La narrativa è forse la forma letteraria più diffusa al giorno d’oggi: basta guardare gli scaffali delle librerie o sfogliare i cataloghi delle case editrici per rendersene conto. Sebbene i romanzi esistessero già nell’antichità (il Satiticon di Petronio e l’Asino d’oro di Apuleio, per esempio, furono scritti durante i primi secoli dell’Impero Romano), come genere letterario è piuttosto recente: in Italia, il primo romanzo è considerato Le ultime lettere di Jacopo Ortis del Foscolo; mentre il «romanzo nazionale» del popolo italiano sono I promessi sposi del Manzoni, in pieno Ottocento (secolo assai fecondo, quanto ad opere di narrativa). E non è certo un caso che gli scrittori più letti al giorno d’oggi siano autori di narrativa, sia che si tratti di opere di fantasia, sia che si tratti di fatti di vita vissuta (ciò che viene solitamente definito con i termini anglosassoni, indubbiamente brutti, di «fiction» e «faction»).
Poteva mancare, nel nostro sito, una sezione di racconti? Non sarebbe stato un sito letterario. Anzi, si potrebbe far notare che la parola «racconto» è anche un verbo: «io racconto», cioè narro, tramando memoria di un evento – non necessariamente realmente accaduto – che ritengo dovrebbe essere conosciuto da altri, o dalle generazioni future. Per questo molte opere di narrativa riguardano storie personali o della propria famiglia.
Noi non abbiamo la pretesa di raccontare la vita, o frammenti di vita: alcuni dei racconti qui pubblicati, è vero, riguardano eventi di vita reale (o perlomeno vi si sono ispirati), mentre altri sono opere di totale fantasia – non però di pura evasione, dato che sono stati scritti per farci riflettere sui piccoli e grandi temi coi quali ognuno di noi, prima o poi, si deve confrontare. Così il nostro sito non sarà solo un mero contenitore di idee, per quanto valide esse possano essere, ma anche uno strumento che vuole promuovere il dialogo, il confronto, la riflessione.
di Frank Spada
L'ACCIDIA secondo Frank...
Si ferma all’improvviso. La sensazione di essere seguita; si volta: nessuno. Non ha sentito rumore di passi, né visto qualcosa da giustificare una forza che pare trattenerla. Alle sue spalle, il ponente di un cielo senza luna, la sagoma della Mole Antonelliana ritagliata su una macchia scura, nient’altro.
Anna raccoglie il respiro tra i baveri del cappotto in tweed con i bottoni in cuoio – l’ha comperato quella volta che Nino la portò a Londra, in occasione di un anniversario del loro matrimonio. Un moto d’inquietudine annoda i suoi pensieri. Occhi a terra e si scuote; riprende a camminare sui riflessi umidi del marciapiede, nebbiosi come quella sera a Leicester Square, quando lei rientrò in albergo dopo aver lasciato Nino al cinema a vedere il film su Glenn Gould – lei uscì dalla sala prima della fine, per aspettarlo alla reception con una rivista in mano.
Giunta al sottovia Anna attraversa la strada. Sul lungo-fiume ascolta gli scricchiolii delle foglie accartocciate, calpesta con le scarpe grosse i ricordi degli autunni anticipati nel noioso rincorrersi del tempo; pensa a una tomba dove Nino ormai la guarda da una foto in ceramica, una volta l’anno, nella ricorrenza dei defunti.
Arriva a casa. Il cappotto sull’appendiabiti in ingresso e va dritta in bagno; un sorso d’acqua e deglutisce la solita pastiglia. Si spoglia, spazzola i capelli grigio argento e stende l’abitudine di un velo di crema sul viso. Lascia gli abiti sulla poltroncina, poi si rifugia a letto con la testa sotto le coperte, addormentandosi in un sogno.
Cammina lungo un viale: lampioni che si alternano con alberi quasi invisibili, il resto è nebbia. A tratti, folate d’aria vorticano figure plumbee – salgono dal fiume che scorre lì vicino, oleoso di tenebre. Avverte i suoni di una musica lontana. Arriva dal nulla che circonda un vuoto senza limiti – accordi strascicati, ripetuti, che si smorzano nella melodia di un pianoforte. Alza lo sguardo: tra le figure di nebbia, due avvolgono spirali al ritmo della musica. Eseguono una danza che la fa ruotare assieme a loro. In fondo al viale spunta un chiarore. Vorrebbe allontanarsi, correre via – un sentimento di colpa impedisce le intenzioni. La luce avanza, allarga ombre umide di fumo. I suoni cessano di colpo. Le figure si dissolvono; risucchiate dal fiume che incatena la corrente in fondo a un salto. Una sagoma la sfiora; un’automobile scompare nella notte. Ora è tutto nel silenzio. Fugge ristretta fra inquadrature che si perdono in infiniti spazi laterali – due specchi contrapposti muovono l’azione. È a casa, nella stanza da bagno. Seduta sul bordo della vasca vede sullo schermo bianco-smalto note musicali, come impronte di insetti uniti per le zampe, a due, a tre, a quattro a quattro.
È in preda a brividi nervosi. Le gambe si scuotono. Le scarpe saltellano sopra le piastrelle. L’angoscia le sottrae il respiro. Le pareti della stanza iniziano a girare. Un luna park, una giostra, un organetto che muove bambini cavalieri, Nino che la fissa e alle sue spalle il volto di un giovane sul fondo della scena: immagini sovrapposte, luoghi, tempi, intervalli che ruotano veloci, che si abbreviano fino a trasformarsi in un vortice di assenze, di intenzioni senza scopi, che la trascina via.
Anna si sveglia nel ronzio di un cicalino. Accende la radio. Ascolta come ogni mattino il notiziario, gli appelli per la pace disattesi dai potenti, le voci dei commentatori finanziari modulate con improvvisi sbalzi di tensione, le previsioni meteo che imbiancano le cime e dopo la pubblicità, un annuncio: in onda Le Variazioni Goldberg, suonate da Glenn Gould. Ed ecco che lei ricorda quella sera, la reception in quel hotel a Londra: – Good night, sirs! – Un piccolo ascensore e Nino che la abbraccia, la trattiene dentro quello spazio angusto, vuoto di parole. In corridoio, lui la precede per entrare in camera e accendere la lampada sul tavolo; la piccola luce che dietro alle piegoline incartapecorite maschera il desiderio. Lei va in bagno, infila il pigiama, si corica in fretta. Lui è già a letto, le parla dal cuscino; lei gli rivolge le spalle. Nino cerca di stringerla a sé. Lei si scosta, non risponde, si riporta con la mente al cinema dove proiettavano Trentadue piccoli film su Glenn Gould – un pianista che inseguiva linee melodiche ingobbito su una sedia – manda agli occhi il volto di un giovane, un suo compagno ai tempi del liceo al conservatorio. Nino si piega verso di lei, parla, chiede. Lei tiene gli occhi chiusi, dice che è stanca, che vuol dormire e invece si abbandona tra le braccia di quel volto, perdendosi nell’incanto di una melodia suonata a quattro mani – una sbandata e un canale in piena trascinò via quel giovane in una notte di nebbia, dopo averla accompagnata a casa, dopo il rifiuto che lei oppose alla domanda di cambiare città, di proseguire gli studi musicali per diplomarsi assieme.
Anna ascolta il concerto, le variazioni ripetute attorno ad armonie di contrappunti, di accordi incidentali. Un volto sbuca dietro le sue palpebre. Lacrime perse sulle pieghe del viso e pensa che domenica andrà nel Comasco, nel cimitero del paese natio, con un mazzo di fiori per i propri genitori e una rosa bianca che poserà sotto il nome di quel giovane; poi tornerà a casa, come ogni mese, anno dopo anno nel cuore della notte.
Anna si alza, va in bagno – inizia un altro giorno, accidioso come la sua vita.
di Giorgio Ottaviani
Solo l'amore può essere eterno...
All'ultima mano Franz scende con il cavallo di bastoni.
“Tutto mio” dice, con un bel sorriso alla carta vetrata. Poi, rivolto al barista:
“Palla, porta un paio di birre.”
Quello, impegnato a distribuire, in modo uniforme, lo sporco sul piano d'acciaio del bancone massaggiandolo con una spugnetta lercia, solleva lo sguardo e ripete in tono interrogativo:
“Due?”
“Si, grandi, mi raccomando, tanto pago io.” Rispondo.
Palla arriva con le birre. Cammina dondolando, con le suole che scricchiolano ad ogni passo il loro soffocato grido di dolore. Ha il cranio imperlato di goccioline come i due boccali. Il suo però è sudore. Poggia il vassoio sul tavolo e si asciuga le mani col grembiule legato in un prossimità della impercettibile rientranza fra torace e ventre che ha eletto in modo arbitrario a punto vita.
“Sette euro.”
E riamane fermo come un parchimetro in attesa delle monete. Pago. Palla prende i soldi, torna lento dietro al bancone e riprende a massaggiarlo con la spugnetta.
“E' che non stai concentrato” mi sfotte Franz. Ingolla una bella sorsata solennizzata da un rutto, poi riprende serio: “ma stai ancora a pensare a quella? Come si chiamava? A si Irina. Certo che ha fatto una brutta fine, ma lo sapevi pure tu che mestiere faceva.”
Lo mando a farsi fottere, ma poco convinto. Ha ragione, sto ancora pensando a lei.
Prima che attacchi di nuovo i suoi discorsi da amico fraterno mi alzo e in piedi finisco la mia birra.
“Io vado. Ho già perso abbastanza e sono pure stanco.” Mentre mi allontano, mi raggiunge il saluto biascicato di Franz e pur senza poterlo vedere, immagino il suo sguardo.
Fuori le luci delle poche automobili ancora in giro disegnano, nell'aria appiccicaticcia, scie irregolari come strappi. All'incrocio con la statale, un luna park di semafori lampeggia il suo inutile giallo. L'avevo conosciuta proprio lì.
Verso le due il Palla s'era tolto il grembiule e aveva cominciato a mettere le sedie vuote sui tavoli. Non ha un orario preciso di chiusura, ma quando comincia a mettere le sedie sui tavoli, quella è l'ora. C'eravamo dispersi in fretta fuori dal bar, come blatte in libera uscita, ed io m'ero diretto da solo verso la statale. La luce gialla che balenava in mezzo all'incrocio, stampava sull'asfalto l'ombra d'uno strano fiore, con quattro petali a forma di donna. Avevo affrettato il passo, raggiunto l'incrocio e voltato l'angolo. Ferma sul bordo del marciapiedi, accanto alla fermata del tram, lei, Irina.
Bionda, con la faccia da angelo. Una gonna fuxia alta quanto una sciarpa metteva in risalto delle gambe dalla pelle color latte. Mi chiese una sigaretta e cominciammo a parlare finché non arrivò l'ultima corsa della notte. Salii anch'io. Nel tram vuoto, l'afrore lasciato dai molti corpi sudati che l'avevano riempito durante il giorno ristagnava ancora, attaccato ai sedili, spalmato sui finestrini, come un velo invisibile. Sedemmo vicini e continuammo a chiacchierare. Mi raccontò che veniva da un'altra città ed era arrivata qui con il suo uomo. Poi lui l'aveva mollata, era rimasta sola e s'era dovuta arrangiare. Scese ad una delle ultime fermate: un quartiere di case alveare intramezzate da costruzioni basse, nate come autorimesse comuni, trasformate in fatiscenti attività commerciale. Mi offrii di accompagnarla, ma non volle. Andai sulla fila di sedili in fondo alla vettura e mi misi comodo, mentre il tram continuava verso il capolinea finché alle prime luci dell'alba non tornò a scaricarmi da dove ero salito.
La sera dopo la trovai di nuovo, sempre lì, alla fermata del tram e la sera dopo ancora. Ormai era diventato un appuntamento fisso. Per almeno tre settimane, continuai a vederla. L'ascoltavo parlare, mentre sui finestrini del tram la città di notte passava come una vecchia pellicola, graffiata dai fari delle poche automobili ancora in giro. Il suo volto dolce, da angelo malizioso e quel suo modo di fare, sempre in bilico fra il serio e lo scherzo, in cui mi faceva capire che mi desiderava, mi faceva tornare alla mente Giovanna. Con lei era finita nell'unico modo in cui poteva finire, ma Irina capivo che era diversa. Se ne era accorto pure Franz.
“Finalmente ne hai trovata un'altra” mi diceva. “Oh, speriamo che questa non sparisca nel nulla come quell'altra.”
Ci avevo messo del tempo a riprendermi dalla storia con Giovanna. Io ero stato gentile con lei, le avevo mostrato tutto il mio amore. L'avevo sempre trattata come un fiore e come un fiore avrei voluto coglierla e amarla, ma lei mi aveva risposto con disprezzo, mi aveva umiliato.
Quella sera mi feci coraggio e quando Irina giunse alla sua fermata, scesi anch'io.
“Ti accompagno a casa” dissi.
“E magari ti fermi da me, Vero?” Nella sua voce due terzi di dolcezza, un terzo di femminilità a due gocce di perversione come l'angostura a rendere perfetto il cocktail.
Le presi la mano. Mi rivolse uno sguardo meravigliato. Sapevo che mi desiderava e tutto fu come doveva essere. A casa sua mi spogliò e non solo dei vestiti, ma mise a nudo anche la mia anima, poi mi avvolse in un miele di dolcezza e mi scaldò d'amore. Mi addormentai con lei, con la testa poggiata sul suo seno, come un bambino.
La mattina una lama di luce che attraversava la stanza e il gorgogliare di una caffettiera mi fecero aprire gli occhi, poco prima che lei si avvicinasse a me con una tazza fumante, pronunciando il mio nome.
Mi vestii e facemmo colazione assieme. Poi la salutai con un bacio e feci per uscire. Fu allora che improvvisamente impazzì.
Mi arpionò sulla porta afferrandomi per il maglione:
“Dove credi di andare? Non te ne vai da nessuna parte se prima non mi paghi, carino!”
“Ma io ti amo” dissi, “il mio è amore.”
“Amore un cazzo, cocco, l'amore si paga.”
L'ho pagata, come avevo pagato Giovanna. Solo l'amore può essere eterno, tutto il resto se non è eterno è mortale e lei come l'altra se non era capace di amare, non meritava di vivere.
Sono andato via e ho lasciato che la trovassero li. La dolce Irina, angelo biondo dalla pella di latte, come una candida ninfea in un lago rosso sangue.
Ormai però sento che posso riuscire a non pensare più a lei.
Una macchina sportiva si ferma, vicino alla fermata dove di solito stava Irina. Scende una ragazza e l'auto riparte.
Guarda vero di me, sorride.
“Ciao” mi dice “Mi fai un po' di compagnia intanto che arriva il tram?”
Ha un viso dolce e dalla voce capisco che si sente sola. Ha voglia di un po' di compagnia. Magari è un segno del destino. Potrebbe essere quella giusta. In fondo basterebbe solo un po' d'amore.
di Leila Mascano
Eppure, da te non volevo nulla
Fosti tu a sfidarmi, Atteone, portando una fanciulla nel bosco a me sacro e violandone il casto silenzio coi tuoi giochi d'amore.Un raggio di luna vi sorprese e vi rivelò al mio sguardo. Trattenni con un gesto la muta ansimante dei cani dalle bocche feroci senza suono, come trattenevo il mio cavallo i cui zoccoli non hanno rimbombo. Amo il silenzio, Atteone, il candore della luna e del marmo, tutto quello che nulla contamina. Provo disgusto per il disordine confuso dei corpi: il vostro celebrato amore non è estetico, anzi è spesso francamente ridicolo.Ancora posso capire fauni e centauri, che il lato bestiale condanna al goffo parossismo degli amplessi....
Ti accanivi su quella fanciulla, di tutto ignaro se non di te, poiché mi parve che lei non fosse che lo strumento che ti riportava ad un colloquio più intimo con te stesso, con le radici del tuo piacere, e mi pareva che una sì brutale prepotenza non potesse essere punita che con la morte.
Poi vidi gli occhi di lei, che mi parvero due pozze d'argento, annegati in un'estasi che mi turbò. Non so se provai pena o rabbia per quello sguardo di bestia mansueta, vinta...Il gesto imperioso scattato per indicarti ai cani deviò su di lei , che da me resa cerva fu sbranata, lacerata, fatta a brandelli dalla muta impazzita. Mi parve di avere castigato anche te, e ti lasciai andare. Non avresti dimenticato facilmente la cerva dagli occhi d'argento.
Né io dimenticai te. Non so quale corruccio segreto mi prese: volevo rivederti. Nel mio animo albergava un cupo scontento. Diventasti la mia preda. Più ti seguivo, meno capivo cosa si agitasse dentro di me. Ti spiavo bagnarti nelle acque notturne della sorgente, e un desiderio inconcepibile di sentire se il tuo corpo avesse la gelida freddezza del mio mi prese. Anelavo al calore. Mi chiedevo come fosse il tocco delle tue mani. Carezzavi il tuo cavallo con gesti lenti e affettuosi. Scoccai un dardo invisibile. Lo uccisi.
Ti vedevo negli alberi, nell'arco dei rami seguivo la curva delle tue braccia, nel vento tiepido sentivo il tuo alito. Soffrivo di un'arsura che solo la tua bocca poteva placare, e m'interrogavo sul mistero del bacio, morso d'un frutto che non sazia e di cui rinnova il desiderio...E poiché tutto sembrava farsi abbraccio e carezza, dormivo sulla nuda terra, attenta che neppure le mie mani diventassero le mani di Atteone. Ma pure la terra sulla quale dormivo mi ricordava la compattezza del tuo corpo.
Le nuvole disegnavano il tuo profilo. Volevo suoni. Restituii la voce ai torrenti e le corde vocali recise dei cani tornarono ad abbaiare, a ringhiare...E i torrenti chiamavano Atteone, Atteone invocava il corno da caccia, Atteone sentivo perfino nel latrato dei cani.
Eppure, da te non volevo nulla.
Avvertivi la mia presenza, mi sfidavi Mi scorgesti osservarti immobile, mentre, come ogni notte, ti bagnavi. Uscisti dall'acqua impudico, vestito solo della perfezione del tuo corpo, e la tua bellezza mi faceva male al cuore. Mi guardasti come si guarda una donna, non una dea. Ridevi beffardo, sicuro di spegnere i fuochi d'orgoglio che rendevano così terribile il mio sguardo per darmi quegli occhi di bestia mansueta, vinta, che aveva la fanciulla che possedevi nel bosco.
Non sai quanto fosti vicino ad avermi. Ma sono una dea e il mio braccio scattò, indicandoti ai cani, perché mordessero, lacerassero, cancellassero nella tua carne il mio desiderio.
Potessero i cani divorare il mio cuore.
Nel silenzio del bosco dove tutto di nuovo tace, ombra tra ombre cavalco la notte. Rabbrividiscono i pastori e tacciono. Artemide è una dea feroce.
di Dino Licci
Uscì come ogni sera, come ogni notte, vagando alla ricerca di se stesso. Un pensiero fisso lo tormentava da giorni e condizionava notevolmente il suo comportamento usuale. Entrò quasi inconsapevolmente in un ristorante orientale che prometteva cibi afrodisiaci di sicuro effetto. Il pranzo fu quanto di più strano potesse immaginare. Un antipasto di ostriche e caviale lo predisposero a fidarsi dello chef che gli propose di continuare con code di rospo in salsa d'acciughe. Il sapore del pesce era esaltato dal tuorlo d'uovo, prezzemolo, scalogno e limone e, al termine del pasto, gli fu servito un bicchiere d'assenzio con vodka alla fragola, cosparso da una polverina grigiastra che si rivelò essere tratta dal corno di un rinoceronte. Uscì, fece un lungo tratto di strada in auto fino a raggiungere una zona periferica della città. La follia, nella sua testa inquieta, si agitava danzando tumultuosamente in un ritmo estenuante e dirompente come in un crescendo di stampo rossiniano.
Camminava lentamente mentre la follia si agitava nel suo contenitore razionale, nelle rigide regole del conformismo abituale, costretta in quella severa maschera sociale che imponeva controllo, padronanza di sé, disciplina, ma intanto cercava disperatamente un pertugio, una fessura, una crepa da cui erompere rumorosamente per dare sfogo ai suoi istinti atavici che pulsavano nella mente dell'uomo come torrenti impetuosi di ancestrale energia. Dov'era il suo contenitore, dove la sua prigione? Nei suoi reconditi pensieri o in quel suo cuore che ritmava fiumi di sangue ardente e rutilante di vita? O forse avvolgeva quel corpo vagante come una nuvola eterea, invisibile, eppure talmente poderosa da risultare invalicabile?
Ludovico e la sua notte inebriante: sublime e nebbiosa, umida e silenziosa con quegli aloni di luce soffusa che avvolgevano invisibili lampioni. Sotto uno di quei lampioni, sinuosa e splendida come un rettile multicolore, come una falena sfavillante, straordinariamente bella e impudica, si agitava, dondolando la borsetta sgargiante di mille bagliori, la dea dell'amore, il demone del sesso, del desiderio, della passione. La follia contenuta dell'uomo, esaltata da quella cena particolare, cercò disperatamente di rompere gli argini, di accostarsi a quell'immagine notturna che aveva popolato i suoi sogni terribilmente erotici: una folla incredibile di appaganti amplessi succedutosi in quei momenti d'immaginazione e di vivido sogno, avevano gonfiato i suoi appetiti mai sazi, mai appaganti nella triste realtà. Si avvicinò timido e impacciato, temendo di essere riconosciuto, lui, preside di un famoso liceo, lui, l'archetipo vivente della moralità, integerrimo detentore dell'etica comportamentale! Il sorriso della dea lo fece dapprima vibrare, poi tremare come un fuscello, impallidire, fuggire lontano. Le gambe non lo reggevano più. L'emozione scatenatala da quel timido, malriuscito tentativo d'approccio, lo avevano inchiodato al suolo impedendogli di parlare, di camminare, persino di pensare compiutamente, mentre una lotta immane si svolgeva al suo interno, tra la rigida legge morale che governava solitamente il suo comportamento, e l'istinto primordiale che lo straziava inondandolo di una cascata ormonale sempre più impetuosa e travolgente. S'immaginò tra le braccia di quella bellezza provocante, mentre si accasciava sul sedile dell'auto totalmente privo di forze ma non di bramosia. Il profumo della donna gli era penetrato nelle nari e quella figura sinuosa sembrava strisciargli addosso avviluppandolo in una spirale soffocante di desideri repressi.
La follia volteggiava sempre più inquieta: ora che aveva trovato una complice, si era fatta più audace, addirittura temeraria e alfine esplose percorrendo quel corpo distrutto da scariche alterne di adrenalina, dopamina, serotonina e trascinato, suo malgrado, in un coacervo di sentimenti, emozioni, ripensamenti, pentimenti, impaziente frenesia. Si avvicinò cauto e protetto questa volta dal buio abitacolo della sua auto. Fece scivolare in basso un finestrino e riuscì a dire, con un filo di voce: "Sali". Il profumo del sesso inondò la vettura, una mano sapiente prese a carezzarlo per prepararlo all'incontro e dopo un attimo si ritrasse conscia dell'accaduto: "non preoccuparti, non sei il solo sai? — disse la donna — Come la chiamate voi sapienti? Eiaculatio praecox?" E sparì lontano contando il suo denaro. Ludovico si allontanò di qualche metro, abbassò il volto nelle sue mani congiunte e silenziosamente, copiosamente pianse…
di Carla Casazza
I primi giorni, dopo l’incidente e la lunga degenza in ospedale, Emma ci era tornata quasi senza pensarci, come se una forza di attrazione la conducesse sempre lì.
Poi aveva capito che era l’istinto del “ritorno a casa” perché, su quei gradini consunti dal tempo, si sentiva bene, molto meglio che nel piccolo appartamento che condivideva con la cugina.
Già dai tempi dell’università, quando si era stabilita definitivamente a Roma, la scalinata di Trinità dei Monti era il suo luogo preferito: si sedeva lì in ogni stagione per studiare, leggere i classici della letteratura, un giallo mozzafiato o, semplicemente, si incantava a guardare le persone che passavano.
Dopo la laurea il suo gradino preferito – il quinto a partire dal basso – era divenuto il luogo in cui preparava le lezioni e correggeva i compiti in classe, ma anche il testimone dei primi tentativi di dare corpo a qualche racconto.
Quel luogo doveva averle portato fortuna perché i racconti erano piaciuti, tanto da essere pubblicati in un’antologia. Si era convinta così a fare il grande passo: scrivere il suo primo romanzo.
O la va o la spacca si era detta, e aveva consumato ore, giorni e il gradino, dedicando tutto il tempo libero ad una storia che scaturiva dalla sua penna quasi con volontà propria.
Era primavera e la scalinata di Trinità dei Monti le faceva compagnia con i suoi fiori, mentre i turisti lanciavano monetine nella fontana della Barcaccia augurandosi che realmente quel rito scaramantico li avrebbe riportati ancora nella città caput mundi.
Immersa totalmente nella sua storia, quasi non si era accorta che la primavera aveva lasciato il posto all’estate.
Dove ho la testa? si diceva, ma viveva quella svagatezza come uno stato di grazia, quasi fosse innamorata.
Stava incamminandosi per rientrare nel suo caldo appartamentino di periferia quando era accaduto l’inevitabile: mentre si chinava per raccogliere un foglio sfuggitole dal quaderno un ciclista forsennato e distratto l’aveva travolta in pieno facendola cadere all’indietro e battere violentemente la testa sul selciato.
I parenti avevano temuto l’irreparabile vedendola giacere giorni e giorni nel reparto di rianimazione, esangue e senza apparenti segni di vita.
Poi, Emma aveva reagito ad un raggio di sole dispettoso che si era posato sui suoi occhi chiusi e la lenta risalita verso la vita era ripresa.
Sono stata fortunata pensò, mentre riponeva gli appunti. Quel giorno di autunno non era riuscita a fare grandi progressi col suo libro perché distratta dai turisti che si godevano Roma e il sole ancora caldo.
La coda dell’occhio le cadde di fronte, dalla parte opposta della scalinata, dove un giovane scriveva con foga su di un taccuino. Era vestito come un dandy d’altri tempi e i capelli castani e ribelli si agitavano a ritmo della sua mano che nervosa, faceva scorrere una matita sul foglio.
Inglese , stabilì Emma che a furia di osservare i turisti era diventata esperta in materia.
Rimase ad osservarlo perché aveva qualcosa che la incantava: pallido, con un bel naso deciso e le labbra virili, aveva le guance scavate ma imporporate dalla foga della scrittura.
Bello e tormentato , decise prima di distogliere lo sguardo perché lui si era interrotto.
Emma si alzò a malincuore avviandosi rassegnata verso la trafila di metropolitana e autobus che la attendeva per rientrare a casa. Col pensiero però era ancora lì, sulla scalinata di Trinità dei Monti, ad osservare il dandy inglese, come lo aveva battezzato tra sé e sé.
«Emma? Emmaaaaaaa? Hei! Sto parlando con te! Pronto, pronto, mi senti?»
Si riscosse alla vista della cugina che le sventolava il tovagliolo davanti al viso.
«Scusami Lisa, ero soprapensiero!»
«Me ne sono accorta» sorrise la ragazza «che hai, sei innamorata?»
«No, stavo pensando ad una persona…»
«Mmmmm una persona carina?»
La incalzò Lisa.
«No, no, non pensare chissà cosa. C’è un ragazzo – io l’ho soprannominato il dandy inglese – che da qualche giorno viene sempre a sedersi sulla scalinata di Trinità dei Monti proprio di fronte a me. E scrive in continuazione, con foga. Non si guarda mai intorno. Tanto che sono riuscita ad osservarlo bene perché non alza mai gli occhi verso di me. Mi incuriosisce. Magari anch’io quando scrivo sembro così assorta come lui…»
«Sì, sì, ho capito. Uno di questi giorni mi ospiti sul tuo gradino preferito così vedo anch’io questo romantico misterioso che ti distoglie dalla scrittura del libro. Ma ora ascoltami che ti devo raccontare di ieri sera con Giacomo.»
Ormai era diventata un’abitudine: Emma si sedeva, apriva il suo quadernetto di appunti e iniziava a scrivere.
Poi – dopo una decina di minuti – sbirciava di fronte a sé con discrezione per assicurarsi che il dandy fosse lì.
Sembrava che l’aspettasse perché puntualmente, tutte le volte che la ragazza si sincerava della sua presenza, lui c’era.
Impossibile che non si guardi mai attorno , pensava Emma che sperava di incontrare il suo sguardo almeno una volta.
Aveva provato a fissarlo per lungo tempo, ma niente da fare.
Poi si era resa conto di essere un po’ troppo invadente ed aveva rivolto la propria attenzione alle bozze del libro: le mancava l’ultimo capitolo, ma la storia – ora – non fluiva veloce come era accaduto all’inizio.
Devo distrarmi di meno , pensò.
Qualcuno le mise le mani davanti agli occhi e per un folle attimo pensò che fosse lui. Ma la voce di Lisa la riportò alla realtà.
«Sorpresa!!!!!» le sorrise la cugina. Poi abbassando la voce ad un sussurro «allora dov’è il tuo romantico dandy?»
Emma glielo indicò con discrezione, arrossendo.
«Non prendermi in giro: per venire qui ho discusso con la titolare che non voleva darmi un’ora di permesso!»
Emma guardò Lisa stupita e incalzò «Ma non lo vedi? E’ proprio qui di fronte. Ha una giacca marrone e una camicia bianca con un grande colletto aperto. Segui il mio dito, guarda, lì.»
Lisa guardò nella direzione indicata dalla cugina mentre il sorriso le si spegneva in viso. Poi si voltò con aria preoccupata verso Emma.
«Ma lì non c’è niente. Solo un vaso di fiori…»
«Lisa, smettila!»
«Emma, non sto scherzando»
Emma impallidì.
«Oddio» sussurrò «eppure io lo vedo, davvero...»
Quella sera nessuna delle due ragazze aveva fame. Spiluccavano la cena ed intanto cercavano di spiegare l’accaduto.
«Non prendertela, Emma, in fondo è poco che ti sei riavuta dall’incidente, hai battuto violentemente la testa, magari soffri di allucinazioni…»
«Un’allucinazione sempre uguale tutti i giorni? Mi sembra difficile… Io una teoria ce l’avrei. Ma te la dico solo se prometti di non prendermi per matta.»
«Promesso!» e Lisa incrociò le dita come quando erano bambine e si scambiavano segreti, nascoste sotto al tavolo della cucina della nonna.
«Ho letto» proseguì Emma « che chi è stato tra la vita e la morte come me, sviluppa una sensibilità particolare, che gli permette di vedere e di percepire presenze sospese tra due dimensioni»
«Vuoi dire che…»
«Che lui è un fantasma» la interruppe Emma con voce tremante.
Lisa rimase in silenzio.
«Voglio scoprire chi è» continuò Emma in un sussurro.
Non ne parlarono più.
Evitavano accuratamente di toccare l’argomento nei momenti che trascorrevano insieme, ma una sottile barriera ora le divideva. Si sforzavano di essere quelle di sempre tuttavia, a volte, Emma sorprendeva la cugina ad osservarla con aria preoccupata. Le loro chiacchierate di un tempo sembravano divenute ad un tratto artificiose.
Nonostante fosse inverno, Emma continuava a sedersi ogni giorno sulla scalinata, ma invece che concentrarsi sul proprio romanzo, sfogliava volumi di storia della città per capire chi fosse il misterioso fantasma.
La presenza costante di quella figura tormentata però non la preoccupava, anzi, le faceva compagnia e si sentiva davvero serena solo quando lo guardava scrivere, quando sapeva che lui era lì.
Ormai il lungo permesso per malattia che aveva ottenuto stava per scadere e presto sarebbe tornata alle supplenze qua e là nelle scuole superiori della provincia romana.
Voleva terminare il romanzo prima di riprendere a lavorare.
Così cercò di accantonare per un po’ il mistero del dandy e di mettersi d’impegno a scrivere le poche pagine che le mancavano alla parola “fine”.
Ci siamo, ci siamo quasi , pensò leggendo e rileggendo l’ultimo capitolo del romanzo. Era il 23 febbraio: ancora quattro giorni e poi sarebbe dovuta tornare a scuola. Si sentiva incalzata dalla necessità di scrivere un finale all’altezza del resto, qualcosa di magico ed evocativo.
Aveva trascorso la notte a spulciare poesie d’amore perché voleva che la sua storia terminasse così, con dei versi che lei non era in grado di comporre ma che toccassero il cuore.
Aveva letto frasi bellissime, da Prevert a Neruda, ma non erano ciò che cercava: sapeva che la poesia giusta l’avrebbe fatta palpitare.
Le accadeva sempre così: leggeva, leggeva, leggeva poi si soffermava su alcune righe e sentiva il cuore in gola. Pensandoci su era da un po’ che non provava quel tipo di emozione leggendo poesia. Ma sperava che capitasse di nuovo.
Assorta nei propri pensieri non si accorse di fissare da qualche tempo il “suo” fantasma, o quello che era.
La risata fragorosa di un turista la riscosse e mentre indugiava ancora un attimo sul giovane misterioso, lui alzò lo sguardo e la guardò diritta negli occhi.
Il cuore di Emma si fermò un istante poi iniziò a battere veloce mentre paralizzata lo osservava alzarsi e, con un sorriso malinconico, dirigersi verso di lei. Sentiva di avere il viso in fiamme e le orecchie che fischiavano.
In pochi passi lui le fu di fronte e le tese un foglio, stavolta sorridendo apertamente.
Emma non riusciva a parlare ma prese il foglio sfiorando le sue dita: pareva reale, in carne ed ossa, non era evanescente come avrebbe dovuto essere un fantasma.
Quando le loro mani si sfiorarono lui le fece come una carezza ed Emma, per l’emozione, lasciò cadere il foglio.
Si chinò per raccoglierlo e quando rialzò la testa lui era sparito.
Con le mani tremanti e un groppo in gola lesse ciò che le aveva scritto:
Fulgida stella, come tu lo sei
fermo foss'io, però non in solingo
splendore alto sospeso nella notte
con rimosse le palpebre in eterno
a sorvegliare come paziente
ed insonne Romito di natura
le mobili acque in loro puro ufficio
sacerdotale di lavacro intorno
ai lidi umani della terra, oppure
guardar la molle maschera di neve
quando appena coprì monti e pianure.
No, eppure sempre fermo, sempre senza
mutamento sul vago seno in fiore
dell'amor mio, come guanciale; sempre
sentirne il su e giù soave d'onda, sempre
desto in un dolce eccitamento
a udire sempre sempre il suo respiro
attenuato, e così viver sempre,
o se no, venir meno nella morte.
John Keats
Emma aveva trovato la sua poesia.
John Keats (1795-1821) poeta inglese immaginifico e malinconico, compose le sue migliori opere dopo avere conosciuto nel 1818 Fanny Brawne ed essersene innamorato ricambiato.
Nel 1820 a causa della salute sempre più cagionevole dovette lasciare Fanny e l’Inghilterra per stabilirsi a Roma in un palazzo affacciato sulla scalinata di Trinità dei Monti.
Morì il 23 febbraio 1821 e fu sepolto nel Cimitero protestante di Roma dove, su sua richiesta, fu posta una lapide la cui epigrafe aveva composto lui stesso: Here lies One Whose Name was writ in water (Qui giace colui il cui nome fu scritto nell'acqua).
amori vissuti di nascosto dal mondo, ma molto chiaramente dentro se stessi
di Frank Spada
Quella sera, quando l’interferenza incidentale andò in scena al cineforum con la proiezione di “La morte corre sul fiume” di Charles Laughton – il solo film che vide un grande attore, corpulento e sornione, dietro la macchina da presa – Gloria, divisa da Francesco soltanto da un bracciolo, era in preda alla vertigine, immagine dopo immagine.
All’uscita dalla sala andarono da “Pierino il marinaio”, come sempre. Una pizza e parlarono del film. La discussione intorno alle ragioni messe in luce in bianco e nero da una storia tragica, sempre attuale, degenerò subito affrontando il tema della sempiterna debolezza della donna – Shelley Winters, la protagonista – e la protervia dell’uomo, in questo caso un predicatore, Robert Mitchum.
Gloria s’infiammò personalizzando i fatti e, fuori dal locale, caricò le sue parole di violenza nel parcheggio semi vuoto per l’ora ormai tarda.
Francesco provò a calmarla; invertì ruoli, sentimenti, azioni e destini predicando i suoi miti letterari, poi tentò ancora d’ingannarla e, infuriandosi, inveì. Fu allora che lei vide il buio nel fondo dei suoi occhi, che capì da un anello che non portava al dito la vanità di una catena inesistente, e divincolandosi, girandogli le spalle, lo trattò... com’era giusto per se stessa.
Lui lasciò il posto sgommando. Gloria rientrò a casa in treno. A lei rimase il ricordo di un aborto richiestole come condizione al loro amore vissuto di sfuggita, in qualche camera d’albergo, nelle infilate di corridoi tutti uguali, di intervalli tra le gite poco oltre confine, in Austria o in Slovenia. Un amore interpretato da Gloria con le attese, magari con le caldarroste in mano e il vino stretto tra i denti, i baci rubati negli androni di una cittadina di provincia in primavera, le promesse di Francesco nuotando nelle pozze verdi di un fiume, in ombra, sotto le pendici delle montagne Giulie; il cineforum ogni tanto, d’inverno, per accontentarla nella sua passione per il cinema d’autore.
Lei lo aveva amato tanto. Lei non voleva, lei... “no, non può essere, Dio non lo permetterebbe”, pensava aggrappando la speranza ai brividi di una battuta silenziosa, nascosta da James Agee, lo sceneggiatore, dietro alle sequenze da vertigine di quel film di Laughton – unità all’incredulità, unita a Willa Harper, un attimo prima di morire per mano di un predicatore che aveva amato tanto.
di Nadia Zapperi
Sto cercando di studiare Storia ma non riesco a concentrarmi neppure sul titolo del capitolo.
Poco distante da me, dietro a uno degli scaffali della biblioteca, intravedo la ragazza dei miei sogni. Capelli lunghi castano scuri, occhi neri, bocca perfetta.
Mi ha colpito al primo istante in cui l'ho vista, due settimane fa, all'ingresso della scuola."E` nuova - mi hanno riferito gli amici - viene dall'Emilia Romagna".
"Fantastico - ho pensato - gente solare e accogliente".
Solo oggi però ho avuto il coraggio di seguirla fino a qui. Il mio primo passo per iniziare a conoscerla. Anche se lei e` troppo bella per me.
Potrei avvicinarmi e chiederle cosa sta leggendo! Ma neppure ci conosciamo. Mi guarderebbe male perché l'ho distratta.
Allora, potrei presentarmi! Si, ok, e poi? Già mi vedo che mi avvicino e le dico: "Ciao, piacere, mi chiamo Angelo e tu?" Come minimo mi risponderebbe: "E a te cosa importa?".
Intanto la sto guardando. I miei amici dicono che il gioco degli sguardi è la carta vincente per capire se interessiamo o meno a qualcuna.
Lei sta alzando il viso dal libro. Mi sta guardando!!!Che vergogna! Abbasso subito gli occhi. Mi sento arrossire fino alle punte delle orecchie! Avrà di sicuro pensato che sono uno sciocco impertinente. Uno stupido.
Mi tengo la fronte con la mano, intanto provo a darle un'altra occhiata.
Com'è bella!
Lei alza di nuovo lo sguardo e lo incrociamo per un istante. Il tempo di sorriderle e si rimette di nuovo a leggere. Ha fatto una smorfia strana, come a dire: "ma che vuole quello li da me?". No, non ho speranze. Mi alzo e mi avvio verso l'uscita. Non valgo granché e lei si merita un uomo vero.
Cerco di studiare Letteratura ma non riesco. Poco distante da me, dietro allo scaffale della biblioteca, un ragazzo dagli occhi a cuore mi sta osservando da un po'.
Dentro di me sorrido. E` proprio carino quel tipo. Lo avevo già adocchiato il primo giorno di scuola. Vorrei che venisse qui con una scusa banale. Non so, magari a chiedermi cosa sto leggendo o a presentarsi. Gli risponderei volentieri. "Sto studiando Dante e mi chiamo Anna". Ma non si muove.
Provo ad alzare gli occhi mentre mi guarda. Ha abbassato lo sguardo ed e` diventato rosso pomodoro! Che tenero!.
Ora ci riprovo. Lo sento addosso che mi sta osservando da sotto il braccio. Gli accenno un sorriso mentre fingo di tornare a leggere. Ora verrà, me lo sento. Anzi, mi alzo e vado da lui!
Ma... ma dov'è sparito? Se n'è andato...
di Leila Mascano
Non distruggere quello che non comprendi
Nell'accampamento avevano acceso i primi fuochi. L'aria risuonava di grida, di rumori, dell'abbaiare dei cani. Ogni tanto si udivano risate, ordini secchi, richiami. Improvvisamente, le voci si alzarono, eccitate come per una rissa. Era sempre più difficile mantenere l'ordine nel campo. Gli uomini erano stanchi, esasperati da questa guerriglia che non comprendevano, contro un nemico che si materializzava all'improvviso con attacchi rapidi e feroci ed ancora più velocemente si dileguava, non lasciando che morti dietro di sé.
Marco Lavinio si girò esasperato su un fianco Il dolore non gli dava tregua, Il fuoco acceso nella tenda lo faceva sudare, adesso, ma almeno aveva scacciato il gelo mortale che l'aveva attanagliato per ore. Le voci fuori si erano allontanate. Le sentinelle facevano buona guardia al generale che stava combattendo da solo la sua battaglia più difficile sotto l'enorme tenda che portava le insegne del comando.
Erano l'esercito che avrebbe conquistato il mondo, o almeno quella parte di mondo conosciuto. Quegli uomini rozzi, sporchi e sudati erano nati per combattere. Insieme erano una forza inarrestabile che scavalcava le montagne, valicava le pianure, attraversava i fiumi. Sì, Marco lo sapeva, l'aquila imperiale avrebbe volato sempre più in alto. A tratti un bagliore accecante gli esplodeva nella testa. Lui non avrebbe visto quel giorno. La sua storia sarebbe finita di fronte a quelle misteriose colline dove un popolo notturno consumava oscuri riti alle divinità delle tenebre. Ma ormai solo sparuti drappelli d'irriducibili combattevano ancora. Gli attacchi feroci e improvvisi si facevano sempre più rari. Una dopo l'altra, man mano che l'esercito invasore avanzava, essi abbandonavano le loro città senza più combattere, rassegnati ad un destino che doveva compiersi per forza. Molti tuttavia decidevano di restare: intere famiglie erano rimaste in attesa serena della morte davanti alle loro coppe. Così li avevano trovati i soldati di Marco Lavinio ed uno strano malessere aveva cominciato a serpeggiare tra le truppe, perché tutti quei morti avevano la medesima espressione. Quei morti ridevano. Una sottile lama di sorriso, una smorfia di scherno e di disprezzo. Gli stessi soldati che ovunque avevano violato, saccheggiato, distrutto non avevano osato toccare quei corpi, benché molti fossero ornati di gioielli. Avevano indietreggiato in silenzio e poco dopo strane storie avevano cominciato a circolare: il popolo misterioso non temeva la morte perché conosceva il segreto della porta oscura degli Inferi.Essi potevano andare tra le ombre e
tornare alla luce grazie ai loro riti magici.
Un gemito sfuggì al generale. Aveva combattuto per anni e conosceva il sapore del sangue che adesso gli riempiva la bocca. Aveva affondato i denti nel labbro inferiore con forza, per non gridare. Il dolore era una lancia rovente, un serpente di fuoco che lo avvolgeva nelle sue spire sempre più strette.
Marco aveva udito quelle voci. Era tornato indietro, aveva fatto un cadavere a pezzi con la sua spada. Aveva continuato e continuato a infierire su quel corpo di ragazzo fino a cancellarne qualsiasi sembianza umana davanti all'esercito muto gridando:
-Eccoli i vostri semidei. Ecco il loro sangue, le loro ossa, il loro cuore, e il fegato e gl'intestini.Essi sono come me e come voi: soltanto sono così vigliacchi che si rifiutano di combattere ancora.
La mano di Cassio aveva fermato il suo braccio. Gli occhi amici turbati e addolorati l'avevano calmato di colpo più di mille parole. Non avrebbe più dimenticato l'espressione di quegli occhi. Era rimontato a cavallo pieno di furore e di disgusto di sé. Il sangue lo copriva completamente come una melma viscida. Sangue, sangue e ancora sangue. Gli pareva di non aver fatto nella sua vita che sguazzare nel sudore e nel sangue. Quello che aveva fatto era stato terribile ma necessario.Aveva riconosciuto l'unico fratello del principe nel ragazzo morto. Bisognava rassicurare i soldati e soprattutto lanciare al principe una sfida:
-Se avessero fatto a mio fratello quello che io ho fatto a quel corpo nessuno potrebbe fermarmi. Ora Loris dovrà combattere.
Una soddisfazione feroce lo assalì, perché il generale sapeva che solo il disprezzo per il nemico impediva a quella gente di battersi.
Lui era un soldato invece. Conosceva il suo compito e sapeva farlo bene. Lo scempio del cadavere avrebbe stanato il cucciolo ribelle. Bisognava aspettare. A Marco Lavinio piacevano le trappole che la mente ordisce. Erano i soli giochi capaci di eccitarlo ancora. A trentacinque anni cominciava ad invecchiare e lo sapeva, benché il suo corpo fosse integro.
-Ti domerò, giovane principe. O ti schiaccerò, semplicemente.
Di colpo, rivide quello che aveva fatto. Il caldo e l'odore del sangue fecero il resto. Scese da cavallo mentre la prima ondata di bile gli riempiva la bocca. Gli occhi gli bruciavano ed il petto era scosso da sussulti. Dopo qualche istante Marco Lavinio, detto il Vittorioso, vomitava in ginocchio.
-Sto invecchiando, pensava. E poi ancora: Dovevo farlo, è stato orrendo ma dovevo farlo.
******************************
Adesso udiva distintamente il battere ritmico di un maglio di ferro. Ogni colpo gli rimbombava cupamente nella testa procurandogli ondate di dolore. Poi i colpi si moltiplicarono e Marco si ritrovò nel frastuono assordante della battaglia. Eccoli finalmente!
Avevano osato attaccare all'imbrunire, un drappello sparuto, ridicolo di ombre, che tuttavia sembravano moltiplicarsi nelle azioni rapide, veloci.
-Ci odiano, aveva pensato Marco Lavinio, ci odiano e non temono di morire.
La battaglia volgeva già al termine. Schiacciati dal numero gli assalitori cadevano l'uno dopo l'altro e presto il terreno fu pieno di corpi. Marco cercava il principe nella mischia. Anche Loris lo cercava. Le città abbandonate avevano occhi invisibili, il ragazzo sapeva quello che il generale aveva fatto. Ora c'era una sfida tra loro che andava ben oltre il fatto che fossero nemici. Marco se lo vide sbucare di fronte all'improvviso. In quel momento una nuvola scoprì la luna e un raggio illuminò il volto di Loris. Il brusco movimento di Marco fece scartare il cavallo, perché il volto che lo fissava era lo stesso che aveva cancellato a colpi di spada. Fu un attimo, prima che capisse che una straordinaria somiglianza univa i due fratelli. In quel momento avrebbe potuto attaccare il principe, se non fosse stato per la nausea improvvisa che l'aveva colto. Quell'attimo di sconcerto gli fu fatale. Sentì un dolore lancinante al fianco e cadde con la faccia sul terreno duro.Perse subito i sensi e fu la sua fortuna, perché Loris dovette crederlo morto e si allontanò al galoppo, ritirandosi col suo sparuto drappello di ombre.
Ora nel delirio gli occhi del principe lo ossessionavano. C'era in quegli occhi una cupa volontà di morte.
-A vent'anni io volevo vivere, pensava Marco Lavinio. E che gli dei mi perdonino, mai ero così vivo come quando davo la morte. Ora non è più così. E' da questo che capisco che sto diventando vecchio. Ma non arriverò a conoscere la vecchiaia. La mia strada si ferma qui.
Fu pensando queste cose che si accorse di essere rientrato nella realtà. Il battito del suo cuore era lo scalpitare di un cavallo selvaggio che doveva stancare. Pensò di nuovo che un tempo conquistare e uccidere l'avevano aiutato a sentirsi vivo. Aveva preso con la forza tutto quello che poteva prendere. Marco aveva amato la violenza e l'aveva esercitata a lungo e con soddisfazione. Poi era venuta la sazietà, la stanchezza. . E tuttavia continuava a combattere: era l'unica cosa che sapeva fare e sentiva che non poteva fermarsi, nonostante il disgusto, la pietà che qualche volta sentiva, e il senso di inutilità di ogni cosa.
-Sono stanco, pensò, e tuttavia voglio vivere!
Di nuovo la ribellione, di nuovo la furia.
-E' che non sono vecchio abbastanza, si disse.
Ora i rumori della rissa erano più vicini, proprio fuori dalla tenda. Si udivano voci concitate e a tratti una voce sottile, tanto che Marco Lavinio credette all'inizio di averla immaginata. Quella voce parlava una lingua che da molti anni non udiva più pronunciare così dolcemente: la lingua della sua nutrice, la lingua di Loris, la lingua del popolo misterioso. Seppe che i colpi di maglio che aveva avvertito nel delirio erano in realtà gli zoccoli del cavallo di un messaggero che si avvicinava al campo. Esso portava i segni del destino con sé. Il comandante sorrise. Ancora doveva sradicare da sé quello che aveva succhiato insieme al latte della nutrice: una strana sensibilità che sfiorava la preveggenza, e che veniva a galla ogni tanto, nei momenti cruciali della sua vita.
Ora Cassio era entrato nella tenda.
-I soldati hanno fermato una ragazza. Non parla la nostra lingua, ma ripete con insistenza il tuo nome.
Marco Lavinio si drappeggiò faticosamente la coperta addosso. Sentì la vita rifluire tumultuosa dentro di lui: pensò che se persino ora poteva chiedersi se una donna sarebbe stata bella dopo tutto il vecchio Marco non era finito. Forse ce l'avrebbe fatta a vedere molti nuovi giorni.
- Fatela entrare, disse, e lasciateci soli.
Colse lo sguardo preoccupato di Cassio e di nuovo rise.
-Sono tanto malridotto da dover temere una donna?
Cassio rispose con una risata affettuosa. Ma quando uscì dalla tenda la sua espressione era tesa e preoccupata.
Thesia fu fatta entrare nella tenda. Si sentiva le gambe deboli e la testa in fiamme. Aveva temuto arrivando al campo di finire tra le mani dei soldati senza arrivare neppure a vedere il comandante. Si sentiva piena di disgusto per quella gente. Odiava le loro facce, le loro mani, i loro corpi sgraziati. Il loro odore poi le era insopportabile, quanto le loro voci. Avevano osato toccarla, strapparle i vestiti, e sarebbe stato ancora peggio se non fosse intervenuto colui che aveva udito chiamare Cassio, certo un ufficiale. Thesia aveva avuto istintivamente fiducia in lui e non aveva sbagliato. Ora si rendeva conto con angoscia che Cassio la lasciava sola in quell'immensa tenda che le era parsa vuota, illuminata da un fuoco che rendeva l'aria soffocante e abbagliava i suoi occhi abituati all'oscurità. Una voce calma e amichevole le chiese come si chiamasse. Thesia sentì la stretta angosciosa allentarsi. Il generale parlava lentamente, con una esitazione appena percettibile e con accento straniero, ma parlava la sua lingua! Un fiume di parole concitate le salì alle labbra, ma egli la interruppe dicendo:
-Parla più piano. Non parlo la tua lingua da molti anni e non voglio che nulla mi sfugga, Thesia.
Pronunciò il suo nome con una strana sfumatura che neppure l'esasperata sensibilità della ragazza seppe comprendere.
Ora che i suoi occhi si erano abituati alla luce vedeva che il generale giaceva su mucchi di coperte e cuscini e che quello era l'unico segno di comodità di quella tenda, che pur nella sua vastità le sembrò assai scomoda e rozza, soprattutto per essere quella del comandante. Lavinio le parve molto diverso dai suoi soldati. Era certamente l'uomo più grande e forte che avesse mai visto, e il suo volto dai lineamenti duri era tuttavia insolitamente attraente, benché fosse madido di sudore e stravolto dalla sofferenza. Gli occhi erano molto vivaci, nonostante il dolore, nonostante la febbre. Il loro sguardo era curioso e stranamente ironico. Thesia socchiuse gli occhi e vide l'aura di Marco Lavinio. Dovette stringere le palpebre, perché essa era simile ad un incendio. E tuttavia l'alone viola pallido e l'intermittenza dei bagliori le dissero chiaramente che il generale stava morendo.
-Avvicinati, siediti vicino a me, le disse. Scorgendo la sua esitazione rise.
-Non temere. La mia mano è più debole di quella d'una donna, ora. Puoi prendere il mio pugnale, eccolo. Non ne avrai bisogno certamente, a meno che tu non sia venuta per uccidermi, Ma non lo farai: so che sei una messaggera. Forse con il pugnale ti sentirai più sicura.
Le porgeva l'arma studiando il suo viso con curiosità scoperta.
-Una donna, pensava, oh dei mi mandano una donna, poco più di una bambina. Una cerbiatta, spaventata e cauta. Ma senza lo sguardo buio di tutti loro. No, pensò Marco, non è una cerbiatta. Quel pugnale non resterà un pegno tra noi. Lo userà entro stanotte.
Sospirò.
Dimmi che vuoi, chi ti manda.
La voce infantile di lei era dolce, avrebbe potuto ascoltarla per ore, anche se il tono e le parole erano aspri. Gli diceva che doveva andarsene, ritirare le sue truppe e sparire oltre le colline da cui era venuto o avrebbe contaminato la loro civiltà. Loro avrebbero finito per essere distrutti e l'avrebbero fatto piuttosto con le loro stesse mani: ai conquistatori sarebbero rimasti solo cadaveri e rovine.
-Marco Lavinio, vattene. Tu sei tanto saggio da uccidere il bue per nutrirtene, ma non la farfalla che vola leggera. Non distruggere quello che non comprendi.
Il generale aveva chiuso gli occhi, sembrava non ascoltarla.
-Potrei ucciderlo ora, pensò Thesia ed incontrò i suoi occhi.
-Se fossi in te non lo farei. Forse non ti avrei dato un'arma se non fossi stato sicuro di potermi difendere. Forse quello dopo di me potrebbe essere peggio di me.
-Tu leggi nel pensiero, Marco?
-Non è difficile, Thesia, mettersi nei tuoi pensieri. So che saresti capace di uccidermi, ma vedi, se hai la pazienza di aspettare l'alba non ce ne sarà bisogno. Le forze mi abbandonano.
La mano di Marco la trasse a sé senza uno sforzo apparente.
-Mi piaci molto, Thesia. Mi piace la tua pazza imprudenza di metterti a cavallo e venire qui, fino nella mia tenda, che hai raggiunto beninteso per puro caso, o perché i tuoi dei sono dalla tua parte, a dirmi quello che devo o non devo fare.. Strano popolo il tuo, che affida a mani così lievi compiti tanto gravi. Cosa ti aspettavi che facessi? Che dessi ordine di levare le tende perché occhi tanto dolci me l'hanno chiesto?
Rideva il generale Lavinio, si burlava di lei che col cuore in tumulto gli gridò che anche lui, Marco Lavinio, stava perdendo la sua battaglia. Erano vicinissimi adesso, Thesia sentiva il corpo di lui febbricitante, ma insieme sentiva anche la vita scorrere come un fiume, una vitalità violenta che lottava per non essere sopraffatta. Gli occhi del generale non avevano mutato espressione e Thesia capì con disperazione che quell'uomo non avrebbe mai preso niente sul serio, neppure la propria morte.
Il generale le strinse la mano affettuosamente prima di lasciarla. Thesia lo turbava più di quanto non avrebbe mai ammesso, e non soltanto perché era tanto tempo che non aveva più posseduto una donna.
-Non sei che una bambina, rammentò più a sé stesso che a lei.
-Sbagli, Marco, sono la donna di Loris.
Thesia l'aveva guardato quasi con sfida.. Marco percepì solo quella e non il turbamento che l'aveva generata. Il dolore e la febbre avevano acuito i suoi sensi ma conosceva troppo poco le donne per capire che le difese di Thesia stavano crollando. La morte per quest'uomo non era l'esaltante avventura, il ritorno alle origini che era per lei e per Loris. Non c'era in quest'agonia nessuna esaltazione. Egli sembrava perdere col suo corpo tutto quello che aveva e tuttavia non aveva fatto che ridere di lei e di loro. Capì perché alle dee era così facile amare i mortali e se ne vergognò come di un tradimento. Fu in quell'attimo che disse: Sono la donna di Loris.
Marco si era drizzato di colpo sul giaciglio con una smorfia di sofferenza, improvvisamente vigile.
-Il principe sa che sei qui?
-Eravamo insieme quando sono venuta via.
-E non ti ha fermata?
Theisa lo guardò a lungo prima di rispondere:
-Ciascuno corre incontro al suo destino.
Marco Lavinio chiuse gli occhi. Ascoltava la voce della ragazza. Le ondate di dolore continuavano ad assalirlo mentre Thesia gli raccontava la sua storia con Loris ed una sorda collera si impadroniva di lui. Quando riaprì gli occhi parve a Thesia che i bagliori del fuoco si riflettessero in quelle pupille
-Tu ami Loris e sei qui per salvare la sua vita e quella della vostra gente. Questo secondo quello che pensi tu, e Loris si è lasciato convincere. Conosco la forza di persuasione delle donne, specialmente quelle che come arma usano la dolcezza. Il tuo principe è un pazzo che si nutre di sogni. Ti ama e ti lascia correre incontro al tuo destino: ora sei nelle mie mani. Io mi chiedo, Thesia, se la tua immaginazione ti basti a pensare quello che potrei fare di te. Certo, pensi che sto morendo e non mi temi, ma mi basterebbe lasciarti uscire di qui priva della mia protezione. Al resto penserebbero i soldati.
Era tornato a cadere sui cuscini, scosso dai brividi della febbre
-Tu odi Loris, disse Thesia lentamente.
-Odio chi gioca con la vita. Io non ti avrei fatta partire, Thesia, se tu fossi stata mia. Avrei spezzato le gambe al tuo cavallo e forse anche le tue, ma non ti avrei mandata dai miei nemici. Avrei combattuto e sarei morto combattendo,. Il tuo principe vuole destini sublimi per sé e per la propria gente. Ma ho dovuto massacrare il corpo di suo fratello perché l'ira vincesse il disgusto che ha per me. Eppure noi ci mescoleremo al vostro popolo, porteremo la vita, oltre che la morte. E' il cammino della storia. Nessuno ci fermerà, se non altri assai più forti di noi, se mai ci saranno.
Aveva chiuso gli occhi.
-Potrei prenderti a forza e rimandarti da lui. Fece una smorfia. Se non fossi troppo stanco, aggiunse e rise ancora, questa volta di sé. Sono geloso, Thesia, sono geloso di questo Loris che ami al punto da commettere simili sciocchezze. Sono geloso di questo ragazzo che ti trascina verso le ombre e ti manda come un agnello sacrificale da me. Thesia, il fato esiste, ma bisogna vivere come se non lo sapessimo, o siamo perduti!
Tacque improvvisamente, poi disse con voce mutata:
-Resta qui. Ormai non vedo che ombre. Domani tornerai da Loris. Digli che dovete arrendervi. Avrete ogni garanzia. Ti chiedo solo di restarmi vicino. Non voglio morire, Thesia, da solo.
Marco Lavinio respirava sempre più faticosamente. I suoi occhi si velavano come quelli di un animale morente. Thesia provava una pena profonda. Poi prese una decisione improvvisa. Si chinò su di lui, gli sussurrò all'orecchio:
-Ti farò molto male, Marco Lavinio, ma vivrai.
Marco non sentiva più niente, salvo un uragano di dolore e una lama incandescente nella ferita. Correva verso fiamme altissime che gli divoravano le carni e sentiva le mani fresche e forti di Thesia trascinarlo via.. Sentiva il filo della vita teso fino a spezzarsi ma la piccola ombra accanto a lui gli sussurrava di resistere. Sentiva mancargli il fiato e un alito fresco respirare attraverso la sua bocca. Poi venne il gelo. Una lunga, estenuante marcia nel gelo fino a scivolare verso un profondissimo abisso sull'orlo del quale qualcuno lo tratteneva disperatamente.
-Marco Lavinio, non devi morire. Era un ordine e una preghiera.
Poi le ondate di dolore rallentarono, ed aprì gli occhi come un naufrago gettato dal mare sulla spiaggia. Thesia accanto a lui lo fissava, più simile ad un'ombra che a una creatura viva.
-Tu hai scelto la vita, Marco Lavinio, ed io te l'ho resa. Mio padre e' un medico, e le nostre conoscenze sono più approfondite delle vostre.Vedi che dopotutto ho usato il tuo pugnale e questo gran fuoco non è stato inutile. La tua ferita ha smesso di sanguinare e non si infetterà. Pensavo di averti ucciso, il tuo corpo era di gelo ed io ti ho abbracciato finché non hai risposto al mio abbraccio. Se non l'avessi voluto io, disperatamente, tu non saresti vissuto. Non so perché l'ho fatto, giacché tu sei mio nemico. Forse per salvare con te quella volontà di vita, quel desiderio di luce che non ho provato mai.
Marco la guardava con dolcezza:
- Non disperarti, Thesia. Non essere infelice. Le donne servono a dare la vita, non la morte. Nessuno saprà mai quello che è successo. Torna dal tuo principe, digli di arrendersi. Io vi aiuterò, perché ti debbo la vita.
Thesia sorrise leggermente.
-Non farmi scortare, Marco. Questo è il mio paese, sarò più sicura sola che con la tua scorta. Terrò come ricordo il tuo pugnale.
Marco vide il suo volto avvicinarsi e sentì la dolcezza della sua bocca sulla sua. Poi Thesia uscì dalla tenda, e per un attimo Marco si chiese se non l'avesse soltanto sognata.
***********************************************
C'era una domanda muta negli occhi di Cassio. Marco strinse la mano dell'amico che gli bagnava le labbra. Il dolore era sempre intenso, ma più sopportabile, e soprattutto la morsa della febbre si stava allentando.
- Ho passato la notte. Come vedi vivrò. Mi ha salvato e non so neppure perché. Aveva già scelto di morire col suo uomo, e lo faranno con un pugnale romano. Forse ha sognato per una notte di vivere in un mondo di carne e di sangue prima di tornare da dove è venuta. Sarebbe rimasta, ma era troppo leale per farlo. Non ci sarà battaglia, Cassio. Moriranno pur di non soccombere. Troveremo un'altra città piena di ombre. Sarà così che conquisteremo Ruma.
di Leila Mascano
C'era una volta una bella regina che viveva in un castello a picco sul mare. Ella aveva occhi placidi e sereni, il cui sguardo sembrava scorgesse cose invisibili agli altri. Per quegli occhi il re l'aveva sposata, ma presto si era persuaso che non vi era mistero in quello sguardo; semplicemente, la regina sembrava un po' ottusa, cosa della quale, a seconda delle sue personali vicende, egli talora si rallegrava, talora si irritava.
Quanto alla regina, ella aveva apprezzato la prestanza fisica del re, tuttavia la stupiva la sua incapacità di penetrare nel cuore delle cose, sicché aveva finito col considerarlo un grande bambino ottuso e un po' maldestro, cosa della quale ( non avendo vicende sue proprie ) talora si doleva e talora si inteneriva. Quella sua abitudine, per esempio, di non abbandonare mai la sua scintillante corazza, finiva per creare un certo imbarazzo nei momenti di maggiore intimità. Certi silenzi del re, specialmente quando era preoccupato ( il che avveniva spesso ) le davano la tentazione di bussare dolcemente contro la celata dell'elmo:
- Caro, sei sempre lì?
Solo il timore ( o il sospetto ) che egli fosse effettivamente uscito per lasciarla sola con la corazza vuota e silenziosa le impediva di fare quel gesto, di porre quella domanda. La differenza, del resto, sarebbe stata irrilevante.
Il re era sempre occupato in faccende con l'imperatore. Se non erano guerre erano tornei o la caccia, insomma alla regina restava moltissimo tempo.
Il castello aveva una grande terrazza battuta dal vento; la regina vi passava lunghe ore, gli occhi fissi sul mare. I suoi pensieri le volavano intorno come gabbiani prima di svanire verso l'orizzonte, finché ella non restava con la testa vuota e leggera, non meno sconosciuta e misteriosa a sé che agli altri.
Tutto cominciò un giorno di primavera. Si badi bene che fino a quel giorno ( questo per mettere a tacere le malelingue ) il vento non era stato che vento, a tenerle compagnia.
Così quel giorno tiepido e ridente increspava il mare e le scompigliava i capelli. Un fiore le cadde in grembo e lei lo raccolse; si trattava della piccola stella bianca di un gelsomino profumatissimo. Questa regina, peraltro poco incline ai gesti sentimentali, colta da un impulso irresistibile portò il fiore alle labbra e lo baciò. Fu questo l'inizio di tutto. Lei lo vide! O meglio, lui le si mostrò. Era furbo, che credete? Il vento, dico. Benché dopo le parve incredibile aver preso un simile abbaglio, le parve un bimbetto. Le braccine tiepide le cingevano il collo, le piccole dita le scioglievano i capelli, la bocca tenera profumata di latte le baciava il collo in goffe imitazioni di baci e lei rideva, spettinata, prestandosi al gioco, fingendo di difendersi, gli occhi stellanti e l'alito di gelsomino, e già rientrando nelle sue stanze sembrava reduce da un incontro d'amore. L'ombra di un sorriso le abbellì l'angolo destro della bocca per tutta la giornata. Un refolo di vento sul cuscino le porse il bacio della buonanotte dell'amorino biondo col quale aveva così lietamente giocato al mattino.
Il giorno seguente il vento spazzò via le nuvole. Nell'azzurro della terrazza i suoi giochi furono un poco più sfrenati. Nel vortice di un balletto le sollevò bruscamente le gonne e così lei vide bene, rossa di confusione, che l'amorino era cresciuto in fretta! Ammesso che questo bellissimo adolescente fosse l'amorino di ieri. Riconosceva la curva soave della guancia, le belle labbra gonfie e imbronciate, i riccioli biondi, non il sorriso! Il sorriso era piuttosto quello di un fauno, e le cose che le sussurrava, accidenti! Non erano di quelle che si trovano nelle favole. Benedetto ragazzo! Le sue mani, affusolate e sottili, sembravano moltiplicarsi in sfioramenti leggeri che presto divennero carezze sempre più audaci. La regina arrossiva, rideva, s'indignava. Ad un tratto lui la bloccò con forza contro il parapetto, la inchiodò mettendole un ginocchio tra le gambe tanto che lei gridò e subito lui si sciolse, la liberò dalla sua forza, e mentre lei si ricomponeva arrabbiatissima e con la consapevolezza di essersi spinta troppo oltre, gli sussurrò di odiarlo. Mentiva e lo sapeva, ma lo ignorava l'irruente ragazzo. Lo schiaffo del vento la colpì con forza e lei pianse. Scappò via mentre lui le scuoteva addosso gli alberi del viale. Una pioggia di fiori le creava un tappeto davanti. Così perse il cuore la regina, il senno ( ma questo capita a tutti gli innamorati ) e presto, come vedremo, tutto il resto. Gli incontri sulla terrazza si fecero più movimentati, finalmente anche la regina ebbe i suoi tornei. Molto si doveva al fatto che il vento, naturalmente, non aveva corazza e non trovava ostacoli ai suoi desideri; certo che si faceva sempre più audace.
- Sono pazza ad abbandonarmi così! protestava lei per sottrarsi a quei baci e a quelle carezze. Col vento poi! Ma si è mai sentito!
- Siamo in una favola! rideva lui, con quella bella voce un po' aspra che qualche volta le cantava parole d'amore con tanta dolcezza.
- Ma le favole le leggono i bambini; ti sembrano cose da bambini queste?
- Giuro che farò volare le pagine. Nessun bambino leggerà queste cose.
Lei si chiuse in casa. Soffriva. Il suo corpo sembrava percorso da un fremito, come la groppa dei cavalli sotto le carezze. Lei, una donna così tranquilla!
Lui batteva contro le finestre, supplicava, pregava, lusingava.La mimosa davanti alla camera da letto della regina fioriva. Piccole sfere d'oro, piumate e gonfie, entravano nella sua stanza. Lui scuoteva quell'albero, capite, per stordirla con quella pioggia d'oro. Gonfiava le tende, le mandava i profumi. Alla fine ( era un uomo, accidenti! ) si stancò, spalancò le finestre. In controluce, nel sole, i suoi capelli erano d'oro come le mimose. Gli occhi erano azzurri, imperiosi.
- Ti amo, le disse. O cavolo ( in effetti usò una parola più forte ), se ti amo, e lei gli spalancò le braccia. E non solo.
Diventarono amanti ed il vento era proprio un uomo e molto, molto virile. Somigliava al dio Apollo, ora, ma anche un po' al fauno della terrazza e al bambino del primo incontro, perciò, ragazze, non giudichiamo troppo male la regina. Quante di noi avrebbero saputo resistere?
Gli amanti felici divennero imprudenti. Chi non vide la regina al torneo, seduta a fianco dell'imperatore, la gola rovesciata ai baci del vento, le vesti scompigliate? Lui, furbo, naturalmente era invisibile, ma come nascondere l'estasi di lei?
- Come siete pallida, regina. notò l'imperatore, premuroso. Vi dà forse noia il vento?
- Oh no, mi dà un grandissimo piacere, replicò lei, maliziosa e sfacciata, e di lì a poco quasi ne svenne.
L'imperatore, poverino, di donne ne aveva avute tante, ma poiché a nessuna aveva fatto un simile effetto, attribuì quel malore all'emozione poiché il re in persona, in quello stesso momento, aveva vinto il torneo.
La regina appariva trasformata. Il re, che forse tanto ottuso non era, o forse proprio per quello, finì per essere folgorato da un pensiero: Ha un amante! Divenne irascibile e sospettoso, osservava la regina senza bontà, senza indulgenza.
- Vattene per un po', pregò lei il suo amante, e lui obbedì, con la morte nel cuore.
Quell'estate fu torrida. Le vele delle navi non si gonfiavano più, restavano piatte e inutili sul mare calmo come un tavola. I campi ardevano nella calura, il sole dardeggiava dall'alto implacabile e la gente implorava il ritorno del vento. Non una nuvola solcava il cielo azzurro né un fremito il corpo e l'anima della regina, che non voleva pensare a lui. Ma non ci riuscì a lungo.
- Torna, sussurrò nel buio della stanza ed egli tornò, Sembravano impazziti, la regina e il vento. Lei era sempre sull'antica terrazza, scarmigliata, pazza: una pazza felice, che rideva di gioia e di piacere. Così la sorprese il re, che per quell'unica volta vide oltre le cose e diventò una belva. Come dargli torto? Vide la sua bella e casta moglie tra le braccia di un giovanotto biondo, vigoroso e per giunta senza vestiti, tutt'e due occupati e affascinati dalla reciproca compagnia. Ma quello che lo fece impazzire fu la risata di lei, un grido trionfante e gioioso che mai sua maestà le aveva strappato ( lui non sarebbe stato un cattivo amante, ma l'abitudine di tenersi la corazza guastava parecchio le cose. ) Cosa poteva fare, povero re? Afferrò la moglie, la trascinò a palazzo chiamandola con nomi che lei non comprese, ma il cui senso scarsamente elogiativo non le sfuggì, e la sbatté nella sua stanza, in lacrime e disfatta ( più che per le precedenti occupazioni che per la furia di sua maestà. )
Così la notte la povera regina era diventata bruttissima a furia di piangere e il re spaziava tra una vasta gamma di provvedimenti, misurando a grandi passi il salone delle armi, indeciso tra un bel rogo o l'impiccagione, sentendosi però più propenso per il rogo, adattissimo a una simile strega.
E il vento? Schiaffeggiava il mare, cavalcava le onde, rovesciava le barche, scoperchiava le case e soprattutto girava intorno al castello con una furia tale che le quattro torrette quadrate diventarono tonde.
Gli alberi volavano come fiammiferi e il vento ruggiva di rabbia, la sua voce era un tuono. Ma la sua furia si schiantava contro le mura del castello finché...
...finché trovò un piccolo passaggio nel buco di una serratura. Diventò un refolo, piccolo come un ricciolo, e s'infilò dentro. Il resto fu un gioco da ragazzi. Un gran mantello nero gli sbatteva sulle spalle e lo abbelliva molto, facendolo sentire assolutamente all'altezza delle aspettative di lei quando abbatté la porta, la prese tra le braccia tutta gonfia di lacrime e la trascinò in cortile dove non potè fare a meno di baciarla, anzi la faccenda andò in po' avanti . Il re nel frattempo, messo in allarme dai rumori , aveva mandato un messo a convocare un drappello di cavalieri che arrivava in quel momento. Al rumore degli zoccoli dei cavalli i due sciagurati ebbero un sussulto di buonsenso. Il vento afferrò il mantello e tenendola abbracciata si sollevò in aria, ma nella fretta dimenticò di rendersi invisibile, e tutti li videro nudi e abbracciati librarsi nel cielo rosa dell'alba; per fortuna il mantello, un po' vela un po' lenzuolo, in parte li copriva e presto non furono più grandi di un gabbiano che volava sul mare, verso l'orizzonte.
di Leila Mascano
... le lacrime guastano il piacere
E' la settima notte, mio signore, che un servo mi conduce nelle tue stanze. Tu mi aspetti, nudo, a letto. Il tuo corpo è armonioso e bello, bellissimo è il tuo volto, tale da ammaliare il serraglio che con scandalo di tutti tieni qui a Palermo, celebre come il tuo giardino orientale pieno di animali esotici, che la sera si gonfia di barriti, di stridori, di ululati, di urla così che quasi si teme possa prendere il volo, ma si dice che tanto rumore serva a confondere altre grida, e barriti, e stridori, e urla che dalle tue stanze provengono.
Ammaliate, vinte, soggiogate, variamente violate le tue donne ti venerano, o signore, e più d'una da te troppo a lungo trascurata fu trovata al mattino galleggiare tra le ninfee. E del resto non sei tu la Turris Eburnea, il Dardo di fuoco, l'Ariete invincibile ai cui colpi nessuna resiste?
Eppure, signore, anche stasera la tua palma è piegata dal vento e i tuoi occhi sono pozze di cupa disperazione. Anche stasera arpeggerò il tuo corpo così bianco con dita delicate, e suonerò il tuo flauto, se lo desideri, e come una chiocciola lascerò una scia lucente sulle strade infinite del tuo piacere. Sarò grotte e giardini, e morbide colline, e stretti passaggi che conducono al nulla dell'oblio. Sarò la passione, la lussuria, il piacere. Io, dono meraviglioso del sultano Ismail, la sua vendetta perfetta, hai detto. Non so, non capisco. Anche questa notte il tuo corpo non mi segue, cavalco le tue fantasie tra le mie ginocchia ma di colpo tu mi disarcioni.
I tuoi occhi sono beffardi, mi hai detto. Chiudili. Tu, hai aggiunto, ridi di me.
Signore, io non rido di nulla perché non sento nulla. Dieci anni rinchiusa in un harem servono a forgiarti l'anima più del ferro rovente. Non si sopravvive altrimenti. Io sono una schiava sessuale.. Servo per dare il piacere, ma il ferro del chirurgo mi ha privato della facoltà di provarlo. La mia mente è allenata ad isolarsi dal dolore, se tu fossi tra quelli che amano procurarne. Forse mi sfuggirebbe un breve sospiro. A meno che tu non mi volessi terrorizzata, supplice, dimenarmi sconvolta o chissà che altro. Sono un'ottima attrice. E del resto il piacere del mio signore giustifica il mio esistere, mi salva dal nulla dove vivo, che sono. Non temere, perché se pure il mio corpo è di marmo, proprio perché non sento posso simulare a meraviglia eccitazione, delirio, estasi. Mi vuoi timida? Sarò verginale. Mi vuoi sfrenata? Sarò una furia insaziabile. Comanda.
Tu mi guardi sgomento, signore, e il tuo dardo non s'incendia. Lo crederebbe lo stuolo esultante delle trafitte?
Tentiamo con dei giochi, delle posizioni. Si potrebbe provare l' Acrobata snodata, La Delizia con fichi in giulebbe, sempre che l'assorbire zucchero non ti nuoccia, l'Amazzone capovolta. O il Risveglio del naufrago, non so...Non soffrirai la solitudine? Potremmo organizzare giochi di gruppo, tre, sette, dieci, cento. No? Niente di tutto questo? Cos'è questo chiamarmi Elena, una tua fantasia? Racconta... Certo, sarò Elena, l'insipida quattordicenne che prendesti in moglie. Ridevi della sua goffaggine, non era esperta, dici, nei giochi d'amore? Ti piacque farla assistere alle tue prodezze con le altre e lei tentò di uccidersi?
Vedi a che deplorevoli cose conduce l'emotività...
La rispedisti a Gerusalemme, ma la nave naufragò e lei fu fatta prigioniera dai pirati turcheschi...
Davvero le somiglio? Mio signore, tu mi vuoi lusingare. Questo baciarmi le mani e i piedi è certo un nuovo gioco, e un tuo capriccio chiedermi perdono. Signore, è tardi, il mio cuore chissà dov'è e la tua fantasia, nonostante la mia freddezza, mi rattrista profondamente.
Ascoltami, riproviamo con la Doppia Giravolta, il Flauto animato, la Scala d'oro? Oppure la Monaca bendata, la Girandola di tramontana, o il Girarrosto del cuoco. Ismail, il tuo nemico che mi possedeva e mi ha donata a te, ne andava pazzo. Vedi come sono perfetta? Mi puoi prendere, voltare, girare, e in piedi, in ginocchio, di fianco, sulla pancia o sulla schiena sarò sempre ai tuoi ordini, al tuo piacere, come vuoi tu. Non sai quante cose conosco: la Farfalla punita, l'Arciere del re, l'Arco che non si spezza, il Ponte delle delizie...
Mio signore non piangere, le lacrime guastano il piacere.
di Annalisa Maria Alessia Margiotta
Un racconto d'amore rivolto a chi ancora non c'è
3)sempre tenendo lo stick puntato verso il basso, ricoprire il tampone con il suo cappuccio, quindi appoggiare lo stick in orizzontale;
4) attendere 3 minuti quindi leggere il risultato;
2 linee rosa: gravidanza, positivo.
1 linea rosa: non gravidanza, negativo.
E i suoi occhi mi avrebbero guardata non vedendomi, ancora.
Di un grigio stranissimo che mi avrebbe fatto pensare al mare e al cielo e a tutto ciò che è bello a questo mondo.
Avrebbe stretto le sue piccole mani rosee attorno alle mie dita.
Avrebbe avuto gli occhi azzurri.
No.
Avrà gli occhi azzurri.
Si, saranno azzurri come quelli di suo padre.
E la sua pelle sarà chiara. Chiarissima.
No, non troppo chiara. E se vorrà prendere il sole?
Diciamo giusta, si. Né troppo chiara né troppo scura.
Sarà perfetta.
Lui sarà perfetto. Un maschietto. Sarà un maschietto sano e forte.
Lo chiamerò Angelo. Come un angelo di Dio.
Come suo padre.
Avrà dei riccioli nerissimi, ribelli.
Proprio come i miei.
Poi, un giorno, mi sorriderà. Oh. E illuminerà tutta la stanza quel sorriso e io chiamerò mia mamma e, tutte e due, lo guarderemo ammaliate.
Sarà un sorriso così dolce da lasciare in bocca il sapore del miele.
E lo cullerò e lo bacerò e lo accarezzerò.
Comprerò montagne di pannolini.
E una culla!
Dovrò tingere la stanza di blu. Magari qualche stellina sul soffitto.
No, non voglio che dorma da solo.
Dormirà nella mia camera, nella sua culla. Attaccato al mio cuore.
Così potrò sentirlo respirare. E il suo respiro mi rilasserà e mi farà venire voglia di piangere. Mi farà ricordare suo padre. E allora, in quei momenti, mi avvicinerò a lui. E, con un dito, leggera, disturberò il suo sonno. E appena comincerà a piangere, il mio cuore si riempirà di senso di colpa misto a sollievo.
Lo cullerò per ore, tenendo la sua piccola anima vicina alla mia.
Gli canterò qualcosa. Qualcosa di dolce e di lento. Magari lo inventerò sul momento.
Niente uomini neri o cose strane.
Voglio che sia felice.
Felice, felice, felice.
2 minuti.
E il giorno in cui dirà la sua prima parola… dirà mamma e io… io piangerò. Piangerò sapendo che non dirà papà, subito dopo, ma nonna..
E poi lo vedrò crescere e penserò che il tempo passa troppo in fretta.. e lo vedrò muovere i suoi primi passi… lo vedrò cadere, inciampare, piangere e urlare… e lo amerò con tutto il cuore, con tutta l’anima. Lo amerò come lo amerebbero due genitori. Sarò i suoi due genitori.
E poi arriverà il momento… andrà all’asilo e conoscerà tanti bimbi come lui… avrà una fidanzatina… avrà delle maestre… vivrà una realtà lontana dal mio cuore.
E, ogni pomeriggio, avida, lo tormenterò di domande, cercando di conoscere la sua realtà, cercando di sapere ogni singolo dettagli della sua vita, ogni sua emozione, ogni sua paura, ogni ingiustizia subita o cosa imparata.
E, in quel momento, il mio cuore si spezzerà vedendolo crescere da un giorno all’altro.
Vedendolo diventare sempre più alto, più forte, più intelligente.
Diventerà quasi un uomo.
Il mio ometto.
Da un giorno all’altro non potrò più aprire i suoi cassetti o sbirciare nelle sue scatole. Non potrò usare il suo computer o leggere i suoi quaderni.
Non potrò chiedergli di raccontarmi tutto, tormentandolo di domande, perché si infurierà, si alzerà da tavola e si chiuderà nella sua camera.
Ed io avrò voglia di piangere ma non lo farò perché dovrò esser forte per quel quasi uomo.
E la notte, prima di andare a dormire, passerò da lui, aprirò piano la porta e gli rimboccherò le coperte. Gli darò un bacio sulla fronte e andrò via. Magari lui sarà sveglio, magari aspetterà ogni notte quel bacio per sapere di essere amato oppure ignorerà quegli attimi d’intimità così importanti per me.
E, un giorno, mi chiederà di suo padre.
Non lo farà per anni. Poi, un giorno mi domanderà. E io, allora, piangerò.
E lui mi vedrà versare lacrime salate, per la prima volta.
E mi guarderà con i suoi occhioni azzurri. Sconvolto. Incapace di credere che anch’io potessi piangere. Gli dirò che suo padre è morto… è morto in un incidente d’auto… che suo padre mi ha donato lui prima di morire…
E allora mi abbraccerà e io non riuscirò a smettere di versare dolore dagli occhi.
E, stretti in quell’abbraccio, mi chiederà scusa. Scusa per qualcosa che io non capirò perché ai miei occhi lui sarà perfetto.
E, in quel momento, non sarà più un quasi uomo.
Ma sarà un uomo.
Il migliore che il mio sguardo vedrà mai.
3 minuti.
Una linea rosa.
Non gravidanza.
Negativo.
Addio Angelo… addio.
Grazie per questi tre minuti di felicità. Di vita.
Salutami tuo padre.
Vi amo.
di Stefano Chiarato
l'amore... e la vita
Giovanni la attendeva in auto, fermo sotto casa sua, in una fredda sera d’inverno. Quando Stella varcò il cancello di casa, gli apparve in tutta la sua prorompente bellezza, affascinante come sempre. Stella avvicinandosi all’auto, reclinò il capo prima da una parte e poi dall’altra, facendo oscillare dietro di sé la sua chioma castana, come per dare una sistemata ai capelli. Quel gesto a Giovanni piaceva un sacco. Al collo aveva la sciarpina di seta che le aveva comprato in un negozietto di Bellagio, quando erano stati a Villa Melzi . In un attimo rivisse tutta quella giornata: Stella era rimasta letteralmente incantata dall’amenità del luogo: il verde dei prati contrastava l’azzurro del lago, e tra il verde e l’azzurro gli sgargianti colori di enormi cespugli di azalee in fiore. Il tutto condito dalla vivacità degli scoiattoli che si rincorrevano sui rami degli alberi. Poca gente perché era una mattina di un giorno feriale, il lago placido in attesa della pioggia di cupe nubi che si affacciavano dietro al crinale dei monti. Ah! Che giornata! Conclusa in un ristorantino, fuori Bellagio, con vista sul lago; la sala da pranzo era solo per loro. Fuori aveva iniziato a piovere. E’ malinconico il lago quando piove, ma loro lo trovarono particolarmente romantico.
Quando Stella aprì la portiera dell’auto, per salire, Giovanni provò un tuffo al cuore. Un groppo gli serrava la gola. Si salutarono in modo freddo e distaccato.
“Ciao Gio.”
“Ciao Stella.”
Prima si sarebbero salutati con un tanto affettuoso, quanto delicato bacio a sfiorarsi le labbra, ma ora erano due semplici amici per via della decisione che lei aveva preso: interrompere la loro breve intensa storia d’amore. Giovanni non aveva mai digerito quella decisione, ne era innamorato alla follia, non se ne faceva una ragione, ma si era adeguato alla volontà di lei. Soprattutto non digeriva le motivazioni che lei sosteneva, tra queste quella di non essersi mai confrontati, ma di essersi solo raccontati.
A niente era servito farle notare che non c’era mai stato bisogno di un confronto, perché si volevano troppo bene e ogni cosa che vedevano, facevano, toccavano, era oro puro. A niente era servito dirle che raccontarsi serve per conoscersi, che i racconti permettono di esprimere la propria personalità, le cose che si desiderano e che si temono, i lati oscuri della propria vita, ma anche difficoltà e risorse per superarli.
Giovanni aveva giocato tutte le sue carte per cercare di farla tornare sui propri passi, aveva giocato tutte le briscole e i carichi pesanti, ma lei aveva in mano l’asso di briscola e con quello chiuse la partita.
Dopo il distaccato saluto, Stella sussurrò: “Come stai Gio?”
Lui le rispose in modo stizzito: “Come sto? Mi lasci e mi domandi come sto?”
Poi si controllò; distese la schiena contro il sedile dell’auto, abbandonò la testa all’indietro fino a che il poggiatesta non ne fermò la corsa e fissando un punto fisso lontano nel vuoto davanti a sè, oltre il parabrezza dell’auto, disse piano: “Sto. Sto come chi è stato privato dell’affetto della persona più cara. Come credi che stia uno così? Si sente solo. Disperatamente solo. Tristemente solo. Desolatamente solo nel deserto degli affetti.”
Ora era il silenzio a parlare forte per loro.
Poi mettendo in moto l’auto disse: “Beh. Andiamo, adesso, gli altri ci aspettano, saranno già arrivati.”
Poco dopo al ristorante Le cascine furono baci e abbracci con amici e colleghi. La vista degli amici aveva riportato il sorriso sul volto di Giovanni ed entrando nel locale notò il complessino che accordava gli strumenti. “E vai! Musica dal vivo stasera! Bene bene.”
Al tavolo appoggiarono giacconi e cappotti sulle sedie. Teresa, un’ ex collega di Giovanni, non potè fare a meno di esprimere apprezzamenti sull’eleganza di Giovanni: un completo blu con tanto di camicia bianca e cravatta: “Caspita Giovanni! Complimenti!”
“Eh… Sai stasera devo cuccare!” Lo diceva a voce alta per farsi sentire da Stella. Non era vero che voleva cuccare, voleva farla ingelosire.
Ma anche Stella era elegante sotto il cappotto. Indossava quel vestito rosso lungo, scollato sul suo seno generoso, lo stesso della sera in cui cominciò la loro storia. Per Giovanni fu un altro tuffo al cuore.
Quella serata organizzata dal circolo aziendale, si erano promessi che si sarebbero presentati i relativi fidanzati. Stella, quella sera, arrivò accompagnata da Luigi, un collega di lavoro che dimostrava molti più anni di quanti ne avesse. La vide entrare sotto braccio a lui e pensò: “Possibile che sia quello lì?” Lo trovò subito antipatico. Stella presentò Luigi a Giovanni: “Piacere” si dissero reciprocamente, ma per Giovanni non era un piacere bensì una sfida. Poi sussurrò all’orecchio di lei: “E’ lui?”
“Gio, ma ti ho detto che non ho un fidanzato. E’ solo un collega.”
“Ma eri a braccetto con lui.”
“Cosa c’entra. Piuttosto, la tua dov’è?”
“Calma. La conoscerai più tardi.”
Presero posto a tavola, ma non allo stesso tavolo. Si davano quasi le spalle l’uno all’altra. Al tavolo di Giovanni c’erano altre donne, anche belle. Stella ogni tanto si girava e domandava: “Allora? Qual è di quelle?”
“Non essere impaziente Stella. Non è a questo tavolo.”
Si ballava anche in quel locale e più tardi Giovanni chiese se potessero suonare un lento. La trascinò a ballare quasi di forza perché lei non ballava mai. Si vergognava.
“Dai!” insistette Giovanni quando attaccò il lento, “Se vieni a ballare ti dico chi è la mia fidanzata.” Scesero in pista. Non erano assolutamente capaci di ballare, ma stavano lì abbracciati in mezzo a tutti gli altri che invece ballavano davvero.
“Allora? Chi è?” chiese Stella.
“Ma non hai ancora capito?”
“No. Cosa?”
“Sei tu!” Le disse Giovanni.
“Cosa?” Rispose già stordita.
“Sì. Vuoi essere la mia fidanzata?” Le sussurrò all’orecchio e neanche lui sapeva come gli scappò di darle un bacio sulla guancia. Il lento intanto era finito, ma lei era ancora abbracciata a lui.
“Torniamo al tavolo.” le disse Giovanni. C’erano più di centocinquanta persone nel locale. La musica a volume alto, ma lei non vedeva nessuno e sentiva suonare le campane a festa come fosse Pasqua. Tornando al tavolo lei teneva ancora la mano di lui: “La mano. Grazie”.
Era estasiata, stordita, camminava sollevata da terra e non riusciva a tornare giù. Prima di salutarsi quella sera, Giovanni le rinnovò la richiesta, ma lei non era nelle sue facoltà.
Qualche sera dopo uscirono a cena, loro due, soli, in un ristorantino del centro di Monza. Lui le aveva portato un foglio su cui aveva stampato quattro versi in rima che aveva scritto di suo pugno per lei:
UNA STELLA
Le stelle del cielo sono tante
Di tutte Sei la più brillante
Magnetica emani la Tua luce
Attratto, sento, che a Te mi conduce.
E lei non capì più niente. Dopo la cena, una passeggiata nel centro storico, mano nella mano. Era una calda sera di fine primavera,non si curavano delle altre persone che, come loro, passeggiavano e osservano le vetrine; ogni tanto si guardavano negli occhi e lasciavano che fossero questi a parlare per loro, Cupido aleggiava su di loro scagliando continuamente strali d’amore, e, giunti al Ponte dei Leoni, si sciolsero in un caloroso bacio stretto in un abbraccio di ferro. Era fatta. Stavano bene insieme. Si amavano, condividevano tutto. I mesi che seguirono furono solo Amore tra loro.
Da allora il cuore di Stella batteva a mille allora, ma ogni tanto si prendeva delle pause preoccupanti e su queste nulla potevano l’Amore e le coccole di Giovanni. Furono necessari accertamenti clinici, un esame dopo l’altro senza riuscire a individuare una diagnosi. Venne il momento di sottoporsi ad un ulteriore esame clinico più invasivo. La sera prima dell’esame, lei salutò Giovanni come se dovesse partire per un viaggio di sola andata. Giovanni ne fu sorpreso gli parve che esagerasse e disse solo: “Su, via. E’ solo un esame, mica un intervento.” La mattina dopo, al lavoro, attendeva con ansia la chiamata che gli dicesse: “Gio, tutto bene.” Come già era stato in altre occasioni. La telefonata arrivò solo all’ora di pranzo inoltrata e con un filo di voce gli diceva: “Gio…”
“Stella finalmente!”
“Gio, ho avuto un arresto. Mi hanno fatto un massaggio cardiaco…”
“Cosa? Un arresto? Ma adesso come stai?”
“Ho avuto un arresto, Gio. Ora sono stanca, molto stanca…”
Il sollievo di sentirla, finalmente, non gli fece percepire la gravità della situazione, ma se ne rese conto appena chiusa la telefonata e si sentì mancare.
Teresa si era accorta che Giovanni si era assorto in pensieri lontani, con lo sguardo fisso nel vuoto. Le si avvicinò e appoggiando la sua mano sul suo braccio lo chiamò piano: “Giovanni…”
Un po’ più rude fu Filippo, il suo più caro amico che dandogli una pacca sulla spalla, gli disse: “Hey Gio! Guarda che siamo qui tutti per divertirci. Se fai così rendi tristi anche noi e rovini la serata a tutti.”
Giovanni si riebbe dai ricordi e tolse lo sguardo che aveva fissato sul vestito rosso e la sciarpina di seta di Stella. Si versò mezzo bicchiere di Cabernet. Lo assaggiò e lo bevve quasi d’un fiato.
La serata passò allegra tra burla, risate, pietanze e Cabernet, e qualche ballo. Intorno alla mezzanotte venne il momento dei balli di gruppo; amici e colleghi erano tutti in pista a ballare. Giovanni era rimasto al tavolo con Stella: “E tu? Non vai ballare? Non dovevi mica cuccare?”
“Vado se vieni anche tu.”
Ma lei non ballò. Ai balli di gruppo, poco dopo seguì la Disco Music. Giovanni trangugiò ancora mezzo bicchiere di Cabernet e si buttò a ballare in mezzo agli amici. La musica e il vino bevuto lo rapirono e non si accorse che uno dopo l’altro gli amici erano tornati al tavolo. In pista erano rimaste poche persone. Giovanni ballava da solo. Stella gli fece cenno di avvicinarsi: “Hai visto quella?” e intanto gli indicava una bella donna dall’altra lato della pista da ballo, con un abitino nero corto.
“Quale? Quella in minigonna? Però…”
“Ti ha puntato. Vai!”
“Ma piantala!”
“Vai!” gli disse ancora.
“Io voglio Te. Lo sai.”
Fece due tre passi verso il centro della pista. La donna in minigonna fece altrettanto. Giovanni tornò da Stella: “E’ vero, continua a fissarmi.”
“Vai Gio.”
“Non ci penso proprio.”
Si girò per vedere se quella lo stesse ancora fissando e se la trovò davanti, viso a viso. Si guardarono in silenzio continuando a ballare la Disco. Ma ecco improvvisamente un fox, lento e sensuale. Giovanni avrebbe voluto ballarlo con la sua Stella. Si voltò a cercarla. Aveva negli occhi la luce magnetica della sera in cui le chiese di essere la sua fidanzata. Ma la donna in minigonna gli chiese a bruciapelo:”Balliamo?” e intanto gli prendeva la mano. Giovanni la cinse con l’altra mano e iniziarono a ballare.
Si voltò ancora verso la sua Stella, in tempo per vedere la sua luce che si affievoliva fino a spegnersi, mentre la sua voce si perdeva nello spazio siderale ripetendo all’infinito: “Gio, ho avuto un arresto. Ho avuto un arresto… un arresto… un arresto…”
Sulla sedia di Stella rimaneva solo la sciarpina comprata in un negozietto di Bellagio.
“Come ti chiami?” le disse la donna.
“Giovanni. E tu?”
“Aurora.”
“Aurora, che bel nome.”
Ballavano e intanto pensava tra sé: “Aurora… Aurora uguale nuovo giorno… nuovo giorno uguale nuova vita… nuova vita… un nuovo Amore.”
Uscirono dal locale mano nella mano.
di Leila Mascano
a volte gli eventi della vita, ripagano torti passati
E così ci ritroviamo, dopo ventun anni. Ne avevo diciotto allora, tu ventitré. Bel ragazzo, asso della squadra locale di rugby, ex idolo del liceo, studente brillante, carriera universitaria fulminea, laurea con centodieci e lode. E gran bastardo.
Piangevo e fuori dai finestrini pioveva. Partivi per il tuo master negli Stati Uniti ( States, as you said in your perfect English with a shade of american accent ) e questo lo potevo capire, quello che non capivo è che me lo dicevi la sera prima della partenza.
Uscivamo la sera, ed eri stato a rinnovarti il passaporto la mattina. Ti accompagnavo agli allenamenti, e due ore prima eri andato a comprarti le valigie. Senza dirmi una parola, perché tra noi era cominciato come un gioco, un gioco " che ci aveva un po' preso la mano", e invece tu dovevi pensare alle cose serie...
Dunque io, noi, la nostra storia, non erano una cosa seria. La mia rabbia era delusione, sconcerto, paura. Te lo gridai, che eri un gran bastardo. Lo schiaffo che mi mandò a sbattere contro il deflettore me lo ricordo ancora. Sarai pure bella, dicesti, ma come te ne trovo cento ad ogni angolo di strada. Questo mi fece molto più male dello schiaffo.
Ed ora mi stai davanti, mentre ti sorrido. Questi ventun anni hanno levigato e perfezionato la mia bellezza, che in tailleur Armani sta dietro la scrivania di questa multinazionale di cui ho scalato le vette, senza aver mai fatto ricorso al suo potere.
Ti sorrido e giocherello col tuo destino fra le mani Perché tu a quarantaquattro anni stai a spasso, Giancarlo e di questo posto hai un bisogno dannato. E io lo so, e continuo a sorriderti e a parlare del più e del meno, (sarà un colloquio informale, ho premesso ) tenendoti sui carboni ardenti, in attesa, pensi, di liquidarti con un " ti faremo sapere, sai, se dipendesse da me..."
Dipende da me, invece, e tu lo sai; questo incontro proprio non te l'aspettavi. Ti ho fatto fare un bel po' d'anticamera, il massimo consentito ad un dirigente degli ultimi piani. Di quelli che hanno diritto alla finestra panoramica, la scultura di Pomodoro e le mele verdi su un piatto d'argento, come raccomandò l'architetto che mi ha arredato l'ufficio. Verde e nero. I miei colori.
Ti sei appesantito, come quasi tutti gli ex sportivi, e i tuoi bei capelli sono un po' più radi. E' la luce smarrita che ti vedo negli occhi che t'invecchia, Giancarlo, altrimenti potrei dire che sei sempre un bell'uomo...
Il mio segretario ti ha fatto entrare. Hai notato che mi circondo, per quello che posso, solo di uomini? E' bellissimo, sai. Mani sconosciute mettono una rosa bianca sulla mia scrivania, scatole di cioccolatini compaiono dal nulla, la mia auto scintilla....e non per servilismo, sai. Mi sono devoti. Eh sì, se osassero mi amerebbero addirittura, e forse qualcuno lo fa. Perché pare che io sia unica. Attenta ai bisogni degli altri. Esigente ma generosa. Una che ricambia i favori.
Anche con te. Quella frase che mi dicesti, che mi ferì tanto, è stata il motore che mi ha spinta a laurearmi ( nemmeno ci pensavo ), a specializzarmi all'estero, a entrare qui dentro per arrivare fin qui.
E dunque il posto lo avrai.
Con questo schiaffo morale ti restituisco lo schiaffo che mi desti. Visto che occupo un posto da uomo, ti dirò con ineleganza, da uomo appunto, che ti salvo il culo, Giancarlo.
Vai in una nostra prestigiosa sede all'estero, non ci rivedremo probabilmente più. Non faccio solo un piacere a te, lo faccio anche alla Società. Come mi ha detto il Presidente, per quel posto ci vuole un tipo duro, deciso, senza troppi sentimentalismi.
Un bastardo, insomma.
O.k, Giancarlo, il posto è tuo.
di Barbara Bolzanuna volta mi hai spezzato il cuore. Oggi hai fatto fiasco
E non ti chiederò scusa se ho sbagliato: era un calcolo consapevole.
Mi hai dato tutto senza riserve. In cambio, hai ricevuto un molto poco che rasenta il niente. Di questo non ti chiederò scusa.
Se a volte sembrava assecondassi i tuoi sogni, i tuoi desideri, se hai avuto l’impressione che fossi nata solo per te, se non ti ho contraddetto e ti ho lasciato credere ciò che volevi credere, io non ti chiederò scusa.
Continuerò a parlare di te, porterò in giro la tua anima di silenzi, arte, musica ed occhi chiusi. Lo farò ed avrò sulle labbra un sorriso sconosciuto, un angolo della bocca appena sollevato. Lo sguardo sarà dritto e senza vergogna quando mi chiederanno di te e risponderò che non hai significato nulla, che sei stato solo altro inchiostro per riempire un’altra pagina.
Mi cantavi «Quanto t’ho amata e quanto t’amo non lo sai, nell’amor le parole non contano, conta la musica». Ascoltavo in silenzio. Aspettavi una mia parola. Non l’ho pronunciata. Di questo io non ti chiederò scusa.
E non chiederò scusa se un giorno hai aperto gli occhi ed io non c’ero (un’ultima lite, le tue parole cattive). Quello che ti ho lasciato è stato solo una stanza vuota.
Da allora ti ho dato la buonanotte senza vederti, ognuno disperso per il mondo, davanti a due oceani diversi, tu che guardavi le barche a vela, io che tenevo il naso all’insù e guardavo il cielo di Londra. Non chiederò scusa per le notti che ti ho fatto trascorrere insonni, mentre io dormivo tranquilla in ben altri letti e tutt’intorno c’era un silenzio da benedizione e sentivo, senza te, di essere in pace.
E non ti chiederò scusa se ho lasciato trascorrere anni prima di ricomparire all’improvviso. Ho riportato indietro le ore e sono rientrata nella tua vita senza bussare, sconvolgendoti quel poco che ancora rimaneva da sconvolgere.
Ora non è più tempo di spiegarti cosa pensavo quando ti dicevo «ti amo».
Tornando, ho scoperchiato il tuo mondo. Mi tenevi le mani. Io riuscivo solo a pensare che una volta le tue parole mi avevano spezzato il cuore.
Sono tornata ed ero più cattiva, più meschina di prima, i miei sorrisi nascondevano il coltello che portavo nella saccoccia. Di questo non ti chiederò scusa.
Non ti chiederò scusa se ho mentito, se l’opera 35 in si bemolle di Chopin non mi apre il cuore, se guardare un tramonto mi annoia, se il romanticismo non è nulla per me, se fremo di insofferenza e rabbia quando mi parli, se fremo di insofferenza e rabbia quando stai zitto, se non sopporto nulla di te, nemmeno il tuo odore.
(Perché quel giorno d’estate sono tornata non te lo dirò mai).
Oggi che cerchi la luna ed io sono l’eclissi, oggi che suono Mozart con le dita stanche e le unghie lunghe si incastrano tra un tasto e l’altro, oggi che sono in attesa di aprirti la porta per l’ultima volta, oggi non ti chiederò scusa se ho preso tutto di te e dalla mia Parigi l’ho disperso per il mondo facendolo conoscere ad estranei (il tuo nome scritto con la mia grafia da penna stilografica, i tuoi tradimenti e la tua vita, i miei falsi tradimenti e le tue paure, ogni tuo più recondito volere e pensiero e desiderio, la mia firma in basso a destra – George Sand –).
A tutti ho raccontato chi eri e chi sei e cosa ero io per te – una donna che veste pantaloni da uomo, nulla di più.
A tutti ho raccontato che hai chiuso il coperchio del pianoforte e te ne sei allontanato, ormai vecchio e stanco, eppure ancora così giovane.
A tutti ho raccontato che hai rinunciato. Oggi ti spingo a forza sotto i riflettori di questa deliziosa commedia che ho scritto ed inscenato solo per te.
E non ti chiederò scusa se mento – qui, ieri, oggi, domani e per sempre –, se non saprò mai dirti quanto ti ho amato e quanto ancora ti amo, se non saprò mai dirti che un accordo di settima diminuita mi causa dolore perché mi riporta in qualche modo a te, se non saprò mai dirti che mi si inumidiscono gli occhi al pensiero di quando suonavi solo per me in quella soffitta di Maiorca ed era sempre un concerto.
Non ti chiederò scusa se, quando arriverai, ti bacerò sulle guance e sarà il bacio di Giuda. Ma guardami ancora, ascoltami ancora, è l’ultima volta, perché da oggi in poi tutto ciò che ti dirò non sarà mai la verità.
E di questo non ti chiederò scusa.
(anno 2007)
INTRODUZIONE
BARBARA BOLZAN CONCLUDE IL CICLO DEGLI INCONTRI DI SCRITTURA CREATIVA
L’entusiasmo, più della precisione, è la vera molla dell’insegnamento
(Gianfranco Contini, filologo)

Si è concluso il 12 marzo il Corso di Scrittura Creativa tenuto da Barbara Bolzan presso il Liceo Statale E.Majorana di Desio (sezione classica e scientifica), rivolto a ragazzi tra i quindici e i diciotto anni.
Tema degli incontri, Dall’idea al racconto, La scelta del genere, Il rovesciamento del genere ed Il rovesciamento del personaggio.
Nei confronti della scrittura, i giovani hanno mostrato un inaspettato e grande interesse, ed un gran numero di elaborati sono pervenuti nel corso delle settimane di studio. Le lezioni, mai accademiche, mai dogmatiche (come si può notare dalla foto che ha immortalato la lavagna nel corso di una delle lezioni), hanno lasciato libera la loro spontaneità e creatività.
Al termine degli incontri, è stato bandito un premio letterario nel quale i partecipanti hanno dovuto redigere un racconto, senza limite di lunghezza, a partire da un dato incipit, Sono appoggiata/o alla porta chiusa, con le mani dietro la schiena. Lui/lei evita di guardarmi, tratto dal romanzo “Il sasso nello stagno” pubblicato nel 2006 da Barbara presso la casa editrice Kappaeventi.com (Prospettivaeditrice).
La giuria del liceo Majorana ha vagliato attentamente i brani pervenuti, e la scelta dei primi tre classificati (Davide Trevisan, Francesca Malberti e Melissa Camilli) si è rivelata ardua, dato il buon valore letterario di gran parte dei testi.
Riportiamo di seguito il racconto di Davide Trevisan (II D, scientifico), vincitore di questa edizione 2008-2009, e pubblichiamo alcune foto scattate l’ultimo giorno.

Sono appoggiata alla porta chiusa, con le mani dietro la schiena. Lui evita di guardarmi.
Io, invece, non riesco a staccargli gli occhi di dosso.
E' sempre stato così nel nostro rapporto, ora me ne rendo conto, l'entusiasmo era solo il mio. E, adesso, non so se il gioco è valso la candela, non so, se varrebbe la pena di rimettere insieme i cocci di questa storia, di riprovarci.
Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.
Probabilmente è solo per questo che sono qui. A chiedergli di ricominciare tutto da capo.
Sto volutamente evitando di fare domande. Anche se mi sono chiesta più volte il motivo di questo improvviso cambiamento; perchè diamine mi ha detto che non gli manco quando non ci vediamo, che i suoi "ti amo" non erano sinceri.
Con quelle parole è crollato il mio mondo, il nostro mondo.
Nato quando, per la prima volta, abbiamo scelto, o meglio, ho scelto di credere in questo amore nonostante le difficoltà, nonostante i problemi, nonostante tutto il resto del mondo.
Credevo mi amasse. Mi sbagliavo. Ed ecco il risultato: io sono qui a compiangermi, a supplicarlo di non strapparmi così un pezzo di cuore e a chiedermi come diavolo faccia ad essere così facile, per lui, voltare pagina. Come faccia a chiudere un capitolo come questo con la stessa disinvoltura con cui si slacciava i pantaloni. Mentre lui mi ignora totalmente.
Probabilmente mi ha solo usata. Come una bambola di pezza. Ora, stanco del giocattolo vecchio, mi ha abbandonata sulla strada. E come un bambino, per poter chiedere un nuovo gingillo senza assumersi le sue responsabilità, sta facendo di tutto per far dire a me, la parola fine.
Ma c'è una parte di me che si rifiuta di crederlo. La stessa parte che si rifiuta di credere che la nuova bambola sia già pronta, avvolta in carta sgargiante e chiusa nell'armadio. La stessa che mi ha condotto qui.
Probabilmente, la stessa che mi impedisce di sfilarmi quell'anello. L'unico segno ancora visibile di quello che credevo l'amore con la a maiuscola. Per chissà quale recondita parte del mio subconscio togliendo quel cerchietto di metallo dal dito segnerei davvero la fine di tutto. Lo allontanerei definitivamente da me. E, in contrapposizione alla voglia di tenerselo stretto, di premere quella mano sul petto e sentire gli ultimi battiti della nostra storia, c'è quella di scagliarlo lontano, uscire e non vedere più né lui né quella stupida acquamarina, di ricominciare finalmente a vivere, dopo tre anni.
La lingua, a volte, ferisce di più della spada.
Me ne sto rendendo conto solo ora. Ora che ogni parola che esce dalla sua bocca brucia come una stilettata. Ora che, inerme, lo sento dire di non avermi mai amata.
Le mani mi fanno male. Le dita sono serrate le une sulle altre, le nocche bianche per la stretta.
Rimango immobile.
Lo osservo.
E, ora che anche lui mi guarda, non riesco più a scorgere, nei suoi occhi di ghiaccio, quel luccichio che credevo la fiamma del nostro amore.
Il dolore arriva ad ondate, belle grosse, una vicina all'altra.
Ma c'è qualcos'altro che, ora, si fa spazio sgomitando, tra un cavallone e l'altro.
E' la rabbia, la rabbia per essere stata così stupida da non capire tutto, la rabbia per essermi fatta incantare dalle belle parole, dai regali e dagli sguardi falsi come la morte.
« Non ti chiederò scusa. Non ti chiederò scusa per averti amato. Non ti chiederò scusa per essermi convinta che il mio amore fosse ricambiato. Non ti chiederò scusa per averti creduto migliore di quello che sei. Non ti chiederò scusa per essermi bevuta la balla che mi avresti sposata. Non ti chiederò scusa per aver sopportato quell'oca inacidita di tua madre e quegli zotici dei tuoi amici. Non ti chiederò scusa per essermi sforzata di essere carina con loro. E non ti chiederò scusa, per aver fatto tutto questo per te. Sarebbe stato tutto più facile, no? Se io non mi fossi sforzata così tanto di starti vicina. Non saresti dovuto arrivare a tanto. »
E' difficile fermare un treno quando è lanciato a tutta velocità verso la stazione successiva.
Le parole escono da sole, senza controllo. Una delle due parti ha preso il sopravvento, alla fine. Spero solo che sia quella giusta.
« Non avresti dovuto regalarmi questo dannato anello. Non avresti dovuto, ora che davvero non mi vuoi più tra i piedi, rifilarmi la classica scusa del "non ti ho mai amata". Non avresti dovuto farmi così male.
E' tutta colpa mia, non è vero?
Bene. E' tutto iniziato da me, quindi ho tutto il diritto di dire basta. Fine. Stop. E' finita.» ... « Adesso sarai contento»
Ci metto un po' a sfilarmi l'anello - i singulti non aiutano - ma quando finalmente ci riesco mi sento liberata, come se le catene che mi hanno sempre tenuta legata a questa casa si siano dissolte. Appoggio l'anello su una copia de " Il Meraviglioso Mago di Oz ".
E, con due lacrime di mascara a solcarmi il viso, esco dalla stanza.
E' ora di battere i tacchi e tornare alla mia vita.
E non ho intenzione di chiedergli scusa.
Davide Trevisan II D Liceo scientifico Majorana
di Barbara Bolzanpensare che il mese più crudele sia aprile,
significa non aver mai affrontato un agosto con te
Più ci penso e più vedo che gli uomini sono straordinari.
Prima sei la donna della loro vita e sarebbero persino disposti a gettarsi nel fuoco, per te. Poi, spariscono con la velocità di Schumacher nei suoi storici sorpassi a danno di Hakkinen.
Sono in grado di innamorarsi tre volte al mese e se per una volta è lei che pianta lui, le loro capacità linguistiche sfiorano l’eccelso: io non ho mai sentito una litania di epiteti tali da far invidia al più sboccato scaricatore di porto simile a quella che esce dalla bocca del mollato di turno.
Sempre parlando delle attitudini linguistiche, a favore del genere maschile bisogna riconoscere che anche la capacità di sintesi non è da trascurare. Nei soli centosessanta caratteri di un sms (anche meno, se uno è davvero in gamba) arrivano dritti al sodo, riuscendo a convincerti di valere meno di un insetto nano.
Sì, gli uomini sono straordinari.
Non per fare del campanilismo, ma tu sbaragli la concorrenza, quando ti ci metti.
Non è tutto merito tuo. Ti spiego: è stato quando hai tentato di litigare con me. È stato allora che ho avuto la certezza: non è tutta farina del tuo sacco. Esiste un manuale. Voi uomini ci studiate sopra fin dalla prima elementare.
Il pensiero mi ronzava in testa già da un po’.
Mi hai guardata nel modo che è preludio di ciò che conosco bene, così mi sono preparata all’impatto. Mi aspettavo che pronunciassi una delle tue solite frasi. E infatti lo hai fatto. L’unico dubbio era: quanti secondi sarebbero intercorsi tra le mie ultime parole e l’inizio delle tue? Tre? Quattro? Sono stati cinque.
Mi hai rinfacciato il velo di non-so-cosa reciproca che costella il nostro rapporto. Lo hai fatto come se la colpa fosse esclusivamente mia. Questo dimostra per lo meno l’assenza di un vocabolario sulle mensole della libreria di casa tua, perché altrimenti sapresti che reciproco vuol dire tu ed io e non io sola.
Ma è una sottigliezza troppo complessa. Un giorno cercherò di spiegartela – il giorno in cui comincerò a comunicare con te attraverso schemini e disegni, come si fa con i marmocchi in età prescolare.
Avevo meno incomprensioni col fidanzatino del liceo. Già allora, pertanto, il concetto mi era palese: se voi uomini fraintendete, è perché volete fraintendere.
Siccome odio discutere quando so di essere dalla parte della ragione, ne consegue che odio discutere con te in assoluto. Tanto, va a finire sempre allo stesso modo: la strega sono io.
Così, ho lasciato perdere.
(Forse è il caso di dire com’è iniziata.
Il fatto che io disprezzi l’intero genere umano è assodato, ma questo non esclude che anch’io possa innamorarmi, e infatti è accaduto.
Ogni donna possiede un lanternino, ed è infallibile. È stato così che ti ho trovato: con il lanternino.
C’erano nell’aria tutti i segnali che mi suggerivano che fosse meglio chiudermi in casa per almeno tre mesi. Il principale, era che l’ultima storia era da poco finita. Mai guardarsi intorno dopo che l’uomo con il quale sei stata per un anno e mezzo ha fatto fagotto – va bene, in quell’occasione lo avevo invitato io a fare le valigie, mostrandogli elegantemente la porta. In quell’occasione, strega lo ero stata per davvero, ma non ha importanza. L’importante era che era finita da una settimana e, come Meg Ryan, ero «ancora in periodo di lutto».
C’erano tutti i segnali che mi suggerivano di girare i tacchi e non incrociare il tuo sguardo. Non l’ho fatto.
E mi sono innamorata).
Adesso è passato del tempo da quando il lanternino ha illuminato proprio te, e ormai tra noi le cose sono andate come sono andate.
Resta pertanto il fatto che entrambi ci vantiamo di essere persone civili e adulte, quindi perché mai perdersi di vista?
Oggi ti ho telefonato. Ho lasciato due messaggi in segreteria. Niente.
Quando hai richiamato (con il tono di chi si abbassa a fare un favore), stavo uscendo. Nel mio appartamento mancavano i generi di prima necessità (i surgelati, il cibo precotto e l’ultimo dvd di Johnny Deep).
«Devo fare un salto al centro commerciale». Ho detto. E qui è accaduto il miracolo.
«Vengo con te?» Hai proposto.
Ho accettato. E mi hai accompagnata.
Questo significa, checché tu ne dica, che siamo ancora una coppia. O che potremmo tornare ad esserlo in tempi brevi. Supermercato e un carrello in due è amore vero.
Sono nata dopo il ’68, la rivoluzione femminista non mi ha intaccata, quindi ho pagato io sia la mia spesa che la tua camicia azzurra in saldo al reparto abbigliamento maschile. In quel momento, mi sono sentita ancora la tua fidanzata.
La cassiera ci ha sorriso e a quel punto ho saputo che la pantomima «abbiamo in comune un pezzetto di passato ma siamo pur sempre ex» stava per andare in pensione.
In un eccesso di euforia, ti ho invitato da me perché, come diceva Jessica Lange a Dustin Hoffman in Tootsie, «Io scongelo da dio».
Mi hai fatto notare che io sono capace di bruciare anche i quattro salti in padella. Questo significa che non hai dimenticato il nostro passato. È un ottimo segno – il primo che mi elargisci da quando mi hai mollata sui due piedi.
Sei salito da me.
Ho deciso di farti vedere in me ciò che ogni uomo agogna (trovare in un’esponente dell’altro sesso qualcosa che richiami mammà).
Mi sono affaccendata ai fornelli.
Eri appoggiato allo stipite e mi guardavi. Mi sentivo sotto esame e lo ero. Devo trarre il meglio di me, mi sono detta, devo prepararti una cenetta da lasciarti senza fiato, una cenetta che ti farà tornare sui tuoi passi e ti porterà a supplicarmi di tornare con te.
Ti ho lasciato senza fiato. Come da copione, sono riuscita a bruciare il pollo alla diavola. Abbiamo aperto le finestre per far uscire il fumo.
«Pizza?» Ti ho proposto. Ce n’è una da asporto a nemmeno centro metri da casa mia.
Tu hai detto che domani avevi una giornata pesante, una riunione con alcuni colleghi americani e mi hai chiaramente fatto capire l’antifona.
Non ho battuto ciglio.
Ti ho accompagnato alla porta. Il mio cuore era infranto, ma ti ho sorriso perché The Show Must Go On è una delle linee guida della mia vita. Ti ho persino augurato la buona notte.
«Idem», mi hai risposto, col tono che solitamente uso io.
Poi è arrivato agosto e siamo partiti per le vacanze. Vacanze separate. Tu con amici che, come te, non devono chiedere mai. Io, con amiche sentimentalmente ipocrite che assicurano di avere un cuore impermeabile alle vostre consuete scorrettezze.
Poi, appena alla radio passano una canzone di Tiziano Ferro, tutte giù a sprecare un fazzoletto dopo l’altro e dire che Tiziano sì che sarebbe il fidanzato ideale, lui non ci farebbe soffrire, lui chiederebbe perdono e ci regalerebbe quella rosa tanto sospirata e ci direbbe: se quel che è fatto è fatto io però chiedo scusa…
E dire che te l’avevo buttata lì io, la faccenda delle vacanze separate. Va bene, non siamo più una coppia quindi perché mai andare insieme in villeggiatura, ma comunque il mese scorso ci siamo fermati davanti alla vetrina di un’agenzia turistica a fantasticare su quanto dev’essere bella la Giamaica e in quel momento eravamo persino abbracciati. Qualcosa doveva pur significare, no?
Solitamente il topos comincia con «Abbiamo bisogno dei nostri spazi», ma questa te l’ho risparmiata. Anche se a volte finiamo col dormire insieme, i nostri spazi li abbiamo già, anche fin troppi.
Ho solo detto qualcosa che poteva suonare come «dovremmo vedere altre persone», frase che in condizioni normali non pronuncerei nemmeno se minacciata con una pistola alla tempia. Frase che significa che non sono stupida, so perfettamente che tra noi non intercorre nessun obbligo e tu vedi già altre persone, non devi certo rendere conto a me che sono semplicemente la tua ultima ex degna di nota. Frase che significa che tu fai la tua vita – ma che almeno non fa capire che io sto qui come una cretina a fissare il telefono in attesa che squilli.
Noi siamo innamorate di Rhett Butler fin dall’infanzia, emblema di ciò che sei (stronzo) ma con ciò che in fondo ti manca (il cuore). Nel senso: Rhett va anche nel bordello di Bella, ma in fin dei conti è solo per vendetta. Il capitano Butler ama Scarlett, la ama davvero e ne è conscio.
La differenza tra lui e te è proprio questa. Tu mi ami, ma ancora non ti sei arreso all’evidenza. Molto semplicemente.
Siamo partiti per le due vacanze.
Ho tenuto il cellulare costantemente in carica, per evitare che morisse un nanosecondo prima che tu avessi la bontà di chiamarmi per sentire se ero ancora viva. Ma tu non mi hai chiamata. Nemmeno i tuoi cloni hanno chiamato le mie amiche (ad ogni presa dell’appartamento era attaccato un diverso modello di cellulare. Cinque amiche, cinque cellulari, cinque stronzi).
Poi però mi sono stufata, ho buttato a mare i miei princìpi – quelli per i quali tu sei l’uomo che non deve chiedere mai ma tanto la più forte sono io e non solleverò mai la cornetta per prima.
Ti ho mandato un messaggino strappalacrime: «Dove diavolo sei?»
Non hai risposto, così come non hai risposto agli altri ventiquattro che sono seguiti (e un giorno ti metterò in conto la spesa delle ricariche telefoniche che ho scialacquato per te da quando ti conosco). Non hai nemmeno risposto alle mie sette telefonate (una ogni due giorni, per non sembrarti ossessiva).
Me lo chiedo quotidianamente: Siamo alla fine del nostro amore?
Me lo chiedo anche qui sul lungomare, mentre abbrustolisco le mie forme protetta dal bikini rosa e dalla crema solare.
Poi, prevale il briciolo di razionalità che mi è rimasta (mutuata dalle prediche delle mie quattro amiche e soprattutto da quelle di Laura, che sta con un uomo da tre anni ed ogni giorno spera che lui si decida finalmente a chiedere il divorzio dalla moglie).
Dicevo: razionalità e Laura mi han messo davanti al fatto che non siamo proprio alla fine di nulla, perché al momento non c’è nessun insieme a te, non essendoci più stato tra noi alcun inizio degno di nota da quando mi hai piantata.
Agosto è finito. Foderate di fedeltà canina, non abbiamo degnato di un’occhiata né i bagnini né i camerieri abbronzati del ristorante che ci vedeva ospiti fisse.
Tornati in città, hai aspettato due giorni prima di farti vivo.
Hai un’esistenza impegnata: è fine estate, quindi l’inverno si avvicina e, prima di concederti questi due minuti per guardarmi in faccia, dovevi assolutamente (nell’ordine):
1. passare in un negozio specializzato per comprare un cappottino al barboncino che non hai
2. aggiustare il cancello elettrico a tua nonna (che vive in una corte del 1930 e non ha cancello, tanto meno elettrico)
3. polemizzare con il falegname perché ha sbagliato a prendere le misure della cassapanca che gli avevi ordinato a luglio
4. polemizzare con gli operai che, non avendo sigillato bene un tubo, ti hanno allagato il bagno (a te e al tizio che abita al piano di sotto). Solo tu trovi operai in agosto
5. portare l’auto dal meccanico perché hai forato la marmitta.
Arriviamo al dunque.
Sdraiato sul mio letto, ti sei finalmente deciso a spiegarmi perché per quindici caldissimi giorni d’estate non ti sei degnato nemmeno di farmi uno squillo. Mi guardavi con un’espressione tra l’innocente ed il coma semi vigile quando hai rivelato di aver dimenticato in città il cellulare (acceso… solo le mie batterie danno forfait dopo una settimana). I tuoi amici erano sì dotati di telefonino ma, siccome non siamo una coppia, non ricordavi a memoria il mio numero.
E quindi ho avuto l’ennesima conferma. Esiste un manuale sul quale voi studiate. Ve lo tenete sul comodino accanto al letto e lo nascondete un secondo prima di aprirci la porta, per paura che anche noi ci si impegni a leggerlo e si impari così qualcosa.
Esiste un manuale. Altrimenti, per una volta, mi diresti la verità («Non avevo voglia di chiamarti») senza bisogno di ricorrere a scuse idiote.
(Quando quattro ragazze su cinque assicurano che l’ultima giustificazione per l’ennesimo appuntamento mancato senza preavviso è stata «dovevo accompagnare mammà a fare la spesa», qualche dubbio sull’esistenza di quel manuale ti viene. Inoltre, non è possibile che tu assicuri di passarmi a prendere alle tre e poi non ti fai vedere e il giorno dopo ti degni di farmi sapere che, guarda, non ci crederai, ma un satellite russo mi è caduto proprio nel giardino di casa, là dove c’è lo stagno coi pesci rossi, ed abiti perfino in un condominio senza nemmeno una striscia d’erbetta).
Sdraiato quindi sul mio letto, mi stai spiegando tutto questo.
Non ti stai scusando. Stai semplicemente constatando un dato di fatto (il cellulare dimenticato in città) e vuoi mettermene a parte. Sono sul punto di ringraziarti per questa gentile concessione.
(Lui salva la Russia restituendole i satelliti che si perde in giro per il cosmo. Io non mi azzardo a replicare perché altrimenti passo per insensibile, non avendo la minima intenzione di aiutarlo a rimettere quel catorcio in orbita).
Ultima considerazione:
Quando ancora sapevi di amarmi, mi portavi al mare e mi guardavi con le stelline negli occhi mentre ero stesa sul mio asciugamano con disegnati i gattini. Non ti lamentavi per i quaranta gradi all’ombra, né per il fatto che fosse mezzogiorno, né per il fatto che il sole fosse davvero a picco, né per il fatto che non ci fosse nemmeno un ombrellone e tu hai una pelle che si ustiona anche nell’ora che precede l’alba.
Quando ancora sapevi di amarmi, non partivi per quindici giorni in compagnia di amici. Partivi con me.
Quando ancora sapevi di amarmi, lasciavi che fossi io ad avere l’ultima parola ed ogni nostra discussione si concludeva vedendomi vittoriosa.
Quando ancora sapevi di amarmi, potevo permettermi di mandarti a quel paese come e quando volevo, tanto sapevo che dopo saresti tornato strisciando anche se la colpa era esclusivamente mia e mi avresti domandato perdono per un errore che era da imputare a me sola.
Quando ancora sapevi di amarmi, non dovevo mettermi a fare le grandi pulizie di primavera, se sapevo che saresti passato da me.
Quando ancora sapevi di amarmi, non c’era bisogno che io ti facessi buona impressione.
Quando ancora sapevi di amarmi, non dovevo combattere con i miei capelli, che non sono né lisci né mossi. Cioè, che sono sia lisci sia mossi, senza soluzione di continuità. A quel tempo non mi importava, non passavo ore ed ore davanti allo specchio per renderli gradevoli alla tua vista. Potevo anche presentarmi a te così come sono adesso (spettinata, in tuta e ciabatte), perché mi avresti comunque detto «Sei bellissima» e me lo avresti detto col tono di quello strano uomo che amava Loredana Bertè – almeno nei primi versi della canzone.
Quando ancora sapevi di amarmi, non eravamo due ex sommariamente confusi (se non si fosse confusi, non si spiegherebbe cosa ci fai adesso nel mio letto).
Quando ancora sapevi di amarmi, non eravamo ex.
Quando ancora sapevi di amarmi, mi amavi.
Punto e basta.
(anno 2007)
di Ruben Mosca
Un breve racconto di un amore con finale a sorpresa
Lei lo invadeva, tutto spariva. Esistevano solo lui e lei. Era la sua anima gemella. Solo lei lo conosceva davvero, anche se lui, di lei, comprendeva solo alcuni dei suoi lati.
Le note di Desert Rose di Sting lo conquistavano. Ora immaginava di essere, attraverso e grazie a lei, tra petali di rose che volavano ovunque, poi si immaginava in un deserto e poi ancora tra le nuvole ed il vento, che lo trasportavano lontano da tutti e da tutto. Era lui, in intimità con lei, un amore che non l’avrebbe mai fatto stare male, qualcosa che sarebbe rimasta sua per sempre e che non lo avrebbe mai tradito, e lui non avrebbe mai tradito lei. Appena finisce una canzone ne mette un’altra, non riesce a studiare e ad uscire con gli amici, per lui esiste solo lei, non sente altro. Quando c’è lei, lui balla, pensa, piange, sorride e soprattutto canta. Lui non è geloso di lei. La lascia a tutti, per far si che possa emozionare di nuovo e di nuovo; anche se con lui ha un rapporto diverso, un rapporto che con gli altri non ha. Questo lui lo sa e soprattutto lo sente nella sua anima. Può anche non nutrire il suo corpo con il cibo, anche perché ci tiene al suo aspetto, sa di essere bello e di avere una certa attrazione su tutti. Lo nota quando va in giro, tutti vorrebbero essere suoi amici, molte ragazze vorrebbero uscire con lui, ma niente. Lui deve nutrire la sua anima con lei, deve cantare e ballare, altrimenti può cessare di esistere. Morirebbe dentro, e non c’è morte peggiore di quella dell’anima. Ne è innamorato alla follia, sa che quello è il suo futuro. Lui è come una persona in stato vegetativo e viene tenuto in vita da lei e solo da lei. Lui ama anche chi sa usare la sua anima gemella facendo canzoni e suoni che gliela fanno amare di più. Lui sa che lei sarà sua moglie per sempre, la sua compagna nei suoi momenti difficili e di gioia. Sì, non c’è dubbio…Lui sa di essere nato per lei e la sua missione è ancora da scrivere, anche se lui pensa sia già stata scritta in qualche profezia.
Lui la ama molto. La tiene accesa, la sua musica, ad ogni ora del giorno e della notte. Come sottofondo alla sua vita fino ad accrescerla e farla diventare, un giorno, la sua vita.
di Simone Valtorta
Immagine di Barbara Bolzana volte sono i piccoli gesti a suscitare le emozioni più grandi
«Mai stato con una di quelle lì!»
Dove avevo letto questa frase? In qualche libro, mi sembrava… ma non riuscivo a ricordare quale…
Questo pensiero mi tornava però alla mente ogni sera, puntuale come una maledizione che si teme ma a cui non ci si può sottrarre, mi s’insinuava nella mente quando, superate le ultime costruzioni della periferia monzese, imboccavo la Valassina per tornare a casa al termine di una lunga e noiosa giornata lavorativa.
Loro erano là, invariabilmente, ogni notte, sia che spirasse il vento gelido di febbraio, sia che soffiasse la tiepida brezza di fine giugno: da sole, o in crocchi, a gruppi di tre, quattro, sotto le luci al neon dei grandi ipermercati vuoti di clienti o strette intorno ai falò come falene attirate dalla luce; ormai avevo quasi imparato a riconoscerle una ad una, come delle vecchie amiche: c’era Liudmila, ucraina, portata in Italia col miraggio di un lavoro e poi costretta a prostituirsi; Kora, nigeriana, legata ai suoi sfruttatori dopo una cerimonia negromantica che aveva troppa paura a sfidare; e Stella, che si vendeva agli altri per potersi pagare gli studi di filosofia all’Università.
Ogni sera, passando davanti a quella specie di «spaccio del sesso», mi veniva da pensare a come poteva essere quella vita «deviata», qual era l’essenza di quel mondo tanto vicino a me eppure separato da un abisso che mi appariva incolmabile. Quali erano i sogni, i desideri di quelle ragazze? Un lavoro, una famiglia… una vita normale, forse? Ma che cos’era, per loro, la normalità? Un termine vuoto, o una parola che aveva ancora un senso? E quale gusto, quale piacere poteva spingere qualcuno ad unirsi a loro, per il breve spazio di un’ora? E poi altri pensieri ancora, che sarebbe troppo arduo cercare di fissare sulla carta, troppo caotico descrivere in parole.
Talvolta avevo anche rallentato, passando di lì, quasi un oscuro impulso m’imponesse di fermarmi; e sempre, se una di loro accennava a venire verso di me, ancheggiando in un modo che voleva essere seducente – ma che io non trovavo altro che triste, o ancora di più, disperato –, allora sgommavo, mi allontanavo, mordendomi le labbra fino a farle sanguinare. Mi sentivo sporco, come mai mi ero sentito in vita mia; insozzato dal semplice pensiero.
Verso la metà di febbraio, il freddo calò sull’Italia con l’impeto di una mandria di bufali lanciati al galoppo; era stato un inverno abbastanza mite, fino a quel momento, e l’ondata di gelo fu tanto più devastante in quanto nessuno se l’aspettava: spazzò via le gemme dagli alberi in prima fioritura, costrinse la gente a riporre negli armadi gli abiti primaverili ancora odoranti di naftalina e ad imbacuccarsi in sciarpe, guanti e cappelli di lana; anche il mormorio dei torrenti fu soffocato dal formarsi del ghiaccio.
Le ragazze erano ancora là, infagottate in maglioni troppo ampi, strette l’una all’altra quasi che la vicinanza dei corpi potesse scaldarle.
Un giorno, presi una decisione che, a rifletterci a mente lucida, sarebbe potuta apparire assurda; fu una specie di ispirazione, qualcosa di irrazionale – mi sono sempre sentito attratto dalle iniziative irrazionali.
Avevo preparato tutto con cura: un bel po’ di cioccolata tenuta in caldo nel thermos; i miei colleghi, al lavoro, avrebbero fatto festa se l’avessi offerta.
Ma la cioccolata non era per loro; era per qualcuno che non aveva la fortuna di passare le ore del giorno in locali ben riscaldati, che non poteva prendersi un caffè a metà mattina e che non trovava, una volta tornato a casa, un bel piatto fumante di pastasciutta. Era per le ragazze!
Quando lasciai l’ufficio e salii in macchina, per tornare verso casa, rimuginai a lungo sull’assurdità della cosa. A che scopo offrire una tazza di cioccolata a persone che passavano intere giornate nella morsa del gelo – un gelo sia esterno che interno, un’assenza di qualsiasi calore umano –? Come avrebbero considerato un gesto che voleva solamente essere gentile? Avrebbero potuto fraintenderlo, forse ritenerlo una presa in giro, o addirittura un’offesa? Che cos’avrei potuto rispondere, se mi avessero chiesto perché lo facevo?
Le ragazze erano esattamente dov’erano sempre state ogni notte, nel grande parcheggio dell’ipermercato le cui luci, accese sebbene fosse l’ora di chiusura, sembravano messe lì solo per illuminare loro. Quasi fossero oggetti in vetrina – di certo, era così che venivano trattate, merci senz’altro valore che quello che si poteva ricavare dai loro corpi (involucri privi d’anima), fintantoché rimanevano desiderabili.
Il parcheggio era vuoto, e numerosi angoli restavano immersi nell’ombra; poteva venir da pensare che l’architetto che l’aveva progettato fosse stato a conoscenza di chi l’avrebbe frequentato di notte e avesse voluto predisporre degli spazi bui per le fugaci «coppie» che vi si fossero appartate.
Scalai le marce, la terza, la seconda; passai davanti ad un bidone a cui le ragazze avevan dato fuoco per scaldarsi, tenendo gli occhi bassi, timoroso di sollevare lo sguardo. Avevo paura di incrociare i loro occhi. Feci un’ampia curva e mi fermai in una zona in penombra. Scesi dall’auto, osservandole da lontano. Aspettando che fossero loro a fare la prima mossa.
Per alcuni secondi non accadde nulla. Poi, dal gruppo si staccò un’ombra scura – Liudmila, la riconobbi dai capelli biondoscuro – e cominciò a venire verso di me. Per lei era ovvio che io fossi un cliente, non potevo essere nient’altro. Il ticchettio dei suoi tacchi a spillo sull’asfalto umido era regolare e rapido come quello di una bomba ad orologeria.
«Ciao. Ti serve compagnia?»
Sobbalzai a quella voce che cercava di essere roca e sensuale, ma appariva invece bassa, resa ancor più aliena dal cattivo accento. Repressi a fatica un «no» che mi era salito spontaneo alle labbra e sollevai lo sguardo, dalle scarpe a punta alle lunghe gambe ingabbiate nelle calze a rete, alla gonna cortissima, al maglione scollato che copriva appena metà del seno prosperoso, al viso.
Era la prima volta che osservavo «una di quelle» così da vicino, e la cosa fu un vero shock: non aveva un volto, aveva una maschera, un qualcosa da bambola, di ceramica. Le sue labbra erano tinte di un colore rosso tanto intenso, da essere quasi nero, e spiccavano in modo provocatoriamente osceno su un viso che, malgrado fosse stato ripassato con un fondotinta opaco, conservava ancora il candore della pelle delle regioni nordiche. Gli occhi erano chiari, sottolineati da un ombretto pesante sembravano quasi neri, e per di più pesti quasi fossero stati colpiti da un pugno. I capelli erano un cespuglio arruffato d’un biondo fuligginoso.
«Sono brava e costo poco. Venti euro e faccio tutto» continuò, invitandomi, quasi stizzita dal mio silenzio. Era giusto: lei doveva lavorare, non poteva perder tempo con un muto. Oppure, più semplicemente, temeva che me ne andassi e quindi avrebbe dovuto aspettare un altro cliente.
«Io… non volevo far niente» balbettai, confuso, «desideravo solo offrirti una tazza di cioccolata calda». Tirai fuori il thermos dall’auto e glielo mostrai, come se questo potesse spiegare tutto.
Nei suoi occhi si rifletterono una ridda di emozioni. Su tutte brillò una luce maligna e la bocca assunse una piega amara: «Tu sei uno di quelli, vero?» mi sputò in faccia, guardandomi con l’espressione con cui io avrei fissato una tarantola. «Sei uno di quelli che non pagano, che pensano di comprarti con un pezzo di cioccolata…»
La violenza che sentivo vibrare in quelle parole, pronunciate a bassa voce, mi colpì fino a farmi barcollare. Chiamai a raccolta tutto il mio coraggio per rispondere: «Io… non intendevo offenderti. Solo essere gentile. Nient’altro». Frugai nel portafoglio e tirai fuori una banconota da venti euro. Gliela porsi tendendo il braccio: «Tieni. È tua. E non voglio nulla in cambio».
Fissò la banconota con l’espressione di chi non capisce: «Chi sei?» chiese sospettosa, senza prendere i soldi. «Sei uno della polizia? Uno dei… servizi sociali? Un prete?»
Mi sforzai di sorridere, e di essere sincero: «No, sono un impiegato. Lavoro alla Export Inc., qui a Monza. Faccio questa strada tutte le sere, per tornare a casa, e… beh, mi son detto che fa freddo, che forse avresti gradito qualcosa di caldo, e… so che è quasi nulla…»
«Perché? Tu non sei uno di quelli che vengono…» Non finì la frase.
«No» la rassicurai, «non sono un cliente». Svitai il coperchio del thermos, lo capovolsi (era di quelli a forma di tazza) e lo riempii di cioccolata, densa e bollente. Le porsi la cioccolata con una mano e i soldi con l’altra.
I suoi occhi erano lucidi ed umidi; il labbro inferiore tremava leggermente, come in preda ad un irrefrenabile tic. Allungò entrambe le mani verso la tazza, la prese; la portò alle labbra sorseggiandola piano; chiuse gli occhi, quasi per assaporare meglio il calore che le scendeva nel corpo; due lacrime brillarono sotto le ciglia, scesero tracciando sulle guance due strisce nere. Quando riaprì gli occhi, luccicavano di piacere. «Chi… sei?» mi chiese ancora. «Sei un angelo?»
Sorrisi: «Te l’ho già detto, sono un uomo come tutti. Ti sembro forse un angelo? Gli angeli sono molto più alti di me, e poi hanno enormi ali…»
Lei scosse il capo, gli angoli delle labbra curvati all’insù in un sorriso modesto e discreto: «No, non è così. Forse alcuni angeli hanno le ali… ma tu per me sei un angelo, che Dio ha inviato sulla terra… perché non mi sentissi più così sola…»
Le sfiorai le guance con un dito, raccogliendo una lacrima: «Nessuno è solo, ricordalo. Neppure tu lo sei».
Mi restituì la tazza: «Ora so davvero che non ero sola: perché tu mi guardavi, pensavi a me, a quello che avresti fatto stasera… io non lo sapevo, ma tu eri con me…» Si bloccò, cercando – mi parve – di metter ordine tra pensieri troppo caotici.
Un’auto si fermò, caricò una delle ragazze e ripartì. Un cliente.
Io e Liudmila ci fissammo negli occhi; uno sguardo interrogativo, come se, arrivati ad un incrocio, non riuscissimo a decidere quale strada prendere; ma sapevamo entrambi che le nostre vie, che per quei brevi istanti si erano incrociate, sarebbero presto tornate a dividersi. Probabilmente, per sempre.
Fu lei a prendere l’iniziativa: pian piano mi circondò il collo con le braccia e premette le sue labbra umide sulle mie. Provai una scossa alla sensazione della sua bocca morbida, del suo alito che sapeva ancora di cioccolata. Era il suo modo di dirmi grazie, senza nessun’altra implicazione; era l’unica maniera che conosceva per ringraziarmi. Per questo non l’abbracciai, per questo costrinsi le mie braccia a restare inchiodate e rigide lungo i fianchi, sebbene fremessero del desiderio di circondarle la vita. Sarebbe stato troppo fuori luogo.
