzata, ma non emette alcun suono. Il cielo si tinge di porpora, l’aria si fa pesante. La linea d’orizzonte lontana davanti comincia a incurvarsi verso il basso, sempre di più. La terra attorno si ritira. Le braccia dei genitori si accorciano e si allungano come elastici. La bimba non riesce più a staccarsene, è in preda a un pianto isterico. Si deformano, toccano terra e schizzano in cielo, trascinando e scuotendole il corpo. Abbondanti lacrime calde le rigano il viso, la pelle arrossisce attorno agli occhi e sul naso, il collo è gonfio per le grida disperate. Ma non si sente niente. Un lampo. La processione avanza piano, nel calore estremo del pomeriggio, da qualche parte in Palestina o nell’antico Egitto. L’immagine è confusa. Un uomo vestito di stracci legati assieme in vita cammina a stento, e ha tra le mani un vaso con strani fregi. Lo tiene a distanza dal volto, a mezz’altezza davanti a sé, fissandolo con occhi sbarrati. Il suo aspetto è spaventoso. Sull’antico vaso sono scritte parole di un idioma sconosciuto. Comincia a piovere fortissimo. La bimba dai capelli rossi ora è sola, in mezzo alla strada. È una pioggia densa, quasi viscida. La piccola è bagnata fradicia, cerca un riparo di fortuna. Una piccola chiesa. Nella chiesa non c’è soffitto, il cielo dentro è azzurro e sereno. Chiude il portone e si volta verso l’altare. Un uomo orientale, anziano, è fermo nel mezzo del transetto, rannicchiato e immobile, con lo sguardo rivolto verso il basso. La voce appena bisbigliata suona come una lontana eco di mille voci salmodianti. C’è del liquido per terra, all’interno della chiesa. La bimba si ferma e controlla con le dita della mano, chinandosi. Caldo, dal colore scuro indefinibile. Sembra sangue, ma non ha il suo odore. Proviene dall’oracolo sul lato sinistro. Gocce dense le cadono sul candido vestito a fiori, una dopo l’altra… Poi tutto scompare. Una sensazione di calore si spalma piano su ogni parte del corpo, rivelando l’esistenza di un’altra dimensione.  La mente si riduce a uno schermo bianco. Nessuna bimba con le lentiggini, nessuna processione. Qualcosa le sta toccando la spalla, le infonde tepore vitale. Una mano. Come tornare da un lungo viaggio. Le palpebre iniziarono a tremare. Le pupille all’interno scesero piano in posizione di veglia, ancora vibranti.  La bocca amara, il battito cardiaco accelerato. Il corpo coperto di sudore, in tensione muscolare. Cominciò a  distinguere il proprio respiro. Riprese conoscenza. I grandi occhi verdi si rivelarono infine agli sguardi dei due uomini accanto al letto dove Shelley Copeland  giaceva, legata stretta con delle fasce bianche attorno al corpo. Le allucinazioni sembravano finite.
Il confratello Eudoro non era un medico e nemmeno un galantuomo. Non erano passati che pochi minuti da  quando Miss C sembrava essere tornata in sé, che il rapace nascosto sotto il grasso umano prese ad aleggiare  intorno alla preda. Aveva voglia di sbrigare la faccenda subito, con brutalità, come faceva sempre con chi aveva a che fare con  l’Ariete. Ma si era ripromesso di trattare Miss C con i guanti bianchi, come si conviene a una signora. «Bene. Pare sia tornata in sé, Miss Copeland. Non è stato un bello spettacolo, sa? Vederla dimenarsi così, come  una forsennata, con gli occhi spiritati e la bava alla bocca… Mio Dio, orribile! Non è vero, confratello?» Albino indugiava nei pressi della finestra della piccola stanza, all’interno della villa. Contemplava gli alberi  innevati,   sembrava   distratto,   ma   aveva   inteso   bene   ogni   parola   del   socio.   Erano   già   d’accordo   sull’idea   di  stuzzicare   Miss   C   con   vaghi   riferimenti   all’organizzazione   segreta   usando   termini   come   “confratello”   per  incuterle   paura   e   capire   con   esattezza   di   quali   informazioni   la   donna   fosse   in   possesso.   Tuttavia   la   solita  strafottenza di Eudoro non gli andò giù del tutto. «Confratello,   che  diamine…  La  signorina   è  ancora  sofferente,  non  vedi?  Lasciamole   un  attimo  di  respiro,  dopotutto non abbiamo fretta.» Guardò per la prima volta Shelley Copeland negli occhi, per un lunghissimo  istante, e fu assalito da un vago senso di colpa, mischiato a timore. Qualcosa sembrava non quadrare ancora, ma  era solo una sensazione. Un dettaglio che il socio dai modi drastici non avrebbe mai condiviso. «Io… io sono spiacente di avervi causato dei problemi. Non era mia intenzione, posso provare a spiegarvi  tutto, signori… Con chi ho l’onore…» Shelley era già in azione. Si era appena ripresa, ma non aveva perso tempo a riorganizzare le idee. Sentire per  due volte la parola confratello in circostanze simili significava avere a che fare con mascalzoni che la volevano  impaurire. Ma lei non era disposta ad arrendersi, dopo quello che aveva dovuto sopportare. In qualche modo  doveva saperne di più. «Le domande qui dentro le facciamo noi. Si abitui a queste regole e a queste facce, Miss Copeland. Perché le  vedrà   fino   a   quando   non   ci   avrà   raccontato   tutto   del   brutto   affare   nel   quale   si   è   voluta   cacciare.   Dopo   le  garantisco che non ci vedrà più. Ha la mia parola d’onore.» Albino incalzò il compare. «Signorina, la seguiamo come ombre sin dalla sua fuga in Texas. L’abbiamo pedinata per giorni e giorni, senza  sosta, sappiamo tutto ciò che ha fatto e detto a Baltimora. Fossi in lei racconterei subito la storia e mi libererei per   sempre di un peso. Al­Hàrith non è certo uno scherzo da ragazzini, questo lo avrà capito. Di solito chi arriva al  suo cospetto ci rimette la vita.» Shelley   Copeland   era   frastornata,   il   cuore   pareva   sfondarle   il   petto.   La   debolezza   fisica   contribuiva   ad  alimentarle   le   incertezze.   Non   sapeva   se   bluffare   o   meno   sulle   cose   che   conosceva   di   Al­Hàrith   e,   in   caso  affermativo, in quale direzione buttarsi. Erano buoni o cattivi i suoi interlocutori? Guardie o ladri? Quasi leggendole il pensiero, Albino continuò. «Noi siamo rappresentanti di una antica società segreta che protegge il pianeta dalla manifestazione eterea del  male,   il  “respiro   di   Seth”,   conosciuto  nei  millenni   con   il   nome   di   Al­Hàrith.   Le   diremo  poco  altro.   Per  sua  sfortuna, o eccessiva imprudenza, ha eliminato  la persona sbagliata nel momento  sbagliato, e soprattutto  ha  preso con sé oggetti che non doveva.» Shelley si rivide ai bordi di quel campo di spighe a Pflugerville, nella contea di Austin. La pistola ancora  fumante stretta nella mano tremula, il viso spappolato di Ron Folberg a terra, il sangue dappertutto. Se solo  avesse ignorato quel congelatore nel bagagliaio, invece di portarlo via… Eudoro riprese il posto del confratello nel ruolo di inquisitore, non prima di essersi scolato con impazienza il  bourbon nel bicchiere di cristallo. «Da quel momento in poi, Miss Copeland, non ne ha combinata una giusta, tentando di fregare tutti e sparire  dalla   circolazione.   Vede,   i   federali   sono   solo   un   gruppo   di   allocchi,   dopotutto.   Della   polizia   non   parliamo  nemmeno, e perfino  i servizi  segreti  si  possono  aggirare  con relativa facilità, sapendo  come  muoversi;  lo  sa  meglio di noi. Ma la nostra organizzazione è differente. Noi non lavoriamo per un misero assegno settimanale,  per tirare a campare; non siamo insignificanti ingranaggi di una burocrazia mastodontica e cieca. Noi esistiamo  solo per portare a termine la missione affidataci millenni fa, null’altro. Con la consapevolezza della Storia, in  nome della sicurezza della razza umana, per conservare lo stato delle cose. Siamo imprescindibili, perché legati  alla natura stessa. Siamo custodi dell’umanità e lo saremo sempre.»
I due confratelli si scambiarono una rapida occhiata soddisfatta, Eudoro sentì un fremito salire lungo la spina  dorsale. Eccellente. La vecchiaia incombente perlomeno gli scioglieva sempre più la lingua. «Non   avrebbe   dovuto   spingersi   fino   a   questo   punto,   Miss   Copeland.   È   stata   una   mossa   sconsiderata,  incosciente.   Per   quale   ragione   poi?   I   contanti   non   erano   abbastanza?   Ora   si   metta   nei   nostri   panni,   cosa  dovremmo…» Albino si sovrappose. «Le voglio spiegare in breve alcune cose su Al­Hàrith, mi ascolti bene. È una sostanza molto pericolosa, non  ancora identificata con precisione, nonostante esista da millenni. Può uccidere o soggiogare le menti, è in grado  di controllare la volontà. Una scoperta che potrebbe cambiare il mondo, ma anche danneggiarlo senza rimedio,  se cadesse nelle mani sbagliate…» Una  pausa  lunghissima,  ognuno  la  spese  con  la  proiezione  mentale   dei propri  scopi,   senza  intenzione  di  interromperla. I confratelli avevano il coltello dalla parte del manico, la vittoria in tasca. Disponevano di Miss C a  piacimento; catturata, legata e sotto shock. Giocavano un po’, come il gatto col topo. Shelley   Copeland   era   invece  ancora   appesa   alla  frase  di   Albino.  “Può   uccidere   o   soggiogare   le   menti…”  Perché mai era sopravvissuta? Conosceva poco o niente di Al­Hàrith, non aveva mai letto bene quello strano  fascicolo  di cuoio  nero, né  aveva interpellato  qualcuno  al riguardo. Ora rimpiangeva  di non  averlo  fatto, di  essere stata troppo in balia degli eventi senza l’aiuto di nessuno. Tutto sbagliato. Poi ebbe un impulso spavaldo: era il momento di bluffare. «Pensate davvero di essere gli unici a sapere di Al­ Hàrith? Non è così. La  CIA  lo conosce da tempo. Avete presente  MK­Ultra? Avete sentito parlare di  LSD? Potrei  darvi informazioni interessanti, insieme a un bel gruzzoletto che tengo nascosto.» Shelley ci provò, interpretò con sufficiente vigore la parte della fascinosa corruttrice senza scrupoli. Ma era  stanca, svuotata, poco era rimasto della sua capacità persuasiva. Eudoro   e   Albino   sorrisero.   Avevano   appena   ottenuto   la   certezza   che   la   donna   fosse   solo   una   pedina  insignificante. Il patetico tentativo di bluffare, propinandogli notizie origliate in giro, parlava da solo. Al­Hàrith  non aveva nulla da spartire  con  quella  porcheria chimica  con cui  la  CIA  giocherellava  da un  po’, ma questo  Shelley Copeland non sembrava saperlo. La sua ignoranza era fin troppo eloquente. «Non arrivi a conclusioni affrettate, Miss Copeland, e soprattutto non parli di cose che evidentemente non  conosce. Lei sta giocando con Al­Hàrith, e questa non è una pratica consigliabile…» Albino diede il meglio di sé, continuando a parlare in modo suadente, ma Shelley Copeland non stava più  ascoltando. Non avevano abboccato all’amo. Troppe parole. Le stavano rivelando troppo. Parlavano e parlavano,  ed erano riconoscibili, a volto scoperto. Un pessimo segno. Le labbra secche e screpolate mormorarono con un filo di voce le parole di un vecchio brano swing, lento e  struggente,   di   cui   ricordava   alla   perfezione   le   note   tristi   di   sassofono   alto   e   pianoforte,   ma   non   il   nome  dell’autore. Bye-bye cruel world.
