Amore

"A quattro mani" di Frank Spada

di Frank Spada

L'ACCIDIA secondo Frank...

A quattro mani Pag.1

Si ferma all’improvviso. La sensazione di essere seguita; si volta: nessuno. Non ha sentito rumore di passi, né visto qualcosa da giustificare una forza che pare trattenerla. Alle sue spalle, il ponente di un cielo senza luna, la sagoma della Mole Antonelliana ritagliata su una macchia scura, nient’altro.
Anna raccoglie il respiro tra i baveri del cappotto in tweed con i bottoni in cuoio – l’ha comperato quella volta che Nino la portò a Londra, in occasione di un anniversario del loro matrimonio. Un moto d’inquietudine annoda i suoi pensieri. Occhi a terra e si scuote; riprende a camminare sui riflessi umidi del marciapiede, nebbiosi come quella sera a Leicester Square, quando lei rientrò in albergo dopo aver lasciato Nino al cinema a vedere il film su Glenn Gould – lei uscì dalla sala prima della fine, per aspettarlo alla reception con una rivista in mano.
Giunta al sottovia Anna attraversa la strada. Sul lungo-fiume ascolta gli scricchiolii delle foglie accartocciate, calpesta con le scarpe grosse i ricordi degli autunni anticipati nel noioso rincorrersi del tempo; pensa a una tomba dove Nino ormai la guarda da una foto in ceramica, una volta l’anno, nella ricorrenza dei defunti.
Arriva a casa. Il cappotto sull’appendiabiti in ingresso e va dritta in bagno; un sorso d’acqua e deglutisce la solita pastiglia. Si spoglia, spazzola i capelli grigio argento e stende l’abitudine di un velo di crema sul viso. Lascia gli abiti sulla poltroncina, poi si rifugia a letto con la testa sotto le coperte, addormentandosi in un sogno.

Cammina lungo un viale: lampioni che si alternano con alberi quasi invisibili, il resto è nebbia. A tratti, folate d’aria vorticano figure plumbee – salgono dal fiume che scorre lì vicino, oleoso di tenebre. Avverte i suoni di una musica lontana. Arriva dal nulla che circonda un vuoto senza limiti – accordi strascicati, ripetuti, che si smorzano nella melodia di un pianoforte. Alza lo sguardo: tra le figure di nebbia, due avvolgono spirali al ritmo della musica. Eseguono una danza che la fa ruotare assieme a loro. In fondo al viale spunta un chiarore. Vorrebbe allontanarsi, correre via – un sentimento di colpa impedisce le intenzioni. La luce avanza, allarga ombre umide di fumo. I suoni cessano di colpo. Le figure si dissolvono; risucchiate dal fiume che incatena la corrente in fondo a un salto. Una sagoma la sfiora; un’automobile scompare nella notte. Ora è tutto nel silenzio. Fugge ristretta fra inquadrature che si perdono in infiniti spazi laterali – due specchi contrapposti muovono l’azione. È a casa, nella stanza da bagno. Seduta sul bordo della vasca vede sullo schermo bianco-smalto note musicali, come impronte di insetti uniti per le zampe, a due, a tre, a quattro a quattro.

A quattro mani Pag.2

È in preda a brividi nervosi. Le gambe si scuotono. Le scarpe saltellano sopra le piastrelle. L’angoscia le sottrae il respiro. Le pareti della stanza iniziano a girare. Un luna park, una giostra, un organetto che muove bambini cavalieri, Nino che la fissa e alle sue spalle il volto di un giovane sul fondo della scena: immagini sovrapposte, luoghi, tempi, intervalli che ruotano veloci, che si abbreviano fino a trasformarsi in un vortice di assenze, di intenzioni senza scopi, che la trascina via.