Il bacio – intenso, appassionato, ma al tempo stesso totalmente casto e puro – mi parve durare un’eternità; in realtà, non credo passassero più di pochi secondi. Infine si staccò, mi rivolse un ultimo sguardo colmo di gratitudine e si allontanò, quasi di corsa. Tornò al bidone in fiamme, a quell’esistenza larvale, a quella vita che non era vita.
In mano avevo ancora i venti euro. Provai l’impulso di raggiungerla, di darglieli, ma lo abbandonai subito: il mio gesto, pur fatto con le migliori intenzioni, avrebbe potuto venir frainteso, donandole del denaro l’avrei trattata né più né meno che come una prostituta. Non lo meritava.
Mi cacciai la banconota in tasca e avviai l’auto, allontanandomi. Non mi voltai indietro. Non guardai nello specchietto retrovisore.
La sera dopo, quando passai di lì, lei non c’era. Non c’era neppure la sera seguente, e nemmeno quella successiva. Fu solo dopo una settimana, mentre guardavo distratto il telegiornale, che apparve la sua fotografia. Alzai il volume. Il commentatore stava annunciando: «…La sua testimonianza ha permesso di smantellare una banda dedita al traffico delle prostitute. L’operazione, denominata Strade pulite, ha portato alla cattura di sette persone, quattro albanesi – tra cui una donna –, che gestivano lo smistamento delle ragazze nel nostro Paese, e due bielorussi e un ucraino, che provvedevano a farle giungere dai loro Paesi d’origine. La ragazza ha raccontato agli inquirenti di aver trovato il coraggio di denunciare i suoi sfruttatori dopo che un uomo, una sera, le ha offerto una tazza di cioccolata calda, senza chiederle niente in cambio; questo gesto, in sé abbastanza semplice, le ha fatto capire che non tutti gli uomini sono malvagi, che ci sono anche persone buone, che bisogna aver fiducia negli altri. La ragazza è attualmente ospite di una casa-famiglia, dove sta apprendendo un lavoro che le sarà utile in futuro. Sembra sia intenzionata a rimanere nel nostro Paese…»
Spensi la televisione e mi appoggiai allo schienale della sedia. Ero felice che avesse trovato la forza per iniziare a costruirsi una nuova vita, e ancor di più perché aveva deciso di farlo in Italia; era un po’ come se ci avesse perdonato per tutte le umiliazioni ed i dolori subiti nel nostro Paese.
«Sei un angelo?» mi aveva chiesto Liudmila. No, chiaro che non lo ero; però, forse, era stato un angelo a suggerirmi di andar lì, quella sera… il mio angelo custode… o il suo.
È curioso, come una semplice tazza di cioccolata possa cambiare la vita di una persona. Più sereno e in pace con me stesso, chiusi gli occhi e portai alle labbra la mia tazza serale di cioccolata fumante.
(anno 2007)
di Alessio Pracanica
“ Prendete e bevetene tutti:
questo è il calice del mio sangue,
per la nuova ed eterna alleanza “
(Messale di Paolo VI)
Gli alieni erano verdi, viscidi e brutti.
L’invasione, come ormai la definivano tutti, era cominciata circa due settimane prima.
Un’astronave enorme appariva all’improvviso sopra il centro di una città, un bagliore verde inceneriva strade e palazzi, poi centinaia di astronavi più piccole scendevano per sterminare i pochi sopravvissuti.
Così avevamo perso Los Angeles, Mosca e Dublino.
E Atlanta, Venezia, Lima, Pechino, Seul, Anchorage, Tokio.
E la lista potrebbe continuare per giorni.
Allungandosi di un paio di nomi a settimana.
I governi o quel poco che ne restava, nascosto in innumerevoli bunkers dagli Urali alle Montagne Rocciose, cercarono di intervenire.
Naturalmente.
I migliori cervelli del pianeta tentarono di entrare in contatto con gli invasori, alla ricerca di un minimo comune multiplo che permettesse la comprensione e la pace tra esseri viventi.
E i migliori cervelli furono inceneriti.
Allora toccò all’esercito, dopo aver morso il freno mentre i cervelloni si affannavano con simboli matematici e luminosi, prendere in pugno la situazione.
Una divisione corazzata si schierava lungo il previsto percorso dell’astronave aliena, scavando trincee, piazzando mine e puntando cannoni.
Un bagliore verde e della divisione rimaneva soltanto ferraglia da rottamare e pozze di plastica fusa.
Allora i militari usarono le atomiche.
Ci vennero restituite come palle da baseball battute fuoricampo.
Ed ogni colpo era un’altra città cancellata dalle guide turistiche.
Usarono aerei stealth, sommergibili atomici, satelliti armati di laser.
Tutti questi giocattoli vennero spazzati via con apparente noncuranza, mentre milioni di persone fuggivano davanti agli invasori, che continuavano ad allargare inesorabilmente i loro immensi cerchi di desolazione.
...
Clint, contea di El Paso, Texas.
980 anime a voler credere all’ultimo censimento. Qualche centinaio in più, contando anche le vacche.
Qualche decina in meno, considerando che l’ultimo censimento risale al 2000 e da allora se n’è andata molta gente e qualcosa mi dice che di censimenti non se ne terranno più per parecchio tempo.
Il reverendo Jonas vide i soldati passare nella strada principale. Una fila di mezzi di corazzati diretti in buon ordine verso l’orizzonte.
All’altezza della chiesa il comandante fece il saluto militare, per poi detergersi il sudore, che colava da sotto l’elmetto in quel polveroso mattino.
Li vide ritornare nel tardo pomeriggio. Una triste litania di veicoli anneriti e claudicanti, con lamiere ammaccate e cingoli danneggiati.
Un blindato color kaki, con un altoparlante sul tetto, ripeteva in continuazione sempre lo stesso messaggio.
Ci stiamo muovendo verso la base, per riorganizzarci e lanciare una nuova offensiva. Consigliamo a tutti i civili di abbandonare le proprie case, portando con se solo lo stretto necessario.
Non fu necessario spiegare che gl’invasori stavano arrivando.
In pochi minuti una folla di persone riempì le strade. Tutte le 980 anime di Clint, più parecchie vacche, legate al parafango posteriore dei pick-up e cani, gatti, canarini, perché era risaputo che gli alieni si divertivano a torturare gli animali, quando non trovavano uomini o donne in buono stato su cui accanirsi.
E poi, che diamine, è risaputo che l’esercito non si ritira, mai.
Al massimo effettua un movimento verso la base, per riorganizzarsi e lanciare una nuova offensiva.
Ma nel frattempo è meglio mettere in salvo il cane, il gatto e quelle obbligazioni di J.P. Morgan nascoste sotto un mattone del salotto. Non si sa mai, metti che la nuova offensiva tardi ad arrivare.
Il reverendo Jonas non fuggì. Semplicemente non poteva abbandonare la sua città, la sua chiesa.
E poi dovevano per forza essere rimasti dei vecchi, dei malati, gente che non poteva fuggire e aveva bisogno di lui.
Un prete cattolico non può d’un tratto sollevarsi la sottana e scappare. Ci sono degli obblighi, degli imperativi morali cui non ci si può sottrarre.
Un prete non può dimettersi, né disertare.
Cosa più importante, di solito non ha vacche da portare in salvo e quanto alle obbligazioni J.P. Morgan, se ne occupi il vescovo di Houston, se è ancora vivo.
Se Houston è ancora in piedi.
Padre Jonas, mentre fuori si allontanava il rumore dei motori, si precipitò in sacrestia, afferrando al volo una bottiglia d’acqua e qualcosa da mangiare. Mise il tutto nel vecchio zaino grigioverde, che usava quando accompagnava nelle escursioni i bambini della parrocchia e si precipitò fuori.
L’orizzonte era un ammasso di polvere.
Nubi immense, a forma di fungo, che salivano verso il cielo, intervallate da bagliori verdastri.
Montò sul vecchio camioncino che aveva più di trent’anni di vita e si diresse verso la periferia, con la ferma intenzione di controllare ogni casa.
...
L’oscurità era calata da un pezzo. Un clangore metallico, lento e cadenzato aveva preannunciato l’arrivo degli invasori. Smontarono dai loro mezzi e s’insediarono in paese, con la solita arroganza di ogni conquistatore.
Padre Jonas, seminascosto dietro i barili dell’emporio di Al Fisher, li vide tirare al bersaglio su alcune galline, dimenticate nella fuga frettolosa. Si rimproverò di non aver salvato quei poveri esseri viventi, ma la sua attenzione era rivolta ai vecchi, agli ammalati, ai poveri di spirito che la folla avrebbe certamente dimenticato dietro di se.
Di cui non c’era traccia, comunque.
Clint, contea di El Paso, contava ormai un’anima sola, la sua. Escludendo quelle povere e sfortunate galline.
Strisciò nell’ombra, indeciso sul da farsi, finchè non fu convinto che gli alieni erano troppo impegnati nel torturare i pennuti, per accorgersi di lui.
Attraversò la strada in un lampo. C’era l’eucaristia da salvare, ovviamente. Conservata nel tabernacolo. Quattro o cinque ostie, padre Jonas non ricordava bene, ma qualunque fosse il numero, era corpus christi, mica coca-cola.
Scivolò in sacrestia di soppiatto, sfruttando le ombre del vicolo, mentre gli invasori biascicavano urla di giubilo nella loro lingua da rettile.
Apprendo la porta che conduceva in chiesa fu sorpreso da uno strano bagliore. Per istinto si appiattì contro la parete.
Decine, centinaia di alieni erano inginocchiati sui banchi della chiesa e uno di loro, che indossava strani paramenti verde fosforescente, innalzava un’ostia verso il crocefisso.
Il legno della croce si animò, pervaso da un’ipnotica luce verdastra, poi una mano scese verso il basso, a sfiorare il simbolo della comunione.
In un attimo padre Jonas capì.
Gli invasori adoravano anch’essi il vero Dio ed Egli si manifestava a loro.
Si materializzava.
Da ciò indubbiamente la loro invulnerabilità in battaglia.
Il Dio degli eserciti combatteva con loro.
Padre Jonas rimase ad osservare l’essere sceso dalla croce, che avvolto in un’aura verde brillante, dispensava la comunione ad una lunga fila di alieni.
Il prete si segnò, prima di scivolare via, tra le ombre della notte.
Gli altri, tutti, dovevano sapere. Quel segreto non doveva restare celato all’umanità
...
La chiesa di Agua Dulce, contea di El Paso, era piena di gente. Il reverendo King si approssimò al pulpito, consapevole della tristezza intorno a lui.
Le donne stringevano i bambini. Gli uomini fissavano il pavimento. Tutti con un’espressione di rabbia impotente.
Prima che cominciasse la predica, un’ombra si staccò da una delle ultime colonne sulla destra e domandò la parola.
“ Fratelli, sorelle, accoglietemi tra voi anche se appartengo a un’altra confessione. “
Tutti si volsero verso padre Jonas che, incoraggiato dal silenzio, proseguì: “ In fondo tutti noi crediamo nella stessa cosa. E pur con sfumature diverse, nello stesso Dio. “
Le parole rimbombarono sotto le alte volte di pietra.
Il reverendo King annuì : “ è giusto ciò che dici, fratello Jonas. Unisciti a noi nella preghiera, se è ciò che desideri. “
Padre Jonas si spostò al centro della navata.
“ Non sono qui per pregare! Fratelli, sorelle, quel Dio in cui crediamo aveva stretto un patto con noi, suggellandolo con il sangue e la carne. Ora io vi dico che quello stesso Dio ha rinnegato questo patto, schierandosi con gli invasori. L’ho veduto io stesso scendere dalla croce e offrire la comunione, il suo stesso corpo, a coloro che distruggono le nostre case.”
Tutti videro, alla luce delle candele, che indossava una mimetica e imbracciava un fucile.
“ Io dico che dovrà pentirsi di questa scelta!”
Lo scatto di un otturatore risuonò in tutta la chiesa.
“ E perdio, dovrà pagare per questo tradimento!.”
Alte urla si alzarono contro la volta in pietra e mille pugni scandirono verso il cielo il guanto di sfida dell’umanità.
di Simone Valtorta
un racconto da leggere «sottovoce», quasi una meditazione sul destino ultimo dell’umanità.
Huy arrivò alle Rovine ai primi bagliori del crepuscolo, quando il cielo era soffuso d’un pastello color arancio sfumato di striature purpuree ed oro, e denso come melassa. Da lontano, le cupole e le guglie che si protendevano a sfilacciare le nubi sembravano tante gocce d’ambra stillanti dalla volta di un’immensa caverna.
Il giovane cacciatore si fermò, incerto, sul limitare della collina: la marea stava calando, l’acqua ruscellava dentro e fuori dagli edifici rugginosi, scivolava sull’asfalto delle strade e lungo le banchine dei porti, si tuffava nell’abbraccio del golfo. Qua e là, negli avvallamenti, ristagnava, con la superficie arruffata dalle carezze del vento occidentale.
Guardingo, Huy s’inoltrò tra le Rovine, assaporando il sapore d’arcano che quel luogo sapeva ancora trasfondergli, e sentendosi – pur dopo tante volte che vi ritornava – un intruso, un estraneo che penetrava in un territorio che non gli apparteneva. Gli altri non approvavano che si andasse lì; neanche i più coraggiosi ed esperti vi si avventuravano, se non nei periodi di carestia, quando la selvaggina scarseggiava e il mare rifiutava i suoi doni (allora, in qualche edificio di periferia vuoto e silenzioso, ripieno del sole che fluiva dalle vetrate infrante, talvolta si poteva trovare qualcosa di buono da mangiare). Ma erano eventi rarissimi, e comunque nessuno – che lui ricordasse – era stato tanto temerario da passarvi la notte.
Infatti esistevano storie, sulle Rovine: la più comune, che lui aveva ascoltato tante volte accucciato accanto al focolare, parlava degli spiriti dei morti che, nelle notti senza luna, uscivano gemendo dalle antiche tombe e percorrevano le strade lastricate, dilaniando con gli artigli e succhiando l’anima di ogni incauto esploratore.
Ma Huy sapeva che non c’era pericolo – non in quel senso: quelle voci lamentose erano solo un’illusione del vento, che strideva tra le lamiere dei cantieri e scuoteva le cigolanti catene dei moli. Erano queste leggende, come tante dita barocche puntate a intimorire i più irruenti, che, paradossalmente, l’avevano indotto a visitare quei luoghi. E, dopo la prima volta, vi era tornato, ancora ed ancora.
Lì si sentiva in pace: in pace col Cosmo, in pace con gli uomini che avevano popolato le Rovine, in pace con gli dèi e con gli spiriti che governano le azioni di tutti.
A volte, quando era stanco e si abbandonava al sonno, disteso sul caldo cemento di una strada o accanto ad un uscio dai cardini divelti, le Rovine rispondevano alle sue mute domande: in un sospirato sussurro gli trasmettevano le vibrazioni, centellinate dal tempo, di chi lì aveva vissuto, lì aveva amato, lì aveva ceduto al gelo della morte. Come tanti granelli di sabbia racchiusi nella clessidra dell’eternità, quegli uomini orgogliosi avevano eretto orgogliose torri, simboli superbi della loro potenza e della loro vitalità. E dalle torri avevano scrutato il cielo, le nebulose e le costellazioni, coi grandi occhi scintillanti di meraviglia e d’ammirazione…
Huy guardò il cielo tinto d’inchiostro, la volta sulla quale le stelle cominciavano ad occhieggiare, timide e indifferenti, come una miriade di fuochi intenti a tracciare un sentiero: era lassù che se n’erano andati gli antichi uomini, era stato il loro sogno fin da quando un ragazzo s’era fabbricato ali d’uccello per salutare più da vicino il sorgere del sole. Avevano abbandonato la terra per trasvolare sulle rotte del cielo, erano migrati come le anatre selvatiche che fuggono dai freddi invernali per raggiungere i caldi stagni meridionali, erano partiti e non erano più tornati. Cercavano un mondo migliore, un giardino di delizie dove i fiumi stillassero miele e i lupi si pascessero con gli agnelli: perché pensavano che quello che avevano ereditato dai padri non fosse abbastanza per loro, erano andati a scandagliare l’ignoto per trovare qualcosa di più bello, di più grande, di più vero, una terra dei sogni divenuta realtà e lasciata là, tra le galassie, a disposizione di chiunque fosse andato a prenderla. Solo le Rovine erano rimaste, immobili sentinelle del passato dominio: un ponte sospeso tra ciò che era e ciò che sarebbe stato, tra le radici della civiltà e i rami più alti.
Huy si chiedeva spesso dove fossero quegli uomini ora, se stessero calcando il suolo di lontani pianeti, se fossero felici e se, nella solitudine della sera, qualcuno di loro rimembrasse il mondo lasciato dietro di sé, le città invase dai rampicanti e i campi soffocati dalle paludi. Un mondo in lenta, inesorabile putrefazione, la carcassa di un animale abbandonata sotto il pugno degli elementi; solo le lucertole guizzavano furtive tra i luoghi di culto e le dimore nobiliari pavimentate di mosaici opachi, ragni, topi e pipistrelli stavano acquattati tra i cadenti architravi dei palazzi e là, nelle crepe delle fonti disseccate dei giardini, si vedevan sovente brillare gli occhi gialli della serpe. Forse, si disse il giovane, in quel momento, da qualche parte del Cosmo sconfinato, c’era qualcuno di quegli uomini che pensava a lui, come lui pensava a loro…
Ma a quest’ultima domanda le Rovine non rispondevano. Non sapevano che cosa rispondere!
La rugiada dell’alba gli solleticò le membra. La marea stava salendo. Huy si alzò, diede un’ultima occhiata agli edifici semisommersi, alle abitazioni un tempo risuonanti di vita, alle torri da cui erano partite le navi dirette verso il cielo, quel cielo dal quale nessuno era mai più tornato.
Il vento dell’oriente gli passò sul corpo dita vellutate d’argento in lunghe, morbide carezze: odoravano di muschio, di funghi e di foresta. Era un segno favorevole, si disse il giovane. Raccolse la piccola ascia dalla lama di selce, l’arco di giunco flessibile e le frecce. Avrebbe fatto una buona caccia… forse sarebbe riuscito addirittura ad abbattere un leone delle caverne o una tigre dai denti a sciabola.
Ci sarebbe stata carne per la tribù!
(anno 1999)
di Alessandro Bastasi
Non mi è mai piaciuto comprare roba usata, ma quella borsa di El Campero mi ha subito conquistato. Bella, ben conservata, pelle solida, cuciture robuste, rivestimento interno con un tessuto a fiori discreto ed elegante. Degli anni Settanta, mi ha detto la signora dalla gonna lunga e i capelli grigi, gli occhi azzurri e sorridenti, che stava dall’altra parte della bancarella. Io vado pazza per le borse, ne avrò quaranta stipate nell’armadio, e non ho saputo resistere. Sarà stata l’aria festosa della fiera dell’antiquariato, o la luce radente del tardo pomeriggio domenicale che illuminava di sbieco i Navigli, fatto sta che me ne sono subito impadronita senza neppure tirare sul prezzo.
- Ho fatto acquisti! – trillo di gioia mentre sto aprendo la porta di casa e mi accoglie il profumo forte e aromatico della pipa di Guido. – Guarda che meraviglia!
Guido è ancora lì, dove l’ho lasciato tre ore fa, al computer, a scrivere la sua relazione per il consiglio di amministrazione di domani e non solleva neppure lo sguardo dallo schermo.
- Oh, smettila, dacci almeno un occhio!
Gliela metto davanti al naso, lui la sfiora con la mano.
- Bella, sì.
- Eh? mi mancava proprio una così.
- Se adesso che hai trent’anni ne hai così tante, di borse, quando sarai una sessantenne quante ne avrai? Dovremo prendere una casa più grande solo per quelle.
In un altro momento gli avrei risposto per le rime, ma adesso sono troppo eccitata per il mio acquisto, non gli bado neppure e corro in camera a studiare i particolari di quel meraviglioso manufatto. L’accarezzo, palpeggio la morbidezza della pelle, la tengo in mano mentre passeggio su e giù sul parquet, mi siedo sul letto, la apro, ne scopro le tasche interne, faccio scorrere uno zip, poi l’altro…
Una fotografia! Ma guarda… Che bell’uomo. Se non fosse per la data direi che somiglia a Guido. E’ impossibile, ovviamente, dieci giugno del settantatre, Guido è nato l’anno dopo! Certo che la somiglianza è straordinaria, alle volte uno non ci pensa ma chissà quanti sosia ci sono in giro di ciascuno di noi.
Più tardi, a cena, anche Guido prende in mano per un istante quella fotografia sbiadita, ma dice di non notare alcuna somiglianza. Io invece lo osservo con attenzione, quel trentenne dai capelli lunghi e la barba, sguardo intelligente, maglione col collo alto e jeans, poi mi concentro sulla faccia di Guido, e cerco di immaginarmelo acconciato anche lui in quel modo.
- Ti piacerebbe essere vissuto allora? – gli chiedo.
Lui ci pensa un attimo, una ruga gli passa sulla fronte, poi mi risponde che è una domanda senza senso, uno vive quando gli tocca, in un altrove temporale lui non sarebbe mai potuto esistere né mai potrà farlo, non riesce nemmeno a concepirlo, tanto diverse sono le situazioni.
- Beh, dicevo così, tanto per parlare – faccio io, contrita e leggermente stizzita per la sua reazione. Ma Guido è così, solido, concreto. Proprio figlio del suo tempo.
Lui si accorge che mi ha un po’ frastornata e sorridendo mi dice:
- Pensa che non c’erano né i computer, né la posta elettronica né i cellulari… Non ci saremmo neppure potuti conoscere! E poi, un periodo come quello, pieno di disordine e di violenza, ma per carità…
Gli accarezzo la mano, lui mi guarda, solleva leggermente un sopracciglio, mi fa un buffetto sulla guancia, si alza e se ne va a lavorare.
Sul retro della foto c’è qualcosa, un nome, una frase, ma non riesco a leggerla, è cancellata da tratti di biro fitti fitti, quasi rabbiosi. Rigiro tra le mani quel cartoncino vecchio di trentasei anni. Mi intriga, non c’è che dire, e mi viene un’idea. Mentre Guido torna al suo posto di lavoro io vado nel mio studio, accendo il computer e scansiono la foto e il retro. La frase mi accorgo che è scritta con un inchiostro blu, mentre i tratti che l’hanno coperta sono neri. Carico il programma PhotoControl, e gli dico di fare sparire il nero. Il programma prontamente esegue, però si capisce ancora poco, compaiono solo piccoli tratti e puntini blu, difficile risalire a qualcosa di comprensibile, scritto per di più in corsivo… Ci vorrebbe un sistema esperto che cercasse di interpretare quell’insieme di segni e mi proponesse alcune alternative… Domani chiedo a Francesco, il mio collega che si occupa di intelligenza artificiale. D’altronde lavoro in una società di informatica, no? Anzi, gli mando subito una mail, lui ci gode con queste cose, magari riesce ad arrivare a qualche risultato. E a dare un nome a questo bel ragazzo degli anni ’70.
Di chi sarà mai questa borsa? Chi è l’uomo della foto, che fine avrà fatto, adesso avrà quasi settant’anni, coi capelli bianchi, se ne starà tranquillo in una casa di campagna dove ogni tanto lo andranno a trovare i suoi figli e i nipoti, la borsa sarà stata di sua moglie, forse è morta, per questo ho trovato la borsa al mercatino, o forse è morto anche lui e i figli si sono disfatti di tutte le cianfrusaglie che lui si teneva in casa per ricordo, ché quando conservi così gelosamente le cose vuol dire che stai proprio invecchiando, e non te ne importa nulla di rinnovare il mondo che ti circonda, ché la vita ormai l’hai vissuta. Mi prende una stretta al cuore mentre vado nella nostra camera da letto e a luce spenta rimetto la foto nella borsa che poi appoggio sulla cassettiera, la borsa tutt’a un tratto è pesante, non è gioiosa come quando l’ho presa al mercatino, è come se avesse voglia di nascondersi, di celarsi alla vista, forse perché le ho strappato il segreto della fotografia che ha conservato per tanti anni, troppi anni, anche se non mi sembra possibile che qualcuno l’abbia usata per tutto quel tempo senza accorgersene, forse ha di proposito lasciato lì la foto, nella sua tasca interna, magari in un qualche momento della vita aveva ripudiato quell’uomo e aveva voluto cancellarlo dalla faccia della terra, poi però non se l’è sentita di eliminarlo davvero e l’ha conservato in un posto dove non fosse costretta a vederlo, ma con la consapevolezza che comunque c’era, era vicino, nonostante tutto quello che potesse essere successo.
Ho il cuore gonfio di una strana inquietudine, sarà il buio della notte, il silenzio della nostra casa isolata, il chiarore lieve che filtra dal soggiorno nel quale Guido sta lavorando alla luce di una lampada da tavolo, un’inquietudine fatta soprattutto di malinconia, mi piacerebbe che Guido smettesse di battere sui tasti del computer e venisse qui da me, per andare insieme sotto le coperte e fare l’amore a lungo, vorrei davvero perdermi nella dimensione senza tempo di un abbraccio, e mi scende un brivido giù per la schiena quando mi accorgo che la borsa è lì, come se mi stesse fissando, come se volesse dirmi qualcosa, e meccanicamente torno ad avvicinarmi, la apro e riprendo in mano la fotografia, ho un tremito mentre la trattengo tra le dita, e non voglio accendere la luce per non rovinare quell’attimo eterno in cui percepisco nettamente il palpito di vita che è lì a bussare impaziente dalla superficie di quel cartoncino per uscire finalmente dall’accumulatore di passato che l’immagine di quell’uomo imprigiona nel suo aspetto sorridente e sbarazzino, soprattutto in quegli occhi più vivi che mai.
Mi scuoto quando improvvisamente un fascio violento di luce investe la mia figura e vedo Guido fermo sulla porta che mi guarda perplesso:
- Ma che succede? Cosa stai facendo?
Non lo so, mi dico. Sto tenendo la fotografia con entrambe le mani, sono sudata, la borsa è sulla cassettiera, una normale borsa di pelle El Campero, e poi l’armadio, e il letto, i libri sullo scaffale dietro la testata…
Sono invasa da una tristezza infinita, e le lacrime affiorano dai miei occhi, gli occhi blu che un tempo facevano impazzire d’amore il mio Guido, mi tremano le labbra e gli tendo le braccia, lui mi viene incontro, mi toglie la foto di mano, l’appoggia sulla cassettiera e mi porta sul letto, come una bambina. Mi abbraccia in fretta, mi sorride e mentre mi asciuga il viso mi dice, con la sua voce calda e ferma:
- Adesso riposati, qui, tranquilla. Ti porto una tisana, vuoi?
No, non voglio la tisana, voglio te, voglio appoggiare la mia testa sul tuo cuore, sentirne i battiti, il sangue che circola, solo questo mi tranquillizzerebbe, vorrei che andassimo a letto, a fare l’amore, starcene stretti l’una all’altro, e poi goderci la presenza forte dei nostri corpi e delle nostre anime intrecciate, ma invece no, non dico nulla, sto in silenzio, perché lui mi accuserebbe di essere la solita sentimentale, che non mi comporto da persona adulta.
- Vieni qui anche tu… - gli sussurro con un filo di voce.
- Più tardi, amore, lo sai che devo finire la relazione.
Ed è notte fonda quando mi sveglio di soprassalto con la sensazione che Guido non sia più lì con me. Lo scopro in soggiorno, in piedi, nudo, con la fotografia in mano. E lui si volta lentamente verso di me, con un sorriso fisso sul viso e gli occhi carichi di angoscia, in una scissione anche fisiognomica spaventosa. Urlo di nuovo, ed è la volta che mi sveglio davvero, con Guido accanto a me che apre per un attimo gli occhi assonnati e mi attira verso di lui bofonchiando un “Dormi, amore” prima di sprofondare di nuovo nel buio profondo della notte.
- E’ un bel problema quello che mi hai messo in mano! Il sistema standard non riesce a ricostruire la scritta, ci ho provato in tutti i modi ieri sera ma non c’è stato verso, devo quindi trovare un’altra strada. E forse… miracolo!, ce l’abbiamo. Sì perché per una banca abbiamo sviluppato un software che “legge” con un raggio laser le densità delle scritture, sai, serve per controllare l’autenticità delle firme. Bene, venendo a noi, se al programma riusciamo a fargli distinguere i punti dove la densità dell’inchiostro è doppia, dove cioè compare sia la scritta che la cancellatura, da quelli in cui c’è solo la scritta oppure solo la cancellatura, è fatta. Penso di darti i risultati entro stasera, al massimo entro domani. Tu però non dirlo al capo che sto trascurando il lavoro per fare un favore a te, lo faccio solo per i tuoi occhi, lo sai, eh?
- Ma smettila! – Francesco è un tesoro, un vero amico. Forse l’unico vero amico che ho.
Sono lì, alla mia scrivania, davanti al computer e agli altri accessori del mio lavoro, e penso all’immagine della fotografia, ne ripercorro i tratti, i capelli, gli occhi, il sorriso… Lo so che devo concentrarmi sul progetto, ma non ci riesco, e poi siamo alle finiture finali, il beta test è quasi completato, da un’immagine bidimensionale, opportunamente elaborata, siamo riusciti ad estrarne una possibile rappresentazione tridimensionale. Il lavoro più impegnativo è stato quello di analizzare le luci e le ombre, in modo da riuscire a calcolare il grado di curvatura delle superficie, le eventuali asperità, le profondità degli oggetti contenuti nell’immagine. E’ chiaro che, in assenza di simmetrie, il retro di questi oggetti è ricostruito sulla base di mere ipotesi, ma già così il risultato è notevole. Ha ragione Guido, in fondo, come potevano fare a meno, gli uomini degli anni Settanta, di tutto quello che oggi la tecnologia ci offre? Chissà cosa direbbe il tizio della fotografia se potesse vedere il punto cui siamo arrivati!
Il tizio della fotografia. Che mi succede? Ci penso e un brivido mi assale la schiena, è fine ottobre e il riscaldamento è acceso, eppure ho freddo, poi improvvisamente inizio a sudare, devo alzarmi, fare due passi lungo il corridoio, poi torno indietro, infine mi decido ad andare a prendere un caffè, e là incontro Francesco che mi dice, con fare complice:
- Ci siamo quasi! Ora tolgo un po’ di impurità e ti porto quella scritta su un vassoio d’argento. Bacio?
Il test del software di cui mi sto occupando è OK. Dalla fotografia di un cane sono riuscita ad ottenere una rappresentazione tridimensionale, che ruoto come voglio sullo schermo del computer, brava!, mi dico, dopo tutto sono davvero in gamba! Sto per spegnere tutto per tornarmene a casa quando mi arriva l’ultima mail. Il testo è breve, tre parole: “Il tuo Guido”. Ho un tuffo al cuore, pensando a qualcosa che mi può aver inviato mio marito, un biglietto d’amore in allegato, o l’invito a cenare fuori in un ristorante elegante, è tanto tempo che non usciamo la sera, del resto lo capisco, povero Guido, è un brutto periodo questo, con la crisi e tutto il resto, e lui deve prendere delle decisioni spiacevoli, tipo licenziare un po’ di dipendenti per riorganizzare l’azienda…
Ma non me l’ha inviato Guido quel messaggio. Il mittente è Francesco. E io rimango impietrita a rileggere quelle tre parole. Allora l’uomo della fotografia si chiamava Guido. Come il mio, di Guido. E l’aveva sicuramente regalata a una donna. Che poi, per qualche motivo sconosciuto, aveva cancellato la dedica. Senza però buttar via la foto. Mi precipito da Francesco, che se ne sta andando anche lui, ha in mano la fotografia, la agita per aria con un’espressione divertita.
- Allora - mi dice, - che ne facciamo di questa? La rivuoi? E tu cosa mi dai in cambio?
Guido! Guido non viene a casa stasera, ha una cena di lavoro. L’ennesima cena di lavoro. Sono sola, al buio, ho in mano la fotografia di Guido, che mi osserva incuriosito, in attesa di qualcosa, forse adesso che è ricomparsa la sua dedica si aspetta un segno, da me?, lo guardo e lui mi parla, ma non capisco che cosa mi stia dicendo, ho la testa in fiamme, e fuori ammicca una luna pazzesca, vorrei essere lì sul viale a passeggiare, le foglie secche che volano dagli alberi sul controviale, vorrei calpestarle e sentirne il rumore, e respirare intensamente l’aria fresca e tenue di questo fine ottobre.
D’improvviso, l’idea. Nel mio studio ho tutta l’attrezzatura necessaria, me l’ero installata per fare dei test a casa sul nuovo software che stiamo sviluppando sulla trasformazione delle immagini da bidimensionali a tridimensionali, e da questo elaborato creare degli ologrammi. Forse non funzionerà perfettamente, ma perché non provarci, domani al lavoro mi scarico l’ultima versione del programma e nel pomeriggio mi prendo mezza giornata di permesso. E faccio rivivere Guido.
E’ stato facile stamattina convincere il mio capo che era meglio che facessi i test a casa, senza essere disturbata dai colleghi e da mille telefonate, così non ho nemmeno dovuto chiedere il permesso. Sono al culmine dell’eccitazione mentre inserisco il CD nel lettore del computer, vedermi Guido in tre dimensioni, davanti a me, come se fosse vero, quel ragazzo di tanti anni fa che mi viene a trovare, l’idea mi pervade la mente e il corpo, non riesco quasi a stare seduta sulla sedia, il CD trema nelle mie mani, finalmente è inserito, vai sul programma, la freccina del mouse sull’icona giusta.
Il rumore fastidioso delle chiavi che girano nella serratura della porta d’ingresso. Guido. Guido che arriva proprio mentre sto attivando il software. E’ tornato a casa alle tre del pomeriggio, come è possibile, proprio oggi doveva arrivare così presto!, ho il cuore che mi batte all’impazzata, non voglio che si accorga di quello che sto facendo, spengo tutto e gli vado incontro in soggiorno, lui è sorpreso nel vedermi, si è appena tolto il giaccone, rimane un attimo in silenzio, poi si accorge della fotografia che tengo in mano, si guarda attorno e non ce la fa più a trattenersi, mi urla contro:
- Ma cosa fai qui, invece che essere al lavoro, almeno mettessi un po’ di ordine in casa, sono stanco di tutto questo caos, libri per terra, prendi le cose e non le metti a posto, guarda che roba, e poi il frigo vuoto, sono stufo, hai capito? Che cos’hai lì in mano, ancora presa con quella cazzo di fotografia, mi hai rotto le scatole, finora sono stato fin troppo comprensivo, adesso basta, basta, ora me ne vado a giocare a golf, tu vedi di mettere a posto tutto e soprattutto non voglio più vedere quella fotografia, chiaro?
Io sono confusa, mi ronzano le orecchie, mi accorgo appena che sta rimettendosi il giaccone, che sta cercando con gli occhi la sua sacca da golf, e sento a malapena la sua voce che mi chiede se l’ho vista in giro, con tutto questa confusione non si trova mai nulla, te la prendo io, tesoro, le parole mi escono dalla bocca, perché erano lì, ferme, parcheggiate, in attesa di uscir fuori, ormai senza alcuna connessione con il resto di me, del mio corpo, del mio essere, le pronuncio, senza rendermene conto, così come non mi rendo conto che sto estraendo dalla sacca e afferrando a due mani un ferro 3, ottimo per i tiri ravvicinati e precisi, forgiato, sensibile e potente, come dice la pubblicità, e lo sto portando sopra la mia testa per poi calarlo in avanti con tutta la mia forza…
- Guido…
- Ciao, piccolo fiore.
- Tu sei…
- Sì, sono io, Guido. Il tuo Guido.
- Ma non è possibile, non puoi essere Guido, tu sei un’ombra, un ologramma…
- Oh, no, sono reale, lo sai benissimo, sono il tuo Guido, l’avevo scritto pure nella fotografia, anche se tu ti eri presa la briga di cancellarlo…
Mi accorgo che sto tremando, non riesco a proferire parola.
- Mi avevi cancellato, amore mio. Ucciso. Sono il Guido dentro di te. Il Guido che avresti voluto. Che avevi dovuto eliminare per accettare tuo marito. Ma non ci sei riuscita, per fortuna, così sono vivo, vero, come nessuna persona reale potrebbe mai esserlo… Ora più che mai, dal momento che l’altro Guido è morto.
Io sto in silenzio, incantata. Una dolcezza languida ed estenuante mi invade il corpo, le gambe molli, il sangue che circola leggero, quasi evanescente. E prima di socchiudere gli occhi dall’emozione sento me stessa sussurrare:
- … e non mi lascerai mai, vero?
- Mai più tesoro mio. Sono tuo, e lo sarò per sempre.
un racconto fantasy di Lorenzo Perego
di Lorenzo Perego
- 1 -
C’era una volta una cascata.
Questa cascata era limpida, trasparente come vetro, come quel sottile e fragilissimo cristallo, che gli artigiani più esperti usano per rinchiuderci mondi meravigliosi, e poi basta agitare per far scendere la neve su città fantastiche, paesi sognati e inventati, prati di ceramica di color verde acceso.
L’acqua della cascata cadeva fragorosa e senza sosta, anche se il balzo non era eccessivamente alto, ma si formava comunque, nella piscina naturale dove i flutti si gettavano, quella tenera schiumetta fatta di soffici bollicine, che solleticano la pelle delle fanciulle quando vi s’immergono.
Quando splendeva il sole, le goccioline d’acqua sospese nell’aria fresca e umida facevano sempre comparire l’arcobaleno, che attraversava tutta la gola rocciosa in mezzo alla quale la cascata compiva il suo salto.
Un grande fiume portava la sua acqua a questa cascata: in realtà non era poi così grande, perché da una riva all’altra si vedeva benissimo, e per attraversarlo occorrevano solo pochi minuti, dato che la corrente non era nemmeno forte e impetuosa.
Per gli abitanti della valle però, questo placido corso d’acqua era l’origine di tutta la vita e la prosperità che essi portavano avanti da generazioni.
Il loro villaggio si trovava sul lato destro del fiume, mentre la riva opposta ospitava un’immensa foresta. La terra era occupata da tantissime fattorie e campi coltivati dagli abitanti del villaggio, mentre le pecore, le capre, le vacche e i cavalli pascolavano liberi sul fianco della montagna che chiudeva la valle, oppure andavano ad abbeverarsi ad un piccolo canale, formato da un altrettanto piccolo ramo secondario del fiume.
La vita nel villaggio trascorreva tranquilla e impegnata dal lavoro nei campi e con gli animali; gli abitanti formavano una comunità allegra e gioiosa, si conoscevano tutti tra loro.
Non avevano leggi scritte, perché ognuno sapeva ciò che era meglio fare per vivere in armonia con gli altri e con la natura che li circondava; non usavano monete o denaro, perché tutti vivevano del loro lavoro e mettevano in comune tutto ciò che avevano. I bambini giocavano felici insieme nei prati, correvano dietro alle oche nei cortili delle case, con le madri che li rimproveravano di non far spaventare le galline, altrimenti le uova sarebbero state meno buone!
Tutti avevano qualcosa da fare, e all’ora di pranzo si ritrovavano attorno a grandi tavoli di legno, per mangiare insieme quello che le donne e gli uomini addetti alla cucina avevano preparato per tutto il villaggio.
Non mancava proprio nessuno: c’erano contadini, boscaioli, artigiani, cuochi, sarti… C’era anche un medico, sempre impegnato ad andare per i boschi a raccogliere erbe per preparare i suoi infusi.
Ogni due anni era nominato un capo-villaggio, che aveva il compito di presiedere le assemblee cui partecipavano tutti gli abitanti, e inoltre aveva a che fare con i (rarissimi) forestieri che capitavano nella valle.
Ora, il capo-villaggio era Oloap, il bibliotecario. Sì, c’era anche una biblioteca, formata da tutti quei libri che gli antenati degli abitanti avevano scritto e lasciato alle future generazioni, per insegnare loro tutto quello che avevano imparato dalla vita.
Oloap aveva una figlia bellissima, di nome Anele: era alta, con la pelle abbronzata e i capelli lunghi e scuri; gli occhi del colore della corteccia degli alberi del bosco, un sorriso su cui splendeva il sole, e che le faceva venire le fossette alle guance.
Anele era fidanzata con Ylor, il figlio di un artigiano: alto, coi capelli e gli occhi scuri, le spalle larghe; di lui si diceva che avesse letto tutti i libri della biblioteca del villaggio! Dava una mano in cucina solitamente, e poi, insieme ad Anele, si occupava di far giocare e divertire i bambini: era solo una delle mille e più cose che i due giovani avevano in comune!
Sentivano entrambi di stare benissimo insieme, non si stancavano mai, ogni loro momento libero lo sfruttavano per fare passeggiate sui monti, per distendersi sull’erba verde a guardare le nuvole, per andare a fare il bagno nella piscina della cascata riscaldata dal sole: erano felicissimi, e gli altri ragazzi del villaggio un po’ li invidiavano.
Un giorno si decise nel villaggio di costruire un ponte, per raggiungere l’altra sponda del fiume senza bisogno delle barche. Sulla riva sinistra si trovava, infatti, il cimitero del villaggio: gli antenati erano sepolti nella terra del bosco, ognuno sotto un albero diverso.
Gli uomini e i giovani del villaggio si misero al lavoro; anche alcune donne robuste si impegnarono nell’impresa. Ylor era tra i costruttori, mentre Anele sembrava persa ad osservarlo in ogni momento, ogni movimento che faceva: aveva lasciato bruciare parecchie pagnotte nel forno, mentre era persa nei suoi sogni, e sua madre non la smetteva mai di farle ramanzine!
Erano state prese molte pietre dalla montagna, trasportandole con le barche fino al punto esatto del fiume. Poi era stata costruita un’impalcatura di legno che sorreggesse la struttura del ponte, e le pietre lavorate e modellate erano state posate, utilizzando acqua e sabbia per tenerle compatte: non c’erano mai inondazioni, quindi difficilmente il ponte sarebbe crollato.
Il lavoro fu ultimato in poco meno di un mese. Subito il villaggio si animò di una grande festa, c’erano balli, canzoni, fuochi d’artificio, tavolate immense di cibo e dolci, per la gioia dei bambini e di Anele, che era molto golosa.
Come se non bastasse, il giorno seguente cadeva il solstizio d’estate, quindi la baldoria proseguì per festeggiare il ritorno del sole caldo e della bella stagione: alla fine delle due giornate, nel villaggio erano tutti felicissimi. Oloap aveva anche tenuto un discorso, per il quale si era ispirato ad un libro scritto un centinaio di anni prima, in occasione dell’arrivo dei primi contadini nella valle; Ylor lo avrebbe saputo recitare quasi a memoria, ma si limitò a sorridere divertito mentre lo ascoltava, abbracciato ad Anele.
Passarono i giorni, gli abitanti ormai utilizzavano il solidissimo ponte per far visita ai loro cari al di là del fiume, quando accadde qualcosa di straordinario: dal valico sulla cima della montagna, qualcuno cominciò a vedere due piccoli puntini neri che si muovevano sulla neve candida.
I bambini erano incantati da quelli che sembravano due folletti, o due gnomi che danzavano nel freddo. Ma alla fine della giornata, i due esserini si erano ormai avvicinati al villaggio, e si erano pure ingranditi. Altro non erano che due eleganti cavalieri.
di Lorenzo Perego
- 2 -
Erano grossi e possenti, con armature lucenti, metalliche, che mandavano un riflesso azzurro alla luce del sole; in testa portavano elmi decorati con figure di animali; cavalcavano due bianchi destrieri dal portamento fiero, che sembravano non sentire la stanchezza del viaggio appena affrontato.
Il villaggio era tutto in subbuglio: i bambini correvano incontro ai nuovi arrivati, gli adulti si diedero subito da fare per preparare un’accoglienza calorosa, e meno male che era quasi ora di cena, così non fu difficile aggiungere due posti d’onore a fianco del capo-villaggio.
Oloap, seguito dalla moglie e da alcuni uomini, si fece incontro ai visitatori per dar loro il benvenuto: “Salute a voi, nobili signori! Ben arrivati nella nostra valle. Sarete di certo molto stanchi: lasciate i cavalli nelle nostre stalle e sedetevi a cena con noi. Io sono Oloap, il capo-villaggio.”
Gli rispose quello che aveva sull’elmo un’enorme aquila, talmente ben fatta da sembrare vera e impagliata: “Siamo lord Eamon e sir Galedh, onorati di conoscervi. Credo proprio che un buon pasto caldo ci farà solo bene! Molte grazie!”
Lasciarono i cavalli a due uomini e si sedettero a tavola.
Ylor intanto guardava la scena da lontano, fissando particolari che gli altri sembravano non avere nemmeno notato: le lunghe spade da battaglia che i due ospiti si portavano alle cinture, e un immenso stendardo con un sole nascente ricamato da mani molto esperte, che era rimasto a svolazzare sul suo bastone, attaccato alla sella di uno dei cavalli.
La cena si svolse in un clima di allegria e di festa: era davvero molto raro avere degli ospiti nella valle. I due cavalieri sembravano divertirsi, mangiavano, ridevano e scherzavano, e lodarono Oloap per la grande laboriosità degli abitanti, poiché avevano già adocchiato il nuovo ponte che era stato costruito.
Ylor continuava a fissarli, incuriosito e pensieroso. Anele si accorse immediatamente che qualcosa lo turbava: “Cosa c’è, amore mio? Che pensieri ti passano per la testa?”
Ylor le sorrise e la rassicurò: “Oh nulla!” disse “Mi piacerebbe solo sapere come mai sono arrivati nella valle…”
“Sei troppo sospettoso, amore. Anche io ho notato le loro armi, ma pensi che vogliano farci guerra?! Non abbiamo mai dato fastidio a nessuno, viviamo praticamente fuori dal loro mondo.”
“Vediamo cosa hanno da dire” rispose Ylor.
Proprio in quel momento, Oloap si alzò, richiamando l’attenzione di tutti: “Amici, un momento di silenzio, per favore. Ora i nostri ospiti ci spiegheranno i motivi che li hanno portati fin qui da noi.”
Il secondo cavaliere, che aveva sull’elmo la testa di un leone, si alzò e iniziò a declamare: “Siamo cavalieri dell’esercito di sua maestà Yuklad, sovrano delle terre del Regno Celeste. Siamo qui per rivendicare l’appartenenza di questa valle e di tutti i suoi abitanti alla corona regale. Da oggi sarete protetti dalla clemenza e dalla benevolenza di sua maestà: rallegratevi, poiché questo è un gran giorno per voi!”
Appena ebbe finito di parlare, Oloap sbiancò, Ylor sgranò gli occhi, dai tavoli si alzarono voci di protesta e mormorii di dissenso. Il capo-villaggio si riprese e cercò di ristabilire la calma: “Amici, amici, per favore. Sono sicuro che questa situazione potrà essere risolta, senza nessun bisogno di alzare la voce o agitare i pugni.”
I due cavalieri sembravano stupiti della reazione che avevano avuto tutti gli abitanti.
Oloap convocò subito un consiglio per parlamentare con i due militari: chiamò uno ad uno gli anziani del villaggio, uomini e donne, saggi che avevano visto passare molti anni davanti ai loro occhi. Anele intanto si avvicinò piano al padre, e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Oloap rimase un attimo perplesso, poi disse: ” Vieni anche tu, Ylor! Anche se sei giovane, la tua grande conoscenza ci sarà d’aiuto in questa difficile situazione.”
Ylor si alzò incredulo: era forse l’onore più grande, essere ammesso nel consiglio degli anziani, visto poi che lui aveva solo vent’anni. Quando incrociò lo sguardo di Anele, però, comprese tutto e la ringraziò con un battito di ciglia: la sua amata avrebbe capito. Affrontò le occhiate invidiose degli altri ragazzi, e anche di molti adulti, mentre si avviava verso la Casa degli Anziani, il luogo dove si tenevano le assemblee del villaggio.
Quando il consiglio fu riunito, e tutti ebbero preso posto, il primo a prendere la parola fu lord Eamon, sempre più incredulo: “Io non capisco! Perché protestate? Non sapete quali immensi vantaggi vi può offrire la protezione del re?”
Gli rispose Sanjah, un’anziana sarta che era stata capo-villaggio anni prima: “Siete voi a non capire! Noi abbiamo sempre vissuto liberi da tutto e da tutti, in armonia tra noi. Ora voi volete farci parte di un regno di cui non sappiamo nulla!”
Fu Gant, un pescatore, a proseguire: “Di quali vantaggi ci parlate? Pagare le tasse? E con quali soldi? Onorare i vostri dei? Ingrossare le fila del vostro esercito?”
Si alzò sir Galedh: “Un momento! State dicendo che voi non onorate Shiman, l’unico vero dio? E che non utilizzate il danaro? Ma che razza di primitivi…”
Fu interrotto da Ylor, che non riuscì più a trattenersi: “Ehi soldatino, cerca di moderare le parole! I nostri soli dei sono la Natura che ci sfama e gli antenati che ci hanno insegnato a vivere. Non abbiamo bisogno di monete né di oro, né di nessun’altra porcheria che voi utilizzate per sentirvi superiori l’uno all’altro! Questa valle è sempre stata libera e aperta per chiunque avesse buone intenzioni, ma non credo che sia il vostro caso.”
“Come ti permetti, moccioso?” Galedh mise mano all’elsa della spada, ma Eamon lo trattenne e prese la parola: “Volete dire che voi non sapete nulla di ciò che succede al di fuori di questa valle, oltre le montagne?”
Oloap disse: “No, non lo sappiamo, e non ci interessa saperlo. Per noi il mondo è la nostra verde vallata e il nostro azzurro fiume.”
“Quindi non avete idea” riprese Eamon “del fatto che oltre l’immensa foresta sull’altra riva del fiume, nelle Terre Rosse, l’imperatore Fjodor stia radunando un esercito per partire alla conquista del nostro regno?”
“Del vostro regno!” rispose Oloap “E comunque perché dovrebbe interessarci? Nessuno, neanche con un intero esercito, si azzarderebbe ad attraversare la foresta: gli animali feroci e gli spiriti dei morti non perdonano gli intrusi; e dall’altra parte della valle, sono le montagne a proteggerci. Non abbiamo nulla da temere: combattete la vostra guerra lontano da noi, sul vostro territorio.”
“Stolti! Pazzi!” urlò Galedh.
Eamon, più diplomatico, riprese: “Voi non avete idea! Fjodor ha costruito armi molto potenti, può radere al suolo l’intera foresta con fiamme alte come castelli!”
“Gli spiriti non glielo permetteranno!” disse Oloap “Essi ci proteggono, non gli lasceranno compiere un tale scempio.”
“Purtroppo le vostre credenze non serviranno a fermarlo. Fjodor è un sanguinario, non si fermerà davanti alle tombe dei vostri cari solo per portare rispetto.”
Ylor prese la parola: “Ma perché l’esercito delle Terre Rosse dovrebbe passare proprio per la nostra valle? C’è anche il fiume di mezzo, è molto difficoltoso attraversarlo. È molto più semplice passare per le montagne, anche se il terreno è impervio.”
“Giovane, le Terre Rosse sono un deserto. Il più grande deserto del mondo conosciuto. Fjodor vuole impossessarsi del fiume e deviarlo per irrigare le sue dune. O peggio ancora, potrebbe decidere di conquistare la vostra valle per rimanerci: sareste tutti fatti schiavi. Pensateci bene. Inoltre, ora che avete costruito il ponte, Fjodor potrà usarlo per invadere più facilmente il reame.”
La risposta di Eamon lasciò attimi di sgomento e incertezza tra i partecipanti all’assemblea. Avevano sempre vissuto in pace, disinteressandosi del mondo al di fuori della valle; adesso però il pericolo era concreto e la loro terra minacciata.
Oloap si riscosse: “E dunque, quali sono le vostre richieste? Cosa volete da noi?”
“Dovete giurare fedeltà al Celeste Re Yuklad, mettere la vostra terra al servizio del Regno e concedere il passaggio al nostro esercito. Non vogliamo che, una volta conquistata la valle, Fjodor attacchi anche il Regno Celeste” disse Eamon.
“E in cambio, cosa ci offrite?”
“La nostra protezione, è ovvio! Chi vi difenderà dalle armate dell’imperatore, altrimenti? I vostri morti?!” intervenne Galedh.
“Non provare ad offendere i nostri antenati!” tuonò Werry, un vecchio contadino.
Eamon disse: “Se Fjodor distruggerà la foresta, non avrete più nessuna protezione. Gli spiriti dei morti saranno sconvolti dallo scempio fatto sui loro corpi.”
Oloap prese la parola, interrompendo il mormorio che si era diffuso nella stanza: “Io credo che lord Eamon abbia ragione, riguardo agli spiriti degli antenati e alla foresta. Ma allora io chiedo: che intenzioni avete? Volete voi invadere la nostra valle col vostro esercito? E come pensate di fermare i nemici?”
Eamon gli rispose: ”Il nostro esercito dovrà passare per la valle: cercheremo di avere rispetto per la vostra terra. Dovremo attraversare la foresta, per cogliere di sorpresa le armate nemiche, quindi ci serve una garanzia di protezione: non vogliamo essere decimati dalla furia del bosco.”
Galedh fece una smorfia e un grugnito di disprezzo: come poteva Eamon credere a quelle fandonie sui fantasmi dei contadini morti?
“Sua maestà re Yuklad non ha sete di conquiste, ma vuole solo difendere il suo popolo. Non vi imporrà tasse o altre forme di controllo: saprà ricompensarvi a dovere” concluse Eamon.
Infine Oloap: “Abbiamo ascoltato. Ora dovremo ritirarci per decidere.”
Immediatamente il consiglio si sciolse: Eamon e Galedh rimasero da soli nella stanza, mentre il capo-villaggio, seguito dagli anziani e da Ylor, uscì, lanciò uno sguardo alla folla di abitanti frementi in attesa fuori dalla Casa, e si diresse verso il bosco, percorrendo il ponte.
di Lorenzo Perego
- 3 -
Dopo una mezz’ora, il gruppetto ritornò. Oloap salì su un masso, mentre gli abitanti e i due cavalieri si disposero ad ascoltarlo: “Amici!” disse “Oggi è un giorno triste per tutti noi: la tranquillità delle nostre case è stata scossa. Ma questo è nulla in confronto alle difficoltà che ci attendono nel futuro. La guerra incombe su di noi, la nostra libertà è messa in pericolo. Abbiamo pertanto deciso di accettare la proposta dei nobili cavalieri, e concedere loro di attraversare la nostra sacra foresta con tutto il loro esercito, in cambio della protezione contro il nemico delle Terre Rosse.”
Si levarono subito mormorii tra la folla, molti non capivano nemmeno di cosa stesse parlando il capo-villaggio, ma alcuni anziani si affrettarono a spiegare la situazione. I cavalieri avevano un’aria soddisfatta, e subito si avvicinarono a Oloap per stringergli la mano e ringraziarlo.
Ylor cercò Anele tra la gente, e le raccontò tutto ciò che era successo. Gli abitanti della valle erano divisi: alcuni perplessi, altri a favore della decisione del consiglio.
L’indomani mattina, lord Eamon e sir Galedh si congedarono con la promessa di tornare entro due settimane con tutto l’esercito del Regno, e si misero in viaggio verso il valico.
Dieci giorni dopo, le montagne brulicavano di una grande fiumana indistinta che si muoveva verso valle. Quando l’esercito arrivò al villaggio, gli abitanti si fermarono meravigliati e sbigottiti: le armate di re Yuklad potevano contare su cinquemila cavalieri, con cavalli maestosi e bardati riccamente, ventimila tra arcieri e balestrieri e ottantamila fanti con lance e spade; tutti portavano, sopra l’armatura, corpetti azzurri finemente ricamati con lo stemma del regno. Inoltre, c’erano un gran numero di carri, scudieri, medici e funzionari al seguito dei soldati. Era uno spettacolo stupefacente. Molti abitanti del villaggio non credevano nemmeno che potesse esistere una così grande moltitudine di uomini in tutto il mondo.
L’esercito arrestò la sua marcia prima di entrare fra le case e le fattorie, aprendosi nel mezzo per formare un corridoio, lungo il quale si fecero avanti due cavalieri conosciuti e un terzo uomo: l’anziano personaggio che seguiva lord Eamon e sir Galedh portava un vellutato mantello celeste sopra l’armatura, e il suo capo era cinto da una corona metallica, semplice, senza oro né gemme. Il suo sguardo emanava tranquillità e saggezza; molti rimasero a fissarlo a bocca aperta.
Oloap, che lo attendeva in mezzo al semicerchio formato dai suoi compaesani, ebbe l’impulso di inginocchiarsi ai suoi piedi, quando l’ebbe davanti, ma il re scese rapido da cavallo e lo trattenne, posandogli una mano sulla spalla: “Io e il reame che rappresento siamo onorati di fare la conoscenza di questa valle e dei suoi gentili e ospitali abitanti.”
Il capo-villaggio non sapeva cosa dire, ma fu il sovrano a prendere di nuovo la parola, rivolgendosi ai paesani: “Siamo grati a tutti voi per averci voluto concedere la vostra amicizia e alleanza. La guerra che ci aspetta decreterà la pace e la libertà di noi tutti, oppure la nostra schiavitù. Chiunque del villaggio volesse unirsi al nostro esercito, sarà ben accetto, equipaggiato e addestrato. E ora sistemiamoci e condividiamo queste giornate di riposo prima della battaglia.”
Subito i militari sciolsero i ranghi e si diedero da fare per preparare l’accampamento e la cena per tutti, con l’aiuto degli abitanti: molti strinsero subito amicizia, altri rimasero indifferenti o diffidanti, ma il clima fu di generale collaborazione e allegria.
Oloap, finalmente riscossosi dallo stupore, intrattenne fitte conversazioni col re, ansioso di conoscere e trovare le risposte a molte domande che si erano formate nella sua testa; Ylor era sempre vicino a lui, ascoltando le parole di Yuklad e provando già una forte attrazione e ammirazione per quel personaggio.
Quella notte, mentre il villaggio dormiva e si sentivano solo le grida di alcuni soldati ubriachi che giocavano nelle loro tende, Ylor e Anele si incontrarono nel loro posto preferito, la piscina della cascata. Era stata una giornata stancante per entrambi, e rimasero abbracciati nell’acqua a riposare per parecchio tempo, prima che il giovane dicesse: “Anele, ho deciso di unirmi all’esercito del re.”
La ragazza rimase attonita, guardandolo con incredulità, poi disse: “Ma come? Che cosa ti è preso? Non eri proprio tu che diffidavi dei militari? E poi, non puoi partire per la guerra! Ti rendi conto di cosa significa? Mi lascerai qui al villaggio, da sola, in pena per te, senza sapere se tornerai da me oppure no! Ti rendi conto che potresti morire? Sai cosa significa questo?”. Il suo viso si contorse lentamente con tristezza e disperazione, e le lacrime iniziarono a bagnarle le guance arrossate.
Ylor cercò di non commuoversi, ma dovette lottare contro l’emozione per riuscire a risponderle: “Sono consapevole di tutto questo, amore mio. Ma da questa guerra dipende il nostro futuro. Siamo sempre stati un popolo pacifico e ripudiamo le violenze, ma se perdiamo contro Fjodor non ci sarà più neanche una valle dove potremo abitare, o peggio ancora potremmo essere tutti resi schiavi o uccisi. Non voglio che accada questo, e soprattutto non voglio che accada a te!”
“Smettila di fare l’eroe!” gridò Anele “Possiamo fuggire, scappare oltre le montagne, nelle terre del regno, solo io e te, e vivere tranquilli. Non andare a farti ammazzare! Non hai mai preso in mano un’arma: come pensi di poter affrontare una guerra?”
“Hai ragione sono inesperto, ma cercherò di imparare il più possibile in questi giorni. Neanche io voglio perderti, piccola. Non voglio fuggire, non voglio lasciare la nostra terra. Per quanto possa essere bello e accogliente il mondo esterno, da nessuna parte troveremmo un posto come la nostra valle, senza corruzione, senza odio, senza delitti e senza prepotenze. Mi batterò per far sì che tutto questo rimanga per sempre nostro.”
Le lacrime iniziarono a bagnare anche il viso di Ylor, mentre Anele scoppiò in un pianto a dirotto e si gettò tra le sue braccia, non sapendo cosa pensare. Sentiva il suo immenso amore dalle sue parole, ma aveva troppa paura: senza di lui, la sua vita avrebbe perso di significato.
Rimasero abbracciati a lungo, finché si addormentarono uno vicino all’altra.
La mattina dopo, quando si svegliarono, si fissarono a lungo, poi Anele baciò il suo amore con dolcezza e gli diede una carezza; Ylor la ringraziò baciandole le mani. Senza bisogno di parole, lei gli aveva concesso di fare ciò che credeva meglio, mentre lui le aveva promesso di tornare sano e salvo per riabbracciarla. Tornarono al villaggio mano nella mano, in silenzio.
Ylor si presentò da lord Eamon, che stava raccogliendo le reclute: parecchi erano i giovani e gli adulti che si volevano unire ai soldati, chi per meraviglia, chi per orgoglio, chi perché attratto da questa nuova possibilità, chi per motivi molto simili a quelli di Ylor.
Eamon lo riconobbe subito e, dopo aver scambiato alcune parole, lo indirizzò al campo di addestramento. Gli diedero una corazza, uno scudo, una lancia e una spada lucente. Gli spiegarono varie tattiche di combattimento: l’uso della lancia per fermare le cariche della cavalleria avversaria, le tecniche di spada, come parare i colpi delle curve scimitarre nemiche, come usare lo scudo di legno per riparasi dalle frecce.
Gli insegnarono persino a combattere con due armi insieme, nel caso ne avesse presa un’altra da un cadavere sul campo di battaglia. I militari che lo addestravano erano molto esperti, non usavano mezzi termini, andavano al sodo e non tralasciavano particolari.
Nel frattempo, il re illustrava al Consiglio riunito i piani e le possibili disposizioni per la battaglia: tutti gli anziani, compreso Oloap, naturalmente non sapevano nulla di tattica militare, ma il re fu molto soddisfatto di poter mettere al loro servizio la sua abilità di stratega per istruirli, così come aveva appreso in gioventù, quando frequentava la scuola militare.
Nei momenti di riposo, tuttavia, il sovrano si dimostrava anche un uomo estremamente colto, e passava molto tempo nella biblioteca insieme a Oloap. La maggior parte dei volumi non erano conosciuti al di fuori della valle, quindi il capo-villaggio chiamò spesso Ylor per trovare risposte alle curiosità di Yuklad: il giovane si sentiva a suo agio a parlare con il sovrano, il quale cominciava a nutrire una certa curiosità per questo ragazzo, così diverso da come lui si aspettava potesse essere l’abitante di una valle di contadini.
E venne il giorno della partenza.
di Lorenzo Perego
- 4 -
Nonostante il sole fosse alto e splendente nel cielo, gli animi erano preoccupati, agitati.
Re Yuklad prese la parola, rivolgendosi al suo maestoso esercito, che ora comprendeva anche Ylor e altri abitanti del villaggio: “Miei soldati, amici miei! Questi saranno giorni dolorosi per tutti noi, ma saranno anche giorni di coraggio e di forza, di virtù e di amore per la nostra libertà. A noi si sono uniti anche molti uomini valorosi che vogliono battersi per la loro terra: accogliamoli con gioia e sconfiggiamo insieme questo terribile nemico che ci aspetta. Che gli dei siano con noi oggi!”
Yuklad lanciò un grido, dall’alto del suo destriero: l’immenso esercito rispose con una sola voce e un boato terribile scosse le fondamenta stesse della valle.
Si fecero quindi avanti gli anziani del villaggio e iniziarono a cantilenare parole incomprensibili per i soldati. Dopo qualche minuto si riscossero dallo stato di trance in cui erano caduti, e annunciarono: “Ora avete la nostra protezione, e quella dei nostri cari antenati che dimorano nella foresta. Essi vi lasceranno passare indenni e vi proteggeranno dai pericoli che incontrerete.”
I militari si guardarono un po’ increduli.
Il re fece un gesto di ringraziamento col capo, in direzione di Oloap, poi urlò: “In marcia!” e il fiume di uomini si mise in cammino, attraversando il ponte, verso la vecchia foresta.
Ylor faceva parte della fanteria, come tutte le nuove reclute; indossava una corazza leggera, un elmo semplice, portava come armi una lunga lancia in mano e una spada nella cintura, nell’altra mano reggeva uno scudo tondo di legno. Si mise in marcia insieme agli altri e, voltandosi indietro, l’ultima cosa che vide furono gli occhi di Anele che lo fissavano senza lacrime. Poi lo sguardo si spostò sul suo polso, dov’era annodato un fazzoletto rosso che la sua amata gli aveva dato, per essere sempre con lui durante lo scontro.
La foresta si apriva minacciosa e cupa davanti al re che marciava in testa all’esercito. Le armate avrebbero avuto difficoltà a passare per lo stretto sentiero, quindi dovettero formare dei ranghi più ridotti. Mentre camminavano, gli uomini del regno sentivano attorno a loro rumori strani, sinistri: ululati, ruggiti di belve, presenze minacciose, il tutto immerso nell’oscurità profonda del bosco.
Solo Ylor e gli altri abitanti sembravano non avere nessuna paura, anzi pareva quasi che stessero parlando con degli invisibili fantasmi, mentre tutti li fissavano con terrore ancora maggiore.
Persino il sovrano si sentiva inquieto, mentre avanzava tra rami e foglie, tronchi massicci e fruscianti chiome, che sarebbero state verdi se ci fosse stata un po’ di luce; alcuni avevano addirittura acceso delle torce per rischiarare il cammino, ma continue folate di vento le spegnevano, tra la paura dei soldati e i volti quasi divertiti di Ylor e dei suoi compagni.
Finalmente si intravide una luce in fondo al sentiero, la tanto attesa uscita dalla foresta: appena fuori, i militari ringraziarono a voce alta tutti gli dei di cui conoscevano il nome, mentre gli uomini della valle sembravano sempre più ridenti di fronte a quello strano comportamento dell’esercito.
La traversata del bosco era tuttavia durata parecchio, gli uomini erano stanchi e il sole stava già per tramontare. Re Yuklad ordinò di accamparsi per la notte, mentre in lontananza si vedeva il fumo dei villaggi incendiati al passaggio delle armate di Fjodor, l’imperatore delle Terre Rosse.
Pochi parlarono quella sera, mangiarono tutti con poca voglia ed ebbero sonni agitati: il giorno seguente ci sarebbe stata la battaglia, nessuno poteva stare tranquillo.
All’alba tutto il campo fu svegliato al suono delle trombe degli uomini di guardia. Continuava ad esserci un silenzio irreale tra le truppe, che in poco tempo furono pronte per riprendere il cammino.
Marciarono un paio d’ore, prima di giungere alla grande piana dove i due eserciti si sarebbero scontrati. I nemici avanzavano lasciandosi dietro una riconoscibile scia di fiamme, fumo e morti, finché si videro spuntare all’altro capo della pianura. Il sole stava salendo piano e illuminava le scintillanti corazze dell’esercito del Regno Celeste, ordinato e silenzioso con lo sguardo rivolto agli avversari, che si avvicinavano chiassosi e coperti di cupe armature, gridando insulti alla volta di re Yuklad e dei suoi uomini.
Un cavaliere con un’armatura nera, un elmo con l’effigie di un drago colorato di rosso e un mantello immenso e scuro come la notte, si fece largo tra gli uomini delle Terre Rosse; cavalcava un animale che molti nel Regno Celeste non avevano mai visto: una sorta di dinosauro possente, grande come due cavalli, che lanciava acuti stridii e ruggiti in continuazione.
Il cavaliere lanciò un grido così disumano che i soldati di Yuklad rabbrividirono, mentre tra le armate delle Terre Rosse ci fu finalmente silenzio.
Il cavaliere si tolse il maestoso elmo e tutto il suo esercito si prostrò in ginocchio, poi si volse verso i suoi nemici e parlò, e la sua voce rimbombò fastidiosamente nelle orecchie di tutti: “Salute, Yuklad, sovrano ancora per poco di terre verdi, rigogliose e appetitose. Davvero commovente il tuo esercito di bravi bambini disciplinati e ordinati! E quell’ammasso di contadini straccioni che ti porti dietro?! Ah, capisco, hai voluto portare la cena alla mia docile cavalcatura! Ah ah ah ah ah!”.
Mentre questa risata spettrale risuonava nella piana, l’uomo dai lunghi capelli corvini e con il volto solcato da feroci cicatrici, accarezzò la bestia che lo portava, la quale lanciò un orrido ruggito.
Lo sguardo di re Yuklad era fermo e duro, mentre i suoi uomini rabbrividivano di terrore. Ylor era impaurito e ammaliato allo stesso tempo da quella creatura, che mai avrebbe immaginato potesse esistere.
Il sovrano parlò: “Interpreti molto bene il ruolo che più ti si addice, Fjodor: quello dello sbruffone esaltato. Non ti servirà a nulla. I miei uomini liberi ricacceranno te e il tuo esercito di schiavi da dove siete venuti. Non ci fanno paura uomini e creature assoggettate con la forza al tuo spregevole volere. Oggi sarai sconfitto, Fjodor!”
E appena ebbe finito di parlare, si levò il grido del suo esercito: i mercenari di Fjodor, stupiti, indietreggiarono.
“Carogne! Cosa pensate di fare?” si voltò ad ammonirli l’imperatore “Avete forse dimenticato che siete vivi solo grazie a me? Avete scordato forse chi è il vostro imperatore?”
L’esercito delle Terre Rosse, ancora più impaurito, guardò gli avversari ringhiando minaccioso.
Fjodor li incitò: “Avanti animali! Oggi dovete massacrarli tutti! Volete conquistarvi o no una vita migliore?”. Un urlo scomposto e fragoroso gli rispose.
Yuklad si voltò verso i suoi e disse semplicemente: “Facciamoci onore, miei soldati”.
E tutt’a un tratto incominciò.
Gli arcieri del Regno tesero le corde dei loro archi e scoccarono alte nel cielo le loro frecce; quando ricaddero, dalla moltitudine avversaria si alzarono parecchie grida di dolore: molti erano stati colpiti e gemevano riversi a terra.
Fjodor non lasciò passare un attimo e diede subito l’ordine: i suoi arcieri lanciarono migliaia di frecce, cui era stato appiccato il fuoco con delle torce. Le schiere di Yuklad si ripararono subito, con gli scudi sopra la testa. Ylor fermò un dardo, ma si accorse che il suo scudo di legno aveva preso fuoco, così dovette lasciarlo cadere, mentre intorno a lui vide molti dei suoi compagni contadini della valle, che giacevano a terra trafitti: l’inesperienza e la paura li avevano traditi subito.
Senza un momento per respirare, la battaglia stava già entrando nel vivo: ci furono squilli di tromba e da entrambi gli schieramenti partirono i cavalieri al galoppo, mentre la terra tremava sotto i colpi degli zoccoli dei cavalli, lanciati con forza verso lo scontro. Ylor fissò a bocca aperta il momento dell’impatto tra le due cavallerie, udendo un botto di ferraglia che cozzava contro altro metallo. Era una scena spaventosa: si vedevano destrieri volare letteralmente per aria, con ancora in sella i soldati; si sentivano risuonare colpi di spade sugli scudi e sulle corazze, e i morti si contavano anche a centinaia di metri di distanza.
Il re diede ordine ai cavalieri di ritirarsi, e quelli indietreggiarono inseguiti dai nemici. Ylor pensò che si stesse mettendo male, se Yuklad richiamava i suoi uomini, e inoltre i soldati a cavallo di Fjodor stavano avvicinandosi… Ma quando la cavalleria del Regno Celeste si mise in salvo dietro l’esercito, le prime file di fanti avanzarono tenendo in mano lance lunghissime, di circa quattro metri: i cavalieri avversari, lanciati al galoppo, furono colti di sorpresa e decimati contro quella barriera di punte affilate. I rimanenti si ritirarono in tutta fretta.
Fjodor fece una smorfia all’udire il gridò di gioia proveniente dall’esercito nemico, poi con un gesto fece partire la fanteria alla carica.
Ylor li guardò mentre correvano con aggressività, e si accorse che gli stavano tremando le gambe. Allora chiuse gli occhi e pensò intensamente, pensò al viso di Anele, alle sue parole, a ciò che le aveva promesso – di tornare da lei sano e salvo – poi guardò il fazzoletto rosso avvolto al suo polso, strinse con forza l’elsa della spada, fissò la carica nemica e si mise a correre contro di essa con un grido, insieme a tutti gli altri soldati a piedi.
di Lorenzo Perego
- 5 -
La mischia era di una violenza che Ylor non avrebbe mai immaginato. Si udivano i colpi metallici delle spade, le grida dei combattenti, urla di dolore di uomini feriti. Il ragazzo era atterrito a guardare teste mozzate, braccia e gambe insanguinate, petti squarciati: si era come isolato, in trance, non sentiva più neanche i rumori della battaglia ora. Poi qualcosa lo spinse e lo riportò alla realtà: era il cadavere di Seloim, un uomo del villaggio, che lo fissava adesso con gli occhi sbarrati e pieni di morte.
Ylor si guardò intorno, scorse un nemico in cerca di un avversario, e si gettò su di lui con tutta la sua rabbia. Il mercenario non riuscì ad alzare l’arma, che Ylor già l’aveva trafitto all’altezza dello stomaco, facendolo stramazzare in un lago di sangue. Il giovane rimase per qualche istante a contemplare il suo primo omicidio.
Ma non c’era tempo per pensare: la guerra infuriava e altri nemici gli corsero incontro.
Ylor condusse duelli serrati, pur essendo in difficoltà poiché non aveva più lo scudo, bruciato dalle frecce incendiarie. Uccise ancora tre avversari, poi gli si avvicinò un essere spaventoso: era ben più alto di lui, e ciò significa che superava abbondantemente i due metri, era grosso come il tronco di una quercia, con una barba rossiccia unta e sporca, teneva in mano una mazza che ad occhio e croce avrebbe potuto pesare una cinquantina di chili. A Ylor si mozzò il respiro.
Il colpo lo colse di sorpresa: non si aspettava una tale velocità da quell’energumeno.
Il giovane fu scaraventato a qualche metro di distanza, mentre sentiva chiaramente che le ossa del braccio destro erano tutte frantumate, un dolore immenso lo stava pervadendo, lottava per non svenire. Il gigante si avvicinò facendo tremare il suolo. Ringhiò mentre alzava l’arma per dare l’ultimo colpo a Ylor, che faticava a capire cosa stesse succedendo, talmente la mazzata precedente l’aveva disorientato. Non ebbe il tempo di pensare che stava per morire; il colpo partì…e si infranse con un rumore metallico. Ylor si riebbe giusto in tempo per vedere sir Galedh, accompagnato da un altro guerriero più giovane: l’avevano riparato dal terribile fendente con due scudi metallici grandi come porte, che ora erano contorti e inservibili.
Galedh e altri soldati sopraggiunti attaccarono in massa l’enorme guerriero, che riusciva a dar loro parecchio filo da torcere.
L’altro giovane si era invece avvicinato a Ylor: “Tutto bene? Stavi per non mantenere la promessa…”
Aveva una nota di commozione nella voce, Ylor non capì subito, poi il compagno si tolse l’elmo: una fluente chioma castana accarezzò il volto del ferito. Anele lo baciò piano.
“Mio Dio, cosa ci fai tu qui?”
“Non potevo starti così lontana, non ce l’avrei mai fatta, volevo proteggerti.”
“Ma…tu non sai combattere!”
“Beh, diciamo che ho preso qualche lezione di nascosto” sorrise “Ma ti spiego tutto dopo. Ora dobbiamo andarcene da questo inferno, sei ferito. Riesci ad alzarti?”
“Credo di sì…”
Ylor si issò aiutato dalla ragazza. Insieme lasciarono il campo di battaglia cercando di evitare le mischie più accese.
Arrivarono nella retroguardia del loro esercito ed Anele affidò Ylor al medico.
Giusto in tempo per vedere la seconda ondata di cavalieri, con in testa re Yuklad in persona, che si lanciava sul campo e spazzava via o metteva in fuga i pochi avversari rimasti.
Quindi tutti rabbrividirono: Fjodor era arrivato in mezzo a loro a cavallo della sua orribile bestia. Aveva ammazzato alcuni soldati che avevano tentato di contrastarlo, e ora si avvicinava al re.
Ylor e Anele non sentivano quello che si dicevano i due sovrani, ma videro che si formò un cerchio attorno a loro due mentre combattevano: ci furono scambi veloci, colpi forti e sguardi minacciosi. Anche le due cavalcature sembravano volersi scannare a vicenda.
Ad un tratto, Yuklad si fermò gridando qualcosa e puntò la spada verso Fjodor.
Un fulmine squarciò il cielo con una boato, colpì la spada del re e si proiettò addosso all’imperatore e al suo dinosauro, scaraventandoli sul terreno, vivi ma impossibilitati a continuare la sfida.
L’esercito delle Terre Rosse era ormai in rotta e si stava disperdendo. I soldati celesti cercarono di catturare quanti più nemici possibile; anche Fjodor e l’animale furono incatenati.
La battaglia era finita, l’Esercito Celeste aveva trionfato e una gioia immensa stava percorrendo i sopravvissuti.
Ylor e Anele si strinsero forte la mano e rimasero vicini, senza mai separarsi fino al ritorno a casa.
Il villaggio accolse con gioia infinita l’esercito che tornava vincitore e i soldati si fermarono, sfiniti e affamati, per condividere ancora qualche momento di allegria con gli abitanti della valle, così ospitali.
Ylor e Anele andarono immediatamente a tuffarsi nella loro piscina sul fiume: il ragazzo si sentiva davvero rilassato, dopo essersi levato l’opprimente armatura. Gli sembrava addirittura che il braccio fasciato e steccato avesse smesso di dolergli. Anele aprì la bocca per parlare e raccontare al suo amore come avesse fatto ad infiltrarsi nell’esercito di Yuklad.
Ylor la guardò e le fece cenno di non dire nulla, che non ce n’era bisogno; poi si avvicinò e le sussurrò all’orecchio: “Grazie per avermi salvato la vita! Sarò tuo per sempre…” e poi le fece una proposta strana, inattesa, ma quando tornò a guardarla, lei era felicissima e gli saltò al collo.
E si addormentarono così, abbracciati nell’acqua e felici.
Una settimana dopo, l’esercito era pronto per tornare a casa. Oloap prese la parola: “Voglio ringraziare coloro che hanno salvato la nostra terra dall’invasione e dalla distruzione. Da oggi, gli abitanti del Regno Celeste potranno passare senza problemi sulle nostre terre, a patto che le rispettino e non cerchino di fare prepotenze su noi abitanti. Inoltre, doneremo una piccola parte dei nostri prodotti al re ogni anno, per fargli sentire quanto ci consideriamo a lui vicini, e per ricordagli sempre del nostro piccolo villaggio. Saremo amici e alleati finché non sopraggiunga qualche imprevisto che potrebbe cambiare la situazione!”
Gli abitanti sembravano tornati tutti d’accordo ed esultarono felici dopo questo discorso.
Re Yuklad replicò: “Anche noi, amici, vi siamo fortemente riconoscenti per l’aiuto che ci avete dato. Vi proteggeremo da qualunque pericolo vi minaccerà. Spero inoltre che molti di voi siano ora incuriositi dal mondo al di fuori della valle, e vorranno allietarci con qualche visita nel nostro reame.”
Disse questo cercando con gli occhi Ylor tra la folla.
Seguirono altre grida festanti, poi una voce chiese: “Che fine faranno i prigionieri?”
Yuklad riprese: “Ad essi e al loro imperatore Fjodor sarà garantita la possibilità di sperimentare la vita nella pace e nell’impegno sociale, come succede nel Regno Celeste; persino l’orrenda bestia ha avuto la nostra pietà. Noi non crediamo nelle punizioni crudeli, quali l’uccisione dei prigionieri o la loro detenzione a vita. Sono metodi crudeli e inutili a far capire ad un individuo i suoi sbagli.”
Nessuno si aspettava tanta saggezza da un uomo che viveva al di fuori della valle. Si levarono altre grida gioiose e tutti si ringraziarono e si salutarono. Anele e Ylor dissero addio ai militari con cui avevano combattuto.
La colonna marciante si mise in cammino e dopo poco tempo la si poté vedere scalare la montagna, come un lungo serpente di uomini in fila ordinata. Qualcuno nella valle sentiva già un vuoto dentro, come se qualcosa di importante fosse sparito, dopo aver significato tanto.
Passarono i mesi e tutti ritornarono alle loro attività. Era anche stato eletto un nuovo capo-villaggio, l’artigiano Metlee. Il braccio di Ylor era guarito e la riabilitazione l’aveva quasi riportato al vigore originario, così un giorno… Lui ed Anele si presentarono davanti ai loro genitori dicendo: “Abbiamo deciso di uscire dalla valle, di fare un viaggio nelle terre al di là dei monti!”
Lo sbigottimento iniziale si trasformò in voci preoccupate: “No, non fatelo! È pericoloso, non sapete cosa vi attende!”
“Non importa, vogliamo seguire l’invito di re Yuklad, benché in realtà fosse una decisione già presa in precedenza. Non preoccupatevi, torneremo presto e vi racconteremo ogni cosa che vedremo!”
“Sì, mamma” disse Anele “non avere paura. Papà, tu lo sai che di noi ti puoi fidare.”
“È vero” rispose Oloap “cercate però di prestare attenzione, e imparate più cose possibili, così quando tornerete potrete arricchire la valle con nuove conoscenze.”
“Andate, ma tornate presto!” dissero in coro gli altri adulti.
“Grazie! Grazie davvero!” Ylor ed Anele non stavano più nella pelle. Erano felicissimi e volevano solo partire ora, alla scoperta di tutto un mondo nuovo, forse terribile, forse stupendo, ma sapevano che, se fossero rimasti vicini, avrebbero superato ogni ostacolo senza perdersi mai d’animo.
Così iniziarono a preparare i bagagli. Anele chiese stupita: “Ma come? Non ti porti neanche un libro?”
“No! Ormai li ho letti tutti! Voglio leggere qualcosa di nuovo nel Regno Celeste!”
Il giorno della partenza, tutto il villaggio venne a salutare quei due giovani coraggiosi che per primi lasciavano il loro luogo di nascita per scoprire l’ignoto fuori della valle. C’erano anche i soliti ragazzi invidiosi, perché ancora una volta Ylor ed Anele avevano fatto qualcosa d’importante prima di loro.
I due innamorati salutarono commossi tutti quanti, abbracciarono i parenti e promisero di tornare entro sei mesi. Dissero ancora di non preoccuparsi, che non sarebbe accaduto nulla di grave.
Infine, partirono, cavalcando un destriero, uno di quelli che i soldati avevano lasciato in regalo prima di andarsene.
Quando furono in cima al monte, sul passo, si fermarono e si voltarono. Poi si diedero un bacio intenso, sorrisero e ripartirono.
Negli occhi avevano la loro cascata, e nelle orecchie il suono della sua acqua che cadeva rombando.
di Leila Mascano
I fratelli Bini erano probabilmente fra gli scapoli più ambiti della città. Figli di un ingegnere famoso, nipoti di un armatore, abitavano in una magnifica villa in collina, circondata da un parco che era piuttosto un orto botanico. Ricchi dunque, ricchissimi, e non solo: ma anche brillanti, amanti del buon vivere, sportivi, ottimi cavallerizzi…Ma tutto questo passava in second’ordine di fronte al loro aspetto. I fratelli Bini infatti erano tutti di una conclamata, solenne, sfacciata prestanza fisica. Esuberanti di temperamento, amantissimi delle donne, si trovarono qualche volta in situazioni pericolose, che sfociarorono una o due volte addirittura in un duello. Di tutti loro Enrico, il più giovane, era quello che maggiormente faceva breccia nei cuori femminili. Ci son uomini che al loro solo apparire provocano nelle signore tempeste ormonali non di poco conto, ed Enrico era tra quelli. Dalla mamma irlandese aveva preso gli occhi verdi, il resto dall’Apollo del Belvedere. Si narra anche di un prodigio avvenuto grazie a lui: la figlia quindicenne di una lontana parente, che nonostante complicati pellegrinaggi alle terme ( allora certi disagi si curavano così ) non si decideva a “diventar signorina” come si sussurrava sottovoce con delicato eufemismo, entrata per disavventura nella stanza di Enrico lo vide che si cambiava in tutta la sua svelata bellezza. La bimba, ché tale era ancora, subito si avvide del miracolo che stava per operarsi in lei, perché il suo grido: Santa Madonna! che ne testimoniava la devozione, fu udito riecheggiare per tutto l’enorme corridoio: e poiché lo stupefatto Enrico, quale Diana sorpresa al bagno s’era immobilizzato, né pensava di celare i suoi gioielli all’estatica contemplazione della fanciulla, la suddetta fu trascinata via di peso dall’inverecondo spettacolo mentre in un soprassalto di buonsenso lo scultoreo Enrico si drappeggiava con un accappatoio. Neppure un’ora dopo una fuga della ex bimba nel bagno segnalò che più che le terme aveva potuto la vista delle abbondanti grazie di Enrico ed ora anch’ella era una giovinetta come tutte le altre, in grado di dar preoccupazioni alla mamma.
Col tempo purtroppo gli scapoli cedettero agli strali dell’amore, o del buonsenso: stanchi di duelli e fughe notturne uno dopo l’altro nella cappella di famiglia dissero i loro fatali sì, che poi spesso furono dei ni, ma questa è un’altra storia.
L’unico che resisteva era l’ambitissimo ( ora più che mai ) Enrico. Gran viaggiatore, era tornato da un viaggio in Oriente ( allora si diceva così )con una deliziosa scimmietta, piena di vezzi e moine con lui, ma di pessimo carattere, pronta a mostrare i dentini e a fare smorfiette a chiunque la contrastasse. Piccola poco più di uno dei pugni del suo proprietario, che in verità li aveva proporzionati al resto, indossava una specie di cappellino a tamburello rosso o verde,decorato di piccole medaglie, con un giubbetto in tinta, né disdegnava minuscoli braccialetti d’oro ai polsi e alle caviglie. O son polsi tutt’e quattro nelle bertucce? Viaggiava sulla spalla del padrone, che a sua volta viaggiava su una Hispano-Suiza candida come il suo completo e i quattro levrieri che si portava dietro. Inutile dire che le sue uscite sulla più bella collina del mondo non passavano inosservate.
I levrieri detestavano Pastiche, la scimmietta, ma non osavano molto, perché la piccola arpia era protetta dall’amato padrone: speravano di beccarla sola per farne un grazioso scendiletto di pelliccia, ma questo non avvenne mai. Pastiche faceva loro smorfie orrende e soffiava, ma non si avventurava mai da sola, essendo furba appunto come una bertuccia. Enrico l’adorava: si spingeva a sbucciarle la frutta, a riceverne i baci, a farla dormire nel suo letto a baldacchino, l’antico letto di famiglia dove era perfino morto un papa, e che faceva dire per scherzo alle cameriere: “ Signorino Enrico, se morite di notte basterà solo attaccare al letto dodici cavalli e siete pronto! “ Egli sorrideva e faceva un piccolo gesto distratto, discreto quanto scaramantico, che testimonava il suo amore per la vita. Durante un rigido inverno in cui Pastiche si raffreddò e si ammalò, il giovane cinico che aveva detto ad un’amante in lacrime: “ Ti uccidi? Non mi riguarda, la vita è tua! “ si sciolse in lacrime implorando il medico subito chiamato ( Macché veterinario! Voglio un medico! Un medico “vero!” ) di guarire al più presto l’adorabile inferma e vegliando personalmente l’amata per tre giorni e tre notti, col fiato sospeso fino a che l’adorata non si riprese “dalla bua brutta brutta” gettandogli le braccine al collo. Così la città stupefatta vide anche una scimmia in pelliccia, perché così decretò il padrone: insufficiente la scimmiesca pelliccetta, ce ne voleva una di visone!!!
Ma le belle favole sono destinate a finire…anche Enrico si innamorò. Come spesso accade, un solo amore ( quello per la scimmia ) non gli parve abbastanza. Siamo propensi, visto il tipo, a credere ad un capriccio fatale. Inestinguibile sete: la bella astuta fu torre e fortezza, e fu giocoforza fidanzarsi. Gran preparativi ci furono per il gran giorno: tutta la famiglia nel salone a dare il benvenuto agli ospiti, e mentre Enrico trepido timidamente dava un fraterno bacio sulla guancia della promessa, un proiettile si catapultò sulla fortunata piantandole una chiostra di minuti e acuminatissimi dentini sul collo. L’acuto della fanciulla fu degno di Lina Cavalieri, e la famiglia fece da coro. La scimmietta sembrava moltiplicarsi per dieci, venti, cento, e ovunque piantava i denti e le unghiette artigliate: soffiando e gridando difendeva da quei barbari il suo territorio e il suo amore! Ce ne fu per tutti: chi nel polpaccio e chi nei lombi, nessuno scampò a quei morsi: invano Enrico gridava con inutile autorità alla diletta ( scimmia, non fidanzata ) di calmarsi e all’amata ( fidanzata, non scimmia ) di placarsi ( costei aveva dei notevolissimi polmoni, chi l’avrebbe detto! ) insomma si creò una vera casa chiusa ( a quei tempi si diceva casino? chissà ) mentre Pastiche, passata come un turbine nella sala da pranzo, tirava giù la preziosa tovaglia con annessi e connessi, compresi dei preziosissimi vasi di Capodimonte, dono personale della regina alla nonna, di grandissima bruttezza ( i vasi, la nonna no, era un bel pezzo di figliola nei suoi verdi anni, ed anche dopo non fu da buttar via, come testimoniano i ritratti ). Inseguita da una folla impazzita ( ospiti ospitanti, ospiti ospitati, servitù e vari ed eventuali ) la scimmia si rifugiò in biblioteca e dall’alto delle librerie si dette a bersagliare gli inseguitori con diversi volumi dei piani alti, che squadernandosi si rivelarono un’imbarazzante illustrazione per la fidanzata dei gusti sofisticati del futuro sposo, o dei parenti di lui, trattandosi perlopiù di raffinate opere illustrate d’un genere molto particolare, che di solito non si vede in giro. Questo determinò un certo sgomento nella parte maschile degli inseguitori, che a quel punto voleva trascinare via le signore, le quali come la famosa quindicenne non ne volevano sapere, anzi…
Insomma la scimmia impazzita provocò un vero uragano, e quindi il padre della promessa urlò: “ La si abbatta! “ “ Un corno!” urlò Enrico, tanto per ristabilire l’ordine. I due per poco non vennero alle mani. Alla fine fu chiamato il medico.( Medico! Non veterinario! ) Fu un bene, perché ci fu da medicare un bel po’ di glutei in quella che la servitù maliziosa chiamò La domenica delle Terga, sia quelle delle “morsicature” che quelle dei tomi illustrati.
Poi, solo, il Coraggioso Medico entrò nella biblioteca.
Silenzio. Cosa si dissero i due non si seppe mai. La scimmia, col cappellino di traverso, il musetto arricciato, gli occhi lacrimosi, si fece portare via docilmente in braccio dal dottore . (“ Niente abbattere, scherziamo? La terrò io in osservazione. Me ne assumo la responsabilità.”)
Enrico, temporaneamente riconciliato con suocero e fidanzata, vide andar via Pastiche fiera nell’umiliazione dell’esilio con le lacrime agli occhi.
L’osservazione del medico durò quindici anni, un bel record per Pastiche prima di raggiungere il Paradiso delle scimmie. Quel giorno il dottore se la portò nello studio, le servì latte, miele e biscotti e le disse pensoso: “Quando fui invitato dai genitori di Camillo alla festa di fidanzamento di lui con una smorfiosa insopportabile l’avrei presa a morsi sul collo, come hai fatto tu. Eh, sì, la gelosia fa impazzire, piccola mia, ma io ero già un medico: alle prime armi, ma medico! Ora Camillo finge di conoscermi appena, ma so d’essere rimasto nel suo cuore, come lui è rimasto nel mio…Ma tranquilla, Pastiche! Io ti vorrò bene sempre, e in questa casa certissimamente di smorfiose non ne entreranno mai…” Provata dalla tempestosa giornata, Pastiche dorme già, una delle manine abbandonata con fiducia in quella del dottore. Non sarà il grande amore, ma si stimeranno e si vorranno bene. E’ più di quel che accade ai più.
di Massimo Tessitori
Personaggi:
Danaail'el (protagonista)
Atar'el (madre)
Leon'clot'os (padre)
Kadetik'os (fratello maggiore)
Pitl'inos (fratello minore)
Lior'el (sorellina piccola)
Matsuk'is (guerriero)
Leeb'el (istruttrice guerriera)
La figlia del guerriero
Chi vedesse Ashasvir per la prima volta non capirebbe perché è considerata una città. Ciò che potrebbe descrivere, piuttosto, sarebbe una campagna ondulata, punteggiata di edifici sparsi: casupole di contadini, quelle più vicine ai campi coltivati; case signorili, quelle vaste e cinte da muri.
Altri edifici, più raggruppati, gli sarebbero difficili da interpretare: le piramidi di pietra che si profilano in distanza potrebbero sembrare templi, mentre quei complessi vasti, circondati da mura, gli ricorderebbero caserme, o collegi. Certo non penserebbe a definirli Giardini.
Una bambina di dieci anni ha appena lasciato uno di questi luoghi, salutando il portiere con un inchino marziale, e si è incamminata a piedi scalzi attraverso i prati, dove piccole greggi di pecore stanno brucando.
La fascia arancione in vita, come pure i simboli e le orlature del suo kimono, la identificano come un’Allieva Guerriera del Giardino dei Due Soli.
Anche oggi sarebbe una splendida giornata, pensa triste Danaail'el. Come ieri. Deve significare qualcosa, se mio padre è morto in un giorno così. Ma cosa?
Risale il dolce pendio, assorta nei suoi pensieri. I suoi sensi acutissimi possono percepire ogni dettaglio del panorama nitido, ogni odore, ogni fruscio dei fiori, dell’erba e dei mille esseri, grandi o invisibili, che condividono con lei questo luogo che sembra di pace.
Giunta alla sommità dell’altura, vede una villa signorile a un piano, dalla leggera ed elegante struttura di legno e con diafane finestre chiuse da riquadri di carta oleata. Eccola laggiù, la casa della sua infanzia. Sono tre anni che vi manca.
Mille ricordi la assalgono mentre scende piano il pendio, salutata con deferenza da due pastori che ricambia con cortese condiscendenza, come suo dovere.
Lei smise di essere considerata una bambina a sette anni d’età, quando dovette lasciare la famiglia ed entrare nel Giardino dei Due Soli per essere istruita, come si conviene ad una figlia e discendente di guerrieri.
Si vergogna ancora a pensare come reagì quel giorno davanti agli inviati venuti a prenderla: si nascose piangente dietro sua madre Atar'el, fece piangere anche il fratellino Pitl'inos, che si afferrò a lei, e la sorellina Lior'el, che ancora gattonava . Osò perfino aggrapparsi, supplicante, alla veste di suo padre Leon'clot'os.
Lui la squadrò con occhi lampeggianti di sdegno.
Ricorda ancora le sue parole, una per una: ‘Figlia, non farmi vergognare! Sei nata per essere una Guerriera. Non mi aspetto di meno, da te. Ora vai, fai il tuo dovere, e non tornare finché non sarai una perfetta Guerriera, forte e dura come l’acciaio della mia spada’.
Stordita da queste parole severe, la piccola seguì i due inviati fino al Giardino.
Deve essere passata per forza sotto all’alta colonna di pietra che reggeva due soli di oro lucente, ma non ne ha più memoria. Forse non la vide neppure, gli occhi bassi a terra, chiusa nei suoi pensieri.
A malapena ricorda, ora, di aver passato i grandi portoni laccati che si aprirono davanti a loro, o la sua prima vista dei viali del cortile affiancati da cipressi. Ricorda, questo sì, quando entrò nella costruzione bassa del dormitorio, una delle tante che contornavano un complesso centrale di edifici simili a palestre. Ricorda che, da dentro questi, risuonavano ordini urlati e un cozzo di spade di legno.
La condussero a una brandina in una grande camerata, dove restò apatica e quasi immobile, piangendo dentro di sé la fine della sua infanzia, della tenerezza di sua madre, dei giochi con il suo fratellino.
Eppure, le frasi con le quali il padre la congedò stavano già scavando qualcosa nella sua anima e, in quelle prime ore di solitudine e disperazione, presero il posto degli altri pensieri.
La mattina seguente, alla sveglia, balzò in piedi immediatamente con le altre Allieve, senza più esitazione. Si impegnò a fondo in ogni cosa, ripetendosi le parole di suo Padre ogni volta che qualche ricordo della sua vita di prima le sfiorava la mente.
Sopportò senza un lamento l’addestramento alle privazioni: cibo, riposo, acqua, ogni forma di affetto o di minima comodità. All’inizio doveva stringere i denti, poi neanche questo servì più, e infine nessuno dei suoi muscoli, dei suoi sguardi, delle sue posture lasciò più trasparire alcunché potesse essere interpretato come un segno di sofferenza.
Nei momenti più difficili, Danaail'el si ripeté le parole che aveva fatto sue: ‘Una perfetta Guerriera, forte e dura come l’acciaio della mia spada’.
Dopo l’addestramento di resistenza alle privazioni, iniziò la vera istruzione: esercizi fisici e mentali, l’uso delle armi e l’interiorizzazione del Codice d’Onore dei Guerrieri, che, attraverso mille letture, mille esercizi, mille prove si instillò in ogni suo pensiero e ogni sua azione.
Camminando immersa nei ricordi, Danaail'el è ormai arrivata quasi al portone della casa della sua infanzia. Si ferma un attimo a guardarla, il bel tetto a pagoda di legno dipinto di rosso scuro e rosa salmone, i muri di cinta intonacati di bianco.
Però tutto appare più piccolo di una volta. Non le sembra più il vasto castello che ricordava.
Lei è cresciuta, in tre anni. La sua prospettiva è cambiata.
Si accorge dei due occhi che la guardano attraverso lo spioncino del portone. Sente il suo cuore accelerare i battiti quando riconosce lo sguardo di sua madre, Atar'el.
Infatti, eccola lì che appare quando il battente laccato di rosso scuro viene aperto da un servo.
“Danaail'el! Cara!”.
“Madre!”. Cosa dovrebbe fare per essere una brava figlia, e al tempo stesso una perfetta Guerriera? Nessuno glielo ha mai insegnato. Si avvicina, cercando di trattenere la sua emozione, e si genuflette ai piedi di Atar'el.
“Ma cosa fai, figlia mia?”. La prende per una mano e se la porta al cuore. “Tre anni che non ci vediamo, e sei capace solo di inginocchiarti, come davanti a un Anziano?”.
Danaail'el le stringe le mani, un po’ rigida. Dentro di sé, sente come un fuoco che dal centro del petto si propaga in tutti i visceri e non lascia posto per il suo respiro.
Prima che possa trovare delle parole per rispondere, un bambino si affianca alla madre.
Pitl'inos!
Il suo fratellino minore grida: “Danaail'el!”, e le viene incontro abbracciandola, con gli occhi lucidi.
Mentre gli appoggia la guancia sul capo, lei sente il bruciore estendesi ai suoi occhi; la gola, ribelle, le rende ancora più difficile prendere fiato.
‘Una perfetta Guerriera, forte e dura come l’acciaio della mia spada’, si ripete automaticamente, e il momento di debolezza finisce.
Guarda il fratellino con contegno. “Pitl'inos, stai diventando un ometto. Tra qualche mese, anche tu seguirai le nostre tracce”.
Il bambino la guarda sconcertato, come se non la riconoscesse.
Danaail'el avverte d’improvviso una sensazione di dejà vu: in passato ha vissuto una scena molto simile, ma da tutt’altro punto di vista.
Era un bel giorno terso, come oggi, ma più di tre anni fa. Aspettavano il ritorno a casa di suo fratello maggiore Kadetik'os, dopo tre anni dalla partenza per il Giardino del Drago Lucente.
Danaail'el aveva sofferto molto per la partenza del suo fratellone, il suo primo e più rimpianto compagno di giochi. Lo ricordava un po’ grassoccio, e immensamente affettuoso. Da piccola lo chiamava ‘mobbido’, e lui ne rideva. La mamma veniva vicino a suggerirle che la parola giusta era ‘tenero’, o ‘affettuoso’, ma lei continuava imperterrita a chiamarlo così.
Quel giorno, Danaail'el andò ad aspettare il ritorno di Kadetik'os fremendo d’impazienza sul portone, accanto a sua mamma.
Quando il servo aprì, però, lei si ritrovò davanti a una persona quasi sconosciuta.
Nel kimono inamidato e impreziosito da insegne c’era un piccolo adulto che non aveva più traccia dell’antica pinguedine, né, soprattutto, dell’antica dolcezza. Si presentò con un profondo inchino alla madre, e parlò con formale deferenza, come a gente rispettata ma appena conosciuta.
Dopo poche occhiate, Danaail'el fu sgomenta di scoprire che il fratellone ‘mobbido’ con cui aveva diviso la sua prima infanzia non esisteva più.
Sopportò quella giornata senza riuscire a nascondere la sua delusione, rimuginando che un luogo che trasformava un bambino affettuoso in uno sconosciuto gelido non poteva essere buono.
Ora, negli occhi del piccolo Pitl'inos, Danaail'el riconosce lo stesso suo sconcerto di tre anni prima, e forse ora sa anche cosa provò Kadetik'os.
Una bambina sui quattro anni viene vicino alla mamma. Il viso è arrossato e i movimenti sono lenti e stanchi, come quelli di chi ha pianto molto.
Danaail'el cerca di ricordare se, a quattro anni, lei conoscesse già il significato della parola ‘morte’.
Le chiede: “E tu, sei Lior'el?”.
La bambina annuisce, un po’ disorientata, accostando il visino al vestito della mamma per cercare protezione e calore.
“Lior'el, quando me ne sono andata, tu avevi appena iniziato a muovere i primi passi”.
Atar'el sorride, accarezzando la testa alla piccola. “Pitl'inos le è stato un ottimo compagno di giochi, come tu lo sei stata per lui”.
Il bambino si acciglia. “Parli già al passato anche di me, mamma? Mancano ancora tre mesi a quando dovrò partire!”.
Atar'el gli sfiora il viso. “Siamo qui per commemorare il passato, tesoro”. Fa un gesto di invito a Danaail'el: “Cara, non stiamo sul portone”.
L’Allieva Guerriera entra, guardando il cortile ordinato, le siepi fiorite, i cipressi e gli alberi di pesco. Non nota grossi cambiamenti, solo le sembra che tutto sia un po’ più ristretto di come lo ricordava.
Quando torna a guardare verso il portico che circonda l’abitazione, vede anche lui. Kadetik'os!
Suo fratello maggiore, con le insegne del Giardino del Drago Lucente, esce dall’ombra e la attende marziale all’ingresso. “Danaail'el!”.
“Kadetik'os!”. Si avvicina, guarda ammirata i distintivi, la fascia marrone attorno alla vita, il fisico forte e marziale. Quando incontrò il nuovo Kadetik'os, tre anni prima, le sembrò un alieno, ma ora si vergogna di quel suo giudizio infantile. ‘Forte e duro come l’acciaio della mia spada…’
“Fratello… quasi assomigli a Lui!”, dice, con un profondo inchino.
Anche lui ricambia l’inchino, anche se un po’ meno profondamente. “Nostro Padre era un Guerriero glorioso, e il mio più profondo desiderio è di esserne all’altezza, da grande. Ma ora ho solo tredici anni”.
Danaail'el si è già pentita delle sue parole non meditate. “Scusami. Ho parlato senza intenzione di adularti o di sottovalutarLo”.
“Lo so”, annuisce Kadetik'os. “Vieni dentro, nostro Padre è qui”. Poi indica in distanza. “Tra poco, Lo porteranno al Colle degli Eroi”.
Danaail'el segue l’indicazione, socchiudendo le palpebre per poter guardare controluce. Alla sommità di una rupe, stagliati contro il cielo azzurro, distingue alcuni minuscoli puntini che lei immagina essere pire funebri. Le conta. “Sei… sette? Ma cosa è successo?”.
Atar'el le fa un cenno verso l’ingresso della casa. “Abbiamo un ospite al quale voglio presentarti, e che potrà risponderti meglio di noi”.
Danaail'el varca l’ingresso con il cuore in gola, riconoscendo l’odore della morte tra i fumi dell’incenso e delle erbe.
Al centro del soggiorno, su una tavola coperta dai lenzuoli più belli, c’è Lui.
Fatti forza, Danaail'el! Dura e forte come l’acciaio della mia spada, si ripete.
Si avvicina, cercando di soffocare l’emozione.
Il corpo è pallido, esangue, ma sembra intatto. L’espressione del viso non è più severa. Non come quando la guardò quell’ultima volta.
Padre, Ti ho dedicato ogni giorno, ogni pensiero di questi lunghi anni. Tutto quello che sto facendo è per Te. E la Tua promessa di rivederci? Come hai potuto lasciarmi prima che potessi completare ciò che Tu stesso mi hai imposto?
Una pacata voce d’uomo la distoglie dai suoi pensieri. “Danaail'el, ho sentito la tua domanda. Posso risponderti io, perché ero presente”.
Lei si volta sorpresa. In un angolo della stanza c’è, in piedi, un Guerriero sui trent’anni, con una lunga medicazione sul viso e sul braccio sinistro, le insegne bianche del lutto e uno sguardo di dignitosa sofferenza.
Lei si inchina con rispetto. “Perdonatemi, sono entrata senza vedervi”.
L’uomo ricambia con cortesia condiscendente.
La madre si affretta a presentarli. “Valoroso Matsuk'is, questa è mia figlia Danaail'el. Cara, Matsuk'is faceva parte del gruppo di dieci Guerrieri comandati da tuo padre”.
“Onorata”. La ragazza rinnova il suo profondo inchino.
Matsuk'is riprende: “Tuo padre Leon'clot'os si è comportato con grande valore anche nella morte, come nella vita. Io sono onoratissimo di averlo avuto come mio Comandante. Mancherà a tutti noi. Ma oggi Leon'clot'os entrerà nel Paradiso dei Giusti assieme agli altri sei compagni caduti con lui, e voi dovete esserne orgogliosi. Sono morti tutti per proteggere dei villaggi da predoni senza onore. Molta gente umile, d’ora in poi, dovrà la sua sicurezza al loro sacrificio”.
“Grazie per le tue parole, valoroso Matsuk'is”, gli dice Atar'el, con una voce che cerca di nascondere un groppo alla gola. “Ti prego, racconta a tutti i miei… i suoi figli come è morto il nostro amato Leon'clot'os”.
Il Guerriero annuisce. “Alcuni villaggi erano stati più volte depredati da malfattori che avevano trovato rifugio sul monte Horgos. Quei senza onore avevano ferito, ucciso, stu… avevano fatto ogni sorta di nefandezze verso quei poveri contadini. Già in due occasioni eravamo andati a cercarli, ma quei vigliacchi erano sempre riusciti a sfuggirci. Conoscevano bene il territorio, certo avranno avuto anche sentinelle ben appostate e segnali convenzionali. L’ultima volta, dopo due fallimenti, abbiamo cambiato tattica. Ci siamo fatti consigliare da abili cacciatori. Abbiamo brunito le nostre armi e rivestito con iuta ogni parte dell’equipaggiamento che avrebbe potuto fare rumore. Appena pronti, ci siamo avvicinati al monte di notte, di soppiatto, indossando cappucci scuri a coprire il viso e indumenti mimetici sopra le vesti da Guerrieri. Entrati nei boschi, noi stessi ci siamo nascosti e divisi in gruppi di due, ed abbiamo sorvegliato per giorni tutti i passaggi possibili verso valle. Finché ieri notte uno dei nostri, appostato su un sentiero, è riuscito ad individuare la banda dei rinnegati che scendevano a valle per una qualche razzia, e ha richiamato tutti noi imitando il verso della civetta. Pochi minuti dopo eravamo tutti riuniti sulle loro tracce. Avremmo potuto tendergli un’imboscata sulla via del ritorno, ma Leon'clot'os ha deciso che non potevamo permettere l’uccisione di altri innocenti. Quindi li abbiamo seguiti a passo rapido”. Lo sguardo di Matsuk'is si perde sul viso immobile del suo comandante, tradendo un’emozione intensa. “Una volta raggiunti i banditi, abbiamo intimato loro di difendersi, come nel nostro Codice d’Onore. In tutta risposta, il loro capo si è presentato, e ha dichiarato di voler sfidare Leon'clot'os a un duello individuale. Lui ha accettato, com’era doveroso, e si è fatto avanti per combattere con la spada, mentre noi arretravamo per lasciare campo libero”. Scuote il viso, una smorfia amara sulla bocca. “Era un tranello: inaspettatamente, assieme al capo, molti altri predoni balzarono contro di lui. In un attimo ne abbatté due con la spada, poi, ferito da un arciere, fu sopraffatto dagli altri”.
Danaail'el deglutisce, ancora più rattristata: non è stata la luce radiosa del sole a congedare suo Padre da questo mondo, ma le tenebre infide e l’amarezza del tradimento.
Matsuk'is continua, con il viso e le mani contratte: “In pochi secondi anche noi ci siamo fatti avanti, ma nel frattempo alcuni predoni avevano già lasciato il gruppo, con l’aiuto dell’oscurità, e ci hanno preso alle spalle. Il combattimento è stato lungo e sanguinoso, ma abbiamo abbattuto tutti quei rinnegati”. Abbassa il viso e la voce, come se si vergognasse. “Alla fine, io e i miei due compagni sopravvissuti siamo stati avvantaggiati dagli indumenti e cappucci scuri che avevamo indosso: gli altri Guerrieri si erano scoperti il capo, o indossavano vesti mimetiche più chiare, adatte solo durante il giorno”.
Un mugolio sommesso di bambina sottolinea il breve silenzio.
“Alle prime luci dell’alba, a terra abbiamo contato ventuno tra morti e moribondi, di cui sette erano nostri compagni”. Il Guerriero scuote la testa, triste. “Non è stata una bella vittoria. Non solo perché ci è costata troppo cara. Ci ha lasciato l’amaro in bocca, colpire degli avversari senza che ci vedessero in viso”. Sospira, cercando di assolversi: “Certo, andava comunque fatto; quei criminali avevano già ucciso troppi innocenti”.
Atar'el annuisce triste, accarezzando la piccola Lior'el che piange sommessamente. “Grazie per la tua sincerità, Matsuk'is. Nessuna persona di buon senso oserà mai insinuare che tu ed i tuoi compagni abbiate agito male”.
Il Guerriero guarda la bambina. La sua voce tradisce un groppo alla gola. “Sei una donna coraggiosa, Atar'el. Riesci a infondere coraggio e dignità, in questo momento, anche nei tuoi figli più piccoli”.
L’espressione di lei è indefinibile, mentre stringe a sé la bimba. “Se solo potessi fare di più….”.
Il suono di un campanello interrompe le riflessioni. “Questi devono essere i suoi compagni”, dice Atar'el.
Danaail'el si alza, fa un inchino di scusa e si dirige fuori, verso il portoncino.
Un servo ha già aperto, e un Guerriero bardato con dei paramenti bianchi fa strada a un gruppo di sei, che sorreggono una barella candida come i loro mantelli.
L’uomo guarda Danaail'el, chinandosi in segno di saluto e di condoglianza. “Il tempo è arrivato. Siamo venuti per accompagnare Leon'clot'os per l’ultima volta”.
“Grazie di essere qui. Seguitemi”. Danaail'el guida il drappello verso l’atrio della casa. Sulla porta appaiono Atar'el ed Kadetik'os, che si chinano e lasciano strada.
Danaail'el preferisce restare fuori del locale, ormai troppo affollato.
Il portico. E’ stato lì che suo padre le disse le parole lapidarie che hanno forgiato la sua nuova vita.
E’ stato anche il posto dal quale, molte volte, lo salutava mentre lui partiva, maestoso con le sue armi e il suo equipaggiamento, verso qualche missione di giustizia.
Quando era bambina, chiedeva spesso a sua mamma dove andava papà, quando lo vedeva uscire armato ed equipaggiato per delle missioni che potevano tenerlo lontano anche per intere settimane.
‘Lui va a difendere della povera gente che non può farlo da sola’, rispondeva lei rassicurante.
‘Difenderla contro chi?’
‘Contro uomini cattivi’.
Danaail'el rimaneva sgomenta a questa risposta. Il suo visino si distorceva in smorfie di preoccupazione. ‘Ma, mamma, se anche i cattivi hanno una spada, papà non… non..”.
La madre la rassicurava: ‘Tuo padre è un guerriero molto abile. Tornerà sempre’.
Le prime volte, ciò riuscì a sopire le paure della bambina, ma lei tornava a porre questa domanda ogni volta che lo vedeva partire armato, e con sempre più insistenza.
Finché, un giorno, la madre ritenne che fosse pronta per una risposta diversa: “Cara, l’onore di un Guerriero gli impone di accettare dei rischi per una buona causa”.
La bimba tremò, non più rasserenata da quella che aveva già intuito essere una bugia pietosa.
La madre la guardò negli occhi, consapevole dell’importanza di quella risposta. Decise di essere sincera fino in fondo, e si accosciò per guardarla bene in viso. ‘Danaail'el, tutti devono morire, prima o poi. Anche io. Anche tu’.
A queste parole, lei sentì gli occhi bruciarle. ‘Non voglio! Papà dovrebbe restare con noi’.
‘Ma non è così brutto’, si affrettò ad aggiungere la mamma. ‘Si soffre solo un momento. Dopo, tutti quelli che hanno vissuto onorevolmente si ritrovano nel Paradiso dei Giusti, dove non ci sono cattivi, e le spade non servono più’. La accarezzò. ‘Lì i tuoi nonni aspettano di rivederci, quando il destino vorrà’.
Danaail'el, persa, guardò attorno a sé: i fratellini, il suo cane, la loro famiglia solida e serena. Poi i suoi occhi tornarono su quelli della mamma, e infine si abbassarono a terra, rattristati e gonfi.
‘I bimbi dei contadini sono più fortunati di noi, allora?’.
Atar'el, ferita, esitò prima di rispondere. ‘Non dico che nascere nella casta dei Guerrieri sia una fortuna. Di certo è un onore. E comunque è una scelta del destino, non nostra’. Rifletté ancora un attimo. ‘Danaail'el, il giorno della nostra morte è già stato scritto. Ma ricorda: il coraggioso muore una volta sola, il vile è come se morisse ogni giorno’.
Era una risposta dura da accettare per una bambina. Rimase a lungo in silenzio.
Sua mamma la accarezzò ancora. ‘Vieni, Danaail'el. Giochiamo un po’ con Iplitis’. Fece qualche passo verso il bambino che, sotto il portico, cercava di insegnare a gattonare alla piccola Lior'el, invero con poco successo: la pupattola, pancia a terra, agitava le braccine, facendo versetti di soddisfazione.
Danaail'el non si mosse. D’un tratto si rese conto che troppe spiegazioni vertevano se una parola che non le era mai stata chiarita. ‘Mamma, cos’è l’Onore?’.
Atar'el si voltò, sorpresa, poi cercò le parole adatte:‘E’ qualcosa che dice come deve agire un uomo giusto’.
‘E cosa dice?’.
‘Poche cose molto importanti, cara. Per esempio, che la sua forza deve essere usata per il bene di tutti. In particolare, di chi non è capace di difendersi da solo. E’ proprio quello che tuo padre sta andando a fare’.
Danaail'el, a occhi bassi, fece un grosso sospiro, ripensando alla prospettiva di poterlo perdere per sempre. ‘E poi? Cos’altro?’.
‘Per esempio, che un Guerriero non deve sfoggiare la propria forza per intimidire una persona onesta’.
Danaail'el annuì.
Atar'el ci pensò un attimo. Tutte queste cose le erano state inculcate al Giardino più di dodici anni prima e facevano parte del suo essere, ma spiegarle chiaramente dopo tanti anni… ‘Che deve rispettare anche il suo nemico’, citò a memoria.
Questo stupì Danaail'el. ‘Ma i nemici non sono gli uomini cattivi?’.
La mamma si sforzò di ricucire una spiegazione plausibile: “Ssì… ecco, il Guerriero deve impedire ai cattivi di fare del male ad altri, ma non deve fare ai cattivi più male di quello che serva. Non deve ingannarli. Non deve ucciderli senza dargli la possibilità di arrendersi o combattere”.
Vedendo la smorfia di preoccupazione della figlia, Atar'el cercò di sviare: “ Ah, un’altra cosa: non devi dire bugie. Le persone d’Onore non hanno neppure bisogno di promettere: ogni loro parola ha il valore di un giuramento’.
La bambina annuì. Questo è facile da capire. ‘E poi?’.
‘Si deve essere onesti con sé stessi’.
A queste parole, Danaail'el la guardò a occhi spalancati. Sapeva bene cosa significa essere onesti con gli altri, ma… ‘Onesti con sé stessi? Cosa vuole dire?’.
‘Vuol dire, non inventare bugie per convincere sé stessi che cose che sentiamo sbagliate dentro di noi siano invece giuste’.
Danaail'el scosse la testa. Non riusciva, e non riesce a tutt’oggi, a immaginarsi come si possa mentire a sé stessi.
La voce del fratello Kadetik'os richiama la sua attenzione: “Danaail'el, mettiamoci in coda dietro il feretro”.
Mentre il drappello vestito di bianco esce solennemente recando in spalla la portantina con il corpo di Leon'clot'os, i familiari si dispongono per venirgli dietro.
Appena fuori dal cortile, molte decine di persone stanno aspettando di unirsi alla processione.
Con sorpresa, Danaail'el riconosce Leeb'el, una prestigiosa Istruttrice del Giardino dei Due Soli. La Guerriera dallo strano viso quasi felino e dai lunghi capelli bianchi ricambia il suo sguardo.
Poco dopo, quando la processione si avvia con un sommesso scalpiccio, Leeb'el si accosta a lei.
La ragazzina si inchina profondamente. “Onorevole Maestra…” .
“Ascolta, Danaail'el. So che non vedevi tuo padre da tre anni”.
La ragazzina annuisce. “Ti rendo grazie, a nome Suo, di essere venuta a recarGli l’ultimo saluto”.
“Non potevo mancare! Io e tuo padre eravamo amici, oltre che compagni di casta. Abbiamo svolto diverse missioni assieme, e una volta mi ha salvato la vita”.
“…”.
“Volevo dirti due cose. Anche se non lo vedevi da anni, lui si è sempre interessato a te. Si è tenuto costantemente informato sui tuoi progressi, e sono felice di avergli potuto dire quanto bene tu ti sia riscattata dalle difficoltà dei primi giorni”.
Danaail'el si adombra leggermente. “Era il minimo che potessi fare per cancellare quella vergogna”.
“Il minimo?”. Leeb'el scuote il viso. “No, Danaail'el. In tutto quello su cui ti abbiamo messa alla prova, tu hai raggiunto il massimo. La più resistente, la più disciplinata, la più abile tra tutte le allieve del tuo anno!”.
“Solo il mio dovere…”, si schermisce la ragazzina, cercando di non manifestare il suo imbarazzo.
“Voglio che tu sappia che, prima di partire per il suo ultimo viaggio, tuo padre era ben informato dei tuoi grandi risultati, ed era orgoglioso di te”.
“Grazie”. Questo è importante, per lei. Suo Padre non è morto pensandola ancora come una bambina frignona. E allora, perché ora si sente gli occhi più umidi?
“Un’altra cosa importante”, prosegue Leeb'el. “Come sai, tra quattro anni tu avrai finito il periodo minimo di addestramento di base, e come tutte le ragazze, potresti tornare a casa per farti una famiglia, se lo vorrai. Alle Allieve più promettenti, tuttavia, viene proposto di restare nel Giardino per approfondire l’addestramento, e diventare Guerriere di professione o Istruttrici”.
“Sì…”.
“Se deciderai di restare, io ti farò da Maestra. Ti insegnerò quanto potrò, e cercherò di farti sviluppare da sola quelle capacità che non si possono trasmettere. Lo devo a tuo padre, e lo devo a te per tutte le potenzialità che hai dimostrato!”.
“Grazie, Maestra Leeb'el. Per Lui era molto importante”. Per un attimo, lo sguardo della ragazzina si illumina, mentre risente le parole del Padre dentro di sé: ‘Sei nata per essere una Guerriera. Non mi aspetto di meno da mia figlia’.
Immersa in una tempesta di emozioni che non traspare all’esterno, Danaail'el continua il cammino come in un sogno. I cortei funebri degli altri Guerrieri caduti, la salita sulla Rupe degli Eroi, la deposizione sulle pire funebri già pronte…
“Danaail'el…”. La voce di suo fratello Kadetik'os la risveglia da quel torpore irreale.
“Dimmi…”.
“Vieni a rendere omaggio anche agli altri Guerrieri”.
Danaail'el annuisce, e lo segue accanto alle altre pire. Osserva il primo, un uomo alto, dalla faccia lunga e quadrata che esprime forza anche nel pallore della morte. “Questo era Onikr'os”, le suggerisce il fratello, inchinandosi doverosamente davanti alla salma.
Anche Danaail'el rispetta il rituale dell’inchino, poi passa a rendere omaggio agli altri cinque corpi prima di ritornare davanti a suo Padre per l’ultimo saluto.
Accanto al corpo, c’e ancora Atar'el, che accarezza delicatamente, con la punta delle dita, il viso freddo e ormai rigido che non rivedrà più, se non nei suoi ricordi, e il fratellino Pitl'inos, che lo osserva sgomento, quasi come se non capisse il perché di tutto questo. Pochi passi più in là, una zia tiene in braccio Lior'el, che guarda persa, per l’ultima volta, il papà toltole prima del tempo.
Danaail'el sente ancora quella commozione da dentro che le attanaglia la gola, quel bruciore agli occhi, quell’impulso a piegare il viso e piangere. Ma è solo un attimo. ‘Non tornare finché non sarai una perfetta Guerriera, forte e dura come l’acciaio della mia spada’, le dice quella voce da dentro, ed è la voce di suo Padre.
Ormai il cielo si tinge dei rosa del tramonto mentre il sole sta calando all’orizzonte.
Un profumo di pece copre l’odore della morte, e tutti si fanno indietro mentre il rituale sta per compiersi.
Un sacerdote avanza impugnando alta una torcia, mentre altri salmodiano una melodia funebre.
In pochi secondi, la prima pira viene avvolta dalle fiamme, seguita, in rapida successione, dalle altre sei. I corpi dei Guerrieri, tra le fiamme arancioni, appaiono solo come sagome scure e sempre più sottili.
Questo non è un addio, Padre. Non può essere questo, il rivederci per cui ho vissuto questi anni. Io non sono una Guerriera perfetta, sono solo ai miei primi passi. Proseguirò, diventerò come Tu mi hai sognata. Dedicherò la vita a questo, e Tu, dall’alto, sarai orgoglioso di me, finché un giorno ci incontreremo per sempre, da pari, nel Paradiso dei Giusti.
di Maurizio Verduchi
Preludio
La notte che Katja se ne andò me la ricordo ancora; era una di quelle notti di fine agosto quando l'estate ha perso la sua luminosità e ci molla un caldo umido e soffocante. In realtà nessuno pensava che se ne andasse sul serio; quella notte, probabilmente, nessuno pensava a lei, ai suoi figli, ai suoi gatti accaldati, al suo strano lavoro, alla sua mania per i libri e a quell'ultima, assurda, idea di parlare con Babbo Natale.
Nessuno ci pensava perchè lei era come l'aria, il fiume, i boschi, era quella parte della nostra vita essenziale che noti solo quando non c'è più. E dopo ti manca da morire....
Io
Il mio nome è Scotti, Luca Scotti... non c'è verso non suona come Bond, James Bond. Scusate, mi presento: come mi chiamo lo sapete, il resto ve lo dico io. Brillante studente liceale, laureato in lettere, indirizzo giornalistico, a pieni voti, un bel master di specializzazione e poi via verso il mio mestiere a volte duro, ma di grande soddisfazione. Del resto i miei amici e la mia famiglia mi hanno fatto volare: Repubblica, Il Corriere della Sera, El Pais, Il Times, Le Monde... a soli 27 anni...poi la realtà mi ha fatto atterrare. E va bene: lavoro al Cittadino, assegnato per ora, ma solo per poco, alla redazione locale Monza e Brianza. Il Direttore, tal Marco Crippa (mica Giorgio Bocca) non mi sopporta, non apprezza la mia formazione e le mie capacità. Non me lo dice apertamente ma la mia idea di cogliere Lui (si, Silvio) in fallo non gli piace, anche se, indubbiamente, Arcore è in Brianza. Quindi il simpatico Crippa mi trova una quantità di incarichi ridicoli: la sagra della carpa, il concorso Miss Adda, interviste ad improbabili Assessori di paesini con nomi che sembrano di fantasia… qualsiasi cosa pur di non farmi lavorare. Mi sembra di sentirlo: "Scotti, ma che cazzo pretendi! Sei in cronaca locale, fai articoli da cronaca locale! Ti prometto che se ammazzano qualcuno nei dintorni è tuo. Vai a lavorare vai". Il suo ultimo favoloso incarico è il motivo del mio viaggio: "Un'inchiesta, Scotti, sveglia! Ti do’ un'inchiesta come quelle dei tuoi giornalisti da manuale! Alza le chiappe e vai!"
Inchiesta! Mi manda in un paese dimenticato da Dio per scoprire perchè un'infermiera che lavora a Monza sia sparita di colpo: figurarsi, che inchiesta! Certo, qualcosa di curioso c'è: nessuno ha denunciato la scomparsa, si sono solo incuriositi e, anziché la polizia, hanno informato il corrispondente locale di stanza al bar del paese, penso, che ci ha mandato un pezzo talmente insulso che abbiamo dovuto riscriverlo. Altra cosa curiosa è che la casa, un villino alla periferia di.Tramontano sull'Adda, è a posto. Una vicina che aveva le chiavi per le emergenze è entrata e ha trovato tutto in ordine come se la Katja e i figli fossero partiti per una lunga vacanza. Però il pomeriggio prima li avevano visti o per lo meno così ricordavano: “Gente tranquilla, riservata, che non ti accorgevi se c'erano o no. Lei carina, chissà perchè poi era sola... i ragazzi tranquilli, a scuola un po’ sopra la media...No non ci viene in mente niente di particolare". Ma che bel quadro, una famigliola monoparentale (si dice così?) che vive in un posto da dieci anni, partecipa a tutte le cose normali che fanno le persone normali e nessuno se ne accorge più di tanto... o nascondono qualcosa? sta a vedere che quella bestia del Crippa mi ha dato una cosa interessante per una volta... Quanto manca? Che dice il navigatore? No, non svolto a sinistra, sono su una strada, ma insomma... va bene: spento. Mi fermo, chiedo. Katja, chiunque tu sia, dovunque tu sia finita, arrivo. Sei molto più di una donna: sei la mia occasione.
Strada
Il finestrino aperto che fa entrare l’aria afosa della notte estiva, l’autostrada deserta nella notte, il rumore soffuso del motore dell’auto che viaggia a velocità tranquilla (nessuna fretta, mica scappo) il respiro regolare dei bambini addormentati, il ronfare continuo dei gatti nelle due cucce da viaggio che si confonde col motore. Buio, luci, asfalto, notte… aspiro tutto quasi con voluttà…andare, lasciarsi dietro tutto. Poi vedremo. I bagagli pronti da tre giorni, fatti con cura e senza farsi notare da nessuno, l’annuncio ai bambini (“stasera si parte” “Evviva!” “Silenzio ragazzi: è una grande avventura segreta”), un mese di ferie (“Ma non si può…” “Eh no sono anni che tiro la carretta, io, ne ho proprio bisogno!”) Luci gialle, lo svincolo, il vetro grasso di puré di falene, pago, esco, la strada si stringe, qualche curva, devo cambiare. Tra un ronfo e l’altro quasi mi addormento…. (“Accidenti Katja le abbiamo spostate le prove del coro, si che ce l’ho il tuo numero, mi sono dimenticato, scusami ancora…”) ancora luci, case, poi la salita, il buio e il fresco degli alberi, adesso il cambiamento si sente…in un posto piccolo è più facile, avevo pensato, venti case, che ci vuole a inserirsi?…si vabbè faccio un po’ di strada, ma il posto è tranquillo, la casa carina, in città mica me la potrei permettere e poi c’è il fiume, grande, pigro, tranquillo… mi piace il fiume…niente, tutti carini e gentili, ma non ci vedono, come fossimo trasparenti, come non esistessimo veramente, ci dimenticano….ancora salire verso il fresco lontano dall’afa della pianura…. forse avrei dovuto lasciare un messaggio, ma che vuoi che gli importi. E poi Babbo Natale, il mio Babbo Natale personale, lo sa che sono partita e il pc c’è l’ho dietro…è un pensiero felice come Peter Pan. Forse stavolta riesco a volare.
Paese che vai…
Eccomi a Tramontano, la strada provinciale, la via d’ingresso al paese, una piazza con chiesa e bar, mi faccio coraggio e mi dico: “Luca sarai anche un giornalista del mondo globalizzato, ma qui domande e taccuino, niente palmare”. Trasformato in un reporter anni ’30 mi avvio a chiedere informazioni su Katja.
Mi avvio a passi decisi verso il bar quando mi sento trattenere per un braccio. Mi volto con lo sguardo deciso e i muscoli pronti a scattare e… non vedo nulla; abbasso lo sguardo dal mio metroeottantaquattro (ci tengo molto) e incontro lo sguardo di un’anziana signora sopra i 70 e sotto il metro e mezzo che mi stende con un: “Lei è il giornalista venuto per la Katja?”
Guardo sconcertato la Miss Marple brianzola e in pochi istanti analizzo la situazione: come ha capito che un ragazzo in jeans e lacoste che arriva con aria disinvolta seppur decisa è “il giornalista venuto per la Katja?” Passi il giornalista, lo so, sprizzo giornalismo da tutti i pori, ma come fa a sapere qual è la mia inchiesta? Mentre i miei neuroni rischiano il collasso, la voce petulante scioglie l’enigma “Sa il suo Direttore ha avvisato il Sindaco, erano compagni di scuola. Poi qua non arriva quasi mai nessuno”. Crippa malefico! Pensa che ho bisogno della balia…. Bè tanto vale cominciare a chiedere. Questo è stato il mio primo errore in questa inchiesta. In circa quarantotto minuti, dopo un aperitivo, un caffé e due acque minerali ho saputo sostanzialmente tutto quello che di curioso e piccante è successo a Tramontano negli ultimi quarant’anni, oltre a scoprire che “La Katja, graziosa, gentile, riservata, tiene tanto bene i bambini. Peccato che vada poco in Chiesa”. Nonna Iride mi ha distrutto; ho saputo di decine di infedeltà, furti, scorrettezze, anche qualche peccatuccio del parroco “Al Don Antonio piacciono troppo i soldini…” ma su Katja nulla, un’ombra. Ma è vera? Esausto punto su di un ristorante in cerca di ristoro e di interlocutori più sintetici, magari un cameriere o una bella cameriera, perché no? Che vanno e vengono e più di tanto non parlano. Maledetto Crippa poteva: mettere i manifesti.
Arrivo
Curva dopo curva salgo ancora nel verde…stanca da morire, ma se ricordo bene non manca molto…ecco le luci di Castelnovo né Monti ancora addormentato, lo attraverso e punto verso l’eremo. A metà percorso c’è una stradina sulla destra, mi inoltro per due-trecento metri….il buio si sta stingendo e a un certo punto lo vedo: un villino nei boschi colpito dal primo raggio di sole. N….apre gli occhi, guarda e trova le parole: “Mamma, ma è una fiaba?” Lo spero amore mio, lo spero proprio….
….risposte che trovi
Il ristorante è climatizzato. Si mangia bene, ma il cameriere riesce, con solo tre tavoli occupati e con dribbling degni del miglior Messi, a evitare ogni mio vago accenno di domanda. Non mi arrendo: pago e, brandendo il tesserino di giornalista come un’arma, intervisto il Sindaco (mi saluti tanto il Crippa), il droghiere, tre passanti, il farmacista, la vicina di casa della Katja, tre avventori alticci di un altro bar. Scopro che: “La Katja? graziosa, gentile, riservata, tiene tanto bene i bambini. Peccato che vada poco in Chiesa”. Non è un paese è un copia e incolla! Dato che se non sono bravo, almeno sono tenace, ottengo due foto dalla vicina (grazie Gloria), scopro che Katja è piccolina (unanime), ha begli occhi verdi (4 voti), azzurri (5 voti), sono un uomo sposato non guardo le altre (il droghiere e, stando alla miss Marple brianzola, il maniaco ufficiale di Tramontano), è scialba (1 voto), bruttina (2 voti), carina-normale (3 voti), non è bellissima ma ha un bel culo (3 voti, si gli alticci, in vino veritas) 1 astenuto (il droghiere). Sostanzialmente, approfondendo e analizzando il tutto, un bel niente. Mi avvio sconsolato alla macchina pensando che dovrò andare domani all’ambulatorio dove Katja lavora (è un’infermiera), quando dalla Chiesa vedo uscire una trentina di persone (una moltitudine stupefacente per Tramontano); mentre guardo accaldato e inebetito di fianco arrivano alcune risposte alle mie domande: era ora. “Quello è il coro del paese; ci cantava anche la Katja. Quello che esce è il maestro, ci parli che razza di giornalista è lei?” grazie Nonna Iride, non ci fossi tu. Mentre attraverso la piazza noto qualcosa di strano; avete mai visto un coro di dilettanti? Sono persone che fanno una cosa che li diverte e, per forza di cose, sono anche affiatati e spesso amici. Quindi quando escono si attardano a chiacchierare a gruppi, scherzano, si danno appuntamenti e cose del genere. Questi escono come una mandria di bufali e si disperdono in un attimo. Perché? Eseguo il diktat di Iride e fermo il maestro dall’aria sconsolata; stavolta è lui a guardarmi inebetito poi si scusa di essere un po’ distratto, ma la prova è stata un disastro. La settimana prossima devono cantare a Monza e sono regrediti di mesi; e lui, trent’anni di esperienza, non riesce a capire che succede. “La Katja un bel mezzo soprano, poi ama la musica. Sa che suona il pianoforte quasi da professionista?” Cazzo! Scusate ma finalmente la mia ombra assume un qualche contorno. Il Maestro si illumina “Stupidamente non l’abbiamo avvisata di un paio di spostamenti delle prove, ci sarà rimasta male poverina… Mi ha fatto venire in mente che, tra una cosa e l’altra, è la quarta prova che manca la Katja e che è da lì che abbiamo peggiorato. No, mica è la Callas, ma sa, nei gruppi c’è sempre qualcuno che tiene gli equilibri e lei, risevata quanto vuole, è sempre disponibile con tutti. Si, ci manca proprio la Katja per andare bene. Chissà dov’è finita? Se la trova la convinca a tornare, ci serve”. Con le speranze del coro di Tramontano sulle spalle mi avvio verso la redazione di Monza nel tramonto di fine estate.
Babbo Natale (1)
Verde, fresco, silenzio, natura, spazio sicuro per i bambini….mi piace, ne ho bisogno e non ho bisogno degli altri…più che altro loro non hanno bisogno di me. Il portatile, l’attacco del telefono, la connessione c’è, meno male! Lascio un messaggio: “Ciao, come diresti tu, ho preso il vento e sono partita. Non so se tornerò. Qui è stupendo ma non ci possiamo certo vivere. Però una pausa si. E tu al Polo Nord che fai? Tutta vita vero, il 24 dicembre è ancora lontano. Ciao a quando puoi”. Chissà quando la vedrà…Un po’ mi dispiace per il coro; lì mi sentivo con gli altri ma poi…me lo potevano anche dire, se non andavo bene non me ne sarei fatta un problema, ma le finte dimenticanze non le sopporto…..Cammino, un ruscello! Ma questo posto esiste o lo sto sognando?...Se Babbo Natale fosse qui con me…. Non so neanche che viso abbia…Sto sognando o impazzendo? Non so, però mi sento bene…
Burocrazia
Ufficio Personale della ASL della Katja. Qui il fatto di essere un giornalista mi sa che è un handicap. Avranno paura di una qualche inchiesta sulla sanità? Coraggio Luca! Inizio il mio giro di domande e, povero me, di uffici alcuni vuoti, “ sa è agosto, le ferie”. Al termine di almeno cinque estenuanti chilometri all’interno degli uffici scopro che Katja è in ferie. Neanche il progetto Manhattan era così ben protetto. Mezza mattinata per scoprire che una dipendente pubblica è andata in ferie ad agosto…. Congratulazioni, sei un genio! Certo, capisco che a Tramontano non succede mai nulla, ma qualcuno andrà pure in vacanza. Ancora una volta la fortuna mi viene incontro sotto le spoglie di un impiegata di nome Sandra, come leggo al di sopra di una interessante tetta destra: “La Katja non aveva mai preso più di due settimane, stavolta un mese intero; per la prima volta l’abbiamo vista un po’ arrabbiata perché il capo diceva che erano troppe; mi ha colpito perché lei è la persona più tranquilla che conosco”.
Un sentito ringraziamento a Sandra che mi ha fatto sentire un po’ meno scemo. Ho scoperto anche che, nonostante Brunetta, non è obbligatorio lasciare un recapito durante le vacanze; dove andremo a finire con tutta questa libertà.. Adesso il quadro è più chiaro: in sostanza non ci capisco niente, sembra tutto normale. Una risparmia per farsi una bella vacanza, prende le ferie e parte senza informare persone con le quali ha solo rapporti superficiali, fila tutto liscio come l’olio. Perché allora lì, alla base della nuca, sento il formicolio di quando le cose non vanno? Ho perso tempo, sono due giorni che non scrivo una riga, ma domani torno a Tramontano e raccolgo altre notizie e poi, a costo di farmi un milione di chilometri, trovo qualcuno che Katja l’ha vista passare. Se la sensazione che Katja è fuggita è giusta la devo cercare sulla direttrice nord sud; l’Italia è lunga e stretta non si scappa verso ovest come in America: o si va verso nord o verso sud.
Babbo Natale (2)
“Un giorno, in anticipo sul tuo stupore…” le parole di Fabrizio De Andrè echeggiavano nella stanza in penombra dove l’unica fonte di luce è lo schermo di un computer portatile. L’uomo seduto di fronte esplora la rete con aria preoccupata. Cerca nei loro luoghi d’incontro, lascia messaggi, ma nulla; da due giorni aveva perso le tracce della sua più grande amica virtuale; due giorni nel mondo mordi e fuggi della rete sono nulla. Ovunque tu sei entri, dialoghi, scompari, ritorni, tutto veloce, tutto probabile, nessuna certezza su chi sia la persona dall’altro capo della rete né se quello che ti dice sia minimamente vero. La definizione mondo virtuale è una delle più giuste mai trovate. Eppure con la sua amica non era così: c’era il piacere di trovarsi in siti comuni, salutarsi, scambiarsi opinioni sulla loro passione comune per la musica … ”Dietro i microfoni porteranno uno specchio, per sentirti più bella e pensarmi già vecchio…” Oddio, pensò l’uomo, forse vecchio sono diventato io che mi preoccupo, però a Katja ci tengo. E’ una persona così bella e dire che non l’ho mai vista ne’ sentita. “…dove l’amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni…” una scritta Messaggi (1) nel sito di musicofili, un tuffo al cuore… certo, mi scrivono anche altri, però… “Caro Babbo Natale (è lei!) mi spiace averti lasciato in sospeso, ma proprio non potevo avvisarti. Sono partita e mi sono spostata in montagna. Ti farò sapere, Un abbraccio. P.S. Non è che mi riduci i regali?” Sollevato l’uomo risponde “Per i regali ci penserò. Hai fatto bene a spostarti un abbraccio a te a presto;-)” “continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai” Caro Faber mi sa che tu conoscevi Katja: la chiusura della canzone sembra scritta per lei. L’uomo, finalmente rilassato, gira la sua sedia a rotelle e si avvia verso la camera da letto.
