Saggistica

Da sempre l’uomo ha cercato il metodo migliore per conservare le conoscenze apprese dai suoi antenati e da lui stesso. Per lungo tempo, ci si affidò alla memoria: i padri tramandavano ai figli nozioni che dovevano essere mandate a mente; in seguito, con l’evolversi delle società tribali verso forme sempre più complesse, comparve la figura dello sciamano, che era non solo l’uomo più sapiente di tutti, ma anche colui che poteva dialogare col mondo degli spiriti. Fu solo con l’apparire della scrittura, nel sesto millennio avanti Cristo, che si formò una casta di saggi, scribi e filosofi. La scrittura permise un più rapido circolare delle conoscenze, che però non fu uniforme né nel tempo né nei luoghi: se nella Roma imperiale l’accesso all’istruzione scolastica era libero e chiunque, uomo o donna, sapeva leggere, scrivere e far di conto, in Gallia, Britannia e Germania le tradizioni pagane furono tramandate oralmente fino ai giorni nostri, e ancora nel Medioevo solo una minima parte della popolazione europea era alfabetizzata. In Italia, si è calcolato che il 30% della popolazione non riesca a capire il senso di un testo elementare, nonostante la frequentazione scolastica sia obbligatoria fin quasi alla maggiore età.
Con questa sezione di saggistica, non intendiamo in alcun modo aiutare i nostri lettori a percorrere la lunga strada dell’alfabetizzazione: ci sono al mondo specialisti ben più competenti e preparati di noi, per farlo. Preferiamo prefiggerci un compito forse più modesto, ma che riteniamo altrettanto importante: quello di aprire una finestra sul mondo, sulla società, su ciò che c’è di bello o di brutto. Si parlerà di letteratura, certo, ma non ci si fermerà lì, spaziando al cinema, al teatro, alle svariate forme dell’arte, alla storia, fino a formare una piccola «enciclopedia del sapere» di tutto ciò che riteniamo interessante. Con la speranza che il lettore di questa sezione possa incuriosirsi, appassionarsi e, perché no, anche divertirsi.

"Arsenico e vecchi merletti" di Alessio Pracanica


“Perché, buon Dio, mi sono sposata?“
( Gustave Flaubert – Madame Bovary )

Il letto
(Henry de Toulouse-Lautrec)

Arsenico e vecchi merletti Pag.1

“ Perché, buon Dio, mi sono sposata? “
( Gustave Flaubert – Madame Bovary )

Se c’è una frase che, a mio modesto parere, rende in pieno l’etica del passaggio tra ‘800 e ‘900, è la confessione di Gustave Flaubert “ Madame Bovary c’est moi! “ Non a caso, partendo da questo meraviglioso romanzo, Jules de Gaultier conia il termine di “ bovarismo “ ad indicare un’affezione dello spirito, più che una via provinciale all’adulterio.
L’atmosfera di quegli anni riflette un mondo a due velocità, da un lato la sonnolenta provincia, distaccata e in parte spaventata dalla modernità, dalla rapidità dei tempi che s’annunciano. Dall’altro le grandi capitali, Londra, Vienna e soprattutto Parigi, vorticosi contenitori di ogni cosa possibile, dalle avanguardie artistiche alla sifilide, dal socialismo fabiano a Jack lo Squartatore.
“ Io incarno lo spirito del nuovo secolo “ dice Ian Holm nel film “ From hell “ ( in italiano “ La vera storia di Jack lo Squartatore “) vestendo i panni del primo e più famoso dei serial – killers.
E questa frase, pur essendo, molto probabilmente, inventata dal senno di poi, è molto vicina al vero. Jack spunta fuori qualche anno prima di Freud, perché la patologia precede sempre la cura, ma rispondono entrambi alle stesse istanze. La psicanalisi cerca di sezionare la mente umana, Jack seziona quello che capita ed alla luce della prima, potremmo vedere nel bisturi di Jack un sostituto del pene. Usando gli strumenti della prima, capire lo strumento del secondo.
Non è un caso che la stampa si scateni su questi avvenimenti, il Romanticismo lascia, tra le sue molte eredità, il senso del morboso. Jack the Ripper è davvero il nuovo Messia del secolo che s’annuncia, tutto in lui esprime modernità, la sua stessa parabola criminale, brevissima e di grande notorietà e la sua scomparsa, che ne assicura l’immortalità, come James Dean o Jim Morrison.
Prima di indignarvi per questo paragone considerate un semplice fatto, non c’è persona al mondo che non conosca Jack lo Squartatore e purtroppo, è questo il reale significato della notorietà nel XX secolo.
Certo, per il momento il senso del morboso e le fobie sociali sono confinate nelle città.
Tra le donnine dipinte da Touluse-Lautrec e la sessuofoba pruderie dei piccoli villaggi, c’è in mezzo molto più di un ritardo culturale.
Il mondo contadino è l’ultimo baluardo della supremazia culturale cattolica, che racchiude, almeno in Francia e nel nord Europa, una notevole dose di antisemitismo, basti pensare al linciaggio giudiziario, proprio in quegli anni, dell’incolpevole Dreyfuss.
Le teorie di Freud, che cominciano a girare proprio in questo momento, vengono recepite come aberrazioni sessuali di una mente distorta.
Questo spirito fortemente repressivo, che ancora impera nelle periferie ( e quindi nella stragrande maggioranza della popolazione, perché l’urbanizzazione è un fenomeno di là da venire) si applica soprattutto alla donna, che l’uomo è libero di farsi tutte le amanti che desidera o, quantomeno, di effettuare la rituale capatina al bordello, ove sfogare i propri appetiti su figure femminili già degradate dal vizio, senza insozzare con le sue maschie libidini, la spirituale castità di quell’angelo del focolare che è la donna onesta,… moglie e madre.
L’orgasmo femminile è un fenomeno fantascientifico, la donna che prova piacere nell’attività sessuale è considerata una ninfomane e relegata nelle caste sociali più basse, in compagnia di ballerine, prostitute e popolane. Nasce in quegli anni il luogo comune piccolo-borghese “ andare con le donne fa venire le malattie “ perché, in epoca pre-antibiotica, la sifilide terrorizzava l’intera Europa, mietendo vittime illustri tra gli assidui frequentatori di case chiuse.
Ulteriore incertezza deriva dalle teorie di Darwin. L’uomo non è più “ immagine e somiglianza di Dio “, ma quadrumane pulcioso evoluto, i cui imbarazzanti parenti ancora s’aggirano per foreste e savane e ciò che era uscito, a pedate, dalla porta sembra rientrare dalla finestra. Se siamo animali, Jack the Ripper non è un’aberrazione, uno scherzo di natura, la collera di dio su una Londra divenuta Sodoma, ma l’espressione di istinti più profondi, risposta ad uno stimolo, cortocircuito senza sovrastruttura. Se l’Europa della Belle Epoque è Jeckyll, viene facile ravvisare Hyde in Jack. Il mostro non è più l’altro, il diverso, l’alieno, il mostro è dentro di noi.
Non siamo più spirito intrappolato nella carne, siamo un oscuro cocktail di impulsi, bisogni, desideri. E di tali desideri si renderà interprete uno dei maggiori poeti di ogni tempo, Oscar Wilde che, imprigionato per omosessualità, all’uscita dal carcere dirà “ Un patriota imprigionato per amore della patria, continua ad amare il proprio paese e un poeta imprigionato perché amava i ragazzi, continua ad amare i ragazzi! “
Dopotutto la pruderie non è un problema esclusivamente provinciale, probabilmente, a cavallo del secolo, non c’è un solo membro dell’aristocrazia inglese che, una volta o l’altra, non abbia sodomizzato un ragazzino addetto alla consegna dei telegrammi, ma zio Oscar mette in piazza tutto questo, se ne vanta. Più che punirne i peccati, la Londra vittoriana non gli perdona l’ostentazione.

“ Aveva in testa il berretto a visiera
e il suo passo appariva lieto e gaio
ma non vidi mai alcuno guardare
con tanta ansia la luce.
non vidi mai alcuno guardare
con tanta ansia negli occhi
l’esigua tenda azzurra
che i carcerati chiamano cielo …“
( Oscar Wilde – La ballata del carcere di Reading)

Un altro grande poeta, l’americano Walt Whitman ( lo zio Walt de “ L’attimo fuggente”) aveva scritto, qualche decennio prima, versi di chiara ispirazione omosessuale, ma senza trasformare la propria vita in un manifesto estetico, come zio Oscar e gli vennero perdonate molte più cose.

“ Straniero, se tu passando mi incontri e desideri parlare con me,
perché non dovresti parlarmi?
E perché io non dovrei parlare con te? “
( Walt Whitman – A te )

Arsenico e vecchi merletti Pag.2

In ogni caso, si modifica la concezione di molti fenomeni, ad esempio l’omosessualità, che perde molte delle sue prerogative “ virili”, per diventare ( almeno nei migliori tra i poeti) sentimento adulto e maturo, perché, indipendentemente da certi atteggiamenti pubblici puttaneggianti di zio Oscar, il livello della sua poesia è talmente alto, da elevare implicitamente i contenuti di cui si fa portavoce. Nel decadentismo di Wilde si intrecciano, vengono al pettine e si sciolgono compiutamente, molti nodi del mito occidentale. Dorian Gray è, allo stesso tempo, Narciso e Lucifero, un angelo caduto per cui tifiamo istintivamente, realizzando ed elevando il sogno di Milton, d’altronde:

“ Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso. “
( John Milton – Il paradiso perduto )

Se cambia il concetto di diavolo, cambia anche quello di peccato, autori insospettabili ribaltano il concetto di bene e male:

“ A te disfrenasi il verso ardito, te invoco, Satana, Re del convito.
Via l’aspersorio, Prete, e il tuo metro! No, prete, Satana non torna indietro “
( Giosuè Carducci – Inno a Satana )

E il melogranico Giosuè non è il solo:

“ Tu, tra gli angeli tutti il più bello e dotato, Dio tradito dal caso e di lodi privato,
o Satana, pietà del mio lungo patire!
Principe dell’esilio, stretto da ingiusta sorte, e che ti risollevi, vinto, sempre più forte,
o Satana, pietà del mio lungo patire! “
( Charles Baudelaire – I fiori del male )

e ancora, dalla stessa fonte:

“ Sia gloria e lode a te, Satana, nel più alto dei cieli dove un tempo regnasti e nel profondo Inferno dove in silenzio, vinto, sogni! Possa la mia anima un giorno riposarti accanto sotto l’albero della scienza nell’ora che i suoi rami si intrecciano, tempo novello, più su della tua fronte “

Non è uno sproloquio satanista alla Alester Crowley, perché trova riscontro in autori ben più leciti:

“ Re delle cose autor del mondo, arcana malvagità, sommo potere e somma intelligenza, eterno dator dei mali e reggitor del moto. “
( Giacomo Leopardi – Canto di Arimane )

In tutti questi autori, forse per la prima volta nella storia del pensiero occidentale, il principio negativo cessa di avere un ruolo subordinato rispetto al Bene e diventa il solo che determina e spiega il reale. E finalmente, con Jack, Darwin e Freud, ogni tassello và al suo posto.
Una parte minoritaria della società accetta tutto questo, riconosce in Dorian Gray o ne “ Lo strano caso del dottor Jeckyll e Mr. Hyde “ i simboli che li originano e tutela autori come Wilde, in nome della libertà personale e di espressione. Pensiamo all’appassionata difesa giornalistica da parte di Bram Stoker. Un’altra parte, arroccata nei propri pregiudizi e spaventata da queste visioni ( che comprende essere vere), reagisce con violenta ostilità e scatena una vera e propria persecuzione di alcuni personaggi. Oscar Wilde finisce sotto processo e poi in carcere. Flaubert viene processato per immoralità, la madre di Stevenson brucia il manoscritto del Dottor Jeckyll
( costringendo il figlio a riscriverlo a memoria.) Dreyfuss sconta un decennio di Cayenna. Sigmund Freud viene per molto tempo deriso e osteggiato. Le vignette del settimanale umoristico “ Punch”, ritraggono per anni la famiglia di Darwin, con zii oranghi e nonne scimmie.
Non sono casi isolati, anche se lo sembrano, sono solo gli episodi più noti del violento conflitto tra Jeckyll e Hyde, con Rousseau, Diderot, Freud e Darwin che soffiano sul fuoco.
La penna intinta nel vetriolo di Flaubert coglie perfettamente l’essenza di tutto ciò. Emma Bovary è una donna inquieta, bisognosa di stimoli più che di sessualità, prigioniera di un microcosmo provinciale e sposata ad un povero ometto incapace di trasmetterle alcun fremito.
Il fallimento del suo disegno di emancipazione ( non tanto sociale, quanto emotiva) la porterà al suicidio, come ovvia, naturale, logica conseguenza.
“ Madame Bovary c’est moi” quindi, non vuole soltanto significare che ogni scrittore “ dev’essere un po’ puttana”, ma soprattutto che l’autore è vittima delle stesse inquietudini del suo personaggio, perché Emma non è una zoccola qualunque, ma il simbolo del malessere di un’epoca, del bisogno di un’accelerazione nei tempi. Gli animi più sensibili di una società in trasformazione, non si accontentano più di danzare al ritmo scandito dai cavalli di Strauss. Il cancan ( diventato non a caso, sinonimo di confusione) dei locali parigini, esprime al meglio il loro confuso desiderio di qualcosa, che forse esiste, ma a cui ancora non si sa ( o non si può) dare un nome.

“ – Ma le lezioni,- ribatté lei – per essere efficaci, devono essere frequenti. – “
( Emma Bovary )

E’ una società ancora sonnolenta, pur con tutti i suoi entusiasmi per le conquiste della tecnica, per le architetture di Eiffel e Bartholdi, per gli aerostati, gli aeroplani, il cinematografo , per le navi “inaffondabili “ che naufragano al primo viaggio.
E la stessa società in cui sbarca Dracula, in una notte di tempesta e potremmo ravvisare, in Mina Harker, una Bovary in minore, contaminata dalla perversione, ma capace di lottare e ( ahimè) sottrarsi ad essa, perché l’etica sociale è ancora forte, si crede nei “ valori”, ma la superficie della morale vittoriana è molto più fragile di quanto sembri.
L’ Occidente a cavallo del secolo sembra essere tornato il migliore dei mondi possibili e ci vorrà la più atroce ed inumana delle guerre, per svegliarlo da questa pia illusione.

di Alessio Pracanica

"Cartoni che fanno crescere" di Barbara Bolzan

di Barbara Bolzan

ovvero: come le bimbe degli anni ’80 venivano introdotte alla Vita

Cartoni che fanno crescere - Pagina 1

Allora, non che io voglia far polemiche né accusare nessuno. Il mondo cambia, lo so, e di conseguenza la televisione si adatta al nuovo pubblico. Prima o poi dovrò farmene una ragione. Ma sono un essere umano anch’io. Di conseguenza, sono soggetta ad attacchi di nostalgia.
Io sono nata negli anni ’80 e rivoglio quella televisione lì. Non è una critica. È un dato di fatto. La rivoglio.
Tornavi a casa da scuola verso mezzogiorno, mangiavi, ti mettevi a fare i compiti ed eri contenta, perché sapevi che alle sedici zero zero, puntuale come un orologio svizzero, iniziava Bim Bum Bam. E anche se già allora eri un tipino sveglio e sapevi benissimo che il pupazzo Uan era per l’appunto solo un pupazzo, eri felice.
Ascoltavi i consigli per gli acquisti sciorinati da tal Paolo Bonolis, assillavi i tuoi genitori (da allora hanno preso in antipatia il povero presentatore) perché ti rendevi conto che aveva ragione lui, che senza il Dolce Forno tu proprio non potevi vivere, e del fatto che per cuocere una focaccina ci volessero tre ore a 220°C a te proprio non importava niente. Elettricità, spese… Questi son problemi della mamma, mica tuoi.
Intanto, eri in trepida attesa.
Quando l’incantatore di serpenti colpevole di tanti liti in famiglia si ritirava nel silenzio, cominciavano loro. I cartoni animati. Quelli belli, intendo, quelli che ti facevano crescere.
A mamma e papà non piacevano. Davano in smanie quando sentivano quelle risate urticanti e acute, quegli urletti, quando vedevano quegli occhioni con dentro le stelline e quelle bocche spalancate a forma di triangolo (i giapponesi sono a geometria variabile).
Tu, niente. Continuavi a guardare affascinata. E ti istruivi. Apprendevi nozioni che, già lo sapevi, un giorno ti sarebbero servite. Quelle storie ti aprivano la mente molto più di quanto avrebbero fatto dieci anni dopo il latino ed il greco.
È grazie ad esse se oggi sei quella che sei.
Ti costringevano ad aguzzare l’ingegno, perché finivi col porti domande esistenziali.
La prima era: «Perché le protagoniste sono tutte orfane maltrattate e nessuno le vuole?»
Le passavi in rassegna. Heidi-ollallallàihih e le caprette ti fanno ciao, Georgie che corre felice sul prato, Anna dai capelli rossi che vola e va come una rondine, Candy Candy, Charlotte, Polyanna, la Piccola Principessa…
Eri una bambina sveglia. Già dopo uno o due episodi, il concetto ti era chiaro: un’eroina che si rispetti è orfana.
Quindi, non ti sei fatta ingannare dai primi episodi di Hallo Spank.
Aika-Yaya aveva il papà, certo, ma tu eri vaccinata, tu sapevi che non poteva durare. E infatti: hallo Spank, il mio papà, hallo Spank, lo ha preso il mare, dolce Spank, mi sento giù, non lasciarmi anche tu.
Ormai stavi cominciando a capire che la felicità si costruisce su una base di sofferenza.
Non solo. Analizzavi. E questa analisi si articolava in due fasi.
Fase uno:
ti chiedevi: «Ma è poi un male essere senza famiglia?»
Insomma, Walt Disney docet: Biancaneve e Cenerentola mica ce li avevano, i genitori, eppure guarda che carriera hanno fatto e chi hanno sposato!
Fase due:
consideravi la tua esistenza con sguardo critico. Dal momento che eri piena di buon senso, sapevi essere obiettiva. Guardavi mamma e papà e paragonavi la tua vita a quella delle tue eroine. Riflettevi sul perché loro avessero tanti problemi mentre tu vivevi tranquilla e serena.
Arrivava quindi la presa di coscienza: capivi di essere fortunata, nessuno ti maltrattava allo scopo di farti diventare un’adulta complessata, nessuno ti cacciava di casa, nessuno ti sbatteva la porta in faccia, nessuno ti diceva di no, perché il metodo Montessori aveva mietuto le proprie vittime.
Insomma, quelle storie tristi delle quali ci abbeveravamo come ad una sacra fonte erano un incentivo all’amore famigliare. Miravano dritte ai Valori. Vuoi mettere?

Cartoni che fanno crescere - Pagina 2

Georgie era un’apoteosi e, ancora oggi, guai a chi me la tocca o gli faccio la posta sotto casa.
Storia complicata. Domande esistenziali a mille.
Prima di tutto: «Dov’è l’Australia?»
Nel rispondere a tale questione, abbiamo preso insufficiente in geografia. Non è una bella cosa, ma dobbiamo dirlo lo stesso perché non siamo ipocrite e la verità non si nasconde. Georgie ci ha fatto prendere insufficiente in geografia. Per noi bimbe degli anni ’80, l’Australia è vicina all’Inghilterra. Nessuno ci convincerà mai del contrario. Non può essere diversamente, altrimenti come avrebbe fatto la Nostra a trasferirsi da uno stato all’altro in due puntate da mezz’ora l’una pubblicità inclusa?
Geografia a parte.
Georgie, quanto a sofferenze e problemi, non ha niente da imparare da nessuno.
La madre putativa la odia perché, mentre il marito costruiva un’altalena per la piccola, è morto schiacciato sotto il peso di un tronco. Sono cose che capitano, mica è colpa della fanciulletta! Ma la matrigna, niente. Non vuol sentire ragioni.
Fedele alla tradizione e socia tesserata del club «Amici della Matrigna di Cenerentola», sottopone per innumerevoli episodi la povera Georgie a torture psicologiche che manderebbero in crisi schiere di stimati psichiatri i quali, dopo tre-quattro puntate, altro non possono fare che dichiararsi impotenti, stracciare la propria laurea e andare a consegnare il proprio curriculum vitae al Carrefour.
Dicevo: sottopone Georgie a torture psicologiche, salvo poi redimersi in extremis quando scopre che la Nostra non si è arresa, la sua mente non si è destrutturata o piegata, non ha telefonato per prendere appuntamenti con la categoria sopraccitata. Semplicemente, cacciata di casa, ha fatto davvero fagotto e tanti saluti.
Per dieci secondi la matrigna implora perdono al Cielo. Poi, sopraffatta dal rimorso, si accascia e muore di crepacuore. Pena del contrappasso.
I due fratellastri Abel e Arthur sono quasi eccezionali. Provano nei confronti della Deliziosa un’attrazione morbosa (noi guardavamo i nostri fratelli e, con sospetto, facevamo ovvi paragoni).
Un esempio su tutti: Arthur (il riccio) vede Georgie, ormai adolescente, scivolare nel fiume. La salva, ma la poverina sta male, è congelata. Lui, allora, si infila nudo nel di lei letto per riscaldarla col calore del proprio corpo (parole testuali pronunciate dall’eroe). Noi, bimbe ingenue, mica sveglie come i ragazzini del giorno d’oggi, lì a considerare la differenza tra un uomo ed un termosifone.
Venivamo in questo modo introdotte al meraviglioso mondo della fisica e della termodinamica.
Georgie ci insegnava anche cose ben più importanti: che l’amore fa sanguinare il cuore.
Lowell, l’innamorato inglese della Nostra, è bello, ricco, affascinante, di sangue blu e, in più, l’adora. Un uomo da sposare, insomma, uno capace di far morire d’invidia il Principe Azzurro. Ma ecco che i creatori del cartone si ricordano la loro funzione educativa e ci mettono in guardia: il lieto fine esiste solo in potenza, non in atto, quindi, bimbe belle, preparatevi negli anni a venire ad avere accanto al letto una bella scorta di fazzoletti di carta. L’amore fa piangere, signorine, e noi non siamo qui per indorarvi la pillola. L’amore è una brutta bestia, fa soffrire. Prima lo imparate e meglio è.
Così, la buttano in tragedia. Quella meraviglia di uomo è malato e Georgie, pur di salvarlo, rinuncia a lui, lo dà in pasto alla ex fidanzata Elisa, che ha più soldi di lei ed è così in grado di curarlo.
È una scena straziante. È una coltellata al cuore. Ma istruttiva.
Tu guardavi e apprendevi che amore è anche rinuncia. E mandavi la mamma al supermercato, per comprarti quei famosi fazzoletti di carta che un giorno ti sarebbero serviti.
C’erano anche altre domande fondamentali che sorgevano spontanee dalla visione del cartone.
Basta davvero tagliarsi i capelli per trasformarsi da splendida ragazza in splendido ragazzo? Perché mai, sempre sulla straordinaria nave che fa Australia-Inghilterra in due puntate, una bambina si innamora di Georgie? Perché la bacia sulle labbra?
Questioni che ti cambiano per sempre la vita.

Cartoni che fanno crescere - Pagina 3

Per la serie «Bambine, fate sport che vi fa bene», poi, c’era Mimì Ayuhara.
È la santa protettrice delle squadre di pallavolo femminili juniores. Queste, già quando il cartone ebbe la sua prima messa in onda, ricevettero un incremento delle iscrizioni pari al 320%.
Purtroppo, la visione di Mila e Shiro ha remato contro.
Mila è, in sostanza, la Mimì dei poveri. Una copia mal riuscita. E non venite a raccontarci che Mila è la cugina di Mimì per farcela apparire simpatica, ché tanto non ci crede nessuno. Mimì è graziosa, è la ragazza tenerezza con la divisa blu e il fiocco rosso su (o giallo, dipende dalla serie). Non si fa certo battere da una Mila brutta, stupida, snervante e costantemente in piena crisi ormonale.
Mimì incarnava la strenua lotta per conseguire un obiettivo. La ragazza ha le idee chiare, signori, e ha sofferto per arrivare dove è arrivata. Lei era quella che si allenava con le catene di ferro ai polsi, mica bruscolini (e noi, tutte a considerarci fortunate perché potevamo imparare a ricevere una palla in bagher senza sanguinare ad ogni colpo).
I disegnatori non erano stupidi. Si erano accorti per tempo che Mila non piaceva a nessuno. Così, hanno operato una modifica in corso d’opera: le hanno affibbiato un istruttore che la picchiava col bastone. Tanto per metterla alla pari con la maltrattata cugina e farci spuntare almeno una lacrimuccia.
Niente. Non ci siamo commosse.

Affrontiamo il tema dell’amicizia.
Grazie ai cartoni animati, tu scoprivi chi ti era amico.
L’analisi era molto semplice, molto più della prova del nove: chi odiava Candy Candy era dalla tua parte. Tutti gli altri no. Ebbene, tu ti guardavi intorno e scoprivi di avere solo amici. La tua autostima veniva solleticata ed imparavi ad aver fiducia in te stesso e nelle relazioni umane.
Avanti, ma chi è che amava Candy Candy? In una classe di venti alunni poteva forse essercene uno… e comunque, non si azzardava ad ammetterlo ad alta voce per paura di essere ostracizzato dal gruppo. Alla fine, crescendo, diventava un adulto problematico. Ammirare Candy Candy causa per lo meno un qualche squilibrio.

Per il filone «cartoni confusi» c’era Lady Oscar, mamma di tutte le ambiguità.
Quando l’intera serie è uscita in DVD, mi sono precipitata in edicola. Sono riuscita ad acquistare cinque episodi. Al sesto, l’edicolante mi ha fatto capire che, signora, cercherò di essere franco, la DeAgostini ci manda poche copie e qui ci sono molti bambini, sa, io dovrei privilegiare loro, sono in fase di crescita, lei quell’età l’ha passata da un pezzo…
Bella, decisa e spietata come il Conte di Montecristo, ho fatto dietro front e ho girato altre edicole. Ho detto che ero lì per comprare Lady Oscar alla mia sorellina e ho sciorinato altre bugie per le quali un giorno brucerò all’inferno. Tutto inutile. Non mi ha creduto nessuno.
Lady Oscar, la ragazza affascinante che vive e combatte come e anche meglio di un uomo e che tale vorrebbe essere a tutti gli effetti…
A onor del vero, la giovane ci prova anche ad essere una donna. Si innamora di Fersen, fa di tutto per farglielo capire. Ma gli uomini non sono mai stati delle aquile reali e se aspettiamo che siano loro ad accorgersi di qualcosa, stiamo fresche. Allora, tenta il tutto e per tutto. Si veste da donna e partecipa al ballo di corte. Fersen, con le fette di salame sugli occhi, non la riconosce. Anzi, cosa fa? Vien fuori a dire che Oscar è il suo migliore amico.
È uno schiaffo in pieno viso. Un «restiamo amici» espresso magari in modo più garbato, ma che comunque ci faceva capire che una frase simile sottintende: «Bella, è inutile, non c’è trippa per gatti».
Oscar si arrenderà mai alla dura realtà?, ci chiedevamo, col fiato sospeso. Accetterà mai la propria condizione?
Il fedele André, che l’ama, pur di convincerla che «donna è bello», agisce d’istinto: la bacia, le strappa di dosso i vestiti e le ricorda che una rosa non può cambiare, una rosa rimarrà sempre una rosa, una rosa non potrà mai essere una viola (anche in questo caso, parole testuali).
Dopo una tale argomentazione, è logico che la nostra eroina si áncori maggiormente alle proprie convinzioni. Se il destino di una donna è sorbirsi queste frasi da crisi iperglicemica, tanto meglio essere uomo.
E noi, lì a riflettere sulla differenza tra i sessi, a chiederci come mai la mamma storca il naso se vogliamo chiamare Oscar la nostra Sbrodolina e perché mai dare un simile nome al Cicciobello sia invece lecito.
Lì a riflettere perché mai, pur essendo André un bel figliolo, Oscar non se lo fili nemmeno di striscio e riservi invece tutte le proprie attenzioni a Maria Antonietta (sempre salvo redenzione in extremis, come tradizione comanda).