Anna si sveglia nel ronzio di un cicalino. Accende la radio. Ascolta come ogni mattino il notiziario, gli appelli per la pace disattesi dai potenti, le voci dei commentatori finanziari modulate con improvvisi sbalzi di tensione, le previsioni meteo che imbiancano le cime e dopo la pubblicità, un annuncio: in onda Le Variazioni Goldberg, suonate da Glenn Gould. Ed ecco che lei ricorda quella sera, la reception in quel hotel a Londra: – Good night, sirs! – Un piccolo ascensore e Nino che la abbraccia, la trattiene dentro quello spazio angusto, vuoto di parole. In corridoio, lui la precede per entrare in camera e accendere la lampada sul tavolo; la piccola luce che dietro alle piegoline incartapecorite maschera il desiderio. Lei va in bagno, infila il pigiama, si corica in fretta. Lui è già a letto, le parla dal cuscino; lei gli rivolge le spalle. Nino cerca di stringerla a sé. Lei si scosta, non risponde, si riporta con la mente al cinema dove proiettavano Trentadue piccoli film su Glenn Gould – un pianista che inseguiva linee melodiche ingobbito su una sedia – manda agli occhi il volto di un giovane, un suo compagno ai tempi del liceo al conservatorio. Nino si piega verso di lei, parla, chiede. Lei tiene gli occhi chiusi, dice che è stanca, che vuol dormire e invece si abbandona tra le braccia di quel volto, perdendosi nell’incanto di una melodia suonata a quattro mani – una sbandata e un canale in piena trascinò via quel giovane in una notte di nebbia, dopo averla accompagnata a casa, dopo il rifiuto che lei oppose alla domanda di cambiare città, di proseguire gli studi musicali per diplomarsi assieme.
Anna ascolta il concerto, le variazioni ripetute attorno ad armonie di contrappunti, di accordi incidentali. Un volto sbuca dietro le sue palpebre. Lacrime perse sulle pieghe del viso e pensa che domenica andrà nel Comasco, nel cimitero del paese natio, con un mazzo di fiori per i propri genitori e una rosa bianca che poserà sotto il nome di quel giovane; poi tornerà a casa, come ogni mese, anno dopo anno nel cuore della notte.
Anna si alza, va in bagno – inizia un altro giorno, accidioso come la sua vita.

"Basterebbe solo un po' d'amore" di Giorgio Ottaviani

di Giorgio Ottaviani

Solo l'amore può essere eterno...

All'ultima mano Franz scende con il cavallo di bastoni.
“Tutto mio” dice, con un bel sorriso alla carta vetrata. Poi, rivolto al barista:
“Palla, porta un paio di birre.”
Quello, impegnato a distribuire, in modo uniforme, lo sporco sul piano d'acciaio del bancone massaggiandolo con una spugnetta lercia, solleva lo sguardo e ripete in tono interrogativo:
“Due?”
“Si, grandi, mi raccomando, tanto pago io.” Rispondo.
Palla arriva con le birre. Cammina dondolando, con le suole che scricchiolano ad ogni passo il loro soffocato grido di dolore. Ha il cranio imperlato di goccioline come i due boccali. Il suo però è sudore. Poggia il vassoio sul tavolo e si asciuga le mani col grembiule legato in un prossimità della impercettibile rientranza fra torace e ventre che ha eletto in modo arbitrario a punto vita.
“Sette euro.”
E riamane fermo come un parchimetro in attesa delle monete. Pago. Palla prende i soldi, torna lento dietro al bancone e riprende a massaggiarlo con la spugnetta.
“E' che non stai concentrato” mi sfotte Franz. Ingolla una bella sorsata solennizzata da un rutto, poi riprende serio: “ma stai ancora a pensare a quella? Come si chiamava? A si Irina. Certo che ha fatto una brutta fine, ma lo sapevi pure tu che mestiere faceva.”
Lo mando a farsi fottere, ma poco convinto. Ha ragione, sto ancora pensando a lei.
Prima che attacchi di nuovo i suoi discorsi da amico fraterno mi alzo e in piedi finisco la mia birra.
“Io vado. Ho già perso abbastanza e sono pure stanco.” Mentre mi allontano, mi raggiunge il saluto biascicato di Franz e pur senza poterlo vedere, immagino il suo sguardo.

