"Smog in Valpadana" di Stefano Chiarato

Cinque racconti tratti dal libro "Smog in Valpadana" di Stefano Chiarato

Racconto 1 "Nebbia in Valpadana"

di Stefano Chiarato

...Nebbia in Valpadana...

…nebbia in Valpadana…
Ero bambino quando sentivo questa frase, emessa dalla radiolina a transistor di mio padre, posizionata in bella mostra sul mobile, quasi a simbolizzare il progresso degli anni sessanta.
Me la ricordo quella nebbia, che nelle giornate d’inverno, a metà pomeriggio calava a grosse volute sulla città oscurando un tiepido sole. In pochi minuti ammantava la città, ne invadeva le vie, i vicoli, ogni angolo. Le case lentamente sparivano, come inghiottite da quella massa informe e grigia, restavano solo i profili confusi di quelle più vicine.
Noi bambini si continuava a giocare lo stesso, dentro i nostri maglioni di lana calda, magari lavorati ai ferri da nonne o mamme. Nei cortili e nelle strade le voci degli altri bambini sembravano venire da lontano e si perdevano come echi nel vuoto di quel grigiore. Te la sentivi attorno, addosso, ti entrava nel naso e aveva un tipico odore di… di nebbia. La respiravi. Ombre di persone che passavano per strada, prendevano forma, poi ritornavano ombre e sparivano così come erano comparse. Comparivano i punti luminosi dei fanali delle auto e passavano via lentamente, quasi senza far rumore. Con la nebbia il buio arrivava in fretta, e noi se non fosse stato per le mamme che richiamavano i propri bambini al tepore delle loro case, come le chiocce richiamano i propri pulcini, non ce ne saremmo proprio accorti. Nella strada e nei cortili restavano solo i segni dei giochi interrotti: uno scalone disegnato sul cemento con un pezzo di mattone, un paio di biglie di vetro dimenticate nella terra del cortile, un pallone qui, una bicicletta là, due sassi piatti usati per il gioco della sbioeula… tanta nebbia e un silenzio senza confini.
La nebbia dava un ritmo più lento alla città. Aveva un suo fascino e quando alla notte, poi, la temperatura scendeva, la mattina ogni cosa era ricamata da un velo di ghiaccio. Nebbia e gelo: era come se il tempo si fosse fermato.
Poteva durare giorni, quel nebbione e non vedevi più il sole. Allora domandavo a mia madre: “Mamma, ma quando viene il sole?”
“Quando verrà il vento e la spazzerà via. Forse domani.”
E finalmente arrivava la primavera; il vento di marzo spazzava via tutto e da casa mia lo sguardo spaziava lontano, su un orizzonte chiuso da una catena di montagne ancora innevate. Un giorno salirò su quelle montagne, per vedere da lassù casa mia, pensavo.
Gli anni sessanta sono passati, è finito anche il millennio e la nebbia di quei giorni d’inverno è rimasta un ricordo. La nebbia, a poco a poco, ha preso le distanze dalla città. Non entra più nelle sue vie, nei vicoli, sotto i portici. Se ne sta fuori, in disparte, guarda la città con timore. La città l’ha respinta. Oggi non c’è posto per la nebbia in città, perché lì la vita corre veloce e frenetica, l’ha relegata alla solitudine della campagna dove i ritmi di vita sono più lenti, dettati ancora dalle stagioni e non dalle macchine.
Ieri era un naturale elemento dell’inverno comunemente accettato come il sole d’estate. Oggi no, oggi la nebbia è un fastidio; al punto di finire sul banco degli imputati con l’accusa di omicidio. Non passa inverno senza vedere titoli sui giornali del tipo: “Nebbia Killer: Strage in autostrada!”
“Nebbia killer”? Ma non sarà piuttosto che l’uomo pretende che gli elementi della natura si adattino all’uomo stesso? La nebbia è lenta e l’uomo deve correre, perché il tempo è denaro, per stare al passo coi tempi che cambiano in maniera vertiginosa.
No la nebbia non si avvicina più alla città, ma le persone che passano per strada sono comunque ombre anonime che compaiono e scompaiono frettolosamente. E le automobili… le automobili vanno lentamente, ma solo perché non hanno più spazio sufficiente per muoversi.
Sono passati gli anni e finalmente sono salito lassù, su quelle montagne che chiudevano il mio orizzonte di bambino. Sono salito fino alla vetta più alta; volevo individuare casa mia, vedere la Pianura Padana. La salita mi è costata sudore e fatica, ma una volta in cima la fatica non la si sente più, nuovi orizzonti si aprono davanti agli occhi e la sensazione di toccare la volta celeste con un dito è unica. Ma in quella gioia c’era un velo di tristezza perché, è vero che di lassù si può ammirare la catena delle Alpi a nord e gli Appennini a sud, ma tra quelle montagne e gli Appennini c’era il nulla più assoluto. Proprio lì dove doveva esserci casa mia e la mia città c’era il nulla, occultate da una patina grigia con sfumature rosa e violetto. Una patina che saliva dalla pianura verso i monti, si estendeva sopra il lago fino là dove il lago prende forma, si addentrava nelle valli alpine. Era attaccata alle pendici dei monti,sembrava volesse trascinarseli là sotto.
Quella patina grigia non era e non è nebbia, ma smog.
Un cancro che è partito dalla metropoli ed è dilagato su tutta la pianura come una metastasi! E ora risale per le valli alpine.
“Dio mio! Là sotto c’è casa mia, la mia vita!”
“Dio mio! Questa è l’aria che respiro ogni giorno!”