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La villa dell’Ariete, il rito
Galeno era pronto da parecchio e ormai spazientito, quando la porta in fondo alla stanza si aprì di colpo facendo  apparire due uomini avvolti in cappotti scuri. A sua insaputa era stato prescelto Nicostrato come suo compagno  per portare a termine il lavoro. Gli sfuggì una smorfia, incrociò le braccia, immobile. Nulla da eccepire  dopotutto, Severo era ancora un ragazzino per quel tipo di operazioni e non avrebbe avuto senso impiegare  ulteriori forze. Nicostrato sapeva il fatto suo e garantiva nervi saldi, lo aveva dimostrato più volte, anche accanto  a lui. Non gli avrebbe fatto che comodo. I   due   funzionari   dell’Ariete,   Eudoro   e   Albino,   avevano   deciso   tutto   in   fretta   e   furia,   dopo   la   breve  chiacchierata con Shelley Copeland. Galeno era stato incaricato dell’esecuzione secondo l’Antico Rito previsto  dalle leggi millenarie dell’Ariete per i “Prescelti”, i portatori sani di Al­Hàrith. Una cerimonia solenne di cui tutti  avevano sentito parlare ma a cui nessuno aveva mai partecipato di persona. Una sacra e fascinosa leggenda. Si sentiva calmo e concentrato, freddo nei pensieri, con una sola idea fissa in testa: sarebbe stata la sua ultima  azione   per   l’Ariete.   Avrebbe   chiuso   per   sempre   subito   dopo,   con   un   sorriso   in   faccia,   ringraziando   tutti   e  ritirandosi da qualche parte ad abbrustolire le chiappe per un po’. Nicostrato gli si fermò a due metri di distanza, mentre la porta si chiudeva alle sue spalle. Aveva addosso  odore di donna, era stato buttato giù dal letto, con ogni probabilità. «Mi scuso per l’attesa, Galeno.» Notò che lo sguardo dell’uomo che lo aspettava si era fermato sul colletto  della giacca grigia; si aggiustò gli abiti e continuò. «Sono a disposizione per preparare i dettagli dell’esecuzione.» «Non appena i funzionari ci faranno avere le istruzioni e il materiale, ripasseremo insieme ogni dettaglio.» Rimasero   entrambi   immobili,   quasi   scordarono   la   presenza   tra   le   stesse   mura   di   Albino,   il   confratello  maggiore in grado. Si trovava a pochi passi dalla porta, in disparte, mimetizzato con lo sfondo. Fece il suo primo  movimento togliendosi i guanti di camoscio marrone scuro. «L’Antico Rito va eseguito nel massimo rispetto delle regole, senza possibilità di errore. Si tratta in verità di  poche operazioni, da compiere con rapidità e fermezza. Siete perfettamente in grado di portarle a termine. Il  portatore sano è inerme, molto indebolito. Se preferite, la addormenteremo del tutto, ma non potremo esagerare  col   dosaggio   di  sedativi   nel   suo   sangue.   Dovrete   avere   la  mente  sgombra,   concentrarvi   sugli   aspetti   tecnici  dell’esecuzione. È fondamentale il corretto utilizzo del pugnale dal basso verso l’alto, per far confluire il sangue  nel manico attraverso il solco della lama.» La vittima avrebbe dovuto quindi essere colpita in un particolare punto del corpo, ad esempio sotto il mento o  meglio ancora dietro la nuca. In questo caso l’arresto fulmineo delle funzioni cerebrali avrebbe lasciato il cuore  pompare  sangue  ancora per preziosi istanti, agevolando  le  operazioni di dissanguamento  del portatore sano  sacrificato. Nel   contempo,   Eudoro   sedeva   silenzioso   di   fianco   al   letto   nel   quale   Shelley   Copeland   giaceva   legata.  All’interno della stanza illuminata da un mattino soleggiato, l’aria era riscaldata e stantia. Tra loro soltanto una  sentenza di morte non annunciata, seppur certa. Una calma impregnata di attesa e angoscia. Eudoro soffriva forse della troppa vicinanza alla condannata. Sentiva germogliare in sé preoccupanti impulsi  di pietà umana e pena. Shelley Copeland era sdraiata esanime con gli occhi socchiusi, svuotati di ogni vitalità e  senza obiettivi a cui mirare. Non riusciva più a guardare niente. Non avvertiva quasi la presenza dell’uomo  dell’Ariete, così come non percepiva la propria. La sua mente era una superficie lacustre, tetra e intrisa di foschia  impenetrabile. Non avrebbe parlato, non avrebbe risposto a nessuna sollecitazione. Desiderava soltanto pace. I contorni della stanza presero a farsi irreali, soffusi di una luce calda. Shelley sentì l’avvicinarsi di una nuova  allucinazione, evidente frutto dell’esposizione alla sostanza subita durante l’incidente. L’uomo seduto accanto si  voltò verso di lei, ma non aveva più i lineamenti appesantiti del confratello Eudoro. Era magro, piuttosto, il volto  sfilato e ricoperto di una barba incolta e bionda. Il volto di Cristo preso in prestito da un film hollywoodiano  visto qualche tempo prima, forse. Le sorrise e le poggiò una mano sulla fronte. “Puoi sottrarti a questo destino,  se  vuoi.   Sta  a   te   decidere.”   L’uomo  rivolse   lo   sguardo  alla   piccola  porta  presente   in   fondo  alla   stanza,   poi  scomparve, di nuovo sostituito dal corpulento Eudoro. Un lampo illuminò i pensieri di Shelley. L’unica fine accettabile. Raccogliendo le forze, emise pochi versi senza intonazione. «Ho bisogno di usare il bagno.»
Gli occhi di Eudoro rimasero fissi a scrutare il nulla. Soltanto dopo una manciata di secondi, spostando il  busto all’indietro sulla poltrona, diede segno di aver inteso. L’opportunità di esaudire quel piccolo desiderio lo  fece   sentire   più   compassionevole,   umano.   Una   compensazione   ridicola,   ma   Eudoro   non   si   lasciò   sfuggire  l’occasione. Senza dire una parola, si alzò e si mosse in direzione del letto. Shelley Copeland serrò le palpebre, per non  dover vedere così da vicino uno dei suoi carnefici. Eudoro scostò le coperte e allentò le fasce che legavano le  membra della donna, cominciando  dalla parte inferiore  del corpo. La stanza dove  si trovavano  era chiusa  a  chiave dall’esterno, per mano del confratello Albino, e le uniche altre chiavi erano nella sua giacca. Il bagno era  sul lato opposto della vetrata, vicino all’angolo, a pochi passi dal letto. Non avrebbe corso nessun rischio. Miss C  era ancora molto debole, non avrebbe potuto tentare la fuga. Shelley era impietrita. Il fiato pesante dell’uomo le bruciava la pelle, man mano che le fasce si sfilavano. Era  quasi priva di capacità reattiva, lo aveva appena verificato con i primi piccoli movimenti degli arti liberati. Il  pensiero  di  tentare  la fuga  venne  presto  soffocato  dal  disgusto  per  l’evidente   impossibilità  di  farlo.  Si sentì  spacciata. Aprì di nuovo gli occhi solo quando fu del tutto libera, il respiro di Eudoro ormai lontano. Si alzò a fatica e  mosse i primi passi. Indossava una vestaglia bianca di cotone, lunga fino alle caviglie, che si confondeva quasi  con la pallidissima carnagione. Passo   dopo   passo,   trascinandosi,   arrivò   all’ingresso   del   bagno.   Accese   la   luce   e   mise   la   testa   dentro   il  minuscolo locale, puntando gli occhi in alto verso il lampadario. L’espressione del volto si fece fredda. Poi sparì  dietro la porta. La fine di tutto. Il   Sacro   Pugnale   dell’Ariete   fu   sguainato   da   Albino,   sotto   gli   occhi   spalancati   dei   due   uomini   incaricati  dell’esecuzione.   Toccava  a lui  e   a nessun  altro.  Il  suono  metallico   della  lama  che  sfregava  contro  la  guaina  echeggiò sinistro, risvegliando le loro coscienze, trapassandole. Si scambiarono sguardi scuri. Il   contatto   fisico,   fianco   a   fianco,   di   Galeno   e   Nicostrato   cominciava   a   ridurre   la   coltre   di   freddezza  indispensabile per compiere un atto omicida. Il ghiaccio si riduceva sguardo dopo sguardo, mentre osservavano  sempre  più nervosi il funzionario  Albino  maneggiare  l’equipaggiamento  estratto  da un’antica cassa di legno  intarsiato. Galeno fissò la lunga, affilatissima lama d’argento balenare nella penombra. Stava per arrivare il momento in  cui avrebbe dovuto brandirla al cospetto di Miss C e, senza pietà, infilargliela dentro il cranio, appena sotto la  nuca. Albino scandì il suo nome e gli porse l’arma perché prendesse confidenza con essa. Nicostrato intervenne. «Ci sarà un lago di sangue… E se Miss C non dovesse morire subito?» Albino rassicurò il confratello. «Vestirete lunghe tuniche nere e guanti protettivi, e non dovrete comunque  occuparvi delle pulizie… Il portatore sano morirà dopo qualche istante, per cessazione dell’attività cerebrale. In  ogni  caso  sarà  sedato  e  non potrà  reagire in alcun modo. Assicuratevi invece che il resto del corpo non  venga  danneggiato, altrimenti l’operazione di dissanguamento del cadavere potrebbe risultare più difficile.» Un merlo svolazzò via da un cespuglio imbiancato, appena fuori dalla finestra. I tre si voltarono di scatto. Nel bagno lunghe strisce di tessuto. Lembi di cotone bianco di misura quasi identica. Uno sopra l’altro, appoggiati sul piccolo sgabello di ferro accanto al lavandino. Il lavoro divenne più facile dopo aver strappato i primi brandelli della vestaglia, ottenuti a fatica, aiutandosi  con lo spigolo aguzzo del mobiletto a specchio. Seguendo la trama del tessuto, Shelley creò strisce di circa un  metro di lunghezza, larghe pochi centimetri. Ne fece almeno una dozzina prima di fermarsi per un istante, lo  sguardo gelido e spento. Era sempre più simile a un fantasma. Poi spostò  lo sgabello  sotto il lampadario a muro  attaccato al soffitto. Vi salì  sopra con i piedi e barcollò,  evitando  di cadere  per  un soffio. Riuscì  infine  a sfilare  il plafond  rotondo  che  copriva  la semplice  struttura  ferrosa, con grande sforzo, allentando poco alla volta la vite infilata nel mezzo. Scese dallo sgabello e appoggiò il  disco di vetro opaco  sul bordo della vasca da bagno, poi guardò di nuovo in alto, accecata dalla cruda luce  bianca della lampadina. Sotto il plafond, un gancio di metallo, spesso e resistente. Quello che cercava.
Galeno fece scorrere in modo rapido gli occhi sul foglio che teneva tra le mani. Non poteva credere di dover  recitare tutto quanto stava scritto lì sopra, prima di poter colpire Miss C con il Sacro Pugnale dell’Ariete. Gli  parve  grottesco,  ma sapeva bene  che  nessun  commento  avrebbe  fatto desistere  Albino  dal  rispettare  i rigidi  canoni dell’esecuzione, in vigore dai tempi dei padri pellegrini e dei roghi di Salem. Da quando l’Ariete era  sbarcato in America. Lo sguardo rassegnato di Nicostrato sembrò confermargli la stessa conclusione. Schiarì la voce con un paio di colpi di tosse, mentre una goccia di sudore freddo gli disegnava una scia lungo  la tempia destra, e vestì per la prima volta i solenni abiti del giustiziere dell’Ariete. Svegliati Dio del tutto che plasma gli uomini, gli animali piccoli e grandi, i serpenti, i pesci, gli uccelli, che  separa le membra, colora le pelli e volge le lingue per esprimersi in modi diversi. Khnum­Ra, Signore di  Esna, magnifico Ariete la prima volta. Tu sei lo sguardo stesso di Ra, il figlio sacrosanto nato all’aurora… Le strisce di tessuto furono legate insieme e intrecciate fra loro, con notevole perizia. L’aveva visto fare parecchie  volte, durante i corsi federali di addestramento per missioni pericolose in territorio ostile. Creare una sorta di  corda resistente al peso del corpo. Tutto era chiaro per Shelley Copeland, non c’era più spazio per le esitazioni e i ripensamenti. Non sarebbe mai  caduta   nelle   loro   mani.   Sentiva   dentro   di   sé   una   spaventosa   pulsione   all’annientamento,   cresciuta   piano   e  inesorabile  da quando era accaduto  l’incidente. Come se nulla avesse più importanza, dopo aver respirato  e  portato dentro di sé l’essenza maligna, i demoni di Al­Hàrith. Non aveva paura, non provava nessun timore. Era  la cosa giusta da fare, dopo aver giocato d’azzardo per troppo tempo. Le   mani   lavoravano   in   modo   frenetico   e   preciso,   senza   tremore,   con   una   vitalità   sorprendente:   l’euforia  dell’ultimo disperato slancio prima di andarsene. La corda di tessuto era fatta, resistente e minacciosa davanti ai  grandi   occhi   verdi,   ombrati   di   disincanto.   Esitò   un   istante,   agitandosi   per   la   prima   volta   da   quando   le   era  balenato in mente il piano di morte, poi si concentrò per ultimare il nodo a cappio. Akhet, o ardente fulcro di vita, posa la tua mano su di noi e accompagnaci fino al divenire di Peret, tua  amante e tua prosecutrice. Siamo in te grazie a Khnum, unico dispensatore di forza. Noi, quelli della sabbia,  con il fico possiamo addolcire il tuo cuore e prepararti alle inondazioni, con la vite possiamo adornarti il  capo e aiutarti a salire nella pienezza. Con la punta affilata del Sacro Pugnale possiamo infine tracciare i  confini sulla sabbia e proteggerti da Seth, con l’offerta della nostra fede… Shelley  si osservò per un attimo  allo specchio, pallida e lucida come  una bambola di porcellana, fissando  le  grosse  occhiaie   che  le  segnavano  il  volto  e i  graffi  rossi  sul  collo  e  lungo   le  braccia.  Aprì  appena  le  labbra   screpolate e le mosse, quasi a voler sussurrare una parola, un ultimo pensiero, ma non fu in grado di dire nulla. Nessuna accusa, nessun testamento. Si diresse verso lo sgabello e, salendovi, alzò le braccia al soffitto. Si accorse infine della voce del carceriere,  proveniente da dietro la porta, ancora abbastanza calma ma dal tono insistente. Non fu in grado di distinguere le  parole, per quello che potevano importare. «Solo un momento, la prego. Arrivo subito.» Fu tutto quello che riuscì a dire, in modo lento e meccanico,  giusto per fargli sentire la sua presenza e tranquillizzarlo. Per evitare sorprese durante l’atto conclusivo. Osservò le proprie mani far passare la corda di tessuto attraverso il gancio, sopra la sua testa. Tutto accadeva  in   modo   rallentato,   angosciante.   La   luce   forte   le   torturava   le   pupille.  Annodò  più   volte   i  lembi  tra  di   loro,  stringendo forte, senza fermarsi. La corda fu fissata al gancio. D’improvviso accelerò in modo brusco ogni movimento. I battiti del cuore impazzirono. Cacciò con foga la  testa dentro il cappio e strinse il nodo fino alla misura del collo, per non prolungare l’insopportabile supplizio,  per non arretrare. Il cuore le pulsava in gola. E adesso sia la tua volontà di sacrificio, secondo il verbo dei Sacri Riti di Khnum. Sangue di Al­Hàrith,  prodigioso e indicibile mistero, per mano di questo Pugnale sgorga e conserva il tuo segreto per sempre. Occhi asciutti, labbra serrate. Spinse via lo sgabello da sotto i piedi. Il rumore fece esplodere le urla dell’uomo  dell’Ariete, oltre la porta. La corda si tese.