Fuori le luci delle poche automobili ancora in giro disegnano, nell'aria appiccicaticcia, scie irregolari come strappi. All'incrocio con la statale, un luna park di semafori lampeggia il suo inutile giallo. L'avevo conosciuta proprio lì.
Verso le due il Palla s'era tolto il grembiule e aveva cominciato a mettere le sedie vuote sui tavoli. Non ha un orario preciso di chiusura, ma quando comincia a mettere le sedie sui tavoli, quella è l'ora. C'eravamo dispersi in fretta fuori dal bar, come blatte in libera uscita, ed io m'ero diretto da solo verso la statale. La luce gialla che balenava in mezzo all'incrocio, stampava sull'asfalto l'ombra d'uno strano fiore, con quattro petali a forma di donna. Avevo affrettato il passo, raggiunto l'incrocio e voltato l'angolo. Ferma sul bordo del marciapiedi, accanto alla fermata del tram, lei, Irina.
Bionda, con la faccia da angelo. Una gonna fuxia alta quanto una sciarpa metteva in risalto delle gambe dalla pelle color latte. Mi chiese una sigaretta e cominciammo a parlare finché non arrivò l'ultima corsa della notte. Salii anch'io. Nel tram vuoto, l'afrore lasciato dai molti corpi sudati che l'avevano riempito durante il giorno ristagnava ancora, attaccato ai sedili, spalmato sui finestrini, come un velo invisibile. Sedemmo vicini e continuammo a chiacchierare. Mi raccontò che veniva da un'altra città ed era arrivata qui con il suo uomo. Poi lui l'aveva mollata, era rimasta sola e s'era dovuta arrangiare. Scese ad una delle ultime fermate: un quartiere di case alveare intramezzate da costruzioni basse, nate come autorimesse comuni, trasformate in fatiscenti attività commerciale. Mi offrii di accompagnarla, ma non volle. Andai sulla fila di sedili in fondo alla vettura e mi misi comodo, mentre il tram continuava verso il capolinea finché alle prime luci dell'alba non tornò a scaricarmi da dove ero salito.
La sera dopo la trovai di nuovo, sempre lì, alla fermata del tram e la sera dopo ancora. Ormai era diventato un appuntamento fisso. Per almeno tre settimane, continuai a vederla. L'ascoltavo parlare, mentre sui finestrini del tram la città di notte passava come una vecchia pellicola, graffiata dai fari delle poche automobili ancora in giro. Il suo volto dolce, da angelo malizioso e quel suo modo di fare, sempre in bilico fra il serio e lo scherzo, in cui mi faceva capire che mi desiderava, mi faceva tornare alla mente Giovanna. Con lei era finita nell'unico modo in cui poteva finire, ma Irina capivo che era diversa. Se ne era accorto pure Franz.
“Finalmente ne hai trovata un'altra” mi diceva. “Oh, speriamo che questa non sparisca nel nulla come quell'altra.”
Ci avevo messo del tempo a riprendermi dalla storia con Giovanna. Io ero stato gentile con lei, le avevo mostrato tutto il mio amore. L'avevo sempre trattata come un fiore e come un fiore avrei voluto coglierla e amarla, ma lei mi aveva risposto con disprezzo, mi aveva umiliato.

Quella sera mi feci coraggio e quando Irina giunse alla sua fermata, scesi anch'io.
“Ti accompagno a casa” dissi.
“E magari ti fermi da me, Vero?” Nella sua voce due terzi di dolcezza, un terzo di femminilità a due gocce di perversione come l'angostura a rendere perfetto il cocktail.
Le presi la mano. Mi rivolse uno sguardo meravigliato. Sapevo che mi desiderava e tutto fu come doveva essere. A casa sua mi spogliò e non solo dei vestiti, ma mise a nudo anche la mia anima, poi mi avvolse in un miele di dolcezza e mi scaldò d'amore. Mi addormentai con lei, con la testa poggiata sul suo seno, come un bambino.
La mattina una lama di luce che attraversava la stanza e il gorgogliare di una caffettiera mi fecero aprire gli occhi, poco prima che lei si avvicinasse a me con una tazza fumante, pronunciando il mio nome.
Mi vestii e facemmo colazione assieme. Poi la salutai con un bacio e feci per uscire. Fu allora che improvvisamente impazzì.
Mi arpionò sulla porta afferrandomi per il maglione:
“Dove credi di andare? Non te ne vai da nessuna parte se prima non mi paghi, carino!”
“Ma io ti amo” dissi, “il mio è amore.”
“Amore un cazzo, cocco, l'amore si paga.”
L'ho pagata, come avevo pagato Giovanna. Solo l'amore può essere eterno, tutto il resto se non è eterno è mortale e lei come l'altra se non era capace di amare, non meritava di vivere.
Sono andato via e ho lasciato che la trovassero li. La dolce Irina, angelo biondo dalla pella di latte, come una candida ninfea in un lago rosso sangue.