Cartoni che fanno crescere - Pagina 4

André, l’amore e la sofferenza…
La sofferenza. La scena in cui il Cavaliere Nero lo colpisce al volto con la lama della spada ci è rimasta impressa e ci ha insegnato che con i coltelli non si gioca. Il cartone mostra esattamente quell’occhio ferito e sanguinante con uno zoom in perfetto stile E.R. Venivi così introdotta alla medicina ed il tuo cuore imparava a nutrire quei sentimenti di pietà che avevi perso per strada guardando due o tre puntate di Candy Candy.
Lady Oscar. La nostra rivincita su quell’insufficiente in geografia. Sissignori, abbiamo preso tutte ottimo in storia, interrogate sulla Rivoluzione Francese. Bastava guardare il cartone e sapevi tutto, un po’ come al liceo abbiamo preso bei voti in filosofia tenendo il naso infilato nei libri di De Crescenzo.
Ecco come noi bimbe degli anni ’80 venivamo a contatto con i Valori della Vita e con il crudo Mondo-Degli-Adulti.
Ponendoti dubbi, crescevi. Ecco perché le femminucce maturano prima dei maschietti. Perché guardano storie animate diverse.
Insomma, cosa mai possono imparare, quelli là, da Mazinga, Daitarn III, Gig, Ken, Ufo Robot e compagnia bella? Niente. Quella è irrealtà. Noi sapevamo perfettamente che non potevamo fare affidamento su quei disegni animati. Mica esistono, quei robot. Se una cosa non esiste, non insegna niente.
A che mi serve l’alabarda spaziale quando il fidanzatino delle medie mi pianta di punto in bianco per un’altra? Scusa, cerchiamo di essere seri, dove la trovo io un’alabarda spaziale? Ora che vado in giro a cercarla, quello s’è già sposato. Basta un bello schiaffo. E anche se dagli occhi non ci sprizzano fuori raggi gamma, abbiamo visto abbastanza cartoni da femminucce per sapere come si incenerisce un uomo anche senza il doppio boomerang, la luce atomica e il maglio perforante.
Noi bimbe sapevamo molto più dei maschietti, eravamo avanti miglia e miglia e per questo li guardavamo con sapiente superiorità. Amore-amicizia-sentimenti-famiglia non avevano segreti per noi. Loro, invece, avevano ancora tutto da imparare.
Sapevamo bene, per esempio, che i Puffi non esistevano. Però li guardavamo lo stesso. C’è un motivo. Anche loro ci servivano per elaborare questioni importanti. Perché Puffetta è l’unica femmina del gruppo e, nonostante ciò, nessuno prova interesse per lei? Perché le nostre simpatie non vanno agli ometti blu ma a Gargamella e a Birba? A questa domanda è facile rispondere e la ragione trova il suo fondamento sempre nell’innato buon senso di noi bimbe: Gargamella è un uomo. Birba è un gatto. Esseri reali, come reali sono le nostre eroine. I Puffi, così come i robot, mica esistono. E poi, vestono tutti uguali, sono privi di senso estetico.
Ma soprattutto, ci chiedevamo: perché il Puffo vanitoso, pur essendo un maschietto, ha un fiore rosa nel cappello e parla con una vocina in falsetto?
Insomma, certe cose arrivi per forza a chiedertele.

Oggi.
Oggi è tutto finito, ed è per questo che io rivoglio gli anni ’80. Oggi abbiamo i Pokemon e i loro cloni. Non si impara niente con i Pokemon, le streghette e le fatine. Già digerivamo a fatica Sailor Moon (ma, impegnandoci, l’abbiamo comunque mandata giù).
Alcuni psicologi (quei pochi che non hanno guardato Georgie e quindi non hanno stracciato la laurea) sostengono che i disegni animati siano violenti e che si debba correre ai ripari.
Allora, io sono contraria alla violenza, ma si può sempre arrivare ad un compromesso. I bambini di oggi vogliono vedere combattimenti e morti ammazzati. Scusate, ma perché sprecare energie combattendo contro mostriciattoli?
Vi regaliamo Candy Candy. Così trova anche lei la sua ragion d’essere.
E siamo tutti felici.
(anno 2007)

"Danilo Dolci, oggi" di Fabrizio Chiesura

Intorno a Danilo Dolci e al suo siciliano “Borgo di Dio” (alias “Centro di formazione per la pianificazione organica”) si sono spesi fiumi di inchiostro: nel bene e nel male. Qui si vuole ricordare, anche se di sfuggita, il Premio Lenin per la Pace del 1956 e fare memoria del più importante angolo di mondo in Italia, luogo della pratica nonviolenta per trent'anni circa.
E allora come non risalire a quel giovane vittima della droga, di passaggio al “Borgo” nel 1979 e subito cacciato da Danilo? Allontanandosi, il nostro lanciò un grido che era un palese riconoscimento di tutta l'opera nonviolenta di Danilo: “Voi siete uomini di pace!”, sentenziò il ragazzo.
Io, a quel tempo, dirigevo il “Borgo di Dio”, beffardamente chiamato così dai siculi che volevano essere riconosciuti e dunque subito così battezzato perché lo strapotere del padrone li annichiliva.
Si trattava di “legittima difesa” o di un malcontento con basi profonde? Per capire, consiglio di leggersi il “Poema umano” di Danilo Dolci uscito presso Einaudi. E' un canto della nonviolenza in versi, con il dito puntato contro tutti i signori della guerra. Ricordo anche che, a quel tempo, nasceva a Partinico, poco lontano da Trappeto (ove era situato il “Borgo”) e poco distante da Palermo, “Radio Città Terrestre”. E il messaggio era: oggi non si può più essere e vegetare da provinciali, pena la scomparsa delle pur buone intenzioni.
Ma ancora mi piace dare la parola a Aldou Huxely: “Danilo Dolci – scriveva Huxely – è di quei moderni francescani muniti di laurea”. Dolci, aggiungiamo noi, non si laureò mai in architettura, ma in lui “vi è un alone di cultura scientifica generale” (sempre Huxely). Lasciamo la parola, la più significante proprio a Danilo Dolci: “Ho iniziato a scrivere in versi, giovanetto ripieno di avide letture... In un momento di saggezza, verso i venticinque anni, ho bruciato tutto, millecinquecento versi, allora li contavo”.
Già, perché “Poema umano” mostra in filigrana il diario di un programma esistenziale. Ed è una poesia civile di atavica grazia e di verità moderna, scandita con la coscienza che nella vita ciascuno è – può, deve essere – ostia agli altri. Mangiare è un dramma: cosmico. Danilo accettava di mangiare per poter farsi mangiare.

"Eppur si muove" di Dino Licci

Dino Licci
Galileo lo asserì sfidando le ire della Chiesa ma, alla luce delle moderne conquiste della Scienza, che senso ha dire che è la terra a muoversi intorno al Sole e non viceversa? Non dipende forse tutto dal punto di osservazione? Oltre al fatto che entrambi i corpi celesti ruotano intorno al loro centro di massa che cade all’interno del Sole solo grazie alle enormi dimensioni di quest ultimo, che senso ha, alla luce delle moderne conoscenze astronomiche, dare un centro all’Universo o al sistema solare?
Le leggi di Tolomeo che dovevano fare ricorso agli epicicli, non erano forse in armonia con un osservatore posto sulla terra e la teoria copernicana non comporta uno spostamento mentale dell’osservatore dalla terra, dove si trova realmente, sul Sole al solo scopo di facilitarne i calcoli matematici? Se dovessimo comportarci in armonia con i nostri recettori sensoriali e prescindendo dall’evoluzione gnoseologica dell’umanità, dovremmo tornare all’idea della terra piatta, ma qual è il momento di demarcazione tra l’accettazione delle teorie scientifiche moderne e una vita di relazione compatibile con la realtà? Intendo dire che, se dovessimo, nel quotidiano, vivere secondo le leggi della quantistica o della relatività, tutto il nostro modo di vivere deterministico ne risulterebbe contaminato. E allora, fin dove possiamo consentire alla verità scientifica di correggere l’immagine che i nostri sensi inviano ai centri cerebrali? Per chi non fosse ferrato in fisica, chiarirò alcuni punti di quanto ho appena scritto. La legge gravitazionale prevede che “due punti materiali si attraggono con una forza di intensità direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse ed inversamente proporzionale al quadrato della distanza che li separa” Ciò comporta, nel caso degli astri, che siano i corpi più piccoli a girare intorno ai più grandi anche se sulla forza di gravità la Scienza non è ancora riuscita a fare chiarezza. Insomma le leggi di Newton sono valide anche se la natura della forza gravitazionale risulta ancora oscura ed assoggettata, nella relatività generale, alla deformazione dello spazio-tempo. Ma, se non conoscessimo la fisica, noi vedremmo, basandoci sui nostri sensi, la terra ferma ed il sole girare, cosa che, se spostassimo il nostro punto di osservazione al di fuori dell’Universo, perderebbe quasi d’importanza perché l’Universo non ha nessun centro ed ogni corpo celeste potrebbe essere considerato il suo centro. Questi ragionamenti, mentre esaltano l’Uomo per le sue capacità di astrazione, contemporaneamente lo fanno sentire piccolo e sperduto nella trottola infinita dell’Universo. La stessa sensazione che noi uomini proviamo quando entriamo nei meandri della fisica quantistica che ci conduce nell’interno dell’atomo fino ai quark ed oltre, ipotizzando addirittura l’esistenza delle stringhe, molto più piccole perfino dei quark e tali da prevedere un mondo multidimensionale. Dobbiamo crederci basandoci su complesse equazioni matematiche e la verifica pratica che convalida la veridicità di queste conquiste teoriche, ma mai potremmo pensare di “vedere”, semplicemente con i nostri recettori sensoriali, neanche un elettrone per quanto della sua esistenza nessun fisico ormai dubiti. Insomma, nel corso dei secoli si è passati da una visione mistica ad una visone scientifica della vita, anche se molte conoscenze, sia pure in modo approssimativo, erano già presenti nella mente e nelle teorie di molti filosofi greci che abitavano la nostra terra intorno al VI secolo a.c. Durante quel periodo, Aristarco, Empledocle, lo stesso Talete si erano avvicinati moltissimo a verità scientifiche riscoperte soltanto quando gli eroi della Scienza quali Bruno, Vanini, Galileo, Copernico, Keplero, Newton, temerariamente sfidando i dettami della Chiesa arroccata nel mondo sublunare ipotizzato da Aristotele, ebbero il coraggio di renderle pubbliche a volte dopo decenni dalle loro strabilianti scoperte.
Ma queste scoperte, soprattutto la relatività e la fisica quantistica, ci costringono ad accettare ipotesi vere ma fortemente contro intuitive come la negazione del tempo assoluto o l’esistenza di Universi paralleli, facendo crollare molte nostre certezze e soprattutto l’idea di un mondo deterministico in cui il positivismo credeva.

"Guerra" di Dino Licci

di Dino Licci

Il 30 luglio 1932 da Gaputh (Potsdam), Albert Einstein scrive a Sigmund Freud una lunga ed articolata lettera che ha per oggetto la guerra, ricevendone un’ampia ma, in un certo senso, desolante risposta. Il fisico, impressionato dai guai che la società può apportare a se stessa con l’uso di armi sempre più sofisticate, chiede lumi allo psicologo, che lo istruisca sugli istinti che conducono l’uomo all’autodistruzione. La domanda è formulata in modo esaustivo e contiene già al suo interno, la desolante risposta. Ciononostante i due grandi dialogano, annaspano, si arrovellano, nella ricerca di una soluzione esauriente, di una speranza di pace che liberi l’uomo da questo flagello, ma che mi par di capire, alla luce di un’attenta lettura dei loro scritti ed un’accorta analisi storiografica del percorso umano, sia espressione fondamentale della natura stessa di tutta l’umanità. Eros e Thanatos, la pulsione della vita e la pulsione della morte in un gioco infinito, in un alternarsi senza fine di scontri, compromessi, sottomissioni, trattati, conferenze, dibattiti, firme, propositi che poi sfociano inevitabilmente, sconsolatamente, nell’eterno conflitto che regola le sorti dell’umanità, della vita stessa in tutta la sua complessa varietà oserei dire. Guardiamoci intorno. Riguadagniamo per un attimo la nostra più intima essenza. Passiamoci le dita sulle radici dei canini, tocchiamoci il coccige con quel brandello di coda, guardiamo i nostri occhi puntati in avanti come quelli di tutti gli altri animali predatori. E’ quella che chiamiamo ferocia che ci consente di sopravvivere, è lo scontro, la crudeltà mista e condita dalla “pietas”, dall’amore, dalla compassione, dalla misericordia. Fuori dagli schemi classici, fuori da ogni vuota retorica, non siamo noi che aggrediamo ogni giorno, fin dal primo respiro, i diritti degli altri uomini, piante, animali, cercando di assoggettarli ai nostri voleri  e  alle nostre esigenze? Salvo poi a dirci pacifisti, ad innalzare inutili vessilli arcobaleno che gridano una verità scontata ma senza riscontro pratico, senza nessuna possibilità di soluzione. Ci hanno provato in molti ma la verità è una sola come fece dire Platone a Trasimaco nel primo libro della “Repubblica”: La verità è del più forte”. Quando l’uomo era vestito da scimmia lottava contro i suoi simili brandendo improvvisati bastoni, la prima espressione pratica di quegli organi accessori che la funzione del dito opponibile gli consentiva ormai di costruire, in una corsa verso il dominio assoluto ed incontrastato della terra. La forza dell’idea si sostituiva alla forza bruta ma senza abbandonare il primitivo disegno che è: "dominare per non essere dominati". Gli studiosi di ecologia, gli esperti di evoluzionismo, gli specialisti della vita, sanno che la comparsa dell’uomo è relativamente recentissima nella storia del pianeta, recente e dirompente perché porta con sé distruzione e morte ma anche qualcosa di molto più allarmante, la coscienza di sé, la coscienza di dover morire ed il dolore insito in questa scoperta. Così nascono le religioni, nascono dal desiderio d’immortalità, dal rifiuto che tutto finisca col cessare del respiro, antiche credenze, dalla reincarnazione al giudizio universale, dalla trasmigrazione delle anime alla loro punizione eterna. E nascono i nuovo potenti, ai capi tribù si sostituiscono gli stregoni, ai guaritori i sacerdoti. I gestori delle anime, i tutori della vita eterna diventano i nuovi capi, le religioni i nuovi eserciti. E partoriscono le crociate, le lunghe guerre di religione, le conversioni forzate, l’assoggettamento al proprio credo, le lotte intestine tra cattolici ed ortodossi, tra Sciiti e Sunniti, tra laici e credenti. Ma la verità è più complessa e impaurisce e sgomenta come  ci suggerisce Egdar Lee Masters in questa sua breve lirica tratta dall'Antologia di Spoon River:

Quando vi sarete arricchiti l'anima
il più possibile,
con i libri, la riflessione, il dolore, la conoscenza degli uomini,
la capacità d'interpretare sguardi, silenzi,
le pause nei grandi mutamenti,
il genio della divinazione e della profezia;
sicché vi parrà a volte di tenere il mondo
nel cavo della mano;
allora, se per l'affollarsi di tanti poteri
entro il cerchio della vostra anima,
l'anima prende fuoco,
e nell'incendio dell'anima
il male del mondo è illuminato e reso intelligibile -
siate grati se in quell'ora di visione suprema
la vita non v'inganna.

"Il castello di carta della matematica" di Lorenzo Perego

Ovvero: Cosa guadagniamo quando perdiamo le nostre certezze?

di Lorenzo Perego

Il castello di carta della matematica - Pagina 1

INTRODUZIONE
Diversi sono stati i motivi che mi hanno spinto a scegliere le geometrie non euclidee come base per il mio approfondimento, primo fra tutti l’effetto che su di me hanno avuto le lezioni del professor Scaccabarozzi, che spesso ha parlato di questo argomento collegandolo ai temi più vari del suo programma. Inoltre la mia voglia di conoscenza su di un argomento intrigante e sconosciuto mi ha spinto a portare avanti il mio progetto. Approfondendo la ricerca, ho poi avuto modo di riflettere su tutto ciò che la scoperta di queste nuove geometrie portò con sé: le salde basi di appoggio su cui l’uomo si era fino ad allora adagiato cominciavano a traballare, qualcosa che era stato considerato per secoli come lo specchio della perfezione veniva smontato e smentito, ma soprattutto, veniva messo in evidenza il carattere puramente convenzionale della matematica.
L’umanità era stata messa in crisi, non esisteva più l’idea di una totalità perfetta che potesse essere riflessa dalle leggi della società o dalle formule e dai numeri: tutto era (ed è) una convenzione, un compromesso.
Ma dalla caduta di queste certezze, il genere umano ottenne molto di più di quanto avesse potuto sperare restando tranquillamente addormentato nella bambagia della perfezione raggiunta e tenuta a portata di mano…

1) EUCLIDE
Siamo in Grecia, intorno al 300 a.C.; la ricchezza e il potere conquistati da questo stato hanno permesso ai suoi abitanti un tenore di vita piuttosto elevato. In particolare godono di grande rispetto gli studiosi e gli artisti: infatti il clima di generale benessere ha favorito in modo esponenziale la crescita e lo sviluppo delle arti e delle scienze.
Tra questi, un matematico di nome Euclide decide di raccogliere tutto il sapere della sua disciplina in un’opera monumentale, che intitola “Elementi”.
La prima parte del libro è costituita da termini, postulati e nozioni comuni. I termini presentano gli enti geometrici fondamentali, sulla base di descrizioni di oggetti reali comunque rappresentabili con riga e compasso: è evidente quindi come, fin dal principio, Euclide utilizzi la realtà concreta per descrivere enti astratti; del resto, tutto ciò che la matematica euclidea descrive, rappresenta (o forse rappresentava) in modo completo la realtà che ci circonda.
I postulati sono gli assiomi che stabiliscono in quali relazioni costruttive stanno fra loro i diversi enti geometrici; in particolare citerò per intero il V postulato, cioè il pomo della discordia che porterà, circa milleottocento anni più tardi, alla scoperta delle geometrie non euclidee. Questo postulato recita così: “Risulti postulato che, se una retta venendo a cadere su due rette forma gli angoli interni e dalla stessa parte minori di due retti (= tali che la loro somma sia minore di due retti), le due rette prolungate illimitatamente verranno ad incontrarsi da quella parte in cui sono gli angoli minori di due retti (= la cui somma è minore di due retti). Le nozioni comuni, infine, sono assiomi logici, cioè principi accettati come veri anche al di fuori del contesto strettamente geometrico.
La geometria euclidea ha quindi tre caratteristiche fondamentali: si occupa di una realtà che è lo spazio che ci circonda; i suoi assiomi sono evidenti e indiscutibili; i suoi oggetti sono idealizzazioni di oggetti reali.

2) KANT
Per rendere ancora più evidente il clima di quasi sacralità che circondava, fino a due secoli fa, la geometria euclidea, è sufficiente prendere in esame Immanuel Kant.
Filosofo illuminista, un “colosso” nell’ambito della sua disciplina, Kant nelle sue opere fondamentali, cioè “Critica della ragion pura”, “Critica della ragion pratica” e “Critica del giudizio”, si pone come obiettivo un attento esame critico del sapere filosofico e delle possibilità e dei limiti conoscitivi del pensiero umano.
Nella “Critica della ragion pura” (1781), Kant classifica le regole formali del pensiero, distinguendo tra giudizi a priori e giudizi empirici, che a loro volta si distinguono tra analitici e sintetici.

Il castello di carta della matematica - Pagina 2

I giudizi a priori sono indipendenti dall'esperienza e derivano dal pensiero in se stesso; si distinguono per la loro necessità e universalità.
I giudizi empirici o a posteriori derivano dall'esperienza, pertanto non sono universali ma contingenti, particolari, dipendono da fatti specifici.
I giudizi analitici sono quelli contenuti implicitamente nel soggetto di cui si parla, pertanto non ampliano la nostra conoscenza.
I giudizi sintetici sono quelli che aggiungono al soggetto di cui si parla qualcosa che non era già pensato in esso, pertanto ampliano effettivamente la nostra conoscenza.
L'attenzione di Kant è rivolta ai giudizi sintetici a priori. Essi rappresenterebbero una forma di conoscenza sicura e universale che arricchisce la nostra conoscenza su un dato oggetto e allo stesso tempo non ha il carattere di imperfezione della conoscenza empirica.
Per Kant, le proposizioni della matematica sono giudizi a priori e non empirici, poichè la loro necessità è di tipo logico e non dipende dall'esperienza.
In particolare, i postulati della geometria di Euclide sono giudizi sintetici a priori, e di conseguenza lo sono anche tutti i teoremi della geometria.
In che modo, allora, le nostre conoscenze dello spazio sono applicabili al mondo esterno dei fenomeni fisici? Perchè i postulati di Euclide ci appaiono veri e non riusciamo ad immaginarne altri?
Secondo Kant, i dati relativi allo spazio reale in cui viviamo ci giungono attraverso i sensi e vengono organizzati dal nostro intelletto. Quando giungono alla nostra coscienza sono stati già rielaborati. La nostra idea di spazio non si riferisce allo spazio reale esterno a noi, ma ad uno spazio di natura intellettiva che filtra e organizza le nostre esperienze. L'intuizione a priori dello spazio è quindi a fondamento della geometria, così come l'aritmetica si fonda sul tempo (il "contare" come reiterazione continua nel tempo di una singola unità di base).
I principi di Euclide descrivono, quindi, non uno spazio esterno ma questa struttura mentale che ci permette di cogliere e organizzare la percezione che abbiamo degli oggetti. Essi sono infallibili e indiscutibili proprio perchè non si riferiscono all'esperienza, ma al modo in cui la nostra mente dà una struttura all'esperienza.

3) LA NASCITA DELLE GEOMETRIE NON EUCLIDEE
Abbiamo visto chiaramente come per Kant le regole di Euclide non solo descrivono la realtà esterna al soggetto, ma addirittura ne sarebbero a fondamento.
E' facile quindi immaginare in quale situazione di sgomento e di crisi vennero a trovarsi tutte i pensatori successivi, quando nella prima metà del XIX secolo vennero pubblicati i primi trattati riguardanti geometrie differenti da quella di Euclide.
Il punto caldo che diede il via alla "rivoluzione" fu, come accennato sopra, il V postulato degli "Elementi", che nella sua forma semplificata recita: "Per un punto esterno ad una retta passa una sola parallela alla retta data".
Già Euclide stesso, infatti, non era pienamente convinto dell'assoluta e inconfutabile verità di questo postulato (che neanche lui riuscì a dimostrare), ma dovette inserirlo comunque nella sua opera per poter dimostrare molti dei successivi teoremi; questo postulato, pur essendo coerente col senso comune, non presenta tuttavia quel carattere di evidenza comune agli altri assiomi proposti dal matematico greco.
Nel 1733, Gerolamo Saccheri pubblicò: "Euclides ab omni naevo vindicatus" (Euclide emendato da ogni difetto), un'opera nella quale il matematico italiano, ragionando per assurdo, tentò di dimostrare il V postulato. Assumendolo come falso, Saccheri era alla ricerca di contraddizioni stridenti con altre parti della geometria; formulò e dimostrò così una serie di teoremi diversi da quelli euclidei. In tale inconsapevole anticipazione di risultati non euclidei consiste l'importanza dell'opera di Saccheri, il quale tuttavia, annebbiato dal pregiudizio, considerò le sue conclusioni "ripugnanti" e ne dedusse di aver commesso qualche errore.
All'inizio del XIX secolo, tre matematici, il tedesco Carl Friedrich Gauss, l'ungherese János Bolyai e il russo Nikolaj Ivanovič Lobačevskij, l'uno indipendentemente dall'altro, capirono che il postulato era, in realtà, indimostrabile.
Un aneddoto curioso lega i primi due studiosi. Il padre di Bolyai era infatti amico di Gauss, la più grande autorità matematica del tempo, e a lui per primo Bolyai padre comunicò orgogliosamente le scoperte del figlio. Gauss gli mostrò il suo lavoro e le conclusioni a cui era giunto, che erano le stesse di Bolyai figlio, il quale non reagì nel migliore dei modi, perchè sospettò che il tedesco volesse impadronirsi della scoperta e che il padre lo avesse tradito. Bolyai smise definitivamente di occuparsi dell'argomento e perse via via il suo equilibrio mentale.
Il procedimento seguito dai tre matematici, con molta approssimazione espositiva, è il seguente.
Data una retta per il punto P che intersechi r in un punto Q, si può allontanare il punto di intersezione verso l'infinito da una parte (verso destra) o dall'altra (verso sinistra). Ora, se ci liberiamo dal nostro punto di vista legato alle consuetudini, cosa impedisce di pensare che tra la posizione della parallela destra td e quella della parallela sinistra ts non vi siano altre rette che non intersecano r?

Fu soprattutto Lobačevskij in seguito a sviluppare ulteriormente queste nuove teorie. Tra l'altro, nella sua geometria si dimostra che la somma degli angoli interni di un triangolo è minore di un angolo piatto: essa è uguale a  - k, in cui k, detto difetto, è un numero non negativo che dipende dalle dimensioni dei lati del triangolo. E, quanto più un triangolo è "grande", tanto maggiore è la sua differenza da un "normale" triangolo euclideo, in cui la somma degli angoli interni è uguale ad un angolo piatto.
Nell'ottica di Lobačevskij, perciò, la sua geometria non contraddice la geometria euclidea, ma ne costituisce una generalizzazione. Infatti, rispetto alle grandezze piuttosto piccole che in genere misuriamo, il difetto k è talmente piccolo da diventare trascurabile e diventa quindi corretta (per la classe di problemi che "abitualmente" trattiamo) l'ipotesi euclidea. Questo è un argomento che riprenderò più avanti, quando illustrerò le applicazioni delle geometrie non euclidee.
Si era quindi ormai giunti alla consapevolezza che non esiste una geometria "vera", ma che ogni geometria è "vera" se non contraddittoria, nei procedimenti e nei risultati, con l'ipotesi assunta.
Nel 1854 fu la volta di Bernhard Riemann, che discusse all'università di Gottingen la sua tesi per la libera docenza "Sulle ipotesi che stanno alla base della geometria", in cui, insieme ad una generalizzazione molto spinta dei contenuti della geometria, dà lo spunto per un modello molto semplice di geometria nel quale non vale il postulato delle parallele, in un senso più forte di quello per cui non vale nel sistema di Lobačevskij.
Come abbiamo visto, infatti, il postulato delle parallele afferma sia l'esistenza sia l'unicità della parallela ad una retta per un punto esterno. Nel sistema di Lobačevskij cade l'unicità: per un punto esterno ad una retta data esistono più rette parallele. Riemann considera invece un sistema in cui cade anche il postulato di esistenza: ogni retta condotta da un punto esterno la interseca in un punto.
Felix Klein classificò le geometrie in tre classi fondamentali:
Geometria euclidea: è la geometria delle superfici a curvatura nulla (Euclide);
Geometria ellittica (o sferica): è la geometria delle superfici a curvatura positiva (Riemann);
Geometria iperbolica: è la geometria delle superfici a curvatura negativa (Lobačevskij).
Infatti Riemann ambienta la sua geometria sulla superficie della sfera, considerando "rette" i cerchi massimi, cioè i meridiani in un mappamondo: i paralleli diventano infatti puntiformi ai poli e quindi non possono essere considerati "rette"; i cerchi massimi si incontrano sempre ai poli, quindi è evidente l'impossibilità di avere rette parallele.
La geometria di Lobačevskij è stata invece ambientata da Klein all'interno di una circonferenza, in cui le infinite parallele sono le corde, e da Beltrami su un iperboloide di rotazione detto pseudosfera, a curvatura costantemente negativa.

Il castello di carta della matematica - Pagina 3

4) RUSSELL
Ad agitare ulteriormente le già inquiete menti dei sapienti del tempo provvide Bertrand Russell, inglese, logico e matematico, filosofo del linguaggio e maestro di Wittgenstein.
All'inizio del XX secolo, Russell propose una curiosa antinomia (vale a dire una proposizione contraddittoria in sè, tale che se è vera allora è falsa e se è falsa allora è vera) destinata a dare inizio ufficialmente alla crisi dei fondamenti della matematica; infatti questa antinomia scosse l'edificio matematico proprio alle fondamenta, cioè nel cuore della teoria degli insiemi, mentre le geometrie non euclidee si erano in fondo limitate a creare crepe in superficie.
Andiamo quindi ad illustrare l'antinomia di Russel.
Poichè gli insiemi si definiscono in piena libertà, essi si possono pensare suddivisi in due categorie:
• insiemi che tra gli elementi hanno loro stessi: ad esempio, "l'insieme di tutti i concetti astratti" è a sua volta un concetto astratto ed ha perciò se stesso tra i suoi elementi;
• insiemi che non hanno loro stessi come elementi: ad esempio, l'insieme dei numeri naturali non è un numero naturale e perciò, tra i suoi elementi, non c'è se stesso.
Indichiamo allora con K l'insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a se stessi: K = {x; xx}.
Ora ci si pone il problema: K appartiene o no a se stesso?
Se K appartiene a se stesso, allora, per definizione, K ha la proprietà di non avere se stesso tra i suoi elementi; K perciò non appartiene a se stesso: K  K.
Se invece K non appartiene a se stesso, allora, per definizione, ha la proprietà di avere se stesso tra i suoi elementi; K perciò appartiene a se stesso: K  K.
L'evidente contraddizione minava alle radici la teoria degli insiemi a partire dalla quale, dalla fine dell'Ottocento, era stato costruito tutto l'edificio matematico. Nei primi decenni del Novecento molte altre antinomie contribuirono a mettere in crisi l'apparato logico-concettuale che si era dato la matematica e, soprattutto, il programma di fondare la matematica su basi logiche al riparo da qualunque contraddizione. Lo stesso Russell elaborò una complessa teoria (detta teoria dei tipi) nella quale la formazione di insiemi veniva vincolata al fatto che un insieme potesse essere elemento di un altro insieme soltanto se quest'ultimo fosse stato di un "tipo" più generale. Russell aveva infatti individuato un elemento comune di tutte le antinomie: l'autoreferenzialità, il fatto cioè che in un linguaggio, in una teoria, fosse possibile affermare qualche cosa attorno al linguaggio o alla teoria stessa.