Giornalista
Giornalista è il mio lavoro. Cosa fa il giornalista almeno di tanto in tanto? Scrive! E io, Luca Scotti, scrissi. Ma non quello che il mio Direttore (con la D maiuscola) mi aveva chiesto (un bel pezzo di colore su Tramontano, ridente cittadina amministrata dal suo amico Sindaco, in cui anche i tipi strani come Katja avevano trovato una casa e anche voi, grazie all’immobiliare “Arcore e dintorni – anche voi come SILVIO”, nostro grande inserzionista, potrete avere la vostra porzione di esafamiliare in campagna con 30 dico 30 mq di giardino) no, io sono un GIORNALISTA (tutto maiuscolo come SILVIO) e ho scritto. Inserito tra i soliti titoli “Hi tech, legno-mobile: in Brianza mille nuovi posti di lavoro”, “Lentate, colpo grosso alla posta - Sottratti all'ufficio 6mila euro” , “Restituiscono un orologio d'oro - Il sindaco di Arcore li ringrazia” c’era il mio “Inseguendo un’ombra, alla ricerca della donna che nessuno vedeva”. Va bene, per fregare il Crippa, un po’ di pubblicità a Tramontano l’ho fatta, in fondo qualcuno simpatico c’era; all’immobiliare niente, ma tanto il riquadro pubblicitario lo hanno ficcato sotto l’articolo. Lo rileggo e mi rendo conto che l’ho caricato troppo di “impalpabile esistenza” , “cosa si nascondeva dietro la maschera di cortesia” , ma nel contesto del giornale spicca come un appassionato di musica classica nella “Fossa dei Leoni” a S.Siro: non c’entra un cazzo, ma si nota. Mi avvisano che al Direttore sta per scoppiare il cuore per l’incazzatura quando, forse due secondi prima di sfondare la porta a vetri del mio ufficio, è arrivata una chiamata del TG3, non quello regionale, che sono stati colpiti dalla storia e ci chiedono collaborazione per uno speciale sulla storia. Sono salvo, anzi sono un giornalista, anzi sono il GIORNALISTA….. Ma Katja dov’è?
Babbo Natale (3)
Un Dvd carico di vecchie canzoni di De Gregori, così mi concentro e capisco cosa fa la mia amica di cursore; questa mania del codice degli internauti, non ci diamo i numeri di telefono tanto ci troviamo lo stesso, c’è più fascino, vuoi mettere….Però io so che Katja sta bene, non è a casa, però mi è parsa strana “…forse in fondo a quel filo c’è la mia libertà..” e se mi ha fatto come la signora Aquilone… vediamo un po’, che giornali ci sono che possono parlare di Tramontano? Ma sapranno che esiste un posto così? Corriere della Sera, Cronaca di Milano… niente…..Il Giornale… figurati, “…lungo il sentiero la casa di Hilde…” un giornale locale… Si il Cittadino Monza e Brianza “Inseguendo un’ombra, alla ricerca della donna che nessuno vedeva” ma qui… parla di Katja… ma come scomparsa… ma no sta benissimo… però… Luca Scotti….numero della redazione… ma dov’è….possibile che nei siti ci sia tutto meno che il numero di telefono? Eccolo 039.21695.11 “Pronto, vorrei parlare con Luca Scotti è urgente…certo lo so che siete un giornale anche se….e non potrei avere il numero di Luca, sa è per quell’inchiesta..- idea! – ho delle notizie! Le lascio il mio numero mi faccia chiamare” Bella idea, vediamo che succede…squillo, altro squillo “Buongiorno sono Luca Scotti..” “Chissà dove sei, perduta nella notte…” Cara Katja, non so cosa hai combinato, ma ti devo aiutare, che tu lo voglia o no.
Pace ma bene?
Odori, profumi, fresco, verde…tutto buono. Passeggiate, giochi per i bimbi, gente gentile che non chiede, siamo turisti… c’è una grande pace…ma io, io come mi sento? Perché me ne sono andata senza una parola e perché penso di sparire… si un lavoro io lo trovo ma non sono sola, ho il diritto di terremotare la vita dei miei figli? Non lo so, non mi sento bene.. non ho detto quasi nulla al mio Babbo Natale personale…perché faccio così, scappo come una bambina capricciosa…però la loro indifferenza mi ha ferito, più cerco di fare cose buone, utili per gli altri, più gli altri mi dimenticano…perché….L’eremo, che meraviglia…. Domani, domani tranquillizzo Babbo Natale, oggi non ce la faccio…sono triste nella meraviglia.
L’alleanza
“Pronto sono Luca Scotti, in redazione mi hanno detto che lei ha notizie di Katja; ma Lei chi è? Se vuole posso venire a trovarla e parliamo di persona” - “Il mio nome non ha particolare importanza, sono un amico di Katja e sono in qualche modo in contatto con lei; per parlare di persona la vedo un po’ scomoda visto che siamo a più di 500 km di distanza….comunque Katja sta bene…almeno spero” Il giornalista che è in me drizza le antenne mentre il Luca Scotti semplice si incazza; ne esce una mediazione degna del miglior Kissinger: “Senta, la cosa mi interessa molto, ma lei non mi da il suo nome, mi dice che ha delle notizie ma poi mi dice che spera che Katja stia bene anche se è in contatto: che gioco è! Mi descriva Katja” – “Sarà utile che ci chiariamo, non ho idea di che viso abbia Katja e prima che lei riattacchi col j’accuse le spiego: frequentiamo lo stesso sito per appassionati di musica da due anni; non ci siamo mai visti, ma ci scambiamo messaggi da quasi due anni. Abbiamo avuto fiducia l’uno dell’altra e credo di conoscere cose di Katja che pochi altri conoscono, forse nessuno. Ma non l’ho mai vista neanche in foto; abbiamo scelto così all’inizio e la nostra amicizia funziona benissimo. Quello che so è che stava passando un periodo pessimo; si era trasferita da Monza a Tramontano perché in città si sentiva un po’ isolata. In paese ha cercato di inserirsi in varie iniziative per conoscere un po’ di gente e avere rapporti normalissimi, ma, mi diceva, si sentiva trasparente, come se tutti potessero fare a meno di lei. Per cui è partita per un posto che non conosco, ha spento il cellulare e mi ha lasciato un messaggio nella posta del sito, dove mi faceva solo sapere che stava bene. Io sono molto preoccupato, mi tranquillizza solo il fatto che ha i bambini con se; non farebbe mai una sciocchezza con loro” Bene il nostro amico si è sbottonato e tutto sommato mi può essere molto utile. Poi la storia di questa donna mi ha preso. “Ascolti, la gente a volte è strana. La prima volta che sono stato a Tramontano ho avuto la netta sensazione che la situazione fosse quella che le ha descritto Katja, ma tornando a raccogliere informazioni e prendendo un po’ di confidenza ho scoperto che la sua amica è una specie di motore sociale; sembra che senza di lei il coro sta andando a puttane, la biblioteca aveva cominciato a organizzare qualcosa dopo quarant’anni di noia e le iniziative ora sono al tracollo e via così…prima la dimenticavano, ora non riescono a fare niente senza lei, dopo tre giorni, un delirio” La voce dall’altro parte del telefono si fa più interessata: “Questo potrebbe essere molto positivo per Katja, cercherò di aiutarla a ritrovarla, tanto posso stare anche tutto il giorno on line” La mia lingua è notoriamente più veloce del cervello “Se ha così tanto tempo libero perché non corre ad aiutare la sua amica, così magari scopre che aspetto ha” “Lo farei volentieri ma in questo momento sono su una sedia a rotelle…” “ Oddio scusi, mi spiace…” “ Si dispiaccia a tempo determinato, ho solo una gamba fratturata, passerà. Comunque cerco di convincere Katja a tornare o almeno a farmi dire dov’è, temo che lei dovrà essere il braccio e soprattutto le gambe nell’occasione” Lo sapevo, sempre a me tocca “Non si preoccupi è il mio mestiere passo la vita a correre su indicazione di altri. E poi questo caso mi appassiona, mi sto affezionando a Katja, a forza di chiedere cose su di lei, la sento come una vecchia amica senza averla mai incontrata” “A me lo viene a raccontare? Quindi alleati?” “ Alleati” Scambio di numeri di telefono. Fine della telefonata. Resto in attesa di novità e poi si parte di nuovo, ma una cosa mi ronza. ”Mi ha fregato, è riuscito a non dirmi come si chiama”
Messaggi
“Caro B.N. perdonami se non ti do mie notizie con continuità, ma non sempre posso; occuparmi qui della casa e dei bambini è più impegnativo che a casa. Faccio delle lunghe passeggiate in questo posto pieno di pace; spesso arrivo all’eremo che domina il paese, il panorama è da mozzare il fiato. Purtroppo la pace fuori non penetra in me, continuo a essere piena di ansia e di dolore, non riesco, te l’ho già detto, a capire il mio ruolo nel mondo al di là dei miei figli. Una fattrice? Sarà questo il mio ruolo? Mi viene quasi voglia di farla finita… qui è pieno di sentieri esposti, un salto e via, nel nulla, senza pensieri, senza tristezze. Va bè, mi passerà. Tu come stai? Riesci a camminare? Un abbraccio dalla tua Katja della rete”
“Cara Katja, la mia gamba va meglio, ma tu mi fai preoccupare. Sto cercando di capire che fine hai fatto e mi parli di pensieri che non ti devono passare per la testa. Il patto era di non interferire nelle nostre vite ma lo infrango: Katja dove sei? Fammelo sapere e fammi sapere se stai bene, sennò mi mandi fuori di testa”
“Ciao B.N. ti prego non ti preoccupare; è la prima volta che ti sento agitato, di solito riesci a frenare le mie ansie. Stati tranquillo stiamo bene e siamo soli, sulle montagne dell’Appennino. Un bacio”
“Katja sai gli Appennini sono una catena piuttosto lunga, io vorrei venire da te almeno finalmente ci vediamo fammi sapere qualcosa” Non avevo mai detto una bugia a Katja, pensò l’uomo, ma almeno così posso indirizzare quel giornalista e convincerla a tornare.
“Katja ho telefonato a mezzo Tramontano e ho scoperto che tanto trasparente poi non eri; senza te non combinano niente di buono. L’avresti mai detto? Dai fammi sapere dove sei”
“B.N. ma che mi dici? Se non fossi tu non ci crederei. Si vienimi a trovare, ti prego. Sono in una casetta fuori Castelnovo né Monti in direzione dell’eremo. Lo sai questa cosa è bellissima, è come un raggio di luce per me. Ti aspetto”
“Promesso ci vediamo da te”
“Pronto Luca, si so dov’è Katja. Certo adesso te lo dico; mi raccomando è un po’ scossa ma sta bene e penso che sia pronta a tornare, magari riesce a salvare il coro. Ciao fammi sapere”
Bene tutto a posto, Luca trova Katja e scrive il suo articolo, Katja torna a Tramontano e canta..Happy end…ma perché mi sento così da schifo? Lo so benissimo perché ho usato la fiducia che Katja ha in me per uno scopo diverso da quello che gli ho detto, ho mentito alla mia amica….a fin di bene e perché? Ci dormo su e decido.
Provincialismo
Eccomi qui sempre io, Luca Scotti, che viaggio verso la fine dell’articolo. Ieri sera ero eccitato per la chiusura dell’inchiesta, ma dopo tre secondi mi sono reso conto di aver perso tempo. Tutte queste risorse sprecate, tutto questo tempo e che ne viene fuori? “Ritrovata la donna di Tramontano. Era in vacanza ma tornerà per aiutare il suo coro” , è più scarso del ritrovamento dell’orologio del Sindaco di Arcore. Certo che se quello scemo del suo amico non la tranquillizzava magari quella si suicidava e ne veniva fuori tutt’altra cosa; e poi, cazzo, vive isolata su una montagna e non c’è uno straccio di serial killer che la fa fuori. Katja, che cazzo di occasione sei, mettici un po’ di buona volontà!… Devo uscire per forza sulla stampa nazionale ma come la forzo una situazione del genere che mi posso inventare… Certo che alla fine è una donna sola, in fondo la sua mancanza chi la sentirebbe… certo i figli poverini, ma avranno pure un qualche parente, meglio sicuramente che crescere con una madre psicotica con tendenze suicide…si è un’idea brillante, una grande idea. Luca Scotti sei grande, stavolta sfondi.
Nottate
Non posso tradire Katja, gamba o no parto, tanto con il cambio automatico non la devo usare e poi ieri sera quel Luca ha avuto una reazione strana,non sono uno che crede ai presentimenti ma… andiamo a vedere che faccia ha Katja.
Non ho quasi chiuso occhio oggi B.N. viene da me, un po’ di felicità per me e poi, ma sì torno a casa per cantare…
Incontri
Katja è sulla veranda del villino, il sole è sorto da poco; i bambini dormono. Osserva la figura che sale verso di lei. Se lo è immaginato diverso meno, giovane e anche meno alto…ecco ormai è a pochi metri da lei “ Katja Z… suppongo, sono Luca Scotti un giornalista de Il Cittadino”. La delusione sul volto di Katja è così evidente che scuote la sicurezza di Luca per un attimo “Come ha fatto a trovarmi?” “Un nostro comune amico con difficoltà di movimento mi ha pregato di contattarla” “Mi aveva scritto… va bene, se conosce il mio amico è ok. Ma cosa vuole da me?” “Parlarle, ho scritto degli articoli su di lei… ti dispiace se ci diamo del tu? Mi sembra di conoscerti da una vita tanto ho chiesto di te” “Va bene, parliamo, però facciamo due passi, non vorrei disturbare i bambini” In basso, sulla strada che sale al paese, un macchina dei carabinieri arriva tra un tornante e l’altro, lentamente, seguita da un’altra macchina. La macchina dei carabinieri ha i lampeggianti curiosamente accesi lì in mezzo al paradiso. “ Di solito faccio la passeggiata verso l’eremo le và?” “ E l’altra stradina dove porta?” “ Su uno spuntone che domina la vallata, bellissimo paesaggio, ma con i bambini ho paura…” “Tanto noi siamo adulti saliamo” Il sorriso di Luca a volte è disarmante, Katja accetta e si arrampicano…“Mi hai fatto un sacco di domande superficiali ma cosa vuoi tu da me? E perché diavolo sono salita quassù con te” Gli occhi di Luca hanno un improvviso cambiamento, in un attimo è su Katja, lei non si rende neanche conto, gli 80 chili di Luca sono veramente troppi; pochi secondi e si trova graffiata, le mani bloccate dietro la schiena da un nastro adesivo da pacchi che le stringe i polsi fino a farle male e un fazzoletto stretto intorno alla bocca che le impedisce di gridare come vorrebbe.
“Ti stai chiedendo perché ho fatto questo e cosa voglio fare? Sai mi dispiace, mi sei simpatica ma capisci, che cazzo di notizia è “Donna va in vacanza e convinta dal nostro cronista torna a cantare nel coro” , la solita merdosa notizia da giornale di provincia, a chi vuoi che gliene freghi qualcosa. Invece sai cosa facciamo io e te? Adesso prendo questo bel bastone di quercia, bel legno, ti colpisco forte alla testa e poi decido: o ti organizzo un bel suicidio gettandoti di sotto o creiamo il maniaco della montagna, lui ti voleva violentare tu hai resistito e lui ti ha ucciso. Così diventiamo famosi tutti e due. Tu cosa preferisci? Ma che fai piangi? Ho capito non ti piace l’attesa. Ok ti colpisco e poi ci penso un attimo, tanto per te è lo stesso”.
Il bastone cala violentemente sulla testa, una sensazione di dolore come se esplodesse la testa una breve percezione del sangue che inizia a uscire, poi un tonfo…l’incoscienza.
“E tu pensavi davvero che non sarei venuto di persona? Mi meraviglio di te” L’uomo barbuto è arrivato improvvisamente alle spalle di Luca e lo ha colpito fortissimo col bastone da passeggiata sulla testa, mi sa che mi ha salvato la vita pensa Katja, adesso è chino su di lei e la libera “Un abbraccio me lo potresti dare sono io il tuo babbo Natale” solleva Katja che inizia a piangere un po’ per lo stress un po’ per il sollievo “ Lo sapevo che venivi…” “Ora sistemiamo questo pazzo scatenato. Il suo nastro adesivo lo uso io adesso. Ecco. Chiamo i carabinieri: loro sono andati verso l’Eremo, hanno detto che vai sempre lì, ma io ho avuto la sensazione di dover venire su per l’altra strada, meno male sennò non ti avrei mai visto”.
Epilogo by Luca & Katja
Il mio nome è Scotti, Luca Scotti e finalmente sono un grande giornalista, beh un giornalista. No non sono impazzito, diciamo che sono stato fortunato; si il mio avvocato dice che almeno otto anni li prendo e, tra una cosa e l’altra, almeno cinque per tentato omicidio. La cosa positiva è che, nella confusione tipica della giustizia italiana, sono riuscito a mandare un pezzo clamoroso “Dalla parte del Killer” al Crippa; nell’articolo descrivevo la storia del mio raptus da “storia importante” e del tentato omicidio dal punto di vista dell’omicida. Un successo clamoroso anche perché, come sempre in Italia, prima si fa una cosa che non si dovrebbe (come far scrivere e pubblicare un articolo a un quasi omicida) poi tutti si indignano e montano le polemiche. Ho fatto già due apparizioni a “Porta a Porta” in diretta da San Vittore! Soprattutto, visto che era un pezzo scritto bene, al Corriere della Sera hanno avuto un’idea sensazionale e sono diventato inviato speciale dal carcere; intervisto i miei compagni di prigionia che mi raccontano le loro storie. Ho una rubrica settimanale tutta mia come i grandi e un contratto di 4 anni rinnovabile. Grazie Katja, lo sapevo che eri la mia occasione, e grazie anche al tuo amico (anche se con la mia testa c’è andato giù pesante). Cazzo non ho ancora scoperto come si chiama….
Il mio nome è Katja e questo fatevelo bastare. Sono tornata a Tramontano ed il coro a Monza è andato bene da morire tanto che siamo arrivati secondi su trenta polifoniche; però gli happy end zuccherosi non mi piacciono, ho capito che non era quello il mio posto e purtroppo anche Babbo Natale non faceva parte, come avrei voluto, della mia storia. Certo mi ha salvato la vita, continua ad essere il mio più caro amico, è anche meglio di come lo immaginavo e non è gay; però il malefico è non solo sposato (lo sapevo questo sul sito c’era in bella mostra) ma anche fedele. Eh, non si fa così! Quindi gli voglio bene, ma stiamo bene così da due parti indefinite della rete e il mio lieto fine me lo faccio da me. Per fortuna il mio è un lavoro che consente di spostarsi con una certa facilità. Oggi me ne sto qui, con i miei figli, in mezzo al Mediterraneo, su una isola meravigliosa tutto l’anno, e sto da Dio e poi magari qualcuno arriva. Dove sono? Trovatemi voi…
di Leila Mascano
... e se fosse vero?...
Accanto alla casa delle orsette c’era la casa degli orsacchiotti. Tanto la prima era curata,sempre dipinta di fresco, con le tendine alle finestre ed una graziosa veranda piena di fiori quanto la seconda era trascurata, con qualche persiana rotta e il porticato ingombro di cassette di Coca-Cola piene di bottiglie vuote e vecchie bici lasciate ad arrugginire. Del resto le case rispecchiano il carattere di chi ci abita: ordinate e (quasi sempre) sagge le orsette, disordinatissimi e (quasi sempre) un po’ sventatelli gli orsi ; perciò fra gli uni e le altre, benché fossero cugini, era tutto uno scambio di scherzi e dispetti. Se però qualcuno degli orsi si ammalava le cose cambiavano; sollecite e materne le orsette accorrevano con minestrine e frutta cotta, guardavano la gola e la lingua dell’ammalato e gli misuravano la febbre per decidere se chiamare il dottore. Incuranti di un possibile contagio, a turno con un libro di favole gli tenevano compagnia mentre le altre con grande zelo ripulivano le stanze finché tutto brillava come uno specchio. Qualche volta perciò, quando la casa era così sporca e disordinata che non si trovava un solo calzino che non fosse spaiato, gli orsi sorteggiavano chi dovesse mettersi a letto fingendosi malato; ma le orsette non ci cascavano mai.
Gli orsacchiotti conservavano nel ripostiglio uno scafandro che, secondo le cugine, indossavano nelle rare occasioni in cui si facevano il bagno, mentre gli altri intorno alla vasca vigilavano con apprensione che la pericolosa immersione si svolgesse rapidamente e senza incidenti.
Come si vede, anche le virtuose orsette erano ogni tanto un po’ cattivelle! D’altra parte è vero che gli orsi non amavano troppo l’acqua e il sapone!
Comunque non era solo in caso di malattia che le ostilità tra i due gruppi cessavano: ciò accadeva anche in occasione di varie festività, benché naturalmente non rinunciassero a prendersi in giro a vicenda. Insomma pur scambiandosi qualche battutina maliziosa da sempre cugini e cugine passavano le feste insieme.
Per questo motivo quell’anno, in occasione della festa di Halloween, gli orsi rimasero un po’ delusi quando seppero che le orsette sarebbero andate ad una festa in maschera da sole. Si consolarono pensando che, senza l’obbligo di far da cavalieri, avrebbero potuto divertirsi anche di più sfrenandosi u po’. Naturalmente non rinunciarono ad andare, come sempre, in processione dalle sette sorelline a chiedere di rammendare il lenzuolo da fantasma o mettere un bottone alla tuta da folletto: bisognava sentire con quale vocetta compunta ed educata chiedevano questi favori!
Ritornavano da queste spedizioni con i costumi risistemati e le tasche piene di dolcetti, ma con la curiosità insoddisfatta. Sapevano che le cugine avrebbero indossato nuovi travestimenti da loro stesse cuciti (erano ottime sarte!), ma per quanto sbirciassero e gironzolassero non erano riusciti a vedere proprio niente.
La sera d’Ognissanti (Halloween, appunto) gli orsi uscirono tutti allegri, irriconoscibili nei loro vestiti in maschera. Quel pipistrello salterellante era forse Mirtillo, quel fantasma ondeggiante Bao (erano questi i nomi di alcuni degli orsi) ma anche per quelli che li conoscevano bene non era tanto facile capire chi ci fosse sotto la maschera. Forse era riconoscibile Teddy, così grassottello, che si pavoneggiava nella calzamaglia nera sulla quale era dipinto uno scheletro sorridente ed altrettanto riconoscibile era Baby, vestito da Uomo-Ragno, essendo il più piccolo di tutti.
Il viale che conduceva al paese era fiancheggiato da villini. In quasi tutti i giardini c’erano gruppetti di piccoli fantasmi, diavoletti o spiritelli che bussavano alle porte chiedendo: “Dolcetto o scherzetto?” Le zucche vuote brillavano sui balconi ammiccando con le loro buffe faccine mentre altri gruppetti di creature fantastiche si rincorrevano ridendo.
Nella piazza del paese avevano montato un Luna-Park. Anche qui c’era una folla di piccole maschere alle quali si mescolarono subito i nostri orsacchiotti. Con strilli di falso spavento percorsero il tunnel del terrore su un trenino traballante, che correva fischiando nel buio tra strane apparizioni. Non vollero perdesi neppure la Ruota Panoramica con i seggiolini oscillanti che li portarono su su su e ancora su fino alle stelle (e qui gli strilli di spavento furono verissimi anche se poi, tornati giù, tutti negarono di aver gridato sul serio). Divorarono nuvolette di zucchero filato e torroni appiccicosi, fecero tanti giri sulle giostre da uscirne con il mondo che gli girava tutt’intorno. Inoltre spesero un bel po’ di monetine al tirassegno, dove vinsero un sacchetto di caramelle, e si dondolarono come scimmie sulle gabbie oscillanti, sempre facendo molto chiasso.
Baby volle provare la sua forza, come prometteva uno strano marchingegno e scoprì di essere forte come un topo. Era un orso molto molto piccolo, ma la sua fantasia era molto grande e perciò dopo essere stato un po’ rabbuiato e zitto, raccontò che in Alaska esistono topi così grandi e forti che portano le slitte. Teddy gli chiese, con aria fintamente ingenua: “Questi topi dell’Alaska hanno il naso lungo come gli elefanti?” e tutti risero perché nessuno aveva creduto ad una così buffa bugia e alla fine rise anche Teddy (che si toccò subito il naso per essere sicuro che fosse rimasto come prima).
Un’ orchestrina suonava una musichetta allegra su una pista illuminata e molti ballavano. Figurarsi la meraviglia degli orsi nel riconoscere tra i ballerini le loro cuginette orsette! Come mai non erano più andate alla festa dei loro amici? Forse perché non avevano fatto in tempo a cucire i loro costumi in maschera! Infatti erano tutte in abiti da sera. Che strana cosa! Erano le uniche a non essere travestite e quella sera erano particolarmente graziose ed eleganti. Non si sa come gli orsi si trovarono a far loro da cavalieri. Erano ballerini impacciati ma quella sera furono bravissimi! Non riuscivano davvero a capire per quale incantesimo le loro gambe si muovessero da sole, come se da sempre avessero conosciuto sambe e valzer, lambade e fox-trot: però fu proprio così. Alla fine gli altri ballerini si fermarono e rimasero in pista con le loro compagne formando un circolo e quando la musica cessò tutti applaudirono freneticamente. Gli orsi erano fierissimi di aver dato una così bella prova di sé, mentre le orsette modestamente si inchinavano indicandoli, come se dicessero: ”Vedete? Sono loro bravi, senza la loro guida non saremmo state capaci di tanto!”. Questo davvero non era nel carattere delle cugine e subito gli orsi si misero in sospetto. Chissà che tiro che c’era sotto! Ma quelle niente, non scoprivano le loro intenzioni; tutte sorridenti facevano le gentili, offrivano dolcetti, li stavano ad ascoltare ammirate come non era mai successo. Alla fine gli orsi si tranquillizzarono e finirono col divertirsi più che mai. Poi l’orchestra si fermò, le prime luci del Luna-Park si spensero e la folla cominciò a disperdersi. Anche per i nostri amici era arrivata l’ora di tornare a casa e tutti insieme risalirono il viale, ormai quasi deserto. “Quante poche luci!“ disse Baby con voce lamentosa “quasi quasi ho un po’ di paura!”.
Le orsette lo presero in giro: “Ma quante luci vorresti?” Infatti improvvisamente il viale splendeva come la torta di compleanno di Mago Merlino, che si diceva avesse mille anni! Non fecero in tempo a meravigliarsene perché Bao esclamò tutt’a un tratto: “Accidenti! Ho paura di aver perso la mia custodia di violino!” Sembrava preoccupato e addolorato, perché da questa custodia non si separava mai, anche se nessuno aveva mai visto il violino, né l’aveva mai sentito suonare. “Credo che tu l’abbia appoggiato a quel cancelletto”. disse Miss Green, la cugina più grande. “Impossibile!” fece Bao, tutto stizzito, ma poi vide che la custodia era proprio lì. Corse a riprendersela tutto sollevato. “Chissà quando ce l’ho messa!” borbottò tra sé e sé. “Anch’io ho perso la mia scimmia!” si ricordò Baby scoppiando a piangere, come sempre quando pensava alla sua scimmiotta: era il suo giocattolo preferito, la sua amica e confidente. Era duro, quasi impossibile, addormentarsi senza di lei. “Ma è passato un anno!” esclamarono gli orsi esasperati. Miss Green prese in braccio il cuginetto disperato: ”Ma non è questa la tua scimmia?” disse, tirandola fuori dalla borsetta. “L’ho trovata vicino casa. Mi dispiace di non avertela data subito: me ne sono dimenticata. Uso così poco questa borsetta! Sarà un anno che è qui: mi perdoni?” Baby smise subito di piangere per scappare via felice con la scimmia in braccio (non senza difficoltà visto che la scimmia era grande quasi quanto lui). Non si era mai visto un Uomo-Ragno tanto contento!
Mirtillo si chiese come mai una scimmia tanto grande fosse entrata in una borsa tanto piccola! Intanto erano arrivati a casa, in tempo per vedere un gruppetto di streghe, con tanto di scope, cappellacci e mantelli tentare di introdursi nella casa delle orsette. Che fortuna essere arrivati in tempo! Le ladre, infatti, avevano le chiavi. “Ferme! Ferme! Al ladro!” gridarono gli orsi a gran voce. “Ma che vi prende? Siete impazziti? Volete svegliare tutto il quartiere?” chiesero le presunte ladre indignate, togliendosi la mascherina da streghe e rivelando così di essere le cugine orsette: poi si ammutolirono a bocca aperta, perché alle spalle degli orsi avevano visto sette loro gemelle in abito da sera. Le “gemelle” si misero a ridere, togliendosi a loro volta le maschere e mostrando i visetti capricciosi da streghe-bambine. “Beh” disse una di loro, una rossetta buffa molto carina “questa è una notte speciale. Voi vi vestite da folletti e streghe e fate un po’ di dispetti, noi ci vestiamo da “normali” e facciamo cose carine. Che c’è di strano?” Questo sì che è un bello scherzo!” dissero orsette e orsi insieme, convinti che le ragazzine stessero scherzando. “Entrate ragazze, vi offriamo dei dolci” esclamarono in coro, ma quelle rifiutarono: “E’ tardi, andiamo parecchio lontano, sapete. Sarà per un’altra volta e comunque grazie!” Così dicendo presero alcune scope appoggiate al muro nell’ombra e ci volarono a cavalcioni. “Arrivederci! -gridarono festose- Al prossimo anno!” In un attimo si sollevarono nel blu del cielo in un pulviscolo di stelline e presto furono anch’esse sette piccole stelle che si muovevano velocemente fino a sparire. Sapete, gli orsi hanno dei nasetti neri, simili a grandi olive: beh, in quel momento per lo spavento le olive impallidirono fino a raggiungere un delicato color verde.
“Ragazzi, questo sì che è un Halloween” commentò Bao appena gli tornò un po’ di voce. “Davvero erano streghe? Vere streghe? Io non mi sono accorto di nessuna differenza, rispetto alle nostre cugine: solo che erano tanto più gentili!” esclamò Baby con la sua vocetta infantile stringendosi alla scimmia. Quest’uscita del più piccolo fece ridere tutti, coi nasetti di nuovo neri come grosse olive. Era stata proprio una bellissima festa di Halloween!”.
... chi ha mai detto che un gioco abbandonato, non vive più?...
di Leila Mascano
La scimmia prendeva il sole in giardino coperta da un vecchio cappello di paglia. Poiché il cappello era del giardiniere e lei piuttosto piccola, più che portarlo in testa si trovava in una capanna di paglia, dove faceva molto caldo.
La scimmia sognava un albero di gelati: da ogni ramo pendeva un bel cono, ciascuno di un gusto diverso: stava giusto per assaggiare la fragola quando un rumore tremendo la fece sgusciare fuori dal cappello. Nel bel mezzo del giardino, proprio al centro di un’aiuola di dalie, si era schiantata una macchina volante. Da quel che si poteva capire dai rottami, si trattava di un rudimentale aliante fatto con pezzi di meccano. Il pilota era salvo e saltellava strillando: “Accidentaccio!”, che viste le circostanze era una bella prova di carattere. “Cosa fai lì, muoviti, dammi una mano!” strillò quel tizio alla scimmia. “Cattivo carattere” pensò lei e disse: “Cosa dovrei fare? Raccogliere i pezzi e buttarli via?” “Cattivo carattere” pensò lui e continuò a strillare: “Fa’ qualsiasi cosa! Aiutami!” Stettero un po’ a guardarsi in cagnesco, poi scoppiarono a ridere. Il pilota si tolse la cuffia da aviatore e una massa enorme di capelli bianchi brillò al sole: si aprì poi il giubbotto, liberando una lunghissima barba. “Sembri Mago Merlino!” disse la scimmia. “ SONO Mago Merlino!” disse lui e di nuovo scoppiarono a ridere. “Io ero la scimmia di Tesoromio e mi chiamavo Scimmietta. Una volta eravamo molto amici; ora lui non è più tanto carino, ha il gozzo e i brufoli e non gioca più con me. Adesso si chiama Giorgio e io mi chiamo Giocattolo, oppure Scimmia. Qualche volta il bambino del giardiniere mi porta un po’ in giro, ma lui non sa giocare, guarda i cartoni e mi trascina di qua e di là. Temo di finire in cantina mangiata dalle tarme!”
“Questa è una storia orribile! Mi stupisco che tu non abbia già pensato a squagliartela! Aiutami a rimettere il trabiccolo in sesto e ce la filiamo!” disse Merlino.
La scimmia andò a prendere la cassetta degli attrezzi. Una volta era piuttosto brava ad aggiustare i giocattoli di Tesoromio, quando lui era piccolo. Provò a spiegare a Merlino: “Per lui ero “vera”, capisci? Così non sapevo di essere un giocattolo! Chissà perché non sono tornata ad essere una cosa di pezza quando lui è cresciuto…”. “Evoluzione della specie” disse Merlino prendendo un cacciavite dalla cassetta: “Autocoscienza. Suggestione. Chi lo sa? Tutto è possibile, del resto è insolito ma non impossibile. Chissà”. “Come chissà? Ma tu non sai tutto? Non sei un mago? Perché non fai apparire un aereo con un colpo di bacchetta magica?” “ Noia!” strillò Merlino facendosi paonazzo. “Noia! Fine della creatività, fine della ricerca, fine della curiosità, noia da MORIRE! Cosa che neppure posso fare, essendo immortale! Bisogna pure che io occupi il mio tempo e la mia intelligenza! Bacchetta magica? Pfui!” “Non ti scalmanare e piantala di agitare il cacciavite. Fammi vedere, qui c’è un perno…passami un po’ il martello. Sì, posso capire che ti annoi, ma qualche volta la bacchetta magica la vorrei anche io…”
Lavorarono fino a sera e alla fine il trabiccolo fu rimesso in piedi. “Ora – disse la scimmia – ci vorrebbe una collina e un po’ di vento ed inoltre …”e cominciò ad elencare tutto quel che ci voleva per fare ripartire l’aliante “Per concludere, Tesoromio, cioè Giorgio e la Mamma stanno per tornare ed anche io debbo tornare sotto il cappello dove mi ha lasciata il figlio del giardiniere. Sai, mi comporto come un vecchio giocattolo…” “Niente vento, niente collina…a proposito, sai un po’ di cose, per essere una scimmia.” “Giorgio è un secchione: ripete tutto ad alta voce ed io sto su una mensola seminascosta dai libri: così abbiamo fatto fino alla quinta ginnasio” spiegò la scimmia. “Forse faremo ingegneria…” “Tu finirai in solaio o in cantina molto prima. Salta a bordo!”
La scimmia saltò su “Prendi la cassetta degli attrezzi – disse Merlino – non si sa mai” “Ma qui non c’è vento, siamo in pianura…” “Scimmia!” sbottò Merlino “Non voglio essere schiavo dei miei poteri ma non sono un cretino. Mi rassegno alla mia potenza e magnitudine! Abracadabra!” L’aliante si sollevò in volo. I capelli di Merlino fluttuavano nell’aria e la barba era lunga come la coda di una cometa. Una brezza deliziosa trasportava l’aliante nell’azzurro, poi l’azzurro divenne blu e le stelle comparvero: avevano cinque punte. Su alcune c’era scritto qualcosa. “Che c’è scritto sulle stelle?” gridò la scimmia per farsi sentire (il piccolo aliante era molto rumoroso e scricchiolava parecchio). “Fa freddo lassù. Portano una maglietta dorata.” Urlò a sua volta Merlino. “Cosa…c’è …scritto…sulla…maglietta?” “Sceriffo! C’è scritto ”. La scimmia si mise a ridere e si addormentò.
Si svegliò nel castello di Mago Merlino, che era sul cucuzzolo di una montagna. Merlino viveva in una torre che si era arredato comodamente, tipo mansarda, e dove c’era anche un letto a castello. “Puoi rimanere quanto ti pare: posto c’è n’è, come vedi. Io vivo qui perché il castello è ridotto male, difficile da scaldare, per non parlare poi di quello che bisognerebbe fare per illuminarlo e tenerlo pulito. Sai, io mi rifiuto di usare i miei poteri nel quotidiano salvo che per l’indispensabile tipo pasti cucinati ed altre piccole comodità come lavaggio, stiratura biancheria, e poco altro…Nei mesi estivi si sta bene qui. Se vuoi farmi da aiutante io ne sarò felice; mi piace costruirmi le cose e tu te la cavi meglio di quel topo di biblioteca lì…”. Accennò stizzosamente ad un grosso Gufo Reale che stava leggendo e che a sentirsi chiamare “topo” si arruffò tutto. Alla scimmia parve che brontolasse a Merlino “Vecchio matto”, ma non ci avrebbe potuto giurare.
Fu un’estate meravigliosa. Costruirono col meccano un orologio ad acqua alto sei metri, un ponte levatoio che nel mettersi in movimento suonava l’inizio della Nona di Beethoven, un treno a vapore che produceva sbuffi di fumo colorato e un’altalena che andava su e giù da sé. Merlino era creativo e faceva i progetti; la scimmia badava alla parte meccanica ed insieme lavoravano con ottimi risultati.
Il paesaggio era bellissimo e la vita meravigliosa. Tuttavia… “Nostalgia del mondo? chiedeva ogni tanto Merlino alla scimmia e dietro gli occhiali gli occhi sorridevano. Un mago, anche se per convinzione non esercita, legge nel cuore.
La scimmia la sera leggeva invece libri. Più leggeva e più ne voleva. Merlino e il gufo le spiegavano le cose e lei imparava: studiare le era sempre piaciuto. Fu così che arrivò l’inverno. Sono contento di te. Vorrei farti un regalo, perché so che stai per andar via, anche se spero che tornerai. Cosa vorresti? “Oh, Merlino, forse quello che vorrei è troppo. Io… vorrei essere una scimmia vera e non un giocattolo.” “Specchiati” - disse Merlino ridendo “questo regalo non posso fartelo: te lo sei già fatto da te!” Infatti lo specchio rifletteva l’immagine di una giovane scimmia dal pelo lucido e non più quella di un vecchio giocattolo spelacchiato.
La scimmia credeva di aver raggiunto il colmo della felicità, ma un’altra gioia l’attendeva. “Quello è il mio regalo. Affacciati.” Sul prato sottostante brillava una splendida motocicletta nuova fiammante. “Per me? Oh, Merlino, l’hai fatta tu!” “Hum hum,” disse lui “se l’avessi fatta io di sicuro non saresti andata lontano. Ho fatto un’eccezione per te” e fece l’occhiolino. “Anche io ho un regalo” disse il Gufo reale. “Qui c’è una pergamena che ti diploma maestra: brava, te la sei meritata. Stai tranquilla, è di una prestigiosa università, potrai insegnare dove vuoi…” “Come è possibile?” Ma il gufo, per non commuoversi ai saluti, era volato via e così pure Merlino, che si vede quel giorno era in vena di eccezioni
La scimmia scese nel prato, trovò un casco sul sellino della moto, se lo mise in testa… e via col vento!
Corse felice per tre giorni e tre notti e poi si fermò verso sera in un piccolo paese dove un circo metteva le tende. Seppe che cercavano qualcuno capace di fare un numero acrobatico con la moto e si presentò: fu assunta quella sera stessa. Mentre stava per prendere il suo posto in una delle roulottes l’orso che l’aveva assunta le chiese: “Scusa, per caso conosci qualcuna col diploma di maestra? Sai, per i bambini del circo…”
di Maurizio Verduchi
Molte cose di questa storia sono vere: il lago di Vico e il Monte Fogliano che sono sempre lì compresi i massi/autobus. Bianchino Rogerini è esistito veramente (cercate su google libri e lo troverete) era mercante e nell’agosto del 1297 frequentava le fiere di Sciampagna; mi ha ispirato perché aveva comprato i debiti (e ti pareva) di altri mercanti miei omonimi e veniva molestato per questo (spero non dai miei forse antenati). Il Castello di Vico è rimasto in piedi fino a metà del XIV secolo e quindi in una delle due epoche del racconto c’era. Il protagonista, anche se tratteggiato sommariamente, è nel fisico e nello spirito il mio amico Corrado che ha pensato bene di morire mentre iniziavo a scrivere questo racconto; lui la seconda occasione, anche se la meritava, non l’ha avuta. Il soppalco e la musica irlandese sono miei e reali. L’essere maligno del buio e le sue emanazioni non sono reali ma surrogati ne troviamo tutti i giorni. Resta l’essere luminoso benefico io so chi è e anche lei e lo Scrigno.
Mi chiedo come sia possibile che sia successo. Ora che sono qua sul mio soppalco ad ascoltare musica irlandese davanti al mio pc in una fredda domenica di ottobre, quello che è successo negli ultimi due giorni della mia vita sembra meno reale di quello che c’è scritto nei libri qui al mio fianco eppure è accaduto.
3 novembre 2006 faggeta di Monte Fogliano, amo passeggiare nel bosco tra le foglie morte scricchiolanti sotto i miei passi, i ciclamini che colorano la mattina d’autunno e il silenzio tra le colonne naturali dei faggi; non posso farlo quasi mai e quando ho modo scappo è il modo migliore per riordinare i pensieri ho, meglio ancora, accantonarli e far respirare l’anima per un po’. Cammino in questo posto magico tra gli alberi e i ricordi dell’antico vulcano, massi grandi come autobus, piantati a casaccio sul declivio che scende al lago scagliati dalla furia dell’eruzione. Cammino, respiro l’aria fredda dei novecentometrisullivellodelmare, mi immergo nella natura e… cado. Lo sapevo oltre ai massi grandi ci sono anche i piccoli e io, come l’astronomo che guardava le stelle, ci ho inciampato; mi giro a guardarlo male e il piccolo masso mi appare strano, ha un angolo troppo preciso. Curioso come un bambino che gioca ai pirati comincio a scavare il terreno reso morbido dalle pioggie dei giorni precedenti, non è un masso, è di legno e metallo; mi accorgo che in quel punto, nonostante i padri faggi, la pioggia ha provocato uno smottamento e le foglie hanno coperto tutto. Scavo con le mani, con un bastone, ora il terreno e meno morbido ma l’oggetto mi attira, è sporco, incrostato, sporco ma è indiscutibilmente un piccolo scrigno; la curiosità è irrefrenabile, lo tiro fuori dal terreno, lo pulisco un po’, con il coltellino per i funghi lo forzo e lo apro; dentro dei documenti, sembrano di pergamena ed antichi. Li chiudo dentro e mi avvio verso l’auto. A casa, li voglio vedere con calma.
30 agosto 1297 a nord di Bordeaux, fiera di Sciampagna. Sono due giorni che girano intorno al mio banco di stoffe, prima mi hanno lusingato, poi hanno cominciato a minacciare velatamente. Certo sono in quattro o cinque, ben armati e non hanno l’aria di essere mercanti. Ne ho parlato col Magistrato delle fiere che mi ha rassicurato, finché sono qui non ho problemi e neanche a Firenze ma in mezzo ci sono più di ottocento miglia. La colpa è mia, ho bevuto troppo e alla locanda del Gallo (le coq come dicono qua) ho cantato e soprattutto parlato troppo; ho parlato dei debiti acquistati dagli altri mercanti di Firenze e dei terreni sulla via per Roma che mi hanno dato in cambio; un buon affare per me e per loro; ma adesso quei tipi mi sono addosso, non so perché ma vogliono assolutamente i titoli di possesso dei terreni; devo fare qualcosa assolutamente… ho trovato, resterò qua e spedirò i documenti a casa da una persona fidata e forse so anche a chi posso rivolgermi. Certo che qui intorno c’è un’atmosfera strana, inquietante, sono 10 anni che vengo qua e non l’ho mai percepita, sento i brividi lungo la schiena… ci credessi direi che è qualcosa di magico e negativo però sono un mercante, fiorini, stoffe e carte questa è la realtà…che strane ombre.
Volo lungo la stradina di montagna che di solito faccio con passo tranquillo, entro sulla strada principale e mi avvio a razzo verso casa; è strano come una mattinata di pensieri rilassati si tramuti in un concentrato di ansia e emozione; che caspita ci faceva lassù uno scrigno e di quell’epoca, giusto, di quale epoca sarà? Devo arrivare a casa e vedere inutile continuare a farsi domanda. La giornata di novembre intanto, giustamente indifferente alle mie piccole cose, si svolge come da copione; la nebbiolina si è alzata e con una tramontana improvvisa è apparso il sole. Mi ricordo che oggi è il compleanno di Silvia, se non ci si fa gli auguri tra scorpioni.., ecco casa. Entro e di colpo la frenesia mi passa; ripulisco con cura lo scrigno e finalmente lo apro contiene dei rotoli di pergamena; non è che riesca a capire proprio tutto è una via di mezzo tra italiano arcaico e latino ma insomma con un po’ di buona volontà…in alto una data, 18 agosto 1297… così antico… mi pare di capire che si tratti della cessione di un terreno in agro di …. In cambio della copertura di un debito a una fiera della Sciampagna; mi pare di aver letto qualcosa su queste fiere…poi c’è un altro rotolo nel quale si dice più o meno che chi porta il documento è persona fidata e va compensata adeguatamente e c’è il nome del messaggero: il mio! Che coincidenza assurda… c’è un terzo rotolo, è diverso dagli altri, sembra fatto di luce e oscurità insieme, non ho mai visto una cosa del genere e potrei giurare su qualsiasi cosa che prima non c’era.
30 agosto 1297 notte locanda del Gallo – Due presenze tra le travi della stanza del mercante una sembra fatta di luce “Il predestinato ha trovato ciò che doveva ed è qua, i tuoi piani falliscono essere d’ombra”. Nel punto più buio della trave c’è un qualcosa di ancor più nero, come se lì fosse il nulla “Questo è quello che pensi tu stupido essere di luce; tu pensi, agisci secondo le regole, io no! Non ho regole! Tu, secondo le regole, hai portato il predestinato da noi, io gli ho lanciato un incantesimo e Lui morrà e tu ormai non puoi farci niente è passato troppo tempo” “Sei d’ombra in tutto e per tutto;ma sottovaluti il Tempo su quello ho potere e tu no. Una seconda opportunità, avrà una seconda opportunità!” L’essere oscuro con un grido sordo e agghiacciante svanì. Il mercante sii svegliò di colpo, turbato da oscure sensazioni “Si è urgente. Affiderò i documenti a Corrado, lui riuscirà a portarli in salvo. Mi fido di lui anche se è apparso qui all’improvviso due giorni fa e si comporta in modo strano.” Si girò nel letto e tornò a dormire. Tra le travi un essere luminoso sorrise.
Guardo il piccolo rotolo indeciso e intanto ripenso al nome del messaggero, Corrado Dell’Aquila esattamente come il mio; la cosa mi gira in testa mentre prendo il piccolo rotolo… un’esplosione di luce e non sono più a casa mia… mi guardo intorno stordito, sono in una grande spianata piena di banchi carichi di merci e di gente, di odori, colori, rumori insomma una fiera, ma la gente è vestita in costume…dove sono? O quando sono?
31 agosto 1297 alba locanda del Gallo – “Non so perché mi fido di lui così; non so chi sia Corrado né da dove venga; è apparso la mattina del 27 quasi dal nulla vestito in modo singolare, molto alto, robusto, coi capelli rossi, alto quasi una canna, un guerriero; eppure conosce tante cose, un sapiente; chiunque sia mi ha liberato dai cavalieri neri. Basta è deciso. Gli affido i documenti delle proprietà, li porterà a Firenze ne sono sicuro”. Corrado è fuori che aspetta; prende il piccolo scrigno con i documenti dalle mani del mercante e parte a spron battuto verso sud. Ombre nere sono acquattate dietro le mura del Gallo, si staccano silenziosamente, salgono sui loro neri cavalli e seguono Corrado.
27 settembre 1297 vicinanza del castello di Vico – Non credo ancora, cavalco da quasi un mese alla fine del XIII secolo per portare un piccolo scrigno a Firenze, al palazzo del mercante Bianchino Rogerini. La strada è stata lunga e pericolosa. A Fidenza mi sono scontrato seriamente con i cavalieri ombra, che mi seguono da quando ho abbandonato la fiera. Chi mi ha mandato qua, più che qua ora, divinità o essere magico che sia mi ha mandato attrezzato, cavalco e combatto magnificamente, il fisico è il mio ma è in perfetta forma; ho ucciso due cavalieri dei tre che mi avevano assalito. Nei pressi di Firenze ne ho visti appostati una decina e allora ho deciso di andare verso casa perché ora lo so, sono io che ho seppellito lo scrigno sul Fogliano.
28 settembre 1297 monte Fogliano sopra il lago di Vico – Al castello sono stati ospitali, altro che il XXI secolo, anche se mi hanno preso per matto quando mi hanno visto addentrarmi nella selva; lego il cavallo e proseguo a piedi. E’ diverso rispetto alla mia epoca, d’altra parte ci sono sette secoli di differenza… però il riferimento dei massi autobus c’è li riconosco! Ecco questo è il punto dove nel 2006 ritroverò lo scrigno. Sono attrezzato, scavo e seppellisco non troppo in profondità. Mi avvio di nuovo verso il cavallo, un fruscio, un rametto che si spezza, eccoli di nuovo i maledetti, mi batto, spacco braccia e gambe e poi un dolore lancinante alla gamba e poi alla schiena… frecce… cado riverso, il capo dei cavalieri neri è sopra di me, scopre il volto..che non c’è! Ma che cosa…affonda la spada nel mio petto…….luce, esplosione di luce, “ora è la tua seconda occasione, la tua seconda occasione…” dice la luce.
E mi ritrovo qui sul mio soppalco, con la mia musica irlandese, il 31 ottobre 2006, con uno strano livido sul torace, nella mano destra foglie e terriccio di 7 secoli fa, tre giorni di tempo e la consapevolezza che mi riempie l’anima…ora so come sfruttare la mia seconda occasione.
Pubblico l'introduzione di questo grande lavoro di un autore, che dice di non essere uno scrittore, ma che lo è a pieno titolo a mio parere, perchè pubblicare l'intera storia diverrebbe un doppione del suo blog.
Lui scrive ogni giorno un nuovo capitolo...
A voi la lettura:
http://www.scribd.com/doc/16610957/Middas-Chronicles-Il-tempio-nella-pal...
Introduzione
Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In un mondo dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi, ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Ogni giorno un nuovo episodio, un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un nuovo universo fantasy sword & sorcery, nel narrare le Cronache di Midda.
Chi volesse leggere per intero le cronache, clicchi sul link di seguito:
http://middaschronicles.blogspot.com/
di Leila Mascano
In una bella giornata di settembre, così radiosa da sembrare ancora estate, gli orsi decisero di andare a raccogliere funghi nel bosco. Durante i mesi estivi frequentavano un campeggio di scouts dove avevano imparato a distinguere i funghi buoni da quelli velenosi, che guarda caso erano i più belli, con i loro cappellini colorati. Ma guai a fidarsi!
Da questo fatto i nostri amici avevano tratto una loro massima, che tiravano fuori ogni volta che le cugine orsette, tutte agghindate per andare ad una festa, chiedevano: “Non siamo forse carine?” La replica era sempre:”Non tutto quello che è bello è necessariamente buono!” E qui gli orsi ridevano, con grande stizza delle cugine.
Passarono una bellissima giornata e verso sera, coi cestini pieni, decisero di tornare a casa: ma, proprio come nelle favole, non ritrovarono più la strada. Dopo molto inutile camminare, si sedettero sul tronco segato di un albero. Tutt’a un tratto era scesa la sera, già si vedevano le prime stelle e gli orsacchiotti cominciarono ad avere freddo e fame. Baby, che era il più piccolo si mise a piangere e Mirtillo dovette prenderlo in braccio. In verità anche i grandi si sarebbero lasciati andare alle lacrime, se fosse servito a qualcosa: certo è che il morale era parecchi basso. Mentre riflettevano sul da fasi, sempre seduti sull’enorme tronco, parve loro ad un tratto di sentire delle voci e perfino il suono di una campanella. Subito fecero silenzio per sentire meglio: quei suoni venivano da sotto terra! Allora cominciarono a battere coi pugni sul terreno gridando: “Chi c’è là sotto? Aiuto, ci siamo persi!”. Tutto tacque per un po’, poi il loro sedile si mosse, facendo cadere a gambe all’aria Teddy, l’unico che era rimasto seduto, essendo il più pigro e grassottello. Poi il tronco si sollevò (era il coperchio di una botola) ed apparve guardinga la faccina di uno gnomo dal lungo berretto rosso. Vedendo gli orsacchiotti parve tranquillizzarsi e chiese subito:”Vi siete persi, vero?” (Come se non avessero fatto altro che gridarlo fino a un momento prima!) “Sì” risposero tutti in coro, tranne Baby che era rimasto a bocca aperta per la meraviglia. “Seguitemi” disse lo gnomo e sparì. La botola infatti nascondeva un passaggio segreto con una scaletta poco illuminata che portava nel sottosuolo. Gli orsi, un po’ esitanti, cominciarono a scendere stando molto attenti a non cadere. Quello era l’ingresso della casa degli gnomi, una gigantesca tana sotterranea ricavata da una caverna. La tavola, molto grande, era apparecchiata, e la minestra fumava nella zuppiera. Gli gnomi stavano per mangiare: la campanella infatti avvertiva tutti che la cena era pronta! Il più vecchio di loro disse: “Sedetevi e mangiate con noi. Dormirete qui: domani uno dei nostri vi mostrerà la strada per tornare a casa.” Vedendo i musetti buffi e amichevoli degli gnomi gli orsacchiotti rasserenati si sedettero volentieri a tavola: avevano una gran fame!
La cena fu molto appetitosa, perché oltre alla minestra ci furono torte salate e formaggi e un bel dessert di frutti di bosco. Risero, chiacchierarono e ci fu molta allegria, che però svanì quando gli orsi osservarono che i loro nuovi amici avevano tutto per essere felici. “Un tempo era così.” disse il vecchio gnomo, che era il capo “Ora però le cose sono cambiate e forse dovremo andarcene. Ma non vi vogliamo rattristare con i nostri problemi!”. Gli orsi allora insistettero per saperne di più “Gli amici servono a questo” dissero “a dividere le gioie ma anche i dispiaceri”. (Questa cosa gliela avevano insegnata le orsette che qualche volta rimproveravano loro di essere un po’ egoisti. Questo fu il racconto dello gnomo capo, che si chiamava Farlicchio: “ Noi siamo gnomi calderai, facciamo oggetti di rame che nei giorni di festa vendiamo nelle fiere dei paesi: così ci guadagniamo da vivere. Il bosco è generoso, ci dà more, bacche, legna, castagne e mille altre cose e noi viviamo in armonia con le creature che abitano qui. Purtroppo sulla cima della montagna qui vicino c’è un vecchio castello diroccato che è diventato un covo di streghe. In ogni stagione esse reclamano per loro tutto quello che produce il bosco e quasi tutto il nostro guadagno, se no sono dispetti e minacce. Eravamo rassegnati a questo, non tanto per noi ma per proteggere le creature che vivono qui: i nostri amici cervi, volpi, ricci, scoiattoli, e così via. Ora però le streghe dicono di aver saputo che noi nascondiamo un tesoro, una grande quantità d’oro che fu scavata dai nostri padri che lavoravano in miniera. Noi pensiamo che questa sia una leggenda, perché non abbiamo nessun tesoro nascosto… certo, ne abbiamo sentito parlare ma siamo certi che l’unico tesoro sia il bosco stesso e naturalmente la nostra voglia di lavorare. Le streghe però non ci credono e minacciano di incendiare tutto: perciò abbiamo deciso di andarcene, così alberi ed animali si salveranno.”Questa storia rattristò molto gli orsetti, che se ne andarono a dormire tutti mogi e sconsolati, pensando che se non fosse accaduto nulla di nuovo presto i loro nuovi amici avrebbero dovuto abbandonare tutto quello che amavano. Ognuno si trovò un posticino per la notte: quattro o cinque in un cassettone, (non sappiamo se contare Baby, che dormiva come sempre nella tasca di Mirtillo) qualcun altro sui cuscini accanto al camino e Teddy in una bella cesta piena di gomitoli di lana, anche lui simile ad un grosso gomitolo color miele. Le ultime braci del camino brillavano nel buio e poco dopo, cullati dal russare degli gnomi i nostri amici si addormentarono.
Si svegliarono l’indomani mattina. Gli gnomi erano usciti già, lasciando il tronco-botola aperto, perché entrasse un po’ di luce. La tavola era apparecchiata e c’erano latte fresco, zucchero, biscotti e mirtilli per la colazione, né mancava un vasetto di miele che fu subito vuotato. Anche se la luce era poca, di giorno la tana degli gnomi appariva molto disordinata: c’era polvere dappertutto e perfino qualche ragnatela. Gli orsacchiotti, per ripagare gli gnomi dell’ospitalità, decisero di fare pulizie alla grande (come non facevano mai a casa loro!). Ognuno spazzava, spolverava, lavava: Baby finiva di pulire a modo suo il vasetto del miele, essendo troppo piccolo per fare altro. Teddy, che amava stare seduto, si era messo a lucidare gli alari del camino, che erano decorati da due grosse pigne di ferro. Mentre era intento a strofinare con grande zelo, una pigna si sfilò cadendo pesantemente per terra. Teddy la raccolse e si accorse che si era un po’ graffiata; ma sotto i graffi brillava l’oro! Eccolo il tesoro della miniera, nascosto sotto il naso di tutti per anni e anni! Teddy si mise a ballare per la gioia, tanto che gli altri pensarono che fosse impazzito finché non spiegò che quelle enormi pigne che decoravano il camino non erano di ferro ma di oro puro! Se il nostro piccolo orso non fosse stato così pieno di buona volontà da mettersi a lucidare il ferro, la pigna non sarebbe caduta e il tesoro sarebbe rimasto nascosto forse per sempre: gli furono fatte perciò molte feste e moltissimi complimenti.
Tornati gli gnomi l’allegria arrivò alle stelle. Tutti si misero a cantare e a ballare, tanto che molti animali del bosco si affacciarono a vedere cosa stesse succedendo. Ci furono biscotti e una goccia di liquore di fragole per tutti. Gli scoiattoli portarono noci e nocciole e gli gnomi prepararono un bel dolce con i marroni e la panna: si festeggiava, col ritrovamento del tesoro, la fine di un incubo!
Fu deciso che le streghe avrebbero avuto quello che volevano, a patto però di lasciare la montagna e di non tornare mai più. Così accadde e quando gli orsi tornarono nel bosco in primavera si fece in loro onore una grandissima festa. “Non vi è dispiaciuto consegnare il vostro tesoro alle streghe?” chiese Mirtillo. “Per niente”. rispose Farlicchio, indicando il bosco popolato di scoiattoli e di uccelli e di molti altri animali che facevano capolino tra gli alberi. “Tutto questo non ha prezzo. Inoltre – aggiunse con un sorriso allegro- quelle pigne erano bruttissime. Se non fossero state un ricordo di famiglia, le avremmo buttate da un pezzo!”
di Maurizio
una favola in onore di scrigno, per il suo compleanno.
C'era una volta, in un punto non meglio determinato di una pianura, tra laghi e fiumi ma non proprio lì, una donnina piccina ma non picciò.Ora dovete sapere che magari a prima e a volte anche a seconda vista, la donnina non faceva un grande effetto, d'altra parte era piccina seppur non picciò. La cosa la rendeva triste e quindi fece il suo fagottino piccino e partì verso sud cercando di capire perchè non potesse fare un grande effetto. Cammina, cammina arrivò da un saggio, non grande e neanche tanto saggio, che viveva su una montagna che però era poco più di una collina. La donnina chiese al saggio: "Saggio ma non troppo, perchè non faccio un grande effetto?" e il saggio disse:"Perchè sei piccina anche se non picciò ma questo lo sai già. Chiediti invece grande o piccolo che cambia? ciò che conta è l'effetto e tu fai un effetto bello, piccino ma non picciò. Ti dirò un'altra cosa, cerca tra i greggi di parole...avrai la tua soluzione" La donnina piccina ma non picciò rimase perplessa e se ne ritornò presso il suo punto indefinito pensando" Piccino e non grande ma effetto. Greggi di parole...ma dove sono?" Mentre passava il grande fiume capì...ritornò di corsa alla sua casina piccina ma non picciò e si tuffò nei libri coi loro greggi macchè greggi, mandrie, fiumane di parole e capì che grande medio piccolo o piccolissimo è sempre lo stesso, sono sempre parole, segni che descrivono ciò che è e non ce ne una più importante dell'altra. Poi prese quelle più sue e le mise in piccolo SCRIGNO. Così da quella sera la donnina piccina ma non picciò sbirciava le sue parole preferite e si addormentava felice.
di Maurizio
E' un racconto questo, dolcissimo come i bei ricordi d'infanzia. Lo pubblico sul mio blog perchè è un dono speciale che merita un posto speciale nello Scrigno delle cose preziose.
C'era un lago azzurro e limpido attorniato da montagne verdi; sotto il colle più basso c'era un piccolo villaggio.
Lì un tempo viveva un mago; non era una grande mago, in verità era un bambino; la sua magia poi non la poteva usare per gli altri o sugli altri ma solo per se stesso.
Aveva scoperto di essere una mago in una giornata di pioggia di tanti anni fa; aveva imparato a decifrare i segni da un pò, prima uno alla volta, poi collegandone qualcuno, poi tanti che formavano una storia; aveva imparato a leggere!
Quel pomeriggio affrontò il suo primo libro, lo aprì, lesse le prime pagine e la magia avvenne: entrò nella storia e non ne uscì finchè, tre ore dopo la sua mamma, in ansia perchè non lo trovava e non lo sentiva, dopo averlo cercato in tutte le case di amici, in cortile e nei dintorni, dopo un lampo di genio (è in camera sua!) entro scosse il suo corpo e fece tornare il suo spirito tra noi....
Da quel giorno i viaggi si susseguirono, sotto soli tropicali o nel gelo del grande nord, tra fate e folletti o pattinando sul ghiaccio, al centro della terra o in qualche luogo sperduto dell’universo; lui entrava, viveva e ritornava.
Da bravo bambino, giocava, andava a scuola ma appena poteva viaggiava nei suoi mondi; più passava il tempo più il momento del viaggio si spostava verso il tramonto e la sera, perché la vita normale, lui non si era accorto, si stava impadronendo del suo spazio. Per fortuna c’erano quei caldi pomeriggi estivi nei quali a casa con la calura o in spiaggia il viaggio era possibile.
Il Tempo è uno strano tipo; noi passiamo la storia a misurarlo in maniera sempre più precisa e cerchiamo di ingabbiarlo e Lui si prende gioco di noi cambiando sempre; il Tempo/bambino è una cosa incommensurabile: pensate a un pomeriggio estivo di vagabondaggi da bambino; la sensazione è che era più grande (da bambini il tempo non lungo o corto ma grande o piccolo) di tutte le nostre ferie estive di quest’anno.
Poi quando siamo sicuri di essere assolutamente immortali perché il nostro Tempo è infinito, subdolo, accelera sempre più e da pigro treno a vapore si tramuta in un treno ad alta velocità.
Così il nostro mago crebbe e si trovò assediato dalla realtà: più impegni, i primo amori (quelli però, specie se finivano male, favorivano i viaggi durante e soprattutto dopo) era sempre più difficile.
Ogni tanto riusciva a fuggire e a viaggiare, sulle rive del lago o tra i faggi delle montagne verdi, aiutato dal profumo dei ciclamini…
Nel suo mondo tranquillo, bello, apparentemente immutabile, la realtà stringeva sempre più l’assedio; gli veniva in mente uno dei viaggi che aveva fatto quando non era più un bambino grazie a uno strano libro rosso e verde, un posto dove la Fantasia lasciava il posto al Nulla.
Un giorno accadde… ritornò dal lavoro, si cambio, uscì con la ragazza, discusse di politica con amici e meno amici, tornò a casa, prese un libro e… non riuscì ad entrare. Si leggeva, capiva, partecipava ma da esterno. La magia era persa. Fu un processo lungo e per lui doloroso… A volte un barlume di magia baluginava e faceva capolino in una storia ma poi il nulla. Il Tempo, sempre Lui, passava e il mago non più mago ma uomo, viveva la sua vita con successi, insuccessi entusiasmi e sconforti ma senza più magia. Quando si ricordava della sua magia come di una fantasia infantile accadde di nuovo: un pomeriggio di inverno, il sole ancora bello alto accese il fuoco, spostò la sua poltrona preferita, si prese un libro di un famoso intellettuale che a tempo perso scriveva romanzi (questo era descritto come pesantissimo) e si ritrovò in un mondo di intrighi, cavalieri templari magie…. Come la sua mamma un tempo lo riscosse e lo riportò tra noi la sua compagna che, arrivata che era buio da un pezzo lo ritrovò sulla poltrona ore dopo che aveva iniziato il suo viaggio. La magia c’era ancora ma ormai richiedeva delle formule più complicate, anche lei era diventata più adulta… poi nacque la sua prima bambina…hai bambini bisogna leggere delle storie…. E il mondo colorato aprì di nuovo le sue porte… ma questa è un’altra storia.
di Massimo Vaj
—Avanti il prossimo— disse una voce decisa, aspettandosi in risposta, come sempre accadeva, un silenzio di tomba dietro a sguardi che, improvvisamente, parevano interessati solo agli orribili quadri sui muri.
Invece un'anziana ombra ingobbita, con lo sguardo che scintillava nel forzare un collo che non poteva più considerare il cielo, si alzò in un susseguirsi di piccoli scatti, frutto di un'artrite deformante che le incurvava le gambe e spezzava, in lunghe e nerastre fessure, unghie gialle e arcuate.
L'infermiera fece appena in tempo a scansarsi di lato per non essere travolta dall'impazienza della vecchia, la quale si trascinò nello studio dentistico facendosi largo a braccia, senza apparente timore.
Si allungò nella poltrona verdastra, ciondolando ridicola sulla propria gobba, quasi a suo agio in mezzo a quegli attrezzi appuntiti e taglienti, lucidati dalle urla di un dolore che da bocche spalancate scivolava su quelle superfici, nobili nella loro perversione.
Il dentista e l'infermiera si scambiarono un'occhiata rapida, trattenendo un ridere che, nel suo ritornare in gola, sussultò di disgusto sincopato.
—Buon giorno, signora— le sorrise ipocrita il medico, un omone pelato e massiccio con due orecchie così pelose da sembrare pipistrelli.
—Si è messa comoda?— si accertò l'infermiera, una bionda carina nascosta da una mascherina di tela che non si toglieva mai.
La vecchia tacque, squadrandoli con occhi di un'opacità indifesa.
—Mi dica, cara signora, che possiamo fare per lei?— il dottore si meravigliò di essere così affettato, lui, che normalmente si entusiasmava a imprimere disagio nelle persone sofferenti.
Da sotto uno scialle nero che non volle togliersi l'anziana tossì, macchiando di sangue il camice del chirurgo che non mosse un muscolo, si sarebbe vendicato dopo.
—Ho male a un dente, ma non posso e non voglio toglierlo— rispose lei, con un timbro di voce troppo giovanile e asciugandosi il filo di sangue nerastro che le sfuggiva a un'estremità dell'incontro di labbra nere e sottili come lame.
—Mi faccia vedere— disse lui, allungando le mani di lattice per aiutarla ad aprire la bocca.
La donnina lo anticipò, rivelando una dentatura perfetta che incorniciava due lunghi canini da bestia carnivora.
Chi lavora in bocca alla gente non smette mai di meravigliarsi per le combinazioni assurde con le quali schiere di malformazioni preparano la loro sfilata dell'incubo, ma questa volta erano troppe le incongruenze che fecero sobbalzare il dottore.
Lui aveva le pareti zeppe di attestati che informavano i pazienti degli annuali tirocìni, eseguiti all'estero sui cadaveri, allo scopo di perfezionare le nuove tecniche impiantologiche che avrebbero fatto la felicità degli inquisitori del Santo Uffizio, ed era avvezzo al tanfo di morte che lo costringeva a respirare ossigeno da una bombola, posta sotto al tavolo sul quale provocava le salme indifese. Questa volta, però, dovette trattenere un vomito di ribellione a quella zaffata terribile che gli avvolse l'anima. Era come se urla innocenti s'attorcigliassero alla forza vitale di chi si avventurava con lo sguardo in quell'osceno pertugio, per scuoterla in una disperata richiesta d'aiuto.
—Ma qui non ci sono carie!— disse contrariato
—Da dove proviene questo fetore?
—Dovrebbe fare una gastroscopia, mi dia ascolto...— si risolse a balbettare l'uomo, con un residuo di voce tremante, mentre stringeva il braccio dell'infermiera che era ammutolita dal disgusto.
La vecchia richiuse la bocca, con un movimento così fluido e lento che sembrò la conseguenza di un meccanismo implacabile e sovrumano.
—Lei, dottore, non ha visto bene, osservi meglio...
—Si avvicini di più, e appoggi pure sul tavolo quello specchietto, ché non le servirà a guardare il buco sotto a questo dente— e così dicendo riaprì con uno scatto metallico la bocca, sfiorandosi il canino con la lingua appuntita.
L'uomo si piegò verso di lei e fu l'ultima cosa che fece, nel trascinarsi dietro l'infermiera svenuta.
Nella sala d'aspetto le urla furono udite come fossero strazi di un sogno, a causa dell'insonorizzazione che isolava lo studio, e nessuno scappò, né potè immaginare la strategia millenaria di chi non voleva più sprecare energie per alimentare la propria deformità.
di Luca Occhi
“Talvolta si vorrebbe essere cannibali,
non tanto per il piacere di divorare tale o talaltro,
quanto per quello di vomitarlo”
(Emil Cioran)
Nina era grassottella. Nulla di grave, giusto quel filetto di carne in più, sufficiente a darle un aspetto florido e in salute. Eppure i suoi occhi erano pozzi senza fondo ricolmi d’angoscia e di un’infinita tristezza.
“Nina scendi che è pronto” urlò sua madre dalla cucina.
Nina s’alzò dal letto e scese le scale con la consueta rassegnazione. Sapeva cosa l’aspettava: l’inevitabile replica quotidiana del medesimo spettacolo.
“Avanti, controlliamo prima se hai fatto la brava bambina...” il tono premuroso non riusciva a mascherare un’insana impazienza.
Nina strascicò i piedi alla maniera che sua madre tanto detestava ed entrata in cucina gettò un fugace quanto speranzoso sguardo alla tavola apparecchiata. Non che s’illudesse che le cose potessero di colpo cambiare, ma era sempre bello poter sognare. Anche dovendosi poi svegliare.
“Dai, smettila di trascinare così quei piedi che sembri una contadina, vieni a pesarti.”
Nina salì sulla bilancia rassegnata, pronta all’ennesima sfuriata.
“Cinquanta grammi?!?” urlò con un misto di rabbia e sincera, folle, indignazione “hai messo su altri cinquanta grammi? Tra meno di un mese c’è la selezione per il concorso di miss Lignano Sabbia d’Oro e tu mi stai diventando peggio di un maiale all’ingrasso, la vogliamo fare finita? O devo salire su e rivoltare la tua stanza finché non scovo dove nascondi tutte quelle maledette porcherie con cui t’ingozzi di nascosto?”
“Come se non lo avessi già fatto chissà quante volte” pensò Nina fissando il vuoto davanti a sé. Lo stomaco emise un profondo brontolio. Le venne da piangere; anche per quella sera non poteva renderlo felice e la fame le avrebbe rimestato le viscere impedendole di dormire, privandola dei sogni, l’unica cosa bella rimasta nella sua vita.
La madre prese il piatto dalla tavola e tolse un paio di cucchiai di riso oltre a metà delle foglie d’insalata.
“Ecco, così vediamo se non butti giù tutta quella ciccia odiosa, e da domani raddoppiamo gli esercizi” sentenziò premurosa. Ma si capiva che era solo una premura verso sé stessa e le proprie folli ambizioni.
Nina si sedette, fissò il piatto quasi vuoto, e una lacrima cadde rapida, a condire l’insalata
La madre di Nina era una vera fanatica dei concorsi di bellezza. Iscriveva con metodo la figlia a tutte le selezioni possibili e immaginabili, sognando per lei un luccicante avvenire nel mondo dello spettacolo. In qualità di mamma manager di una stellina, avrebbe conosciuto un sacco di persone famose, concedendo interviste e la sua foto sarebbe apparsa su quelle riviste patinate che sfogliava dalla parrucchiera, facendo schiattare d’invidia le amiche e tutte le pettegole con la puzza sotto il naso.
A questo aveva rinunciato da giovane per correre dietro a quel disgraziato del padre di sua figlia, che una volta messa incinta, si era dileguato senza lasciar traccia, portandosi via oltre ai risparmi, tutte le sue aspirazioni di promettente show girl. Oh dio, non che avesse fatto granché, ma su un paio di letti giusti era riuscita a esibirsi e visto il discreto successo le prospettive di una promettente carriera non mancavano. Ora, per tutto ciò che aveva perduto quella figlia le doveva quanto meno un risarcimento! Bellina era bellina, era spigliata, sapeva pure ballare con una certa grazia a forza di lezioni e non era avventata come lei da giovane. Solo quella stramaledetta tendenza al soprappeso era un serio problema. Nonostante la tenesse a dieta ferrea, riusciva sempre a ingrassare. Ma c’avrebbe pensato lei a scovare e distruggere quelle schifose scorte di devastanti calorie che di sicuro doveva nascondere da qualche parte in camera sua; non avrebbe permesso che mandassero in frantumi, una seconda volta, il sogno della sua vita.
Ma Nina, non aveva scorte di cibo nascoste. Non mangiava e ingrassava. Ce n’aveva messo di tempo per venire a capo di quello strano mistero che abitava il suo corpo. Poi, navigando in internet, s’era fatta un’idea di quello che accadeva. Non aveva fatto degli esami clinici per verificare la tesi, ma s’era persuasa d’avere una disfunzione genetica, tragica quanto ridicola. D’altronde chi le avrebbe mai creduto? Per una bizzarria del suo metabolismo Nina se non mangiava tendeva a ingrassare mentre, quando s’ingozzava d’ogni porcheria, dimagriva a vista d’occhio. Ora, sarebbe stata la fortuna di una qualsiasi ragazzina ingorda, se non ci fosse stata sua madre a renderle disperata l’esistenza. Aveva pure cercato di spiegarle che il suo corpo funzionava in modo strano, ma era stato meglio lasciar perdere. Già era considerata una adolescente bulimica, non c’era bisogno alcuno d’aggiungere un’insana dose di pazzia. Così, pur provando un godimento carnale e sensuale nel divorare il cibo, era costretta a diete forzate da ammalata con l’unico risultato di continuare a ingrassare, finendo con l’essere sottoposta a diete sempre più ferree in una spirale inarrestabile di inutili privazioni.
Odio, odio, odio. Solo questo provava ora. Violento, feroce, sentiva incendiargli ogni pensiero, fluire come un veleno, amaro, fino a impregnarle l’anima. Aveva sopportato tante brutte cose per amore di sua madre, ma ora... ferma sulla soglia con lo sguardo indifferente di fronte a quella cosa orribile... come aveva potuto, come?
Nina cercò invano di slegarsi ma con la furia cieca di una bestia al laccio riuscì solo a farsi del male. Nel dolore però tornò lucida nei suoi propositi: doveva a tutti i costi fare qualcosa, doveva scappare. Nina capì all’improvviso cosa desiderava con tutte le sue forze: mangiare e vivere.
“Allora come va tesoro?”
Per un paio di giorni Carlo non s’era visto e si era illusa se ne fosse andato. Invece era lì con in mano una tavoletta di cioccolata. Ne aveva sentito il profumo fin dalle scale. Immaginava cosa stava per accadere.
L’uomo si sedette sul bordo del letto. L’odore del cacao lo percepì così forte che le parve quasi di svenire. Si morse un labbro a sangue; non poteva permetterselo, non ora che aveva deciso.
Una mano callosa si appoggiò sul ginocchio. L’altra le passò la tavoletta sulle labbra. Nina non piagnucolò come suo solito. Allargò per quanto poté docile le gambe e tirando fuori tutta la lingua la leccò assieme alle dita di Carlo. Dio, la cioccolata... quanto era buona.
Carlo parve sorpreso. Poi la mano come incoraggiata salì decisa, mentre le sue labbra s’incollavano a quelle di Nina.
“Brava, brava bambina...” continuava a ripetere. Nina cercava di non dare ascolto al suo corpo che si ribellava. Mentre le dita continuavano a frugarla, Carlo le fece addentare un blocco dalla tavoletta. Nina lo masticò, avida, quasi a provare se i suoi denti dopo tanto tempo fossero ancora al loro posto per servirla.
“Perché non mi sleghi una mano?” chiese inarcando la schiena come una gatta in calore “sarebbe ancora più bello.”
S’era slacciato i pantaloni. Parve esitare. Lei si passò la lingua sulle labbra. E lui sciocco come ogni uomo abboccò.
Quando, sistematosi fra le sue gambe si chinò per baciarla di nuovo Nina con la mano libera afferrò la nuca e attirandolo a sé ne addentò la gola. Chiuse gli occhi e strinse, con tutte le sue forze. Sarebbe morta, ma non avrebbe mollato la presa, mai. Carlo cercò di scuotersela di dosso emettendo grugniti senza senso ma Nina non mollava. Sentì dolore al volto, allo stomaco, ma più male sentiva più stringeva. Con uno scarto Carlo riuscì a liberarsi. La voce era un fischio. Mosse due passi verso la porta e crollò a terra. Nina cercò di riprendere il controllo del proprio respiro. Poi, rapida, sciolse l’altra mano e liberò i piedi. Avrebbe voluto vomitare quel sapore dolciastro che sentiva colargli nello stomaco, ma non c’era tempo. Tra poco la mamma sarebbe rincasata. Raccolse la tavoletta di cioccolata stringendola al cuore e chiusa la porta, al buio, s’ addossò alla parete rimanendo ad aspettare.
I carabinieri suonarono a lungo il campanello. L’avvocato Mingozzi che seguiva la causa per il riconoscimento degli alimenti arretrati aveva sporto una regolare denuncia di scomparsa in quanto, nonostante gli sforzi, non riusciva a mettersi in contatto con la sua cliente. Non si era nemmeno presentata il giorno dell’udienza. E questo non era normale. Inoltre, doveva ancora saldare la parcella.
Quando la porta si aprì i due militi rimasero basiti. Davanti a loro una ragazzina pelle e ossa, magra come un fantasma, sorrideva inebetita con gli occhi ricolmi di un’inspiegabile, folle serenità.
“La mia mamma è buona, tanto buona…” furono le sue sole parole.
Fu chiamata subito un’ambulanza e all’ertati i servizi sociali. Ma dopo una breve indagine tutto quello che si poté appurare fu che la madre della ragazzina e il suo compagno erano spariti da alcuni mesi abbandonandola a sé stessa. Lei, per la verità non doveva avere tutte le rotelle a posto, ed era rimasta lì, segregata in casa ad aspettarli sopravvivendo di stenti nella speranza che prima o poi tornassero. Ma niente. Erano spariti, inghiottiti nel nulla senza lasciare traccia.
Nemmeno una piccola briciola di sé.
Questo era più che sufficiente a rendere infelice la sua esistenza. Ma negli ultimi tempi, se possibile, la situazione era pure peggiorata. Da quando il nuovo compagno di sua madre s’era trasferito a vivere da loro non le erano sfuggiti certi suoi sguardi, sguardi che le provocavano strani brividi e una voglia incontrollabile di farsi piccola, piccola, e sparire. Quanto poi alle aspirazioni artistiche di sua madre, la cosa le era indifferente. Di sicuro, più che le luci della ribalta, avrebbe preferito gli odori e i profumi della cucina di un grande ristorante. Quella sarebbe stata la sua vera passione. Se solo fosse stata libera di scegliere la sua vita.
Nina, era grassottella, affamata e tanto, tanto infelice.
Non c’è l’avevano fatta, era troppo fuori forma. Non aveva potuto iscriversi al concorso per via di quei chili di troppo presi proprio negli ultimi giorni nonostante la dieta a base di pane e acqua, con una generosa aggiunta di purganti, inflittagli dalla madre. La stanza era stata perquisita da cima a fondo, ma con grande rabbia e disappunto non era saltata fuori nemmeno una briciola. Da lì a qualche mese ci sarebbe stata la selezione per le veline di una nota trasmissione televisiva. E la mamma di Nina poteva anche contare su qualche buon aggancio. Se necessario, avrebbe spiegato alla figlia come giocarsi l’asso di cuori che teneva fra le gambe; un gioco che lei conosceva bene, pur non avendo vinto in vita sua una sola partita. Le piaceva giocare, punto e basta.
Nina stava come sempre stesa sul letto, fantasticando su plateau di frutti di mare, torte al cioccolato, giganteschi piatti di pasta al ragù, quando la porta si spalancò di colpo. Vide sua madre e Carlo entrare e in un attimo gli furono addosso.
Lei prese a legarle i polsi alla spalliera del letto, mentre lui la teneva ferma, con quelle mani dure e prive di dolcezza che parevano frugarla con cupida fame.
“Ora ci penso io...” continuava a mormorare sua madre “vedrai che questo provino non lo perdiamo... e no, questa volta non mi farai fessa... vedrai che questa volta sfondiamo amore mio.”
Amore, com’era suonata stonata quella meravigliosa parola in bocca a sua madre. A Nina, parve una bestemmia.
Carlo aveva smesso di artigliarle i seni. Le facevano male i capezzoli. Era tutto così assurdo. Era riuscita a malapena a protestare e ora non riusciva nemmeno a piangere. Non poteva essere vero. Chiuse e riaprì gli occhi sperando di svegliarsi. Ma erano ancora lì, ai piedi del letto che la fissavano con aria soddisfatta. E fu incrociando lo sguardo di lui che Nina, legata mani e piedi, si sentì perduta.
Che situazione assurda! La slegavano solo per accompagnarla in bagno, lavarla e pesarla. Ma nonostante ingerisse ormai solo disgustosi beveroni e fosse divorata da una fame atroce, continuava inesorabile a ingrassare provocando le ire di sua madre che sfociavano in furiose litigate con Carlo.
“Sei tu vero, sei tu che le dai da mangiare di nascosto?”
“Ma che dici tesoro...”
“Guarda che ti tengo d’occhio sai? Non lascerò che quella santarellina t’incanti. Mancano meno di venti giorni alla selezione e la vedi? La vedi? Fa schifo! Farebbe fatica a trovare uno che se la scopi, figurasi vincere la selezione per veline e diventare il sogno di mezza Italia.”
“Mah, a dire il vero la ragazzina non mi sembra poi così male...”
“Basta, basta! Da oggi svuoto casa. Niente, neanche più una briciola. Io e te mangeremo fuori e... e vedremo!”
“Certo tesoro, calmati dai.”
“E’ che sono così tesa, mi capisci vero?”
“Sì, amore, sei una madre stupenda.”
La sfuriata era finita. Nina accolse quel silenzio come una benedizione. Ascoltò il suo stomaco urlare affamato. Poi dalla stanza vicina il letto prese a cigolare. E sperò d’avere ancora sogni abbastanza grandi che la portassero via da lì.
Era in un ristorantino francese in rue d’Aubruci intenta ad affrontare un enorme piatto di crostacei, quando la porta della camera si aprì. Carlo si sedette sul bordo del letto e appoggiò una mano sul suo ginocchio, appena sotto l’orlo di pizzo della camicia da notte. La pelle di Nina parve bruciare, come sfiorata dalle ortiche.
“Ecco qui la nostra bambina, che si ostina tanto a far arrabbiare la mamma...” la mano continuava ad accarezzarle ruvida il ginocchio. Nina legata, non trovava neppure la voce per gridare.
“Lo dici allo zio com’è che non riusciamo a buttare giù quel po’ di ciccia sufficiente a renderla felice?”
La mano s’infilò sotto il bordo della vestaglia sfiorandole l’interno della coscia. L’alito puzzava, le parole si strascicavano ubriache.
“Lo sai che lo zio potrebbe essere carino con te? Non ti farebbe voglia un po’ di cioccolata, un bel panino?”
La mano salì, decisa e Nina si ricordò con terrore che sotto non indossava niente.
“Vai via, ti prego, vai via...” riuscì a piagnucolare dimenandosi. Lui parve sorridere soddisfatto. Provò a serrare le cosce, ma i piedi erano legati troppo distanti per riuscirvi.
“Guarda che urlo e chiamo la mamma” tentò Nina disperata.
“E secondo te cosa farà? Si precipiterà qui a salvarti? Mi caccerà via?” le sussurrò ridendo all’orecchio.
“Sciocchina. Lo zio tornerà a trovarti e tu sarai tanto buona con lui. Vero?”
La mano la lasciò libera e sanguinate nell’anima. Carlo si alzò. Al di sopra delle sue spalle, sulla soglia, Nina scorse la madre osservare impassibile la scena.
da far venire i brividi...
di Silvia Armanini
Sotto l’albero del Gelso.
Esco dal portone con la cartella a tracolla, attraversando a passi lenti il cortile, diretta verso la palazzina dal lato opposto. Un passo, uno sbadiglio, un altro passo, un altro sbadiglio… tiro su col naso, maledicendo il solito raffreddore invernale e mi stringo nel bomber, guardandomi le scarpe. Ecco, penso, l’ho fatto di nuovo: ho messo gli scarponcini con il bomber. Quante volte dovrò sentire mia madre gridarmi dietro, prima di capire che le scarpe eleganti vanno con vestiti eleganti e i giubbotti sportivi si usano solo con le scarpe da ginnastica? Forse tante volte quante dovrò ricordarle che io, alla mattina, riesco benissimo a scambiare i doposci con le scarpe da basket e gli scarponcini con le scarpe «da gonna». Ma sono cose a cui, se si sta nella mia famiglia, ci si deve abituare.
Una folata di aria gelida mi sale lungo la schiena e mi risveglia dal torpore dei miei pensieri. È una tipica mattina lombarda, dalle mie parti non è strano vedere la nebbia mattutina, anche se vedere è un termine improprio da usare, particolarmente oggi. Non che sia più fitta di altri giorni, anzi, ma c’è qualche cosa di strano, nell’aria, qualcosa che non riesco a non identificare. Qualcosa che è da tanto, troppo tempo, che non avvertivo più.
Citofono al mio amico, quello della palazzina di fronte alla mia, che mi avvisa di essere pronto e che arriverà fra due minuti. Appoggio la cartella per terra, la mia spalla me lo supplica, e mi preparo alla lunga attesa: so bene quanto durino i suoi due minuti, sicuramente è ancora in mutande. Ieri sera avrà certamente fatto tardi, intento come al solito a provare e riprovare la sua canzone, per tentare di entrare nella scuola di canto. Non sono sicura che il suo sogno si avvererà, ma ci spero lo stesso: in fondo, anche se è insopportabile il suo modo da non-mi-merito-meno-di-otto e i suoi ripetuti commenti sugli insegnanti incompetenti, gli voglio bene. In fondo gli voglio bene, l’ho detto sul serio? Allora direi di aggiungerci molto prima di «in fondo». Volgo lo sguardo oltre la recinzione del cortile, osservando le cartelle che gli studenti assonnati trascinano per strada: che ci facciamo Noi, in mezzo a tutta questa gente? Noi che siamo soliti rintanarci nel nostro antro buio leccandoci inesistenti ferite sanguinanti e maledicendo persone mai nate. Noi, il vecchio gruppo dell’albero del Gelso, lo storto e strabico padrone al centro del cortile, dove siamo finiti? Dispersi negli anni, portando solo il ricordo di quello che, con tanta felicità, eravamo un tempo. In questo cortile siamo rimasti solo in tre, noi superstiti: io, il mio amico che ora, vestito, sarà passato alla fase gel – e questo occupa altri due suoi minuti – e il mio protettore, quello della portineria B. Quello che, anche se non l’ho mai ammesso, era il mio migliore amico. L’Attore, il Cantante, e la Lettrice. Così ci chiamavamo, in quei gloriosi giorni. Ma l’età avanza, me ne accorgo ogni attimo di più: un tempo non mi sarei permessa certi ricordi, né tanto meno la debolezza di ammettere un ti voglio bene o un migliore amico. Un tempo sarei stata ferma per ore a ricevere gli insulti del solito gruppo di ragazzi, con la testa bassa ed evitando di parlare, per non far vedere che sotto la spessa coltre di capelli arruffati spuntava un sorriso che già pregustava ciò che sarebbe successo dopo il mio ritorno a casa. Per certi versi le loro offese erano divertenti: buffo come dei ragazzotti grandi e grossi assalissero con tanta foga uno scricciolo di un solo metro e venti, spaventati da una semplice occhiata. È sempre stato un nostro vizio, una brutta cosa, quello di guardare dall’alto in basso la gente, ma che ci potevamo fare? Eravamo giovani, felici, stolti e convinti che il mondo ci appartenesse, sentendoci superiori agli altri. Non era la prima volta che succedeva, non sarebbe stata di certo l’ultima. A volte la situazione si risolveva prima della riunione pomeridiana sotto il Gelso, perché arrivava lui, l’Attore. Dai racconti che poi riportavo alle altre ragazze del gruppo il suo intervento veniva immaginato come il salvataggio del principe azzurro che, sul suo cavallo bianco, cinge la vita della bella principessa in pericolo e la porta al castello, sconfiggendo i cattivi ma la realtà era ben diversa: non ho mai capito se ero io a incentivare quelle immagini, o solo il fatto che tutte loro, piccole e in balia delle fantasie adolescenziali, fossero innamorate di lui, ma fatto sta che il suo, più che un intervento principesco, era un uragano vero e proprio. Più simile al famigerato cavaliere nero sul suo sbuffante cavallo scuro dalle narici dilatate. Dopo che era passato lui, sia sul campo emotivo che su quello reale, i poveri sventurati si ritrovavano a terra, demoralizzati e con parecchie macchie bluastre. E io, nella mia sporca innocenza di ragazzina stupida, ridevo sguaiatamente di quelli che fino ad un attimo prima ridicolizzavo senza darlo a vedere. Lui non era il principe azzurro, sotto nessun aspetto. Lui era il mio protettore, la mia fedele guardia del corpo. Il mio più caro amico. Ecco, ci sono cascata di nuovo.
«Treccina Bionda!» mi volto al buffo richiamo e vedo la mia amica venire verso di me. «Buongiorno, Cappuccetto Rosso…». Ridacchia quando sente il nomignolo che le ho affibbiato e per cui lei, in risposta, mi ha battezzato Treccina Bionda. Ma se sapesse perché lei è Cappuccetto Rosso, penso non riderebbe poi così tanto. Quando l’ho conosciuta mi sentivo sporca: il gruppo del Gelso si era appena diviso, ognuno per la sua strada, perché noi più grandi entravamo per la prima volta alle superiori, ma in me erano ancora profonde le abitudini, le idee di superiorità del mio passato. Le nostre Azioni. Ero sempre in silenzio, in quella classe chiassosa piena di idioti, credo di averli definiti così il primo giorno, seduta vicino alla finestra al primo banco. Era lei che mi stava affianco, sperduta come un uccellino appena uscito dall’uovo e caduto dall’albero, che pigolava per richiamare la madre, ma a bassa voce per non farsi udire dai predatori. Non sarei stata io a rimetterla nel nido, pensavo, e non mi sbagliavo: fu lei a insegnarmi a volare. Non fu difficile, la parola silenzio non è contemplata nel suo vocabolario, e così, volente o nolente, dovetti iniziare a parlare con lei. Fu un’esperienza interessante: una ragazzina tanto chiassosa, ma dai modi tanto gentili e follemente innamorata dell’amore che veniva a contatto con me, una ragazzina ciarliera solo per nascondere le proprie emozioni, scorbutica e non curante delle buone maniere, chiusa nella convinzione della sua superiorità. Fu allora che compresi la sua fragilità, anche se era stata così forte e in gamba da riuscire a far rompere la ragnatela del passato non solo a me, ma anche al Cantante, ed iniziai a chiamarla Cappuccetto Rosso e a difenderla dai pericoli della vita scolastica. Anche se, come spesso penso quando la vedo agire, è una Cappuccetto che ha trovato il modo di convincere il Lupo Cattivo ad aiutarla a raccogliere i fiori: picchiandolo con il cestino del pranzo.
Finalmente il portone dietro di noi si apre ed il Cantante ci degna della sua presenza. È sempre stato legato alla sua immagine esteriore, in questo neanche Cappuccetto è riuscita a cambiarlo, ma ora, almeno, ci risparmia le sue paturnie e non si specchia in pubblico. Riafferro la cartella mentre la ma amica comincia a parlare del compito in classe che dobbiamo affrontare alla prima ora e, con quel fiume di parole che si riversa nelle mie orecchie e nella mia testa, non c’è più posto per altri ricordi. Poi, improvvisamente, si interrompe: «Certo che oggi c’è proprio una bella nebbia. Non si vedono neanche i fanali posteriori delle auto…» Sento ancora quello strano brivido risalirmi la schiena e mi volto di scatto verso il cortile dall’altro lato della strada. È solo l’albero di Gelso che riesce a sollevarsi oltre la coltre di nebbia, cattivo nel ricordarmi che lui è sempre lì. Quasi senza pensarci mi volto verso il Cantante: anche lui guarda l’albero, con uno sguardo strano, poi si volta verso di me e muove le labbra come a volermi dire silenziosamente qualcosa. Non c’è bisogno che lo faccia, ho già capito: anche lui ha sentito quello che ho sentito io, anche lui si è ormai rassegnato. Non riusciremo mai a liberarci del nostro passato, è sempre lì che preme sul collo e che, dispettoso, slaccia le fibbie della mia cartella per far riaffiorare ricordi per troppo tempo felicemente dimenticati. Lo sapevamo, tutti noi del gruppo dell’albero del Gelso, che ciò che eravamo era annidato ancora nel nostro petto ed aspettava solo il momento giusto per riaffiorare. Ed ora so per certo che aspettava questa giornata di nebbia, simile a quelle in cui si rifugiavano le nostre Azioni, per far venire fuori la parte più schifosa del nostro spirito.
Senza che me ne accorga una lacrima viene scaraventata sul marciapiede, rifiutata dai miei occhi: questa notte il gruppo del Gelso si riunirà. Per l’ultima volta.
Fantasmi nella nebbia
La nebbia non accenna a calare e le macchine sfrecciano invisibili, solo il loro rumore a testimoniarne la presenza; mi incammino a testa bassa arrancando lungo il marciapiede e trascinando la mia cartella piena di dubbi ed incertezze. Dov’è finito il sole che i telegiornali annunciano da ieri mattina? Ma ora ho ben altri problemi: Cappuccetto Rosso è andata in biblioteca con il Cantante per aiutarlo nello studio, ed io sono sola a fare i conti con me stessa. Anche se ormai è del tutto inutile maledire questo tempo opprimente non riesco a non sbuffare; ma non è il mio sbuffo, l’unico rumore che avverto. Mi fermo: qualcuno ha calpestato un ramo secco.
Se fosse una giornata normale non mi preoccuperei, sicuramente penserei ad un cane che gioca nell’erba, ma ho scoperto tanto tempo fa quanto la nebbia renda tutto pericoloso e questo rumore non mi rassicura per niente; o forse è la goccia di sudore freddo che mi scorre sulla spina dorsale, a farmi avvertire un pericolo. Comunque non c’è molto da pensare: qualcuno mi sta seguendo. Calma, ragiona, chi è che ti deve seguire? Inspiro, espiro, un sospiro e un passo. Un altro ramo rotto… coincidenza… inspiro, espiro, un sospiro e un passo. Rumore d’erba calpestata… panico… non è uno scherzo divertente. Altri passi, sempre più vicini, ed è proprio adesso che inizio a correre, prima che il cervello possa prendere una decisione sensata, e anche il misterioso rumore inizia a farsi più forte, più veloce, più vicino. Ritmico, martellante, mi penetra nelle orecchie e vieta ai miei piccoli e solitari neuroni di riunirsi per trovare una soluzione decente a questa irreale situazione. A fermarmi è un corpo, nero nella nebbia troppo fitta ed invisibile ai miei occhi voltati oltre le mie spalle alla ricerca dell’inseguitore: cado a terra trascinandomi dietro la scura figura, con un sommesso urlo sorpreso. È la mia testa quella che pulsa, dolorante, perché ha cozzato contro l’asfalto del marciapiede; chissà, forse, con la botta i neuroni ancora addormentati nella mia testa riusciranno a svegliarsi… Un’affermazione sovrasta il rumore distante delle macchine ed il ronzare dei lampioni accesi troppo presto: «Tu?!»
Una scossa elettrica: questo tono di voce io… io lo conosco. Sollevo gli occhi ancora lacrimanti dal panico, pronta per ritrovarmi davanti un vecchio amico: l’Attore. «Io… Da». «Ma guarda cosa porta oggi la nebbia…» È forse un tono sarcastico, il suo? «Che regalo inaspettato» continua, «la nebbia non si smentisce mai…» Ho sempre odiato il suo vizio di lasciare le frasi a metà, come un cruciverba da completare: io non ho mai sopportato i cruciverba. «Da». Tipico, lui parla e io dico sempre la stessa parola, quante conversazioni abbiamo mandato avanti così, quando eravamo sotto il Gelso? «Non sei cambiata affatto, vedo… che cosa ci fai da queste parti? Stai tornando a casa?» «Da». «Da… tedesco, immagino… e immagino che non stavi correndo per la fretta, nevvero?» «…Da». Scoppia a ridere, di una risata che, per quanto ci provi, non riesco a ricordare come sua. «Dovresti guardare dove vai anche se, ammettiamolo… la nebbia fa paura. Ti ricorda niente?» Vorrei essere in un altro posto, in classe davanti al cinque dell’ultimo tema, seduta alla cattedra per l’interrogazione di diritto o addirittura alla lavagna a scrivere i verbi francesi, ma non qui, davanti a questo sconosciuto che un tempo era mio amico, ma che ora non riesco a riconoscere. «Da» riesco a sussurrare a malapena. Ride di nuovo, in quel modo freddo che mi sembra tanto irreale, mentre la nebbia cala anche nei suoi occhi. «Sei cambiata, Lettrice…» Se un tuono solcasse il cielo in questo momento non me ne sorprenderei, tutto è così grottesco e finto che sembra irreale… questa nebbia, il suo sorriso freddo… quel soprannome… per quanto lo ricordi ancora è da tanto tempo che nessuno mi chiama più così. L’ultimo a pronunciarlo era stato proprio lui: il suo «Allora arrivederci, piccola lettrice…» rimase scolpito a caratteri cubitali nello spazio vuoto che è la mia mente. Anche tu, vorrei dire, ma nel suo sguardo c’è qualche cosa che mi ferma: i suoi occhi sono ancora quelli della belva. «Da». «Sei noiosa, sai? Ci rincontriamo dopo tanto tempo e dici solo da… potresti cercare di cambiare almeno parola…» «Da…» Stupida! È questo che voglio? Fare la figura dell’idiota. «Russo…» sussurro. «Cosa?!» mi guarda con l’interesse che si riserva ai vermi di terra. «È russo, non tedesco…» Perfetto: sono una perfetta idiota. È dichiarato, la Lettrice è scomparsa e al suo posto c’è la stupida Treccina Bionda. Mi sorprendo di me stessa: non è quello che ho voluto fino ad oggi? Mi osserva con un sorriso strano, come a pregustarsi qualche cosa… ha lo stesso sguardo di una leonessa che assapora l’antilope saltellante e ingenua davanti ai suoi occhi. «Che ne dici se, per festeggiare questo incontro, noi giocassimo?» Ecco: la leonessa esce dal nascondiglio e, a fauci spalancate, inizia ad avanzare verso l’antilope troppo spaventata per correre. È quel giocassimo che mi riporta sgradevoli ricordi nella mente…
…Quel giorno l’Attore era ammalato, chiuso in casa con una lieve febbre, ed ero sola, sulla strada del ritorno, dopo una pallosa giornata di scuola. Il Cantante era uscito prima per andare a fare chissà quale visita ed io mi ritrovavo con me stessa e la mia cartella, come al solito insomma, a camminare sul marciapiede rovinato e scivoloso. Immersa nei miei pensieri non mi accorsi della ragazza che stava davanti a me e le andai addosso, facendola cadere. Riuscii a rimanere in equilibrio su un piede, ma quella si ritrovò a terra. Poco male: che me ne importava di lei? L’importante era che a cadere non ero stata io. «Hey scema, perché non stai attenta a dove vai?» Adoravo quel modo di parlare, credo fu per quello che mi lasciai cadere su di lei. «Ahia! Ma sei impazzita?!» L’enfasi calcata in frasi così semplici, i toni alti e caotici delle parole… «Non l’ho fatto apposta». Ricordo che, nel dirlo, la guardavo come guardavo il cagnolino della vicina quando scodinzolava in cerca di coccole e a cui puntualmente facevo un sorriso prima di scendere le scale, abbandonandolo con la coda ancora in movimento. «Spostati!» disse spintonandomi ed alzandosi, in tutto il suo metro e sessanta. Un gigante in confronto a me, ancora per terra e alta come le carote nei campi. Credo le risi in faccia, sì, dovetti ridere, perché lei si alterò parecchio, «Senti, pirla, chiudi quella bocca!» Ora, contaminare l’aria che io dovevo respirare con i suoi germi ed il suo linguaggio sboccato mi stava alterando. Ero giovane, ero stupida e quella sera era prevista nebbia. Questo bastò a convincermi.
«Lo sai che questa sera è prevista nebbia?» Potevo leggere sul suo sguardo lo stupore per quest’ultima affermazione. «Dicono che sarà anche piuttosto fitta. Io, se fossi in te, non me ne starei in giro fino a tardi…» Il suo viso piegato in una smorfia mi ricordava il volto di altre persone… a quante avevo detto quella stessa frase prima di lei? Ed il risultato era sempre lo stesso: una riunione sotto il Gelso. «Ma vai al diavolo, idiota…» sbuffò prima di allontanarsi, non notando il mio sorriso soddisfatto. Quella sera era previsto un nuovo gioco ed una nuova vittima: una nuova Azione. Lo raccontai ai ragazzi.
Eravamo come al solito seduti ai piedi del vecchio Gelso, chi sulle radici, chi sul terreno. Noi grandi eravamo gli unici a poterci sedere sui rami storti del vecchio albero, che squarciavano il centro del tronco per protendersi verso l’alto formando una specie di pianerottolo fatto di rami e foglie. Era lì che, intenti nelle nostre abitudini, decidevamo il da farsi. Chi ci vedeva lì immaginava solo un gruppo di amici molto affiatati che stavano decidendo, litigando bonariamente, a quale gioco giocare: un’idea non molto lontana dalla verità. I rami sottili, che si diramavano dai quattro centrali su cui noi tre grandi eravamo accovacciati, si alzavano verso il cielo per poi ricadere verso terra formando una cappa di foglie verdi e rametti che arrivava quasi al terreno, proteggendoci da sguardi indiscreti. Il brusio, come sempre, regnava sovrano. Non ricordo il numero preciso di noi ragazzi, né i nomi di tutti. «Allora…» iniziò l’Attore facendo smettere subito i brusii, neanche la febbre poteva allontanarlo dall’albero del Gelso, «chi ha voglia di giocare stasera?» Potevo distinguere gli sguardi eccitati di molti di loro mentre tutte le mani venivano alzate con urla di gioia. «C’è una ragazza…un metro e sessanta di altezza per due centimetri cubi d’aria nel cervello» intervenne il Cantante, che già allora adorava riempire le sue frasi di numeri complicati. «Chi è con noi?» Di nuovo tutte le mani si sollevarono. «Bene, qui alle sei, quando la nebbia sarà fitta inizieremo l’Azione di oggi» terminò l’Attore liquidando tutti. Rimanemmo solo noi tre e un altro paio di ragazzi, che subito si misero ad aiutare il Cantante a preparare il nuovo Gioco. Era quello il nostro compito: aiutati dalla nebbia, far divertire gli altri ragazzini. Ed ogni volta ci riuscivamo a meraviglia. Rimanemmo io e l’Attore sull’albero e lui iniziò a parlare. «Che ne dici, hai voglia di giocare con quella scema?» «Mmmm…» «Mmmm? Mi piace il modo in cui esprimi la felicità, mi rendi orgoglioso di quello che faccio…» «Scusa, ero soprappensiero». «Pensare fa male, quante volte te lo devo ripetere?» «Mmmm…» «Ancora?!» «Uffa, ma tu parli sempre?» sbottai. Mise il broncio e io non potei fare a meno che scusarmi, guai a non dargliela vinta, era capace di far scoppiare una guerra per ottenere quello che voleva. Quando il Cantante si avvicinò a noi i suoi occhi brillavano: il gioco di oggi gli piaceva e questo era un buon segno. Per noi, almeno.
«Come al solito meditabonda…te l’ho già detto una volta, pensare fa male». Questo mi riporta sulla strada di casa e mi sorprendo a sorridere, senza accorgermene, nel vecchio modo, cosa di cui lui si rallegra. «Allora c’è ancora un po’ della vecchia Lettrice, dentro questo corpo estraneo…»
Devo dirglielo, devo chiedergli se anche lui ha sentito il richiamo della nebbia; ma prima che possa parlare mi precede. «Riesci ancora a sentire quello che dice la nebbia?» Un sorriso amaro increspa il mio volto, «Certe parole non si dimenticano». Abbassa lo sguardo evitando di guardare i miei occhi. «Sai, a volte mi chiedo come saremmo adesso, se quel giorno fosse stato diverso». Non c’è bisogno che mi spieghi quale giorno, né quale Azione. Lo so benissimo, perché anche io spesso penso le stesse cose. «Ma il passato non si può cambiare, noi non possiamo cambiare, per quanto ci proviamo, e quindi…» Vorrei che si attenesse al suo modo di fare, non finendo la frase, ma come al solito mi sorprendo: la finisco io per lui: «Quindi è inutile stare tanto a pensarci». Annuisce, poi torna a guardarmi negli occhi e vi scorgo il vecchio fuoco. «Quello che, quella notte, non è stato sepolto sotto le radici del vecchio Gelso oggi gli va restituito» dice con aria solenne. Se fosse un’altra persona, un’altra situazione, penso che riderei della sua aria buffa, ma ora so che non posso: non c’è niente di buffo in quelle parole. «Da» mi limito a sospirare. «Che fai, ricominci?» Sorrido: «Stasera, al solito posto?» «Stasera, alle undici, sotto le fronde del vecchio magnate» risponde, ma prima che possa aprire bocca di nuovo lo precedo: «Lo avverto io, il Cantante». Senza più parlare annuisce, mi fa un cenno di saluto con la mano e si volta, allontanandosi. Non ci mette molto a scomparire, inghiottito dalla nebbia scura: vedo il suo contorno nero farsi sempre più offuscato, finché non rimango di nuovo sola con le mie paure.
Funerale nella nebbia
La nebbia fitta e grigia era resa nera dalla notte precoce e il vento giocava con i nostri cappotti scuri, facendoci stringere di più nei maglioni per il freddo. Un cane in lontananza ululava alla luna, convinto di scorgervi chissà quale presagio di sventura, e lo sfrecciare delle macchine sulle strade del centro arrivava a percuoterci i timpani. Stavamo immobili, quasi invisibili nella nebbia, con gli occhi lacrimanti per il freddo e le mani tremanti, aspettando la nostra vittima. Sedevamo sui bordi della passerella, il piccolo ponte nel centro della città sotto il quale sarebbe passato il treno delle sette, e l’unico rumore oltre al dialogare di un gatto solitario, erano i nostri respiri. Poi, improvvisamente, dei passi: una figura imbacuccata in un giubbotto celeste avanzava alla cieca nella nebbia, camminando lentamente per evitare di inciampare in qualche ostacolo. Il Cantante, che stava a pochi respiri da me, mi guardò e io feci un cenno affermativo con la testa: eccola. Un fischio leggero, lei neanche se ne accorse, e tutti erano già in posizione, pronti a giocare. «The game can start» si udì nella nebbia in un inglese stuprato. La ragazza si voltò cercando dietro di sé la provenienza della voce, ma non scorgendo niente. Ricominciò a camminare, quando uno strano tumulto di foglie spezzate e di respiri affannosi si diffuse nell’aria. Fece appena in tempo a scorgere una sagoma indefinita correrle incontro prima di ritrovarsi stesa sul duro selciato, con un discreto peso addosso. Fu da lì che iniziò l’incubo.
Il campanile della lontana chiesa suona undici rintocchi. Mamma sta giocando a carte con i miei zii, durante l’ennesima riunione famigliare, e urlano così tanto che credo nessuno si accorgerà della mia momentanea assenza. Ripensando ancora al ricordo che il campanile ha bruscamente interrotto infilo giaccone e sciarpa, avviandomi verso il portone d’entrata. L’aria gelida mi avvolge subito; c’è lo stesso freddo di quella sera, mi sembra di sentirlo ancora sulla pelle, e la nebbia è altrettanto fredda e scura; il debole riflesso della luna e delle stelle non riesce a rischiarare questa cupa notte invernale e così sono costretta a chiudere per bene la cerniera della giacca. So benissimo che non è il freddo l’unica cosa che mi fa tremare: paura ed eccitazione si divertono a giocare con la mia mente e con i miei acciaccati ricordi, mescolandoli tra loro. Sento dei bisbigli in lontananza, proprio dove c’è il Gelso, la cui chioma è l’unica cosa che, seppur indistintamente, si scorge nella nebbia. La seconda tornata di rintocchi mi spinge ad avviarmi: è giunta l’ora. Ciò che non è stato sepolto sotto il Gelso al Gelso deve ritornare, la frase che l’Attore mi ha detto questo pomeriggio riesce a mantenersi nitida nella confusione della mia mente e persiste nel riaffacciarsi sul mio volto, in un sorriso amaro. Affretto il passo: c’è un funerale rimasto in stasi per ben quattro anni da terminare. Le fronde del Gelso non sono più rigogliose come tanto tempo fa: solo poche foglie sono verdi, sopravvissute al passare degli anni e a questo inverno rigido. Il tronco è ancora diramato, il pianerottolo di rami intrecciati c’è ancora, ed è lì che infatti è accucciato il Cantante. «Come al solito in ritardo, Lettrice…» Sbuffo, come facevo in quei giorni allo stesso richiamo. «E tu sei come al solito troppo ciarliero, Cantante». «Questo è sempre stato un nostro difetto, se non sbaglio…» si intromette l’Attore, appoggiato contro il tronco proprio sotto il Cantante. «Grazie del caloroso benvenuto». «Non mi pare che la tua sia una visita di piacere, Lettrice» sibila in risposta. «E quale di noi tre è qui per una visita di cortesia?!» sbotto, sedendomi su una radice consumata. Il silenzio cala sotto le vecchie fronde. «Dite che sarà ancora in questa città?» sussurra ad un certo punto il Cantante. Il chi è scontato. «Che importanza avrebbe, ora?» risponde alterato l’Attore, «vorresti forse chiedere scusa?» Il Cantante fa un quasi impercettibile cenno d’assenso con la testa e l’altro in risposta scuote il capo: «A che servirebbe chiedere scusa? Neanche quella sera sarebbe bastato, figuriamoci adesso…». «Magari non servirebbe a lei, ma io mi sentirei sicuramente meglio». La voce del mio amico è poco più di un sussurro. «Stupido, come vedo non sei cambiato… hai ancora rimorsi» lo rimbecca aspramente il ragazzo appoggiato al tronco. «No, non ho rimorsi. Ho solo…» «Un giudice che ti assilla con le sue strigliate. Lo so, ce l’ho anch’io» dico interrompendo il loro discorso, «si chiama cuore. E sono convinta che anche tu lo abbia, Attore». «Sciocchezze! Io sono in pace con me stesso». «Si è sempre bravi ad ingannarsi…» dice aspramente. «Senti tu, brutto sputasentenze…» sibila afferrando la gamba del Cantante e cercando di tirarlo giù dall’albero. «Ma che fai?! Così cado! Fermati, per carità, fermati!». «Adesso vedi, brutto stupido, come ti concio per le feste». Li guardo battibeccare in modo infantile e li vedo, piccoli, a spintonarsi e ad insultarsi per cercare di accaparrare il posto migliore sull’albero. Proprio come stanno facendo ora. «E poi perché tu sei lì sopra e invece io devo rimanere sulla terra come uno qualsiasi?!» «Perché tu sei uno qualsiasi…» «Ma io ti ammazzo!» Sorrido e so già quello che succederà adesso: mi arrampicherò dall’altro lato del tronco e mi siederò nel posto migliore. Ed è così che faccio, guardando le loro buffe facce sorprese proprio come allora. Si guardano per una frazione di secondo, la nebbia non riesce ad impedirmi di scorgere i loro sorrisi quasi sprovveduti, e saltano tutte e due sul tronco urlando: «Abbasso all’impostora!» Ridiamo, spintonandoci a vicenda, di una risata liberatoria come è tanto tempo che non riesco a farne, per poi zittirci di nuovo, guardando il vapore che esce dalle nostre labbra ad ogni respiro. Chiusa in un silenzio pieno di voci il ricordo mi ritorna alla mente.
«Aiutami, te ne prego aiutami!» sussurrò con disperazione il ragazzino alla volta della ragazza dal cappotto celeste. «Ma cosa?…» «Mi sta seguendo, vuole farmi del male… per favore, aiutami!» «Ma chi ti sta seguendo?» «Lui! È… è spaventoso, ti scongiuro… fai qualche cosa!» «Va bene, ma ora alzati!» disse la ragazza tentando di alzarsi, ostruita dal peso del ragazzino. Altri rami spezzati, sempre più vicini, ed un leggero scalpitio di passi. «Arriva, arriva!» piagnucolò il bambino. «Ora alzati, non sta arrivando nessuno…» Un ululato si avvertì a pochi metri dalle due figure avvinghiate sul selciato. «Nessuno…ne sei si-sicura?!» «Certo, è solo un cane che ulula…», ma la sua voce non era molto convinta. Altri passi, questa volta più vicini, e un nuovo ululato. La nebbia intanto aveva avvolto completamente le due figure isolandole dalla strada, dalle macchine e dalla vista delle case. Fu per questo che la ragazzina non vide le figure che si accalcavano intorno a lei. «Ciao, bei bambini. Siete qui tutti soli?…» Con lentezza esasperante la ragazza volse il capo alla sua destra, dove nella nebbia era spuntato un volto canino. «Ahhhhhhh!» urlò il ragazzino stringendosi a lei che era bianca come un cencio. «È un si? Peccato…» sibilò una nuova voce, questa volta alla sinistra, dove un volto di gatto galleggiava a mezz’aria. «Ahhhhhhh!» continuò a strepitare il piccolo. Un nitido crack arrivò dalla nebbia davanti a loro e un volto di serpente fece la sua plateale comparsa. «Vorrà dire che vi inviteremo da noi per cena…» Fulmineo, il ragazzino che ancora urlava si alzò di scatto e prese a correre urlando: «Eccolo, eccolo!!!» e la ragazza gli fu subito dietro. «Aspettami, hey dico a te, aspettami!» Man mano che attraversavano il ponte nuovi ululati squarciavano l’aria e nuove figure facevano la loro comparsa nella nebbia: volti animaleschi dai denti affilati e dalle lingue aguzze che galleggiavano a mezz’aria parlando con voce spettrale.
Improvvisamente alla ragazza parve di vedere un’enorme figura nera proprio nel punto in cui correva il bambino, ma quello scomparve, anch’esso inghiottito dalla nebbia, prima che potesse raggiungerlo. «Bambino! Bambino! Torna qui, dove sei bambino?!» Un rumore di ferro e sassi schiacciati rimbombò sotto il tettuccio della passerella e, coprendo qualsiasi altro suono, il treno delle sette sfrecciò sui binari, dilaniando la nebbia con cui veniva a contatto. In quel momento la ragazza si sentì afferrare i capelli e lanciando un urlo si scrollò le mani dei mostri di dosso percorrendo a tutta velocità ciò che rimaneva della passerella. In lontananza, coperto dallo sferragliare dei vagoni, le parve di sentire il bambino cacciare un urlo disperato, ma fu solo per un attimo. Poi la nebbia si riprese tutto: lo spazio rubato dal treno ed il suo silenzio.
Non si udiva nessun rumore se non quello del cuore della ragazzina con il giubbotto azzurro che sembrava volerle uscire dal petto. Tutto si era fatto silenzio e la notte si era ripresa i suoi fantasmi, ma del bambino non c’era traccia. Si voltò, guardando oltre le spalle, ma non scorse niente se non il grigio della nebbia e il nero della notte. Quasi come un automa percorse l’ultimo tratto del ponte tremando, fino a giungere dall’altra parte dove l’aspettava sua madre. «Eccoti tesoro!» strillò la donna abbracciandola, «tutto bene, hai una faccia strana…» «Mamma, non voglio più andare su quel ponte». «Perché?!» «Ci sono i fantasmi, hanno rapito un bambino, mamma dobbiamo salvarlo!» «Ma tesoro, cosa dici? Fantasmi, bambini rapiti? Forse hai la febbre…» «No, mamma dico sul serio…» la madre la guardò, con sguardo apprensivo. «Forse sei solo stanca…» «Non sono stanca, ti dico che li ho visti e…» Oltre le spalle di sua madre un volto di serpente le sorrise nella nebbia. «Eccolo, eccolo, lo vedi?!» urlò facendo voltare la donna. «Tesoro, io non vedo niente…», ed era vero: oltre al grigio non si scorgeva nulla, su quel ponte. «Andiamo a casa, va bene? Domani andremo da un dottore». «Mamma, ma io…» «A casa. Non un’altra parola». Quando le due figure furono dal lato opposto del marciapiede, un’immagine dal volto di serpente avanzò fischiettando sul ponte, raggiungendo un gruppo di ragazzi radunati proprio nel suo centro. «Ottimo lavoro… scommetto che non dormirà per un po’ di tempo… voi che ne dite?» chiese l’ombra dal volto di gatto. «È stato proprio un gioco divertente!» gracidò una figura dal volto di rana. «Ottima Azione, ragazzi!» si congratulò il Cantante comparendo nella nebbia. «Dici che la lezione le è bastata, Lettrice?» sibilò il serpente, rivolto alla ragazza accucciata sul parapetto. «Ne sono fermamente convinta, caro mio fedele compare Attore».
«Lo sapete che quella ragazzina fu mandata da uno strizzacervelli?» sussurra il Cantante con la testa china sul petto. Evidentemente siamo tutti incentrati sullo stesso ricordo. «Me lo raccontò mia madre, pochi giorni dopo l’accaduto, dicendo che una povera ragazza, per uno scherzo idiota, era finita dallo psicologo. Figuratevi che non sapevo quasi che cos’era, uno psicologo… per questo non vi dissi niente». «Anche io lo sapevo…» ammette l’Attore. Mi guardano, posso sentire i loro occhi fissi, come a chiedere risposta, sul mio capo rivolto verso i rami più alti del vecchio Gelso, ma mi prendo un po’ di tempo per parlare. «No» sussurro poi, «io non lo sapevo. Ma anche se l’avessi saputo che importanza poteva avere? Non sapevamo che cosa avevamo combinato». Mi guardano e annuiscono, consci del fatto che ciò che ho detto è vero: non possiamo tornare indietro ed ora è troppo tardi per chiedere scusa. In realtà ho mentito: conosco quella ragazza. La vedo tutte le mattine camminare per mano con il suo fratellino, accompagnandolo a scuola, sia che ci sia il sole, la pioggia, la neve o la grandine, lei è li che lo tiene per mano. Ma non quando c’è la nebbia. Quando cala la nebbia il ragazzino cammina dando la mano alla madre, la ragazza non c’è. La riconosco perché il giubbotto che indossa è lo stesso che aveva quella sera. Lo stesso celeste acceso, scolpito indelebilmente nella mia mente. Ma questo io non lo rivelerò mai, né a loro né a nessun altro. «Vi ricordate quel ragazzo che per poco non finiva sotto la macchina, tanto era spaventato?» chiede il Cantante, riportandomi alla realtà. «E quello che non volle più andare a lezione di canto serale perché credeva che la strada fosse infestata da fantasmi?» gli fa eco l’Attore. Continuano questo tragico elenco mentre i miei occhi si riempiono di lacrime: quanti poveri ragazzi abbiamo spaventato solo per divertirci, solo perché ci sentivamo superiori a loro? Improvvisamente l’Attore si fa serio, i suoi occhi bruciano nella nebbia. Il rumore di un ramo schiacciato e di foglie calpestate riempie il silenzio che ha provocato il suo sguardo serio e tutti e tre tremiamo, voltandoci alla ricerca dell’artefice del sinistro rumore. Un gatto nero miagola guardandoci beffardo. Anche noi, ora, abbiamo paura della nebbia: ora che le siamo estranei la temiamo e rischiamo di cadere vittime dei nostri stessi giochi. Non mi sorprendo di vedere il Cantante tremare mentre riprende la parola, ma resto sconcertata dalla reazione che ha avuto l’Attore: anche lui si è spaventato. Ripenso a quel pomeriggio, al nostro incontro nella nebbia, e mi accorgo che anche lui è cambiato, anche lui è rimasto vittima con noi di quei giochi infantili: anche lui stava scappando, questo pomeriggio, perché spaventato dai rumori della grigia ingannatrice. O magari dal rumore dei miei passi, della mia corsa… dal mio respiro, come io dal suo. «Allora questo sarà il nostro segreto. Seppelliamo qui il nostro passato, il nostro legame con la nebbia». Scende dal Gelso e scosta la terra secca sotto le radici dell’albero formando una buca abbastanza profonda. Con un leggero tonfo lo raggiungiamo, posando i piedi sul terreno brullo e freddo. Mi stringo nel cappotto, l’aria gelida mi scompiglia i capelli rendendoli più caotici del solito, e afferro ciò che tengo in tasca: una maschera a forma di gufo. Uno alla volta adagiamo le nostre maschere nella buca, per poi ricoprirla; ecco, ora non abbiamo più legami col passato. «Questo sarà il nostro segreto, promettete di non dirlo a nessuno» torna a dire l’Attore. «Tre persone possono tenere un segreto, se due di loro sono morte». Si voltano verso di me che fino a questo momento sono rimasta, stranamente, in silenzio, e smettono di parlare. Quando alzo lo sguardo incrocio i loro occhi: la tensione è palpabile, l’aria elettrica. Quattro fuochi brucianti mi osservano, penetrando la nebbia che avvolge tutto, così spessa che quasi non riusciamo a vederci l’un l’altro. Siamo immobili sotto il grande albero che con i suoi storti rami si diverte a giocare con le nostre vite, quando improvvisamente rido. Una risata isterica, stupida… una risata da me, dalla Lettrice, riuscendo a trascinarmi dietro anche loro due. È notte fonda e siamo tre giovani ragazzi spensierati sotto un cielo che sappiamo stellato, ma che non possiamo scorgere, ed abbiamo appena festeggiato un funerale sotto a quel famigerato albero che non è solo quello storto e vecchio pezzo di legno che respira a fatica, piantando le sue radici nella nebbia, ma che è anche dentro di noi, fa parte di noi. Imprescindibilmente associati come l’ossigeno e l’idrogeno nell’acqua, come amavo dire ricordando le parole di non so quale vecchio barbuto studiato a scuola. Così chiamavo il nostro gruppo nel tempo in cui ci sedevamo sulle disconnesse radici che affioravano nella nebbia e ci raccontavamo storie e malignità, progettando nuovi giochi e nuove vendette. Ci sentivamo intoccabili, eletti, speciali… eravamo solo un branco di stupidi, assoggettati ad una pianta in cui, al posto della linfa, circolava il nostro sangue, il cibo delle nostre barbarie. E ora finalmente ho scoperto il vero significato di quella frase, del perché dirla mi faceva tremare di paura già allora: perché noi siamo il semplice idrogeno, debole e mischiato a fiotti, unito alle altre molecole, ma il vero ossigeno, la vera parte fondamentale dell’elemento, è quella pianta; quella pianta che non è reale, ma solo frutto della nostra sadica e deviata immaginazione, scudo dietro al quale rifugiarci per sfuggire alla nostra stupidità. Il campanile in lontananza suona le due di notte: tre ore. Tre ore sotto l’albero a ricordarci delle nostre glorie passate, a parlare dei nostri futuri incerti. A guardare in faccia nient’altro che i nostri fallimenti. E mentre ci allontaniamo verso le nostre case, inoltrandoci nella nebbia che non fa altro che prenderci in giro, mi volto per l’ultima volta. Non un saluto, non un addio: sappiamo che altre parole non devono essere dette perché, e mi sembra ad ogni passo più chiaro, saremmo davvero capaci di ucciderci a vicenda per mantenere il nostro segreto. Perché sono lì che ci guardano, le nostre ombre: vedo distintamente il volto di un gufo galleggiare nella nebbia. Il Gelso ci ha donato tutto, i giochi e le malignità che volevamo, la nostra amicizia, la nostra stessa vita, ma il prezzo che ha preteso in cambio è stato altissimo: la nostra pazzia.
È per questo che non mi sorprenderò, domani, nel trovare la tomba sotto il Gelso profanata e le maschere sparite, perché se è vero che il gruppo del Gelso è definitivamente morto questa notte, è anche vero che si potranno scorgere ancora i volti di un Serpente, di una Volpe e di un Gufo, nelle notti buie di nebbia.
(anno 2007)
“L’ultimo racconto del Gelso”
Una ragazza siede sul cordolo di un'aiuola, nel buio di un parco nella periferia di Bologna. Sente benissimo il frusciare incauto del ragazzino che avanza verso di lei, scostando malamente gli arbusti e lasciandosi sfuggire degli sbuffi scocciati. Conosce quei passi, non ne ha paura, per questo si permette un fugace, doloroso ricordo, prima di voltarsi verso il giovane e sorridergli.
“Tre persone possono mantenere un segreto, se due di loro sono morte.”
…
- Non vidi mai con i miei occhi, quello che vi sto raccontando. Ma saprei dirvi ogni piccolo particolare, dal rumore del vento tra le foglie al profumo vischioso della resina. Quello fu l'ultimo incontro prima che le cose andassero così come sono andate: non fu quello il principio, ma posso dirvi che fu "l'inizio della fine" -
…
“Lo stai ancora cercando.”
Giubbotto in finta pelle, stivaloni scuri e capelli lunghi legati in una coda scomposta. Nero come un angelo infernale scivola alle mie spalle portandosi dietro l’opprimente vento autunnale e il suo acre profumo americano. Ma non ha niente di poetico il suo strisciare: rasenta quello dei lombrichi nella terra. Dell’angelo ha solo le fattezze e, forse, il destino.
“…”
“Smettila con questa farsa.”
“…”
“Lo sai meglio di me che non lo troverai mai perché lui è…”
“Zitto.”
“Fuggire dalla verità per l’ennesima volta ti consola?! Sei patetica.”
“Zitto, ho detto.”
“Anzi, sei più che patetica, sei…”
Conosco solo un modo per zittirlo e non ho problemi ad usarlo.
“Ho capito, sto zitto.”
Docile e accondiscendente: spesso è l’effetto che fa una pistola appoggiata al mento. Mi occorre che si zittisca perché ora è il momento delle domande.
“Come hai fatto a trovarmi?”
“Non è stato difficile.”
Aumento la presa sul grilletto
“Ok, ok! Ho seguito le tue tracce fino a qui. Sei diventata distratta o forse vuoi solo che ti trovi: sai meglio di me che hai bisogno del mio aiuto.”
La mia risata di scherno assomiglia ad un nitrito mal riuscito.
“E anche di quello di un buon psicologo.”
Ora è un gorgoglio a raschiarmi la gola: rido di nuovo.
“Siamo nel centro di un parco dove tutti ci possono vedere e mi stai puntando una pistola alla testa. Solo un pazzo rischierebbe tanto…”
“E solo un idiota potrebbe credere di essere visto nel buio delle tre di notte, in un desolato parco di periferia.”
“Se non erro mi hai appena offeso.”
“Complimenti dottore, ti meriti una laurea con lode. E ora sparisci.”
Lo spintono lontano, il suo profumo è troppo intenso e talmente agro da farmi girare la testa.
“Non me ne vado senza di te.”
“Non ho bisogno del tuo aiuto.”
Ora è lui a ridere: un suono armonioso e cristallino che mi stappa un sospiro.
“E’ la stessa cosa che mi hai detto l’ultima volta ed io ti ridarò la stessa risposta.”
Senza che io possa fare niente per fermarlo mi afferra le braccia e mi stringe contro il suo corpo. Lo odio, il mio angelo nero, che mi lancia per l’ennesima volta il suo strano e profumato incantesimo. Lascio cadere lungo il fianco il braccio che impugna la pistola e stringo il suo giubbotto con forza, fino a quando le nocche non diventano bianche.
“Ti odio”
“Ed io ti voglio bene. Ma i nostri sentimenti non hanno mai avuto importanza. Andiamo a casa”
“Non posso tornare indietro, lo sai!”
“Il passato sta bene con i morti, noi vivi apparteniamo al presente.”
“Ma dove dovrei stare io che sono morta a metà?” urlo in preda alla disperazione. Ancora il solito discorso. Ripetiamo le stesse frasi all’infinito, lo faremo sempre.
“Ci sono io con te ora! Questo non ti basta?”
“Non puoi cancellare quello che sono! Tu non sai cosa successe quel dannato giorno di diciassette anni fa…”
“Raccontami…se lo dividi con me, il dolore sarà più accettabile.”
Lo spintono lontano. Scappo per l’ennesima volta dal suo abbraccio caldo e rassicurante, lontano dal suo profumo inconfondibilmente fastidioso. “Non voglio che anche il tuo cuore si avveleni d’odio. Vai a casa.”
“Non c’è una casa dove tornare se tu non sei con me! Ho promesso che ti avrei riportata indietro e io non manco mai alla parola data…”
“Allora sarà la prima promessa che non potrai mantenere. Vattene o dovrò colpirti, come l’ultima volta.”
Ma prima di sentire la sua ovvia risposta lo colpisco alla testa col calcio della pistola, lo guardo cadere a terra e rimetto nella fodera l’arma, prima di voltarmi e di sparire nell’oscurità. Agganciata al mio marsupio stracolmo di gingilli inutili la maschera di un gufo sogghigna famelica, lasciandosi inghiottire dalle tremolanti tenebre della notte.
"La prossima volta che ci vedremo, fratello, potrei essere solo un gelido corpo accasciato sul terreno."
Un nuovo frusciare, quasi indistinto, riempie nuovamente la radura. E' il sibilo di qualcuno che sa come nascondersi. Non c'è più tempo per pensare, adesso, devo stare attenta. Tendo teatralmente il braccio che stringe la pistola verso la macchi indistinta di alberi ed esclamo: "Vieni fuori, so che sei da qualche parte. Sono stufa di giocare a rincorrerti, non siamo più bambini. Comportati da uomo."
Nei film, dopo le dichiarazioni ad effetto, il nemico sbuca fuori dai cespugli, fa il discorsetto di commiato ed il cattivo viene trivellato di colpi fino alla morte.
Però, quando il cespuglio alla mia destra si appiattisce sotto il peso di un corpo, so già da me che non ci saranno simili discorsi, perché questo non è un film e l'Attore ha una parte scadente.
E poi, in questa storia, quella cattiva sono io.
...
La porta della sala si aprì con un gran tonfo mentre un bambino di circa otto anni entrava correndo stringendo in una mano il tesoro che aveva appena conquistato, con l’intenzione di farlo vedere alla ragazza sdraiata sul divano.
“Sorella maggiore, sorella maggiore!” la ragazza appoggiò la rivista che stava leggendo, trattenendo uno sbuffo infastidito “Che vuoi, pulce?”
“Guarda cos’ho trovato” urlò allegro il bambino, sventolando il suo trofeo davanti alla ragazza.
“Cos’è quella roba?” “Sono delle bacche! Il Portinaio dice che sono commestibili!”
“Commestibili? Ma và. Quel vecchiaccio ti stava sicuramente prendendo in giro. Fà un poco vedere…” disse allungando una mano verso il fratello che invece ritrasse la sua, stringendo con forza il frutto. “Prometti di ridarmele dopo?” la ragazza non riuscì a trattenere un sorriso “Certo.” “Promettilo!” le rispose il piccolo, ancora diffidente “Prometto che ti ridarò quelle inutili bacche, va bene?”. Il ragazzino annui, porgendogliele.
La ragazza le osservò prima con curiosità, poi con ansia. Infine con preoccupazione. “Dove le hai prese, pulce?” “Dai rami di un albero del cortile. Ora che le hai viste ridammele!” “Quale albero?” “Quello tutto secco al centro del cortile! Me le vuoi ridare o no?”. Il tono della ragazza si fece più aggressivo “Smettila di scherzare! Chi te le ha date?!”; il bambino indietreggiò, spaventato: sua sorella non usava mai quel tono con lui. “Le ho prese dal vecchio albero rinsecchito del cortile. Lo giuro!”.
La giovane fissò il piccolo frutto con terrore “Non è possibile…non ancora…perché adesso, poi?”. Il bambino si dondolava sui piedi, osservando preoccupato la sorella e indeciso sul da farsi. Alla fine appoggiò le mani sulle gambe della ragazza per sollevarsi e vedere meglio quel suo piccolo tesoro che sembrava averla impressionata tanto. “E’ un tesoro davvero prezioso, vero? Ora però ridammelo, me lo hai promesso.”. “Te lo ridò se tu mi porti dove lo hai preso.” “Certo che ti ci porto!” replicò il piccolo protendendo la mano per reclamare il suo trofeo. Era talmente felice di riaverlo indietro che non si accorse del tremolio delle dita della giovane. Corse verso la porta, ordinando alla sorella di seguirlo, ma prima di uscire di casa le intimò: “Ti conviene coprirti bene, sorella maggiore, fuori c’è una nebbia fittissima!”.
Il cuore della ragazza mancò un battito.
Arrivati al centro del cortile, completamente coperto dalla nebbia, il bambino indicò un vecchio albero addormentato nel mezzo dello spiazzo. “Le ho trovate lì sopra, le mie bacche!” disse orgoglioso. La ragazza si avvicinò quasi con apprensione al tronco, allungando e ritraendo più volte la mano desiderosa di accarezzare la pianta, ma nel contempo timorosa di farlo, continuando a sussurrare una cantilena sgomentata “Non è possibile…ormai sei troppo vecchio per dare nuove bacche…perché di nuovo…”
“Piuttosto, sorella maggiore” disse il ragazzino troppo concentrato a cercare nuovi frutti sui rami per notare lo strano comportamento della giovane “che albero è mai questo?”.
La nebbia parve farsi più fitta, come se si fosse riempita di ricordi sgradevoli, ed i rumori si attutirono di colpo, divorati dal grigiore opprimente.
La ragazza sentì la gola raschiare sotto il veleno di parole che aveva dimenticato e che avrebbe voluto continuare a ignorare, infine emise un rantolo soffocato
“Un albero di Gelso, fratellino.”
...
Mi alzo di scatto, scostando il sacco a pelo madido di sudore. Come tutte le altre volte, il ricordo mi sconvolge. Come tutte le altre volte, da diciassette anni a questa parte, i miei sogni sono invischiati nelle rinsecchite radici dell'albero del Gelso. Anche qui, in questo ameno campeggio Emiliano, nascosta in una tenda sul limitare delle piazzole.
…
- Non erano passate che poche ore, dal funerale celebrato nel cortile, ma già la tomba era stata profanata e la maschera famelica di un gufo la aspettava sullo zerbino della porta di casa, ancora sporca di terra. Se a restituirgliela fosse stato il Cantante o l'Attore non lo scoprì mai nessuno. Probabilmente lei stessa non lo volle mai sapere. Fu da allora che iniziò a cambiare, appassendo come un fiore sul finire della primavera finché venne il giorno in cui scomparve; per lunghi mesi la credemmo morta. Fino al giorno in cui suo giunse quella notizia... -
…
È affollata Milano, tra il via vai degli immigrati con i loro profumi insoliti e i ragazzi con le cartelle in spalla che si spintonano per allontanarsi il più possibile dalle scuole. Cammino lenta mentre tutto il mondo corre, imbacuccata sotto il sole opaco di settembre.
Odio Milano e la sua fretta, la sua gioia, la sua perenne e grigia estate.
Volto le spalle al Duomo vestito di rosoni e statue di santi e lo vedo, il mio vecchio amico, il Cantante.
E lui vede me: lo sento ridere, additando la maschera che porto alla vita, scostandosi quella fastidiosa ciocca di capelli che gli cade sul viso, come faceva quando eravamo piccoli. Mi sorride mentre china il capo ed allunga la mano come a cercare la mia in un gesto di eterna amicizia, un gioioso “Bentornata”.
Chiudo gli occhi e lo seguo nel piccolo bar all’angolo della piazza in cui ci rifugiavamo nei giorni di pioggia di tanti anni fa. Parliamo ancora dei nostri progetti, ridiamo dei nostri ricordi e delle nostre avventure, sempre stracolme di figuracce e capitomboli, canticchiamo sottovoce i motivi insulsi della nostra infanzia, seduti al tavolo all’angolo, quello più lontano dalla vetrina e dagli altri commensali, a sorseggiare i nostri the verdi ghiacciati mentre fuori la pioggia cade sempre più fitta.
Dopo minuti che sembrano vite ci zittiamo a metà di una frase contemporaneamente, quasi lo avessimo programmato, e ritorniamo con la mente allo stesso, identico, assillante ricordo, risvegliandoci allo scampanellio della porta d’ingresso del locale.
Risento i gorgoglii prodotti dalla sua gola nel tentativo di iniziare quella conversazione per tanto tempo lasciata in sospeso e poi il suono secco dei suoi denti che si serrano sulla lingua, per trattenere parole piene di veleno. Avverto il suo sguardo posarsi sul mio e farsi più nebuloso, colmo di nebbia vorticante e grigia, le sue dita sfiorare le mie in cerca di un cenno d’assenso che non realizzo, che non ho mai realizzato. Vedo la sua mano ritirarsi freneticamente e rovesciare la tazza ormai vuota, costringendola a infrangersi a terra.
Lo saluto mentre si chiude la porta del bar alle spalle, mentre per l’ennesima volta devo ripagare la tazza e le consumazioni al barista perché il mio amico si è dimenticato il portafoglio.
Ritorno con la mente al presente quando una signora mi spintona per poter passare in mezzo alla calca. Controllo che il borsellino sia ancora al suo posto nel marsupio e poi sposto lo sguardo verso il mio vecchio amico: mi sarebbe davvero piaciuto essere vista da lui in mezzo a questa folla sudata e sussultante, sentire la sua risata nell’additare la mia maschera mentre si scosta con gesti calcolati quella ciocca. So già che il suo benvenuto mi colpirebbe dritta al petto con un pugno ben assestato ed io ormai non ho più sangue da versare.
Quando estraggo con gesti lenti la pistola dalla fondina, la punto sul bersaglio e premo il grilletto, sento il famigliare tintinnio di una tazza che si infrange sul pavimento. Il Cantante si accascia con lo sguardo sorpreso di chi non si aspetta di sentire la vita scivolare così presto dalle mani, cade sul cemento freddo come una foglia nella danza autunnale. La sua ultima canzone è un gemito stupito riflesso nei miei occhi, con le stonature di chi cantante non lo è mai veramente stato.
Mentre mi allontano con passo lento e misurato mi accorgo delle lacrime scivolate sul marciapiede al mio passaggio e subito cancellate dal frenetico correre della folla spaventata.
…
- Fu suo fratello a capire che la morte di quel ragazzo, che per anni aveva giocato con lei nel cortile, potesse avere qualche nesso con la sua scomparsa. Quando nessuno volle credergli riempì il suo zaino, afferrò il suo sacco a pelo blu, e si lanciò alla sua ricerca. -
…
Dopo aver ucciso il mio vecchio compagno mi rifugiai presso alcuni amici, vagando di città in città, dove le tracce che l'Attore si lasciava alle spalle mi portavano. Doveva aver capito le mie intenzioni perché, dal giorno della morte del Cantante, non era rimasto più di due giorni nello stesso posto. Fino ad oggi, in questo piccolo campeggio, ultimo luogo in cui so che ha risieduto. Tuttavia ora ho altro a cui pensare perché, dove la polizia ha fallito, è riuscito mio fratello: è la sua la ispida e scura faccia quella che copre la stupenda stellata che stavo osservando, barricata nel mio sacco a pelo. Ed ha un odioso sorriso trionfante dipinto in volto.
"Trovata!" sbotta, bloccandomi con velocità sorprendente le mani in due orribili manette di pelo rosa, di cui non ho la più pallida idea di dove possa averle recuperate. "Scusa, sorellina. Potresti fare posto anche a me e al mio sacco a pelo?" Ha poi la faccia tosta di aggiungere, sdraiandosi al mio fianco, spezzando la magia della nottata ed il filo dei miei pensieri. Come se tutto questo non bastasse, ha pure iniziato a russare.
...
“Questo è tutto ciò che rimane, signora.” “Volete dirmi che il corpo di mia figlia è ridotto ad un misero giubbotto color perla ed uno zainetto scarabocchiato?” il poliziotto chinò il capo, costernato di dover annuire. “Non…non è possibile… la mia bimba è…è…” “Temiamo che sia deceduta, signora.” L’urlo della donna arrivò dritto al cuore dell’appuntato, che le circondò le spalle con le braccia, tentando di arginare i di lei singhiozzi sconnessi. Nascosto dietro ad una porta, coperto dal grande mobile in noce del corridoio, un ragazzino dai corti capelli neri piangeva, premendosi le piccole mani paffute sulle labbra, nel tentativo di trattenere i singulti.
...