Non ascolto più quella radiolina a transistor, non sento più ripetere: “…nebbia in Valpadana…”
Oggi le previsioni del tempo le si guarda alla televisione e con le previsioni del tempo capita sempre più spesso di sentir dire: “…condizioni favorevoli all’accumulo di sostanze inquinanti…” E mi inquieta.
…smog in Valpadana…

Racconto 2 "Ciminiere"

Ciminiere

Nelle giornate di inverno, di quando ero bambino, ricordo che ogni tanto si fermava sotto casa un’autobotte. Veniva a rifornire di nafta la cisterna della caldaia.
Insieme ai miei piccoli amici, incuriositi quanto me, assistevo alle operazioni di scarico. L’operaio che effettuava il travaso ci raccomandava di stare a debita distanza e di non respirare quell’odore. Perché poi? Non era per niente sgradevole.
Quando aveva finito di scaricare restavano qui e là delle chiazze di combustibile nero.
La caldaia giù in cantina, poi, mi ricordava vagamente, nella forma, una locomotiva a vapore; aprendo lo sportellino si poteva vedere al suo interno un fuoco grande, che sprigionava un intenso calore. Faceva impressione.
Quando la caldaia era in funzione, sul balcone di casa, a seconda di come tirava il vento, si depositavano minuscoli granelli di polvere nera. Era il residuo della combustione della nafta.
Nella stagione invernale era facile incontrare quelle autobotti, così come era facile vedere comignoli con un pennacchio nero. Dovevano avermi impressionato molto quei comignoli, perché nei miei disegni non mancava mai una casa con un comignolo con la sua nuvoletta nera.
Soprattutto dovevano inquinare molto le caldaie delle abitazioni civili.
Erano quelli i tempi in cui sentivo per le prime volte parlare di smog: “Che cos’è lo smog papà?”
“Fumo. Fumo che viene dalle fabbriche.”
All’interno e all’esterno dell’area metropolitana, gravitavano, infatti, piccole e grandi industrie, dalle cui ciminiere uscivano vere e proprie nuvole. Per dimensioni erano simili a quei bei cumuli candidi che a primavera occupavano il cielo azzurro. Ma le nuvole delle ciminiere erano grigie, a volte più chiare a volte più scure, dense e maleodoranti.
Erano loro le principali indiziate dell’inquinamento.
Oggi non mi capita più di vedere autobotti che vanno rifornire le cisterne delle abitazioni. Gli impianti di riscaldamento sono stati convertiti al gas metano, meno inquinante, anche se qua e là resistono ancora abitazioni civili e addirittura uffici pubblici che per riscaldare usano il gasolio. Ma soprattutto hanno smesso di fumare le ciminiere delle grandi industrie. Sì, quelle enormi fabbriche che hanno dato lavoro a tanti genitori della mia generazione non ci sono più. L’ultima nuvola di fumo emessa da quegli alti camini, ha portato via con sé, per sempre, un pezzo della nostra storia industriale.
Quelle grandi fabbriche sono diventate aree abbandonate, dall’aspetto triste. Le chiamano aree dismesse, segnate dal degrado in corso. Sono diventate rifugio di sbandati ed extracomunitari, ma non per molto, perché i muri di quelle fabbriche che odorano ancora di fumo e di sudore di chi ci ha lavorato, vengono abbattuti e al loro posto spuntano moderni centri direzionali, centri residenziali ed enormi centri commerciali con annesso paese dei balocchi all’insegna del consumismo più sfrenato.
Oggi è il traffico veicolare il principale indiziato di inquinamento dell’aria.
Non mi capita spesso di viaggiare in autostrada, ma recentemente mi è capitato di imboccare una delle tante autostrade che percorrono la Valpadana e che collegano le varie città, ebbene sono rimasto impressionato dalla enorme mole di mezzi pesanti che la percorrevano. Era un lunedì pomeriggio. Autostrada tutta a tre corsie e già l’ingresso dal casello non è stato agevole per via della colonna di automezzi pesanti. Una fila che iniziava molto più indietro della mia immissione in autostrada e praticamente non ne ho mai visto la fine. Dal casello di una metropoli a quello di un’altra, tutta la corsia di destra era occupata da un interminabile serpentone di autocarri, tir e autotreni distanziati tra loro non più di cinquanta metri. Ognuno dei quali con almeno un tubo di scarico del diametro di una ventina di centimetri, moltiplicato per 150 km di tir…
Altrochè ciminiere industriali, se esistessero ancora sgretolerebbero dalla vergogna. Surclassate da queste ciminiere ambulanti che scaricano i loro veleni sulle campagne coltivate della pianura e per le strade dei centri urbani.
E le altre autostrade? Più o meno nelle stesse condizioni. Lo testimoniano i bollettini dei notiziari Onda Verde trasmessi dalla radio. Che patetici questi bollettini! Alternano notizie utili ad altre totalmente noiose: i primi notiziari del mattino annunciano traffico in intensificazione sulle strade intorno alle grandi città, un paio d’ore dopo annunciano che su quelle stesse strade il traffico è rallentato, ci sono incolonnamenti, incidenti, traffico bloccato…
E’ storia di tutti i giorni, da anni ormai.
E’ storia di…smog in valpadana…