Oscillò nell’aria. La morsa alla gola si strinse, sempre di più, per interminabili secondi. Il respiro soffocò e il suo volto si fece  livido. Bye-bye cruel world. I pugni violenti di Eudoro contro la porta chiusa batterono il tempo dell’ultimo soffio di vita di Miss C. Gli  altri   confratelli   si   precipitarono   nella  stanza   mentre  Eudoro   tentava   di   sfondare  la   porta.  Dopo   qualche  istante la serratura cedette. «Cristo… si è impiccata! Tiratela subito giù!» Silenzio assoluto. «È andata… collo spezzato.» «Il rito è andato a puttane, merda!» «Si fotta il rito, adesso dobbiamo dissanguarla, prima che la circolazione si fermi del tutto.» Seguirono alcuni minuti di caos totale. I confratelli si aggiravano attorno al corpo, urlando frasi sconnesse. Poi udirono gli spari.
27
I sentieri di Seth Andivor, baia del Massachusetts, New England, agosto 1692
Abigaill quella mattina non si sentiva bene, si era svegliata con una leggera febbre e la fronte imperlata di  sudore. Il cielo era ancora scuro, l’aria salmastra penetrava gli interstizi nel legno della casa. C’erano molte cose  da fare, come ogni giorno, e lei non indugiò nemmeno un istante, nonostante il malessere. Infilato il lungo vestito  nero, il grembiule e la cuffia bianca, scese in cucina per preparare la colazione al marito Ebenezer. Il fuoco  scoppiettava nella stufa, l’acqua stava per bollire. Mentre rimestava le uova e riattizzava la fiamma, forti ondate  di calore e vertigini le investirono il petto e la testa. Le tempie pulsarono. Si mise a sedere a capotavola,  stringendo le palpebre, brividi le percorrevano il corpo. Si alzò, decisa ad andare fino al pozzo a prendere un  secchio d’acqua fresca, per immergere il viso e fare impacchi sulla fronte. Stava per uscire, quando il crocifisso sopra la porta girò la testa verso di lei. Accorso   al   tremendo   urlo   della   consorte,   Ebenezer,   ancora   in   camicia   da   notte,   la   trovò   in   lacrime,  singhiozzante, accucciata accanto all’uscio. In ambasce stringeva le ginocchia al petto. Le sfiorò la fronte bollente  e tentò di tranquillizzarla. Abigaill tremava, sputava parole senza senso fra i denti serrati. L’uomo la sollevò, la  portò in camera, le tolse il vestito e la mise a letto. Sotto la coltre, la giovane signora Barker rivedeva all’infinito il  volto sacro seguirla con lo sguardo e il capo. La fattoria più vicina era quella di Foster, suo cognato. Spronando il cavallo, Ebenezer percorse veloce le poche  miglia con il vecchio carro. Era una giornata soleggiata e ventosa, sua sorella Rose stava stendendo le lenzuola  appena lavate. Candidi fantasmi svolazzanti sulla scogliera. Rose   abbandonò   le   faccende   per   andare   col   fratello,   si   occupò   di   Abigaill   per   tutto   il   giorno,   facendole  impacchi e preparando decotti di erbe per far scendere la febbre. Dopo un paio di giorni, Abigaill sembrava  ristabilita. Ebenezer tirò un sospiro di sollievo e Rose rimase, col permesso del marito, a casa loro ad aiutare la  cognata nelle faccende domestiche. La mattina del quarto giorno, mentre le donne preparavano uno stufato in attesa dei mariti, Abigaill sentì uno  strano sospiro alle spalle. Fece finta di niente, ma quando il rumore crebbe cominciò a guardarsi intorno, agitata. Rose   stava   per   stendere   il   pane,   quando   Abigaill   vide   un’ombra   passare   rapida   dietro   la   porta.   Deglutì  spaventata e con gli arnesi da cucina ancora in mano si diresse verso l’uscio. Sporse la testa e fece appena in  tempo a vedere delle enormi zampe caprine sparire al piano di sopra. Il rumore secco del cucchiaio di legno sul  pavimento fece accorrere Rose. Abigaill boccheggiava, appoggiata allo stipite. La febbre era tornata. Dopo   averla   messa   a   sedere   e   averle   dato   un   bicchiere   d’acqua,   la   sorella   di   Ebenezer   la   strinse   a   sé,  accarezzandole la testa come fosse una bambina. La  mattina  seguente  il  marito   andò  a  Essex   per   chiamare  il  medico.   Non  appena  lo  vide  arrivare,   il dottor  Maughman   sospese   subito   l’estrazione   di   un   molare,   dicendo   di   avere   un   caso   urgente   di   cui   occuparsi   e  chiedendo al malcapitato di tornare l’indomani. Il poveretto annuì, stizzito ma rassegnato. Senza aspettare che Barker bussasse, uscì con il tricorno in una mano e la borsa di cuoio nell’altra. Ebenezer  rimase a bocca aperta, quando Maughman gli chiese se si trattasse della moglie. Non poté fare altro che annuire  e rimontare sul carro: il medico era già a cassetta. Ascoltò l’uomo solo qualche minuto; poi sembrò immergersi  nei pensieri, strisciando nervoso le dita sulla fibbia decorata della borsa. A casa Barker, Maughman  rimase  solo  con la giovane  donna che  era in preda a una  sorta di incoscienza  agitata. Le si avvicinò, con un bisturi le incise in profondità un polpastrello, fece stillare il sangue in una piccola  ampolla, richiusa subito con cura. Poi prese dei fogli dalla borsa e li mise nel cassetto del comò. Posò il palmo  della mano sugli occhi di Abigaill, sfiorandoli appena e sospirò con una vena di tristezza. Dopo la visita tranquillizzò la famiglia: si trattava di un’innocua febbriciattola. Disse loro di pazientare ancora  qualche giorno e di farle bere tisane di tarassaco, per depurarle il sangue. Di darle poco da mangiare e di evitare  in modo assoluto l’orzo. Chiese a Ebenezer di riaccompagnarlo a Essex, rassicurandolo sulla salute della moglie.  Non pretese alcun compenso, e lo lasciò senza parole.
Giunto alla soglia di casa, salutò ancora Mister Barker. Il suo sorriso sparì con l’allontanarsi del carro. Invece  di rientrare, si diresse verso la casa più grande della cittadina. Si guardò intorno, schermando gli occhi con la  mano, il mare in lontananza era coperto di scaglie d’oro. Afferrò l’anello del battente, una testa d’ariete, e bussò  tre volte. Un attendente del magistrato lo fece entrare, senza preamboli. Quella stessa notte qualcuno si introdusse silenzioso nella stalla dei Barker e in quella dei Foster. Durante   le   giornate   seguenti,   le   condizioni   di   Abigaill   sembravano   stazionarie.   Viveva   in   una   sorta   di  intontimento   continuo   e   si   trascinava   di   stanza   in   stanza,   silenziosa.   Ogni   tanto   Rose   doveva   rincorrerla   e  riportarla a letto. Attorno a lei le cose scorrevano come tutti i santi giorni, Foster si fermava a mangiare a casa Barker e la sera  tornava a dormire nella sua fattoria. Ebenezer andava a lavorare ogni mattina, dando un bacio in fronte alla  moglie e ringraziando la sorella per l’aiuto. Poi, la notte tra il 7 e l’8 settembre, il diavolo visitò di nuovo Abigaill. La trovò Rose, nuda, piena di graffi e lembi di pelle sotto le unghie. Era scesa lungo la scogliera, al chiaro di  luna. L’acqua le lambiva le caviglie, le labbra tumefatte dai morsi. Non appena la cognata si avvicinò, lei si voltò  di scatto: il suo sguardo faceva paura. Parole orribili e sconnesse investirono Rose, seguite da un colpo violento  al viso. Abigaill saltò addosso alla donna con veemenza, mormorando tra sé un nome innominabile. Se Foster non avesse sentito le urla della moglie provenire dalla spiaggia mentre si recava a casa Barker per la  colazione, Rose  sarebbe  morta.  Una volta immobilizzata, Abigaill si contorse  tra le braccia  del cognato  e gli  artigli dei mille demoni che la ghermivano. Svenne. La portarono in casa e mandarono a chiamare il ministro di  Dio a Salem.  Nel cassetto del comò trovarono fogli scritti in modo fitto e confuso, con evocazioni demoniache, formule  magiche e pentacoli. Abigaill era analfabeta.  Pochi  giorni   più   tardi,   le   vacche   di   Ebenezer  Barker  e   quelle   di   Foster   si   ammalarono  e   anche   il   cavallo  presentò i sintomi di una malattia sconosciuta. Il martello del giudice scese impietoso, il rogo arse il corpo di Abigaill per diverse ore, spandendo un odore  dolciastro nell’aria. Il dottor Maughman, il magistrato e il ministro si scambiarono un’occhiata amara, tra la folla.  Maughman fu sul punto di crollare. Essex, nella Provincia della baia del Massachusetts in New England. Anno R R’s & Reginae Gulielmi &  Mariae Angliae & C Quarto Anoq’e Dom 1692. La giuria eletta per grazia di nostro Signore Salvatore, del re e della regina, notifica che Abigaill Barker,  moglie di Ebenezer Barker di Andivor, il giorno ottavo di settembre, ultimo dell’anno suddetto e diverse  altre   volte   e   giorni   ha   di   certo   praticato   &   esercitato   le   detestabili   arti   chiamate   Stregoneria   e   Magia,  perversamente malignamente e scelleratamente ha usato praticare & esercitare alla e nella città di Andivor  nella contea di Essex su e contro Rose Foster di Andivor per tramite delle dette arti oscene. La detta Rose Foster dal giorno e anno suddetto sia prima che dopo fu ed è torturata, afflitta, consumata,  deperita, distrutta e tormentata contro la buona pace di nostro Signore Salvatore. Le leggi e gli atti e la dignità della Corona del re e della regina in questo  caso  hanno  provveduto  a  eseguire la sentenza. (Archivio del Massachusetts, vol. 135, n. 54.)
Epilogo
Shanfeng   ripensava   a   quanto   accaduto   qualche   giorno   prima.   Il  silenzio   del   capanno   disperso   nei   campi  appena fuori Austin era interrotto solo dal ronzio delle mosche. Aspettava Folberg, come da accordi. Gli aveva  promesso   l’ennesimo   rinnovo   della   Section   6,   l’esenzione   dal   Chinese   Exclusion   Act.   Questa   volta   l’ultimo,  quello definitivo. Solo così era riuscito a convincerlo ad andare in quel posto assurdo, in mezzo al nulla. Sentì dei passi, poi una detonazione. Attese qualche secondo, impaurito. Infine si decise a guardare fuori. La  donna   che   aveva   intravisto   a   Baltimora,   fuori   dal   Rosebowl   Residence   insieme   a   Folberg,   lo   aveva   appena  ammazzato: una cosa che più di una volta Shanfeng aveva sognato di fare di persona. Poi era fuggita in auto. Era successo in quel momento. Shanfeng stava per uscire  dal capanno  a controllare  il corpo dell’ormai ex  funzionario  CIA, quando aveva sentito due voci, precedute dal rumore di passi. Uno strano traffico a quell’ora  della notte, per un posto del genere. «È morto, Galeno…» Il fuoco dell’accendino balenò per un attimo sul volto dell’uomo. Shanfeng lo vide dalla  finestra priva di vetri, ma i lineamenti non gli dissero nulla. «E lei è fuggita con Al­Hàrith…» Udire quel nome fu come una fitta al basso ventre. «L’Ariete   non   può   permetterlo,   dobbiamo   fermarla.»   Una   seconda   stoccata.   L’Ariete,   figura   evocativa   di  sensazioni lontane. Erano  dunque   tornati.  La   società   segreta   a  cui  il  professor   Hofstadter  aveva   accennato   qualche  volta   era  ricomparsa sulla scena. O forse no. Forse l’Ariete c’era sempre stato, era solo Shanfeng che si era assentato per un  po’. Tutti all’inseguimento di questa strana cosa, questo potere occulto, lo stesso che lui aveva cercato di donare  a persone che lo avevano sempre sfruttato, o deluso. Un potere che sarebbe stato già morto e sepolto da un pezzo  senza   il   cinese,   e   che   invece   aveva   ucciso   Venta,   insieme   a   chissà   quanti   altri.   L’aveva   offerto   al   governo  americano,  infine,  credendo   di  salvarsi   la  vita e  di  fare  la  cosa  migliore.  Ma  si  era  solo  rovinato  ancor  più  l’esistenza, senza affatto porre fine a quel macabro balletto. La stazione di Baltimora era rimasta come se la ricordava, una scatola solida fatta di linee secche, quasi banali. La  prima volta che era stato nella città del Maryland era arrivato su un treno merci, in un vagone lercio assieme a  un hobo che puzzava di piscio e non faceva altro che ridere avvolto nella sua palandrana. Era giunto lì in preda  a una forte depressione; voleva seguire Folberg e tentare di riprendere i diari del barone Einrich Hofstadter.  L’unica cosa al mondo che gli rimaneva, il lascito della sola persona che lo avesse considerato un amico e trattato  come tale. Ripercorse con la memoria i passi salienti di quella sua prima visita al Rosebowl Residence. Per anni aveva  inviato a quell’indirizzo i documenti su Al­Hàrith, le pagine dei diari, in cambio di protezione e permanenza nel  paese. Si era limitato ad aspettare fuori, davanti all’ingresso, fino a che Folberg non era uscito, accompagnato da  una donna dai capelli rossi. Molto bella. Li aveva affrontati senza sapere bene cosa dire, né cosa aspettarsi in  risposta. Sulle prime, Folberg si era mostrato incredulo e adirato, non si aspettava di trovarlo lì. Era sconcertato,  si sentiva scoperto. Ma alle sue confuse rimostranze e alla richiesta di avere indietro i diari del barone gli aveva  riso in faccia. “Guardati! Non sei niente, non hai niente. Come puoi solo pensare di minacciarmi? Non ti è rimasto nemmeno  il nome, piccolo giallo merdoso! Non ti fare vedere mai più qui, per nessun motivo, o ci penserò io a restituirtelo,  il tuo nome, inciso su una lapide del cazzo.”  Gli era sembrato di intuire una fugace espressione di disgusto sul volto della rossa, quel giorno, alle parole  volgari di Folberg. Quei lineamenti gli erano rimasti impressi; era la stessa donna che aveva udito sparare fuori  dal capanno, in Texas. Alla fine non era il nome di Shanfeng che sarebbe stato inciso su quella lapide del cazzo… Allora era estate, ma adesso la neve copriva le auto in sosta come un lenzuolo bianco, e faceva molto freddo.  Nei pressi di una squallida tavola calda deserta, i fiocchi cominciarono di nuovo a cadere e Shanfeng non sentiva  altro che i suoi passi scricchiolare sul soffice manto bianco. Una Ford dai parafanghi arrugginiti faceva capolino  da un vicolo male illuminato.