Si alza a sedere di scatto, le lunghe gambe attorcigliate nel sacco a pelo e i capelli che seguono traiettorie diverse da quelle convenzionali, sfidando qualsiasi legge di gravità. Portandosi le mani al viso scopre, senza sorpresa, di avere le guance umide. Non comprende il perché di quel sogno assillante, soprattutto ora che ha ritrovato sua sorella e che quel brutto ricordo non può che essere catalogato come incidente di percorso per inettitudine delle forze dell’ordine. Voltando il viso a sinistra, per controllare se la protagonista assente del suo incubo è ancora al suo posto, constata con stizza che le manette pelose che la tenevano prigioniera sono divelte, e che il sacco a pelo azzurro è disordinatamente, odiosamente e sconfortantemente vuoto. Per l’ennesima volta.
“Maledizione!” impreca, incurante di poter disturbare qualche altro ospite del campeggio. “Non finisce qui, sorella maggiore! So che sei qui vicino, nascosta in qualche buco, ma non credere che ti permetterò di averla vinta così: non mi sono sorbito chilometri di autostrade per ritornare a casa a mani vuote. Non ti darò pace finché non ti porterò davanti a mamma, a costo di trascinarti per i capelli…” il suo sfogo delirante viene interrotto da uno scarponcino da trekking misura 43 che atterra sulla sua faccia, dopo aver disegnato una curva in aria partendo da una delle tende alla sua destra. Incerto sul continuare o meno con i suoi urli alterati prova nuovamente. E’ costretto a desistere quando al primo scarponcino se ne aggiungono altri, in numero considerevole.
Pochi chilometri più in là l’autostrada è illuminata dai pochi fari che, testardamente, continuano a sfrecciare sull’asfalto. Fra questi, sulla solita prima corsia deserta destinata ai neopatentati, agli ultraottantenni ed a me, il mio catorcio che in gloriosi tempi passati vantava il nome di automobile arranca, lottando contro un motore vecchio di secoli. Un fischio fastidioso intralcia il mio orecchio sinistro, mentre getto distrattamente un pensiero al mio fratellino, sorridendo inconsciamente della sua reazione, domani mattina, quando si sveglierà non trovandomi più al suo fianco. Quel pivello dimentica troppo spesso chi sia stato ad insegnargli la nobile arte di aprire i lucchetti dei giocattoli, quelli in falsa plastica made in prc.
Ancora non sapevo che se fossi rimasta con lui fino all’indomani, avrei incontrato chi, con tanta costanza e disperazione, cercavo da mesi.
Il Solo mattutino di giugno è luminoso. Gli studenti pensano alla scuola che finisce, i lavoratori alle ferie che iniziano e per i più fortunati, quelli già in vacanza da tempo, i tiepidi raggi di inizio estate non possono che annunciare una splendida giornata di mare.
Scostato dalla folla vociante dei campeggiatori che iniziano le attività mattutine, intricato in un sacco a pelo blu pervinca, un inquietante ragazzo stringe fra le mani un paio di manette rosa pelose. Chiunque provasse ad avvicinarsi alla strana figura, noterebbe sicuramente i denti digrignanti e l’inconfondibile impronta di una scarpa nel mezzo della sua apprezzabile faccia. I cultori della materia vi direbbero con sicurezza che è l’impronta di uno scarponcino da trekking. Taglia 43. Dei bambini lo additano, sussurrando, dietro a loro i passi frettolosi di un uomo in costume, con dei corti capelli ricci, si bloccano di colpo. L’asciugamano appoggiato alla spalla, gli occhiali da sole a coprirgli il volto. Scosta con malagrazia i marmocchi - che vaneggiano di un certo uomo nero – e si avvicina al sacco a pelo blu pervinca. Ad accoglierlo trova lo sguardo interrogativo del ragazzo, ancora incastrato nella stoffa scura “Desidera qualcosa?” chiede, litigando con la cerniera nel tentativo di uscire dal sacco. “Ci siamo già visti da qualche parte?” chiede l’uomo, con voce bassa e grave. “Credo.. pro..prio… di no..” sibila l’altro nello sforzo di strattonare la stoffa.
Dopo pochi attimi di lotta selvaggia contro il tessuto lo sfila dal corpo, lanciandolo di malagrazia sopra lo zaino. “Lei sarebbe?” chiede poi, donando finalmente l’uomo della giusta attenzione. “…uno che non conosci.” Attimi di silenzio, poi il giovane, imbarazzato, si alza, raccoglie lo zaino, e se lo butta in spalla. Guarda con sguardo stralunato l’uomo prima di voltargli le spalle e proseguire verso l’uscita del campeggio, non badando ai bambini che, trascinati a forza dalle madri verso la piscina, continuano a parlare di un certo uomo nero indicando nella sua direzione.
L’altro uomo, invece, quello con i capelli ricci, rimane immobile a fissare la schiena scura che si allontana. “Tu non mi conosci, certo. Ma quegli occhi li riconoscerei fra mille e credo proprio che mi porteranno diritto da quella sciocca della Lettrice, ragazzino.”
…
Premo il grilletto tentando di mirare il robusto corpo in movimento del mio vecchio collega, nel caos riesco appena a vedere che il proiettile lo colpisce troppo a destra per ferire il cuore. Il suo proiettile invece non lo vedo, ma sento gli schizzi di sangue sulle mani, mentre mio fratello si piega sulle ginocchia e crolla a terra. Quell' idiota si è trovato, come suo solito, al posto sbagliato nel momento sbagliato, frapponendosi fra me ed il bersaglio, prendendosi in pieno il colpo che doveva centrarmi...
Con sguardo orripilato lo guardo gemere sul terriccio brullo. Le sirene della polizia si avvicinano in fretta, sicuramente la ronda che gira per questo quartieraccio è stata allertata dagli spari, e con fatica sollevo gli occhi già lucidi dal pianto e dalla paura sull'Attore. Anche lui poggia le ginocchia a terra, ma la sua pistola è ancora puntata verso di me. Non un sorriso, non un ricordo. Che ne è stato del passato non saprei neanche dirlo. L’attore, la cui carriera è bruciata ancora prima di iniziare, sorride, in un modo che ormai non posso più conoscere, che non mi appartiene più.
“Tre persone possono mantenere un segreto, se due di loro sono morte. Ricordi?”
Poi, lo sparo.
E nella bocca stringevi parole, troppo gelate per sciogliersi al sole… chissà come mai quella canzone mi è tornata in mente in questo momento. Probabilmente, avendo a disposizione una seconda possibilità, avrei un solo rammarico, nella mia vita: cinque minuti fa avrei voluto mirare più a sinistra, centrando dritto nel cuore quel pivello.
Ma non mi rimane nemmeno il tempo per sorridere o per fare grandi discorsi, come in tutti quei film alla televisione. Non posso fare una ramanzina strappalacrime al mio fratellino, perché mettendosi in mezzo ha rischiato la vita. Non posso far finta di dimenticare, in punto di morte, tutti i torti subiti o scusarmi per tutti i casini combinati. Nemmeno scrivere una lettera di addio a mia madre.
Come tutto è stato, nella mia vita, assolutamente mediocre, anche la mia scomparsa verrà presto dimenticata.
Vedo rosso…appannato…buio…
infine il nulla
Morire, alla fine, non è poi questo granché.
…
Il ritmico suono dei macchinari scandisce i respiri del giovanotto seduto scompostamente sulla sedia, accanto al letto candido. La luce è poca, la sera è vicina, e l’inverno ruba volentieri i timidi raggi del sole che si ostinano a riscaldare la terra. Stringe la mano di una ragazza, come nei finali dei migliori film, e quando è sveglio le parla, così come dicono i medici. Lo dicono sempre anche in quel telefilm alla tv, che parlare ad una persona in coma è la terapia più indicata. Gli hanno detto che potrebbe svegliarsi domani, fra un mese, fra un anno. Intanto la polizia aspetta, due uomini in borghese fanno la ronda in corridoio. Un medico entra, controlla i suoi parametri e scuote la testa. È tutto normale, come al solito. È sana, ma non si sveglia. È in coma. Poi esce, accarezzando con lo sguardo il ragazzino che si ostina ad amare quella sorella per cui ha rischiato la vita, rimediando una brutta ferita al braccio. Quella sorella che è una criminale, un’assassina.
Uscendo saluta i due poliziotti con un cenno.
“Serataccia brutta per lavorare, vero?” si informa, sorridendo come un buon medico deve fare.
“Potrebbe andare peggio…pensa a quei due poveretti che fra due ore devono darci il cambio e rimanere qui tutta la nottata…” poi sorride al medico, come un buon poliziotto in borghese deve fare. Volta il capo, alza gli occhi al cielo e ricomincia il suo via vai per i corridoio. La donna non dà segni di vita, il poliziotto dubita seriamente che si potrà più svegliare.
Il cambio della guardia è alle 11:00. Le due squadre di poliziotti dovrebbero incontrarsi nel corridoio e darsi il cambio, senza perdere di vista la camera della sospettata, ma quelli del turno appena concluso hanno il pessimo vizio di raggiungere i colleghi al piano terra, per prendersi un caffè in compagnia prima di tornare a casa, lasciando il corridoio libero per una decina di minuti. Poco importa, visto che la sospettata è una ragazzina gracile, macilenta e per di più in coma da mesi.
Nessuno fa caso ad una porta che si apre senza un suono scivolando sui cardini bene oliati, né di un ragazzino infagottato in un giubbotto di pelle nera, con un cappellino di lana a coprirgli il capo. Tuttavia un buon osservatore noterebbe con poca difficoltà le spalle troppo gracili e le maniche troppo lunghe. Così come le ciglia troppo lunghe o le labbra troppo sottili, per essere quelle di un uomo.
...
“E’ il momento!”sibilò il ragazzo quando sentì i passi pesanti dei poliziotti allontanarsi dalla porta e le loro voci farsi sempre più flebili.
“Era ora, quando il dottore è venuto a controllare come stavi, stavo quasi per scoppiare a ridere…voglio dire, credo stia impazzendo per capire come mai i tuoi valori sono regolari come quelli di una persona sanissima, mentre sei ancora in stato comatos..”
“Vuoi stare zitto?! Mi farai scoprire!” la ragazza si sollevò di scatto, afferrando il borsone nascosto sotto il letto ed estraendone degli indumenti maschili: un giubbotto di pelle e un cappellino di lana in primis.
“Quasi non ci credevo, il mese scorso, quando mi hai stretto la mano per farmi capire che eri sveglia. Mamma ti dava già per morta, sai?” sussurrò lui, incurante del precedente rimprovero.
La donna si fermò nell’atto di infilarsi i pantaloni neri che aveva trovato nella borsa “Spero tu non le abbia detto niente, sottospecie di mollusco. Meglio morta che criminale, non credi?”
“O, andiamo! Mamma non è mica stupida. Sono sicuro sarebbe ben felice di saperti viva.”
“Certo! Chi non desidera una figlia ricercata e criminale di cui poter parlare durante i tea con le amiche?” il ragazzo ridacchiò: “come vuoi…allora, dove andiamo?”
La donna, che si era alzata in piedi stringendo il borsone in una mano, sorrise indulgente “Dove andrò, pivello. Usa il singolare. Non voglio zavorre durante la mia fuga.”
Il moro ostentò un viso offeso “Non sono una zavorra!”
“Sveglia, sono una pericolosa criminale pluriomicida!” “esatto, come nei film.” “Bravissimo. E che succede nel finale dei film, al super cattivone?”
Il ragazzo ci riflettè un attimo, non accorgendosi dell’oggetto che la ragazza aveva estratto dalla borsa. “Viene catturato…ucciso…annientato.” “Esatto! E non voglio che tu faccia la stessa fine.” La donna si avvicinò lentamente, venendo investita dal profumo americano del fratello. “Ma io sarò con te, sorella maggiore! Voglio aiutarti nella tua fuga.” “Ma tu mi aiuterai nella mia fuga, pivello. Lo stai per fare.” Sorrise lei, avvicinandosi maggiormente con le mani nascoste dietro la schiena. “Davvero?” “Certo piccolo sciocco.” E nel dirlo lo abbracciò, sentendo subito le braccia di lui circondarle le spalle.
Per l’ennesima volta in quell’annata così stravagante, il ragazzo cadde a terra colpito alla testa dal calcio di una pistola. Poi la donna indossò il cappellino, alzando il bavero della giacca a coprirle il volto, e con un calciò spedì il borsone sotto al letto
“Ti voglio bene, fratellino.”
Aprì la porta, lasciandosi inondare dal candore del corridoio con un sospiro stanco. Poi si tuffò alla sua destra, in mezzo ad un gruppo di signore anziane in gita turistica, per la settima volta quell’anno, all’ospedale.
...
Il ragazzo è ancora steso a terra, con un bernoccolo sempre più grosso a increspargli il cranio. È così che lo trovano gli agenti di ronda, di ritorno dalla pausa caffè. Ad aspettarli c’è anche il letto della sorvegliata, desolatamente vuoto, ad eccezione di un piccolo messaggio in codice. Come alla fine dei migliori film.
Il gruppo del Gelso ha colpito ancora.
…
- Da allora non ebbi più notizie di mia figlia.-
La donna appoggia la tazzina con il tea ancora fumante sul tavolino in legno. Poi, nell’attonito silenzio generale, si rivolge alla donna alla sua destra“ Di tuo figlio che mi dici, invece, Elsa: ha terminato i suoi studi?” Dietro il disagio palpabile del salotto, due enormi stivali neri spuntano da una poltrona in stile Liberty, appoggiati di mala grazia su un tavolino di legno chiaro. Sorride, il ragazzo, stringendo fra le mani quello che resta di due manette pelose di un colore troppo stravagante.
Ed un rametto di bacche di Gelso.
Di Alessandro Bastasi
Perchè la terra è rotonda? Sono varie le teorie e in questo racconto l'autore cerca di dare la sua personalissima versione
Iddio ebbe appetito. Prese la lista e ordinò aringhe con le rape, formaggio due o tre fette di pane casereccio e mezzolitro. Fu sazio e di buon umore. Chiese il conto e assieme gli portarono una grappa della casa. Uscì che non era proprio brillo ma quasi. Intorno a lui tutto il creato fremeva di contentezza per come si erano messe le cose quel giorno. Iddio si guardò intorno soddisfatto, ruttò con energia e si predispose al suo solito, gravoso lavoro. L'universo tacque in ascolto: si era agli albori del mondo, tutto era incerto e sospeso. Con passo lesto, Iddio tornò al suo laboratorio.
Certo che doveva smetterla, di bere. Quell'altra volta, se fosse stato più in sé, l'avrebbe di sicuro capito che così non poteva andare. Sorrise di autocomprensione. "Se qualche volta non ci si diverte un po', che cosa l'ho fatto a fare, il mondo?" Più di tutto, era il problema dell'acqua, che doveva risolvere, che al contorno se ne andava da tutte le parti, un po' tornando indietro e un po' cadendo giù, del resto lì era proprio dove s'era sentito male e aveva vomitato, era tornato a casa barcollando, lasciando il lavoro incompiuto. Ma adesso che riguardava il progetto, capiva che non andava bene comunque. Era l'asimmetria del risultato, che lo lasciava perplesso. Non ci potevano essere, nell'universo, un sopra e un sotto, essendo l'isotropia uno dei requisiti fondamentali. Era la forma, quindi, a essere sbagliata. Ma non riusciva a venirne a capo. Gli uomini, poi, come l'avrebbero presa? Non ci avrebbero mai creduto, chissà quali diavolerie avrebbero inventato pur di non crederci!
Fu Lisa a fargli venire l'idea, la lavorante dell'osteria. Era una giornata calda, solo le api ronzavano sulle acacie, tutto il resto dormiva, anche le canne del fiume si piegavano indolenti sotto la calura del pomeriggio. Iddio russava, stravaccato sulla poltrona sfondata che teneva fuori, nel giardino, in mezzo all'erba alta, ai ranuncoli selvatici, e a un coacervo di strani arnesi mezzo arrugginiti. Era l'effetto della grappa. E poi, bisogna dirlo, ormai era un po' in là con gli anni, non aveva certo il vigore di una volta. Non so perché, forse a causa di un incubo, ma a un tratto Iddio si svegliò di soprassalto, guardandosi attorno pieno di ansia. E vide Lisa.
Era completamente nuda, e stava scendendo lentamente nel fiume a rinfrescarsi. Bella da mozzare il fiato. Iddio rimase immobile, incantato, a rimirarla, con la bocca aperta e il respiro affannoso. Quello che lo colpì con forza fu soprattutto... il culo! Un culo grande, rotondo, morbidamente sodo, ammiccante, immobile nel moto ondeggiante di Lisa, in cui si inseriva con altero distacco. E improvvisamente Iddio capì. La forma pura, immota pur nel movimento, che tutto attrae a sé, attorno alla quale far ruotare l'esistenza delle sue creature. La forma tonda, finita ma illimitata, percorsa da geodetiche purissime, cerchi massimi che tutti si incontrano, escludendo ogni possibilità di isolamento parallelo. Luogo geometrico di piccole vite, equidistanti da un centro femminile vibrante di fuoco, cui tendano come ultimo fine ogni massa e ogni consapevolezza, che non consenta fuga alcuna ad alcun essere, buco nero per il quale l'uomo lavori e fatichi senza sosta. Così doveva essere la Terra. Non più piatta, con l'Oceano che deborda dai confini, e le navi degli impavidi a precipitare giù negli abissi, e il nero dell'universo a salire dai precipizi che stanno al contorno! Tonda, dev'essere, come un grande potente e illimitato culo, illuminato a tempi alterni da un sole finalmente pago di tanta meravigliosa vista.
Iddio si alzò dalla poltrona, più allegro che mai. Emise un poderoso sbadiglio, e si mise al lavoro.
Per viaggiare insieme ai nostri autori, con e attraverso i loro racconti.
Cominciamo da qui i miei raccontini extra-diario di viaggio…
Extra non perché non vi si raccontino aneddoti vari relativi, appunto, al mio recentissimo viaggio in terra irlandese ma perché, queste notizie e spunti sono stati “annotati” solo nella mia testa…
Dunque cominciamo…
Può una canzone far riemergere ricordi???
Sì, vero???
Infatti questa è una cosa di cui io sono da sempre un convintissimo assertore…
Fino ad ora però non mi era capitato di verificare questa mia certezza in maniera così perfetta…!!!
Stamattina stavo ascoltando, per la cronaca lo sto ancora facendo (!!!), un cd di musiche irlandesi e tra questi brani ce n’è uno che mi ha riportato alla mente un qualcosa che dormicchiava nei meandri del mio cervellino da ormai due settimane abbondanti…!!!
Il brano “incriminato” si intitola “The Rose of Tralee”, “La Rosa di Tralee” appunto…!!!
A parte i ricordi cinematografici che, almeno in parte, la melodia del brano in questione mi ha ricordato..
Avete presente il film “Mary Poppins”???
Quando i due bambini vanno in banca col padre???
La canzone che Mary Poppins canta loro la sera prima, quella dedicata, per così dire, alla Signora dei piccioni???
Ecco l’aria di “The Rose of Tralee” me l’ha ricordato…!!!
Ma tornando a quella che è la storia vera e propria e lasciando da parte risonanze cinofile varie il titolo della canzone mi ha riportato alla mente un concorso di bellezza e bravura che ogni anno ad agosto (per il periodo ho dovuto scartabellare con Google perché questo dato mi era scivolato via di mente!!!) si tiene in quel di Tralee, come d’altronde risulta intuibile dal nome “La Rosa di Tralee”…!!!
Si tratta di un concorso aperto a ragazze che eccellano non solo dal punto di vista estetico ma anche in doti artistiche, culturali e musicali…!!!
Insomma a Tralee ogni anno si cerca la ragazza perfetta…
Ed il fatto è che la si trova sempre…!!!
Condizione indispensabile per poter partecipare al concorso in questione è di avere origini irlandesi, o per meglio dire, di Tralee…!!!
Ma, si sa…!!!
Fatta la legge trovato l’inganno…!!!
E così è successo anche per quanto riguarda questo concorso per ragazze di chiare origini irlandesi…!!!
Come spesso capita da noi, e non solo, in campo sportivo, dove ogni tanto salta fuori qualche oriundo o qualche straniero che aveva il bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis prozio italiano e quindi può essere tesserato come italiano, vi ricordate Veron, il giocatore della Lazio con nonno, o bisnonno che fosse, di origini calabresi (???), anche a Tralee qualche anno fa, non chiedetemi quanti perché anche questo è un dettaglio che mi è sfuggito di mente (!!!), la “Rosa” è stata una ragazza italiana…!!!
Com’è stato possibile tutto ciò???
Semplice!!!
La nonna della “Rosa” dell’anno …. era di Tralee…!!!
I commenti della gente del posto???
Ve li potete immaginare!!!
A detta della nostra sapientissima guida Rosaria, che quando non fa da Cicerone ai gruppi di turisti italiani raccoglie e lavora alghe allo scopo di produrre prodotti (scusate il bisticcio di parole!!!) di bellezza, il commento è stato, pressappoco: “Lei ci ha rubato “La Rosa di Tralee” tu (cioè Rosaria) ci rubi le nostre alghe. Ma dove andremo a finire di questo passo…!!!”
Bene…!!!
Per quanto riguarda questo primo extra siamo alla fine…!!!
Grazie a tutti e tutte per l’attenzione ed arrivederci alla prossima!!!
Con simpatia!!!
di Scarlett
Tutte le esperienze passano dai nostri sensi, dalla vista, dall’udito, dal tatto, dall’olfatto; arrivano al cervello che ne elabora gli input, restituendoci informazioni.
L’emozione di quello che ci accade si materializza dopo questo rapido processo chimico, quando le sensazioni arrivano al nostro cuore e ci consentono di percepire sfumature, profumi, vibrazioni, sostanza di ciò che abbiamo incontrato. In questa fase viviamo come inebriati, rapiti da quello che proviamo, ma non ancora consapevoli del suo reale significato.
Solo alla distanza sentiamo veramente la consistenza, la misura di ciò che ci è accaduto, nel tempo, quando a sangue freddo collochiamo ogni evento nella prospettiva del reale, lasciando alzare la nebbia del sogno, che pervade tutto con un’aura di fascino e mistero.
E’ a quel punto che ciò che abbiamo provato ci arriva nello stomaco e diviene parte di noi. Solo allora quel vissuto acquista forza, si nutre di ricordi e consapevolezza, cresce come materia viva e concreta, libera da fantasie e dalle bugie dell’aspettativa, e rinasce nel nostro vissuto quotidiano come un parto della nostra esperienza.
L’incontro con Buenos Aires è un parto difficile, complicato, che dà dolori e gioie, speranze disattese e doni sorprendenti.
La sorpresa più grande è data dall’incontro con le persone che fanno la straordinarietà di questo luogo. Un lugar de l’alma. Non semplicemente un posto da visitare, una città da girare, locali da vivere. Buenos Aires è un’anima da percepire, un sogno da cui svegliarsi con lo schiaffo di una realtà così traboccante di passioni e ragioni umane da spaventare chiunque voglia guardare oltre il mito, creato a beneficio del turista.
Un crocevia di culture, di colori, di suoni che parlano al cuore con lingue diverse, e che diversamente lo colpiscono.
Il tango è soltanto una di queste lingue, una delle più antiche, ma anche una delle più svendute.
Può l’anima di un popolo, raccontata in musica, mantenere la sua connotazione più vera, quando diviene merce in vendita? Sarebbe facile rispondere di no. Ma quello che si avverte, attraversando la Babele del mondo tanghero porteño, al di là delle tante macchinazioni turistiche, è il canto di un’emozione potente che proviene dal senso di appartenenza ad una stirpe di emigranti, di indios, di parenti di desaparecidos, di sopravvissuti, ieri come oggi, all’indomani della crisi economica di cui tutti abbiamo sentito parlare; è il racconto di un’emozione fiera e malinconica, impregnata di nostalgia e quanto mai lontana dall’olvido. Ci arriva chiaramente la forza di un popolo che combatte e si rialza dopo ogni caduta, che resiste e tramanda la sua storia dai molti colori, ma dal cuore unico; la sua passionalità innata e ancora grezza, che si esterna con l’impeto di un maroso, difficile da trattenere con gli argini artificiali del contegno; il sentimento nazionale che pervade ogni cosa e che sceglie la musica come sua espressione d’elezione, in patria e all’estero.
Tango, Chacarera, Zamba, Gato... Ognuna con una sua diversa anima, ognuna ferma nella tradizione, ma allo stesso tempo in continua evoluzione, per cantarci un modo di sentire la vita che non si è fermato agli anni ’30, ma che muta e si racconta attraverso suoni antichi e moderni. Vecchio e nuovo coesistono, avanzano parallelamente, si intrecciano e si allontanano: sono materia viva a Buenos Aires. Forse è per questo motivo che la sensazione più forte che ci dà il vivere questa città, ricca di contraddizioni, è quella di trovarsi in una dimensione fuori dal tempo, sospesi in uno spazio dai confini allargati, allungati verso l’Europa e l’America.
E in questo luogo che accoglie e dilata, il tempo non segue una dimensione lineare, ma diviene circolare, come un abbraccio tra passato e presente, come l’abbraccio di un uomo e una donna sulle note di un tango.
Quella che vi sto per raccontare è, forse, la prima “storia di tradizioni irlandesi” che ci è stata raccontata dalla nostra guida il giorno, o meglio la sera, del nostro arrivo in Irlanda.
Ci stavamo recando al nostro primo albergo quando, parlando di Dublino e dell’Irlanda, la bravissima Rosaria, la nostra sapiente ed impareggiabile guida, ci ha parlato di quella che era un’usanza irlandese.
Lo spunto, se non ricordo male, venne da un gruppetto di ragazze che circolavano per le strade di Dublino, tutte agghindate a festa!!!
“Quelle sono le “galline”!!!”, ci disse Rosaria che poi precisò, “Sono le ragazze che stasera parteciperanno all’addio al nubilato di una loro amica!!!”
Infatti, come ebbe modo di raccontarci Rosaria, il venerdì sera è il giorno in cui, in Irlanda, si celebrano gli addii al nubilato ed al celibato!!!
Orde di giovani donne e uomini affollano le vie di Dublino, come quelle di qualunque altra città, cittadina ,o paese d’Irlanda, per poi andare a festeggiare, e ad ubriacarsi in un pub o, molto spesso, in più d’un pub.
Una particolarità che - non essendo pratico di addii al celibato non posso garantire su quanto sto per scrivere - credo essere comune anche ai futuri sposi italiani, è che “galline” e “stambecchi”, così si chiamano i maschietti che festeggiano l’addio al celibato, festeggiano, rigorosamente, in locali distinti…
A volte, addirittura, ove possibile, anche in zone distinte e distanti della città…!!!
Devo ammettere che al sentire l’appellativo riservato ai festeggianti maschi, “stambecchi” appunto, un sorrisetto maligno ha cominciato ad apparirmi a fior di labbra…!!!
‘Cominciano proprio bene qui in Irlanda!!!’, mi sono detto, ‘Se sono già “stambecchi” prima di sposarsi chissà dopo…!!!’
A questa storia di costume ha fatto seguito l’invito di Rosaria ad immergerci, dopo la cena, nell’atmosfera del venerdì sera di Dublino.
Purtroppo però la fatica della giornata e la levataccia ad ora ampiamente antelucane, almeno per me, ha avuto la meglio sulla curiosità!!!
Eccoci giunti al terzo extra relativo al mio viaggio in Irlanda…!!!
E, per intitolare e battezzare il gruppetto di “protestanti” che saranno protagonisti di questa nuova storiella ho rubato il nome ad un graziosissimo sito Internet che parla di “Italians in Ireland”.
Niente paura, non voglio parlarvi di un fatto di cronaca, da noi verrebbe e viene considerata cronaca nera ma in Irlanda per anni ed anni è stata solo “LA cronaca” purtroppo…!!!
Il gruppo di ribelli irlandiani di cui vi vado a parlare è un gruppo di ribelli pacifici…!!!
Ultimo giorno di viaggio in Irlanda…
La mattina, da programma, doveva essere libera per le ultime spesucce e gli ultimi attimi di vita alla James Joyce, ovvero da “Dublinesi” puro sangue…!!!
Ma, c’è un ma…
Ed anche un però…!!! ^______________________^
Visto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il proverbiale mare, qualcuno, all’ultimo momento ha lanciato la proposta di un giro in pulman per una parte del tempo rimanente…
Si trattava di persone cui, per un motivo o per l’altro, quattro ore in giro a piedi facevano venire gli incubi anche in piena mattina…!!!
Subito c’è stata una “sollevazione popolare” da parte di coloro che, contando proprio sulla mattinata in libertà, un po’ in stile “Baby Birba” irlandese, aveva progettato tutti i giri che avrebbe voluto, e dovuto, fare…!!!
Giri che, seguendo il nuovo programma, sarebbero stati impossibili da fare nella rimanenza di tempo di, sì e nò, un paio di orette…!!!
Quindi tra i nostri “ribelli” c’è stato un conciliabolo, più d’uno a dire il vero, e tira e molla, tira e molla, si è deciso di partire per i nostri (eh sì, potevo io non far parte dei “rivoltosi”???) giri lasciando il resto della compagnia al suo giro in pulman…!!!
Lasciati scendere nei pressi del Trinity College, dove ci si è accordati di ritrovarci per le tredici e un quarto, tredici e trenta massimo, ora fissata per la partenza alla volta dell’aeroporto, prima tappa del rientro, siamo partiti per i nostri ultimi giri della splendida Dublino (se mai dovessi mancare da casa provate a cercarmi lì e, al novantanovevirgolanovantanoveperiodicopercento mi ci trovate!!!)!!!
Se non dovessi essere lì altre possibili mete della mia fuitina potrebbero essere: Londra, Edinburgo, Vienna, Barcellona o Madrid…!!!
Digressioni fuggitive e fuggevoli a parte, una delle nostre mete, la prima è stato il Museo di Storia Naturale...
Il Museo però andava trovato…!!!
Ci era stato detto dalla guida, non Rosaria che era dovuta andarsene a causa del Vento dell’Ovest che le aveva scoperchiato il tetto della casa, ma la sua sostituita di giornata, Antonella, che era “in zona”; “in zona” dove però non era dato saperlo…!!!
Quindi eccoci lì a chiedere a destra e a manca…
Compito che, grazie al mio inglese masticato, o ciancicato come è forse più corretto dire (!!!), è spettato a me…!!!
Solo che provate voi ad intavolare un abbozzo di conversazione quando i vostri compagni di viaggio corrono manco avessero le schiere infernali alle calcagna muniti di forconi e lanciafiamme!!! ^_______________________________^
Comunque sia, dopo che la fretta degli altri ribelli dublinesi mi ha fatto saltare un abboccamento con una graziosa indigena, cosa che più di tutte mi è spiaciuta, alla fine siamo giunti a destinazione…!!!
E, sapete una cosa???
Era davvero “in zona”…!!!
Infatti ci siamo fatti il giro di una decina di isolati in tondo per scoprire, alla fine della fiera, che il tanto ricercato Museo, si trovava, al massimo, a cinquecento metri dal nostro punto di partenza…!!!
E ad un centinaio, forse meno, dal primo incrocio attraversato…!!!
Ah…!!!
La fretta!!!
Che pessima consigliera!!!
Abbiamo, in quell’oretta, messo in pratica, quanto Guareschi fa affermare a Peppone ne “Il compagno Don Camillo” riguardo le chiese in Russia: “Libertà di culto, con l’obbligo di fare un po’ di sport”…!!!
Ecco…!!!
Per noi si è trattato di “Libertà di acculturarci, con l’obbligo di fare un po’ di sport”…!!!
Il giro è poi continuato in senso più spendaccionifero in giro per acquisti…!!!
Ma, insomma…!!!
Si era pur sempre a Dublino a fare queste spese e quindi, tra un negozio e l’altro, c’è stata la possibilità di gustarsi alcuni meravigliosi scorci della Capitale irlandese; il che, per rubare un’altra espressione al Grandissimo Giovannino Guareschi, è stato “bello e istruttivo”…!!! ^____________^
di Massimo Tessitori
Puoi volare, raggiungere il cielo
è il sorgere della gloria del mattino
gridalo, urlalo, gridalo di nuovo: stiamo tornando in vita
da "Rise of the morning glory" degli Edguy
I cumuli-nembi all’orizzonte sembrano il confine tra due mondi diversi. La loro sommità, illuminata da un sole nitido, somiglia a una catena di montagne innevate, altissime ma come morbide.
La faccia inferiore, invece, piatta e scura, proietta un’ombra che sembra ingoiare il mondo fondendolo in toni di grigio; sembra quasi il limite oltre il quale il cielo terso e il terreno dai vivaci colori autunnali cessano di esistere.
Lui osserva la elegante sagoma da anatra di Lei, il collo proteso in avanti, le ali forti che divorano distanze immense. Non vede segni di esitazione quando lo stormo inizia a salire di quota, passando tra le valli di quel paesaggio morbido e candido su cui sembra quasi di poter appoggiare le zampe palmate.
Questo non è il primo temporale che incontrano migrando. La prima volta fu un anno prima. L’immagine che si offre ai suoi occhi è quasi uguale, ma le sensazioni che ispira oggi non sono più le stesse di allora.
Volando, un’anatra ha molto tempo per rivivere il passato.
Ricorda la sua nidiata. Le sue tre sorelle dalle delicate e femminee striature marroni, la bella testa dai cangianti riflessi verdi di suo padre, e sua madre, affascinante e tenera.
Quel giorno, galleggiando pigramente sul loro stagno natio, guardavano i grandi stormi che solcavano il cielo tutti nella stessa direzione, verso il sole di mezzogiorni sempre più malati. Migliaia di richiami risuonavano lontani, mentre nuove anatre lasciavano il suolo aggiungendosi a quel rito collettivo.
Lui capiva vagamente che qualcosa stava cambiando nell’aria, nel sole, nella vegetazione, in loro stessi. Ma cosa?
Ricorda uno scambio di sguardi tra mamma e papà, poi verso di loro, poi ancora verso uno stormo che stava per sorvolarli.
Un lampo di decisione attraversò i loro occhi. Chiamando la loro nidiata a gran voce, i genitori decollarono, prendendo la rincorsa sulla superficie dello stagno e innalzandosi con grandi colpi d’ala.
Papà! Mamma!
Anche i quattro anatroccoli decollarono, faticando a star loro dietro. Li seguirono mentre manovravano per aggregarsi ad uno dei bracci a V dello stormo.
Quando fu il suo turno di prendere posizione, Lui si accorse subito che, in formazione, battere le ali gli costava meno fatica.
Con la coda dell’occhio, vedeva lo stagno della sua infanzia farsi sempre più piccolo, mentre l’orizzonte, sempre più ampio, sempre più circolare, gli lasciava intuire un mondo di una vastità che non aveva mai sospettato.
Il primo giorno di quell’avventura il cielo in quota era terso, con un piacevole contrasto di caldo e di freddo.
Di tanto in tanto, un’anatra lasciava la posizione di testa dello stormo e scivolava volando sotto di loro, verso la sua destra, finché lui vide con sorpresa che anche suo padre lo faceva.
Restò indeciso, ma sentì il richiamo di sua madre. Ora era lei in testa allo stormo. Vi rimase per un po’, poi anche lei si portò in coda alla formazione.
La sorella alla sua sinistra si ritrovò, imbarazzata, a guidare il volo; dopo pochi secondi, scivolò seguendo il movimento dei suoi genitori.
Ora toccava a lui. Cosa doveva fare? Lasciò la sua posizione quasi subito, seguito ad ala dalle altre due sorelle, e tornarono ad accodarsi come all’inizio di quel viaggio.
Volarono senza interruzioni, sopra monti e pianure che ricorda ancora in ogni dettaglio.
Vide il sole spostarsi lentamente verso ponente e, con sua preoccupazione, sparire all’orizzonte senza che lo stormo accennasse a scendere per riposarsi.
Una sorella in volo alla sua destra gridò un richiamo supplichevole, restando un po’ indietro e scendendo di quota. Anche lui lasciò la formazione, chiamando i suoi genitori verso il suolo.
Loro li richiamarono a gran voce. Tutto lo stormo li richiamò, senza accennare a deviare. Nessun altro intendeva scendere. Così loro due rientrarono in formazione, riscoprendo amaramente quanto più faticoso fosse volare lontano dai benefici vortici dei battiti d’ala di un compagno di volo.
A mano a mano che l’oscurità calava vide, al suolo, puntini di luci bianche ed aranciate disporsi in macchie e in file come le gocce di rugiada mattutina su una ragnatela. Altri lontanissimi puntini bianchi o rossi scorrevano su percorsi fissi e ramificati ben visibili.
Il chiarore della luna illuminava il cielo terso; dov’era scomparso il sole, lontani cumuli di nuvole sembravano delle increspature argentee sull’orizzonte.
Il riflesso evidenziava dapprima le lontanissime e minuscole onde di una enorme distesa d’acqua; al di là, una cornice di terraferma si andava assottigliando in distanza fino a svanire.
Poi, col passare delle ore, toccò a tanti specchi d’acqua, minuscoli e sparsi davanti a loro, rivelarsi con un luccichio sotto la luna.
Prima di allora non aveva mai dedicato attenzione al cielo notturno. Certo, aveva visto le stelle, puntini immobili di luce, prima di reclinare la testa sotto l’ala per dormire. Quella notte invece tutte le stelle acquisivano un nuovo significato, e cominciò a intuire che la loro immobilità, la loro casualità erano solo apparenti. Le osservò, pian piano, sorgere all’orizzonte alla sua sinistra, alzarsi e compiere un lentissimo arco fino all’orizzonte alla sua destra.
Anche nella notte lontane file di uccelli volavano davanti a loro, accanto a loro, tutti nella stessa direzione, palpitanti nella luce lunare al ritmo ben familiare del battito d’ali.
Lui non capiva questo rituale collettivo. Stavano fuggendo da qualcosa? Dal freddo? Dal cambiamento? Che freddo può mordere più di quello in cui stavano volando quella notte? Che cambiamento può essere più grande del lasciare lo stagno in cui avevano sempre vissuto?
Al mattino, quando il sole schiarì nuovamente l’orizzonte a sinistra in delicate tonalità rosa-arancio, lui sapeva quanto può essere lunga una notte. Eppure lo stormo continuava a volare nella stessa direzione.
Le ore passavano. Il sole li guardava sempre più distante, nonostante gli stessero volando incontro.
Una delle sorelle diede una voce e lui le fece eco, assieme a tutta la nidiata. Mamma, papà, cos’è questa follia? Un giorno e una notte di volo senza interruzioni… perché?
Il richiamo deciso dei genitori mise fine alla loro rimostranza: si volava ancora, dritti, fino a… fino a dove?
Ore sempre nuove scorrevano sempre uguali. Territori sempre nuovi scorrevano sotto di loro, con le loro montagne, i loro prati, i loro boschi. Reti di immobili fiumi grigi, solcati da flussi di puntini molto più piccoli di formiche, si stendevano come disordinate ragnatele sul terreno.
E forse niente di quello spettacolo era casuale, ma loro potevano solo guardare e imprimersi quegli scenari mutevoli nella memoria.
Pian piano, di fronte a loro si profilò un fronte nuvoloso, stagliato contro quell’orizzonte che non era mai stato così lontano.
Con il passare delle ore le nuvole, da sottili increspature all’orizzonte, si stavano lentamente trasformando in un tappeto di catene montuose bianchissime. Al disotto, invece, sembravano ingoiare cielo e terra in un’ombra grigio scuro che mangiava i colori e le immagini.
Si stavano avvicinando sempre di più a quella visione inquietante. Vide stormi lontani, davanti a lui, entrare in quell’ombra e smettere di vibrare al sole per fondersi in essa.
Altri stormi stavano salendo di quota. Ma come riuscire a scalare quelle immense montagne bianche che sempre più incombevano sopra di loro?
Si accorse che anche il loro capo formazione stava prendendo quota. Con una serie di quack di protesta, lo stormo si divise in due; vide una decina di anatre adulte aumentare il ritmo dei loro colpi d’ala e lentamente rimpicciolirsi, stagliate contro il cielo soprastante ancora azzurro.
Poco dopo le montagne di nubi, viste dal basso, mostravano sempre più il loro lato grigio.
Il momento in cui il sole scomparve, celato, fu l’inizio della paura.
Mamma, papà! Cosa può essere più spaventoso di questa bocca grigia e fredda dove le immagini sfumano a pochi chilometri di distanza? E’ questa la nostra meta, o è il becco di un’enorme creatura che ci divorerà come noi divoriamo girini e insetti?
Dopo l’ombra, il vento. Folate forti e improvvise facevano oscillare la formazione come ondate di pazzia.
Lui si sforzava ogni volta per riprendere la posizione accanto a sua sorella.
Davanti a loro, un fulmine molto vicino attraversò il cielo da parte a parte, e per un istante il frastuono coprì ogni pensiero, ogni richiamo.
Dopo il vento, la pioggia. Pioggia da tutte le parti, anche dal basso, veniva portata loro dalle raffiche sempre più violente.
Si chiamarono. Vide suo padre, alla testa, che virava a sinistra abbassandosi di quota.
Una folata spezzò la formazione, ma per fortuna, dopo un attimo di panico in cui turbinarono i richiami, Lui riprese il contatto visivo con i genitori.
La campagna era tutto un acquitrino rotto e increspato dal vento, che rifletteva i lampi con mille brillii caotici.
Presero terra in un pantano solcato da fossetti paralleli. Si chiamarono. Si contarono. Mancava una sorella, l’ultima della fila.
Gridarono, cercando di sovrastare il vento e lo scroscio con le loro voci da papere, e furono premiati da una risposta. Continuarono a chiamare, e dopo un po’ videro la figura di un’anatroccola arrancare verso di loro sul campo arato. La famiglia era di nuovo al completo.
Non c’era tempo per festeggiare. Poco in là c’era una tettoia che scricchiolava lamentandosi degli schiaffi del fortunale. Sotto si vedeva una grande sagoma immobile, come un enorme animale arancione in attesa silenziosa.
Suo padre si avvicinò, coraggioso. Gli anatroccoli lo seguirono esitanti, ma quando furono vicini anche loro capirono che i due occhi vitrei, la bocca nera e piatta, gli artigli immobili e lucenti non appartenevano a qualcosa di vivo.
Seguirono il padre sotto quella cosa, sotto le sue ossa fredde e scure, sorrette da grandi ruote immobili. La sua ombra aliena le nascose un po’ agli spaventosi bagliori del cielo. Da quel riparo Lui osservò fuori, senza più dire un quack, quel giorno che non sembrava più un giorno.
Aveva freddo, aveva fame. Tutti loro avevano freddo e fame. Le loro piume arruffate li proteggevano un po’ dal vento feroce che ululava come un predatore.
Papà, per primo, nascose completamente la testa sotto un’ala, poi tirò su una zampa, restando piantato sull’altra. Così fece capire alla nidiata che era finalmente arrivato il momento di dormire, anche se era ancora giorno, anche se a pancia vuota.
La notte passò in un sonno dapprima agitato, poi profondo e ristoratore.
Lui ripercorse in sogno tutto il viaggio all’indietro, fino allo stagno rassicurante che lo aveva visto nascere, nuotare e poi spiccare i primi voli.
Quando i richiami lo svegliarono, Lui alzò la testa e aprì gli occhi su un’alba dorata, tersa e gelida. La prima briciola di sole arancione apparve all’orizzonte, crescendo di istante in istante.
La luce si sparse sul terreno, facendo baluginare le mille pozzanghere nei campi e nei prati.
Tutte le anatre tornarono a cantare il loro saluto al giorno, al sole, al proprio stormo. Da poco lontano altri canti risposero.
Si sgranchirono i colli anchilosati facendoli oscillare prima di lato, poi in avanti e indietro.
Quindi si avventurarono fuori dal riparo di quella finzione di animale che dai suoi occhi di vetro grondava gocce come cristalli, come lacrime versate per non essere mai stato vivo.
Tornarono ad allargare e sbattere le ali, rattrappite dal sonno, e a intonare il loro canto all’alba.
Altri canti echeggiavano in distanza, mentre si vedeva qualche fila di puntini marroni lasciare il suolo senza smettere di chiamarsi.
Suo padre spiegò le ali maestose, poi decollò continuando a chiamarli, e in un attimo furono tutti con lui, riprendendo quota verso quel cielo nuovamente amico.
di Lorenzo Perego
Ricordo l'atmosfera nebbiosa e silenziosa della dogana di Fernetti. ricordo Gorizia, e i miei passi in piazza transalpina, dove il muro era già stato abbattuto, ma dove i passanti mi dicevano: "attento, puoi arrivare solo fino all'entrata della stazione, dentro ti chiedono i documenti". sembrava tutto così surreale, vedere di qua l'italia col suo stile, i suoi cartelli, le sue strade; di là la slovenia già diversa, una lingua nuova che parlava della stessa città, Nova Gorica. in alcuni passanti si sentiva la freddezza, l'insofferenza. "apriranno la frontiera, sì. tutti di qui, cani e porci." altri invece stavano lì e guardavano i binari di Nova Gorica, un signore coi capelli ormai ingrigiti fissava la stazione coi suoi occhi grondanti lacrime di storia...e mi diceva di quando giocava vicino ai soldati col mitra carico, sospirava come anelasse a ricongiungersi con quella jugoslavia che è ancora italia, quella slovenia che si riprende la storia, quell'italia con un'altra favella, quella terra che una volta era tutta austria. sospirava come anelasse e non osasse.
la targa al centro della piazza parla di unione, di unire qualcosa che non si separò per sua volontà, ma che dovette subire il volere di altri. non so ieri in quella piazza quante mani si saranno strette, quanti corpi abbracciati a cavallo del confine. parola che si dissolve, confine...parola che quando la varchi, è già passata e andata. tra molti anni forse neanche i dizionari la accoglieranno, come già l'hanno respinta gli abitanti di Europa, terra ben irrigata sotto la tonda luna, dea che ci abbracciava tutti, prima che noi suoi figli costruissimo muri sul suo corpo di donna.
già eri nata, Europa, sotto la violenza del re degli dei. i tuoi figli hanno restituito alla storia la violenza del loro alto padre.
ma oggi forse noi germogli di nuova prole, siamo finalmente capaci di esser sazi di guerre e lutti, e di ballare la notte sotto la costellazione del padre da cui discendiamo.
di Riccardo Mainetti
Barcellona, la canicola e commoventi guardie notturne
Stavolta il nostro Giro del Mondo in non si sa quante storie ci porta in Spagna...
L'anno scorso infatti la mia vena di Giramondo e, soprattutto c'è da dire ad onor del vero, la mia combriccola di Allegri Gitanti, mi ha portato a fare un viaggio che ha toccato alcune delle più belle ed affascinanti città spagnole...!!!
Si è andati dal sud della Spagna, Granada e Siviglia ad esempio, in cui "regnava" un caldo stupendo, visto dal mio punto di vista (!!!), degno del Deserto del Sahara, con temperature diurne ampiamente sopra i 40 °C, tanto che in alcuni negozietti erano in vendita magliette sulle quali campeggiava la famosissima formula di Albert Einstein E = mc^2, dove il cosiddetto "accento cappellino" sta ad indicare l'elevamento a potenza (il programma che uso è fantastico per scrivere i racconti e pubblicarli "in presa diretta sul blog ma non ho trovato il modo di posizionare i caratteri all'apice!!!)...
Scusate riparto da capo perchè altrimenti mi perdo...
Niente paura non comincio la storia intera solo il "pensierino" delle magliette...
Dunque...
Su queste magliette la formula di Einstein era "tradotta" in Espana = mucho calor^2...!!! ^_______________________________________^
Lasciato il sud della Spagna ci siamo spostati in zone a clima più mite, clima che venendo da quelle zone "desertiche" pareva essere freddo...!!!
L'ultima tappa di questo nostro viaggio, che ci ha portati a visitare ad esempio, Toledo, Madrid e Saragozza, è stata nella splendida Barcellona...!!!
Qui tra giri guidati della città con visite ai principali monumenti di Gaudì e dei luoghi più caratteristici e passeggiate in libertà abbiamo trascorso due giorni fantastici...!!!
L'ultima sera, dopocena, a me e ad un gruppo di compagni di viaggio, è venuta l'idea di farci un ultimo giretto nei pressi dell'albergo...!!!
Albergo che era posto nelle immediate vicinanze di due delle "Case di Gaudì": la Casa Batlò e la Casa Milà ed a pochi minuti dalla famosa Rambla e quindi in una delle zone, non solo più centrali ma anche più belle della splendida città catalana...!!!
Città che, come ho già avuto modo di dirvi in una precedente storia, è una delle città in cui, se mai dovessi sparire, potrete provare a cercarmi o immaginarmi...!!!
Bene...!!!
Quella sera mentre si stava rientrando dal nostro giro digestivo, nei pressi della Casa Batlò, abbiamo assistito ad una scena straordinaria nella sua semplicità...
Una senzatetto che, comparsa praticamente dal nulla, si è andata a sistemare sopra ad una panchina ed ha cominciato a prepararsi il giaciglio per la notte con alcuni cartoni.
Dalla sua "postazione" l’ho immaginata come una specie di "Guardiana della notte barcellonese" la quale, quando tutti gli altri dormono ritirati nelle proprie case vigila con la propria presenza in modo che la notte possa essere tranquilla.
E come lei anche altri suoi "colleghi di strada", ognuno dalla propria "postazione".
La notte perchè poi di primo mattino, come mi è stato detto da qualche "avventuriero" del nostro gruppo, prima del sorgere del sole, lascia il proprio "posto di guardia" scomparendo tra la folla che comincia a gremire le strade di Barcellona; pronta a ritornare la sera per riprendere il proprio posto di vedetta...!!!
Riccardo Il Giramondo
di Riccardo Mainetti
Barcellona e le sue meraviglie, raccontate da Riccardo il Giramondo
Eccoci di nuovo a spasso per Barcellona...
Stavolta "a caccia di curiosità"...!!!
Uno degli obbiettivi degli scatti miei e dei miei Allegri Compagni di viaggio è stato, tanto nelle visite con guida che nelle "Scorrerie in libertà" la famosissima Casà Milà...!!!
Questa è una delle costruzioni del Geniale Architetto Antoni Gaudì sparse per tutta Barcellona...!!! ^____________________^
Legata a questa casa c'è una curiosa e gustosa storiella che, se volete, vi racconto...!!!
Che dite???
Volete???
Benissimo!!!
Allora cominciamo...
Dovete sapere che in Spagna, oltre alla guida che ci ha seguito e ha atteso tutti i nostri bisogni, il protocollo
prevede che ci sia, città per città, un’ulteriore guida locale incaricata di illustrarci le meraviglie locali...!!! ^___________________^
Insomma vige il detto: "Città che vai, guida locale che trovi"...!!! ^_________________________________^
Dunque...
Non disperdiamoci in centomila miliardi di rivoli e rivoletti e torniamo a parlare della Casa Milà e delle sue curiosità (ed ecco qua una bella rima!!!)!!!
Allora...
La Casa Milà fu progettata e realizzata da Gaudì su "richiesta" di Pere Milà.
All'inizio era stata concepita come un monumento alla Vergine poi, visto e considerato il periodo storico, si decise di abbandonare il progetto e così la Casa Milà diventò un palazzo d'appartamenti.
Un giorno però Pere Milà morì e gli sopravvisse la moglie che non era pro Gaudì come lo era stato il marito...
Anzi...!!!
La signora cominciò uno scontro quasi all'arma bianca con l'architetto per via delle decorazioni che lei non riteneva sufficientemente belle e degne di tale costruzione...!!!
De gustibus con quel che segue come dicevano i latini...!!!
Ma non ci furono solo queste diatribe circa le decorazioni...!!!
Nooooooooooo...!!!
Tempo dopo la signora lasciò l'appartamento che Gaudì aveva riservato a lei ed al marito...!!!
Un appartamentino di "soli" 1200 metri quadri che occupava l'intero primo piano...!!!
E sapete perchè la signora lasciò il suo "monolocalino"???
Forza...!!!
Indovinate un po'!!!
Cedete???
Allora ve lo dico io...!!!
La signora, all'atto di lasciare il proprio "buchetto", disse che se ne andava perchè in quell'appartamento non riusciva a fare entrare il suo pianoforte...!!!
Evidentemente si doveva trattare di un mastodontico pianoforte "a codona lunga lunga lunga"!!!
di Riccardo Mainetti
di nuovo la Spagna con gli occhi e la scrittura di Riccardo il Giramondo
No, niente fidanzate in stile Rita Hayworth...!!!
La Rossa del titolo è uno dei più bei palazzi spagnoli...
La Alhambra...!!!
Perchè allora ho titolato questa storia spagnola "La Rossa", vi starete chiedendo...?!?!?!
No, nessun ammattimento da parte mia...!!!
Non più di quanto già non sia comunque...!!!
Il motivo è presto detto...
Ho titolato questa storia "La Rossa" perchè così si chiama, nell'italica lingua, questo fantastico palazzo...!!!
Si tratta di una costruzione di stile moresco, come ci ha diffusamente spiegato la nostra strepitosa guida locale, come ricorderete in Spagna era d'obbligo che la "Guida Generale" del gruppo fosse affiancata, città per città, da una Guida Specifica Locale, Manolo.
Quindi, in una mattinata radiosa eccoci tuffati nelle Mille ed una Meraviglia di questa antica fortezza...!!! ^____________________^
Qui, tra un panorama e l'altro , e tra un'immersione nel verde più brillante ed un'altra negli splendidi cortili e patii abbiamo trascorso una fantastica mattinata di fotografia, cultura e storia antica granadese (si dirà così? Boh!!!)!!!
Tra le curiosità che Manolo ci ha rivelato circa l'Alhambra, così chiamata perchè realizzata con un tipo di pietra che, al tramonto, conferisce alla costruzione una tonalità rossa, ce ne sono un paio relative all'arredamento d'interno dell'Alhambra...
I pavimenti innanzitutto realizzati in terra cotta e lasciati spogli per mantenersi freschi, caratteristica questa molto apprezzata specie in luoghi CALDI (!!!) com'è Granada...!!! ^___________________________________________^
Poi le piastrellature delle pareti poste ad altezza stinco in modo da poter essere utili alle persone, soprattutto uomini visto che le donne avevano il loro luogo di ritrovo, per così dire, che si sedevano nella stanza e che appoggiandovi la schiena potevano godersi un ulteriore refrigerio...!!!
Poi, altra curiosità rivelataci dal sapientissimo Manolo è quella che riguarda i colonnati dei cortili ...
"Come mai alcune colonne sono singole, alcune doppie ed alcune altre triple?", ha chiesto uno dei miei Compagni di Viaggio.
"Il motivo di questo fatto", ha risposto Manolo, "è legato al fatto che gli architetti arabi, nelle proprie costruzioni si ispiravano al mondo naturale. E quindi, visto che in natura le palme non crescono tutte ad una ad una ecco che gli architetti arabi incaricati di progettare e realizzare l'Alhambra hanno deciso di ispirarsi proprio a questa particolarità nella realizzazione di questi colonnati!!!"
Un'ultima "chicca"...
Mentre ci trovavamo in una sala e stavamo ammirando i motivi decorativi di certe piastrelle che correvano per l'intero perimetro della sala, motivi perfettamente identici una piastrella con l'altra, ed alcuni di nuovi si stupivano di questa assoluta precisione e si dicevano: "Eh!!! Certo che gli architetti arabi che hanno realizzato questo posto...!!!", Manolo se n'è uscito con una rivelazione sorprendente: "Ho sentito che alcuni di voi parlavano delle piastrelle che decorano questa sala, ammirandone la maestria della realizzazione e chiedendosi i tempi di realizzazione di tale lavoro. Bene! Dovete sapere che ai tempi in cui venne realizzata l'Alhambra gli arabi erano impegnati in varie guerre e battaglie e quindi il tempo da dedicare ad altre faccende scarseggiava; quindi gli architetti cos'hanno fatto? Hanno realizzato la prima delle piastrelle di questa stanza, poi ne hanno fatto un calco e con quel calco hanno proceduto a decorare il resto della stanza, riuscendo ad ultimare l'opera molto velocemente!!!"
Praticamente hanno dato vita al primo copia-incolla della storia!!!
E poi c'è qualcuno che afferma che "Certe cose (specie quelle rese famose dall'avvento dell'informatica) una volta non c'erano!!!"
Scommettiamo??? ^__________________________________________________________^
Il piazzale era spartano, rustico, lastricato alla buona con lastroni di cemento. Quattro file di alberelli verdi lo coloravano, ed erano preludio alla vista della statua del fondatore, che svettava bronzeo abbracciato a due dei suoi piccoli orfani.
Il sole cocente stancava la vista e la mente, l’umidità rendeva insopportabile e appiccicaticcio ogni minimo movimento. Neanche un filo d’ombra per ripararsi. Intanto osservavo il ragazzo ciondolante, e il quarantenne arzillo e giovanile, che parlava in dialetto al cellulare.
Altri personaggi spuntavano, parlando lingue italiane dalle sfumature che non riuscivo ad afferrare. E sopra a tutto ancora il caldo soffocante , e i ragazzi coi loro odori di deodorante e sigarette.
Scendevamo verso il mare e l’estasi mi colse al vedere una pianta di limoni, in un giardino.
La fotografai subito e mi venne da pensare, a come davvero Eugenio Montale potesse restare d’incanto, e comporre la sua famosa poesia, davanti a questa pianta.
Il tronco forte e robusto, anche se snello, con rami sottili a sorreggere verdissime foglie. E questi frutti dorati, luminosi, che al caldo cocente mi mettevano addosso la voglia di coglierli, e spremerli: pensavo all’acqua fresca, al sapore acidulo della Liguria che scendeva a dissetare.
Ah Liguria, Liguria. Abbracciata alla collina, verde di olivi, scalata da viti e greggi di pecore. Abbracciata alla collina, quasi a fuggire dal mare, così scuro nei giorni di nuvole.
E la spiaggia, viva, piena, quasi fastidiosa.
Il mare calmo, freddo all’inizio poi tiepido.
Nuoto per liberare i pensieri, per far sentire bene il mio corpo. E dal largo la guardo, Liguria rintanata in collina.
Il sapore del sale in bocca, sulle labbra, gratta la pelle: un gusto odiato, ma tuttavia cercato, quando in città pensi di voler andare via, da angusti uffici e soffocanti fabbriche.
E finalmente le ragazze. Belle. Distese sulla sabbia. Belle. Colorate dal sole. Belle.
Senti la brezza fredda che viene dal mare, il vento inarrestabile che spazza la montagna.
Ecco la vecchia che passeggia, non si ferma davanti a niente, e chiede con insistenza le caramelle.
Ecco le lacrime che scendono sul viso della ragazza bionda. Ecco la stanchezza durante il viaggio di ritorno. Dormendo torniamo, dormendo viaggiamo.
Tel Aviv è calda. L'umido è asfissiante, ti abbatte, ti si appiccica. Ma non c'è tempo per socombere. Passiamo dall'aria condizionata dell'aeroporto a quella del pullman.
Partiamo e il tragitto è secco, ma verde qui intorno. Rocce, sassi, piante bruciate dal sole, chiazze rigogliose dove l'irrigazione lavora. Pannelli solari su tutti i tetti di queste case signorili, isolati agglomerati di villette decorate, con portici, a due piani.
Altre case basse, arabe, monofamiliari, mostri di incompiutezza sorti nel disordine. Sì, tutto intorno è disordine, caotico accavallarsi di strutture e sporcizia. Discariche a cielo aperto nei dirupi, nei fossi, dimenticate, lasciate a marcire sotto abitazioni senza vetri alle finestre.
Sono già stato qui: si chiamava Malta. Lo stesso disprezzo per l'ordine e l'armonia, lo stesso rincorrersi di costruzioni incomplete, la stessa aria araba e il sole cocente.
Passano i nomi delle città, posti che immaginavo tramite il tg: Jenin, Ramla, Haifa... su una strada che credo si chiami Ytzhak Rabin.
Passano muri di filo spinato, carceri e caserme, montagne che sono colline, skyline di città che giocano ad essere moderne, che si gingillano con grattacieli ammucchiati.
Nazaret arriva senza annunciarsi, nessun cartello delimita la città, tortuosa di viette strette, ingolfata di traffico nonostante lo Shabbat. Già, il Sabato, che ci ha fatto servire un panino al tonno al sapore di pvc sull'aereo, che ci ha accolto con un aeroporto deserto, un silenzio immobile e irreale se ti concentri a respirarlo.
Ma siamo a Nazaret. Posto forse più arabo che ebreo, dove i negozi si susseguono senza sosta. Sembra che tutti vendano da mangiare, kebab e felafel ad ogni vetrina, verdure e legumi, tuguri poco ossigenati che distribuiscono unte pietanze. Gli odori sono già inconfondibili, ma i sapori mi investiranno più tardi, lo speziato della carne, l'acido delle verdure, e l'incredibile insipido gusto del pane: tutto insieme mi porta dentro Israele. Anzi, nella Palestina.
Di Israele per ora c'è quella fastidiosa sensazione di smarrimento, ogni volta che mi confronto con tutti i cartelli su cui non ritrovo lettere e alfabeti familiari alla mia mente, la sensazione di essere preso in giro da strani segni inventati. E bandiere, tante, bianche e azzurre, così pulite...
Impossibili da fissare sulla carta sono gli odori. L'albero del fico, i fiori marciti agli angoli delle strade, il profumo dell'aria calda, dell'umidità che mi bagna la pelle.
Non sono gli odori, che distinguono i paesi. Non è l'olfatto, che percepisce la frontiera. Non mandano profumi, i colori delle bandiere.
Si entra a Betlemme, il muro, il check point, il muro. Mi passa la voglia di far fotografie. La reclusione è nell'assurdo, nel taglio dei ponti, mentre al di qua se ne costruiscono per far festa.
Ma adesso l'esperienza è vera. Il cibo, il primo vero pasto palestinese. E l'emozione della kefiah. Non è solo un simbolo. Divento uno di loro. Mi salutano, mi sorridono, inneggiano a me. Qui la gentilezza è impareggiabile, la generosità incomprensibile. Meno hai, più dai.
Sono loro che vivono il vangelo, forse senza conoscerlo. Forse davvero non sei nato invano. Forse davvero questa città non simboleggia la beffa di duemila anni trascorsi.
Finalmente incontro le persone, parlo, rido, fumo, guardo, mi faccio comprendere senza fatica.
Ora l'esperienza è più vera, l'empatia per questo popolo è sul piatto, da scommettere, giocare, meditare. Non è lo stesso popolo che ho conosciuto a Nazaret, sono sorridenti nella miseria, rialzano la testa.
Ebrei e Arabi, sono più simili di quanto vogliano farci credere. Sono due facce di una moneta, due metà di un melograno, due terre che ancora devono imparare, ch ancora devono amare. Sono la famiglia di questo paese, le generazioni di due nazioni gemelle, compagne di vita da millenni, ancora non hanno fissato le regole della loro casa.
“Quale gioia quando mi dissero: <>. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!” (Salmo 121)
ho scelto queste parole perchè non ce ne sono altre. A me non ne vengono. O me ne vengono troppe. Non riesco a scrivere, non voglio fissarle. Preferisco raccontare tutto guardando le fotografie, perchè so che ogni volta che le commenterò dirò cose diverse, esprimendo sempre il mio rinnovato stupore. Per questa città, posso solo pregare, adesso. Perchè è bello, perchè me lo ispira, perchè penso a cosa farò per Lei dopo.
“Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: <>. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.” (Salmo 121)
il deserto non è di roccia, né di sabbia. È nell'anima di quei mille morti a Masada. Novecentosessantasette contro diecimila soldati di Roma. Solide mura quelle di Masada. Questa terra è da sempre assediata.
Domandalo ai beduini, i loro villaggi tagliati in due dalla superstrada. Chiedilo a Gerico. Cumulo di macerie in mezzo al deserto, dove per guadagnare qualcosa devi fare la scimmia per i turisti occidentali. Cumulo di macerie controllato con cinismo, i più poveri tra i poveri, perchè non hanno neanche la libertà, nella miseria o nell'illusione della prosperità.
Ma il deserto sa far crescere macchie di verde. Il sale del Mar Morto brucia la gola per cacciarci via, ma non ci riesce. Il nostro piede è ancora su quella roccia, nel deserto israeliano.
Torno a casa col desiderio di comunicare con queste persone, di vivere con loro. Se ancora faccio il turista, è solo per imparare a fare il viaggiatore, per capire cosa mi serve. Stavolta sono stato pellegrino.
E comunque mi servi tu, al mio fianco. Stasera penso che ti amo, è un pensiero forte, e lo voglio anche scrivere, perchè rimanga non a testimonianza, ma a dolce ricordo.
dedicato a G.
“Farò tutto oggi, nel pomeriggio”.
Ripetevo questa frase a mia madre ogni volta che mi chiedeva qualcosa.
E lei non capiva.
L'ho accompagnata a fare la spesa stamane. Nonostante le sue insistenze, non mi sono preso nulla per me.
“Il tuo dietor è finito. Qui costa meno. Perchè non lo prendi?”
“Farò tutto oggi pomeriggio”.
Lei, convinta di non essere vista, ne ha fatto scivolare una confezione nel carrello.
“Va bene – ho pensato – la utilizzeranno lo stesso”. E l'ho lasciata fare, fingendo di non vedere.
Sono terminate anche le pastiglie. Quelle del colesterolo e quelle per dormire.
Lei me lo ha fatto notare e, quando sono uscito di casa nelle prime ore del pomeriggio, avrà pensato che stavo andando in farmacia.
E' rimasta perplessa quando, sulla porta di casa, l'ho salutata sfiorandole il viso con un bacio. Mi ha detto: “Perchè mi saluti? Tanto ci vediamo tra poco...”
Le ho sorriso. Ma non ho risposto.
E' tutto pronto.
Nel portafogli ho i soldi, i documenti e le ricette della dottoressa.
Ho indossato tutti i miei vestiti preferiti. Anche quelli di quando ero grasso. Fa molto freddo oggi ma non so come sarà dove sto andando.
Ho preso la metropolitana e sono sceso una fermata a caso.
C'è molta gente in banchina ma nessuno bada a me che scendo sulle rotaie e cammino a ritroso lungo i binari fin dentro la galleria.
La gente è egoista. Pensa ai fatti propri e non capisce. Potevano fermarmi e non lo hanno fatto, voltando lo sguardo dall'altra parte.
Qualcuno avrà anche chiesto: “ma che fa quello là?”. Qualcun altro gli avrà risposto: “lascia perdere. Son fatti suoi”.
Ma forse è meglio così. Significa che questo è il mio destino. Che è la cosa giusta.
Mentre sono qui, sdraiato sulle rotaie, poco prima di chiudere gli occhi e attendere l'avvicinarsi della luce e un urto che non sentirò, la paura è tanta ma la determinazione mi inchioda, immobile, al mio fato. Penso al volto di mia madre, al suo dolore ma anche al suo sollievo.
Amerà il ricordo di me e non le botte che le davo incitato dalle voci nella testa.
Amerà il figlio che avrei voluto essere e che non sono stato nonostante le medicine.
Troverà il biglietto che le ho lasciato sotto al materasso, con la data di oggi, 24 Dicembre.
Piangerà.
E le sue lacrime laveranno via la mia follia.
di Silvia Armanini
dedicato ad A. Baricco in "Novecento"
quante donne di oggi con lo stesso interrogativo? "Come dirlo a mia figlia?"
Roberta rimane a guardare l’acqua che scorre rapida nel canale, con le bollicine abbandonate dai detersivi trascinate dalla corrente e Chérie, sdraiata al suo fianco sulla panchina, che non sa decidersi tra il ringhiare all’insegna dei cani di passaggio o il continuare a mordicchiare le dita con cui la sua padrona le accarezza le orecchie. Così si limita ad alternare le due azioni.
La padrona, però, non bada a quello che fa il cane, ma alza la testa verso le nuvole, più scure man mano che la luce diminuisce, e nota tutti i moscerini che le girano attorno alla testa, attirati dal lampione ronzante sopra di lei.
Non c’è proprio nulla di romantico in tutto ciò.
Se quel canale si trovasse in uno dei libri di sua sorella Paola ci troverebbe bollicine blu cobalto e stelle splendenti, aitanti uomini d’affari che casualmente fanno jogging sulla pista ciclabile che costeggia la panchina su cui lei e il suo cane sono seduti, pronti a invitarla a cena in qualche luogo lussuoso, giurarle amore eterno e riempirla di una marea di regali costosi. E vissero tutti felici e contenti.
In uno di quelli di sua figlia, forse, qualche macabro non morto risorto dalle acque per qualche insensata vendetta, raggiungendo il suo scopo dopo aver provocato immani disastri economici, politici e ambientali. Magari partendo col mangiarsi lei, il cane e pure la panchina. Una fine triste, ma fortunatamente veloce.
Ma a lei non piace leggere libri d’amore né horror eccessivamente splatter. Ultimamente, a dire il vero, riesce solo a leggere i racconti di Camilleri e le guide illustrate sui cani maltesi, quindi crede che se ne rimarrà seduta su quella panchina, con Chérie a mordicchiarle le mani ed a ringhiare, le nubi sempre più nere e le acrobazie dei moscerini a darle il mal di testa. ‘Che poi, lei, l’uomo perfetto ce l’ha già. Sufficientemente dolce ed intelligente, amante dei cani – e principale fornitore di tutte quelle guide che lei si fagocita – e anche di bell’aspetto. Ed è proprio questo il problema.
Come dirlo a sua figlia?
Interromperla nella lettura di uno di quei suoi libri, oppure bloccarla nel corridoio di casa, la sera, quando non riesce a dormire perché vede in ogni angolo scuro uno di quei maledetti mostri di cui legge? Magari mentre torna da un esame universitario – in cui il professore gli avrà dato buca per l’ennesima volta – o mentre parcheggia la bici tornando dal lavoro, maledicendo l’Amministratore delegato che non sa nulla di contabilità, la collega troppo inesperta e la macchinetta del caffè che la odia visceralmente e le rifila puntualmente il solito caffè macchiato al posto del tè al limone.
Sospira, sorridendo. Sua figlia la rimbecca sempre, perché ride in continuazione e non dice mai niente di serio, ma ancora una volta ha la conferma che pensare seriamente porta solo un gran mal di testa e tanta noia. Chérie ringhia all’insegna del solito botolo bavoso di 15 chili, rizzandosi sulle zampe e mostrando i dentini candidi da maltese di 4 chili scarsi, guadagnandosi un abbaio profondo e minaccioso che la costringe a rifugiarsi sulle ginocchia della sua padrona. La leggera pressione delle zampine del suo cane sulle gambe le fa ritornare alla mente quel pomeriggio, quando Mario le è venuto incontro sorridendo serio, stringendo quella stramaledetta scatolina blu contenente un ancora più stramaledetto anello sbarluccicante.
E’ troppo presto, si sente ripetere.
Ne’ domani, ne’ il giorno dopo ancora, sorrideva lui, non capendo la portata di ciò che stava facendo
neanche il prossimo mese, o il prossimo anno.
Si sentiva ancora scossa dai brividi, a pensarci. Lei, che non piangeva mai, aveva dovuto chinare la testa verso il tappettino dell’auto per nascondere gli occhi lucidi.
Non ho fretta: aspetterò per tutto il tempo che vorrai, finché ti sentirai pronta.
Cherié, accucciata sulle sue gambe, che sollevava la testolina bianca, chinandola di lato in una tacita domanda… “Perché piangi?” …
Un nuovo ringhio la riporta al presente, con tutti i suoi moscerini ronzanti ed il borbottare dei cani. Infila la mano in tasca, stringendo con forza la scatolina di velluto, sincerandosi – con una certa dose di orrore – che è ancora lì. Non ha tempo di pensare a come disfarsene, e se disfarsene, perché il gracidio di una catena mal oliata le fa alzare la testa.
“Heilà mamma! Sapevo che vi avrei trovata qui…”
Cheriè lancia un abbaio che è tutto un programma, saltando giù dalle sue gambe per andare a salutare la giovane appollaiata su una bicicletta sgangherata.
“Come è andata oggi?” le chiede sorridendo, già conoscendo la risposta. “Ma, nulla di nuovo…sempre le solite cose… l’amministratore delegato che pensa che la parola sconfino sia sinonimo di saldo, la macchinetta del caffè che oggi mi ha rifilato i cantucci scaduti il mese scorso al posto della barretta al cioccolato… ho finito il libro che stavo leggendo, in treno.”
“Davvero?” domanda sorridendo “e di cosa muore la popolazione mondiale, questa volta?”
Sua figlia la guarda scocciata, poi sorride. “Tanto è inutile che te lo dico, l’unica volta che ti ho parlato seriamente di un libro che ho letto ed ho fatto un commento personale mi hai preso in giro per una settimana!”
Roberta annuisce, ripensando alla “grande rivelazione” di quel giorno, mentre le raccontava di T.D. Lemon Novecento, del pianoforte, di come poter scegliere anche in mezzo a possibilità infinite.
Guarda la schiena di sua figlia, mentre si muove al ritmo delle parole che le riversa addosso come un fiume in piena, senza prendere fiato e con tono scocciato; poi guarda Cheriè, che scodinzola allegra al fianco della bicicletta sgangherata con la lingua penzoloni e la testina rivolta verso la sua sorellina bruna, abbaiando allegra quando il tono si fa divertito e ringhiando quando si fa contrariato. Stringe il tessuto blu. Per quanto tenti di dimenticarla, Roberta sa che la scatolina rimarrà sempre nella sua tasca.
E non c’è niente di più sbagliato, ne’ niente di più giusto.
Ma io sono convinta, mamma, che anche se ci sedessimo al seggiolino sbagliato, su quell’immenso pianoforte che sa suonare solo Dio, troveremmo quegli ottantotto tasti che conosciamo.
Racconterà a sua figlia di Mario, un giorno, e poi indosserà quell’anello.
Forse.
Perché Roberta sa’ di aver avuto sempre ragione:
Pensare seriamente porta solo un gran mal di testa. E tanta, tanta noia.
di Nadia ZapperiTra gli animali, quando è in arrivo un pericolo, il primo che lo avverte, segnala a tutti, mettendo in pericolo se stesso per puro istinto altruistico.
E l’uomo? Anch’egli è così?
«Sono in ritardo… come sempre!!!» Pensavo a questo mentre mi dirigevo al ristorante per una cena con i colleghi di lavoro. Il mio Capo Redattore mi aveva chiesto di vestirmi elegante ed io avevo perso buona parte del mio tempo a cercare nel mio armadio qualcosa che non fosse un jeans scolorito ed un maglione extra large. Per non parlare del trucco!!! Comunque, lo specchio mi aveva rimandato un’immagine di me abbastanza decente da darmi il coraggio di uscire.
L’orologio correva più di me; il ticchettio dei miei tacchi segnava i secondi che passavano nella mia grande incapacità di camminarci sopra.
«Saranno già tutti a tavola… ed il mio ingresso lo noteranno tutti. Che figura! Conciata così poi! Domani mi metteranno in prima pagina!» pensai mentre mi facevo forza e, ormai davanti all’ingresso del ristorante ne aprii la porta, già pronta ad accogliere un imbarazzo che avrebbe accentuato sul mio volto il rosso del fard che mi ero messa.
Un cameriere mi venne incontro e mi condusse al tavolo da me indicato facendomi accomodare nell’unico posto libero che era lì ad attendere me, così come tutti i presenti.
Con lo sguardo basso chiesi scusa per il ritardo ironizzando su me stessa come sono solita fare: «…Sono stata in restauro e ci hanno impiegato più del previsto…» Risata generale e qualche apprezzamento che mi fece alzare il viso verso la tavolata. Solo in quel momento mi accorsi che ero l’unica donna tra una decina di colleghi, alcuni dei quali non sapevo neppure chi fossero.
Nessuna collega aveva partecipato e gli sposati non avevano condotto le loro mogli!
Di che cosa e con chi avrei parlato? Che cosa avrei ordinato? Quante forchette!!! Qual è quella del primo? E due bicchieri? Qual è quello dell’acqua? Nessuna lì a darmi l’esempio!!! «Oddio…»
Il mio panico fu arrestato da Enrico, il mio collega preferito, il più gentile e carino a mio parere, seduto accanto a me che mi disse: «Stavamo discutendo, abbastanza animatamente, sul concetto di altruismo. Non ricordo neppure come ci siamo arrivati, però ora siamo bloccati sulla convinzione di molti che, in fondo, altruismo è sinonimo di egoismo. È l’altra faccia della stessa medaglia. Tu che cosa ne pensi?»
«Oddio» pensai, «ma gli uomini non parlano mai di cose serie! Proprio stasera devono farlo?»
Per prendere tempo risposi: «Ma che cosa e quanto avete bevuto nell’attendermi?»
Altra risata generale ma qualcuno in fondo alla tavolata continuò: «Molti si considerano altruisti nel dare all’altro il proprio superfluo; in realtà, il vero altruismo è il condividere ciò che si possiede». Lo disse più per rimarcare la sua posizione che non per mettere al corrente me di ciò che pensava. Era Antonio, addetto in genere alla prima pagina.
In effetti, non era un pensiero errato.
Accennai semplicemente che, secondo la mia opinione, altruismo significava: «Fare il bene dell’altro, con l’altro e per l’altro senza un vantaggio secondario personale».
«Quindi escludi l’egoismo» mi rispose Roberto, giornalista addetto alla cronaca nera, seduto di fronte a me.
«Certo. Il significato puro del termine “altruismo” è infatti “amore per l’altro, dedizione all’altro”».
«Ma spesso, non so, quando si fa una buona azione in fondo la si fa per “guadagnarsi il Paradiso”, o comunque per sentirsi bene in coscienza». Era ancora Roberto, che mi costrinse così ad esprimere meglio il mio pensiero scordando l’imbarazzo dell’essere l’unica donna. Ero una collega, al pari loro e il pensiero di vendetta sul mio capo il giorno dopo se ne andò nel piacere della conversazione. Continuai quindi: «Sì, è vero quello che dici. Ci si sente sempre bene dopo una buona azione. Però, ad esempio, il Cristiano sa che “la sua sinistra non deve sapere ciò che fa la sua destra”, la ricompensa per il bene fatto arriverà da Dio e non dagli uomini sulla Terra. Il Cristianesimo chiede l’umiltà unita all’altruismo».
«Allora convieni con noi che fare qualcosa per gli altri ha un secondo fine personale, che sia guadagnarsi il Paradiso o le lodi delle persone» ribatté ancora Roberto.
«Se lo si vive in quel modo, sì. Nel Buddismo, ad esempio, l’altruismo è uno stato mentale così come la compassione ed il buon cuore. È “fare ciò che si può, con il livello di saggezza acquisita e dedicando tutto al bene dell’altro”».
«Sì, ma vivere al meglio delle proprie capacità è di beneficio anche a se stessi, non solo agli altri» intervenne Enrico.
«Condividere ciò che si ha e ciò che si sa in fondo pone colui che dà e sa su un piano superiore a chi riceve. Non c’è umiltà» continuò il mio capo.
«Dipende da come dai» mi difesi. «La saggezza del buddista sta nel comprendere la Legge della vita, cioè nella consapevolezza che la vita di tutti gli esseri viventi è collegata l’una all’altra costituendo essenzialmente una sola entità».
«Quindi, se cerchi la felicità per gli altri è come se, in fondo, cercassi la tua. E ritorniamo allora al tornaconto personale, all’egoismo». Mi voltai verso il mio ultimo interlocutore senza riconoscerlo. «Chi sarà mai? È proprio vero che quando c’è una cena gratis saltano fuori persone nuove, mai viste in ufficio» pensai mentre rispondevo: «La sottigliezza sta nel fatto che per il buddista è proprio impossibile cercare la propria felicità senza avere a cuore quella degli altri, perché sono interdipendenti l’una dall’altra. Capisci?»
«Beh, è proprio una sottigliezza però…!»
«No…» lo corressi: «…è uno stile di vita dove l’azione altruistica non è intesa solo come assunzione e risoluzione del problema dell’altro bensì è incentrata a mettere l’altro nella condizione di autonomia. Nel senso, non solo si dà il pesce a chi ha fame oggi ma gli si insegna anche a pescare affinché non abbia più fame domani».
«A proposito di cibo, sta arrivando il cameriere con le ordinazioni» mi interruppe Enrico.
Non ricordavo di avere ordinato nulla ma, subito, rammentai che il menù era segnato sul biglietto d’invito che mi aveva consegnato il mio capo quando mi aveva invitata.
Il discorso continuò tra i vari passaggi del cameriere che portava pasta, carne, pesce, contorni, dolce e caffè, il tutto inondato da vino e acqua in abbondanza.
La serata è terminata bene nonostante non si uscisse dal dilemma: altruismo sinonimo di egoismo?
Ciò che si fa per l’altro in fondo risponde a bisogni etici personali ai quali occorre dare risposte per riuscire a vivere meglio con se stessi.
Mentre mi preparavo per andare a dormire pensavo alla bella sensazione provata durante la serata. Mi ero sentita parte di un gruppo confermando la certezza che non era importante il vestito o il fatto di essere donna bensì quello che si ha dentro e la disponibilità sia a raccontarlo sia ad ascoltarlo.
In fondo, pensavo, anche questo è altruismo. Far sentire l’altro importante prestando attenzione a ciò che ha da dire arricchendosi così di novità e di saggezza.
"Forse, il concetto di altruismo in se stesso, riporta sempre ad un vantaggio personale", conclusi a me stessa poco prima di chiudere gli occhi ed abbandonarmi al sonno. Tutto sta però nel modo di agire, nei motivi che spingono le persone a metterlo in atto poco importandosene del significato che chi sta a guardare può attribuirgli.
(anno 2006)
di Attilio Meoli
Quando l’amore cambia volto.
Buio, silenzio, paura, il sangue mi cola dal naso, sento il suo sapore in bocca, quel sapore che ormai conosco così bene. La porta che sbatte mi avverte che lui è uscito. Il cuore ricomincia a pulsare, mi rilasso, cerco di alzarmi ma la gamba mi duole e ricado. Quanto tempo è passato? Mezz’ora, forse un’ora. Devo rialzarmi, ripulirmi e poi c’è ancora la cucina da sistemare. Per fortuna il nostro piccolo angelo è con i nonni, povero caro, così piccolo e fragile. Presto, devo far presto, se lui rientra e trova la cucina in disordine si arrabbia e ricominciano le botte.
Eppure Fabio, quando l’ho conosciuto, era così gentile, così galante, così bello. Dio, sembra passato un secolo da allora e invece sono passati solo tre anni. Tre anni lunghi come secoli, ed io a soli ventisei anni mi sento come n’avessi il doppio. Ritorno con il ricordo al giorno del nostro matrimonio, com’ero felice. «Nella buona e nella cattiva sorte finché morte non vi separi», disse don Angelo, e mi sembrò una frase bellissima. Anna, cara amica che ho ripudiato perché cercavi di mettermi in guardia, dove sei? Sei stata fidanzata un anno con Fabio, poi lo hai lasciato, così, improvvisamente, senza dare spiegazioni a nessuno, nemmeno a me, che ero la tua migliore amica. Qualche tempo dopo, quando ti dissi che ci amavamo e che ci saremmo sposati, mi raccontasti delle cose terribili sul conto di Fabio, così terribili che pensai fossi invidiosa di noi e ti allontanai. Cara Anna, potrai perdonarmi? Mi manchi, come vorrei averti qui ora ad aiutarmi, a proteggermi.
Finalmente la cucina è in ordine, le scale, che fatica salire al secondo piano. L’acqua della doccia mi ripulisce, la lascio scorrere sul mio corpo, a lungo, mi insapono più e più volte, ma mi sento sempre sporca. Finalmente mi getto sul letto, mi infilo sotto le coperte e mi rannicchio il più possibile in un angolo, immaginando di non essere lì.
La porta d’entrata sbatte, una bestemmia, è lui, è tornato e capisco da come si muove che ha bevuto. Lo sento salire le scale, barcollante, apre la porta della camera con violenza, come spesso è solito fare. Mi rannicchio impaurita, vorrei scomparire, annullarmi, non esistere. Lui si spoglia piano, sento il suo sguardo su di me e il terrore mi attanaglia la gola.
Eppure una volta ero felice quando lo sentivo rientrare, allora le sue mani non mi facevano paura e le sue parole per me erano dolci come il miele. Poi è nato Luca, il nostro piccolo angelo. La felicità era così grande che mi scoppiava il cuore. Fabio però incominciò a cambiare, mi accusò di trascurarlo, di occuparmi ormai solo di nostro figlio. Certo il nostro bambino occupava molto del mio tempo, ma il mio amore per Fabio non era diminuito, però lui non lo capiva. Poi una sera, rientrando ubriaco, mi accusò di trascurare la casa, disse che era tutto in disordine, sporco, ed iniziò ad insultarmi dicendomi cose che non gli avevo mai sentito dire prima. Quella sera mi violentò e mi picchiò selvaggiamente e da allora le violenze sono diventate quasi quotidiane.
Si infila nel letto, sento il suo corpo che si avvicina e l’alito pesante sul mio viso. «So che sei sveglia, lo sento da come respiri». Scoppio a piangere, il mio corpo è attraversato da spasmi di paura, ma questo non lo ferma, anzi, si getta sopra di me e mi prende con una violenza inaudita. Buio, silenzio, paura… domani… domani me ne andrò via per sempre… domani… forse… ritroverò la pace.
Due giorni dopo, il giornale locale, in un articolo di cronaca parlava di una donna trovata impiccata nella sua camera. Lasciava un marito e un figlio di un anno e rimaneva «incomprensibile» – così citava l’articolo – il motivo del suicidio. Eppure, continuava l’articolo, aveva un marito d’oro, gran lavoratore, che non le faceva mancare niente… neanche le botte, ma questo l’articolo non lo diceva.
(anno 2008)
di Marco Bianchi
Un'esperienza di vita vissuta, una sensazione che si espande e lascia traccia di sè per la vita...sperando non sia solo solitudine
La paura è la sensazione peggiore, sono steso sul letto completamente sudato con una sensazione di freddo terribile, non è il freddo d’inverno che ti fa venir voglia di mettere il cappello e i guanti, è un freddo primordiale, come se dentro di te una fiamma si spegnesse, come se tutto quello di cui eri sicuro fino a un attimo fa stesse facendo le valige per andarsene per sempre.. La mia anima mi sta abbandonando penso, e grido, si grido con tutto il poco fiato che mi rimane che il mio compito qui non è finito, che ho ancora molto da fare e da dire in mezzo agli uomini e che alla fine non voglio morire, proprio non voglio, devo avere il terrore disegnato in faccia quando il medico del 118 tenta di farmi qualche domanda intanto che un’altra persona che percepisco e basta sta tentando una flebo nelle mie vene collassate, mi dice stai calmo, mi chiama per nome, mi dice di non preoccuparmi che adesso mi rimettono in sesto, lo sento come un angelo, lo percepisco come il mio salvatore e in effetti lo è.. Sono passati nemmeno 20 minuti dall’inizio del freddo, il dolore aumenta e a un certo punto dico al medico: “ guarda che svengo”, me ne vado. Succede così in effetti, mi ritrovo in uno spazio dilatato completamente bianco, sono presente a me stesso e ho la sensazione di girare la testa ma la completa mancanza di punti di riferimento mi disorienta, è come essere sospesi nel niente assoluto, la prima cosa di cui mi rendo conto è che è sparita la paura, sparito il dolore sparito il freddo glaciale, sparito tutto, anche il ricordo, sono quello di un attimo fa ma è sparita la mia casa, la mia vita la mia compagna mio figlio, tutto inghiottito da questa luce che mi dona una pace e una tranquillità che non ho mai nemmeno lontanamente sognato. Non ho il tempo di rendermi conto di altro, uno scossone mi riporta al freddo e al dolore, adesso sono sul pavimento, il medico è forse più spaventato di me, sento le parolacce di quello della flebo di prima che non trova le vene e una terza persona mi sta tagliando con le forbici i vestiti da dosso. Una persona di fronte alla morte è nuda, è vero... Non riesco a mettere a fuoco niente se non il fatto che dopo alcuni farmaci il dolore cala molto, ma sono intontito, passo due giorni in un miscuglio di facce al limite del distinguibile, sono occhi e sorrisi che il mio sguardo velato mette da qualche parte in fondo alla coscienza, in fondo a quell’Anima che per un momento se n’è andata altrove ma che è tornata. Tutti intorno a me fanno qualche cosa, misurano iniettano calcolano toccano oscultano osservano e poi le visite, gli amici che ritornano facce conosciute, una ragazza che conosco e che scopro lavora proprio li, il primo sorriso lo faccio 5 giorni dopo mi raccontano, come le prime parole, escono pianissimo dalla mia bocca credo 5/6 giorni dopo.. Ho ancora una paura verde, sono così stanco da non essere in grado di alzarmi e bere un bicchiere d’acqua e non mi permettono neanche di farlo. La mia vita è finita ed è ripresa il 24 luglio 2004, era una domenica di sole calda e splendida, nemmeno una nuvola, domani è la vigilia del quarto anniversario, non riesco ancora a viverla come una rinascita sebbene mi sia ripreso gran parte della mia vita, mi rendo conto che l’ombra della vecchia signora che è calata su di me ha spento parte della fiamma, quella fiamma che muove il nostro essere vivi e parte di questo mondo, quella fiamma che ti fa vivere il presente e gioire per questo cielo di oggi, per questo sole estivo e per il vento che soffia via l’odore di chiuso. La mia compagna di sempre ha deciso di non vivere più con me, la prossima volta che la paura e il freddo torneranno sarò da solo ad aspettare una fine che a quel punto nessuno eviterà. Oggi è stata una giornata di pensieri neri, una giornata dove a furia di scavare mi si sono disfate le unghie, le braccia mi fanno un male atroce e le mani sono piene di fiacche e di graffi; Ho il fiato corto e sto piangendo perché in fondo al buco ci sono io, solo io, solo come poche volte nella mia vita, solo con questo dolore dentro e questa sconfitta addosso che non riesco a digerire ma solo a camuffare, le mie giornate sono fatte di poche parole, parte scritte sui muri e parte lette nel mio cuore, nella mia testa, poco altro mi accompagna in questa città che a luglio si svuota di tutto, in questa città che col caldo diventa ricordo e il ricordo si trasforma in dolore e il dolore non passa, non passa.
di Leila Mascano
Com’è difficile, Ada, pensare a te che dormi abbandonata nel nostro letto, col braccio piegato sotto il cuscino e l’altra mano poggiata sulle labbra, quasi a voler suggellare quei segreti che potrebbero sfuggirti nel sonno. Un tempo non dormivi così, semplicemente non avevi segreti, o se li avevi erano davvero piccoli, tanto piccoli da fare sorridere. Eri una natura semplice, luminosa, e quasi mi chiedevi perdono per quei piccoli lati d’ombra cui pensavi non avere diritto, e che ti riservavi più per smussare la mia impazienza, le mie collere, che per un tornaconto tuo.
Un giorno, durante una discussione, alzai la voce e mi accorsi con stupore, con pena quasi, da un tuo piccolo gesto, che avevi paura di me. Avevi un diario, dove annotavi le tue giornate, e di cui scorsi poche righe, quasi senza volerlo: «Carlo è sempre più lontano, chissà se è ancora innamorato di me.» Ne provai vergogna. Non ero mai stato innamorato di te, l’unico amore della mia vita era stata Francesca, mai dimenticata, e solo Dio sa perché, visto che non valeva un decimo di quello che vali tu. Eppure, dopo anni, il suo ricordo ha continuato a mordermi il cuore. Ti vedevo semplice, nella tua semplicità meravigliosa, tentare di arrivare fino a me, umile nelle tue domande, maternamente sollecita, e pensavo che eri tutta lì, e che saresti stata appagata da un figlio che mi somigliasse. Ma dopo quello al quale moltissimi anni fa ti chiesi di rinunciare, altri non ne sono venuti e tu hai offerto questo ennesimo, inutile sacrificio a me, che tutto sommato quel figlio che non volli me lo sarei potuto anche tenere. Ma mi irritava la tua gioia, la pienezza che ti sembrava d’avere raggiunto, e la mia semplice indifferenza si tingeva dell’acre gusto di sentirmi padrone della tua vita, di poterti chiedere ancora una volta una dimostrazione d’amore. Soffristi tanto, Ada, di quell’orrore che ti imposi, che andasti ad affrontare da sola , e di cui non parlammo mai. Perché non ti ribellasti, non perorasti la tua causa con forza, non mi opponesti le tue ragioni, che erano quelle del cuore, e della vita? Prima d’ogni altra cosa venivo io, il tuo uomo difficile, che aveva ogni diritto, e ancora non so perché. Forse era quell’indulgenza infinita a sfidarmi, a metterti alla prova, e negarti le piccole gioie come t’avevo negato le grandi divenne una specie di gioco crudele. Con quanta buona grazia ti spogliavi perché il mio mal di testa m’impediva d’accompagnarti a quel cinema, a quel concerto lungamente attesi, cui t’eri preparata con gioia. Alla fine non speravi neppure più nelle cose che ti sarebbero piaciute, “tanto succede sempre qualcosa”, dicevi, con affettuoso rammarico, quasi non volessi vedere che io, proprio io, con atto di deliberata volontà ti negavo la gioia ...Volli perfino che lasciassi l’insegnamento, perché potessi dedicarti alla casa, quella casa dove stavo sempre di meno, e che tu curavi con tanta sollecitudine...Facevo tardi, e mi aspettavi in finestra, solo una volta o due te ne sei andata a letto, perché stavi male, con un’umile letterina di scuse. Mi sono chiesto perché diavolo provassi tanto gusto a negarmi a te. La risposta era che eri piena d’amore, ed io non ne sentivo affatto, né per me, né per i miei, né per i pochi amici, né per il mio lavoro di cui me ne importava e m’importa sempre meno, e dove andavo avanti facendo carriera proprio per la freddezza spietata delle mie scelte. Tutto il mio amore s’era esaurito per una donna stupida, superficiale e crudele, che mi aveva usato come un gradino per la scala che l’avrebbe portata in alto, dove voleva lei, in quel suo paradiso di cose che certo rassomiglia ad un enorme, lussuosissimo e inutile grande magazzino. Ora il grande magazzino ce l’ho anch’io, e tu non sei la moglie di rappresentanza che magari ci sarebbe voluta. Ma mi ha fatto gioco anche questo, mi ha umanizzato un po’ agli occhi di chi contava che avessi anche “un lato umano”.
Scoprii quello che credevo il tuo tradimento, finalmente, da una multa. Una strada di periferia: che ci andavi a fare? Mi tornarono in mente certe tue telefonate brevi, reticenti...Certi sabati che passavo a vedere le partite che odiavi tanto, in cui te ne scappavi quasi, in punta di piedi. Per andare, scoprii, a trovare i genitori ormai vecchi dell’unico fidanzato che avevi avuto, un poliziotto di scorta, morto per cause di servizio. Andavi umile, struccata, a farti perdonare dopo anni d’essere ancora viva, e accanto a un altro.
Non ti hanno reso felice queste vacanze. Non è il tuo ambiente, questo residence riservatissimo per ricchi veramente ricchi, dove perfino le tate ti snobbano, e te ne stai in un angoletto a prendere il sole vergognosa del tuo corpo “di ragazzona”, del quale ti appunto vergogni. Stupida anche in questo, perché se ne avessi il coraggio saresti una dea, invece di quel fagotto in cui riesci a trasformarti.
Io sono stato a mio agio. Volendo, riesco perfino simpatico. Gioco benissimo, e quello come sai in certi ambienti è un validissimo biglietto da visita. E ho scoperto il blu.
Questo mare è magnifico, specialmente di notte. Scendo dalla scaletta sulla roccia, senza prendere l’ascensore, dalla terrazza a picco sul mare, e respiro l’aria che profuma di salsedine e un poco di campagna, forse è l’odore dell’erba che tutto il giorno assorbe il sole, fin quasi a seccarsi, e delle piante grasse che qui si riproducono spontanee, coi loro fiori fucsia e viola. La spiaggia di sassi è riparata, quasi segreta, e con la luna sembra invasa da una lava d’argento. C’è un fresco umido, che quasi ti fa rabbrividire, ma l’acqua è tiepida, accogliente, e blu. Profondamente blu. Non si è neppure soli, ci sono le lampare, le barche che di notte escono a pescare, e una brezza leggera. Stanotte finiscono le vacanze. Domattina saremo sull’autostrada assolata, lasciandoci alle spalle questa costiera meravigliosa. Di nuovo il lavoro, i viaggi, le attese in aeroporto, le facce tutte uguali, perfino la tua, che quando sono lontano neppure ricostruisco più. Sei Ada, e sei lì. La mia Ada disponibile, il vino fresco che non desidero, la cena che sottilmente mi rattrista, e che consumo malvolentieri mentre ne pago il prezzo, i tuoi occhi buoni, affettuosi, che mi chiedono che ho fatto, chi ho incontrato...ed è tutto grigio, tutto uguale dentro di me. Il tuo abbraccio nulla può contro questo freddo che mi sento dentro, Ada bellissima che non desidero, perché Ada tu sei bellissima, nonostante i tuoi sforzi per renderti grigia, come tutto il resto. E mi fai una tenerezza infinita, ormai, con la tua attesa inutile d’amore, con la tua vita che si consuma così, senza un perché.
La prima volta sono venuto qui perché non riuscivo a dormire. Mi sono tuffato per una nuotata e volevo stancarmi. Ho trovato l’abbraccio del mare, e una pace infinita. Il cielo stellato mi ricorda quando da bambino bucavo con lo spillo un cartone blu per metterlo davanti a una fonte di luce per creare le stelle. Sono stato un ragazzino come gli altri, Ada, e poi non so cosa è successo. Tanti s’innamorano della donna sbagliata, la vita continua. E’ continuata anche la mia, e non è andata come speravo. Mi dispiace per te. Ho scoperto di volerti bene, forse è per quello che ti ho trattata così male, anche se è difficile da capire.
Non so se riuscirai a partire, non certo domani mattina. Mi spoglio piano, godendo dell’aria fresca. Piego con cura i vestiti, con i miei documenti nelle tasche. Sapessi come sono sereno, Ada. Non c’è più niente di grigio nella mia vita. Nuoterò e nuoterò verso l’orizzonte. Dilaga il blu.
di Frank Spada
risposte elusive che fanno riflettere
dedicato a Deborah e Nicholas
Sabato, mezzogiorno, campanella: “Raffaele! Portami il libretto!” Dietrofront e un’altra nota di biasimo sopra la firma della prof.
A casa, nemmeno il tempo di mandar giù un boccone e mio padre mi chiese il sunto della cosa. “Benissimo! – urlò – Oggi non esci e domani verrai con me a lavorare”. Mia madre si accucciò con gli occhi dentro il piatto e lui – un giardiniere che va in giro a tagliar erba con un potente Holland caricato sopra un cabinato Piaggio Ape, e che lavora anche la domenica, sempre che non piova – mi nominò suo aiutante allungandomi uno scappellotto come anticipo. Andò da sé che lasciai sbuffando il resto della paga in tavola, i soci dell’azienda famigliare “verdi in verde” a litigare e mi rifugiai in camera.
L’indomani, giù dal letto di buonora, uscimmo dall’androne, rallentò in piazza per un caffè corretto e un pieno di miscela, e ci allontanammo dal paese – io imprigionato tra lui che cantava “Bella mia, bella eh, salta in groppa bee-beh” e i comandi del manubrio.
Quel giorno doveva occuparsi nientemeno che del giardino dei “sega-ossi”: proprietari di macellerie a Udine e dintorni, e di una casa sulla provinciale, erano la famiglia più ricca della zona.
Affrontammo con acrobatica andatura la curva farla-piano, e mi ricordai che una volta ero andato a curiosare la loro proprietà da un cancello. Ero seduto in motorino, dietro a un mio compagno, un ripetente detto il Bullo come da cognome, che provava un’attrazione così forte per certe storie su quei tizi che io – da dove mi trovavo non potevo mica manovrare, veh – mi ero aggrappato a quel bestione solo perché non mi chiamasse cacasotto.
Fatto sta che i sega-ossi mi terrorizzavano per due cose: il soprannome, perché mi ricordava i film di paura, e il loro giardino, perché era chiuso da una muraglia dietro la quale chissà cosa si nascondeva.
Stop alla traversa, e un bandierone bianconero al vento della Bora mi rimandò l’eco di una domenica al ‘Friuli’: quella volta allo stadio c’era anche lo zio. La notte vennero a prenderlo degli uomini – io, dalla finestra, vidi mia nonna correre in cortile... poi lei si sentì male – quella fu l’ultima volta che lo vidi.
Ripartimmo sfiorando una bionda seminuda sul ciglio della strada che passeggiava pigramente con dei stivali a mezza coscia – e mio padre ricominciò a cantare e io gli rivolsi i miei pensieri: “Andare a scuola, non è forse già un lavoro? Vorrei vedere te al posto mio, in banco con uno grande e grosso che tira sempre su col naso. Come si fa a stare attenti, se quello manda su e giù in continuazione un moccio grigio-giallo? Io non ci riesco”. E poco dopo apparve la muraglia.
Un tasto premuto a lato del cancello e la ghiaia del vialetto scricchiolò sotto i pneumatici. Piante dappertutto, ma non come me le aspettavo; il giardino era curato e aveva ben poco di pauroso – a parte certe zone con enormi alberi che intrecciavano i rami tra loro formando una foresta impenetrabile. Della casa dei sega-ossi, comunque, nemmeno una finestra.
L’Ape arrestò la corsa in uno spiazzo e scaricammo gli attrezzi: – Alé, comincia a lavorare! – ordinò indicandomi un’aiuola e dandomi il rastrello con le lamelle in fondo. Io mi avviai a muso lungo e lui si diede da fare per tirar giù il taglia-erba.
Qualche strattone all’avviamento e:– Raffaele! Non quella, l’altra. Quella laggiù vicino agli alberi – urlò indicando con la mano.
– Ma papà, non fa lo stesso se rastrello qua? Tanto, con questo vento...
– Guarda che non sei qui per discutere.
M’incamminai verso gli alberi che muovevano i rami come se fossero tentacoli, come quelli di una piovra degli abissi che avevo visto in un film di fantascienza; e arrivato dove lui mi aveva detto mi fermai. Dunque, se avessi tenuto le spalle rivolte a mio padre, avrei avuto davanti quella foresta che mi metteva paura, se invece... e se saltava fuori un sega-ossi? Decisi di mettermi di fianco: così avrei avuto sottocchio tutti, mio padre e la foresta.
Rastrellavo, rastrellavo e a un tratto avvertii il soffio di un lamento. Sorpreso perché il rombo dell’Holland era sparito, provai come... ecco, come quando mi dissero che la nonna era appena andata in cielo. Alzai lo sguardo e... Mammamia! Una figura grigia, immobile, mi fissava con due... mollai il rastrello, andai indietro come i gamberi e inciampai sbattendo contro mio padre, contro il sacchetto che teneva in mano perché era già ora di pranzo.
– Cos’hai?
– Chi è? – chiesi puntando in dito.
– Quella della statua? È la figlia dei signori Rossi, è morta che aveva quasi la tua età. – E scuotendo la testa mi raccontò che i genitori avevano fatto collocare la statua proprio dove a lei piaceva venire a leggere d’estate.
– Ma i sega-ossi sono buoni?
– Penso di sì.
– Papà, andiamo a vederla da vicino?
– Se vuoi.
Più alta di me, stava in piedi sopra un basamento. Domandai a mio padre se l’aveva conosciuta e lui annuì, mentre si sedeva su una panchina aprendo il sacchetto.
Non so perché, ma pensai al colore di due occhi intravisti tra il fogliame, e glielo chiesi.
– Erano celesti, come i tuoi – rispose. E quasi sussurrando aggiunse: – Sai, Raffaele, quella bambina una volta incontrò un orco che...
– Se la mangiò? – lo interruppi d’istinto.
– Sì.
– Ma gli orchi, non sono quelli delle favole che mi leggeva la mamma?
– No. Purtroppo ci sono anche gli orchi veri – e mi passò un panino.
– Cotolette! Caspita papà! Piacciono anche a te?
– E come no? Sai che la nonna quando andavamo in gita preparava dei panini come questi?
– Sul serio?
– Guarda che la cotoletta in un panino è tutta un’altra cosa, eh! Coltello e forchetta, e cambia gusto.
– Piacevano anche allo zio?
– Non mi ricordo. Adesso mangia – disse addentando il suo a piccoli bocconi.
Divorai il mio in un baleno: – Ma lui dov’è sparito?
– Boh! – rispose.
Terminò di masticare e: – Forza, aiutante! Diamoci da fare, che stasera portiamo il resto dell’azienda a mangiare la pizza!
Poi si alzò, mi scompigliò i capelli e io pensai che da grande avrei voluto essere come lui; perché sapeva molto di più di quello che diceva, non come quel bestione del mio amico.
di Giuliana Barontini
Mi allontano da casa voglio camminare... pensare .
Ci sono giorni come questo che nella testa i pensieri si intrecciano corrono non li puoi fermare.
Ti lasci portare in terre incantevoli che hai visitato vissuto , in teatri dove hai cantato ore di dolci melodie , momenti di grande soddisfazione .In montagna d’inverno dove la neve ti assicura silenzi carichi di emozioni .Pianto , vicino al mare , nel mio angolo preferito ed è li che passo dopo passo adesso sono arrivata.
I pensieri corrono ancora li lascio andare ... mi siedo ,di fronte a me l'infinito e il tutto si racchiude inverosibilmente in pensieri più tristi, consapevoli, profumati non certo dall'odore del mare che canta.
Il cielo ora sereno ora più grigio si alterna tra luce e attimi più scuri ,il mio sentire cambia seguendo i suoi capricci . Malinconia ? Nostalgia ? Credo proprio di si.
Mi lascio andare non faccio più resistenza . E penso a tutto quello che di tremendo, angosciante sta accadendo nel mio conosciuto mentre guardo da sola il mio mare.
Ci sono nel mondo decine di guerre che ancora devastano questa nostra meravigliosa terra, alcune conosciute altre che per volere dei potenti di ogni razza rimangono occulte. Ai bambini che ancora oggi muoiono di fame senza genitori, magari uccisi in lotte tribali, alle persone che dormono sopra un cartone sui marciapiedi, a quelle che soffrono e muoiono sole negli ospedali. Alle violenze assurde su donne e bambini... a tutti i militari che volere o non volere sono in zona di guerra.
A quanta indifferenza ci siamo abituati a provare di fronte a tragedie che ci toccano da vicino o da lontano, a quanto triste sia il senso di impotenza che regna in ognuno di noi.
Di fronte a tanta bellezza, meravigliosa potenza del creato, mille sono le domande che mi pongo, ma so che oggi o forse mai avrò le risposte.
Un leggero alito di vento, inseguendo nuvole bianche panna, ha riportato l’azzurro nel cielo.
E' di nuovo sereno, un sereno che non riesco a sentire nel cuore.
di Ruben Mosca
una bambina... una lettera-denuncia per tutti
Ciao a tutti! Sono cindy. Come potete vedere il mio nome è scritto con la lettera minuscola. Io non merito neanche un nome e il solo fatto di sentirmi chiamare mi onora.
Quando ancora non appartenevo al mondo degli angeli avevo un numero che mi identificava, ero 0089. Bello vero? Io qui sto bene: corro tra prati fioriti, gioco con altri bimbi e ho potuto rincontrare i miei genitori. Loro sono morti quando avevo 4 anni e da li mi hanno portata in un paesino vicino casa mia ed è stato proprio in quel luogo che ho incontrato il Padrone. Mi ha presa e mi ha spogliata bruscamente, dopodiché mi ha fatto indossare una strana tunica e mi ha portata in un luogo dove tanti bambini come me giocavano…sì sì… era un gioco orrendo. A me non piaceva! Non avevamo pause e mangiavamo pane bagnato, eravamo attaccati a queste macchine tutto il giorno. Un dì di dicembre, che non dimenticherò mai, andai dal padrone e gli chiesi una pausa perché stavo poco bene. Lui mi picchiò e non mi fece mangiare per due giorni. Io mi sentivo in colpa, non capivo che non ero io a sbagliare.
Gli anni passavano e non mi ci volle molto a capire come stavano le cose. Eravamo bambini sfruttati, il nostro compito era fare tappeti dall’alba al tramonto. Eravamo dannati! Niente giochi, niente affetti, niente! Ho pianto tante notti, ho sognato tante volte di essere felice, ma era solo una dimensione fantastica, dove si può respirare sott’acqua e librarsi tra i cieli più limpidi. Avrei voluto rovinare i sogni del Padrone, fargli capire come ci si sente, ma a lui non sarebbe importato niente, l’unica cosa che a lui importa sono i soldi. L’ultimo anno avevo 13 anni, i grossi giocattoli con cui passavamo il tempo erano rovinati e i tappeti non erano idonei alla vendita. Ovviamente il Padrone dava la colpa a noi, ci picchiava, ci metteva in punizione. Una bambina di soli 5 anni morì perché picchiata troppo violentemente, non la dimenticherò mai. Si chiamava Camilla ed era arrivata da solo una settimana, piangeva sempre, voleva sua mamma. Ora lei è qui con me e siamo diventate migliori amiche, e anche le nostre mamme lo sono diventate. Comunque non mi ci volle molto prima che io e altre centinaia di bambini la raggiungessimo. Una mattina di Agosto i macchinari scoppiarono. L’unica cosa che ricordo…fuoco e poi niente. Aprii gli occhi come quando ci si sveglia la mattina e vidi il viso di mia madre sorridermi. Mi chiese se stavo bene e poi aggiunse “Bentornata a casa! Devi aver sofferto molto senza di me!”. Io la abbracciai riuscendo a sentire il suo solito odore di pesca sui capelli. Un tocco dietro la schiena. Mi girai e vidi Camilla. Non fu facile riconoscerla; il suo viso era bello e felice. Mi sentivo in pace è una sensazione che non si può descrivere. Dopo 14 anni di inferno poter essere in paradiso. Vi scrivo questo perché qualcuno possa capire, possa aiutare chi ancora si trova in quell’inferno. Ehi! Io nei sogni del Padrone mi sono intrufolata…senza risultato. Comunque qualcuno canterà meglio questa storia. Mi affido a voi. Arrivederci dal Paradiso. Ah, Camilla vi manda un grosso bacione.
Ruben grazie per l’aiuto che mi stai dando.
Cindy.
di Alessio Pracanica
... ma gli uomini, la vogliono davvero la giustizia?
- Signor sindaco, che risultati si aspetta da questo esperimento? – chiese uno dei giornalisti presenti in sala.
- Amici della stampa, cittadini di Coltville – rispose il sindaco rivolto alla platea – il progetto RESTORE, da qualcuno informalmente definito Cyberlaw, è molto più di un esperimento. E’ una realtà destinata a modificare totalmente le nostre vite. Ed in meglio. –
Smise di parlare, sotto il lampo dei flashes, con una di quelle pause calcolate ad arte, che erano state parte determinante della sua fortuna politica.
- Lo scopo del nostro progetto è molto semplice. Ripristinare, come lo stesso nome spiega chiaramente, la fiducia dei cittadini nella giustizia del loro paese. –
Altra pausa, stavolta più breve, in cui finse di cercare le parole giuste per far capire le proprie idee all’uomo della strada.
- Tale fiducia, come tutti ben sapete, negli ultimi anni è stata profondamente scossa da gravi episodi di corruzione ed ingerenza della politica, sui quali ritengo opportuno non soffermarmi, per non infliggere ulteriori amarezze al già provato spirito di questo paese. A tutt’oggi Coltville è la terza città del mondo per numero di abitanti, ma la prima per tasso di criminalità. Qualche organizzazione religiosa, armata senz’altro di buone intenzioni, e malconsigliata da elementi dell’opposizione, attribuisce l’alto numero di crimini commessi nella contea che ho l’onore e l’onere di amministrare, alla decisione della mia amministrazione di liberalizzare la vendita e il possesso delle armi da fuoco, ma tutti sappiamo che non è così. Le statistiche in nostro possesso – s’interruppe un attimo per indicare lo schermo dietro le sue spalle – dimostrano che negli ultimi tre anni, il numero di omicidi, rapine e violenze è cresciuto costantemente. Se ciò fosse dipeso dalla liberalizzazione delle armi, avremmo dovuto osservare un rapido aumento iniziale di tali eventi, seguito poi da una stabilizzazione. Invece no, cittadini di Coltville! Non è certo proibendo la legittima difesa dei contribuenti onesti che si blocca la criminalità! La causa di questa nuova pestilenza etica e morale che si abbatte oggi su di noi è da ricercarsi altrove! A mio avviso nella perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni!-
Nuova pausa, in cui ricercò lo sguardo degli spettatori seduti nelle prime file, quasi a dimostrare la sua onestà d’intenti.
Sono uno di voi, dicevano gli occhi del sindaco e siamo tutti nella stessa barca.
Non si sa mai, magari qualcuno ci crede pure.
- Ed è per questa ragione che la mia amministrazione ha dato vita al progetto RESTORE, di cui v’illustrerà i particolari tecnici il dottor Jason Wave. –
Mentre il sindaco si sedeva, tra applausi di circostanza, salì sul palco un giovanotto sui trent’anni, con dei curiosi ed anacronistici occhiali dalla montatura bianca.
- Signor sindaco, cittadini di Coltville, buonasera. Ecco a voi il progetto RESTORE! – esclamò scoprendo un oggetto nascosto da un ampio drappo.
La folla fu percorsa da un mormorio di stupore ed incredulità.
L’oggetto sotto il drappo altro non era che un manichino, a grandezza naturale e con sembianze umane, con indosso una toga da giudice.
- Il giudice bionico – continuò Wave armeggiando dietro la schiena del manichino – è indipendente da influenze esterne, instancabile e soprattutto incorruttibile. D’altronde, che se ne farebbe un androide di un paio di milioni di dollari? Con il suo database contenente tutte le leggi, gli emendamenti e le sentenze emesse nel nostro paese negli ultimi duecento anni, porterà la giustizia nelle strade. E’ finita l’era di processi interminabili, di giudici umani oberati da migliaia di procedimenti e costretti ad operare in tribunali vecchi, scomodi e spesso non informatizzati. Anche la giustizia adesso entrerà nel ventunesimo secolo. In ogni quartiere, in ogni strada di questa città, ci sarà un giudice bionico che opererà notte e giorno, svolgendo inchiesta e processo in tempi rapidissimi e soprattutto nel posto in cui il reato viene effettivamente commesso. Ecco, adesso dovrebbe essere operativo. –
Ed effettivamente, a queste parole, due piccole scintille azzurre si accesero negli occhi del manichino, strappando dei gridolini a molti dei presenti.
Buonasera. Sono l’unità R-33 407, ma lei può chiamarmi semplicemente vostro onore.
- Buonasera a lei, vostro onore. Potrebbe spiegare ai signori qui presenti quali sono le sue funzioni? – domandò Wave in tono istrionesco.
Sono un giudice artificiale. Il mio compito è amministrare la legge.
- E com’è la legge, vostro onore? –
La legge è uguale per tutti e tutti i cittadini sono uguali dinnanzi ad essa, senza distinzioni di sesso, età, ceto, razza e religione.
- In che modo i suddetti cittadini potranno usufruire del progetto RESTORE? –
In più di un modo. Basta rivolgere richiesta verbale ad una qualunque unità R-33 nei paraggi, oppure inoltrare un’e-mail al sito del corpo di polizia, ma più in generale ogni unità R-33 è in grado di accorgersi da sola dell’esistenza di un reato e procedere nell’inchiesta fino alla sentenza.
- Che garanzie ha la cittadinanza, che la sentenza emessa da un’unità R-33 sia effettivamente rispettata? –
Ogni unità R-33 è in continuo contatto radio con la stazione di polizia più vicina. Se la situazione lo richiede, può diramare un allarme e ordinare l’invio di una o più pattuglie.
- Benissimo. E adesso una dimostrazione pratica. Vostro onore, è in grado di accertare eventuali reati commessi in questa sala? –
Non posso valutare eventi accaduti prima della mia accensione Ogni analisi è possibile solo dal momento della mia entrata in funzione.
- Ha ragione, mi scusi, riformulo la domanda : è in grado di accertare eventuali reati commessi qui in questo momento? –
Inizio la valutazione.
Il manichino scese dal palco con un’andatura insolitamente elegante e si diresse verso le prime file, dov’erano seduti i rappresentanti della stampa.
Buonasera. Sono l’unità R-33 407, ma lei può chiamarmi semplicemente vostro onore.
- Buonasera a te, figliolo. – rispose Tom Pensell, uno dei corrispondenti più anziani e autorevoli.
Tengo a precisarle che non sono suo figlio, sono un giudice artificiale e il mio compito è amministrare la legge. Gradirei si rivolgesse a me con l’appellativo di Vostro Onore.
- Ok vostro onore – rispose Pensell in tono scherzoso, protendendo i polsi verso delle immaginarie manette – ho ammazzato qualcuno?-
Sicuramente non negli ultimi dodici minuti e quarantasette secondi, ma ha comunque commesso un reato, fumando in un luogo pubblico ed al coperto, in spregio della normativa del 12/01/04 n. 3745, cagionando grave rischio alla salute delle persone presenti e mettendo a repentaglio la loro incolumità in caso di probabile incendio. Questa corte la condanna ad una multa di mille e cinquecento dollari.
- Hey, ma è inaudito! – gridò Pensell – questa scimmia di latta non può farmi questo! Col cavolo che pago! –
Improvvisamente comparvero dietro il manichino due agenti di polizia.
- Hey ragazzi, noi siamo amici. Vi ho offerto un sacco di caffè! – disse Pensell in tono lamentoso.
Accertate l’identità del signore, ordinò il manichino ai due poliziotti, ha sei giorni di tempo per pagare la multa. Per sua comodità può inoltrare un assegno alla centrale di polizia, includendo la causale, oppure versare la somma tramite banca sull’apposito conto corrente indicato sul modulo che produrrò a breve.
Ed in effetti dopo qualche secondo, da una fessura nel petto, comparve un foglio di carta, che il manichino consegnò al giornalista.
- Questa è una buffonata! – tuonò Pensell agitando i pugni
– ricorrerò in appello! –
La richiesta di appello è stata registrata ed accettata. L’appello avrà luogo immediatamente! Si inizia procedimento di appello.
L’istanza di appello viene rigettata. Motivazione del rigetto: sentenza nella causa 15734 del 1975. Stato della California contro Kimberly Dalton: la flagranza del reato inficia ogni motivazione addotta dall’appellante, a meno che non intervengano fatti nuovi tra il primo ed il secondo procedimento.
Si conferma la sentenza precedente. L’appellante viene condannato al pagamento delle spese procedurali, pari a 78,52 dollari e ad ulteriore sanzione di dollari 250 per vilipendio alla corte, avendo definito il giudice : scimmia di latta. Se volesse presentare appello contro questa seconda sanzione, le ricordo che nella mia memoria è conservata registrazione audio video della nostra conversazione. E’ sua intenzione presentare appello? –
- No. – mormorò Tom Pensell a bassa voce, poi seguì i poliziotti per le formalità.
- Benissimo vostro onore – esclamò Wave – per il momento può disattivarsi. Direi che la dimostrazione è perfettamente riuscita. Con il progetto RESTORE inizia finalmente una nuova era. –
Parecchi mesi dopo …
Buon giorno. Sono l’unità R-33 867 ma lei può chiamarmi semplicemente vostro onore.
Buongiorno a lei! –
Mi pregio di informarla che il suo veicolo è parcheggiato in sosta vietata. Avendo già preso nota della targa, il mio unico dovere è emettere il verbale e notificarle l’entità della multa, pari a 146 dollari e 35 cents, incluse spese di stampa e notifica.
- Hey fratello, non potresti chiudere un occhio? Io mi spacco la schiena tutto il santo giorno consegnando la spesa a domicilio, mica l’ho parcheggiato per divertimento il pick-up proprio lì. Non c’era un buco libero! –
Data la mia conformazione strutturale, mi è assolutamente impossibile ottemperare alla richiesta da lei formulata. E’ possibile che in futuro vengano prodotte unità R-33 dotate di palpebre, anche se non saprei bene a che scopo.
- Hey scemo di guerra, col cazzo che ti pago! Ho un mutuo da pagare, a casa tre bocche da sfamare e ci manchi proprio tu con i tuoi 146 dollari di merda a rallegrarmi la settimana! –
Benissimo! In tal caso la multa le verrà recapitata al suo indirizzo. Si aggiunge ulteriore sanzione di dollari 200 per aver definito scemo un giudice di questa corte. Abbia una serena giornata.
- Hey idiota, vieni qui. Hey dico a te! Pezzo di merda girati quando ti parlo! Dico a te! –
Il manichino continuò a camminare imperterrito con passo lento, finchè una sassata non lo centrò sul capo.
- Hey sottospecie di ferraglia sbullonata, girati quando un uomo ti chiama, hai capito? –
Devo avvertirla che qualunque violenza ai miei danni avrebbe gravi ripercussioni sulla sua libertà individuale. Ogni danno volontario ad un’unità R-33 è punibile con un minimo di 6 giorni di reclusione, in caso di danneggiamento lieve, fino ad un massimo di anni quindici in caso di completa disattivazione.
Un’altra sassata raggiunse il manichino, stavolta sul volto.
- Non mi frega niente di quello che dici! Non prenderò ordini da una lavastoviglie che cammina! Non io! Non Jack Johnson!-
- Hey Jack che succede, perché strilli così? – chiesero due tizi di passaggio su un furgone.
- Perché questa specie di televisore scassato vuole farmi la multa per divieto di sosta! –
- Ah sì? – disse uno dei due, scendendo dal furgone con il crick in mano – magari è solo guasto. Io me ne intendo un po’ di roba elettronica. Con un paio di botte s’aggiusta! -
Entro cinque minuti sarà sul posto una pattuglia della polizia. Nel vostro interesse vi consiglio di allontanarvi immediatamente.
- Certo! Tra poco arrivano gli sbirri. Peccato soltanto che il ponte dal lato della stazione sia chiuso per lavori! Come fanno, arrivano a nuoto? – esclamò il secondo tipo scendendo anche lui con una catena di ferro.
Nel frattempo si era raccolta in strada una piccola folla.
- Non è per niente bello quello che sta facendo! – gridò una vecchia rivolta verso il manichino – togliere il pane dalla bocca ad un padre di famiglia! -
- Io quello lì lo conosco! – gridò un uomo che indossava una felpa a scacchi bianchi e rossi – è lo stesso che mi ha fatto abbattere la casa, perché secondo lui era abusiva! Io e la mia famiglia dormiamo in una roulotte da due mesi, per colpa di questo stronzo! –
- Ha mandato in galera mio fratello! – urlò un altro.
In pochi secondi decine di voci si unirono al coro.
E’ mio dovere avvertirvi che sto registrando l’intera vicenda. Identificati i partecipanti, gli eventuali responsabili della sommossa saranno puniti secondo le norme vigenti.
- E smettila di blaterare, cretino! – gridò Jack Johnson lanciando un’altra sassata.
A quel segnale tutti si gettarono sul giudice brandendo ogni oggetto possibile.
Vi prego di smetterla. Io sono l’unità R-33 867. Il mio compito è amministrare la legge, disse il manichino mentre piovevano colpi da tutte le parti.
La legge è uguale per tutti e tutti i cittadini sono uguali dinnanzi ad essa, senza distinzioni di sesso, età, ceto, razza e religione.
Poi un colpo più forte o più preciso di altri sfasciò la testa dell’androide, che cadde al suolo inerte.
Il manichino rimase sul selciato, in un’innaturale posizione dovuta al collo spezzato. Mentre la folla si accaniva su suoi resti. Nei suoi statici occhi rivolti al cielo, la scintilla azzurra si spense e si riaccese più volte, come una piccola lacrima.
Io sono l’unità R …
Il mio compito …
… legge è … tutti
… uguali dinnanzi …
… uguali …
… uguali …
……………….
In lontananza si cominciò a sentire, sempre più forte, il suono di molte sirene.
Incontri ravvicinati nel mondo virtuale
di Alessandro Bastasi
@@@@@@@@@
- Perché dici che non lo possiamo fare?
- Perché così mi sembra triste ...
- E dai! Ci sono io vicino. Sono tua complice. Anzi, sono parte di te, l’hai detto tu, no?
- Lo fai anche tu?
- Sì. Non lo vedi?
@@@@@@@@@
Il Dirigente della Grande Azienda aveva letto il profilo su Facebook della Bella Ragazza Bruna. Tunisina, capelli neri, occhi nocciola, single, aggressiva e passionale. Erano le tre e mezza di notte.
Vedovo, cinquantasei anni, due figli grandi, sposati, una vita tutta dedicata alla Compagnia, stava surfeggiando senza entusiasmo tra i gruppi del libro delle facce, dove trovava gli interventi più disparati, da una ricetta per fare la torta coi pinoli alle minacce contro gli immigrati del leghista di turno. Cliccando a caso sui vari nomi che comparivano uno in fila all’altro nelle sezioni di facebook , si era incuriosito per il nome della donna, aspro da pronunciare, con una j, due h e una w. C'era anche una foto, ed era stato allora che aveva fatto un salto sulla sedia. Dio, che splendore …
"Gentile sconosciuta, ho letto il ritratto che lei fa di sé, e devo dire che mi ha molto colpito. Lei, in poche righe, riesce a suggerire un universo femminile carico di promesse e di aspettative. Mi piacerebbe molto conoscerla. Nel frattempo le invio una richiesta di amicizia. Un caro saluto."
Non aveva mai inviato messaggi del genere, a nessuno, mai, in tutta la sua vita. Ma la notte è pericolosa, in rete. Cadono difese, inibizioni. E dall'altra parte c'è gente sola, insonne ... esattamente come lui. "Sono matto!" pensò il Dirigente. Send. Vai!
La risposta gli arrivò subito, con un invito a chattare.
- Amicizia accettata. Ho letto il messaggio. E anche il tuo profilo. Come sei formale!
- Be', io ... non sono ancora abituato a questo tipo di rapporti
- Strano, eh? :-))
- Che cosa vuol dire ‘:-))’?
- Prova a chinare la testa verso sinistra. Vedrai due occhietti, un naso e un sorriso. E' una "faccina".
- E' vero! Che simpatico! :-))
- Ma tu che fai nella vita?
- Lo hai letto. Sono un Dirigente d'azienda. e tu?
- Giornalista, sono corrispondente economica per un giornale di Tunisi.
- Interessante ...
- Senti, perché non ci vediamo? Domani sera, in San Babila, davanti al Teatro Nuovo, alle sette.
- Ehi ... vedo che non perdi tempo!
- Perché dovrei?Tanto il tempo non esiste.
- Ma guarda che io ... ho cinquantasei anni ... e tu ne hai trenta.
- E allora?
@@@@@@@@@
Già. E allora? Al Dirigente veniva da ridere. Andò in bagno, a lavarsi i denti. Non riusciva a togliersela dalla testa. Gli veniva da ridere, sì, ma era una reazione che gli saliva dallo stomaco, il battito del cuore appena un po' più rapido del solito. Si guardò allo specchio. I capelli ... brizzolati, più scuri che bianchi, però. Pepe e sale. La pelle del viso ancora soda, di un colorito accettabile. Denti perfetti. Non fosse per quegli occhi un po' troppo miopi ...
Il giorno dopo in piazza San Babila aspettò per un'ora, fino alle otto. Poi se ne andò, stizzito e offeso per il bidone che quella tizia gli aveva tirato. Come se lui avesse tempo da perdere con le ragazzine!
Alle nove era collegato. E trovò un messaggio in mailbox, delle ore 16:50.
"Scusami tanto, ma non penso di arrivare stasera. Mi ero sbagliata e non so come avvertirti, non ho il tuo numero di telefono. Ciao ciao."
D’improvviso tutta la rabbia gli passa. Sorride, comprensivo.
"Non importa, cara sconosciuta, sono stato uno sciocco a non pensarci. Il numero del mio cellulare è 349-243567 ... Che ne dici di vederci domani?"
Ogni cinque minuti va a vedere chi è in linea, ma il nome con una j, due h e una w non compare. Non c'è nemmeno l'ultima volta che ci guarda. Sono le due di notte. Spegne il portatile, va in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Si prepara per andare a letto. Poi ci ripensa.
Forse è sulla guida telefonica.
Riaccende il computer. Pagine bianche ... No, niente ... Chissà, forse vive con un'amica ... o un amico! Che strano! Si rende conto solo ora che non sa nulla di lei. Magari è sposata, ha dei figli ... Magari quella della foto non è nemmeno lei ... Che ne sa, lui ...
@@@@@@@@@
- Come mi immagini?
- ... come nella foto ... bruna, occhi da incanto. Mi immagino che ridi buttando la testa all'indietro, con allegria ...
- Bello!
- Non è così, forse?
- ....
- E allora?
- Be', non lo so, sì, forse ... :-))
- E io? Come pensi che sia?
- Con te è più difficile, non c'è la foto!
- Dai, prova.
- Dunque ... sei non tanto alto, capelli radi ...
- Nooooo :-)) Sbagliato! I miei capelli ce li ho tutti.
- Aspetta! ... hai le labbra sottili di chi è abituato a comandare. E gli occhi tristi ...
@@@@@@@@@
Pesano le giornate, nella solitudine della Sala del Consiglio. Il Dirigente della Grande Azienda scarabocchia figure geometriche appuntite e nastri di Moebius sulla carta immacolata della sua cartellina di cuoio. Una voce lontana arriva dall'ultima poltroncina in fondo a destra. Quando il Presidente del Consiglio d'Amministrazione lo interpella sul Piano operativo dell'ultimo trimestre, conferma di non avere niente da dire. Non si accorge del silenzio imbarazzato con cui tutti lo stanno fissando.
@@@@@@@@@
- Ma perché non vuoi che ci vediamo? Eri stata tu a proporlo.
- Sì, ma ho cambiato idea. Ho paura che roviniamo tutto. A me sembra che ci conosciamo molto meglio in questo modo, non trovi?
- Sì, ma io vorrei ...
- Magari mi trovi brutta, non ti piace il mio sguardo, non ti piace come mi vesto ...
- Ma tu hai trent'anni, e io cinquantasei! Che razza di paure sono?
- Insomma ... no! Non mi va.
- ....
- Ehi, ci sei o ti sei addormentato? :-))
- No, no, sono qua. E' che ...
- Che ... cosa?
- .. che così non so neppure se ... esisti!
@@@@@@@@@
Il Dirigente si alza dalla sua scrivania, e si avvicina all'ampia finestra, da cui si vede un grande prato verde, con l'erba perfettamente tagliata, e, più lontano, una fila di alberi tutti uguali, tutti potati nello stesso modo. Oltre gli alberi, la stradina interna, con un furgone che avanza lentamente, e con la coda grigia degli impiegati che si recano in mensa per la pausa di mezzogiorno. La segretaria entra svelta e furtiva, portandogli un toast e una spremuta d'arancia, e fugge via, rapita dalla fame che ormai si fa sentire. Ora è solo, nel suo scranno, mentre mastica in silenzio, attento a non spargere briciole sul ripiano di pelle. Gli viene un grande sonno. Ha bisogno di un caffè.
@@@@@@@@@
- Adesso tu hai un vestito rosso, lungo fino ai piedi, con uno spacco mozzafiato che ti lascia scoperta tutta la gamba ...
- :-)))
- Anzi, no, lo spacco è sul davanti, fino alle mutandine.
- Non le porto ...
- Allora ... si vede ...
- Tu che dici?
- Sì, adesso che sei seduta secondo me si vede … senti, ma perché non attiviamo una web cam?
- NO! Continuiamo così. Dunque … tu invece hai una maglietta bianca, e dei pantaloni neri. Di cotone.
- No. Niente di tutto ciò! :-)))
@@@@@@@@@
Chissà com'è davvero, la sua segretaria! Lui la vede tutti i giorni, sempre ben pettinata, a posto, con vestiti castigati ma alla moda, occhiali rotondeggianti, un sorriso per ogni circostanza. Ha i capelli raccolti sulla nuca, mai il Dirigente glieli ha visti disciolti sulle spalle. Cerca di immaginarsela, ma è difficile.
- C'è qualcosa che non va? - gli chiede, notando come lui la stia fissando.
- No, nulla - si scuote lui - stavo solo pensando alcune cose ...
Lei se ne va, scrutandolo con la coda dell'occhio, cercando di indovinare quali siano i pensieri che da un po’ di tempo gli frullano sicuramente in capo.
@@@@@@@@@
- Sento che non stai bene ...
- Ma no, sta’ tranquillo, va tutto bene.
- Cristo, non poter far niente!
- ... no, non puoi far niente.
- Ho voglia di te, sai, un sacco di voglia!
- Anch'io. Non andartene. Abbiamo ancora tempo.
- Figurati se me ne vado! ... Tu ... tu non sai che cosa mi hai dato, mai avrei pensato di provare emozioni così forti, prima di conoscerti ...
- :-))
- Vorrei vederti ... incontrarti!
- No! Non voglio. Non ora.
- ...
- Che cosa c'è ... ti ho ferito?
- No ... E' strano ...
- ... dimmi ...
- Mi sono accorto d'un tratto che in fondo non ardo più come prima dal desiderio di vederti ... che il termine "conoscerti" non è più adeguato. Ormai io ti "percepisco", senza mediazioni, come se tu facessi parte di un "me" più ampio ... E' una sensazione che mi mette a disagio, ma è molto autentica, naturale, sa di antico …
@@@@@@@@@
Non dorme più, la notte. Dorme di giorno. Ha rassegnato le dimissioni.
Il libro delle facce è costantemente aperto.
@@@@@@@@@
- Perché dici che non lo possiamo fare?
- Perché così mi sembra triste ...
- E dai! Ci sono io vicino. Sono tua complice. Anzi, sono parte di te, l’hai detto tu, no?
- Lo fai anche tu?
- Sì. Non lo vedi? Mi sto già toccando.
@@@@@@@@@
Lo trovano così, con le mani appoggiate sulla tastiera del computer, la testa reclinata su una spalla. Sullo schermo, alcuni caratteri che saltano da un punto all’altro. Sono delle j, delle h e delle w. Nel fondo delle sue pupille, l’immagine di una donna dai capelli neri e dagli occhi color nocciola. Quando lo spostano dal tavolo da lavoro per comporlo nel sacco di plastica, le sue mani hanno un lieve tremito. Solo un attimo, però. Poi un gemito soffocato seguito da un clac metallico. Gli infermieri si voltano di scatto, con una sorta di timore inespresso. Ma è solo lo schermo del portatile che si spegne. I due si guardano, un sorriso tirato, lo zip veloce della chiusura del sacco, i loro passi pesanti sul pavimento di legno, la porta che si richiude con fracasso.
Passa un minuto. Due. Cinque.
Plic. Al centro dello video compare una piccola timida luce azzurra. Poi i colori, a invadere tutto lo schermo. Infine una voce calda, femminile, passionale:
- Lo desideravi tanto, eh?
- Sì.
- Ora staremo insieme. Per sempre. Ti aspetto.
di Frank Spada
Serbatoio pieno, un paio di bottiglie e qualche stecca, e lascio che la stazione di servizio sparisca nel retrovisore. Accarezzo mezza suola sul pedale e appendo il fumo della sigaretta a un rettifilo dietro l’altro. Al bivio, con il cielo che ombreggia l’incertezza di turchino, e il sedile a lato vuoto di persone, innalzo il fischio dei tornanti. Lui, il vicino che non vedo, certo di non morire per le mie indecisioni, invece di preoccuparsi per il suo futuro se ne sta lì a sonnecchiare la fatalità delle sterzate. Non guardo l’ora al polso: giù un sorsetto e lascio che gli occhi venati di tungsteno sbircino la strada. Tengo fissi i miei su una coppia di puntini rossi che vanno da una parte all’altra del parabrezza panoramico; sembrano velati... Finestrini chiusi per la temperatura che si abbassa e interni di nebbia appiccicosa, forse è meglio che rallenti – di finire nel precipizio che mi affianca, dove il pietrisco rotola via assieme al vento in quota che si infila giù dall’alto per cercarmi dentro un bosco, stanotte non ne ho voglia.
Schiena dolorante; tiro il freno, premo due pulsanti e le portiere inghiottono l’opacità dei finestrini. Allungo la punta di una scarpa, poi l’altra: fuori c’è posto solo per le quattro ruote. Smarrisco i movimenti nella nebbia del mio fumo, faccio in tempo a bagnarmi anche i calzini e non vedo luci dal basso. Su in alto, invece, tra le macchie scure, osservo qualche stella che non parla e stracci di nuvole che corrono veloci senza tuono. Rientro perché l’aria è più frizzante di un gin liscio e rischierei un capogiro respirando, e di perdere inesorabilmente i piedi oltre il ciglio strada attardandomi troppo da chi inseguo. Non so ancora come sarà l’ambiente in cima e comunque non mi aspetto sorprese entusiasmanti. Il tizio che mi ha saldato in anticipo il conto della spesa per tenere pronta la 45, mi ha detto che lassù, al Passo della Morte, una tana per un orsacchiotto come me l’avrebbero trovata. Sigarette penzolanti dalle labbra al ritmo dei sorsetti che mi lisciano la gola e arrivo su che è quasi l’alba. Affaccio il muso scricchiolando i cerchioni, avanzo leggero sulle gomme come spinto da una mano e imbocco un vialetto. Sul fondo, un’insegna con un cervo con le corna mi indica “La tana del turista” e, poco oltre, seminascosto, il suo pick-up. Portiera oliata e scendo. Avverto un freddo... un cane mi dà il benvenuto alla catena, scodinzolando, senza abbaiare – perdo l’occasione di girarmi; la testa...
Al capezzale di un turbante, e di due occhi chiusi sul cuscino, c’è un’anziana e un articolo ingiallito dal tempo che non muore: “L’ULTIMO ROMANZO DI UNO PSEUDONIMO AUTORE RESTERA’ INCOMPIUTO?” Dopo la scomparsa avvenuta in circostanze strane, in una località non precisata e senza testimoni, gli unici elementi su cui la Polizia sta cercando di far luce sul mistero di un corpo magro, quasi inesistente, e mancante da diversi giorni, sono le ultime dichiarazioni rilasciate alla stampa. Dicono che non è ancora emerso nulla dal buio dove stanno scandagliando. Qualcuno dice che è un accanito fumatore, ma che non è pericoloso – naturalmente per non creare allarme tra la popolazione. Diversi tabaccai, interrogati in tal senso, hanno dichiarato che le vendite non sono diminuite, anzi. Altri invece, e per la stessa ragione, dicono che questo fatto esclude la sua morte. In ogni caso, se un volto estraneo bussasse alla vostra porta dopo il calar del sole, accertatevi che fuori non c’è nebbia e informate la Stazione di Polizia più vicina. Arriveranno in fretta, prima che lui vi chieda se gli offrite un caffè, si accenda una sigaretta e ringraziando vada via per rintanarsi chissà dove.
Entra un camice. Un sorriso, un invito – la donna ripiega il giornale.
Un killer, mezza testa lasciata in una sala operatoria, l’altra mezza a riposo su un guanciale, aspetterà la madre anche domani – reparto lungo degenti, Ospedale di... beh, non ha importanza.
di Frank Spada
una provocazione per quegli editori che, chiedendo e cercando scoop narrativi, si perdono spesso buoni romanzi...
– Mi chiede il senso della storia? Beh, prende avvio a metà strada e da lì fa un salto indietro nei segreti del protagonista. Si chiama Marlowe. Il nome? Forse qualcosa non ha funzionato nei programmi di suo padre – uno sceneggiatore della RKO a Hollywood, scrittore di gialli, un forte bevitore che aveva tentato per ben due volte il suicidio. La prima, depresso perchè i suoi racconti erano venduti solo nelle stazioni di servizio di La Jalla, la seconda, proprio in occasione della nascita di Marlowe. Perché, appena lo sbirciò da dietro una vetrata, sguardo vacuo di Martini e olive di traverso agli occhi, pensò non fosse figlio suo e imputò la paternità del fagottino al suo segretario, un uomo senza personalità che passava le serate davanti alla TV a lisciare il pelo di una gatta nera tenendo compagnia alla genitrice: una donna di origini irlandesi, gambe lunghe e puritana. Per lo scrittore fu un colpo. Da qui il secondo tentativo. Lasciò la clinica e andò in velocità al bar di un suo amico per cercare conforto tra le parole di una dozzina di Bacardi shakerati rosa e poi…
– Banalità da giornaletto glamour, insomma! – esclama un giovane editore, rivolto all’autore, un esordiente in là con gli anni, terminando il suo frappé.– Mi lasci dire, la prego, perché ora arriva il fatto. Passato agli scozzesi lisci, lui finì per ruzzolare a terra dal sedile incentrato su un perno senza fine, fu aiutato a rialzarsi e lui andò nella toilette e là, disteso tra un vortice nero e un lavabo, la Polizia lo trovò con un graffio sulla tempia e una pistola in mano che cantava “The lady is a tramp”.– Senta un po’, amico mio, perchè non scrive qualcosa… un romanzo erotico, o un trattatello poetico e sensuale su un senso dimenticato, per esempio. I lettori vogliono roba forte, sangue, delitti, perversioni, oppure testi che li indirizzino a sognare immagini sensuali a portata di mano. Lasci perdere l’esotismo americano, datato poi!
