"Il collega" di Giorgio Ottaviani

di Giorgio Ottaviani

“Come devi uscire? Non finisci nemmeno di mangiare?”
“No, te l’ho detto, devo vedere uno.” Un’occhiata all’orologio poggiato sopra la televisione che trasmette un telegiornale. “Sono quasi le nove, va a finire che quello se ne va.” Franco Rigosi poggia il tovagliolo sul tavolo e si alza.
“Papà, posso guardare i cartoni?” Senza aspettare risposta la bambina cambia canale. Laura lo segue in camera da letto. Lui infila la mano nel vaso di ceramica sopra il comò, ne estrae una chiave e apre il cassetto. La pistola ènascosta sotto mutande e calzini.
“Sei proprio sicuro che devi solo vedere uno?” chiede Laura.
“Si.”
“E ci vai con la pistola?”
“Si ci vado con la pistola.”
Sul viso di Laura, un’espressione preoccupata fa fiorire piccole rughe agli angoli della bocca. Rimane sulla porta a guardare Franco scendere in fretta le scale. Fuori, nel pianerottolo, galleggia odore di soffritto, cipolla e sedano, quello della Lina.
Pochi passi svelti per raggiungere l’auto parcheggiata in fondo all’isolato. Sale, mette in moto e si avvia verso l’ippodromo. Se devi incontrare qualcuno senza dare troppo nell’occhio, la cosa migliore è farlo in un posto affollato. Percorre veloce la tangenziale quasi deserta. Un cielo rosa maligno, preludio ad un temporale estivo, si srotola come un tappeto, sopra il parabrezza.
Nella sala scommesse dell’ippodromo, il cartello “vietato fumare” è solo una macchia di colore sulla parete grigia, che tutti ignorano. Rocco è lì, che legge su uno dei monitor i risultati della seconda corsa. Appallottola la matrice della giocata mormorando fra i denti un “fanculo” e la lancia verso il cestino, mancandolo di un buon metro.
“Oh Rocco, serata no?”
“Buonasera, e quando mai? Io qui non vengo mica per vincere, lo faccio solo per beneficenza, per non far perdere il lavoro a quelli che prendono le scommesse.”
“Allora andiamo a fare un pò di beneficenza da qualche altra parte. Ti aspetto fuori in macchina.”
Franco esce e poco dopo Rocco lo raggiunge.
“Allora, Rocco, novità?”
“Si.”
L’auto imbocca di nuovo la tangenziale. Ora la luce dei lampioni si spande nell’aria umida avvolgendo la striscia d’asfalto in un tunnel lattiginoso che si perde in lontananza fra i palazzoni di un quartiere di periferia.
“E allora?”
“È arrivato uno e ha detto che da adesso chi comanda è un altro.”
“E chi è?”
“Che ne sò. Quello l’ ha chiamato o’ Riccio. Mai sentito prima .”
“E gli altri?”
“Hanno detto che va bene. Come hanno fatto ammazzare don Vito, ci mettono poco a sistemare chi non si mete in riga.”
“Devo incontrare quello che ha detto che adesso comanda 'sto Riccio.”
“Io non lo conosco ...” Rocco sorride sornione, poi riprende: “Però giovedì alle undici, c'è una riunione al bar.”
Franco accosta l'auto davanti ad un pub.
“E bravo Rocco, Andiamo che t'offro una birra.”
“No, non mi va che qualcuno ci veda insieme” risponde acido “e poi non ve la cavate mica con una birra.”
“Stronzo, la birra te la offrivo perché ho sete io.” Franco tira fuori dalla tasca dei pantaloni delle banconote tenute
con una clips dorata, ne sfila due da cinquanta e le allunga a Rocco. “Tieni, sanguisuga.”