Racconto 3 "Automobili"

Automobili

Automobili. Automobili ovunque: dalle mulattiere di montagna alle spiagge del mare. Automobili dai greti di fiumi e laghi ai marciapiedi e piste ciclabili di città. Auto in ogni dove: in doppia fila, davanti ai passi carrai, alle fermate degli autobus…
Auto osannate, celebrate, protagoniste di film e canzoni. Auto in edicola e in televisione. Auto pubblicizzate, perfino sulle riviste che si occupano di natura, e ogni pubblicità è un boicottaggio ai mezzi di trasporto pubblici…
Auto come salotti, dotate di ogni comodità. Auto all’autolavaggio, come se fossero dall’estetista, auto con la cera, auto da coccolare…
Un’auto per andare a lavorare nei giorni feriali e un’auto per uscire la domenica o andare in vacanza. Auto per andare al centro commerciale a fare rifornimento di viveri e acqua minerale, auto per fare shopping tra le vetrine del centrocittà…
Auto per andare a messa la domenica. Auto per accompagnare e riprendere i bambini a scuola, perché mezzo chilometro o un chilometro da fare a piedi li fa stancare. Auto per andare in palestra perché si fa una vita sedentaria…
Auto per andare a prendere il giornale all’edicola in fondo alla via. Auto per andare a bere il caffé al bar dietro casa…
Auto per tutti, di tutti i tipi per tutti i gusti. Auto utilitarie. Auto station-wagon lunghe fino a cinque metri ed enormi fuoristrada dalla dubbia utilità cittadina che occupano il posto di due auto. E io dove parcheggio?...
Auto come status-symbol. Simbolo di benessere e ricostruzione nel secondo dopoguerra. Simbolo di emancipazione, di libertà, di indipendenza. Simboli positivi che offuscano quelli negativi, perché è anche simbolo di dipendenza, dal petrolio, per esempio, di morti in autostrada, mentre si cerca la fuga verso le vacanze, simbolo di dipendenza dalla stessa auto. Ma di questi sembra non preoccuparsene nessuno, perché come sempre guardiamo ciò che ci interessa positivamente.
L’auto fa parte della nostra vita e non potremmo più rinunciarci. Sul suo utilizzo si basa la nostra società, la nostra economia, ma anche la nostra cultura. L’auto usata per lavoro, per necessità, per convenienza, per divertimento, per pigrizia. La nostra auto è diventata l’appendice di noi stessi. Ci identifichiamo in essa. Ricordate quando furono abolite le sigle delle province dalle targhe?
Uno scandalo! Era come se avessimo perso la possibilità di riconoscerci. Non è l’estrazione culturale o la parlata dialettale a identificarci, ma la targa della nostra auto.
Se l’auto è diventata parte integrante della nostra società, allora siamo obbligati a possederne una e ad essere, ovviamente patentati, perché solo così ci si sente come tutti gli altri, ci si sente parte di questa società.
Durante l’adolescenza, il mio amico Franz, era solito dire: “Appena ho diciott’anni mi faccio la patente e la macchina, perché così si possono rimorchiare le ragazze. Se non hai la macchina non sei nessuno.”