5) APPLICAZIONI PRATICHE DELLE GEOMETRIE NON EUCLIDEE
Fino a questo punto, la matematica è stata paragonata ad un immenso edificio, il quale, prima corroso e riempito di crepe in superficie (dalle geometrie non euclidee), poi minato nelle fondamenta (dall'antinomia di Russell), finisce inevitabilmente per crollare su se stesso.
Le macerie tuttavia possono essere recuperate ed utilizzate per creare nuove opere, nuove costruzioni, nuovi edifici.
Le neonate geometrie non euclidee hanno infatti trovato applicazione nei campi più svariati: dalla crittografia alla robotica, dall'astronomia alla navigazione, fino all'algebra avanzata.
Ai teoremi delle geometrie non euclidee i matematici ricorrono per risolvere problemi molto astratti, che però possono avere anche applicazioni concrete. La geometria ellittica, per esempio, è usata anche per cifrare messaggi segreti. La struttura matematica di molti nodi, invece, è governata dalla geometria iperbolica. Un fatto che potrebbe rivelarsi importante in chimica e biologia, per esempio nello studio di molecole complesse come il DNA.
Un'applicazione più astratta è stata la dimostrazione dell'ultimo teorema di Fermat, una congettura apparentemente ovvia, ma che per quattro secoli nessuno era riuscito a dimostrare. Ecco come si svolse la vicenda. Il lavoro di Fermat ebbe origine dallo studio dell'Aritmetica, l'opera del matematico greco Diofanto, in particolare dal capitolo sui numeri pitagorici, cioè su quelle terne di numeri reali a, b, c che soddisfano l'equazione a2 + b2 = c2 (ad esempio 3, 4, 5).
Fermat osservò che, riformulando il teorema di Pitagora in modo più generale, per qualunque valore dell'esponente n, cioè an + bn = cn, si perveniva a un'equazione che non ammetteva alcuna soluzione intera, per valori di n maggiori di 2. Ad esempio, non esiste alcuna terna di numeri a, b, e c che soddisfi l'equazione a3 + b3 = c3. A margine della sua copia dell'Aritmetica egli annotò: "Ho scoperto una prova veramente rimarchevole di ciò, ma questo margine è troppo piccolo per contenerla". Molti matematici hanno tentato di dimostrare il teorema di Fermat o di trovare un controesempio che lo confutasse. Nel 1908 fu addirittura fissato un compenso di 100.000 marchi dall'Università di Göttingen, in Germania, per chiunque avesse presentato una dimostrazione (ma non una confutazione) entro il 13 settembre del 2007. Con l'aiuto del computer, il teorema è stato dimostrato per esponenti fino a circa 125.000, ma ancora non è stata trovata una dimostrazione valida per tutti i valori di n. Nel giugno 1993, Andrew Wiles, un matematico dell'Università di Princeton, affermò di aver trovato la soluzione, ma nel dicembre successivo fu scoperto un errore nella dimostrazione del teorema, che Wiles riuscì in seguito a correggere. Nel 1998 la dimostrazione del teorema di Fermat di Wiles è stata ufficialmente accettata dall’International Mathematical Union (la società che riunisce tutti i matematici a livello mondiale) che ha riconosciuto i suoi meriti conferendogli una targa d’argento.
Le geometrie non euclidee hanno anche applicazioni ingegneristiche, per muovere i bracci dei robot industriali, per esempio. Un braccio rigido, infatti, è vincolato a muoversi su una circonferenza, o su una sfera, secondo le leggi della geometria ellittica. Il problema diventa più complesso se il braccio è composto da più parti collegate fra loro, che devono anche evitare di scontrarsi e intrecciarsi. In questi casi, il movimento si può rappresentare su una "superficie" astratta che è la generalizzazione di una sfera in uno spazio con più dimensioni e, per farlo, è spesso necessario ricorrere a discipline più generali. Come la geometria differenziale, che include come casi particolari la geometria euclidea e quelle non euclidee, perchè vale non solo su piani, sfere o iperboloidi, ma su una classe vastissima di superfici (un'altra geometria non euclidea sempre più generalizzata,quindi). Per questo motivo, la stessa disciplina è anche adatta a descrivere il movimento di robot su superfici arbitrarie. Un robot come il Sojourner (che nel 1997 esplorò Marte), per esempio, deve muoversi su un suolo ondulato e irregolare nella maniera più opportuna: seguendo la via che corrisponde al minor consumo e al minor rischio. In pratica, questo compito equivale a seguire il percorso più "breve" (la generalizzazione della linea retta) in un opportuno spazio non euclideo, anche se non corrispondente allo spazio reale.

Il castello di carta della matematica - Pagina 4

6) EINSTEIN
Nonostante tutto ciò che il capitolo precedente ha illustrato, la cara vecchia geometria di Euclide non è ancora da buttare via, tanto che la usano ingegneri, fisici, architetti.
Se però, come ho accennato nel capitolo tre, allarghiamo la visuale e consideriamo distanze di migliaia di chilometri sulla Terra, allora la sfericità del pianeta comincia a farsi notare, e la geometria ellittica diventa importante. I piloti degli aerei, per esempio, sanno benissimo che la rotta più breve fra due località si trova sempre su un arco di cerchio massimo: è anche per questo che, per volare fra due aeroporti alla stessa latitudine, gli aerei non seguono la linea immaginaria dei paralleli. Passare per il Polo Nord, insomma, è spesso una scorciatoia.
Anche lo spazio dell'universo non è sempre euclideo.
Lo capì Albert Einstein, il più grande fisico del XX secolo, eletto "personaggio del secondo millennio". Nel 1916, pubblicò la sua Teoria della Relatività Generale e ipotizzò che la gravità fosse un effetto geometrico dello spazio (la geometria giusta per descrivere questo fatto è quella ellittica). Si può pensare, cioè, che lo spazio che ci circonda presenti protuberanze e ondulazioni in corrispondenza di galassie, stelle e pianeti.
Una buona analogia è quella di una palla da biliardo su un foglio di gomma: intorno alla biglia il foglio risulta incurvato. Allo spazio succede qualcosa di simile: le protuberanze influenzano il moto delle particelle e della luce. Di solito si pensa che la luce si propaghi in linea retta, ma se lo spazio è curvo, in esso non esiste nulla di simile a una linea retta. In questo caso, la luce seguirà una geodetica, cioè il percorso più breve possibile, ma non necessariamente "dritto".
Proprio quello che osservò Sir Arthur Eddington, durante un'eclissi nel 1919: le stelle vicine al Sole erano leggermente spostate rispetto a quanto previsto dai calcoli tradizionali, anche perchè i loro raggi non si muovevano in linea retta. L'esperimento di Eddington decretò il successo della relatività generale e rese Einstein una celebrità.
Oggi la teoria di Einstein viene utilizzata anche per lo studio dei buchi neri, la cui fisica si pensa si possa spiegare attraverso la curvatura dello spazio e l'effetto della gravità sui raggi di luce.

7) ESCHER
Le geometrie non euclidee non potevano non influenzare anche il mondo dell'arte: la nuova concezione dello spazio e gli stravolgimenti che tutto ciò comportava, affascinarono subito artisti d'avanguardia come l'olandese Maurits Escher.
Questo artista, oltre ad illustrare paradossi percettivi come scale e cascate che, pur scendendo in continuazione, si trovano sempre allo stesso livello nel piano, ha composto molti quadri usando tassellazioni geometriche. Mi limiterò a prendere in esame quelli eseguiti basandosi sulle geometrie non euclidee.
Escher venne a conoscere la geometria iperbolica nel 1958, tramite il geometra Coxeter, e produsse quattro famose opere, tutte denominate "Limite del cerchio (I-IV)". In particolare, in "Limite del cerchio IV", che è un ulteriore adattamento della tassellazione euclidea "Angeli e diavoli", tutti gli angeli e tutti i diavoli hanno le stesse dimensioni iperboliche, nonostante l'apparente diminuzione euclidea, dovuta al fatto che le distanze si misurano diversamente nei due casi.

"Il decalogo del perfetto scrittore" di Francesco Pomponio

di Francesco Pomponio

10 regole semiserie per chi desidera cimentarsi nella scrittura, 10 errori da non commettere quando si vuole scrivere un racconto o un romanzo editorialmente perfetto

"Il decalogo del perfetto scrittore" pag. 1

Suggerimenti semiseri per l'aspirante scrittore.
Stavo per chiamarli consigli, ma visto che oggi dei consigli nessuno sa che farsene, lasciamo
suggerimenti.
Prima di cominciare dovete sapere che non è mia intenzione insegnare qualcosa a qualcuno.
Sarebbe presuntuoso e comunque inutile. Io ho imparato molto seguendo i consigli (questi li chiamo
così) di grandi scrittori, da Hemingway a Stephen King. Chi è interessato può fare la stessa cosa
acquistando “Festa Mobile” di Hemingway oppure “On writing” di King.
Da parte mi mi limiterò a raccontare quello che per me sembra funzionare. Se andrà bene anche per
qualcun altro ne sarò moderatamente felice, in caso contrario che ci avete perso? Dieci minuti di
lettura non hanno mai ammazzato nessuno.
Ne ho viste di cotte e di crude.
Nella mia lunga e avventurosa vita ho conosciuto tante persone, ho consumato ettolitri di benziana,
letto centinaia di libri e decine di racconti. E a questo proposito devo riconoscere che molti di quei
libri valevano meno della carta sulla quale erano stampati.
E così li ho regalati a chi mi era antipatico. Li ho riciclati come regali di Natale per nipoti che tanto
non li avrebbero letti. Ultimamente sono persino arrivato a lanciarli attraverso la stanza verso il
cestino. E l'unico interessante effetto che facevano era il fruscio delle pagine che si aprivano in
volo, e il rumoroso atterrare sul pavimento. Chi indovina mai il cestino?
Un po' alla volta ho alleggerito le tavole della biblioteca e mi sono rimasti solo i libri più belli,
quelli che, se un giorno dovessi naufragare su un'isola deserta, vorrei avere con me.
In futuro può darsi che arriverò a bruciare i libri inutili e scritti male, facendoli finalmente tornare
quello che erano e che avrebbero dovuto restare. Cenere.
Oggi si trova di tutto anche in Internet, ma i file non si possono bruciare, e stamparli per poi
incenerirli mi sembra esagerato. Anche se alcuni meriterebbero lo sforzo.
Però posso fare qualcosa per evitare che certi racconti se ne vadano in giro a far credere agli
sprovveduti che la letteratura italiana sia scesa a questo livello.
Posso buttare giù un piccolo “decalogo del perfetto scrittore”.
E se poi le regole non saranno dieci, beh, fingeremo che lo siano, altrimenti la fantasia dove va a
finire?

Regola n.1

Chi ben comincia...
Se uno scrittore non si preoccupa di come cominciare non merita di essere letto.
La gente ha un sacco di pensieri, le rate della macchina, l'autobus che non arriva, quel maledetto del
capufficio, il professore di matematica...
Come si fa a credere che abbia voglia di dedicare la propria attenzione ad un testo stampato?
Di solito legge in fretta le prime righe, e se non c'è niente di interessante lascia perdere e passa oltre.
Ed è per questo che l'inizio è la parte più importante di un racconto.
Ma come si fa a trovare un buon inizio?
Non si fa, è lui che trova noi. Si avvicina quando non ce lo aspettiamo, mentre siamo in macchina,
mentre ci facciamo la barba (per le ragazze, mentre si strappano i peli delle sopracciglie).
In quel momento è importante avere qualcosa per scrivere, il vetro appannato del lunotto, il rossetto,
il sangue caduto nel lavandino...
Ma anche una matita e un blocco vanno bene.
Si immagina una storia, si pensa ad un finale, ai personaggi, si prendono appunti, ma l'inizio verrà
da sé, quando decide lui.
Se proprio non trovate niente potete usare un piccolo trucco. Cominciate come cominciano i temi
quelli che prendono 4 in italiano. Con una frase banale.
Poi toglietela.
Vi accorgerete che il racconto si capisce lo stesso e che l'inizio sarà più originale senza quella frase
che ci era servita solo per rompere il ghiaccio.
Quando cominciate una storia mettetevi nei panni di chi la leggerà e chiedetevi che effetto vi
farebbe una frase iniziale tipo: “Il nostro protagonista nacque in un tiepido giorno di aprile e la sua
nascita fu laboriosa...”
E confrontatela con: “Era il primo di aprile quando nacque, ma per sua madre non fu affatto un
pesce d'aprile, forse per suo padre, ma non certo per lei. Per un bel po' non avrebbe voluto sentir
parlare di pesci...”.
Infilatevi nella storia fin dall'inizio, niente preamboli, prologhi, prefazioni, farete sempre in tempo
ad aggiungerli dopo se necessario.
Insomma, trovate un inizio buono, anzi ottimo, così non vi rimarrà altro da fare che scrivere il resto.

Regola n.2

Evitate di scrivere un diario.
Se volete che i lettori scappino più veloci della luce scrivete in prima persona singolare.
Mica penserete di essere Marcel Proust?
Lui poteva permettersi di cominciare con la prima persona, ma ebbe qualche problema a farsi
apprezzare da vivo, anche se non solo per questo. Voi mica vorrete diventare famosi postumi, vero?
L'uso del cosiddetto “Io narrante” è scomodo e spesso noioso perché si rischia di cadere nell'”effetto
diario”.
E poi lo svolgimento della storia viene complicato dal fatto che il protagonista che racconta deve
per forza trovarsi sul posto (nella scena) al momento dello svolgersi dell'azione.
E chi ve lo fa fare a complicarvi la vita?
Una bella e comoda terza persona, vi permetterà di spaziare e racontare le cose come volete, da
osservatore esterno.
Provate e vedrete come viene meglio.
La seconda persona singolare (Tu) lasciatela agli sperimentatori, che scrivono per gli amici.
Quei pochi che rimangono dopo aver letto i loro scritti.

Regola n.3

Scegliete attentamente il tempo
Il passato.
Si scrive al passato.
Anche se scrivete di cose future, come i racconti di fantascienza, scrivete comunque al passato.
Bisogna essere troppo bravi per poter gestire un racconto scritto al presente.
Di solito è faticoso da leggere, e non vi dico da scrivere.
Una bella storia non ha bisogno di artifici del genere e se non è valida non migliora certo
incartandola in una confezione troppo originale.
In fondo le favole cominciano con “C'era una volta...”

Regola n.4

Compratevi un dizionario pieno di parole.
Se non sapete che significano, non usatele.
Un buon dizionario per uno scrittore è un “ferro del mestiere”, come una calcolatrice HP per
l'ingegnere.
Guareschi diceva di usare solo trecento parole per i suoi libri in modo che tutti potessero capirli, ma
in fondo aveva solo 23 lettori... Però Peppone e Don Camillo non moriranno mai.
Usate parole semplici e non mettete paroloni tanto per sembrare colti.
I critici vi criticheranno, è il loro mestiere, ma i lettori capiranno quello che scriverete e se le storie
saranno belle compreranno i vostri libri.
I critici mica li comprano.
Questo non significa che non si debbano usare, se necessario, tutte le parole che stanno nel
dizionario, soltanto usatele se sono adatte alla storia e se stanno bene con le altre.
E comunque usate pochi aggettivi e pochissimi avverbi.
Lo so, non rimane molto, ma le storie brevi piacciono di più.

"Il decalogo del perfetto scrittore" pag. 2

Regola n.5

Lo svolgimento
Ebbene sì, ho usato la parola “svolgimento”, la stessa che si usa(va) nei famigerati temi in classe.
Dunque, abbiamo un buon inizio, abbiamo dei personaggi, anche se appena abbozzati, ora
dobbiamo mettere insieme le cose e scrivere un testo che abbia qualche senso.
Ma che sia anche interesante.
In fondo la professoressa che leggeva i nostri temi era pagata per farlo, i lettori sono loro che pagano. Quindi le storie che scriveremo dovranno essere piacevoli da leggere e catturare il lettore riga dopo riga, pagina dopo pagina.
Ci sono alcuni trucchi che, se usati con parsimonia possono stimolare l'interesse di chi legge, ad esempio la frase “...non sapeva che quel giorno sarebbe stato ricordato, negli anni a venire, per i fatti eccezionali che si verificarono.” Messa all'inizio di un racconto stimola la curiosità e invoglia a
proseguire la lettura.
Ma non bisogna barare.
I fatti descritti successivamente dovranno essere davvero eccezionali. Troppo spesso capita di leggere tutta la storia e concludere con: “Beh, tutto qui?”
In questo caso avete chiuso, quel lettore eviterà come la peste tutte le cose scritte da voi.
Evitate periodi troppo lunghi ed elaborati, state scrivendo un racconto, mica un libro di filosofia.
Per verificare se i vostri periodi sono esagerati provate a leggerli ad alta voce (quando sarete famosi potrebbe capitarvi di farlo a pagamento, se vi piace fare la scimmia ammaestrata).
Se rimanete senza fiato a metà, ebbene sì, dovete togliere qualcosa.

Regola n.6

Non spendete tutto
Non scrivete fino ad essere stanchi, smettete sempre quando sapete quello che succederà dopo.
(Questo consiglio lo trovate in “Festa Mobile” di Ernest Hemigway).
A meno che non stiate scrivendo un racconto molto breve, dovrete per forza interrompervi ad un certo punto.
In questo caso prendete degli appunti sui fatti salienti che seguiranno e chiudete il quaderno,
deponete la penna, spegnete il computer (prima salvate quello che avete scritto!), insomma fermatevi.
Dedicatevi a ciò che vi dà da vivere, andate a spasso, dormite, fate quello che vi pare, ma non pensate al racconto che state scrivendo.
Senza che ve ne rendiate conto la storia andrà avanti da sola e voi non dovrete far altro che metterla su carta quando riprenderete a scrivere.

Regola n.7

Non aspettate troppo a ricominciare
Dipende dal tempo che avete da dedicare allo scrivere, ma l'ideale sarebbe farlo tutti i giorni, anche se solo per un'ora.
Se passa troppo tempo c'è il rischio di trovarsi in altre faccende affaccendati e non finire più...
Al momento di ricominciare rileggete tutto quello che avrete scritto fino ad allora, se si tratta di un racconto breve, altrimenti rileggete gli ultimi capitoli.
In questo modo rientrerete nell'atmosfera della storia e nel frattempo correggerete gli inevitabili errori.

Regola n.8

Scrivete quanto vi pare.
Questa non è una vera regola perché ognuno di noi è diverso, c'è chi dopo un'ora si annoia e non sa più che inventarsi e c'è chi, come faceva Moravia, scrive per otto ore al giorno tutti i giorni.
Fate come volete, ma non pensate che scrivere molto equivalga a scrivere bene.
Se si scrive una buona pagina al giorno si può scrivere un libro di 365 buone pagine all'anno. Mica male, no?

Regola n.9

Trovate un posto tranquillo
In soffitta, sul divano, stesi su un'amaca, sul tavolo della cucina oppure seduti alla vostra scrivania.
Trovate un posto dove nessuno vi disturbi.
Mettete, se vi piace, una musica di sottofondo che già conoscete, e staccate il telefono.

Regola n.10

Dimenticatevi il libro
Dopo aver scritto una storia mettetela da parte per un certo periodo, fino a dimenticarvene quasi.
Può essere un mese o due, dipende da quanto è buona la vostra memoria, a me bastano venti giorni,
ma io dimentico pure gli assassini dei gialli e ciò non è del tutto negativo. Così posso rileggermeli.
Pensate ad altre cose nel frattempo, scrivete altre storie se ne avete da scrivere, leggete qualche libro, fate un viaggio, lavorate.
Quando sarà il momento riprendete la vostra storia e cominciate a leggerla.
Se sarà una bella storia resterete sorpresi di averla scritta proprio voi.
D'altra parte rimarrete sorpresi anche se sarà una schifezza.
E qui bisogna proprio che ve lo dica.
Dovete saper riconoscere le schifezze quando le vedete. Anche se le avete scritte voi.
E' vero che per ogni madre il proprio figlio è il più bello del mondo, ma voi volete fare gli scrittori, non potete permettervi questo lusso.
Non prendetevi in giro e se avrete dei “figli” brutti gettateli nel camino.

Regola n.11

Tutto è bene quel che finisce bene.
Il finale non è mai quello che avevamo immaginato.
Nel corso della storia si trasforma e quella che ci era sembrata una conclusione sorprendente si rivela una banalità.
Sarebbe bello poter sempre trovare un finale a sorpresa, ma ormai le sorprese più belle le hanno già usate gli altri, quindi se non avete un finale davvero inatteso evitate di ripetere cose che vi sembrano originali solo perché non ricordate dove le avete lette.
Ci sarà sempre qualcuno che se lo ricorderà nel momento meno opportuno, quando per esempio vi state vantando con una ragazza che vi interessa.
Comunque, quale che sia il finale che troverete, ricordate di farlo in modo che sia adatto al resto della storia. Non fate venire il problema per forza, come si faceva a scuola.
Non prendete in giro i lettori.
Si arrabbiano moltissimo.

Suggerimenti rimasti per ultimi.
1. Accettate di buon grado di modificare parte dei vostri racconti, mica avete scritto la Bibbia,
ma fatelo voi personalmente.
2. Non offendetevi per le critiche, anche se sono malevole, se si decide di pubblicare bisogna
accettare il giudizio degli altri.
3. Non cercate scuse. Se il lettore non capisce è perché VOI vi siete spiegati male.
4. Non spiegate a posteriori il significato della vostra storia, sarebbe come spiegare una
barzelletta raccontata male.
5. Leggete molto.
6. Correggete ma non troppo. Il difficile sarà capire quando è troppo.
7. Non leggete ad altri, né fate leggere i vostri scritti prima di averli finiti e corretti. Altrimenti
non li finirete più.
Basterà un commento, positivo o negativo, ad influenzare lo sviluppo della vostra storia,
anche se non vorrete.
Aspettate almeno di finire un capitolo prima di darlo in lettura a qualcuno di cui vi fidate.
Ma non dite mai come andrà a finire la storia. Probabilmente la cambierete, ma dicendolo a
qualcuno già vi ponete un vincolo.
8. Non copiate, tanto prima o poi vi scoprono.

Suggerimenti di testi da leggere:
“Festa Mobile” Di Ernest Hemingway
“On Writing” Di Stephen King (esiste l'edizione in italiano, con lo stesso titolo)
“Le meraviglie del possibile” Antologia della Fantascienza. Vol. 1 (contiene racconti come
“Sentinella” di Fredrick Brown con il suo indimenticabile finale a sorpresa e il bellissimo “Fiori per
Algernon” di Daniel Keyes).

"Il sorriso di Dan" di Barbara Bolzan

di Barbara Bolzan

il redditizio bluff

Non c’è dubbio. È il fenomeno dell’anno. Anzi, degli ultimi cinque anni, dal momento che la prima tiratura risale al 2001.
Nell’editoria moderna cinque anni sono un secolo. Un’eternità. Pochissimi altri autori hanno avuto l’onore di essere sulla bocca di tutti e coloro che sono riusciti a rimanervi ancorati si contano sulla punta delle dita.
Non ci troviamo davanti ad un fuoco di paglia, ma ad un vero e proprio falò di Sant’Antonio.
Eppure, il povero Dan è circondato da critiche negative. Ha subìto un processo per plagio («Ha plagiato… Non solo, lo ha fatto pure male!» Non male come apertura di arringa). Le sue argomentazioni sono espresse male, sono infarcite di banalità. Insomma, non convincono: al massimo, offendono. Un distinto signore ha persino lanciato anatemi contro di lui e a quanto dicono le voci di corridoio, cioè i ben informati avrebbe tanto desiderato vedere il libro arso sul rogo e dichiarato come eretico. Fortunatamente, l’epoca nella quale viviamo consente di essere tali e scampare alle fiamme.
Insomma, di Brown e del Codice si è parlato molto (male).
Eppure lui, l’autore, sorride. Sorride dal lancio del libro, forse anche da prima. Non fa altro. Va a letto col sorriso sulle labbra e si sveglia allegro e riposato. Più gli danno contro più lui è felice.
Erostrato di Efeso, pur di far parlare di sé, diede fuoco al tempio di Artemide. Dan sapeva che quel gesto non gli sarebbe stato necessario. Perché arrivare a tanto? No, gli è bastato un colpo da maestro. Tanto di cappello. Come non ammirarlo?
L’argomento trattato è azzeccato, votato al successo già in fase seminale. Insomma, stiamo parlando del Graal, non della riproduzione delle formiche! Chi non si è mai guardato intorno alla ricerca, magari inconsapevole, del Calice di Cristo? Quanti film sono stati fatti avendo questo come argomento? Quanti libri?
Il Codice aveva tutti i numeri per vincere. Esce nel 2001, quando i rapporti tra Santa Sede e Stati Uniti non sono propriamente idilliaci. Al suo interno: il Graal, l’anti-cattolicesimo, gli sporchi intrallazzi della Chiesa, la non-povertà di quest’ultima. E la relazione tra Gesù e la Maddalena. Oh, che rivelazione! Intanto, schiere di autori medioevali in lingue romanze si rivoltano nella tomba gridando: «Ma lo avevo detto prima io!» Niente. Non li sente nessuno.
Insomma, davanti ad argomenti così morbosi è difficile resistere.
E qui, nasce la magia. Lo splendido paradosso.
Vox populi, il libro non piace a nessuno, magari anche solo per partito preso. È insipido e noioso. Banale.
Allora perché siamo qui a ricamarci parole?
Perché le critiche negative, signori, non si battono ed una tira l’altra. Circolano alla velocità della luce. Quelle positive non possono competere.
Il Codice è aria fritta. Questo dicono tutti.
Aria fritta, però, in classifica da cinque anni. Miracoli del mormorio, delle critiche negative e della pubblicità!
Eh, la pubblicità… La pubblicità è il vero Graal, oggi.
L’originale regala la vita eterna. Questo dell’epoca moderna, poverino, fa quello che può. Ha un fine più modesto. E Brown lo ha raggiunto.
Il nuovo Graal ha regalato al fortunato Dan un quinquennio di fama. Fama significa interviste, la tua faccia sulle prime pagine dei giornali, il tuo nome ripetuto e rimbalzato da un titolo all’altro delle testate. E guadagno. Fama significa guadagno (giù la maschera, cerchiamo di non essere totalmente ipocriti: non si scrive per se stessi o per amore dell’arte).
Pubblicità.
Parlatene bene, parlatene male, purché ne parliate. No, anzi, correggiamo la famosa frase. Parlatene soprattutto male. Sì, per carità, parlatene male! Il bene fa piacere, il male seduce ed incanta per la ragione che gli uomini da sempre vollero piuttosto le tenebre che la luce. L’inferno ha più attrattiva del Paradiso, dopotutto.
E lui, il povero, accusato, vessato, stigmatizzato Dan seguita a sorridere. C’è di che abbassare gli occhi davanti a tutto questo grande progetto editoriale composto di subbugli, giudizi, copertine, trasmissioni televisive, opinioni degli esperti.
In Italia un fenomeno come quello del Codice non esiste.
Eco ha pubblicato il Pendolo di Foucault. Ha ricevuto applausi e belle parole. Punto. E dire che l’argomento era simile e, per di più, entrato in libreria in anticipo di quasi vent’anni; fabula e intreccio ruotavano su inganni, giochini, piani inesistenti, falsi storici, scritti esoterici… e Templari.
Niente.
Niente al confronto del fenomeno Brown. E sì che era Eco.
Forse tutto questo è perché l’Italia è diversa dall’America. Gli americani sono come dei bambini, dei creduloni. Prendono ciò che viene mostrato loro (meglio se in televisione) per oro colato e Leonardo è il bel protagonista di un libro – come ha detto un ragazzo intervistato all’uscita di una scuola.
Noi… Mah, per noi è diverso. Non per fare del campanilismo, ma l’italiano nasce sapendo che l’Uomo di Vitruvio e la Gioconda appartengono al Da Vinci, così come nasce conoscendo a memoria Nel mezzo del cammin di nostra vita e almeno un pugno di altri versi sparsi in luoghi notevoli della Commedia.
Questione di sensibilità, di carattere. Di DNA.
In tutto questo marasma, il povero ed additato Dan, professore emerito di tetrapiloctomia, continua a sorridere sornione. Confonde i frammenti del Nag Hammadi (Egitto) con quelli trovati a Qumran (Mar Morto), sciorina citazioni imperfette, plagia e lo fa pure male.
Sorride, perché finché i critici e gli invidiosi mormoreranno, lui sarà in vetta.
È la stampa, bellezza. È la pubblicità, bellezza. Ed è proprio lei la prima e l’ultima, l’onorata e l’odiata, la prostituta e la santa – tanto per rimanere in tema.
È lei il vero novello Graal.
Nell’immediato lo ha trovato Brown e lo ha volto a proprio favore. Forse, a tenere gli occhi aperti, potrà capitare di imbatterci in un altro. Non si sa mai.
(anno 2006)

Per approfondire:
DIEGO RANDAZZO, Il virus Da Vinci, «Il Pungolo», 3 (2005), 3.