Ormai però sento che posso riuscire a non pensare più a lei.
Una macchina sportiva si ferma, vicino alla fermata dove di solito stava Irina. Scende una ragazza e l'auto riparte.
Guarda vero di me, sorride.
“Ciao” mi dice “Mi fai un po' di compagnia intanto che arriva il tram?”
Ha un viso dolce e dalla voce capisco che si sente sola. Ha voglia di un po' di compagnia. Magari è un segno del destino. Potrebbe essere quella giusta. In fondo basterebbe solo un po' d'amore.

"Casta Diva" di Leila Mascano

di Leila Mascano
Eppure, da te non volevo nulla

Fosti tu a sfidarmi, Atteone, portando una fanciulla nel bosco a me sacro e violandone il casto silenzio coi tuoi giochi d'amore.Un raggio di luna vi sorprese e vi rivelò al mio sguardo. Trattenni con un gesto la muta ansimante dei cani dalle bocche feroci senza suono, come trattenevo il mio cavallo i cui zoccoli non hanno rimbombo. Amo il silenzio, Atteone, il candore della luna e del marmo, tutto quello che nulla contamina. Provo disgusto per il disordine confuso dei corpi: il vostro celebrato amore non è estetico, anzi è spesso francamente ridicolo.Ancora posso capire fauni e centauri, che il lato bestiale condanna al goffo parossismo degli amplessi....

Ti accanivi su quella fanciulla, di tutto ignaro se non di te, poiché mi parve che lei non fosse che lo strumento che ti riportava ad un colloquio più intimo con te stesso, con le radici del tuo piacere, e mi pareva che una sì brutale prepotenza non potesse essere punita che con la morte.

Poi vidi gli occhi di lei, che mi parvero due pozze d'argento, annegati in un'estasi che mi turbò. Non so se provai pena o rabbia per quello sguardo di bestia mansueta, vinta...Il gesto imperioso scattato per indicarti ai cani deviò su di lei , che da me resa cerva fu sbranata, lacerata, fatta a brandelli dalla muta impazzita. Mi parve di avere castigato anche te, e ti lasciai andare. Non avresti dimenticato facilmente la cerva dagli occhi d'argento.

Né io dimenticai te. Non so quale corruccio segreto mi prese: volevo rivederti. Nel mio animo albergava un cupo scontento. Diventasti la mia preda. Più ti seguivo, meno capivo cosa si agitasse dentro di me. Ti spiavo bagnarti nelle acque notturne della sorgente, e un desiderio inconcepibile di sentire se il tuo corpo avesse la gelida freddezza del mio mi prese. Anelavo al calore. Mi chiedevo come fosse il tocco delle tue mani. Carezzavi il tuo cavallo con gesti lenti e affettuosi. Scoccai un dardo invisibile. Lo uccisi.

Ti vedevo negli alberi, nell'arco dei rami seguivo la curva delle tue braccia, nel vento tiepido sentivo il tuo alito. Soffrivo di un'arsura che solo la tua bocca poteva placare, e m'interrogavo sul mistero del bacio, morso d'un frutto che non sazia e di cui rinnova il desiderio...E poiché tutto sembrava farsi abbraccio e carezza, dormivo sulla nuda terra, attenta che neppure le mie mani diventassero le mani di Atteone. Ma pure la terra sulla quale dormivo mi ricordava la compattezza del tuo corpo.

Le nuvole disegnavano il tuo profilo. Volevo suoni. Restituii la voce ai torrenti e le corde vocali recise dei cani tornarono ad abbaiare, a ringhiare...E i torrenti chiamavano Atteone, Atteone invocava il corno da caccia, Atteone sentivo perfino nel latrato dei cani.

Eppure, da te non volevo nulla.