– Guardi che il titolo è ‘Marlowe ti amo’! Due sequel già pronti, mica scherzetti, sa - risponde l’autore.
– Caspita che tardi! – guardando l’ora al polso – Mi scusi, ma io vado. – conclude l’altro allontanandosi.
Lui vorrebbe corrergli dietro per strozzarlo, ma il fumo di una vita lo incatena fermo in piedi. Chiama il cameriere, paga tre frappé e s’incammina stringendosi nelle spalle, come per proteggersi dall’ira, e riflettendo sul fatto che ha bevuto solo un sorso d’acqua, da uno dei tre bicchieri che hanno accompagnato i frappé rimasti muti sul tavolo ad interrogarsi sull’andamento dell’incontro, scuote la testa.
Pochi passi e sfiora un altro bar. L’attimo di un desiderio che sembrava essersi assopito e entra. Un chinotto, prego – Poi beve con calma lisciandosi il palato e dice senza voce:– “Che diamine, io non sono mica lui!”.
di Massimo Vaj
In trecento battute la dimostrazione che Dio è ovunque
All'aprirsi pesante del grande portone di quercia un soffio gelido entrò prima di tutti, insinuandosi nelle crepe aperte dalla morte dei simboli sacri che un mosaico, antico e consunto, mostrava a un cielo che le alte navate, agitate di demoni, oscuravano. "Deus ubicumque est"... esaltava una scritta gotica, ingrigita di muffe, che dominava l'abside dentro al quale una grande croce inchiodava, impietosa, un Cristo dagli occhi rassegnati e rivolti verso l’alto. In lenta e monotona processione sguardi cupi tagliavano il buio da volti deformati dall’odio, e varcavano il sacro confine che lasciava fuori il dubbio per non far entrare certezze. Quei tenebrosi corpi lentamente si disposero in strette file parallele, legate dall’astio che le teneva tenacemente ordinate, e un comune destino di esecrabile sofferenza le obbligava a invocare una morte atroce per nemici che non potevano perdonare. Rimpiccioliti, in fondo al girone infernale, un prete e due servi parevano artigli coi quali il fetore ornava la bestemmia di trovarsi in quel luogo, voluto dalla santità di coloro che se ne erano andati, disgustati dall’umano degrado. Nessuno di quegli insulti al cielo conosceva il momento esatto nel quale piegarsi, e tutti si inginocchiavano soltanto per mostrare all’altro di esserne stati capaci. La funzione iniziò col solito lamento prolungato, quasi reclamasse una grazia che rifiutava da sempre, e fu seguito dall’incespicare di formule che avanzavano feroci, in un coro imparato dalla memoria che ha ogni meccanismo spento: “Deus ubicumque est, et cum Spirito tuo”…
Cristo, disperato dai chiodi di quelle volontà perdute, aspettava come sempre e guardava alto, pregando il Padre, anche se sapeva che nemmeno quel giorno una mano ne avrebbe accarezzata un’altra allo scopo di farlo scendere dalla croce.
“Deus ubicumque est”… le gole urlavano, ignorando che fosse vero, e che solo un atto d’amore avrebbe potuto fermare il male.
– Arrivederci, Timo.
– Buonanotte, professore. – Dice l’altro sottraendo al ceppo braci con una paletta in mano, mentre un paio di braciole macerano sapori dentro una fondina lambita dalla fiamma e due clienti le tengono di mira dal tavolo lì accanto.
“La Patria del Friuli” in tasca e la sua firma in calce all’editoriale quotidiano, e il giornalista esce dalla trattoria.
Nevicherà? Lui alza gli occhi – il cielo soppesa il fumo dei camini, indeciso se appendersi a quell’appendiabiti insicuro o proseguire verso le montagne per togliersi giù il manto. Il letterato lascia il poetico fondale e accosta l’andatura a sinistra – la quinta è chiusa dalla roggia che s’imbuca ai piedi delle ‘Grazie’.
Ammutolita, in centro al prato ovale, la fontana si specchia nella rotondità del gelo. In alto, l’angelo svetta il campanile della Piccola Patria con un dito puntato al vento della rosa: impone il sostare della notte. Ed ecco che una buffata bianca volge di lato il naso al nostro amico. Avverte tanto freddo che si fermerebbe solo per abbracciarsi a se stesso, e sospende il passo per dar strada a un autobus che corre via con gli interni spenti sotto le rive del Castello, poi sale verso l’arco dell’antica porta di mattoni. Giunto là sotto, tra quattro angoli bui, maleodoranti per l’odore acre dei viandanti, zampilla e si allontana non visto.
Svoltato il liberty rotondo del Cinema Centrale, il professore imbocca un vicolo e affretta il nome di una donna nel chiarore di un’insegna. Entra in un’osteria: due persone al banco. Di domenica, a quest’ora?
Amalia lo saluta storcendo... la chiamano ‘bocjate’. Il perbenismo cittadino si riferisce a lei con più eleganza dicendo ‘boccabella’. A parte questo, la donna ha una figura... È una mancata indossatrice offesa al volto dalla brutalità di un mascalzone che ora vive in carcere, in via Spalato. Quanto alle maldicenze cittadine... desideri perpetuati da chi non è capace d’altro.
Una caraffa di Refosco, due calici capovolti tra le dita e Amalia si siede assieme a lui, al solito tavolo.
– Professore, è da un po’ che non la vedo. Mica ammalato? – gli chiede premurosa, sorridendo come può, felice di vederlo.
– No, no, – risponde lui abbassando i baveri del cappotto alzati intorno al collo – ero fuori città per lavoro, – aggiunge consolato dal tepore raggiunto lì dentro e serve lei per prima tintinnando l’amicizia che li lega – la donna impaziente di ascoltare le sue storie, lui di parlarle del suo amore.
– Amalia, sai che nevica, – dice il giornalista eccitato dal colore bianco. – E Gigi? – chiede sorseggiando. – È a casa da una settimana. Quest’influenza trattiene la clientela a letto, professore mio, – risponde allegra – Comunque è quasi un bene, – soggiunge aspirando la voce – se non c’è lui non ce la faccio a portare in qua le damigiane. – E scuote i riccioloni bruni difendendosi la bocca dagli sguardi.
– Màlia! – I due tizi al banco la chiamano. Due occhi appiccicati addosso seguono ondeggiando i suoi passi. Il professore beve crocchiando aromi sul palato e apre il quotidiano. Legge il suo editoriale e rimugina pensieri attorno al vino sfuso che gli accarezza il cuore.
Gigi, il fratello di Amalia, è un levantino che cerca il vino buono di persona; il rosso dalle parti di Faedis, il bianco nel Collio friulano.
Un’occhiata al banco e un cenno lo invita ad aspettare.
Alzando il fondo del bicchiere, lui si ricorda che Gigi qualche anno prima, un pomeriggio di novembre, lo prelevò dalla redazione con la sua Topolino Giardinetta verde chiaro e legno a strisce, diretti alla cantina di un certo Bachèt, vicino a Cormòns.
Si rammenta l’impazienza che Gigi aveva di partire, il cofanetto sul sedile, le spiegazioni circa lo strumento per misurare il grado alcolico del vino, le teorie sull’arte del trattare; finché il guidatore rotolò via in silenzio l’asfalto a buche appendendosi al volante. Lui, invece, sobbalzando il fiato senza parole.
Curve disinvolte e Gigi dimenticava di riposizionare la levetta delle frecce che alternavano sulle fiancate il segnale luminoso, ticchettando dentro l’abitacolo un irritante metronomo a tempo di fox-trot. Dopo una trentina di chilometri dal ’viale della morte’ – era chiamato in questo modo per il via vai dal porto di Trieste a Udine degli automezzi militari inglesi che spesso abbracciavano gli alberi voluti da Napoleone – verso le quattro arrivarono da Bachèt.
La Topolino superò il cancello senza rallentare. Gigi arrestò la corsa con una sterzata stretta, impolverando la porta della casa.
Niente in vista e un cane mostrò il muso dal vano di un gabbiotto, e si rincantucciò senza abbaiare. Il professore sentì la polvere agli occhi e la voce di una donna: “L’uomo è in cantina”, disse la moglie di Bachet, in friulano, e Gigi rise largo incamminandosi con il cofanetto in mano.
Si spalancò un portone ad arco, di legno a doghe maschiate senza chiodi – colore di lucidi marroni e caminetti accesi, e vino stretto tra i denti attorno al fuoco. Una sagoma prestante avanzò dalla penombra. Gigi presentò il compagno. Qualche ruvido ricordo e un artigliere di montagna, appena grigio, prese a dire che quell’anno il vino era speciale, e avanti tra le strettoie degli impalcati delle travi eretti sulla terra nuda, battuta, compensata dai grossi cunei nei livelli per sostenere la fila delle botti.
Un tavolone stagionato dal battere del gioco della ‘morra’, una lampadina sopra per un debole chiarore, due dita spillate nei bicchieri e assaggiarono il bianco – erano lì solo per questo. Gigi roteò il suo, lo annusò, lo aspirò ossigenandolo e lo gorgogliò piano-piano. Bachèt annuiva di lato, sorridendo, per testimoniare la qualità del suo prodotto. Altre due dita e Gigi si ripeté.
– Vero che è buono, professore?
– Altroché, – fece lui convinto.
– Ma dai, professore, è un vinello e basta, – rispose Gigi.
In qua il cofanetto e il levantino tolse il suo strumento. Montò diversi pezzi in ottone, versò un po’ di vino in una serpentina e serrò l’imboccatura con un dischetto a forellini: fuoco allo stoppino. Sei occhi distanziati attorno alla fiammella, zitti!
Pochi istanti e i tre allungarono la fronte verso l’asta di vetro graduata. Bachèt si stropicciò le palpebre. L’attimo di un soffio e Gigi si ritrasse veloce dicendo che quel Tokaj arrivava sì e no a dieci gradi. Un tuono si abbatté sul tavolo. Bachèt rialzò il pugno. L’artigliere ricaricò il colpo fin dietro la nuca; lo trattenne in alto e cominciò a bestemmiare. “Che materiale interessante per i filologi locali”, pensò il professore ascoltando le variazioni estese in ogni dove del creato.
Poi l’artigliere urlò che non era possibile, che la prova della parte zuccherina fatta dopo la vendemmia aveva assegnato non meno di dodici gradi, che lui... Gigi smontò le sue lucide intenzioni e ripose lo strumento. Si spillò un bicchiere fino all’orlo e lo mandò giù senza formalità, offrendo per quel vino centocinque lire al litro.
Iniziò una disputa a suon di numeri: – Centodieci, – diceva Gigi. – Centoquaranta, – l’altro. E dopo una caraffa sul tavolo per calmierare i prezzi, e terminata in fretta, ne seguì un’altra. Ogni tanto, il professore usciva fuori, dietro a un gelso centenario.
Affrontarono ‘il viale della morte’ che era buio; guidava il professore. Gigi dormì per tutto il viaggio. Due damigiane da cinquanta dietro lo schienale portarono in città il primo ettolitro. Il resto... acquistato a centoquindici al litro!
Qualche tempo dopo, la targhetta esposta al banco della mescita “Da Amalia” denunciò che quel vino aveva tredici gradi (prezzo al calice... beh, lasciamo perdere, erano gli anni ’50).
I due tizi se ne vanno. Lei spegne l’insegna. Lui comincia a raccontare. Parte da lontano; procede senza fretta mentre fuori nevica che... fra poco lasceranno le impronte sul tappeto bianco del cortile, saliranno una scala – lei abita di sopra, da sola.
Lunedì, la mescita è chiusa per turno di riposo, la “Patria del Friuli” uscirà senza editoriale.
di Alessio Pracanica
Il Capo (Cp) e il Sottocapo (Scp) non vanno d’accordo. E fin qui non ci sarebbe niente di male. Il Partito Unico di Maggioranza Creativa (PUMC) desidera un po’ di competizione tra i sottoposti. Perché la competizione stimola la creatività, aumenta la produttività e soprattutto permette di incanalare la malsana libido animale, verso scopi socialmente più utili ed accettabili.
Come dicevo, il Cp e la Scp non vanno d’accordo. Il problema è che il Cp ed la Scp sono sposati tra loro e questa inopportuna relazione sociale crea continui grattacapi.
Anche il Sovrintendente (Svtd) è imparentato con il Cp, perché l’Svtd e la Consulente del Sovrintendente (C-svtd) sono sposati ed il Cp è nato da quest’altra relazione sociale.
Inutile dire che il Consulente Primario (Cspr) e l’Assistente del Consulente Primario (A-cspr) sono anch’essi sposati e dalla loro unione è nata la Scp. In condizioni normali il Cspr è sottoposto all’ Svtd, ma poiché quest’ultimo è afflitto da sclerosi senile, sia il Cspr che l’A-cspr tendono ad oltrepassare i limiti delle proprie funzioni, interferendo nei rapporti professionali del Cp e della Scp.
Ciò è fonte di ulteriori problemi.
Nella mia funzione di Primo Referente (R-1), mi trovo spesso a mediare tra le rispettive posizioni del Cp e della Scp, ma con scarsi risultati. Poiché io sono nato dalla loro relazione, così come il Referente secondario (R-2) e la Referente terziaria (R-3f), inopportune pressioni psicologiche ostacolano la mia lucidità di giudizio.
In più, pare che la Scp abbia un Ausilio di Primo Grado (Ausl -1), con cui minaccia spesso di sostituire il Cp nelle proprie funzioni. Stando alle leggi vigenti, l’Ausl -1, qualora la carica sia ricoperta, è sottoposto al grado immediatamente superiore con il quale si trovi in relazione, in questo caso la Scp, che a sua volta è ovviamente sottoposta al Cp, ma se la Scp stessa presentasse in Tribunale congrua documentazione, attestante eventuali carenze programmatiche e/o strutturali del Cp, l’Ausl -1 diverrebbe automaticamente il Cp, mentre il Cp precedente sarebbe retrocesso a Supervisore Generico (Sg), almeno fino al momento in cui non entri in relazione con un’altra eventuale Scp. In quel caso verrebbe promosso a Capo di Secondo Livello con Mansione Ausiliaria di Supervisore Generico (Cp2-MaSg).
Se, per ipotesi, il Cp venisse retrocesso ad Sg, sia io che R-2 ed R-3f rimarremmo sottoposti alla Scp, mentre nei nostri confronti le funzioni di Cp sarebbero ripartite tra l’Sg ed il nuovo Cp, nella misura di 70 e 30%.
Nella mia qualità di R-1, tutti questi spostamenti di organigramma mi provocano inopportune tensioni e sbalzi d’umore, che fatico a giustificare con i miei superiori, soprattutto con la Scp, che è molto pignola e tiene a sottolineare ogni mancanza, per mettere in cattiva luce il Cp a vantaggio dell’Ausl-1.
Proprio l’altro ieri, questa continua atmosfera di contrasto programmatico che, devo ammettere, influisce oltre misura sul mio rendimento applicativo, mi ha forse spinto a commettere un errore imperdonabile, in quanto ho rivolto alla Scp un epiteto offensivo ed assolutamente ingiustificabile, sul piano delle normali relazioni sociali.
Di ciò dovrò rendere conto, com’è giusto, di fronte alla Commissione per le Devianze Primarie (CDP), ove spero siano comprensivi e tengano in giusta considerazione il clima di stress ambientale, nonché la mia stessa eccessiva fragilità caratteriale, permettendomi di accedere alle strutture di riabilitazione, che da sole forse permetteranno un mio pieno recupero integrativo nella società civile.
In realtà sono estremamente pessimista. Se fossi io a dovermi giudicare, mi infliggerei la pena massima prevista dalle norme vigenti. L’unica mia speranza consiste in una certa ben maggiore maturità dei membri della CDP, rispetto alla mia povera comprensione degli eventi in questione.
So che la Scp testimonierà contro di me, com’è ovvio, in quanto parte lesa. Il Cp invece non interverrà al dibattimento, perché la sua posizione attuale è fin troppo debole ed ha paura di commettere passi falsi che avvantaggerebbero ulteriormente l’Ausl -1.
L’unica persona che forse interverrebbe a mio favore è l’ Svtd, ma come ho già detto, è afflitto da sclerosi senile ingravescente e le sue parole rischierebbero di produrre l’effetto contrario.
Mentre il Cspr testimonierà a favore di Scp e quindi, in ultima analisi, contro di me.
Mi hanno appena consegnato il mandato di comparizione :
Mandato di comparizione a carico di R-1
(Cod. 890921SDDF) di Cp ed Scp
(Cod. Cp 890920SDDF)
(Cod. di Scp 780962RTGH)
Di anni 11
Oggetto del dibattimento :
Aver leso l’onorabilità di Scp pronunciando più volte la parola mamma
di Frank Spada
Mattina estiva e un uomo in là con gli anni esce traballando nel piccolo cortile dietro casa – un fazzoletto d’erba tra due muretti di pietrame, bassi, contrapposti a pochi metri di distanza uno dall’altro. Sul fondo, una tettoia profumata da un glicine in fiore, un flipper sgangherato, una Gilera Saturno rosso arrugginito, alcuni attrezzi da giardino, un baule...
L’uomo, spesso sofferente di vertigini, si siede subito sul muretto, quello a ovest, accende l’abitudine di una sigaretta rimuginando sull’instabilità delle stagioni e inanella nuvolette grigio-azzurre, a mezz’aria sopra l’erba che ondula il terriccio in montagnole, a destra o a sinistra di dov’è seduto – il pomeriggio, sempre se c’è il sole, si siederà su quello a est a raggrinzirsi il volto.
Un battito di mani per scacciare la monotonia irritante del canto di una tortora, tira una profonda boccata e abbandona con la corposità del fumo un lamento senza voce nel silenzio. E prova ancora a ricalcare la sua vita, seguendo i ghirigori di un’immagine mentale che non gli dice nulla: un groviglio di segni che si allarga a dismisura in modo indecifrabile, che in alcuni punti incrocia linee spezzate, una sull’altra per innumerevoli volte, come macchie di insetti neri spiaccicati sopra un foglio. Lui vive di incubi notturni, di visioni prive di memorie certe, che proietta su una carta stellare dove vaga cercando le origini del tempo, tra costellazioni senza nome, nel buio della mente. Un brontolio su in alto e distrae lo sguardo opaco dai pensieri. Un temporale estivo e inizia a piovere con forza. Lui resta immobile, a fissare una formica che sale tra gli slanci d’erba sullo stelo di una pratolina e un’altra, lì vicino, che sgambetta in una pozza di pantano.
Bagnatosi senza un’emozione, l’uomo in là con gli anni rientra in casa sgocciolando brividi e vertigini. Prende ad imbrogliarsi ancora per capire che senso ha avuto il suo esistere e soffia il fumo di un’altra sigaretta verso il rimpianto di una donna, forse vista in un baule, stecchita.
Intanto, riapparso il sole, cocente per l’ora quasi meridiana, la formica scende dallo stelo indifferente all’originalità casuale della vita; l’altra, invece, resta imprigionata dalla banalità della morte nella fanghiglia ormai rappresa di una buca.
di Marco Bianchi
Sono le 5 e da questa collina, tutte le mattine osservo il panorama che sotto di me si estende a perdita d’occhio e mi regala la prima emozione della giornata quando, con qualsiasi tempo, la notte si trasforma in giorno e lentamente, in modo impercettibile la prima luce mi colpisce esattamente sulla fronte abbagliandomi. Attendo il sole come attendo tutto il resto. Sono un maestro dell’attesa, il costante esercizio dell’immobilità e della pazienza mi permettono di aspettare qualsiasi cosa, il primo amico come l’avvicendarsi delle stagioni. La calma interiore è il segreto, ora che gli anni hanno disegnato la mia pelle profondamente e il respiro si è legato a tutto il mio essere sono in grado di isolarmi dal mondo, chiudere con i suoni i rumori, il freddo il caldo, gioia e dolore tutto, tutto questo silenzio mi calma e mi fa osservare il mondo con occhi nuovi, consapevoli. Non è sempre stato così, sono stato giovane anche io non credete! Ho avuto voglia di crescere, di cullarmi nel vento, abbracciato dal sole, bagnato dalla pioggia, dai temporali estivi che ti inzuppano fino al midollo, ho avuto un maestro che adesso riposa sereno in una casa in paese, mi ha insegnato tutto quello che sapeva, è stato un esempio una guida un padre... un giorno sono arrivati e se lo sono portato via, così, senza una parola una spiegazione, forse perché sono convinti che io non capisca le parole degli altri, tu sei diverso mi dicono, nessuno a noi spiega nulla; il maestro è andato e io sono qui, senza parole aspetto, un cenno, un sussurro, il vento mi porta sempre buone notizie, ascolto ma niente, l’hanno visto in questa casa, distrutto, a pezzi, in questa prigione di mura si è spento, di lui non è arrivato nemmeno un sussurro d’addio, niente. Aspetto, l’attesa è sorpresa se non ti aspetti nulla da fuori, quando vogliamo qualche cosa con tutto il nostro essere immancabilmente soffriamo... è stata l’ultima cosa che mi ha detto prima che lo portassero via, ricordati quello che ti dico! Non aspettarti mai nulla, tutto quello che arriverà sarà un regalo e una sorpresa, sarai felice. Quanta fatica! Rinunciare a volere, quando ero giovane volevo un sacco di cose, volevo essere forte, volevo essere il più bello, aspettavo di crescere, quando sarò grande farò tutto quello che voglio, piegherò il mondo ai miei voleri, la mia eternità sarà la vittoria su tutto e tutti, questo pensavo quando guardavo il mio maestro, volevo essere come lui e facevo tutto il contrario per riuscire ad assomigliare all’esempio che ha sempre rappresentato per me. Tutto il contrario! Me ne sono reso conto il giorno in cui se lo sono preso. Avrebbe dovuto dimostrare la sua forza, opporsi, rompere tutto invece ha accettato il suo destino, era scritto mi disse, sorridendo se n’è andato, in pace. Ho capito dopo cosa significava quella pace, quando la rabbia mi è scivolata addosso e la mia anima ha ripreso a respirare, quanta fatica aspettare che questo mutamento avvenisse, ma ora che ho capito che non esiste la mancanza, ora che ho capito che il mio maestro vive in me attraverso i suoi insegnamenti l’attesa ha cambiato colore, è diventata pace, armonia, conoscenza. Ora non aspetto più, attendere vuol dire essere in sintonia col mondo, non mi aspetto risultati dall’attesa, tutto arriva in pace, arriva il ragazzo che scrive il suo nome sulle mie rughe, arriva la ragazza che disegna su di me le speranze del futuro, al mio braccio le corde legate cullano il cucciolo d’uomo che felice dondola al vento, sono ristoro refrigerio e ombra per i passanti che affaticati scollinano ai miei piedi, sono ombrello nei temporali, casa di mille esseri che si muovono intorno a me e che con me vivono, sono ombra che si allunga intanto che, trascorso il giorno, la sera si avvicina e il sole mi saluta e mi colora, mi accende anche oggi, in questo giorno che termina e si spegne con grazia signorile, dimostrazione del pendolo infinito che è la vita. Sono la quercia anziana del bosco ora che i secoli del vostro tempo sono trascorsi , attendo immobile che il destino compia quello che per me è scritto.
L'incipit (in corsivo) è legato ad un concorso bandito da Bianciardi a questo link: http://www.scriviconloscrittore.org/
Mi sono sempre piaciuti i film americani. Soprattutto mi piace fissarmi sulla possibilità che finisca in modo imprevisto, anche se già dal primo minuto, il più delle volte, si conosce il colpevole.
Questa volta poi, con Johnny Deep davanti al magnifico Spinotti c’era poco da scoprire,anche se il saltellante ta-ta-ta dei Thompson... che immagini!
Esco dalla sala, mi affaccio al “Camparino” e incontro Fred al banco – Per me uno scotch,liscio eh! – faccio al barman, e Fred mi dice che è in partenza per Courmayeur e di nuovo... e come se quel giorno fosse oggi, quella vecchia storia si dipana dall’inizio e mi riporta agli occhi una vacanza di lavoro e una brunetta che... ora vi racconto.
Piena estate e puntavo dritto a ovest, verso la riviera. Code, stazioni di servizio e con la radio accesa e il turbo-diesel su di giri arrivai dove dovevo. Il fumo tra le dita, un drink, e mi presentai in scena.
E qui, occhio a lato: un incantevole bikini rosa-arancio appeso a un impettito fondoschiena.
Un buon inizio, mi dissi, e controllai se anche lei imboccava. Ok, e pensai a dopo. Intanto dovevo fare il paio con Fred, uno che di cognome fa Besozzi, il titolare di persona di un incarico, che mi
aveva telefonato il giorno prima chiedendo di raggiungerlo per dargli una mano. Lui doveva rientrare a Milano – motivi di famiglia, aveva detto – dovevo sostituirlo per controllare i movimenti di un uomo che passava le giornate sulla spiaggia di Cap Doreé sdraiato su un lettino. Ragguagli e trascorsi personali degli interessati anticipatimi al passaggio di consegne dal mio amico, un
detective privato, come me.
Il tizio da badare, un brizzolato senza figli con un ricco patrimonio a largo raggio, dopo la morte della prima moglie si era risposato per cullarsi la vecchiaia in compagnia.
La seconda – la committente dell’incarico – da giovane faceva la cassiera in un cinematografo a orario continuato: 18-02, vecchi film americani in bianco e nero, e spettatori in cerca di ricordi. Una sera che pioveva, e il benestante si sentiva malinconico e ancora in lutto, entrò in quel cinema. Pagò il biglietto a una brunetta in cassa e poi un commovente servizietto fattogli dopo l’ultimo spettacolo in un bilocale che lei condivideva con un’amica che amava stare in casa:
lui... incantato con il portafoglio in mano! Da lì, i due iniziarono a incontrarsi anche da soli; meno di un mese e la giovane cassiera andò a vivere nel superattico dell’uomo in via Manzoni. Fede al dito e la fantasista strappalacrime lasciò il suo stringato guardaroba alla coinquilina rimasta a bocca asciutta a sputare dentro un water.
Da allora, e all’inizio di ogni estate, la coppia si trasferiva in una villa con piscina che lui possedeva a Cap Ferrat. Notturni in camere separate e a fine stagione rientravano a Milano – lei,
però, da tempo non si commuoveva più nemmeno se la Madonnina lacrimava di nebbia.
In ogni caso, il marito permetteva alla moglie di fare tutto ciò che voleva, fuorché andarsene via dal matrimonio. Pena: una clausola in un testamento notarile dov’era previsto che lei non
beccasse più di quattro spiccioli se lo avesse abbandonato, o se lui fosse morto per cause innaturali; il resto... devoluto alla Casa dei Miracolati di Segrate. Il tizio stabiliva giornalmente il fabbisogno personale della sua compagna, metteva il denaro in una busta e la infilava con signorilità sotto la porta della camera da letto – la somma variava a seconda dell’umore.
Alla base dell’incarico, dunque, c’era un marito previdente sempre in attesa di non esser deluso, e la volontà della moglie di tenerlo sott’occhio dal sorgere del sole fino al tramonto su una
spiaggia. Avvenimenti premonitori, o fatti accidentali in linea col programma, dovevano essere immediatamente comunicati di persona al proprietario del Caraibi Bar – un amico della donna che forse provvedeva a caricarle gli interessi per sovvenzionare le spese necessarie a dar corso alla faccenda: intuire per tempo se il tizio benestante si decideva a entrare in mare per l’ultima nuotata,
permettere a sua moglie di mettere nero su bianco una scrittura, lasciarla subito dopo in mano al funzionario di una banca riservata e vivere il resto della vita con una rendita miliardaria.
L’azione del detective era diretta a percepire, con intuito e sufficiente anticipo, quando il tizio sotto mira avrebbe smesso solo di provarci, e poi tornare a riva, asciugarsi dopo l’ultima
nuotata e rientrare a casa.
La brunetta, una quarantenne gambe lunghe, tornita come un tentacolo di piovra, – vista in un incontro in previsione del passaggio di consegne – era una donna senz’altro più decisa su come
agghindarsi leggera lungo i fianchi, che a dar aria alle lenzuola – abitualmente lo faceva all’una del pomeriggio. E infatti... arrivò all’appuntamento fissato per le tre due ore dopo.
Slogato al polso, a forza di guardare l’orologio, lei mi sbirciò dagli interni di una Jaguar spider mascherando la sorpresa. E quando Fred le accennò i motivi che lo obbligavano a rientrare in
città... mi pare ancora di vederla: furibonda per come si mettevano le cose, allungò fuori della portiera le movenze e fu lì per togliergli l’incarico su due piedi. Io, d’altronde, osservandole le
scarpe, avevo capito al volo che la donnina era stanca di aspettare e che l’idea di rinviare ancora il lutto stretto le era insopportabile. La sua impazienza? Un fenomeno, certamente non raro, di sincronia tra andatura del bacino, tacchi alti e sfrenata cupidigia.
Il Besozzi mi presentò in dialetto meneghino, dicendole che ero uno di cui poteva fidarsi, e il lavoro proseguì.
Prima di darmi le ultime consegne, seduti noi due soli in un bar con due Pernod, Fred mi disse che la donna aveva architettato un piano forse fantasioso, inappuntabile però; per la qualità
della materia prima che lei stessa avrebbe fornito.
Si trattava, in sostanza, di un meccanismo inesorabile, un pensiero a molla che lei stava caricando già da po’, anche a Milano, dove la brunetta esercitava la sua mente dal parrucchiere e poi la affinava al caldo sotto gli occhi della manicure. La sua femminilità? Quella di un killer che poteva uccidere la vittima a distanza; scoprendo ad arte qualcos’altro, oltre le gambe per mettersi lo
smalto ai piedi.
Il congegno sarebbe scattato perché il marito era pazzo di lei; fatto, in genere, di per sé già grave, ma in questo caso aggravato da una forma persecutoria di eroismo esistenziale che il marito
aveva maturato nuotando in mare aperto: l’unico suo sport, il preferito. Quanto al suo amore per la donna... un abbaglio della vita.
Fred mi confessò che la cosa un po’ lo imbarazzava, ma che la tizia pagava bene. Un altro Pernod e lui aggiunse, ma si rifiutò di dirmi come, o da chi aveva saputo i retroscena, che lei lo sfidava a raggiungere a nuoto uno scoglio... diciamo piuttosto lontano dalla spiaggia, e documentarle il fatto, se voleva in cambio... non mi dilungo nei particolari, perché la fantasista era
una che ci sapeva fare.
La donna lo tormentava in modo raffinato, soprattutto prima del sorgere del sole. Lei rincasava dalla serata trascorsa in qualche letto d’avventure e lui russava seduto in soggiorno con un
barboncino in braccio. – Bello mio, sei finitooo! – gli diceva; prima sottovoce, soffiando a intervalli regolari le parole con le labbra accostate all’orecchio del buon uomo, e prolungando l’ultima vocale sullo stato delle cose, poi aumentando ritmo e tono fino a gridarle a squarciagola – terminava il suo buongiorno con un urlo da far accapponare le ossa a un morto, accentuando con forza solo l’iniziale complimento nella speranza di fargli venire un colpo. Poi la donna proseguiva con l’ultima azione di rilievo: curve sibilanti in mostra alleggerite con perfidia esercitata, e indossava la seta della notte andando a letto a sognare l’indomani in solitudine. Mentre il poveretto... la malinconia dei pantaloni
bagnati perché il barboncino gliela faceva addosso.
Nell’attesa degli eventi, io ero lì per anticipare alla brunetta la notizia che il suo caro si era sbracciato in mare così in là che ormai non si vedeva nemmeno con il binocolo che portavo a tracolla, e che lei poteva agire, prevenire il rischio delle formalità di legge che avrebbero seguito una donna in lutto dietro a una bara in Francia, che poteva essere anche vuota se il corpo non veniva
ritrovato, quindi manovrare un’infilata di scatole cinesi e voilà: les jeux sont faits!
Lui faceva il bagno due volte il giorno, mattino e tardo pomeriggio, e trascorreva il resto delle ore in spiaggia sdraiato sul lettino, a leggere o guardare il mare – lo scoglio, quello da
raggiungere nuotando, era l’aldilà agognato per lui dalla moglie.
Comunque, nelle pause d’attenzione mettevo a fuoco gli occhi su quel bikini – un habituè del posto – per controllare se imboccava il fumo e chiederle se mi faceva accendere. Ne tenevo molti altri sotto osservazione; a volte però, sul lavoro, non porto l’accendino.
Un pomeriggio, mentre il cielo si faceva rosso di vergogna nell’imminenza dei miei abbandoni all’ombra della luna, l’uomo ci provò e io lo agguantai con il binocolo! E lui, che si era girato per un’ultima occhiata verso riva, fu colpito dentro gli occhi dall’accecante doppio lampo delle mie lenti sagomate, puntate proprio verso il sole, basso, a pelo d’acqua dietro la sua testa.
Quel riflesso lo ferì tanto da farlo rientrare. Arrivò sul bagnasciuga piuttosto stanco. Io riportai lo sguardo sulle dune rosa-arancio sparse in giro e lui si appisolò sul suo lettino. Dopo qualche giorno, Fred venne a darmi il cambio e tornai nella calura di Milano con il contante pattuito.
– È mai possibile! – dico; e tolgo il ghiaccio con due dita, mentre l’amico mi dice che quel
tizio è morto l’anno scorso e che la donna si è messa con un altro, un uomo meno tenace del marito
– trovato nel soggiorno in via Manzoni, in una poltrona, assorto nei pensieri attorno a un foro sulla tempia con una pistola in mano e un barboncino bianco che gli guaiva accanto. Ora lei prova con
questo, un appassionato dello sci: Fred partirà munito di catene.
Siamo nel pieno del periodo natalizio e Scrigno vuole regalare ai suoi lettori un racconto pieno di magia
di Mauro Gnugnoli
Achille ricordò di aver sentito un simile stridio da bambino, quando suo padre lo aveva portato per la prima volta in stazione a vedere il treno.
“Ma cos’è?” chiese appoggiando il bicchiere sul banco da lavoro e dirigendosi verso il portone.
“Oh, siamo in chiusura. Se qualcuno ha finito i freni ci pensiamo dopo le feste!” lo apostrofò Pasquale.
“Non può essere! Devo aver bevuto troppo spumante. Vieni un po’ a vedere!”
“E che ci sarà mai da veder…” lo stupore fu tale che il bicchiere scivolò dalle mani del collega.
In aria, qualche metro sopra le loro teste, volteggiava una slitta trainata da otto renne. Ma più che volteggiare, fluttuava scomposta nel tentativo di atterrare. Ad ogni bordeggio, un cigolio stridulo obbligava i due meccanici a tapparsi le orecchie, fino a quando, dopo alcune pericolose imbardate, non riuscì a prendere terra davanti all’officina senza danni. Il respiro affannato delle renne, sfinite dalla difficile manovra, si addensava lattiginoso nel freddo della sera. Dalla slitta scese un gigante; barba bianca e blusa verde, stretta in cintura da una fascia marrone, e si parò davanti ai due meccanici sbalorditi.
“Oh oh oh, che diamine! Non avete mai visto Babbo Natale?”
“Come no?” mormorò Achille.
“Siete voi che aggiustate quelle carcasse puzzolenti a quattro ruote?” disse indicando alcune automobili parcheggiate.
“Ehm… sì. Siamo noi” risposero all’unisono.
“Bene, ho un problema alla slitta e devo assolutamente risolverlo entro questa sera.”
“Un problema… alla slitta… ma certo.”
“Un pattino si sta staccando e le mie renne non riescono più a governarla.”
Pasquale e Achille si guardarono sbigottiti.
“Certo… il pattino e… che ci vorrà mai?”
“Bene. Vixen, Blitzen, forza!”
All’ordine, le due renne di testa, manovrarono per portare la slitta all’interno dell’officina accompagnate da un tintinnio di campanellini. Una volta dentro gli animali, sfiniti, si accasciarono a terra cercando di riposare.
“Brave le mie bambine. Grazie per aver tenuto duro.” le consolò Babbo Natale accarezzandole a turno sul collo.
“Signor…Babbo Natale, le sue renne… avranno sete. Posso portare loro dell’acqua?” chiese Pasquale.
“Oh sì, grazie.” rispose l’omone. Poi rivolto di nuovo agli animali “quando avranno finito andremo a cercare anche un po’ di cibo.”
“Guardi che posso portare del fieno. Allevo alcune caprette qui dietro.”
“Sarebbe davvero fantastico. Avete sentito? Si mangia!”
Pasquale uscì dal retro mentre Achille, alle prese con la saldatrice, cercava di riparare il pattino. Rientrò poco dopo con una carriola piena di paglia e la scaricò davanti alle renne che cominciarono a mangiare. Nonostante la rottura in più punti Achille, abile fabbro, riuscì a sistemare la lama in modo egregio.
“E’ tornata come nuova, ora può riprendere il viaggio!” annunciò con orgoglio.
“Achille, Pasquale. Non so proprio come ringraziarvi.”
“Conosce i nostri nomi?”
“Conosco molte cose io. Piuttosto, come posso sdebitarmi?”
“Offre la ditta per Babbo Natale!” esclamò Pasquale.
“Senta, potrei prendere un campanellino dalla slitta?”
“Ma certo Achille!” quindi montò al posto di guida e a un potente colpo di redini le renne, rifocillate, scattarono veloci librandosi leggere sopra i tetti delle case. La slitta compì un paio di virate e tornò ad abbassarsi a livello della strada sfrecciando davanti all’officina.
“Oh oh oh. Grazie ragazzi, grazie!”
“Ciao Babbo Natale, ciao Babbo Natale, ciao Babbo Nat…”
“Allora! Ma basta! E’ tutta notte che vai avanti con sta’ storia.”
“Ma, cara…” tentò di spiegare l’uomo ormai sveglio.
“Cara un corno. Arrivi tardi, puzzi come un ubriacone.”
“Ma, era solo un goccio di spumante.”
“E poi, quella storia. Abbiamo fatto tardi perché è rimasto a piedi Babbo Natale. Ma inventane un’altra.”
“E’ la verità!»
“Sì, e stamattina fai il tagliando alla scopa della Befana?”
“No, devo solo pulire l’officina.”
“Che stupida, certo dalla popò delle renne. Ma fammi il piacere…” disse alzandosi dal letto e sbattendo la porta del bagno.
Achille rimase qualche minuto a rimuginare sotto le coperte. Non avrò davvero esagerato con lo spumante? Si chiese incredulo.
“Papà, papà!”
La piccola Susanna arrivò di corsa arrampicandosi sul lettone.
“Dimmi tesoro.”
“Hai aggiustato davvero la slitta di Babbo Natale?”
“Non ne sono più tanto sicuro.”
“Io dico di sì.”
“Allora è sì, amore.”
“E non ti ha lasciato nessun regalo?”
“No! I regali li vuole portare tutti lui la notte di Natale.” Poi rammentò: “aspetta, qualcosa mi ha lasciato.”
“Che cosa papà?” chiese raggiante la piccola.
“E’ rimasto sul carrello assieme alle chiavi inglesi, te lo porto quando torno a casa.”
“No, glielo dai questa mattina!”- ordinò la madre all’uscita dal bagno-“Non ricordi? La tengo io la bambina, tu va pure dalla parrucchiera, tanto è la vigilia. Quindi, Susanna sta con te.”
“Che bello mamma, vado con il babbo a lavorare in officina?”
“Si, così lo aiuti a pulire la popò delle renne. Vero caro?”
“Ora facciamo colazione, ma dopo devi stare coperta, perchè in officina fa freddo.” disse Achille parcheggiando il furgoncino davanti al bar di Mario. Mentre la bambina finiva la brioche, Achille si avvicinò al banco e chiamò l’amico barista.
“Senti, ho un problema!”
“Dimmi, posso aiutarti?”
“Mi servirebbe uno di quei campanellini che sono sul vestito del Babbo Natale che hai in vetrina.”
“Cosa?”
“Ti spiego poi, va bene?”
“Contento tu…”
“Ah, non farti vedere da Susanna, ti prego.”
Achille uscì dal bar soddisfatto. Il campanellino era al sicuro nelle sue tasche e, almeno con la figlia, avrebbe fatto un figurone appena arrivato in officina. Euforica la bambina aiutò il padre a far scorrere il pesante portone.
“Babbo, babbo. Aveva ragione la mamma. Dobbiamo pulire la paglia delle renne!”
Achille, sbalordito, guardava la figlia correre felice raccogliendo a piene mani mucchietti di fieno.
“Lo sapevo che il mio babbo non dice le bugie. Lui ha davvero aggiustato la slitta di Babbo Natale.”
D’istinto cercò con lo sguardo il carrello degli attrezzi, ma Susanna lo precedette e cominciò a rovistare tra le chiavi inglesi. Non sapeva più cosa pensare. Nella tasca della tuta rigirava nervoso il campanello di Mario.
“Papà, papà, è bellissimo. Grazie!” gridò Susanna all’improvviso correndo verso il genitore.
Quando Achille si chinò sulla bimba per poco non svenne. Nell’incavo dei piccoli palmi aperti a coppa, luccicava un campanellino con un grande fiocco rosso. Immagini di Babbo Natale, sulla doratura, lo decoravano in rilievo.
La gioia della bambina esplose incontenibile.
“Non so che dire piccola, io… io…”
Susanna lo abbracciò forte e avvicinate le labbra all’orecchio bisbigliò: “Non dire niente papino. Rimarrà il nostro segreto. Inutile, raccontarlo a chi non crede!”
di Stefano Chiarato
Monza 1988. Il campionato di calcio era da poco terminato con la sorprendente vittoria del Milan di Sacchi. L'orgoglio rossonero di Marco sventolava fuori dal balcone nel sole. E già una nuova emozione stava per bussare alla sua porta.
Una sera, già estiva, nel solito bar, avvolto nella nicotina, tra le bestemmie dei giocatori di briscola e i colpi delle palle da biliardo, Marco e i suoi amici, davanti alle solite birre, sparavano le solite cazzate per ammazzare la noia. Ma quella sera Luca aveva la notizia killer: “Ragazzi! Ci sono i Pink Floyd!”
A Marco la birra andò quasi di traverso. Tra un colpo di tosse e un altro riuscì a malapena a dire: “Come? Dove?”
“A Torino, allo stadio comunale il 6 luglio!”
Non avevano avuto bisogno di decidere se andare oppure no: “Andiamo!”
Giò buttò giù una sorsata di birra e poi disse: “Bisogna festeggiare. Antonio, un altro giro di birra!”
Ruggiva forte la Fiat 127 blu di Marco, lasciandosi alle spalle la grigia metropoli e inoltrandosi nella preziosa campagna vestita d'oro e di smeraldo. Nel tardo pomeriggio, con il sole in fronte e i biglietti in tasca, i ragazzi viaggiavano veloci verso Torino.
Marco era un vero patito dei Pink Floyd, aveva tutti i dischi, libri e spartiti con gli accordi per chitarra. Gli amici non vedevano l'ora di arrivare e si domandavano quali diavolerie avessero potuto inventare per quel concerto. I concerti dei Pink Floyd, da sempre, erano particolarmente spettacolari; non solo musica, ma giochi di luce e attrazioni anche bizzarre. I loro concerti erano veri e propri light show. Mica come quello vergognoso dei Rockets, a cui avevano assistito qualche anno prima, in playback! Che figura!
A quel punto il carniere dei loro concerti era aperto e cominciarono a rovistarvi dentro; tirarono fuori quelli a cui avevano assistito gratis, cominciando da quello dei pressochè sconosciuti Police al Palalido di Milano. La tattica per vedere gratis i concerti consisteva nell'appostarsi nei pressi del luogo del concerto e aspettare che Autonomi e Centri Sociali sfondassero i cancelli d'ingresso.
“Ecco che sfondano! Dai andiamo!” e si infilavano dietro l'ariete di sfondamento.
“No, no! Caricano! La polizia... Via, Via!” Nel fuggi fuggi generale si ritiravano in angoli più tranquilli in attesa di nuovi eventi.
“Dai sfondano di nuovo! Stavolta è la volta buona!” Poco dopo erano dentro, in una bolgia indescrivibile e si godevano gratis il concerto, magari già cominciato, magari strizzati come panni in lavatrice, ma gratis!
E così era stato per il concerto dei Dire Straits al Vigorelli, per Bennato a San Siro. Il più bello fino ad allora era stato quello dei Queen e quello più tosto un concerto della Premiata Forneria Marconi a Lignano Sabbiadoro, dove, con un esiguo budget finanziario che non permetteva l'acquisto dei biglietti e l'assenza di gruppi autonomi preposti allo sfondamento, avevano deciso di ascoltare il concerto dall'esterno del palatenda, improvvisamente le porte d'ingresso si aprirono, cosicchè si fiondarono dentro e si trovarono proprio sotto il palco a pochi metri di distanza dai loro beniamini.
Ora stavano per mettere nel carniere il concerto più prezioso: i Pink Floyd!
La campagna cedeva nuovamente il passo alla metropoli. Torino era davanti a loro. La sosta al casello, poi, via, di nuovo veloci sulla tangenziale. I pistoni nei cilindri alzavano la voce forte, ma facevano il loro dovere, mentre fuori dai finestrini i cartelli indicatori sfilavano via in un batter d'occhio.
“Vedi di non sbagliare uscita.” disse Giò a Marco tutto preso dalla guida.
Poi di nuovo: “Stadio! E' qui! Gira, gira!”
Una violenta sterzata, le gomme stridettero sull'asfalto rovente. Gli amici sballottarono di qui e di là, una bestemmia echeggiò nell'abitacolo, cozzò contro imprecazioni di inaudita volgarità e si perse nell'odore di gomme bruciate.
Sani e salvi, poco dopo parcheggiarono l'auto e si incamminarono, assieme a frotte di gente, verso lo stadio. L'impatto fu impressionante, un palco grande quanto un palazzo dominava lo stadio; il prato gremito di fans nel sole: c'era chi si cercava, chi giocava, chi ballava intorno ad un registratore a cassette, chi dormiva buttato sul l'erba del campo di gioco, chi si tirava gavettoni per ingannare il tempo e al tempo stesso rinfrescarsi, coppiette si tenevano strette incuranti del caldo... Marco e i suoi amici trovarono posto in gradinata, lì sembrava esserci più ordine e tranquillità. L'attesa si consumò tra panini al salame e lattine di birra a cui ogni tanto si mescolava un odore acre proveniente da lì attorno: “Uhm... senti?” disse Luca.
“Uhm.. che odore... buono! Cos'è?” chiese Marco.
“Hashish!” rispose secco Luca.
“Porc...! però sa di buono.” disse Giò.
“Bah! Meglio birra e salame, va!” ribadì Marco.
Mentre intorno a loro qualcuno viaggiava sui fumi dell''erba, il sole tramontava sullo stadio e su Torino. Le ombre della sera calavano su una band supporter subissata di fischi. Dura la vita dei supporters! Calava la notte, le stelle del carro dell'Orsa Maggiore, stracolmo anch'esso di fans giunti da recondite galassie, dominava il profondo nero cosmico, e altri fans che non avevano trovato posto sul carro si erano assiepati lungo la Via Lattea. Sì, perchè la musica dei Pink Floyd non è di questo mondo, ma spaziale, proveniente, chissà, magari da Cirrus Minor o dal lato oscuro della Luna. Non per niente la musica dei Pink viene spesso abbinata ad immagini che riguardano il cosmo. C'è da dubitare che i Pink Floyd stessi siano terrestri.
Una nota, un fascio di luce, un brivido lungo la schiena, la pelle d'oca, lo stadio esplode in un boato tale che nemmeno i gol di Platini erano mai riusciti a tanto.
“E' Shine on You crazy diamond!” gridò con entusiasmo Marco agli amici.
Il concerto era iniziato nel modo più delicato che ci si potesse aspettare. Tutti i fans ora seguivano in silenzio la musica dei Pink e quando David Gilmour attaccò con la voce, tutti cantavano con lui e le mani si spellavano in applausi. Seguirono alcuni brani del loro ultimo disco, A momentary lapse of reason, non bellissimo, ma dal vivo con giochi di luce, laser, filmati proiettati su uno schermo rotondo coronato da faretti in movimento alle spalle del gruppo e un letto che correva sulle teste dei fans, facevano il loro bel effetto. La performance dei Pink Floyd cominciava a salire di tono; adesso era la volta di One of these days, un brano mitico del gruppo. Nick Mason picchiava forte su piatti e tamburi della sua batteria, le gradinate tremavano sotto i suoi colpi; Guy Pratt, che aveva sostituito il mitico Roger Waters, tirava fuori le note più basse e le sprofondava nelle fondamenta dello stadio fin dentro le viscere della terra; David Gilmour scagliava le note più acute della sua Fender Stratocaster verso il cielo, oltre lo spazio infinito, verso altre galassie; le tastiere di Richard Wright erano il collante che univa il tutto. La musica dei Pink, come un magma incandescente, colmava lo stadio, debordava come colate laviche nelle vie adiacenti occupando ogni spazio, entrando nelle case dalle finestre aperte in cerca di frescura. Quella notte Torino era Pink Floyd.
Marco e i suoi amici si lanciavano sguardi estasiati, a bocca aperta, senza parole, brividi e pelle d'oca non li lasciavano un momento. Sfilarono i brani di The dark side of the Moon. Il momento più toccante arrivò con Wish You where here. Anche Marco la suonava con la sua chitarra ai campeggi estivi con gli amici, magari di notte in spiaggia. Lo stadio si accese di infinite piccole fiammelle. E poi Confortably numb, il brano più trascinante del gruppo. Tutti ora erano come dentro un vortice. Marco non capiva più nulla; non capiva se fosse giorno o notte, caldo o freddo, era fuori dal tempo, in un'altra dimensione; poteva essere negli abissi più profondi di un oceano o sulla vetta dell'Everest o sugli anelli di Saturno, avrebbe voluto gridare, ma un groppo gli serrava la gola, batteva le mani continuamente e saltava di gioia. Era come in estasi, completamente fuso, rapito dalla musica trascinante. No, non c'era bisogno di sballarsi con la droga o con l'alcool, la musica dei Pink, per Marco, era più potente della miglior droga; perchè la musica dei Pink Floyd è droga e come tutte le droghe crea dipendenza e una volta che l'hai assunta non puoi più farne a meno. Aveva quindici anni, Marco, quando un compagno di classe gli passò sottobanco una cassetta con la registrazione di Wish You where here. Quando andò a casa mise la cassetta nel registratore, si iniettò quella musica nella orecchie e intraprese così il suo primo viaggio. Da allora Marco ne voleva sempre e sempre di più. Appena metteva da parte poche migliaia di lire correva a comprare un disco del suo gruppo preferito. Uno alla volta comprò tutti i dischi dei Pink floyd.
Il concerto, dopo i bis di rito, si concluse in un tripudio di fuochi d'artificio.
Con i fari piantati nel buio dell'autostrada, come chiodi nel legno, la 127 intraprese il viaggio di ritorno; la musica del concerto nelle orecchie colmò di soddisfazione la stanchezza della lunga giornata. Erano, infatti, stanchi e nessuno di loro parlava non avevano acceso nemmeno la radio per non togliersi di dosso l'aroma del concerto appena passato. Marco dentro di sé riviveva una dopo l'altra le canzoni e le immagini del concerto, forse anche Luca e Giò stavano facendo lo stesso o forse pensavano a quando avrebbero raccontato del concerto agli altri amici del bar. Marco e i suoi amici rientrarono nella loro città come guerrieri trionfanti dopo la dura battaglia, ma ad attenderli non c'era nessuno. Le vie deserte. L'indaffarata e laboriosa Monza se la dormiva in una bolla d'afa. Loro avrebbero voluto svegliare tutti, suonare il clacson all'impazzata, come quando il Milan aveva vinto lo scudetto, volevano gridare: “Ehi, noi abbiamo visto i Pink Floyd! Noi c'eravamo!”
Gli amici si salutarono battendosi un cinque.
“A domani.”
Marco rientrò nella stanza di casa sua; ad attenderlo, appeso alla parete, un mega poster dei Pink Floyd, come lo vide un brivido lo prese, l'adrenalina gli attraversò il corpo, la pelle gli si accapponò di nuovo. Gli echi del concerto vivi orecchie.
“Overhead the albatross hangs motionless upon the air
and deep beneath the rolling waves in labyrinth of coral caves
the echo of a distant time comes billowing across the sand...”
“E chi dorme stanotte?”
Muggiò 18.08.2010
di Dino Licci
Questa figura del dottor Fileno proprio non riesce ad abbandonare i miei pensieri da quando l’ho incontrato in una novella di Pirandello: “La tragedia di un personaggio”, il dottore che voleva a tutti i costi trovare un autore che amplificasse l’importanza della sua scoperta. “Il cannocchiale del dolore” l’ho battezzata io: un cannocchiale che, usato a rovescio, proiettasse indietro, indietro nella memoria, dolori vivi, reali in modo tale da farli apparire più piccoli, sbiaditi dal tempo, sfocati ed ingialliti da una patina pietosa che offusca la mente, annebbia, appanna, confonde, ristora! Me lo immagino nervoso ed inquieto il dottor Fileno ! come una zanzara, come il “seccatore” di Orazio che ti opprime di gentilezze e ti parla da vicino magari toccandoti un po’ dappresso, stimolando un leggero senso di fastidio e d’antipatia! Ma la sua invenzione mi piaceva, mi ha fatto pensare, mi ha invogliato ad usarla. L’ho quasi provata qui sul naso, ho anche aggiunto una lente accessoria che mi provocasse un ulteriore ottundimento, una visone ancora più lontana, remota, quasi immaginaria della realtà. Ho visto mio padre, mia madre morire in un silenzio ovattato d’oblio, lasciare la terra, soli, mesti e dubbiosi nella mia indifferenza totale, tanto lontani e diafani da volare verso il nulla, il vuoto, l’eterno abbandono accompagnati solo dal livido lamento di un mesto violino. Ma devo aver dimenticato il cannocchiale qui nel mio studio, sulla mia scrivania. Non ci avevo pensato, non avevo neppure sospettato che qualcuno potesse sbagliarsi, impossessarsene ed usarlo in senso inverso. Ma deve essere accaduto proprio così. E qui la fantasia diventa dura, fredda, agghiacciante realtà:
Avrà avuto sessant’anni, settanta, non lo so. I capelli grigi tirati all’indietro, magra, emaciata, longilinea, dignitosamente mesta. Le solite frasi, la misurazione della pressione, il prelievo di sangue. “Ha sentito dolore signora?” “Dolore?” E gli occhi improvvisamente luccicano di pianto silenzioso e abbondante. “Fossero questi i dolori, professore!” “Parla sillabando, scandendo ogni parola come ritmata da un singhiozzo represso e parla come fosse sola, parla, parla con le bocca, con le mani, con le lacrime che condiscono un racconto già mesto e crudo e irrimediabilmente vero! Ci fa entrare nella sua casa, nella sua cucina dove sta preparando un caffè fumante per il figlio trentenne che si avvia al lavoro. “Aspetta, aspetta che ti faccio un caffé.” E lo vedi il figlio impaziente sulla soglia di casa, alto forte, giovane, vitale e la madre che insiste, che lo coccola, che vuole fargli un caffé come fosse un abbraccio, un augurio, un caldo, sincero augurio di una buona giornata! “Un attimo professore, un attimo! il tempo di un caffè, vado in cucina e……..arresto cardiaco, professore !” E un fazzoletto bianco già zuppo di lacrime corre verso quegli occhi rossi, consunti, gonfi, vivi, parlanti .
“Un solo figlio, professore, un solo figlio ed io che vivo ancora! No non si muore di dolore, professore, non si muore”. E se ne va barcollando verso l’uscio socchiuso. Un altro paziente varca la soglia: il nostro sorriso stereotipato lo accoglie con la solita gentilezza ma con un attimo di ritardo. Il tempo di prendere il cannocchiale, quello del dottor Fileno, che mi aveva accostato sapientemente al “nirvana” ma che la vecchia signora ha ridotto in frantumi. Il tempo di prenderne i cocci e depositarli delicatamente nel cestino!
di Romano Augusto Fiocchi
CI FU UN TEMPO in cui la terra dove sono nato si chiamava Persia. Ma io
non appartengo alla razza persiana né a nessun’altra razza. Non sono un
meticcio e, al contrario di tutti gli altri gatti del mondo, non ho neppure
un nome. Meglio così, piuttosto che quei nomi idioti del tipo: Fuffi,
Pallino o Ginger. Per il mio piccolo amico, Mustafà, ero semplicemente
“il gatto del soldato”.
Io e Mustafà ci eravamo conosciuti a scuola. Suo padre lo accompagnava ogni giorno tenendolo per mano sino al cancello. Il padre di Mustafà, lungo e magro, portava sempre una giacca scura con le maniche troppo corte.
Mustafà era minuto, di pelle olivastra, le manine gesticolanti, un tipetto tutto nervi e calzoncini corti. Entrava in classe con gli occhi neri che brillavano. Lì trovava i suoi compagni.
I suoi prediletti erano Sultan, Mohammed, Kadim, Ismaeel, Alì. Quel giorno la maestra Shajida stava raccontando una storia straordinaria. L’ovale del suo volto da ragazzina era incorniciato dallo hijab. Nel silenzio dell’aula echeggiava la musica ininterrotta della sua voce. Tutti ascoltavano come se fosse la preghiera del venerdì.
Era la prima volta che Mustafà sentiva parlare a quel modo della sua
città. Non aveva mai pensato che potesse essere diversa da come l’aveva
sempre vista. Tutti quei popoli che l’avevano abitata – Sumeri Accadi
Amorrei Assiri Persiani – ebbene, l’avevano anche amata. La maestra
Shajida evocava un sacco di cose meravigliose: Babilonia, i giardini
pensili, il codice di Hammurabi, i califfi abbàsidi, le mille e una notte, Madit el Salama – l’antico nome di Baghdad, che significa la Città-della-pace. Mustafà ascoltava e fantasticava. La maestra Shajida raccontava di un genio della lampada magica che a bordo del tappeto volante viaggiava attraverso il tempo e lo spazio. Il viaggio lo trasfigurava, logorava vesti e corpo, erodeva il potere della lampada sino a ridurla a un rottame. La lampada magica era Baghdad e il genio era il suo spirito.
– Tamerlano trionferà di nuovo, – disse la maestra Shajida. – È il
destino di queste terre. La Città-della-pace verrà rasa al suolo per
l’ennesima volta e insieme a questa scomparirà un pezzo di storia
dell’umanità.
Mustafà rimase allibito:
– Scompariranno anche i gatti? – chiese, sgranando gli occhioni neri
che brillavano.
Le labbra della maestra Shajida si incresparono e apparvero due file di
perle bianchissime:
– Sì, – disse. – Anche i gatti.
All’improvviso nella scuola irruppero dei soldati. Americani. O forse
Europei, per Mustafà non c’era differenza. Torsi corazzati, teste da
crostacei, divise maculate, zaini come gobbe di cammelli. Dalle
imbracature pendevano borracce e fucili mitragliatori. Aprivano le porte con calci violenti. Uno di loro aveva la pelle scura e le palme delle mani bianche. Spinse la maestra Shajida contro il muro e le fece cadere lo hijab. Sbocciò una chioma di capelli corvini. La maestra Shajida restò in silenzio. Un altro soldato, il viso disseminato di efelidi, impartì ordini nervosi e riunì tutti in un angolo. Sia lui che quello con la pelle scura sembravano divorati dalla paura. Dalla porta aperta Mustafà vide passare nel corridoio il bidello Abù e il direttore della scuola. Avevano le braccia dietro la schiena. Alcuni soldati li pungolavano con la punta dei fucili. Il bidello Abù e il direttore della scuola subivano in silenzio. Il soldato con la pelle scura minacciò la maestra Shajida e la costrinse in ginocchio.
L’altro, quello con le efelidi, rivolse a Mustafà e ai compagni qualche parola sibilante e fece cenno di stare tranquilli. Con un gioco di prestigio estrasse dal taschino alcune caramelle. I compagni di Mustafà corsero a prenderle. Lui no. Il soldato allora rovistò nello zaino e ne cavò una lattina rossa con incomprensibili scritte bianche. I compagnil’assaggiarono e Kadim disse che era dolcissima. Ma Sultan disse che sapeva di metallo.
Mustafà non volle provarla. A Mustafà non piaceva il sapore del metallo. Il soldato gli si avvicinò, sorrise. Aveva gli occhi di un
azzurro trasparente. Si levò di tasca un piccolo taccuino e una matita. Fu allora che mi disegnò. Come se sapesse che a Mustafà piacevano i gatti.
Mi disegnò in un modo molto buffo. Una testina tonda tonda, gli
orecchi a triangolo, le zampette gommose, un codone grasso e grosso a
forma di punto interrogativo. Soprattutto i baffi, lunghissimi, che
uscivano dal taccuino. Ecco, così:
Gli occhi neri di Mustafà brillarono. Volle subito diventare mio amico
e mi disse l’unica frase occidentale che conosceva:
– I have a dream.
Ho fatto un sogno. Gliel’aveva insegnata la maestra Shajida. Avrei voluto dirgli la stessa cosa, perché anche i gatti dei soldati hanno i loro sogni.
Ma un urlo attraversò il corridoio. Spari nel cortile, grida più acute. Il soldato con le efelidi lasciò il taccuino, sfondò la finestra con il banco di Kadim e si affacciò impugnando il fucile mitragliatore. Sparò sparò sparò.
Mustafà e i suoi compagni si tappavano gli orecchi. I colpi rimbombavano nell’aula come una scarica di fulmini. Facevano male ai
timpani. Kadim disse qualcosa ma Mustafà non capì.
I soldati uscirono di corsa e non si videro più. La maestra Shajida
riordinò lo hijab e si sedette al tavolo con il volto tra le mani.
Un’esplosione fece tremare i vetri delle altre finestre. La maestra Shajida non si mosse. Mustafà guardò fuori con i suoi grandi occhi neri che brillavano. Sdraiato per terra, lo sguardo verso il cielo, c’era il soldato con le efelidi. Aveva una macchia rossa all’altezza dell’ascella sinistra. Non si muoveva. Un corpo come tanti, buttato là in mezzo alla strada. Di lui ero rimasto solo io, il suo gatto disegnato. Mustafà mi raccolse e mi parlò.
Disse che sarebbe stata una bella cosa spedirmi alla famiglia del soldato con le efelidi, in qualche parte del mondo. Spedire altri gatti disegnati a tutte le famiglie di quei soldati. Per farlo avrebbe dovuto portarmi nel Castello dalle mille e una porta e lì, nella stanza esagonale, gli specchi mi avrebbero moltiplicato un numero sufficiente di volte per spedirmi in tutto il mondo. Ma forse non sarebbe servito a niente. I grandi non capiscono i gatti disegnati.
– I grandi no, – gli dissi con un miagolio, – però ti capirebbero i
bambini di tutto il mondo. E forse anche quei grandi che di notte
sognano di essere bambini. Ma raccontami di questo castello, a noi gatti piacciono molto le storie.
– Sì, gatto del soldato, – disse Mustafà. – Una notte ho sognato che
Allah, il Clemente e il Misericordioso, mi mostrava un Castello con mille e una porta. Erano porte di legno massiccio. Ogni califfo che vi aveva regnato ne aveva aggiunta una, ma soltanto la prima, quella più interna,nascondeva il terribile segreto. Nella serratura di ogni porta era infilata una chiave. La gente del vicino villaggio diceva che il castello era abitato dal leggendario Harùn al-Rashìd, il califfo dei califfi, colui che decide il destino di ogni credente. La porta più interna nascondeva il futuro di ciascuno di noi. Ma io non davo ascolto e le aprivo tutte. Alla fine c’era una stanza esagonale con le pareti ricoperte di specchi. In mezzo a questa, moltiplicato mille e una volta dagli specchi in fuga, trovavo il leggendario califfo Harùn al-Rashìd e il suo fedele portaspada Masrur. La mano del destino, per mezzo del portaspada Masrur, stava per giustiziare una fila di condannati. Mi avvicinavo e inorridivo. Era un solo bambino riflesso negli specchi mille e una volta. E quel bambino ero io.
– Non so cosa significhi, mio piccolo amico, – gli dissi con un
miagolio, – ma non è certo un bel sogno.
– Non lo è. Come non lo è il destino che è toccato a noi bambini di
Baghdad. Ma io sono fortunato perché ho te, gatto del soldato.
Prese la matita e sotto le mie zampette gommose disegnò un minareto.
– Dall’alto del minareto vedrai tutto, – disse Mustafà, – potrai persino sognare di volare. Io lo faccio spesso, sai? Quando c’è il vento che soffia dal deserto chiudo gli occhi e sogno di volare. Ci riesco davvero. Persino quando scoppiano le bombe. Sogno che lo spostamento d’aria mi faccia volare via. Nella vita l’importante non è volare ma sognare di farlo.
Fu allora che Mustafà incominciò a disegnarmi. Dapprima si limitò a
ricopiare il disegno che aveva fatto il soldato. Lo ripeté due,tre, quattro volte. La sua mano divenne più sicura e riempì il taccuino di miei ritratti.
I gatti disegnati si moltiplicavano tra i fogli come nel Castello dalle mille e una porta. A scuola, mentre la maestra Shajida spiegava, Mustafà mi disegnava, staccava accuratamente la pagina del taccuino e la regalava al compagno più vicino. Non soltanto la classe di Mustafà, ma l’intera scuola si riempì di gatti disegnati. Feci la mia apparizione persino su qualche lavagna. Alcuni compagni di Mustafà, tra cui l’amico Kadim,impararono a disegnarmi. Ben presto Baghdad pullulò di gatti disegnati. Incominciai a circolare in altre scuole, nei luoghi di ristoro, nei mercati.
Molti dei disegni riportavano un titolo in inglese: Soldier’s cat. Per questo ci fu chi mi scambiò per un marchio di fabbrica, chi per il simbolo di un partito o di un gruppo terroristico, chi mi credette un segnale in codice, chi una spia americana. Nessuno si chiedeva che nome potessi avere e neppure sapeva che non l’avevo affatto, né conosceva il nome del mio padrone, né dove abitassi. Ma non ero un gatto anonimo: per tutti i bambini di Baghdad ero “il gatto del soldato”.
Finché un giorno uno dei miei ritratti finì tra le mani di un giornalista europeo, Enzo Baldoni. Più che un giornalista, credo che fosse un idealista. Con uno scanner digitalizzò la mia immagine e la inviò non soltanto alla sua redazione, ma la divulgò attraverso la rete raggiungendo i computer di tutto il mondo. Mi trovai così sulle prime pagine di molti giornali, fra cui l’iracheno Al-Sabah.
Mustafà era contento:
– Hai visto, gatto del soldato? – mi disse. – Il Castello dalle mille e una porta esiste davvero e tu sei entrato nella stanza esagonale senza accorgertene. Non sei fortunato?
– Certo, mio piccolo amico, fortunato davvero. Quando ti dissi che avevo anch’io un mio sogno, ebbene era questo: che tutti, nel mondo, si
accorgessero che esistono ancora gatti disegnati.
– Se ne accorgeranno anche i capi di questi soldati?
– Oh no, Mustafà. Chi comanda questi soldati continuerà a fingere di
non vederli.
– Vorrei che non fosse così, gatto del soldato. Vorrei che i gatti
disegnati si ribellassero e che miagolassero a tutti gli abitanti della Terra quanto può essere bello avere un gatto come te.
Fu l’ultima volta che vidi brillare gli occhi neri di Mustafà. Da allora incominciai a fare dei brutti sogni. Il più brutto riguardava proprio il mio piccolo amico. Sognai suo padre, lungo e magro, che lo teneva per mano sino al cancello. Sognai un’esplosione devastante come l’urlo delle orde di Tamerlano. Il padre di Mustafà fu scagliato per aria. Lo sognai che si rialzava smarrito, la giacca scura imbiancata di polvere. Il califfo Harùn al-Rashìd e il suo fedele Masrur si erano portati via Mustafà.
Poi sognai che qualcuno scriveva questa storia e qualcun altro,con
raccapriccio, la leggeva.
Un gatto disegnato non dovrebbe fare questi sogni.
di Alessandro Bastasi
Sul pannello del videoregistratore il quadrante luminoso indica le tre e ventidue. Seduto sul tappeto, a gambe incrociate nella posizione del loto, l'uomo accende una candela e la pone ritta su un piattino da caffè.
Sempre lo stesso sogno. E' vestito in jeans a maglietta di cotone blu. Ha in testa un cilindro nero, fatto di cartone lucido, e sta uscendo da dietro un siparietto di stoffa sostenuto ai lati da due ragazze, anche loro in jeans e maglietta di cotone blu. La bocca è atteggiata a una risata feroce, ma non si sente alcun rumore. Solo il battito delle palpebre genera un lieve fruscio, simile a quello delle ali di una farfalla notturna.
E' seduto sul tappeto, le gambe irrigidite nella posizione del loto. Con una mano si porta la sigaretta alla bocca, con l'altra scartabella vecchie fotografie disordinate.
Adesso invece è senza cilindro, ha un manganello, lo picchia ritmicamente contro il palmo della mano sinistra, un sorriso carico di sarcasmo, come il tizio vicino a lui, entrambi con la barba, si guardano, ammiccano a un nero che scappa, illuminato a tratti da una luce stroboscopica ...
... e poi le sbarre bianche, e lui dietro, nella cella buia, mentre litiga con un ragazzo in costume da greco antico ...
Anche il gatto è sveglio. Lo sta fissando, con gli occhi verdi immobili, staccati da ogni possibile realtà. Occhi che guardano lui che guarda le fotografie. Anzi, il gatto è solo occhi. Ogni tanto l'uomo tenta di lanciargli uno sguardo di sbieco, magari facendogli una smorfia, ma se ne ritrae subito, quasi intimorito.
Libri, giornali, riviste sparsi dappertutto, ritagli in cui lui veniva definito un mite, con gli occhi buoni, uno che parlava con dolcezza, cercando di capire e di farsi capire. Niente a che vedere con i brigatisti più noti, facce dure, senza tentennamenti. E in fondo nessuno aveva potuto dimostrare che fosse stato lui a sparare. E' vero che stava nel gruppo di fuoco, ma lui non aveva sparato. E' vero che condivideva il gesto, aveva partecipato alla stesura del piano, ma quella volta non aveva neppure la pistola. Infatti non la trovarono mai.
Questo però non basta nei colloqui di lavoro.
- Sa, - gli dicono - io non voglio casini. Ora che è finita, ora che è tutto tranquillo.
- Sì, lo so che è tutto tranquillo, ormai. Me ne sono accorto.
- Appunto. E non si sa mai, lei mi capisce ...
- Ma scusi, mi sono fatto quasi nove anni di galera, è vero, ma adesso è un anno che sono fuori, mai più fatto politica, niente ... perché non si fida ... anch'io devo lavorare, mio fratello non ce la fa più a mantenermi ...
- ... mi dispiace
Samar è di là, dorme tranquilla. Lei sì che la guerra l'aveva vissuta, subìta. Beirut, la guerra vera, mica quella che si era inventato lui, a proprio uso e consumo. Come tanti altri uguali a lui.
- Ormai ci avevamo fatto l'abitudine. E la gente usciva lo stesso. Noi bambini andavamo a scuola, e spesso dovevamo rimanere lì anche a dormire, perché non potevamo tornare a casa. Senza luce, senza telefono, perché i cavi erano saltati con le bombe. I più abbienti avevano installato un generatore privato. La cosa terribile era che i miei genitori non sapevano se ero viva o se ero morta.
Samar era tornata nella sua città due mesi prima, e c'era andato anche lui, con un visto speciale, per celebrare il matrimonio con rito musulmano. Doveva presentarsi all'ambasciata italiana tutte le mattine, ma questo non gli pesava.
Gli pesava attraversare la città, ancora un cumulo di macerie, i muri sbriciolati dalle granate o crivellati dalle raffiche di Kalashnikov, con le finestre vuote che lo fissavano, e lo seguivano mentre camminava. E uomini che gli correvano incontro, per fargli acquistare un pneumatico usato, o per affittargli una macchina scassata, o per vendergli una ragazzina.
Anche lui aveva sparato. Ma qui si era fatto sul serio, altro che in Italia. Per quattordici anni. Quattordici lunghi anni. Che avevano fatto letteralmente scomparire il centro della città, gli alberghi, il mitico Saint-George, la passeggiata sul lungomare ... Desolazione, rancore, e morti, a grappoli, a fiumane ...
L'unico albergo rimasto in piedi era il Bristol, nella zona araba. Roof Restaurant, atmosfera anni '50, luci troppo soffuse, tendaggi barocchi alle ampie finestre buie. Era solo, con Samar non ci poteva stare finché non si fossero sposati. Del resto lei era molto ligia, neppure a Milano aveva voluto andare a vivere con lui. Anche perché, se l'avessero saputo al consolato dove lei lavorava, probabilmente l'avrebbero rimandata a casa.
Nella sala, enorme, oltre a lui c'era un tavolo di arabi, e un tavolino con una signora bionda di mezza età. Verso la fine della cena, un vecchio signore sdentato, con i lunghi capelli bianchi, una giacca rossa e un violino in mano, fece la sua comparsa da dietro un siparietto, si guardò un attimo attorno, e subito si diresse verso il tavolo della signora. Iniziò a suonare, con grande impegno. Una melodia classica, tzigana. Lei abbozzò un triste sorriso. Sotto la veletta stava piangendo, ma continuò imperterrita a sorridere. Fino alla fine del pezzo. Poi, il vecchio si accorse che c'era un italiano e ammiccò con gli occhi verso di lui, attaccando Dicitinciello vuje e Torna a Surriento. Cinque dollari furono sufficienti per farlo smettere. Il violinista, riconoscente, si sedette al suo tavolo, e gli disse, mezzo in francese e mezzo in italiano:
- Sa, io ho lavorato in Italia, mentre qui c'era la guerra. Nei cantieri. Ero senza documenti, ma il mio capo era siciliano e mi diceva: se qualcuno ti disturba dimmelo, che lo uccido! Eh, sì, mi voleva bene. I siciliani quando vogliono bene, vogliono bene davvero! Proprio come noi.
- Sì, e quando odiano, odiano davvero. Con la pancia. E non con la testa, come facevo io.
Gli portarono un dolce di uvetta e miele. Era squisito.
Samar quel dolce glielo fa spesso. Ma a lui non piace più.
Non gli piacciono più le fotografie, le riviste, i ritagli di giornale.
Non gli piace parlare con nessuno.
Gli piace stare seduto sul tappeto, nella posizione del loto, con la testa svuotata, a guardare il suo gatto. E a parlargli in silenzio. Perché il gatto sa. Il gatto vede l'invisibile, conosce l'inconoscibile, è il più grande tra i filosofi viventi. Basta guardarlo. E allora lui lentamente chiude gli occhi, e ti sorride.
di Gian Andrea Rolla
Il vecchio aveva venduto il giardino e non m’aveva detto niente. Ernestino, fratellin cadetto, aveva preso la metà del ricavato e la mia e non m’aveva detto niente.
La nostra casa senza il giardino neanche l’immaginavo, chiudevo gli occhi e tutto diventava bianco. Bianco amnesia. Amnesia totale.
Salto su un aereo francese. Una notte insonne e dall’Africa arrivo a Portino, il borgo natio. La tana dei vermi. Tana ligure. Vermi naviganti e vermi puttane. Uomini e donne : gli uomini errano e rubano per i mari del mondo e le donne se la spassano con il malloppo.
Il giardino non c’é più. Al suo posto un parcheggio per i condomini. Un pavimento di finti sanpietrini e un cancello bianco ospedale che si apre con il telecomando.
E’ rimasta la vecchia tettoia di vetroresina sulla quale io e Ernestino ci arrampicavamo salendo le pertiche verdi che la sostenevano. Scimmie ammirate dai turisti di mia nonna quando la casa e il giardino erano una trattoria estiva.
C’é ancora la baracca degli attrezzi dove il vecchio forgia piombo per le reti da pesca di Ernestino e c’é un pezzo d’orto abbandonato dai pomodori e dalle patate, ormai null’altro che area di sosta per palamiti, tremagli, lenze e secchi di gomma nera per catturare i polpi.
Il giardino era il mio camposanto. Non toccate il camposanto ai Navajos. Grazie a Tex Willer, aderii bambino alla Nazione Navajo e divenni “Mani impedite” perché neppure sapevo allacciarmi le stringhe o fare un piumino di carta per la cerbottana o sputare senza spargermi spruzzi di saliva sul petto o fischiare come i bambini del porto quando le navi entrano nel golfo e la giornata di lavoro é sicura. Ma i Navajos mi presero lo stesso con loro. Come cantastorie potevo andare.
Ero stato Mani impedite, cantastorie dei Navajos. Ero stato Garibaldi, “Qui si fa l’Italia o si muore”. Ero stato Ettore che le suona a Achille. “Che” Guevara che guarda dritto la morte negli occhi. Muhammad Ali che picchia Frazier e Foreman con una mano sola. Combin che fa gol di tacco.
Volevo morire davanti al giardino o anche dentro il giardino, in mezzo all’erba e alle margherite, alle rose libanesi, al nespolo, al ciliegio, alle due palme dell’entrata, dvanti al vialetto di pietre spezzate, ai tre ulivi, all’albicocco e al pero, al susino, al pesco, alla vite che dava l’uva bianca e l’uva nera, le lucertole, i topi, le biscie, la voliera dei tordi e i piccioni. Anche i piccioni gli hanno tolto al vecchio, smerdavano. Ma che altro fare se non provare a concimare teste di fascisti e baciabile con buona sana merda di piccione viaggiatore, portamessaggi del CLN Alta Italia ?
Entro in casa, salendo pesante gli scalini, appoggiandomi alla ringhiera come faceva mio nonno e come ora fa il vecchio.
M’accoglie il solito luridume della cucina, la puzza confusa d’aglio soffritto e cipolla bruciata. Scorgo lo zoppicare magro e barbuto di mio fratello, un’ombra che fugge nella sua camera di bambino. Ma non fugge dalle sue malefatte. La mia mano destra si fa confortare dalla lama fredda del coltello che tengo in tasca pronto per la gola del fratellino e del vecchio.
Oggi i dolori sono forti – dice il vecchio emergendo dal congelatore con un pollo in mano – Ernestino ha il raffreddore. Ora riposa un po’.
A novant’anni non é ancora curvo, solo bianco e alto.
Presto starete bene – dico.
Per i soldi della vendita ? non ne abbiamo già più. S’é comprato una barca, qualche puttana e io un robotino per la cucina.
Centomila euro ?
Finiti...
Perché ?
Eravamo allo stremo – piagnucola – non potevo neppure comprarmi una bistecchina ...
E ora te la compri ?
Ma non abbiamo più niente, siamo nudi ... hai fame ? Pollo alla griglia e pastasciutta, non ho altro, hai fame ?
Si’, papà.
Hai sempre fame tu – dice mentre si siede davanti al forno e comincia a frugare tra le padelle – sei forte come due uomini. Ernestino invece é cosi’ debole.
Dalla morte della mamma, trent’anni fa, é lui che prepara pranzoe cena. Ora vedo che lo fa da seduto, come quando ricuce gli strappi delle reti di Ernestino. Seduto davanti alla finestra del vecchio soggiorno, guarda se mio fratello rientra, guarda la pioggia e cuce la rete.
Stringo il coltello. Prima lui, poi Ernestino.
Un gattino sbuca da un cassetto e gli corre incontro, una zampata da leone su un piede e poi scappa fuori.
E’ il mio nuovo amico – dice e sorride.
No ha mai amato i gatti. Ma gli uomini possono cambiare. Almeno quelli che hanno avuto una brutta vita, come lui. Col tempo affidano alle ore solitarie le proprie pene e pensano come cambiare. Io gli so leggere negli occhi e il vecchio é sincero quando parla del gatto.
La mia memoria non ha più posto per il giardino, né per il coltello. M’appoggio al muro e guardo il vecchio che taglia il pollo e sono contento che abbia un nuovo amico, che non sia solo come sembra.
di Marco Bianchi
Delinquenti!!!!!!! Ridendo scappiamo a gambe levate dopo che le mani, con un gesto quasi inconsapevole, così, per gioco, hanno suonato l’ennesimo campanello reo di essere capitato sul nostro percorso. Si, siamo quello che si definirebbe una banda, 9 ragazzini dai 7 agli 11 anni, distribuiti come i denti in bocca, alcuni sottili e lunghi, altri aguzzi, altri ancora come i molari, forti e quadrati, assortiti male come i denti appunto, non quelli delle stelle del cinema bianchi perfetti dritti ma quelli di Pippo o di Gambadilegno. Oggi è un giorno speciale, specialissimo, per noi intendo; in effetti chi si alza e guarda il mondo che si sveglia non nota nulla, una giornata estiva come tante, sole, afa, rondini che sfrecciano, i gatti che provano a farci colazione, la mamma del Luca che gracchia con la vicina; la maestra ci osserva dalla finestra con occhio esperto… è l’unica che si accorge che oggi per noi è un giorno diverso, ci saluta con la mano che oggi gioca con l’aria sottile, le dita lunghe sfiorano il vento leggero e lo smalto delle unghie rosso perfetto si anima con gli angoli di sole che la quercia davanti a casa lascia passare attraverso le fronde. A lei mica lo suoniamo il campanello, vorrete scherzare! A ottobre saremo tutti li allineati, cartella grembiule e compiti fatti e non abbiamo voglia che nel conto immancabilmente salato delle mancanze e delle dimenticanze ci sia anche qualche scherzo innocente fatto solo per ridere un po’ e rompere la noia… Oggi è speciale dicevo, ho la mano sulla spalla del Mario, è mio cugino e ha sempre fifa, lui è un incrocio tra un canino e un molare, aguzzo magro storto e anche un po’ orbo, non che centri molto coi denti ma non ci vede davvero niente senza occhiali, è con noi perché è un inventore, il piccolo chimico non ha segreti, fonde il piombo e passa per quello bravo e ligio al dovere, è il secchione appunto, e quando c’è lui mia mamma mi lascia andare un po’ più volentieri. L’altra mano regge l’ultimo nato tra i giochi di mio padre, è un “coso” strano, un carrettino che mi ha costruito le cui ruote sono cuscinetti a sfere, tre, come l’apepiaggio del mugnaio, due dietro un po’ più piccoli e uno davanti più grosso montato sullo sterzo. Grande macchina!, ci siamo spinti su e giù per la piazza fino a perdere i polmoni per strada e poi abbiamo partorito la prova di oggi. Scendere dai mulini col carretto in questione. I mulini meritano una descrizione a parte per tutti quelli che, non abitando qui da sempre non sanno. I mulini sono in valle, sul fiume e noi abitiamo in cima alla collina, questo si traduce in una strada che inizia con tre tornanti e una discesa a rotta di collo dritta, saranno due chilometri che finiscono in altre due curvacce malefiche che già d’inverno mietono vittime tra le slitte... Ecco, scenderemo da li e chi non ci prova è fuori dalla banda, senza se e senza ma, se non hai coraggio stai a casa con tua sorella e amen chiaro? Io non posso dire così della mia di sorella, ho dovuto scappare in silenzio altrimenti me la ritrovavo dietro e poi a tenerla giù dal carretto c’era da legarla e piantava una grana da pazzi e finiva a raccontare tutto a mia mamma, un casino insomma. Scappo appena dopo messa, faccio il chierichetto, la mamma dice che magari mi raddrizza il parroco, o il sacrestano, come se avessi bisogno di essere raddrizzato. Boh! Eccoci qui tutti e 9, diciotto gambe che escono dai pantaloni corti, tutte spelacchiate, cerotti e bende a nascondere tentativi falliti di impennate con la bici, di discese senza freni, di salti dalle rive, 18 gambe che a sera avranno qualche segno in più, i segni della prova di oggi. Non vuole partire nessuno per primo, il Mario men che meno, ma neanche il Luciano che di solito non manca mai, il Gabriele, l’Enrico e via fino al più piccolo, tutti li a osservare la discesa e la prima curva, tutti li a chiedersi a chi è venuta un’idea così pazza, tutti a chiedersi come si fa a tornare indietro e nessuno che osa parlare per primo, chi si ferma va a casa a giocare con le bambole della sorella chiaro? E come fai poi a passare il resto dell’estate con otto ragazzini che ti sfottono dall’alba al tramonto? Niente, non si torna, paura in tasca insieme a fionda e biglie, in cerchio e si fa la conta, il primo che esce parte, gli altri di seguito. Esce il Mario, io sono il terzo, poteva andare peggio... Parte, seduto sul carretto guida con i piedi, il vantaggio è che se va tutto a rotoli li metti giù e almeno freni, prima non l’ho detto ma il carretto di freni non ne ha. Il babbo ha preso un grattone biblico dalla mamma perché non li ha nemmeno pensati i freni ma lui era convinto che andassimo solo in piazza... Morale il Mario parte, la velocità aumenta, la curva si avvicina, la imposta, si inclina e ovvio, mette giù i piedi, tenta di frenare, si incaglia, il carretto decolla senza conducente e il conducente si trasforma in una palla di maglietta pantaloni e arti che rotola dalla strada verso la riva e termina contro il paracarro di granito, bella botta ragazzi, piange ed è diventato grigino per la terra mossa ma risponde ancora ai comandi, il Mario almeno ci ha provato, adesso c’è un motivo in più per non mollare, vorrai mica far peggio del “secchia?” Il Gabriele è il secondo che finisce pari pari come il Mario; è che lui il paracarro lo manca così si pittura come una figurina su un larice che ha un ramo tagliato molto basso che incontra la testa del malcapitato e la timbra con un bel bitorzolo. E due. Tocca a me, decido che il baricentro va abbassato e invece di sedermi mi sdraio di pancia e guido con le mani, di frenare, visti i risultati, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello e nemmeno penso ai danni di una caduta, io sono eterno! Parto, le sfere fanno un baccano infernale sull’asfalto, trema tutto e l’aria ancora fresca mi fa lacrimare gli occhi, la velocità aumenta da matti e comincio a pensare che sono un po’ scemo, che se catto il paracarro con la testa devo passare la vita con il casco per tenerla insieme, mi porto verso il centro della strada in modo da mettere qualche metro ancora tra me e quel sasso pazzo, le sfere gridano e io quasi ma stringo i denti e le mani intorno allo sterzo e alla fine curvo, cioè sposto lo sterzo e il dietro del carretto fa il resto.. aaaaaaaargh! Adesso si che grido, è uno sfogo infinito, ma sono ancora sulla macchina e sono tutto intero e scendo scendo grido… vibra tutto, non sento più le braccia ma non si lascia…. La seconda curva non ha ne sassi ne piante, niente pericolo, c’è solo un bel salto dritti nel fosso e nel fosso ci sono i materassi vero? Seeeee nemmeno nei sogni, solita storia, sfere gridano trema tutto vento lacrime fifa tocco lo sterzo e via! Il resto del carretto fa tutto come prima, da solo, mi sbanda un ginocchio e lascio una crostaccia già dolente di nuovo a terra ma il male lo sento dopo, o domani o… boh, magari se non mi accoppo, terza curva e trionfo... Sono bello sono bravo sono io io io… non riesco ad esultare che in un buco mi si incastra la ruota davanti, il carretto si ferma di botto e io parto come se mi avessero dato una pedata mondiale, l’unico problema è che non ho le ruote, freno di mani e mento e ginocchia e anche maglietta e pantaloni… in tre metri finisco come san Bartolomeo che in duomo sta con la pelle in spalla… Mi fa male e mi brucia dappertutto ma la prima cosa che penso è che quando vado a casa ne prendo abbastanza e poi ancora un po’. Prendo il carretto, le mie mani sono un disastro, con pazienza e lacrime mi tolgo i sassolini che si sono incastrati sotto la pelle dei palmi sfregandomi il mento per asciugare i lacrimoni mi accorgo che anche lì c’è il sassolino da tirare via.. la maglia è strappata e ho perso le biglie… ma ho fatto tre curve… Si torna, penso e ripenso a cosa raccontare e invento una balla che può essere creduta solo da 9 bambini che insieme, alcuni per mano, altri soli tornano in un paese con poche macchine e tanta voglia di piazza nei cuori di tutti… In piazza incrociamo la maestra, dita lunghe su mani d’ossa e unghie rosse, liquida tutti con poche parole secche come lei e li rimanda a casa, dico li perché invece io vengo preso e portato dal farmacista che con pazienza disinfettante e bende mette a posto quello che resta di una pazzia… Adesso che mi hanno aggiustato e che la maestra sempre tre passi avanti mi accompagna a casa ho meno paura della mamma, in fondo sono tutto intero, il carretto però lo so che me lo scorderò per sempre, quello che non scorderò mai invece sono quelle tre curve, quella gioia feroce di essere riuscito, quella vittoria su me innanzitutto e poi sugli altri di avere messo la parola fine alla prova. Ieri, chiacchierando con il farmacista, racconto tutto questo, glielo racconto perché immagino e a ragione che non abbia mai saputo come e perché quel giorno mi ha tolto gli ultimi sassi dalle mani… lo racconto anche perché 35 anni fa era un uomo come me oggi e oggi è un vecchietto a cui è rimasto, come un vestito, l’odore di erbe e disinfettante che mi ha dato il coraggio, ancora una volta di sopportare il male e il bruciore. Lo racconto e lui mi ringrazia, questa se l’era dimenticata, la sua testa di uomo pensava a una velocità diversa della mia allora, mentre le sue mani di vecchio oggi mi ricordano il ciclo infinito della vita rivedendo nelle mie quelle mani che hanno curato me e che oggi possono fare la stessa cosa con qualche ragazzino scriteriato e pazzo che, in una soffitta polverosa di un paese come tanti ritroverà quel carretto magico e deciderà di riprovarci…
di Alessio Pracanica
Si parla di un’epoca, in cui era di gran moda che ogni regno avesse il suo bravo navigatore, il quale se ne partisse alla ricerca di nuove terre, sfidando pericoli al di là dell’immaginazione.
Se l’Ispagna aveva un Colombo, un Magellano, il Portogallo annoverava un Pigafetta e l’Inghilterra possedeva un Horn, pure casate minori, non tanto per lustro, quando per estensione dei domini, annumeravano tra la popolazione qualcuno di questi ardimentosi, pronti a sfidar la sorte su dei gusci di noce.
Il marchese Lodovico, della nobile casata dei signori di Piombino, s’arrovellava intere giornate, pensando al discredito che sarebbe certo caduto sul suo stemma, se anch’egli non avesse armato una spedizione, atta ad accrescer, in egual misura, conoscenze e ricchezza.
E difatti, da più di due anni, un bastimento languiva nel porto di Genova, in balia d’alghe e cirripedi, inalberando orgogliosamente lo stendardo dei signori di Piombino.
Armar un legno è cosa facile. Basta far venire alla luce qualche tallero, parecchi in verità, mercè la mano levatrice del bagello, per acquisire la proprietà di una delle tante bagnarole, sconquassate e sbilenche, che si riscontrano sovente, adagiate in vari gradi d’inclinazione, nei porti del Mediterraneo. Anche per l’equipaggio non si riscontrano soverchie difficoltà, che nei suddetti porti non è affatto impresa ardua, riscuoter l’interesse di gente coraggiosa, mai sazia d’ardimento e conoscenza, implorante l’araldo incaricato del reclutamento di partir più in fretta che si puote, tanto è il desiderio d’esplorazione e se il balivo non ottempera a tale richiesta o il capitano solleva una qualche difficoltà, tali gentiluomini s’approssimano al legno successivo, ardenti d’impazienza, a maggior ragione se compare qualche ronda di birri all’estremità dei moli.
Diverso è invece trovare un capitano. Di uomini spicci con la bussola e in gran dimestichezza di sestante, soverchi ve n’è ed anzi, andando per taverne, se solo si ha la compiacenza d’attendere il terzo o quarto gotto di liquore, se ne vedranno di capaci di menar la nave fino al Cipango, e v’è chi lo raggiunse in sole sei settimane, chi in quattro e chi addirittura in tre.
L’aspetto più singolare dell’intera vicenda, consiste nel fatto che codesti capitani, da sobri, son tutta gente umilissima, che giammai millanterebbe l’esser giunta più in là della Sardegna, questo senza dubbio per l’innata modestia che contraddistingue l’uomo di mare e ce ne vuole di liquore, e del più fine, per far spiccicare verità a certi palati.
In ogni caso, tali capitani, abilissimi a navigar nel vino, dinnanzi ad imprese un poco più robuste, sollevano impreviste difficoltà e ben lo sapeva il signore di Piombino, il quale assoldati due o tre di essi, in più riprese, per armare il legno che si è detto, e ricovertili d’oro da capo a piedi, pure se li vedeva ritornare in porto in capo a mezza giornata, perché una volta il libeccio s’incaponiva, altra volta cattivo scirocco rischiava di danneggiar le vele, o era il mare ad esser troppo agitato, troppo calmo o troppo salato. Insomma, per compier un’impresa che si definisca tale anche agli occhi del più distratto o sprovveduto degli uomini, non basta un capitano qualunque, bensì necessita un ammiraglio della stazza di un Colombo o di un Magellano, che crean le terre nel pensiero, prima di iscovrirle in su la carta.
Invero è facile, argomentava il nobile Lodovico, iscovrir nuovi continenti. Basta adocchiare uno spazio vuoto su una mappa e collocarvi, a seconda della bisogna e dell’ambizione personale, di volta in volta un’isola, un arcipelago, una colonia. Farvi rotta e riscontrare quanto immaginato, gli parrebbe allora soltanto naturale conseguenza. Più che di coraggio quindi, il mestiere d’ammiraglio abbisognerebbe di fantasia.
Quanto a sé, il nobile Lodovico dei signori di Piombino, non aspirava certo a riscovrir le americhe, che non capita tutti i giorni una simile sfacciata fortuna. Si sarebbe accontentato, piuttosto, anche d’una piccola isoletta, d’un atollo, d’uno scoglio, sì da poter dire, nei consessi delle teste coronate, perdonate principessa se tardai a lo vostro invito, ma l’amministrazione delle colonie è cosa greve e parecchie faccende dimandarono la mia attenzione, prima della partenza.
Poco importa, se la colonia in questione è talmente piccola, che nemmeno una palma vi troverebbe agio sufficiente a metter radici. In questa come in altre cose, è importante il principio.
Invece il signore di Piombino, era costretto a rimanere in ombra e pur s’inveleniva, ogniqualvolta in occasione di feste e celebrazioni, udiva il re d’Ispagna sospirar i suoi fardelli al re del Portogallo, per via di certe tempeste che rallentavano l’afflusso d’oro dalle americhe o quando il sovrano d’Inghilterra si lamentava dei pirati che infestavano le rotte dei Caraibi e perfino le case d’Olanda e del Belgio, lagnavano impicci nell’amministrazione delle terre d’oltremare.
Dateli a me, pensava il marchese Lodovico, visto che codesti possedimenti vi procurano sì tanti grattacapi. Ma al pensiero giammai seguiva azione, cosicchè era costretto a ritirarsi nell’ombra, in compagnia di cortigiani e plebaglia, roso dal livore e dall’invidia.
D’altronde di che si sarebbe potuto lamentare egli, di fronte a casate che mostravano bandiera al sole per tutta la durata del suo cammino in cielo?
Prima di recarsi ad ogni consesso d’alta società, chiamava il suo amministratore per farsi rinfrescare la memoria, su quanti e quali patimenti d’amministrazione avrebbe potuto elencare, di fronte alla gran massa di teste coronate. Pure l’amministratore, uomo d’indole generosa e gentile, si sforzava di trovar problemi, giungendogliene a crear di sempre nuovi, pur di non far sfigurare il proprio signore dinnanzi ai suoi pari.
Lo scorso mese tre vacche morirono, marchese, nel tentativo di dar alla luce i vitelli!
Tu vuoi burlarti di me! Pensi che codesto grattacapo reggerebbe, di fronte ai patemi del sovrano di Danimarca, che possiede colonie fin lassù, dove alberga l’eterno inverno?
Al che il povero amministratore scorreva i registri contabili, alla ricerca di nuove cagioni di malessere.
La vite fu a lungo afflitta da malattia, mio signore, tale che, terminata l’estate, la vendemmia risultò ben poca cosa.
E tu, ignobile stolto, ritieni che tale evento regga il confronto con le angosce della casa di Braganza, che in primavera, nel pittoresco Brasile, ebbe devastate centinaia di piantagioni di cacao da una nube di cavallette?
Insomma, mai che il marchese potesse giungere ad un festino con il sorriso sulle labbra, ansioso di vantare un terribile impiccio da confidare agli altri nobili.
Aveva ben voglia, il pover’uomo, d’implorar sui suoi possedimenti sciagure e pestilenze, calamità e cicloni. Al massimo veniva giù qualche timida pioggerellina e se egli si recava subito nei campi, sperando in chissà quali devastazioni, subito i contadini lo rassicuravano, sperando di fargli cosa gradita, che niuna coltivazione aveva sofferto ed anzi, rinvigorita dalle precipitazioni, di più e meglio, quell’anno la terra avrebbe dato.
Nonostante tutta la sua amarezza, il marchese Lodovico ben si rendeva conto che era la piccolezza dei suoi possedimenti, per somma jattura collocati in zona salubre e dal clima mite, a dettar la sua sfortuna. Anche un fazzoletto di terra, ne era certo, ubicato ai Tropici o nelle americhe, avrebbe attirato su di sé ogni genere di cataclisma. Già s’immaginava, nelle sale degli specchi e nei palazzi d’inverno, pavoneggiarsi lamentando che l’eccessivo ribasso delle noci di cocco, avrebbe certo invalidato i suoi investimenti nelle terre d’oltremare o che un recente ammutinamento gli aveva dimezzato la flotta.
Implorato avrebbe, la virtù di nostro signore Gesù di camminar sull’acque, ed inveito contro l’infigardia degli indigeni, che se da digiuni son macilenti e inabili, da satolli son pigri e recalcitranti se non si mette mano alla frusta e certo avrebbe chiesto lumi al re d’Ispagna, che pure di fruste ne aveva parecchie a schioccare, nelle sue colonie di Ponente.
Anche alla sua corte, ne era certo, un dì si sarebbe raccolta la solita marmaglia di avventurieri ansiosi di proporgli progetti e investimenti, imploranti il comando di una flotta, il governo di una tenuta. In questa come in altre cose, il difficile è cominciare, si ripeteva il signore di Piombino.
Una volta posseduto il primo scoglio al di là del mare, altri ne sarebbero venuti.
Ma il difficile stava, come si è detto, nel reperire un ammiraglio dotato di fantasia e più passava il tempo, più ne occorreva, che sulla mappa s’accrescevano continuamente i possedimenti delle altre casate e sempre meno spazi vuoti restavano, su cui apporre il vessillo di famiglia.
Bandi su bandi si susseguivano, in cui si leggeva che il marchese di Piombino, signore delle fattorie di Trecolli, duca del lago paludoso e cognato del barone di Guastalla, offriva gagliarda ricompensa a qualsivoglia ammiraglio avesse talento di portar la sua bandiera oltre l’orizzonte, sì da conquistare possedimenti a maggior gloria del marchese stesso, in cambio dei quali riceverebbe il governatorato di quanto scoperto, per sé ed i propri discendenti, fino ad un massimo di generazioni tre.
Ogni lunedì, il marchese apriva udienza nella sala del suo piccolo castello, in compagnia dell’amministratore, sperando in chissà quali progetti sottoposti alla sua benevola attenzione.
Pure nessuno vi compariva e il freddo corridoio che immetteva nel salone, restava implacabilmente deserto.
Nei bandi successivi si pensò d’aumentare la durata del governatorato, estendendolo a quattro e poi cinque generazioni, senza ottenere risultato.
Ahimè, gemeva il buon marchese, cotanto in basso è caduta ogni eroica virtù! In altre epoche, ricche d’uomini di tempra, s’imploravano i signori di concedere tre misere navi, mentre adesso siamo noi sovrani a dover implorare. O tempora, o mores!
Finchè un bel giorno, quando l’ennesimo bando aveva esteso la durata del governatorato alla settecentoventitreesima generazione, purchè in linea diretta, uno sconosciuto si presentò al castello, domandando udienza al nobile signore di Piombino.
Che vorrà costui? chiese il marchese alquanto infastidito, perchè di lì a sei settimane si sarebbe svolta la festa d’onomastico del re di Francia e si sa che codeste feste son dolori, giacchè lui, come sempre, non avrebbe avuto di che lamentarsi.
L’uomo che chiese di parlare con vossignoria, rispose umilmente l’amministratore, sostiene di chiamarsi Ferdinando de’ Rustici d’Amalfi e pretende d’esser appellato ammiraglio!
Un ammiraglio? E che aspetti ad introdurlo? Orsù spicciati, ardo dal desiderio d’ascoltarlo! ordinò il marchese in preda all’agitazione, che già il nome parmi di buon auspicio, giacchè costui di nome fa Ferdinando, come il sommo Magellano, cui segue un Rustici che s’assomiglia assai a quel Rustichello da Pisa cui il grande Marco Polo dettò memoria delle sue imprese, inoltre proviene da antica repubblica marinara e quindi codesto uomo è certo in odore d’ardimento ed atto ad apparecchiar fortuna!
Al che il marchese fece disporre ogni sorta di cibi e selvaggina sulla tavola, non sembrandogli vero d’ospitare un ammiraglio nel suo castello.
Con un po’ di sorte ed andando per le spicce, di lì a sei settimane avrebbe posseduto una qualche colonia, da vantare al cospetto del re di Francia e degli altri sovrani ed anche se non si fosse giunti a tempo per siffatto obiettivo, pure l’aver armato una spedizione, con tutti i grattacapi e gli impicci che tale frangente comporta, avrebbe accresciuto il suo status.
Lo vedete quello lì? avrebbe certo sussurrato la piccola nobiltà, nel vederlo discorrere con il re d’Ispagna o d’Inghilterra, è il signore di Piombino. Si dice che abbia inviato una flotta nelle terre d’Oltremare!
Lo scalpiccio proveniente dal corridoio, riscosse il marchese dai suoi pensieri. Come sarà codesto ammiraglio? si domandò tra sé e sé, immaginandoselo alto ed imponente, nero di chioma e di pelo, con la voce fragorosa come un tuono e le membra possenti. Uno di quegli uomini che impegnano battaglia col dimonio stesso, pur di riuscire in quanto intrapreso, giammai satolli, né d’ambizione, né di ricchezze, amanti infaticabili, quali stalloni tra le giumente, e gran bevitori e mangiatori, affinché mai si placasse il fuoco che ardeva loro nelle vene.
Grande sorpresa fu, quindi, l’introduzione al suo cospetto di un ometto pallido e scarno, che a malapena superava in altezza in metro e mezzo, gracile come un giunco e abbastanza malmesso a torace, tanto che il marchese si scostò alquanto, temendo il mal sottile.
E sareste voi l’ammiraglio? domandò il signore di Piombino nel suo tono più imperioso.
Invero sì, caro marchese, rispose l’ometto con una certa qual condiscendenza.
Di grazia, quante ardimentose imprese portaste a compimento?
Niuna, marchese mio, che giammai navigai per mare e nemmeno per fiume, lago o stagno, se è per questo!
E dopo codeste parole, possedete la faccia tosta di definirvi ammiraglio? sbottò il marchese in tono aspro.
Forse che il grande Colombo non era tale, ancor prima d’iscovrir le americhe? E il sommo Aristotile, non diede prova d’ingegno ben in anticipo rispetto a quando venne in notorietà al mondo? Non siamo forse usi definir una pianta dal frutto, piuttosto che dal fiore? Quello lì continuò indicando un albero che s’intravedeva nel parco è un melograno, anche se siamo ancora a Giugno, o dovremo forse attender Ottobre, per appellarlo tale?
Invero parrebbe di sì! esclamò il marchese, travolto da cotanta eloquenza.
E allora mi par giusto definirmi per ciò che sarò, piuttosto che per ciò che sono, continuò l’ometto.
Quale impresa siete in animo di propormi? domandò il signore di Piombino.
Un’impresa che, pur non costando un solo tallero, eccettuati quelli che vossignoria avrà la compiacenza di elargirmi, renderà la casata vostra padrona di tutto quel che c’è di disponibile, sotto il cielo e sopra il mare, non dovessi più chiamarmi Ferdinando de’ Rustici d’Amalfi.
Dite, dite! esclamò il marchese in preda all’eccitazione.
Alto là, signor mio! Pur concedendo credito al vostro nome ed alla vostra reputazione, non posso impegnarmi una parola in più, se prima non farete quanto vi dico!
E cioè? chiese il signore di Piombino.
Date agio al vostro servo disse indicando l’amministratore, di scriver quanto segue :
Io, marchese Lodovico di Piombino, concedo in governatorato all’ammiraglio Ferdinando de’Rustici d’Amalfi, qualsivoglia terra egli ponga sotto le mie bandiere, mercè l’ingegno e lo valore suo.
Firmate il folio con bollo e ceralacca e sarò vostro anima e corpo! concluse l’ammiraglio.
Completata febbrilmente la stesura di quanto richiesto, il marchese vi appose il suo personale sigillo, porgendo la pergamena a Ferdinando.
Questi controllò rapidamente se tutto era in regola quindi, sedutosi comodamente in poltrona, si versò un bicchiere del vino migliore.
Dunque marchese, è forse vera la teoria di mastro Cristoforo Colombo, in base alla quale la terra non sarebbe piatta, così come erroneamente supposto dagli antichi, bensì rotondeggiante, tale che se per ventura io menassi all’infinito verso Ponente, prima o poi raggiungerei il Levante?
Così pare, rispose asciutto il signore di Piombino.
E se dunque codesta teoria è ormai cosa certa, vi basterebbe proclamar lo dominio vostro, su tutte le terre a Ponente delle americhe, per diventare immantinente lo duca d’ogni luogo!
Ma a Ponente delle americhe non vi son terre senza padrone! argomentò l’amministratore del marchese, mostrando di conservare, almeno lui, un barlume di logica.
Chi sarà mai, codesto servo vostro, per impicciarsi di questioni politiche? domandò l’ammiraglio con tono risentito.
Tacete amministratore! intimò il marchese, non vedete che qui si stanno trattando cose più grandi di voi?
Ma, mio signore!
Tacete ho detto! Altrimenti sarò costretto a mettervi ai ferri!
Ad un cenno del signore di Piombino, l’ammiraglio continuò a parlare.
Insomma, come vi dissi, basterà emettere un semplice proclama, e tutto sarà vostro!
Ma, gli altri sovrani non troveranno da obiettare? chiese timidamente il marchese.
Certamente, rispose l’ammiraglio, ma a voi basterà inserire nel proclama un codicillo, in cui dite che lo vostro dominio non s’applica su terre già iscoverte da altri! Forse che il re d’Ispagna, quando mandò i suoi emissari nelle americhe, si fece scrupolo d’annetterle alla sua corona, senza interpellar niuno, e verificare prima se qualcun altro avanzasse pretesa sulle medesime terre?
Invero, a me nulla dimandò! esclamò il marchese.
E come non dimandò a voi, altrettanto fece con l’altrui sovrani, tanto che il re del Portogallo gran scorno ne ebbe e ci volle metà della popolazione di Tordesillas, affinché le due corone non addivenissero a vie di fatto.
Ma se anche facessi ciò, nulla me ne verrebbe, che restando salve le terre già iscoverte, a Ponente delle Americhe null’altro vi è che potrei reclamare!
Ciò non è completamente falso, ma nemmeno completamente vero! rispose l’ammiraglio.
Cosa volete intendere, con codeste parole?
Cosa vi è, subito a Ponente delle Americhe?
Il lontano Oriente, in tutto il suo splendore e mistero.
Ve ne prego, siate più preciso.
Il grande mare, che il gran Ferdinando vostro omonimo battezzò Pacifico!
E dopo di quello?
Le isole del Giappone, di proprietà del Mikado!
E dopo quelle ancora?
Il Cipango del gran Cane cinese, così come narra Marco Polo!
E quindi?
Il grande impero dei nemici della religione, che spinge le sue propaggini fino alle porte d’Europa e d’Africa.
E superato l’impero turco?
A nord le immense steppe del Piccolo Padre, ad ovest i domini della corte di Vienna.
E poscia?
L’intera Europa.
E in tale Europa voi non possedete qualche terra?
Certo che sì! Possiedo la terra in cui ci troviamo. Il marchesato di Piombino, le fattorie di Trecolli ed il lago paludoso!
E non potreste forse argomentare che, per effetto della rotondità della terra, tali vostri possedimenti si trovano a Ponente delle Americhe, appartenendo quindi, in definitiva, al lontano Oriente?
Indubbiamente potrei!
Ed allora se potete in ciò, potrete anche vantarvi, in presenza dei vostri pari, degl’infiniti grattacapi che vi procurano le vostre colonie, situate laggiù, nel lontano Oriente.
Un moto di stupore attraversò il volto del marchese. E’ vero! Non ci avevo mai pensato! Signore, voi mi donate dei possedimenti orientali, con codesta semplicità e senza muovervi da codesto castello! esclamò ammirato.
Anche Colombo iscovrì le americhe nel segreto della propria camera e tornato dal viaggio, schiacciò un uovo contro il tavolo, per mostrare a tutti la semplicità della propria idea! rispose l’ammiraglio.
E fu così, che da quel giorno, il marchese di Piombino divenne imperatore del Gran Piombinato d’Oriente, di cui nominò Governatore l’ammiraglio Ferdinando de’ Rustici da Amalfi e seppur il nuovo titolo e le argomentazioni atte a sorreggerlo, suscitassero gran risate nelle corti europee, il neoimperatore non se ne diede per inteso, parendogli, da quel momento, esser diventato padrone dello mondo.
Passarono gli anni, trascorsi in lieta gaiezza dal sedicente imperatore giacchè, con il pretesto di irriderlo, se lo contendevano tutte le teste coronate d’Europa e sovente il re d’Ispagna, quello di Francia o del Portogallo, presolo sottobraccio, gli chiedevano lumi e consigli sull’amministrazione dell’impero, al che tutti i presenti scoppiavano d’ilarità, senza suscitare per altro sospetti, nel buon marchese, che riteneva per questo d’esser oggetto di simpatia e d’altissima considerazione.
Fattosi molto vecchio, anche per lui, come per tutti gli uomini, giunse la morte, proprio mentre stava dettando una lettera indirizzata all’illustrissimo fratello, monarca del regno d’Inghilterra, in cui dispensava innumerevoli consigli su come sedare la rivolta dei cipays nella lontana India, portando ad esempio la lite tra due porcai, da lui risolta con pacatezza alcuni giorni addietro.
Chiamato di gran furia il cerusico, costui non potè che constatarne il decesso, tra le lacrime dei servi e dei contadini, stretti intorno al suo capezzale. Dopo la rituale veglia, venne il giorno del funerale, cui assistettero tutte le famiglie d’Europa, ansiose di irriderlo da morto, dopo averlo deriso da vivo.
Nel silenzio generale, rotto da bisbigli e risatine, gli astanti videro giungere il sedicente ammiraglio Ferdinando de’Rustici, curvo sotto il peso di un’enorme lapide, che depose sulla tomba di colui che era stato il suo signore.
Fatto questo, il governatore del Gran Piombinato d’Oriente s’inginocchiò un momento e poi, fattosi il segno della croce, s’allontanò nel vento, scomparendo per sempre dalla vista e da codesta storia.
Mossi da curiosità, tutti i sovrani s’approssimarono alla lapide, leggendovi la seguente scritta :
Qui giace sua Maestà Lodovico I, imperatore del Gran Piombinato Orientale, marchese di Piombino, signore delle fattorie di Trecolli, duca del lago paludoso e cognato del barone di Guastalla.
Se di titolo e dominio
Grande fu la sua follia
Non commise mai abominio
Giammai nocque a chicchessia
Se fu irriso nelle corti
Come semplice e bislacco
non sottrasse alle sue genti
Né capanna né bivacco
Chi può vantarsi d’altrettanto
Per l’intero enorme mondo?
Ci lasciò come rimpianto
Non avercene un secondo
Se ogni sire ogni potente
Matto fosse in tal misura
Invero su ogni continente
Svanirebbe la paura
Si commise mai in suo nome
Né una strage né una guerra
nè intenzioni fuor più buone
Raro esempio sulla Terra
Voi rideste un dì di lui
Celiando la sua infermità
Ma il Gran Giudice, di voi
Assai meno riderà
In attesa del nuovo libro di Alessandro Bastasi, ecco un racconto, ambientato in un paesino veneto negli anni '50,che ha come protagonisti i bambini, alcuni dei quali compariranno anche nel nuovo romanzo.
Una piccola anteprima in pratica. Un grande onore per noi di Scrigno.
di Alessandro Bastasi
1.
C'è un basso muretto di sassi, lungo la stradina sterrata. Sopra il muro i Dotto ci hanno messo una rete, per difendere la vigna che c'è dall'altra parte. Tra i sassi del muretto si nascondono le lucertole e le chiocciole. Ci crescono anche le piantine che chiamano "occhi della madonna", e qualche bocca di leone selvatico. Il bambinetto, sette anni appena compiuti, fruga con un bastoncino nelle fessure tra i sassi, fino a che riesce a cavar fuori una chiocciola. Se la posa sulla mano aspettando con ansia che metta fuori i "cornini". La chiocciola dapprima esita, poi finalmente si fida ed esce dalla casetta. Comincia a muoversi, lasciando la scia sulla pelle. Lui la guarda ammirato. Dopo un po' la prende e la deposita di nuovo tra i sassi. E' tutto contento, anche perché c'è il sole e la maestra gli ha dato un bel dieci per come ha recitato la poesia.
2.
Il bambino, una sera di settembre, non ce la fa a resistere. Le viti dei Dotto, al di là della rete sul muretto, sono cariche di uva nera, bella, matura, appetitosa. Sale sul muretto, e da qui comincia ad arrampicarsi sulla rete. In cima, quei bastardi dei Dotto ci hanno messo quattro file di reticolato, una sull'altra. Il bambino ce la sta quasi facendo, afferra con la destra la punta superiore di uno dei paletti di ferro che sostengono la rete, fa forza con i piedi, per tirarsi su e buttarsi poi dall'altra parte. All'improvviso le scarpe scivolano, sulle maglie troppo strette, il corpo, senza più sostegno, precipita in basso, trascinandosi dietro le mani, che non ce la fanno a reggere il peso, e nella caduta il polso destro incrocia uno spuntone di reticolato, e vi rimane conficcato. Il bambino urla, appeso per il polso come un bue dal macellaio, cerca di sollevarsi con l'altra mano avvinghiata alla rete, i piedi che scalpitano alla ricerca di una base d'appoggio, ma non riesce, e urla, mentre il reticolato gli sbrega la carne. Dalle case esce fuori la gente, che ha appena finito di mangiare, gli uomini con lo stuzzicadenti in bocca, e la sigaretta in mano, "Chi xe che ssiga come un galo strossà" si domandano tutti, ed esce anche il Dotto, con il fucile caricato a sale, sempre timoroso che gli portino via quelle quattro cose che possiede, si accorge del piccolo, e la prima cosa che dice è: "te sta ben, bruto ladro che no ti ssi altro", e il papà del bambino finalmente riesce a sollevarlo, a liberarlo, a guardare la brutta ferita, "Portèmolo dal dotor!", grida, e la mamma grida anche lei, al Dotto, "Anca spararghe, el voleva, cossa galo paura, che i ghe porta via quatro graspi de ùa, 'sto peociòso de un vècio!"
Al bambino gli danno sei punti di sutura, e un'iniezione contro il tètano, dato che il filo spinato era anche ruggine.
Non ha più rubato uva in vita sua.
3.
Il giorno più bello, per il bambino del muretto, è il sabato. Al sabato arriva il suo papà, che lavora lontano, a Venezia, e lui lo va ad aspettare in fondo alla viuzza in cui abita, da una parte la vigna e l'abitazione dei Dotto, dall'altra un grappolo di casette a due piani, tutte con un giardinetto davanti e un cortile di dietro. Nel giardino del bambino c'è un grande abete, più alto della casa di parecchi metri, sotto il quale crescono le fragoline di bosco. Attorno all'abete, sulla terra, di solito il bambino e il suo amico Gigi con un ramo o un sasso appuntito tracciano le piste sulle quali giocare a coperchietti (coercéti). Sono i tappi-corona delle bottigliette delle bibite, appesantiti internamente con della cera, in cui vengono applicate le foto dei corridori ritagliate dalle figurine, Coppi, Bartali, e poi Baldini, e Nencini ... Gaul ... . Ciascun giocatore è un corridore, e deve raggiungere il traguardo tirando i coercéti con le dita (con il medio, per la precisione, ben teso dal pollice, che lo sforza al massimo e poi lo lascia andare), stando bene attento a non farli uscire di pista. I tappi vengono religiosamente raccolti il sabato sera, quando il bambino va al bar con i suoi genitori, a vedere la televisione nel Grande Giardino Ghiaioso. Lì per terra ce n'è un mare, di tappi, della Coca-Cola, della birra Itala Pilsen, dell'aranciata San Pellegrino, della Tassoni soda, quelli anonimi della gazosa ... Così, tra un Musichiere visto a spizzichi e bocconi, e il momento agognato della Coppa del Nonno, il bambino si fa una scorta da sballo, e il giorno dopo può esibire agli amici la sua collezione record, arricchita di un pezzo da novanta, il tappo dell'Acqua brillante Recoaro, cedibile soltanto in cambio della figurina - introvabile - di Sivori, il giocatore della Juve.
Con Gigi, però, arriva il giorno della rottura. Tutta colpa di Olga, la bambina bruna di otto anni che è venuta ad abitare vicino a loro. Perché tutti i due se ne innamorano, alla disperazione. Lei per un po' fa la civetta, li tiene sulle spine, accetta le avances di entrambi, sorride ora all'uno ora all'altro. Ma quella volta che il bambino l'accompagna a fare la spesa, e al ritorno le porta pure la borsa, lei si decide, e arrivati al cancello della sua casa, gli fa una carezza e gli dice, tutta rossa e confusa: "Te vojo ben a ti ... de Gigi no me interessa gnente". Madonna, ragazzi! Il bambino è inebetito, mormora solo: " ... davéro? ...". Lei fa di sì con la testa, gli dà un veloce bacino sulla guancia e fila dentro in casa.
Da allora, con Gigi, è guerra totale, all'ultimo sangue. Gigi, che ha un anno di più, lo prende in giro, lo sfotte, "Te spussi ancora da làte!" gli grida dietro quando lui è con Olga, e il bambino si vergogna, schiuma di rabbia, gli tira sassi, vorrebbe aggredirlo, ma sa che avrebbe la peggio, perché è mingherlino e dimostra meno dei suoi otto anni, un giorno però, gli corre dietro con un bastone più grande di lui, e glielo spacca sulla schiena, lasciando Gigi quasi tramortito dal dolore. Panico. E adesso? Mi ammazza! Guarda Olga, che guarda per terra, silenziosa, sta giocando con dei sassi, d'un tratto gli tira un'occhiataccia, piena di odio, incomprensibile, ma è solo un attimo, e lui si chiede perché, che cosa ha fatto, "Parché te me vardi cussì", mormora "Sìtu arabiàda?", e lei per tutta risposta si alza e se ne va. Lui la segue disperato con lo sguardo, "Dove vàtu! Vien qua!" grida. E non si accorge di Gigi, che si avventa come una furia su di lui, lo butta per terra, lo riempie di botte, dappertutto, picchiando come un forsennato, e Olga si ferma un attimo a guardare, poi, spaventata, scappa via di corsa.
Da quel giorno, con Olga, è finita. La sua mamma le ha proibito di uscire di casa, e ha proibito al bambino e a Gigi di cercarla. Fortunatamente per tutti, il papà di Olga viene trasferito, e la pace torna a regnare nel borgo. Gigi ogni tanto sorride e gli dice "Ma te piaséve'a davéro tanto, Olga? Non 'a xe gnanca tanto bèa. 'A ga 'e gambe storte!" e lui lo guarda serio serio, e gli risponde "Ma sta' ssito, èbete!" Da quella volta, il bambino Olga non l'ha più rivista. Chissà dov'è! Si sarà sposata, avrà dei figli. Di sicuro. Con quegli occhi grandi, scuri come la notte, quanti ne avrà incantati! Bella. Incredibilmente bella.
4.
Joe è un bambino triste. Si chiama Franco, ma tutti, fin da piccolissimo, lo chiamano Joe. Anche la sua mamma e il suo papà. Anche Maria la Longa, che vive in casa con loro da sempre, e che lo ha in pratica tirato su. Maria la Longa è vecchia, alta, ossuta, sempre vestita di nero, con la gonna fino ai piedi, "el traversòn" grigio (nessuno sa se sia il suo colore naturale, o il frutto dello sporco accumulato), e il fazzoletto in testa. Il bambino del muretto non ha mai saputo chi sia realmente, Maria la Longa, sa soltanto che paga l'ospitalità occupandosi dei bambini (tre) e del mangiare. Perché la madre beve tutto il giorno, il padre fa il guardiano del parcheggio di biciclette di una ditta su in città, e torna a casa sempre molto tardi. E quando torna, picchia la moglie che è ubriaca, e lei il giorno dopo fa vedere i lividi alle vicine, e dice: "E dopo el se lamenta che bevo, che ghe fasso i corni, pexo dovarìa farghe, a quel porco, dovarìa andar a far ‘a putana, ecco cossa che dovarìa far, cussì almanco portarìa a casa un pochi de schèi!" e poi si mette a piangere, e a dire che a lei durante la guerra non le mancava mai niente, e che tutti la chiamavano la "miss", perché era la più bella di San Lazzaro, e le vicine si danno di gomito, perché tutte sanno che la dava via a un ufficiale tedesco, e che il marito è l'unico che l'avesse voluta dopo che lei era rimasta incinta, e non certo di lui!
Joe è l'ultimo dei tre figli. Sempre taciturno, assente, solitario. Ce n'è voluta, un giorno d'inverno, per farlo venire a correre sul ghiaccio del fosso vicino alla chiesa! Ma alla fine sembra quasi che si diverta, prende la rincorsa, e poi slitta sul ghiaccio, e quando cade si rialza subito, con un impercettibile guizzo di gioia negli occhi.
Non deve andare verso lo stagno, gliel'hanno detto. Ma lui ci va lo stesso. Non se ne accorge nessuno, e sì che lì ci sono il bambino, Gigi, Giorgetto - il fratello maggiore di Joe - e Tino. Quando Joe finisce nell'acqua gelata, non grida. Nessun rumore, nemmeno il crack del ghiaccio che si rompe, niente. Sono le grida di una signora, che fanno accorrere tutti. Piano, con cautela, per non finire dentro anche loro. Un uomo porta giù una scala, la porge a Joe, in modo che si afferri ai pioli, per poterlo poi tirare a riva. E' l'ultima cosa che riesce a fare. Lo portano a casa in braccio, trema tutto, e la madre corre fuori, in sottoveste, "cossa galo combinà, adesso, quel lazaron", grida ,"che più che dispiasséri nol me procura!".
Joe muore di polmonite. In quegli anni, non è così difficile morire di polmonite. Però si slitta sul ghiaccio dei fossi. Anche Joe l'ha fatto, almeno una volta. Tanto a morire, prima o poi, ci si arriva tutti.
5.
E ' un pomeriggio di primavera avanzata, e il bambino è a letto malato. Gli è venuta un'otite tremenda, un male boia, ma adesso, con la medicina che gli ha messo la mamma nelle orecchie, sta meglio. E' bocconi sul letto, con Il libro della giungla aperto sul cuscino, ma in questo momento non sta seguendo le avventure di Mowgli. Ascolta, dabbasso, in lontananza, le grida dei bambini, dei suoi amici che giocano a palla avvelenata o a scondicùco (che sarebbe nascondino), e se li vede, tutti sudati, scalmanati, con le ginocchia già sbucciate per le cadute, mentre il sole diventa sempre meno luminoso, e i maggiolini cominciano a ronzare per l'aria.
Ascolta, e una fitta di nostalgia come non ha mai sentito prima gli lacera il cuore. Gli viene persino da piangere. Non lo sa, il perché. Non è perché vorrebbe essere giù anche lui, con i suoi compagni, a correre e a saltare, a tirare i sassi e a picchiarsi, a inventare un gioco nuovo o a far la battaglia con le cerbottane e le pomèe, i semi, verdi e duri, di un cespuglio che cresce da quelle parti. No. E' qualcos'altro, di indicibilmente doloroso, anzi, di angoscioso, una specie di vortice in cui la sua mente e il suo cuore si perdono. Forse è una indistinta consapevolezza, per la prima volta, del tempo che passa. Dell'ineluttabilità del cambiamento. Di Mowgli, che non può più stare con i suoi amici animali, e deve tornare tra gli uomini, per crescere, diventare altro. Non potersi fermare, dover procedere, vedere i suoi luoghi cambiare, tante case nuove che prima non c'erano, i campi che non ci sono più, i fossi che vengono coperti. E Joe che non c'è più. E la nonna Catina, e la zia Maria, morta anche lei di un brutto male. Difficile accettarlo, eh, bambino? E allora lui piange, piange, singhiozza forte, e la mamma va su, preoccupata, pensando che l'otite sia tornata, e lui le dice no mamma, no, sto pensando a Bertilla.
Bertilla è una ragazza di vent'anni, con gli occhiali, un po' grassottella, che ogni settimana, quando c'è la bella stagione, porta il bambino a passeggio, sulle vecchie mura trecentesche, soprattutto quando gli enormi ippocastani sono un paradiso di verde, tutto pervaso di coppiette che vanno a baciarsi. L'autunno però è la stagione più bella di tutte, sia perché il rumore delle foglie secche sotto i piedi è inebriante, sia perché arriva il suo compleanno e, con questo, le giostre della fiera di San Luca. E Bertilla lo porta tutti gli anni, e gli compra lo zucchero filato, mentre lei si mangia quei folpéti in umido che piacciono tanto anche al suo papà ma che a lui invece gli fanno proprio schifo. Con lei il bambino è assolutamente felice, non desidera altro, e quando la sera lo riporta dai suoi genitori, gli prende un gran magone, e le chiede: " 'ndemo anca 'a prossima setimana, vero che 'ndemo?". "Sicuro", dice lei, gli dà un bacio e se ne va.
Il bambino certo non si è mai chiesto perché una ragazza di quell'età non ha un fidanzato. Che discorsi, è lui, il fidanzato! E' per lui che Bertilla prepara la cioccolata, mica per qualcun altro, quando, certi pomeriggi, la va a trovare a casa, per via di quello strano binocolo che c'ha, dove si infila una fotografia doppia in una fessura, e guardando nelle lenti se ne vede una sola in rilievo!
Poi, un bel giorno, Bertilla scompare. Non c'è più. Una notte, è vero, si era svegliato perché aveva sentito dei rumori, una macchina che arrivava, Bertilla che gli sembrava gridasse, "No, no' vegno, dove me portèu, disgrassiài, fiòi de cani, lassème star, cossa xe che go fato!", ma credeva fosse un sogno, e si era riaddormentato. Invece non era un sogno. Adesso Bertilla è in manicomio, è stata la madre a chiamare i dottori, perché non poteva più vivere, dice, perché lei l'accusava di volerla uccidere, "ti té mé odi, no te vòl che gàbia un òmo" sembra che dicesse Bertilla, "no' ti xe mia mama, ti, ti te vòl copàrme, eco cossa che te vòl far, bruta schifosa de 'na vècia! Ma te coparò mi par prima, intanto che te dormi! Vàca! Schifosa!".
Il bambino non ci crede. Non riesce a crederci neanche la sua mamma. Poi però "pensa a chi che ghe dàvimo nostro fìo!" dice una volta al papà, e lui, il piccolo, si mette a piangere, "Bertìla xe bona", grida, "no' 'a xe màta, 'a xe bona! 'A xe bona! No' 'a xe mata!"
Bertilla era buona, con lui. Gentile, affettuosa. Ma, adesso, non c'è più.
6.
Il campo dei Padovan è un luogo proibito, perché i comunisti ci fanno la festa dell'Unità e i comizi. E' un campo incolto, che fa affiorare tra le spighe verdi le fondamenta di cemento di una casa che è stata distrutta durante la guerra, il bambino non sa perché e da chi. La mamma e il papà dicono che è pericoloso, perché di notte è abitato dal diavolo, e il bambino quand'è da solo non ha il coraggio di andarci, ci va solo in compagnia di Gigi, Tino e Giorgetto, a giocare al pallone o ad abbrustolire le pannocchie che rubano nel campo degli Zanatta, tra la chiesa e il cimitero. Una volta al bambino il vecchio Carlo Zanatta, un fascistone della prima ora, gli ha sparato a sale, lo ha colpito un po' alla coscia, e gli ha fatto un male che se lo ricorda ancora, con il sottopelle che gli bruciava per due giorni. Per vendetta, il bambino e Giorgetto sono andati a rubargli tutte le prugne dall'Albero Grande, quel giorno che il vecchio Carlo è andato a Mestre a trovare la figlia sposata. Il vecchio non ha le prove che sia stato il bambino, ma tutte le volte che lo vede gli corre dietro, cercando di prenderlo a calci in culo, e urlandogli contro: "Lazaròn, delinquente, non té combinarà mai gnente de bon ne la vita, ti!" Il bambino non risponde, scappa a più non posso, peggio che avesse visto il diavolo. O meglio, è come se lo avesse visto, "perché - gli ha detto una volta in confessione il prete del cimitero - quando si è compiuta una cattiva azione, il diavolo sta sempre con te, e basta girarsi per vederlo ridere". Tant'è che da quella volta il bambino ha le notti agitate, e sogna che la macchina che è venuta a prendere Bertilla adesso verrà da lui per portarlo all'inferno, e che dalla croce appesa sopra il suo letto parte un fulmine che lo fa morire sul colpo in peccato mortale. Quando racconta il sogno a Giorgetto, questo si fa serio serio, e gli dice: " 'Scolta: anca mi fazevo bruti sogni. Però 'a Maria Longa me ga ciapà da parte, a me ga messo 'e man in testa, 'a ga dito do tre paro'étte, e mi da que'a volta non sogno più robe catìve!" Il bambino però all'idea ha ancora più paura, perché se c'è qualcuno che gli ricorda il diavolo è proprio la Maria Longa, così, tutta nera com'è! Più d'uno, nel borgo, dice che è una strega, che è stata lei a rovinare la mamma di Joe e di Giorgetto, che addirittura ha fatto morire Joe. E anche il fatto che Giorgetto sia un po' ritardato, chissà di chi è la colpa! Fatto sta che il bambino, quando incrocia la Maria Longa, adesso si fa il segno della croce.
E' stato Giorgetto (che ha dodici anni, ma è come se ne avesse sette, fa la terza elementare, come il bambino, perchè ha ripetuto un sacco di volte) a introdurre il bambino ai piaceri del sesso. Intanto gli ha spiegato che le donne in quel posto lì hanno tre buchi, uno per fare la pipì, uno per avere i bambini, e uno per farlo quando però non vuoi avere i bambini. Lui lo sa perché Corinna, la figlia del lattaio, una volta l'ha fatto entrare in casa che non c'era nessuno, poi in camera si è tolta le mutande e gliel'ha fatta vedere, col pelo e tutto. Lui allora le ha fatto vedere il suo pisello tutto indurito, e lei glielo ha toccato. Giorgetto poi gli ha fatto scuola su come andare in gusti da solo, e da quella volta non passa giorno che il bambino non se lo tocchi un po', tanto che suo fratello più grande, che una volta l'ha beccato col pisello in mano, gli ha detto: "Varda che se te va avanti cussì, te finissi in sanatorio!" Lui, sì, ha paura del sanatorio, e anche del diavolo che è lì, dietro di lui, a ridere tutto soddisfatto, ma la goduria che prova andando in gusti ha la meglio su qualunque spauracchio, di questo mondo o di quell'altro.
Povero Giorgetto, sa appena leggere. A scrivere, è un dramma. Intinge il pennino nel calamaio che il vecchio Toni, il bidello della scuola, ha appena riempito dal suo bidoncino con un becco lungo che sembra un annaffiatoio, e giù, una macchia sul quaderno, che lui cerca di asciugare con la carta assorbente, tutto vergognoso, a disagio, poi con la gomma da inchiostro cerca di cancellarla, ma è troppo grossa, troppo spessa, e lui preme troppo forte, e la carta si rompe. Il maestro Crema, un omone grande così con le orecchie a sventola, lo richiama, "Bortoletti!", tuona, "sei sempre il solito! Sei un incapace! Vieni qua, e va' dietro la lavagna". Giorgetto esce, con la testa bassa, tutto rosso in viso, mormorando "Se te trovo da solo, de nòte, te dago 'na corte'ada e te copo." Il maestro non sente, ma il bambino sì. E gli viene un colpo al cuore.
"Davéro, 'o coparésitu?" gli chiede durante la ricreazione.
"Sicuro, bruto bastardo fiòl de na tròia, che'l vada remengo vivo e morto!"
L'anno dopo Giorgetto lascia la scuola, va a lavorare nel negozio della Emma, la fruttivendola. Ci sta due mesi, poi smette. Adesso sta a casa, va in giro, a bighellonare, a cantare canzonacce sconce, a dar fastidio alle ragazze. Il papà del bambino gli ha proibito di frequentarlo più. Un giorno Giorgetto ruba i pochi soldi che i suoi tengono in un cassetto del comò, e prende il treno per Venezia. Ma arriva solo a Mestre, che i carabinieri lo prendono e lo riportano a casa. Suo padre, con la cinghia, lo riduce in fin di vita. Giorgetto va in ospedale, poi dritto dritto al riformatorio. Molto tempo dopo (era il 1973) il bambino, diventato grande, è entrato nel carcere di Santa Bona con la sua compagnia teatrale, per una rappresentazione de "La cantata del fantoccio lusitano" di Peter Weiss. Giorgetto era in prima fila.
7.
Il maestro Crema è il più "cattivo" insegnate della scuola elementare di San Lazzaro. Il bambino del muretto lo sapeva fin da quando era in seconda, dove c'era la sua maestra Milla, che lui amava teneramente, tanto che quando lei annunciò in classe che sarebbe stata assente per due mesi a causa di un'infezione di difterite, lui pianse in silenzio per tutto il tempo, e quando alla fine delle quattro ore la maestra gli chiese perché piangesse lui rispose, a capo chino, "Non voglio che lei stia male, vorrei stare male io, piuttosto!", e allora lei gli sollevò la testa, gli sorrise e gli fece una carezza così densa di affetto e di gratitudine che il bambino diventò tutto rosso e rimase a guardarla incantato. Il maestro Crema no. E' grande e grosso, burbero, cattivo, dà sberle, calci nel sedere, e tira le orecchie ai bambini come se fossero di gomma. Il bambino del muretto una volta gli fa la caricatura (è molto bravo in disegno), con due orecchie che sembra Dumbo, solo che Angelo fa la spia, il maestro Crema si impadronisce del foglio, e dà al bambino tre giorni di sospensione. Il bidello, il vecchio Toni, lungo lungo allampanato come un lampione della luce, lo accompagna a casa e cerca di consolarlo, "Te 'o sa che el xe catìvo, no? E alora, parché ghe gàtu fàto 'a caricatura in que'a maniera, bruto mona che no ti si altro!" Ma il bambino è tesissimo, terrorizzato di quello che dirà la mamma, lui che di solito è così bravo. Per strada incrocia Carlo Zanatta, che gli urla dietro "Te 'o gavévo dito che ti si un de'inquente, visto che gavévo rason!" e se ne va per la sua strada scrollando la testa, dicendo "Quando che ghe jera el duce, tutti rigava drìti, altro che bàe! Adesso bisogna seràrse su in casa, co' tuti i lazaroni che ghe xe in giro!" "No go fàto gnente!" grida il bambino disperato, è come se al posto di Toni ci fossero i carabinieri, si vergogna come un ladro, vorrebbe nascondersi ma Toni è troppo magro, e allora tiene lo sguardo fisso per terra, ha il cuore in gola, non riesce quasi a respirare. Arriva a casa, e tutte le vicine escono fuori, a guardarlo "El xe el fiòl dea siora Gina!" "Ma cossa galo fato?" "No' so, me par da strànio, el xe un cussì bravo putèo!" e stanno lì a guardare finché Toni non finisce di parlare con la signora Gina, e questa non afferra il bambino per un braccio, lo tira dentro in casa e gli urla "In coèjo (collegio) te mando, vùtu che mòra par ti? In coèjo, là, che i te tegna dentro, e no' i te fassa vègnar più fora! Ghe 'o digo mi a to papà sàbo, quando che'l vièn casa!" e giù sculaccioni come se grandinasse.
Eh, la mamma! Se la ricorda, il bambino, quella volta che la mamma ha rovinato il tubo della stufa! Lui avrà avuto quattro anni, la mamma aveva tolto i cerchi della cucina economica per metterci dentro il carbone che Walter, l'altro figlio più grande aveva portato a casa. Quelli che lui chiama "cerchi" in realtà sono delle corone circolari di ghisa concentriche, di vario diametro, che si appoggiano l'una sul bordo interno di quella immediatamente più grande, fino a coprire tutta l'apertura attraverso la quale si mette a bruciare la legna e il carbone. Poiché i "cerchi" sono caldissimi, per toglierli si usa un ferro che in fondo ha una curva all'insù tipo uncino, con cui afferrarli senza scottarsi. Quella volta lì, sbadatamente, la mamma ha urtato con il ferro contro il tubo della stufa, facendo saltar via un pezzetto di smalto. Sul bianco immacolato del tubo, orgoglio del suo papà, era comparsa una macchia nera. Una terribile, orrenda macchia nera. La mamma sbianca in volto. "Oh, madòna!" mormora "... e 'desso, chi xe che ghe 'o dise a to papà! Chissà quante che'l me ne dirà! Che son sempre 'a sò'ita sbadata, che son 'na stupida!" Le viene da piangere, anche se il bambino non capisce, visto che non si è fatta male, nessuno l'ha picchiata o insultata. Ad un tratto, si rivolge al bambino, senza quasi guardarlo. "Dighe che ti si stà ti. Par sbaglio. Ti ti si picolo, no'l te dixe gnente! Fàghe sto piassér ala mama. Eh? Ghe fàtu un piassér ala mama?" Lui non capisce bene, è un po' a disagio. E' stata lei, mica lui. "ma ... e se dopo el me dà bòte?" chiede preoccupato. "Ma no, el papà a ti no'l te dà bòte! Ti ti si pìcolo. A mi sì, che el me le darìa! Eh? e alora ..." Il bambino esita. Guarda la mamma. "Sìtu sicura?" "Ma sì" insiste la mamma "el papà a ti no'l te ga mai dato bòte!" E' vero. Il papà non gli ha mai dato le botte, a lui. ".... va bén ... dirò che son stà mi ....".
Adesso la bugia della mamma gli torna in mente. Anche le mamme sono bugiarde. E allora, deve dirglielo proprio, al papà, che lui è stato sospeso? O ai suoi due fratelli? Loro frequentano le industriali, la mattina vanno via prima, e a casa tornano dopo di lui, non scoprirebbero niente. Esce dalla sua camera, su al primo piano, in punta di piedi. "Mamma ..." chiama, a voce bassa. "Cossa ghe xe!" dice lei, burbera. " .... mama .... occorre proprio che te ghe'o disi al papà, che son stà sospeso? ...." "Par forsa, che ghe'o digo! Vùtu che ghe conta 'na busìa? No' ghe go mai contà busìe, al papà. Va' in camera, fin che no te ciàmo par magnàr!"
Vorrebbe dire qualcosa, il bambino. E lì, in procinto di farlo. Ma sta zitto. Rientra in camera. Si siede sul letto, deluso. E' proprio vero. La sua mamma è una bugiarda. Doppiamente bugiarda.
8.
