Cartoni che fanno crescere - Pagina 3

Per la serie «Bambine, fate sport che vi fa bene», poi, c’era Mimì Ayuhara.
È la santa protettrice delle squadre di pallavolo femminili juniores. Queste, già quando il cartone ebbe la sua prima messa in onda, ricevettero un incremento delle iscrizioni pari al 320%.
Purtroppo, la visione di Mila e Shiro ha remato contro.
Mila è, in sostanza, la Mimì dei poveri. Una copia mal riuscita. E non venite a raccontarci che Mila è la cugina di Mimì per farcela apparire simpatica, ché tanto non ci crede nessuno. Mimì è graziosa, è la ragazza tenerezza con la divisa blu e il fiocco rosso su (o giallo, dipende dalla serie). Non si fa certo battere da una Mila brutta, stupida, snervante e costantemente in piena crisi ormonale.
Mimì incarnava la strenua lotta per conseguire un obiettivo. La ragazza ha le idee chiare, signori, e ha sofferto per arrivare dove è arrivata. Lei era quella che si allenava con le catene di ferro ai polsi, mica bruscolini (e noi, tutte a considerarci fortunate perché potevamo imparare a ricevere una palla in bagher senza sanguinare ad ogni colpo).
I disegnatori non erano stupidi. Si erano accorti per tempo che Mila non piaceva a nessuno. Così, hanno operato una modifica in corso d’opera: le hanno affibbiato un istruttore che la picchiava col bastone. Tanto per metterla alla pari con la maltrattata cugina e farci spuntare almeno una lacrimuccia.
Niente. Non ci siamo commosse.

Affrontiamo il tema dell’amicizia.
Grazie ai cartoni animati, tu scoprivi chi ti era amico.
L’analisi era molto semplice, molto più della prova del nove: chi odiava Candy Candy era dalla tua parte. Tutti gli altri no. Ebbene, tu ti guardavi intorno e scoprivi di avere solo amici. La tua autostima veniva solleticata ed imparavi ad aver fiducia in te stesso e nelle relazioni umane.
Avanti, ma chi è che amava Candy Candy? In una classe di venti alunni poteva forse essercene uno… e comunque, non si azzardava ad ammetterlo ad alta voce per paura di essere ostracizzato dal gruppo. Alla fine, crescendo, diventava un adulto problematico. Ammirare Candy Candy causa per lo meno un qualche squilibrio.

Per il filone «cartoni confusi» c’era Lady Oscar, mamma di tutte le ambiguità.
Quando l’intera serie è uscita in DVD, mi sono precipitata in edicola. Sono riuscita ad acquistare cinque episodi. Al sesto, l’edicolante mi ha fatto capire che, signora, cercherò di essere franco, la DeAgostini ci manda poche copie e qui ci sono molti bambini, sa, io dovrei privilegiare loro, sono in fase di crescita, lei quell’età l’ha passata da un pezzo…
Bella, decisa e spietata come il Conte di Montecristo, ho fatto dietro front e ho girato altre edicole. Ho detto che ero lì per comprare Lady Oscar alla mia sorellina e ho sciorinato altre bugie per le quali un giorno brucerò all’inferno. Tutto inutile. Non mi ha creduto nessuno.
Lady Oscar, la ragazza affascinante che vive e combatte come e anche meglio di un uomo e che tale vorrebbe essere a tutti gli effetti…
A onor del vero, la giovane ci prova anche ad essere una donna. Si innamora di Fersen, fa di tutto per farglielo capire. Ma gli uomini non sono mai stati delle aquile reali e se aspettiamo che siano loro ad accorgersi di qualcosa, stiamo fresche. Allora, tenta il tutto e per tutto. Si veste da donna e partecipa al ballo di corte. Fersen, con le fette di salame sugli occhi, non la riconosce. Anzi, cosa fa? Vien fuori a dire che Oscar è il suo migliore amico.
È uno schiaffo in pieno viso. Un «restiamo amici» espresso magari in modo più garbato, ma che comunque ci faceva capire che una frase simile sottintende: «Bella, è inutile, non c’è trippa per gatti».
Oscar si arrenderà mai alla dura realtà?, ci chiedevamo, col fiato sospeso. Accetterà mai la propria condizione?
Il fedele André, che l’ama, pur di convincerla che «donna è bello», agisce d’istinto: la bacia, le strappa di dosso i vestiti e le ricorda che una rosa non può cambiare, una rosa rimarrà sempre una rosa, una rosa non potrà mai essere una viola (anche in questo caso, parole testuali).
Dopo una tale argomentazione, è logico che la nostra eroina si áncori maggiormente alle proprie convinzioni. Se il destino di una donna è sorbirsi queste frasi da crisi iperglicemica, tanto meglio essere uomo.
E noi, lì a riflettere sulla differenza tra i sessi, a chiederci come mai la mamma storca il naso se vogliamo chiamare Oscar la nostra Sbrodolina e perché mai dare un simile nome al Cicciobello sia invece lecito.
Lì a riflettere perché mai, pur essendo André un bel figliolo, Oscar non se lo fili nemmeno di striscio e riservi invece tutte le proprie attenzioni a Maria Antonietta (sempre salvo redenzione in extremis, come tradizione comanda).