"L'uomo, la filosofia e Nietzsche" di Dino Licci

di Dino Licci

La comparsa dell’uomo sulla terra e la sua evoluzione non è paragonabile a nessun altro evento noto nella storia dell’universo. Neanche lo scoppio iniziale, il famoso Big bang, da cui ha avuto origine il tutto, possiede quella forza intrinseca di trascendenza che caratterizza la capacità d’astrazione dell’uomo, la sua facoltà di interrogarsi, di chiedersi il perché delle cose, degli eventi che accompagnano il suo cammino e, con lui, quello dei suoi compagni di viaggio: animali e piante. Non per niente una definizione biologica dell’uomo lo definisce: “l’animale che sa di dover morire”. Il “momento” cruciale dell’evoluzione darwiniana culmina appunto in quella fase in cui l’uomo ha acquisito due facoltà fondamentali: il centro di Broca che gli ha regalato l’uso della parola, e la comparsa del pollice opponibile che ha trasformato i suoi arti superiori in perfetti attrezzi capaci di costruire i mezzi delle sua crescita culturale dalla ruota al computer. Questo processo che io ho potuto chiamare “momento” se paragonato ai tempi geologici, è durato milioni di anni e, tra le prime scimmie antropomorfe e l’uomo del XXI secolo, ci sono moltissime forme intermedie di umani che hanno visto non soltanto modificarsi le loro strutture anatomiche nel corso di secoli, ma anche la loro cultura, che li ha condotti per mano verso un tentativo di autodeterminazione tuttora in atto e ben lontano dall’essere stato raggiunto. La nostra chiacchierata non può certo partire né dalla nascita dell’Universo che la Scienza suggerisce sia avvenuta 13,7 miliardi di anni fa, né dalla nascita della vita comparsa nel mare da ormai 4,5 miliardi di anni e neppure dall’arrivo dell’uomo ascrivibile a circa 2.500.000 a 500.000 anni fa nelle sue varie fasi evolutive. Sarebbe un’impresa troppo ardua riassumere tali meravigliosi eventi in uno spazio così angusto come un articolo di giornale, per cui dovremo limitarci a trattare il miracolo uomo (ed in modo estremamente sintetico) così come ci appare nel nostro occidente a partire da circa 2500 anni fa. Fu infatti nel sesto secolo a.c. che comparvero, nell’antica Grecia i primi filosofi occidentali, che cominciarono a porsi razionalmente quelle domande esistenziali che non avrebbero mai più abbandonato l’umanità. Superato il mito dell’animismo e del politeismo con cui avevano emesso i primi vagiti teologici ed esistenziali, gli antichi greci cercarono disperatamente un fine che giustificasse la loro presenza sulla terra e cercarono un Dio che li aiutasse nell’impervio percorso, accompagnandoli per mano fino al riscatto, alla meta, senza tradire quella parte razionale del loro essere, che sempre di più emergeva dalle teorie della conoscenza (gnoseologia). I primi grandi pensatori, i presocratici, cercavano gli “archè”, i principi vitali che giustificassero l’essenza stessa delle cose (ilozoismo). E se Talete identificò nell’acqua l’incorruttibile materia che genera il mondo, Anassimene pensava che essa andasse ricercata nell’aria e Anassimandro la identificò con “l’apeiron”, l’infinito indefinito da cui tutto proviene. Parmenide coniò la filosofia dell’Essere statico e immutabile mentre Eraclito vedeva nel movimento e nell’eterno divenire (Panta rei) l’essenza primaria delle cose. Il primo grande unificatore di queste contrapposte teorie fu il grande Platone che al divenire del mondo sensibile contrappose l’iperuranio, il mondo delle idee, dove l’uomo tenderebbe e dove ci sarebbe lo “stampo” primigenio ed immutabile di ogni apparenza terrena. Aristotele razionalizzò ancor più queste impervie ricerche, analizzando “scientificamente” i fenomeni osservabili e identificando nel primo motore (Dio) il propulsore di una catena altrimenti infinita di causa-effetto (se ogni effetto ha una sua causa, il processo durerebbe all’infinito senza una causa prima). Ai filosofi si affiancavano i primi matematici (Pitagora, Euclide, lo stesso Talete) e i primi astronomi e scienziati ( Archimede, Eulero, Eudosso, Aristarco, Ipparco, Tolomeo). Gli atomisti del calibro di Democrito descrissero l’infinitamente piccolo avvicinandosi tanto alla realtà che soltanto la modernissima meccanica quantistica ne ha parzialmente smontato l’apparato, mentre l’epicureismo, lo stoicismo, il neoplatonismo, cercavano teorie che aiutassero l’uomo a lenire le sue sofferenze. Ma il bisogno di Dio aleggiava sempre nel pensiero dell’uomo e persino le scoperte scientifiche venivano condizionate da credenze religiose che ne frenavano lo sviluppo. Si assistette per secoli e secoli ad un condizionamento reciproco tra il pensiero e l’ambiente e, per tutto il medioevo (476 d.c. -1492) fu la Chiesa cattolica ad influenzare le scelte dei grandi pensatori del calibro di Sant’Anselmo, sant’Agostino, San Tommaso, il quale inventò la Scolastica, scuola di stampo aristotelico che cercava di coniugare la ragione con la fede. Con la fine del medioevo e prima che la Scienza s’imponesse in tutta la sua maestà, ci furono figure che mescolavano per così dire il sacro al profano (Marsilio Ficino, Pico della Mirandola) usando l’alchimia e la magia come surrogati scientifici. Ma se ad essi sommiamo quel grande, eroico pensatore che fu Giordano Bruno, arso vivo nel 1600 con l’accusa di eresia a Campo de’ fiori in Roma, allora ci renderemo conto che proprio loro consentirono la nascita della vera scienza e se Copernico aveva soppiantato la pur pregevole dimostrazione tolemaica sul movimento degli astri, finalmente il razionalismo di Galileo, Newton, Keplero, illuminò le menti degli uomini che col rinascimento dettero la stura alle enormi capacità dell’intelletto umano. Col rinascimento si fa strada il razionalismo di Cartesio, che sottopone la verità al pensiero dell’uomo ma incappa nella difficoltà di coniugare la sua “res cogitans” con la “res exstensa” degli empiristi (Hume, Locke, Hobbes) secondo i quali la conoscenza non deriverebbe dalle idee innate dell’intelletto ma unicamente dai nostri recettori sensoriali. Kant col suo criticismo riuscirà a mettere d’accordo le due scuole diametralmente antitetiche affermando che il razionalismo (il pensiero) necessita dell’esperienza sensoriale per aspirare alla conoscenza nella stessa misura in cui l’esperienza empirica abbisogna della ragione per essere coscientemente modellata e percepita. Un superamento del dualismo cartesiano (res cogitans-res extensa) si attua anche attraverso il pensiero di Spinoza che, identificando il pensiero con l’essere e l’essere con Dio e persino con la natura, propone un panteismo che abbraccia razionalismo ed empirismo in un’unica verità che è tutt’altro che materialistica vedendo, per così dire, Dio in ogni cosa e ponendosi anche eticamente, a mio avviso, al di sopra delle parti anche nella “vexata quaestio” che contrappone la Scienza alla Fede. A Kant che può considerarsi come lo spartiacque tra l’uomo succubo degli eventi con l’uomo dominatore (almeno parzialmente degli stessi), seguono gli idealisti tedeschi: Fichte, Schelling e il più incisivo Hegel che osa ignorare il principio di non contraddizione di Aristotele, identificando ogni principio col suo contrario ed affermando la superiorità della razionalità sull’intuizione. Per Hegel, in polemica con Kant, la ragione non è semplicemente una capacità della mente, non è pura astrazione ma un principio metafisico che regola le leggi del mondo. Insomma la storia del mondo persegue un suo fine ultimo che non può essere caotico ma regolato appunto dalla razionalità (l’Assoluto). Se all’Assoluto, cioè a questo apparente misticismo sostituiamo la Storia reale, l’idealismo hegeliano si trasformerà d’incanto nel materialismo di Marx, il Materialismo dialettico appunto, attraverso il quale la filosofia diventa impegno sociale per il cambiamento totale delle cose del mondo. Ma se il marxismo preluderà a quel movimento tellurico che sconvolgerà gran parte del mondo quando Lenin cercherà di mettere in pratica l’ideologia materialistica, un altro grande pensatore, suo malgrado probabilmente, fornirà ad Hitler le basi di un delirio di onnipotenza che porterà allo sterminio di un intero popolo. E questo grande pensatore ha nome Friedrich Nietzsche. Tanti altri filosofi illumineranno prima e dopo di lui il pensiero occidentale da Rousseau a Voltaire, da Bergson a Husserl, da Heidegger a Sartre, da Russell a Jasper, ma Nietzche, finito in manicomio in giovanissima età, è riuscito a demolire fin dalle fondamenta le tante certezze dettate dalla fede o dal luogo comune. Come filologo ha demolito l’immagine della tragedia greca così come la proponeva il neoclassicismo ancora imperante alla sua epoca e, dalle ceneri della sua spietata analisi, emerge l’uomo greco nella sua doppia essenza: l’apollineo e il dionisiaco, quasi un preludio alla psicoanalisi freudiana, la nascita di una forza istintiva ed ancestrale che si contrappone alla ragione, alla prudenza, alla cautela dell’uomo socratico. E quando si abbandonerà al pensiero filosofico, quando la scoperta dell’Eterno ritorno dell’uguale, lo porterà a sposare le credenze orientali sulla reincarnazione e metempsicosi, ripudiando una finalità lineare delle religioni e dell’evoluzione darwiniana, egli capirà che l’unico scopo della vita, negli animali, nelle piante, in tutti gli esseri della terra, è la volontà di potenza, laddove ad emergere sarà il più forte, il più avveduto, il più congeniale ad occupare un posto preminente nel suo habitat e nella società degli umani. E nascerà così la “Teoria del superuomo”, quella teoria cui Hitler che pure non poteva conoscerlo per motivi cronologici, attingerà per fecondare la sua follia sfociata nello sterminio nazista. Ma non finisce qui. Trascinato dalla musica di Wagner, laddove sembra mescolarsi tutta l’umana follia ribollente nel grande calderone della mente umana come vista da Jung, Nietzsche scoprirà che “Dio è morto” come dirà in “Così parlò Zaratustra”. Dio è morto ucciso dalla Scienza, dalla ragione, dal progresso e come un’eco lontana lo stesso grido disperato riecheggia nelle liriche del nostro Leopardi, nei filmati del grande Bergman, nell’Urlo di Munch e di tutti i pittori espressionisti che ci proiettano l’immagine di un uomo solo, abbandonato a se stesso, ai suoi dubbi, alle sue paure, mentre le tristi note di Mahler si accompagnano all’impeto wagneriano quasi a sancire l’angoscia e le paure di tutta l’umanità.

"La comparsa del linguaggio" di Dino Licci

(tratto da “Lettere ad un’amica” di Dino Licci)

In un paese a forte tradizione cattolica, infarcito di dogmi, credenze e verità rivelate, parlare di evoluzionismo, di etologia, di Scienza, potrebbe sembrare irriverente (se addirittura si voleva eliminare Darwin dalla scuola), ma la Conoscenza non può avere limiti prefissati e la storia dell’Uomo, la sua corsa irrefrenabile verso l’autodeterminazione, non può essere irretita in fosche superstizioni, in una visione oscurantista della Vita che invece è movimento, dinamica, continua trasformazione. La stessa crosta terrestre fa rumorosamente parlare di se lanciando un segnale di vita a tutti gli esseri che la abitano, quasi un monito, un simbolo, una presenza impalpabile e vera nella sua abissale drammaticità. La deriva dei continenti non è un fatto remoto ma attualissimo e tale che la crosta terrestre muta continuamente di forma anche se l’osservazione andrebbe valutata in migliaia di anni. La lava, i lapilli, le eruzioni vulcaniche, i terremoti, i maremoti, sono il respiro della terra, sono la sua vita, la stessa vita che si manifesta con l’atmosfera, i temporali, le maree, le stagioni, le eclissi, le aurore boreali, le nostre albe e i nostri tramonti. Tutto scorre, come diceva Eraclito tanti secoli fa, e tutto si modifica, anche la nostra materia cerebrale che si arricchisce di nuovi strati, di nuove strutture, frutto della conoscenza che stimola i neuroni a modificarsi, complicarsi, evolversi in un “continuum” infinito che interagisce con i nostri cromosomi, col nostro patrimonio genetico, in un gioco più grande di noi che ci spaventa e ci affascina, ci sprona e c’inchioda al nostro, a volte tragico, destino.
Nell’enciclica “Humani generis” del 1950, la stessa Chiesa cattolica ammette la teoria evolutiva di Darwin, che qualcuno ancor oggi si ostina ad osteggiare, intendendo la creazione dell’uomo come l’immissione di un’anima immortale in un corpo animale, fatto che sarebbe avvenuto nel primo pleistocene e cioè circa 800.000 anni fa.(Hans Hass -Noi Uomini-pag 19). E non è cosa da poco se pensiamo all’inquisizione, alla fine che facevano i grandi pensatori dell’antichità come Giordano Bruno, arso vivo a “campo dei fiori” perché asseriva la pluralità dei mondi o Galileo costretto ad abiurare verità oggi date per scontate. E appunto Darwin, in campo metafisico, oltre che filosofico e biologico, ha attuato una vera e propria rivoluzione copernicana. Come Copernico ci ha liberati dalla visione tolemaica del mondo, che vedeva la terra centro dell’Universo, così egli ci ha liberato da quella visone antropocentrica della vita che relega il mondo animale e vegetale in una condizione di servilismo innato di tutte le specie viventi nei confronti dell’uomo, signore incontrastato di tutta la natura. La chiave di lettura è diversa e va ricercata appunto in un contesto evolutivo che ci veda proiettati verso il futuro, verso una condizione superiore che ci trovi, chissà quando, chissà come, possessori di tali qualità recettive capaci di spiegarci quei fenomeni metafisici cui tutti aneliamo ma che sfuggono, senza un passivo atto di fede, alla nostra conoscenza razionale. Quando l’umanità sarà in grado, semmai lo sarà, di trasformare il “noumeno”di kantiana memoria in fenomeno verificabile, la sua corsa verso la conoscenza sarà compiuta. Prima di allora il povero transeunte striscerà sulla terra, sia pure con balzi eccelsi che hanno il sapore della musica, dell’arte, della poesia, chiedendosi instancabilmente chi è, da dove viene, dove va e soprattutto il perché del suo misterioso divenire.
Ma in questo contesto, stretti un uno spazio necessariamente angusto, l’argomento che vorrei trattare (comparsa del linguaggio e rapporti ecologici con le altre specie viventi), non può certo essere esposto in modo esaustivo ma, per prima cosa, potrei cercare, alla luce delle moderne conoscenze, di riabilitare il mondo degli animali col tentativo di “entrare nei loro pensieri” attraverso la conoscenza elementare delle loro strutture cerebrali.
Intanto, carte anatomiche alla mano, possiamo dimostrare come i sentimenti, il dolore, il piacere, la gelosia, l’emozione, l’affetto, la simpatia, la permalosità e così via, siano caratteristiche comuni a tutti i mammiferi perché il cervello (evidente per chi conosce la neurologia comparata) è composto come da più strati sempre più complessi man mano che si progredisce verso l’alto nella scala zoologica .

Per esempio al TRONCO ENCEFALICO, il cosiddetto cervello RETTILIANO (midollo spinale, midollo allungato, ponte di Varolio, mesencefalo), che si è formato circa 500 milioni di anni fa, nel corso dell’evoluzione si è aggiunto (200-300 milioni d’anni fa) il CERVELLETTO e quindi il SISTEMA LIMBICO (fornice, talamo, ipotalamo, ipofisi, ippocampo, amigdala) detto anche MAMMALIANO perché tipico dei mammiferi e sede dei sentimenti che ho appena elencato.
Questo fa sì che anche gli altri mammiferi soffrano, godano, palpitino d’amore e gelosia proprio come noi, mentre invece in nessun caso essi saranno capaci d’astrazione perché non hanno le strutture atte a sviluppare tali pensieri. Quando si formerà la CORTECCIA che sarà sede d’astrazione, pensiero, idea, allora l’animale sarà diventato Uomo, l’animale che sa di dover morire, e appunto egli comincerà a chiedersi chi è ed eleverà al cielo le sue braccia, le sue preghiere, le sue aspirazioni o s’invaginerà in se stesso, conscio dei propri limiti, schiavo della sua cavità cranica che non è ancora abbastanza sviluppata da svelargli il mistero della sua esistenza, ma abbastanza capiente da contenere i suoi dubbi, le sue angosce, le sue ansie, l’immagine elaborata e infinita dell’universo intero.
Con la comparsa della corteccia compare il linguaggio e compare la capacità di muovere la mano in senso completo, col pollice opponibile che consentirà a questa creatura di crearsi l’organo accessorio, dalla clava al computer, dalla ruota all’astronave, con un ‘enorme amplificazione delle sue potenzialità accresciute dalla capacità acquisita col linguaggio, di trasmettere ai posteri le proprie conquiste e moltiplicare enormemente le proprie conoscenze.
E il linguaggio non dipende soltanto da un’evoluzione del nostro apparato vocale, ma soprattutto dall’evoluzione del nostro cervello che aggiunge alle aree di cui vi ho parlato prima e con la corteccia, la capacità d’astrazione, la capacità di elaborare concetti, immagini, suoni e opinioni trasformandole in idee che il centro di BROCA traduce in linguaggio. Questo centro, si trova nella nostra corteccia, nell’emisfero di sinistra e fu scoperto da Broca nel 1860 quando il grande fisiologo si accorse, a mezzo dell’esame autoptico, che tutti i pazienti che avevano sofferto di difficoltà di linguaggio (l’afasia di Broca oggi si dice), mostravano anche una lesione nel loro lobo frontale sinistro. Interessante, molto interessante, sottolineare che questi pazienti erano in grado di capire il linguaggio ma non sapevano elaborarlo mentre altri pazienti, che erano in grado di scrivere e di parlare, non erano in grado di capirlo e questi ultimi, come scoprì successivamente un altro grande neurologo, Karl Wernicke, avevano invece una lesione nella zona parieto-temporale sempre dell’emisfero sinistro. Questa fu detta area di Wernicke dove arrivano gli stimoli (visivi dal lobo occipitale ed uditivi dal lobo temporale), per venire poi trasformati in una specie di “codice neurale“ del linguaggio e trasportati attraverso una via nervosa (il fascicolo arcuato) al centro di Broca, dove finalmente il linguaggio prenderà forma. Insomma il cervello è molto più complesso di quanto crediamo ed è il grande mistero della biologia. Mi spiego meglio: a ogni parte del corpo (come cominciarono a dimostrare fin dal 1870 Fritsch e Hitzig e come oggi è più facile vedere anche in vivo attraverso la tomografia assiale e la risonanza magnetica funzionale), corrisponde un’area corticale che, se stimolata, ne induce il movimento o l’attivazione (col cosiddetto Homunculus di Penfield se ne proietta un’immagine didattica). Quindi, nel caso della parola, è il nostro cervello sinistro, la corteccia, a produrla con una interreazione di più aree, più regioni che collaborano insieme per il raggiungimento di uno stesso fine. Il linguaggio, nel senso letterale della parola, è, come abbiamo visto, una conquista dell’uomo ma questo non vuol dire che il resto del mondo vivente non comunichi con i suoi simili. E non sono solo i cani, i gatti, i nostri animali domestici a strabiliarci con le loro capacità innate od acquisite di comunicare tra di loro, ma anche i pesci, i rettili, gli insetti e perfino forme di vita ancora più elementari. Tutto sta nel saper decodificare i messaggi nascosti come in un gioco crittografico dei nostri quiz enigmistici . Ma di questo parleremo un’altra volta.

"La leggenda dei Re Magi" di Dino Licci

di Dino Licci

Si avvicina Natale e, con esso i ricordi infantili: le letterine fatte bruciare al fuoco di un accogliente camino, gli sguardi speranzosi volti in alto, nella nera fuliggine, le ultime stille scoppiettanti che annunciano la fine della brace, poi il sonno ristoratore e il mondo dei sogni, ricco di scope volanti e slitte cariche di doni. Il presepio fa bella mostra di sé nel piccolo tinello: la grotta è illuminata da una piccola luce rossa, uno specchio rotto fa da laghetto dove si rispecchiano piccole oche colorate e poi i pastori, le pecorelle, persino qualche gallina, la stella cometa e ad ultimo i personaggi più belli, tre splendidi re magi coi loro doni ed i cammelli che sembrano galoppare sulle montagne costruite con i vecchi giornali, un poco di vernice e una spruzzatina di bianca farina. Il giorno dell’Epifania, con un poco di ritardo, arrivano a portare i loro doni a Gesù che li ha aspettati tranquillo nella sua piccola grotta, poi il presepio si smonta e si torna alla vita normale e, anno dopo anno si diventa giovincelli poi uomini adulti e, da ultimo, anziani se non proprio vecchi con i capelli ormai bianchi e tanti gioviali ricordi della più tenera età. Ma chi erano questi personaggi così stridenti con l’umile capanna scaldata da un bue un asinello? E’ ora di smetterla con le fiabe ed il dolce tepore dell’infanzia. Cerchiamo finalmente di capirne di più. La leggenda dei Magi ha varie origini che si perdono nella notte dei tempi e raccontarne il contenuto è impresa ardua e certamente incompleta. Secondo il Vangelo di Matteo, alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme alla ricerca del re dei Giudei seguendo una stella che li avrebbe condotti al cospetto del re d’Israele. Così era stato infatti profetizzato dall'oracolo di Balaam, che altri non era che Zoroastro e così raccontavano antiche leggende tramandate dai vangeli apocrifi e altre, numerose, tradizioni orali. Pare che Erode, messo al corrente del loro arrivo e del motivo che li portava a Gerusalemme, si allarmò moltissimo, riunì tutti i suoi sacerdoti e chiese loro dove la nascita sarebbe avvenuta. “A Betlemme di Giudea” gli fu risposto. E allora, chiamati a se segretamente i Magi, chiese loro d’informarsi e tornare a riferire quando avessero trovato Gesù. Ma i Magi, avvisati da un sogno delle cattive intenzioni di Erode, non tornarono da lui, ma offrirono a Gesù Oro, Incenso e Mirra. Matteo non specificava il numero dei Magi ed allora, attingendo ai vangeli apocrifi ed al “vangelo arabo-siriaco dell’infanzia, si ipotizzò che essi fossero tre:
il primo, Gaspare, era un re di un territorio compreso fra Afghanistan e le Indie ed anche Melchiorre era re ed era il più anziano dei tre e infine Baldassarre, di razza nera, era un altro re, questa volta babilonese. Il loro numero, fissato definitivamente in tre da papa Leone Magno, avrebbe una forte valenza simbolica così come i tre doni :
-L’ORO offerto a Cristo sarebbe il simbolo della sua essenza Divina,
-L’INCENSO la sua essenza di CRISTO –SACERDOTE, che farebbe da tramite tra il padre e gli uomini.
.La MIRRA prefigurerebbe, ispirandosi al vangelo di San Giovanni, la passione e morte di Cristo che sarebbe stato sepolto con mirra ed aloè.
Inoltre essi rappresenterebbero le tre razze in cui al tempo si credeva si dividesse l’umanità e sarebbero, in tal senso, i discendenti dei tre figli di Noè: Sem, Cam e Jafet.
Durante il viaggio, i Magi avrebbero chiesto ospitalità ad una vecchia, la Befana, che gliela avrebbe rifiutata e poi pentita li avrebbe rincorsi correndo sul dorso di una scopa. Non riuscendo a ritrovarli, perdutasi nell’oscurità della notte, da quel giorno lascia a tutti i bambini un dono, sperando che fra tutti quei bambini, ci sia anche Gesù.
Tutte queste versioni e molte altre ancora confluirono nel medioevo nella “Leggenda Aurea”di Jacopo da Varagine, nell’Historia Scolastica di Pietro Comestore e nelle MEDITAZIONES da ascriversi all’ambiente francescano-toscano del XIII secolo.
Il significato profondo dell’Epifania, giorno dell’arrivo dei Magi a Betlemme è la rivelazione di Gesù al mondo pagano. Egli infatti, col Natale, si sarebbe rivelato ai Giudei, suo popolo eletto ma, con l’arrivo dei magi, la Chiesa diventa universale rivelando Cristo ai
Gentili, come si chiamavano i pagani del tempo.
Ma i magi continuano ancor oggi a suscitare curiosità per via delle loro reliquie così care alle usanze cattoliche.
Nella Chiesa di Sant’Eustorgio a Milano si può leggere un’iscrizione molto antica che recita così:
“Basilica Eustorgiana titulo Regibus Magis” e, ad avallare il significato della scritta questa Chiesa si chiamava “La Basilica dei re”. Ma, nel 1164, durante l’assedio di Federico Barbarossa, i corpi dei magi furono trafugati e trasportati a Colonia dove, in un’altra bellissima basilica, si conservano i loro teschi ingioiellati da corone d’oro. Parte invece delle loro ossa, dopo inutili tentativi da parte di Ludovico il Moro che tentò di riaverle nel 1434, furono recuperate per interessamento del cardinal Ferrari che, nel secolo scorso, riuscì a riportarle nella originaria basilica dove a tutt’oggi vengono custodite in un prezioso tabernacolo.
Questo è il riassunto molto conciso di quanto ho appreso studiando la storia dei Magi ma, per far rivivere in me l’antica magia, mi sono accostato al camino, ho preso una bella tavoletta sagomata ed ho fatto un presepio, questa volta coi pennelli e i colori. E’ questo che vi propongo sperando di riportare anche voi indietro nel tempo per qualche secondo di serenità.

"La leggenda di Babbo Natale" di Dino Licci

di Dino Licci

Si avvicina il Natale e con esso una tempesta di idee, di ricordi, di stralci di nozioni che attengono alla storia, alla mitologia, alla musica, alla pittura ed alla vita di un singolare personaggio che si è imposto di prepotenza nella tradizione natalizia, un personaggio che fa sognare i bambini e stimola nello studioso una ricerca nel tempo per giustificare e capire come un santo barese sia sbarcato in America per poi tornare a noi modificato ed arricchito da altre tradizioni.
Babbo natale o San Nicola o santa Claus che dir si voglia, nacque a Patara nella Licia nel 270.
Fu vescovo di Mira (Asia minore ) e lì fu sepolto nel 352 circa, ma la sua salma fu trafugata da marinai baresi e condotta in questa città dove i suoi resti vengono custoditi nell’omonima cattedrale costruita laddove sorgeva una coorte appartenuta ai rappresentanti di Costantinopoli.
Si narra che fece numerosi miracoli come quando salvò marinai coinvolti in una grande tempesta o quando salvò il suo paese da una carestia o quando ancora restituì alla libertà tre ufficiali ingiustamente condannati da Costantino. Ma il fatto saliente che ne fa il simpatico protettore delle “zitelle”o similari e che fa sì che sia effigiato con tre palle in mano, si riferisce all’episodio di un suo vicino caduto in disgrazia tanto da non avere i soldi per maritare le tre figlie. Il Santo nottetempo gettò loro, attraverso la finestra, tre palle o borse d’oro consentendo che le donne si facessero un corredo ed una cospicua dote.
Ma sono molti gli episodi che legano san Nicola al periodo natalizio e tutti facenti riferimento al periodo del solstizio d’inverno ed alle varie cerimonie che caratterizzano la preparazione alla vita, alla futura, rinascente primavera .Così la festa degli Innocenti celebrata il 28 Dicembre che ricorda i bambini ammazzati da Erode ma che i seminaristi hanno scelto come loro “episcopellus” abbandonandosi a scherzi carnescialeschi (da cui scherzi da preti). Danze, lazzi e frizzi sempre in relazione all’esorcizzazione dell’inverno come anche nei SATURNALI romani durante i quali il Dio Saturno veniva finalmente slegato per riportare brio e gioia di vivere all’umanità stanca dell’inverno. Anche in questo periodo veniva nominato un “rex saturnaliorum” e si ipotizzava un ritorno alla “aurea aetas” in cui non esistevano schiavi, ingiustizie e povertà.
Sarebbe troppo lungo tracciarne tutta la storia che si lega a San Nicola ed alle sue metamorfosi. Ci basti ricordare che il nostro simpatico Santo divenne popolare anche in Europa centrale e settentrionale col nome di Santa Claus. Emigrato poi in America, il suo aspetto subì una metamorfosi: il mantello vescovile diventò un robone rosso orlato di pelliccia e la mitra un cappuccio a punta quasi a simboleggiare la maschera che prelude alla frenesia laica dell’era del Consumismo. Anche la figura del babbo Natale che giunge nelle regioni polari con una slitta carica di doni, rivela tratti inconfondibili dei riti precristiani che, cercando di esorcizzare l’infertilità della terra, preparavano ai capodanni ed alla rinascita. La corsa in slitta simboleggia infatti la lunga traversata della notte artica verso il giorno che porta la luce, il rinnovamento, il risveglio della natura, in un’unica parola: la Vita.

"La nascita del fascismo" di Dino Licci

di Dino Licci

Con la Prima guerra mondiale si abbatterono sul mondo intero avvenimenti nefasti che andavano dalle numerose perdite delle vite umane alla distruzione di molte città, con uno sconvolgimento totale della personalità dei singoli che, ascrivendo al progresso tecnologico i guasti di una guerra così devastante, si rifugiarono dell’esistenzialismo, quasi una contrapposizione al positivismo che aveva suscitato grandi speranze e fiducia nel progresso scientifico. Un comprensibile stato di smarrimento investì la società in tutte le sue espressioni, mentre si andavano concretizzando quei disagi profondi dell’esistenza che già affioravano nelle opere di Kierkegaard, Nietzsche, Kafka o Dostoevskij. Ma non in tutti i campi si verificò questo repentino cambiamento dell’umore. Durante la prima guerra mondiale si erano verificati episodi di eroismo che avevano fortemente gratificato un gruppo di giovani combattenti che proprio nella violenza, nell’uccisione dei nemici della patria, avevano trovato uno scopo per la loro vita e pareva stessero aspettando un momento favorevole per esaltarsi ancora con le loro gesta che, in ultima analisi, consistevano nell’apoteosi della violenza. L’occasione fu loro offerta il 23 marzo del 1919 quando, nei locali messi a disposizione dall’alleanza industriale e commerciale che aveva sede a Milano in piazza San Sepolcro, fu convocata un’assemblea ad opera di un quotidiano: “il Popolo d’Italia”, diretto da Benito Mussolini, che al tempo aveva idee vagamente socialiste. Gli intervenuti, tutti molto giovani, non superavano il centinaio, provenivano da diverse classi sociali e pescavano nelle fila sia degli anarchici che dei repubblicani. Se ci aggiungiamo anche qualche futurista tipico dell’epoca, ci apparirebbero come un agglomerato eterogeneo, se non li avesse accomunati il fatto di essere ex combattenti che magari, come il corpo degli “arditi”, si erano particolarmente distinti in guerra per il coraggio e la determinazione con cui avevano affrontato il nemico. Cosi cominciarono ad organizzarsi scegliendosi dei simboli che diventeranno tipici dell’iconografia fascista: il pugnale, il teschio e il fascio littorio dell’antica Roma. Ma essendo finita la guerra, questa volta il nemico bisognava inventarselo e questi fascisti ante litteram lo trovarono dapprima nei socialisti che costituivano la parte egemone nel mondo del lavoro, poi, quando si organizzeranno in un partito, estenderanno la loro inimicizia verso tutti coloro che non sposeranno la loro causa perché, a loro dire, solo i fascisti potevano considerarsi italiani e difensori della patria e della bandiera. Ma andiamo per gradi. Inizialmente questi fasci di combattimento, come vennero definiti in principio, nelle intenzioni di Mussolini non avrebbero mai dovuto costituire un partito politico, ma un movimento antipartitico il cui programma stilato nel giugno del 1919, inizialmente aveva sposato idee fortemente progressiste (diritto di voto alle donne e ai diciottenni) e fortemente anticlericali (si parlava perfino di sequestrare i beni alle congregazioni religiose). Erano dislocati prevalentemente nel nord e, disponendo anche di poche risorse economiche, quando si presentarono alle elezioni nel 1919, le persero malamente.