Anch’io, appena raggiunta la maggiore età, non mi sono sottratto al rito della patente. La mia prima auto è stata un’auto di terza mano, prodotta sul finire degli anni sessanta: era una Prinz NSU di 600 cc. di cilindrata. Che macchina! Il bagagliaio davanti, il motore dietro e la batteria sotto il sedile posteriore. Era soprannominata: vasca da bagno. Per via della sua forma e si diceva che quelle di colore verde portassero sfiga e se ne avvistavi una dovevi passarla ad un amico, in modo che la sfiga ricadesse su di lui. La mia per fortuna era di colore azzurro. Se poi ne avvistavi una verde con delle suore a bordo era il massimo della sfiga che ti potesse capitare.
C’erano poi altre auto dal soprannome famoso: l’elmetto tedesco, lo squalo, l’auto dei compagni, quella dei fighetti…
Ora che eravamo diciottenni patentati e con la macchina potevamo uscire con facilità dai nostri ristretti confini del quartiere e della città. Il nostro orizzonte si allargava. Così capitava che la sera si uscisse dalla città di provincia per andare al cinema nella grande metropoli, per vedere un film che si sarebbe potuto vedere benissimo nella propria città. Ma vuoi mettere la grande metropoli con la tua città di provincia?
Oppure si andava a bere una birra o mangiare un gelato sulle verdi colline o in riva al lago. E per andare in discoteca si prendeva l’autostrada e si andava in un’altra provincia, perché le ragazze di là sono meglio di quelle di qua. E poi si andava in vacanza in auto, pazienza se si faceva la coda in autostrada, ma sempre meglio di un paio d’ore di ritardo su treni stivati all’inverosimile.
Il nostro territorio, ormai, non aveva più limiti, il mondo ci apparteneva.
Certe sere, quando ci si ritrovava, capitava di non sapere dove andare e allora si iniziava a discutere su questo cinema o su quel locale dove si beve della buona birra. Poi si prendeva la decisione di iniziare ad andare, ma dopo avere girovagato a vuoto per un po’ di chilometri, ci si fermava al bar a due passi da casa a giocare a biliardo e lì tra un colpo di stecca e un sorso di birra si concludeva la serata. Non ce ne rendevamo conto ma l’auto ci serviva anche per ammazzare la noia.
E le ragazze? Beh! Ne abbiamo rimorchiate tante quante ne rimorchiavamo prima andando in giro in motorino. Ma in quelle occasioni l’auto era davvero importante perché diventava luogo di intimità.
Non c’è dubbio che l’auto ci sia servita per allargare i nostri limiti territoriali, ci ha permesso di conoscere nuove città, nuovi luoghi, nuove realtà, di fare nuove conoscenze. Ho solo il rammarico di avere usato spesse volte l’auto, con o senza amici, per sopperire la noia e farci dei semplici giretti, ma senza mai correre più del dovuto. Non me ne rendevo conto ma così facendo contribuivo anch’io, nel mio piccolo, all’inquinamento.
Anche oggi i giovani usano l’auto per i giretti, per dimostrare la propria superiorità, la propria abilità, per mettersi in competizione e ingaggiare delle vere e proprie sfide di velocità. Poi una sirena taglia il silenzio della notte…
Auto per correre, auto per divertimento, auto per gioco.
Auto tante quante le stelle del firmamento, e proprio come le stelle non le puoi contare.
Auto ovunque. Ovunque è …smog in valpadana…

