"Residui solidi" di Walter Tripi

Lo osservo: le sue mani che si muovono lente ma sicure, come se in quattordici anni avesse già capito tutto, sapesse tutto ciò di cui si ha bisogno per poter morire. Smonta le mie scale una per una, rimaneggia totalmente i miei tris. Io non li vedo neanche ma lui è contento, è soddisfatto della propria scaltrezza che lo sta per abbandonare: sembra non pensarci neanche. Mi guarda con compassione, lui. Mi guarda come se volesse dirmi che ognuna delle sue mosse è una delle mille fotografie che avremmo potuto farci scattare insieme: i compleanni, il diploma, la laurea, il primo giorno di lavoro, il suo matrimonio. Con i suoi occhi mi dice che non ce ne sarà bisogno, che quattordici anni sono bastati. Sono bastati.
Questo è stato il nostro tempo.
Continua a vincere, la sua testa rasata si muove alla luce fioca di una lampada. Non ricordo più che forma avessero i suoi capelli. Ho paura, ho paura di scordarmi tutto di lui, ho paura di morire senza ricordare quanta luce riuscisse a emanare mio figlio, ho paura di ricordarmi soltanto che ho sempre preferito il buio. E di ricordi non ne esistono altri in fondo, non servono. Mio figlio sa come perdere contro ciò che è più forte di lui. Ma sa battere me. Ho paura che cominci a vincere troppo velocemente, ho paura che quando vincerà in cinque mosse sarà finita, non avrà più niente da dirmi in un linguaggio che io possa comprendere. È troppo bravo ormai, andando avanti così diventerà velocissimo: è la cosa più intelligente che abbia mai creato in vita mia, forse l’unica. Ed è così intelligente perché non l’ho creato da solo. Seduto su quel tappeto vince, vince contro suo padre e in questo momento sono sicuro che capisce il motivo per cui vado a trovarlo soltanto una volta al mese, deve averlo capito perché sua madre ci sarebbe riuscita. Si concentra, un sorriso appena accennato sul volto. Mi aspetta, attende che i miei pensieri confusi trovino una soluzione: li prende per mano, mi insegna ciò che avrei dovuto insegnargli io, oltre le semplici regole del gioco, oltre la banalità di tre numeri di seme diverso buttati casualmente sulle mattonelle bianche. Non ho mai imparato a tenere bene le carte in mano, lui invece le tiene alla perfezione.
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