“Ispettore buongiorno .”
“Buongiorno Caputo.” L'ispettore Franco Rigosi accompagna il saluto con gesto e fa per avviarsi verso il suo ufficio. Polverosi raggi di sole, attraverso i vetri sporchi delle finestre, si riflettono sul linoleum verde scuro del pavimento, disegnando nel corridoio strani giochi di luce. Un canale di scolo che scorre lento fra le porte degli uffici.
Pochi passi e la voce dell'agente Caputo lo raggiunge: “Ah, ispettore, il vicecommissario Morozzi ha detto di andare da lui appena può.”
Franco bofonchia fra i denti un sommesso, ma chiaro “che palle”, poi a voce alta aggiunge: “Grazie Caputo.” e si incammina verso l'ufficio del capo. Si ferma davanti alla porta aperta.
“... dottor Morozzi..”
“Ah Rigosi, venga, venga. Finisco di inviare questa mail...si sieda.”
Il ticchettio balbuziente sulla tastiera va avanti per un minuto buono, poi ilvicecommissario pigia soddisfatto il tasto enter.
“Veniamo a noi.” Morozzi fa una pausa e si aggiusta gli occhiali sul naso porcino. “Rigosi, lei sa che il caso del gruppo emergente che ha fatto fuori don Vito è in mano a Andreetto, vero?”
“Certo commissario, non capisco perché mi fa questa domanda.”
“Invece lo sa benissimo il perché: perché lei continua a fare indagini per conto suo.”
Franco scatta come un congegno a molla: “Ma che indagini commissario, magari avrò chiesto qualcosa in giro.
Andreetto è arrivato da Bolzano sei mesi fa, non è che conosca molta gente ... come dire, da sfrugugliare. Cerco solo di dargli una mano.”
Il vicecommissario lo interrompe con un gesto. Mantenendo le spalle poggiate allo schienale allunga la faccia tonda verso Rigosi, come una tartaruga che si sporge dal guscio. Si toglie gli occhiali e lo fissa con liquidi occhi da miope.
“Rigosi, non è che sono nato ieri e ho imparato a conoscere le persone, specie se lavorano con me da anni. Lo so pure io che sono stati quelli del gruppo emergente che hanno ammazzato suo fratello, e pure io voglio che vengano presi, per mandarli davanti a un giudice. Per questo il caso l'ho dato a Andreetto.”
“Commissario, ma che dice? Guardi che si sbaglia...”
“Va bene, vorrà dire che mi sono sbagliato.”
“Appunto.” Ribatte secco Rigosi. “Se non ha altro, io andrei.”
Morozzi inforca di nuovo gli occhiali. “Vada, vada pure... ma veda di non fare cazzate, sennò a Bolzano ci finisce lei.”

Sopra l'ingresso lampeggia asmatica un’insegna al neon con scritto bar. Il locale non ha un nome, non serve.
Quando si dice “il bar” è quello di via dei Mirti.
Franco entra e si accosta al bancone. “Mi dà una birra?”
Il barista, ha una faccia antica che racconta altre storie. Una cicatrice dai bordi rigonfi, parte dallo zigomo e solca la pelle color tabacco, arrivando fin sotto il mento. Guarda il nuovo avventore senza troppo entusiasmo.
“Beks o Moretti?”
“Moretti. In lattina.”
L'altro emette un grugnito di assenso e si abbassa ad aprire il frigo sotto il bancone. Riemerge con una lattina imperlata di condensa. Prende un anonimo bicchiere e lo deposita assieme alla birra sul piano d'acciaio davanti a Franco.
Attorno a uno dei video-poker, poggiati alla parete di fondo, tre uomini fanno capannello. Uno di loro gioca, gli altri osservano commentano e sghignazzano. Ad ogni giro di ruota, una fastidioso motivo di campane e trombette, allaga l'angusto spazio del locale e spruzzi di luci colorate schizzano le pareti.
Una famiglia bastarda di sedie spaiate circonda tre tavolini rotondi coperti di plastica fiorata. Franco prende la birra e si dirige verso quello su cui è abbandonata la copia di un quotidiano locale.
“Sto per chiudere.” Lo informa il barista.
“Si, il tempo di bere e dare un'occhiata ai cinema.”
Un ragazzo entra deciso, saluta ad alta voce i tre accanto al video-pocker e si unisce a loro. Poi rivolto al barista:
“Albe', dammi una cosa fresca, che 'st'afa m'ha impastato lo gola.”
“Si,” risponde questo, e comincia ad armeggiare con ghiaccio e liquori, poi aggiunge, di sicuro ad uso e consumo esclusivo di Franco: “ma fra un po' chiudo.”
Franco dà un'ultima rapida sfogliata al giornale, poi lo chiude, finisce la sua birra e si alza.
“Quanto?”
“Tre e cinquanta.”