Mezz’ora   dopo   il   cinese   guidava   incerto,   su   un’auto   appena   rubata,   sbandando   e   scivolando   sulle   corsie  imbiancate,   verso   il   Rosebowl   Residence.   Era   lì   che   tutto   si   sarebbe   concluso,   ne   era   certo.   Il   freddo   gli  intorpidiva le dita, che sbucavano da un paio di guanti di lana sfilacciati. Batteva i denti e sforzava gli occhi,  trasformando le pupille in spilli d’ebano, per riuscire a vedere la strada. Ormai si sentiva solo un huaqiao privo  di identità, il suo nome storpiato, la sua patria scomparsa assieme alla sua identità in un archivio dell’ufficio di  Folberg. Ma cosa gli aveva dato la sua terra natia, se non dolore? Preso a calci come un cane dagli invasori, usato da chi  avrebbe   dovuto   liberarlo.   Provava   rabbia,   rancore   e   tristezza.   Tristezza   per   le   speranze   disilluse   che   aveva  riposte nel figlio ingrato del suo mentore, l’odioso Dietrich Hofstadter, per l’assurdità del mondo occidentale che  stava divorando ogni cosa, che gli aveva portato via in un momento di follia anche Venta, e con lei il suo amore. Arrivò infine a destinazione, in Griffiths Avenue, parcheggiando in un vicolo di fronte all’edificio; un buon  posto per aspettare: riparato ma con un’ottima visibilità. Poche ore dopo, la rossa uscì con passo spedito dal Rosebowl Residence, salì su un’auto nuova fiammante e  partì decisa. Shanfeng fece per mettere in moto a sua volta, ma l’avviamento del suo catorcio non volle saperne.  Mentre stava ancora bestemmiando dèi nei quali non credeva più da tempo, si avvide che un’altra auto si era  accodata  a quella  della  donna.  Pochi   secondi   ancora,   ed entrambe  le  macchine  ripassarono  davanti  alla  sua  postazione: avevano fatto solo un giro dell’isolato, forse una precauzione, e infatti a quel punto una terza auto si  unì   alla   processione.   Proprio   quando   il   rottame   si   avviò   tossicchiando.   La   fortuna   era   dalla   sua,   con   tutta  evidenza. Fece appena in tempo a svoltare a sinistra, dove avevano girato le tre auto, e a vederle muoversi come pedine  impazzite   nel   traffico   innevato   del   mattino.   Non   aveva   speranze   di   poterle   seguire   da   vicino,   ma   rimase  concentrato al volante. Osservò gli spostamenti a suon di clacson degli altri mezzi in circolazione davanti a lui,  per intuire in quale direzione dirigersi. Sterzò un paio di volte in modo brusco, schivando auto e pedoni. Poi   un   lampo   improvviso,   il   rumore   di   uno   scoppio   lontano.   Un   brivido.   Nell’avvicinarsi   all’incrocio  successivo, notò subito uno strano movimento tra i passanti e le auto in sosta. Tutti guardavano dalla stessa  parte. Un presentimento prese forma nella sua mente. Inchiodò. Sulla sua sinistra si scorgeva del fumo, un’auto ferma in mezzo alla strada, all’imbocco di un vicolo:  una delle due che seguivano la rossa. Ferma sul ciglio destro della via l’altra macchina che stava pedinando, a  debita distanza. In mezzo, un fumo fitto, sibilante, spaventoso. Shanfeng accostò, facendo tossire il motore fino  allo spegnimento. Al­Hàrith. Non c’era dubbio. Eccolo di nuovo spettatore dell’orrenda rappresentazione. Quella donna, che  camminava   attorno   alla   sua   auto   distrutta,   sembrava   posseduta,   vuota.   Un   uomo   a   terra   in   preda   alle  convulsioni. Sentì il cuore battere forte dentro il petto, si passò una mano sul volto. Il terribile “respiro di Seth”…  C’erano riusciti, gli americani. Lo avevano in qualche modo riprodotto. Venta.   La   mente   volò   a   Venta,   al   suo   sorriso,   alla   pelle   chiara,   a   quei   modi   semplici   e   adorabili.  All’esperimento  di quel diavolo  fatto persona di Dietrich Hofstadter. Sentì una voragine  dentro  riempirsi di  dolore e rabbia. Altre vittime, altri sacrifici per il terribile segreto che aveva contribuito lui stesso a diffondere nel  mondo. Shanfeng arrivò fino all’orlo del baratro in quell’istante, nella confusione densa di rumori, urla, odori  nauseanti per le strade della periferia di Baltimora. Avrebbe potuto caderci dentro  da un momento all’altro,  abbandonandosi per sempre. Sirene di ambulanze, veicoli della polizia, grosse auto scure. Gruppi di curiosi, barelle trasportate di corsa da  uomini in camice bianco, un cordone di poliziotti tutt’intorno. Il cinese respirò piano e in modo regolare fino a  riprendere il controllo, poi strinse ancor di più le dita aggrappate al volante. Doveva aspettare. Portare a termine  un compito a quel punto essenziale. Fermare la carneficina, salvare le vittime. Magari cominciando proprio da  quella donna rossa; data la situazione, gli ricordava Venta. La stavano portando via proprio in quegli istanti,  quattro uomini attorno alla sua barella. La destinazione la carpì senza difficoltà, avvicinandosi all’ambulanza tra  le facce che urlavano. Johns   Hopkins   Hospital,   il   grande   complesso   alle   porte   del   centro   della   città.   Shanfeng   sapeva   di   dover  osservare, attendere. Che cosa non sapeva bene, ma sentiva che ci sarebbe stato qualcosa, lo sentiva nelle ossa.  Voleva   avvicinare   quella   donna,   parlarle   forse,   provare   a   dividere   il   dolore   con   lei.   Non   aveva   fame,   non  dormiva da parecchio, ma non gli importava.
Approfittò  della confusione  dovuta all’arrivo delle ambulanze per passare  oltre l’accettazione  senza essere  fermato, e poco dopo  il bancone di accoglienza trovò quello che cercava: la stanza degli addetti alle pulizie,  vuota. Si sarebbe mischiato alle facce degli immigrati orientali, che in un ospedale potevano svolgere un solo  ruolo senza dare nell’occhio. Pochi minuti dopo camminava per i corridoi, insaccato in una tuta da lavoro blu,  trascinandosi dietro il carrello con i secchi e le scope. Un inserviente, uno fra i tanti, senza volto e senza storia. La  sua vita. Le speranze di avvicinare la donna, però, vennero subito frustrate. Individuare la stanza era stato facile, era la  35, ma era sotto stretta sorveglianza. Uomini del governo, era evidente. Entrare sarebbe stato impossibile. Proprio   mentre  passava  a  testa   bassa   davanti   alla   porta  piantonata,  incrociò   un   medico.   Che   non   era  un  medico, nonostante il camice bianco. Un lampo: lo stesso uomo che aveva constatato la morte di Folberg fuori  dal   capanno   nel   cuore   della   campagna   texana,   a   Pflugerville.   I   suoi   lineamenti   erano   stati   rivelati  dall’ondeggiante   bagliore   della   fiamma   di   un   accendino.   Pochi   secondi   che   a   Shanfeng   erano   bastati   per  imprimersi quel volto nella memoria. L’Ariete voleva la donna… No, voleva il sangue della donna. L’inserviente orientale si diresse lento verso l’uscita. “Se non puoi rubare al padrone, ruba a chi ruba al padrone.” Era un detto in uso fra i ragazzi di strada a  Shanghai, i piccoli disperati. Non credeva che gli sarebbe più tornato utile. Intercettò l’uomo dell’Ariete subito  oltre i cancelli del Johns Hopkins. Era già una fortuna che non avesse  deciso   di   usare   una   delle   uscite   secondarie,   e   lo   prese   come   un   buon   segno.   Il   tizio   era   salito   dal   lato   del  passeggero   su   una   Chevrolet   grigia,   che   lo   aspettava   nel   parcheggio   antistante   l’ospedale.   L’auto   si   avviò  all’istante.   Shanfeng   rivolse   una   silenziosa   preghiera   ai   propri   morti,   poi   riprovò   il   contatto   dei   cavi   per  l’accensione. Il motore partì. Per un tratto che gli sembrò eterno seguì l’auto a distanza, cercando di non farsi vedere. La neve che cadeva  copiosa gli offrì una buona copertura. La Chevrolet d’un tratto rallentò, slittando sul terreno e lasciando due  solchi marroni sul vialetto d’ingresso di una villa a due piani, con un piccolo parco attorno. Shanfeng passò oltre  il cancello  e scomparve  dietro  una  curva,  sfiorando  una palizzata  di legno  con la fiancata  sinistra  dell’auto.  Accostò e spense il motore. Il silenzio improvviso gli diede in qualche modo conforto, come se fosse sprofondato  in un letto morbido. Appoggiò la fronte al volante senza staccare le mani, trattenne il fiato fino a scoppiare. Ore 1.40 a.m. Era   la   terza   notte   che   passava   nell’auto,   parcheggiata   ormai   fissa   appena   dentro   la   macchia   di   alberi  prospiciente   il   cancello   della   villa.   Sarebbe   assiderato,   se   non   fosse   stato   per   la   vecchia   e   spessa   coperta,  abbandonata sul sedile dal precedente proprietario. Quel puzzolente straccio di lana gli aveva salvato la vita. Le  ginocchia  gli  dolevano   con  intensità,  l’unica  sensazione  vivida  che   rompeva  lo   stato   di  ipnosi   indotto  dalla  stanchezza. Decise di sfidare il freddo notturno per sgranchirsi con una passeggiata. Proprio mentre camminava  piano,   succhiando   una   manciata   di   neve   per   dissetarsi   e   aspirando   dolorose   boccate   d’aria   gelida,  l’autoambulanza arrivò. E con essa il momento così a lungo atteso. Erano passati diciotto anni da quando era sbarcato nella terra della libertà e della fortuna; aveva trovato odio,  disprezzo, cupidigia,  violenza   e   infelicità,   ma   di  libertà   non   c’era   traccia.   Appena   sceso   dalla   nave,   pieno  di  speranza, era finito nelle grinfie di un burocrate come Ronald Folberg e da allora aveva vissuto nel ricatto. Le  moderne leggi della democrazia sembravano escludere i cinesi, popolo segregato in terra americana. Il lavoro  che aveva trovato nella fabbrica di fuochi d’artificio rendeva meno di quanto potesse bastare per un’esistenza  dignitosa. L’unico rimedio per garantirsi la sopravvivenza era continuare a usare i diari e i taccuini. Ancora una  volta il vecchio barone Hofstadter gli veniva in soccorso. Folberg non aveva capito subito di cosa si trattasse e aveva preso tempo, tenendo Shanfeng in sospeso. Poi,  una volta avuto responso positivo sulle prime pagine ottenute in cambio dell’esenzione Section 6, gli era stato  addosso per anni.