Avvertivi la mia presenza, mi sfidavi Mi scorgesti osservarti immobile, mentre, come ogni notte, ti bagnavi. Uscisti dall'acqua impudico, vestito solo della perfezione del tuo corpo, e la tua bellezza mi faceva male al cuore. Mi guardasti come si guarda una donna, non una dea. Ridevi beffardo, sicuro di spegnere i fuochi d'orgoglio che rendevano così terribile il mio sguardo per darmi quegli occhi di bestia mansueta, vinta, che aveva la fanciulla che possedevi nel bosco.

Non sai quanto fosti vicino ad avermi. Ma sono una dea e il mio braccio scattò, indicandoti ai cani, perché mordessero, lacerassero, cancellassero nella tua carne il mio desiderio.

Potessero i cani divorare il mio cuore.

Nel silenzio del bosco dove tutto di nuovo tace, ombra tra ombre cavalco la notte. Rabbrividiscono i pastori e tacciono. Artemide è una dea feroce.

"Code di rospo in salsa d'acciughe" di Dino Licci

di Dino Licci

Uscì come ogni sera, come ogni notte, vagando alla ricerca di se stesso. Un pensiero fisso lo tormentava da giorni e condizionava notevolmente il suo comportamento usuale. Entrò quasi inconsapevolmente in un ristorante orientale che prometteva cibi afrodisiaci di sicuro effetto. Il pranzo fu quanto di più strano potesse immaginare. Un antipasto di ostriche e caviale lo predisposero a fidarsi dello chef che gli propose di continuare con code di rospo in salsa d'acciughe. Il sapore del pesce era esaltato dal tuorlo d'uovo, prezzemolo, scalogno e limone e, al termine del pasto, gli fu servito un bicchiere d'assenzio con vodka alla fragola, cosparso da una polverina grigiastra che si rivelò essere tratta dal corno di un rinoceronte. Uscì, fece un lungo tratto di strada in auto fino a raggiungere una zona periferica della città. La follia, nella sua testa inquieta, si agitava danzando tumultuosamente in un ritmo estenuante e dirompente come in un crescendo di stampo rossiniano.
Camminava lentamente mentre la follia si agitava nel suo contenitore razionale, nelle rigide regole del conformismo abituale, costretta in quella severa maschera sociale che imponeva controllo, padronanza di sé, disciplina, ma intanto cercava disperatamente un pertugio, una fessura, una crepa da cui erompere rumorosamente per dare sfogo ai suoi istinti atavici che pulsavano nella mente dell'uomo come torrenti impetuosi di ancestrale energia. Dov'era il suo contenitore, dove la sua prigione? Nei suoi reconditi pensieri o in quel suo cuore che ritmava fiumi di sangue ardente e rutilante di vita? O forse avvolgeva quel corpo vagante come una nuvola eterea, invisibile, eppure talmente poderosa da risultare invalicabile?
Ludovico e la sua notte inebriante: sublime e nebbiosa, umida e silenziosa con quegli aloni di luce soffusa che avvolgevano invisibili lampioni. Sotto uno di quei lampioni, sinuosa e splendida come un rettile multicolore, come una falena sfavillante, straordinariamente bella e impudica, si agitava, dondolando la borsetta sgargiante di mille bagliori, la dea dell'amore, il demone del sesso, del desiderio, della passione. La follia contenuta dell'uomo, esaltata da quella cena particolare, cercò disperatamente di rompere gli argini, di accostarsi a quell'immagine notturna che aveva popolato i suoi sogni terribilmente erotici: una folla incredibile di appaganti amplessi succedutosi in quei momenti d'immaginazione e di vivido sogno, avevano gonfiato i suoi appetiti mai sazi, mai appaganti nella triste realtà. Si avvicinò timido e impacciato, temendo di essere riconosciuto, lui, preside di un famoso liceo, lui, l'archetipo vivente della moralità, integerrimo detentore dell'etica comportamentale! Il sorriso della dea lo fece dapprima vibrare, poi tremare come un fuscello, impallidire, fuggire lontano. Le gambe non lo reggevano più. L'emozione scatenatala da quel timido, malriuscito tentativo d'approccio, lo avevano inchiodato al suolo impedendogli di parlare, di camminare, persino di pensare compiutamente, mentre una lotta immane si svolgeva al suo interno, tra la rigida legge morale che governava solitamente il suo comportamento, e l'istinto primordiale che lo straziava inondandolo di una cascata ormonale sempre più impetuosa e travolgente. S'immaginò tra le braccia di quella bellezza provocante, mentre si accasciava sul sedile dell'auto totalmente privo di forze ma non di bramosia. Il profumo della donna gli era penetrato nelle nari e quella figura sinuosa sembrava strisciargli addosso avviluppandolo in una spirale soffocante di desideri repressi.
La follia volteggiava sempre più inquieta: ora che aveva trovato una complice, si era fatta più audace, addirittura temeraria e alfine esplose percorrendo quel corpo distrutto da scariche alterne di adrenalina, dopamina, serotonina e trascinato, suo malgrado, in un coacervo di sentimenti, emozioni, ripensamenti, pentimenti, impaziente frenesia. Si avvicinò cauto e protetto questa volta dal buio abitacolo della sua auto. Fece scivolare in basso un finestrino e riuscì a dire, con un filo di voce: "Sali". Il profumo del sesso inondò la vettura, una mano sapiente prese a carezzarlo per prepararlo all'incontro e dopo un attimo si ritrasse conscia dell'accaduto: "non preoccuparti, non sei il solo sai? — disse la donna — Come la chiamate voi sapienti? Eiaculatio praecox?" E sparì lontano contando il suo denaro. Ludovico si allontanò di qualche metro, abbassò il volto nelle sue mani congiunte e silenziosamente, copiosamente pianse…