Esce, accompagnato dallo svogliato “buonasera” biascicato del barista. Si dirige verso una piazzetta delineata da fatiscenti palazzi color pastello, soffocata da cassonetti straripanti di spazzatura e macchine parcheggiate. Via dei Mirti termina lì, come un canale irriguo che s'impantana in un in un macero. Alla prima traversa però volta a destra e poco dopo torna indietro. Sono anni ormai che non sta più sulla strada, ma il mestiere non si dimentica:
sa come fare per osservare senza essere visto.
Non fa in tempo a finire la sigaretta che si è acceso, che uno degli avventori si fa sulla porta del bar. Guarda un attimo attorno, poi con un'asta aggancia la saracinesca, l'abbassa a metà e torna dentro. Dopo qualche minuto arrivano due ragazzi in moto e s'infilano dentro, seguiti a breve da un uomo di corporatura robusta che arriva a piedi. Franco vorrebbe coglierne i lineamenti, ma da quella posizione è impossibile. Dovrà aspettare che riescano, per vederli in faccia.
Con una sgasata, un'auto sportiva esce da una traversa e si ferma sul marciapiedi davanti al bar. Ne esce un giovane ben vestito. La saracinesca del bar si solleva, spunta fuori uno degli avventori, che saluta il nuovo arrivato, poi entrambe entrano e la saracinesca si riabbassa, stavolta fino a terra.
La spazzatura fermentata nei cassonetti libera i suoi miasmi. Franco accende un'altra sigaretta per coprire col fumo l'acre afrore che galleggia nell'aria. I minuti passano lenti. Un beep dal telefonino. Un messaggio. -Fai tardi?- è Laura. A lei aveva detto che andava a giocare a calcetto con i soliti, poi forse si sarebbero fermati a mangiare qualcosa. Risponde -andiamo a farci una pizza. Non aspettarmi- La serata potrebbe andare per le lunghe.
Dopo una mezz'ora la saracinesca si solleva esce il giovane arrivato per ultimo e riparte con la sua auto, in direzione apposta a quella da cui era arrivata. Franco cerca di fissarne il volto. Non l'ha mai visto prima, ma di certo l'uomo del riccio è lui. Sul telefonino memorizza il numero di targa. Poco dopo escono gli altri e si fermano ancora un po' a chiacchierare, mentre il barista chiude con il lucchetto. Franco fissa la sua attenzione su quello dalla corporatura robusta arrivato per ultimo. Quella faccia la conosce. Domani sarà il caso di fare un salto al mercato del pesce.

Le grida dei venditori rimbalzano contro le pareti di cemento che delimitano il mercato del pesce sollevandosi sul mare di voci e rumori, come onde contro gli scogli. Mani capaci eviscerano orate o branzini appena acquistati. Franco si fa strada fra i clienti che si assembrano attorno ai banchi e i capannelli di pensionati
che sono li soltanto per far passare le mattina.
Il banco di Armando o pesciarolo è uno dei più affollati. Cassette di seppie, triglie e pesce azzurro, ricoperte di ghiaccio tritato, sembrano specchi rotti che riflettono luci e colori in tutte le direzioni. Come Franco si avvicina Armando lo saluta affettato.
“Buongiorno Ispettò. Finisco la signora e sono subito da voi. Ho le sogliole che sono uno spettacolo, ve ne do una bella bella per la bambina e per voi e vostra moglie faccio un po' di gamberoni, che sono ancora vivi. Che dite?”
“Lascia perdere, non sono qui a fare la spesa. Ho bisogno di fare due chiacchiere con te.”
“Ispettore, lo vedete pure voi che c'ho la fila di gente...”
“Senti, ho fretta, non mi fare incazzare. Capito?”
“Vabbene, vabbene. Un attimo solo.”
Poi rivolto alla cliente che stava servendo:
“Scusate, devo parlare con questo signore. Adesso vi finisce Carlo.” Poi a voce alta per farsi sentire dal garzone:
“Carlo, lascia stare di pulire le seppie e vieni a servire.”
Si asciuga le mani sul grembiule si avvicina a Franco:
“Andiamo fuori però, qui c'è troppa confusione.”
Appena fuori Armando o pesciarolo sbotta:
“Ispettò voi nun me potete fa 'sti numeri. Io so pulito. Sul banco mio si vende solo pesce.”
“Perché l'altra roba la vendi da un'altra parte. Sei furbo e ancora non ti posso incastrare, ma sta tranquillo che prima o poi io in galera ti ci faccio fare la muffa.”
“Vabbè, quando trovate qualcosa, me lo dite. Adesso che la predica me l'avete fatta, io devo tornà al banco che c'ho gente.”
“Aspetta, prima dimmi chi è quello che l'altra sera è arrivato al bar, con una macchina sportiva.”
“Ma di che bar parlate. Io la mattina mi alzo alle cinque e la sera non vado in giro. Se permettete, torno al lavorare”
“Armà, di sicuro la droga non la vendi al mercato insieme alle vongole, ma sono sicuro che se ti arriva un'ispezione della finanza passi lo stesso un brutto quarto d'ora. Lo sai come sono quelli, e la bolla, la fattura, le ricevute... è un attimo e ti ritrovi col culo per terra.”
“Ma che volete da me ispettò?”
“Un nome Armando, solo un nome, te l'ho detto. Non lo saprà nessuno.”