Fu solo allora che cominciarono a maturare l’idea di diventare un vero partito politico ed infatti, verso la metà del 1922 ci fu la cosiddetta “svolta a destra” e questi primi sparuti “fasci di combattimento” diventarono delle vere squadracce che sposarono in tutto la violenza come mezzo di convincimento politico.
Tutto questo avveniva in pieno “biennio rosso” quando i tumulti dei socialisti, le manifestazioni operaie, l’occupazione dei terreni e delle fabbriche soprattutto nel centro nord, turbavano l’ordine pubblico arrivando a veri scontri cruenti tra le parti avverse. Le azioni dei fasci di combattimento, sia pure di natura violenta, dapprima sembravano volessero contrastare l’ondata di scioperi e rivolte organizzati dal partito socialista, tanto che Giovanni Giolitti credé di potersi servire di loro per sedare i tumulti e riportare alla normalità la situazione italiana. La sua fiducia nei fasci arrivò al punto d’inserirli nei “Blocchi nazionali”, una componente di destra della democrazia italiana, ritenendo così di riassorbire i fascisti nell’alveo della dialettica parlamentare, ma, come vedremo, si sbagliava ed anzi fu proprio questo errore, il “primum movens” verso l’instaurazione del regime totalitario che sarebbe durato vent’anni. La campagna elettorale si basò sulla violenza: squadristi violenti portarono la politica dal parlamento nelle piazze con riti efferati che si concludevano con la distruzione di quanto apparteneva all’avversario politico, che doveva essere visto semplicemente come un nemico da abbattere e punire. Le “spedizioni punitive” si concludevano col fuoco e con i canti che inneggiavano a sempre maggiore violenza ed omaggio alla bandiera. L’avversario doveva essere punito a prescindere da come si comportava e veniva picchiato, bastonato, deriso perché colpevole di non sposare la loro stessa causa. Pure la classe politica liberale e la stampa tolleravano e favorivano questi metodi mentre nel resto della popolazione s’instaurava un clima di terrore.
La componente di destra alle elezioni del 1921 prese il 19% dei consensi con 105 seggi dei quali 35 andarono appunto ai fascisti che, gratificati da questo successo, estesero la loro influenza su tutta la nazione raddoppiando il numero degli iscritti. Si pose a questo punto il problema se trasformare il movimento in un vero partito ma la decisione non fu facile perché i capi squadristi avevano paura di perdere parte del loro potere se ciò fosse avvenuto. Mussolini riuscì a trattare con loro convincendoli ad aderire al “Partito nazionale fascista” che esordì come tale nel Novembre del 1921. Il neonato partito era una sorta di milizia di Credenti, violenti e saturi di retorica, combattenti in nome della fede dell’identità nazionale e presentava al suo interno l’evidente anomalia di salire al potere con il manifesto intento di distruggere lo Stato liberale. E sempre minacciando un’esacerbazione della violenza, il 28 Ottobre del 1922 alcune decine di migliaia di militanti fascisti si diressero verso la capitale (La marcia su Roma) rivendicando dal sovrano Vittorio Emanuele III, la guida politica del regno d’Italia, cosa che ottennero quando il re incaricò Mussolini di formare il nuovo governo. Dalla nascita del Sansepolcrismo come veniva ormai definita la nascita dei “Fasci italiani di combattimento” all’ascesa al potere di Mussolini, erano trascorsi poco più di tre anni, che però bastarono ad effettuare la Rivoluzione fascista che avrebbe trascinato la nostra nazione in una dittatura che sarebbe durata fino al 1943.

"La nascita dell'universo" di Dino Licci

di Dino Licci

Vi siete mai chiesti come abbiano fatto gli scienziati a individuare in 13,7 miliardi di anni fa la nascita dell’Universo e come sia avvenuto il Big Bang?
Già Olbers nel 1826 si era posto qualche problema al riguardo, ma fu circa un secolo dopo che le osservazioni di Hubble ci mostrarono un universo in espansione con le galassie che si allontanavano le une dalle altre con una velocità tanto più grande quanto più grande era la loro distanza reciproca.
Quanto più lontana da noi è una galassia, più la sua luce tenderà verso il rosso fino ad emettere radiazioni così lunghe che neppure con i telescopi ad infrarossi o addirittura a microonde si possono osservare. I satelliti che abbiamo inviato nello spazio e i più sofisticati telescopi di cui disponiamo, ci dicono che queste galassie paiono essere ferme nello spazio pur allontanandosi velocemente le une dalle altre. L’evento avviene come se fosse lo spazio a dilatarsi costringendo le galassie, sia pure immobili, ad aumentare la loro reciproca distanza. Gli scienziati sono soliti paragonare il fenomeno a quello di un palloncino gonfiabile con tanti puntini rossi disegnanti sulla sua superficie. Quanto più gonfiamo il palloncino, tanto più i puntini, pur fermi, si allontanano tra di loro. Insomma la dilatazione dell’Universo è insita nella natura stessa dello spazio, che non è immutabile ma in continua evoluzione e c’è da chiedersi da dove provenga la spinta iniziale, quella che precedette il Big Bang calcolato in 13,7 miliardi di anni fa.
Ma torniamo al nostro Universo e vediamo come George Gamow nel 1946 formulò per la prima volta la teoria del Big Bang avvalendosi delle osservazioni di Hubble.
Se l’Universo si espande e si raffredda, percorrendo il cammino a ritroso nel suo passato, ne verrà di conseguenza che la stessa quantità di energia o di materia (le due cose sono intercambiabili in determinate condizioni), dovevano essere contenuti in un volume sempre più piccolo ed infine talmente concentrato da avere una temperatura e una pressione elevatissime. A temperature così alte la materia è allo stato di plasma (gli altri stati sono, come tutti sanno, il gassoso, il liquido e il solido) e, venendo a mancare anche la forza nucleare forte, neanche gli atomi riescono ad aggregarsi tanto che in queste condizioni neanche la luce riesce a viaggiare in linea retta. Quando noi osserviamo la Luna dobbiamo considerare che quella che vediamo è la Luna qual era un secondo prima della nostra osservazione, perché la luce ha impiegato un secondo a compiere la distanza che la separa dalla terra. Similmente il Sole che osserviamo è tale qual era 8 minuti prima, perché appunto tale è il tempo che la luce impiega a raggiungerci dal Sole e, se osserviamo la luminosissima stella Arturo, la sua luce è quella che emetteva 36,7 anni fa. Man mano che osserviamo le stelle più lontane, la loro immagine è quella che avevano nel momento in cui la luce partì da loro diretta verso di noi.
Quindi, spingendoci sempre indietro nel tempo e nello spazio( Einstein ci dice che le due cose sono intimamente connesse), arriveremo a un punto così lontano nel tempo, che ancora non si erano formate le stelle: La temperatura era infatti così alta che la materia era allo stato di plasma (plasma d’idrogeno esattamente) non riuscendo ancora ad aggregarsi ed in queste condizioni, come abbiamo visto, la luce non riesce a viaggiare in linea retta e quindi non potrebbe raggiungerci neanche dopo un percorso di 13,7 miliardi di anni .
Ma che un segnale debolissimo di questo periodo primordiale ci potesse ancora raggiungere come radiazione cosmica di fondo, fu ipotizzato dagli studi teorici di Gamow e due suoi allievi ma fu casualmente captato da altri due scienziati Penzias e Wilson che lo scoprirono mentre lavoravano su una grossa antenna per telecomunicazioni accaparrandosi per questo un premio Nobel nel 1978.
Questo segnale che Penzias e Wilson hanno registrato, è una sorta di luce fossile, il “Fondo Cosmico”, che ha viaggiato per 13,7 miliardi di anni prima di raggiungerci e che perciò ci porta un messaggio tangibile delle condizioni fisiche dell'universo primordiale avallando le teorie di Gamov. L'abisso nero del cielo, oltre le stelle e le galassie, porta il segno dell'origine il che mi affascina e mi sconcerta.
Con i moderni satelliti artificiali è stato infatti possibile studiare il “Fondo Cosmico” arrivando a “vedere” come era l’Universo nella sua prima infanzia, appena cioè si era raffreddato abbastanza da permettere la formazione degli atomi. Prima non esistevano né lo spazio né il tempo. E le osservazioni hanno confermato la teoria. Quello che si “vede” è che la temperatura doveva essere di circa un miliardo di gradi e& nbsp; tutto l’Universo era paragonabile a una Stella nel cui interno avvenivano le stesse reazioni termonucleari che caratterizzano i nostri astri. Il mistero comincia a diradarsi. Ma mentre menti eccelse e studi approfonditi mettono a dura prova le già grandi capacità del nostro emisfero sinistro, qualche genio della musica interpreta tali meravigliose conquiste, sfruttando appieno le capacità di astrazione artistica del nostro emisfero di destra, partorendo così meravigliose pagine come questa di Igor Stravinsky, che vi propongo e che sintetizza mirabilmente i primi istanti della nascita del nostro Universo. Buon ascolto e ...buona visione!

http://www.youtube.com/watch?v=-gZbMOq_Ge8

"La psicanalisi" di Dino Licci

la psicanalisi è una scienza?

"La psicanalisi" pag.1

di Dino Licci

Per un biologo appassionato di filosofia, assistere ad una convergenza frequente ed abituale tra intuizioni geniali della filosofia e realtà verificabili della scienza, è quanto di più stimolante esista in natura. All’evoluzione biologica che regola la vita del pianeta, si accompagna un’evoluzione gnoseologica che, nel caso dell’uomo, creatura cosciente di sé, raggiunge traguardi tanto ambiziosi, da tendere a sfociare nell’autodeterminazione. Da sempre l’uomo si è
interrogato sul proprio destino e sulla conoscenza di se stesso e già l’oracolo di Delfi più di duemila anni fa, ammoniva : “conosci te stesso” (gnỗthi seautón)
esortando a quell’ esercizio mentale che era l’attività prediletta da Socrate. Platone poi, che di Socrate era il discepolo, nel “Fedro”, col mito dell’auriga, delinea con chiarezza quel coacervo di pulsioni contrastanti che fanno dell’uomo un essere così unico e speciale.
Quelle che la scienza moderna indaga come reazioni complesse e misteriose della nostra attività cerebrale, il complesso chimico che si accompagna a fenomeni elettrici e che sfociano nell’imperscrutabile mondo del pensiero astratto, fin dai tempi antichi prese il nome di anima, concetto quanto mai sfumato, che vorrebbe l’uomo immortale reincarnarsi infinite volte (metempsicosi, filosofia orientale, eterno ritorno di Nietszche) o finire davanti al giudice supremo per ottenere il premio od il castigo eterno (religioni abramitiche). Platone ci descrive l’anima come una biga trainata da due cavalli, uno bianco (la
spiritualità) ed uno nero (la passione) con l’auriga (la ragione) che si destreggia per non farsi sopraffare dal cavallo nero e raggiungere invece l’iperuranio, il luogo metafisico sede delle idee, laddove l’anima si purifica ritardando il fenomeno della reincarnazione.
C’è in questa visone di Platone, un concetto ripreso dalla scienza moderna sia con le geniali intuizioni di Freud e Jung, sia con gli studi biologici dell’etologia e della neurologia comparata.
L’anima platonica indicata nel mito della biga alata come un complesso eterogeneo che delinea già un superamento del manicheismo di Zoroastro, prelude a quegli studi molto più complessi che saranno messi a punto dagli studi di un neurologo (Freud) e di uno psichiatra (Jung) che così usciranno dai limiti angusti della pratica medica, per elevarsi a tutto titolo al rango di
veri filosofi.
Freud, elaborando teorie filosofiche che furono già di Schopenhauer, evidenzia l’esistenza nell’uomo di un subconscio che lo declassa da quella posizione di privilegio cui egli si era abituato.
Quella di Freud è la terza ferita inferta all’umanità dalla fine del periodo medievale vissuto sotto l’egida del creazionismo e della visone aristotelica del mondo.
La prima ferita gli viene inferta dagli studi di Copernico suffragati dalle
scoperte di Galileo e Newton,per cui la terra perderà il suo ruolo di centro dell’Universo.
La seconda ferita gli deriverà dagli studi di Darwin che dimostra come l’uomo non sia stato creato direttamente da Dio a sua immagine e somiglianza, ma sia
un animale in continua evoluzione. Egli, ad un certo punto della sua esistenza, si arricchirà di due peculiarità: il centro di Broca che gli consentirà di formulare il linguaggio e quindi la cultura e l’uso delle mani col pollice opponibile, che gli consentirà di crearsi l’organo accessorio dalla ruota al
computer e quindi la tecnologia.
La terza ferita la dovrà a Freud, il quale dimostra, con la scoperta dell’inconscio, come l’uomo non sia più “padrone in casa propria”, dovendo fare i conti con quelle “pulsioni” che la mente tende a nascondere, ma che riemergono nei sogni e in alcune patologie mentali.
Nel corso dei suoi studi, Freud formula una teoria topica nella quale ipotizza tre “loci” nei quali risiederebbero l’inconscio (zona oscura e sepolta), il preconscio (zona d’ombra i cui contenuti possono riemergere) ed il conscio ( la nostra consapevole ragione). Molto più interessante la sua seconda teoria, quella dinamica in cui l’uomo si relaziona con se stesso attraverso tre forze : l’Es che è costituito dalle nostre pulsioni e desideri più reconditi, il super io paragonabile all’imprinting dell’etologia, cioè l’insieme delle norme e divieti che abbiamo interiorizzato in età infantile ed adolescenziale e
l’io, la parte più razionale che fa da tramite o da cuscinetto tra le spinte impulsive dell’es e le norme morali del super io.
L’es è molto di più che un serbatoio di pulsioni, perché priva l’uomo di gran parte del suo libero arbitrio rendendolo un “funzionario della natura” laddove emergono due prerogative salienti non solo dell’umanità, ma di tutte le
specie viventi del pianeta: la sessualità e l’aggressività.
Senza queste prerogative, la vita cesserebbe d’esistere ma cesserebbe d’esistere, nel caso dell’uomo, animale sociale, anche senza la capacità di relazionare da cui la necessità di regole, fissate nel super io, che supportino il vivere civile. L’io fa quindi da cuscinetto impedendo che queste due spinte
entrino in contatto generando un corto circuito, una psicosi, di cui la psicoanalisi freudiana non si occupa (se ne occuperà invece Jung) o una nevrosi quando, pur non venendo in contatto, il super io eserciti un’azione troppo drastica nei confronti delle pulsioni dell’es.
Sempre secondo Freud, i desideri repressi ricompaiono nei sogni sotto forma di segni, per lo più di carattere sessuale che darebbero precise indicazioni sulle origini di una nevrosi.
La sessualità riveste una grande importanza per Freud e, nel corso della vita, è legata agli orifizi che mettono in comunicazione l’interiorità dell’individuo con il mondo esterno.
La bocca è legata all’assunzione del cibo e, nello sviluppo della personalità, costituisce la fase orale legata al piacere che il bambino prova nel suggere il latte e che porterà a gravi patologie alimentari (anoressia, bulimia) ove fosse viziata da carenze iniziali.
Il cibo è legato indissolubilmente alla stessa esistenza ed i disturbi dell’alimentazione evidenziano chiaramente un conflitto interiore sulla volontà di esistere.

"La psicanalisi" pag.2

C’è poi la fase anale, in cui il bambino, conscio di poter, con la sua volontà,
trattenere o meno le feci, comincia ad esercitare la sua capacità di controllo, dapprima su se stesso, sui propri giocattoli, sulla propria stanza, quindi sugli altri ed in modo latente, sul resto del mondo. Insomma dalla fase dell’avere si passa alla fase dell’essere ed il regredire o rimanere “fissati” in queste fasi, comporterà gravi disturbi nevrotici.
La fase orale dura per i primi due anni ed una lettura puramente biologica, la identifica come un bisogno della specie di educare la prole al proprio sostentamento in modo da poter crescere ed a sua volta procreare (non per niente esistono le cure parentali tanto più complesse e durature quanto più evoluto è il cucciolo cui accudire). La seconda fase dovrebbe durare fino ai quattro anni ed istruisce il bambino sul significato di essere-potere. Un adulto che regredisce o si fissa in questa fase, accorgendosi di non poter dominare tutto il mondo, comincia a pensare che “il mondo” trami contro di lui e fa sfociare questa sua patologia in una sorta di paranoia.
La terza fase è quella edipica così detta perché richiama la nota tragedia di Sofocle, “l’Edipo re” e conduce il bambino fin verso i sei anni a trovare la sua identità e capacità di relazionare con gli altri e soprattutto con l’altro sesso.
La libido legata alle tre fasi non è da intendersi come prettamente sessuale, ma come l’energia psichica che consentirà la normalità dell’esistenza. Il maschio che vuole uccidere il padre per prenderne il posto e giacere con la madre esaspera e stigmatizza il linguaggio truculento ed ancestrale del nostro inconscio non ancora educato alla ragione, ma praticamente significa voler imitare il padre per scoprire la propria identità maschile ed il desiderio di giacere con la madre, primo essere di sesso diverso in cui incappa, lo indirizza verso i corretti rapporti con l’altro sesso. L’impossibilità che questo suo desiderio venga esaudito porta alla frustrazione in caso di patologia, all’impegno sociale per raggiungere lo scopo prefissato, nella fisiologia comportamentale.
Comunque, secondo Freud, per tutta la vita permane un conflitto tra l’es ed il super io. Condizione questa che costringe l’io a mediare in continuazione e vedersi sopraffare dalla nevrosi quando il super-io ed i dettami sociali siano così rigidi da non consentire il soddisfacimento dei propri desideri inconsci o
viceversa degenerare nella perversione, quando sia l’es a prendere il sopravvento.
Contro questa visone freudiana per cui l’io, la razionalità,è sempre presente nell’uomo a fa da tramite tra pulsioni ataviche e regole morali, si schiererà ad un certo punto Jung, per il quale la follia fa parte della quotidianità di ogni individuo ed anzi ne delineerà il carattere. Le leggi morali sono infatti identiche per tutti e la peculiarità di ogni individuo dipenderà da quale tra le numerose pulsioni che agitano il suo subconscio, si manifesterà con maggiore evidenza.
Il subconscio di Jung è simile al mondo degli dei per i quali non esiste una differenza tra bene e male ma ogni cosa è buona anche se nella nostra visione delle cose appare completamente contraddittoria. Mentre per Freud la libido era asservita alla sessualità, per Jung essa viene intesa come energia vitale, di cui la sessualità è solo una componente sia pure importante. La libido è la forza indifferenziata che caratterizza gli dei, da cui l’uomo proviene, dei che racchiudono al loro interno, anche in modo contraddittorio e casuale, tutte le passioni umane.
Dal subconscio descritto da Jung emerge una sola di queste componenti che costituirà la personalità del singolo, mentre la razionalità e la normalità sarà data dalla capacità dell’io di impedire che esse riemergano dal profondo tutte insieme. Questo contenitore tenuto nascosto da una sorta di velo di Maya, è ben rappresentato dal mondo dei sogni laddove non esiste la causalità, non esiste il principio di non contraddizione e non esistono limitazioni spaziali o temporali ma tutto è possibile come un enorme contenitore paragonabile appunto al variopinto pantheon degli dei. Importanti per Jung sono poi i simboli da non intendersi come i segni di Freud riportabili ad un’esperienza passata che l’io ha relegato nel subconscio, ma come una manifestazione di capacità creativa, una
potenzialità indifferenziata che emerge per esempio nei poeti e nei bambini quando ancora un simbolo non è stato codificato dalla ragione.
Come dobbiamo educare i bambini a riconoscere da un simbolo indifferenziato un segno concreto (una penna serve a scrivere e non ad infilarsela in bocca o usarla come arma), così giornalmente dobbiamo educare noi stessi alla ragione con un lavoro incessante e continuo che ci preservi dalla follia.
Anche riguardo il concetto di nevrosi i due pensatori, che non dobbiamo dimenticare fossero medici, divergono. Se per Freud la nevrosi è la negatività di un avvenimento passato, rivivendo il quale, il disturbo scompare, per Jung essa è anche proiettata nel futuro e compare quando non siamo in grado di realizzare le nostre ambizioni.
In questo senso essa è anche un fattore di esortazione e non sempre una nevrosi è sinonimo di malattia e sofferenza ma, sempre secondo Jung, a volte essa ha una finalità positiva e stimolante. Lo scopo della psicanalisi infatti per Jung riporta alla primitiva esortazione dell’oracolo di Delfi: ”conosci te stesso” o , per dirla con Nietszche : “diventa ciò che sei” uscendo dalla pedissequa imitazione dei modelli offertaci, ma scavando in se stessi per scoprire chi in effetti si è e vivere secondo il nostro personale modello. Riuscire a diventare ciò che si è, guiderà l’umano fuori dalla nevrosi e forse addirittura condurrà alle soglie della felicità.

Considerazioni e conclusioni

Il pensiero di Freud e quello di Jung costituiscono dei capisaldi nella corsa verso la conoscenza dell’Umanità, ma la psicoanalisi non può essere considerata una scienza.
Secondo Popper, i seguaci di tale disciplina, tendono a rifiutare le critiche e bollare come disinformato chi non creda ad essa come scienza ma solo come teoria o pseudoscienza. Ma una teoria scientifica deve essere controllabile empiricamente ed essere “falsificabile” e, sempre secondo Popper, la psicoanalisi non lo è perchè tende a mantenersi in vita contro l’evidenza e ad autoconvalidarsi perché costruita in modo da risultare immune da falsificazione e dalle continue correzioni cui invece la Scienzacontinuamente si sottopone.
Il filosofo francese Ricoeur, ricordando come la psicoanalisi si serva di metodi interpretativi, ne delinea la differenza con le scienze naturali, che invece utilizzano l’osservazione di tipo empirico e sperimentale e si riallaccia alla tradizione ermeneutica, e più precisamente a quel movimento che contestava il primato delle Scienza naturali del positivismo di Comte e Saint-simon, distinguendo tra scienza naturali e scienze umane. Leggendo a fondo Ricoeur, si arriva comunque alla conclusione che la psicoanalisi non sia una scienza esatta non essendo, per forza di cose riproducibile.
Infatti la psicanalisi sarebbe una scienza ermeneutica dove i messaggi inviati dal paziente al terapeuta devono essere soggettivamente interpretati e decifrati dall’operatore che si industria di cogliere i singoli eventi nelle loro unicità e irripetibilità (Ermeneutica del sospetto) .
La psicoanalisi sarebbe dunque una scienza idiografica, (interpretativa, narrativa, storicizzante) ma incapace di individuare leggi di carattere generale come invece fanno le scienze naturali che sono invece nomotetiche.
In difesa della psicanalisi è sceso in campo Hartmann , psichiatra ed esponente di rilievo della corrente postfreudiana definita “Psicologia dell’io”, che ha definito la psicanalisi come una scienza empirica ma ancora giovane, scusandone la mancanza di rigore metodologico e l’incertezza concettuale con la difficoltà della materia da trattare.

In conclusione io ritengo che la psicoanalisi, pur non essendo inquadrabile nel novero delle Scienza naturali, abbia apportato un enorme contributo alla conoscenza dell’umanità e debba costituire oggetto di studio e di assidua ricerca.

"La relatività ristretta" di Dino Licci

di Dino Licci

Chi ha avuto a che fare con i bambini sa che, a un certo punto della loro crescita, essi cominciano a fare domande sempre più complesse ai loro genitori. S’instaurerà, tra genitori e figli, un rapporto biunivoco che li condizionerà entrambi: i genitori saranno oggetto di quei segnali che, stimolando amore e tenerezza, indurranno, anche in molte specie animali, alle cure parentali. I figli, apprendendo dagli adulti tutto il loro sapere, continueranno a fare domande, finché il meccanismo dell’imprinting fisserà le risposte ritenute esaustive, in concetti che si fisseranno alla memoria degli adolescenti, condizionando così tutto il resto della loro vita. Così, chi è nato in occidente, abbraccerà la religione cristiana, chi sarà nato in India, diventerà induista, chi in Giappone scintoista e così via in un crescendo di “diversità” che non riguardano solo lo spazio ma anche il tempo in cui un individuo è cresciuto, fatto che prelude a quel relativismo culturale che rende varia e polimorfa la moltitudine umana. Ma il condizionamento ambientale non riguarderà solo il campo della religione o delle relazioni sociali, ma anche il campo dell’astronomia, della fisica, della biologia e, per poter rimuovere le “antiche “ credenze, bisognerà fare sforzi notevoli accettando nuovi concetti e teorie a volte fortemente contro intuitivi, come appunto la relatività ristretta di cui oggi voglio parlarvi. La vita caotica dei nostri tempi non concede molto spazio alla fantasia. Noi adulti siamo oberati dalle mille problematiche che la quotidianità c’impone, ma se provassimo a seguire l’esempio di Einstein e tornare ogni tanto bambini, scopriremmo altre realtà, altre verità che arricchirebbero la nostra mente e darebbero una nuova luce al mondo che oggi ci ospita. Vediamo che cosa diceva il grande scienziato:

“...i bambini che si fanno domande sulla luce, il tempo, lo spazio, sono soddisfatte dalle risposte preconfezionate e non si pongono il problema da adulti. Ma siccome io ero ritardato, mi posi queste semplici domande da adulto e le sondai con maggior tenacia e profondità di qualsiasi bambino…”

Così Albert Einstein, senza far uso inizialmente di complesse formule matematiche, arrivò a formulare la più famosa equazione della storia dell’umanità. Cerchiamo di seguire il suo ragionamento logico. Egli sapeva benissimo, perché altri lo avevano scoperto prima di lui, che la velocità della luce era di 300.000 Km al secondo e che era una costante per tutti i sistemi di riferimento, anche se la sorgente di luce fosse stata in movimento. E qui ci tocca andare avanti per esempi se vogliamo seguirlo, senza stancarci, nei suoi esperimenti mentali. Pensiamo che in un vagone di un treno che viaggi a 100 Km all’ora ci siano due giocatori di tennis da tavolo: per uno spettatore che stia osservando la partita, la pallina da tennis viaggerà a 20 Km all’ora, ma per uno spettatore che sia fermo ad un passaggio a livello, la pallina viaggerà a 120 Km all’ora se il percorso della pallina si sta avvicinando a noi (100 Km l’ora del treno + 20 Km l’ora per la pallina ) 80 Km all’ora se se ne sta allontanando. Ma se invece l’esperimento lo facciamo con un raggio di luce, le cose vanno diversamente perché la luce non può cambiare la sua velocità, essendo stato ampiamente dimostrato che la sua velocità è comunque costante. Immaginiamo allora che a rimbalzare nel vagone in movimento non sia una pallina da ping-pong, ma un raggio di luce. Immaginiamo che essa rimbalzi tra due specchi posti sul pavimento e sul tetto del vagone. Se un osservatore si trova dentro il vagone, egli vedrà il raggio di luce percorrere su e giù il percorso del raggio secondo una verticale e cioè percorrerà sempre la stessa distanza tra il pavimento ed il tetto a qualsiasi velocità vada il treno. Ma un osservatore che si trovi fuori dal treno, vedrà il raggio oscillare tra il pavimento ed il tetto non più secondo una verticale (il cateto di un triangolo immaginario), ma secondo una diagonale (l’ipotenusa) tanto più lunga quanto più velocemente correrà il treno. Quindi, essendo la velocità della luce costante (come scoprì Romer e come codificò Maxwell con le sue famose equazioni), questa volta non si potranno sommare le velocità come nell’esperimento della pallina e di conseguenza saranno il tempo e lo spazio a dover subire delle variazioni notevoli e l’osservatore che è sul treno vedrà percorrere il tragitto del raggio di luce in un tempo molto più breve rispetto all’osservatore che è fuori, per il quale il raggio di luce dovrà percorrere una distanza maggiore e quindi impiegare anche un tempo più lungo per effettuare lo stesso percorso. Per capire meglio questo concetto v’invito a visionare il filmato che Piero Angela e il prof. Lanciano hanno preparato per noi.

http://www.youtube.com/watch?v=l7mMO_FDT18

Se inizialmente questa sembra una contraddizione, è perché siamo abituati a pensare che spazio e tempo siano entità assolute (gli a-priori kantiani) ma, con questo esperimento mentale, Einstein ha dimostrato che ognuno ha il suo tempo e che la stessa distanza varia a seconda che un osservatore sia fermo o in movimento. Questo esperimento mentale fece capire ad Einstein che spazio e tempo non sono assoluti ma relativi . Un minuto secondo per il viaggiatore che si trovi nel treno, dura di meno per un osservatore che stia fuori e, se il treno corresse a velocità simili a quella della luce, il tempo dell’osservatore che sta fuori del treno, aumenterebbe moltissimo. Così si spiega il paradosso dei gemelli che naturalmente non possiamo sperimentare, ma possiamo finalmente cominciare ad intuire. Per lo spazio naturalmente vale la stessa cosa perché spazio-tempo sono indissolubilmente legati l’uno con l’altro.
Ma Einstein non si fermò qui. Ora che era chiaro che il tempo diminuiva con la velocità (si fermerebbe del tutto se potessimo cavalcare un raggio di luce), egli si rese anche conto che, con l’aumentare della velocità, gli oggetti diventano più pesanti, insomma aumenta la loro massa perché l’energia del moto viene appunto convertita in massa in un passaggio reversibile che gli consentì di formulare la celebre equazione E = mc2.