La guerra e la bufera scatenata dalla caccia alle streghe del senatore McCarthy avevano cristallizzato il paese.  Shanfeng mandava nuovi brani di documenti poco alla volta e Folberg si lamentava sempre di più. In un paio di  circostanze se l’era vista brutta, ma alla fine la tensione si era allentata. Ogni nuova consegna comportava molto  tempo per le analisi. Inoltre Folberg stava facendo carriera nella neonata  CIA e si era lasciato distrarre dalla bella  vita, dalle donne, da vizi di ogni tipo.  Ora,   quell’assurdo   epilogo.   La   donna,   la   giovane   rossa   coinvolta   nell’incidente   di   qualche   giorno   prima,  trasportata su di una barella all’interno della villa dell’Ariete da finti infermieri. Si era deciso ad agire spinto più dal freddo e dalla voglia di farla finita che sulla base di un preciso piano  d’azione. Due auto erano parcheggiate nel vialetto d’ingresso, l’ambulanza era stata portata via dagli stessi finti  paramedici che poco dopo erano ritornati alla villa a bordo di una Ford. Nel cruscotto di entrambe le macchine   c’erano le chiavi: i tizi si sentivano al sicuro. L’unico punto a suo favore, per il resto la situazione non poteva  essere peggiore. Aveva con sé solo un coltellino e una tascata di petardi presi in fabbrica, che non avrebbero fatto  male a nessuno. Mentre quelli dovevano per forza essere armati. Ne aveva contati quattro: i due della Chevrolet  che aveva seguito fin lì e i due dell’ambulanza, a meno che non ci fosse qualcun altro già dentro prima del loro  arrivo. Ma anche in quattro erano già troppi. Aveva esaminato la porta principale: troppo robusta per scassinarla senza far rumore. Sul lato ovest della  villa, però, c’era un accesso esterno alla cantina. Legno marcio e serratura arrugginita; la fece saltar via con un  colpo  secco   dell’impugnatura   del   coltello.  Si  infilò  dentro.  L’ambiente  era   ampio   e   oscuro;   attese   più  di   un  minuto per far abituare gli occhi, poi si mosse fra le scaffalature in legno e metallo, perlopiù vuote, fino a trovare   la scala che dava accesso al piano abitato. Ma la porta era chiusa. Provò a forzarla con la lama del coltello, senza  riuscirci. Si chinò per controllare la fessura fra l’uscio e il pavimento. Ci passava sì e no un mignolo: troppo poco  per tentare di scardinarla, senza contare il rumore che ne sarebbe scaturito. Doveva cambiare strategia. Tornò all’esterno e decise di rischiare, avvicinandosi alle ampie vetrate che davano sulla terrazza del piano  nobile, che sul retro della casa erano all’altezza del terreno per via della pendenza. La notte gli offriva ancora un  riparo sufficiente. Si guardò riflesso, con la barba incolta, grigia, e la stanchezza a incavare gli occhi. Distolse lo  sguardo da sé e passò oltre. Nella   prima   stanza   vide   che   la   donna   veniva   accompagnata   a  una   piccola   porta   in   un   angolo,   il   bagno  probabilmente. L’uomo con  lei rimase ad attenderla fuori. La rossa era fasciata da una vestaglia chiara e i suoi  passi erano incerti. Shanfeng strisciò lento verso la seconda vetrata, dove gli si parò davanti uno scenario grottesco. Due uomini –  quello che  aveva riconosciuto all’ospedale e un altro – vestivano lunghe  palandrane  nere, col cappuccio. Un  terzo uomo, senza tunica, stava in disparte. La faccia nota stava leggendo ad alta voce da un foglio che teneva  nella mano sinistra, mentre  nella destra impugnava uno  strano  pugnale  dalla lama triangolare. Il cinese  non  riusciva a udire le sue parole, ma gli sembrava evidente che stessero provando un rito. Un rito sacrificale, e non  era difficile immaginare chi sarebbe stata immolata. Quegli idioti non volevano solo il sangue del portatore sano,  lo volevano pure attraverso un rigido quanto stupido protocollo. E tutto questo nella terra della scienza e della  razionalità. Gli venne da ridere, e proprio allora successe qualcosa. I tre uomini alzarono il capo di scatto, come richiamati da un rumore, poi uscirono tutti dalla stanza. Shanfeng  ne approfittò per saggiare con la lama del coltello  la serratura della portafinestra, che  cedette  con facilità. Si  insinuò dentro, passando subito nel corridoio, fino a che non distinse le voci confuse. «Cristo… si è impiccata! Tiratela subito giù!» «È andata… collo spezzato.» «Il rito è andato a puttane, merda!» «Si fotta il rito, adesso dobbiamo dissanguarla, prima che la circolazione si fermi del tutto!» Shanfeng  chiuse  gli  occhi,  mentre  ogni  cosa   sembrava  girare  intorno   a lui.  Una  forte  sensazione  di  nausea.  Ancora una volta era arrivato tardi. Li riaprì. Non aveva mai ottenuto  ciò che  voleva in vita sua, era il suo  destino: era un distruttore, non un creatore. E dunque avrebbe distrutto anche i piani degli altri, visto che era  l’unica cosa che gli riusciva.
Scese l’ampia scala fino al piano inferiore e poi un’altra rampa, più stretta, verso la cantina. Tirò fuori dalla  tasca i petardi, ancora avvolti in un foglio di carta da imballaggio marrone, e con quest’ultima creò uno stoppino,  che accese con un fiammifero. Poi tornò di corsa al piano superiore, appostandosi nell’angolo cieco del corridoio,  poco lontano  dalla porta della stanza in cui i confratelli dell’Ariete  stavano  ancora cercando  di controllare il  proprio panico. In quell’istante esatto cominciarono le detonazioni. Secche, una dietro l’altra, come una raffica di  mitra. Come previsto, gli adepti si precipitarono verso la cantina. Ne contò tre. Entrò veloce nella stanza: l’uomo in borghese sgranò gli occhi e sollevò una rivoltella. Shanfeng gli si avventò  contro e gli piantò la lama nella giugulare; quando la tolse fu investito da uno spruzzo caldo e scuro. La pistola  cadde a terra e l’uomo barcollò, sputando sangue e rantolando fino al muro. Rimase così, con la schiena contro la  parete e le braccia percorse da scatti irregolari. Il cadavere della donna era riverso su un fianco, la fissità degli occhi non riusciva a cancellarne la bellezza. Se  lo caricò in spalla e uscì sul portico, camminando a passo deciso verso le auto. Appoggiò il corpo sul sedile  posteriore della prima, richiudendo piano lo sportello, poi infilò il coltello nei due pneumatici di destra dell’altra.  Si mise alla guida e partì, sfondando il cancello con facilità. Dopo una decina di curve in salita, piegò a destra, imboccando uno sterrato fra gli alberi, e si perse nella  macchia boschiva. Fermò la macchina dopo circa un chilometro, nel punto in cui lo sterrato fra gli alberi si restringeva fino a  diventare un sentiero, e scese con calma. Si caricò di nuovo il corpo della rossa sulla spalla e continuò a salire,  zigzagando fra i tronchi. Il silenzio era rotto solo dal sibilo del vento fra i rami imbiancati di neve. Proseguì fino  a che le gambe lo ressero, sostenuto più da una vaga volontà che da un disegno prestabilito. Dopo una ventina di minuti, ormai allo stremo delle forze, depositò la donna ai piedi di un ontano. La spogliò, per  poi adagiarla sulla coltre nevosa. Il volto era ancora roseo e la smorfia lugubre e grottesca della morte si era trasformata   in un’espressione di stupore. Dove mi stai portando, e perché? Il   cinese   cominciò   a   ricoprire   di   neve   la   pelle   nuda.   Voleva   accelerare   il   raffreddamento   del   sangue.   La  faccenda andava chiusa con un rituale, in questo l’Ariete aveva ragione. Sperò solo che il suo rito fosse meno  ridicolo del loro. Non so dove ti ho portato, non credo abbia più importanza, ma il perché mi è ben chiaro: nessuno deve ricavare niente da questa storia maledetta. Non il potere, non il denaro, non la salvezza. Non la vita. Meno che mai, la vita. Si fermò  solo quando la donna fu coperta del tutto, con eccezione  della testa. Attese interminabili minuti,  guardando un punto indefinito nel grigioverde della macchia silvestre. Poi tirò fuori il coltello, ancora una volta,  e incise la giugulare del cadavere con un taglio breve. La perdita di sangue fu quasi inesistente. Al­Hàrith era  ormai inattivo. Distrutto.  Ricoprì di neve anche il volto di Shelley Copeland, un nome che non avrebbe mai conosciuto, e si accucciò  vicino al rilievo candido che il suo corpo senza vita formava sotto il ghiaccio. Rivolse lo sguardo al cielo. Le cime  degli alberi si muovevano appena, comunicandosi i segreti del bosco in un codice precluso agli umani. La terra  pulsava sotto di lui. Una   sola   parola,   ripetuta   come   una   lenta   filastrocca,   affiorò   alle   labbra   del   cinese   avvolta   in   nuvole   di  condensa. Arrenditi.
Historia se repetit
Ma sopra tutto maraviglioso è ’l ricorso che ’n questa parte fecero le cose umane […].
GIAMBATTISTA  VICO
Afghanistan sudoccidentale, giugno 2002 Il pugno del primo uomo si sollevò e il manipolo alle sue spalle rimase in attesa silenzioso. Vestivano tute  mimetiche rinforzate e visori notturni ed erano equipaggiati con armi leggere. Erano entrati nella costruzione  scalcinata a un piano senza problemi. L’ingresso era incustodito e il largo corridoio sul quale si aprivano i tre  locali che esaurivano l’intero edificio era deserto. Da fuori si sentiva solo il fremito dei cespugli battuti dal vento;  il centro abitato più vicino era a circa sei chilometri di distanza, ma per trovare qualcosa di vagamente simile a  una  città vera e propria, pulsante  e  rumorosa,  ci volevano  anni luce.  Il primo  uomo  fece  segno  agli  altri di  occuparsi delle due porte laterali, poi indicò se stesso e l’ultimo della fila e annuì verso quella centrale. Tre, due,  uno. Le porte vennero sfondate all’unisono. Nessuno sparò un colpo. Era un laboratorio smobilitato, deserto, ma  non   sembrava  abbandonato  da  molto.  Dalla  stanza  di  sinistra,  i  soldati  portarono  fuori   un  afghano  oltre  la  sessantina, calvo, con rughe profonde sulla fronte e attorno agli occhi. Il colorito delle guance era più chiaro  rispetto a quello del resto del volto, indice di una rasatura recente. Era confuso più che spaventato, come se si  fosse appena svegliato. Il caposquadra gli si avvicinò, accostò il volto celato da elmetto e occhialoni a quello del  prigioniero. “Gli sembrerà di avere a che  fare col fottuto Darth Vader.” Poi gli urlò nell’orecchio: «Taliban?!  Taliban!?». L’uomo si coprì il viso e la testa con le mani: «No taliban no mister no mister no taliban no!». Poi attaccò con  una litania incomprensibile. Il caposquadra fece un cenno alle sue spalle: «Andate a chiamare Abdel. Non si capisce niente». Dopo due minuti un ragazzino entrò nella stanza, occhi azzurri, faccia sporca e cappellino rosso dei Bulls. Il  caposquadra gli offrì una gomma, poi indicò  il prigioniero. «Digli che non me ne frega niente se è talebano  oppure  no,  voglio  solo  sapere  cosa  ci  fa  qui.»  Il ragazzino  si  avvicinò  all’uomo  e  con  poche  parole  riuscì  a  calmarlo, poi tradusse. «Lui dice custode. Ma dice che tutti andati via. Prima russi ai tempi della guerra, molto  tempo fa, poi taliban. Adesso tutti via.» «Chiedigli   dove.   Chiedigli   dove   sono   i   vasi,   le   sostanze   su   cui   lavoravano.   Dove   le   hanno   portate?»   Il  ragazzino tradusse ancora e l’uomo per tutta risposta fece un ampio cenno della mano, gli occhi persi al soffitto e  poche parole gutturali. «Dice oltre il confine, dice non sa bene.» Il caposquadra lasciò la stanza. Un’ora dopo uscì dalla sua tenda e si allontanò nel buio per qualche metro. Pisciò e compose un numero con il  telefono satellitare. Un fruscio e poi la connessione venne stabilita. «Sì, sono Massimo. Trovato niente, come mi aspettavo. Solo un vecchio che mi ha confermato i nostri sospetti.  Il   laboratorio   è   stato   impiantato   dai   confratelli   sovietici   durante   la   guerra   russo­afghana   vent’anni   fa…   Sì,  esperimenti sul campo con cavie umane a costo zero. Poi hanno abbandonato tutto quando l’hanno presa in quel  posto dalla resistenza, e ci si sono messi a pasticciare altri a rotazione. Per ultimi i talebani e adesso chi cazzo ne   so,   ma   se   ne   sono   andati   oltre   confine…   No,   io   non   posso   fare   altro,   ho   già   impiegato   uomini   e   risorse  dell’esercito, delle forze speciali e persino della SAD troppe volte per farci i nostri comodi. Il colonnello è un vero  idiota,   ed   Enduring   Freedom   per   noi   è   stata   una   pacchia   ma   non   posso   tirare   oltre   la   corda.   Già   questa  incursione, guarda, mi sono dovuto inventare… No, no, lo capisco, ma capiscimi anche tu. È un altro paese, ci  vuole qualcun altro. Ora devo andare.» Bam, Iran, dicembre 2004 Centotrentuno scuole, case, moschee, ogni clinica e struttura ospedaliera ridotte a un ammasso di mattoni e  polvere. L’ottantacinque per cento della città rasa al suolo. Arg­e­Bam, la “città morta”, il centro storico vecchio  di tremila anni, con le sue ventotto torri, il suo muro di cinta, i suoi edifici antichi e bellissimi, completamente  distrutto. Ventiseimila morti. Migliaia di feriti, lunghe carovane di sfollati dal viso sporco e terrorizzato.