E' festa grande, quando al sabato il papà torna a casa da Venezia! Il papà porta sempre qualcosa, un aeroplano di latta o una scatola di biscotti, poi porta il pesce, scampi, canestreli, passarini, e a tavola il bambino può persino bere un po' di vino bianco. Sono lontani i tempi del '53 e del '54 in cui d'inverno per scaldarsi bisognava andare a rubare il carbone in ferrovia. Se lo ricorda, il bambino, il fratello più grande che tornava con un sacco sulle spalle, tutto intirizzito, che piangeva dal freddo, e la mamma che gli toglieva le scarpe e gli metteva i piedi dentro il forno tiepido. Adesso è tutto finito, non c'è più bisogno, il carbone lo porta Gorza con il camion, e porta anche la legna, e tutti i bambini del borgo, in quell'occasione, danno una mano per trasferirla nel sottoscala, in cambio di venti lire, il che vuol dire due coni di gelato, uno oggi e uno domani. Il gelato lo porta Ico, il pomeriggio, con il suo triciclo. Vende anche gomme americane (le ciùnghe), bastoni e pescetti di liquirizia, e caramelle assortite. Il bambino ricorda ancora quando (doveva proprio essere piccolo piccolo) la sua mamma gli aveva dato cinque biglietti da una lira per comprarsi una ciùnga, lui non sapeva ancora contare, ma, dopo che Ico ha preso i soldi, si sente dire: "Manca un franco, qua, i xe solo quatro! Gnente da far!" Il bambino ribatte " 'A mama me ga dito che i xe sinque franchi" e Ico "Alora gnanca to mare no 'a xe bona de contar!" e ride. Al bambino monta una tale rabbia che gli viene da piangere, "Me màma sa contar sento volte più de ti" è offeso, poi si volta di scatto e torna di corsa verso casa, "Mamaaaa!" grida. "Te me ga dà quatro franchi invesse de sinque!". "No" risponde la mamma "Ti si ti che te 'i gà persi, te ga perso un franco, baùco che non ti si altro, dove xelo?" Il bambino non sa che dire, è frastornato, lui non ha perso il biglietto da una lira, fatto sta che la mamma gli requisisce anche gli altri e gli dice: "Basta! Pensavo de poderme fidar, invesse ..." Lui è sicuro di non aver perso niente, i biglietti erano piegati tutti insieme, com'era possibile? E, non potendo la mamma avere sbagliato, conclude che Ico gli ha rubato "un franco".
Quel sabato però l'atmosfera è un po' tesa. La mamma e il papà parlottano fittamente tra di loro, ogni tanto la mamma sbotta "Varda che te ga 'na faméja, dàte da far, cossa xé sta storia!" E lui: "Ma no star a romparme i cojoni, so mi, e basta!" La mamma non è convinta, guarda per terra, poi guarda il papà, e scuote la testa. Alla fine va a lavare i piatti, ma si vede che sta pensando, anche se non parla, mentre lui esce in giardino e va a sedersi su una poltrona di vimini a fumarsi una Macedonia Oro. Il bambino è sulla porta, osserva il papà, ed è tutto impensierito anche lui anche se non ne conosce la ragione, mentre Moci, il gatto nero d'àngora, gli si struscia contro perché sta andando in calore per via della primavera ormai sbocciata.
Stranamente, il lunedì successivo il papà non va a Venezia. La mamma si vede che è preoccupata. Il bambino invece è tutto contento, perché così il suo papà sta con lui. Il pomeriggio, dopo i compiti, giocano insieme a monopoli o a "zia grega", un gioco veneziano con le carte. E va avanti così, qualche settimana il papà c'è, qualche altra va via. Ma non è più come prima. Adesso bisogna stare attenti ai soldi, dice la mamma. Il prossimo anno il bambino andrà alle medie. I suoi fratelli più grandi lavorano già.
9.
E' suppergiù in questa primavera che la mamma comincia a stare male. Andrà spesso in ospedale, in seguito. Verrà operata cinque volte. Adesso il papà una scusa per non cercare il lavoro che ha perduto, una scusa per stare a casa ce l'ha: deve accudirla e badare ai figli. Il bambino, ovviamente è contento. Anche se nel suo cuore c'è qualcosa che si agita, ma senza sapere che cosa sia. E gli succede una cosa strana: mentre prima pregava il Signore di non farlo crescere, di farlo rimanere piccolo, adesso non vede l'ora di diventare grande. Diventare grande, e potere starsene da solo. Gli viene da piangere, quando pensa a queste cose, sempre più spesso. E' contento, certo, che il suo papà passi molto tempo in casa. Ma continua a piangere. La sua mamma non capisce perché questo bambino pianga sempre, e neppure lui. Però è così: una malinconia infinita si impadronisce della sua mente, del suo corpo, entrando in profondità nei suoi piccoli muscoli e nelle sue ossa.
Poi arriva lo sfratto, che li costringe tutti e cinque a cambiare casa, definitivamente, ad andare in città. Si allontana sul camion, il bambino, seduto in mezzo ai mobili, su quella strada non ancora asfaltata che fa sballonzolare i cassetti del comò. E' una domenica di autunno, bagnata da una pioggia fastidiosa fine fine. I ragazzi del borgo sono tutti fuori, lo salutano, lui fa ciao con la mano, tentando di sorridere. E immagina questi ragazzi come saranno da grandi, con delle mogli, dei figli. E poi dei nipoti. E poi più nulla. Solo silenzio, solo terra e neve, e il vento, che ne spazzerà via anche l'ultimo ricordo.
10.
Il muretto con la rete adesso non c'è più. Al suo posto una recinzione di ferro battuto. Neppure le vigne del Dotto ci sono più, e neppure i Dotto. I nuovi proprietari hanno spianato tutto, e costruito una villa enorme, con i portici, i caminetti e il forno fuori per fare il pane e la pizza con gli amici. Sono i titolari di una fabbrica di coppi per tetti, l’hanno messa in piedi con gli incentivi alle zone depresse concessi al Veneto dallo Stato tra il '57 e il '64. Tutte le case vicine, rase al suolo, per far posto a delle villette a schiera di due piani, tutte uguali, carine, col giardinetto davanti ben curato. Anche l'abete di casa mia l'hanno abbattuto, hanno fatto un prato all'inglese, ma non ci si può camminare sopra, sennò l'erba si rovina. C'è anche un'antenna parabolica. L'unico che abita ancora lì è Gigi. Era andato in Argentina, ma è tornato senza una lira. Adesso fa il bidello nella nostra vecchia scuola elementare, anche questa tutta rimessa a nuovo. Ha tre figli grandi. Uno l'ho incontrato un giorno su Internet. Si occupa di realtà virtuale in una ditta di Mogliano.
di Frank Spada
Novembre, e domenica scorsa, dalle mie parti c’era il sole, un po’ di Bora dalle cime e l’aria frizzantina.
Primo pomeriggio e salgo in automobile: quattro passi a Cividale e un caffè, mi dico. Quando arrivo... di parcheggi liberi neanche l’ombra. Chiedo. Ah! Il mercatino, capisco. Ormai che sono qua... due sigarette gomito sul finestrino e finalmente trovo.
A inizio Corso: una fiumana; m’inoltro intimorito. Vedo un tizio al sole con un libro in mano – sta assorto a leggere seduto a un tavolo coperto da un panno rosso rubino.
Sopra: quattro o cinque attrezzi in legno e ferro arrugginito ricordano il passato dei braccianti.
Dopo qualche ora, camminando tra il pattume in mostra tra le bancarelle, e i Musi rosa davanti al cielo che tramonta, quando ritorno sui miei passi il tizio è ancora lì, seduto all’ombra di un’insegna appena accesa davanti a un bar. Sul panno rosso, i pezzi in vendita sono gli stessi, non uno di meno, e lui, assorto a leggere, rivelando la piega beata di un sorriso non si accorge che traballo per quanto sono stanco. Appoggiandomi al suo tavolo, sbircio e leggo il titolo: “Rivoluzione inoperosa”. Poi mi aggrappo alle gambe e entro nel bar: una cioccolata con panna, che se non la smetto di mandar giù sempre di fretta quel che ingoio mi ustionerò anche la voce, e mi risento in forza; tanto da tornare a Udine e arrivare a casa stanco come se avessi guidato l’automobile senza pedali che avevo da bambino.
Dicembre, IV domenica d’Avvento e a Cividale c’è l’antiquariato di Natale, quello vero, e io sono ancora qua – questa volta sono venuto apposta, per comperare un oggetto che... inizio Corso, guardo in giro e vedo il tavolo – il panno è lo stesso, ma al posto di quel tizio c’è una donna. Gli oggetti in mostra... collanine, cianfrusaglie esotiche di pietre plasticate. Chiedo. No, non sa darmi indicazioni. Insisto. Dice che non sa dove sia finito. Spiego il mio interesse per quegli oggetti da lavoro visti proprio su quel tavolo. Il suo viso si chiude alle parole, gli occhi si velano di... la invito al bar accanto. Due caffè e mi racconta una storia lunga quanto la vita disperata di un anarchico per bene, e che suo fratello è in carcere, accusato di aver tentato di incendiare il mondo. Lasciandoci, le prometto che fra tre domeniche verrò a cercarla, per un caffè e quattro ricordi ancora.
di Ruben Mosca
una favola, una vita da vivere inseguendo, con un battito d'ali, il proprio destino
C’era una volta un passero che aveva paura di volare, perché aveva paura di precipitare e farsi male. Tutti i giorni guardava giù, e non riusciva a lanciarsi. Vedeva altri passeri come lui che si gettavano senza timore, e che riuscivano nel loro intento. Alcuni cadevano, ma erano la minoranza; la maggior parte raggiungeva un altro albero, una nuova meta. Anche se non era molto, erano però riusciti a fare un passo in avanti. Li guardava con ammirazione e si domandava se anche lui un giorno sarebbe riuscito a compiere quel passo, il più difficile a suo parere. Non voleva parlarne con nessuno, nessuno l’avrebbe compreso ed aiutato. Non voleva chiedere nemmeno ai suoi genitori, anche perché da parte loro non c’era nessun incoraggiamento, anzi gli dicevano che non sarebbe mai riuscito a volare neppure da un albero all’altro. Passava le sue giornate a stare male, a soffrire. Che cosa avevano le sue ali? Cosa c’era che non andava bene? Nulla a suo parere. Erano abbastanza grandi e forti per poter affrontare qualsiasi tipo di avventura.
Il tempo passava, e con lui anche le stagioni. Il desiderio di volare e raggiungere i suoi obiettivi era sempre più forte, lo sentiva pulsare dentro di lui, eppure aveva paura di fallire. Si diceva che era bellissimo sognare ad occhi aperti e non voleva che le cose andassero in modo diverso. Si immaginava prati fioriti, animali che non aveva mai visto, odori e colori di cui non aveva mai sospettato l’esistenza, nuove emozioni. Eppure il passero rimaneva lì, a fantasticare e sorridere tra sé e sé. Ovviamente lo faceva solo quando si immaginava di vivere le cose che sognava, quando tornava alla realtà, la tristezza lo attanagliava per ore, a volte per giorni interi.
Un giorno parlò dei suoi sogni ai genitori e a tutte le persone che venivano a trovarlo. Tutti gli ridevano in faccia. Gli dicevano che era anche inutile provarci. In fin dei conti che probabilità ha un passero, che non riesce neppure a passare da un albero all’altro di poter viaggiare il mondo e di realizzare, così, i propri sogni? Nessuna a loro parere. Infatti, a loro parere. Loro lo credevano un fallito, e questo non lo tollerava. Lui sapeva di avere qualcosa in più degli altri, sapeva che ce la poteva fare. Oltretutto quelle parole, dette da persone che della loro vita non avevano poi fatto molto, lo innervosivano. Sentiva giorno dopo giorno nascere qualcosa dentro di lui. Non sapeva se fosse rabbia, determinazione, o voglia di dimostrare che quello che gli altri pensavano di lui, non era vero. Forse erano tutte queste emozioni assieme; forse è stato grazie a questo, che un giorno decise di lanciarsi. Era un giorno piovoso, poco adatto ad un primo lancio, ma lui non ce la faceva più a vivere così, senza obiettivi, senza una meta da raggiungere. Poteva esserci anche un uragano quel giorno, al passero non sarebbe importato nulla. Sbandò all’inizio, ma poi si rimise in viaggio verso l’albero più vicino. Tutti intorno a lui commentavano bisbigliando. Lui sapeva già cosa si stessero dicendo. Questo, però, gli dava una marcia in più, non voleva dargliela vinta. Così, anche se con fatica, raggiunse un altro albero. Non fu facile, ma alla fine imparò. Imparò a capire che quel primo passo, era solo uno dei tanti da compiere, e che non era il più difficile, come lui invece pensava. Era contento di affrontare ogni nuovo ostacolo ai suoi sogni, lo faceva in modo fiero e coraggioso; e i risultati delle sue fatiche non tardarono a manifestarsi. Scoprì presto la bellezza di una città di sera, con tutte le sue luci e i suoi odori. Riuscì a vedere fiori bellissimi e profumatissimi, e, soprattutto, riusciva a volare libero nel cielo. Quando lo faceva non pensava a nulla, si godeva solo il momento, il suo sogno diventato realtà. Si sentiva felice. Dopo tanta fatica, poteva finalmente godersi tutte le emozioni che voleva, che desiderava più di ogni altra cosa al mondo. Sentire le sue ali distendersi e vibrare nell’aria, vedere quei fiori di ciliegio d’inverno, quando tutto è coperto di neve, e quel rosa candido e delicato, che fa sentire vivi. Aveva lottato tanto per quello che desiderava, ne aveva passate tante, ma ora era finalmente felice…felice di vivere il suo sogno.
di Giorgio Ottaviani
Devo sbrigarmi se voglio trovare una puttana. All'angiporto pullulano come blatte, ma sono come i marinai in franchigia. A mezzanotte, quelli tornano a bordo e loro si rintanano
nei buchi fetidi dove vivono e non le vedi più fino alla sera dopo.
La città vecchia, con la zona del porto, è un covo di feccia. Non vale i soldi della benzina che servirebbe per dar fuoco a tutti e ricacciarli nell'inferno che li ha partoriti.
Ne farei volentieri a meno di girare per questi vicoli, ma quello che cerco lo posso trovare soltanto qui, o almeno qui è più facile che altrove. E' come quando i pescatori rientrano con le loro barche. Quello che c'è è tutto lì sulla banchina. Basta avere i soldi. Se non puoi permetterti l'aragosta c'è il pangasio, ma puoi lo stesso toglierti la fame. Per me, comunque, i soldi non sono un problema.
Quando sei figlio di uno che non hai mai conosciuto e di una impiccata o impari in fretta a vivere o è meglio non essere nati. Io ho imparato e ho fatto i soldi, mio fratello
no.
Appena maggiorenne mi sono iscritto al partito.. Il partito è il potere, detta le regole. Basta rispettale e non ci sono problemi. Non è importante capire il perché. Se uno lo
capisse sarebbe come il capo del partito.
Basta non infrangerle, mi sembra così semplice che ci arriva anche un idiota. Io le ho sempre fatte rispettare in modo inflessibile. E' così che ho fatto strada.
Mio fratello no. Lui non poteva seguire regole di cui non capiva il perché e ha fatto la fine di nostra madre.
Ho detto a mia moglie che dovevo andare a una riunione del direttivo del partito. E' normale che si facciano a tarda sera. Ho indossato la divisa e sono uscito dicendole di non
aspettarmi. Non posso dirle la verità, non capirebbe, mi urlerebbe dietro che non è giusto, la conosco ormai. Oltretutto è incinta e le donne in questo stato non ragionano.
Avanzo in una stradina stretta fra case fatiscenti su cui si affacciano due o tre bettole. Un randagio cerca nella spazzature.. Odore di piscio, salsedine e vino da due soldi.
Sul lato opposto due marinai procedono verso di me. Ondeggiano e starnazzano come anatre zoppe. Sono ubriachi, ma non abbastanza da non riconoscere la mia divisa da ufficiale del
partito e alla prima traversa spariscono nel buio.
In fondo al vicolo, proprio all'inizio della scala che scende verso il porto vecchio, sotto la luce giallognola di un fanale, una ragazza. Il fumo della sigaretta si arrampica nel cono di luce e disegna a terra un'ombra leggera, mobile, mentre quella di lei sembra verniciata con la pece sull'acciottolato.
Rimane ferma a guardarmi mentre mi avvicino, poi spavalda allarga le falde del cappotto che le arriva fino alle caviglie come ad aprire il sipario d'un teatro e mette in mostra le gambe appena coperte da un gonnellino che non le arriva al pube.
"Per un... grosso membro... del partito posso fare qualsiasi cosa." dice ridendo sguaiata. "Tu cosa vuoi?"
"Tutto" rispondo "qual'è il prezzo per avere tutto?"
"Cinquanta. Anticipati."
Le allungo i soldi. Li afferra con un sorriso e fa per infilarli nella borsetta. Un attimo e col pugnale d'ordinanza le trapasso il seno. Solo un gemito e un lampo di incredulità nei suoi occhi, poi si affloscia lenta, come un sacchetto di sabbia dal fondo bucato. Mentre va giù la lama esce dalla ferita. Il sangue sgorga a fiotti e di colpo stramazza a terra. E' morta, ma i suoi occhi spalancati mi fissano ancora increduli.
Pulisco il pugnale con le falde del suo cappotto e riprendo dalla borsetta i miei soldi, facendo attenzione a non inzaccherarmi le scarpe nella pozza di sangue che comincia a spargersi a terra. A lei quei soldi ormai non servono più.
Averli avuti anticipati, però, le ha dato un attimo di soddisfazione,prima di morire.
Ora posso tornare a casa, da mia moglie.
Mentre mi allontano, mi volto un istante a guardarla. La luce del lampione si riflette nel rosso che bagna l'acciottolato.
Quando la troveranno, nessuno si scandalizzerà per una puttana ammazzata nei vicoli dell'angiporto e il partito provvederà pure a farla seppellire.
Quando impiccarono mia madre dovemmo pensarci noi a farla seppellire. Certo, lei aveva trasgredito alle regole del partito. Nessuna donna può avere più di un figlio, ed è
giusto perché siamo già in troppi così.
I bambini sono belli, lo so, portano gioia in una famiglia, ma se non si rispetta la regola una donna un figlio, salta tutto. I conti sono conti.
Mia moglie desiderava tanto avere dei bambini e l'ho messa incinta. Quando ha fatto l'ecografia s'è accorta
che sono due gemelli: uno di troppo. L'idea di dover rinunciare a questa gravidanza l'ha fatta cadere nella disperazione. Le donne sono irrazionali. Disperarsi per dei figli che ancora nemmeno esistono. Non potevo sopportare di vederla in quello stato. Le ho detto che a noi ufficiali del partito era consentito, in questi casi avere due figli.
Non è vero, ma mi sono preoccupato di fare in modo che la regola non venisse infranta e i conti fossero rispettai. Sono sicuro che quando il partito lo verrà a scoprire, non avrà nulla da obiettare."
di Frank Spada
In attesa dell'uscita, a breve, del secondo libro di Frank Spada "Dimmi chi sei Marlow", ecco un nuovo racconto in onore di un'amicizia e di un incontro.
Una donna, appesa a un telefonino, trattiene con l’altra mano un bambino che si divincola: vuol raggiungere un’amichetta che ha intravisto nella folla.
– Così non si va avanti! Se non la lasci... – alza la mano e protegge la voce dalle occhiate di chi scalpita.
Nel prato ovale, il luna park di Santa Caterina rimescola la gente: l’aria è animata di parole, dolciastra di frittelle, colorata di luci e palloncini. In alto, l’angelo in cima al campanile punta il dito a nord-est, verso le prime buffate fredde di un pomeriggio di novembre.
– E tu, smettila, stai fermo qui! – volto colorato al sole artificiale, la donna si defila dietro un albero.
Un giostraio, con il viso abbronzato tutto l’anno, sorveglia un trenino che gira senza muovere le ruote su una piattaforma al suono di un organetto e parla con il proprietario dell’attrazione lì vicino, il Discovery.
– Ah – scuote la testa al fumo di una sigaretta – Braidic, dovevamo cambiar vita...
– E Raul, quando diceva che siamo tutti su una giostra e andiamo nello stesso posto, e che eravamo degli stupidi se pensavamo di arrivarci prendendo strade diverse?
Un bambino si scosta da una bancarella di cinesi muti come maschere e si avvicina a un altro che sembra interessato agli interni del trenino.
– Vuoi fare un giro?
– Mia madre non vuole che parli con gli sconosciuti.
– La giostra è mia, sai.
– Aspetto mia madre. Quando arriva mi compera il biglietto – si guarda attorno.
– Sei di Udine?
– Sì.
– Io abito in quella roulotte – indica il fondale della piazza.
– E cosa fai?
– Vado in giro per le sagre con mio padre. Come ti chiami?
– Tommaso.
– Io Raul, come mio nonno – manda gli occhi al cielo – aveva un’automobile... era lunga da là a là – traguarda con le mani due ippocastani centenari e annuisce con il capo, soddisfatto a confermare – americana.
– Perché dici aveva? Gliel’hanno rubata?
– Ma vuoi scherzare? Mio nonno è morto l’anno scorso, sta in un paese lontano da qui, vicino a mia madre. E l’auto l’ha presa mio zio, ma con lui non vado in giro.
– Ma non è morto?
– Ma sì che è morto! È in cimitero assieme agli altri. E tua madre, cosa fa?
– Boh! – alza le spalle – Ha sempre i nervi.
– Dài, monta – gli afferra un braccio e se lo tira dietro sulla piattaforma che rallenta.
Un vagoncino libero e i due si siedono uno accanto all’altro. La giostra si ferma; il proprietario li guarda, stacca qualche biglietto, scende dalla piattaforma e riavvia il congegno collegato all’organetto – la donna, nel frattempo, scricchiola gli intrighi avanti e indietro sulla ghiaia.
–... comodo il signorino, ogni tanto separato... sei un mascalzone, ecco chi sei! – l’interlocutore preme un tasto – Pronto, pronto...
Convoglio e viaggiatori.
Nicoo – si rivolge a una bambina che guida la locomotiva.
Chi è? – domanda l’altro sporgendosi di lato.
– Siamo in classe assieme. Nicoo, ci sono anch’ioo... – urla a perdifiato – Raul, cambiamo posto?
Due amiche incrociano gli sguardi.
–... cosa vuoi che ti dica, Nicoletta va pazza per il treno... c’è su anche Tommaso. Qualcosa che non va?
– Ma che ne so... un pulviscolo mi è andato in un occhio – voce controllata – Dove sono? Ah, sì. Intanto grazie.
– E di che? Nico era già sopra quando ho visto tuo figlio.
– Come? Non hai pagato tu?
– No, ma cosa importa.
– Non sarà mica andato su da solo?
Interni in corsa e i due bambini vanno a sedersi nella locomotiva.
– Questo è Raul, un mio amico.
– Ciao – sommessamente – Senti Tommaso, dopo andiamo a mangiare la pizza? – chiede al compagno rimirando l’altro.
– ... convinci tu mia madre, eh!
Sequenze in movimento rallentano le pose.
– Mammaa! Facciamo un altro giro?
– Ti avevo detto di non muoverti. Chi ti ha fatto salire?
– Lui, gratis sai. Si chiama Raul. La giostra è di suo padre.
– Lascia, Giulia, faccio io – paga due biglietti lanciando un’occhiataccia al figlio.
– Mammina, dopo andiamo a mangiare la pizza con Tommaso?
– Se volete. Cosa dici? – si rivolge all’altra che tiene il telefonino sempre in mano.
Una vibrazione e la donna fa un segno all’amica: arretra le labbra dietro l’albero di prima. L’organetto riprende a girare.
– Viene anche lui? – lei, invitante.
– Sì, sì…vieni anche tu? Paga la mia mamma, andiamo qui vicino: là – punta una mano ruotando con la giostra.
– La fanno buona, sai Raul – sorride vezzosa.
Il giostraio sale sulla pedana.
– Raul! Vai a prendermi da fumare – gli mette in mano una banconota.
– Dopo, posso andare a mangiare la pizza con loro?
– Alé intanto! – gli dà uno scappellotto.
– State qua che vengo subito – salta giù acrobatico.
L’imbrunire avanza dietro gli alberi.
– … no, no... voglio parlarti – voce tremante – Lo porto da sua nonna, aspetta...
Il giostraio schiarisce i bronchi al fumo di una sigaretta e lascia il resto del denaro al figlio ansante per la corsa.
– Raul! Finalmente sei tornato. Ma cos’hai?
– Niente – dice toccandosi la testa. – Quando andiamo?
Un telefonino si spegne e un volto s’incupisce. Voci di bambini.
– Mammaa, mi vuoi ascoltare? – le grida addosso.
– Io vado, eh! – rivolto al padre che annuisce.
– Che bello, siamo in cinque. Così-ci-danno-il-tavolo-rotondo – lei, cantilenante.
In alto, imprigionato da un perno senza fine a ruotare la sua pena cigolando, l’angelo sfiora con le ali un palloncino spinto a sud-ovest, verso il ponente circolare di un microcosmo orbitante in modo stabile, apparentemente.
di Leila Mascano
Da giorni soffia su Palermo lo scirocco, il vento umido e caldo che porta la follia e i pensieri cattivi, e purtroppo i miasmi putrescenti della città fitta di vicoli , che sembra decomporsi sotto il sole che dardeggia spietato. Non resta che sperare nella pioggia che lavi via tutto, disperda i nugoli di mosche e allontani la paura di un’ epidemia come quella della scorsa estate.
Neppure i profumi di questi giardini meravigliosi riescono a soffocare quel tanfo di putredine che ormai identifico con l’odore della morte, e certo anche quest’anno l’epidemia tornerà, tant’è che ci trasferiremo tra pochi giorni nella residenza estiva, uno splendido palazzo che sorge sull’acqua i cui giardini sono, se possibile, ancora più belli di questi. Il fresco scende con la sera, e la voce dei muezzim dall’alto dei minareti mi strazia il cuore di malinconia.
“Qui non c’è posto per la tristezza! Sei giovane, sana, di figlio ne farai un altro.” mi ha detto appena ieri la madre dell’emiro. I suoi occhi, oltre al colore, avevano la durezza dei lapislazzuli. Un tempo, dicono, furono meravigliosi, ed ora sono inariditi, come tutto di lei, che simile ad un ragno gigantesco tesse i suoi intighi, non amando più null’altro che il potere. Ma l’emiro non mi chiama più nelle sue stanze, e perché mai dovrebbe, visto che il dolore mi ha prosciugata in poco più d’un anno quanto sua madre in quaranta anni di complotti. Scomparse le mie lune, non dev’essere dissimile credo far l’amore con me che dissodare un terreno di radici e di sassi. Anche i miei occhi hanno il colore dei lapislazzuli, eppure sono privi di luce, come appunto la pietra.
Detesto l’harem, dove ho dovuto imparare a nascondere i miei pensieri. Queste donne discinte, avide, sciocche, spesso infantili oppure crudeli, ambiziose, spietate non mi sono mai state compagne. .
L’unica gioia che mi fu data qui dentro fu il bambino che ebbi, Walid, quello che mi rapì lo scirocco con le sue febbri malsane. Se m’avessero strappato le viscere non avrei provato tanto dolore.
Oggi è il bimbo di Aysha che muove i primi passi nei giardini del palazzo. Nato insieme col mio, era un cosino sbiadito, debole, al cui confronto Walid sembrava un torello. Ma Walid non c’è più, e il figlio di Aysha si è trasformato in un pupo di zucchero, anzi di marzapane, coi ricci biondi di sua madre, che ne mena gran vanto. E poiché l’epidemia si portò via gli altri bambini dell’emiro, grande amatore ma di poco frutto, egli lo tiene in gran conto, e si è legato assai a sua madre, cui ha accordato tutti i privilegi d’una favorita.
Inutile dire che la madre stessa dell’emiro lo ha, o mostra d’averlo caro, ed egli è oggetto dei vezzeggiamenti di tutte le donne. Razza di stupide! A furia di rimpinzarlo di dolciumi presto non sarà troppo dissimile da un grasso eunuco, il piccolo sciocco, tutto mossette e moine, per ora, ma che presto così viziato diverrà insopportabile. Ogni volta che lo si porta nelle stanze del padre, provo una fitta al cuore, ma in verità è il suo solo esistere che mi rinnova la pena del mio bambino perduto. Qui dentro probabilmente sono la sola a non sorridergli. Egli mi osserva, incerto, e poi una specie di sorriso largo, lucido di saliva, coi denti piccoli e distanziati , tenta di far breccia nel mio cuore. Stupido nanerottolo! Forse lo scirocco porterà via anche te…e di colpo i miasmi putridi non mi sembrano più tali, anzi li annuso soddisfatta…
Oggi nel pomeriggio Aysha ed il bimbo erano negli appartamenti dell’emiro . Ella si abbandona a lui incurante del bimbo, che reputa troppo piccolo per capire qualcosa. Minuta e perfetta, quasi una bambina anche lei, ha modi dolci e occhi taglienti come lame. Tra le braccia del suo signore tuba come una colomba, e pare ch’egli di quel tubare vada pazzo. Certo che così presi dai lacci dell’amore non si accorsero che il bimbo con passetti incerti usciva dalla stanza, avviandosi nel giardino, rallegrato da vasche e fontane, abbastanza profonde perché talvolta ci si affoghi qualcuna, o che la si affoghi, naturalmente, anche se la violenza in genere è più sotterranea, o più spettacolare. Seminascosta dal verde, intuii fulminea il pericolo, ma rimasi immobile. Stupido nanerottolo…sarebbe bastato un attimo, senza far nulla, per ristabilire la giustizia. Sarebbe caduto nell’acqua senza avere il tempo di gridare, il piccolo, sciocco, grasso eunuco. Anche sua madre avrebbe smesso di tubare, d’esser così stupidamente fiera di sé e di suo figlio…
Cosa accadde poi non so. Fu come se un’altra donna prigioniera dentro di me si liberasse a fatica prorompendo in un grido altissimo nell’attimo in cui il bimbo cadeva nell’acqua, e fulminea scattasse a ripescarlo…Bagnato, arruffato, il piccolo si stringeva a me, ed io con pari impeto lo stringevo coprendolo di baci, tanto da temere di soffocarlo io stessa.…
Richiamati dal grido accorsero in molti che non poco si rallegrarono ch’io fossi stata lì…e non seppero quanto vicina ero stata a far morire il bambino…Ma la serpe che mi aveva morso il cuore nulla aveva potuto contro un istinto più forte…
Sono rientrata per asciugarmi dopo il tuffo nell’acqua. Con sorpresa mi sono accorta che dopo oltre un anno mi sono tornate le mie lune.
bionde piace di più agli uomini? Il più vecchio luogo comune in mano a Barbara...
di Barbara Bolzan
Ieri sera ho rivisto per la quarta volta Il matrimonio del mio migliore amico.
È ovvio che quando vedi quel film parteggi per Julia Roberts –se non altro perché è la protagonista.
Lei fa di tutto, poverina.
Lei è una di noi.
Si sforza. Mette in atto ogni tecnica di seduzione possibile. Sfodera gli artigli e le tattiche femminee a danno della fidanzata del suo migliore amico.
Solo nella lotta donna-donna si riesce ad essere tanto sottili, perfide e crudeli.
O io o te, bellina. Anzi, assolutamente solo io. È questo lo spirito e lo scopo della lotta.
Si tratta di rivendicare il diritto di precedenza, della serie: Quell’uomo era mio, io sono stata la sua unica ex alla quale sia ancora legato dal puro aulico vincolo dell’amicizia e dai bei ricordi, abbiamo passato anni fianco a fianco, ci siamo aiutati nei momenti tristi. Tu sei appena arrivata, cosa diavolo c’entri? Quali diritti puoi mai vantare?
Nessuno, certo, ma l’antagonista è pur sempre Cameron Diaz. Una quasi sposina travestita da bambina, occhioni spalancati e ciglia flapp flapp.
Se non dovessi odiarla, dice Julia, l’adorerei.
Cameron è perfetta in tutto, innamoratissima, di rosa vestita, bella e molto ma molto ma molto giovane. Una bambolina, insomma.
Adesso vi svelo una cosa.
È una regola non scritta, di quelle che nessuno ti dice, nemmeno la mamma. È così che va il mondo: gli uomini ammirano le bambole, ma non le portano all’altare.
La bambolina la porti fuori il sabato sera, per far colpo sugli amici. La bambolina è fatta apposta per questo, per essere messa in mostra.
Certo che può anche essere intelligente. Non sono qui a dire che una donna bella e bionda è senz’altro stupida. Non lo dirò, perché tanto lo dicono già tutti. Faccio semplicemente notare che la bambola può anche essere intelligente (sebbene Cameron Diaz nel film non mostri certo di essere un genio), ma mica è questo che importa.
Importa che la bambolina sia un grazioso soprammobile.
E tu, un soprammobile, non te lo sposi.
Tu sposi una Julia Roberts che, malgrado abbia i capelli rossi, sta bene anche vestita di viola, una tipa tosta e grintosa, una che da prostituta ne ha fatta di strada, facendo colpo su Richard Gere, una che sa aspettare George-Ocean-Clooney dai tre ai sei mesi in seguito al colpo Bellagio -quello che ha lasciato Andy Garcia con un palmo di naso.
Tu dovresti sposare una come me, insomma.
La bambolina cosa fa? Sorride, canta, ha occhio nel scegliere i vestiti (però qualcuno prima o poi dovrà risolvermi la questione irrisolta che mi si ripresenta ogni volta che guardo il film: che razza di colore è il giunchiglia?).
Tutto qui.
Non ha nulla dalla propria parte. È uguale alle altre.
Eppure lui, il Migliore Amico, ha operato la propria scelta.
Gli uomini, insomma, votano sempre per la legittima detentrice del posto attuale. La fidanzata o la moglie.
Perché ti parlo del film che ho guardato, mangiando la Nutella senza spalmarla sul pane ma direttamente dal vasetto con un cucchiaio grande e senza curarmi del fatto che gli angoli della mia bocca fossero marroni?
Perché doveva capitare, prima o poi.
È sabato e sono uscita con Laura. Ovviamente mi parlava del Fedifrago e di sua moglie.
“C’è aria di crisi tra loro, io lo so, vedrai che i rispettivi avvocati si stanno già mobilitando…” Insomma, mi faceva i classici discorsi che fa un’amante.
Ed è a questo punto che succede. Siamo sul marciapiede e tu esci da un negozio di scarpe, con in mano un sacchetto. Fin qui, tutto normale.
Se non che il negozio sia un negozio di scarpe da donna.
Se non che dietro di te cammini una distinta signorina. Carina, molto carina, belle tette, inguainata in un paio di jeans a vita bassa che solo una col suo fisico può permettersi senza suscitare derisione generale, frangetta ordinata, capelli lunghi e sciolti.
Bionda.
È questo che mi colpisce.
E poi eri tu quello che, prima dei quattro anni, mi diceva che le bionde sono tutte oche, è inutile darsi da fare per sfatare il luogo comune, credimi, ne ho conosciute io, se il luogo comune esiste avrà pure una sua ragion d’essere, no, con una bionda, io?, mai.
Comunque, siete usciti dal negozio di scarpe. La tua testa era voltata. Parlavi con lei, con la Bionda.
Mi sei venuto a sbattere contro. È così che ti sei accorto di me.
Lei stava ridendo e ha continuato a ridere. Non di me. Era una di quelle risate che una volta iniziate non finiscono più, ed io ho pensato che forse avevi ragione: che, in quanto esponente più della categoria Barbie che della categoria Eva Kent, non poteva che essere un’oca giuliva e tu sei troppo intelligente per stare con un’oca giuliva. Magari te la porti a letto, cosa da una sera appena, cena e colazione poi tanti saluti, vuoi mettere con me?
Ci siamo salutati come due vecchi amici o come due fratelli, e non so cosa sia peggio.
La Bionda ha smesso di ridere, si è ricomposta e mi ha teso la mano.
Io non so come facciano le donne a camminare su tacchi a spillo di dodici centimetri. La mia postura strutturale manifesta cedimenti già su tacchi di cinque (quei tacchi belli grossi, intendo, quadrati, stabili).
La Bionda camminava perfettamente a proprio agio. Solo per questo avrei voluto segarglieli. Anzi, segargliene uno solo.
(La Bionda potrebbe anche indossare quelle allucinanti ciabatte infradito e sarebbe comunque una bellezza da urlo, con un portamento da modella. Dimmi tu!)
Me l’hai presentata. Un nanosecondo dopo, l’avevo schedata nel mio libro nero.
Non è gelosia. Io non sono una persona gelosa.
Quello che mi infastidisce, è che tu abbia buttato a mare i tuoi principi e sia uscito con una bionda. Fatto ancora più grave: che tu l’abbia accompagnata a comprare un paio di scarpe.
Accompagnavi me, un tempo. E sbuffavi ogni volta, dovevo trascinarti nel negozio a forza.
In questa occasione, non avevi affatto l’aria di chi sia stato costretto a fare qualcosa.
Non capisco.
“Un bel rogo.” suggerisce Laura, quando ci lasciamo voi alle spalle. “Un bel rogo, come nel medioevo. Solo che, invece di bruciare streghe dai capelli rossi, bruciamo le bionde.”
Aveva addirittura le unghie laccate di rosso. Sul 94% delle donne, le unghie laccate di rosso risultino volgari. Sulla tua accompagnatrice, no.
Abbiamo trascorso cinque minuti insieme (Tu, la Bionda, Laura ed io) e abbiamo parlato di frivolezze. Lei si inseriva nel discorso, faceva battute, sorrideva. Ed io ho compreso la frase di Julia, ho compreso quel Se non dovessi odiarla, l’adorerei.
Cosa c’è di peggio di una bella bionda da capogiro? Il fatto che, oltre tutto, sia pure simpatica. E che proprio oca non sia. Non so se mi spiego.
I luoghi comuni hanno sempre una ragion d’essere, dai, lo avevi detto anche tu.
Tanto per farti capire: “è meglio una gallina oggi che un uovo domani”. La gallina scodella già uova, e mica uno solo. E non bisogna aspettare domani. Oggi. Li scodella già oggi. La gallina è buona arrosto o bollita. Un uovo, vuoi mettere? Prima che si trasformi gallina devi aspettare che si schiuda, devi guardare il pulcino, prenderlo in mano, accarezzarlo, ascoltarlo mentre fa pio pio e ti pare poi che ti venga il coraggio di mangiartelo? Nemmeno Mister Hyde lo farebbe!
Quindi, con l’uovo domani, cosa ci guadagni? Niente.
Ecco la veridicità dei luoghi comuni.
Il sillogismo porta a concludere che la bionda sia oca per definizione.
Io non capisco perché la tua accompagnatrice debba distruggere uno dei capisaldi di tutte noi more.
Fa caldo. Inutile negarlo.
È primavera, ma stiamo camminando inesorabilmente verso l’estate. Oggi, poi, è una giornata particolarmente torrida. Persino le zanzare se ne stanno buone buone a fare la siesta e farsi aria col ventaglio.
Io indosso una canotta di cotone.
La Bionda no. Indossa una maglietta attillata a mezze maniche. Rosa. E sintetica.
Non le sudano le ascelle. Alle bionde non sudano le ascelle. È un marchio di fabbrica. È un qualcosa insito nel DNA.
Ma perché? Santiddio, lo dice pure la Legge di Murphy: tutto suda.
Eppure, le bionde no, mai. Potrebbe anche essere Ferragosto, potrebbero anche esserci quaranta gradi e un’umidità del trecento percento, e loro si vestono comunque di sintetico e profumano come violette.
Non si cospargono di borotalco, per ottenere questo effetto. No, è davvero insito in loro.
Metto questa cosa alla voce ingiustizie della vita e aspetto che una bionda mi spieghi il segreto.
«Tu sei entrata nella mia vita come Gulliver nel regno dei nani.»
“L’Insostenibile leggerezza dell’essere”,
M. Kundera-
di Barbara Bolzan
Ho letto L’Insostenibile leggerezza dell’essere.
Non è stata una scelta spontanea. L’ho letto perché una volta me ne avevi parlato, dicendo che era una delle tue letture preferite e che all’autore avrebbero dovuto conferire il Nobel per la letteratura.
Ti ascoltavo con aria annoiata e intanto pensavo ai fatti miei. A quel tempo potevo permettermelo. A quel tempo eri tu a struggerti per me; io restavo a guardare.
Comunque, ascoltavo. Io ascolto sempre. E ho il brutto vizio di ricordare tutto ciò che mi vede personaggio, fosse anche solo comprimario o semplice comparsa. Come in quell’occasione.
Oggi sono entrata in una libreria.
Mi è capitato in mano quel piccolo volume. Ho ricordato le tue scandalizzate parole: “Non hai mai letto Kundera?! Ma scrive capolavori!”. Lo dicevi con un tono carico di disprezzo per l’inaspettata ignoranza palesata con tanto candore dalla donna che amavi più di ogni altra cosa.
Così, l’ho comprato, decisa dopo anni a colmare le mie imperdonabili lacune. Ho pensato: hai visto mai che, per una volta, lui può anche essere dalla parte della ragione?
Te lo dico chiaramente, ma prima voglio pregarti di una cosa: non ti arrabbiare come fai di solito quando una mia opinione diverge dalla tua (il di solito, va da sé, significa quasi sempre).
Non è un capolavoro. È un abominio.
L’insostenibile leggerezza dell’essere mette a nudo i nostri segreti, entra nelle nostre vite e le scoperchia senza nemmeno chiedere il permesso. Le palesa al mondo intero. Insomma, è logico che uno si senta un pochino indispettito, ti pare? Dico io, ma come si permette, questo tizio? Dovrebbero denunciarlo per violazione della privacy.
I personaggi che descrive siamo tutti noi. Inutile negarlo. Noi, i nostri sogni, le nostre aspirazioni, le nostre paure, i nostri desideri –quelli più nascosti, quelli che in pubblico non si menzionano per decenza.
Di tutto questo scoperchiare il vaso di Pandora, me ne sono accorta quando ancora non ero arrivata ad un quarto di lettura.
L’istinto era quello di chiudere il libro e tanti saluti. Ma sono andata avanti. Quando comincio una cosa, e tu lo sai meglio di chiunque altro, voglio arrivare fino in fondo. È un dogma.
Sono arrivata fino in fondo.
La pesantezza, la necessità ed il valore sono tre concetti intimamente legati tra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore.
Arrivata all’ultima pagina, ho deciso che L’insostenibile leggerezza dell’essere rimarrà sugli scaffali della mia libreria, ben chiuso, per almeno quattro o cinque anni.
Vedi, ognuno ricerca ed ovviamente ritrova nell’esterno tracce di sé. Lo so che è solo uno scherzo della mente, ma accade. Ascolti una canzone, vedi la scena di un film, e ti ci ritrovi quasi ti fosse stata cucita addosso da una sarta con i fiocchi.
Prima o poi, doveva succedere anche a me –di ritrovarmi davanti ad uno specchio di tal sorta, intendo.
E infatti è successo.
Quei capitoli sono dannatamente costellati da situazioni e frasi che mi riportano a te. Tereza per Tomàš è l’amore vero e, nello stesso tempo, il fardello troppo grande da portare (queste cinque parole non sono di Kundera. Appartengono ad una canzone che un giorno ti spiegherò), Sabina è l’amante-amica che se può si fa in quattro per aiutare la strana coppia, Franz vive nel suo mondo e cammina non con le fette di salame sugli occhi, ma con un’intera macelleria.
Mica è tutto qui. Né il racconto può essere ridotto semplicemente alle avventure erotiche di Tomàš e compagnia bella.
Nel libro ci sono domande precise e risposte vaghe, come vaghe sono sempre state le mie risposte alle tue interrogazioni e sempre lo saranno: continuerò in eterno a ritorcerti contro le tue stesse domande.
Così, ho preso il libro e l’ho riposto.
Fornire come risposta una domanda.
Ritorcerla contro l’interlocutore.
Come in Basic Instinct, quando Sharon Stone entra nella stanza dell’interrogatorio -bella, provocante, vestita di bianco- ed il ciccione le chiede:
“I suoi avvocati la raggiungeranno?”.
Michael Duglas la precede dicendo:
“La signorina ha rinunciato al diritto di avere un avvocato.”
“Perché ha rinunciato all’avvocato, signorina Tramel?” chiede ancora il ciccione.
Lei si gira verso Duglas e sorride. È un sorriso di sfida. Le parole sono ancora nell’aria: “Perché ha rinunciato all’avvocato, signorina Tramel?”
“Perché ha pensato che non lo avrei voluto?” dice lei, guardando Michael.
Rispondere ritorcendo la domanda contro l’interlocutore.
È uno dei tanti atteggiamenti che di me non sopporti. Ma che non cambierò mai.
Kundera ci mette davanti ad un fatto molto semplice: ciò che vogliamo ed amiamo, ci fa sentire leggeri. Pertanto, arriva sempre il momento in cui questa leggerezza diventa un fardello, un peso insostenibile.
E adesso lui aveva tracciato un segno di uguaglianza fra lei e le altre; le baciava tutte allo stesso modo, le accarezzava allo stesso modo, non faceva nessuna, nessuna differenza.
Non era bionda, questa volta. Almeno, sei tornato sui tuoi passi. Era mora, ma non mi somigliava per niente e devo ammettere che questo un po’ mi ha deluso. Faccino tondo e boccuccia di rosa. Capelli a caschetto nemmeno fosse Valentina di Crepax.
Stava parlando. Tu guardavi dritto davanti a te. All’inizio mi è sembrato avessi l’aria annoiata. Ma quell’aria la conosco: le sopracciglia appena alzate, gli occhi pallidi che vagano da una parte all’altra, lenti, senza sapere dove posarsi.
No, non eri annoiato. Piuttosto, sembravi arrabbiato. Chissà contro chi. Chissà contro cosa.
Ed io, in auto, ho visto te sul marciapiede, ho messo la freccia, ho svoltato a destra senza accorgermi di una vecchietta, l’ho quasi presa sotto e me ne sono andata per la mia strada.
Magari vorrai farmi passare Miss Crepax semplicemente per una tua nuova collega –il che pertanto non esclude una possibile relazione tra voi due.
Forse mi hai tradito con lei.
Forse mi stai tradendo in questo momento. Non lo saprò mai, come non ho saputo se, quando e quanto mi hai tradita in passato.
Poi si avvicinarono come amanti che non si siano ancora mai baciati.
Sono uscita con un altro, un tizio la cui identità non conta al punto da rivelartela.
Volevo convincermi che vivo anche senza di te e che posso anche divertirmi con una compagnia diversa dalla tua.
Una volta in più, mi sono sbagliata.
Mi sono annoiata da morire, ancora più di quando uscivamo insieme e tu mi parlavi per tre ore di banalità totalmente prive di interesse –cioè, non parlavi di me.
Il tizio mi ha portato in un ristorante giapponese a mangiare pesce crudo, il che è dannatamente fuori dalla mia grammatica culinaria. Mi ha parlato di se stesso, del suo lavoro e di come la sua lei lo avesse mollato. È stato persino sull’orlo di mettersi a piangere, ripensando alla porta che la sua ex aveva sbattuto, uscendo così dalla sua vita.
Avrei voluto dirgli: “Ciccio, ma non ti sei chiesto come mai se ne sia andata? Tu sei una piattola colossale!”, ma non potevo distrarmi, ero troppo concentrata ad usare le bacchette –che poi, dopo tutta la fatica che ho fatto, mi son portata a casa. Le ho messe a bagno nel Napisan per un’intera mattina. Adesso le uso per farmi la crocchia.
L’odore di pesce, insieme al ricordo del tizio del pesce crudo, si sono dissolti.
Nick-Michael Duglas commette l’errore di innamorarsi di Catherine-Sharon Stone. E glielo rivela. Glielo dice chiaro e tondo, sulla spiaggia, mentre sono abbracciati:
“Io sono già innamorato di te. Però ti inchioderò lo stesso.”
Lei allora fa una faccia come a dire Sei in trappola, ma nel fondo di quegli occhi tu spettatore vedi che c’è qualcosa: uno spavento sottile, una lama. È un campanello d’allarme. Ma Sharon non lo sente.
E finisce proprio là dove non avrebbe mai pensato di capitare.
Non che noi astanti si sia rimasti a bocca aperta. Che quei due avrebbero finito con l’incasinarsi mettendo di mezzo l’amore, era già chiaro nella scena del loro primo incontro, quando lei sta fissando il mare e poi butta la sigaretta e, rivolta a Nick e all’altro detective, dichiara:
“Lo so chi siete.”
Ti amavo quando sapevo perfettamente che eri inaffidabile, quando ancora non pensavo fossi cattivo al punto di riuscire a farmi piangere almeno una volta al giorno. Sì, c’era una volta, come nelle favole. C’era un tempo in cui anch’io piangevo, quando ancora non ero quella che sono ora.
Alle amiche che mi chiedono di te, rispondo ormai con un sorriso e loro sanno benissimo cosa voglio significare.
Voglio significare che non so se stamattina tu ti sia alzato spettinato. Non so se ti sia lavato i denti e abbia passato negli interstizi il filo interdentale al quale eri tanto affezionato. Non so se tu abbia messo quel dopobarba che adoro perché lo avevo scelto io e dopo tu lo hai fatto passare per una predilezione tutta tua.
“Ti sto usando per il detective del mio libro. Non ti dispiace, vero?” dice Catherine.
E Nick non risponde. Con lo sguardo, la segue salire la scala a piedi nudi.
Io ho il diritto di amarti. Con tutto quello che mi hai fatto passare e mi fai passare ancora oggi, con quel tuo prendermi e lasciarmi come e quando ti pare, con quel tuo costringermi a relazionarmi con l’insostenibile leggerezza del tuo essere, me lo sono guadagnata, questo diritto.
di Alessio Pracanica
La sala d’aspetto del Grande Luminare è di un bianco abbagliante.
Ciò vale per ogni superficie. Dai luccicanti pavimenti, ai tavoli, vasti e sgombri, simili a grottesche superfici d’atterraggio, alle candide pareti, non tralasciando le calze dell’infermiera, che siede dietro la scrivania, avvolta in un alone di gelida bellezza.
Il tutto dovrebbe indurre nei pazienti, seduti in trepida attesa sul bordo dei bassi divani, un senso di purezza che va al di là della semplice igiene, per sconfinare nella trascendenza dello spirito.
Sia chiaro, sembra dire tutto quel bianco, seppur implicitamente, qui dentro non ci si limita a curarvi dei vostri banali acciacchi, distribuendo capsule, iniezioni e unguenti, magari non sempre a proposito, quasi ci si trovasse in una sottospecie di drogheria d’altri tempi, in cui un tizio roseo e paffuto pesa la merce su un’antiquata bilancia, spesso rubando sul peso.
Entrando qui non si viene accolti dal delicato e struggente afrore del detersivo alla lavanda, né dall’arguto aroma del caffè sfuso. Non ci sono caramelle di variopinti colori, in bella mostra nei vasi di vetro. Anzi, una delle cose che, appena entrati, balza all’occhio o piuttosto al naso, è proprio l’assenza di qualsiasi odore, eccettuata qualche lontana e vaga traccia di disinfettante per pavimenti ed appena un accenno di profumo nei pressi dell’infermiera, che se non fosse così algida e noi non si fosse presi da ben altri pensieri, verrebbe voglia di sfiorarle il collo con labbra timide, ma è così che va il mondo.
Certo ci sarà qualcuno che si bea delle attenzioni di quella procace bellezza, ma non certo noi, ognuno con la sguardo fisso al soffitto, intento nell’elencazione mentale dei propri acciacchi, casomai, dio non voglia, ne dimenticassimo qualcuno in presenza del Grande Luminare e speriamo almeno che siano risolvibili, mia cara signora, che una cosa son i fastidi ed altra le malattie, per le quali spesso non v’è altro rimedio che un palmo di terra, sotto il quale rifugiarsi all’asciutto fino a quando il buon dio vorrà.
Ma torniamo per un attimo all’infermiera, con la cui procace bellezza qualcun altro si sollazzerà di certo, dicevamo e magari potremmo immaginarla sulle ginocchia del Grande Luminare, quando l’immenso studio è finalmente deserto, il buio è sceso sulla città ed egli pone la stanca fronte e gli ancor più stanchi pensieri, nel cavo del generoso seno di ella.
L’idea di per sé sembrerebbe un tantino irriguardosa, soprattutto in cagione del fatto che la si partorisce nei confronti di chi si accinge a salvarvi la vita o magari l’ha già fatto, con il semplice accettare, nel tumulto di decine di supplichevoli telefonate, d’occuparsi del vostro umile caso.
Ed infatti, irriguardosa o meno, l’immagine viene subito ricacciata nei pozzi neri dell’oblio, non appena il Grande Luminare fa comparsa sull’ingresso del suo studio privato.
Indossa un camice immacolato, che per contrasto fa sembrare le candide pareti come opache, quasi grigie. Anche i capelli sono bianchi, una chiara matassa interrotta qua e la da qualche filo d’argento e le unghie, le unghie signora mia, perfettamente curate, immacolate, per non parlare dello sguardo, trasudante magnetiche emanazioni.
Qui non si vuol parlare di miracoli, sia chiaro, cara signora, che queste cose tocca ad altri indagarle, ma corre voce che più d’uno sia stato risanato da uno sguardo del Grande Luminare e si dice che al suo semplice apparire in corsia, folle di moribondi gettino via impacchi e stampelle, per correre alla luce del sole, pazzi di gioia e gratitudine.
Il Grande Luminare entra nella stanza immerso in un alone di serenità spirituale. Non si può neanche dire che cammini. Piuttosto sembra scivolare sul pavimento quasi fosse incorporeo, ultraterreno, al di là della materia e delle misere sofferenze ad essa connesse.
Il silenzio diventa quasi palpabile quando, con voce perfetta e priva di qualsiasi inflessione dialettale, chiede all’infermiera se vi siano pazienti in attesa, quel pomeriggio.
E’ ovvio che è l’umiltà, panno regale di cui solo la vera scienza s’ammanta, ad impedirgli di notare la folla che riempie la sala d’aspetto. Folla che a quelle parole quasi trattiene il respiro, dio non voglia che l’infermiera, sbattendo le ciglia, dica no, oggi non c’è nessuno per lei, professore ed un errore nella prenotazione è sempre possibile.
Anche se, ognuno dei pazienti in attesa, è stato preceduto da una telefonata di qualche influente personaggio, politico o ecclesiastico che fosse, per caldeggiare, raccomandare, assicurarsi che il Grande Luminare s’occupasse personalmente del caso, senza demandarlo a qualcuno dei suoi volenterosi e per carità, pur bravi assistenti.
E dopo la telefonata, ognuno esce di casa con la certezza che il Grande Luminare aspetta te e solo te, anzi ti accoglierà personalmente sull’uscio e non è detto che stasera non t’inviti a cena nella sua villa, per poi centellinare un distillato di marca davanti all’immenso caminetto acceso.
Invece, una volta giunti nella sala d’aspetto e constatato che ci sono molti altri come te, ognuno preceduto dal suo bravo onorevole o alto prelato, s’insinua il tarlo del dubbio e prende corpo il sospetto d’essere un comune mortale, cui il Grande Luminare farà il favore di controllare con sguardo distratto i risultati delle analisi e forse, di tastare qualche frattaglia dolente.
E proprio in quell’istante, in cui l’infermiera sta per rispondere, liberando un sospiro di sollievo dai molti petti in attesa, un tizio fa il suo ingresso nella sala d’attesa.
L’entrata è goffa, rumorosa, quasi non si tenesse in alcun conto la sacralità del luogo. Il tizio indossa abiti chiassosi, in cui predominano il giallo, l’arancio e il viola e reca con se un gregge di buste e pacchetti regalo, di colori ancor più vivaci del suo abbigliamento, ove fosse possibile.
Individuato il Grande Luminare, impietrito da tanto abuso cromatico, si rivolge subito a lui, ignorando l’infermiera.
Buonasera professore, mi chiamo Quid. Mi manda il signor XY.
E queste due consonanti, per altro vuote d’ogni significato, stanno a rappresentare un nome così grosso, un personaggio talmente influente, che la folla in attesa si fa sfuggire un collettivo respiro di sgomento, come a pensare che se il tizio appena entrato gode di siffatta raccomandazione e/o protezione, c’è poco da sperare che il Grande Luminare s’occupi dei loro miseri casi prima di qualche lustro.
Senza curarsi dello sgomento procurato intorno a se, Quid depone con gran trambusto sporte e pacchi sul pavimento e comincia a frugare nelle numerose tasche del suo vestito.
Qualche regalino per i compaesani, spiega indicando le buste. Ecco professore, questa lettera è per lei, casomai pensasse di trovarsi in presenza di un millantatore.
La lettera, sporca di marmellata, ditate di cioccolato e dio sa che altro, invoglierebbe certo il Grande Luminare ad una smorfia di disgusto, seguita molto probabilmente da un’indignata reazione verbale, ma basta l’aver semplicemente nominato XY, affinchè una mano diafana e curatissima si protenda verso l’orrida e sozza busta, senza nemmeno un sospiro di commento.
Solo la prontezza dell’infermiera, finalmente ridestatasi dallo shock, salva il Grande Luminare dal contatto con quell’immonda superficie cartacea. Strappa la lettera a Quid e in un batter d’occhio ne lacera l’involucro esterno, porgendo quindi al professore l’intonso contenuto.
La missiva, dal tono asciutto ed inequivocabile, contiene soltanto alcune semplici parole :
Chiarissimo Professore
Affido alle sue cure il latore della presente, persona a me molto cara e nei cui confronti, in gioventù, contrassi un enorme debito di riconoscenza.
Cordiali saluti
Vostro aff.mo
XY
Il tutto condito con il caratteristico svolazzo finale nella firma, svolazzo che peraltro il Grande Luminare conosce benissimo, perché, come s’è già detto, il firmatario della lettera è personaggio d’estrema influenza e pur essendo il Professore, scienziato di chiara fama e in gran spolvero di notorietà, non vi sono dubbi su chi dei due possa, con una semplice occhiata di biasimo, stroncare la carriera dell’altro.
Quindi, presa mentalmente nota di quelle parole, il Grande Luminare si rivolge all’infermiera, dicendola di pregare i pazienti in attesa, ove ve ne fossero, d’aver pazienza appunto, ch’egli visiterà tutti, nessuno escluso, lavorando fino all’alba, se necessario, ma un caso più urgente dimanda adesso la sua attenzione.
E dopo quelle parole, mentre il Grande Luminare introduce Quid nel suo studio con ogni riguardo, molti dei presenti si danno di gomito e si scambiano occhiate colme di sottintesi, che si sa cosa è urgente e cosa non lo è dalle nostre parti e spesso un banale raffreddore, con il giusto padrino, diventa ben più grave d’un male incurabile, se quest’ultimo è sprovvisto di adeguata segnalazione.
Nel frattempo, il Grande Luminare sprofonda nella sua enorme poltrona in elegante cuoio marrone, dono di esclusivo mobilificio lenito da occasionali aritmie ed invita Quid a fare altrettanto, in una della due austere sedie in palissandro, collocate davanti all’immensa scrivania.
Tutt’intorno è un profluvio di nere librerie, colme, zeppe, sovraccariche di libri, avvolti in pregiate rilegature, che narrano ed elencano ogni possibile affezione corporea, dalla a di abasia alla u di unghia incarnita, che se esistono malattie con la zeta, son talmente poche e risibili, che già ci si fa disturbo di curarle, figuriamoci d’elencarle in questa sede.
Allora, mi esponga il caso, sembrano dire gli occhi del Grande Luminare, mentre Quid estrae innumerevoli fasci di carte, dall’unica busta che ha recato con sé fin dentro lo studio, avendo abbandonato le altre sul pavimento della sala d’aspetto, a maggior gloria dell’invidia altrui e con gran scorno dell’infermiera, la quale si sarà premurata, nel frattempo, di rimuovere tutte quelle paccottiglie, affinchè non si scambi lo studio del Grande Luminare per un mercato rionale o per un bazar mediorientale.
Ecco, professore, questi sono tutti i referti degli esami cui mi sono sottoposto negli ultimi sei mesi, dice Quid porgendo al Grande Luminare una spessa pila di carte, interrotta qua e là dalle ben note buste giallastre, contenenti esami radiografici.
Il Grande Luminare, alla vista di siffatta mole da esaminare, tentenna per un attimo. Certamente non è abituato ad una simile situazione, essendo lui, il più delle volte, a rivolgere al paziente poche, semplici, asciutte domande, a tastare le parti incriminate, auscultare le profondità viscerali e prescrivere poi il giusto rimedio, infallibile nei limiti delle umane cose o ulteriore approfondimento diagnostico.
Questo tizio invece, giunge al suo cospetto avendo già presumibilmente indagato ogni locus corporeo, sondato ogni anfratto cavitario, sviscerato ogni parenchima e fotografato ogni osso, per quanto piccolo, sesamoide o soprannumerario.
Con una sola, distratta occhiata all’immenso cumulo di carte, il Grande Luminare può stabilire che non un solo parametro biochimico sia stato trascurato nelle analisi e se la scienza rendesse possibile esaminare un metabolismo in ogni sua molecola, ebbene per quel tizio era stato fatto.
Come risolvere quella situazione senza rischiare di cadere nell’errore più grossolano, nella sottovalutazione più irresponsabile?
Il caso in sé appare indubbiamente complicato, per il semplice fatto d’aver richiesto, evidentemente, così tante analisi ed ulteriore fonte di complicazione consiste nella lettera d’accompagnamento, in quanto appare evidente che XY lo ha inviato da lui quale ultima ratio, definitivo responso, ineludibile vaticinio e certamente non per ricevere diagnosi banali ed ancor più banali medicamenti.
Finalmente, dopo un silenzio di alcuni minuti, in cui finge di esaminare centinaia di referti, ognuno dei quali richiederebbe la sua dose di attenzione, il Grande Luminare si rivolge a Quid.
Ahimè, mio caro signore, il vostro mi sembra un caso troppo complesso, per liquidarlo con una visita frettolosa e un rapido scorrer di carte. Tanto più che mi siete stato segnalato da persona amica, di cui tengo in sì gran conto la stima.
A quelle parole Quid piega le labbra in un mellifluo sorriso di circostanza.
Consigliatemi per il meglio, professore, ve ne prego. Ho completa fiducia in voi.
Il Grande Luminare si gingilla con l’enorme mole di referti per qualche altro, lunghissimo secondo, poi rompe il silenzio con un sospiro.
Lasciatemi queste analisi per qualche giorno, ve ne prego. Tornate lunedì, anzi mercoledì. Si, mercoledì prossimo. Alle dieci. No, alle dieci e trenta. Sono sicuro che, dopo aver analizzato tutto con attenzione, avrò un quadro molto più chiaro.
Quid si dichiara d’accordo con il Grande Luminare che la fretta, in casi come questi, è la peggiore consigliera possibile e conviene di tornare il mercoledì successivo, vale a dire tra cinque giorni e si affretta poi a togliere il disturbo, non prima di aver chiesto quanto è dovuto all’illustrissimo professore per il suo, ricevendo in risposta solo una scrollata di spalle ed un gesto inequivocabile, come a dire che di fronte alla salute non c’è denaro che importi e poi c’è sempre la lettera di XY, che rappresenta un pagamento in sé.
Uscito Quid, il Grande Luminare, si tuffa a capofitto nelle visite seguenti, tutti ascoltando, tutto auscultando, ma rivolgendo più volte un affannoso sospiro a quello ch’egli stesso definisce ormai, parlando tra sé, “ l’iter diagnostico di Quid”.
Ed il paziente di turno, non può fare anch’egli a meno di notare quell’enorme pila di carte, che fa bella mostra di sé in un angolo dell’enorme e spoglia scrivania, in compagnia soltanto di un candido ricettario e di un servizio da scrittoio in oro massiccio, dono di celebre oreficeria in cambio di alcuni calcoli renali.
Sul primo foglio della pila spicca a chiare lettere il nome Quid, quasi a rimproverare i toccatori di gomito ed i lanciatori di occhiatine che hanno, in precedenza, messo in dubbio la gravità della questione.
E bisogna dire che più di un paziente, pur ricevendo sgradita o ineluttabile diagnosi, esce dallo studio in qualche maniera risollevato, pensando ai guai ed agli infiniti tormenti che deve senza alcun dubbio provare quel poveraccio di Quid.
Perché, se a me promettono due o tre anni di vita basandosi su mezza siringa di sangue e qualche lastra fatta di sguincio, il povero disgraziato ne avrà al massimo per qualche giorno, alla luce della gran quantità di esami richiesti dal suo morbo.
Insomma, quando anche l’ultimo dei malati esce dallo studio, vergognandosi un po’ per la banalità dei propri acciacchi, rispetto a quelli dell’ormai misterioso “ caso Quid”, il Grande Luminare può spedire a casa l’infermiera ed accingersi, finalmente, ad esaminare il voluminoso incartamento.
Il tempo passa, mentre esamina scrupolosamente ogni dato, ogni valore, ogni immagine radiografica, scrutando queste ultime centimetro per centimetro, con tanto di lente d’ingrandimento. Per giorni e giorni dimentica di mangiare e dormire, intento com’è a vagliare ogni referto, soppesandone il responso aggettivo per aggettivo, che una modica stenosi ne può far di danni, si son viste brillanti reputazioni distrutte da un fisiologico restringimento e perfino la più innocua area di ipodensità o il lieve incremento della trama interstiziale posson celare guasti irreparabili.
Controlla ogni risultato, come s’è già detto e bisogna aggiungere che i referti recano la firma dei più prestigiosi esponenti della classe medica. Ognuno per il proprio campo, beninteso, che se per lastre e diagnostica per immagini si è scomodato il principe dei radiologi, è l’astro nascente dell’otorinolaringoiatria ad aver vagliato, di persona, il grado di iperemia delle tonsille di Quid ed è il profeta della moderna cardiologia ad aver setacciato ogni complesso ed ogni curva dell’elettrocardiogramma, nonché ad aver provveduto a giusto ed opportuno approfondimento diagnostico con ecocardiogramma, il cui referto, chiaro ed inequivocabile, era ivi allegato.
Nel profluvio di referti mancano solo quello del re dei ginecologi e del dio dei senologi, ciò per ovvi motivi e per un breve attimo il Grande Luminare considera l’opportunità di consultare anche questi due personaggi, poi la scarta temendo il ridicolo e si consola esaminando i referti redatti del duca dei neurologi, del marchese degli urologi e del barone dei gastroenterologi, seguiti, last but not least, da quello del monarca degli oculisti, non meno chiaro e definitivo nel suo responso.
Dopo aver annullato tutti gli appuntamenti e licenziato la solerte infermiera, a causa delle sue continue raccomandazioni di riposarsi e mangiare qualcosa, il Grande Luminare prosegue nella sua opera di analisi, vaglio e setaccio d’ogni possibile sviscerabile sintomo e d’ogni dolente, sintomatologico viscere.
Durante una breve pausa, quando gli occhi appesantiti dalla stanchezza, vagano sulle pareti in cerca d’una soluzione, posa lo sguardo sull’agenda elettronica posta alla sua destra, omaggio di capitano d’industria scampato a insidiosa pleurite e freme di sgomento.
Com’è possibile, già mercoledì mattina?
Il Grande Luminare poggia le vertebre dolenti sullo schienale della poltrona e chiude gli occhi per qualche istante.
Quando li riapre, di fronte a lui, c’è Quid in persona, infagottato in un improbabile vestito rosso, con camicia blu elettrico e cravatta a pallini gialli e verdi, seduto su una delle sedie in palissandro, gentile pensiero, abbiamo omesso di dirlo, di ispirato e valente scultore, per lungo tempo oberato da prostata ipertrofica.
E’ mercoledì e sono le dieci e trenta in punto, professore, dice Quid, mi perdoni se sono entrato così, ma la porta era aperta.
L’infermiera, licenziata e sgomenta, evidentemente aveva piantato baracca e burattini, senza curarsi di chiudere lo studio.
Cosa vuole, Quid? chiede il Grande Luminare con voce sopraffatta dalla stanchezza.
Come cosa voglio? Il mio caso, la mia diagnosi. La sua opinione in proposito.
A quelle parole il Grande Luminare spazza via dalla scrivania ogni oggetto, ogni foglio di carta, con fare rabbioso.
Lei è sano come un pesce, maledizione!
Grazie, lo sapevo già, risponde Quid con un largo sorriso.
Come sarebbe a dire già lo sapeva? Che sintomi accusa?
Nessuno.
Dove le fa male, porca miseria?
Da nessuna parte.
Insomma, lei ha scomodato gl’internisti più illustri, i clinici più accreditati, i radiologi più scrupolosi, senza soffrire di niente?
Esattamente, professore.
E non contento di questo, mi ha fatto sprecare cinque giorni del mio prezioso tempo, cinque giorni della mia vita, inducendomi a licenziare una preziosa collaboratrice, senza nessun motivo?
Adesso il Grande Luminare è in piedi, dietro la scrivania, i suoi occhi sono iniettati di sangue e la voce è stridula, parecchi decibel al di sopra del necessario.
Perché ha fatto tutto questo, maledizione, perché? Se lei è sano, perché?
Lei non capisce. I giornali, la televisione, tutti fanno a gara nell’istillarci nuove paure. Ogni giorno spuntano fuori nuovi virus, neoplasie maligne, morbi senza via di scampo. Ed il fior fiore dei suoi colleghi si sgola nel segnalare i rischi insiti nei cibi, nelle bevande, nel fumo, nell’inquinamento, nel sesso. Dite che la medicina ha fatto passi da gigante, ciò è indubbio. Una volta si moriva e basta, adesso si muore con precisione, sapendo causa e momento, spesso con un agevole preavviso di alcuni anni. Lei trova assurdo e paradossale che un pover’uomo sfrutti tutte le sue conoscenze e spenda un sacco di soldi, per sentirsi ripetere che è perfettamente sano, mentre considera ragionevole che gli stessi soldi e le stesse conoscenze vengano utilizzate per diagnosticare l’esatta posizione di un male incurabile o il momento preciso in cui un cuore smetterà di battere. Perché ho fatto tutto questo pur sapendo di essere sano? Mi consideri un pazzo, se vuole, ma alla sua domanda c’è una sola possibile risposta. Perché è bello sentirselo dire. E adesso, se mi vuole scusare, vado a godermi questa splendida giornata di sole.
di Alessio Pracanica
tutti diamo per scontato che la nostra ombra esiste e ci segue sempre. Ma è proprio vero?
Il signor Capuleti si accorse improvvisamente di un fatto increscioso, era senza ombra. Da quanto, non poteva saperlo.
Voglio dire, uno non è che sta tutto il giorno a controllarsi l’ombra. Sarebbe difficile, in alcuni casi decisamente imbarazzante. Cosa state facendo, giovanotto? domanda l’anziana signora seduta sull’autobus, in tono austero e fastidioso. Sto controllando la mia ombra, casomai sparisse. Voi non siete in senno, giovanotto, dovreste frequentare di più la parrocchia e pregare, pregare molto.
Insomma, sorvegliare la propria ombra non è affare facile e comunque i pensieri son tanti, mille i problemi di una comune giornata ed un pover’uomo facilmente si dimentica delle cose più banali, come controllare che la propria ombra non scappi, non se ne vada per i fatti suoi, a combinare chissà quali guai.
Così passano i giorni ed un bel momento uno si accorge che l’ombra non c’è. Come non c’è? Andata, volatilizzata, sparita, alienata, forse aggrovigliata da qualche parte o impigliata in un cavo elettrico, defluita giù per lo scarico, rimasta sotto le gomme di un camion di passaggio e magari a quest’ora già in viaggio verso il nord europa, i Carpazi, l’America, non si sa, non è dato sapere.
Dove sarà a quest’ora? si domanda il signor Capuleti in preda ad un’ansia crescente. Sembra facile a dirsi. Ci sono cose che uno da per scontate. L’ombra è una di queste. Apparentemente inutile, incorporea, immateriale, impalpabile. Eppure necessaria come l’aria e il pane. L’ombra è un punto di riferimento, ti dice che esisti, anche al buio. Si staglia gigantesca contro il fianco dei palazzi, quando rincasi la sera. Proietta la tua sagoma stilizzata contro la casa di fronte, quando osservi la città piena di luci. Il più delle volte ti segue docile, come un animale al guinzaglio, passando sotto le suole di chi ti cammina accanto, scivolando silenziosa su pozzanghere, marciapiedi, cacche di cane, macchie d’olio. Senza mai un lamento, una protesta, una richiesta, una benché minima manifestazione d’indipendenza. Si limita a mutare forma, ad allungarsi, a restringersi, come negli specchi dei luna park, in cui uno si vede più alto, più magro o più grosso, a seconda dello specchio e un po’ anche dell’umore.
Insomma, niente farebbe pensare ad una fuga improvvisa, ad un moto di ribellione. Il signor Capuleti immagina un’eventuale denunzia alla polizia. Quando l’avete vista l’ultima volta? domanda un sergente prendendo appunti con aria annoiata. Andiamo sergente, potreste metterci un po’ più di impegno, che diamine, in fondo si tratta della mia ombra! Il sergente si limita a scrollare le spalle. Spariscono tante cose ogni giorno Soldi, oggetti di valore, persone, alcune di valore, altre meno. Non c’è certo il tempo, né la voglia di occuparsi di una cosa banale come un’ombra. Ci fosse almeno di mezzo una rapina, un colpo di pistola, qualcosa di lontanamente eccitante, per un sergente annoiato a pochi mesi dalla pensione. Nossignore, solo un tipo scialbo, con la pancia e pochi capelli, che sostiene di aver perso l’ombra. Niente da fare, si dice il signor Capuleti, la polizia non capirebbe. Già s’impegnano poco per le cose serie, tipo rapine e omicidi, figurarsi per un’ombra. L’ombra di un tipo scialbo con la pancia e pochi capelli.
Cosa fare? si chiede Capuleti. Uscire a cercarla? Uno ne fa di chilometri in una giornata, anche ammesso che fosse sparita nelle ultime ventiquattr’ore. Si esce, si rientra, si gira, si fa la spesa, si salutano i pochi amici, si beve un bicchiere prima di rincasare. Il tutto fidando che lei, la docile ombra, sia rimasta attaccata al tuo corpo per tutto il tempo. Solo che adesso non c’era più. Dov’era finita? Forse qualcuno poteva averla presa, rapita, rubata. Preso da un improvviso impulso, il signor Capuleti decide di uscire nuovamente a cercarla. Dove? Dove capitava. Avrebbe girato la città, passando e ripassando dai posti che era solito frequentare, fino a quando non fosse saltata fuori, con le buone o con le cattive.
Uscito di casa, si schiaccia contro un muro, in preda ad una nuova vergogna. E se qualcuno, magari, dio non voglia, un conoscente, si fosse accorto del fatto che gli mancava l’ombra?
Avrebbe perso quel po’ di prestigio sociale di cui godeva.
Guarda quel tipo, non è quello che lavora nell’ufficio accanto al tuo, caro? E’ senza ombra. L’avevo detto io che aveva qualcosa di strano. Ti ricordi quando lo incontrammo al Luna Park? Aveva vinto tutti quei pupazzi al baraccone del tiro a segno. E non ha né moglie, né figli e nemmeno uno straccio di fidanzata , che se ne fa di tutti quei pupazzi? Mi piacciono i pupazzi, ci ha risposto, con quel sorriso falso, ti ricordi caro? E adesso gira senza ombra. Te l’avevo detto io che era un tipo strano.
Dopo alcuni minuti, il signor Capuleti trova il coraggio di staccarsi dalla parete. Nessuno lo nota, i passanti nemmeno lo guardano. In questa città la gente non si guarda in faccia. Ognuno è concentrato sulle proprie miserie, sulla propria solitudine, non c’è tempo, né voglia per quella degli altri. Potrei essere senza testa, senza braccia, senza corpo, non se ne accorgerebbero neppure, pensa il signor Capuleti, al tempo stesso rinfrancato ed inquieto, per questo pensiero.
Comincia a girare a caso. Passa due volte dallo stesso bar, in cui quella mattina ha bevuto una birra. Indugia qualche secondo in più nell’agenzia delle scommesse. Per scrupolo controlla il talloncino della puntata che ha fatto oggi pomeriggio. Niente da fare, pensa scuotendo il testone. Saltimbocca, il cavallo su cui aveva scommesso qualche soldo, è arrivato ultimo. Tanto per cambiare, pensa Capuleti.
Gironzola per le strade lucide di pioggia, poi, come in preda ad un’improvvisa ispirazione, gira l’angolo e svolta in una stradina laterale. La via è stretta, poco più di un vicolo e termina contro un edificio basso e largo, di mattoni rossi.
Ombre cinesi, dice il cartello di fianco all’ingresso. Solo per oggi, lo straordinario spettacolo di ombre cinesi.
Il signor Capuleti entra senza badare alla ragazza seduta al botteghino, che gli grida qualcosa, forse di pagare prima il biglietto. Scosta la pesante tenda in velluto blu. Il locale è povero, disadorno, con alcune file di sedie sbilenche. Ci sono due spettatori che russano nella prima fila ed una coppia, un soldato e una ragazza, che amoreggiano sulla sinistra in fondo. Il palcoscenico è un lercio telone bianco, pieno di rappezzi e di macchie d’indefinito colore e provenienza. Nel cono di luce del proiettore si formano e svaniscono sagome di tutti i tipi. Un coniglio, un serpente, un cane. Un mazzo di fiori, un coyote che ulula alla Luna, molto somigliante al cane, in verità. E poi una coppia di innamorati, una casa, un cervo, altri fiori. Il signor Capuleti osserva lo spettacolo in preda ad un imbarazzo crescente. Da dietro la tenda è spuntato anche il proprietario del locale, un ometto magro con baffi radi, incerto se apostrofarlo per il mancato biglietto o rallegrarsi comunque per un nuovo cliente, per quanto insolvente.
Poi, pian piano , con gli occhi ormai abituati alla penombra, al signor Capuleti sembra di scorgere qualcosa ai margini del cono di luce. Prima incerto, aguzza gli occhi e li stringe, poi, via via più sicuro, si avvicina al telone, con le mani sui fianchi e una rabbia che aumenta visibilmente. La sua ombra è lì, in un angolo del telone, visibile come una sagoma più grigia dell’oscurità che c’è intorno. Gliene dirò quattro, pensa il signor Capuleti, le ordinerò di tornare a casa. Ha un compito da svolgere, c’è poco da scherzare. Io sono una persona seria, non posso certo andarmene in giro senza ombra, come un pinco pallino qualsiasi. Se torna senza fare storie, per questa volta sarò buono, sarò comprensivo, ma se mi fa arrabbiare…
L’immagine nel cono di luce, nel frattempo è diventata un uccello, poi un aereo, una ballerina. Ed a quel punto succede qualcosa. L’ombra esce dall’angolo, si avvicina alla sagoma della ballerina e comincia a danzare con lei. Il signor Capuleti si blocca, prima con le mani sui fianchi, ancora con un fiero cipiglio, poi le braccia si fanno via via più cascanti, fino a penzolare lungo i fianchi, inerti ed impotenti. Nel frattempo l’ombra continua a danzare un tango appassionato. Non c’è nessuna musica, ma si può intuire, immaginare, tanta è la grazia con cui la ballerina si lascia cadere tra le braccia dell’ombra, per poi risollevarsi come senza peso. Anche l’ombra si muove con insospettata agilità, quasi non fosse la mia, pensa il signor Capuleti.
Tutta una vita restando incollati ad un uomo banale e scialbo, con la pancia e radi capelli. Un’ombra agile, che potrebbe benissimo essere quella di un ginnasta, di un acrobata, di un grande ballerino e che invece ha avuto in sorte di appartenere al ragionier Capuleti, impiegato. Con la pancia e radi capelli.
Una lacrima scorre silenziosamente sulla guancia del proprietario dell’ombra, poi un’altra ed un’altra ancora.
Sei libera, dice sommessamente il signor Capuleti, da oggi ti sciolgo da ogni voto o dovere. Poi volta le spalle al cono di luce ed esce dal locale, con le guance rigate da sottili fili d’argento. Ed è un vero peccato che si sia voltato e sia uscito così in fretta e furia.
Perché l’ombra, dopo le sue parole, si stacca per un istante dalla ballerina e si esibisce in un lungo, elegante inchino, al tempo stesso omaggio e ringraziamento, per un vecchio, vecchissimo amico che, caso strano su questa terra, ha saputo rinunciare al proprio orgoglio, alla propria vanità.
Ed il signor Capuleti, tornando a casa sentendosi un po’ più vecchio, solo ed inutile, non sa di aver compiuto una meravigliosa buona azione.
La 500 rossa della prof, spinta da tre ragazzini sudaticci, rotolava senza rumore l’asfalto sulle ruote lungo il mezzodì di una giornata di fine giugno, in una cittadina collinare dell’Italia del nord-est, calda come la fine della scuola.
Guida mirata in fondo a un viale, una donna giovanile – chincaglieria di prim’ordine sotto una t-shirt, pantalone giù di vita e occhi nero fuoco – voleva raggiungere il distributore di benzina Agip, trovare aiuto da chi forse s’intendeva di motori, arrivare a casa, togliersi via le impronte degli sguardi appiccicati sui vestiti tesi dalle forme, e riunirsi alla famiglia: un marito, tre figlie e un cane.
I tre studenti, che avrebbero fatto qualsiasi cosa per accontentarla, piegati per lo sforzo imprecavano il divino in dialetto friulano perchè quel distributore non avanzava; mentre lei, la bella mora, gomito appoggiato al finestrino e occhi attenti a mettere a fuoco le ciglia, schiudeva le labbra umettando il colore naturale rosso-fragola e, tra un balzo in là e un altro indietro, seduta sopra un fondo schiena delizioso: – Su ragazzi, qui c’è un po’ di salita, datevi da fare, altrimenti dovrò chiedere aiuto a qualcun’altro! – diceva per incoraggiarli. I tre, in mente i sogni spasimanti lasciati sotto il banco, spinsero a fondo. Respiri all’unisono e arrivarono sotto la pensilina. Si scambiarono in silenzio gli occhi luccicanti, soddisfatti: la promozione era a portata di mano. Rivolsero alla prof tre saluti e un inchino e corsero alla fermata dell’autobus. Lei li salutò con uno sventolio di mano.
Un sorriso al benzinaio – un robusto giovanotto che stava chiudendo per la pausa pranzo – e lei chiese: – Che ne direbbe di dargli un’occhiatina, gliela lascio volentieri e torno verso sera?
– No, no... vediamo subito! – rispose l’uomo ripassando il da farsi agli occhi e spinse la vetturetta dentro la rimessa.
Lei lo seguì dicendogli che la 500 era di suo marito, un insopportabile fanatico che la lasciava sempre sola per inseguire il vanto di raccogliere medaglie – lei voleva dire cianfrusaglie, ma si trattenne – frequentando i raduni d’auto d’epoca, una domenica sì, e l’altra anche, in giro per le province attorno. Il benzinaio simulò indifferenza e lei aggiunse che il marito gliel’aveva imprestata dopo mille raccomandazioni. Poco dopo, trovato con sveltezza il guasto – serbatoio vuoto e indicatore fermo al mezzo pieno – l’uomo tenne per sé quanto riscontrato. Disse alla signora che veniva subito, uscì fuori, appese un cartello con scritto “Chiuso per manutenzione”, rientrò e abbassò la serranda oliata senza far rumore.
Dopo un lavoro fatto con passione, mise un po’ di benzina nel serbatoio e si fece pagare 200 euro – senza ricevuta – per una bobina in ordine che confessò di aver sostituito, senza che lei chiedesse altro.
Quando la 500 della prof ripartì a motore acceso, i tre ragazzi avevano finito di pranzare, di prepararsi per l’interrogazione del giorno seguente ed erano andati a morose – lei, invece, arrivò a casa all’imbrunire, quando l’aria si era rinfrescata. Si sentiva languida, odorosa di benessere come non mai e di buon umore.
A cena, però, non perse l’occasione di brontolare con il marito perchè la 500 era rimasta in panne e aveva perso il pomeriggio per riparare il guasto. Aveva cambiato la bobina al distributore di benzina, vicino a scuola, gli disse quasi sbraitando, aspettando di sentirsi dire grazie. L’uomo impallidì di colpo, tossendo, e provò un forte senso di vertigine. La maggiore prese a battergli la schiena, le sorelle a ridere, e la donna si limitò a dirgli di mangiare con più educazione. Qualche istante e lui si alzò da tavola, mise il guinzaglio al cane e uscì. Lei non gli badò.
L’indomani, il professionista – un commercialista che passava spesso le serate in ufficio – lasciò in garage il Suv e andò al lavoro con la 500. Si fermò con il motore acceso in quel distributore e quando l’addetto si avvicinò per servirlo, gli ghignò un sorriso silenzioso, scuotendo il capo. Questi lo guardò senza capire e si rimise al sole con un giornalino in mano. Poi l’altro ripartì.
Qualche mese dopo, quel benzinaio fu trovato massacrato, deturpato orribilmente.
Unici indizi in mano agli inquirenti: il poveretto aveva molte donne e le amava con passione esercitata.
Chissà se qualcuno indagherà sul fatto che una 500 d’epoca può profumare più di un amore ormai stantio e far venire le vertigini al proprietario, in questo caso un tizio geloso che altri le alzino il cofano?
Nella cittadina, ora gira voce che i mariti litigano più spesso con le rispettive mogli – talvolta anche con quelle degli altri – preoccupati per un distributore Agip ancora chiuso.
Alessandro Bastasi
Lo spaccato di una realtà quotidiana e nascosta che viene a galla a volte sui giornali, nella cronaca nera ma spesso lì si affossa
L’uomo è arrivato a San Pietroburgo da un paio d’ore. Alloggia al Grand Hotel Europa, il migliore albergo della città. Sono le dieci di sera, ma è come se fosse giorno, le famose notti bianche di giugno. L’uomo si dirige a fare due passi sul Nevskij Prospekt, a godersi la frescura che il mare a quell’ora sospinge nelle strade della vecchia capitale. Ed è allora che la vede.
Bionda, alta, due grandi, tristi occhi castani, un sorriso assorto, si sta dirigendo verso di lui. L'uomo ricambia il sorriso, lei si guarda intorno con fare preoccupato, poi, titubante, gli chiede se vuole fare l'amore. Lui risponde subito di sì.
- Cento dollari?
La ragazza annuisce con la testa, e senza perdere tempo si affretta sulla strada per fermare un'auto.
- Andiamo a casa mia - dice.
Lui non fa obiezioni. Ci mettono quindici minuti ad arrivare, ed è un tragitto penoso, con lei che se ne sta ostinatamente zitta, e con lui che cerca in tutti i modi di chiacchierare un po'. Quella ragazza è davvero strana, diversissima da quelle che ha conosciuto a Mosca, ogni tanto sospira, o le tremano le labbra, l'uomo pensa che forse per lei è la prima volta, che non voglia farlo, che vi sia costretta dalla necessità di pagare l'affitto, tant'è che le dice: - Se non vuoi, non lo facciamo, ti lascio qualcosa lo stesso, e me ne torno indietro. Non c'è problema, davvero!
Ma lei fa di no con la testa, un no nervoso, poi si gira dall'altra parte, cercando di evitare il suo sguardo, che la fruga, indispettito, con sospetto. Finalmente arrivano, un palazzone grigio di periferia, uguale a tutti i palazzoni di periferia della Russia, che sono cadenti ancor prima di essere finiti. Salgono al quarto piano, in casa, c'è uno stretto corridoio con una porta in fondo, e la cucina sulla destra, con una lampadina che penzola triste dal soffitto. Lui ha una gran voglia di scappare via. Non gli è mai capitato prima, ma che cos'ha quella? Se non vuole basta dirlo, cristo! Un sorriso, almeno. No, fare l'amore con quella lì, ne è sempre più convinto, sarà di uno squallore immane, sicuramente si stenderà sul letto, aprirà nervosamente le gambe, e starà in tensione finché lui non avrà finito. Ma vaffanculo, ma per chi lo ha preso?
- Vuoi mangiare qualcosa? - gli chiede lei.
Ma figurarsi!, pensa l'uomo, seduto di sbieco sul bordo di una sedia sbilenca, in quella cucina unta, coi piatti sporchi nel lavello. Le sputa un no secco. Lei comunque, come se niente fosse, prende fuori dal frigo una scatola di pelati da mezzo chilo, l'apre con un coltello, e comincia a mangiarli, così come sono, freddi, tristi, disgustosi. Lui la guarda, ammutolito, a disagio per lei per quella totale mancanza di cura, anzi, per il disprezzo di sé che scaturisce da quel modo desolato di ingurgitare cibo.
Poi lei gli chiede i soldi.
- Non puoi darmi qualcosa di più?
E no, cazzo, quella è la tariffa standard, e per un trattamento cento volte migliore del suo.
- Vedremo dopo.
Lei non fa una piega, prende i soldi e gli dice:
- Aspettami qui un momento.
Dove va, a lavarsi? A mettere via i soldi per paura che lui glieli riprenda? L'uomo non è tranquillo, non è questo il modo di comportarsi, di solito le altre lo portano subito in camera, poi vanno a fare la doccia, e arrivano sotto le coperte belle calde e sorridenti. Eppure rimane lì, in quel buco di cucina, con il pavimento di linoleum, la scatola di pelati aperta mezza vuota, il coltello e la forchetta buttati in disordine sul tavolo di fòrmica. Ma quella quanto ci mette? Che cosa sta facendo? Forse è meglio andarsene. Ma no, le ha dato cento dollari, cavolo. E forse potrebbe essere, chissà, molto meglio di quanto lui non pensi. Magari adesso quella arriva lì, a spataffiargli la fica sotto il naso. Mah! Meglio mettere al sicuro gli altri soldi, intanto. Toglie quattrocento dollari dal portafoglio, lasciandoci solo pochi spiccioli, e se li mette nella tasca con la cerniera del giubbino. E continua ad aspettare. Aspettare. Adesso basta, però! La tensione cresce, gli sale dallo stomaco, gli fa chiudere la mani a pugno, ritmicamente. Gli viene un colpo, una scarica di adrenalina, quando va via la luce di quell'unica lampadina a penzoloni. Si riaccende subito, per fortuna, e lui respira forte. Si toglie gli occhiali e si strofina il viso, a lungo. Adesso me ne vado, si dice, sì, adesso mi alzo e me ne vado. Ma rimane lì, perché lei deve per forza ritornare, rimane lì, a guardare fisso la porta aperta della cucina, che dà sul buio del corridoio. A un tratto lo spazio di quella porta si riempie, e gli si rizzano i capelli in testa.
È un uomo giovane, alto e biondo, vestito di tutto punto, con un completo grigio chiaro e una cravatta azzurra. Ubriaco fradicio. Guarda l'altro per un po', in silenzio, con gli occhi semichiusi. Questo capisce subito.
- Occhei, occhei, adesso me ne vado ... vado via - balbetta, alzandosi, impacciato e impaurito.
Ma il giovane si avvicina, e gli scarica un pugno tremendo sullo zigomo sinistro, ricacciandolo sulla sedia. Lui si sente morire dal dolore, urla, e cerca di rialzarsi, adesso l'unica cosa che deve fare è riuscire a raggiungere la porta dell'ingresso. L'altro si fa ancora avanti, e afferra con forza il coltello che sta sul tavolo, e glielo agita contro, alitandogli in faccia "Dammi i soldi! I soldi! Sporco bastardo americano!" L'uomo è terrorizzato, tira fuori il portafoglio, glielo mostra, e dice "Guarda, ho solo dieci dollari, li vuoi? Occhei, occhei, prendi!" Il biondo glieli strappa via, e si mette a guardarli da vicino, a lungo, barcollando, sempre con il coltello in mano.
È un attimo. L'uomo, con un urlo, balza addosso al giovane, che crolla a terra come un fuscello, senza un lamento, trascinandosi dietro una sedia e la scatola dei pelati. L'uomo quasi non ci crede: ce l'ho fatta! Posso andarmene! Ma rimane lì, a guardarlo, come un coglione, con uno strano ghigno. "Bastardo" sibila. Bastardo! E invece di scappare, comincia a tempestarlo di calci, colpi secchi, soffocati, "Bastardo!", e picchia dappertutto, senza guardare, "Figlio di puttana!", urla, e colpisce, in faccia, nella schiena, nella pancia. Poi afferra la sedia e gliela spacca in testa, e non riesce più distinguere il sangue dalla salsa dei pelati. Respira affannosamente. E vede il coltello per terra. Lo raccoglie. Dov'è la ragazza, adesso? Lui rivuole i suoi cento dollari, cazzo! Quella troia dev'essere nella stanza in fondo al corridoio, e in effetti è proprio così, lui piomba dentro come una furia, ma si blocca di colpo, e non perché lei è rannicchiata in fondo al letto, terrorizzata, incapace di dire una parola, è per la puzza bestiale che lo investe, tre bottiglie di vodka vuote sul comodino e una chiazza di vomito fresco sul tappeto lurido. La ragazza lo guarda, cercando di farsi piccola piccola, lontana, impaurita, un grosso livido sotto l'occhio destro. Allora lui butta con rabbia il coltello sul letto, e corre alla porta d'ingresso, via da quella casa, via, e discende le scale a quattro gradini per volta, adesso ha paura che altri inquilini lo fermino, forse quel ragazzo è morto, e magari arriva la polizia, via, via, di corsa! Corre a rotta di collo anche fuori, ogni tanto si volta indietro, incrocia un'auto della militzija, rallenta, col cuore in gola, poi finalmente vede un taxi, un taxi vero, di quelli coi quadratini neri sul fianco.
La sera successiva l'uomo è seduto nella hall del Grand Hotel Europa. Sta cercando di leggere un libro, sorseggiando un aperitivo. Quel giorno ha cancellato tutti gli appuntamenti di lavoro e non è mai uscito dall’albergo, perché il tremito alle mani non gli era ancora passato. A un tratto, solleva lo sguardo per chiamare il cameriere, e ha un sussulto al cuore. La ragazza! E’ lì, a meno di tre metri da lui. Con il livido ancora in evidenza sotto l'occhio destro. Lui si agita, vorrebbe scomparire, ma lei lo ha già visto, e gli si sta avvicinando.
- Ha dimenticato questi - gli dice seccamente, porgendogli un paio di occhiali.
Lui è confuso, arrabbiato, impaurito, non sa dove guardare.
- Grazie - farfuglia.
Lei si gira per andarsene, ma l'uomo si alza e la ferma con la mano.
- E lui ... come sta ...
La ragazza si irrigidisce.
- E' morto - dice in fretta.
Gli si blocca il respiro. Una vampata di sangue alla testa.
- Come ...
- L'ho finito io, a coltellate - continua lei, inespressiva.
Tace per un attimo. Poi, fissandolo negli occhi, prosegue gelida:
- … e comunque nel palazzo, a quell'ora, molti hanno sentito un gran rumore per le scale, e qualcuno ha anche visto un uomo allontanarsi di corsa sul vialone. Dopo un po' ho gridato, in modo che tutti venissero a vedere quello che era successo.
Lo guarda, con aria di sfida. Lui non riesce ad aprire bocca, un crampo gli attorciglia lo stomaco. Lei solleva il viso, e gli sfiora la guancia con le labbra.
- Grazie - gli dice - ora è meglio che vada.
a Nadia
di Alessio Pracanica
“ Cosa c’è lì dentro, dottor Mesmer? “ domanda l’uomo legato alla poltrona con voce tremante.
“ Una soluzione di epidendrina al 5 per cento. Aiuterà a sopportare meglio l’elettroshock” mente il dottore, controllando che non ci sia aria nella siringa.
“ Ah, grazie.” esclama l’uomo, visibilmente sollevato “ lei è sempre tanto buono con me.”
Poi osserva le cinghie, che gli costringono le braccia contro i braccioli.
“ Anche queste sono per la mia sicurezza, immagino.”
Il tono stavolta è leggermente ironico. Un residuo della vecchia personalità, pensa Mesmer, mentre gli inserisce l’ago in una vena del braccio. Il procedimento non è ancora completamente a punto. L’epidendrina rende il soggetto una lavagna bianca, su cui l’operatore può scrivere qualsiasi cosa. Il successivo trattamento elettrico s’incarica di stabilizzare l’effetto e renderlo duraturo nel tempo. Viene ancora definito elettroshock, per comodità, quasi per una pigra consuetudine verbale, ma è ben diverso dai rudi trattamenti inflitti ai pazienti, agli albori della moderna psichiatria. Di fatto non agisce più sull’intero corpo, oltretutto un inutile spreco di energia, ma sulle singole sinapsi, permettendo il rilascio delle molecole di epidendrina, un volta terminata la fase di imprinting. Mesmer, in diverse pubblicazioni sull’argomento, aveva proposto l’acronimo SST, Selective Synaptic Treatment, ma con scarso successo. Per tutti era rimasto elettroshock e con il tempo, anche lui si era adeguato.
Tutto qui. Iniettare l’epidendrina, attendere una decina di minuti, cancellare dalla personalità del paziente i tratti indesiderati, quindi mandare la scossa. Un procedimento apparentemente semplice, che in realtà nascondeva anni di sperimentazioni, di analisi, di vicoli ciechi e di fallimenti.
Il semplice isolamento dell’epidendrina in forma pura, aveva richiesto tantissimo tempo, lunghe notti insonni davanti ai monitor ed estenuanti discussioni con il direttore dell’istituto, stanco di erogare fondi per una ricerca apparentemente senza risultati. Un neurotrasmettitore ovviamente, sconosciuto fino a quel momento e responsabile delle più svariate forme di apprendimento, dalla memoria a breve termine alla comprensione di un simbolo, di un enunciato matematico, di un concetto etico. Il primo passo era stato separarlo dalle altre centinaia di neurotrasmettitori, che ingorgavano il cervello come i sedimenti di un fiume in piena. Poi se ne era potenziato l’effetto, modificandone la struttura chimica in una forma speculare e levogira. Ah, la natura, pensa Mesmer. Nella sua formulazione naturale, l’epidendrina rendeva l’apprendimento un processo possibile, ma faticoso, cui era necessario, per funzionare, un continuo ed abnorme apporto di glucosio. La stanchezza mentale, lo stress, le palpebre che calano, l’ideazione che diventa lenta, i pensieri che si fanno goffi e tortuosi.
Tutti segni di un esasperato consumo di glucosio cerebrale. I più intelligenti, i premi Nobel, i geniali inventori, non sono dotati di cervelli più grandi, di processori biologici più performanti. Soltanto di una più razionale distribuzione del glucosio cerebrale e di maggiori livelli di epidendrina. Tutto qui. Se l’evoluzione avesse fornito all’umanità l’epidendrina nella forma artificialmente potenziata, quella levogira, il risultato sarebbe stato una popolazione di premi Nobel. O forse no, si corregge Mesmer, controllando le pulsazioni in calo del paziente, indubbia conseguenza dell’avvenuta adesione delle molecole alle sinapsi. In realtà, l’epidendrina levogira non si limitava ad accelerare l’apprendimento a livelli sbalorditivi. Azzerava completamente il senso critico. Rimuoveva tutti i filtri imposti dall’esperienza e dall’evoluzione, che ci spingono a dubitare di un dato di recente acquisizione, se contrasta con tutto ciò che sappiamo o in cui crediamo. Un pianeta di lavagne bianche. Pronte ad essere strumentalizzate, manipolate, piegate alla volontà di chiunque. Mesmer invece aveva intravisto un’altra possibilità. Nelle mani giuste, poteva essere il rimedio perfetto per le peggiori forme di alienazione. Pazzi, serial killers, efferati criminali, ricondotti ad una vita civile. Quanto dolore, quanta sofferenza si potevano rimuovere definitivamente, con qualche iniezione e pochi millivolt erogati nei punti giusti. Mesmer osserva il paziente legato alla sedia. E’ un uomo sulla quarantina, con i capelli biondi e corti. La stampa lo ha definito il mostro di Liegi. Ventinove vittime d’ogni età e sesso in diciotto mesi. Mesmer stesso ne aveva compilato il profilo caratteriale, prima di avviare il trattamento sperimentale. Un’intelligenza beffarda, sottile, cavillosa. Un raro talento per il linguaggio, soprattutto verbale, capace di far balbettare i due poliziotti che lo avevano sorpreso sopra il ventinovesimo cadavere, con i vestiti letteralmente inzuppati di sangue. Adesso, dopo cinque cicli di trattamento, mostrava una personalità timida, cortese, insicura.
La frequenza è scesa sotto le sessanta pulsazioni al minuto, annota Mesmer ricontrollando il polso del paziente. Il trattamento numero sei, l’ultimo previsto, può avere inizio.
In quel momento squilla il telefono. Infastidito da quel disturbo inatteso, Mesmer risponde di mala grazia.
“ Pronto”
“ Ci sono novità?” domanda la ben nota voce del direttore dell’Istituto.
“ Stavo proprio iniziando la seconda fase del trattamento.”
“ E’ inutile che le dica quanto sia importante, avere successo con il soggetto in questione. Sarebbe un’ottima pubblicità per lei, per l’istituto e per tutti noi. “
Tutto giusto, tutto corretto. Eccettuato che al posto di pubblicità bisogna leggere soldi.
“ Ne sono perfettamente consapevole “ risponde Mesmer in tono neutro.
“ Magnifico. Abbiamo la massima fiducia in lei. Ho appena comunicato al ministro la buona riuscita dell’esperimento. Ne è stato entusiasta. Ha detto che manderà subito degli ispettori per analizzare i risultati. D’ora in poi la faccenda andrà avanti con fondi governativi. Una manna per il nostro istituto, soprattutto di questi tempi. “
“ Mi sembra un po’ prematuro. Prima di sottoporre il procedimento al ministero della Sanità, è necessario standardizzare i protocolli. Un solo successo non basta. “
“ E chi ha parlato della Sanità? Sarà il ministero degl’Interni ad erogare i fondi. Senza bisogno di tante scartoffie. Io sono un tipo pratico, lei lo sa. Mi piace andare al sodo.”
“ Gl’Interni? “
“ Certo. Ho appena parlato personalmente con il ministro. Gliel’ho già detto.”
“ Ma la mia è una cura medica. Il ministero competente è … “
“ Mi ascolti Mesmer. Cerchiamo di non buttar via il bambino insieme all’acqua del bagno, ok? Il ministro degli Interni è più che competente. Lei sta cercando di curare uno dei più pericolosi serial killer della storia. E’ una faccenda di sicurezza e di ordine pubblico, innanzitutto. “
Sicurezza, ordine pubblico, polizia, governo. Le parole gli si affollano nella mente all’improvviso.
“ Mi sente Mesmer? Mi sente? “
Chi deciderà chi è pazzo e chi non lo è? Quale governo resisterebbe alla tentazione di estendere il trattamento anche agli oppositori, ai cronisti troppo scrupolosi, ai magistrati poco corruttibili? Chi di noi non ha un tic nervoso, una mania, una nevrosi? E gli artisti, i tossicodipendenti, gli omosessuali, gli atei, quelli con la mania del gioco d’azzardo? Un’intera specie da ricatalogare e condizionare. Un pianeta di lavagne bianche.
“ Mesmer, ma dov’è finito, dannazione? Tra poco arriveranno gli ispettori del ministero! Mesmer! “
Si precipita al tavolo di controllo, lasciando il telefono a penzolare dalla scrivania. Guarda il paziente nel monitor per qualche secondo, poi si avvicina al microfono.
“ Ricorda chi eri. “
Sulle lavagne resta sempre una piccola traccia delle scritte precedenti. Il condizionamento non è irreversibile. Non ancora almeno.
La sua mano destra scende a ruotare una manopola. Il corpo sulla poltrona ha una scossa appena percettibile.
Gli occhi del paziente, prima acquosi ed incerti, acquistano un’espressione sempre più determinata, mentre Mesmer lo libera dalla cinghie.
“ Va via! Scappa! Sei libero! “
Quindi si volta verso il terminale, per avviare il procedimento di cancellazione dei dati. Bisogna sbrigarsi, i tizi del ministero arriveranno tra breve. Come cani ansiosi di rodere l’osso.
Il lavoro di tutta una vita richiede soltanto pochi secondi per scomparire. Uno dei tanti, beffardi miracoli della tecnologia.
Un bruciore tagliente lo penetra all’improvviso nella schiena.
“ Sei il numero trenta, dottore. E’ un grande onore per te” dice il paziente rigirando il bisturi nella ferita.
Un moto di delusione attraversa l’animo di Mesmer. Da un tipo così si sarebbe aspettato una battuta di livello superiore, non certo una frase così banale, da cattivo dei fumetti.
Forse il profilo caratteriale non era così esatto. Solo uno dei miei tanti errori, pensa Mesmer scivolando al suolo.
Fa niente, si dice. La follia è un prezzo molto piccolo da pagare, se paragonato ad altri.
di Teodoro Ricci
Un giorno mi trovai a passeggiare per le strade puzzolenti di pioggia della mia città. C'è chi ama rifugiarsi nei guardi e nella complicità di una montagna; chi si raccoglie in casa propria in musiche new age ed altri che mettono su l'i-pod, una tuta, e vanno a perdere i propri pensieri passo dopo passo in una salutare corsetta.
Molte sono le cose che si fanno per stare bene, io amo camminare e
vivere ogni minima goccia vitale che si respiri.
Quel giorno attraversai dei quartieri nei quali non avevo mai solcato il passo. Di fronte ad un garage, dei ragazzini ne fecero una porta, nel solito riempir di calci un pallone. Da un cortile limitrofo una timida musica classica si faceva spazio fra gli schiamazzi di un goal o di un'azione dubbia. La curiosità s'impossessò del mio futuro prossimo. Da un lettore cd portatile, le note di Chopin venivano diffuse nelle orecchie di quattro piccole scolarette dagli occhi di ammirazione, verso il centro. Nel mezzo una ragazzina volteggiava su quelle sonorità intime, frapponendosi agli occhi lucidi delle amichette. Sinuosa contorceva quelle gambe sottili avvolte da un panta-jazz chiaro. Sorrideva, compiacendosi del suo fluttuare armonioso e leggiadro, assecondando le note come una foglia d'autunno
ai capricci del vento. La madre di quello splendido cigno danzante s'affacciò d'improvviso dal balcone, sbraitando come un'ossessa. Fermò quell'incanto danzante al pari di un cucchiaio sbattuto ripetutamente su di una pentola. Una parte di lei forse vorrebbe crederle, ma prevalse l'altra, più concreta e razionale, ridicolizzandola di fronte alle compagne e gettandola in lacrime,facendola correre via in casa, in preda alla vergogna. Frédéric Chopin continuava ad intersecar note che d'un tratto si fecero tristi, come degna descrizione di una poesia che al suo apice si trova priva di parole...
Afonia disarmante che veniva rotta solo dai suoni di un pianto.
Com'è triste non aver l'appoggio di chi ti vuole bene.
Basito ho ripreso a camminare, ma negli occhi non riuscivo a lavare l'offesa di quelle gambe fini, dalle diamantate lacrime che
brillavano su gote di speranza...
La duna del torto
Un racconto ispirato da un racconto del mio amico Abdelvetah Ould Mohamed
di Gian Andrea Rolla
Papà fu il mio maestro nella scuola elementare di Portino, il mio paese. Non mi disse la verità sul perché mi volle in classe con lui a cinque anni. Un anno rubato ai giochi e all’ozio. I miei coetanei, già a tre anni erano intruppati nella scuola materna e io ero l’unico rimasto libero. La scuola materna del paese la curavano le suore e i miei erano comunisti. Erano tempi di divisioni nette, più trasparenti dell’acqua. Almeno per i miei, poi già allora non mancavano i comunisti furbi che volevano intendersela con i preti.
Nel mio orto ci stavo molto bene. Nascosto tra filari di piselli, fave e pomodori con i miei soldatini, cow boys coraggiosi contro indiani feroci o nordisti contro sudisti. Mi piacevano i negri, quel modo di cantare tanto profondo, ma la divisa grigia con bordi gialli era più elegante delle giacche azzurre e allora vincevano i sudisti.
Per le mie battaglie ormai c’erano solo i pomeriggi. Al mattino, nonostante i miei cinque anni, ero a scuola. Perché ero intelligente, diceva papà e confermava la mamma, annuendo seria con le sue lunghe ciglia finte. Invece era per una vecchia ruggine con il maestro Ruggine. Storie di dopoguerra, vendette trasversali tra comunisti e fascisti. Se aspettavo i sei anni sarei finito con il maestro Ruggine, tanto valeva andare nella scuola delle suore.
Cinque anni a scuola nel 1962 non doveva essere molto legale, tant’é che quando il direttore didattico era in visita, mio padre mi passava dalla finestra della classe sulle forti braccia del bidello, ex pugile e ex calciatore, che mi portava a casa e poi fumava una sigaretta insieme alla mamma.
Cinquanta anni dopo sono a Portino, seduto su un muretto, spalle al mare, davanti la stradina in salita che porta al camposanto. Papà il Maestro é morto e io ora sono il nuovo « vecchio » della famiglia. Ci ha messo novant’anni per morire. E per vivere. E ora il vecchio sono io, penso. Ma ecco apparirmi qualcuno che é vecchio per davvero. Il bidello se ne sta andando a passo lesto verso Erxe, il paese a ovest dove si chiude la baia. Erxe é ancora preso dal sole, perché é pomeriggio, e se a Portino abbiamo i primi raggi, poi abbiamo anche le prime ombre.
Mi alzo e lo avvicino.
Paride, sono Willy.
Si gira verso la voce che lo importuna , ma subito sorride.
Ah sei tu,… ma allora stai bene !
Non mi lamento, Paride, certo non come voi, quanti anni avete ?
Parliamo in dialetto, e in dialetto ai vecchi si dà del voi.
Un ragazzino – risponde con il suo sorriso da pescatore – ottantasette annetti bei suonati.
Belin ! e ve ne andate a Erxe a piedi ?
Due chilometri a andare e due chilometri a venire, anzi milleottocento metri, totale tremilaseicento metri, che sarà mai, bambino ? e vado anche a ballare con mia moglie, ogni sabato, dei bei balletti, e ho ancora la campagna, conigli e polli, metto il concime e mi prendo le uova.
L’importante é non fare il contrario – dico.
Ci si fa una risata e riprende la passeggiata.
Ma allora stai bene ! e io che ero già triste ! – grida allegro, ormai girato verso Erxe.
Lo guardo sparire tra paesani e villeggianti in lungomare e mi dico che Paride é svanito. Mi ha confuso con mio padre, ma l’importante é che sia contento che mio padre stia bene. Erano amici.
Come stia e se stia, mio padre, lascio il dibattito a preti e filosofi.
Io ero ateo, come mio padre. Ma ho smesso d’esserlo quando é morto. Quando me lo hanno detto, ero solo con il mio cane, in Africa, nel Sahara. Non sono riuscito a trovare le gambe per salire su un aereo e fare la strada del camposanto insieme ai miei.
M’é rimasta per gli occhi una tomba di terra mossa e una croce che lui non avrebbe certo voluto, ma al momento non c’é altro per segnalare che é là sotto. Poi faremo una tomba di pietra senza simboli, quando la terra sarà assestata. Abbiamo scelto una bella foto, un libro in mano, vicino alla lavagna, un sorriso che non mi ricordavo, tranquillo, sicuro. Come dovrebbe essere un vero maestro.
Ma io intanto non so come stia e se stia. Prima ero ateo e sapevo. Ora sono agnostico e non so più nulla. Sarà stata la speranza di rivederlo, fosse anche per tre secondi, a farmi sperare di sbagliarmi. Uno dovrebbe sempre sperare d’aver ragione. Io invece, ora, spero d’avere torto.
Un mio amico arabo mi dice che suo padre lo fa arrabbiare. Ogni venerdi’ s’inerpica su una duna enorme. Dietro la duna c’e il vecchio cimitero dell’oasi dove vive la sua famiglia. Qualche volta il vecchio si romperà il collo su quella duna o gli si fermerà il cuore. Ma il vecchio dice che il suo vero villaggio é il camposanto, dove ci sono i suoi vecchi e i suoi amici, mica quel villaggio dove i suoi figli s’insistono a vivere.
Mio padre diceva che quando scendeva alla marina del paese, non c’era più nessuno, anche se era pieno di gente e tutti gli offrivano il loro posto nelle panchine all’ombra e gli davano il buongiorno e lo ascoltavano attenti mentre infieriva contro il governo. Per lui non c’era più nessuno, i suoi erano al camposanto, rimaneva qualche giovane, come Paride.
Se non avevi almeno novant’anni, eri un ragazzo, per il Maestro.
Adesso, lo vedo quando sogno e per fortuna continua a spiegarmi un mucchio di cose, zoologia, geografia, storia, filosofia, poesia, politica e piatti tipici.
In attesa d’aver torto e di sapere, m’accontento d’aprire gli occhi prima dell’alba.
« Ciao, papà, al prossimo sogno allora, puntuale ».
di Alessio Pracanica
... quando si vuole qualcosa ad ogni costo...
Ivan Ivanovic si svegliò alle otto in punto, tacitando con un dito la nuova sveglia elettronica coreana, che diffondeva nella stanza l’ouverture del Guglielmo Tell.
Aveva selezionato quella melodia tre giorni prima, scegliendola tra le migliaia disponibili, colpito dalla sua maestosità e convinto che fosse opera di un qualsiasi, grande, musicista russo, che la sua terra ne aveva sfornati tanti, prima che quel tale, come si chiamava, ah sì, Lenin, togliesse le catene a quei fannulloni di operai, per metterle a tutti gli altri.
Non che Ivan Ivanovic disprezzasse la cultura. Semplicemente non aveva tempo da dedicare ad essa, che una giornata dura solo ventiquattr’ore e se un pover’uomo deve stare appresso alle fluttuazioni di borsa, posare metanodotti dalla Siberia a Vattelapesca, oliare funzionari statali pigri e maldisposti verso la libera iniziativa economica, rispondere alle email, raffinare petrolio, comprare diamanti industriali nel Congo, rivenderli in California e offrire ad ogni belligerante del pianeta i rinomati Kalashnikov dismessi come ferrivecchi dall’ex Armata Rossa, le suddette ventiquatt’ore ti permettono si e no qualche ora di sonno, un paio di panini ingoiati alla svelta davanti allo schermo del tuo nuovo portatile giapponese e il minutaggio minimo necessario per mostrare la propria collezione di farfalle a qualche attricetta moldava, mandata a prendere con mazzi di fiori e limousine e rispedita a casa in autobus con qualche rublo nel portamonete.
D’altronde è il prezzo da pagare per poter vedere Mosca da un attico al quarantesimo piano, si disse accomodandosi in un ampia poltrona in terrazzo.
In lontananza, le guglie del Cremlino scintillavano al sole.
Il maggiordomo fu lesto a portare il vassoio della colazione. Pane tostato, burro danese, caviale Beluga, cetriolini in salamoia, succo d’arancia e giornali.
Perché, come si è detto, Ivan Ivanovic non disprezzava affatto la cultura. Prova ne sia che, alcuni anni addietro, avendo ricevuto in dono da un leccapiedi un sontuoso volume dal titolo Guerra e pace, opera di un certo L. Tolstoj, pur guardandosi bene dal leggerlo, si era subito documentato sull’autore.
Dalle scarne righe di biografia, rintracciabili in terza di copertina, si evinceva senza ombra di dubbio che il suddetto L. fosse nativo della zona di Tula. Nell’annuario della camera di commercio, risultava effettivamente tale Lavrentiy Tolstoj, nativo di Jasnaja Poljana e titolare di una fabbrica di trattori agricoli, che si vide recapitare un’email di congratulazioni per l’ottimo romanzo scritto, con quali reazioni non è dato sapere.
In ogni caso, la mancanza di tempo non impediva a Ivan Ivanovic di sbirciare almeno i titoli dei principali quotidiani, che leggere interi articoli sarebbe stato davvero troppo lusso, per un imprenditore serio e avveduto.
Fu così che, tra un trafiletto sul prezzo del molibdeno e un titolone a quattro colonne della Pravda, che anticipava la narrazione, con tanto di testimonianze e dovizia di particolari, del rapimento del guardiano di una distilleria di vodka dalle parti di Novosibirsk, effettuato da alcuni dischi volanti di colore rosso intenso, il suo sguardo cadde su un elzeviro che magnificava le qualità delle famose uova Fabergè, celebrate in ogni dove.
Fu dunque naturale conseguenza inviare il maggiordomo ad acquistare due dozzine delle suddette uova, indubbiamente degne di allietare la tavola di un libero imprenditore, se i migliori cuochi francesi avevano piantato baracca e burattini, per venire fino in Russia a cucinarle.
Grande fu quindi la sua sorpresa, quando vide ritornare il domestico a mani vuote.
E dunque? domandò Ivan Ivanovic alzando un sopracciglio.
Niente rispose il maggiordomo spalancando le braccia, il droghiere possiede alcune centinaia di ottime uova di gallina, di anatra, di struzzo, di fagiano e di tutte mi ha decantato qualità e freschezza. Se vossignoria volesse, possiede anche alcune uova fossili di dodo, che a quanto pare colleziona e di cui è disposto a privarsi dietro ragionevole compenso, ma queste uova Fabergè non le ha mai sentite nominare.
Imbecille, urlò Ivan Ivanovic in preda alla collera, sembrandogli una vera ingiustizia che la vita lo privasse di uno dei rari piaceri che intendeva concedersi, non gli hai detto che sono disposto a pagare qualsiasi cifra, pur di averle?
Ho chiarito all’esercente che Vostra Eccellenza è uomo molto generoso, ma la cosa ha prodotto in lui scarso effetto. Gallina, anatra, struzzo e fagiano. E dodo se proprio si vuole, anche se per onestà mi ha sconsigliato di ingerirle, non essendo, a suo dire, propriamente freschissime. Altro non sa. Se vossignoria permette un mio modesto parere, l’uomo non mi è sembrato all’altezza del compito. Meglio sarebbe rivolgersi altrove, verso lidi meno …. provinciali, se mi è consentito dire.
E Ivan Ivanovic, uomo avveduto e ragionevole, dovette convenire che decenni di marxismo-leninismo avevano senz’altro abbrutito le masse moscovite, se anche il miglior droghiere di tutte le russie, roba da mille rubli per un etto di caviale, sconosceva le uova più famose del mondo. D’altronde si sa, l’ignoranza è il peggior dei mali.
Ma grandi imprenditori si diventa e non si nasce, mercè la furbizia, l’applicazione e lo spirito di iniziativa. Così si ricordò che tra le sue molteplici attività, c’era la gestione di una catena di tavole calde sul Mar Nero e si precipitò a telefonare all’amministratore delegato di tale società il quale, essendo del ramo, avrebbe certamente potuto esser d’aiuto.
No, anche Nikolaev Niklaic’ Goryunov, amministratore delegato della Svetlana Ltd. sconosceva questo tipo di uova. Avrebbe potuto fornire, su richiesta, centinaia di uova normali, tutte freschissime e appena giunte dalla Bulgaria, terra a suo dire di galline felici e soddisfatte, ma niente uova francesi. Il mercato non ne richiede, si giustificò.
Al che Ivan Ivanovic dovette convenire che nel libero mercato è sempre la domanda a dettare l’offerta, anche se e qui Nikolaev Niklaic’ fu d’accordo, l’imprenditore saggio stimola opportunamente la domanda stessa, insinuando e creando, se è il caso, il bisogno nel consumatore finale, spesso all’oscuro dei propri più reconditi desideri per semplice ignoranza.
La delusione comunque non impedì a Ivan Ivanovic di congratularsi con Nikolaev Niklaic’ per i risultati ottenuti nel semestre precedente, comprendenti un ottimo + 6,1% del fatturato totale e un magnifico + 42,7% nella vendita delle melanzane in salsa satsivi, a fronte di un pessimo -7,9 % del precedente amministratore, attualmente addetto alla pulizia dello stagno al Gorkij Park.
Dopo i cordiali saluti di rito e le scuse di Goryunov per non aver potuto ottemperare ai desideri di sua eccellenza, Ivan Ivanovic mise giù il telefono con aria affranta.
Una vita di lavoro e dedizione, spesa nella crescita economica del proprio paese, per nulla. Anche un piccolo, innocuo desiderio veniva frustrato dal fato crudele e inesorabile.
Neanche chiedessi la luna, si disse Ivan Ivanovic amareggiato.
Al che il maggiordomo, ancora grato per la settimana di ferie ottenuta cinque anni prima e per la gratifica di venti rubli extra, in occasione delle feste natalizie, provò ad alleviare l’affanno del suo padrone, rammentandosi un trafiletto pubblicitario inserito in una vecchia rivista di cucina, spesso consultata per scopi professionali.
Chez Maurice
Soddisfiamo ogni vostro desiderio
Porte St. Denis - Boulevard de Bonne-Nouvelle 138 – Paris
Il suddetto opuscolo, ritagliato e mostrato a Ivan Ivanovic con mani tremanti, risvegliò l’imprenditore dallo sconforto.
Una breve ricerca su internet rivelò che quanto millantato nella pubblicità corrispondeva al vero. Non c’era piatto, ingrediente o ricetta, che non si potesse trovare nell’immensa carte del Maurice, a prezzi tutt’altro che economici, sia chiaro, che una semplice bistecca non costava meno di mille euro, ma la cultura esige il suo prezzo, tant’è e d’altronde crepi l’avarizia, si disse Ivan Ivanovic, i soldi son fatti per essere spesi.
Prenotare un tavolo da Maurice, predisporre l’aereo personale e correre all’aeroporto, fu dunque la naturale conseguenza di quanto esposto prima. Alcune ore dopo, quindi un raggiante Ivan Ivanovic fu accolto con tutti gli onori all’entrata del ristorante e pilotato abilmente dal maitre verso un comodo e discreto tavolo d’angolo, ove consumare il proprio pasto in santa pace.
Scelto l’immancabile vino francese, consultò il voluminoso menu, aiutato dalle traduzioni del personale, poiché di tempo per studiare le lingue non ce n’è e l’inglese per un imprenditore basta e avanza.
Dopo parecchi minuti Ivan Ivanovic scosse la testa e indicò con l’indice la voce oeufs, che includeva sette pagine di ricette varie.
Mi avete ingannato, mio caro amico, disse rivolto al maitre, nel vostro menu manca proprio ciò che cerco.
Certo, spiegò, c’erano uova in camicia, alla coque, strapazzate, alla Bismarck, in omelette e centoquarantadue tipi di frittate diverse, ma mancavano, ahimè, le tanto decantate uova Fabergè, che il mondo invidiava alla grande Russia, al punto da spingere il noto chef parigino Fabergè a trasferirsi a San Pietroburgo, pur di avere il privilegio di cucinarle. Di conseguenza, la pretesa di poter soddisfare ogni desiderio della clientela era, alla luce dei fatti, soltanto millantato credito, potendo fornire, il celeberrimo ristorante, tutt’al più piatti banali e ricette trite e ritrite, consumabili in qualsiasi tavola calda di Mosca.
A queste pepate insinuazioni, il maitre replicò, con aria serissima e professionalmente indignata.
Innanzi tutto, pur conoscendo ogni aspetto della nobile cucina francese, questo chef Fabergè non gli risultava affatto. Aveva si sentito nominare le famose uova, ma in contesti che ne sconsigliavano l’ingestione da parte di persone sane di mente.
Quanto alla millanteria di riuscire a soddisfare ogni desiderio della clientela, essa era invece pura realtà e se il suddetto signore avesse insistito nelle sue pretese, da Maurice avrebbe indubbiamente trovato di che sfamarsi, dopo un ragionevole lasso di tempo, necessario a procurare quanto richiesto. Terminò quest’ultima frase con tono secco, sottolineando ancora la pericolosità insita nel nutrirsi di siffatte uova, che sarebbero state fornite al cliente solo dopo congruo assegno e firma di una liberatoria, che scagionasse il locale da ogni probabile conseguenza per la salute del cliente stesso.
Benissimo, replicò Ivan Ivanovic, firmo ciò che volete. Portatemi una bella frittata di quattro, anzi no, di sei uova.
Quindi si predispose ad aspettare, allietato da alcune bottiglie di ottimo Borgogna annata ’85, dal costo di alcune migliaia di euro cadauna.
Nel frattempo il maitre setacciò tutti i musei e le case d’asta del mondo, offrendosi di comprare sei uova Fabergè a qualsiasi prezzo, che ne andava del buon nome del locale, che diamine e non sia mai detto che da Maurice la clientela non trovi ciò che cerca, foss’anche un brasato di unicorno, se è il caso.
Il mattino seguente, un vagone portavalori, scortato da decine di agenti di una nota società di sicurezza, prelevò un pacco all’aeroporto Charles De Gaulle, recandolo in fretta e gran segreto nelle cucine di Chez Maurice.
Dopo circa mezz’ora il maitre si approssimò al tavolo ove sedeva Ivan Ivanovic, visibilmente sbronzo.
Quanto richiesto dal signore e finalmente disponibile. Voglia avere la compiacenza di firmare la liberatoria. Qui, qui e ancora qui, indicò con un dito dall’unghia curatissima, il costo del piatto è di ventisei milioni di euro. Il signore è ancora del parere di consumare quanto richiesto?
Certo che si, rispose Ivan Ivanovic con gli occhi rossi e lucidi, non avrei sprecato un intero giorno se così non fosse. Si sbrighi a portarmi la mia frittata!
Lo chef gradirebbe sapere se il signore gradisce un po’ d’erba cipollina nel contesto.
Ci metta ciò che vuole, starnazzò l’imprenditore abbrancando il collo dell’ennesima bottiglia, è il suo mestiere, non il mio. L’importante è che non copra il sapore delle uova. Non mi va di spendere ventisei milioni di euro, per una frittata che sa di cipolla.
Di ciò non dubiti. Il sapore della frittata sarà alquanto … peculiare … se mi è concesso usare quest’espressione.
Un quarto d’ora dopo, due emozionatissimi camerieri deposero davanti ad Ivan Ivanovic un piatto con sopra un lingotto dorato, da cui spuntavano qua e la delle pietre preziose.
C’è voluto il tempo di raggiungere la temperatura di fusione. Il signore gradisce una baguette per accompagnare il tutto?
Che roba è questa? domandò Ivan ivanovic.
Una frittata di sei uova Fabergè, rispose il maitre senza scomporsi.
Ivan Ivanovic saggiò il lingotto con una forchetta. Sembra metallo, disse.
E’ metallo. Oro a ventiquattro carati nella fattispecie, ricoperto di smalto bianco e pietre preziose. Ognuna di queste uova era una creazione unica, realizzata dal famoso Peter Carl Fabergè, gioielliere di corte, per conto dello zar Alessandro III di Russia.
Il signore ha forse cambiato parere e desidera qualcos’altro in sostituzione?
Fossi matto, rispose Ivan Ivanovic, con quello che mi è costata! E cominciò ad addentare la tanto sospirata frittata in un croccante rumore di denti rotti.
di Roberto Ritondale
-Sam, mi fa un male boia. Non ce la faccio più.
Il fuoco dell’artiglieria nemica sembrava non volesse più finire.
-Sam…
-Forza, resisti Nick.
-Ho sete, Sam.
-L’acqua è finita.
-Merda. Sto morendo, Sam, sto morendo.
-Forza, resisti Nick.
-Ho solo vent’anni, Sam, solo vent’anni. Non può finire così.
-Prima o poi finisce comunque, Nick.
-Mi aspettano, a casa mi aspettano.
-Sei fortunato, Nick. C’è qualcuno che piangerà per te.
-Cazzo, Sam, sei proprio uno stronzo.
Per un istante incrociarono gli sguardi, che subito dopo si persero nel vuoto.
-Ho sete, Sam.
-L’acqua è finita.
-Merda.
Il dolore lo assaliva all’improvviso. Poi, per qualche attimo, quel buco nella spalla non sembrava neanche il suo.
-Non ho salutato nessuno, alla partenza… - rantolò Nick.
-Io non avevo nessuno da salutare.
-Io avevo Linda. Otto mesi che non la vedo. Non so dov’è. Non so più cosa fa.
-E nemmeno con chi se la fa…
-Sei proprio uno stronzo, Sam.
-Sono uno stronzo, Nick.
-Sam… Mi chiuderai gli occhi? Mi fanno schifo quelli che muoiono con gli occhi sbarrati.
-Ci penso io, Nick.
-Non ho nessuna speranza, Sam?
-Non credo, Nick.
-Sei proprio uno stronzo.
Il rosso del fuoco nemico cominciava a confondersi con quello del tramonto. Nick non lo aveva mai notato, un tramonto.
-Conosci qualche preghiera, Sam?
-Mai pregato in vita mia.
-Ma che faccio, glielo chiedo un miracolo?
-Provaci, Nick. Magari è qui di passaggio…
-Sicuro avrà notato quest’inferno.
-L’inferno non è posto da Dio…
Nick alzò lo sguardo su Sam.
-Ma ce l’hai un cuore sotto quella pellaccia da bastardo?
-Il cuore è un muscolo, Nick, una pompa che fa viaggiare il sangue.
-Sto morendo, Sam.
-Forza, resisti Nick.
-Cazzo, non sai dire altro?
-Resisti, Nick. Forza…
-Almeno ce l’hai un goccio d’acqua?
-E’ finita da un pezzo.
La sera stava calando un velo scuro sulle vergogne del mondo.
-Ma tu non hai paura della morte?
-Ho una fortuna, Nick: a casa non c’è nessuno che mi aspettta.
Nick scoppiò in lacrime. Caddero giù copiose, e alcune gli lambirono le labbra, ma non riuscì a dissetarsi.
-Mi chiuderai gli occhi, Sam? Mi fa schifo chi muore con gli occhi sbarrati.
-Ci penso io, Nick.
L’aria si appesantì. Quel buco nella spalla s’era fatto traforo.
-Ho tanta sete, Sam. Un goccio… solo un goccio per sciacquarmi la bocca.
-L’acqua è finita, Nick.
-…
-Nick?
Nick non rispose, nonostante avesse gli occhi spalancati.
-Qualcuno a casa piangerà per te - gli disse Sam. Che poi gli chiuse gli occhi e si inventò una preghiera.
Pregò fino a quando una bomba gli esplose addosso spaccandolo in due. Lo ritrovarono il giorno dopo in trincea. Con gli occhi sbarrati e con la guerra in bocca.
di Frank Spada
uno dei 10 racconti vincitore del concorso di scrittura "un sogno dentro un sogno"
Il Cavalier Giangiacomo Bolozzo, ex titolare pro forma di un famoso setificio ormai scomparso, ultimo discendente di una dinastia di imprenditori nati in campagna, vedovo – l’unica figlia è all’estero – vive a Como nella palazzina di famiglia in via dei Quattro angoli.
L’uomo, in là con gli anni ma in discrete condizioni di salute, è accudito da una donna svizzera, Amelie S., che da giovane lavorava come cameriera ai piani nel Grand Hotel di Locarno, dove lui trascorreva gran parte dell’estate assieme alla consorte e alla figlia all’epoca bambina. Stagione dopo stagione, con la continuità dell’affezione a un albergo esclusivo, e sopratutto ai suoi servizi in camera, il Cavaliere prese quella ragazza in forte simpatia. Un giorno, dopo aver convinto la moglie dell’opportunità di anticipare la pensione alla tata che avevano a Como, la coppia offrì uno stipendio più che buono a quella giovane gentile. Lei parlò con sua madre – un’emigrante friulana, vedova, svizzera per una fede al dito – mise qualche indumento in una sporta, salì su una splendente quattro porte convertibile, color panna e cappuccino, e seguì i Signori a Como; dove nessuno fece caso all’arrivo di una ”migrante di rimbalzo”. Da allora, ad eccezione di una sola volta per recarsi in un ambulatorio compiacente di un medico privato, appena oltre il valico di Chiasso, Amelie non lasciò più la residenza ufficialmente fissata in un letto in stile floreale, in una grande camera tutta per lei, in quella palazzina liberty progettata dal famoso architetto Sommaruga – considerata un bel esempio dell’architettura nuova, o “art nuveau” all’italiana.
Sarà perché in un’occasione accompagnò il Cavalier Bolozzo a braccetto – lo sorreggeva perché non inciampasse sul gradino della cappella di famiglia, mentre era impegnato a stringer mani, a seguire la bara della moglie e a far sistemare le corone delle varie associazioni presenti a fin di bene – sarà perché pochi mesi dopo il lutto stretto assecondò la passione della figlia, diventata maggiorenne con l’eredità lasciatale dalla madre, a lasciare i cenacoli di Brera e partire alla ricerca di se stessa dirigendosi a sud-est, verso il mondo delle arti esoteriche orientali, fatto sta che la badante svizzera, oggi poco più che cinquantenne è il fulcro della vita di Giangiacomo Bolozzo.
Circa il procedere dei fatti, Amelie, detta famigliarmente Melì, ogni tanto riceve notizie dei progressi della signorina Bolozzo con qualche cartolina esotica indirizzata al Cavaliere – il testo bianco, uno svolazzo come firma – e lui le lascia i francobolli per regalarli a un bambino che vive a Ascona, nella Svizzera italiana.
Verso la fine dello scorso anno, un giorno che si sentiva alquanto giù di tono, il Cavalier Bolozzo definì una questione in sospeso: nominò Amelie S. sua unica erede. Un testamento notarile per premiarla dell’attaccamento dimostrato alla famiglia e lei, la futura beneficiaria di un ricco patrimonio, nel frattempo, continua a governare come sempre le giornate del buon uomo con assoluta dedizione, assentandosi da Como solo ai primi di ogni mese per far visita alla madre – una donna allevata dalle suore dell’Orfanotrofio Sacro Cuore del Buon Gesù di Tolmezzo, diplomatasi in ricamo con la benedizione parrocchiale e che, appena maggiorenne, certificata come modello di virtù in tutti sensi, lasciò la terra natale della Carnia, una regione del nord-est alpino friulano, emigrò in Svizzera e si adattò in fretta al nuovo ambiente alpestre – tanto che ormai lavora da una vita in qualità di donna tuttofare, e sorvegliante di fiducia, nel retrobottega di un’antica farmacia di Lugano celebrata per la preparazione di infusi, di creme per la pelle e di uno speciale balsamo a base di miele di rosa, la “Complicata”; una rosa di colore rosso magenta, che già dal nome attesta una storia ricca di risvolti.
A onor di cronaca, va detto che questo balsamo particolare è considerato il migliore per alleviare le sofferenze alle vie respiratorie; quanto a credere che tutti i prodotti preparati e commercializzati in quella storica farmacia, sono naturali e rigorosamente protetti da un marchio centenario tramandato da padre in figlio, ciò è provato e fuor di dubbio.
E veniamo al Cavaliere, che ormai galoppa solo con gli occhiali e inizia le giornate tenendo il Corriere della Sera tra le mani.
Un the, un Pavesino dal vassoio, due cucchiai di pappa reale che Amelie gli fa ingoiare dopo averlo sollevato su un cuscino – glielo frappone tra l’acutezza delle scapole e la testiera intarsiata primo novecento – e lui apre il quotidiano fresco di stampa. Inizia dalla pagina degli annunci mortuari, controlla tra le lenti se ci sono nomi conosciuti, apre un quaderno che tiene dentro il comodino, spulcia un elenco, depenna gli amici morti e aggiorna il conto delle partecipazioni sulla pagina che un giorno – come dice rivolto a chi gli bada – sarà tutta per lui.
Per il resto delle ore, il buon uomo si trastulla scricchiolando avanti e indietro il parquet per mantenersi in forma, o sta seduto in soggiorno, in una poltrona con poggiapiedi incorporato, dove s’intrattiene curioso come un bambino con l’hobby per l’entomologia, sfogliando una raccolta di volumi sugli artroprodi, e gli insetti in genere, per i quali ha dimostrato da sempre un interesse maniacale, quasi ossessivo. Un libro vero, che non sia stato l’annuario rilegato dei gran premi ippici a Maia di Merano, mai letto. Porte chiuse, non riceve visite e vuole stare in pace. Verso le 11, e nel pomeriggio dopo un riposino, Amelie, se non piove, lo accompagna a strascicare i piedi nei giardinetti pubblici vicini a casa.
Là, tra un passo lento e un altro sollevando le ginocchia per sgranchire le articolazioni ossute, lui si ferma, traballa sul bastone, lo alza, indica alcune palazzine alla compagna al fianco e dice: “Vedi Melì, in quella abitavano gli... e in quell’altra... “. Senza il suo quaderno, da qualche tempo il poveruomo non ricorda i nomi. E la donna, cadenzando l’andatura dei pensieri, rinnova l’eloquenza taciturna ripetendo: “Ah! Cavaliere mio”.
Un pomeriggio di aprile di quest’anno, piovigginava da diversi giorni, il Bolozzo era costipato fin dai primi di marzo, oltre che afflitto da una tossetta fastidiosa, e Amelie era partita di buonora per andare a Lugano – sarebbe rientrata in tempo per preparare e far bere al Cavaliere la tisana della buona notte, mescolata con uno speciale balsamo che sua madre aveva espressamente preparato per alleviare il malessere dell’uomo, e che le aveva dato l’ultima volta che si erano viste – la palazzina in via dei Quattro Angoli era nelle mani di una rumena fatta venire come sempre da Amelie quando doveva assentarsi. La comunitaria se ne stava in camera a guardare la televisione, mangiare merendine, dormire, e all’improvviso una buffata da nord-est spazzò il cielo di Como.
Il sole rosseggiò d’arancio alle vetrate e il Cavaliere, stanco dell’aria inscatolata in casa, si coprì, s’infilò non visto tra le ante di un portone e uscì appoggiandosi al bastone; raggiunse sprezzante del pericolo l’altro lato della strada e si avviò verso i giardini pubblici da solo. Arrivò alla panchina dove si sedeva dopo la passeggiata abituale, e qui i suoi occhi furono attratti dall’iridescenza di una ragnatela vicino allo schienale. Luce sbieca, vibrante l’aria tra i colori sparsi sull’intreccio per impreziosire un’esecuzione di per sé più che perfetta, e lui si avvicinò. Sulla tessitura, nessuna traccia dell’artefice.
Si accomodò seduto, sostituì gli occhiali, inforcò quelli più spessi e iniziò a ispezionarla. Sul bordo superiore, seminascosto da un rampicante, lo vide. Aveva il dorso azzurro, punteggiato di vivaci macchioline verdi, e se ne stava immobile.
Impastò tra le lenti i due colori e s’insospettì per il giallo di un mistero. In mente la foto su una pagina del volume intitolato “Gli aracnidi”, e corrugò la fronte perché quel ragno era un esemplare del Nord Africa ritenuto velenoso, appartenente a una specie che disponeva solo di una dose di veleno, e che moriva subito dopo aver punto qualcosa; talché risultava difficile addossargli la responsabilità della morte di qualcuno, uomo o animale, se non si aveva la fortuna di trovare lì vicino l’omicida privo di vita. Il Cavaliere restò a lungo pensieroso. Pensò anche ai disperati d’oltremare sui barconi, poi, non sentendosi bene e accelerando i battiti del cuore, decise di rientrare a casa. Alzandosi, gli venne istintivo dire: “Ah! Ci mancava anche il clandestino con la pistola a un colpo!”. Quindi si girò per avviarsi e aggiunse: “Ti saluto, assassino senza volto!”. L’animaletto, forse offeso dalle ultime parole, sollevò una zampa, e il Cavalier Bolozzo arretrò incredulo il viso, interpretò il movimento come un gesto di rivolta e si riavvicinò alla tela. Unì all’orgoglio di un entomologo per caso la convinzione che quel ragno si trovasse fuori posto e si lasciò andare giù sulla panchina.
Intenzionato a spiegargli come stavano le cose, puntò gli occhi sulla bestiola e cominciò a rinnovare, tossicchiando e a voce bassa, le sue origini partite da un contado del lombardo meneghino; finché passò a quelle dei compatrioti dell’intruso traghettati qua con lui. E a questo punto volle metterci del suo, e mise in luce il passato famigliare delle foto-tessere in ceramica esposte nella cappella di famiglia, e quello personale delle cronache locali. Elencò nomi alla rinfusa, luoghi, date, anche ordini d’arrivo, e commentando un battimani quando fu nominato Cavaliere dello sport in camicia nera, per una medaglia d’oro vinta in un concorso a ostacoli abbelliti dai fasci del Littorio – avvenimenti andati in grassetto sul principale quotidiano di Milano – vide il ragno muovere tutte le zampette sempre più velocemente. Il Bolozzo, avuta l’impressione che quell’insetto si fosse interessato alle sue storie, si inorgoglì, abbassò le palpebre e borbottando sgranò le sequenze della propria vita proiettata su uno schermo inesistente – l’imbrunire era ormai prossimo e il buon uomo non si avvide di quello che mutava attorno a lui.
Spintosi a ritroso nel passato – fino in braccio alla mamma che gli sussurrava una nenia per farlo addormentare – il Cavaliere si commosse. Cercò di tirar fuori dal pastrano un fazzoletto, ma qualcosa di indefinibile gli impediva ogni movimento – una luce impolverata, lattiginosa, oscurava il presente ai suoi occhi inumiditi.
Provò a muovere un braccio, poi l’altro. Tentò di raddrizzarsi sulle gambe: nessuna azione gli era permessa; salvo tossicchiare il torace in brontolii. Si sentiva imprigionato, serrato come in un bozzolo di quelli che aveva visto da bambino in mano al genitore – fu il giorno che andò con lui a fare un giro nello stabilimento a bordo di un’Isotta Fraschini con autista; quando suo padre glieli mise nella tasca della giacchetta principe di Galles senza collo, ma con la martingala, elargendo spiegazioni non richieste sul lavoro manifatturiero e preannunciandogli che sarebbe stato compito suo, da grande, occuparsi di tutto. La volta in cui il Bolozzo vide in modo chiaro il suo futuro lontano da quei luoghi orribili.