Io mi fermerei qui sperando di avervi stimolato ad ulteriori approfondimenti e sperando che, nel continuare ad esplorare la bellezza di questa magica formula, vi appassionerete allo studio della relatività che qui ho enormemente semplificato non essendo peraltro io un fisico, ma solo un biologo armato di grande curiosità verso tutti i fenomeni naturali. Quella di cui vi ho parlato è solo la relatività ristretta, già abbastanza complessa ma propedeutica di un’altra meravigliosa conseguenza delle scoperte di Einstein: quella relatività generale che ci mostra addirittura l’influenza della curvatura spazio-temporale sulla gravitazione universale. A presto.

"La scuola d'Atene" di Dino Licci

Tutti i lavori che noi, poeti, artisti scrittori sia pure dilettanti, andiamo producendo e che mettiamo in vetrina chiedendo consensi e giudizi, cos’altro sono se non un bisogno d’affetto, comprensione, amicizia? L’uomo è un animale sociale, non può vivere da solo e tanto più progredisce la sua tecnologia, tanto più necessita del suo simile per far funzionare la complessa macchina sociale atta ad appagare i suoi bisogni primari. Ma ancora non gli basta se, per soddisfare quel bisogno di affetto e spiritualità che lo caratterizza e distingue, ha bisogno di musica, ha bisogno di poesia, ha bisogno d’amore! L’uomo si suole definire come “l’animale che sa di dover morire” e in questa frase è concentrato un coacervo di emozioni, aneliti, brame, affanni e desideri che fanno di noi quella meravigliosa creatura che ha fatto della ricerca di sé e della sua propria essenza, lo scopo principale della sua Vita. Progrediamo, ci evolviamo, ci trasformiamo così lentamente che non ce ne accorgiamo nemmeno, e mentre i nostri canini affondano sempre di meno nei loro alveoli e il coccige riduce ulteriormente i suoi residui di coda, gli emisferi cerebrali crescono ancora di più e le idee si sommano alle idee, condizionando inconsapevolmente i nostri geni, i nostri cromosomi e tutto cambia, tutto si trasforma in un gioco senza fine, apparentemente senza scopo ed in tempi che forse la nostra mente dilata all’infinito, mentre può darsi che avvengano in un attimo in questo gioco spazio-temporale che pare essere solo un prodotto della nostra mente, una percezione sensoriale meramente illusoria (Einstein).
Ho fatto partire Debussy mentre vi scrivo e, cullato dalla sue dolci note, ripercorro le fasi della mia vita fin da quando ero bambino, e vado comparando la mia crescita temporale con quella di tutta l’umanità. E rivedo il vecchio Socrate porsi infiniti problemi e fermare i passanti e interrogarli e coinvolgerli nella sua paziente ricerca mentre Platone appunta le sue idee, le elabora, trascrivendole fino a noi, lui, Platone ed il suo “Iperuranio”, lo stampo primigenio di ogni manifestazione reale.
E Aristotele che risale alle cause studiandone gli effetti, lui che, gradualmente, percorrendo a ritroso il nostro iter evolutivo, cerca il “Primo Motore” la  Causa prima che abbia innescato la vita, la girandola infinita che ci coinvolge e trascina.
Siamo già molto avanti, la “Scuola d’Atene” mirabilmente espressa dal celebre affresco di Raffaello ci mostra già cervelli sopraffini che si disputano il sapere, che ipotizzano, valutano, elaborano, compongono, sviluppano nuove idee nella grande fucina delle loro menti e partoriscono il “Sapere” e lo tramandano fino a noi in un crogiolo infinito di contraddizioni, correzioni, smentite e rielaborazione mentre spuntano i dogmi, incredibili assiomi a frenare la corsa, a rallentare il passo.
Siamo già lontani dal mondo delle baccanti, dalle orgiastiche danze di donne vestite di animali, dai misteri eleusini, dai canti orfici che inducevano all’ubriachezza, all’estasi, momento saliente della nostra crescita culturale quando il demone (il Dio,l’anima) s’impossessava del nostro corpo, manifestazione primaria di un concetto astratto di spiritualità soffusa. Quando Socrate ribalterà il concetto e non nell’estasi ma nella “prudenza” avvertirà l’anelito divino, già si porranno le fondamenta di rigidi schemi che vogliono anima e corpo contrapposti, rigidamente fermi nelle regole inamovibili che l’incalzante cristianesimo cementa e fossilizza in dogmi indiscutibili (pena l’arrosto immediato) per tutto il medioevo.
Si suole dire che Freud e Nietzsche abbiano per primi rimosso queste certezze, scardinato dalle fondamenta gli assiomi della civiltà occidentale. E forse è vero in parte se pensiamo che tutta la filosofia moderna, dal medioevo all’ottocento, si è basata sul concetto di “Io” così come nel cogito cartesiano o nell’Io penso kantiano o nello Spirito hegeliano. Ma prima dell’avvento di Freud che frantuma, come già avevano fatto Copernico in campo astronomico e Darwin in campo biologico, tutta la filosofia medioevale, già altri pensatori avevano avuto sentore, nei secoli precedenti, che le cose non fossero così semplici . Così il neoplatonico Plotino che aveva già colto (pensiamo al nous) diversi strati nella nostra coscienza. Così nel seicento Leibniz , che parla di “piccole percezioni”, di un “innatismo virtuale”che già configura la presenza di nozioni presenti in noi senza che se ne abbia piena coscienza. Ed anche Hume smonta in età illuministica l’idea stessa di sostanza quando si chiede che cosa rimane dell’uomo quando lo si svuoti delle sue percezioni sensoriali. E poi Schopenhauer che legge l’Io come espressione di Volontà ed arricchisce la nostra razionalità col mondo delle passioni, importante componente della nostra più intima essenza.

Niezsche in “Umano troppo umano” arriva ad ipotizzare che siano le idee a pensare noi e non viceversa e la sua teoria da tempo mi affascina ed intimorisce conoscendo il complesso chimismo che regola le nostre azioni profondamente modificate da droghe introdotte nel soma anche soltanto come medicamento.

Freud ha il merito di aver ricucito tutti questi astratti convincimenti irrorandoli col sapere della scienza e la sua “scoperta” dell’inconscio, dell’istinto, di questa “trinità” laica, che porta l’Io a far da tramite fra i suoi bisogni inconsci e la coscienza acquisita con l’imprinting e l’apprendimento, sono oggetto di grande interesse anche nel mondo scientifico. La corsa verso la verità e la conoscenza non si fermerà certo con Freud che si è interessato anche dell’interpretazione dei sogni e del famoso complesso di Edipo già immortalato dai tragediografi greci, ma il suo principale merito è quello di aver rimosso le limitazioni del pensiero cartesiano. Dire “cogito ergo sum” limita le capacità umane alla semplice sfera dell’io cosciente mentre egli ha dimostrato che l’io è solo una piccola parte della “Psiche” che ci caratterizza, la punta di un iceberg sommerso che noi non avvertiamo ma che ci condiziona ed influenza. Freud era considerato, pur essendo vissuto in periodo positivista quando esisteva il primato della biologia, un antipositivista perché ancora non c’erano i metodi per esplorare i meccanismi chimici ed elettrici della nostra coscienza ma chi di voi avesse la pazienza di leggere “La donna che morì dal ridere” del noto neurochirurgo Ramachandran, vedrà che i “loci” che regolano le attività motorie del nostro organismo stanno per essere riconosciuti con estrema esattezza e sbalordirà per le grandi possibilità della nostra mente, regolata da complesse reazioni chimiche e microscariche elettriche, che attraversano i nostri dendriti in uno scambio continuo tra reazioni chimiche ed elettromagnetismo. Ho pensato a tutto questo mentre osservavo per l’ennesima volta sbalordito e ammirato, la grande opera di Raffaello, una dimostrazione di grande maestria, un omaggio doveroso ai grandi pensatori dell’antichità, raffigurati nella celeberrima “Scuola d’Atene” che vi propongo di osservare ancora con grande attenzione.

"La veglia di Venere" di Dino Licci

di Dino Licci

Il “Pervigilium Veneris”, che, tradotto in italiano, significa “La veglia di Venere”, è un carme scritto in latino da autore anonimo, probabilmente vissuto in età imperiale e di sesso maschile, se negli ultimi versi lamenta la perdita della donna amata. Io non posso non ricordarlo perché mi fu chiesto di parlarne agli esami di maturità, cosa che feci di controvoglia perché non avevo ancora capito tutta la poesia racchiusa in quei semplici versi. In seguito avrei molto apprezzato il tenero invito all’amore universale che la “Signora della Vita e della rinascita” rivolgeva, in un’alba radiosa a tutte le creature del pianeta.
Il ritornello ricorrente nel carme infatti recita:
« Cras amet qui numquam amavit - quique amavit cras amet »
e , tradotto in italiano suona così:
« Domani ami chi mai ha amato, e chi ha già amato, anche domani ami »
Lo rileggo spesso ora che ho imparato ad apprezzarlo da grande e ne ho addirittura fatto un quadro.

"Le meraviglie del nostro cervello e la spiritualità" di Dino Licci

di Dino Licci

Studiare l’anatomia e la fisiologia comparata è quanto di più interessante si possa immaginare e, fra tutti i meravigliosi organi che compongono il corpo umano e quello animale, ce n’è uno talmente complesso che in esso pare quasi sia racchiusa tutta la nostra storia evolutiva. Esso infatti si compone di più strati come se, nel corso di milioni di anni, si fosse arricchito di nuove funzioni, mantenendo inalterate anche le più primitive. Noi uomini disponiamo del cosiddetto cervello rettiliano (midollo spinale, midollo allungato, ponte di Varolio, mesencefalo) tipico dei rettili appunto e che si è formato circa 500 milioni di anni fa. Ad esso si sono aggiunti, 200-300 milioni d’anni fa, il cervelletto e quindi il sistema limbico (fornice, talamo, ipotalamo, ipofisi, ippocampo, amigdala) detto anche mammaliano, perché tipico dei mammiferi e sede dei sentimenti e delle emozioni. Questo fa sì che anche gli altri mammiferi soffrano, godano, palpitino d’amore e gelosia proprio come noi, mentre invece in nessun caso essi saranno capaci d’astrazione perché non hanno le strutture atte a sviluppare tali pensieri.

Quando si formerà la CORTECCIA, che sarà sede d’astrazione, pensiero, idea, allora l’animale sarà diventato Uomo. Solo noi uomini possediamo il centro di Broca che ci consente di parlare o un’area atta a farci usare le mani come preziosi arnesi di lavoro, mentre abbiamo in comune con gli altri mammiferi l’amigdala per esempio, sede della paura che, dando l’allarme, ci permette di affrontare un pericolo che ci sovrasta .

Ma se questa porzione cerebrale che ha la forma di mandorla come ci suggerisce il suo nome, non è geneticamente perfetta, il possessore di questo piccolo difetto è molto probabile che, nel corso della vita, vada incontro a quegli attacchi di panico che possono essere fortemente invalidanti per chi li subisce e che molti purtroppo scambiano per crisi isteriche o “fisime” del malcapitato. Faccio un esempio. Se un camion sta per investirci, noi abbiamo, per fortuna, paura. E’ la paura che ci fa prendere le precauzioni per evitare il peggio. E se siamo colti da infarto, facendo i debiti scongiuri, sarà sempre l’amigdala a dare l’allarme all’organismo, per modo che esso possa correre ai ripari. E’ questa la comunissima paura esterna che ci aiuta a vi vere correttamente. Ma c’è un altro tipo di paura, la paura interna, che segnala ad un’ amigdala biologicamente difettosa, un pericolo inesistente ma che ha le stesse caratteristiche di un pericolo reale. Una volta accertato che si tratta di un falso allarme, se gli attacchi di panico si ripresentano, il paziente non saprà più distinguere il vero dal falso e vivrà una vita d’inferno laddove il suo disturbo non venga adeguatamente curato.

Già questo esempio ci avrà fatto capire come le nostre strutture cerebrali siano responsabili anche della nostra vita di relazione e come il nostro libero arbitrio sia pesantemente condizionato dalle nostre circonvoluzioni craniche. E a questo proposito ritengo sia molto interessante notare come ci sia una stretta correlazione tra alcune aree cerebrali e la nostra spiritualità:

Uno studio pubblicato di recente da un’équipe italiana coordinata dal neuroscienziato Salvatore Aglioti, dell’Università La Sapienza di Roma e da Cosimo Urgesi, dell’Università di Udine, ci suggerisce che alcune lesioni selettive corticali nell’area dei lobi temporali, producano una durevole modificazione dell’autotrascendenza ( la capacità dell’uomo a superare se stesso o sentirsi fuori di sé e oltre se stesso), fino a portare a una riduzione del senso del proprio io e una maggiore credenza in fenomeni inspiegabili e trascendenti. La stimolazione o la disfunzione di suddette aree produrrebbero le cosiddette ‘esperienze extracorporee’, da taluni ritenute prova dell’esistenza di un’anima o comunque di un ‘doppio immateriale’.

Sempre questi ricercatori ci raccontano ancora come la rimozione chirurgica di tumori localizzati nel lobo parietale inferiore e nel giro angolare destro, induce in molti soggetti operati, una sensazione di benessere psichico, una “pace interna” in tutto simile a quella descritta dai mistici e questo indipendentemente dalle loro convinzioni religiose.

A mio avviso queste scoperte scientifiche spiegano razionalmente quelle esperienze paranormali da altri interpretate come capacità superiori di comunicare con l’aldilà o come prova dell’esistenza di un’anima. Insomma, restando fermo il concetto che ogni singola personalità sia plasmabile e si formi attraverso la cultura e l’ambiente, non si possono ignorare gli effetti delle esperienze appena descritte sui propri convincimenti religiosi. Ed anzi i meccanismi appena descritti dovrebbero farci capire come non esista una netta separazione tra scienza e fede, dovendosi ascrivere a precise diversità anatomiche e funzionali, la predisposizioni di molti individui ad interpretare la realtà che li circonda, attraverso un approccio sentimentale piuttosto che tramite un’analisi logica e razionale.

La maggiore inclinazione verso un atteggiamento mistico piuttosto che scientifico, sarebbe pesantemente condizionato da precise disfunzioni dell’attività cerebrale, che differenzia un individuo dall’altro nella stessa misura in cui li differenzia per la loro intelligenza o sensibilità.

"Leggere nuoce gravemente all'ignoranza" di Dino Licci

di Dino Licci

E’ la frase che si accompagna allo “Scrigno”, un sito letterario dove spesso mi reco a respirare un po’ d’aria buona, sicuro d’incontrare gente come me, amanti della lettura, prosa o poesia che sia, ma capace di farti volare al di sopra delle mille problematiche che affliggono la tua quotidianità. Se un autore è bravo, riuscirai immediatamente a immedesimarti nel personaggio fino a rubargli la personalità e ti sentirai di volta in volta, cavaliere, bandito, vecchio, bambino, fata o vampiro, mentre leviti nel mondo incantato della fantasia, che la lettura è riuscita a creare intorno a te. Altre volte la lettura ti aiuta a crescere culturalmente, diventando studio, impegno, istruzione e allora, armato di una matita multicolore, consumi le ore cercando di capire concetti, equazioni, teorie che accrescano la tua conoscenza e sazino la tua voglia di sapere. E dialoghi coi grandi del passato, entrando nelle loro menti, tuffandoti nell’antica Grecia, nel mondo fiabesco dell’oriente, o nel pantheon incantato di lontane e pittoresche deità. Inutile leggere se questo esercizio non è per te piacere, inutile sprecare il tuo tempo, se leggere non ti conduce per mano a godere di antichi concetti o moderne teorie che ti spronino alla ricerca, allo scambio di esperienze eterogenee e difformi che, col dialogo, annullino o affievoliscano le distanze e le differenze culturali. Leggendo si diventa più tolleranti e la mente si apre, sprigionando a sua volta tutte le potenzialità che restavano latenti, in un angolo remoto dei tuoi meandri cerebrali, aspettando forse che una frase, una parola, un concetto, ne ridestino la volontà di fare, in un mondo dinamico e suscettibile di ogni evoluzione e progresso.
Alla base della lettura c’è il libro, quel volume cartaceo che forse sarà sostituito da microscopiche librerie, capaci di contenere in una scatoletta non più grande di un accendino, l’equivalente dell’intera biblioteca d’Alessandria, ma non credo che ciò avverrà. Troppo bello il profumo di vecchi testi ingialliti dal tempo, magari quelli scolastici dove hai attinto i primi rudimenti del sapere e che sanno di fanciullezza, di tenero e nostalgico ricordo del tuo infantile divenire. Platone diceva che non si deve scrivere. A suo dire scrivere impedisce l’esercizio della memoria ma, se neanche lui avesse scritto come il suo maestro Socrate, come avremmo noi potuto attingere alla sua sapienza, alla sua logica, al suo complesso dialogare? Eppure nell’antica Grecia solo gli schiavi leggevano e questo compito era considerato scadente e disdicevole e soprattutto passivo (anche con riferimenti vagamente sessuali) perché lo schiavo doveva leggere ciò che altri avevano creato ed esprimere concetti magari contrari alle proprie opinioni. Alcune raffigurazioni presenti in antichi vasi dorici, ci confermano la realtà di questa usanza che già nell’antica Roma si andava modificando laddove i cantori e i rapsodi che, a differenza dagli aedi, si limitavano a ripetere creazioni altrui, pure venivano considerati degli artisti con una notevole evoluzione sociale rispetto ai lettori greci.
E nella Roma antica gli stessi scrittori cominciavano a leggere in pubblico le loro opere, diventando al tempo stesso, soggetti ed oggetti dei loro scritti e dei loro pensieri.
Nei secoli successivi la cultura sia greca che latina o ebraica, era relegata nei conventi e nei monasteri, laddove la lettura assurse quasi al rango di preghiera, perché tutti i monaci leggevano contemporaneamente come se stessero pregando ed infatti questa usanza prese il nome di “murmuratio” ed era veramente prerogativa di pochi, mentre sempre nei monasteri, alcuni amanuensi copiavano minuziosamente i testi antichi e i testi sacri senza neanche capire ciò che andavano scrivendo.
La stampa sarebbe nata infatti alla fine del 1400 anche se con tirature ridottissime, appannaggio di ecclesiastici e pochissimi dotti e questa usanza, retaggio del periodo medievale, si sarebbe protratta fino al secolo dei lumi, ma sempre con tirature ridotte ma che cominciavano ad annoverare tra i lettori, anche artigiani, medici, avvocati e qualche nobile più o meno stravagante.
Era talmente elitario l’uso della lettura, che alcuni medici parigini assimilavano la lettura alla masturbazione, vuoi perché si legge in solitudine, vuoi perché si pensava conducesse alla cecità come qualche prete di campagna si ostina a predicare da dietro i confessionali. L’esplosione della lettura si ebbe coi primordi del romanticismo e assunse aspetti maniacali. Tutti leggevano e dappertutto, preda di passioni incontrollabili come il romanticismo comandava e non per niente il fenomeno ebbe maggior consistenza in Germania dove lo Sturm und Drang (tempesta e impeto) assurse a simbolo della nuova corrente pittorica e letteraria. Da allora non si è più smesso di leggere e alla lettura è affidata la nostra educazione, la nostra cultura, il nostro piacere. Leggere intensamente un autore ti fa diventare l’autore stesso, condividere le sue emozioni, significa regalargli la vita, il soffio vitale dell’esistenza. Un libro non letto è come un cadavere in putrefazione. Sfogliare le sue pagine, godere della magica sequenza di tante parole che si combinano, danzano, cantano sotto i tuoi occhi, significa trasformare la materia inerte in magico splendore, che ha illuminato i nostri padri e potrà gratificare infinite generazioni che verranno dopo di noi.

"L’uomo, la filosofia e Nietzsche"

di Dino Licci

La comparsa dell’uomo sulla terra e la sua evoluzione non è paragonabile a nessun altro evento noto nella storia dell’universo. Neanche lo scoppio iniziale, il famoso Big bang, da cui ha avuto origine il tutto, possiede quella forza intrinseca di trascendenza che caratterizza la capacità d’astrazione dell’uomo, la sua facoltà di interrogarsi, di chiedersi il perché delle cose, degli eventi che accompagnano il suo cammino e, con lui, quello dei suoi compagni di viaggio: animali e piante. Non per niente una definizione biologica dell’uomo lo definisce: “l’animale che sa di dover morire”. Il “momento” cruciale dell’evoluzione darwiniana culmina appunto in quella fase in cui l’uomo ha acquisito due facoltà fondamentali: il centro di Broca che gli ha regalato l’uso della parola, e la comparsa del pollice opponibile che ha trasformato i suoi arti superiori in perfetti attrezzi capaci di costruire i mezzi delle sua crescita culturale dalla ruota al computer. Questo processo che io ho potuto chiamare “momento” se paragonato ai tempi geologici, è durato milioni di anni e, tra le prime scimmie antropomorfe e l’uomo del XXI secolo, ci sono moltissime forme intermedie di umani che hanno visto non soltanto modificarsi le loro strutture anatomiche nel corso di secoli, ma anche la loro cu ltura, che li ha condotti per mano verso un tentativo di autodeterminazione tuttora in atto e ben lontano dall’essere stato raggiunto. La nostra chiacchierata non può certo partire né dalla nascita dell’Universo che la Scienza suggerisce sia avvenuta 13,7 miliardi di anni fa, né dalla nascita della vita comparsa nel mare da ormai 4,5 miliardi di anni e neppure dall’arrivo dell’uomo ascrivibile a circa 2.500.000 a 500.000 anni fa nelle sue varie fasi evolutive. Sarebbe un’impresa troppo ardua riassumere tali meravigliosi eventi in uno spazio così angusto, per cui dovremo limitarci a trattare il miracolo uomo (ed in modo estremamente sintetico) così come ci appare nel nostro occidente a partire da circa 2500 anni fa. Fu infatti nel sesto secolo a.c. che comparvero nell’antica Grecia i primi filosofi occidentali, che cominciarono a porsi razionalmente quelle domande esistenziali che non avrebbero mai più abbandonato l’umanità. Superato il mito dell’animismo e del politeismo con cui avevano emesso i primi vagiti teologici ed esistenziali, gli antichi greci cercarono disperatamente un fine che giustificasse la loro presenza sulla terra e cerca rono un Dio che li aiutasse nell’impervio percorso, accompagnandoli per mano fino al riscatto, alla meta, senza tradire quella parte razionale del loro essere, che sempre di più emergeva dalle teorie della conoscenza. I primi grandi pensatori, i presocratici, cercavano gli “archè”, i principi vitali che giustificassero l’essenza stessa delle cose (ilozoismo). E se Talete identificò nell’acqua l’incorruttibile materia che genera il mondo, Anassimene pensava che essa andass e ricercata nell’aria e Anassimandro la identificò con “l’apeiron”, l’infinito indefinito da cui tutto proviene. Parmenide coniò la filosofia dell’Essere statico e immutabile mentre Eraclito vedeva nel movimento e nell’eterno divenire (Panta rei) l’essenza primaria delle cose. Il primo grande unificatore di queste contrapposte teorie fu il grande Platone che al divenire del mondo sensibile contrappose l’iperuranio, il mondo delle idee, dove l’uomo tenderebbe e dove ci sarebbe lo “stampo” primigenio ed immutabile di ogni apparenza terrena. Aristotele razionalizzò ancor più queste impervie ricerche, analizzando “scientificamente” i fenomeni osservabili e identificando nel primo motore (Dio) il propulsore di una catena altrimenti infinita di causa-effetto (se ogni effetto ha una sua causa, il processo durerebbe all’infinito senza una causa prima). Ai filosofi si affiancavano i primi matematici (Pitagora, Euclide, lo stesso Talete) e i primi astronomi e scienziati ( Archimede, Eulero, Eudosso, Aristarco, Ipparco, Tolomeo). Gli atomisti del calibro di Democrito descrissero l’infinitamente piccolo avvicinandosi tanto alla realtà che soltanto la modernissima meccanica quantistica ne ha parzialmente smontato l’apparato, mentre l’epicureismo, lo stoicismo, il neoplatonismo, cercavano teorie che aiutassero l’uomo a lenire le sue sofferenze. Ma il bisogno di Dio aleggiava sempre nel pensiero dell’uomo e persino le scoperte scientifiche venivano condizionate da credenze religiose che ne frenavano lo sviluppo. Si assistette per secoli e secoli ad un condizionamento reciproco tra il pensiero e l’ambiente e, per tutto il medioevo (476 d.c. -1492) fu la Chiesa cattolica ad influenzare le scelte dei grandi pensatori del calibro di Sant’Anselmo, sant’Agostino, San Tommaso, il quale inventò la Scolastica, scuola di stampo aristotelico che cercava di coniugare la ragione con la fede. Con la fine del medioevo e prima che la Scienza s’imponesse in tutta la sua maestà, ci furono figure che mescolavano per così dire il sacro al profano (Marsilio Ficino, Pico della Mirandola) usando l’alchimia e la magia come surrogati scientifici. Ma se ad essi sommiamo quel grande, eroico pensatore che fu Giordano Bruno, arso vivo nel 1600 con l’accusa di eresia a Campo de’ fiori in Roma, allora ci renderemo conto che proprio loro consentirono la nascita della vera scienza e se Copernico aveva soppiantato la pur pregevole dimostrazione tolemaica sul movim ento degli astri, finalmente il razionalismo di Galileo, Newton, Keplero, illuminò le menti degli uomini che col rinascimento dettero la stura alle enormi capacità dell’intelletto umano. Col rinascimento si fa strada il razionalismo di Cartesio, che sottopone la verità al pensiero dell’uomo, ma incappa nella difficoltà di coniugare la sua “res cogitans” con la “res exstensa” degli empiristi (Hume, Locke, Hobbes) secondo i quali la conoscenza non deriverebbe dalle idee innate dell’intelletto ma unicamente dai nostri recettori sensoriali. Kant col suo criticismo riuscirà a mettere d’accordo le due scuole diametralmente antitetiche affermando che il razionalismo (il pensiero) necessita dell’esperienza sensoriale per aspirare alla conoscenza nella stessa misura in cui l’esperienza empirica abbisogna della ragione per essere coscientemente modellata e percepita. Un superamento del dualismo cartesiano (res cogitans-res extensa) si attua anche attraverso il pensiero di Spinoza che, identificando il pensiero con l’essere e l’essere con Dio e persino con la natura, propone un panteismo che abbraccia razionalismo ed empirismo in un’unica verità che è tutt’altro che materialistica vedendo, per così dire, Dio in ogni cosa e ponendosi anche etic amente, a mio avviso, al di sopra delle parti anche nella “vexata quaestio” che contrappone la Scienza alla Fede. A Kant che può considerarsi come lo spartiacque tra l’uomo succubo degli eventi con l’uomo dominatore (almeno parzialmente degli stessi), seguono gli idealisti tedeschi: Fichte, Schelling e il più incisivo Hegel che osa ignorare il principio di non contraddizione di Aristotele, identificando ogni principio col suo contrario ed affermando la superiorità della razionalità sull’intuizione. Per Hegel, in polemica con Kant, la ragione non è semplicemente una capacità della mente, non è pura astrazione ma un principio metafisico che regola le leggi del mondo. Insomma la storia del mondo persegue un suo fine ultimo che non può essere caotico ma regolato appunto dalla razionalità (l’Assoluto). Se all’Assoluto, cioè a questo apparente misticismo sostituiamo la Storia reale, l’idealismo hegeliano si trasformerà d’incanto nel materialismo di Marx, il Materialismo dialettico appunto, attraverso il quale la filosofia diventa impegno sociale per il cambiamento totale delle cose del mondo. Ma se il marxismo preluderà a quel movimento tellurico che sconvolgerà gran parte del mondo quando Lenin cercherà di mettere in pratica l’ideologia materialistica, un altro grande pensatore, suo malgrado probabilmente,& nbsp; fornirà ad Hitler le basi di un delirio di onnipotenza che porterà allo sterminio di un intero popolo. E questo grande pensatore ha nome Friedrich Nietzsche. Tanti altri filosofi illumineranno prima e dopo di lui il pensiero occidentale da Rousseau a Voltaire, da Bergson a Husserl, da Heidegger a Sartre, da Russell a Jasper, ma quest’uomo, finito in manicomio in giovanissima età, è riuscito a demolire fin dalle fondamenta le tante certezze dettate dalla fede o dal luogo comune. Come filologo ha demolito l’immagine della tragedia greca così come la proponeva il neoclassicismo ancora imperante alla sua epoca e, dalle ceneri della sua spietata analisi, emerge l’uomo greco nella sua doppia essenza: l’apollineo e il dionisiaco, quasi un preludio alla psicoanalisi freudiana, la nascita di una forza istintiva ed ancestrale che si contrappone alla ragione, alla prudenza, alla cautela dell’uomo socratico. E quando si abbandonerà al pensiero filosofico, quando la scoperta dell’Eterno ritorno dell’uguale, lo porterà a sposare le credenze orientali sulla reincarnazione e metempsicosi, ripudiando una finalità lineare delle religioni e dell’evoluzione darwiniana, egli capirà che l’unico scopo della vita, negli animali, nelle piante, in tutti gli esseri della terra, è la volontà di potenza, laddove ad emergere sarà il più forte, il più avveduto, il più congeniale ad occupare un posto preminente nel suo habitat e nella società degli umani. E nascerà così la “Teoria del superuomo”, quella teoria cui Hitler che pure non poteva conoscerlo per motivi cronologici, attingerà per fecondare la sua follia sfociata nello sterminio nazista. Ma non finisce qui. Trascinato dalla musica di Wagner, laddove sembra mescolarsi tutta l’umana follia ribollente nel grande calderone della mente umana come vista da Jung, Nietzsche scoprirà che “Dio &e grave; morto” come dirà in “Così parlò Zaratustra”. Dio è morto ucciso dalla Scienza, dalla ragione, dal progresso e come un’eco lontana lo stesso grido disperato riecheggia nelle liriche del nostro Leopardi, nei filmati del grande Bergman, nell’Urlo di Munch e di tutti i pittori espressionisti che ci proiettano l’immagine di un uomo solo, abbandonato a se stesso, ai suoi dubbi, alle sue paure, mentre le tristi note di Mahler si accompagnano all’impeto wagneriano quasi a sancire l’angoscia e le paure di tutta l’umanità.