Il 26 dicembre 2003 un devastante terremoto di magnitudo 6.6 della scala Richter colpiva la provincia di Kerman, nel  Sudest dell’Iran, con epicentro nell’antica città di Bam. Uno dei siti archeologici e turistici più conosciuti della nazione,  con splendide costruzioni di argilla rossa del deserto, fortilizi, scalinate, vicoli, cunicoli e pertugi. A un anno di distanza, molti dei sopravvissuti di Bam soffrivano di grossi disturbi psicologici. Le organizzazioni  umanitarie, Mezzaluna rossa e Croce rossa internazionale in testa, non avevano abbandonato un attimo la popolazione,  fornendo soccorso e assistenza. E un continuo supporto psicologico, con incontri, colloqui, attività ricreative. La vita  degli abitanti di Bam era diventata un inferno, ogni famiglia piangeva la perdita di almeno  un parente  o di un  conoscente. I lavori di ricostruzione non erano nemmeno cominciati e la vita proseguiva nelle tende, in emergenza  sanitaria e alimentare. Molti   parlavano   di   incubi   orribili,   sempre   gli   stessi:   grosse   ombre   scure   che   sovrastavano   tutto,   che  avvolgevano persone e cose e facevano calare il buio assoluto. Il silenzio. L’oblio. La terra che si apre sotto i  piedi. Il cielo che cade, il rumore della fine del mondo. Traumi tipici del dopo terremoto, disturbi collegati alla  perdita di fiducia nella natura, nello stato delle cose. Molto difficili da guarire, impossibili da cancellare dalla  memoria. La   Mezzaluna   rossa   iraniana   organizzava   sostegno   psicologico   per   i   casi   più   gravi.   Alcuni   bambini   che   non  sorridevano più e avevano una strana ombra negli occhi, donne sofferenti e silenziose, anziani che si perdevano in  farneticazioni o preghiere inesistenti. Si diceva che la scossa nella sua azione distruttiva avesse aperto cunicoli chiusi da  secoli, portato alla luce costruzioni e suppellettili sconosciute. Molti archeologi e storici si aggiravano nei dintorni di  Bam per verificare l’accaduto, da mesi ormai. Valutavano il danno storico, studiavano interventi di restaurazione di  quel patrimonio culturale inestimabile, antico e ricco di mistero. Da sempre Bam era una città molto apprezzata sulla  via della seta, dove uomini, merci e culture viaggiavano dal Medio Oriente agli infiniti spazi dell’Asia. Azargoon Rashidi era un’infermiera ventottenne, cresciuta tra Teheran e Stoccolma. Specializzata in pratiche  di supporto psicologico, era una delle addette della mezzaluna rossa al programma di sostegno alla popolazione  di Bam. Era fidanzata con un geologo svedese, anch’egli nell’area dal gennaio 2004. «Niels,   oggi   ho   incontrato   un   altro   anziano   custode   di   Arg­e­Bam.   Lavorava   in   un   palazzo   da   più   di  trent’anni.» «Gli hai fatto le domande?» La giovane coppia cenava nel soggiorno del proprio alloggio. «Sì, quasi tutte ripetute due volte, come mi hai detto tu. Anche se non capisco.» «Cosa ti ha risposto?» Gli occhi di Azargoon si abbassarono. Non le piaceva quello che Niels le aveva chiesto di fare, ma ne era  innamorata e in fondo non faceva alcun male. «Niente di importante. Nessun dettaglio che si possa collegare a  quello che stai cercando. Il poveretto non capiva nemmeno. Continuavo a ripetergli: “Si è svelato il segreto? È  comparso il maligno? Al­Hàrith? Ci sono tracce dei vasi?”. Ma il vecchio mormorava d’altro, in continuazione,  come perso. Non sembrava fingere, le sue pupille non vibravano durante le domande. Ne sono certa, non ne sa  nulla.» «Sei stata brava comunque. Se ne dovessi incontrare altri prosegui con le domande, per favore. È importante  per me, lo sai vero?» Niels Ekland si alzò da tavola, diede un bacio sulla fronte della ragazza e si diresse verso il bagno. Ancora nulla.  Nonostante  le chiacchiere, nulla. Dovevano  rintracciare Al­Hàrith a oriente. Riallacciare  i contatti con i confratelli  asiatici e mediorientali, anche se questi ultimi non ne avrebbero voluto sapere. Erano più di quarant’anni che l’Ariete  occidentale non aveva più il controllo sul “respiro di Seth”. Alcune voci dicevano che il terremoto di Bam avesse  portato alla luce materiale interessante su Al­Hàrith. Nessuno osava sperare in nulla di più di qualche documento,  forse delle suppellettili, un antico pugnale Thalon magari. Ekland era partito subito per l’Iran, e aveva arruolato la  fidanzata – suo malgrado – per la raccolta di informazioni. Persone con disturbi psicologici parlavano di cose strane, in  qualche modo riconducibili al “respiro di Seth” secondo alcuni confratelli. La ragazza, dato il suo ruolo, avrebbe potuto  scovarle. Ma finora non aveva trovato nulla su Al­Hàrith, sul “respiro di Seth”, sui vasi, su “Colei che beve dal vaso”.  Nulla sulla forza eterna, su poteri oscuri, su gas infernali. Nessuno sembrava sapere niente a Bam. Eppure erano già  passati parecchi mesi. Forse davvero non c’era altro. Solo poche informazioni raccolte sul passaggio di Al­Hàrith da  queste parti sulla via della seta, secoli prima.  Niels Ekland si guardò allo specchio opaco sopra il lavandino.
«No, non esiste…» La luce del bagno si spense. Washington
DC ,
Usa, agosto 2006
Cerca il suo  swing, distribuisce  il peso, percepisce  la flessione  della gamba destra e procede  piano  con la  controrotazione. Tutto  misurato sulle  dimensioni del suo  minuscolo  campo. Parte il colpo. La pallina scivola  sulla striscia di erba sintetica, vacilla sul bordo della buca per poi proseguire oltre. «Cazzo.» Le mani si stringono attorno all’impugnatura del putter. La questione è delicata. Pochi millimetri e avrebbe battuto il  record personale. Giocare in ufficio non è come giocare là fuori, ma un record è pur sempre un record. Si avvicina alla  pallina. Ginnastica e allenamento continuo sui fondamentali sono le regole base per giocare bene tutta la vita: grip,  posizione sulla palla e disciplina. Si concentra, calcola la distanza, pianta bene i piedi quando bussano alla porta.  «Robert, ti ho detto che non voglio essere disturbata. Cosa c’è?» Robert ha la voce indecisa. «C’è qui un tizio. Be’ ecco dice che è importante e…» «Se   dovessi   far   passare   tutti   quelli   che   dicono   che   è   importante,   il   mio   ufficio   dovrebbe   essere   aperto  ventiquattr’ore al giorno, trecentosessantacinque giorni l’anno, non credi? Per quale motivo questo… tizio, come  dici tu, dovrebbe avere la priorità?» «Stavo per cacciarlo, anzi a dire il vero quando l’ho visto volevo chiamare la sicurezza. Sembra un barbone.» La presa sul putter si allenta fino a farlo cadere. «Sembra un barbone, ma non puzza.» Robert sgrana gli occhi. «Sì, be’ sì. Ma come fa a…» «Fallo entrare. Dopodiché non passarmi nessuna telefonata, manda via chiunque arrivi fosse anche il padre del  presidente, chiama il mio ex marito e digli che la cena è rimandata.» «Sì, signora.» Un impermeabile grigiastro fuori moda lo avvolge, abbondante. Sul bavero una serie di spillette tonde con il  simbolo della pace o il logo di qualche gruppo anni ’80. La calvizie riflette le luci del lampadario, una coda di  cavallo di capelli grigi che parte dalla nuca e gli arriva a metà schiena. Si inchina con fare plateale. «Senatore. Bentrovata.» Lei si siede senza togliergli gli occhi di dosso, con una non velata diffidenza. «Accomodati… Arpocrazione.» «La buttiamo sul formale. E come dovrei chiamarti senatore? Alcino?» «Così vuole la tradizione.» «Non è molto femminile.» «Non sei qui per parlare del maschilismo della Società.» «Già,   già.»   Lo   sguardo   vitreo   si   posa   sulla   foto   del   padre   del   senatore.   Un   confratello   elegante,   distinto,  appoggiato al bastone con il pomello a forma d’ariete, in oro. Lui si accontenta di un disegno su una spilletta  rosa shocking. «Sono qui perché le cose stanno andando sempre di più nella giusta direzione.» Il senatore inarca un sopracciglio e appoggia il viso nella “L” formata da pollice e indice. «Non ti seguo.» «È dall’Afghanistan che i fatti sembrano darci una mano, o più che i fatti direi i nostri bei caccia bombardieri… che ce  ne fotte se per adesso stiamo solo buoni buoni sulla scia di petrolieri, armieri, eccetera. L’importante per l’Ariete è  risalire la china, no? La guerra al terrore è un treno che non possiamo perdere, in nessun momento.» «Sei venuto a insegnarmi a leggere e scrivere?» «No,   sono   venuto   per   la   tua   influenza   su   altri   senatori.   E   sono   stato   anche   da   Massimo,   l’altro   giorno.   Sto  ricompattando le file dei confratelli, Alcino. Così vogliono i vertici della Società. Dicono che stiamo ripartendo, e questa  volta non ci fermerà nessuno. Dicono.» «Per me non c’è problema.»
«Bene.   Allora   dovremmo   fare   una   piccola   conta.   Dove   abbiamo   già   controllato   e   dove   dobbiamo   ancora  andare… Pare sia il caso di tornare dai nostri amici, in Iran. Abbiamo perlustrato Bam a fondo un paio di anni fa,  ma bisogna buttare un occhio anche su Teheran. Si dice che non possa essere che lì il nostro demonio. Anche  perché dagli altri posti non è saltato fuori nulla finora: Afghanistan, Pakistan, Iraq… qualcuno si è già mosso per  il   Libano,   ma   non   credo   ci   sia   nulla   in   quel   polveraio   assolato,   nemmeno   i   cedri,   ormai.   Il  punto   è   che   lo  scacchiere si sta surriscaldando, e noi dobbiamo cavalcare l’onda. Tutto sta nello scoprire dove hanno nascosto il  “respiro di Seth”, quei maledetti.» La donna fa una smorfia, a metà tra lo strafottente e il disgustato. Si alza dalla poltrona, lasciando una scia  profumata nelle narici dell’ospite. «Arpocrazione, credi nel destino? Non è curioso che il “respiro di Seth” abbia preso questo nome arabo, Al­Hàrith,  seppure non sia nato lì? Solo per il suo passaggio sulla Via della seta, secoli fa. Affascinante. E oggi sembra riapparso  proprio lì. Un segno del destino.» L’uomo, con le mani penzoloni tra le ginocchia, fissa il senatore degli Stati Uniti d’America negli occhi. «Il   destino   è   solo   un   ritornello   che   guizza   attorno   a   qualche   macchia   di   sangue…   Parla   al   presidente,  inventagli qualche balla delle tue. Dobbiamo muoverci verso l’Iran.»
Dizionario di Seth
Ahnenerbe   La Deutsches Ahnenerbe, Studiengesellschaft für Geistesurgeschichte, fu fondata nel 1935 su  iniziativa   di   Heinrich   Himmler,   che   ne   fu   segretario   generale.   La   società   effettuava   ricerche   etnografiche   e  antropologiche sullo “spirito ariano”, per rinvigorire le tradizioni popolari e diffondere la cultura tradizionale  germanica   tra   il   popolo.   In   seno   all’Ahnenerbe   sorsero   circa   cinquanta   dipartimenti,   ciascuno   addetto   a   un  particolare settore d’indagine. Il coordinamento delle ricerche dell’Ahnenerbe venne conferito da Himmler al  letterato   Herman   Wirth,   che   riprese   i   temi   tradizionali   dell’Edda  di   Snorri,   reinterpretandoli   in   chiave  nazionalsocialista.  Akhet   Gli  egizi  dividevano  il loro anno  in tre  stagioni, di quattro  mesi l’una. La prima  era  Akhet,  l’Inondazione.  La  seconda  Peret, la  Comparsa  della  terra,  che   era la  stagione  del  raccolto.   Infine  c’era  Shemu, la Mancanza d’acqua, o stagione secca. Alaggio  Insieme di operazioni coordinate per portare in secco una nave. Armed Forces Security Agency (AFSA)  Agenzia fondata nel 1949 e controllata dal ministero della Difesa degli  Stati Uniti. La sua funzione era di dirigere le comunicazioni e le attività di scambio elettronico di informazioni  per gli apparati di intelligence  militari (esercito, marina, aeronautica). Fu rimpiazzata dalla  NSA  (vedi) nel  giugno del 1952. Fu inoltre uno dei primi organismi dotati di sistema informatico e computer in grado di  calcolare la traiettoria degli ordigni.  Aum  Monosillabo mistico che rivelerebbe la natura del “sacrum”. All’origine di diverse parole in molte lingue  tra cui l’Om indiano, il respiro vitale. Blu di Prussia   Nome in codice con cui era indicato lo Zyclon B, il gas a base di acido cianidrico usato dalle  SS per  uccidere nelle camere a gas.  Caña Distillato di canna da zucchero e, nella versione paraguaiana, di miele. Cangaceiro  Brigante del sertão brasiliano, dal tipico cappello a forma di mezzaluna. Capataz   La persona incaricata dell’amministrazione e del controllo del lavoro nei campi di un’estancia, un  possedimento. Il capataz conduceva il lavoro nei campi e negli allevamenti, spesso a cavallo. Doveva essere  d’esempio ai peones i quali dovevano obbedire e rispettare il capataz, il suo lavoro e la sua famiglia. Chen Tu-shiu  (1879­1942)   Politico cinese. Dal 1921 al 1927 fu segretario  del Partito  comunista e poi venne  accusato della sconfitta subita in seguito alla repressione del 1927 operata da Chiang Kai­shek. Chinese Exclusion Act  Normativa approvata nel 1882 dagli Stati Uniti che prevedeva il divieto per i cittadini  cinesi   di   immigrare   in   suolo   americano.   Nata   in   un   contesto   di   segregazione   razziale   e   protezione   della  manodopera locale da moltitudini di lavoratori instancabili e poco esigenti, la disposizione è rimasta in vigore  fino al 1965. Città del Muro Bianco La capitale, situata a sud di Menfi accanto alla pianura desertica di Saqqara. Comintern  (Terza Internazionale)   Organizzazione internazionale dei partiti comunisti che, perlopiù sotto la  direzione sovietica, si occupò fra il 1919 e il 1943 di riunificare i movimenti rivoluzionari e farli confluire in  partiti politici veri e propri. Risentì dei conflitti interni al Partito comunista dell’ URSS, spesso subordinando gli  interessi dei vari stati a quelli dell’Unione Sovietica. Concessione francese    Dopo   il   Trattato   di   Nanchino   (1842),   Shanghai   divenne   un   porto   aperto   e   gli  occidentali vi si installarono in zone di extraterritorialità, denominate “concessioni”, che occuparono la quasi  totalità del territorio urbano. Conferenza di Versailles  (1919­1920)   Congresso internazionale tenutosi fra le nazioni vincitrici della Prima  guerra mondiale per concludere la pace con le nazioni sconfitte. Coolie (anglo­indiano)  Inserviente di basso rango, servo. Dea zampillante  Statua che raffigura una fanciulla che tiene fra le mani un vaso con i sigilli dell’orzo e della  birra. All’interno  della  statua  venivano  scavati  dei  piccoli  canali nei quali si faceva  scorrere  una  sostanza  alcolica   simile   alla   birra   (la  zhytum).   Il   liquido   fuoriusciva   da   piccoli   fori   posti   alla   base   del   vaso  raccogliendosi infine in una grande anfora dalla quale si poteva attingere. Due Terre   Nome usato anticamente per il regno d’Egitto; sta a indicare la suddivisione dello Stato in Basso e  Alto Egitto. Esenzione Section 6  Vedi Section 6.