Racconto 4 "Domeniche a piedi"

Domeniche a piedi

Da giorni il Foehn si è ritirato nelle sue lande del nord, da due mesi non piove. Sulla città grava, immobile, impenetrabile e irrespirabile, l’immensa cappa grigia dello smog. I raggi del sole faticano a oltrepassare quella cortina caliginosa e tutto assume un colore uniforme. E’ una città senza contrasto, una città senza ombre.
Dopo una giornata di duro lavoro, sprofondo in poltrona, la mano lentamente abbandona la presa sul telecomando, gli occhi a poco a poco si chiudono e cado nel dormiveglia. Dalla televisione continuano ad arrivarmi suoni e voci in maniera confusa:”Superamento della soglia di attenzione…Benzene… Polveri sottili…Anidride carbonica…Particolato…Tenere in casa i bambini…”
“Accidenti, ma come parli? Sii più chiaro.” Dico nel dormiveglia.
Poi ancora dalla televisione:”Ristagno dell’aria…Sostanze inquinanti…Marmitte catalitiche…centraline di rilevamento…Pm10…Sconsigliata l’attività sportiva all’aperto…”
“No, no, non capisco…”
“Domenica blocco totale della circolazione alle auto, nella metropoli e nelle aree omogenee!”
“Ma cosa è stato? Ho capito bene? Domenica non si può usare l’auto?” Riapro gli occhi in tempo per vedere un’immagine che sfuma e il giornalista che passa ad un’altra notizia. Dormivo. Forse ho sognato.
Poco dopo a cena , altro telegiornale e ancora quella notizia:”Domenica blocco totale della circolazione alle auto nella metropoli e nelle aree omogenee!” Il boccone mi va di traverso, mi sento soffocare, ho bisogno di aria. Corro alla finestra, la apro e respiro a pieni polmoni ma invece di riprendermi mi sento di soffocare ulteriormente; richiudo immediatamente la finestra perché l’aria fuori è peggio di quella dentro.
No, non è possibile domenica devo andare al ristorante con gli amici, devo andare al centro commerciale, devo andare al cinema , devo andare…devo andare… non importa dove , ma purchè con la mia auto. E come faccio senza?
Poi quella domenica arriva, il solito pallido sole si sforza di riscaldare l’aria fredda di questo nuovo giorno, e già dal mattino si nota qualcosa di strano: c’è silenzio! Non sento arrivare il rombo dei motori delle auto dal viale vicino a casa. Mi affaccio alla finestra e vedo un paio di ragazzi in tuta che corrono a passo lento in mezzo alla strada, vedo alcune persone che si avviano a piedi verso la chiesa e davanti al sagrato non c’è il solito groviglio di auto.
Ma c’è ancora qualcosa di strano e non capisco cosa. Decido di uscire e di fare un giro in bicicletta per le vie della città, per una volta, sgombre di automobili e mi sento libero. Mi sembra quasi che si respiri meglio di ieri e intanto continuo a sentirmi addosso quella sensazione di stranezza. Ci penso e ci ripenso e quando vedo alcuni ragazzini giocare a pallone in strada, finalmente capisco di cosa si tratti: questa domenica senza auto mi ricorda tanto quelle giornate,di quando ero bambino e anch’io giocavo a pallone in strada, le giornate in cui la nebbia occupava la città, ne inghiottiva i rumori e ne rallentava il ritmo di vita. E tutti si adattavano ad un ritmo più lento senza preoccuparsene, perché era normale che fosse così. Oggi questo non è più normale, bisogna correre, bisogna produrre e guadagnare, bisogna stare al passo coi tempi, non ci si può permettere di restare indietro, chi si ferma è tagliato fuori dai moderni schemi di vita e l’automobile è indiscutibilmente parte di questi schemi.
Ecco questa giornata senza auto ha il sapore di quelle giornate di nebbia di una volta, in questa giornata rivive il sapore di tempi e spazi perduti per sempre.
Per un giorno le auto rimangono ferme ai box, per spostarsi si usa la bicicletta e alle fermate degli autobus si formano assembramenti di persone; si ride, si scherza, si gioca in strada, c’è serenità e nessuno sembra essere triste perché non può usare l’automobile..
Il sole si abbassa all’orizzonte in un tenue tramonto, il giorno di silenzio e tranquillità si spegne nell’oscurità di un cielo senza stelle.
Poco dopo termina il divieto di circolazione delle auto e i motori si apprestano a rombare di nuovo.
Anch’io, come tutti del resto, salgo sulla mia auto, metto in moto e mi dirigo verso il centro città per andare al cinema. Dopo pochi minuti sono in coda al semaforo rosso, sono imbottigliato nel traffico; un’auto vicino alla mia diffonde musica ad alto volume e sembra di essere al luna park, i clacson suonano all’impazzata perché non si va avanti, tra automobilisti ci si guarda in cagnesco, ogni altro automobilista è un ipotetico avversario pronto a toglierci centimetri di spazio e ogni centimetro perso è un minuto di ritardo, così non trovo parcheggio, non arrivo in tempo all’inizio del film, lo perdo… e intanto il nevoso sale…
Ma dove è finita la serenità e la tranquillità del giorno appena trascorso?
Tutto è tornato come prima; è tarda sera, c’è traffico e puzzo di gas di scarico come se fosse pieno giorno e della domenica ecologica, ormai, non c’è più traccia.
Nonostante il blocco della circolazione delle auto per un giorno, è ancora…smog in valpadana

Racconto 5 "Tir e case abbandonate"