Fatto sta, che dopo diversi tentativi inutili, il Cavaliere volle gridare, ma la voce non gli arrivò nemmeno alla gola. Terrificato per l’inspiegabile impotenza, il poveruomo rimase inebetito; poi l’inquietudine lo allontanò nell’incoscienza staccandolo dalla fisicità.
A mala pena riusciva a respirare, ma ancora nulla impediva il processo della mente. E lui si adattò alla nuova condizione, all’opportunità di anticiparsi il perdono, la pace – nessuno sforzo, nessun obbligo di fornire spiegazioni.
Calò la sera e il Cavalier Bolozzo sentì le mani infreddolirsi, il corpo farsi insensibile, e pensò a quel ragno infido: “Che mi abbia punto?” si chiese. Ed ecco che una sonnolenza perniciosa, favorita poco per volta e complicatasi incoraggiando i battiti del cuore, mise fine ad una dinastia padana personificata dall’ultimo rampollo: un mancato industriale della seta persosi per strada per un’incollatura, anche svizzero-italiana, dopo aver corso la cavallina per tutta la vita.
Nel frattempo, nella palazzina di via dei Quattro angoli, la rumena si era stiracchiata fuori dal letto e ciabattava verso la cucina. Per cena ci sarebbe stato il “riso giallo”, come lo chiamava lei, il risotto alla milanese che Amelie aveva preparato per il Cavaliere prima di partire. A lui piaceva fatto al salto, con la crosterella su entrambi i lati. Come quello che gli portava in camera sua madre di nascosto, quando il padre urlava: “A letto senza cena, mascalzone!”
E questo succedeva ogni volta che l’autista-giardiniere brontolava: “Siur cumenda, per catturare i maggiolini, il Giangi ha rovinato ancora le sue rose Complicate!”
Due giorni dopo quella strana sonnolenza, che ghiacciò il Cavalier Bolozzo sopra una panchina, il Corriere della Sera mise in chiaro in un trafiletto filettato la scomparsa di un “bel uomo” e l’orario delle esequie.
Amelie S. – fianchi leggermente appesantiti, a braccetto di sua madre che indossava dei pantaloni blu e una giacca di colore cremisi scuro, altrimenti detto “rosso magenta – accompagnò Giangiacomo fino alla cappella di famiglia.
Preciso che la giacca, smessa dalla consorte di un farmacista appena laureato, mostrava il bavero impreziosito da un ragno d’oro luccicante piccoli brillanti – un gioiellino donato a una donna tuttofare, affidabile, discreta e previdente, in occasione del cinquantenario della sua assunzione in una farmacia di Lugano.
Qualche padano meneghino partecipò nella colonna degli annunci al lutto della figlia, che presenziò ai funerali solo con il nome, e successivamente, la madre di Melì, rientrata a Lugano, dopo aver svolto una pratica di affidamento, portò in Italia un nipotino che da quel giorno fissò la sua residenza a Como.
di Barbara Bolzan
Donne sul luogo di lavoro: competizioni che avvicinano...
Dicono che il nostro non sia un lavoro serio. Tutto dipende da cosa si intende con questo
aggettivo.
Se significa: salvare il mondo, mettere a punto strategie di sopravvivenza alla guerra nucleare o risanare l’economia italiana, lo ammetto: non è un lavoro serio.
In questo ambiente non salviamo il mondo. Preserviamo la nostra beneamata scrivania.
Non mettiamo a punto strategie di sopravvivenza alla guerra nucleare. Mettiamo a punto strategie atte alla nostra sopravvivenza (il mondo se la cava benissimo da solo).
Non risaniamo l’economia italiana. Facciamo di tutto per risanare il nostro conto corrente.
Non è poco, se ci pensate bene.
Andiamo in giro e leggiamo. Scriviamo e studiamo incessantemente. Ci scervelliamo sul prossimo ovviamente interessantissimo articolo che pubblicheremo (magari infarcito di banalità che non vogliono dire niente ma l’importante è che suonino bene). Parliamo con la gente.
Poniamo domande sostanzialmente idiote nel corso delle interviste (e spesso ci vuole un’intera nottata per farcele venire in mente e costruirle in modo deficiente quanto basta, così che possano essere comprese dall’interlocutore).
Sono cose serie, queste. Serissime. È la nostra vita. E va preservata.
Qui dentro è una guerra costante.
Ragazzine in gonnellina sbarazzina sculettano portando comunicati stampa. Ti sorridono e, mentre te li porgono, implorano umilmente: “Posso fare altro?”
Ti guardano, ma è solo perché sono strabiche. In realtà, fissano la tua scrivania pensando: “Un giorno, tu sarai mia”.
Nei miei articoli, io mi firmo Eva Harrington, ma in realtà Eva Harrington siete voi. Siete la copia conforme di quell’altra, dell’attrice, ed io conosco tutti i vostri trucchi.
Voi potete anche prendere il caffè con il Grande Capo, potete anche sorridergli e fare di tutto per iniziare la vostra ascesa. Vi lascio fare, perché ognuno cerca di farsi strada nel mondo come può.
Credetemi: ne ho viste tante come voi, giardino d’infanzia! Fate quasi tenerezza. Assisto ai vostri tentativi per togliervi le scarpette rosa col tacco ed indossare gli scarponi da montagna che vi aiuteranno nella vostra brava arrampicata.
Li ho visti, quegli scarponi: lindi, nuovi, appena comprati. L’unica cosa che otterrete saranno innumerevoli vesciche ai piedi. Mi spiace dirlo, ma è bene che sappiate come stanno le cose.
Sono qui a scrivere di voi, di me, di tutto e di niente. Intorno a me: la mia scrivania, l’ufficio, il corridoio, gli altri uffici, le scale, i tre piani di questo edificio, l’edificio stesso, la sede di questo giornale.
Sto battendo al computer, ma sono distratta. È che la sua presenza mi affascina.
Lei è lì. Con la sua aria servizievole. Con delle bozze da correggere. Finge un interesse che è ben lungi dal provare. È qui da poco, vuole farmi una buona impressione. La fa, su questo niente da dire.
Intanto, però, mi studia. Tutte le Nuove Giovanissime Stagiste lo fanno. A suo tempo l’ho fatto anch’io.
Il tempo stringe. Mordicchio la penna, tamburello sulla tastiera del PC senza scrivere una sola parola.
La porta si schiude ed appare la testa del Direttore.
“Come va?”
Lo chiede a me, ma è Lolita che solleva la testa. È seduta alla scrivania che, a rotazione, tutte loro occupano per tre mesi.
“Benissimo, grazie.” risponde, sciorinando un sorriso che dev’essere l’orgoglio del suo dentista.
Il Direttore ed io ci scambiamo un’occhiata eloquente. Poi, il Grande Capo se ne va.
La Stagista mi fissa, perché vede che mi sono alzata. Il sorriso che mi rivolge è uguale a quello di prima. Lo sguardo, però, la tradisce per una frazione di millesimo di secondo.
L’invidia è mal giudicata. L’invidia non è un peccato. È un fatto. È insita in ogni donna in carriera o che tale vorrebbe essere.
Buttiamo la maschera. Non siamo angeli ed il focolare lo abbiamo affittato da tempo alla fatina di Cenerentola, visto che sembrava tenerci tanto. Non siamo gattini o pulcini bagnati (anche se, come la Stagista insegna, sappiamo diventarlo). In realtà, siamo il Proteo del duemila:
tutto o niente. Tutto e subito. Acqua cheta e fuoco.
Ci vedete camminare per i corridoi. In realtà, stiamo correndo. Stiamo sgomitando.
Ci calpestiamo l’una con l’altra. Questa, si sa, è una norma non scritta ma nota a chiunque abbia un briciolo di materia grigia.
Ci invidiamo. Ebbene sì. Ci invidiamo tutto ciò che c’è da invidiare: lavoro, carriera, fidanzati, mariti, amanti, appartamento, scarpe, vestiti, taglio di capelli.
Nascoste dietro le nostre ciglia allungate dal rimmel con cura maniacale, siamo le regine dell’invidia malevola. Ci sorridiamo e ci ricopriamo vicendevolmente di falsissimi complimenti ai quali nessuna di noi –diciamoci la verità- crede più. Abbiamo visto troppi film e letto troppi libri per lasciarci ancora ingannare dalle apparenze.
Perché questi pensieri?
Perché la Stagista mi sorride come la principessa di Walt Disney pronta a pungersi con l’arcolaio o a ricevere la mela avvelenata. Mi sorride con tanto di sottofondo di uccelletti che cantano.
E allora faccio il suo gioco. Bisogna pur divertirsi in qualche modo.
“Vado a prendere un caffè.” dico. Lei si illumina, ma non osa chiedere di accompagnarmi. È osare troppo, come direbbe l’Eva Harrington attrice.
Allora raggiungo la porta, la apro e guardo Lolita. È un invito. Che, naturalmente, vorrebbe accogliere con entusiasmo. Ma non può. Quindi, china timidamente lo sguardo.
“Lei crede che possa abbandonare per un istante il mio lavoro?” cinguetta.
“Non siamo in un lager.”
Mi raggiunge e usciamo in corridoio. Cammina un metro dietro di me, come le giapponesi con i loro uomini. Arriviamo alle macchinette.
Lei non parla. Non ne ha il coraggio.
“Allora, tu cosa fai?” le domando.
“Filosofia.” risponde. Oddio. Una futura disoccupata infarcita di idee aristoteliche sulla felicità, sulla ragion pura e sulla pratica peripatetica. Poi, si illumina. “Però voglio diventare giornalista.”
Di certo non un domatore di bestie del circo. Se sei qui, ci sarà un motivo…
Per il corridoio, alle nostre spalle, si sentono dei passi. Mi irrigidisco. Certe cadenze abbiamo imparato a riconoscerle. Non è il Direttore. È il Sancta Sanctorum. La Stagista non lo conosce. Io l’ho visto forse due volte da quando sono qui.
Quando sta per passarmi accanto, gli sorrido, sciorinando istintivamente un “Buongiorno, signore” che mi pone al livello del suolo. Scambiamo poche cordiali parole. Ho una proiezione di me stessa dall’alto. Mi faccio schifo perché non mi riconosco.
Quando la Stagista ed io torniamo sole, comprendo. Inutile mentire a se stessi. Posso raccontare tutte le panzane che voglio, ma Lolita ed io, in verità, non siamo poi così dissimili.
Ci guardiamo. Ricambio il suo sorriso. Da un pulcino all’altro, in questo momento.
Da una iena all’altra.
di Tommaso Garca
Qual'è la vera immondizia?
Si era raggiunto il culmine dell’assurdità. Erano mesi ormai che la nettezza urbana non esercitava più il suo compito di prelevare i rifiuti dai cassonetti. Le sozze montagne di lordura - che risalivano alle pietanze natalizie - si erano riversate totalmente per le strade, esalando un tanfo micidiale, forte, insopportabile. Per non parlare degli incidenti automobilistici che si erano moltiplicati a causa dell’ingombro del lerciume che invadeva le corsie ed ostacolava il transito. Persino i topi, sfilando e danzando si erano deliziati a festeggiare il Natale, cibandosi del cascame lasciato ad imputridire al sole. Se ne incontravano addirittura alcuni grossi come cammelli, sul punto di minacciare i passanti.
«E’ una vergogna!»
«Basta! Non se ne può più!».
Le urla di protesta e di minaccia si alzavano come canti di tripudio per le strade di Monteroselle. Erano mesi che i cassonetti luridi contenevano i preziosi ricordi della città. In quell’afosa mattina del 27 Gennaio 2007, tutte le attività furono sospese e anche i mezzi di trasporto si bloccarono.
Il signor Sacco – grandissimo uomo d’onore – capeggiava con dignità la massa protestante che si era finalmente decisa ad opporsi alla tirannia del lerciume contro lo Stato. Lavorava al Comune come consigliere e ci teneva tantissimo a sfoggiare in pubblico le sue doti politiche, dando il buon esempio ai cittadini ma approfittando dell’occasione per fare propaganda politica.
«Caspita, Severo, fai qualcosa! La massa sembra inferocita...» disse sua moglie spingendolo.
Se c’erano delle cose che al signor Sacco non andavano proprio giù, erano le ramanzine di sua moglie Frida, per la quale ogni pretesto era buono per ficcanasare dappertutto e divertirsi a seminare discordie. Dove c’erano i guai lì c’era Frida, la quale non disdegnava di tessere storie megagalattiche per pompare ogni evento.
Ma il signor Sacco, benché avesse due splendide figlie, sapeva bene come ripagare sua moglie di quell’evirazione continua.
«Oh! Siiii! Stasera ti riduco a brandelli questo bel pacco gonfio!» sussurrò di nascosto alla sua segretaria Barbara, venticinque anni molto più giovane di lui. A Barbara non dispiaceva, dopotutto era grazie al suo donarsi gratuitamente a Sacco che aveva ottenuto un bel posticino di lavoro al Comune.
«Signori, calmatevi! Riusciremo a trovare sicuramente una soluzione a questo problema!» proclamò Sacco dal megafono alla massa caotica «Noialtri siamo sempre stati attivi per risolvere questo problema ma, come ben sapete, qualcosa – o qualcuno – ce lo vieta incondizionatamente!».
Ma le parole del povero Sacco valevano a ben poco per quel popolume infestato dalla rabbia e dal rancore. Tra la folla imbestialita borbottava tra sè un omuncolo vestito di nero dalla pancia gonfia, chiuso in una specie di giubbotto blu. Dalla macchia bianca che si intravedeva sul collo eclissato dal doppio mento, si capiva che era il curato del paese; ma non uno qualunque: era Don Gabino. La sua vocina era flebile e acuta come uno gnomo e mostrava sdegno nei confronti della discussione del signor Sacco. Sembrava che ne avesse abbastanza di quelle parole.
«Baggianate!» ululò arrossendo e puntando il dito su Sacco. «Quando mai vi siete interessati della nostra situazione voialtri? Voi che mangiate a sbafo alle nostre spalle!».
Sacco non si sarebbe mai aspettato una reazione del genere da parte di Don Gabino. Dopotutto erano sempre andati d’accordo. D’accordo, poi… qualche saluto di cortesia, nient’altro! Puro decoro e formalità.
«Mah... come si permette?!» domandò accigliato Sacco, quando vide che la gente appoggiava i giudizi di Don Gabino.
«C’è sempre qualcuno che deve mangiare, mio caro Sacco e lei lo sa bene!».
Il signor Sacco avrebbe voluto mantenere la calma, ma non seppe contenere in sè il marcio che aveva guadagnato in quel momento; dopotutto il prete aveva toccato l’onestà del piccolo consigliere che era sacra quanto il curato stesso. E così sputò tutto il veleno su Don Gabino con un’invettiva spietata:
«Lei… lei mi accusa di non interessarmi alle situazioni dei miei concittadini, è così? Bene, se dunque vogliamo mettere sulla stessa bilancia quello che abbiamo fatto entrambi, caro Don Gabino, vediamo che io ho trovato molte più soluzioni di lei, e dopotutto i cittadini qui presenti lo possono accertare!» disse puntandogli il dito contro dall’alto del podio. «Io non mi abbasso mica al suo livello di mangiapane a tradimento sulle spalle degli operatori della Caritas. Io non celebro messa la sera e poi sputtano i peccati di tutti i fedeli ai quattro venti. Io non prego a tavola prima di ogni pasto e poi mi porto a letto il seminarista di nascosto dalle suore. Io, caro don Gabino, non accuso le persone se ho fatto degli errori. Pertanto, se dalla mia bocca sono uscite flatulenze nauseabonde, dalla sua escono pannolini sporchi ogni momento della sua vita!».
La folla inferocita era pervasa da un silenzio rumorosissimo e da borbottii che non facevano altro che alimentare la rabbia di Don Gabino oltre la soglia prescritta per un sacerdote.
«Questo è troppo! Lei ha toccato proprio l’intimo e il fondo, vecchio bastardo!». Il volto di Don Gabino pullulava di rabbia; il salumiere e l’edicolante della zona lo trattennero per evitare che si scagliasse contro Sacco per farlo a fettine. Ma Sacco non si mosse di un millimetro, anzi provava una sottile gratificazione beata nel vedere compiuto un altro suo atto di sincerità.
Le ambulanze e le automobili dei Carabinieri stavano già correndo a più non posso tra gli avanzi natalizi riversati sull’asfalto per cercare di porre rimedio a quella lotta tra i barbari; tutto stava cominciando a degenerare. Una donna adulta sulla quarantina d’anni, vedendo la folla dividersi a metà con Don Gabino e con il signor Sacco, intervenne ululando contro l’astuto consigliere:
«E’ sleale e contro ogni morale cristiana giudicare così un essere umano. E’ un sacerdote ma pur sempre un uomo; e come ogni uomo non va giudicato, lo sa questo, caro consigliere?».
Sacco si voltò di scatto con gli occhi sanguinanti di rabbia e sparò un’invettiva spietata sulla donna particolarmente eccentrica:
«Tu non dovresti proprio parlare, Elena. Non sai neanche dove abita la morale, puttana che non sei altro!».
Al che la folla rimase basita dal linguaggio scurrile del consigliere e non poté fare a meno di esprimere il suo sdegno rimanendo sbigottita e a bocca aperta. Benché Elena fosse conosciuta come la belle de nuit del paese a causa delle malelingue, non avrebbe certo permesso a Sacco di offenderla in quel modo così bieco.
«Ah! Ora facciamo anche le ramanzine, vero Severo? Eppure ti piace quando il venerdì notte affoghi di piacere nelle mie gambe, riempiendo di ingiurie tua moglie. Ti eccita eh?».
Il rumore che si sentì dopo la rivelazione di Elena fu quello di una borsa che aveva colpito in pieno la faccia di Sacco e lo aveva fatto ruzzolare all’indietro. L’immagine di Sacco scomparve dalla pedana dove si trovava per essere riempito di botte da una serie di persone.
La signora Frida era sempre stata terrorizzata dalla cornificazione e di certo non avrebbe fatto vivere molto a lungo suo marito a causa di quel gesto meschino:
«BASTARDO!!!» piangeva strillando acutamente «Pagherai per questa insolenza! TI DISTRUGGERO’!»
Sembrava impossibile come da un problema sociale si fosse degenerati in situazioni così strettamente private e personali. La gente si divise in due fazioni come durante le grandi rivoluzioni; una battaglia di chi accusava chi, senza prendere tra le mani il vero problema: l’immondizia.
Il volto di Sacco era deturpato da lividi e squarci: lo avevano devastato in pochi minuti. Ansimante e con i vestiti a brandelli cercò di svincolarsi; afferrò il megafono e urlò alla folla:
«Sarò stato anche infedele, ma la colpa dei rifiuti non è certo mia, concittadini. Io sono sempre stato un semplice lavoratore...» cominciò a piagnucolare «La vera colpa dei rifiuti... ehm... è di quei tipi che... che... che stanno sempre con la pistola tra le mani per ogni affare!». Per un attimo la gente pensò.
«Che c’entriamo noi Carabinieri?» domandò incredulo un maresciallo della zona.
Sacco voleva continuare a parlare ma cedette alle urla di una vecchietta bianca vestita con un abito turchese:
«Voi siete lo schifo della società! Addirittura avete riempito di botte mio nipote solo perché un sabato sera stava un po’ brillo con gli amici? Li avete sconquassati a sangue e li avete chiusi in prigione per tre notti. Chi è che si oppone a voi, quando ve la prendete con i più deboli e abusate del vostro potere, eh? Fate tanto i forti e i VIP e poi vi fate governare e corrompere da persone più violente di voi che fanno terrorismo. Ma che razza di uomini siete? Pisciasotto!».
Un applauso fragoroso e canti di tripudio si alzarono dalla folla come boati in favore della vecchina. Tra consensi e dissensi, la discussione divenne fervente e tumultuosa, cosicché la massa ostentò stupore, incredulità e rabbia. Sacco cercò di porre rimedio all’equivoco:
«Ma io non mi riferivo all’arma dei Carabinieri o a quant’altro, miei concittadini. Io intendevo quei tiranni che agiscono in silenzio e ci succhiano il sangue e che sono sparsi nel mondo come topi feroci. E mi riferisco con precisione alla famiglia Caccamone, bastardi violenti senza anima!».
Il troppo storpia: Sacco aveva detto troppo. Aveva parlato troppo del potere che veramente governava tutta Monteroselle e le zone limitrofe. Se esisteva il problema dei rifiuti, era dovuto alla loro prolifica famiglia che spargeva sangue ovunque incontrasse qualcuno che intralciasse loro il cammino di gloria. Per un attimo Sacco si sentì un eroe, poi capì che la gente inferocita e quelli che lo appoggiavano nella lotto contro Don Gabino, lo stava abbandonando in quel pensiero espresso con fervore per il terrore di essere fucilati.
Dopo un breve attimo di silenzio che pervase Monteroselle, il vero silenzio terribile calò quando dalla folla si fece largo un omaccione baffuto, con un paio di occhiali neri a mascherina e il giubbotto di pelle lucente al sole. Tutti capirono che le cose non si sarebbero messe bene per il signor Sacco.
«Hai ragione, bellissimo!» borbottò con voce rauca l’omone «Il problema dei rifiuti è nostro. Dovete affogare nella vostra merda, lo sapete? Voi qui, senza di me non siete nemmeno lo sputo pieno di muchi della buon anima di mio nonno. Io qui sono Dio! Non c’è che l’odio per rendere il mondo attivo e intelligente. Voi siete la sfaccimma del mondo!».
Se il signor Sacco avesse pronunciato le medesime parole di quell’orso, lo avrebbero fatto fuori in poco tempo. Nell’aria non volava una mosca, soprattutto quando l’omone mostro il suo lucente Kalashnikov tra le mani.
«Lo so che tutti voi non siete d’accordo con quello che dico, eppure la verità è questa!».
Lo sguardo del capo della famiglia Caccamone non era visibile dagli oscuri occhiali, ma si capì che dopo un poco era fisso sul signor Sacco che con sangue freddo lo osservava, mentre il cuore gli si raggelava in petto.
«Avete ragione, consigliere! Ma vedete, avete fatto un poco il cattivo con quei paroloni. Però possiamo rimediare...».
Sacco si sentì sollevato che il capo della famiglia Caccamone non gli avesse sparato in fronte.
«Vieni qua!» sussurrò l’omaccione.
Come ipnotizzato dalla gloria e la potenza dell’omaccione, Sacco si recò imbambolato verso di lui come un condannato al patibolo e si fermò proprio a pochi centimetri. Il consigliere riusciva a vedere ogni singolo sfregio sul viso dell’uomo malvagio ma non disse nulla. Il capo alzò il piede in avanti con uno stivale enorme e gli disse:
«Leccami la suola delle scarpe!».
La gente erano impassibile e cinica a quello che stava succedendo; ancora di più lo erano le forze dell’ordine.
Sacco non temette nulla. Era rassegnato, convinto, fedele e seguace ed eseguì il suo compito.
Tre colpi di arma da fuoco risuonarono nell’aria lasciando soltanto il rumore dei piccioni che fuggivano per la paura. Il tempo si era fermato. L’omone sparì nel nulla.
Il caos tornò più forte di prima. Forte come non lo era mai stato. L’ambulanza provò gioia nel suonare, le forze dell’ordine simularono un falso agguato per non mostrarsi totalmente immobili e la moglie di Sacco apparve indifferente all’accaduto. Tutto si mise in movimento, la città era in subbuglio, tranne la sarta affacciata alla finestra e il macellaio del paese che urlavano per capirsi:
«Vedete se è possibile vivere in una situazione del genere!»
«Andrà a finire che moriremo tutti di cancro e per smaltire i nostri cadaveri dovranno bruciarci vivi!»
«Signora, ma lei è pazza! Se facessimo così, sa quanta diossina si riverserebbe nell’aria?»
di Gian Andrea Rolla
a Gigi
“Si vedrà da queste pagine se sarò io o un altro l’eroe della mia vita”
Charles Dickens (“David Copperfield”)
Li chiameremo Passatempo e Tirofisso.
Erano nati nell’anno dello Sputnik. Il 1957, per chi non sia ferrato in materia d’avventure spaziali.
I vecchi dicevano che da quando avevamo bucato il cielo con i missili, il clima, i bambini e le donne non erano più gli stessi.
Fu in fondo questo il tenzone di Passatempo e Tirofisso, sbrogliarsela sotto un cielo ormai forato. Non si sa per quale fattura, ma ognuno vide subito nell’altro una parte di sè e forse per questo appena s’incontrarono si vollero subito bene e divennero amici per sempre.
La prima volta fu nel cortile assolato della parrocchia di Portino, il loro paese, un pomeriggio di giugno del 1968. L’ora della siesta era appena conclusa e i bambini del catechismo fecero due squadre, quelli del Milan contro quelli della Juventus.
Il bambino nuovo tifava Juventus, ma era grasso, la faccia come un cocomero, gli occhi strani, verdi e strabici, la erre arrotata, da parmigiano. Non dava l’idea d’aver l’aria sveglia. Per i portinesi, liguri ai confini con la Lunigiana, i parmigiani sono degli addormentati chiacchieroni ai quali si può facilmente fregare la moglie e sposare la figlia. Passatempo veniva da lassù, almeno la mamma era di quei posti, di qualche borgo montano dopo il Passo della Cisa, borghi che guardano il Taro come fosse il Po. Il papà era un meridionale. In marina militare, come tanti di quelli, di stanza a Venere, porto militare dai tempi di Cavour.
Passatempo rispose “juventino !” quando gli domandarono per quale squadra tenesse.
Era la seconda volta che capitava in parrocchia. La prima volta lo avevano visto al catechismo. Le signorine Scudieri, due vecchine ribelli perché molto devote al dio uno e trino in una famiglia di anarchici, garibaldini e mangiapreti, avevano presentato il bambino dicendo che era appena arrivato da Napoli dove il papà serviva in mensa ufficiali come secondo cuoco, prima d’essere destinato al porto militare di Venere, sempre al circolo ufficiali, ma questa volta come primo cuoco.
Per non rischiare, lo misero in porta e lui corse tutto contento e in attesa che la partita cominciasse, prese a parare rigori immaginari saltando di qua e di là, “Il portiere ! quello che voglio fare da grande ! il portiere della Juve !” gli faceva il cervello scosso da una gioia senza freni.
Ma ora i milanisti erano uno di meno.
“Li battiamo lo stesso ‘sti brocchi !” fece tutto bullo il loro capitano, Orestino Panzon, detto Rivera, mamma di Portino e papà di Mestre.
Gli altri non dissero nulla e guardarono per terra. Orestino invece si guardò attorno. C’erano sempre dei bambini che bighellonavano vicino alla parrocchia nella speranza di tirare due calci al pallone. Figli di comunisti o di fecce del paese, ma il pallone é il pallone per tutti.
Seduto per terra, le spalle già larghe appoggiate al muro della chiesa, i capelli lunghi e lisci stile Beatles che coprivano il viso di bambina, Tirofisso giocava con dei sassi e delle conchiglie, ma lanciava occhiate furtive nella speranza che qualcuno s’accorgesse di lui.
Il figlio del Professore é milanista ?- domandò Orestino a Beppe.
Beppe conosceva la famiglia del Professore, i suoi fratelli erano stati allievi del Professore e i suoi vecchi, operai socialisti nei cantieri navali e nelle fonderie di Venere, volevano bene al Professore, che era stato comunista per tanti anni e anche adesso che non lo era più degli operai ne parlava sempre bene, come fossero dei signori.
Il Professore era scorbutico e attaccabrighe, ma era il Professore del paese e nessuno aveva voglia di mettersi contro di lui, se proprio il Professore non metteva alle strette. Il figlio lo schivavano per non avere problemi con il padre. Tirofisso aveva sempre l’aria di volersene stare da solo, ma era perché non arrivava all’uva.
E’ più milanista di noi – disse Beppe sorridendo – ma é un brocco, per lui il pallone potrebbe essere anche un cubo, farebbe lo stesso tiro. Ha il tiro fisso.
Va bé, dobbiamo essere pari – disse Orestino – lo mettiamo all’attacco davanti al parmigiano, danni non ne farà. Basta non passargli il pallone.
Beppe s’avvicinò a Tirofisso e gli parlò sottovoce.
Ciao, vuoi giocare con noi ?
Tirofisso ebbe un fremito dentro il petto, alzò subito la testa, gli occhi brillanti, ma riuscendo a controllarsi riabbassò lo sguardo e disse piano :
Non lo so.
Dai, giochi all’attacco, come Combin.
“Combin ! Nestor Auben Combin il mio eroe preferito ! francese d’origine argentina, forte, grosso, peloso, una bestia che sfigura a unghiate le difese nemiche, col Torino infilò tre gols alla Juve in onore del suo amico Gigi Meroni, Combin !”
Tirofisso era già al centro del campo per il calcio d’inizio, che come si sa é un passaggio corto tra il centravanti, lui, Tirofisso Combin, e il regista, Orestino Rivera Panzon.
Dopo mezz’ora, il Milan conduceva undici a dieci sulla Juventus. Orestino scartava mezza Juve e passava a Beppe che infilava in gol, se Beppe non era tenuto troppo stretto da Vittorio.
Vittorio era il difensore libero della Juve, il libero si diceva. Anche lui scartava mezzo Milan e tirava bordate che sembravano palle dei cannoni di Navarrone. Fiorello era il portiere del Milan. Era molto bravo, si buttava sul cemento del cortile della parrocchia come se ci fosse il prato di San Siro, ma Vitttorio aveva gambe di cavallo di Frisia, un inizio di baffetti a undici anni e una sopracciglia solitaria che gli solcava centrale la fronte neandertaliana. Con una pallonata tirava dentro anche Fiorello. Gli altri urlavano, correvano dietro il pallone che passavano di prima ai loro capi, cadevano, si tiravano qualche pugno e qualche spinta, alzavano le braccia al cielo con grida di gioia ferina quando la squadra marcava o bestemmiavano, nonostante fossero nel cortile della parrocchia, quando Passatempo o Tirofisso aggiungevano un altro errore alle svirgolate precedenti.
Raramente arrivava una palla a Tirofisso e quando un rimbalzo o un errore gliela facevano capitare tra i piedi, Tirofisso s’emozionava, s’imbrogliava e chi capitava vicino, avversario compagno di squadra, gliela toglieva e riprendeva il gioco. Passatempo si buttava a destra se gli tiravano a sinistra e a sinistra se gli tiravano a destra. Quando il tiro era centrale, la palla gli sgusciava dalle mani o gli rimbalzava sul petto o sul faccione e il gol era comunque assicurato.
Poi la Juve pareggiò, undici a undici. Vinceva chi arrivava a dodici. Passò un’altra mezz’ora di batti e ribatti. Vittorio era azzopato e i tiri gli venivano lenti. E Fiorello riusciva a prenderli. Orestino non aveva più fiato e Beppe non ne aveva mai avuto, le spalle larghe ma il petto sottile come la carta velina.
Rimbalzò una palla nell’area della Juve e Tirofisso se la trovò davanti all’altezza del viso. Era spalle a Passatempo. “Rovesciata di Combin !” pensò tutto felice. Ci provò e gli venne perfetta con tanto di sforbiciata d’accompagnamento. La palla filò al sette, dura e secca come una schioppettata alle anatre. Passatempo volò come un gabbiano che fugge all’onda. A pugni uniti cacciò il pallone fino all’area del Milan, dove Vittorio la mise in un angolo. Juve dodici e Milan undici.
Juventini abbracciati, urlanti, distesi felici sul cemento e milanisti la testa bassa, sconsolati e tristissimi, sconfitti, vinti, umiliati.
Tirofisso guardò disperato Beppe.
Visto che tiro ? – disse - il parmigiano non para neanche se gli metti la palla nelle mani e mi piglia quel tiro!
E’ lo stesso – disse Beppe – tanto te giocavi di burro.
Di burro ?! – fece Tirofisso, le lacrime che già gli inondavano il viso.
Mo’ cosa vuol dire “di burro” ? – chiese Passatempo.
Che anche se marca – rispose Beppe – il gol non vale.
Mo’ perché non vale ? – domandò di nuovo Passatempo.
Perché é un brocco – rispose Beppe – come te.
Come me ?! – Passatempo si erse in tutta la sua struttura e fece tre passi verso Beppe, solo Vittorio era più grosso di Passatempo.
Beppe lo guardò sorridendo.
Torna in porta e vediamo quante ne pari – disse.
Passatempo tornò in porta mentre Tirofisso s’alzò da terra dove era rimasto dopo la rovesciata e usci’ dall’area stropicciandosi gli occhi arrossati dal pianto.
S’avvicinarono Orestino e Vittorio. Gli altri si misero in semicerchio per meglio ammirare i tre campioni e i loro rigori.
Fu una gara a chi tirava più violento. Vittorio era il più forte, ma anche gli altri due sapevano calciare secco e potente.
Soprattutto miravano bene, con precisione riveriana, ma potenti come Luison rombo di tuono (1) .
Oé, le para tutte – fece Vittorio nelle risate e nelle grida da scimmie pigliaperilculo degli altri, milanisti e juventini uniti nella lotta.
Le pallonate arrivano tutte sul cocomero di Passatempo e quando aveva fortuna gli finivano sul petto e sulla pancia. Non lo sbagliavano mai. L’ultima venne tirata come colpo di grazia da Beppe. Secca nei testicoli. Passatempo si piegò e cadde in ginocchio, le orecchie rosse e gli occhi viola. Poi si lasciò andare a terra e si rannicchiò in un pianto basso, di gola, come se fossero i suoi testicoli a piangere e non i suoi occhi.
Tirofisso scattò di corsa e colpi’ Beppe in pieno mento. “Griffith ! difensore dei negri contro quel fascista di Benvenuti !”. Beppe andò giù a far compagnia a Passatempo, gli occhi girati di là, come quelli che svengono. Tirofisso dall’impeto del pugno era andato a terra anche lui, ma si rialzò come Tiramolla e scaricò destri e sinistri e calci negli stinchi e sputi in faccia su Vittorio Nembo Kid Superman, che fini’ KO quasi come Kid Paret (2). Orestino lo prese per la gola da dietro e Tirofisso si senti’ ancora meglio, pestata ai piedi, gomitata allo stomaco e giù destri e sinistri e KO anche Orestino panzon !
E’ un portiere – fece Tirofisso ansante – non un passatempo.
Allora milanisti e juventini uniti nella lotta gli furono addosso, calci, pugni, schiaffi e sputi, a lui, ma già che c’erano anche Passatempo.
Tirofisso cercò di coprire Passatempo abbracciandolo.
Arrivò il prete con il campanaro e tutti se la filarono correndo.
Il figlio del Professore, figuriamoci – fece con disprezzo il campanaro mentre aiutava i due bambini a rialzarsi.
Salutami tuo papà e tua nonna – disse il prete. La nonna di Tirofisso aveva una trattoria e faceva pensione ai turisti. Andava in chiesa la domenica e fingeva d’andare d’accordo con tutti, ma tenendoli a distanza.
Il prete era un bell’uomo alto, i capelli bianchi pettinati all’indietro, la voce da play boy da night versiliesi. Ogni tanto in paese, qualche marito gli chiedeva spiegazioni.
E mia mamma no ? non gliela saluto ? – chiese Tirofisso, con tutta la durezza che poteva mettere nella voce.
Certo, anche la tua mamma – accondiscese il prete con tanto di sorrisi.
La mamma di Tirofisso era un’ubriacona fumatrice di Stop senza filtro che faceva debiti in paese, orfana tirata su dagli zii comunisti, ma sempre allegra e le famiglie operaie le volevano bene.
Tirofisso usci’ dal cortile della parrocchia e cominciò la salita del paese per tornare a casa. Ormai imbruniva.
Senti’ una corsa e si girò sperando che non fosse Vittorio.
Era Passatempo.
Mo’ anch’io abito le case nuove in cima al paese ! veh, andiamo su insieme ?
Certo – rispose Tirofisso.
Grazie – disse Passatempo – anche per prima, veh, sono cattivi i bambini di Portino !
Belin, proprio il mio tiro dovevi a parare.
Non l’ho fatto apposta.
Lo so – disse Tirofisso.
Ma che giornata, però – disse Passatempo – che giornata !
E poi salvati da un prete ! – fece Tirofisso.
Camminavano già abbracciati, come due vecchi amici che se la raccontavano.
Come la loro solitudine, anche la loro amicizia non si ruppe più. Ebbero mogli e figli. Furono sempre poveri e a cinquant’anni rischiarono di morire di cancro, poi ne vissero altri cinquanta.
(1)daGianni Brera riferito a Gigi Riva, ala sinistra del Cagliari e della Nazionale italiana
(2)pugile che perse la vita in un incontro di boxe contro Griffith.
di Stefano Chiarato
Cosa ci fa una volpe a 2600 metri di altitudine?
Quando la calca ferragostana è passata e la wilderness torna ad essere padrona dei propri territori, allora è il momento di andare in montagna.
E quando la montagna chiama, io e il mio amico Franz rispondiamo volentieri alla chiamata.
Una perturbazione, a cavallo dei mesi di agosto e settembre, ha fatto scendere notevolmente le temperature. Il caldo soffocante ormai è alle spalle e in montagna è caduta la neve.
Ora il tempo è bello, stabile. L’ideale per un’ escursione.
“Dai facciamo la traversata dal rifugio “Baita alpina” al rifugio “Baita del camoscio”!
“Ma c’è da fare un passo a 2600 metri di quota. Ci sarà la neve!”
“Beh! Iniziamo ad arrivare alla Baita alpina. Poi valutiamo. Se si può si prosegue, altrimenti si torna giù.”
“Va bene.”
Si Parte. Appena ci mettiamo in cammino due scoiattoli sembrano augurarci buona giornata. Guizzano veloci da un ramo all’altro. Vorrei rubare loro una foto, ma data la loro velocità d’azione, non ci provo nemmeno.
Nel bosco il sole filtra tra rami adorni di foglie già in abito autunnale.
Fa caldo, si suda. Ogni tanto bevo, giusto per reintegrare i liquidi.
Una volta sbucati sull’alpeggio, siamo dentro un cielo turchese al di sotto del quale le cime delle montagne sono dipinte di bianco. Si vede che è neve fresca. E’ di un bianco abbagliante.
Il rifugio Baita alpina ci accoglie in una brezza di vento gelido.
Ci ristoriamo e chiediamo informazioni per proseguire verso la Baita del camoscio.
“Ah! C’è neve! Poi stanotte ha fatto ghiaccio!” ci dice il rifugista.
Noi ci guardiamo l’un l’altro e pensiamo di andare lo stesso. Evidentemente il rifugista ha capito di non essere stato convincente e aggiunge: “Da questo versante è pulito, ma dall’altra parte c’è ghiaccio!”
Noi siamo indecisi. Vorremmo proseguire. “Che si fa?” mi chiede Franz.
“Non so. Tu cosa dici?”
“Dai! Andiamo fino al passo, se poi c’è neve si torna indietro.”
“Stanotte ha fatto ghiaccio!” ammonisce un anziano del rifugio seduto ad un tavolo.
“Sì. Andiamo avanti fino al passo - dico a Franz, - poi, se proprio non si può andare avanti, torniamo.”
La brezza di vento gelido ci attende fuori dal rifugio e ci accompagna nella salita.
Saliamo di quota; raggiungiamo con un passo costante il limite della neve. Mi fermo a fotografare un fiore rimasto prigioniero in una macchia di neve. Che tempra, questo fiore! Si vede che è abituato ad un clima freddo. Un fiore di città sarebbe avvizzito miseramente; questo invece, nonostante il gelo, è ancora fresco!
Il sentiero s’è fatto roccioso. Ogni tanto, per salire, bisogna aiutarsi con le mani.
Siamo ormai al passo e prima che i nostri occhi si aprano allo stupore del panorama che ci attende dall’altra parte, restiamo stupiti, invece, da ciò che ci ritroviamo davanti: una volpe!
E’ lì. Ferma sul sentiero. Non si muove. E’ lì a non più di tre metri da noi. Restiamo fermi, parliamo sottovoce per paura di spaventarla. Sembra quasi che non voglia farci passare.
“Che bella!” mi dice Franz
E io: “Non ci posso credere!”
“Ma cosa ci fa una volpe qui?” mi domanda Franz.
“Boh! E io che ne so?” rispondo.
L’animale, nel suo manto arancio-marroncino, il sottogola e il petto bianchi, una coda vaporosa e morbida, ha un musetto triste. E’ un animale piccolo. Lo immaginavo un po’ più grande, delle dimensioni di un pastore tedesco. Prima d’ora, una volpe l’avevo vista solo sui libri, sui giornali o in televisione. A duemilaseicento metri di quota, mi sarei aspettato di vedere un camoscio o uno stambecco, invece: una volpe.
“Forse ha fame.” Suggerisce Franz, “Proviamo a darle da mangiare.”
Mentre Franz mette mano allo zaino per tirare fuori qualcosa da mangiare, io inizio a scattare foto a raffica.
L’animale nota il movimento di Franz e si muove sulle rocce, ma non se ne va. Franz gli butta del pane.
“Oho! Lo mangia!”
Allora anch’io tiro fuori del pane e glielo butto. Glielo buttiamo sempre più vicino a noi, la volpe viene a prenderselo e poi si allontana.
Poi dico a Franz: “Chissà se viene a prenderselo dalle mie mani.”
Le allungo un boccone di pane. Con circospezione si avvicina e… op! si prende il boccone e si allontana un po’ più in là, mentre Franz ci immortalava in una foto.
Caspita! Mi sono sentito come Kevin Costner in Balla coi lupi, quando allunga un boccone al lupo che fa visita al suo accampamento.
Anche noi mangiamo un boccone prima di rimetterci in cammino.
Franz studia il percorso e mi dice: “Per me si può scendere, non sembra esserci ghiaccio. Solo un po’ di neve.”
“Va bene. Andiamo. Ciao volpe!”
La volpe ci guarda mentre noi imbocchiamo il sentiero in discesa. Il sentiero è abbastanza esposto ed è attrezzato con catene fisse di sicurezza. C’è neve ghiacciata.
“Facciamo attenzione a dove mettiamo i piedi!” si raccomanda Franz.
“Sì, sì, cerchiamo di non cacciarci nei guai.”
Mi reggo forte alla catena; come uno stupido prima di rimetterci in cammino non ho pensato a infilarmi i guanti e ora fermarsi è abbastanza problematico. Le mani serrate alla catena fredda, mi diventano due pezzi di ghiaccio.
Ogni tanto mi volto a vedere se si vede ancora la volpe e ho l’impressione che ci segua.
“Ehi, Franz! Non ti pare che la volpe ci segua?”
“Cavolo! E’ vero! Sta venendo giù dietro a noi!”
Rimane a una certa distanza, ma scende anche lei.
Ad un tratto Franz mi dice: “Attento qui c’è ghiaccio!”
“Dov…”
Non faccio tempo a finire di chiedere dove, che il piede mi scivola via. Mi reggo con tutta la forza alla catena, sbatto contro la roccia. Il braccio mi rimane chiuso tra la catena e la roccia!
“Ah! Che dolore!”
“Tutto a posto?” mi chiede Franz.
Mi rialzo e mi sforzo di rispondere: “Sì, tutto a posto. Solo una brutta pizzicata al muscolo del braccio. Come brucia!” Meno male che c’era la catena, se no…”
Franz si mette a ridere e riprende il cammino e io trovo difficoltà a scendere un salto roccioso.
“Ma da dove sei passato?” chiedo a Franz. “Di qui c’è ancora ghiaccio.”
“No, non di lì! Spostati un po’ più a sinistra!”
“Ma da dove cavolo sei sceso?”
“Lì, lì! Metti il piede più in basso!
“Ma dove? Non vedo!”
Mentre io impreco in tutte le lingue del mondo, Franz torna sui suoi passi per venire a darmi una mano, ma non serve, perché finalmente trovo dove appoggiare il piede e sono fuori anch’io dalle difficoltà.
“Porca miseria! Vorrei avere l’agilità di quella volpe. Guarda come scende tranquillamente” dico, tirando un sospiro di sollievo e uno di dolore per il braccio dolente.
La volpe continua a seguirci a distanza e sparisce solo quando incrociamo un altro escursionista che procede in senso opposto, per poi riapparire di nuovo e noi siamo sempre più increduli.
Una volta giunti al rifugio raccontiamo della volpe. Ci saremmo aspettati che ci dicessero che sono a conoscenza di una volpe che si lascia avvicinare dall’uomo, ma invece non è così. Sono increduli.
Al rifugio ci rifocilliamo e quando usciamo ci guardiamo in giro se vediamo la nostra volpe, ma non c’è più.
“Stavolta se ne è proprio andata.” Mi dice Franz.
Peccato. Però è stato un incontro emozionante.”
Ci consoliamo guardando le marmotte che si rincorrono sui prati dell’alpeggio.
Prima di tuffarci nel bosco, mi fermo ad un torrentello a riempire la borraccia, mentre Franz si ferma poco più avanti a fare qualche foto.
Prima di riempire la borraccia raccolgo un po’ d’acqua nel palmo della mano, sto per portarlo alla bocca per bere, quando dai sassi sbuca una vipera. Faccio un balzo indietro e mi trovo seduto per terra! La vipera è davanti a me ritta in piedi, quasi che voglia attaccare. Sono impietrito. Franz non lo vedo e io non riesco neanche a gridare.
La vipera sta per lanciare il suo attacco, ma le si para davanti la volpe!
Franz sta tornando sui suoi passi, mi vede a terra e comincia a correre.
La vipera attacca, ma la volpe con un guizzo scarta di lato e la addenta proprio dietro la testa.
Uno schizzo di sangue e la vipera giace inerme a terra. La volpe ferma mi guarda, poi trascinando la sua morbida coda si inoltra nel bosco. Intanto mi rialzo.
La volpe si gira, mi guarda, io la guardo in silenzio.
Poi non la vedo più.
19.01.2009
di Francesco Pomponio
Non c'è niente di speciale in un pomeriggio così.
A parte che è Natale.
Lo so, farò dei pensieri che nessuno metterebbe in un libro, non sono per niente originali e forse neanche varrebbe la pena di scriverli.
Ma io non voglio essere originale, non mi interessa più.
Sono qui, seduta davanti alla finestra a guardare il cielo grigio.
E ho nostalgia di te.
Chissà se tanti anni fa qualche altra ragazza aspettava come me che qualcuno la chiamasse il giorno di Natale per farle gli auguri...
Nella casa aleggia l'odore del tacchino e dei dolci, e le dita mi profumano di mandarino.
Fuori dai vetri vedo le strade vuote e la neve che continua piano a scendere come ad ogni Natale che si rispetti.
La gente trascorre in casa questo pomeriggio di festa che potrebbe essere l'ultimo per chissà quanto altro tempo.
E pensare che due anni fa sembrava non ci potesse essere altro che pace in futuro.
E adesso mi ritrovo ad aspettarti senza sapere fino a quando.
Questi fogli di carta li ho rubati a mio padre e ti sto scrivendo una lettera.
Sì, una lettera, anche se non si usa più. Forse neanche la spedirò, però devo scriverla, se non per te almeno per me.
Un giorno, quando avremo i nostri figli, potremo far finta di arrabbiarci scoprendoli a leggerla di nascosto.
Se faremo in tempo ad avere dei figli. Se ce ne daranno il tempo.
Ma quest'ultima frase la cancellerò, non posso intristirti con le mie preoccupazioni mentre invece dovrei esserti di conforto.
In fondo sei lì per fare in modo che noi quaggiù si possa avere altri pomeriggi noiosi e tiepidi come questo.
Mia madre in cucina guarda la televisione, le solite trasmissioni che alla fine neanche ti ricordi di che trattavano. Però ti tengono compagnia.
Non si può essere sempre colti e impegnati, a volte una battuta cretina ti strappa una risata cretina, ma è tutto quello che riesci a fare con lo stomaco pieno e lo sguardo pesante.
Come il cuore.
Ma le madri non capiscono, mentre invece io i miei figli li capirò.
O forse capisce anche lei ed è per questo che abbassa il volume della TV ogni volta che c'è il notiziario...
Ne danno uno ogni mezz'ora, sempre le stesse notizie e decine di persone che ci ricamano sopra con l'intenzione di tranquillizzare, mentre invece mi fanno preoccupare di più.
Vorrei che non dicessero niente, tanto le brutte notizie arrivano lo stesso.
Ma forse dovrei davvero gettarla questa lettera, la sto rileggendo e mi accorgo che non e' quello che volevo dirti.
Ma come faccio a dirlo?
Come posso scrivere che ho nostalgia di quella volta che facemmo la spesa insieme al supermercato, una vigilia di Natale?
Si può avere nostalgia di un supermercato? Allora non mi sembrava così bello quel momento, mentre adesso ricordo anche il vento gelato che spazzava il parcheggio, come ora le strade, e i ragazzini che aiutavano le mamme cariche di torroni e di giochi.
Fingemmo di credere a Babbo Natale e ci facemmo la foto insieme a lui.
Ora ce l'hai tu.
Camminavamo verso la macchina e tu mi portavi le buste della spesa.
Dappertutto si cantava, si scriveva, si declamava: "Pace in Terra".
Bene, la pace in Terra l'abbiamo ancora.
Ma per averla tu stai lassù, su chissà quale stella, insieme a tanti altri come te.
Dentro un guscio di noce che chiamate astronave.
E per farmi gli auguri il giorno di Natale hai dovuto registrarli un mese prima perché le onde radio fanno una strada diversa dalle astronavi.
Tanto valeva mi mandassi una lettera, almeno avrei avuto qualcosa toccato da te.
Ma intanto l'apparecchio suona e lo schermo si illumina.
Se non sono brutte notizie allora spero che sia tu, pure se di un mese fa.
di Maria Castronovo
e l’arte di sopravvivere dentro la scuola di questa massa
ovvero
tutto quello che avreste voluto sapere sui docenti skazzati,
ma che nessuno ha mai avuto il coraggio di dirvi
Ritratto
Nel senso che nego fin da adesso tutto quello che andrò a dire?
Troppo raffinato… roba che se la può permettere solo un Presidente del Consiglio.
Volo basso: Vi fornirò una fototessera di un docente skazzato. Una sola. La mia.
Per amore di onestà o per amore di brevità. Scegliete voi.
E poi perché soffro di intolleranza prenatale per il pensiero categorico. Non quello di Kant.
Ma quello che fa dire ai vari genietti di turno… tutto quello che volete sapere sugli italiani, sui cuochi, sulle donne in carriera, sui single, sulle veline e sui calciatori… presi così, a confezione industriale, che tanto, quando ragioni per categorie e ti capicolli a denunciarne vizi e virtù, più i primi che le seconde, passi sempre da novello Catone, ci fai una bella figura, solletichi sempre l’intelligenza di chi si crede intelligente – ce ne sono a milioni – e fai i soldi.
Devo farvi i nomi? Neanche davanti a un plotone di esecuzione. Trovateveli da voi.
Ho sempre interrotto i rapporti molto bruscamente con chi si è rivolto a me chiamandomi… Voi-docenti. E non ho mai rinnovato appuntamenti a chi ragiona sui politici presi tutti nel mazzo o sui giornalisti che son tutti una razza eccetera eccetera.
Non aspettatevi da me una categorizzazione facile-facile, glamour-glamour… sul corpo insegnante.
Il motivo c’è e a me non pare tanto irrilevante o gratuito. Ve lo fornisco e poi ne fate quello che volete.
Chi sceglie di fare l’insegnante – e chi non lo ha scelto e fa il docente-per-caso lo deve imparare cammin facendo – ha un’unica convinzione: ogni vita è singola ed è insostituibile. Punto.
Adesso, come mi vedete adesso, ho cinquantatre anni, la menopausa è un ricordo di giovinezza, i vuoti di memoria prolificano come conigli, e pure i vuoti nell’arco dentale aumentano vieppiù, e sputacchio alla grande tenendo lezione.
Solo ora capisco perché Pitagora insegnasse nascosto dietro una tenda.
Non sono un grande spettacolo per le fanciulle in fiore. Men che meno per i rigogliosi palestrati che da sotto il banco fuoriescono di centoventi centimetri di soli polpacci, Nike escluse. (Ma le aziende che forniscono mobili alla scuola hanno preso atto delle nuove anatomie adolescenziali?).
Lo so, come minimo sarebbe quasi tempo di passare alla dentiera. Ma ci vorrebbero soldi che non ho.
Solito piagnisteo dei docenti sottopagati??? Naaaaaaaaaaaaaaaaaa.
Visto che lo Zen deve avere a che fare qualcosa con questo libro… chiamiamola pure… reincarnazione accidentale di percorso.
Signora-mia, che vuole che Le dica… ero anche riuscita a programmarmi una vita di quelle fatte così-così, che ce ne sono a milioni, tanto inflazionate che certo non vanno a finire sui giornali o in televisione e nei libri tanto meno.
Un profilo da Fossa delle Marianne, insomma, ma almeno lunare come il Mare della Tranquillità.
Un marito impiegato, una figlia invidiabile, la scuola quasi sottocasa, due anziani genitori cui badare a trenta chilometri di distanza… tre locali più un servizio – senza box – nella travolgente periferia milanese, e un balconcino affacciato su un mare di tetti a schiera, molto opportuno come sito per la raccolta differenziata dei rifiuti.
Potrebbe mai una donna con la testa sulle spalle desiderare di meglio?
E come potrebbero decine di genitori affidare ogni primo settembre i loro pargoli… a donne che non abbiano una testa sulle loro spalle?
Eh sì… non lo si dice mai, ma un cervello funzionante è il minimo patrimonio dotale di un docente…
Per esempio, fossi rimasta a casa, adesso avrei una dentiera e non sputacchierei nelle classi.
Esemplare di una specie in via d’estinzione, docente reclutata dalle file del proletariato emigrante ed emigrato, nomade per coatta vocazione, e soprattutto certa – nonostante gli antibiotici e il Prozac – che a cinquant’anni si debbano fare i conti con la vita e con la morte – diosanto questi proletari snob che hanno letto Seneca blehaaaaaaaa – … insomma, a dirla tutta, mi sono rifatta una vita.
Ci si alza una mattina e si decreta di dover morire. Come dire oplà. Ho arbitrariamente decretato che dopo aver trascorso cinquant’anni nell’Italia metà galera, mi spettava di diritto di vivere il poco che mi resta nell’Italia metà giardino.
Ho coronato una storia d’amore, ho riportato il cerchio al punto di partenza, ho dato ascolto a una briciola di DNA e le ho detto…Sì.
Non affannatevi a cercare l’altro… e se proprio siete fatti per le categorie piazzatemi in quella di cui la sociologia non si è ancora accorta: sono sposata fuori casa.
Ma ero troppo innamorata degli ulivi e dei pini marittimi per poter farne ancora a meno.
A due passi da un lago vulcanico del Lazio, ho comprato cinquanta metri di casa popolare. Non ho il box, ma ho finalmente un’amaca sotto una pergola, un piccolo prato su cui camminare a piedi nudi, due rose da coltivare… e metà stipendio che se ne va in un mutuo di venticinque anni. Le banche si fidano della longevità dei Docenti.
Parlandone come da Zen… ho programmato felicemente la mia prossima evaporazione ventura. Non c’è oro che possa ripagare il regalo di poter evaporare in un luogo dove ancora nascono gli asfodeli. Segnatevelo, l’inverno del 2000. L’ultimo che ho passato in Lombardia. Non finirà nei manuali di storia, ma in quell’inverno morirono tutti i merli. Per malattia, per inquinamento, non so. Albe da silenzio tombale, neanche un fischio di merlo a dare il buongiorno. Non se n’è accorto nessuno.
Non si può evaporare bene in luoghi in cui i merli muoiono e nessuno lo sa.
Il Ministero se ne farà una ragione… si tenga una Docente sdentata che deve pagarsi il lusso di godere di una Bellezza che non appartiene a nessuno.
Pensa che novità… devo lavorare per vivere.
Siamo così certi che sia un lavoro?
Socrate, vecchio brigante! Fuori c’è il silenzio caldo delle cicale… e compatisci il ronzio del ventilatore. Ma solo quando scoppia l’estate il docente skazzato può mettersi seriamente a lavorare. Mettiti comodo, e non fare domande su questo arnese diabolico che proietta scrittura senza sognarsi di materializzarla.
Se cominci così c’infiliamo in un ginepraio di discorso perso che neanche i cani randagi ci seguiranno più.
Lo so che è una vita che non scendi tra i mortali, ma se devo spiegarti il mouse il display la rava e la fava qua ci giochiamo il meglio. Se chiudi gli occhi, ci troviamo un bel prato per te e per me e aspettiamo Pan e le Ninfe che ci diano bellezza all’anima e che ci proteggano perché le nostre parole siano in armonia con tale bellezza.
E non fare quella faccia… se recito la tua preghiera non è certo per piaggeria.
Pensa te se alle due di un pomeriggio di luglio mi metto a far l’adescatrice della tua benevolenza… no, non te lo spiego cos’è un telecomando, rimettilo a posto. Sei tu che mi devi delle spiegazioni.
Questa cosa qui, per esempio, che è andata persa in qualche interstizio del tempo…
Che le parole di un Maestro partono dal cuore, transitano per il cervello, e poi arrivano alle labbra… e che è meglio, molto meglio, se gli Dei e la Bellezza proteggono l’intero percorso… e quell’altra cosa… che anche il discepolo deve condividere la stessa preghiera del Maestro prima di cominciare una qualsiasi conversazione… perché strade separate non generano armonia…
Non voglio darti pessime notizie, ma che insegnare sia un affare d’anima e di cuore – e scordati soprattutto gli Dei e la Bellezza – non sta più scritto da nessuna parte.
Fuori moda, fuori corso, fuori tutto. Anche fuori di testa. Se ci sentissero ci manderebbero in Siberia.
Cos’è la Siberia?
Scusa, se ci sentissero brinderemmo a cicuta. Più chiaro, così?
Già, per me senz’altro, è più chiaro. Anche ai tuoi tempi tirava brutta aria.
Ci riesci sempre nei panni della levatrice, vecchio Sileno barbuto…
Fare il Maestro e fare il Docente sono due cose diverse.
I Docenti mica hanno bisogno di pregare insieme ai loro allievi all’inizio dell’ora, perché le cose che dicono o che fanno siano armate di buone intenzioni, oneste nei loro confronti, utili e vantaggiose alla loro vita.
Ti immagini le facce se entrassi in classe con una simile proposta? (Non escludo che lo farò, prima o poi).
Cos’è un Docente??? Te ne sei persa di acqua sotto i ponti, amatissimo amante…
Dopo trent’anni di questo lavoro, dovrei risponderti a razzo… scusa… fulmineamente.
E invece, più il tempo passa, più ne capisco di meno.
Tira fuori il tuo contratto, Socrate! Quel bel privatissimo contratto che tu, da Maestro, hai stipulato con gli dei… Come diceva? Se un’anima sceglie di reincarnarsi per cinque volte di seguito nel corpo di un maestro… dopo la quinta reincarnazione è estromessa dalla gazzarra del mondo, raggiunge il Nirvana e chi s’è visto s’è visto.
Bello! Non escludo che in certi ambienti possa ancora far colpo.
Beh, i Docenti firmano contratti solo con i Trenta Tiranni, dentro e fuori dalla metafora. Calcola che negli ultimi tre decenni i Tiranni hanno cambiato idea almeno una mezza dozzina di volte, per carità con le loro ragioni…
Risultato: siamo una razza di reincarnati vita natural durante.
Ho raggiunto il Nirvana, in una vita sola, e per puro beneficio di legge.
E scusa se è poco.
Lo so, sgangherato come discorso, ma non capita tutti i giorni averti qui, approfittare della tua compagnia… vederti giocare con l’Artemide… è solo una lampada… come dici scusa? Che cosa mi devo aspettare da un mondo che ha trasformato gli dei in lampadine elettriche? Oh beh, questo è il minimo… se sapessi in quante cose li abbiamo trasformati!!!
Ma perché mi porti sempre dentro argomenti che non ho nessuna voglia di affrontare?
Sei speciale in questo… e mi sa che non posso darti torto. La radice del problema di solito sta sempre proprio nelle cose che non si vogliono affrontare. Qualcuno un giorno l’ha anche battezzata questa cosa qui… processo di rimozione, sì, credo si chiami così… se ti dà fastidio un ricordo, un pensiero… lo seppellisci, fingi che non esista e la vita procede che è una bellezza.
I cadaveri puzzano? Sì, hai fatto centro, poi si corre il rischio che il cadavere cominci a puzzare.
E allora niente… chi ha i soldi va da un tizio che si chiama analista che è una specie di becchino all’incontrario, dissotterra il cadavere, te lo fa vedere, disinfetta il tutto… è una cosa che ha i suoi costi. E chi non ha soldi? Boh… gli danno delle pillole credo, quelle sono gratis.
Ma adesso che mi ci hai fatto pensare… le cose cambiano. Vedi, sono anni che un sacco di gente dice le stesse cose… che a scuola si sta male, ci si deprime… parlo di tutti sai, mica solo dei docenti… ogni tanto esce un libro… qualcuno infierisce sui legislatori, qualcun altro sul vuoto pneumatico… gli americani hanno inventato la formuletta… burnout… per quelli che lavorano nel sociale, compresi i docenti… alla fine si spengono come una candela. Pensa che hanno pure cominciato a fare convegni per docenti depressi… davvero, non sto scherzando!
Non si toglie il dolore a botte di decreti e non si raggiunge il Nirvana ope legis.
Vero, parole sante. Dimmi che stiamo pensando la stessa cosa… sarebbe ora di cominciare a dissotterrare cadaveri???
Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora
Non ve la sto a fare tanto lunga… ma quest’anno scolastico sarà annoverato come l’anno dei lucchetti. Il lucchetto è il cardine dell’impegno di un Preside.
Chiusa a doppia mandata la toilette dei Docenti. Pare che non ci sia un idraulico in grado di farla funzionare.
Chiusi i cancelli della scuola. Delle quattro uscite cardinali ne funziona solo una, e l’edificio non è precisamente una cabina da spiaggia. Motivi di sicurezza. Ho visto docenti uscire scavalcando le inferriate. Uguale e preciso agli studenti.
Messi i lucchetti alle macchinette delle bibite e delle merende. Motivi non accertati.
Infine, a castagnola, incatenata la macchinetta del caffè. Fortuna che le colleghe tecnologicamente avanzate non mancano mai… thermos pieni di caffè portati da casa uscivano puntuali da borsoni da spiaggia. Clima da gita fuori porta, o da treni del Sud quando ci si viaggiava trenta ore per fare tutta l’Italia in lungo.
Genius Loci
Già, ogni luogo ha un’anima. E, fra di loro, le anime parlano.
Le anime di quelli che entrano in quel luogo, entrano in rapporto col Genio che lo abita. Se ne accorge solo chi lo sa. Praticamente nessuno.
Chi lo sa, ha buone probabilità di diventare docente skazzato. Chi non lo sa ha ottime probabilità per diventare docente depresso.
Gli allievi? Quelli sono giovani, e quindi hanno ancora il diritto all’immediatezza.
Nel senso che non perdono tempo a macerarsi dentro… ma improvvisano – giustamente – immediati gesti di difesa.
Il Luogo abitato dal Genio dei Lucchetti invita all’evasione: nessuno ha voglia di entrare, tutti cercano di uscire il più presto possibile.
Ho insegnato in vecchie fabbriche abbandonate, in containers prefabbricati, nelle vecchie stalle di una Villa Reale (asburgica, francese e savoiarda), in villaggi scuola con quattromila allievi, in moderni edifici vetro-cemento, in aule prestate dagli oratori… non ricordo edifici accoglienti. Tranne due casi, in trent’anni. Di un Preside che sapeva che il luogo va soprattutto fabbricato dall’interno e così aveva trasformato la sua scuola in un grande laboratorio di cose da far vedere… piramidi egiziane comprese. E il caso di una scuola media progettata da un architetto che sapeva che la scuola va soprattutto abitata. Aule-giardino e laboratori connessi come fossero grandi stanze di un singolo appartamento… il Rinascimento italiano ogni tanto resuscita, ma non lascia grandi tracce.
Grandi cubi di cemento, con dentro piccoli buchi quadrati è il massimo dei risultati ottenuti dall’architettura scolastica. E poi si apre il capitolo manutenzione.
A parte il cadavere di una piscina, vetrate rotte, invasione di rampicanti, muffe sgorganti come le aliene gelatine di Blob… a parte il giardino-discarica delle vecchie lavagne, delle sedie senza gambe, delle cattedre sfondate… l’interno della mia scuola gode di finestre sempre chiuse perché rotte, di tapparelle sempre fisse perché andate, di veneziane sventagliate che non riparano dal sole neanche a forza di riti vudù, di porte che non chiudono – le uniche che dovrebbero garantire tale bisogna –, di immense vetrate inaccessibili alla pulizia ordinaria, di colori interni che vanno dal grigio antracite al fumo di Londra.
E questo sarebbe anche sopportabile. Anzi, quasi logico. Se il tutto fosse immerso in una triste landa padana, per esempio, nebbia, pioggia e capannoni industriali… chi ne potrebbe soffrire?
Ma là a due passi, e dalle scale antincendio si vede bene… c’è uno specchio blu di lago che vien voglia di mangiarselo, e svettano pini e oleandri, e le colline forse non si prendono lo sfizio di diventare troppo verdi??? Sfacciatamente verdi.
C’è il Genio di Artemide là fuori. Diana la Bella lancia richiami azzurri ad ogni folata di vento. Chi scommette un soldo bucato sul Genio dei Lucchetti???
Le scale antincendio sono le più abitate, d’inverno perché è l’unico luogo caldo, arriva il sole, dentro i caloriferi sono sempre gelati; e in primavera il perché lo capite da soli.
Le aule poi urlano desiderio di fuga da tutte le parti. Pareti scrostate, istoriate, graffitate… retro di calorifero imbottito di carte di merende, orme di pedate anche sui soffitti. Quasi per gioco e senza sperarci molto ho imbiancato l’aula con i miei allievi… lungi da me mille miglia il tentare di spiegare loro la gravità del genius loci, tanto quello si spiega da solo. Qualche mese dopo tutti gli allievi hanno preteso di imbiancarsi le proprie aule, aggiungendo anche murales e decorazioni varie.
(Che schifo questa scuola di imbianchini… il commento più delicato…)
Hanno abitato ambienti più igienici e puliti, ma, non potendo più prendersela con il loro lavoro, hanno aggredito le pareti esterne e i vetri delle finestre. Bombolette spray riciclate in dichiarazioni d’amore e in pubbliche accuse di tradimento. I vocaboli ce li mettete voi.
Ma è sempre tanta la renitenza ad entrare, la voglia di scappare.
Terapia: severità severità punire punire. Dopo cinque entrate in ritardo si buttano fuori. Non li si fa più entrare. (Infatti non chiedono di meglio). Questo alto tasso di frequenza intermittente va estirpato con la forza. Ci vogliono lucchetti.
Un secondo dopo si mette mano al Progetto Accoglienza, perché, si sa, se la scuola non ha un buon Progetto Accoglienza, le iscrizioni si abbassano.
Loro sono venticinque. Eccomi qua, l’Asino Grigio e i venticinque puledri giovani e bianchi. Chi scommette un soldo bucato sull’Asino Grigio???
E poi l’ho presa stamattina la pastiglia vitaminica over-cinquanta? E chi si ricorda più. Sole perpendicolare, cielo azzurro, incoscienza in circolo, ormoni all’attacco… da quando in qua mi sta stretta la parte della professoressa scema che si fa fregare?
Sulle scale antincendio tiro fuori distrattamente un aneddoto di storia. Butto là una domanda, spiego un vocabolo. Raccogliessi energia dai loro pori, farei partire un TIR. C’è solo l’auriga pazzo che li governa, quello della fame e della corsa.
Devo fare uno sforzo tremendo per ricordarmi di quello che fu il mio.
Dalla mia un solo vantaggio: io lo so che verso latte e miele solo sull’altare di Artemide.
Caro Ministro, fammela la domanda, telefonami almeno una volta, chiedimelo perché arrivano analfabeti all’Università.
Dream
(Vi avviso: capitolo patetico)
Grandi. Dicono tutti che devono essere grandi… i Sogni. I miei allievi sognano di diventare Totti e di andare al Grande Fratello. C’è anche chi ha il diritto di sognare di diventare Presidente degli Stati Uniti. Pieno di gente così che sogna di diventare miliardaria.
Il motivo c’è: più il sogno è grande e più è innocuo.
Sono i sogni piccoli, i più pericolosi.
Riccardo Cucciolla. Anni Ruggenti, il film. Mai visto? Il contadino vissuto sempre in caverna… che scrive al Duce per avere una finestra. Ha perso la moglie, e poi il figlio restando vedovo del tutto. E sogna di avere la finestra che non ha mai avuta.
Questo è un sogno che fa paura, perché è infinitamente piccolo. E proprio per questo non scende più a patti con niente, né rischio né caso né fortuna né possibilità.
Un sogno piccolo non esaudito è arsenico puro in tutte le pieghe dell’universo.
Un sogno piccolo non esaudito tracolla dall’ultima galassia e ancora continua ad urlare nel vuoto.
Un sogno grande non esaudito se lo scorda anche chi l’ha sognato.
A me d’inverno capita di sognare di poter andare a lavorare in una stanza calda. Con le finestre aggiustate e i vetri puliti. Non mi interessano tende, sedie comode, quadri alle pareti. Solo una stanza calda. E sarebbe tutto. Punto.
Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora
Ore 15. Luglio africano. Da sette ore si ascoltano candidati, si riempiono verbali, ci si gioca a dadi una pala di ventilatore.
Borse termiche, thermos di caffè… usciamo che sembriamo le fagottare di Ostia mare.
Ci aggrediscono due operatrici scolastiche. Non lo sapevano che saremmo uscite alle tre del pomeriggio. Devono restare a fare il turno fino alle sei, per ordini superiori. E non hanno una beata minchia da fare.
«Mi dispiace…» farfuglio prima di catapultarmi sulla scala.
Del disguido degli ordini superiori… capiscono le bidelle, che era quello che dovevano capire.
Mi dispiace che loro non abbiano visto che abbiamo fatto esami con le lavagne che trasudavano il gesso di tutto l’anno scolastico, scolpite ancora a futura memoria le equazioni algebriche del 30 di maggio.
Mi dispiace che loro non vedano quei due gerani nell’atrio cementati in una zolla sahariana che non ha più nemmeno il coraggio di dire che ha sete.
(Vogliamo parlare del resto?)
Mi dispiace che il Genius Loci abbia colpito là dove veramente voleva colpire.
Finalmente ha mandato in sottovuoto ermetico anche il cervello.
Genius personae
Non ridere sotto la barba che tanto ti vedo… Tu me l’hai detto che dovevo dissotterrare cadaveri, e il primo che mi è venuto in mente è quello del luogo di lavoro. Banale, lo so, non mi è venuto di meglio. Anche meschino? Sì certo… sai che novità sapere che in tutti i pollaietti che si rispettano ci si sta a stracciare le vesti facendo finta di non vedere quello che non si vuol vedere eccetera eccetera.
Non lo sopporto più, tocco il fondo della meschinità, mi fa schifo lavorare dentro lo sporco, lo sciatto, il trasandato, l’abbandonato… dentro tutto ciò che è brutto.
Certo che era molto meglio il mercato del Pireo. Cento volte meglio, e non far finta anche tu di non capire.
E allora senti anche questa: siamo una delle otto potenze economiche mondiali e questo è il luogo di lavoro in cui dovremmo trasmettere saperi, cultura e buone maniere. Che fai? Non ridi più?
Sono andata a scuola in piena ricostruzione post-bellica. Appesi alle pareti c’erano i disegni delle bombe a mano… se le vedi non toccarle… Nient’altro, perché carte colorate e gingilli vari erano un lusso.
L’inchiostro nel calamaio, e cinque pastelli. Un grembiule nero. Due quaderni, uno a righe, uno a quadretti.
I vetri erano puliti, e anche la lavagna.
Questo si chiama decoro della povertà.
Mi spieghi perché dovrei scendere a patti con la sporcizia della ricchezza????????
Ok, ok… più dentro che fuori dalla metafora. E spegni il televisore che tanto non te lo spiego chi è Moggi.
In questo luogo che già dal primo lucchetto t’invita a veder il mondo color di rosa, e nel quale, non mi vergogno a dirlo, spesso sono entrata con la boule di acqua bollente nascosta sotto il cappotto… in questo luogo entrano persone.
Col peso dell’anima sulle spalle, tutte, giovani ed adulte. Il loro privatissimo Genio caracolla al loro fianco. Lascia stare, qua non ci ascolta nessuno, possiamo dirlo fra me e te come stanno veramente le cose.
Per motivi diversi, ma tutti vorrebbero essere da un’altra parte. È così chiaro… che anche il sole a paragone mi diventa un lumino votivo.
Tra colleghi basta un incrocio di sguardi, anche il saluto è superfluo nell’ultimo secondo in cui ognuno può ancora stare solo con se stesso e maturare, proprio a se stesso, l’addio.
Si firma, si agguanta un registro… si va. Un attimo ancora, e saremo travolti da una doppia colonna di TIR. Stretti in bocca i pochi denti che restano imploro energia sfogliando a memoria le orbite di tutti i pianeti.
Nella mia prima reincarnazione gli allievi in piedi al loro banco attendevano in silenzio il prof. e lo salutavano.
Nella mia seconda reincarnazione gli allievi seduti al loro banco attendevano in silenzio il prof. e lo salutavano.
Nella mia terza reincarnazione gli allievi parlottavano a gruppetti sparsi nella classe, intravedevano l’insegnante, correvano al banco, si sedevano e, in silenzio, salutavano.
Nella mia quarta reincarnazione gli allievi ridevano e squittivano a gruppetti sparsi, si strattonavano braccia e spalle, qualcuno a voce alta reclamava una dritta o una risposta. Io mi fermavo sulla soglia, e nel giro di tre minuti, con calma, raggiungevano i loro banchi, si sedevano, e mi salutavano.
Nella mia quinta reincarnazione gli allievi sparsi dovunque, fra classe, corridoio e cessi, alla mia vista sgomitando di corsa rientravano in classe, perpetuavano ombre di libertà girando fra banchi spostando sedie inciampando sugli zaini, emettendo imprecisati gridolini isterici ogni volta che uno spigolo di banco entrava in rotta di collisione con le cosce e con le pance… dopo cinque minuti si sedevano e mi salutavano.
Nella mia sesta reincarnazione imbocco il corridoio… stanno nei cessi, sulle scale antincendio, ammassati alla porta come cavalli di Frisia, i più scafati ancora nell’atrio si gingillano con la prima lattina di coca e con l’ultimo boccone di pizza…
Uno mi urla all’orecchio che il compito non l’ha portato, uno mi urla alla spalla destra una domanda attorno al programma della lezione odierna (traslescion: ah professorè ma che faaaaaaaaaaaaamo oggi????).
Ce ne sono due che mi urlano alla spalla sinistra l’elenco completo dei compagni non ancora presenti (quello sta ar cesso, quell’artro sta in segreteriaaaaaaaaaaa)…
Dribblando i cavalli di Frisia, dentro l’aula m’investe la pogata quotidiana.
Corpi che si stratificano in orizzontale sui banchi, in totale assenza di conversazione, ma in compenso le urla mettono in forte discussione la decimale gradazione dei decibel. A brevi scadenze, dalla massa informe si stacca una Nike maschile che sferra un calcio a una natica femminile, poi sarà la Nike femminile a trastullarsi con la natica maschile. Le strattonate sono un bel ricordo dei tempi antichi. Gli spintoni effluviano, esondano, tracimano. Qualcuno a terra, qualcun altro ci andrà già sollevato sulle spalle da un compagno. Che io sia entrata o no, non interessa una beata minchia a nessuno.
Entrano i ritardatari, che non vanno al banco, ma trovano naturale la loro estemporanea partecipazione alla prima pogata della mattina. Scappellotti, lanci di sinistro al torace, gomitate ai fianchi, Nike a un metro e mezzo da terra in collocazione ormai fisiologica.
Esistono sempre due marziani che stanno seduti in silenzio al loro posto. Incrocio i loro sguardi. Il mutismo ci rende più complici e più impotenti.
Non basta la pastiglia over-cinquanta, solo una pista di buona neve aumenterebbe le mie prestazioni.
Sono bambini? No, vanno dai diciassette ai vent’anni. I due terzi di loro mi sovrastano di una testa e mezza. Le Nike vanno dal 39 al 45.
Sono i poveri, i borgatari, i sottoproletari di turno, i disadattati, gli emarginati, i derelitti e abbandonati, i difficili, i disagiati, i Franti di antica memoria ma come simulacro funziona ancora?
Ma come fanno a venirvi in mente certe cose? Datemi uno dei loro cellulari e mi pago il mutuo per tre mesi.
Siccome il Ministero non mi passa ancora la pista di neve, mi siedo e mi do alla meditazione Zen.
Rilke è rimasto a casa, insieme alla mia anima. Mi stava raccontando di quando ha visitato gli Uffizi per la prima volta. Visualizzo Lippi e Botticelli… la Bellezza esiste, è già uno zatterone su cui imbarcarsi. Della mia anima ho notizie incerte, ne rientrerò in possesso a luglio, fino al trenta di agosto. Grasso che cola. Adesso giochiamoci per l’ennesima mattina la parte dell’istrione. Per quanto ancora? Fino a sessant’anni? Sessantacinque?
Abbozzo il tentativo di un appello, dopo venti minuti loro forse decidono di mettersi seduti. Gambe di sedie e di banchi tentano di trivellare il pavimento. Qualcuno risponde, qualcuno no. Sguardi persi nel vuoto, catatonia pupillare, hanno intuito che la pogata è finita. Metà della classe si mette a pensare su come deve fare per sopravvivere la prossima mezz’ora facendo finta di esserci. Preparano le cuffie del cd, attrezzano sms col cellulare, toccano il sacchetto della pizza, guardano fuori dalla finestra, rifilano pedate alla sedia davanti provocando l’ira del compagno. Un quarto della classe si sta ricomponendo a rilento, sgomitano, soffocano risa, improvvisano il verso del maiale o del piccione, rimbalzano un po’ sulla sedia come rimbalza una palla dopo un bel tonfo. Il quarto rimanente vorrebbe far lezione, ma non si può permettere di darlo tanto a vedere. Se mi faccio venire la folle idea di chiedere che tirino fuori un quaderno e una penna, vanno via altri dieci minuti. Ricerca neanche tanto affannata, richieste varie di fogli e di penne, perché metà della classe non ha il materiale. E perché dovrebbero… fra pizza, cellulare, cd portatile, mazzo di carte e calcolatrice, si è già raggiunta la soma massima di sopravvivenza.
La comunicazione podologica mi irrita quanto una cimice nel letto. Le loro urla gliele rifarei ingoiare con cucchiate di cianuro. La loro imbecillità anabolizzata mi costerà un intero pomeriggio di resettaggio energetico.
La pantomima si ripeterà almeno quattro volte nell’arco della mattinata, ad ogni inizio dell’ora. Di questi esemplari… me ne godo ottantadue al giorno.
Avete qualche dubbio??? Certo che li odio. Alla sesta reincarnazione ho cominciato a odiare… e qualsiasi quantità di odio voi stiate immaginando ora… ritenetela sempre approssimata per difetto.
Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora
Pare sia andata così, in un mattino di marzo o giù di lì. Hanno rubato il Pronto Mobili dall’armadietto della bidelleria.
L’hanno spruzzato tutto sulla soglia della porta dell’aula.
E poi si sono messi ad aspettare quello che avevano in mente di aspettare.
La collega è entrata, è scivolata, si è fratturata una vertebra.
Per aver il piacere di veder un’insegnante cadere, lo rifarebbero di nuovo. Così hanno detto. Nessuno li ha denunciati. Credo che se la siano cavata con un paio di giorni di sospensione con obbligo di frequenza. La collega non è più tornata al lavoro.
Sono piccoli? Sì, molto piccoli. Hanno tutti il diritto di voto.
Non affannatevi a rifarvi il trucco con i buonisti pensieri: l’odio è reciproco.
Tragos
Vedi come sono brava? Adesso ti parlo di cose che conosci, così ti levi finalmente quel mascherone da malcapitato che ti si è incollato sulla faccia.
Una bella tragedia, Socrate mio. Ce ne andiamo a teatro, io e te, due cuscini, una ricotta freschissima, una fiasca di vino annacquato, e ce ne stiamo lì fino a quando il sole si tuffa a mare e dal cielo scende un dio che risolve tutto quanto.
Una bella tragedia greca come gli dei comandano… non ti va l’idea?
No eh… non mi puoi perdonare nemmeno il secondo cadavere che ho dissotterrato.
Quel bello spettacolo di giovani, insieme ai quali dovrei crescere, creare, lavorare… dire e fare qualcosa di utile eccetera eccetera, tutte le sante mattine che li vedo, e tutti i santi pomeriggi che cerco di capire che cosa possa poi fare il giorno dopo… mentre quella strega di Atropo prende le misure del mio filo…
Un vero peccato che tu non mi segua, che neanche tu riesca ad intuire che oggi le tragedie sono state espulse dai loro luoghi deputati… sono scese dalle belle gradinate di roccia, strisciando infide e bieche come vipere, piano piano vanno a fare il nido altrove, sputano veleni là dove non avrebbero mai dovuto penetrare, e non pretendono applausi quando la notte le ingoia.
Qual è il problema se Oreste uccide la madre, se Medea avvelena i suoi figli?
Poi le gradinate si svuotano, i mascheroni vanno a dormire nei carri, gli attori tornano a casa a baciare la madre, a riabbracciare i figli.
Siamo diventati civili, Socrate. Ci hanno fatto diventare così civili che ogni bipede umano che vedi camminare adesso, è costretto d’ufficio – e a sua totale insaputa – a incarnare da solo il suo privatissimo tragos.
Oh, non è difficile come pensi… è un giochetto di prestigio di infimo livello.
Qualcuno scrive un copione, ma non lo dà in mano a un attore solo. Oggi come oggi ci sono mezzi con cui puoi mandare quel copione a milioni di persone nel tempo di un amen. E poi li puoi anche convincere a recitarlo. Li convinci così bene che potrebbero ucciderti se vai a dire loro che sono diventati i burattini di Mangiafuoco.
E lo sapevo che avresti preteso un esempio… Pensa te che ho l’imbarazzo della scelta. Se cito Auschwitz o Norimberga, non ti dicono nulla vero? Piazza Venezia? Men che meno.
Se ti parlo dell’ultimo copione sulla guerra? La guerra la conosci, no? Spartani, achei, troiani… questi sì che ti dicono qualcosa. I soldati partivano e sospettavano che in guerra si rischia di morire. Anche chi li vedeva partire, lo sospettava. Anche i generali che ce li mandavano, lo sospettavano.
E non dirmi che è più banale di un’oliva col nocciolo.
Hanno riscritto il copione. Oggi i soldati partono armati fino ai denti per andare a far la pace. E adesso sputa l’oliva, che rischi di soffocare.
Ci credono tutti: è il copione più bello che sia mai stato scritto. E poi? Poi niente, quando le bare ritornano a casa, indossano tutti un’espressione tipo… ma come diavolo è mai potuto succedere? È quell’imbecille di Atropo che ha tagliato i fili nel posto sbagliato. Non si tagliano fili impunemente in zona di guerra. Ci devono credere tutti, e tutti ci credono: dal Presidente della Repubblica, agli orfani alle vedove ai genitori. Le vedove di pace, presumo che siano chiamate così adesso, vengono intervistate dai giornalisti che fanno la solita domanda… che cosa sta provando signora? Rispondono, da copione, che non avrebbe dovuto morire chi era partito per fare la pace.
Scippato anche il diritto di essere divinamente Andromaca.
Che sia guerra, è vietato dirlo. Poi si rischia che la gente si spaventi troppo…
Si chiama… manipolazione di massa. Sì, si chiama così. Ma anche qui è stato riscritto il copione… oggi la massa deve sapere che non c’è più in giro nessuno che si sogni di manipolarla. E ci crede. Ci deve credere. Giochetto di prestigio da leccarsi i baffi.
Io sono un’operatrice della scuola di massa.
Bella novità dici tu. Eh no caro mio, qua adesso ci buttiamo sui distinguo.
Di questa massa. Io sono un’operatrice della scuola di QUESTA massa.
Questa massa, che ha in mano un copione che neanche Euripide, avesse scritto ancora un milione di tragedie, ci sarebbe mai arrivato.
Adesso sì che fai il curioso… lo vuoi conoscere il canovaccio che ciascuno andrà a produrre con le sue battute, con le sue papere… ma senza mai discostarsi più di tanto dal prologo e dall’epilogo…
Ti ho manipolato, Socrate! Alla fine ti ho convinto a venire a teatro con me.
Che dici? Usciamo dalla comune?
Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora
«Ma poi, era su moije, vero?»
«Noooo… Dante non ha mai sposato Beatrice. Ha sposato Gemma Donati».
«Eh ma che str… amava Beatrice e ha sposato un’altra???»
«No, scusate. Beatrice è la sua storia d’amore… ma poi lasciamo stare Dante. Voi avete l’età giusta per averlo capito… che innamorarsi trasforma, ci fa vedere parti di noi che non sapevamo di avere… l’esperienza d’amore ci cambia o no?»
«Ehhhhhhhhhhhh professorè… ma chi ci crede più!»
«Chi ci crede più a cosa, scusa?»
«All’amore no? Io nun ce credo più!»
«(Bel record a diciott’anni…) E perché non ci credi più?»
«Ma ccome, nun lo vede che tutti i matrimoni finiscono cor divorzio???»
«Ma perché scusa… amore e matrimonio sono la stessa cosa???»
«ECCERTO NO!»
Star’s dust
Questo è un bel cadavere marcio. Di quelli che sono stati seppelliti così di fretta che nessuno si è ancora sognato di affibbiargli un nome.
Abbiamo due indizi per riesumarlo: quello stronzo di Dante che non ha sposato Beatrice, e la cera sul pavimento per far cadere l’insegnante.
Se vuoi scardinare le serrature dell’anima, ti servono due piedi di porco, sempre quelli: uno si chiama odio e l’altro si chiama amore.
Lo so vecchio pazzo che ai tuoi tempi era normale, e quel povero Platone non reggeva il tuo ritmo a stenografare digressioni varie e notturne sull’anima e sull’amore, che poi ne hai parlato una volta di troppo e ti hanno fatto fuori.
Le masse manipolate le riconosci da questo: devono amare e odiare secondo copione, tutti allo stesso modo. Perché mai ti sei messo a raccontare a destra e a manca che occorre rinviare il copione al mittente, perché Eros, quello vero, quello che è divinamente Eros, predilige gli uomini liberi e non si fila di pezza il pecorame?
Bella cappellata che hai fatto, Socrate mio. Beh, allacciati le cinture, perché adesso, tu ed io, rifacciamo la stessa identica cappellata.
Il mio pecorame, pardon, i miei allievi… si giocano un copione rozzo, riguardo all’odio e all’amore.
L’amore è quello di mamma e papà, che si sono sposati, poi si sono tenuti stretti stretti e sono nati loro. L’odio è ancora più facile: è sufficiente odiare tutti quegli scassacazzo che li vorrebbero trascinar via dai loro giochi preferiti, palestre, pogate, playstescion, sms, motorino, piscine, discoteche ed altre varie amenità. Nella fattispecie gli unici rimasti: gli scassacazzo dei docenti. Punto.
Spartito facile facile, che l’abbiamo suonato e ballato tutti quanti, nel tempo di nostra vita mortale quando era normale suonarlo e ballarlo… diciamo fra i sette e i tredici anni?
Poi si prendeva la prima tramvata per il ragazzino della porta accanto, al primo tre in pagella si prendevano pedate nel culo… e allora si intuiva che da qualche parte il copione doveva andare rimaneggiato.
Di solito, da qui cominciava l’adolescenza.
Che caspita è l’adolescenza? Lo so che tu non l’hai mai vista. Ma la cosa ancora più buffa è che oggi tutti credono che sia sempre esistita… Devono crederlo, fa parte del copione.
E vuoi saperne un’altra? Ci sono pezzi interi di pianeta, e neanche tanto piccoli, in cui non è ancora comparsa, ma anche questa cosa nessuno la deve sapere.
L’adolescenza è un affare del mondo ricco, civilizzato e tecnologicamente avanzato.
È una mutazione sociale della specie che vive in questo preciso habitat.
In teoria l’hanno inventata gli antichi romani. Già, sono arrivati ad Atene, ma tu te n’eri già andato. Ma non ti preoccupare, molti ateniesi l’hanno capito subito che erano solo barbari pecorari.
Ma tecnologicamente avanzati. E davanti al nuovo che avanza, chi vuoi che si tiri indietro?
La prima civiltà mediterranea che ha capito che aveva bisogno di maschi addestrati.
Alla guerra, al governo, all’economia, ai tribunali, all’amministrazione…
Prendeva i maschi, non tutti, e li addestrava. Li ha chiamati adolescentes.
Puer, adolescens, vir: la fulgida carriera del rampollo romano, la prima mutazione sociale della specie.
Le donne? Più che sufficienti per loro i ritmi ancora imposti da madre natura, dopo la prima mestruazione scodellavano figli. Puella et domina. Ed era anche troppo.
La donna adolescente ha fatto la sua comparsa solo da qualche decennio. E ti assicuro che si vede. Sui banchi di scuola, chi ha occhi attrezzati per vedere, lo nota ancora.
Non basta un amen per mutare la specie. Un amen è sufficiente solo per distruggerla.
Ci vogliono sofisticati meccanismi economici, oliatissimi ingranaggi politici, e una sana dose di violenza culturale.
Solo così la specie muta, e sopravvivono solo gli individui che si adattano. Non per scelta, ma per selezione.
Ti sarebbe piaciuto il vecchio Charles, ma non credere che sia scontato. Lui va bene per le farfalle, per le giraffe e per le iguane. Vietato dire che è anche applicabile alla specie umana. Lo vieta il copione.
Eppure sono due millenni ormai, che viaggiamo così di mutazione in mutazione, scardinando leggi norme e comportamenti, inaugurando ad ogni giro di boa il nuovo trovarobato delle etiche prêt-a-porter, il grande magazzino degli alibi morali, stuprando cellule dentro e fuori dalla metafora… eppure continuiamo a crederci l’eterno unico immodificabile sale di questa terra. Lo vuoi dire tu? Sì, dai, dillo tu… fa parte del copione.
Dalla mia prima alla mia terza reincarnazione ho fatto in tempo a vedere gli adolescenti.
Somigliavano ancora vagamente al vecchio modello romano: in qualche modo intuivano che adolescere significava attrezzarsi per diventare adulti, prendersi in mano la propria vita e andare a sostituire i vecchi che, da che mondo è mondo, sono fabbricati per essere sostituiti.
Entravano in classe ancora con l’idea che era logico poterti derubare di qualche trucco, di carpirti qualche istruzione per l’uso. Intuivano che trasmettere nozioni informazioni e saperi, ha qualcosa a che fare con delle note testamentarie. Ma sì, prendetevi ’sto lascito, e poi fatene quello che volete. Ho fatto in tempo a vedere qualcuno che ha avuto l’iniziativa di impugnare il testamento.
La scuola è un affare di vita e di morte. È l’unico valido motivo che può giustificare il fatto che si rinchiudano giovani e vecchi nello stesso luogo per sei ore al giorno tutti i giorni della settimana.
Solo il monito della morte può tenere in piedi una follia del genere.
Prendete dalle nostre mani che stanno andando a morire quelle quattro carabattole che vi possono servire per andare a vivere…
È un modello che per qualche secolo ha funzionato. Per i maschi soprattutto. Per le femminucce è un capitolo a parte.
Esiliare madre natura dai corpi degli uomini non è un accidente di poco conto.
È una mutazione sociale che lascia cadaveri da tutte le parti. E in duemila anni non abbiamo ancora finito di contarli. Ma non si resta civili e tecnologicamente avanzati se non si seminano cadaveri.
E poi insomma basta con queste corbellerie… che differenza c’è, Socrate, se ai tuoi tempi quindici anni bastavano per essere adulti mentre adesso una trentina non è ancora sufficiente? Sarà mica una tragedia due decenni in più o in meno… sì lo so che madre natura è convinta del contrario, ma, permetti?, chissenefrega di madre natura?
Una specie può mantenersi uguale a se stessa anche per centinaia di migliaia di anni… basta che il suo habitat non subisca trasformazioni.
Può trasformarsi in pochi mesi se tra capo e collo si manda in frantumi l’equilibrio dell’ecosistema. Ci vuole un disastro ecologico: le specie allora possono sparire del tutto o possono anche riadattarsi diventando un’altra cosa. Ma ci vuole un disastro ecologico.
Noi del secolo ventesimo sappiamo tutto sui disastri ecologici… taratogenesi da radioattività, cancri ambientali, pesci al mercurio, ghiacci che si sciolgono… ci fanno un baffo. Perché li sappiamo affrontare??? Naaaaaaaaaa… perché facciamo finta che non esistano. Da copione.
Non ti dico poi di quelli che vanno ad attaccare direttamente la nostra di specie, che ci stanno proprio sotto il naso e che un millimetro in più ci affoghi dentro con tutti i piedi. Tripla carpiata all’indietro, censoria pennellata di nero… e chi è quel cretino che ha il coraggio di dire che siamo in pieno disastro ecologico?
Eppure, se è vero che se un diciottenne viaggia con gli schemi mentali di un bambino di sette anni allora si ricorre ai ripari cercando medici esperti e terapie… è altrettanto vero che quando il fenomeno prende forma dentro le geografie della massa… non servono più i medici.
Questo è un disastro ecologico.
È una specie che si sta attrezzando per la nuova mutazione prossima ventura.
Non ci stracciamo le vesti, no. Anzi. Gli adulti aiutano alla grande. Sono obbligati da copione. Si sa… la vita è tragica… ma la cascia l’aggi’a truvà.
Si prende tempo, sta’ fetenzia di modello economico ci chiede tempo (e Dio solo sa se ce l’abbiamo)… Tanto c’è la laurea breve, e poi vai all’estero, magari viaggi… poi cambi lavoro, ti butti in un call-center, fai il co-co-co, pensa com’è di moda, fai il flessibile… imparare un mestiere? Eh bell’e mammà, poi rischi di andare a lavorare sul serio, ma non li vedi al Grande Fratello che sono belli e giovani a trent’anni con tutta la vita davanti a loro?
Non c’è uno straccio di orologio biologico in tutto il pianeta che possa scendere a patti con questo bel programmino. Ma è obbligatorio crederci.
Infanzia allungata, adolescenza scippata, età adulta inconsistente.
Questo è un disastro ecologico. Come mandare in polvere le stelle.
Chi lo sa ha buone probabilità di diventare docente skazzato.
Chi non lo sa ha ottime probabilità di diventare docente depresso.
Rallenty
Ci starebbe bene anche moviola, ma non sia mai di rischiare di rinunciare alla propria dose di inglese quotidiano.
E poi… rallentare suona meglio. Contro la frenesia della vita moderna si sprecano sempre carciofi e dosi industriali di elogi della lentezza.
Sei stressato bimbo mio? Siediti sulla riva a guardare il fiume che scorre.
Ricordati di mettere la sveglia, la mattina all’alba, segnatelo sull’agenda… scegliti un fiume e buttaci tre ore della tua domenica. E poi vedrai con quanta letizia affronterai la settimana che verrà.
Ci credono in molti. I libri che parlano di fiumi che scorrono vendono milioni di copie.
Sono trentadue anni che sto spiaccicata sulla riva. Non esiste mestiere più rivaiolo di quello del docente. Trentadue anni di fiume che mai si scolla dalla fase torrentizia.
A tua insaputa ti si fabbrica addosso un cervello da coazione a ripetere, un onanismo mentale percussivo che starebbe bene solo dentro un capitolo di un manuale di psichiatria.
Trentadue anni di teen-agers che stanno sempre come le mosche d’ottobre contro i vetri, meno acneici di trent’anni fa, ma più anoressici e più bulimici.
Ma questo è solo un accidente dell’occidentale civiltà.
Sia chiaro per tutti: non siamo traghettatori. All’altra riva saranno portati da barche pilotate da altri. È sull’altra riva che troveranno i guru scafati della modernità, quelli che prometteranno loro tre ore domenicali di fiume che scorre da contrabbandare come terapia contro la violenza dell’esistere.
Noi guardiamo. Lentamente, molto lentamente, noi guardiamo.
Lo Zen ci soccorre. Stampella unica ed ultima del docente skazzato.
Ripasso alla moviola i quintali di patatine fritte che mi hanno divorato davanti agli occhi, i duplo le fieste i kinder, sputacchiati dalle macchinette, le bruschette salate le girelle di liquirizia gli estathè… qualcuno di loro avrà già trovato il guru che li ha convertiti alla purea di fave, alla pasta e ceci e alla zuppa di farro?
Qualche ex allieva mi telefona… sono quasi tutte sui trent’anni, senza uomo senza figli senza lavoro stabile. Troveranno un guru che saprà convincerle che i figli si possono fare anche a quarant’anni… e che quarant’anni di markette per la pensione possono essere maturati anche arrivando a settant’anni… in fondo c’è ancora un gran pezzo di vita davanti a sé tutta da vivere…
Alla moviola ripasso tutto il loro tempo snervante da sala d’attesa da fila alla posta da traghetto bloccato nell’afa d’agosto.
Qualcuno passa a scuola a trovarci dopo qualche anno… lauree brevi mai portate a termine, qualche lavoretto sporadico e al nero. Mamma e papà pensano al tetto, e ad offrire un letto per l’amore.
Passano più di due decenni a lottare per ingraziarsi il vantaggio dei contraccettivi, e poi consumeranno qualche anno a lottare contro una vigliacca sterilità.
Gli ormoni restano sordi al lungo canto delle Sirene della modernità.
Ma intanto a scuola si scorre. Molto lentamente si scorre.
Una vita lunga e spensierata ci attende. Fino in fondo giochiamoci la prodigalità divina del copione.
Kit, colt, cult
Il benvenuto fra gli Immortali te lo dà la puzza di piscio.
Filtra assorbe disinfetta igienizza deodora… ma percorrendo auspici simmetrici ed opposti a quelli del martellamento pubblicitario sull’alta tecnologia dei pannoloni.
Solo tu ne sei assorto, filtra e invade le nari, attacca le tonsille, impregna di sé il più fetente e fetido dei tuoi pensieri.
Puoi scegliere: o fuggi, o cerchi un cesso per vomitare, o scendi in apnea.
Io scendo in apnea. È il prestigioso vantaggio degli asmatici cronici. E io ne so qualcosa. È l’unico caso in cui il respiro tagliato ed asfittico può venirti in soccorso.
BENVENUTO all’Ospizio!
Alla Casa di Riposo, alla Residenza Sanitaria Assistita, alla chiamala un po’ come ti pare… BENVENUTO fra i vecchi dalla vecchiaia allungata, benvenuto nell’anticamera della Morte!
Fra tutti i Docenti skazzati che puoi incontrare, esiste una categoria a parte, che poi sarebbe quella più skazzata di tutte.
Età media: fra i cinquanta e i sessant’anni.
Sesso: tutte donne.
Caratteristica principale: hanno vecchi ottuagenari di cui dover prendersi cura, hanno figli ventenni che stanno tentando di raggiungere una irraggiungibile riva.
Transitano dentro il rosso del loro autunno strattonate quotidianamente da giovani che si rifiutano di crescere e vecchi che si rifiutano di morire.
E giovani e vecchi sanno abilmente riciclare dentro la sublime macroeconomia dello Stato, quella fetta miserrima di reddito che loro producono.
Et voilà, sioriesiore, quella fetenzia di vita degli adulti attivi di sesso femminile, non ancora toccati dal benefico soffio della demenza, ma già transitati in quella stagione della vita in cui sarebbe più doveroso e istintivo pronunciare un vaffanculo… piuttosto di un vieni qui non pensarci che tanto ti aiuto io.
Generazione esente dal diritto all’orfanità. E cosa ancora peggiore, dal diritto di essere sostituita dai giovani. Siamo le uniche a rimpiangere seriamente i sapienti progetti di Madre Natura, più sapienti senz’altro di questa artificialità di vita programmata dalla occidentale civiltà.
Sempre se hai voglia di chiamarla Vita.
Svegliatevi una mattina, e provate soltanto ad immaginare una piccola parte di quella rabbia che cova silente sotto i loro capelli brizzolati o tinti.
Non vi consiglio di immaginarvela tutta, perché ne rimarreste travolti e uccisi.
Cosa ho detto? Rabbia? Merce esportata momentaneamente su un altro pianeta dal melenso buonismo dilagante.
Eppure ci sono giorni che se potessi comprimerla tutta e infilarmela dentro gli occhi, giuro, ridurrei di sale chi osasse incrociare il mio sguardo.
Lo so, perché la vedo rispecchiata spesso negli occhi di quelle mie colleghe, che dopo sei ore passate a sopportare il bambocciante adultismo degli allievi, saranno risucchiate il pomeriggio dai vecchi malati, invalidi, piscianti, ed immortali.
La cifra degli ultimi dieci anni della mia vita? Antri d’attesa, ASL, Ufficio Invalidi, pratiche pratiche pratiche… per comode, per sedie a rotelle, per pannoloni, per riconoscimenti di invalidità (si scopre che in Italia se uno è invalido al 100%, poi deve dimostrare che si è aggravato se vuole avere il diritto all’assegno integrativo), per case di riposo… ed evito ospedali cliniche medici fisiatri ed analisi cliniche.
Prima per mio padre e dopo per mia madre, tutto doppio giustamente, e forse, da figlia di nomadi, sono stata baciata dalla fortuna. Gli stanziali possono trastullarsi fino al terzo grado dell’affinità parentale.
Sissignore, dai quarantatre anni in poi si impara a convivere col tanfo di morte, senza il privilegio di poter pensare che si tratti della tua. Solo una permanente prova generale. Un altro tipo di onanismo percussivo che ti trapana il cervello.
Non ci sarò più quando il disastro ecologico sarà assorbito dai nuovi equilibri: quando finalmente sarà ripristinato il sacrosanto diritto all’orfanità. Per tutti quei figli fortunati partoriti da madri quarantenni. Amen.
Intanto lo Zen aiuta, e guardo.
Guardo, facendo finta di non vedere. I campanelli che suonano, senza assistenti che arrivano. I pannoloni strapisciati che non vengono cambiati. La realtà fasulla dei vecchi assistiti. L’abbandono cimiteriale di uomini e donne semiviventi deposti sulle sedie. L’edificante volto della miliardaria industria del vecchio.
Avrei ancora forza e vita e amore per pensare alla musica alla bellezza a Rylke e alla poesia.
Ma il mio pensiero dominante, oggi, si chiama KIT.
Neanche alla pensione ci penso più di tanto. Tenetevela tutta, tenetevi quarant’anni del mio lavoro.
Ma per tutti gli dei strainkazzati dell’Olimpo, fatemi mettere le mani su un Kit da eutanasia.
Tanto prima o poi dovete togliervelo dalla testa: le generazioni che sto tirando su io mai e poi mai fabbricheranno un reddito tale da mantenere centenari attaccati alla sedia. Regalerete kit agli angoli delle strade, come dopo l’AIDS si sono tirati dietro preservativi a tutti. Siamo in pochi ad aver memoria, ma ci fu un tempo in cui anche i farmacisti li tenevano in cassaforte, perché solo a vederli la vostra morale ne sarebbe uscita adontata e offesa.
Adesso stracciatevi le vesti col culto della vita. Domani, cari mestieranti delle etiche prêt-a-porter, li farete trovare in edicola allegati ai quotidiani. Basterà la vostra traballante macroeconomia a far vacillare le vostre granitiche certezze.
E adesso basta. Hai ragione. Ho parlato troppo. Fammi uscir dal vischio. Dai, una coppa di vino… e filiamocela dal palco.
Il tragos è finito, anche stasera il sole è calato.
Socrate, amato amico di molte lontananze, parlami di qualcosa di cui valga la pena.
Riportami alla Verità, risvegliami l’assente nostalgia di un mondo in cui i giovani avevano sete di vivere, e i vecchi sete di morire.
Se preferisci… in cui i giovani avevano sete di sapere, e i vecchi sete di insegnare.
Tanto tu ed io lo sappiamo che anche se cambi i verbi, il senso resta uguale e inalterato.
Il metaforico cronico
ovvero quando la cronaca diventa metafora
Nel gennaio più caldo del pianeta… i bulbi di anemoni iris e fresie mi sono germogliati a Natale. Nel frattempo a scuola sono entrati i topi adescati dalle dolciastre immondizie primaverili che ristagnavano ancora in pieno autunno perché nessun bidello si era sognato di rimuoverle.
È arrivata l’asl e li ha avvelenati tutti.
Gli americani hanno vinto una guerra impiccando un vecchio.
I vicini di casa massacrano due famiglie regalando indimenticabili attimi di estasi ai giornalisti distratti.
Leggo Dante in classe sempre approfittando – parlandone come da Zen – della mia momentanea assenza.
Le mie lolite velinette lanciano urletti isterici sugli ignavi… perché gli insetti jè fanno schifo.
I mie begli efebi palestrati, ancora strozzati da decine di metri di cordone ombelicale attorno al collo, mi offrono finalmente una inedita ed edificante esegesi dantesca… ah professore’, ma se je faceva le corna ha fatto strabene ad ammazzalla la Francesca…
Dio ti ringrazio… il mondo è ancora perfettamente in ordine!
(anno 2007)
di Alessandro Bastasi
- Ehi … come va?
Chi è? Non riesco a parlare, ho la bocca gonfia, e se mi muovo impazzisco dal dolore.
Che cosa è successo? Ho la testa che mi scoppia, che mi è successo? Ricordo solo due tizi che mi hanno tirato fuori dalla macchina e mi hanno riempito di botte, poi … poi niente. E questo chi è, che cosa vuole …
Sono in due dentro al bar, stanno bevendo una birra, il bar sta per chiudere, ma loro se ne fregano. Uno ha una croce celtica al collo, l’altro ha i capelli corti che gli disegnano una svastica in testa. Ridono, forza dobbiamo chiudere, dice l’uomo dietro il bancone, ma vaffa’n culo, cos’è, hai tua moglie che ti aspetta in piedi col bastone? e giù sghignazzi. Cominciano una gara di rutti, il barista è nervoso, è da solo, anche se sono solo le dieci non c’è nessuno in giro. Sembra notte fonda, è novembre avanzato e una timida nebbia comincia a creare un alone misterioso attorno al lampione di fuori. D’altra parte è la Milano del 2012, mica quella di quarant’anni fa, con la gente che affollava i trani fino all’una di notte.
- Chiamo un’ambulanza, aspetti, non può stare in queste condizioni, dove abita?
Dove cazzo vuoi abiti, deficiente. Abito qui. Ma che cosa sta facendo? Mi frega il portafoglio, mi frega! Mi vien da ridere, non c’è un euro che sia uno, eh!
- Scusi, sa, sto cercando un documento. Ah, ecco. Carlo Morosini, via Gulli al 18.
- No! – riesco a dire, più gesticolando che con la voce – no … non abito più là. E non voglio andare in ospedale, no …
- Perché no? Non sei mica un irregolare, che se vai dal medico ti denunciano e ti spediscono in un centro per immigrati clandestini!
- No, per favore … lasciami qui, sto meglio, davvero, grazie.
Mi rialzo a fatica, stringendo i denti, ma non voglio fargli capire che sto da cani, che quei bastardi mi hanno riempito di calci dappertutto.
- Ma scusa, lasciarti qui! Sei a cinque chilometri da casa tua, come fai?
- Senti, grazie, però adesso non rompermi i coglioni. Grazie. Va’ fuori dalle balle.
L’altro è incerto, non sa che fare. A un certo punto mi dice:
- Dai, vieni con me, ti porto al caldo, così bevi qualcosa e poi vediamo. Io mi chiamo Alberto, e tu sei Carlo, giusto?, l’ho vista nella carta d’identità.
- Ehi! Guarda lì quel barbone che abbiamo massacrato di botte!
- E’ ancora vivo a quanto pare. Chi cazzo è che se lo sta portando via, quel rottame! Ehi, coglione, molla giù quel sacco di merda!
- Dai che gli diamo fuoco!
Alberto ce la fa a portarmi nella sua macchina, una Peugeot 207 tutta ammaccata. Mi siedo a fianco a lui tra mille sofferenze, bestemmiando in silenzio e maledicendo Milano. Quella Milano che amavo, che mi dava un sacco di soddisfazioni. Io, rampante promessa di una importante società di costruzioni …
- Dottor Morosini, lo legge anche lei sui giornali. E noi ne subiamo le conseguenze. Fino a ieri abbiamo tenuto duro, ma capisce anche lei che con questo mercato qui … insomma, a Milano non si costruisce più niente, e neanche fuori, speravamo con l’Expo, ma si è mangiato tutto il Ligresti, anche se col casino che c’è i famosi miliardi promessi nessuno li ha visti ... Sì, lo so che non è giusto, lo so anch’io che una politica miope, la loro, ma che dobbiamo fare? Andare lì col mitra? A volte mi verrebbe la voglia, sa, ma che cosa otterremmo …
Sorrideva, quella bestia. Era molto imbarazzato, forse sorrideva proprio per l’imbarazzo, una specie di tic nervoso. Fatto sta che dopo due settimane ero fuori. Fuori. Mi sembrava impossibile. E la mia vita è cambiata. Niente più pranzi al ristorante, niente più viaggi last-minute a Sharm, niente di niente. Anzi …
In fondo non si sta poi malissimo, qui. Mi vien quasi da ridere pensando che il SUV che adesso è la mia casa me l’ero comprato per far mangiare la polvere a quei disgraziati che con le loro macchinine ansavano lenti su due file nella circonvallazione. Pista, aria, sfigati! gli gridavo pestando sul clacson. Una volta un vigile mi ha fermato per darmi la multa, quasi mi arrestavano dal casino che avevo fatto! E adesso sono qua, ci dormo dentro, almeno le coperte quella stronza di mia moglie (ex moglie, per la verità) mi ha permesso di portarmele via. E pensare che la casa l’avevo comprata io!, indebitandomi fino al collo, e quando la banca mi ha costretto a rientrare del finanziamento mi son dovuto mangiare tutta la liquidazione, rimanendo senza un euro in tasca. Che schifo, bastardi delinquenti assassini! Come se non fossi stato in grado di trovarmi un altro lavoro, mica siamo in Africa, cazzo! Qui chi vale va avanti, e gli altri si fottano, si fott … Avevo però fatto male i conti. La crisi del 2009 era solo agli inizi, nei due anni successivi masse di disoccupati avrebbero fatto la loro apparizione, casse integrazione a manetta, ferie forzate, le mense dei preti assediate da masse cenciose, immigrati a fianco di operai e impiegati, e di quadri … come me!
Quanto tempo è che non la faccio andare, questa fortezza di macchina? Due anni? Tre? Ho perso il conto. Ormai c’è una puzza da far schifo, qui dentro, i finestrini sono appannati, per fortuna, così non mi vede nessuno … Piazza Aspromonte di notte è un via vai di negri e di froci, ci mancherebbe solo che mi venissero a dare fastidio. Quello che proprio mi disturba è questo grattarmi continuo. Vado nei cessi della stazione a lavarmi, ma a volte me lo dimentico, poi questo cespuglio secco che ho in testa non mi dà pace. La barba me la rado ogni settimana, e va bene, ma è il resto che non sopporto, i vestiti ormai sporchi, la manica strappata … Ne ho provate tante di mense, ma quella del Cardinal Ferrari è la meglio, solo che c’è troppa gente, si mangia stretti, con la puzza degli altri che si mescola alla mia, soprattutto la puzza dei neri e di quegli arabi che pregano col culo per aria.
Dove mi sta portando questo Alberto? Mi pare che stia andando alla Bovisa, faccio fatica a raccapezzarmi, ho un fuoco che mi esplode in testa, il labbro spaccato e un male ai fianchi che mi impedisce di starmene fermo, mi muovo di continuo per trovare una posizione che mi faccia passare il dolore ma niente, mi lamento, e Alberto mi dice dai, sta’ buono, che siamo quasi arrivati. Non c’è un cane in giro, tutti se ne stanno tappati in casa, impauriti, ferocemente sospettosi, magari a guardarsi l’ottantesima edizione del Grande Fratello!
Un cancello su una via che non riconosco, Alberto suona il campanello ed entriamo. Buio pesto, una sorta di vialetto pieno di pietre, macerie, sterpaglia, sembra un cantiere edilizio in disuso, io me ne intendo!, un edificio in fondo, grande, una macchia nera che si confonde col buio della notte, con grandi finestre da cui esce una flebile luce. La porta dell’edificio si apre, e un nero alto e minaccioso ci accoglie con un gesto secco. Ho paura, dove stracazzo siamo?, c’è un bancone sulla destra, dove spillano la birra, molte tavolate nell’ampia sala, c’è un mare di gente, uomini e donne, molti neri, sudamericani (almeno credo), bianchi, giovani e meno giovani, che bevono, leggono, parlano, discutono … sulla sinistra una sorta di palco, che sembra approntato per ospitare dei concerti, grandi casse acustiche, microfoni, una chitarra appoggiata su una sedia … e in fondo una biblioteca che copre l’intera parete con un mare di libri.
- Ma dove siamo? – bofonchio
- Benvenuto nel centro sociale Mario Ferrandi, l’ultimo rimasto dopo la piazza pulita che ha fatto De Corato!
- Chi, il vicesindaco?
- E chi sennò.
Un centro sociale!
- Ma che fate qui? Ci dormite pure?
- Di solito no, di solito organizziamo concerti, ospitiamo dibattiti, letture, studiamo, ascoltiamo musica, giochiamo a carte … poi ce ne andiamo a casa nostra, si fa per dire, qui rimangono solo due o tre persone a fare la guardia. Stasera però ci siamo tutti, perché domattina vogliono sgomberare anche noi. Dice che questo è un covo delle brigate rosse, o racconta palle per giustificare la sua furia o si vede che non ha capito un cazzo di che cosa è diventata Milano, soprattutto con questa crisi che ci massacra da tre anni … Dai, prendi una birra. Ti fa ancora male? Quei bastardi infami! Ti volevano ammazzare!
- Pare proprio di sì … ma domani vado dai carabinieri …
- Ma ci sei o ci fai? Non ti scomodare, i caramba verranno qui loro, domani mattina. Anche se mi sa che avranno altro da fare che ascoltare te!
Non so che pensare. Giro tra i tavoli, ci sono animate discussioni di cui capisco ben poco. Parlano di come organizzarsi per difendersi, ma anche dell’assassinio di Obama di un mese fa, della terza intifada in Israele che è appena cominciata, della fabbrica occupata in via Rubattino e delle cariche della polizia … Mi si avvicina uno, lo sento chiamare Mario, è un po’ fumato, e comincia a declamare, senza fermarsi, il Grande Fratello, capisci, come Anche i ricchi piangono, o Saranno famosi prima di loro, è parte di un sistema di format imperialisti USA a diffusione imperiale, lo trovi uguale in Corea, in Canada o in Egitto, capisci, perché il loro scopo è colonizzare subliminalmente la mente del parco buoi, della massa lumpen-cetomedio imperiale e convogliarla giù dal burrone come una mandria di bisonti, consumisti, vendicatori di fame contadina atavica, cultori parossistici della propria improbabile importanza personale, capisci … ma chi sei? Da dove vieni? Sei venuto a darci una mano contro la milizia armata dell’impero che domani verrà a massacrarci? Dai, parco buoi, che ti trovo un posto per dormire. Beviti un’altra birra, dobbiamo farla fuori tutta, ché domani qui ci saranno solo lacrime e sangue!
Sono qui, su una branda improvvisata, e sento una grande nostalgia del mio SUV, che mi protegge da tutto. Adesso il dolore è un po’ passato, mi sono anche sommariamente lavato. Solo il labbro è ancora gonfio. Non so che cosa fare. Non c’entro niente io, con questi disperati … Per me questa di barbone è una situazione passeggera, ne sono certo, ho una professionalità, io, e prima o poi ci sarà occasione di farla valere. Mi si accappona la pelle. Domattina presto uscirò di qui, prima che arrivi la polizia, non voglio trovarmi in mezzo a ‘sta gente, al casino che combineranno, io …
Ma non faccio a tempo. Non è ancora l’alba che fuori si sentono arrivare le camionette piene di poliziotti. Saltano giù come razzi, equipaggiati come tanti robocop, in assetto antiguerriglia, con le tute nere e i caschi con la visiera, come avevo visto alla televisione tanti anni prima, a Genova nel 2001. Un tipo col megafono vestito in borghese ci intima di sgomberare o darà l’ordine di costringerci con la forza. Cento vaffa’nculo risuonano all’unisono, come un boato. Escono tutti fuori, donne e uomini, a fare muraglia, solo io resto dentro, ancora dolorante e paralizzato dalla paura. Due eserciti in miniatura, uno di fronte all’altro. Da una parte l’esercito in nero, indifferenziato, armato di tutto punto, che batte all’unisono i manganelli sugli scudi, dall’altra una moltitudine multicolore di individui armati di sassi, di rabbia e di parole. Grida da entrambe le parti, prima isolate, poi sempre più massicce. Partono le prime sassate, cui l’esercito in nero risponde con lanci di candelotti lacrimogeni, ad altezza d’uomo. Uno di questi finisce dentro la casa, l’aria si riempie di una sostanza che mi fa lacrimare, che mi entra dentro nei polmoni, non respiro più, mi sento soffocare, mi precipito fuori nel fumo denso della guerriglia, oltrepasso la muraglia colorata, corro verso i liberatori con le braccia alzate, non sparate, urlo, non sparate, io non c’entro!
Forse ho corso troppo forte. Qualcuno avrà pensato che tenessi in mano chissà che cosa. Qualcuno avrà avuto paura e ha sparato. Una pallottola mi entra dritto nel cuore. Mi fermo, incredulo. Tutto il mondo si ferma intorno a me. Tutto rallentato, dilatato … Anche le urla mi arrivano attutite. Poi silenzio. Un silenzio assoluto. Mi ha sparato. Ha sparato a me. A me. Ma che cazz … Cado a terra come un sacco e non sento più nulla. Definitivamente.
Il boato ricomincia, improvviso. Corpi che cozzano contro gli scudi e le armature, teste spaccate dai manganelli, fumo, spari, donne trascinate per i capelli, visiere frantumate dai sassi, sangue che cola dai visi …
E’ notte. L’edificio è immerso nel buio. Le finestre distrutte lo fanno sembrare un teschio con le orbite vuote. Neppure il miagolìo di un gatto, un silenzio di tomba pervade il fabbricato e tutta la zona intorno, solo il freddo entra indisturbato, con uno strano fruscìo. Improvvisamente, come a un tacito segnale, il fruscìo diventa sempre più marcato, e qualcosa si muove. E’ un’ombra che esce da una finestra, poi due, poi tre. Poi dieci, venti, cento. Si calano all’esterno, senza rumore, indistinguibili, percorrono in fretta il vialetto, oltrepassano il cancello divelto. La fioca luce dei lampioni ora li rischiara, è una moltitudine ormai, una moltitudine multicolore che monta passo dopo passo, fino a dilagare nella città.
Domani Milano si sveglierà, e nulla sarà più lo stesso.
apparire, voce del verbo essere
di Nadia Zapperi
“Bel corpo, si…” “son più bella io…” intervenne una vocina lì di fianco interrompendo così il signore dalla faccia pallida, tutto vestito di blu con degli inquietanti buchi neri al posto degli occhi, che aveva parlato.
“Si,… bella tu! Pfui… ma ti sei vista? - rispose il Corpo – sei lì che sembri uno straccetto… Sporco per di più…”
“Per forza sono sporca, è colpa tua. Sei tu che non hai avuto cura di me”.
“Già – riprese il corpo – è colpa mia se tu ti macchi sempre ad ogni parolaccia o bisticcio o errore che commetto. E guarda lì che macchie… neanche avessi ucciso qualcuno…”.
“Son tutta sporca perché tu non mi hai mai dato retta. Te ne andavi in giro sculettando, con i tacchi alti, il trucco da diva, tutta bella infiocchettata, la vocina seducente e poi ti lamentavi, con parolacce ovvio, così mi macchiavo ancora di più, se l’uomo che avevi rimorchiato perché tanto ti piaceva, ti mollava dopo due incontri…”.
“Tu non è che mi venivi tanto in aiuto però…” disse il Corpo imbronciandosi.
“Per forza, mi hai mai chiesto qualcosa?”
“Perché c’è bisogno di chiedere a te vero? Sei sempre lì a dar giudizi, a pesare pro e contro su tutto. Dio, ti sento ancora… questo va bene, quest’altro no… e perché non fai così invece che cosà… Ma lasciami vivere! alla fine ti rispondevo…”
“Ed io ti ho lasciato vivere infatti e questo è il risultato… guardami… guardami!!!”
“Si, si , ti vedo ti vedo… Dio che brutta…”
“Allora la finite di litigare o no? – tuonò spazientito l’uomo con la faccia pallida – qui dobbiamo decidere dove vi devo portare. Non ho ordini precisi dall’alto. Quindi, su o giù?”
“Su, su” rispose il Corpo. “Conciata così… - interruppe la vocina – non mi faranno neppure entrare ed è tutta colpa tua” urlò infine rivolgendosi al Corpo.
“Non vorrai mica andar giù… fa troppo caldo dicono… io non sopporto il caldo lo sai”
“E dovevi pensarci prima magari….” rispose la vocina con tono sarcastico.
“Non puoi darsi una lavatina? Prima di salire? No?” chiese il Corpo al signore pallido.
“Direi di no… non si può, ormai quel che è fatto è fatto” rispose questi.
“Ma sei proprio idiota però – intervenne di nuovo la vocina riferendosi al Corpo – non è che io mi posso lavare da sola… dovresti essere tu a farmi sparire le macchie magari, che ne so, pentendoti,…non ti pare?”
“Pentirmi io? E di che cosa? Non ho mai ammazzato nessuno io” rispose il Corpo guardando il signore dal viso pallido come a cercare approvazione.
Ma questi pareva concentrato più sui suoi seni floridi che non su quello che stava dicendo.
“Si può ammazzare in tanti modi sai?”. La vocina approfittò della distrazione del signore pallido per continuare la discussione con il Corpo. “Ricordi Giovanni ad esempio?”
“Giovanni… no non me lo ricordo”
“Ti pareva… Giovanni che ti venne a prendere in moto per un week end al mare ricordi? Lo avevi adocchiato in discoteca, bello come il Sole dicesti, un paio di battiti di ciglia e lui era già accanto a te a ballare. Vi siete scatenati tutta notte. Scambio di numeri di telefono sotto casa tua e la buona notte… anche se era già mattina…”
“Ah si si, Giovanni… ma quello hai voluto tu che lo lasciassi…” ricordò tutto ad un tratto il Corpo
“Appunto. Ma tu non lo hai fatto. Io volevo che tu lo lasciassi perché era innamoratissimo di te. Avrebbe dato la vita per te mentre tu ci stavi solo giocando”
“Non è vero che ci giocavo. Mi piaceva davvero Giovanni.”
“Certo – riprese la vocina – ti è piaciuto per quanto? Una settimana? Due? Finché hai scoperto che era un calzolaio…”
“Beh dai – interruppe il Corpo – ti pare che io avrei potuto stare con un calzolaio?” Poi si rivolse al signore pallido: “Anche a lei, le pare? Io con uno squattrinato… Ricco lo volevo”
“E così – di nuovo la vocina – lo hai lasciato e, con quelle stesse parole, lo hai ucciso. E come lui, tanti altri.”
“Già, dici che avrei dovuto chiedere l’estratto conto prima del nome? E’ questo che mi stai dicendo?” disse il Corpo.
La vocina non rispose più. “Missione impossibile” pensava, mentre si sentiva scivolare giù.
di Giuliana Barontini
... mentre il cuore gioca in difesa la mente ti vuole in attacco
Hai voglia di scrivere... ma non sai cosa.
Hai voglia di andare lontano per un po’, ma questo è troppo scontato.
Tutte le persone che sentono qualcosa che non va scrivono: "Voglio andare via da qui".
Questo succede sempre, non importa che la persona si trovi a Firenze, a Parigi in Messico o in Australia.
Ti trovi cosi, a non fare niente, mentre di cose da fare ce ne sarebbero, ma tu scrivi...
Ti piacerebbe tanto descrivere il tuo stato d'animo: il che sembrerebbe una cosa da niente, ed è così, in realtà lo sai fare... se non fosse per il piccolo dettaglio che non sai quale sia il tuo stato d'animo attuale.
È come se avessi nella mano una tavolozza con tanti colori mischiati l'uno con l'altro che danno vita ad un solo unico colore: Grigio!
Tu provi a dividere ogni singolo colore, a dare ad ognuno il suo posto su quella tavolozza, ma il compito è alquanto difficile, aleatorio, ci vorrebbe Superman con uno dei suoi voli impossibili.
Così pensi di archiviare l'argomento "stato d'animo".
Potresti scrivere di lui, ma hai giurato a te stessa che non l'avresti fatto, certo scrivere di Lui ti servirebbe a colmare la pagina bianca di parole, ma non a chiarire il posto dei colori sulla tavolozza.
Temi che risulterebbe ancora un solo colore e il che non ti aiuterebbe affatto. Può andar bene certe volte prendere in giro bonariamente le persone, ma cercare di prendere in giro te stessa ti sembra davvero una gran cavolata.
Così si archivia da solo il secondo argomento.
Ok, faccio una telefonata: l'amica che chiamo mi getta di nuovo nella solita depressa e " tonificante" lezione di una delusione amorosa.
Dopo un paio di minuti che sembrano ore, le dico con voce falsamente rammaricata che suonano alla porta e chiudo la comunicazione dicendo: "Stai tranquilla stasera ti richiamo!".
Ti siedi, sei ormai deconcentrata, metti su un po’ di musica. Con la mente cerchi di ricordare il film visto la sera prima, ti ricordi che non è stato un granché, l'attore era carino, sì... rivedi le scene romantiche, i dialoghi dolci interessanti, lui e lei in situazioni incredibili e poi il finale... ma quello era solo un film.
Ti accorgi allora che non hai bisogno di vedere mille film per sognare, per ritrovare emozioni. Ricordi lontani e vicini tornano alla mente, ti parlano per dirti che forse la tua vita è una continua emozione. Ne hai passate tante!
Ti sei trovata in tante situazioni diverse, che ti hanno fatto soffrire, star bene, ridere, piangere... Vivere.
Pensi alla morte... che per alcune persone care è arrivata troppo in fretta, e non ti ha lasciato il tempo di dire o fare alcune cose, che adesso forse avresti potuto dire e fare.
Scacci quel genere di pensiero e pensi al tuo mare, alle mille emozioni che riesce a farti "sentire", alle dolci parole che ti sussurra se sai ascoltare... al profumo del vento sulla sua riva... e mentre cerchi di trovare un argomento su cui scrivere ancora, ti accorgi di aver scritto...
Di aver scritto molto, molto di più di quello che, in fondo, desiderassi fare.
di Juri Casati
Ci tengo subito a ringraziare il mio amico Doraimon. Mi segue in ogni luogo, a volte solo con gli occhi e da lontano, ma a volte proprio di persona e da vicino. Il giorno del mio compleanno mi ha regalato questa bella risma di fogli su cui io posso scrivere e questa bella penna con cui posso farlo. Lo ringrazio, ma voglio subito precisare che l’ho rimborsato fino all’ultimo centesimo. Pertanto il suo non è stato proprio un regalo né un acquisto (qui d’altronde non sono consentiti né regali né acquisti). Diciamo che è stato un regalo su commissione.
Precisato questo, adesso a noi. State a sentire, Signori e Signore, quello che è accaduto a noi nel nostro paesino.
Era Maggio. Pioveva. I fiori erano già sbocciati, ma erano piegati sotto il peso dell’acqua che non smetteva di cadere. Due stranieri arrivarono nel nostro paesino sbucando dal provinciale con la loro berlina straniera stracarica di masserizie. Erano stati attirati non ho mai capito bene da cosa, ma sapete come sono quelli di Milano: aria pulita, verde, niente stress e via dicendo. Ecco cosa cercano.
Miei cari, questa coppia venuta da fuori aveva un bel pregio: i soldi in tasca. Liquidazioni o qualcosa del genere. Dicevano parole incomprensibili: fine della new economy, ritorno alla old economy e palle varie. Ma – Dio li abbia in gloria - con i loro soldi comprarono il negozio di ferramenta del vecchio Edwin che era chiuso da tempo. Menomale! La bisbetica Mary proprio non la voleva vendere nel suo negozio quella “robaccia” (come diceva lei) che invece il vecchio Edwin aveva venduto nel suo negozio per anni prima della chiusura.
Sia detto per inciso: il negozio della bisbetica Mary una volta era un emporio che effettivamente vendeva anche quella utilissima robaccia. Oggi no. Non si usa più. È cambiato il mondo (new economy anche per lei): solo alimentari dunque e di lusso per giunta. A peggiorare le cose aveva contribuito il nuovo arredamento che aveva scelto per il suo negozio come se si trattasse di una boutique della Quinta Strada (in un paese che ha quattro strade in croce). Inoltre - proprio non si è fatta mancare nulla quella maledetta - spiccavano alle pareti della brasserie (che Dio la perdoni, ma l’ha chiamata così) pessimi bassorilievi raffiguranti una vita agreste che la bisbetica Mary non aveva mai fatto o che non si ricordava più di aver fatto o che non voleva si sapesse che aveva fatto. Ma se devo dipingere il pollaio? Le chiedevamo. E la staccionata di Leroy? Ma per la bisbetica Mary niente di tutto questo era importante: che andassero pure alla malora pollai e staccionate. Formidabile questa penna che mi ha portato il mio amico Doraimon (dietro regolare rimborso, s’intende). Scorre che è una bellezza.
I due milanesi (mi dissero i loro nomi, ma – un po’ per comodità e un po’ perché non mi ricordo i nomi - chiamiamoli uno San e l’altro Siro) ci avrebbero pensato loro.
E fu così che aprirono bottega. Rimisero l’insegna del vecchio Edwin (un po’ di pubblicità gratis non fa mai male) e riaprirono i battenti: secchi, pale, picconi, catene, chiodi, martelli, vernici, candele, pennelli, grasso, olio, carta vetrata, filo spinato, coltelli. E ancora catene, bulloni, diserbanti: avevano tutto. E fu un bene soprattutto per la staccionata di Leroy che cadeva marcia.
Sì, tutto fu buono e giusto. A dire la verità San e Siro erano per così dire in odore di omosessualità, ma fa niente. Siamo sempre pronti a passarci sopra a queste cose quando conviene. Che si facessero pure il Gay Pride a casa loro. L’importante è che vendano quello che devono vendere e tutto filerà liscio. Sia chiaro: stiano lontani dai bambini.
E invece? I due non sembravano felici. Scossi forse dal passaggio new-old economy? Una crisi di coppia? L’aria diversa della Brianza, a volte soffocante, gli stava facendo male? Era quasi estate. L’inquietudine di San e di Siro saliva, era palpabile: ma cos’è che avranno? Forse non si trovano bene? Strano. Il paese, pur riservato, è comunque ospitale. E no che non è ospitale secondo loro.
Dopo mille e mille insistenze e grazie all’offerta di un gelatino “riparatore” in piazza - anche se lontano da occhi indiscreti perché sennò chissà cosa pensano i paesani: magari che io frequento i froci al di fuori del loro ambito di accettabilità sociale dato dal loro negozio di ferramenta - infine quei due si sfogarono.
Subiamo degli scherzi, mi dissero. Scherzi? Carnevale effettivamente è passato e poi non è che qui si scherzi volentieri. Là dove c’era l’erba ora c’è… una città. Non so cosa c’entra, ma voglio dire che qui si lavora e non si ride sul lavoro. Probabilmente si tratta di scherzi fatti da monellacci. Ma se li prendo li sotterro alla cava Martinson (si fa per dire, ovviamente. Doraimon, cortesemente, non tener conto di questa affermazione e ricordati che chi fa la spia non è figlio di Maria). Ma comunque promisi un mio sincero interessamento e feci partire false indagini tanto per far vedere che ci provavo. Interrogai un po’ di figli di paesani scelti a caso e un po’ di teste calde scelte non a caso. Poi – costernato - tornai da San e da Siro.
Ho fallito, dissi. Non ho trovato… l’omertà e via dicendo, ma comunque la mia indagine qualche effetto l’avrà sicuramente ottenuto: gli autori di queste bravate si saranno sicuramente presi paura e non lo rifaranno: ne sono certo.
E invece lo rifecero subito. Quella notte stessa, così mi dissero i due Santi.
Ma rifanno di preciso che? Mettono in disordine, mi dissero San e Siro. Vede, le corde che erano ordinatamente riposte lì ora sono state sbobinate là in fondo. E poi c’è un altro fatto grave, mi sussurrò San, ben attento a non farsi sentire da Siro: le vernici. Le vernici? Feci io. Beh le vernici non hanno lo stesso ordine cromatico di quando le abbiamo messe bene in vista in vetrina mi spiegò San. Il suo compagno Siro (cioè quello che non doveva sentire, ma che in realtà ascoltava benissimo i nostri discorsi) ci tiene tantissimo ad un cromatismo perfetto dato che ai tempi delle new economy era grafico. Ci diventa matto, poverino. Loro, i mocciosi, questo lo sanno e fanno apposta a mettere vicini l’arancione e il blu, colori che non devono essere mai avvicinati. Ma così diventa blu il povero Siro.
Ma c’è dell’altro. Uffa. E l’altro cos’è? E l’altro sono le pale. Pale? Il mio amico qui che mi ha portato carta e penna – rimborsato, s’intende – e che però mi sta anche a guardare, povero Doraimon, ecco lui non ha capito la questione delle pale e forse è meglio così. Pale, pale e ancora pale. Sì le pale per scavare. Le hanno spostate? No. Le hanno rubate? Ni. E cosa vuol dire? Ni. E mi accompagnarono a vedere il nì. Nì perché effettivamente NO, non le avevano rubate. Nì perché Sì per qualcosina le avevano usate. Cominciavo a sudare. Non erano più come nuove. Il ferro non era più lucido, quasi laccato. C’erano graffiettini e incrostazioncine oltreché le classiche sbecchettature date ovviamente dall’uso. Era inutile discutere: i monellacci le avevano usate. Erano ancora vendibili, d’accordo, ma quando sono nuove nuove sono un’altra cosa.
Mi umiliai e mi prostrai davanti a loro. Non accadrà mai più, promisi da consumato politico il giorno prima delle elezioni. Scopriremo i mandanti, il livello occulto, il grande vecchio dietro le stragi. E così ricominciai i falsi interrogatori in giro per la città. Mi indignai pubblicamente: chi è che prende in giro due onesti imprenditori che peraltro fanno un servizio alla città perché se aspettavamo l’emporio (ora brasserie) della bisbetica Mary la staccionata di Leroy se l’erano mangiata le termiti da tempo? Niente. Nessun colpevole. Non è più il paese di una volta. Mio caro Doraimon che mi hai portato da scrivere regolarmente rimborsato, tu cosa ne vuoi capire? Tu mi dici sempre di sì, ma se io qualche volta dico di no mi dai sberle e mi leghi.
Le settimane successive furono un calvario di vetrine rotte, scritte sui muri, catene spezzate. Ma che diavolo succede? Abbiamo paura dei linotipisti, dei gatti neri, dei cattivi pensieri? Così un pomeriggio presi il telefono e cominciai a sparare ai compaesani le mie opinioni di un clown per ricordare alla Germania le sue colpe rimosse e chi doveva capire capiva. No, Doraimon, non è l’ora della medicina. Ora mi calmo. È stato un attimo. I ricordi mi pesano, sapete? Dove eravamo rimasti? Ah sì: e l’ospitalità? Dove è andata a finire, tuonò il reverendo dal pulpito. Lui che dal pulpito avrebbe dovuto dire altro e in ben altri tempi.
Ma che diavolo succede? disse anche lo sceriffo. E lui sì che era un pericolo: stella di latta, quattr’occhi e due stanghette, ma soprattutto: un cazzo da fare tutto il giorno. Era un pericolo perché era arrivato dopo i fatti. No, non i fatti di questi due gay sventurati. No, “i fatti” dell’altra volta. Chi sa poco è pericoloso perché è un dilettante e i dilettanti guardano il mondo con gli occhi giusti, quelli da bambino. Per fortuna lo sceriffo non capiva il punto centrale della questione e cioè che siamo una terra di apostati. Lo diceva anche un nostro conterraneo come Don Giussani: altro che Cattolici! In Brianza sono Protestanti. E non credo che si riferisse al fatto che i Protestanti sono antipapisti e leggono le Scritture direttamente senza mediazioni e senza catechismo, ma in modo anarchico e antiautoritario (non è un caso che il fenomeno della Lega abbia attecchito subito e in profondità in un’area culturalmente “protestante” e quindi predisposta a ricevere il messaggio di Roma ladrona, Lutero non perdona). Non è solo questo. Erano, sono e siamo eticamente protestanti per la nostra etica del lavoro per cui la conferma del far parte del novero degli eletti si manifesta nelle opere, che siano capannoni industriali oppure che siano giardinetti maniacalmente curati. L’Etica protestante e lo spirito della Brianza.
Comunque anche lo sceriffo – The Sheriff – si mise ad indagare come avevo fatto io prima di lui. Doraimon digli al dottore che è uno scandalo che mi ha tolto internet. E poi digli anche che non lo sento più il pling-pling che gli dicevo, ma sì il pling-pling… il rumore del sommergibile. Ma lui, The Sheriff, indagava sul serio. Non come avevo fatto io. Forse è la volta buona, pensai, che lo invito al capanno sul lago Kentuky a cacciare le anatre. Ne abbiamo di cose da dirci. Non abbiamo avuto ancora il tempo di conoscerci bene. Anzi, per la verità, proprio non abbiamo ancora avuto il tempo di presentarci. Ma fa lo stesso perché tanto non ci conosceremo comunque. Infatti non appena sarà al capanno avrà un incidente di caccia. O magari affogherà nel vicino invaso della miniera degli Oregon’s. Il crepuscolo degli Dei. Ciao Doraimon, mio custode più che Angelo rimborsato fino all’ultimo centesimo, ma cosa ti segni su quel taccuino? Spia del Vaticano. Tu non sai con che frequenza capitano certi incidenti. Laghi ghiacciati, tronchi d’albero rotolanti, slavine, fulmini e parafulmini in un capriccio d’estate quando ti va di traverso una spina di pesce che hai pescato. Hey Jude, non peggiorare le cose, prendi una canzone triste e rendila felice.
In più c’era un altro casino. Siamo una piccola comunità del cazzo. Le voci corrono e la curiosità pure. Diceva il Poeta: una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale. Così la curiosità spinse ad affollare quel negozio al di là delle necessità quotidiane. E così a giugno si cominciarono a fare le provviste per l’inverno: pale da neve, perché ogni anno la neve arriva prima; ramponi da ghiaccio perché tanto adesso o più avanti li devo comprare; filo spinato perché le pecore sennò mi rovinano i campi e anche se i campi non li tengo più da decenni è uguale. Metti che in futuro il prezzo della segale risalga io…. E così via. Tutti a vedere il Circo degli Elefanti. Entrata gratuita, cosa sempre gradita.
Era chiaro che in queste situazioni qualche parola sfuggisse. Passi per lo sceriffo che era quello che era. Qui mandano sempre quello che avanza. Lui indagava fastidiosamente e con occhi da bambino, ma non aveva l’intuizione giusta. Rompeva i ciglioni, ma non avrebbe capito comunque. Il problema erano quei due che venivano da Milano. Sì, a quanto avevamo capito avevano fatto crollare l’economia mondiale… ma non da soli: loro avevano solo “contribuito”. Quello che voglio dire è che San e Siro stupidi non erano. Cominciarono a mangiare la foglia. E cominciarono a stare attenti alle mezze parole. Ai dettagli. Mi spiego meglio: uno serviva i clienti e l’altro si aqquattava tra gli scaffali e tra la merce ad ascoltare di contrabbando i discorsi degli altri clienti – quando ce ne erano – sparsi per il negozio. Tanto va la gatta al lardo che… beh non lo so più. Ma era al largo o al lardo? Insomma: riprendo il discorso. Si nascosero finché non udirono la frase incriminata. La vecchia Ethel - incredibile: la moglie di Leroy: loro e la loro maledettissima staccionata quanto hanno rotto! – disse: “È come l’altra volta”. Ecco cosa disse.
È come l’altra volta. Voi pensate al mare di congetture messe in moto da una semplice frase. È come l’altra volta. Ma allora c’è stato un precedente, pensarono i due: evidentemente la banda di monellacci era stata già protagonista di incresciosi episodi analoghi. E fu così che si andarono a lamentare dal Sindaco il quale stette zitto zitto e fu meglio per lui e non solo perché le elezioni erano vicine. Il Sindaco maledisse tra sé la vecchia Ethel e quella maledettissima staccionata che andasse alla malora una buona volta. Ma – da politico consumato quale non era - promise e promise ancora. Poi si impegnò formalmente. Con fare solenne guardò la bandiera e giurò sulle stelle e sulle strisce che non avrebbero mai più patito quegli scherzi idioti.