Gehlen, Reinhard (3 aprile 1902 – 8 giugno 1979)  Generale maggiore dell’esercito tedesco durante la Seconda  guerra   mondiale   con   il   ruolo   di   capo   dei   servizi   di   intelligence   sul   fronte   orientale.   Gehlen   si   consegnò  successivamente agli americani che lo mandarono a Washington dal direttore dell’ OSS William Donovan con 52  casse contenenti la schedatura dei comunisti europei pericolosi. In breve tempo Gehlen divenne direttore della  sezione Affari sovietici dell’OSS e successivamente della CIA. L’ex generale tornò in Europa il 12 luglio 1946 per  creare l’Organizzazione Gehlen, servizio spionistico alle dirette dipendenze dei servizi segreti Usa. Il 1° aprile  1956 l’Organizzazione  Gehlen passò  sotto il controllo  del governo  della Germania occidentale,  dando vita al servizio informazioni federale BND, di cui Gehlen divenne direttore. All’interno dell’Organizzazione lavoravano centinaia di ex criminali di guerra nazisti e si suppone che essa abbia  avuto un ruolo chiave nella fuga di molti di loro verso il Sudamerica alla fine del conflitto.  Germanenorden   Ordine dei Germani. ll Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi ha la sua origine in una  delle tante associazioni presenti sul territorio. Il Germanenorden nacque il 12 marzo 1912 inglobando diversi gruppi  antisemiti tra cui l’Hammer Gemeinden. Nel maggio 1914 l’Ordine chiamò a raccolta tutte le associazioni e le leghe  nazionaliste con lo scopo di creare una loggia segreta da contrapporre all’“internazionale ebraica” in cui le idee  antisemite avanzavano di pari passo alla ricerca enfatica dell’antica sapienza aria.  Go  Gioco tradizionale come il backgammon, l’awele e le varie forme di scacchi, che si gioca su di una tavola a  reticolo   di  19  righe   verticali   e  19  orizzontali   che   si  intersecano.   Il  Go  si  gioca  in  due  ed  è   caratterizzato  dall’ossimoro tra regole semplici e strategie complesse che premiano l’equilibrio. Risale al 2000 a.C. circa ed è  giocato   ancora   nella   forma   originale.   Nato   in   Cina,   divenne   popolare   tra   nobili   e   letterati   come   gioco   di  strategia e metafora dell’equilibrio delle forze naturali. Diffusosi in Corea e in Giappone proprio grazie ai  crescenti   contatti   con   la   nazione   del   Sol   levante,   il  Go  nell’Ottocento   iniziò   a   essere   conosciuto   anche   in  Occidente.  Gola profonda (Deep Throat)  Espressione gergale che significa “persona che fornisce informazioni riservate”,  resa poi famosa nei primi anni Settanta durante lo scandalo americano del Watergate. Golden Dawn La cultura della magia sessuale emerse alla metà del XIX secolo con l’incontro a Londra tra l’occultista  Alphonse­Louis Constant, in arte Eliphas Levi, e Edward Bulwer Lytton, che ebbe un ruolo cruciale nell’evolversi  della   società   rosacrociana   nella   futura   Golden   Dawn.   Bulwer   Lytton   era   un   nobile   dedito   alla   politica   e  all’occultismo. Scrisse  opere  ispirate  dalla tradizione  occulta tra cui  La razza ventura, nella quale  ipotizzava  l’esistenza di una forma di energia, il Vril, che diede il nome alla società alla base dell’ideologia nazista. L’incontro  tra Eliphas Levi e Bulwer Lytton provocò discussioni e divisioni nei circoli occultistici sulla magia sessuale e sulla  magia nera, che portarono nel 1887 alla fondazione della Golden Dawn. Di essa fecero parte anche Bram Stoker,  William B. Yeats e Thomas S. Eliot. Occultismo e magia rossa (sessuale) implicavano scelte politiche coerenti, come  quella del Regno Unito di guardare con un certo apprezzamento ai regimi autoritari in Europa. Il piccolo ordine  aristocratico che restaura lo Stato, descritto da Yeats, corrispondeva al progetto politico di gettare un ponte tra la  Golden Dawn e le logge occulte germaniche, substrato culturale del nazismo e di Hitler. La Weltanschauung di molti  uomini che ricoprivano cariche importanti fu influenzata dall’ordine ermetico della Golden Dawn. Rilevanti sono i  rapporti   tra   gruppi   occultisti   dell’Inghilterra   e   della   Germania   maturati   negli   ultimi   decenni   del   secolo.   Una  concezione comune delle organizzazioni segrete tedesche e inglesi è che la storia che conosciamo sia solo una parte  della storia dell’umanità e che solo alcuni iniziati conoscano la vera Storia. Il loro compito sarebbe svolgere anche un  ruolo politico per gestire il futuro di un’umanità decaduta alla quale occorre restituire lo splendore perduto.  Governo nazionalista di Canton    La   città   di   Canton,   fin   dal   1911,   fu   uno   dei   principali   centri   di  contrapposizione al potere imperiale e nel 1916 vi venne costituito un governo contrario a quello di Pechino.  Fu anche sede, fino al 1926, del governo del Kuomintang, presieduto da Sun Yat­sen. Guaraní  All’incirca verso il 3000 a.C. in America del Sud vivevano tre grandi gruppi etnici; il più numeroso era quello  dei Tupi­Guaraní, che occupavano una grande estensione territoriale. I Guaraní, dopo un periodo di nomadismo, si  stabilirono a sudovest, nella regione del bacino del Rio de la Plata. La lingua guaraní acquisì una notevole influenza  nel Sud boliviano, Nordest argentino, Sudest brasiliano e in Paraguay. I Guaraní conoscevano in profondità la flora  del loro territorio, di cui  studiavano  le  proprietà curative. Queste  conoscenze  vennero  trasmesse  in seguito  ai  botanici europei. Il guaraní infatti è oggi al terzo posto come fonte dei nomi scientifici delle piante, dopo greco e  latino. I Guaraní sono uno dei 220 popoli sopravvissuti dei circa mille presenti all’arrivo degli europei. Un tempo  erano circa un milione e mezzo e occupavano un territorio di 350.000 chilometri quadrati, oggi sono quasi 30.000 e  vivono ammassati in riserve. 
Guerra Anhwei-Chihli  (1920)     Prova   di   forza   fra   le   cricche   della   provincia   dell’Anhwei   e   del   Chihli.  Quest’ultima,   spalleggiata   da   alcuni   Signori   della   guerra   della   Cina   settentrionale,   risultò   vittoriosa   e   si  impadronì  del controllo  di Pechino. L’esito  del conflitto  condusse  negli anni successivi a scelte  e prese  di  posizione di intellettuali e Signori della guerra più favorevoli all’instaurazione di una federazione di province  autonome. Guerra del Chaco  (1932­1935)   Conflitto bellico tra Bolivia e Paraguay che  costò  150.000  morti  (in  prevalenza  boliviani). L’inizio delle ostilità fu causato dalle ambizioni di Royal Shell e Standard Oil, entrambe interessate  a concessioni  petrolifere  nel  territorio  del  Chaco,  ricco  apparentemente  di  giacimenti,  e senza  confini  ben  demarcati.  La guerra si concluse ufficialmente con il Trattato di pace di Buenos Aires del 1938 nel quale venne decretato  che quasi tutto il Chaco, 700.000 chilometri quadrati, passasse al Paraguay.  Gyokuro  Pregiato tè verde giapponese. Horus  (Horo)   È una delle maggiori divinità egizie. Era il figlio di Iside, dea della natura, e Osiride, dio del  mondo sotterraneo; quando Osiride fu ucciso da suo fratello Seth, dio del male, Horus si vendicò uccidendo suo  zio. Viene identificato con la figura del falco o con un uomo con la testa di falco. Huaqiao  Cinese emigrato. Imprinting  Teoria scientifica elaborata negli anni Trenta dall’etologo austriaco Konrad Lorenz tramite l’osservazione  del comportamento animale. È il fenomeno per il quale quando un cucciolo riceve le cure e le attenzioni di una  madre diversa da quella biologica riconoscerà quest’ultima come madre effettiva, anche se di una specie diversa.  Iperborea    Luogo   mitologico   all’estremo  Nord  del   mondo,  la   Terra   di  Luce,   abitata,  secondo  la   tradizione  ellenica, dagli Iperborei, una comunità di saggi custodi di saperi arcani, e che numerosi autori dell’antichità  evocavano anche con il nome di Thule. Plinio afferma che Thule è “la terra più lontana” e che essa “non ha  notti   durante   il   solstizio   d’estate,   mentre   le   tenebre   vi   perdurano   durante   tutto   l’inverno”.   L’esoterismo  individua invece nella Thule Iperborea il Polo della Luce e la mitica sede del Re del Mondo, difesa da una  cavalleria mistica. L’indiano Bal Gangadhar Tilak pubblicò nel 1903 a Poona La dimora artica dei Veda. Il  testo   arrivò   in   Europa   nel   1904.   Attraverso   lo   studio   dei   miti   vedici,   Tilak   concluse   che   gli   Iperborei,  capostipiti degli Arii, fossero  originari della regione  artica, che avrebbero  lasciato  in seguito ai mutamenti  climatici avvenuti diecimila anni fa. I primi insediamenti iperborei sarebbero individuabili in India, poi in  Grecia   e   a   Roma,   nella   quale   giunsero   attraverso   Germani   e   popoli   celtici.   Il   contributo   di   Tilak   al  rinnovamento della tradizione che fa degli Arii e degli indogermani i detentori di una sapienza superiore  illumina il fenomeno del nazismo e della presupposta superiorità della razza ariana. Iside  Divinità sorella e sposa di Osiride. Nei testi antichi è colei che riporta in vita il suo sposo e che protegge  l’amato figlio Horus. Kami  Divinità scintoiste della tradizione giapponese. Khnum  Il Dio che creò l’uomo; per questo il suo simbolo è il tornio del vasaio. Di solito viene raffigurato da un uomo  con la testa di ariete. Kuomintang (KMT)  Partito nazionalista cinese costituito nel 1912 per riunificare il paese e liberarlo dalla dominazione  straniera. In un primo tempo si avvalse dell’appoggio del Partito comunista, che poi quasi distrusse con una violenta  repressione attuata da Chiang Kai­shek nel 1927. Fino al 1949 ricoprì il ruolo di partito unico di ispirazione leninista,  ma venato da influenze fasciste. Dopo la definitiva vittoria comunista del 1949, costituì a Taiwan una repubblica  dittatoriale. Landsteiner, Karl (14 giugno 1868 – 26 giugno 1943)  Immunologo austriaco, scopritore, nel 1909, dei quattro  principali gruppi sanguigni umani (A, B, AB e 0). La scoperta, che gli valse il premio Nobel per la medicina e  la fisiologia nel 1930, portò all’impiego pratico e diffuso della trasfusione di sangue. Liehshen  Gli elementi più colti fra i tuhao (vedi) che occupavano una posizione sociale e politica più elevata. Loggia luminosa   Nell’area linguistica tedesca proliferarono, dalla fine del  XIX secolo ai primi decenni del  XX,  associazioni simili a quelle inglesi, che si ritenevano depositarie di una sapienza antica che si manifestava  attraverso pratiche esoteriche, occulte e magiche. Nel 1867 un gruppo di liceali viennesi fondò, prendendo il  nome da un’arpa magica gallese (Te-lyn), un’associazione di cui fecero parte i futuri capi della socialdemocrazia  austriaca che collaborarono con l’ideologo del movimento pangermanista Georg Ritter von Schönerer, al quale  Hitler si richiamò in seguito nel Mein Kampf. In questi primi circoli di stampo esoterico trovarono genesi la  Loggia luminosa, il Vril e la Thule, circoli in cui si formarono molte delle future personalità di spicco  del  nazionalsocialismo.