Tir e case abbandonate

Per colpa dell’improvviso sciopero del trillo, indetto dal sindacato dei dormiglioni e attuato dalla mia sveglia arrivo tardi all’appuntamento con Franz e Lario. Quella mattina dovevamo incontrarci alle 5.30 per andare sulle Alpi a fare un escursione. Avevamo scelto un giorno feriale e di partire di buon’ora per evitare di trovare traffico, sia sulle strade che sui sentieri. Quando mi sveglio e mi accorgo che la sveglia ha scioperato chiamo Franz e lo avviso del mio ritardo. Lui grugnisce come un animale ferito.
Ci incontriamo che sono quasi le otto; sono accolto da una bordata di improperi e prese in giro perché ho dormito e quindi sono più riposato di loro e meglio disposto ad affrontare le fatiche dell’arrampicata. Senza perdere ulteriore tempo trasbordo il mio zaino e la mia attrezzatura nel baule dell’auto di Franz e si parte in direzione nord; là, verso le montagne.
Dato che ormai è tardi optiamo per una meta più vicina. Così lasciamo perdere le lontane Alpi e scegliamo quei monti che nelle giornate di vento possiamo ammirare anche da casa nostra. Quando arriviamo alla città posta alle pendici di quei monti siamo nel pieno del traffico, e quando la strada inizia a salire siamo in coda e procediamo a passo d’uomo.
E’ una giornata di primavera inoltrata, luminosa nonostante un sole un po’ opaco, ma i suoi raggi comunque la rendono tiepida già dal mattino.
Dato che si procede con la velocità di una lumaca, ne approfittiamo per contemplare le montagne sotto le quali ci troviamo e iniziamo a dialogare e a raccontarci di sentieri nei boschi e vie di salite a questa o quella cima. Lo stereo dell’auto ci accompagna con un sottofondo di musica rock e possiamo tenere i finestrini abbassati e goderci il tepore e i profumi, già, di montagna. Ma dopo un paio di tornanti la strada si stringe e siamo costretti a richiuderli, perché un tir davanti a noi, arrancando in salita, ci inonda coi suoi gas di scarico. Ora la strada è stretta tra due fila di case delle frazioni a monte della città. Non riusciamo più a vedere le montagne e il tir che ci precede chiude la visuale anche davanti. Siamo fermi e ci sembra di essere ingabbiati.
Come è brutto attraversare questo tratto di strada. Ha un aspetto triste. Qui le tinte pastello delle mura delle case hanno perso la loro brillantezza; sono ingrigite. Ma quello che colpisce di più sono le ferite inferte loro, dal passaggio dei tir. Ogni casa porta evidente le striature di incontri troppo ravvicinati coi tir, come i segni che la raspa di un falegname lascia su un asse di legno.
I nostri discorsi ora si spostano da sentieri e rifugi alla realtà attuale del momento:
“Ma voi ci abiteresti qui?” domando a Franz e a Lario?
“Non ci penso proprio! Magari più su, in valle, ma qui no;” risponde Lario.
E Franz: “No, neanche io. Anche se la posizione è molto bella: la città e il lago a valle e i boschi e le montagne per le escursioni a monte.”
“Già! Come si fa a vivere qui, con questo traffico? In settimana sei assediato dai tir e i giorni festivi da un interminabile colonna di auto di gitanti che vogliono sfuggire allo stress della città. Qui è pericoloso soltanto mettere il naso fuori dalla finestra: rischi di vedertelo portar via dal primo tir che passa e quando esci dalla porta di casa, dato che non ci sono marciapiedi, devi fare attenzione a non farti stirare.” Aggiungo io.
Franz tiene le mani sul volante, sbuffa e tace. Io e Lario teniamo vivo il dialogo e lui in maniera, quasi concitata, esclama: “Infatti! Guarda quella donna lì con quel bambino per mano che si coprono bocca e naso con un fazzoletto e camminano tra il muro della casa e il tir! Hanno giusto lo spazio per passare.”
“No, no, qui non si può vivere. Ma ti immagini, adesso che viene la bella stagione, pranzare o cenare con le finestre chiuse per via del rumore del traffico, ma soprattutto il fumo dei gas di scarico di questi bestioni che ti arriva sotto il naso mentre stai assaporando un bel piatto di pasta?”
“Beh, se ci fai caso ci sono diverse case chiuse, non quelle che pensi tu! Qui la gente mi sa che sta scappando via, non ce la fa più. Avvelenata da una parte, presa in giro da un’altra, perché la nuova strada che dalla città sale in valle, evitando al traffico di passare di qui, non viene mai consegnata, rinviata anno dopo anno.”
Restiamo in silenzio per un po’. Rattristati da quello che stiamo vedendo. Percepiamo che fuori dall’abitacolo della nostra auto c’è un’atmosfera pesante, invivibile. In quegli attimi di silenzio penso che anche noi nel nostro piccolo contribuiamo a quella situazione. Penso alla differenza tra una casa abitata e una disabitata: una casa abitata con i vasi fioriti sui davanzali, le tende alle finestre, il bucato steso ad asciugare, ordinata, pulita dà un’immagine di vita. Una casa abbandonata, le finestre chiuse, i muri anneriti dallo smog dà un’immagine di morte.