“Montagano, fammi un favore, controllami un nominativo.”
Franco scrive qualcosa su un post it.
“Subito ispettore. Che ha fatto?”
“Niete di particolare, è una richiesta di un'autopattuglia, tu intanto verifica. E controllami pure questo numero di targa.”
L'ispettore legge un numero dal telefonino e trascrive anche quello sul foglietto giallo.
“Se mi dite qual'è la pattuglia mando l'informativa direttamente a loro.”
“No. Lascia perdere, ci penso io. Capito?”
Montagano prende il foglietto che l'ispettore gli sta porgendo e si dirige verso la stanza dov'è il PC collegato alla banca dati. Conosce l'ispettore Rigosi da sempre, sa di suo fratello, e se fosse al suo posto farebbe lo stesso.
Sulla porta si ferma un attimo e si lascia andare ad un sorriso complice.
“Ho capito, ispettore, ho capito, state tranquillo.”
“Grazie, Montagano.”
Franco si alza, spalanca la finestra dell'ufficio e torna alla scrivania. Si allunga sulla poltroncina di finta pelle con l'imbottitura sdrucita e accende una sigaretta. Guarda il cartello -vietato fumare- appeso nel corridoio proprio fuori dalla sua stanza, e con un sorriso soddisfatto scandisce un chiaro “fottiti”. Oggi il commissario Morozzi non c'è e nessuno può scassargli la minchia per una sigaretta.
Non ha ancora finito di godersi la sua bionda proibita, che l'appuntato rientra eccitato, senza nemmeno bussare.
“Ispettore, quel nome è falso, non esiste da nessuna anagrafe. E pure la targa dev'essere clonata, perché alla motorizzazione risulta una Fiat Punto. Se volete controllo a chi è intestata la punto.”
“Lascia stare. Sarà la solita auto rubata, con quelli dell'autopattuglia ci penso io.”
“Come volete... e se avete bisogno d'altro, lo sapete no?”
“Lo so, grazie.”

Sulla porta di casa lo accolgono Laura e profumo di pollo arrosto con i peperoni.
“Non vai fuori pure stasera vero? Ho fatto una cosa speciale per cena.”
Dalla sua stanzetta esce di corsa la bambina e gli si butta addosso. La prende in braccio, la fa roteare sopra la testa come un aeroplanino giocattolo, poi la rimette a terra.
“Vai a lavarti le mani, che si mangia.” Poi rivolto a Laura: “No, stasera non devo andare da nessuna parte. Un attimo e vengo a tavola.”
Non può continuare a dire a Laura che esce per giocare a calcetto. Troppo spesso per sembrare vero.
L'ultima volta, quando aveva riportato a casa tutta la roba ancora pulita e piegata s'era pure dovuto inventare che era arrivato a partita iniziata e era rimasto lì a guardare, poi come al solito erano andati a mangiare qualcosa insieme. Non può nemmeno dirle la verità, o qualcosa di simile, perché quando l'ha fatto gli ha tenuto il muso per una settimana.
Hanno appena iniziato a mangiare, che squilla il telefono. Laura si alza e va a rispondere.
“Pronto, casa Rigosi?”
“Si.”
“Buonasera signora, sono l'appuntato Monatagano. C'è l'ispettore?”
“Si, glielo passo.” Torna nel tinello: “è per te. Montagano.”
Franco si alza con un gesto di disappunto: “ 'azzo vuole mo questo...”
Parlotta un po' al telefono, poi torna a sedersi a tavola.
Laura lo guarda contrariata.
“Oh, mai che si possa stare tranquilli una volta. Fammi mangiare in fretta, che fra un po' viene a prendermi con l'auto di servizio. Hanno trovato uno morto ammazzato: devo andare là, che adesso arriva pure il magistrato.”
La cena prosegue in silenzio, finché non suona il campanello. Franco si alza, prende la giacca ed esce.
“Mi sa che faccio tardi... non mi aspettare.”