"Fulgida Stella" di Carla Casazza

di Carla Casazza

I primi giorni, dopo l’incidente e la lunga degenza in ospedale, Emma ci era tornata quasi senza pensarci, come se una forza di attrazione la conducesse sempre lì.
Poi aveva capito che era l’istinto del “ritorno a casa” perché, su quei gradini consunti dal tempo, si sentiva bene, molto meglio che nel piccolo appartamento che condivideva con la cugina.
Già dai tempi dell’università, quando si era stabilita definitivamente a Roma, la scalinata di Trinità dei Monti era il suo luogo preferito: si sedeva lì in ogni stagione per studiare, leggere i classici della letteratura, un giallo mozzafiato o, semplicemente, si incantava a guardare le persone che passavano.
Dopo la laurea il suo gradino preferito – il quinto a partire dal basso – era divenuto il luogo in cui preparava le lezioni e correggeva i compiti in classe, ma anche il testimone dei primi tentativi di dare corpo a qualche racconto.
Quel luogo doveva averle portato fortuna perché i racconti erano piaciuti, tanto da essere pubblicati in un’antologia. Si era convinta così a fare il grande passo: scrivere il suo primo romanzo.
O la va o la spacca si era detta, e aveva consumato ore, giorni e il gradino, dedicando tutto il tempo libero ad una storia che scaturiva dalla sua penna quasi con volontà propria.
Era primavera e la scalinata di Trinità dei Monti le faceva compagnia con i suoi fiori, mentre i turisti lanciavano monetine nella fontana della Barcaccia augurandosi che realmente quel rito scaramantico li avrebbe riportati ancora nella città caput mundi.
Immersa totalmente nella sua storia, quasi non si era accorta che la primavera aveva lasciato il posto all’estate.
Dove ho la testa? si diceva, ma viveva quella svagatezza come uno stato di grazia, quasi fosse innamorata.
Stava incamminandosi per rientrare nel suo caldo appartamentino di periferia quando era accaduto l’inevitabile: mentre si chinava per raccogliere un foglio sfuggitole dal quaderno un ciclista forsennato e distratto l’aveva travolta in pieno facendola cadere all’indietro e battere violentemente la testa sul selciato.
I parenti avevano temuto l’irreparabile vedendola giacere giorni e giorni nel reparto di rianimazione, esangue e senza apparenti segni di vita.
Poi, Emma aveva reagito ad un raggio di sole dispettoso che si era posato sui suoi occhi chiusi e la lenta risalita verso la vita era ripresa.

