Antonio Gramsci - L'albero del riccio

Di questo volumetto di Antonio Gramsci, uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano nel 1921, che morirà nel 1937, dopo undici anni di prigionia, gli anni nei quali scrive i “Quaderni del carcere”, ormai tradotti nelle principali lingue e studiati in tutto il mondo, di questo volumetto dicevamo che raggiunge il lettore come “uno spicchio di verità” inedito dell'animo dell'attivo dirigente, quasi ci si dimentica della cella carceraria dalla quale era scritto e forse proprio in questo sta la bellezza letteraria del proporsi al pubblico e il suo insegnamento morale.
Questo ”Albero del riccio” parte in sordina. Ma subito si rivolge all'infanzia, ai giovani. E c'è lo sforzo per collocare natura e storia umana dentro l'idea generale di evoluzione. Chi scrive alla cognata Tania, alla moglie Giulia o ai figli Delio e Giuliano, è un Gramsci sempre attento alla grande letteratura dei suoi anni: da Puskin a Verne a Tolstoi.
Ed è sempre una pennellata di rara umanità questo volumetto di Antonio Gramsci.

(Fabrizio Chiesura)

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