E invece gli scherzi ripartirono regolarmente. Subito. Da quella notte. Nel negozio chissà cosa avevano fatto quella in quella occasione. C’era un odore, un odore pungente di stoppia bruciata. Quell’odore che si sente a dieci chilometri di distanza. E poi c’era la questione delle pale. Ancora le pale. Ma cosa ci dovevano fare quei parassiti? A usarle così poi si rovinavano e nessuno le avrebbe più comprate, si lamentavano San e Siro.
E qui si sbagliavano. Perché noi del paese ci organizzammo e comprammo lo stesso le loro pale anche se non ci servivano. Infatti era necessario frenare la loro ira. Il negozio ci serviva. Il casino meno. E così giù pale a tutto spiano per tutti gli usi e per tutti i gusti.
Anche Buddy, l’incazzoso Buddy, comprava, comprava, comprava. I bambini lo chiamavano Necrosius. Il nome forse lo aveva scelto un bambino più colto degli altri che probabilmente aveva letto qualcosa del solitario di Providence: non si sa mai cosa nascondono le biblioteche private delle nostre parti: perle nei porcili. Il povero Buddy lo chiamavano così – Necrosius, intendo – perché letteralmente perdeva i pezzi. Non era lebbroso, ma qualcosa del genere. Era soltanto un povero marcione. Era stato in Vietnam o giù di lì non per vacanza ed era stato contaminato dall’agente arancio (che – sia chiaro una volta per tutte - non sta bene vicino al blu). Aveva avuto una qualche malattia alla pelle: non ho capito mai bene.
La storia del povero Buddy, incompreso reduce dal Vietnam, mi consente una breve divagazione. Ascoltala Doraimon perché riguarda anche te. Infatti è comune dalle nostre parti e per quelli che hanno una certa età, il mito del Vietnam. Il mito si diffuse nei primi anni ’80 e colpì i bambini e i ragazzi di allora che - spinti da certo cinema americano (Platoon, Full Metal Jacket, Apolicalypse Now, ma soprattutto Rambo I) – sentirono per così dire il richiamo della foresta, nel nostro caso il richiamo del Parco. Il richiamo del Parco li spingeva a far la guerra a misteriosi musi gialli che sbucavano dal sottosuolo del Parco di Monza. Che caldo, si soffocava. Cosa ne capivamo noi dei sottointesi politici di quei film di cui subivamo però fascino profondo? Niente. Un po’ come oggi. Capimmo solo dopo anni che gli USA erano stati sconfitti in Vietnam: all’epoca pensavamo che avessero vinto. Ma fa niente: quei film ravvivavano la stanca e scolastica retorica resistenziale da 25 Aprile che cominciava già allora a perdere colpi (e quanti colpi avrebbe perso in seguito nessuno allora avrebbe potuto immaginarlo). Era bello – più a stelle che a strisce – pensare che l’esercito USA era stato alleato ai Partigiani durante la guerra. Sì, avremmo voluto una nuova Resistenza con il suo romanticismo solitario dei fuochi accesi nella notte in montagna che brillano da lontano. Certo ci mancava un nemico. I nazisti? nella nostra zona non ne avevamo visto mai uno dal vivo. I fascisti? C’era un vecchio in paese – poi abbiamo capito che era un reduce di Salò, ma neanche tanto di Salò, quanto piuttosto un reduce di quegli anni – che iniziava ogni discorso alternativamente con: “quando c’era il Duce…” oppure: “Ha ragione Almirante quando dice…”. Troppo poco per essere un nemico. I comunisti? Quelli del Circolo dei compagni non sembravano così pericolosi tanto da essere combattuti. E comunque: chi avrebbe preparato le salamelle al Festival dell’Unità se ci fossimo dichiarati anticomunisti? Gli ebrei? Mah. I negri? Non c’era ancora stata l’ondata di immigrazione che ci sarebbe stata negli anni successivi. I Musi Gialli? Nemico che sentivamo già come più appetibile. Nessun rischio, ideologicamente neutri (almeno così ci sembravano all’epoca). Ma erano proprio cambiati i tempi: questa volta anziché ritirarci come i nostri nonni sulle montagne avremmo forse preferito ritirarci al mare.
Ehi, Doraimon, diglielo al dottore che giocavi anche tu alla guerra con noi inseguito da quel bastardo di Sceriffo (The Sheriff). Lui, quel bastardo di Sceriffo, lui non aveva rispetto di chi come noi aveva combattuto per la libertà o così ci avevano detto. Oggi non ne sarei più tanto sicuro. La verità è che abbiamo perso tempo nel Parco in quegli anni. Stop coi Rolling Stones. Se rinasco colleziono francobolli. Loro e solo loro non ti tradiscono mai.
Doraimon! Non ti permettere! Non dire che l’America è lontana e che non c’entra un cazzo con me, con noi e con la Brianza. C’entra, c’entra, c’entra sempre. Hai presente, Doraimon, il video di Bruce Springsteen "Born in the USA"? Ebbene nel video c'è una serie di immagini flash che "rappresentano" gli USA del 1984 circa: macchina in vendita, ponte visto da sotto, uomo tatuato, esercitazioni militari, cimitero di guerra, vista da uno specchietto retrovisore, poliziotto con un occhio bendato, ancora esercitazioni militari, fila davanti a non so che, fabbriche viste da una macchina in movimento, case, festa di compleanno di bambino, coppia di sposi che esce di casa, Luna Park, auto che parcheggia, bambino straniero, poligono, studentesse che escono da scuola, operaio in giro per la città, ragazzi che giocano a baseball. Ovviamente bandiera USA. Tutte immagini che – mutatis mutandis - potrebbero andar bene per noi brianzoli. American Pie. Tanti strati, tanti gusti. Capannoni e villette. Noi siamo l’America della provincia, quella laboriosa dei grandi laghi, lontana da Washington. Noi siamo il New England profondo, quello delle fabbriche e delle villette a schiera. Anche noi siamo protestanti come loro. Solo che noi siamo protestanti calvinisti, mentre loro sono protestanti puritani. L’unico torto degli americani è quello di non averci costruito qui dalle nostre parti una bella base NATO. Pensa che bello che sarebbe stato: aerei che rombano, campi da baseball, Giorni del Ringraziamento. Altro che Aviano, altro che Vicenza: a Monticello dovevano costruire la base. E poi via a fare esercitazioni e a bombardare per sbaglio le Langhe fino a spianarle. Born in the USA I was.
Ma a proposito di guerriglia nel Parco: Doraimon? Mi pare di ricordare che tu – proprio tu: mio carceriere – ti isolassi in quei lontani pomeriggi nelle zone più solitarie del Parco. Noi incuriositi un giorno ti seguimmo. Solo ora metto bene a fuoco questo ricordo. Quella volta ti inoltrasti nella boscaglia bassa, quella nera e tutta ricoperta d’edera, fino ad un ceppo d’albero che era stato tagliato chissà quanto tempo prima: marcio e muschioso. Ti vedemmo inginocchiarti davanti a quell’inaspettato altare per adorarlo. Doraimon: vecchio paganaccio maledetto! Se l’avessero saputo i tuoi genitori chissà cosa avrebbero detto? Loro che erano così attivi nella Democrazia Cristiana. Loro che si impegnavano così tanto in Parrocchia nella “Catechesi per adulti”. Cosa rappresentava quel ceppo per te? Che religione era quella che tu – camuno del cazzo – praticavi nell’umida foresta primordiale mentre noi, nella medesima foresta, sopportavamo calura, insetti e agente arancio per garantire la libertà all’occidente? Tu in che cosa credevi veramente? Credevi nella libertà come noi ex giovani combattenti o credevi forse nei cinque cereali?
Dove ero rimasto? Ah sì, ci eravamo comprati le pale. Ma ormai la cosa non poteva essere più fermata in nessun modo. Era come la Rivoluzione: quando arriva arriva e non ci sono brioches a sufficienza che possano sfamare gli insorti. Doraimon: digli al dottore che adesso non posso venire: lo vedrò più tardi. Digli piuttosto di riconsegnarmi il mio tamburino bianco e rosso. Glielo avevo dato quando mi hanno portato qui e non l’ho più rivisto. È vero: un tamburino non è più di moda, ma cosa volete farci: a me piace. Cos’altro non è più di moda? Il gatto con gli stivali? Beh: a me il gatto con gli stivali piace. Non sono fatto per vivere l’oggi. E l’ho capito un giorno che camminavo sulla riva del grande fiume cercando un punto buono per buttarmi dentro.
Altra divagazione. Altro giro, altro regalo: oggi sono in vena: il Lambro è per me come il Missisipi per Mark Twain: una fonte di perenne ispirazione. Nel Lambro, così come nell’immenso e possente fiume americano, affiorano talvolta carcasse trascinate da chissà dove e chissà perché e che sembrano guardare – a volte seguire con gli occhi che non hanno – noi comuni mortali seduti sulla riva. Una volta mi ritrovai nello stesso punto a distanza di tempo, forse di anni, e rividi casualmente una macchia su di un albero, un’immagine che si era impressa nella memoria per poi scomparire. Rividi anche una ruga sul terreno e un mattone che sporgeva male da un muretto basso. Mi ha fatto piacere ritoccare quegli elementi e mi fatto piacere pensare: io li toccherò in futuro quando tutto sarò cambiato, quando il peggio sarà passato. Loro saranno ancora lì: rughe sul terreno, macchie sugli alberi, mattoni che sporgono male. Ed è rassicurante oggi pensare quando le cose vanno male o cala l’inverno – l’inverno dell’anima, intendo – che là fuori ci sono rughe sul terreno, macchie sugli alberi, mattoni che sporgono male e che loro – alla fine solo loro – non ti tradiranno mai, come i francobolli.
E scoppiò un altro casino. Bevete acqua Evian, sentivo dire in strada. Quel pazzo del fruttivendolo urlava questo spot pubblicitario. Non so perché. Neanche la vende l’acqua Evian. Ma ormai il bubbone – e lo capite da voi - stava scoppiando. Anche lo zafferano in bustine avanzava irricevibili piattaforme sindacali. Non più zafferano Tre Cuochi, ma dovevano essere 5 Cuochi e tutti con le 35 ore: meno lavoro per tutti a parità di salario! Era ovvio: la fine era vicina. L’acqua Evian aveva costretto il fruttivendolo – sotto minaccia delle armi o dell’avvelenamento - a farle pubblicità perché le sembrava di non andare più di moda come una volta. Il fruttivendolo singhiozzava. Era stato ricattato da quella maledetta acqua che avrebbe rivelato tutti i suoi segreti: vizi privati e pubbliche virtù. E di vizi privati doveva averne parecchi perché non la smetteva più di piangere, singhiozzare, ma soprattutto non la smetteva di pubblicizzare l’acqua Evian che lui fra l’altro non vendeva nemmeno.
Non avevamo ancora finito di chiarire la questione del fruttivendolo e dello zafferano Tre Cuochi che fu la volta delle, matite dei righelli e delle squadre del geometra del paese - qui noi non abbiamo spazio per architetti e designer: ci accontentiamo di meno - insomma matite, righelli e squadre si misero a disegnare. Si misero a disegnare - mica male a dire il vero - la città che volevano loro: giardini piscine. Ma non ci sono già? Scuole, parchi e biblioteche. Ma non ci sono già? Piste ciclabili. Ma con quello che costano? Tasse no, ma piste ciclabili sì?
Doraimon, ho capito. D’accordo. Prendiamo le medicine. Effettivamente qui mi danno quelle medicine, non sono per nulla amare. Ti senti strano. Diverso, compiuto e completo. Migliore. Certo mi viene in mente che il buon Richard che sono trent’anni che prende le medicine e sono trent’anni che non si vede e che vive nella casa sulla strada per la collina. A volte lui lascia messaggi nel cavo di un particolare albero come se fossero messaggi in bottiglia lanciati in mare. Mi rendo conto che sono medicine per non disturbare i vicini.
Torniamo a noi. Ovviamente le rivolte fanno emergere i leader. Fu pertanto quello il momento degli eroi, ma non solo. Nel nome del Padre, del figlio e via dicendo. Anche loro – gli eroi – a quel punto si incazzarono e fecero sentire la loro voce stentorea e con un forte eco, ma d’altronde proveniva dall’oltretomba. Come fecero? Ecco come fecero.
Dovrebbero essere ad altezza vista. Nella realtà sono un metro sopra i nostri occhi. Dovrebbero essere lette. Nella realtà sono ignorate. Dovrebbero generare orgoglio e senso di appartenenza. Nella realtà generano indifferenza e disinteresse. Dovrebbero suscitare il ricordo. Nella realtà producono l’oblio. Sono le targhe commemorative. Nessuno sa quante siano. Non è mai stato effettuato un loro censimento. Ci sono le targhe per gli eroi. Ma ci sono le targhe per gli scrittori. Ci sono le targhe per i pittori. Ci sono le targhe per i martiri. Ci sono le targhe per i musicisti. Ma ci sono le targhe anche per gli eventi memorabili. Ci sono le targhe per le stragi. Ci sono le targhe per gli scienziati. Ogni città ha targhe commemorative. Ogni amministrazione locale discute - anche animatamente - dove apporle e a chi dedicarle. Ogni amministrazione locale predispone una bella cerimonia il giorno in cui la targa viene apposta e nella cerimonia si sprecano belle parole di ricordo o di “richiesta di giustizia” o “per non dimenticare”, a seconda delle circostanze. Un articolo di giornale il giorno dopo. Poi più nulla. Le targhe negli anni si consumano e diventano illeggibili. Talvolta negli anniversari alla targa viene agganciata una corona di fiori. Ma in pochi mesi le dorature si asciugano e si incrostano. Il verde marcisce e poi secca. Fino al successivo anniversario. Ebbene quel giorno le targhe presero vita e si staccarono dai muri facendo saltare le viti arrugginite che ve le tenevano agganciate. Non è possibile in questa sede rendere conto in dettaglio di tutto quello che dissero e rivendicarono. Vi dico solo che la marmaglia di Santi, Eroi, Poeti e Navigatori improvvisò un disordinato corteo più largo che lungo. Come un Quarto Stato avanzarono pressappoco le seguenti sbriciolate richieste: ma in che cazzo di via mi avete messo? Con tutto quello che ho fatto io per l’Italia; ma sono tutto sporco (si erano infatti risvegliate anche le statue): possibile che nessuno si sia degnato in questi anni di raschiarmi le incrostazioni?; ma chi è quel villano ha scritto le didascalie sulla mia targa? Come ha osato definirmi surrealista? Io non so più chi sono o chi dovrei rappresentare? (era una targa letteralmente illeggibile); non è vero che Garibaldi ha dormito qui (ma il testo della targa sembrava volerci convincere dell’opposto). Questa era la prima fila: gli incazzati, potremmo definirli. Seguiva – ed era la marmaglia più grossa – una serie di corpi tumefatti e bruciati che si lamentavano: erano i quindici morti dell’incidente ferroviario accaduto a Monza il 5 gennaio 1960. A differenza dei pittori e dei poeti che avevano - almeno una fugace - presenza nei libri, di loro non si ricordava più nessuno. Raccontarono la cattiva sorte che era toccata loro. Morti in un incidente ferroviario, e passi. Ma nemmeno un po’ di attenzione: subito sepolti dalla cronaca che non poteva occuparsi di morti così semplici dal momento che in quegli stessi giorni erano morti Coppi, Camus e la figlia di De Filippo. Quindici righe in cronaca per quindici morti.
La protesta non era ben articolata ed era inevitabile che il corteo sbandasse e che si creassero dissidi al suo interno: pittori contro architetti, discussioni sulla superiorità della cultura artistico letteraria rispetto alla preparazione tecnico scientifica; tu hai un posto più bello e più centrale; non sono stato capito nella mia epoca figuriamoci in questa; l’avevo detto che io sarei stato rivalutato al contrario di altri che non vedo più nemmeno citati e di cui non voglio nemmeno dire il nome altrimenti qualcuno li va a cercare su qualche vecchia enciclopedia; dov’eri tu mentre noi facevamo la Resistenza?; vedo che anche a te è stato concesso qualche onore che non meritavi. Musica la tua?…. E ovviamente: Cinque Cuochi anziché Tre, 35 ore a parità di salario. Immancabile: bevete acqua Evian.
Doraimon, io qui fondo un sindacato: possibile che non si possa avere un po’ di kebab alla mensa o, come lo chiamavamo all’asilo, al refettorio.
Lo sceriffo – The Sheriff – che più ci penso più credo che fosse un vigile urbano sparò un paio di colpi in aria con la sua pistola d’ordinanza nella speranza di portare un po’ d’ordine. Ma ottenne poco se non zittire almeno per un po’ il rumoroso corteo senza meta e senza programma.
Non era la prima volta che si verificavano fatti del genere. In paese lo sapevano tutti tranne i due Santi e lo Sceriffo. E a sorpresa furono proprio i più imbecilli, lo Sceriffo e i due Santi, a costringerci a parlare. Grazie al loro istinto animale si erano accorti che sapevamo qualcosa che non volevamo dire dal momento che non sembravamo eccessivamente sorpresi dall’accaduto. Noi spiegammo alla meglio che effettivamente il vecchio Edwin, l’ex proprietario del negozio di ferramenta, non era per così dire un modello di virtù. Fu costretto a chiudere il negozio dopo una rivolta degli utensili che vendeva di giorno e utilizzava in certi modi certe notti. La rivolta all’epoca fu decisamente più contenuta di quella capitata a San e Siro. Evidentemente dovevano aver pensato che il vecchio Edwin avesse riaperto i battenti. Non era vero; si sbagliavano. Era stata montata solo la vecchia insegna, ma Edwin non c’era più.
Ai tre imbecilli facemmo più o meno anche questo discorso. Qui il cattolicesimo non ha mai attecchito in profondità, ma ha avuto solo un’adesione formale, come quella dei popoli sconfitti in guerra. In realtà qui noi siamo protestanti, calvinisti o pagani nel senso più profondo del termine. Vero Doraimon e il tuo ceppo? Ma questo protestantesimo e questo paganesimo che oggi non ha più possibilità di sfogo formale e liturgico (se non nel profondo della foresta nera) non è scomparso del tutto. Non sappiamo realmente perché, ma come un fiume carsico scorre sotto la crosta terrestre per ricomparire a decine di chilometri di distanza così il nostro protestantesimo riemerge costantemente nelle cose che ci circondano e negli oggetti d’uso quotidiano come gli utensili o le villette e i giardinetti che vi dicevo.
E furono proprio gli oggetti che non vollero saperne dei turpi maneggi nel cimitero cittadino del vecchio Edwin nelle notti dopo i funerali di giovani donne. Gli utensili presero la parola e si ribellarono perché gli oggetti devono essere utilizzati per dimostrare, con le opere, che si è stati scelti dal Signore.
All’epoca mettemmo il vecchio Edwin in un manicomio – ben legato, ovviamente - e rimettemmo a posto le cose nel cimitero. Ciò bastò a placare gli animi degli oggetti inanimati che rientrarono ben presto nelle loro quiete forme immobili. Ovviamente noi paesani per tacito accordo nascondemmo alle autorità l’accaduto. L’ipocrisia di gruppo fece sì che ce ne dimenticassimo in fretta. Facemmo dire – ironia della sorte – anche una messa riparatrice dal reverendo; lo stesso che anche questa volta fece finta di niente.
Questa volta fummo costretti a fare di più: oltre alla ipocrita messa, da buoni protestanti che hanno bruciato le streghe fino a pochi anni prima, demmo alle fiamme anche l’insegna della ferramenta del vecchio Edwin. Un’autodafé per non creare più equivoci tra noi e quel mondo che non conosciamo o conosciamo poco. Quel mondo che ci sta vicino giorno e notte e non fa commenti, ma che evidentemente ci osserva e ci sente. Giorno e notte. Quel mondo che qui – forse per il nostro protestantesimo naturale o forse per le invocazioni pagane di Doraimon - per due volte in pochi anni ha voluto prendere contatto con noi.
Talvolta mi sogno – sogno di me stesso – con la pistola in bocca. La pistola in bocca. La pistola in bocca. The Day the music die. Pistola in bocca. Helter Skelter. Pistola in bocca. American Pie. La pistola in bocca.
Come cantava Aznavur: “Io Sono Un Istrione”. Basaglia del cazzo. Ma non dovevano chiuderli i manicomi perché – e cito sempre l’esimio maestro Basaglia – “il ricovero coatto provoca la cronicizzazione”?
Ah, cosa dici Doraimon? Dici che questo manicomio è stato chiuso e che c’è solo nella mia testa? Bene. Bravi. Affondata la teoria di Basaglia: sono cronico anche se sono fuori. Glory Days.
Ancora una cosa: ma se il manicomio è stato chiuso ed esiste solo nella mia testa, ma tu, Doraimon, chi sei?
di Attilio Meoli
Si muore – ha detto qualcuno – semplicemente quando non si ha più voglia di vivere.
Irene era una donna graziosa, minuta, di cinquantacinque anni, ed è sempre vissuta in un piccolo paese in provincia di Sondrio.
Irene, alcuni anni orsono, ha commesso un crimine agli occhi dei suoi concittadini: «Si è innamorata di un uomo che non era suo marito». A nessuno importava sapere il motivo, nessuno aveva mai notato i lividi che spesso apparivano sul volto di Irene. Nessuno sapeva quanta dolcezza Irene trovasse nelle braccia di questo nuovo amore. Irene, donna minuta, non più giovane, con un marito violento che la trattava con disprezzo e dal quale aveva avuto due figli, decise di riprovare a vivere.
Il marito fece di tutto per non lasciarla andare, la riteneva una sua proprietà. I figli non la capirono e non la perdonarono. Le sue amiche semplicemente sparirono. Irene, piccola donna forte, sopportò tutto questo in cambio di un po’ d’amore, quell’amore a cui anelava e che sempre le era stato negato.
Dopo pochi anni di convivenza col suo nuovo uomo, Irene iniziò a non sentirsi toppo bene. Una strana stanchezza la pervase, in pochi mesi perse otto chili, diventando l’ombra di se stessa. Dopo ricoveri in ospedale e vari accertamenti, i medici, con malcelato imbarazzo, le comunicarono che era sieropositiva e probabilmente già in AIDS.
I sanitari consigliarono ad Irene di farsi curare presso l’Ospedale di Lecco, il solo, nelle vicinanze, che disponesse di un reparto di Malattie Infettive. Irene accettò di buon grado, sperando che così facendo, la notizia non trapelasse al suo paese.
In una fredda e piovosa giornata di febbraio, Irene entrò nel reparto dove io lavoro come caposala. L’accolsi come d’abitudine e le mostrai la sua camera. Senza dire una parola si mise la camicia da notte e s’infilò nel letto, il viso rigato di lacrime rivolto verso la finestra lasciava trapelare un’indicibile sofferenza. Non fu facile vincere la sua naturale diffidenza, per giorni il suo rapporto col mondo si limitò a pochi monosillabi. A poco a poco però la sua diffidenza si allentò, incominciò a fidarsi dei medici del reparto e ancor più degli infermieri. Il bisogno di rapporti umani vinse la sua timidezza e la sua vergogna. Così, un giorno, Irene mi raccontò la sua storia. Mi raccontò di come l’uomo che aveva amato così profondamente e per il quale aveva lasciato la sua famiglia, saputo della sua malattia si fosse dileguato. Di come i suoi figli si fossero sbarazzati di lei, ripudiandola. Della paura di morire sola, senza nessuno da salutare, nessuno da cui accomiatarsi.
Mi misi in contatto con i suoi figli, uno non volle nemmeno parlare, l’altro accettò di venire a trovare la madre. Ebbi un incontro con il figlio di Irene, vorrei dimenticarlo perché ancora le parole che ci scambiammo mi chiudono lo stomaco. Disse frasi assurde, che sua madre meritava quello che le stava accadendo perché aveva lasciato la sua famiglia per un poco di buono. Mi chiese di capire l’altro figlio che non voleva vedere sua madre, perché anche lui non riusciva a perdonarla. Mi parlò della vergogna che provava al suo paese, dove tutti ci si conosce. Mi disse che sarebbe stato meglio se fosse morta. La cosa più triste fu assistere al loro incontro. Mai una sola volta il figlio d’Irene guardò sua madre negli occhi, nonostante lei ricercasse insistentemente il suo sguardo. Non si dissero nulla più che poche frasi. Non tornò mai più a trovarla, né lui né nessun altro.
Irene è morta il mese di aprile, il suo corpo si è rifiutato di rispondere a qualsiasi terapia. Lei ha deciso di non vivere più e ha semplicemente smesso di combattere. Irene era già morta socialmente nel momento in cui è stata rifiutata dal mondo a cui apparteneva; Irene, come spesso accade ai malati di AIDS, è morta due volte.
(anno 2008)
L'amicizia e l'amore. L'eterna sfida di due sentimenti profondi e, a volte, sovrapponibili.
di Giuliana Barontini
Una notte afosa degna di un estate caldissima, il sonno che non arriva.
Affacciata alla finestra guardo in alto come a cercare qualcosa che mi conceda un attimo di sereno, dopo una giornata faticosa e rumorosa .
Nel cielo, carico di una nebbiolina strana come i miei pensieri, cerco almeno una stella, ma nemmeno la luna mi fa compagnia.
Di sotto nella strada, il rumore del traffico continua come se le ore si fossero fermate al mezzodì...
Torno nella stanza, le pale sul soffitto stridono nel girare, sono ore che non si fermano, mi chiedo se anche loro sentano la stanchezza della giornata e del vivere di ogni giorno.
Ormai sono preda della malinconia, la tristezza mi opprime più del caldo. Mi avvicino al computer lo accendo, cerco la home del mio sito dove ogni tanto mi rifugio e nella cartella dei messaggi lampeggia una letterina.
So che è un messaggio da leggere, ma non so se ho voglia di aprirlo.
E' tardi e magari è uno dei soliti ragazzi che prima di chiudere la serata lancia cretinate in ogni dove ...
Che ho da perdere se lo leggo? mi domando, incuriosita mio malgrado.
Una piccola variante e la curiosità di sapere mi prendono. Magari mi farò una risata amara sapendo che ormai niente avrebbe "rovinato" maggiormente la giornata che mi stavo accingendo a chiudere.
Mentre sorseggio una camomilla per far sì che questo benedetto, cercato sonno arrivi, senza nessuna pretesa, apro il messaggio.
Non era quello che credevo, il cielo mi ha ascoltato. Con un leggero sorriso compiaciuto che, involontario, si è disegnato sulle labbra ho bevuto quelle parole come acqua fresca: sul foglio bianco le frasi di un amico, parole che si schiudevano come fiori nella notte, il suo pensiero per me, il suo tenero saluto in quel momento particolare, critico...
Un attimo e non mi sono sentita più sola, preda di una notte anonima che non aveva niente di magico, non mi sono sentita dimenticata, delusa, ma serenamente inserita nel mio piccolo mondo dove l'Amicizia è una parte importante e gelosa.
Beh sono stati attimi di commozione profonda che sento ancora circolare nelle vene.
Ho risposto stamani alla sua mail.
Non sarei riuscita a farlo subito, c'erano lacrime di speranza, di commozione, di allegria ritrovata ad impedirmelo e quelle frasi innocenti hanno fatto da morbido cuscino dove ho potuto serenamente poggiare la testa e riposare.
Ti ringrazio Amico caro,
tu non saprai mai quanto bene quelle pochissime ma sentite parole hanno fatto al mio cuore.
L'amicizia vera, quella che non si consuma e non si perde nei sentieri impervi della vita è Amore allo stato puro.
Perchè solo l'amore può, se pur da lontano, "capire" quando l'altro, l'amico/a, si sente solo/a e ha bisogno di una parola di comprensione e di affetto anche soltanto per poter dormire.
di Leila Mascano
Allineo sul tavolo sei uova, la bustina di zucchero vanigliato, la scatoletta di latta con la cannella, lo zucchero in barattolo, il latte, il sale, il limone. Rompo le uova con meticolosa attenzione, metto i rossi con un etto di zucchero in un pentolino e lavoro bene, poi lentamente aggiungo il latte che ho fatto bollire prima con una buccia di limone e rimetto sul fuoco attenta a non scottarmi. Ho acceso tutte le luci nella cucina, che è molto grande, e nel corridoio. Lascio che la crema si addensi lentamente. Lui è in cucina, alle mie spalle. Se mi girassi improvvisamente lo vedrei, ma lui non vuole essere visto, il Monaciello. E' un bambino, un po' dispettoso, come sono i bambini, e vive in cucina perché fa caldo e ci sono buoni odori e buoni sapori. E' goloso e freddoloso, quando si accende il camino più tardi, a fuoco spento, ci va a dormire vicino o dentro, nella cenere calda. Ora che la crema è pronta, densa ma abbastanza liquida, la verso nelle coppette, e la lascio raffreddare. Dopo ci troverò le impronte delle sue piccole dita, le tuffa dentro e se le lecca, ma poco, nella speraza che io non me ne accorga. Il Conte Coda che fino a poco fa sognava i suoi sogno orientali ( è un persiano magnifico e altezzoso ) spalanca all'improviso gli occhi enormi, gialli, e fissa un punto oltre le mie spalle. Eccolo drizzare il pelo, gonfiarsi, soffiare: l'ha visto, il Monaciello, che certo schizza sulla credenza, e gli getta un incantesimo, anche il gatto con un miagolio rabbioso schizza via, la coda dritta come una bandiera, mai l'ammainerebbe, è un gatto filibustiere e tutte le gatte del quartiere lo sanno, ma con uno spiritello dispettoso nemmeno lui ce la fa. Io inghiottisco a vuoto, a bocca asciutta, ma so che debbo ignorare la sua presenza, o saranno dispetti e guai...Apro il cassetto, tiro fuori la frusta e sfogo la paura sbattendo le chiare a neve fermissima, sono certa d'intravederlo con la coda dell'occhio, e se le luci si spegnessero ora? Il cucchiaino d'argento dello zucchero si sposta bruscamente da solo. Tuffo nel latte che bolle in un altro pentolino la chiara montata cercando di farne delle palline. La porta sbatte, pazienza, ad alta voce dico: Ti prego, non fare così...Scolo le palline ormai cotte dopo averle girate da ogni parte, le metto ad asciugare su un canovaccio...sciolgo ora lo zucchero in un padellino, finché non prende un bel colore dorato...bastano solo tre cucchiai d'acqua, o quattro? Il coltello per tagliare il limone sul piano del tavolo si mette a girare lentamente in senso orario. Mi tremano le gambe, ma con voce che spero sia decisa gli dico: Ma ti fermi o no? La vuoi smettere? Il coltello si ferma. Metto il succo di limone nel caramello. Ora mi volto, dico. Metto le palline nelle coppette e sopra a filo lo zucchero caramellato. Alle mie spalle si rovescia lo scolaposate nel lavandino. A quel punto scappo a gambe levate dalla cucina. Non ho la coda, ma se l'avessi me la terrei fra le gambe.
Tornerò più tardi a mettere le coppette in frigo, quando ci sarà qualcuno in cucina. E' il compleanno di mia madre, che torna questa sera da un viaggio con mio padre. Il dolce è un mio regalo.
Il Monaciello vive con noi da anni, ma si fa vivo solo con me. Questa sera, dopo avermi fatto spaventare, verrà a carezzarmi i capelli con la sua manina leggera, mentre sto per addormentarmi. Gli sussurro: Ciao, monacié, non mi fare più gli scherzi come stasera, che mi metto paura...
Ho sei anni. Les iles flotantes le preparerò spesso a mia madre, come gesto d'amore. Come gesto d'amore lei le mangerà. Ci ho messo trent'anni per apprendere per caso in una sua conversazione che "detestava quel dolce insipido e appicicoso". Chissà 'o monaciello le risate!
di Michele Navarra
può succedere di tutto in una pizzeria che si chiama pazzapizzainpiazza
Aveva voluto decidere tutto lei.
Quella sera l’avrebbe finalmente portato in un ristorantino-pizzeria molto di moda, che si trovava negli immediati dintorni di piazza Fiume. “Pazzapizzainpiazza”, scritto tuttattaccato, era l’assurdo nome di quel locale, probabilmente partorito dal delirio di una mente irrecuperabilmente disturbata, nel corso di una fase acuta della malattia.
Alessandro conosceva quel posto famigerato, per esservi stato per ben due volte in passato, rischiando poi in entrambi i casi di schiantare la tazza del cesso una volta tornato a casa. Gli avevano fatto anche conoscere il proprietario del ristorante, un certo Guidoni Mario, un ripugnante gnomo dal ventrone prominente, a forma di tonno “pinna gialla”, che si era subito messo a dargli delle grandi pacche sulle spalle, come se fosse stato il suo migliore amico.
Guidoni, detto “er provola”, per via della sua untuosa pseudogalanteria con le ragazze, di cui guardava bramosamente e sistematicamente culi e tette, a cinquant’anni suonati aveva finalmente trovato il suo personale Eldorado, aprendo quella cimiciosa pizzeria che, in breve tempo e alquanto misteriosamente, era diventata addirittura un locale di tendenza.
Chiara aveva precauzionalmente prenotato un tavolo, anche se quella prenotazione non le garantiva in realtà alcun diritto, anzi era del tutto inutile, avendo un mero valore indicativo, a mo’ di segnalazione della propria presenza. Infatti, fuori dal locale, nonostante la temperatura fosse di appena un paio di gradi sopra lo zero, si era formata una ressa spaventosa. Decine di persone, tutte con regolare prenotazione, aspettavano impazienti il loro turno per entrare e degustare le meravigliose prelibatezze dello chef. Ogni tanto, la porta del locale si socchiudeva leggermente e, dallo spiraglio aperto, faceva capolino la brutta faccia di un tizio, probabilmente “er provola” stesso, a giudicare dall’altezza cui appariva la faccia, che declamava, con voce stentorea, il nome di quei fortunati che avrebbero potuto finalmente fare ingresso nel suo prestigioso locale. Poi lo spiraglio si richiudeva e tutto tornava come prima.
Quello era un momento di grande intensità emotiva, in cui regnava un silenzio pressoché assoluto. Subito dopo l’estrazione dei fortunati vincitori, quel popolo di sfrantumati mentali riprendeva ad aspettare impaziente, chiacchierando, fumando o, come nel caso di Alessandro, rodendosi incessantemente il fegato.
«Mi sposto un po’, perché comincio ad avere freddo» disse lui allontanandosi.
Sgomitando come un figlio di mignotta, in effetti, era riuscito ad accaparrarsi un posticino di sbieco proprio accanto allo “stufone”. Si trattava di un punto strategicamente molto ambito da tutta quella torma di diseredati.
Lo “stufone” era un diabolico marchingegno calorifero, a forma di fungo metallico, progettato da qualche pazzo sadico che creava, per un raggio di circa due metri, un microclima vulcanico, sui trecento gradi sopra lo zero. Al di fuori di quel raggio d’azione, rimaneva la temperatura ambiente, che, in quel caso, era vicina allo zero.
Rimanere troppo a lungo accanto allo stufone poteva essere molto pericoloso, per la propria salute, sia fisica che mentale, ma Alessandro aveva deciso di correre il rischio. A pochi metri da lui, aveva notato un inquietante tizio, fuori dal raggio d’azione del micidiale attrezzo dispensatore di calore, che, ormai prossimo al congelamento, si muoveva come un tarantolato, probabilmente per cercare di scaldarsi o, forse, semplicemente perché del tutto impazzito per la fame.
Alessandro al contrario aveva il volto completamente paonazzo e puzzava di carne bruciata, quando er provola, dall’alto del suoi centocinquanta centimetri, si era degnato di annunciare il loro turno: «Chiara! Chiara per due! C’è Chiara?».
«Sono qui!» rispose prontamente lei, emergendo a fatica dalla folla di cenciosi affamati in attesa del loro turno.
Entrati dentro il locale, furono fatti accomodare a un tavolino d’angolo, vicinissimo alla porta del cesso.
«Conosci il proprietario eh?» commentò scherzando Alessandro alla vista del tavolo che gli era stato assegnato.
«Ha voluto per forza darmi questo tavolo, quando ha saputo che venivi tu», rispose lei sorridendo.
Guidoni si era adeguato a modo tutto suo alla nuova normativa antifumo, nel senso che ognuno fumava a suo piacimento, facendosi alla stragrande i cazzi propri: che si trattasse d’un sigaro, d’una pipa, d’una semplice sigaretta o di un calumet della pace, non faceva alcuna differenza. Er provola aveva fatto sistemare una pseudoparete di carta velina rinforzata che, a suo dire, divideva il locale in due distinti ambienti, uno per i fumatori e uno per i non fumatori. Almeno non gli si poteva rimproverare la mancanza di fantasia.
Alessandro, che amava trovarsi in mezzo al fumo allo stesso modo in cui a un musulmano sarebbe piaciuto essere sepolto in mezzo ai maiali, aveva comunque deciso che, in via del tutto eccezionale, per quella sera non avrebbe sollevato obiezioni.
In silenzio, sotto lo sguardo complice di Chiara, aveva studiato attentamente il menù plastificato, nel quale tutte le pietanze finivano con la desinenza “one” oppure “otto”. Alessandro ricordava che in quel locale, oltre alle tradizionali pizze e a qualche orrendo piatto di cucina, venivano serviti – anzi, erano le specialità della casa, cui si doveva l’incredibile successo di quel posto – gli “struffoloni” e i “pizzotti”.
Lo “struffolone” era una sorta di pizza arrotolata a cannolo, che aveva una singolare e inquietante somiglianza con l’organo genitale maschile in erezione “barzottata”. Cosa ci fosse dentro era un mistero. “Segreto di Mario” c’era scritto sul menù: probabilmente carne di sorcio tritata o, quando disponibile in frigo, di gatto randagio, più altri ingredienti della sana tradizione mediterranea.
Il “pizzotto”, invece, era una sorta di pizza, più piccola e più tozza del normale, con sopra mozzarella, pancetta, broccoli, salsiccia piccante e cipolle. Per la sua alta digeribilità, il pizzotto era unanimemente consigliato, da tutti i dietologi più famosi, per l’alimentazione dei bambini e dei malati. Il nome aveva una sinistra assonanza con la parola “cazzotto” e infatti Alessandro pensò che, a giudicare dagli ingredienti, quella roba si sarebbe dimostrata ben peggiore di un pugno nello stomaco.
«Devi assolutamente assaggiare lo struffolo!» esclamò Chiara, che, come al solito, sprizzava entusiasmo da tutti i pori.
«Lo conosco, lo conosco» rispose lui guardingo. «Preferirei optare per una classica pizza funghi e prosciutto se non ti dispiace».
«Non se ne parla nemmeno!» replicò categorica lei. «Lo struffolone è la fine del mondo!»
Alessandro guardò la ragazza come un condannato guarda il suo carnefice, ma decise di fare come diceva lei. In fin dei conti, non sarebbe certo morto per quello.
Ordinarono e mangiarono gli struffoloni con gusto, anche se a quell’ora, con la fame che aveva, Alessandro avrebbe mangiato con rapace voracità qualsiasi cosa gli avessero messo davanti, si fosse anche trattato di un pezzo d’intonaco.
Il temibile piatto cominciò immediatamente a far sentire i suoi devastanti effetti sul suo apparato digerente, anche perché Chiara, come era prevedibile, gli aveva subito mollato metà del suo struffolo, pretendendo che lo finisse tutto. Gli ingredienti del maledetto cannolone arrotolato, con ogni probabilità già parzialmente putrefatti al momento della cottura, avrebbero continuato a marcire per ore all’interno del suo stomaco. Per lui si preannunciava una notte terribile, da trascorrere alle prese con una digestione lenta e faticosissima, probabilmente condita da numerose e spesso infide scorregge.
Anche per questo motivo, avrebbe volentieri fatto a meno del dolce, ma non poté purtroppo esimersi dall’ordinare il “nutellone”, che non era niente altro che uno struffolone inzeppato di nutella, dal contenuto calorico equivalente a quello di tre pasti completi, primo secondo contorno frutta e dolce.
«Ci vuole sopra una spruzzata di cacao?» gli chiese solerte il cameriere, posandogli davanti il piatto e prendendo nel contempo una specie di grande saliera piena evidentemente di cacao in polvere.
«Certo, grazie» rispose lui annuendo con decisione. «Versi, versi pure, mi raccomando. Altrimenti corro il rischio di digerire troppo in fretta e poi magari tra un ora mi viene di nuovo fame».
Chiara sorrise divertita, mentre il cameriere non colse o, più probabilmente, finse di non cogliere l’ironia di quella battuta, e spruzzò inesorabile una abbondante nuvola di cacao su quell’inquietante arnese ripieno di nutella.
Terminata la cena, pagarono in fretta il conto e uscirono dal locale, tutto sommato felici, rituffandosi nel freddo, terso e pungente, della notte romana.
Adesso era davvero ora di tornare a casa.
A dormire.
di Giuliana Barontini
Tu mamma...
una goccia di mare pulito, un battito d'ali che copre milioni di attimi, km di tempeste e uragani…
Mani ancora piccole e sapienti le tue, carezzano volti impauriti, delusi, fieri, dolcissimi, asciugano lacrime, rivoli d'argento in occhi azzurri come laghi di montagna o nerissimi come frutti di bosco, more e mirtilli.
Tu mamma ...
rifugi in quel sublime atto d'amore la sua nascita, i sogni persi di bambina, le emozioni, gli anni di spensierata allegria e, in un battere di ciglia ti trovi donna, mamma.
In quel piccolo uomo che ti corre vicino, inciampando nei passi e cercando veloce la tua mano per non cadere, ritrovi il tuo essere bambina; il tuo piccolo mondo si avvicina al suo nel proseguire insieme il cammino.
I suoi sempre più arditi sogni sono un comune pensare, lui vuole e crede di possedere il mondo un giorno.
Tu mamma...
lo abbracci con amore, sai già che, ancora adolescente, poco di quello che spera e crede diventeranno una realtà.
Ma non vuoi insegnarli solo questo, no, tu lo aiuti a crescere a sentire, dentro il suo piccolo cuoricino, la "vocina " che parla burbera se non si comporterà bene, o che lo loda dolcemente quando riuscirà a dare qualcosa oltre al volere...
Gli insegni il perdono anche per chi palesemente sbaglia, il rispetto per la natura, per ogni essere che gli vive accanto e solidarietà e comprensione per chi soffre ogni tipo di disagio.
Tu, piccola mamma cresci con lui ...il suo arrivare a mete prefisse ti regalano le gioie che a te sono state negate, i sogni, le avventure del tuo ragazzo si fanno un poco anche le tue...
dolci sono le briciole che raccogli per cibarti di una fame di affetto e carezze che ti sono stati, nel matrimonio, negati.
Il dolore di mille graffi di vita si allenta, il sole ricomincia ad essere caldo dopo anni bui e freddi, la speranza rinasce insieme ai suoi mille progetti di vita alle sue sincere affermazioni....Andremo, Faremo, Finalmente, Sarai Felice.
Tu ingenua sognatrice, Tu mamma ...
ci hai creduto fiduciosa, ma ti accorgi che, camminando nei sentieri aspri della vita, INSIEME è la parola che sparisce dal suo vocabolario e porta con se tutte le altre, distrugge i passi fatti come un tornado di vento freddo.
La sua vita, come è giusto che sia, prende il volo, la tua si posa sopra un cespuglio di spine.
Adesso non hai più rose da donare, non le vorrebbe, hanno le spine, i sorrisi non contano, le premure sono un volersi impicciare, la vicinanza è solo una lotta con il tempo che sembra non bastargli mai.
Non riesci a farti "sentire", lui non ti ascolta, è troppo" lontano"; quello che ti gira intorno adesso è solo un vuoto cosmico, anche la stella più lucente in cielo ti ha proibito di guardare.
Forse non è rimasto niente dentro al suo cuore, nessuna traccia del vostro passare, del vostro cammino mano nella mano, tra le pieghe di un vissuto.
La polvere dell'indifferenza tutto ha coperto, il valore, la tenacia con cui tu lo hai cresciuto si è scontrata fatalmente con l'essere responsabile, con il rispetto dovuto, reciproco e, come se niente fosse, ha cancellato l'amore.
Tu mamma ...
sai che per te niente di questo è accaduto, tu conosci lacrime atroci, sangue vivo, le tue notti disperate cercano il sonno ristoratore che non arriva, come ancora di salvezza, per continuare a lottare.
Tu conosci l'immenso dolore di dover rinunciare a qualcosa che ancora senti legato da vincoli "speciali " che ti appartiene, ma ti rifugi sola, zitta nel profondo dell'anima che vorrebbe gridare.
Sai anche che, per troppo amore, hai sbagliato. Non cerchi processi, giudizi, ragioni, bensì, ancora e disperatamente, quella piccola mano che ti cercava sicura di trovare quello che voleva...
Tu sei ancora e sempre lì che aspetti, incredula, stupita che una realtà, forse più bella di un sogno che INSIEME avevate costruito, non abbia la forza e il coraggio per continuare.
di Frank Spada
Un uomo anziano, seduto a piedi fermi, doloranti per i crampi, formicola le mani sfogliando un album di fotografie, e ogni tanto alza gli occhi verso la sigaretta che tiene accesa tra le dita – l’aria nella stanza vela di grigio la vetrata di una finestra che guarda verso un campanile. Un tremolio, quando l’accanito fumatore imbocca l’abitudine malsana, gli impolvera i vestiti ricamando forellini, contrassegnando l’esistere di un corpo appeso alla magrezza che incava le sue guance.
L’uomo aspira l’ennesima boccata e soffia la corposità del fumo sulle inquadrature in bianco e nero: il campanile del Castello, l’angelo di rame confinato da un perno senza fine a ruotare ai venti della rosa, il piazzale che delimita i pendii, i giochi al sole, le penombre della sera, la sua infanzia – Udine. Un rantolio dei bronchi e fissa l’immagine ingiallita del palazzo liberty rotondo del Cinematografo Centrale, demolito per far posto ai magazzini Upim, e si ricorda di un pomeriggio fine anni ’40, quando andò per la prima volta al cinema – rannicchiato tra le braccia della madre, lui s’impaurì per il via vai di invisibili cadaveri da una cassapanca a una cantina. Sequenze con strepiti di tromba, lugubri frastuoni e la donna fu obbligata dai piagnistei del figlio a uscire; lasciando senza finale “Arsenico e vecchi merletti”. Poi la sua giovane età, ancora lacrimante di paura per le sirene e i boati, e i bagliori dei bombardamenti alle grate del rifugio sotto un ristorante, si avvoltolò con gli anni in altri turbamenti. Ma intanto, una pendola traballante al suono della carica, un canale sotterraneo, il volto ambiguo di idiozia di un certo Lorre – intravisto sbirciando tra le dita le immagini del film – furono per lui notti d’angoscia. E Cary Grant? Beh, il bambino imparerà con Hitchcock ad apprezzarne la bravura e si conforterà con Rita Hayworth che gli insegnerà a sognare da una locandina appesa in camera. Comunque, diviso dalla madre solo da un bracciolo, qualche mese dopo vide un altro film, e questa volta fino in fondo. Ambientazione ottocentesca, ufficiali cavalieri con gli alamari in ghingheri e guerre all’orizzonte fumiganti i cannoncini sulle ruote, e in primo piano: fanciulle in riccioli e sguardi maliziosi in abiti da sera, o in costumati abiti alleggeriti a norma di censura, tra balli e tavoli da gioco. Il primattore? Antonio Centa, un friulano di Maniago, un rubacuori d’animo gentile che a Cinecittà spopolava recitando la bellezza del suo volto ironico di luce.
Poltroncine accese di velluto rosso, buio in sala e la pellicola sgranocchia i titoli di testa. Primo tempo, intervallo, e inizia la sequenza di un duello tra il protagonista e un ufficiale della guarnigione dislocata in un sobborgo dell’impero. Padrini a lato, tanti passi quanti servono a distanziare gli avversari, e il primo colpo di pistola spetta allo sfidante: un’uniforme offesa da un cavaliere pari grado che alza la mira a petto d’uomo. L’altro, Antonio Centa, giubbetto bianco e spalline arabescate, allunga una mano verso un alberello che lo fiancheggia al sole di una giornata estiva; stacca da un ramo una ciliegia, la mette in bocca, spolpa la delizia e sputa il nocciolo a lato confondendo l’avversario con la piega di un sorriso – la mano destra, che impugna la pistola, abbandonata lungo il fianco. Il braccio teso di chi vorrebbe colpire l’impudenza ondeggia, si raccoglie, si stende mirando ancora l’arma – Centa continua a deliziarsi; soffia in giro noccioli gonfiando e spolpando le guance, strafottente. L’avversario: offeso una seconda volta! Che senso ha sparare a uno cui non importa nulla della vita? Ognuno va per la sua strada – il resto del filmato non lasciò altre impressioni nello spettatore in pantaloni corti. La mano stretta a quella della madre e uscì dal cinema.
Pochi passi e arrivano a casa, al ristorante “Al Monte”. I primi clienti a cena, i camerieri volteggianti per i tocchi che il proprietario allunga loro sugli stinchi se non servono nei modi, le ordinazioni in volo, e suo padre lo accompagna al tavolo riservato agli ospiti importanti, nella sala decorata. Occhi fanciulleschi strabuzzati e lui vede l’ussaro ufficiale in monopetto grigio che mangia un risotto alla parmigiana! “Ma come fa a essere qui se l’ho appena lasciato là”, pensa alzando lo sguardo verso il genitore – presentazioni e Antonio Centa posa la forchetta, e lo prende in braccio. Un cameriere porta il rialzo di un cuscino, mezza porzione di risotto e lui cena per la prima volta assieme all’attore tra i sorrisi del padre che lo serve.
Anni ’50, e un giorno l’emigrante friulano allontanatosi da Roma, prima di dirigersi a Maniago dai parenti, a Casarsa cambiò strada e arrivò a Udine. Spezzato inglese con camicia aperta e foularino, il divo entrò nel “ristorante sotto il monte” – complimenti, strette di mano, mentre un ragazzino fremeva in disparte con i pantaloni lunghi, poi la celebrità si accomodò in sala. Due austriache, habitué del ristorante, venute in città per agghindarsi alla ‘Boutique Longega’, incuriosite da quell’uomo affascinante, e riverito, chiesero informazioni ai camerieri. Un sorriso firmato sotto su due pose e l’attore indirizzò le foto di persona a un tavolo – chiacchiere in inglese, caffè, tre Corvoiser a seguire e a fine pranzo lui lo chiamò. E lungo il portico in discesa con le formelle quadrettate come il cioccolato, dove da bambino incanalava tra le fughe litri di San Pellegrino per vedere che strada prendevano le bollicine in rivoli, Antonio Centa gli mise in mano un portachiavi a ferro di cavallo – le due donne strette al fianco. Lui corse fuori; i tre arrivarono con calma. Sull’altro lato di Via Mercatovecchio, parcheggiata in mezzo alle carrozzelle del servizio pubblico, la meraviglia agli occhi: un’automobile lunga nelle code, lucente di vernice nera, targata Capitale! Interni profumati di Via Veneto, un giro della chiave e via su e giù col piede frusciando il tubo dello scarico. “La vita è una giostra, amico mio, siamo tutti a bordo e finiremo nello stesso posto, ma non pensare che ci arriverai per caso”, si era limitato a dire sorridendo al ragazzino lasciato al volante di una Studebaker Champion-Commander per strombazzare il clacson, quando lui gli aveva chiesto di portarlo con sé, a Roma, per fargli fare la vita dell’attore. Antonio Centa, andando via con le avvenenti carinziane, rimandò la risposta a un’altra occasione. Fu l’ultima volta che lui vide il mito della gioventù – Antonio Centa si schiantò qualche anno dopo dalle parti di Rovigo, contro un muro di nebbia.
Rincorrersi di voci. L’uomo si alza, apre la finestra: un bambino insegue i giochi sulla riva del Castello – il fumo nella stanza lascia posto a una buffata, l’aria tiepida invita a uscire. Passi strascicanti la salita e l’anziano arriva sul piazzale. Una panchina e prende fiato. L’abitudine di una sigaretta e all’improvviso un capogiro: l’angelo sul campanile vortica lo scenario naturale della piccola “Patria del Friuli”, velocissimo. L’uomo gesticola qualcosa, borbotta una piega tra le labbra, salivando. Un bambino si avvicina, chiama aiuto – non sarà che il proprietario della giostra ha deciso di passargli in corsa il testimone della storia?
Riflessioni sul carcere, la libertà, gli anni che passano
Vent’anni di galera da contare senza pause sulle punte da spilli di questi settemilatrecento giorni che feriscono superficiali senza avere sufficiente pietà per uccidermi. Giorni che pungono la pelle nuova che non ricorda il colore di quella maglietta leggera con su ricamata la scritta libertà.
Anni da scontare da una vita tutt’altro che infinita, pagamento in contanti, pronta cassa e
senza sconti. Il carcere non è un negozietto di provincia.
E il tempo alla fine non è denaro, è più simile all’amore vero, lascia segni profondi e nessuna offerta speciale. E’ un po’ vigliacco, ma sempre giusto e onesto con tutti.
L’onestà è del tempo, non è dell’uomo.
Quando due persone non si vedono per vent’anni si dice “è una vita”, vent’anni consumano infanzie, macinano finemente maturità, matrimoni.
Cadono milioni di capelli in tutto questo tempo. Una non vita, un’esistenza al contrario che diviene antivita e come l’antimateria esplode al contatto di tutto ciò che è materia, il carcere esplode dentro di me a contatto di tutto ciò che è vita vera.
Per non essere disintegrato dovevo liberarmi di tutto il mio passato fuori. Capii questo e lo capii in fretta, lo feci e diventai un lombrico, non un topo come spesso si dice di noi carcerati, troppo furbo, troppo pieno di comodità e libertà. Ci sono topi qui, vanno e vengono più dei parenti, mangiano bene e non prendono botte.
Siamo lombrichi, nudi e tutti simili, lenti, ciechi, sordi, infilati sull’amo, divorati dai pesci, bocca e carne senza pensieri, prigionieri della terra pesante e sporca e come lombrichi ci adattiamo a divorare solo terra, cagando qualcosa di utile se non per noi per qualcun’altro.
C’era un unico colore vivo nella mia cella. Unico in questa piccola stanzetta grigia dove lentamente sbiadisce anche il poster, un tempo abbronzato, di Sabrina Ferilli, c’era una gabbia con un canarino giallo. Non lo tenevo per affetto e neanche per la sua bellezza, lo guardavo raramente. Forse era solo la mia vendetta verso la massima libertà di chi possiede le ali.
La prigione; piccoli piaceri, piccole vendette. Come lombrichi s’impara ad accontentarsi.
Cantava alla luce, al sole o alle nuvole, cantava al nuovo giorno senza significati.
Ma una mattina rimase in silenzio, lo fissai a lungo per la prima volta dopo tanto tempo, mi guardava serio e poi parlò. Parlò con la voce che avrebbe qualsiasi canarino se parlasse. Non mi stupii, niente mi stupisce più.
Mi chiese il perché della mia tristezza, mi cinguettò il suo dubbio, perché non cantavo con lui felice ogni giorno?
Gli dissi che la mia felicità era troppo grande per poter entrare in una stanza così piccola, attraverso sbarre così strette, e che forse mi aspettava fuori.
Rispose: “Perché allora tu ingabbi anche me se il dividere la tristezza non la rende più leggera?”
Mi convinse, era facile da spostare la mia sferica indifferenza.
Aprii la porta e lui volò fuori, volò via, mi disse salutandomi che avrebbe cercato la mia felicità e l’avrebbe convinta ad aspettarmi per tutti gli anni che mi mancavano.
Mangiai il suo pane secco e misi un pezzo di carta nella gabbia foggiandolo vagamente con le mie rozze mani affinché gli somigliasse.
Quel giorno, quando il secondino mi portò fuori per l’ora d’aria passeggiavo con lo sguardo basso, opposto al cielo, scalciavo la ghiaia divinando un futuro, il mio, che era solo un minuto più in là. Un futuro non scritto, ma inciso su una roccia tanto dura da trattenere le catene.
Aprii le braccia, rigide, dritte, le muovevo lentamente, ma non volai via.
Rimasi lì a guardare i sassi, insistente, con le braccia larghe come uno spaventapasseri. Privo di vergogna.
Qualcuno mi abbracciò forte afferrando una speranza, la speranza che io potessi davvero volare portandolo con me in un posto lontano dove i luoghi scorrono senza incepparsi come meccanismi rugginosi. Non mi girai a guardarlo in faccia, solo cercai di assorbire il calore solare di quella carne e il calore ci portò davvero in alto per un istante solo, insieme, come solo due esseri umani sanno stare. Continuammo a camminare, intrecciati in silenzio, senza più trascinare i piedi nel cortile recintato, cercando di assomigliare sempre meno a lombrichi e in questo istinto primordiale di libertà, si dilatò, in un cerchio sempre più largo, la circonferenza del nostro camminare fino a che, impavidi come aquile, sfiorammo il muro di cinta con le nostre imperfette ali.
Un soffio d’aria mosse la carta nella gabbia e sentii una goccia cadermi sulla testa.
Forse stava per piovere o forse era solo un anticipo, una promessa, un frammento di quella cosa che mi attendeva oltre le sbarre. Forse davvero qualcosa di grande là in alto nel cielo aspettava paziente.
E dopo anni, io sorrisi.
di Andrea Scala
di Nadia Zapperi
un racconto nostalgico, allo stesso tempo intenso e delicato
Era tempo che non entrava più in quel luogo. Enrico si paralizzò, con i ricordi che si accavallavano, davanti al portone a vetri. Il riflesso di sé che gli rimandava la vetrata era di un uomo alto, brizzolato, sicuro di sé dietro i suoi occhiali da vista e nel suo abbigliamento elegante e sportivo, sicuramente molto diverso dal ragazzino di allora…
Era lì, nello stesso punto dove si era fermato ora, lungo e magro dentro jeans troppo corti, nella goffaggine tipica dell’età con l’entusiasmo misto al timore che solo ora, ormai adulto, riconosceva essere stato l’inizio della costruzione del proprio futuro.
Guardava la palazzina bassa a mattoncini rossi, distesa a formare una lunga «L». Quella prima volta gli sembrarono due braccia desiderose di stritolarlo. Ricordò che il primo impulso fu di scappare via. Arrivava da un paesino di montagna e non aveva mai visto così tanti ragazzi, tutti insieme. Pensava: «Io lì dentro? Mi perderò. Non ce la farò mai!»
Ma il pullman per tornare a casa non sarebbe passato se non di lì a tre ore e non avrebbe saputo né come né dove impiegare quel tempo. Il timore di stare in giro in una città sconosciuta superò quello di entrare e fu così che mosse i passi verso il portone, lo varcò e si ritrovò nell’atrio della scuola.
Da dentro sembrava ancora più grande!
Il vociare dei ragazzi che arrivava dalle classi ancora aperte gli creò un senso di smarrimento. Così tanta gente e nessuno a cui chiedere dove fosse la Prima C.
Si guardò intorno in cerca di cartelli di segnalazione ma non ne trovò sui muri a pannelli alternati giallo e grigi.
Altri ragazzi continuavano ad entrare urtandolo, ma nessuno sembrava comprendere il suo bisogno di informazioni.
Decise così di percorrere tutto il corridoio iniziando da quello alla sua destra e controllare sulle porte che vi si affacciavano ma scoprì che erano tutte le Seconde. In fondo al corridoio, una vetrata permetteva di intravedere altre porte, altre classi e più in fondo ancora, sulla sinistra, un grande portone antipanico blu chiuso lasciava pensare che dentro ci fosse la palestra.
«Hai bisogno di qualcosa?» Una voce dietro di lui lo fece girare di scatto. Una signora, in realtà una signorina se pensava con la mente di oggi, con un lungo grembiule blu a scacchi bianchi lo stava fissando con uno sguardo interrogativo.
Lui, balbettando un po’ per lo spavento un po’ per timidezza, le rispose: «Sì, mi scusi. Cercavo la Prima C».
«Sei nuovo, vero?» gli sorrise la signora, senza scherno – «ti accompagno io» – e si voltò per farsi seguire. Con il tempo, di lei scoprì che si chiamava Alessandra ed era una delle bidelle, la più simpatica, la più giovane e forse, per questo, la più paziente.
Sollevato, lui si apprestò a memorizzare il percorso dall’ingresso fino alla sua classe per evitare, l’indomani, di ripetere lo stesso errore, di apparire ancora così goffo. Quindi: corridoio a sinistra, quinta porta a destra di fianco alla Prima A e di fronte al distributore automatico delle bevande calde.
A questo ricordo ne subentrò immediatamente un altro.
Il suo professore di musica, un omone alto e grosso, un armadio di bontà e comprensione che, durante l’intervallo, era solito avvicinarsi al distributore, inserire una monetina per volta e allineare sul tavolino di fianco the, cappuccino, caffè e cioccolata per farne un unico grande beverone.
Da lui imparò l’importanza del rispetto per gli altri. L’ora di musica, così come quella di religione e di educazione artistica, era da tutti gli alunni considerata secondaria, poco importante. Si poteva allentare la tensione e le lezioni avevano sempre come sottofondo un chiacchierio generale tra chi ripassava la lezione dell’ora dopo, parlava di altro o disturbava per il puro gusto di distrarre.
Lui, il professore di musica, non si imponeva mai e, pur sapendo che i propri giudizi avrebbero pesato poco sulla promozione o la bocciatura dell’alunno, insegnava ugualmente ciò che sapeva con una passione tale da riuscire, alla fine, a trasmettere un po’ di interesse. Era soddisfatto del lavoro che faceva, di ciò che insegnava e non gli importava nulla della blanda considerazione che riceveva. Amava la musica ed era convinto che pochi l’amavano allo stesso modo ed era per questo che regalava voti sufficienti anche a chi non li meritava, mentre guardava con più tenerezza i pochi che condividevano quell’amore.
Durante i cinque anni di permanenza in quella scuola, rispettare la passione di quell’uomo, pur senza comprenderla fino in fondo, diventò per Enrico importante tanto quanto prendere un buon voto in matematica o latino. Ascoltare una persona perché ha qualcosa che lui ritiene importante per sé da trasmettere, fu l’insegnamento che ebbe da quel professore. In fondo, frequentava una scuola che gli avrebbe dato l’abilità all’insegnamento e per insegnare occorreva, innanzi tutto, essere capaci di ascoltare e comprendere l’altro, che sia adulto, bambino o genitore.
Bisognosa di comprensione era anche la professoressa di latino. Una donna anziana, sia allora che nel ricordo di oggi, alta, grossa, con un viso poco avvezzo al sorriso e occhi perennemente tristi che parevano più volti al passato che al presente. Parlava e gesticolava da sola divenendo, per questa sua mania, oggetto di scherno da parte degli studenti.
Ma sapeva farsi rispettare in classe. Incuteva timore al solo guardarla per non parlare dei 2 e dei 3 e perfino degli 0 che segnava in grande ed in rosso sui compiti in classe.
Enrico si ritrovò a pensare che, quasi sempre, del periodo delle superiori si ricordavano solo il professore più buono e quello più severo. Il primo è comprensivo, il secondo è invece colui che, in fondo, insegna ad accettare le frustrazioni, a superarle ed a diventare un po’ più grande.
E a diventare più grande erano serviti ogni giorno di quegli anni, ogni amicizia; il primo amore e le prime liti importanti, le vacanze, le gite, le notti a studiare… il giorno prima degli esami… Quanto tempo era trascorso, quanta strada aveva percorso da lì in poi…
D’un tratto Enrico intravide, al di là del vetro, dentro la scuola, un grembiule blu a scacchi bianchi.
«No, non può essere lei» mormorò con stupore. Quasi trent’anni e Alessandra era ancora lì, ad accompagnare nuovi alunni che si perdevano impauriti nei corridoi, con lo stesso sorriso seppure segnato da piccole rughe. Ragazzi che arrivano, se ne vanno e fanno carriera. E lei sempre lì. «Certo non mi riconoscerà» pensò con nostalgia e tenerezza.
«Papà, allora entriamo?» Quella domanda riportò Enrico alla realtà. Era lì per assistere al primo giorno di scuola del figlio e si era perso nel passato. Ormai riscosso rispose: «Sì, certo, Roberto… hai ragione». Dopo pochi passi Enrico si rivolse al figlio e gli chiese: «Hai paura?»
«Un po’…» rispose Roberto abbozzando un sorriso timido ed abbassando lo sguardo a terra.
Enrico sorrise al figlio e pensando alla sua stessa goffaggine di allora lo consolò: «Passerà… vedrai, passerà e diventerai grande».
(anno 2007)
di Stefano Chiarato
alla ricerca delle certezze perdute
ascoltando un vecchio disco e riscoprire,
a trentaquattro anni dalla sua pubblicazione, che è più attuale che mai
Anche quella mattina, come sempre, mi ritrovavo a fare più cose contemporaneamente: guidare, ascoltare la radio e pensarne mille altre. Una mano ferma sul volante, mentre l’altra cercava affannosamente qualcosa di interessante tra i tanti canali delle emittenti. Ad un certo punto la mia attenzione veniva catturata da una vecchia canzone di Edoardo Bennato; quella che diceva:
…Patrizio dice che si deve sempre dire
Ad ogni costo tutto quello che ti pare…
Immediatamente la memoria è volata indietro nel tempo. A quella sera, quando all’Arena Civica, avevo assistito al mio primo concerto; al concerto di quel cantante che soltanto qualche giorno prima, sentendolo sulla frequenza di una radio libera, lo avevo bollato come un pazzo scatenato. E lui era lì, sul palco, e da solo era un’intera rock-band, armato di chitarra, armonica a bocca, kazoo, tamburello a pedale e una voce stridula, partenopea, piena di versetti e gridolini.
Che concerto!
Di lì a poco avrei comprato tutti i suoi dischi e perfino la chitarra e l’armonica.
Quella sera aveva cantato proprio quel brano che ora stavo riascoltando alla radio:
…Patrizio dice che si deve sempre dire
Ad ogni costo tutto quello che ti pare…
Era la canzone che chiudeva il suo primo LP; sì, i dischi si chiamavano così, i CD non esistevano ancora, erano in vinile nero e per ascoltarli si doveva selezionarne la velocità: o trentatre giri, o quarantacinque giri, poi passarci sopra lo spazzolino per raccogliere la polvere che immancabilmente, essi, nel loro ruotare, attiravano su di sé, e ciò nonostante gracchiavano sempre un po’. Erano grandi quei dischi ed era bello, mentre li si ascoltava, tenere in mano la copertina di cartoncino per seguirne i titoli o leggerne i testi delle canzoni, mentre oggi i piccoli e freddi CD sono accompagnati da piccoli albumini che per leggere i testi delle canzoni ci vuole la lente d’ingrandimento e sembra di non avere in mano niente. Però la resa sonora non ha paragoni.
La canzone in questione si intitola Rinnegato, non è tra le più famose del cantautore, ma i fans come me, la conoscono bene; sostenuta da un ritmo veloce e trascinante.
E mentre la ascoltavo, iniziavo a pensare che anch’io dovrei dire sempre tutto quello che mi pare. Per esempio che, non che i cantautori di oggi non siano bravi, ma non mi entusiasmano, non li trovo particolarmente impegnati. No, non ci sono più cantautori che mentre cantano, suonano la chitarra e il tamburello. Non ci sono cantautori che stimolino all’impegno sociale e, perché no, politico. Non ci sono cantautori che vengano presi a prestito dalla protesta giovanile. Per lo meno, quelli di un certo successo.
E le parole di quella canzone non mi hanno abbandonato neanche la sera mentre guardavo la partita alla TV. Anzi, mi hanno stimolato a dover dire che questo calcio non mi piace più, perché non è più uno sport e le squadre sono aziende che devono conseguire un utile. Il calcio di oggi è fatto di soldi, lusso, partite combinate, doping… È finito il tempo del calcio eroico, quello di Italia-Germania 4-3, tanto per intenderci. Quello che il numero sulla maglia identificava il ruolo e non il giocatore, così avevi la certezza che il numero 2 era il terzino destro e il numero 10 la mezzala sinistra e la indossava sempre il giocatore più prestigioso. Erano certezze, appunto, così come era una certezza che la mia squadra del cuore giocasse la domenica pomeriggio in contemporanea a tutte le altre. Oggi questa certezza non c’è più e se non si leggono i giornali o si seguono i programmi TV, c’è sempre il dubbio: ma giocherà la domenica pomeriggio, o il sabato alle 18 o alle 20.30, o giocherà in posticipo la domenica sera?
Le partite si giocano dal venerdì al lunedì e i restanti giorni sono dedicati alle gare internazionali; ogni sera almeno una partita in TV. Ecco, è questo che è diventato il calcio oggi, uno sport da televisione, uno sport da salotto. Certo mi emoziono ancora quando la mia squadra vince, ma il giocattolo si è rotto, mi ha un po’ stancato; giocare sempre allo stesso gioco, prima o poi stanca, e vedere partite tutte le sere, ormai, mi dà un senso di nausea.
E poi proprio non riesco a capacitarmi di come sia possibile che associazioni e organizzazioni nazionali ed internazionali, dai nobili intenti umanitari e sociali, abbinino la propria immagine a uno sport così corrotto e marcio. E di come sia possibile che le società sportive, nelle loro scuole di calcio, trattino i bambini come merce di mercato quantificabile in denaro.
E mi sento un po’ confuso.
La sera dopo, per protesta rinuncio a vedere la partita in TV; e allora, con il telecomando stretto in pugno, posso scegliere tra una fiction alla TV di Stato e un target o un gossip su uno dei tanti Net Work, o magari un bel reality show, a cui poi segue un TG news, i trailers dei nuovi film e per concludere la serata ecco il talk show. Santo cielo! Ma un programma italiano non c’è? Un banale sceneggiato? No, non è più di moda chiamarlo così! Adesso inizio a rendermi conto che la mia lingua ufficiale, l’Italiano, è sottoposta ogni giorno ai continui attacchi di quella anglofona, anzi: americanofona.
Le fiction o i target sono programmi che fanno dormire; mi sveglio e c’è il solito giornalista, trasformato in show man, che sta già conducendo il talk show. Al programma partecipano pseudo- politici che danno spettacolo e gente di spettacolo che fa politica. Siccome tra i meandri del cervello mi rimbalzano ancora le parole di quella canzone di Edoardo Bennato, lo devo proprio dire: di questi politici non se ne può più! Di questi politici che quando sono all’opposizione contestano ciò che fa la maggioranza, e poi quando tocca a loro di governare, fanno le stesse cose di quelli che c’erano prima; ma non solo: ora chi sta all’opposizione contesta ciò che fa la nuova maggioranza, ovvero è come se contestassero se stessi. E non capisco. Di questi politici che mi vogliono fare lezioni di morale sulla famiglia quando loro stessi sono sposati, separati, divorziati, risposati e di nuovo separati. Ma quando parlano di famiglia, di quale parlano? E non capisco. Di questi politici che dicono che tutte le droghe fanno male. E non capisco se lo dicono prima o dopo che si sono fatti una canna.
Di questi politici che dicono che non si deve fare antipolitica. Ma l’antipolitica per esistere, ha bisogno che esista la politica. Oggi, questi politici fanno politica? No, fanno spettacolo. Quindi non si può dire che la gente di spettacolo faccia antipolitica, perché in realtà, è questa che fa politica.
Intanto il talk show verte sull’argomento dell’islamismo e delle radici cristiane e le tradizioni da salvare; tutti si accalorano a discutere, anche animatamente, attorno alla solita richiesta di un musulmano di togliere il crocefisso dall’aula in cui si trova il proprio figlio. Ecco che le parole di quella canzone di Edoardo Bennato tornano prepotenti nella scena della mia mente e da buon cristiano, lo grido, quasi con rabbia: «No! I crocefissi dalle aule non si toccano!» Ma poi mi fermo a riflettere su quella richiesta, da che cosa può essere mossa: forse perché i musulmani vedono un certo disinteresse, da parte dei cristiani, verso il crocefisso nelle aule e perché nessuno è in grado di spiegare perché sia lì. Poi mi ricordo della domenica precedente, di quando mi sono recato a Messa in orario come sempre, e del prete che si è quasi incazzato perché i fedeli entravano a cerimonia ormai abbondantemente iniziata e mentre li richiamava al rispetto della funzione e di chi dice Messa un telefonino trillava all’impazzata seguito da veloci passi che si allontanavano e il portone della chiesa che si richiudeva dietro di essi. Subito dopo ha regnato un breve istante di profondo silenzio che sembrava infinito. I musulmani sono molto più attaccati alla religione di quanto non lo siamo noi; vivendo accanto a noi sicuramente hanno notato un certo nostro disinteresse e una mancanza di rispetto per la nostra religione ed ecco che si sentono di avanzare una, secondo il loro punto di vista, lecita richiesta di togliere i crocefissi dalle aule delle scuole. Noi ci ricordiamo della nostra religione soltanto in questi casi.
Ma io no! Io sono cristiano. A Natale preparo il presepe per mia figlia così come lo faceva mio padre per me. Vado alla Messa di mezzanotte e poi festeggio mangiando il cappone e il panettone, quello con l’uvetta e i canditi, non quello con la glassa o ripieno di crema. La domenica delle palme vado a prendere il ramoscello d’ulivo da mettere accanto al crocefisso sopra la porta d’ingresso. O forse dovrei toglierlo nel caso ospitassi un musulmano?
Ma sono anche Italiano e fiero di esserlo, un Italiano che il 25 aprile festeggia la liberazione dal fascismo e il 2 giugno quella dalla monarchia.
Poi lentamente le palpebre si abbassano e mi addormento con la paura che qualcuno voglia portarmi via le mie tradizioni.
La mattina dopo, al risveglio, sento di avere nella testa una certa confusione e le parole di quella canzone che si muovono all’interno di essa. Penso che tutto ciò non sia normale e penso che forse sia meglio fare un salto dal mio medico. Lo studio del medico è gremito come al solito. Dopo circa un’ora di attesa tocca a me; sento un po’ di emozione o qualcosa che non riesco a definire, ma lui in due minuti si libera di me piazzandomi in mano un’impegnativa e spedendomi da uno specialista.
Esco e mi dirigo verso l’ospedale, imbocco il viale centrale della mia città e mi sembra diverso.
Lì dove c’era il salumiere ora c’è un kebab, di fronte c’è un Blockbuster, poco più in là ecco un McDonald a fianco di un Outlet Store, poi una Deutsche Bank, poi un Phone Center dove fuori sta gente delle più disparate etnie esotiche, ecco un Photo Service, un Edil Service e un bar con un vistoso cartello con su scritto Happy Hour per far sapere che lì servono aperitivi. Poi un forte odore di fritto ed ecco un ristorante cinese. E non sono più certo che questa sia la mia città, il mio Paese.
Finalmente arrivo all’ospedale, entro nell’atrio d’ingresso e mi trovo di fronte ad un cartellone indicatore; mi fermo a leggere per orientarmi: Day Hospital, Week Hospital, Week Surgery, Triage, Nursery, Morgue, Stroke Unit… Poi noto poco più in là quella che dovrebbe essere la portineria; mi avvicino e chiedo: «È la portineria questa?» Quello dall’altra parte risponde: «No, è il Front Office della Reception». A questo punto sento che è il momento di sciorinare il mio inglese scolastico: «Dovrei andare al cap».
«Il cap? Che cos’è il cap? Forse vorrà dire il CUP, Centro Unico di Prenotazione».
Ancora rosso di vergogna mi reco al CUP; sono fortunato, la mia prenotazione è urgente e così mi mandano subito in ambulatorio. Nella saletta d’attesa sono seduto accanto ad un ragazzino che ascolta musica con le cuffiette da un minuscolo i-pod che tiene chiuso nel pugno della mano.
Spiego il mio problema allo specialista e quello, in tutta tranquillità, mi dice che non è nulla di preoccupante, sono soltanto stressato e ho bisogno di riposo.
Quando esco ho più dubbi di prima: come posso stare tranquillo, riposare con tutto ciò che ho da fare? Ho mille impegni da portare a termine, mille scadenze da rispettare, e poi il lavoro, la famiglia…
Intanto il motivetto di quella canzone è ancora lì, si muove tra i meandri sempre più confusi della mia mente. Penso che forse sia il caso di affidarmi a qualche santo; in tanti lo fanno. Allora prendo in mano il calendario e… e mi incazzo come una bestia ferita, perché anche il calendario non dà più certezze. Ma come? Il giorno del mio compleanno è sempre stato Sant’Albino e ora non lo è più. Che fine ha fatto Sant’Albino? È forse stato degradato dal suo ruolo di santo? Ma c’è di peggio. Prima c’era la certezza che il 21 marzo fosse San Benedetto, così come il 31 dicembre San Silvestro. E invece no! Il 21 marzo non è più San Benedetto e non si può più dire: «A San Benedetto la rondine è sotto il tetto». C’era la certezza che fosse primavera, magari con qualche giorno d’anticipo o qualche giorno di ritardo, ma era primavera e le rondini facevano ritorno al loro nido di sempre. Forse chi ha avuto questa idea è stato un precursore dei tempi, prevedendo che le rondini sarebbero state una specie in via di estinzione e che le mezze stagioni, come la primavera, non ci sarebbero più state, passando da lunghe estati torride ad inverni altrettanto lunghi e miti.
Insomma non trovo certezze neanche tra i santi del calendario e il tempo ormai è impazzito.
Ormai sento che la confusione nella testa ha raggiunto limiti insopportabili.
Per favore basta! Non mettetemi altra confusione nel cervello.
Ma la frase appena pronunciata mi spaventa. Mi ricorda il testo di una vecchia canzone dei Pink Floyd:
…please don’t put your wires in my brain…
E anch’io ho paura di finire così: con i fili elettrici nel cervello.
Basta!
E invece non basta! Perché un bel giorno torno a casa e mia moglie in modo categorico e autoritario mi dice: «Fuori!» perché non sa che farsene di un marito musone, che non parla, che non si impegna e che non vuole cambiare.
«Fuori!»
E ora sento che tutta la confusione che avevo nella testa mi implode dentro.
BUM!
Così mi risveglio la mattina dopo che ho perso il treno che mi porta al passo coi tempi che cambiano e mi ritrovo a vagare, come uno zombie, in una metropoli di due milioni di abitanti, dove tutti si muovono freneticamente, dove tutti corrono di qui e di là urtandomi e io rimbalzo da una spalla all’altra. Ad ogni urto sento nella testa gli echi diffusi di quella implosione che si perdono nei meandri più reconditi della mente.
Mi ritrovo scaricato da tutti, senza un punto di riferimento, senza un orizzonte, senza sapere che cosa faccio, che cosa voglio, chi sono. Sono solo, in un’immensa, popolosa e brulicante metropoli, ma è come se fossi in mezzo al deserto. Poi metto una mano in tasca. Trovo un documento d’identità e dice che, sì, sono proprio io. Allora mi chiedo che cosa ci faccio qui e non capisco, non posso capire, che cosa c’è da capire? Sento l’ansia che mi assale, il respiro diventa frenetico, veloce. Ho paura, ma neanche io so di che cosa. Sento un gran fuoco dentro il petto che risale su, fino alla gola che mi si secca. Ho sete e…
Cristo!
Sono solo in mezzo al deserto e non ho neanche una borraccia con un goccio d’acqua. Penso che sia finita. Mi sento irrimediabilmente perso.
Piano chiudo gli occhi e mi rifugio in un nostalgico passato. Travolto dalla malinconia.
Rientro nella mia vecchia casa e trovo tra i pezzi di me stesso, sparsi tra le antiche radici, quel vecchio disco di vinile nero, quello che ha in copertina un grande fiammifero, tipo svedese, rosso fiammante con la capocchia gialla, su uno sfondo bianco. Lo metto sul piatto dello stereo. Gracchia un po’, ma fa niente. Poco dopo partono le note e le parole di Non farti cadere le braccia.
…non farti cadere le braccia
Corri forte ma più forte che puoi
Non devi voltare la faccia
Non arrenderti né ora né mai…
Lentamente riapro gli occhi e riprendo a guardarmi attorno, a guardare il mondo intorno, a guardare chi mi circonda, mi guardo allo specchio e sento che la vita forse può tornare a fluire.
Poi arriva la brevissima: Ma quando arrivi treno.
Ma quando arrivi treno
Portami lontano
Il testo della canzone è tutto qua. Adesso inizio a pensare che dovrei andare. Salire su quel treno e farmi portare lontano, non importa dove, ma sento che su quel treno devo starci.
Poi una sinfonia d’archi introduce ai primi accordi di chitarra e alle parole di: Un giorno credi.
Un giorno credi di essere giusto
E di essere un grande uomo
In un altro ti svegli e devi
Cominciare da zero…
Quando ti alzi e ti senti distrutto
Fatti forza e va incontro al tuo giorno
Non tornar sui tuoi soliti passi
Basterebbe un istante…
E allora mi rialzo e sento una forza nuova dentro, una forza che prima non conoscevo e mentre ritrovo anche gli ultimi pezzi di me stesso sparsi lì attorno, ecco che parte l’ultimo brano del disco, quello che per tanto tempo mi ha tormentato con quelle parole: Rinnegato.
Patrizio dice che si deve sempre dire
Ad ogni costo tutto quello che ti pare…
Eugenio dice che io sono un rinnegato
Perché ho rotto tutti i ponti col passato
Guardare avanti sì, ma ad una condizione
Che tieni sempre conto della tradizione…
Ecco, ora sono pronto a salire su quel treno, ad uscire di nuovo senza sentirmi uno zombie.
Ora posso ricominciare, ma non da zero. Così come diceva Massimo Troisi:
Ricomincio da tre, perché tre cose mi sono riuscite nella vita.
Perché le dovrei rinnegare,
io posso ripartire da due, le uniche due certezze che ho: mia figlia e il mio passato. Sì, perché nessuno mai potrà portarmi via queste due certezze.
E allora grido al mondo intero la rabbia che covo dentro e lo dico a squarciagola: «Non sono un rinnegato. Non ho rotto i ponti col mio passato, perché il passato è la mia storia e io sono la mia storia. Rinnegare il mio passato sarebbe come rinnegare me stesso. E non rinnego neppure le mie tradizioni, me le tengo strette!»
Rifugiarsi nel passato potrà sembrare anche una vigliaccheria, una fuga da una vita che stressa, potrà sembrare nostalgia o malinconia, ma se si ripercorrono i ponti che ci legano al passato possiamo ritrovare chi siamo, che cosa facciamo, che cosa vogliamo, possiamo ritrovare le certezze che ci fanno ripartire e andare avanti.
Ora sono su quel treno che mi porta lontano, neanche io so dove e non mi importa, ma so che su quel treno devo starci e mi porterà a conoscere nuovi mondi, oltre i confini, ma mai fuori dal tempo in cui vivo.
E ogni tanto quel treno tornerà a percorrere i ponti che mi legano al passato.
Perché i ponti col passato sono le fondamenta del futuro.
(anno 2007)
di Roberto Ritondale
- Ti ricordi di quando c’era il Natale?
- Anche adesso è Natale…
- E questo me lo chiami Natale? - domandò il vecchio Lu’ alzandosi per prendere un coltello.
- Che vuoi farci con quell’arnese?
- Tagliare il pandoro, tranquillo…
Lo sezionò a fette orizzontali.
- Guarda, sembrano stelle - disse Lu’.
- Le stelle di Natale…
- Ma davvero a te sembra Natale?
- Lu’, fidati. Oggi il calendario segna proprio 24 dicembre.
- Del 2043.
- No, anno dodici dopo Serra - precisò Ric allungando la mano verso una fetta di pandoro.
Mangiò veloce. Mangiava sempre troppo veloce, il vecchio Ric, e infatti spesso si sentiva male. Perché mangiare in fretta non aiuta a digerire, soprattutto a una certa età. Poi prese il suo tovagliolo verde e si pulì le labbra.
- Anche voi facevate il cenone? - domandò Lu’.
- Certo che lo facevamo, la mia era una bella famiglia grande, numerosa.
- Anche la mia. Al cenone non eravamo mai meno di venti.
- A proposito, ma i tuoi nipoti non vengono quest’anno?
- Niente Villa Maria, quest’anno. Vacanza all’estero…
- All’estero? E come hanno fatto a ottenere il visto?
- Hanno amicizie tra quelli del regime.
- Shhhh! Ma sei pazzo? Non si può dire, lo sai che lo vieta lo statuto.
- Sarà pure vietato, ma sempre regime è.
- Hai 88 anni, Lu’: quando la metterai la testa a posto?
- Quando riavrò il Natale…
Ric lo fissò rassegnato.
- Ma ti cambia la vita magiare su questa tovaglia verde?
- Fosse solo la tovaglia verde. E il presepe azzurro? E babbo natale vestito di bianco? Col rosso era tutta un’altra storia, Ric…
- Ma allora sei veramente pazzo. Lo sai che lo statuto…
- Tu m’hai rotto i coglioni con la storia dello statuto.
- E tu sei un vecchio rincoglionito!
- Dicesti che ero un rimbambito anche quando Serra comprò il colore rosso in esclusiva.
- Mi ricordo…
- Ti ricordi, eh? E ti ricordi pure che parlasti di idea innovativa, di moderna strategia industriale…
- Mi sembrò un colpo di genio.
- Fu un colpo di Stato.
- Ma potevo mai immaginare che Serra sarebbe diventato il Presidente dello Stato delle Libertà?
- Libertà! Libertà! Ma quale libertà? Quel dittatore farabutto…
- Zitto, santiddio! Zitto! Zitto!
- Non ci sto, zitto. Hai capito? Ma che cos’è uno che chiude le associazioni e il Parlamento, abolisce i diritti e vieta persino l’uso di un colore?
- Ma che ti cambia, un colore?
- Questo colore è un simbolo!
- Appunto, è un simbolo. Il simbolo del male. L’ha detto pure il presidente, quando ha spiegato il motivo.
- E ti sembra un buon motivo? Abolire il rosso per “cancellare le vergogne del comunismo”…
- Ha fatto tanti danni, il comunismo.
- E a te hanno fatto il lavaggio del cervello.
Restarono in silenzio guardandosi in cagnesco. Non era la prima volta che litigavano per il rosso, per Serra e anche per il regime. Però alla fine Lu’ guardò il vecchio amico con una strana aria complice.
- Ric, ho un segreto.
- Quale segreto, Lu’?
- Non so se fidarmi di te. Non l’ho mai detto a nessuno…
- Ma cosa?
Esitò ancora un attimo. Poi si alzò, prese il suo vecchio borsone ingiallito e lo svuotò.
- Vedi qui sotto? C’è un doppiofondo sigillato.
Lo squarciò utilizzando il coltello con cui aveva tagliato il pandoro, non senza difficoltà.
- Guarda, la tovaglia rossa della mia famiglia.
- Credi di essere un sovversivo, Lu’? Un rivoluzionario?
- Le rivoluzioni cominciano dalle piccole cose.
- E che vuoi farne? Una bandiera da esporre sul pennone?
- No. Voglio imbandire la tavola.
Si guardarono di nuovo, questa volta con gli occhi lucidi. Vagamente arrossati.
- Dovesse essere l’ultimo Natale della mia vita, Ric, io lo voglio festeggiare con il rosso!
Lu’ e Ric, sulla base del rapporto di un agente federale, furono condannati a morte il giorno dopo, accusati di propaganda sovversiva clandestina, anche se dal referto medico risultò che erano morti per arresto cardiocircolatorio. Due infarti contemporanei e sospetti. Quella versione non risultò convincente, e la leggenda della tovaglia rossa passò di bocca in bocca suscitando scalpore e scuotendo le coscienze assopite. Nessuno, si disse, aveva mai osato tanto.
Quella leggenda è stata ricordata anche oggi, 24 dicembre del 2050, alla vigilia delle vacanze natalizie. Oggi che le salme di Lu’ e Ric sono state traslate al cimitero degli eroi. Sulla lapide c’è un nuovo epitaffio: “Un loro piccolo gesto fu la scintilla che fece scoppiare la rivoluzione. Onore ai grandi vecchi che per primi sfidarono il regime”.
La leggenda, ma nessuno può confermarlo, racconta anche che i due amici si abbracciarono, in quella notte fredda, prima di andare a dormire.
- Buon Natale - disse Ric spegnendo la luce.
- Rosso Natale a te, fratello mio - rispose il vecchio Lu’ aprendo il cuore alla speranza. E chiudendo gli occhi per sempre.
di Roberto Ritondale
Il palcoscenico negli occhi, il sapore delle quinte sulle labbra secche, sottili.
-Signora, si chiude.
-Un attimo. Ancora un attimo e vado, signorina. Un attimo solo.
Vuota e silenziosa la platea. Ed Eliana seduta lì, in sesta fila, ultimo posto a destra.
“Eliana, il futuro è tuo. Con quella voce, quella voce immensa. E quel tono così espressivo. Credimi, sarà un trionfo. Il pubblico non avrà occhi che per te. Ti applaudirà, ti adorerà… come ti adoro io”.
“Ma io ho paura, Sandro. Ho paura di quel palco infinito, di quelle luci che ti solcano il viso, ti spogliano fino a mostrare l’anima”.
“Ti passerà, vedrai… col tempo passerà. Tu hai un fuoco sacro, dentro. Un fuoco sacro”.
Soltanto Sandro riusciva a capirla. A infonderle coraggio. Perché l’amava, Sandro. L’avrebbe amata per la vita.
“Per te è più facile, Sandro. Tu sei un regista, tu non ti mostri in pubblico, resti dietro le quinte”.
Un anno dopo Eliana debuttava nei teatri di periferia. E il pubblico applaudiva, certo. Apprezzando le forme più che i contenuti, la bocca più che la voce. Ma applaudiva.
“E’ il tributo da pagare, Eliana. E’ la gavetta: triste ma inevitabile. Vedrai, col tempo diventerai una stella”.
Sì, una stella cometa. Perché il successo a un certo punto sembrò sfiorarla. E infatti la sfiorò. Nulla di più.
“Pronto, Sandro? Ti prego, vieni subito qui e portami via. Non ce la faccio più: che vita è mai questa?”.
“Vedrai, col tempo…”.
E il tempo trascorreva. Fino a materializzarsi: fra le mani, negli occhi, sulla fronte.
“C’è Sandro?”.
“No, signora, Sandro Lieti non c’è. Lei chi è?”.
“Eliana”.
“Eliana…”
“Eliana e basta”.
“Bene, riferirò”.
Sempre più sola, in compagnia di un’illusione. Di fronte a un impresario. L’ennesimo. L’ultimo.
“No, Eliana. Non c’è niente per te…”.
“Ancora niente”.
“Eliana, ti sembrerò crudele, ma devi fartene una ragione: gli anni passano, la bellezza sfiorisce….”
“Ma io ho una voce, una voce immensa”.
“Ci sono mille voci…”.
Quanta rabbia, negli occhi. E dietro gli occhi, quanta umiliazione.
-Signora, mi dispiace, devo chiudere la sala.
-Sì, ha ragione, ma io ho un appuntamento col regista.
-Chi, Sandro Lieti?
-Sandro…
-Signora, si sarà sbagliata. Il maestro è andato via da più di un’ora.
-Ma io ho un appuntamento, la segretaria…
-L’avrà dimenticato, il maestro ha così tanti impegni.
-Gli aveva dato in pegno la mia vita…
-Signora, non mi metta in difficoltà: io devo chiudere la sala.
-Capisco… La capisco. Mi scusi tanto.
Si alzò, Eliana. E lasciò la sala col sapore delle quinte sulle labbra umide. Spalle al futuro e sguardo nel passato.
di Frank Spada
sulla giostra della vita, cosa scegliere?
Scelgo il cavallo: è dorato, ha la criniera bianca, il pennacchio rosso e blu e parto svolazzante al trotto. Seguo una carrozza, una bambina bionda, una principessa con i codini all'aria dei dolciumi che invadono le strade, uno sguardo azzurro-cielo implorante aiuto. La insegue un manipolo d'armati; galoppo via, su e giù sull'asta, fendendo l'aria zuccherina con una spada che non vedo, in sua difesa. Il fondale ruota di volti, di richiami inascoltati tra la musica di organetti che si allarga sopra un prato senza nascondigli, che si affievolisce tra ombre tenebrose sulle pendici di un castello, che tace innalzando un campanile culminante un angelo, un dito al vento della rosa. L'avventura mi allontana. Valico montagne, insanguino pianure, brucio plichi nella notte. Mi imbarco all'alba su una nave diretta in capo al mondo. Lascio il continente natio per le foreste astrali. La felicità notturna delle stelle ci accompagna tra le vele: lei, al mio fianco, ora porta i capelli lunghi, sciolti. Burrasche, tempeste zodiacali e fatichiamo a lungo a manovrare, a raggiungere la sponda. Sabbie infinite sulle spiagge e impariamo linguaggi persi nel tempo. Un veliero all'orizzonte, il richiamo del ritorno...
Mia madre questa volta non apre il borsellino e devo scendere. Diventerò più grande un'altra volta, per davvero. Imparerò il mestiere di vivere sempre su una giostra, ma senza fantasia; rimpiangendo la mia infanzia volata dentro un palloncino, appena trattenuta da una carezza lasciatami sul viso a Santa Caterina, il giorno della festa, quando la bambina bionda se ne andò mano nella mano, con suo padre.
di Attilio Meoliun grido contro l’ingiustizia di chi riconosce come persone solo i cosiddetti «normodotati»
Inizia un altro giorno, le gambe mi fanno male, queste maledette gambe che non mi sorreggono. I tutori, me ne dimentico sempre, mi dolgono mentre mi chiudono la carne ma non posso farne a meno. L’ultima operazione subita, la nona, mi ha lasciato stremato. Con fatica, arrancando, attaccandomi a tutto ciò che è in grado di sorreggermi, raggiungo la cucina dove mia madre mi saluta con un sorriso, dolce ma intriso di tristezza e di un dolore antico. Vorrei consolarla, chiederle scusa di non essere il figlio che avrebbe voluto. Una dolce carezza mi rassicura, e uno sguardo pieno d’amore, di quell’amore che solo una madre è in grado di dare, mi scalda il cuore.
A scuola mi aspettano i compagni, alcuni mi sorridono con imbarazzo, altri mi evitano. Le insegnanti fingono di trattarmi come fossi normale e senza accorgersene mi fanno sentire ancora più emarginato. L’intervallo, è l’intervallo che odio di più. Rimango come un goffo pulcino in disparte, mentre i miei compagni giocano a rincorrersi, con un’allegria che non sarà mai mia. Ritorno in classe, l’insegnante di sostegno è lì a ricordarmi la mia diversità, e libero la mente, rincorro sogni irrealizzabili e la malinconia sembra soffocarmi.
La campanella annuncia la fine del giorno scolastico, ho il privilegio, uno dei pochi, di essere il primo a lasciare la classe. Mia madre mi aspetta con la sedia a rotelle. Sa che non la sopporto, e che non sopporto di doverla usare davanti ai miei compagni. È mortificata, mi spiega che il solito imbecille ha occupato il parcheggio dedicato ai disabili e quindi ha dovuto posteggiare lontano.
Tornare a casa è un sollievo, la mia camera mi accoglie con le mie cose: i miei giochi, i miei libri, la play-station. Sento i ragazzi del condominio giocare in cortile, mi affaccio alla finestra e respiro la loro allegria. In strada un ragazzo più grande cammina mano nella mano con la sua ragazza, si sorridono felici, ed io so che quella felicità non mi sarà concessa.
La fatica nelle piccole cose quotidiane. La vergogna per essere diverso, l’indignazione verso questa società che non ti riconosce, il dolore vissuto in solitudine, l’amore negato. Ma nonostante tutto io esisto, voglio esistere, voglio giocare, ridere, partecipare, amare. Scusate se esisto… ma esisto!
(anno 2008)
di Luciana Facchinetti
una storia vera, raccontata con amarezza e ironia
Non so mai come cominciare quando devo raccontare qualcosa. Potrei cominciare dall’inizio ma non è semplice; ci sono tanti inizi e tante fini. Cose già iniziate e cose che ancora devono iniziare, cose già finite e altre che stanno finendo.
Allora parlerò di quelli che inizi non sono e neppure delle fini. Sono e basta. Sono gli sviluppi di cose iniziate, iniziate sotto i migliori auspici, con tanto entusiasmo. Ma soprattutto. Con altre persone. Ecco forse sto cominciando a dire quello che voglio.
Che voglio dire? Ovvio. Sto parlando di cose che capitano a tante persone, anzi a tutte. Il fare insieme delle cose, il cooperare, il condividere un’esperienza.
Il famoso «armiamoci e partite», «comincia tu che poi ti raggiungo…». Insomma tutte quelle situazioni dove si è in tanti ma chi lavora, si impegna, si sbatte. Sono sempre i soliti. O peggio, il solito. Il solito illuso, scemo, cialtrone. Che si addossa quello che doveva essere un lavoro di tutti «condiviso», ma che poi non si dimostra altro che la solita occasione per far sì che, se la cosa va bene è merito di tutti noi (alcune volte addirittura uno solo si arroga il merito!!!), se va male… e beh! «Sei il solito incapace!».
Quella che sto cominciando a sviluppare come racconto non è un racconto, è una storia vera. Sarò quindi costretta a cambiare i nomi… i luoghi… le situazioni reali saranno variate… Il tutto per non far capire di cosa sto scrivendo. Insomma cambio così tanto un avvenimento da finire per raccontarne un altro -u g u a l e- ma non quello.
Tutto cominciò per caso, così, eravamo lì in cinque o sei amici e si parlava di quelle cose che piacerebbe fare. Come sarebbe bello se. Ah se si potesse. Ma perché no. Siamo tutti desiderosi di fare questa cosa. Insieme. Tutti. Tutti insieme. Faremo insieme. Ciò. Che da sempre. Tutti noi. Vogliamo. Tutti. Noi. Fare? Mah…
Così comincia la maggior parte delle cose che mi fanno venire l’ulceralastipsilaflatolenzal’ansial’angosciailpanicol’insonnial’eruzionecutanealapsoriasi e altro che sarebbe troppo penoso raccontare in questo momento. Perché, ovviamente non parlo di Voi che state leggendo, parlo di altri, i famosi altri che in queste situazioni, come dire. Svaniscono. In quanti si possa cominciare una simile esperienza statene sicuri, ci sarà SEMPRE una nutrita maggioranza di persone che spariranno. Molte volte sono quelli che più di tutti volevano quella cosa per cui la tragedia (tragedia? ho detto tragedia! Sarà un lapsus…) ha avuto inizio.
E non rimaniamo che noi, alle volte insieme ad un altro, o altra, sventurato; con cui portare avanti il progetto. Anzi non rimaniamo proprio soli soletti. Rimaniamo noi insieme alla «dirigenza», ossia a quelle persone che quando si deve cercare fare lavorare impegnarsi, non ci sono mai; ma che PUFF misteriosamente appaiono qualora ci sia qualche recriminazione da fare anzi sicuramente c’è un collegamento astronomico tra la loro presenza e il manifestarsi di problemi. Cosa molto probabile visto che il progetto era cominciato con l’impegno di cinque o dieci o più persone, ma che poi «casualmente» il tutto ricade su di una o poco più. E questi esseri evanescenti appaiono per dire. Che sì, si scusano ma hanno degli impegni proprio inderogabili (gli altri, quelli che lavorano al progetto è noto che non hanno nulla da fare, anzi meno male che li si coinvolge in queste situazioni così da poter dare un senso alla loro inutile vita); ma che adesso, che sono qui, non possono non fare a meno di notare il negligente pressappochismo con cui avete fatto quella pochezza di cose che loro, sicuramente, avrebbero fatto meglio, anzi ringrazia che non ti sputino in faccia e ti espongano al pubblico ludibrio. VERGOGNA. Non fai in tempo a dirgli ciò che pensi su di loro e che anzi, se proprio vogliono far vedere quanto sono bravi, che si facciano avanti e comincino a lavorare, perché magari tu avresti un po’ di cosine tue da fare (famiglia, lavoro, salute, fatti tuoi!) ebbene neppure riesci a formulare tale pensiero che costoro. PUFF. Come sono apparsi spariscono. Così. Lasciandoti nel dubbio di aver esagerato con i tranquillantiillassativol’antispasticol’antiacido e di aver avuto un’allucinazione, ma molto più semplicemente e realisticamente lasciandoti schiumare di rabbia.
E così cominci a darti da fare di più. Invece di fare la cosa più normale ovvia e giusta che è quella di mandare tutti a quel paese. Cominci a saltare ore di sonno, a lavorare di più, meglio, ancora di più. E di più. E di più. Perché si sappia che non sei come quelle persone che lasciano le cose a metà alla prima avversità. No. Non lasci a metà niente. È questo che ti frega. La convinzione di fare qualcosa per te. E invece stai facendo tutto questo per qualchedun altro. E dopo tutto questo farsi in quattro non rimane che abbozzare, sì perché alla fine dopo tutto, nessuno ti ha obbligato. A fare quello che hai fatto. Chi te l’ha chiesto? Nessuno. Cosa rompi a fare….boh.
Sapete che faccio stasera? Così giusto per evitare di ricominciare un nuovo\vecchio inizio, di cui penso già di sapere come andrà a finire. Sapete che farò?
STARÒ A CASA! Ho l’assemblea di condominio. E so già come andrà a finire. Alcuni vogliono ridipingere la cancellata «tutti insieme»!! HAHAHA
(anno 2006)
di Francesco Pomponio
Grossi fiocchi di neve scendevano oltre le sbarre. Il frate sedeva vicino all’uomo con la barba incolta.
“Dunque, quale era il tuo dubbio, figliolo?”
L’altro attese prima di rispondere, si alzò e, salito sulla panca, si affacciò a guardare nella piazza.
“Mi chiedo, padre, se non sia peccato di orgoglio affermare che per creare noi uomini ci sia voluto un Essere Superiore.”
Il frate non rispose, scosse la testa e uscì, col viso triste.
“Vorrei essere un gesuita, per saperti rispondere, ma entro stasera lo saprai ugualmente.” pensò allontanandosi, mentre la porta veniva richiusa.
Fuori, sotto la neve, la gente ammucchiava fascine attorno al palo.
La piazza cominciava ad affollarsi di curiosi per l’esecuzione del pomeriggio, mentre il cielo grigio si sfaldava a pezzettini.
Cinque racconti tratti dal libro "Smog in Valpadana" di Stefano Chiarato
di Stefano Chiarato
...Nebbia in Valpadana...
…nebbia in Valpadana…
Ero bambino quando sentivo questa frase, emessa dalla radiolina a transistor di mio padre, posizionata in bella mostra sul mobile, quasi a simbolizzare il progresso degli anni sessanta.
Me la ricordo quella nebbia, che nelle giornate d’inverno, a metà pomeriggio calava a grosse volute sulla città oscurando un tiepido sole. In pochi minuti ammantava la città, ne invadeva le vie, i vicoli, ogni angolo. Le case lentamente sparivano, come inghiottite da quella massa informe e grigia, restavano solo i profili confusi di quelle più vicine.
Noi bambini si continuava a giocare lo stesso, dentro i nostri maglioni di lana calda, magari lavorati ai ferri da nonne o mamme. Nei cortili e nelle strade le voci degli altri bambini sembravano venire da lontano e si perdevano come echi nel vuoto di quel grigiore. Te la sentivi attorno, addosso, ti entrava nel naso e aveva un tipico odore di… di nebbia. La respiravi. Ombre di persone che passavano per strada, prendevano forma, poi ritornavano ombre e sparivano così come erano comparse. Comparivano i punti luminosi dei fanali delle auto e passavano via lentamente, quasi senza far rumore. Con la nebbia il buio arrivava in fretta, e noi se non fosse stato per le mamme che richiamavano i propri bambini al tepore delle loro case, come le chiocce richiamano i propri pulcini, non ce ne saremmo proprio accorti. Nella strada e nei cortili restavano solo i segni dei giochi interrotti: uno scalone disegnato sul cemento con un pezzo di mattone, un paio di biglie di vetro dimenticate nella terra del cortile, un pallone qui, una bicicletta là, due sassi piatti usati per il gioco della sbioeula… tanta nebbia e un silenzio senza confini.
La nebbia dava un ritmo più lento alla città. Aveva un suo fascino e quando alla notte, poi, la temperatura scendeva, la mattina ogni cosa era ricamata da un velo di ghiaccio. Nebbia e gelo: era come se il tempo si fosse fermato.
Poteva durare giorni, quel nebbione e non vedevi più il sole. Allora domandavo a mia madre: “Mamma, ma quando viene il sole?”
“Quando verrà il vento e la spazzerà via. Forse domani.”
E finalmente arrivava la primavera; il vento di marzo spazzava via tutto e da casa mia lo sguardo spaziava lontano, su un orizzonte chiuso da una catena di montagne ancora innevate. Un giorno salirò su quelle montagne, per vedere da lassù casa mia, pensavo.
Gli anni sessanta sono passati, è finito anche il millennio e la nebbia di quei giorni d’inverno è rimasta un ricordo. La nebbia, a poco a poco, ha preso le distanze dalla città. Non entra più nelle sue vie, nei vicoli, sotto i portici. Se ne sta fuori, in disparte, guarda la città con timore. La città l’ha respinta. Oggi non c’è posto per la nebbia in città, perché lì la vita corre veloce e frenetica, l’ha relegata alla solitudine della campagna dove i ritmi di vita sono più lenti, dettati ancora dalle stagioni e non dalle macchine.
Ieri era un naturale elemento dell’inverno comunemente accettato come il sole d’estate. Oggi no, oggi la nebbia è un fastidio; al punto di finire sul banco degli imputati con l’accusa di omicidio. Non passa inverno senza vedere titoli sui giornali del tipo: “Nebbia Killer: Strage in autostrada!”
“Nebbia killer”? Ma non sarà piuttosto che l’uomo pretende che gli elementi della natura si adattino all’uomo stesso? La nebbia è lenta e l’uomo deve correre, perché il tempo è denaro, per stare al passo coi tempi che cambiano in maniera vertiginosa.
No la nebbia non si avvicina più alla città, ma le persone che passano per strada sono comunque ombre anonime che compaiono e scompaiono frettolosamente. E le automobili… le automobili vanno lentamente, ma solo perché non hanno più spazio sufficiente per muoversi.
Sono passati gli anni e finalmente sono salito lassù, su quelle montagne che chiudevano il mio orizzonte di bambino. Sono salito fino alla vetta più alta; volevo individuare casa mia, vedere la Pianura Padana. La salita mi è costata sudore e fatica, ma una volta in cima la fatica non la si sente più, nuovi orizzonti si aprono davanti agli occhi e la sensazione di toccare la volta celeste con un dito è unica. Ma in quella gioia c’era un velo di tristezza perché, è vero che di lassù si può ammirare la catena delle Alpi a nord e gli Appennini a sud, ma tra quelle montagne e gli Appennini c’era il nulla più assoluto. Proprio lì dove doveva esserci casa mia e la mia città c’era il nulla, occultate da una patina grigia con sfumature rosa e violetto. Una patina che saliva dalla pianura verso i monti, si estendeva sopra il lago fino là dove il lago prende forma, si addentrava nelle valli alpine. Era attaccata alle pendici dei monti,sembrava volesse trascinarseli là sotto.
Quella patina grigia non era e non è nebbia, ma smog.
Un cancro che è partito dalla metropoli ed è dilagato su tutta la pianura come una metastasi! E ora risale per le valli alpine.
“Dio mio! Là sotto c’è casa mia, la mia vita!”
“Dio mio! Questa è l’aria che respiro ogni giorno!”
Non ascolto più quella radiolina a transistor, non sento più ripetere: “…nebbia in Valpadana…”
Oggi le previsioni del tempo le si guarda alla televisione e con le previsioni del tempo capita sempre più spesso di sentir dire: “…condizioni favorevoli all’accumulo di sostanze inquinanti…” E mi inquieta.
…smog in Valpadana…
Ciminiere
Nelle giornate di inverno, di quando ero bambino, ricordo che ogni tanto si fermava sotto casa un’autobotte. Veniva a rifornire di nafta la cisterna della caldaia.
Insieme ai miei piccoli amici, incuriositi quanto me, assistevo alle operazioni di scarico. L’operaio che effettuava il travaso ci raccomandava di stare a debita distanza e di non respirare quell’odore. Perché poi? Non era per niente sgradevole.
Quando aveva finito di scaricare restavano qui e là delle chiazze di combustibile nero.
La caldaia giù in cantina, poi, mi ricordava vagamente, nella forma, una locomotiva a vapore; aprendo lo sportellino si poteva vedere al suo interno un fuoco grande, che sprigionava un intenso calore. Faceva impressione.
Quando la caldaia era in funzione, sul balcone di casa, a seconda di come tirava il vento, si depositavano minuscoli granelli di polvere nera. Era il residuo della combustione della nafta.
Nella stagione invernale era facile incontrare quelle autobotti, così come era facile vedere comignoli con un pennacchio nero. Dovevano avermi impressionato molto quei comignoli, perché nei miei disegni non mancava mai una casa con un comignolo con la sua nuvoletta nera.
Soprattutto dovevano inquinare molto le caldaie delle abitazioni civili.
Erano quelli i tempi in cui sentivo per le prime volte parlare di smog: “Che cos’è lo smog papà?”
“Fumo. Fumo che viene dalle fabbriche.”
All’interno e all’esterno dell’area metropolitana, gravitavano, infatti, piccole e grandi industrie, dalle cui ciminiere uscivano vere e proprie nuvole. Per dimensioni erano simili a quei bei cumuli candidi che a primavera occupavano il cielo azzurro. Ma le nuvole delle ciminiere erano grigie, a volte più chiare a volte più scure, dense e maleodoranti.
Erano loro le principali indiziate dell’inquinamento.
Oggi non mi capita più di vedere autobotti che vanno rifornire le cisterne delle abitazioni. Gli impianti di riscaldamento sono stati convertiti al gas metano, meno inquinante, anche se qua e là resistono ancora abitazioni civili e addirittura uffici pubblici che per riscaldare usano il gasolio. Ma soprattutto hanno smesso di fumare le ciminiere delle grandi industrie. Sì, quelle enormi fabbriche che hanno dato lavoro a tanti genitori della mia generazione non ci sono più. L’ultima nuvola di fumo emessa da quegli alti camini, ha portato via con sé, per sempre, un pezzo della nostra storia industriale.
Quelle grandi fabbriche sono diventate aree abbandonate, dall’aspetto triste. Le chiamano aree dismesse, segnate dal degrado in corso. Sono diventate rifugio di sbandati ed extracomunitari, ma non per molto, perché i muri di quelle fabbriche che odorano ancora di fumo e di sudore di chi ci ha lavorato, vengono abbattuti e al loro posto spuntano moderni centri direzionali, centri residenziali ed enormi centri commerciali con annesso paese dei balocchi all’insegna del consumismo più sfrenato.
Oggi è il traffico veicolare il principale indiziato di inquinamento dell’aria.
Non mi capita spesso di viaggiare in autostrada, ma recentemente mi è capitato di imboccare una delle tante autostrade che percorrono la Valpadana e che collegano le varie città, ebbene sono rimasto impressionato dalla enorme mole di mezzi pesanti che la percorrevano. Era un lunedì pomeriggio. Autostrada tutta a tre corsie e già l’ingresso dal casello non è stato agevole per via della colonna di automezzi pesanti. Una fila che iniziava molto più indietro della mia immissione in autostrada e praticamente non ne ho mai visto la fine. Dal casello di una metropoli a quello di un’altra, tutta la corsia di destra era occupata da un interminabile serpentone di autocarri, tir e autotreni distanziati tra loro non più di cinquanta metri. Ognuno dei quali con almeno un tubo di scarico del diametro di una ventina di centimetri, moltiplicato per 150 km di tir…
Altrochè ciminiere industriali, se esistessero ancora sgretolerebbero dalla vergogna. Surclassate da queste ciminiere ambulanti che scaricano i loro veleni sulle campagne coltivate della pianura e per le strade dei centri urbani.
E le altre autostrade? Più o meno nelle stesse condizioni. Lo testimoniano i bollettini dei notiziari Onda Verde trasmessi dalla radio. Che patetici questi bollettini! Alternano notizie utili ad altre totalmente noiose: i primi notiziari del mattino annunciano traffico in intensificazione sulle strade intorno alle grandi città, un paio d’ore dopo annunciano che su quelle stesse strade il traffico è rallentato, ci sono incolonnamenti, incidenti, traffico bloccato…
E’ storia di tutti i giorni, da anni ormai.
E’ storia di…smog in valpadana…
Automobili
Automobili. Automobili ovunque: dalle mulattiere di montagna alle spiagge del mare. Automobili dai greti di fiumi e laghi ai marciapiedi e piste ciclabili di città. Auto in ogni dove: in doppia fila, davanti ai passi carrai, alle fermate degli autobus…
Auto osannate, celebrate, protagoniste di film e canzoni. Auto in edicola e in televisione. Auto pubblicizzate, perfino sulle riviste che si occupano di natura, e ogni pubblicità è un boicottaggio ai mezzi di trasporto pubblici…
Auto come salotti, dotate di ogni comodità. Auto all’autolavaggio, come se fossero dall’estetista, auto con la cera, auto da coccolare…
Un’auto per andare a lavorare nei giorni feriali e un’auto per uscire la domenica o andare in vacanza. Auto per andare al centro commerciale a fare rifornimento di viveri e acqua minerale, auto per fare shopping tra le vetrine del centrocittà…
Auto per andare a messa la domenica. Auto per accompagnare e riprendere i bambini a scuola, perché mezzo chilometro o un chilometro da fare a piedi li fa stancare. Auto per andare in palestra perché si fa una vita sedentaria…
Auto per andare a prendere il giornale all’edicola in fondo alla via. Auto per andare a bere il caffé al bar dietro casa…
Auto per tutti, di tutti i tipi per tutti i gusti. Auto utilitarie. Auto station-wagon lunghe fino a cinque metri ed enormi fuoristrada dalla dubbia utilità cittadina che occupano il posto di due auto. E io dove parcheggio?...
Auto come status-symbol. Simbolo di benessere e ricostruzione nel secondo dopoguerra. Simbolo di emancipazione, di libertà, di indipendenza. Simboli positivi che offuscano quelli negativi, perché è anche simbolo di dipendenza, dal petrolio, per esempio, di morti in autostrada, mentre si cerca la fuga verso le vacanze, simbolo di dipendenza dalla stessa auto. Ma di questi sembra non preoccuparsene nessuno, perché come sempre guardiamo ciò che ci interessa positivamente.
L’auto fa parte della nostra vita e non potremmo più rinunciarci. Sul suo utilizzo si basa la nostra società, la nostra economia, ma anche la nostra cultura. L’auto usata per lavoro, per necessità, per convenienza, per divertimento, per pigrizia. La nostra auto è diventata l’appendice di noi stessi. Ci identifichiamo in essa. Ricordate quando furono abolite le sigle delle province dalle targhe?
Uno scandalo! Era come se avessimo perso la possibilità di riconoscerci. Non è l’estrazione culturale o la parlata dialettale a identificarci, ma la targa della nostra auto.
Se l’auto è diventata parte integrante della nostra società, allora siamo obbligati a possederne una e ad essere, ovviamente patentati, perché solo così ci si sente come tutti gli altri, ci si sente parte di questa società.
Durante l’adolescenza, il mio amico Franz, era solito dire: “Appena ho diciott’anni mi faccio la patente e la macchina, perché così si possono rimorchiare le ragazze. Se non hai la macchina non sei nessuno.”
Anch’io, appena raggiunta la maggiore età, non mi sono sottratto al rito della patente. La mia prima auto è stata un’auto di terza mano, prodotta sul finire degli anni sessanta: era una Prinz NSU di 600 cc. di cilindrata. Che macchina! Il bagagliaio davanti, il motore dietro e la batteria sotto il sedile posteriore. Era soprannominata: vasca da bagno. Per via della sua forma e si diceva che quelle di colore verde portassero sfiga e se ne avvistavi una dovevi passarla ad un amico, in modo che la sfiga ricadesse su di lui. La mia per fortuna era di colore azzurro. Se poi ne avvistavi una verde con delle suore a bordo era il massimo della sfiga che ti potesse capitare.
C’erano poi altre auto dal soprannome famoso: l’elmetto tedesco, lo squalo, l’auto dei compagni, quella dei fighetti…
Ora che eravamo diciottenni patentati e con la macchina potevamo uscire con facilità dai nostri ristretti confini del quartiere e della città. Il nostro orizzonte si allargava. Così capitava che la sera si uscisse dalla città di provincia per andare al cinema nella grande metropoli, per vedere un film che si sarebbe potuto vedere benissimo nella propria città. Ma vuoi mettere la grande metropoli con la tua città di provincia?
Oppure si andava a bere una birra o mangiare un gelato sulle verdi colline o in riva al lago. E per andare in discoteca si prendeva l’autostrada e si andava in un’altra provincia, perché le ragazze di là sono meglio di quelle di qua. E poi si andava in vacanza in auto, pazienza se si faceva la coda in autostrada, ma sempre meglio di un paio d’ore di ritardo su treni stivati all’inverosimile.
Il nostro territorio, ormai, non aveva più limiti, il mondo ci apparteneva.
Certe sere, quando ci si ritrovava, capitava di non sapere dove andare e allora si iniziava a discutere su questo cinema o su quel locale dove si beve della buona birra. Poi si prendeva la decisione di iniziare ad andare, ma dopo avere girovagato a vuoto per un po’ di chilometri, ci si fermava al bar a due passi da casa a giocare a biliardo e lì tra un colpo di stecca e un sorso di birra si concludeva la serata. Non ce ne rendevamo conto ma l’auto ci serviva anche per ammazzare la noia.
E le ragazze? Beh! Ne abbiamo rimorchiate tante quante ne rimorchiavamo prima andando in giro in motorino. Ma in quelle occasioni l’auto era davvero importante perché diventava luogo di intimità.
Non c’è dubbio che l’auto ci sia servita per allargare i nostri limiti territoriali, ci ha permesso di conoscere nuove città, nuovi luoghi, nuove realtà, di fare nuove conoscenze. Ho solo il rammarico di avere usato spesse volte l’auto, con o senza amici, per sopperire la noia e farci dei semplici giretti, ma senza mai correre più del dovuto. Non me ne rendevo conto ma così facendo contribuivo anch’io, nel mio piccolo, all’inquinamento.
Anche oggi i giovani usano l’auto per i giretti, per dimostrare la propria superiorità, la propria abilità, per mettersi in competizione e ingaggiare delle vere e proprie sfide di velocità. Poi una sirena taglia il silenzio della notte…
Auto per correre, auto per divertimento, auto per gioco.
Auto tante quante le stelle del firmamento, e proprio come le stelle non le puoi contare.
Auto ovunque. Ovunque è …smog in valpadana…
Domeniche a piedi
Da giorni il Foehn si è ritirato nelle sue lande del nord, da due mesi non piove. Sulla città grava, immobile, impenetrabile e irrespirabile, l’immensa cappa grigia dello smog. I raggi del sole faticano a oltrepassare quella cortina caliginosa e tutto assume un colore uniforme. E’ una città senza contrasto, una città senza ombre.
Dopo una giornata di duro lavoro, sprofondo in poltrona, la mano lentamente abbandona la presa sul telecomando, gli occhi a poco a poco si chiudono e cado nel dormiveglia. Dalla televisione continuano ad arrivarmi suoni e voci in maniera confusa:”Superamento della soglia di attenzione…Benzene… Polveri sottili…Anidride carbonica…Particolato…Tenere in casa i bambini…”
“Accidenti, ma come parli? Sii più chiaro.” Dico nel dormiveglia.
Poi ancora dalla televisione:”Ristagno dell’aria…Sostanze inquinanti…Marmitte catalitiche…centraline di rilevamento…Pm10…Sconsigliata l’attività sportiva all’aperto…”
“No, no, non capisco…”
“Domenica blocco totale della circolazione alle auto, nella metropoli e nelle aree omogenee!”
“Ma cosa è stato? Ho capito bene? Domenica non si può usare l’auto?” Riapro gli occhi in tempo per vedere un’immagine che sfuma e il giornalista che passa ad un’altra notizia. Dormivo. Forse ho sognato.
Poco dopo a cena , altro telegiornale e ancora quella notizia:”Domenica blocco totale della circolazione alle auto nella metropoli e nelle aree omogenee!” Il boccone mi va di traverso, mi sento soffocare, ho bisogno di aria. Corro alla finestra, la apro e respiro a pieni polmoni ma invece di riprendermi mi sento di soffocare ulteriormente; richiudo immediatamente la finestra perché l’aria fuori è peggio di quella dentro.
No, non è possibile domenica devo andare al ristorante con gli amici, devo andare al centro commerciale, devo andare al cinema , devo andare…devo andare… non importa dove , ma purchè con la mia auto. E come faccio senza?
Poi quella domenica arriva, il solito pallido sole si sforza di riscaldare l’aria fredda di questo nuovo giorno, e già dal mattino si nota qualcosa di strano: c’è silenzio! Non sento arrivare il rombo dei motori delle auto dal viale vicino a casa. Mi affaccio alla finestra e vedo un paio di ragazzi in tuta che corrono a passo lento in mezzo alla strada, vedo alcune persone che si avviano a piedi verso la chiesa e davanti al sagrato non c’è il solito groviglio di auto.
Ma c’è ancora qualcosa di strano e non capisco cosa. Decido di uscire e di fare un giro in bicicletta per le vie della città, per una volta, sgombre di automobili e mi sento libero. Mi sembra quasi che si respiri meglio di ieri e intanto continuo a sentirmi addosso quella sensazione di stranezza. Ci penso e ci ripenso e quando vedo alcuni ragazzini giocare a pallone in strada, finalmente capisco di cosa si tratti: questa domenica senza auto mi ricorda tanto quelle giornate,di quando ero bambino e anch’io giocavo a pallone in strada, le giornate in cui la nebbia occupava la città, ne inghiottiva i rumori e ne rallentava il ritmo di vita. E tutti si adattavano ad un ritmo più lento senza preoccuparsene, perché era normale che fosse così. Oggi questo non è più normale, bisogna correre, bisogna produrre e guadagnare, bisogna stare al passo coi tempi, non ci si può permettere di restare indietro, chi si ferma è tagliato fuori dai moderni schemi di vita e l’automobile è indiscutibilmente parte di questi schemi.
Ecco questa giornata senza auto ha il sapore di quelle giornate di nebbia di una volta, in questa giornata rivive il sapore di tempi e spazi perduti per sempre.
Per un giorno le auto rimangono ferme ai box, per spostarsi si usa la bicicletta e alle fermate degli autobus si formano assembramenti di persone; si ride, si scherza, si gioca in strada, c’è serenità e nessuno sembra essere triste perché non può usare l’automobile..
Il sole si abbassa all’orizzonte in un tenue tramonto, il giorno di silenzio e tranquillità si spegne nell’oscurità di un cielo senza stelle.
Poco dopo termina il divieto di circolazione delle auto e i motori si apprestano a rombare di nuovo.
Anch’io, come tutti del resto, salgo sulla mia auto, metto in moto e mi dirigo verso il centro città per andare al cinema. Dopo pochi minuti sono in coda al semaforo rosso, sono imbottigliato nel traffico; un’auto vicino alla mia diffonde musica ad alto volume e sembra di essere al luna park, i clacson suonano all’impazzata perché non si va avanti, tra automobilisti ci si guarda in cagnesco, ogni altro automobilista è un ipotetico avversario pronto a toglierci centimetri di spazio e ogni centimetro perso è un minuto di ritardo, così non trovo parcheggio, non arrivo in tempo all’inizio del film, lo perdo… e intanto il nevoso sale…
Ma dove è finita la serenità e la tranquillità del giorno appena trascorso?
Tutto è tornato come prima; è tarda sera, c’è traffico e puzzo di gas di scarico come se fosse pieno giorno e della domenica ecologica, ormai, non c’è più traccia.
Nonostante il blocco della circolazione delle auto per un giorno, è ancora…smog in valpadana
Tir e case abbandonate
Per colpa dell’improvviso sciopero del trillo, indetto dal sindacato dei dormiglioni e attuato dalla mia sveglia arrivo tardi all’appuntamento con Franz e Lario. Quella mattina dovevamo incontrarci alle 5.30 per andare sulle Alpi a fare un escursione. Avevamo scelto un giorno feriale e di partire di buon’ora per evitare di trovare traffico, sia sulle strade che sui sentieri. Quando mi sveglio e mi accorgo che la sveglia ha scioperato chiamo Franz e lo avviso del mio ritardo. Lui grugnisce come un animale ferito.
Ci incontriamo che sono quasi le otto; sono accolto da una bordata di improperi e prese in giro perché ho dormito e quindi sono più riposato di loro e meglio disposto ad affrontare le fatiche dell’arrampicata. Senza perdere ulteriore tempo trasbordo il mio zaino e la mia attrezzatura nel baule dell’auto di Franz e si parte in direzione nord; là, verso le montagne.
Dato che ormai è tardi optiamo per una meta più vicina. Così lasciamo perdere le lontane Alpi e scegliamo quei monti che nelle giornate di vento possiamo ammirare anche da casa nostra. Quando arriviamo alla città posta alle pendici di quei monti siamo nel pieno del traffico, e quando la strada inizia a salire siamo in coda e procediamo a passo d’uomo.
E’ una giornata di primavera inoltrata, luminosa nonostante un sole un po’ opaco, ma i suoi raggi comunque la rendono tiepida già dal mattino.
Dato che si procede con la velocità di una lumaca, ne approfittiamo per contemplare le montagne sotto le quali ci troviamo e iniziamo a dialogare e a raccontarci di sentieri nei boschi e vie di salite a questa o quella cima. Lo stereo dell’auto ci accompagna con un sottofondo di musica rock e possiamo tenere i finestrini abbassati e goderci il tepore e i profumi, già, di montagna. Ma dopo un paio di tornanti la strada si stringe e siamo costretti a richiuderli, perché un tir davanti a noi, arrancando in salita, ci inonda coi suoi gas di scarico. Ora la strada è stretta tra due fila di case delle frazioni a monte della città. Non riusciamo più a vedere le montagne e il tir che ci precede chiude la visuale anche davanti. Siamo fermi e ci sembra di essere ingabbiati.
Come è brutto attraversare questo tratto di strada. Ha un aspetto triste. Qui le tinte pastello delle mura delle case hanno perso la loro brillantezza; sono ingrigite. Ma quello che colpisce di più sono le ferite inferte loro, dal passaggio dei tir. Ogni casa porta evidente le striature di incontri troppo ravvicinati coi tir, come i segni che la raspa di un falegname lascia su un asse di legno.
I nostri discorsi ora si spostano da sentieri e rifugi alla realtà attuale del momento:
“Ma voi ci abiteresti qui?” domando a Franz e a Lario?
“Non ci penso proprio! Magari più su, in valle, ma qui no;” risponde Lario.
E Franz: “No, neanche io. Anche se la posizione è molto bella: la città e il lago a valle e i boschi e le montagne per le escursioni a monte.”
“Già! Come si fa a vivere qui, con questo traffico? In settimana sei assediato dai tir e i giorni festivi da un interminabile colonna di auto di gitanti che vogliono sfuggire allo stress della città. Qui è pericoloso soltanto mettere il naso fuori dalla finestra: rischi di vedertelo portar via dal primo tir che passa e quando esci dalla porta di casa, dato che non ci sono marciapiedi, devi fare attenzione a non farti stirare.” Aggiungo io.
Franz tiene le mani sul volante, sbuffa e tace. Io e Lario teniamo vivo il dialogo e lui in maniera, quasi concitata, esclama: “Infatti! Guarda quella donna lì con quel bambino per mano che si coprono bocca e naso con un fazzoletto e camminano tra il muro della casa e il tir! Hanno giusto lo spazio per passare.”
“No, no, qui non si può vivere. Ma ti immagini, adesso che viene la bella stagione, pranzare o cenare con le finestre chiuse per via del rumore del traffico, ma soprattutto il fumo dei gas di scarico di questi bestioni che ti arriva sotto il naso mentre stai assaporando un bel piatto di pasta?”
“Beh, se ci fai caso ci sono diverse case chiuse, non quelle che pensi tu! Qui la gente mi sa che sta scappando via, non ce la fa più. Avvelenata da una parte, presa in giro da un’altra, perché la nuova strada che dalla città sale in valle, evitando al traffico di passare di qui, non viene mai consegnata, rinviata anno dopo anno.”
Restiamo in silenzio per un po’. Rattristati da quello che stiamo vedendo. Percepiamo che fuori dall’abitacolo della nostra auto c’è un’atmosfera pesante, invivibile. In quegli attimi di silenzio penso che anche noi nel nostro piccolo contribuiamo a quella situazione. Penso alla differenza tra una casa abitata e una disabitata: una casa abitata con i vasi fioriti sui davanzali, le tende alle finestre, il bucato steso ad asciugare, ordinata, pulita dà un’immagine di vita. Una casa abbandonata, le finestre chiuse, i muri anneriti dallo smog dà un’immagine di morte.
Sì, a transitare su questa strada la sensazione che si ha è proprio quella della morte.
Procediamo ancora lentamente, sbuffando di noia e di impazienza.
“Colpa tua che hai dormito.” Dice Franz, rivolgendosi a me e rompendo così, quel pesante silenzio che si era venuto a creare. La nostra attenzione cade sul tir che ci precede.
“Lo vedi questo tir che abbiamo davanti? Questo non ce lo togliamo più dai piedi fino a quando arriviamo.” Mi dice ancora lui.
Infatti sarà proprio così. Si tratta di un tir adibito al trasporto di acque minerali di una nota marca che ha sede proprio qui in valle.
“Già.” Gli rispondo semplicemente.
Di nuovo attimi di silenzio, rotto dalla musica dello stereo che ci isola dal rumore esterno.
Poi Lario sul tir che ci precede: “Ma ci pensate? Questo è andato a portare il suo carico di acqua giù in città o da qualche parte della pianura, ora sta rientrando in sede, vuoto, e guarda su questa salita quanto fumo di gasolio butta fuori. Ogni accelerata è una nuvola di fumo nero. Questa è una situazione comune a tante altre aziende di acque minerali, e a tante altre valli dell’intero arco alpino, che per fare arrivare il loro prodotto sulle nostre tavole devono sfruttare questi mezzi di trasporto e transitare su strade ripide, strette, tortuose in mezzo a case come queste. Ma ci pensate a tutte quelle acque che portiamo a tavola e che arrivano da valli lontanissime da noi? A quanto gasolio va consumato?”
Franz lo interrompe dicendo:“Beh! Io già da tempo bevo quella del rubinetto, perché in fondo è buona”
“Sì, anch’io. O per lo meno la compro solo saltuariamente. Perché oltre ai tir che la portano ai supermercati o simili, poi noi la andiamo a comprare in auto perché te la vendono in confezioni che pesano quintali e quindi consumi benzina e quando hai riempito un sacco di bottiglie vuote, un camion passerà a ritirarle consumando altro gasolio, con la speranza che finiscano in un centro di riciclaggio. Ma ci pensate quanto inquinamento respiriamo per bere un bicchiere di minerale?”
“Tanto.” Intervengo io. “Noi respiriamo un sacco di inquinamento per bere acqua minerale e pensa a tutta quella gente che in Africa muore di sete. Questa è la civiltà dei consumi.”
Ma finalmente oltrepassiamo quei borghi di case e riprendiamo velocità; non troppa, però.
Un display luminoso che al termine della salita, ricorda quanti giorni mancano alla consegna della nuova strada, mi offre l’opportunità di fare una domanda ironica:”Ma quante volte è già arrivato a zero?”
Lario contempla le montagne intorno e Franz cambia il disco, che è arrivato al termine, dallo stereo. La strada ora si apre in un lungo rettilineo tra gli opposti versanti delle montagne; il verde è il colore dominante. Ne rimango attratto, in silenzio; è un verde luccicante come quello di un’auto appena uscita di fabbrica, interrotto qua e là da qualche macchia bianca di alberi ancora in fiore e da affioramenti di grigie rocce calcaree.
Anch’io ammiro il paesaggio intorno.” Qui la primavera è ancora un passo più indietro che da noi in pianura.” Dico ai miei compagni di viaggio.
Ma nessuno risponde, Franz è impegnato a cercare il varco per sorpassare il tir davanti a noi. Poi desiste; non vale la pena rischiare per recuperare solo qualche minuto del nostro ritardo.
Poco dopo, infatti, salutiamo ironicamente il tir che, per così dire, ci ha fatto compagnia asfissiandoci e imbocchiamo una stradina laterale che in breve ci porta al nostro punto di partenza.
Parcheggiamo l’auto, scendiamo e per prima cosa stiracchiamo le nostre ossa rattrappite, ci prepariamo freneticamente, e ci incamminiamo sul sentiero che ci porterà lassù a contatto con l’azzurro del cielo. Subito dopo passiamo vicino a una cascina, dalla quale arriva un forte odore di capra e di stalla. “Ah! Respira! Respira! Senti che aria!” dico rivolgendomi a Franz che procede al mio fianco.
“Eh sì! Avercela da noi un’aria così!” risponde lui.
“Non dirmelo!” interviene Lario da dietro. “Ogni volta che apro le finestre per cambiar l’aria, la mattina, mi domando cosa le apro a fare. Sembra sempre di avere un camion in moto sotto casa che mi scarica dentro i suoi gas!”
Ad una svolta del sentiero incontriamo due valligiani che scendono; ci salutiamo cordialmente. Questa è una delle cose belle della montagna: ci si saluta sempre, anche se non ci si conosce. Mentre da noi in città, soprattutto quando siamo al volante, la cosa più gentile che possiamo dirci è:”Vaff…”
Poco dopo veniamo superati da una moto. “No! Anche qui!” sbotta Franz.
Ma è l’ultimo incontro con la civiltà. Poi è soltanto silenzio e natura selvaggia e in essa ci immedesimiamo. Dopo circa tre ore di cammino siamo in cima; da lassù possiamo abbracciare l’intero mondo che ci circonda. Ci si sente piccoli in quella immensità, particelle dell’infinito universo.
Lario è visibilmente affaticato, più volte durante la salita ci siamo dovuti fermare ad aspettarlo. Diceva di sentirsi stanco. Franz e io lo prendavamo in giro per questo, ma al tempo stesso trovavamo strano il fatto, infatti di solito era lui a fare l’andatura.
Dopo esserci rifocillati riprendiamo il cammino.
“Bene! Avete fatto il pieno di ossigeno ai polmoni?” chiede Franz.
“Non completamente, ma per quando siamo giù penso di averne fatto una scorta sufficiente.” Gli rispondo io.
Mentre iniziamo a scendere Franz dice ancora: “Sapete? Tempo fa ho letto sul Corriere che una equipe di medici universitari ha svolto una ricerca sui polmoni dei bambini dell’area metropolitana. Bene, anzi male: è risultato che i polmoni dei bambini sottoposti all’indagine sono del tutto simili a quelli di anziane persone dedite al culto di dio tabacco.”
“E’ desolatamente e seriamente preoccupante.” Interviene Lario. “Io, invece ho letto su una rivista un articolo che parlava di ricercatori americani che hanno svolto una ricerca sull’aria dei boschi di montagna. Pare che il modo di dire.”Respirate quest’aria che fa bene!” non sia soltanto un modo di dire, ma che l’aria di questi boschi faccia veramente bene alla salute, perché le piante dei boschi liberano nell’aria delle particolari sostanze, mi pare di ricordare che si chiamino terpeni, ed è stato dimostrato che questi terpeni agiscono positivamente sulla psiche.”
“Allora respiriamone a più non posso.” Dice Franz gonfiandosi i polmoni.
Quando siamo in prossimità della nostra auto, iniziano ad arrivarci in lontananza i rumori della civiltà sottostante. Percepiamo che la nostra fuga dallo stress e dallo smog è giunta al termine.
“Ora sì che sento i polmoni pieni di ossigeno.” Dico ai miei compagni di escursione.
Mi sembra proprio, ad ogni respiro che faccio, di andare a pescare l’aria nel punto più profondo all’interno del mio corpo. Ho l’impressione di avere i polmoni dilatati al massimo, enormi.
Mentre ci rimettiamo in macchina e partiamo Franz propone: “Che ne dite di fare una sosta a berci una birra?”
“Dico che ce la siamo meritata.” Risponde Lario.”
“Ok. Al primo bar ci si ferma”
Dopo la sosta ristoratrice si fa rotta verso casa. Percorriamo la strada in senso inverso all’andata. Transitiamo di nuovo, lentamente ma senza fermarci, tra le case di quei borghi assediate dal traffico, mi pervade ancora quella sensazione di morte. Non facciamo alcun commento.
Una volta imboccata la superstrada procediamo velocemente e guardandola dall’alto di una delle ultime colline mi sembra un fiume, dove al posto dell’acqua c’e l’asfalto e al posto di trote e cavedani guizzano via veloci tir e automobili tra rive di capannoni industriali e centri commerciali. Un paio d’ore fa eravamo immersi nella selvaggia natura e ora…
Siamo stanchi, non parliamo, Lario sul sedile posteriore si è appisolato e anch’io sento gli occhi quasi mi si chiudono; allora rompo il silenzio: “Però nei hai preso di sole! Sei rosso come un peperone.” Dico rivolgendomi a Franz.
“E tu no?”
E’ stata una bella escursione, un’evasione dalla quotidianità. Ma come le domeniche a piedi, passa in fretta e resta solo il ricordo di una giornata vissuta diversamente, il traffico caotico e l’aria asfissiante ti riportano alla dura realtà.
Arriva il momento di salutarci e stringendoci calorosamente la mano ci diciamo: “Allora, alla prossima.”
“Sì. Alla prossima.”
La sera prima di addormentarmi non ho negli occhi, stranamente, le immagini di quegli ampi panorami, del verde dei boschi, delle fresche acque dei ruscelli, ma ho negli occhi le immagini di quelle case assediate dai tir, di quelle striature sui loro muri, di quelle che sono state abbandonate , di quella donna col suo bambino tra un tir e il muro di casa. Penso a tutti quei paesi di montagna, ma anche di pianura, che sono attraversati e tagliati in due da strette strade statali, alle case che si affacciano su di esse, alle famiglie che vi vivono tra sgasate di tir e strombazzate di clacson, e a quelle che si trovano a due passi da autostrade, a cui è stata tolta anche la visuale da orrendi muri di pannelli antirumore. Mi addormento così.
Sarà una notte da incubi. Incubi da …smog in valpadana
di Leila Mascano
Un servo silenzioso mi ha condotto, attraverso le stanze del castello, fino a questo salone dove arde un immenso camino. Il mio signore mi volta le spalle. Rimane a lungo a contemplare le fiamme, tanto che mi chiedo se sappia che sono qui. I miei piedi nudi non fanno rumore sul pavimento di pietra.
- E dunque Thomas, nella sacra rappresentazione tu vorresti essere Satana. Almeno è questo che hai sussurrato ad un compagno. Sai che cosa potrebbe costarti una simile affermazione?
Il mio signore si gira verso di me. E’ un uomo alto, robusto, vestito di nero. Calza pesanti stivali. Per un attimo mi sembra di vedere ardere i suoi occhi nella penombra. Si avvicina, mi solleva il mento.
- Il nostro bellissimo arcangelo vorrebbe indossare le vesti del demonio…
- Perdonatemi, signore, riesco a dire con un filo di voce. Fu osservando un dipinto nella chiesa che mi venne quest’ idea. Sapete, quello dove si vedono gli angeli giocare. Ce n’è uno in disparte che guarda i compagni con occhi gelosi. Per la sua posizione, le ali non si vedono, e forse per un gioco del pittore, se guardate bene, le volute disordinate dei riccioli sembrano alla sommità del capo due piccole corna…
- E dunque?
- Fu lo sguardo dell’angelo-demone, lo sguardo dell’escluso, e la pena che ne provai, a mettermi in bocca quelle parole insensate che, ne convengo, potrebbero costarmi la vita.
- Parli bene, ragazzo, ma per giustificarti peggiori la tua situazione. Come puoi provare pena per chi ha osato sfidare Dio, per chi gli ha voltato le spalle, per chi è diventato signore delle tenebre?
- Penso alla nostalgia, signore. La nostalgia del Paradiso… quella che ci ossessiona tutti, anche se non lo sappiamo. Dev’essere atroce per chi lo conobbe e ne conserva la memoria, esserne escluso per sempre.
- Per sua scelta, Thomas.
- Ma fu davvero sua la scelta? Fu scelta un cuore superbo, un animo ribelle, ed occhi gelosi? Noi diciamo che l’agnello è mite e il lupo feroce, ma perdonatemi, signore…
Taccio, con le orecchie in fiamme. Devo essere impazzito a parlare così.
- Continua, Thomas. Niente di quello che dici uscirà da queste mura. Non farò come il tuo infedele compagno.
Con voce