Di sotto Montagano aspetta sull'Alfa, con il lampeggiante blu acceso. Dalla finestra Laura guarda Franco salire sull'auto che si allontana veloce.
“Grazie Montagano.”
“E di che? Tanto stasera ero di servizio. Dove vi devo portare?”
“Volta qui a destra, che ho la mia macchina, poi tu tornate pure al commissariato.”
“Ispettore, se vuole vengo con lei.”
“No, non c'è bisogno. E poi se l'impara Morozzi, chi se lo sente?”
Franco parcheggia l'auto un centinaio di metri oltre il bar e aspetta. Come prima che diventasse ispettore, quando ancora usciva di pattuglia, come suo fratello quella sera che l'hanno ammazzato. Dietro il finestrino abbassato a metà per fare uscire il fumo della sigaretta, scorrono indifferenti auto e passanti, insieme ai suoi ricordi.
Il clangore di una saracinesca lo scuote. Guarda nel retrovisore. Stanno uscendo dal bar. Attende qualche istante poi mette in moto, esce dal parcheggio e prosegue lento verso la piazza. È questione di pochi istanti. L'auto sportiva che stava aspettando lo raggiunge e lo supera. Franco la fa allontanare quanto basta per tenerla d'occhio senza essere notato. Deve stare attento: non c'è molto traffico in giro. Se si avvicina troppo quello potrebbe insospettirsi.
Volta a destra, verso una zona più trafficata. Lascia che una Punto si inserisca fra lui e l'altro. Passano sotto il cavalcavia della stazione e imboccano il viale ampio fra palazzine anni cinquanta, ora fatiscenti, ma che ancorano denunciano qualche pretesa di eleganza. Sulle aiuole che bordano i marciapiedi crescono erbacce e margherite e le case vi si affacciavano come vecchie signore nei loro abitini eleganti d'una volta, ormai sciatti e fuori moda.
L'auto si ferma. Franco prosegue lentamente finché vede il ragazzo entrare in un portone. Si ferma anche lui.
Poco dopo si accende una luce al primo piano.

“Montagano, se mi cerca il commissario, digli che sono fuori per una cosa, ma torno prima delle cinque.”
“Vi serve l'auto di servizio?”
“No, vado con la mia.”
Franco esce dal commissariato. Per avere un mandato di perquisizione ci sarebbe voluta un'eternità e comunque l'avrebbe dovuto far richiedere da Andreetto, Troppo lunga la trafila. L'indirizzo lo conosce e di sicuro a quest'ora quello non è in casa. Come aprire una porta non è un problema. Anche un prete a forza di sentirlo raccontare in confessione, impara tutto quello che non sa sul sesso. Figurarsi se un poliziotto non impara come si forza una serratura.
Il portoncino è aperto. Sale al primo piano. Legge i nomi sul campanello della prima porta che trova. Ricci Anselmi. Sull'altra nessun nome.
Prende la sua Beretta calibro 9 dalla fondina, mette il colpo in canna, che non si sa mai e se la infila nella cintura dei pantaloni. Suona. Nessuno apre, nessun rumore dall'interno. Da una tasca prende un paio di guanti, un ferretto ad elle e comincia a lavorarsi la serratura.
Entra con circospezione e richiude la porta alle spalle. L'appartamento è ordinato. Sul divanetto davanti alla televisione una fila di cuscini allineati e gonfi, come se qualcuno li avesse sistemati prima di uscire. Si dirige verso l'altra stanza. Il letto è rifatto. Fruga nel comodino. Una rivista di fotografia e una pistola. Apre un cassetto del comò. Scosta delicatamente mutande, calzini, magliette e camice. In fondo, dietro due maglioni, un rotolo di banconote da cento, fermate da un elastico e un sacchetto di polverina bianca. Non è certo bicarbonato. Sarà almeno un chilo di roba.
Fruga ancora. Trova un'agenda nera, con dei fogli dentro. Forse c'è qualche nome interessante. Inizia a sfogliarla quando sente lo scatto dell'ingresso che si apre. Si appiattisce dietro la porta della stanza da letto. Trattiene il fiato.
S'è cacciato in un bel casino.
L'uomo entra nella stanza butta una giacca leggera sul letto e fa per riuscire. Franco e lì, a braccia tese che gli punta contro la pistola.
“Stai calmo, e non si farà male nessuno.”
“Ma chi cazzo sei?” mormora l'altro, più meravigliato che spaventato, alzando lentamente le mani. Poi ha uno scarto improvviso. S'abbassa e come una molla e gli si butta contro bloccandogli le bracia. Non fa nemmeno in tempo a premere il grilletto. L'uomo lascia la presa spingendolo all'indietro per colpirlo con un pugno. Franco riesce a schivarlo e sferra con tutta la sua forza un diretto in pieno viso. Il colpo violento spinge l'altro all'indietro contro lo spigolo del letto. Perde l'equilibrio e cade steso sul pavimento. Due occhi sbarrati fissano Franco mentre rivoli rossi, dal naso e dalla bocca vanno ad allargare la pozza color porpora che si sta formando sul pavimento, proprio dietro la nuca. Si china gli preme con un dito sulla giugulare. Nessun battito. Morto.
Si rialza lentamente e rimane a fissare quel corpo steso. Non avrà nemmeno trent'anni e, per bastardo che possa essere stato, grazie a lui non li avrà mai più.