"Pillole di sapere" presentazione

di Dino Licci

C’è una frase di Seneca, il famoso precettore di Nerone,  che compendia in un rigo le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo mio breve saggio :

“Nullius boni sine socio iucunda possessio est”
Frase che, tradotta in italiano, suona così:
Nessuna cosa è bella da possedere se non si hanno amici con cui condividerla.

Purtroppo in Italia si parla poco di  argomenti scientifici  e scoprire quello che si nasconde dietro tanti fenomeni naturali mi ha, negli ultimi decenni della mia vita, riempito di grande entusiasmo, lo stesso entusiasmo che vorrei trasmettervi con queste pillole di sapere che non hanno la pretesa d’insegnare, ma solo  di coinvolgervi, d’invogliarvi ad approfondire  i vari argomenti che, capitolo dopo capitolo, vi vado proponendo.

Dalla meccanica quantistica alla relatività, dallo studio degli embrioni umani all’eutanasia, dalla nascita dell’universo alla morte di una stella, dal bosone di Higgs  alla gravitazione universale,ho cercato di raccontarvi, senza formule e semplificando al massimo concetti difficili, tutto ciò che mi ha appassionato in tanti anni di studio intenso e continuo.
Una definizione biologica dell’uomo recita così:
“L’uomo è l’animale che sa di dover morire”
intendendo con ciò che l’uomo è capace d’astrazione avendo sviluppato, nel corso dei milioni di anni, la corteccia e con essa la capacità di parola, (il centro di Broca ) e  poi la possibilità di crearsi organi accessori, dalla clava al computer  mediante  la modificazione della mano (il pollice opponibile) ma soprattutto  con la relativa area cerebrale  preposta a questa funzione.
E quando conquistò questo stato,  subito cominciò a guardarsi intorno incuriosito e cominciò a farsi quelle stesse domande che noi ancora oggi ci poniamo:
Chi sono? Da dove vengo e dove vado?
Allora non esisteva ancora l’inquinamento luminoso e di notte la volta celeste risplendeva di stelle, di tanti puntini luminosi a volte oscurati da terribili temporali che lo atterrivano e affascinavano. Il giorno veniva illuminato dal Sole e la notte dalla pallida Luna e non ci volle molto perché l’uomo primitivo scambiasse questi astri per dei..Così cominciarono ad adorarli a volte in forma così cruenta da farci inorridire. I Maia per esempio credevano che i raggi del Sole fossero   lingue fameliche assetate di sangue ed al Sole sacrificano giovani vite per sedare la sua fame o la sua presunta ira.

La comparsa dell’uomo sulla terra è relativamente recente dovendosi più o meno datare in 2.500.000  di anni fa laddove la comparsa della terra  delle forme primordiali di vita risale a circa 4,5 miliardi di anni e la nascita dell’Universo a 13,7 miliardi di anni fa!. Ma la sua evoluzione biologica e gnoseologica ha compiuto passi da gigante. Forse questo è dovuto alla sua naturale curiosità di soddisfare  quelle domande essenziali che ancora oggi ci affliggono e al suo guardare al cielo, alle stelle, alla sua paura della non conoscenza, o forse alla possibilità di trasmettere le sue conquiste alle nuove generazioni ora che aveva acquistato l’uso della parola e, più tardi della scrittura!

Che l’uomo abbia da tempi immemorabili  cercato di capire le regole che governano il mondo, lo possiamo dedurre dagli antichi miti come quelli di  Prometeo che cercò di rubare il fuoco agli dei e che, per questo suo ardire, scontò una punizione esemplare.
Ma l’uomo, uscendo dal mito, continuò nelle sue affannose ricerche e qui, nel nostro occidente, a partire dal sesto secolo prima di Cristo ci fu un fermento di intelligenze che cominciarono razionalmente a chiedersi quale fosse la verità sulla propria natura e sulla natura dell’Universo che tutti ci contiene:

I primi grandi pensatori, i presocratici, cercavano gli “archè”, i principi vitali  che giustificassero l’essenza stessa delle cose (ilozoismo). E se Talete identificò nell’acqua l’incorruttibile materia che genera il mondo, Anassimene  pensava che essa andasse ricercata nell’aria e Anassimandro la identificò con “l’apeiron”, l’infinito indefinito da cui tutto proviene. Parmenide coniò la filosofia dell’Essere statico e immutabile mentre Eraclito vedeva nel movimento e nell’eterno divenire (Panta rei) l’essenza primaria delle cose. Il primo grande unificatore di queste contrapposte teorie fu il grande Platone che al divenire del mondo sensibile contrappose  l’iperuranio, il mondo delle idee, dove l’uomo tenderebbe e dove ci sarebbe  lo “stampo” primigenio ed immutabile di ogni apparenza terrena.  Aristotele razionalizzò ancor più queste impervie ricerche, analizzando “scientificamente” i fenomeni osservabili e identificando nel primo motore (Dio) il propulsore di una catena altrimenti infinita di causa-effetto (se ogni effetto ha una sua causa, il processo durerebbe all’infinito senza una causa prima). Ai filosofi si affiancavano i  primi matematici (Pitagora, Euclide, lo stesso Talete) e i primi astronomi e scienziati ( Archimede, Eulero, Eudosso, Aristarco, Ipparco, Tolomeo).  Gli atomisti  del calibro di Democrito  o Leucippo descrissero l’infinitamente piccolo avvicinandosi tanto alla realtà che soltanto la modernissima meccanica quantistica ne ha parzialmente smontato l’apparato, mentre l’epicureismo, lo stoicismo, il neoplatonismo, cercavano teorie che aiutassero l’uomo a lenire le sue sofferenze.
Il bisogno di Dio aleggiava sempre nel pensiero dell’uomo le scoperte scientifiche come pure le  credenze religiose si condizionavano reciprocamente!

A quei tempi  era opinione comune che l’Universo fosse sempre esistito,
ma  già con gli Stoici si cominciò a parlare  in infinite creazioni e distruzioni che si sarebbero replicate  sempre allo stesso modo.
Anche la Rivelazione ebraica, il Cristianesimo e il Giudaismo credevano al creazionismo :Origene sposò la tesi degli Stoici ma senza accettare la replicazione continua degli stessi eventi;
mentre Agostino  negando che  lo spazio e il tempo  esistessero prima della creazione, entrò di prepotenza nel novero dei maggiore filosofi di tutti i tempi.
Già da tempo si osservavano i cieli formulando varie teorie intorno i movimenti della terra . Aristarco (310 a.c.)  aveva già capito che era la terra a girare intorno al Sole, ma ebbe più  fortuna la tesi di Tolomeo (367 a.c.) con la sua teoria degli epicicli, che vedeva la terra al centro del sistema solare..

Dovettero passare molto secoli prima che  Copernico mettesse a punto  la sua teoria eliocentrica dando la stura alle molte ricerche scientifiche da parte di  Keplero prima, di Galileo e Newton poi. Stava nascendo  la Scienza moderna nonostante che  l’inquisizione  tentasse di frenare ogni conquista bollandola come eresia!
Giordano Bruno come pure il nostro  Cesare Vanini pagarono con la vita le loro “Eresie” e furono arsi ed anzi il Vanini fu anche mutilato della lingua e strozzato prima di essere dato alle fiamme!

**********************************************************************************************************
Passarono i secoli, la visione meccanicistica del mondo si affermò sempre di più fino a far credere che tutti gli avvenimenti potessero essere predeterminati, ma con l’inizio del XX secolo due nuove teorie avrebbero spento l’entusiasmo positivista:la meccanica quantistica di Plank e le relatività di Einstein.
Si scoprì insomma che le leggi meccanicistiche scoperte da Newton non erano più valide per l’infinitamente piccolo o per l’infinitamente grande e questo gettò nello sconcerto il mondo della scienza e spense di colpo l’entusiasmo positivista.

Alcune conseguenze di queste nuove scoperte furono veramente sconcertanti e cambiarono completamente la nostra visione sulla nascita dell’Universo.

Ci stiamo avvicinando al momento cruciale in cui tutto ebbe inizio Stiamo per capire come tutto è avvenuto,
stiamo per capire cosa sia il Big Bang.
Questo termine fu coniato in modo ironico e dispregiativo da uno studioso inglese che insegnava a Cambridge, certo Hoyle che aveva formulato la teoria dello Stato Stazionario. Egli insomma credeva che l’Universo fosse statico e che fosse sempre esistito, ma oggi sappiamo,perché lo si è potuto ormai variamente sperimentare, che Hoyle aveva torto:
L’Universo ha avuto un inizio 13,7 miliardi di anni fa ed è tutt’altro che stazionario. Esso  si espande a grande velocità con un curioso meccanismo laddove le galassie si allontanano le une dalle altre  pur senza muoversi direttamente ma come se fosse lo spazio stesso a dilatarsi.(Palloncino)
Anche Einstein pensava, a torto,  che l’Universo fosse statico e ipotizzò l’esistenza di una forza misteriosa, la costante cosmologica che impediva agli astri di collassare secondo le leggi della gravità. Ma la sua teoria della relatività suggeriva proprio il contrario .
Il primo a formulare la teoria del BIG Bang o UOVO cosmico fu padre Le Lemaitre  che aveva tratto le sue conclusioni proprio studiando le formule di Einstein..
Fu  Hubble, con l’aiuto di potentissimi telescopi e l’analisi spettroscopica, a fornire le prove che l’Universo in effetti  si dilata espandendosi  in ogni direzione e da qualsiasi punto lo si osservi.  Egli, per calcolar la velocità d’espansione,  si basò sul metodo delle candele standard e cioè di alcune stelle di cui conosceva la luminosità, le Cefeidi per esempio, che pulsano con ritmi costanti.

Se l’Universo si dilata, ciò voleva  dire che prima era più piccolo e via via, andando indietro nel tempo, sempre più piccolo fino alle dimensioni sub microscopiche laddove la temperatura e la pressione dovevano essere altissime.
Hubble inoltre aveva scoperto la galassia  di Andromeda,cioè un altro mondo immenso fuori dalla nostra via Lattea che fino al 1920 si pensava comprendesse l’intero Universo.
Hubble in una sola notte ci fece capire che l’Universo era immensamente più grande di quanto si pensasse a quei tempi!!!

Non una sola  galassia con 100-200 miliardi di stella ma 100 miliardi di galassie simili alla nostra che ruotano tutte insieme nell’Universo infinito
Ma quali prove si  avevano che si era intrapresa la strada giusta?
A questo punto entra in scena uno scienziato russo.
Gamov pensò che se l’Universo, andando indietro nel tempo diventava sempre più piccolo, allora la sua pressione e la sua temperatura dovevano essere enormemente più alte e quindi  ipotizzò una  Radiazione cosmica di fondo che non riuscì a trovare personalmente ma che fu  scoperta poi quasi per caso da  Penzias e Wilson, due scienziati insigniti del premio nobel nel 1978. La teoria dello stato stazionario veniva così abbandonata per sempre mentre tutti gli scienziati del mondo confermarono la teoria  del BIG BANG
Furono  però mosse Critiche alla teoria del big bang
Problemi sull’equilibrio termico dello spazio profondo e sui tempi delle formazioni delle galassie: L’Universo è troppo grande e non abbastanza vecchio perché la sua temperatura sia costante in tutti i suoi punti, si disse.

Così si formulò la teoria dell’Inflazione di Alan  Guth che prevede che l’Universo piccolissimo e incredibilmente caldo, si sia espanso ad una velocità molto superiore a quella della luce in che avrebbe consentito l’uniformità della temperatura-
Le quattro forze della natura erano fuse  insieme e l’espansione sarebbe avvenuta quando ancora le leggi di Einstein non potevano essere valide . Poi  la gravità si staccò dalle altre forze nei primi istanti di vita  liberando energia e consentendo l’inflazione di Guth. Sarebbe stato questo il momento in cui venne emessa la radiazione cosmica  di fondo  (380.000 anni).

Il WNIP, il satellite inviato dalla Nasa per avere conferma della teoria dell’inflazione  (2001)  ci fornì  nel 2003 un’immagine dell’Universo bambino (380.000 anni di età)- Tutto corrispondeva alle teorie proposte!!!  
Il Big bang non è più solo una teoria ma quasi una certezza verificata sperimentalmente.

Vediamo ora come finirà:
Fra circa 5 miliardi di anni Il Sole starà esaurendo l’idrogeno di cui si “nutre”. Il Sole diventerà una  Gigante rossa: l’enorme nuvola di gas che lo compone sfuggirà all’attrazione del suo nucleo ed ingoierà prima Mercurio poi Venere e quindi la Terra.  Poi il nucleo si contrarrà  ancora di più ed il nostro astro  diventerà una nana bianca, per evolvere ancora in una nana nera  quando  tutto il suo calore residuo  si sarà disperso.
 Dopo qualche miliardo di anni spinto da una misteriosa Energia oscura,sulla cui natura ancora s’indaga,  l’Universo continuerà ad espandersi fino a dissolversi nel grande strappo  dove le molecole, i nuclei, gli stessi atomi si disgregheranno costituendo la FINE dell’Universo.
Molte stelle che oggi vediamo splendere nel cielo sono già estinte da anni:dobbiamo pensare che la velocità della luce, per quanto grande, è pur sempre limitata e che occorrono a volte miliardi di anni per percorrere gli spazi infiniti dell’Universo.
 E dobbiamo pensare che le immagini del nostro presente saranno ancora captate tra miliardi di anni da mondi lontani.
Mi piace immaginare, fuori dai rigidi schemi della Scienza che, se disponessimo di una macchina più veloce della luce, potremmo raggiungere  i volti dei nostri genitori bambini vagare nello spazio  infinito. Questi pensieri mi affascinano e sconvolgono e , per vincere l’emozione  che me ne deriva a volte non mi resta che  rifugiarmi nella poesia:

La Luce

L’interruttore scatta,
una scintilla…
e la luce si perde all’improvviso
e sei nel buio
a domandarti
dove sta proiettando,
rubate agli occhi  tuoi,
le immagini e il tepore 
che ora devi provare a ricordare.
E non sai come
e perchè
e dove
vagano per lo spazio con furore
volti che ritenevi tuoi,
cose d’amore,
che forse incontreranno altre scintille,
si fonderanno,
correranno insieme
tra mille stelle
o bruceranno al Sole!!!

Per sapere dove si possa acquistare senza spese di spedizione telefonare al 3383996408

"Scienza e fede" di Dino Licci

di Dino Licci

L’uomo è libero di scegliere?

Una volta, tanto tempo fa, quando gli uomini dialogavano con gli dei e quando addirittura dividevano con loro momenti conviviali di grande allegria, poteva succedere che essi, uomini e dei, litigassero tra di loro come avvenne quando Zeus, il re dell’Olimpo, dette l’incarico a Prometeo, il protettore degli uomini, di spartire un toro enorme da sacrificare per un banchetto, in due parti delle quali una sarebbe toccata agli umani, l’altra agli dei. Prometeo scelse tutte le carni migliori e le avvolse nella disgustosa pelle del ventre del toro, mentre camuffò gli ossi con lucidi grassi che davano a questi scarti, un aspetto molto appetitoso. Quando propose a Zeus di scegliere tra le due parti, questi fu naturalmente tratto in inganno dall’abile camuffamento e scelse un bel cumulo di ossi. E l’esempio di Prometeo fu seguito per sempre dagli uomini, che continuarono a sacrificare animali agli dei offrendo a loro le interiora e riservando per se stessi le parti migliori. Pagarono però questo affronto con la perdita del fuoco (la sapienza) che Zeus tolse loro nascondendolo nella fucina di Efesto . Prometeo, che aveva libero accesso all’Olimpo, rubò qualche favilla di questo fuoco e lo riportò agli uomini. Fu per questo punito in modo esemplare: incatenato ad una roccia, veniva dilaniato ogni giorno da un’aquila che gli mangiava il fegato, organo che di notte ricresceva rendendo così infinito il suo tormento. Zeus non riusciva però a placare la sua ira e, non pago di questa punizione, dette anche l’incarico ad Efesto di foggiare una donna bellissima, Pandora, la prima donna del genere umano, alla quale gli dei del vento regalarono tutte le virtù delle dee dell’Olimpo ma non la saggezza. Infatti, data sposa a Epimeteo, fratello di Prometeo, ella aprì incautamente un vaso che il marito custodiva gelosamente perché in esso Prometeo aveva rinchiuso tutti mali che potessero tormentare l'uomo: la fatica, la malattia, la vecchiaia, la pazzia, la passione e la morte. Scoperchiato il vaso, tutti i mali del mondo raggiunsero l’umanità e ancora oggi soffriamo della sbadataggine della bella Pandora del politeismo greco, che potrebbe benissimo essere paragonata alla prima donna, Eva, dell’era cristiana. Volendo cogliere appieno l’assiologia insita nel mito, ci accorgeremo come esso ricalchi altri miti greci come quello del cacciatore Atteone che, incautamente spia le sembianze della dea Artemide riflessa in un lago. Pur avendo rubato l’immagine della dea (la sapienza) soltanto “per speculum”, egli viene punito dagli dei per la sua tracotanza e per questo viene trasformato in cervo per essere dilaniato dai suoi stessi cani. Giordano Bruno c’insegna però a dare al mito un’altra interpretazione che regala al filosofo l’ardire di cacciare nelle impervie foreste della non conoscenza pur di arrivare alla verità. In questi miti potremmo intravvedere una prima biforcazione dicotomica delle scelte umane nella ricerca della verità .
Ancora oggi si è soliti contrapporre la scienza alla fede, la ragione al sentimento. Bruno può essere considerato un precursore, un eroico precursore della scienza, la quale ultima dimostrerà come le due qualità, sentimento e ragione, convivano nello stesso individuo e come esse siano entrambe necessarie nella strada della conoscenza che ci porti ancora, per rientrare nella metafora, a rubare qualche altra favilla di fuoco agli dei, che con Spinoza, potremmo identificare con la Natura. I miti cui ho accennato, nella loro fiabesca realtà, possono essere considerati i primi rudimenti della corsa verso la conoscenza e ad essi ancora ricorre anche uno dei primi filosofi della storia occidentale, il grande Parmenide che poeticamente immagina come l’uomo ancora in giovane età, abbandoni la Casa della Notte e si avvii per il sentiero del giorno illuminato dalle Figlie del Sole a bordo di un carro trainato dai cavalli che lo porteranno verso la dea Diche (la giustizia) . Essa lo dovrebbe illuminare sulla strada giusta da intraprendere per raggiungere la Verità, ma la scelta non è facile perché il filosofo ricercatore viene posto davanti ad un bivio: da una parte c’è il sentiero dell’aletheia, la verità che si raggiunge attraverso il pensiero astratto, dall’altra c’è il sentiero della doxa, cioè quello delle opinioni cui l’uomo può giungere attraverso i suoi recettori sensoriali. Su questo doppio binario corre il treno della conoscenza percorrendo secoli di storia per concretizzarsi nel pensiero della filosofia moderna, che vede ancora due scuole contrapposte: quella dei razionalisti del calibro di Cartesio, Spinoza, Leibniz e quella degli empiristi quali Locke, Berkeley, Hume. A risolvere la vexata quaestio tra res cogitans e res extensa ci pensò per primo Kant che attuò una grande unificazione delle due teorie dimostrando che il razionalismo non è autonomo ma necessita dell’esperienza sensoriale per aspirare ad una conoscenza oggettiva, come pure quest’ultima debba essere modellata dalla ragione e dal calcolo per concretizzarsi in un concetto che non sia pura astrazione. La scienza confermerà le opinioni kantiane affermando che pensiero e sensi debbono collaborare se vogliono avvicinarsi ad un’immagine realistica del mondo, dico avvicinarsi perché ci sono limiti precisi nella corsa verso la conoscenza come afferma il celebre cosmologo Martin Rees:

ci sono aspetti dell’Universo e della vita di cui siamo ben consapevoli, ma che più tentiamo di comprendere e più sembrano sfuggirci.

gli fa eco Einstein che aggiunge:

Noi vediamo, sentiamo, parliamo, ma non sappiamo quale energia ci fa vedere, sentire, parlare e pensare. E quel che è peggio, non ce ne importa nulla: Eppure noi siamo energia, Questa è l’apoteosi dell’ ignoranza umana.

Però subito aggiunge:

L'importante è non smettere di fare domande

Il nostro discorso potrebbe concludersi qui, anzi avremmo potuto fermarci prima, quando il mito soddisfaceva appieno le nostre ataviche curiosità. Cosi per secoli e secoli si è creduto che la terra fosse piatta e sorretta da Atlante, il titano costretto da Zeus a sorreggere in eterno l’intera volta celeste, che il Sole fosse una deità, che lo fossero i fulmini, il vento e tutti gli eventi naturali. Ma intanto sorgeva la scienza e qui in occidente a partire dal sesto secolo prima di Cristo, si svilupparono scuole di pensiero che avrebbero innescato un processo irreversibile verso la conoscenza e l’evoluzione tecnologica. Ma fin d’allora l’uomo, il ricercatore, il filosofo, incapparono nel solito dilemma, in una biforcazione della via della conoscenza che faceva dire a Parmenide che tutto era statico, fisso, immutabile e che il divenire fosse una fallace deformazione della realtà da parte dei nostri sensi, mentre Eraclito sosteneva il contrario e cioè che la realtà fosse mutamento, evoluzione, scorrimento. Platone avrebbe poi unificato le contrastanti opinioni inventandosi l’iperuranio, il mondo delle idee, dove esiste lo stampo di tipo parmenideo della realtà che noi percepiamo coi nostri sensi come ombre del mondo reale (il mito della caverna). Per oltre duemila anni le scuole di pensiero si sarebbero succedute nell’evoluzione gnoseologica del nostro occidente, spesso in contrasto tra loro (ricordiamo l’annosa polemica tra Platone e Aristotele sugli universali) ma spesso il pensiero filosofico sarebbe stato influenzato dalle credenze religiose che condizinarono la libera scelta dei ricercatori del tempo. Basti pensare che in campo astronomico le teorie di Aristotele, quelle rese immortali dalla Divina commedia di Dante, bocciarono gli studi di Aristarco (310 a.c.), Archimede (287 a.c.), Eraclide Pontico (390 a.c.), Eudosso (408 a.c.), Filolao (V sec.a.c), Ipparco (130 a.c.), per sposare le tesi di Tolomeo (367 a.c.), pur egli grande scienziato ma che dovette ricorrere alla complessa teoria degli emicicli per non sconvolgere la verità rivelata dalla Bibbia (il famoso “fermati o Sole” di Giosuè ). Col rinascimento tutto cambiò e la scienza finalmente si affermò come tale ad opera di Keplero, Copernico, Newton, Galileo che, sfidando le ire della Chiesa, affermarono verità non più dogmatiche ed incontrovertibili, ma dimostrabili e falsificabili, cioè, come c’insegna il filosofo della scienza Karl Popper, suscettibili di cambiamenti in linea con l’evoluzione scientifica del pensiero umano. Si vuole ancora contrapporre la scienza alla fede come nell’enciclica “Fides et ratio” di Giovanni Paolo II, che titola la sua introduzione con l’incisiva esortazione “Conosci te stesso” che poi si rifà al celeberrimo motto greco iscritto sul tempio dell’Oracolo di Delfi.
Ma conoscere se stessi significa anche conoscere la nostra anatomia, la neurologia comparata, che c’insegna come solo nell’uomo esista la corteccia, la sede dell’astrazione e come essa sia divisa in un emisfero destro, che è quello della fantasia, dell’intuizione, del sentimento, della creatività e un emisfero sinistro che è quello del calcolo e del raziocinio. Ma la stessa natura ha provveduto a unificare col corpo calloso le due parti cerebrali per modo che le nostre scelte, il nostro libero arbitrio, siano la risultante delle due componenti della nostra capacità astrattiva.
Oggi più che mai, in un mondo globalizzato, multietnico e multiculturale, si afferma un relativismo che è alla base del progresso e della conoscenza. E sembra assurdo che si voglia fermare il progresso della scienza che istruisce, cura, illumina, invoglia allo studio ed all’introspezione profonda e costruttiva.
La scienza non boccia i segnali che le pervengono dall’emisfero destro ma li elabora, li verifica e li accetta come verità relativa e cioè, come dicevamo, suscettibile di cambiamento quando ulteriori suggerimenti le dovessero pervenire da parte del pensiero astratto che abbisogna dei sensi, della ragione e della tecnologia moderna per essere accettati come reali. E la consapevolezza della doverosa falsificabilità della scienza, non deve trarre in inganno come accade in alcuni ambienti culturali. Dire “le cose stanno così ma potrei sbagliarmi”non può paragonarsi al paradosso di Epimenide come ha scritto di recente un famoso filosofo contemporaneo. Il principio di non contraddizione che ha dominato i secoli è stato già smontato da Hegel tanti anni fa e poi dall’arguzia matematica di Russell che ha rivoluzionato persino l’insiemistica scoprendo un antinomia nota come “Il paradosso del barbiere”. Lasciamo quindi che l’uomo possa decidere senza coercizione la strada da seguire scegliendo tra il famoso bivio di Parmenide che abbiamo descritto all’inizio di questa chiacchierata. Sempre nei limiti delle sue possibilità, perché il libero arbitrio di cui tanto si parla, è condizionato dalla stessa natura umana, i cui atti sono per la maggior parte automatici ed incontrollabili come il battito del cuore, la paura, il sentimento e tutte le reazioni soggette a quel chimismo cerebrale che si ferma all’ipotalamo. Soltanto con l’avvento della corteccia l’uomo prende coscienza di sé ma anche in questo caso, come ha molto recentemente dimostrato il neurofisiologo Benjamin Libet, quando compiamo un’azione, l’area cerebrale preposta a metterla in pratica, si attiva prima ancora che prendiamo coscienza di volerla compiere. In altre parole gli effetti cerebrali inconsci delle nostre decisioni precederebbero le cause coscienti che devono determinarle.
Quando decidiamo di muovere un dito, il movimento effettivo avviene dopo circa 200 millisecondi, ma le aree preposte a questa funzione si erano già attivate circa 400 millisecondi prima. Il limitato intervallo di tempo che separa l’attivazione con l’effettiva esecuzione, ci consente di bloccare l’azione in atto e solo in questa atto di bloccaggio negativo consisterebbe il nostro libero arbitrio. E’ l’ennesima ferita inferta dalla scienza all’uomo ormai depauperato dall’assurda pretesa di essere il centro del mondo. Prima Copernico, poi Darwin, oggi Libet, ridimensionano la sua collocazione nell’immensità dell’Universo infinito, mentre già Freud, con la scoperta dell’istinto e del subconscio, ne aveva evidenziato la natura animale riconoscendo alla sessualità ed all’aggressività le spinte che consentono la sua sopravvivenza rendendolo schiavo di queste due importantissime pulsioni primordiali. La corsa continua e forse potremmo chiudere questa chiacchierata con un’altra celebre frase di Albert Einstein:

“Chiunque si pone come arbitro in materia di conoscenza, è destinato a naufragare nella risata degli dei”

"Un racconto per Natale e una domanda" di Frank Spada

di Frank Spada

Proviamo a immaginare di essere un’altra volta sul Golgota, e di sentire una voce che prima ci spiega l’antefatto (come la credenza ha voluto raccontarci) e poi il fatto (che aggiorna l’antefatto secondo la volontà che il figlio del Creatore ha scelto come variante per aiutarci): un sacrificio generoso, che ha ideato per mettere in scena una nuova storia davanti al mondo, per liberarlo dalla sofferenza del sentimento di colpa perpetuato lungo i secoli contro il destino dell’uomo, e la ragione che ci tormenta, e i pensieri indirizzati al senso della vita; e della morte – che ci aspetta fin da subito, appena fuori dell’infanzia (appena apriamo gli occhi sul futuro).
E Lui, il predicatore, tornato sulla terra per aiutarci, che questa volta si è inchiodato da solo, prima i piedi, e la mano sinistra dopo, davanti a noi e martellando i chiodi contro la croce, e poi ci chiede di battere l’ultimo chiodo, fuori per fuori, attraverso quella mano che lasciandoci ci benedice con il segno della Croce. E allora, cristiani – anni dietro i mesi fra qualche giorno è Natale –, perché non inchiodarlo subito sul tronco dell’albero, quel bambinello che arriverà dal cielo cavalcando una cometa, prima che si faccia uomo misericordioso per perpetuare l’umana sofferenza inutilmente (o forse è meglio lasciarlo in quella stalla con sua madre vergine e un padre che non è suo padre, e continuare ad abbellire i rami del pino con le palline colorate, maledicendo il mondo che va avanti)?