Lot e sua figlia    Uno   dei   tanti   capolavori   rubati   all’Italia   nel   corso   dei   conflitti   bellici,   come   quelli  presumibilmente trafugati nel 1944 dall’ufficiale neozelandese Arthur Frazer. Maat  Simboleggia la verità e la giustizia così come la intendevano gli antichi egizi. È la “Regola” che dovrebbe  portare e mantenere la pace sociale e interiore negli uomini, l’equilibrio e l’ordine tra le genti. Anche il re era  tenuto a seguirla. Mah-jongg   Gioco nato attorno al 1860 nel Sud della Cina. A ogni giocatore vengono distribuite tredici carte (o  pedine); lo scopo del gioco è quello di chiudere la mano (fare mah-jongg), formando con le proprie carte (o pedine)  combinazioni di tris, poker e scale e totalizzando il punteggio più alto. Le carte (o pedine) sono composte da tre  diversi semi numerati da uno a nove (cerchi, bambù, caratteri), quattro venti (nord, sud, est, ovest) e tre dragoni  (rosso, verde, bianco). Mao Tse-tung  (1893­1976)   Politico  cinese. Fin da giovane  attivista e oppositore  del formalismo  autoritario  confuciano, fu tra i fondatori del Partito comunista cinese, a Shanghai nel 1921. Organizzò il PCC tra i minatori  dell’Hunan (1923) e collaborò con il Kuomintang fino alla repressione del 1927. Fu tra i primi ad accorgersi  della   forza   del   movimento   contadino,   poi   rivelatasi   decisiva   per   la   rivoluzione.   Dopo   il   1927   fu   attivo  nell’organizzare   e   sostenere   operazioni   di   guerriglia   contro   le   forze   del   Kuomintang,   che   sconfisse  definitivamente nel 1949, instaurando una repubblica popolare di ispirazione sovietica ma con un’autonoma  strategia sociale, della quale assunse la presidenza. Dal 1958 in poi intensificò il sostegno alle classi rurali più  legate alla rivoluzione a discapito del proletariato urbano, per combattere ogni ripiegamento delle primitive  spinte   rivoluzionarie   su   posizioni   borghesi.   Tale   atteggiamento   portò   alla   rivoluzione   culturale   (1966),  finalizzata a impedire che i gruppi dirigenti si trasformassero in una nuova classe privilegiata, vanificando lo  spirito e le conquiste della rivoluzione. Ciò rappresentò una svolta contraddittoria e frustrante all’interno di  un regime  di per sé  già autoritario, che  contribuì, infine, al tramonto  degli ideali che  avevano  ispirato  la  vittoria di Mao e a una profonda seppur lenta mutazione del partito e della società cinese, in atto ancora oggi. Mate  (Ilex paraguariensis)     Albero   sempreverde   originario   di   Brasile,   Paraguay,   Argentina   e   Uruguay;   è  coltivato per le sue foglie, da cui si ricava una bevanda energetica e amara simile al tè, che viene bevuta in  coppe di terracotta dotate di una cannuccia (bombilla) con un filtro all’estremità inferiore. MK-Ultra  Nome in codice di un programma di ricerca della CIA sul controllo della mente umana, avviato negli anni  Cinquanta e affidato alla controversa figura del dottor Sidney Gottlieb. Lo scopo del progetto top secret era  quello di arrivare a produrre la perfetta “droga della verità”, da utilizzare in piena epoca di guerra fredda con gli  individui  sospettati   di   essere   spie   sovietiche.   Più   in   generale,   si   puntava   all’esplorazione   di   ogni   altra  possibilità di controllo delle menti. Monastero della giovane foresta  (anche noto come Monastero di Shaolin)   Nascosto fra le scoscese pareti  della montagna sacra Song Shan, nella provincia di Henan, è il luogo dove nacquero il buddhismo zen e l’arte  marziale del kung fu. National Security Agency (NSA)  Agenzia governativa nata nel giugno del 1952, responsabile della raccolta e  analisi   delle   differenti   forme   di   comunicazione,   da   quella   radiofonica   a   quella   informatica   (Internet).  Nonostante  sia l’organismo  che  impiega il maggior numero  di esperti matematici e alcuni dei più potenti  calcolatori al mondo e disponga di un budget molto elevato, comparabile a quello della  CIA, ha sempre avuto  basso   profilo   e   scarsissima   visibilità.   L’agenzia   mira   all’intercettazione,   decrittazione   e   controllo   delle  comunicazioni estere e alla protezione della sicurezza delle informazioni a livello nazionale.  Notte dei Cristalli  (9­10 novembre  1938)   La notte in cui il regime  nazista, strumentalizzando l’uccisione di un  diplomatico tedesco a Parigi, scatenò in tutta la Germania una repressione antiebraica con decine di morti e migliaia  di arrestati. Passò alla storia con questo nome perché moltissimi furono i cristalli delle vetrine di negozi ebrei infranti. Nubia  Regione dell’Africa nordorientale, percorsa dal Nilo e bagnata dal mar Rosso tra la regione di Assuan a  nord e  la zona di Khartoum  a sud. Dalla  Nubia proveniva la maggioranza  della manodopera  dell’Egitto,  costretta a emigrare con la forza.  Nueva Germania  Colonia tedesca interdetta agli ebrei, fondata in Paraguay alla fine del XIX secolo da Elizabeth  Nietzsche (sorella di Friedrich) e dal marito Bernhard Förster, un agitatore antisemita. 
Office of Strategic Services  (OSS)   Servizio  informazioni statunitense  durante  la Seconda guerra mondiale. Fu  trasformato nel 1947 nella Central Intelligence Agency (CIA), con sede a Langley, Virginia. La CIA è nata dalle radici  dei due più efficienti modelli spionistici del mondo, quello inglese e quello tedesco. Il ramo inglese non è altro che il  trasferimento dell’esperienza dell’Intelligence Service, i servizi segreti britannici, all’OSS creato dal generale William  Donovan durante la Seconda guerra mondiale e che divenne gli occhi e le orecchie delle forze Usa in Europa,  carpendo importantissime informazioni militari ai nazisti. La CIA venne ideata da Allen Dulles, che ne fu a capo per  molto tempo. Dulles aveva fatto la gavetta come agente segreto sotto le spoglie di addetto dell’ambasciata americana  in Svizzera e successivamente anche nella Germania del Reich. Quando divenne il massimo responsabile della  CIA,  non esitò ad avvalersi dell’abilità dei maestri dello spionaggio nazista, come il generale Reinhard Gehlen (vedi), che  mise, nel dopoguerra, a capo della stazione tedesca per spiare i russi in Germania dell’Est e per arruolare ex nazisti  nelle file della Compagnia. L’OSS svolse inoltre un complesso lavoro di espatrio dei gerarchi verso il Sudamerica in  complicità con il Vaticano.  Osiride  Dio dei morti e della vegetazione, sposo di Iside. Viene tradito e fatto a pezzi dal fratello malvagio Seth. Parco Huang-pu   Parco di Shanghai, che fu aperto ai cinesi solo nel 1928. Prima di allora era esposto al suo   ingresso un cartello con la scritta VIETATO  L’INGRESSO  AI CINESI E AI CANI. Pium   Piccolo  insetto  che  si nutre  di sangue. In certe regioni dell’Amazzonia se ne trovano sciami talmente  consistenti da circondare una canoa intera come una nuvola di fumo. Quebracho (Aspidosperma quebracho-blanco)  Pianta della famiglia delle Apocinacee diffusa in Argentina  e Brasile. Ha un legno molto duro e la sua corteccia viene utilizzata in farmacia. I tronchi venivano usati nella  costruzione della ferrovia nei primi decenni del secolo.  Redneck   Letteralmente “collo rosso”, quello dei contadini, bruciato dal sole. Termine che identifica il grande  numero di americani che abitano delle zone di provincia. Inteso in senso dispregiativo, è sinonimo di generale  attitudine grossolana e bigotta. Rivolta dei Taiping (1850­1864)  Importantissima ed estesa rivolta contadina che mise in difficoltà la dinastia  imperiale sconvolgendone gli equilibri politici, militari ed economici. Royal Shell (Royal Dutch Shell)  Multinazionale nata a Londra nel 1833 per commerciare conchiglie dall’Oriente. Nel  1898 cominciò con successo la ricerca del petrolio in Borneo. Divenne anglo­olandese nel 1907, quando si fuse con la  Royal Dutch. È al secondo posto nel mondo per volume di affari petroliferi dopo l’Aranco, la compagnia statale  saudita. La Shell è la parte inglese del gruppo, mentre la Royal Dutch ha come azionista la stessa regina d’Olanda. La   Shell è presente in 112 paesi. Un impero che si dirama dal controllo delle fonti energetiche alla ricerca e applicazione  nel settore delle biotecnologie, con cui riesce a porsi in modo dominante nel settore agricolo, soprattutto nel Sud del  mondo   con   la   creazione   di   sementi   brevettate,   e   nel   mercato   dei   concimi,   pesticidi   e   insetticidi.   Nel   campo  petrolifero,  tra  le  multinazionali   primeggia   nel  mercato  dell’estrazione,   raffinazione  e  commercializzazione   del  petrolio e dei suoi derivati. Possiede dal Mare del Nord alla Nigeria e all’Indonesia pozzi di estrazione a terra,  piattaforme marine, depositi e raffinerie. Detiene in proprietà o in partecipazione fabbriche chimiche di plastiche,  pesticidi, insetticidi, catrami, asfalti, bitumi, grandi miniere di carbone, di zinco, piombo, stagno e tungsteno; installa  ovunque progetti di “economia forestale” per fabbricazione di carta e vendita di legno; inoltre produce le materie  ultime per la fabbricazione del napalm e di gas lacrimogeni ed è stata protagonista di progetti nucleari assieme alla  Gulf. 
SA 
(Sturmabteilungen)     Gruppo   paramilitare   del   Partito   nazista.   Le  SA  rappresentarono   l’evoluzione   del  movimento   giovanile   chiamato   Schilljugend   in   onore   di   un   famoso   soldato   prussiano.   Durante   i   giorni  turbolenti del dopoguerra della Prima guerra mondiale, Rossbach, un veterano, fu uno dei primi capi dei  Freikorps, unità militari non ufficiali composte per la maggior parte da ex combattenti e costituite per sfuggire  alle limitazioni imposte dai vincitori. Rossbach organizzò una milizia, chiamata Rossbach Sturmabteilung, i  cui   membri   indossavano   la   camicia   bruna   recuperata   da   un   lotto   predisposto   per   i   corpi   coloniali   e  regolarmente   acquistato   dai   depositi   imperiali.   Tra   i   primi   adepti   di   Rossbach   vi   era   anche   Ernst   Röhm,  destinato a diventare il capo supremo delle Sturmabteilungen, e sotto la sua guida le  SA divennero il braccio  armato nel fallito putsch della birreria di Monaco nel 1923. Quando il nazismo non era ancora al potere le  SA  contrastarono gli avversari dei nazisti e contribuirono alla scalata al potere di Hitler. Le  SA iniziarono a subire  l’ostilità di Göring e soprattutto di Himmler, capo delle SS, e subirono una violenta epurazione tra il 30 giugno  e il 1° luglio del 1934, la “notte dei lunghi coltelli”: i vertici dell’esercito tedesco, non tollerando la presenza in  Germania di truppe paramilitari dedite a scorribande, imposero a Hitler di disfarsene. Prendendo alla lettera  l’indicazione,   il   futuro   Führer   convocò   con   una   scusa   circa   duecento   tra   gli   esponenti   di   spicco   delle  Sturmabteilungen, compreso Röhm, in alcune residenze e luoghi isolati per farli trucidare dalle   SS. Dopo la  “notte   dei   lunghi   coltelli”,   alcuni   reparti   delle  SA  rimasero   in   circolazione   ma,   privati   del   comando   degli  ufficiali, non riuscirono a organizzare nessuna reazione. SAD   (Special Activities Division)   Braccio paramilitare della   CIA, incaricato di svolgere operazioni clandestine. Il 27  settembre   2001   i   componenti   di   un’unità   segreta   per   operazioni   speciali   della   Central   Intelligence   Agency   si  infiltravano in territorio afgano, divenendo la prima forza statunitense a operare nell’ambito di Enduring Freedom.  Nel gennaio 2002 verrà ammessa l’esistenza del reparto, lo Special Operations Group (inquadrato nella  SAD), forte di  circa 150 elementi in gran parte reclutati tra i ranghi delle forze d’élite Usa. L’unità sembra aver operato anche nei  Balcani e l’alone di segretezza è stato tale che le stesse forze speciali americane ne hanno ignorato l’esistenza. Sampan  Leggera imbarcazione a vela. Section 6  Stato di esenzione dall’applicazione del Chinese Exclusion Act per determinate categorie di cittadini  cinesi,   tra   cui   insegnanti,   studenti,   uomini   d’affari   e   viaggiatori.   Tale   esenzione   poteva   essere   richiesta  solamente presentando uno specifico certificato proveniente dal governo cinese. Senet   Gioco da tavolo simile alla dama. Le pedine sono di due colori e vengono disposte su una scacchiera a  forma di T. Su alcune caselle sono raffigurati oggetti e animali a cui corrispondono ostacoli o vantaggi per il  giocatore, così come nel gioco dell’oca. Seth  Divinità della tempesta, fratello e sposo di Nefthi. Secondo il mito, assassinò suo fratello Osiride.  Shoji  Tramezzo scorrevole con riquadri di carta bianca. Signori della guerra  Nacquero come governatori militari, ma alla morte del presidente della Repubblica Yuan  Shikai (1916) il loro controllo sul potere politico e militare divenne preponderante e fu spesso utilizzato per  reprimere   le   rivendicazioni   dei   contadini   e   le   istanze   democratiche   degli   intellettuali.   Molti   Signori   della  guerra collaborarono con le grandi potenze occidentali e con il Giappone, spesso senza alcuna logica politica  che non fosse quella del mero interesse personale, fino all’instaurazione di un regime caotico e devastante per  le   condizioni   di   vita   della   popolazione.   Ciò,   infine,   costituì   il   terreno   fertile   in   cui   sorse   la   lotta   per  l’indipendenza e l’unità del paese che portò alla rivoluzione cinese. Singapore Sling   Cocktail inventato  nel 1915 da Ngiam  Tong  Boon, barman del famoso  e lussuoso  Raffles  Hotel di Singapore.  Società segrete  (Società   della   Triade,   Società   dei   Fratelli,   Società   delle   Grandi   Spade,   Società   del   Cerchio  Verde, ecc.)  In origine organizzazioni molto ramificate in Cina tra le masse popolari, composte soprattutto da  contadini rovinati, artigiani disoccupati e sottoproletari che si riunivano in associazioni di mutuo soccorso.  Gradualmente si trasformarono in organizzazioni criminali. Standard Oil    Cartello   formato   da   alcune   imprese   petrolifere   statunitensi   le   cui   origini   risalgono   al