Sì, a transitare su questa strada la sensazione che si ha è proprio quella della morte.
Procediamo ancora lentamente, sbuffando di noia e di impazienza.
“Colpa tua che hai dormito.” Dice Franz, rivolgendosi a me e rompendo così, quel pesante silenzio che si era venuto a creare. La nostra attenzione cade sul tir che ci precede.
“Lo vedi questo tir che abbiamo davanti? Questo non ce lo togliamo più dai piedi fino a quando arriviamo.” Mi dice ancora lui.
Infatti sarà proprio così. Si tratta di un tir adibito al trasporto di acque minerali di una nota marca che ha sede proprio qui in valle.
“Già.” Gli rispondo semplicemente.
Di nuovo attimi di silenzio, rotto dalla musica dello stereo che ci isola dal rumore esterno.
Poi Lario sul tir che ci precede: “Ma ci pensate? Questo è andato a portare il suo carico di acqua giù in città o da qualche parte della pianura, ora sta rientrando in sede, vuoto, e guarda su questa salita quanto fumo di gasolio butta fuori. Ogni accelerata è una nuvola di fumo nero. Questa è una situazione comune a tante altre aziende di acque minerali, e a tante altre valli dell’intero arco alpino, che per fare arrivare il loro prodotto sulle nostre tavole devono sfruttare questi mezzi di trasporto e transitare su strade ripide, strette, tortuose in mezzo a case come queste. Ma ci pensate a tutte quelle acque che portiamo a tavola e che arrivano da valli lontanissime da noi? A quanto gasolio va consumato?”
Franz lo interrompe dicendo:“Beh! Io già da tempo bevo quella del rubinetto, perché in fondo è buona”
“Sì, anch’io. O per lo meno la compro solo saltuariamente. Perché oltre ai tir che la portano ai supermercati o simili, poi noi la andiamo a comprare in auto perché te la vendono in confezioni che pesano quintali e quindi consumi benzina e quando hai riempito un sacco di bottiglie vuote, un camion passerà a ritirarle consumando altro gasolio, con la speranza che finiscano in un centro di riciclaggio. Ma ci pensate quanto inquinamento respiriamo per bere un bicchiere di minerale?”
“Tanto.” Intervengo io. “Noi respiriamo un sacco di inquinamento per bere acqua minerale e pensa a tutta quella gente che in Africa muore di sete. Questa è la civiltà dei consumi.”
Ma finalmente oltrepassiamo quei borghi di case e riprendiamo velocità; non troppa, però.
Un display luminoso che al termine della salita, ricorda quanti giorni mancano alla consegna della nuova strada, mi offre l’opportunità di fare una domanda ironica:”Ma quante volte è già arrivato a zero?”
Lario contempla le montagne intorno e Franz cambia il disco, che è arrivato al termine, dallo stereo. La strada ora si apre in un lungo rettilineo tra gli opposti versanti delle montagne; il verde è il colore dominante. Ne rimango attratto, in silenzio; è un verde luccicante come quello di un’auto appena uscita di fabbrica, interrotto qua e là da qualche macchia bianca di alberi ancora in fiore e da affioramenti di grigie rocce calcaree.
Anch’io ammiro il paesaggio intorno.” Qui la primavera è ancora un passo più indietro che da noi in pianura.” Dico ai miei compagni di viaggio.
Ma nessuno risponde, Franz è impegnato a cercare il varco per sorpassare il tir davanti a noi. Poi desiste; non vale la pena rischiare per recuperare solo qualche minuto del nostro ritardo.
Poco dopo, infatti, salutiamo ironicamente il tir che, per così dire, ci ha fatto compagnia asfissiandoci e imbocchiamo una stradina laterale che in breve ci porta al nostro punto di partenza.
Parcheggiamo l’auto, scendiamo e per prima cosa stiracchiamo le nostre ossa rattrappite, ci prepariamo freneticamente, e ci incamminiamo sul sentiero che ci porterà lassù a contatto con l’azzurro del cielo. Subito dopo passiamo vicino a una cascina, dalla quale arriva un forte odore di capra e di stalla. “Ah! Respira! Respira! Senti che aria!” dico rivolgendomi a Franz che procede al mio fianco.
“Eh sì! Avercela da noi un’aria così!” risponde lui.
“Non dirmelo!” interviene Lario da dietro. “Ogni volta che apro le finestre per cambiar l’aria, la mattina, mi domando cosa le apro a fare. Sembra sempre di avere un camion in moto sotto casa che mi scarica dentro i suoi gas!”
Ad una svolta del sentiero incontriamo due valligiani che scendono; ci salutiamo cordialmente. Questa è una delle cose belle della montagna: ci si saluta sempre, anche se non ci si conosce. Mentre da noi in città, soprattutto quando siamo al volante, la cosa più gentile che possiamo dirci è:”Vaff…”