"Una storia di ombre il delitto Moro" di Lorenzo Perego

Il 9 maggio 1978 il cadavere di Aldo Moro, trucidato dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia, viene ritrovato nel bagagliaio di una r4, in via Caetani a Roma. Un delitto politico, volto a bloccare il "compromesso storico", cioè l'entrata dei comunisti nel governo, appoggiata da Moro.
Quell'omicidio presenta però molteplici lati oscuri, che aprono uno scenario nel quale le Br furono probabilmente manovrate dai servizi segreti, italiani e statunitensi, nell'ambito del più ampio discorso costituito dalla cosiddetta "strategia della tensione" e dall' "operazione Gladio".
lo intuisce lo stesso Moro, nelle sue ultime lettere scritte durante il sequestro; lo afferma Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Parlamentare Stragi, nel suo rapporto; lo ammettono Franceschini e Moretti, brigatisti, il secondo esecutore materiale del delitto.

Aldo Moro si era reso conto di essere stato abbandonato nelle mani dei terroristi. Lo realizza con incredibile lucidità e lo scrive: scrive la sua volontà di abbandonare la Dc e di passare al gruppo misto in parlamento, non vuole nessun compagno di partito al suo funerale.
Giunge per lui inoltre inaspettata la sentenza di morte, dopo le aperture fatte nei confronti dei brigatisti, anche da parte del Presidente della Repubblica Leone, pronto a graziare un terrorista per uno scambio di prigionieri.

Anni dopo il delitto, nel 1995, Giovanni Pellegrino presenta la sua relazione sul periodo stragista. Il senatore ravvisa parecchi fatti sospetti: innanzitutto lo strano blocco delle linee telefoniche al momento e nella zona del sequestro; l'immobilismo generale delle forze dell'ordine (ai vertici delle quali spiccavano esponenti della loggia massonica P2), che non riuscirono (o non vollero) liberare Moro, prigioniero di un semplice appartamento di via Fani, dal quale i terroristi si muovevano costantemente per recapitare messaggi politici e lettere dell'ostaggio. Vale la pena ricordare quanto fu invece celere la liberazione del generale Dozier nel 1982.
In secondo luogo, la sparizione di alcune prove durante le indagini e le modalità del sequestro, non conformi alle normali tattiche usate dalle Br.
Anche la mafia si era attivata per liberare il presidente Moro, su proposta di Stefano Bontade, ma Pippo Calò bloccò il tutto con questa frase: "Stefano, ma ancora non l'hai capito, uomini politici di primo piano del suo partito non lo vogliono libero".
Infine, spuntò una pista che conduceva direttamente ai servizi segreti, che ovviamente chiusero la porta in faccia agli onorevoli membri della Commissione Parlamentare.

Una testimonianza sorprendente arriva poi da Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Br. Egli dice chiaramente che le Br furono infiltrate a partire dalle università (citando la deposizione di un generale), e che "furono indirizzate senza che i loro componenti ne fossero consapevoli".
Mario Moretti, altro storico fondatore del gruppo terrorista, identificato come colui che materialmente sparò al presidente della Dc, fu invece intervistato da Sergio Flamigni, senatore del Pci e massimo esperto del delitto Moro. Flamigni sostiene che fu proprio Moretti a manovrare le Br dall'interno: questa argomentazione si ricollega certamente all'oscuro passato del capo brigatista. Moretti infatti in gioventù fu in contatto con Annamaria Casati Stampa, nobildonna di amicizie fasciste; inoltre amici d'infanzia testimoniano le convinte simpatie del terrorista per il fascismo.
E' un discorso che si riallaccia alla tesi secondo la quale le Br furono create ad hoc dai servizi segreti per essere utilizzate nel periodo degli "anni di piombo": una tesi che non possiamo sviluppare in questa sede.

Le Br furono dunque pedine di un gioco più grande. La certezza documentaria non ci sarà, ovviamente, finchè i servizi segreti terranno chiusi i loro archivi: la mancanza di collaborazione ed il continuo ostacolare le indagini, si possono considerare probabilmente come ammissioni di colpevolezza. Il tutto non è che un tassello dell'enigmatico scenario degli anni della strategia della tensione.
Anni per i quali l'Italia non ha provato abbastanza vergogna, in cui si è fatta manovrare. anni scordati troppo in fretta.

BIBLIOGRAFIA

-FLAMIGNI, SERGIO
1997 Il mio sangue ricadrà su di loro. Gli scritti di Aldo Moro prigioniero dell Br, I ed, Milano, Kaos
-GANSER, DANIELE
2005 Gli eserciti segreti della Nato. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, trad. it. di CALZAVARINI SILVIO, I ed, Roma, Fazi
-PELLEGRINO, GIOVANNI
1995 Il terrorismo, le stragi e il contesto storico-politico. Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Proposta di relazione redatta dal Presidente della Commissione, Roma
-RENZETTI, ROBERTO, Fisica/mente.net, visitato l'11/01/2007, www.fisicamente.net
-SCOTTONI, FRANCO
1993 Franceschini sul caso Moro: "Forse le Br furono usate", in "La Repubblica", XXVII (6 Dicembre 1993)
-www.wikipedia.it

"Vajont" di Stefano Chiarato

Valtellina. Luglio 1987. La valle è devastata da un’alluvione; il giorno 28 dello stesso mese, una frana di notevoli dimensioni (45 milioni di metri cubi) si stacca dal Pizzo Coppetto e seppellisce l’abitato di Sant’Antonio Morignone. L’evento ebbe un notevole impatto mediatico; per giorni la notizia tenne banco in tutti i telegiornali e rubriche televisive. Ancora oggi quella frana è ben visibile; la montagna è completamente sventrata. Vederla fa un’impressione tremenda.
Se questa fa un’impressione tremenda, che effetto doveva fare quella che la sera del 9 ottobre 1963, si staccò dal monte Toc nel Vajont e che era ben sei volte più grande? 260 milioni di metri cubi di materiale precipitarono nel lago artificiale sollevando un’onda che scavalcò la diga e spazzò via in un attimo la cittadina di Longarone provocando duemila morti.
I mezzi di comunicazione del tempo, ad eccezione di pochi, si affrettarono a definire l’accaduto come un evento imprevedibile di madre natura

Ma quella del Vajont è una storia sporca, iniziata negli anni venti del XX secolo, quando la valle della regione cadorina, tra Veneto e Friuli, viene individuata dalla SADE (Società Adriatica Di Elettricità), come luogo idoneo alla costruzione di una grande diga. Un progetto approvato in piena guerra mondiale e civile, senza numero legale e perciò non valido. Lavori che iniziano senza autorizzazioni. Espropri eseguiti anche con la forza. Geologi (che brutte creature i geologi, sempre pronti a mettere il bastone tra le ruote ai portatori di progresso!) che evidenziano nelle loro relazioni la presenza di una grande frana sulle pendici del monte Toc: una lunghezza superiore ai due chilometri, un’altezza di centinaia di metri e una profondità imprecisabile.. Abitanti dei paesi della valle, Erto e Casso con le loro frazioni, che non ottengono spiegazioni su ciò che accade, l’unica che dà loro ascolto è una corrispondente locale dell’Unità; giornalista e giornale vengono denunciati dalla SADE per pubblicazione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, ma assolti per le evidenti prove e testimonianze presentate ( nel frattempo una parte della frana è caduta). Una Commissione di collaudo del Ministero dei Lavori Pubblici che si fa scarrozzare dai negozi di Cortina ai ristoranti di Venezia e ritorna a Roma senza avere visto niente dei lavori della diga e del Vajont, ma con relazioni che la SADE stessa le mette in mano. La SADE è uno stato nello stato. La frana c’è, nessuno sa come e quando cadrà, ma è certo che cadrà, perché viene anche commissionato un modellino della frana da sperimentare in laboratorio; si pensa anche a farla cadere in maniera controllata. Tutto ciò è tenuto nascosto agli abitanti e all’opinione pubblica.

Quando inizia il collaudo, con gli invasi e gli svasi, la frana si mette in movimento. Iniziano a sentirsi boati tremendi, scosse sismiche sempre più frequenti di cui viene tenuto nascosto l’epicentro e l’intensità della scossa. Le acque del lago assumono colorazioni innaturali. Sul monte Toc compare una fessura, ben visibile a vista d’occhio, lunga oltre due chilometri. Gli alberi del bosco sono tutti inclinati verso il basso.
La SADE ha fretta di arrivare al collaudo finale; le società di energia elettrica stanno per essere nazionalizzate. Arriva l’ENEL. Lo Stato, dopo avere in buona parte finanziato l’opera, la paga per la seconda volta. E acquista il manufatto come impianto funzionante.
Il 9 ottobre 1963 la frana si muove a vista d’occhio. Alle 22,39 con un boato assordante la frana si stacca dal monte Toc e precipita nel lago, le cui acque erano vicine alla quota massima, sollevando un’onda alta centinaia di metri: da una parte inghiotte le frazioni di Casso ed Erto provocando quattrocento morti, Casso è investita dai detriti, ma si salva, l’onda sbatte da una parte all’altra della montagna e arriva a lambire le porte delle case di Erto. Dall’altra parte l’onda scavalca la diga, che rimane intatta, e precipita come una bomba atomica sulle case degli ignari abitanti di Longarone, molti dei quali sono riuniti nei bar ad assistere, alla televisione ,ad una importante partita di calcio. Di Longarone si salva il municipio e poche case, il resto è una desolante distesa di ghiaia, sassi e fango dall’aspetto lunare. L’onda dopo essersi schiantata su Longarone, da una parte ha risalito il letto del Piave, dall’altra è scesa rapida verso la laguna con una piena alta dodici metri.
Duemila morti. Ma sono solo mille le bare con qualcosa dentro.
L’indomani tutta la stampa riportava la notizia della sciagura evidenziando l’imprevedibilità della catastrofe dovuta ad un fatto del tutto naturale. Tutta la stampa, tranne l’Unita, che era stato l’unico giornale a denunciarne la prevedibilità e che ora ne rivendicava l’avvertimento additando responsabilità alla SADE e allo Stato. Per questo fu tacciata di sciacallaggio, come fece anche quello che è considerato un maestro del giornalismo, Indro Montanelli, dalle pagine della Domenica del Corriere.
Il Vajont è stato uno scandalo, una pagina triste che per questo non è stato consegnato alla storia.
E’ una storia di quasi cinquanta anni fa. E’ acqua passata, ormai. E quella del Vajont è passata tutta in una volta sulle case di Longarone e dentro al Piave.

Quello dell’acqua è un ciclo continuo che si ripete all’infinito: nuvole, pioggia, fiumi, mare,vapore, ecc. ecc. Ma non è l’unico ciclo a ripetersi. Fallito il progetto della diga più alta del mondo, ecco il progetto del ponte a campata unica più lungo del mondo: il ponte sullo Stretto di Messina. Gli elementi a disposizione sono gli stessi: politici faccendieri e politica marcia; espropri più o meno forzosi; comitati di cittadini che difendono le proprie terre e l’ambiente; territorio altamente instabile; geologi che metteranno inutilmente il bastoni tra le ruote ai portatori di progresso; colate di cemento; fiumi di denaro più o meno pubblico… non ci resta che dire come disse l’ing. Alberico Biadene della SADE, quando la frana del Toc era ormai inarrestabile: “Che Iddio ce la mandi buona!”
E’ così per tutte le grandi opere: espropri, comitati di difesa, cemento, denaro… per costruire autostrade i cui svincoli e gallerie si allagano al primo acquazzone, ponti che vanno in crisi e cedono sotto la spinta di una normalissima piena; ospedali e scuole di recente costruzione che si sbriciolano alla prima scossa di terremoto. Geologi che si affannano a ripetere dopo ogni sciagura, perché è successo e cosa fare perché non succeda più, e le istituzioni a dire va bene. Faremo. Anche questo è un ciclo che si ripete.
Il professor Giorgio Dal Piaz, che stilò la prima relazione geologica del Vajont, disse che il progetto gli faceva tremare le vene e i polsi, ma si è andati avanti ugualmente, per il proprio profitto, facendolo passare per bene comune. La catastrofe del Vajont doveva essere un monito perché in futuro non si verificassero più simili tragedie.
Vajont, la diga più alta del mondo: 266,60 metri.
Vajont, la seconda frana più grande mai caduta sulla Terra: 260 milioni di metri cubi.
Vajont, duemila morti che non vogliono e non devono essere morti invano.
Vajont, la diga intatta: monumento alla costruzione della catastrofe.

La tragedia del Vajont ha visto scorrere ettolitri di inchiostro sulle pagine di carta, dando origine a una vasta serie di libri. Si va dai trattati di geologia ai saggi. Ma anche narrativa, ha ispirato, ad esempio Carlo Sgorlon che ne ha ambientato un romanzo, L’ultima valle; in tempi più recenti ha ispirato la vena letteraria di Mauro Corona, il Vajont torna spesso sulle pagine dei suoi racconti raccontandone aspetti particolari vissuti sulla propria pelle e di come abbia influenzato la vita di tutti i giorni di gente comune. Ma soprattutto ha scritto Tina Merlin, la giornalista dell’Unità che denunciò ciò che stava accadendo. Il suo “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe.” Definisce l’accaduto un vero e proprio olocausto, ne fa una ricostruzione attenta e accurata. Ci sono i nomi dei politici che hanno avuto a che fare con la vicenda e che ciò nonostante sono rimasti nei ministeri fino alla fine degli anni settanta, mette in mostra come la giovane politica italiana dell’immediato dopoguerra fosse già marcescente. Ma ciò che colpisce di più non è tanto la portata dell’evento, ma il silenzio che ha ruotato intorno alla vicenda: se le cifre della diga e della frana fanno impressione, non di meno è stato il silenzio. Al di fuori della valle nessuno sapeva niente. Una valle chiusa e isolata come appare certe volte nei racconti di Mauro Corona. Ma anche la paura trova spazio nelle pagine del libro di Tina Merlin e lei la mette in risalto molto bene. Così come risalta altrettanto bene, dalle righe del suo libro, come la SADE si sia preoccupata di prendere misure di prevenzione a salvaguardia della diga e non della popolazione; la frana era evidente che sarebbe caduta, ma nessuno ha mai dato ordine di evacuazione. La giornalista è l’unica che si è occupata dei soprusi e delle paure che i valligiani hanno dovuto subire. La critica ha definito questo libro, un pugno nello stomaco. E lo è.
Il libro della Merlin ha ispirato l’arte teatrale di Marco Paolini, che sul finire degli anni novanta, ha portato sui palcoscenici di tutta Italia la sua orazione civile, Vajont 9 ottobre 1963; un monologo di quasi tre ore , con il pubblico in rispettoso silenzio e con gli occhi gonfi di lacrime, a pendere dalle labbra dell’artista.
Vajont, un pugno nello stomaco.

Stefano Chiarato
Muggiò 18.06.2009

"Voltaire e Rousseau: illuminismo e romanticismo" di Dino Licci

di Dino Licci

Io ormai da decenni ho il vizio di appuntare, a mio uso e consumo, avvenimenti storici, dottrine filosofiche, teorie scientifiche e quant’altro colpisca la mia attenzione, in brevi saggi, racconti o tele, che riassumano quanto vado ogni giorno apprendendo. Così facendo, posso attingere a questi strani appunti che intasano la mia soffitta e il mio computer, rispolverando saltuariamente la mia memoria e, con essa, le mie antiche emozioni. Oggi, mettendo ordine tra le vecchie tele, ho trovato un quadro di notevoli dimensioni che dovrò pur finire una buona volta. Anzi credo che vi metterò mano proprio in questi giorni. Sulla tela le silhouette di sue notissimi personaggi: Rousseau e Voltaire che si guardano quasi in cagnesco. Eppure essi favorirono entrambi l’ importante evento della rivoluzione francese, che trasform& ograve; il suddito in cittadino, entrando, i due grandi, nel novero di quei filosofi che sono il simbolo dell’illuminismo francese.

Voltaire snello, elegante, sguardo pungete come le sue parole, abituato a frequentare i migliori salotti della nobiltà del tempo, finì col somigliare anche fisicamente ai sovrani cui si accompagnava. Federico II di Prussia, il Salomone del Nord, che lo ospitò per ben tre anni, si beava della sua compagnia ma aveva quasi lo stesso carattere graffiante, la stessa sete di sapere, la stessa maliziosa spregiudicatezza e arguzia tanto che i due finirono per litigare e Voltaire, dopo un ennesimo sgarbo, dovette fuggire dal suo mecenate. Ma nei salotti bene si trovava proprio a suo agio ed è da questi “pulpiti” che lanciava le sue pungenti missive. Mai, mai, si sarebbe trovato bene tra la folla, tra gli straccioni, i derelitti, i diversi.

Tutto il contrario di Rousseau, faccia rubiconda ma untuosa, sensuale, occhi chiari, indefinibili, labbra carnose, l’immagine della lussuria, se così si può dire. E proprio nella folla Rousseau trovava il suo ambiente naturale, tra gli straccioni e gli scontenti e da qui lanciava le sue invettive contro i potenti che lo temevano e lo detestavano. Rousseau non avrebbe mai frequentato i salotti bene: forse lo intimorivano, forse era condizionato da un difetto anatomico che lo costringeva ad orinare in continuazione e nelle donne cercava protezione, un seno su cui piangere, un grembo su cui sfogare la sua prorompente sessualità tanto che si legò ad un’ ignorantella, certa Teresa Levasseur, da cui ebbe cinque figli che “depositò”nell’ospizio dei trovatelli senza mai più curarsene. Rousseau predica va un ritorno alle origini, alla natura, al sentimento, incolpando proprio la cultura di tutti i mali che affliggevano l’umanità. Questa sua convinzione gli valse un premio che l’Accademia di Digione gli conferì per un saggio sul problema:

“Le arti e le scienze hanno conferito dei benefici all’umanità?”

Forse perché le sue convinzioni erano diametralmente opposte a quelle correnti, forse perché un ritorno alle origini alberga sempre nei più profondi meandri dell’animo umano, fatto sta che vinse e s’impose all’attenzione di tutti. E la sua oratoria, a volte rozza e triviale, portata avanti nelle piazze, nei rioni, fra i frequentatori dei mercati generali, fece breccia nei cuori della gente, li preparò al grande evento, alla rivoluzione, con gli stessi meriti che i “filosofi” si conquistarono con la cultura. Ma quello che più conta in Rousseau è che dette inizio a quel grande movimento artistico e letterario che va sotto il nome di romanticismo o almeno ne fu il precursore.

L’uomo è proprio un coacervo di sentimento e ragione, e Voltaire e Rousseau potrebbero ben rappresentare il primo il nostro emisfero sinistro, sede del raziocinio e del calcolo, il secondo il nostro emisfero destro, sede delle passioni, della fantasia, del sentimento. Io sono un tipo razionale, ho sul comodino molti scritti di Voltaire, ma non disprezzo Rousseau. Lo descrivo come era, geniale e bislacco ma, se non fosse stato così, forse oggi l’Europa non avrebbe conquistato la democrazia. Le rivoluzioni non si fanno nei salotti, ma nelle piazze e nelle piazze non ci andava l’elegante Voltaire, ci andava Rousseau che fu appunto complementare a quanto Diderot, Montesquieu e D’Alambert facevano negli ambienti colti della Francia del tempo.

Il contratto sociale, l'Emilio e le Confessioni esercitarono una profonda influenza sulle teorie politiche e pedagogiche illuministiche, ma furono anche il primo germe di quel movimento romantico che avrebbe esaltato il sentimento e la passione partorendo uomini eccelsi sia in campo letterario che musicale e pittorico. Contesto semmai al preromantico Rousseau ed al romanticismo tutto, quella componente mistica che ancora permane negli ambienti clericali e che tende a tingere di miracolistico qualsiasi fenomeno ancora inspiegabile e che i cervelli razionali invece chiariscono con lo studio e la ricerca.

Prima di Voltaire e Rousseau e nel periodo che va dal 1660 fino a loro, il mondo europeo era dominato dal ricordo delle guerre di religione e dalle guerre civili in Francia, in Inghilterra e in Germania ed anelava ormai alla calma, alla tranquillità, alla prudenza laddove l’intelletto serviva ad arginare il fanatismo e la barbarie e il galateo s’imponeva come segno di riconoscimento del vivere civile. Ma fu ancora una volta il sangue a dominare la scena.

Per quanto l’ illuminismo fosse sorto in Germania ( AUFKLARUNG ), si sparse per tutta l’Europa attraverso il francese, che era la lingua parlata dalla gente colta nel settecento e che ben si prestava ad un taglio di frasi e parole acute e pungenti come una spada.

Gli illuministi francesi, i filosofi, si erano equamente diviso i compiti:

VOLTAIRE attaccava l’ingiustizia che regnava nella società del tempo: il clero, la corte, i vari funzionari governativi, erano il bersaglio della sua pungente ironia e chi incappava nelle stoccate della sua penna, quasi sempre ne usciva malconcio.

MONTESQUIEU si dedicava ad analizzare le varie forme di governo ed insisteva sulla totale separazione dei vari poteri dello stato: il legislativo al parlamento, l’esecutivo al governo, l’interpretativo alla magistratura.(quanto giovamento trarremmo oggi da tali insegnamenti!)

DIDEROT e D’ALEMBERT si dedicavano alla pubblicazione dell’enciclopedia suscitando la rabbia delle autorità francesi, che più volte si mobilitarono per tentare di sopprimerla, essendo essa, l’enciclopedia, lontana da quella ortodossia che regnava in quei tempi sia nello Stato che nella Chiesa. Nell’enciclopedia esprimevano le loro opinioni i massimi pensatori del secolo e lo stesso ROUSSEAU contribuì inizialmente alla sua stesura pur essendo la sua visione della vita diametralmente opposta alla fredda razionalità dei suoi colleghi filosofi. Gli argomenti trattati andavano dalla politica alla religione, dalle arti alle scienze ed erano così magistralmente espresse ed odoravano talmente di libertà di pensiero e d’opinione, da suscitare la rabbia soprattutto dell a Chiesa, che era stata per tutto il medioevo ed anche nel Rinascimento, l’unica depositaria della cultura che manipolava per suo conto ed a suo piacimento.

Inutile sottolineare che le classi medie, i commercianti, gli arrampicatori sociali, gli avvocati vi attinsero a piene mani perché vedevano in quelle idee, la possibilità di partecipazione al potere, che fino ad allora era stata loro precluso.

La fama dell’enciclopedia varcò i confini della Francia e copie delle pubblicazioni che si protrassero per più di vent’anni, giunsero nelle mani dei sovrani più illuminati d’Europa. Caterina di Russia, Federico di Prussia, Giuseppe II d’Austria, paventando le conseguenze di questi primi sussulti liberali, cercarono di modificare in senso democratico la dura gestione del loro potere.

Ma sembra quasi che il genere umano sia incapace di lunghi periodi di pace e fu così che questi nuovi “valori ” che l’illuminismo aveva trasmesso anche ai romantici, trovarono uomini già stanchi della tranquillità appena acquisita, e l’umanità si trovò ancora una volta sommersa in bagni di sangue che, anche dopo la Rivoluzione francese, continuarono, col tornado Napoleonico, a saziare quel bisogno di eccitamento e di protesta che animava l’Europa intera.

Bisogna dire per l’esattezza che, contemporaneamente al movimento romantico, che non aveva caratteristiche politiche o ambizioni di sovvertimenti sociali, sorgevano quei grossi movimenti politico-sociali come il radicale, il marxista, il liberista, che ancora influenzano i nostri giorni. Ma, seppure il movimento romantico non avesse a priori velleità rivoluzionarie, sebbene la sua “rivolta” interessasse frange sia riformiste che conservatrici, pure apportò conseguenze notevoli nella vita sociale e politica. Basti pensare al suo modo di porsi nei confronti del commercio e del libero scambio : l’uomo romantico, amante delle forti passioni ma anche della solitudine e dell’eremo, coltivava il suo campicello, meglio se ereditato da un povero genitore, diventava solitario, al più nazionalista. Possiamo in questo contesto citare Byron come manifestazione di un’endogamia che non risparmiò di contaminare Nietzsche, Wagner, addirittura Mazzini che, pur facendosi promotore di una fusione europea, sposando appieno le idee di Byron, si addentrava in un nazionalismo che avrebbe reso impossibile una cooperazione internazionale. Questa visione della vita che aborriva il capitalismo, lo scambio, il commercio, portava in se anche il germe dell’antisemitismo perché il popolo ebraico si riteneva depositario di queste tendenze esistenziali che il romanticismo combatteva.

In ultima analisi, l’aspirazione del romanticismo era liberare l’uomo dai vincoli sociali, dalla morale tradizionale, dalle regole comuni esaltandone il soggettivismo. Ma presto i suoi adepti si dovettero rendere conto che esiste anche l’io degli altri con le stesse esigenze, le stesse ambizioni, gli stessi istinti e che l’alternativa alla vecchia morale poteva condurre solo all’anarchia o al il dispotismo. Ma l’uomo è un animale sociale, è divenuto tale attraverso secoli di evoluzione e, senza regole sociali, senza una buona dose di altruismo, egli è destinato a soccombere con buona pace di tutte quelle teorie che non considerano appieno la complessità dell’animo umano.

Pillole di Storia: Oliviero Cromwell di Dino Licci

di Dino Licci
Dei matrimoni di Enrico VIII Tudor vi ho già parlato (vedi qui) mettendo in evidenza come le vicende personali di un singolo potente, possano influenzare la vita di un’intera nazione, di un continente, ed in questo caso, dell’intero globo terrestre. Ora cercherò, in questa paginetta, di giustificare appieno questo mio convincimento:dal suo primo matrimonio con Caterina d’Aragona, Enrico ebbe una figlia, Maria la sanguinaria, mentre dal suo secondo matrimonio con Anna Bolena , nacque Elisabetta I, che regnò dal 1558 al 1603. Per potersi sposare con la Bolena , Enrico VIII era entrato in conflitto c ol papa Clemente VII che lo scomunicò. Ma, per niente intimorito dalla reazione papale, il sovrano confiscò tutti i beni della Chiesa cattolica avocando a sé il potere di capo della Chiesa e trascinando l’Inghilterra verso un protestantesimo che ancora vige in tutto il Regno unito. E questo protestantesimo partorì poi quella frangia di calvinisti, detti puritani, che avrebbero colonizzato il nuovo continente quando, a bordo della “Mayflower” nel 1620 salparono da Plymouth per raggiungere gli attuali Stati Uniti d’America.
Torniamo adesso al 1603 quando Elisabetta I Tudor morì senza lasciare eredi diretti non essendosi mai voluta sposare. Fu gioco forza fargli succedere Giacomo I Stuart, figlio della cattolicissima Maria Stuarda, che Elisabetta aveva fatto giustiziare. Così il potere passò nella mani degli Stuart che lo mantennero saldamente in mano fino al 1714 quando finalmente salì al trono Giorgio I di casa Hannover. E gli Hannover governarono fino al 1901, anno in cu morì la famosissima regina Vittoria che oltre ad essere regina d’Inghilterra, si fregiò anche del titolo d’Imperatrice d’India (epoca vittoriana). Agli Hannover succedettero i Winsor che ancora reggono le sorti del popolo inglese&n bsp; con l’attuale regina Elisabetta II.
Ma questo itinerario dinastico spesso costellato di intrighi, tradimenti, congiure e spesso imbrattato dal sangue di molti innocenti, fu interrotto da una pausa democratica o forse dittatoriale ad opera di un rivoluzionario spesso trascurato nei testi di storia se paragonato agli effetti che avrebbe prodotto in seguito: Mi riferisco ad Oliviero Cromwell ed alla rivoluzione inglese del 1648, che portò alla condanna a morte per decapitazione di quel Carlo I Stuart che era succeduto a Giacomo. Insomma già 150 anni prima della rivoluzione francese anche in Inghilterra il popolo, stanco delle continue tasse e della sperequazione sociale che ne derivava, dovette ricorrere alla forza per ottenere quei diritti civili cui ogni cittadino dovrebbe aver diritto. Ma, come spesso succede, il vuoto di potere che seguì alla morte del sovrano, fu colmato dallo stesso Cromwe ll, che gradualmente trasformò la neonata repubblica in una velata dittatura sostenuta dai principi di fervido puritanesimo che lo stesso Cromwell professava. Egli si fece eleggere “Lord protettore d’Inghilterra, Scozia e Irlanda” e costrinse la popolazione a vivere in modo parco e severo bruciando perfino le decorazioni natalizie, proibendo i canti e le luminarie quasi alla stregua del monaco Savonarola. Non deve perciò meravigliare se fu oggetto di numerosi attentati dai quali però si salvò. Morì comunque nel 1658 a soli 59 anni, nel suo proprio letto colpito da un morbo (forse malaria), che i medici del tempo non seppero diagnosticare. Gli successe suo figlio Richard che, non disponendo del carisma del padre, dopo solo due anni fu deposto e mandato in esilio mentre il cadavere del padre veniva riesumato e sottoposto al macabro rituale dell’esecuzione postuma. Al cadavere di Olivier venne tagliata la testa che rimase a lungo esposta, dopo essere stata infilzata in un palo, davanti all’abbazia di Westminster. Si restaurò così la monarchia incoronando Carlo II Stuart che regnò fino al 1685.