Esce lentamente lasciando che il rosso si spanda sul parquet chiaro. È stato un incidente ed è meglio che la verità non venga a galla. Penseranno tutti a un regolamento di conti. Uno così avrebbe fatto comunque una brutta fine, ma adesso quel delinquente ce l'ha sulla coscienza lui.
Appena risale in macchina prende il telefonino e chiama il commissariato.
“Mi ha cercato qualcuno? No? Ascolta, Montagano, non mi sento troppo bene e non sto a tornare, me ne vado direttamente a casa. Se Morozzi ti chiede qualcosa, diglielo. Ci si vede domani.”

Alle sette e mezzo di mattina è strano vedere Andreetto uscire dall'ufficio del commissario, ed è strano pure che Morozzi sia già lì a quell'ora.
“Ciao Andreetto, che è successo, qualche casino grosso?”
“Ah, Rigosi, come non lo sai?”
“E che devo sapere? Ieri sono uscito dopo pranzo e siccome non mi sentivo troppo bene sono andato diretto a casa.”
“Hai presente la storia di quel gruppo emergente che sta facendo un putiferio per prendere il controllo sul territorio, che hanno fatto fuori pure don Vito?”
”Mbeh?”
“Avevamo dentro uno dei nostri sotto copertura. Era diventato l'uomo di fiducia d'un certo Riccio, uno vicino ai boss, ma qualcuno l'ha scoperto e l'hanno fatto fuori ieri a casa sua.”
Franco ha un sussulto.
“Scusa, se vuoi, il resto te lo racconto dopo, adesso devo fare rapporto alla procura. Bastardi del cazzo.”

Franco s'infila nel suo ufficio e chiude la porta. Accende una sigaretta e lascia che il fumo inondi la stanza, senza preoccuparsi di spalancare la finestra. Scrive qualcosa sul computer. Lo rilegge due o tre volte, corregge qualcosa, poi torna a rileggere. Alla fine lancia la stampa. Con un ronzio la stampante si avvia. Un foglio scivola sul vassoio. Mezza paginetta, una decina di righe in tutto. Lo lascia lì ed esce dall'ufficio, chiudendosi la porta alle spalle.
Sale in macchina e va verso la campagna. Campi di grano si stendono sulle colline basse. Imbocca una carrareccia fiancheggiata da un muretto a secco. Ferma l'auto e abbassa i finestrini. Frinio di grilli e odore di terra arsa riempiono l'abitacolo.
Prende il telefonino e chiama un numero che non risponde. Attende il beep della segreteria telefonica sforzandosi di ignorare che i suoi occhi stanno diventando lucidi.
“Laura, sono io. Non torno per pranzo. Non aspettatemi... Laura, vi voglio bene.”
Lascia andare il cellulare sul sedile del passeggero, apre il cassettino sotto il cruscotto, prende fuori la Beretta calibro nove d'ordinanza e mette il colpo in canna.
Uno stormo di corvi spaventai dal rumore improvviso si alza nel cielo sereno.