Poco dopo veniamo superati da una moto. “No! Anche qui!” sbotta Franz.
Ma è l’ultimo incontro con la civiltà. Poi è soltanto silenzio e natura selvaggia e in essa ci immedesimiamo. Dopo circa tre ore di cammino siamo in cima; da lassù possiamo abbracciare l’intero mondo che ci circonda. Ci si sente piccoli in quella immensità, particelle dell’infinito universo.
Lario è visibilmente affaticato, più volte durante la salita ci siamo dovuti fermare ad aspettarlo. Diceva di sentirsi stanco. Franz e io lo prendavamo in giro per questo, ma al tempo stesso trovavamo strano il fatto, infatti di solito era lui a fare l’andatura.
Dopo esserci rifocillati riprendiamo il cammino.
“Bene! Avete fatto il pieno di ossigeno ai polmoni?” chiede Franz.
“Non completamente, ma per quando siamo giù penso di averne fatto una scorta sufficiente.” Gli rispondo io.
Mentre iniziamo a scendere Franz dice ancora: “Sapete? Tempo fa ho letto sul Corriere che una equipe di medici universitari ha svolto una ricerca sui polmoni dei bambini dell’area metropolitana. Bene, anzi male: è risultato che i polmoni dei bambini sottoposti all’indagine sono del tutto simili a quelli di anziane persone dedite al culto di dio tabacco.”
“E’ desolatamente e seriamente preoccupante.” Interviene Lario. “Io, invece ho letto su una rivista un articolo che parlava di ricercatori americani che hanno svolto una ricerca sull’aria dei boschi di montagna. Pare che il modo di dire.”Respirate quest’aria che fa bene!” non sia soltanto un modo di dire, ma che l’aria di questi boschi faccia veramente bene alla salute, perché le piante dei boschi liberano nell’aria delle particolari sostanze, mi pare di ricordare che si chiamino terpeni, ed è stato dimostrato che questi terpeni agiscono positivamente sulla psiche.”
“Allora respiriamone a più non posso.” Dice Franz gonfiandosi i polmoni.
Quando siamo in prossimità della nostra auto, iniziano ad arrivarci in lontananza i rumori della civiltà sottostante. Percepiamo che la nostra fuga dallo stress e dallo smog è giunta al termine.
“Ora sì che sento i polmoni pieni di ossigeno.” Dico ai miei compagni di escursione.
Mi sembra proprio, ad ogni respiro che faccio, di andare a pescare l’aria nel punto più profondo all’interno del mio corpo. Ho l’impressione di avere i polmoni dilatati al massimo, enormi.
Mentre ci rimettiamo in macchina e partiamo Franz propone: “Che ne dite di fare una sosta a berci una birra?”
“Dico che ce la siamo meritata.” Risponde Lario.”
“Ok. Al primo bar ci si ferma”
Dopo la sosta ristoratrice si fa rotta verso casa. Percorriamo la strada in senso inverso all’andata. Transitiamo di nuovo, lentamente ma senza fermarci, tra le case di quei borghi assediate dal traffico, mi pervade ancora quella sensazione di morte. Non facciamo alcun commento.
Una volta imboccata la superstrada procediamo velocemente e guardandola dall’alto di una delle ultime colline mi sembra un fiume, dove al posto dell’acqua c’e l’asfalto e al posto di trote e cavedani guizzano via veloci tir e automobili tra rive di capannoni industriali e centri commerciali. Un paio d’ore fa eravamo immersi nella selvaggia natura e ora…
Siamo stanchi, non parliamo, Lario sul sedile posteriore si è appisolato e anch’io sento gli occhi quasi mi si chiudono; allora rompo il silenzio: “Però nei hai preso di sole! Sei rosso come un peperone.” Dico rivolgendomi a Franz.
“E tu no?”
E’ stata una bella escursione, un’evasione dalla quotidianità. Ma come le domeniche a piedi, passa in fretta e resta solo il ricordo di una giornata vissuta diversamente, il traffico caotico e l’aria asfissiante ti riportano alla dura realtà.
Arriva il momento di salutarci e stringendoci calorosamente la mano ci diciamo: “Allora, alla prossima.”
“Sì. Alla prossima.”
La sera prima di addormentarmi non ho negli occhi, stranamente, le immagini di quegli ampi panorami, del verde dei boschi, delle fresche acque dei ruscelli, ma ho negli occhi le immagini di quelle case assediate dai tir, di quelle striature sui loro muri, di quelle che sono state abbandonate , di quella donna col suo bambino tra un tir e il muro di casa. Penso a tutti quei paesi di montagna, ma anche di pianura, che sono attraversati e tagliati in due da strette strade statali, alle case che si affacciano su di esse, alle famiglie che vi vivono tra sgasate di tir e strombazzate di clacson, e a quelle che si trovano a due passi da autostrade, a cui è stata tolta anche la visuale da orrendi muri di pannelli antirumore. Mi addormento così.
Sarà una notte da incubi. Incubi da …smog in valpadana