Sono stata fortunata pensò, mentre riponeva gli appunti. Quel giorno di autunno non era riuscita a fare grandi progressi col suo libro perché distratta dai turisti che si godevano Roma e il sole ancora caldo.
La coda dell’occhio le cadde di fronte, dalla parte opposta della scalinata, dove un giovane scriveva con foga su di un taccuino. Era vestito come un dandy d’altri tempi e i capelli castani e ribelli si agitavano a ritmo della sua mano che nervosa, faceva scorrere una matita sul foglio.
Inglese , stabilì Emma che a furia di osservare i turisti era diventata esperta in materia.
Rimase ad osservarlo perché aveva qualcosa che la incantava: pallido, con un bel naso deciso e le labbra virili, aveva le guance scavate ma imporporate dalla foga della scrittura.
Bello e tormentato , decise prima di distogliere lo sguardo perché lui si era interrotto.
Emma si alzò a malincuore avviandosi rassegnata verso la trafila di metropolitana e autobus che la attendeva per rientrare a casa. Col pensiero però era ancora lì, sulla scalinata di Trinità dei Monti, ad osservare il dandy inglese, come lo aveva battezzato tra sé e sé.

«Emma? Emmaaaaaaa? Hei! Sto parlando con te! Pronto, pronto, mi senti?»
Si riscosse alla vista della cugina che le sventolava il tovagliolo davanti al viso.
«Scusami Lisa, ero soprapensiero!»
«Me ne sono accorta» sorrise la ragazza «che hai, sei innamorata?»
«No, stavo pensando ad una persona…»
«Mmmmm una persona carina?»
La incalzò Lisa.
«No, no, non pensare chissà cosa. C’è un ragazzo – io l’ho soprannominato il dandy inglese – che da qualche giorno viene sempre a sedersi sulla scalinata di Trinità dei Monti proprio di fronte a me. E scrive in continuazione, con foga. Non si guarda mai intorno. Tanto che sono riuscita ad osservarlo bene perché non alza mai gli occhi verso di me. Mi incuriosisce. Magari anch’io quando scrivo sembro così assorta come lui…»
«Sì, sì, ho capito. Uno di questi giorni mi ospiti sul tuo gradino preferito così vedo anch’io questo romantico misterioso che ti distoglie dalla scrittura del libro. Ma ora ascoltami che ti devo raccontare di ieri sera con Giacomo.»

Ormai era diventata un’abitudine: Emma si sedeva, apriva il suo quadernetto di appunti e iniziava a scrivere.
Poi – dopo una decina di minuti – sbirciava di fronte a sé con discrezione per assicurarsi che il dandy fosse lì.
Sembrava che l’aspettasse perché puntualmente, tutte le volte che la ragazza si sincerava della sua presenza, lui c’era.
Impossibile che non si guardi mai attorno , pensava Emma che sperava di incontrare il suo sguardo almeno una volta.
Aveva provato a fissarlo per lungo tempo, ma niente da fare.
Poi si era resa conto di essere un po’ troppo invadente ed aveva rivolto la propria attenzione alle bozze del libro: le mancava l’ultimo capitolo, ma la storia – ora – non fluiva veloce come era accaduto all’inizio.
Devo distrarmi di meno , pensò.
Qualcuno le mise le mani davanti agli occhi e per un folle attimo pensò che fosse lui. Ma la voce di Lisa la riportò alla realtà.
«Sorpresa!!!!!» le sorrise la cugina. Poi abbassando la voce ad un sussurro «allora dov’è il tuo romantico dandy?»
Emma glielo indicò con discrezione, arrossendo.
«Non prendermi in giro: per venire qui ho discusso con la titolare che non voleva darmi un’ora di permesso!»
Emma guardò Lisa stupita e incalzò «Ma non lo vedi? E’ proprio qui di fronte. Ha una giacca marrone e una camicia bianca con un grande colletto aperto. Segui il mio dito, guarda, lì.»
Lisa guardò nella direzione indicata dalla cugina mentre il sorriso le si spegneva in viso. Poi si voltò con aria preoccupata verso Emma.
«Ma lì non c’è niente. Solo un vaso di fiori…»
«Lisa, smettila!»
«Emma, non sto scherzando»
Emma impallidì.
«Oddio» sussurrò «eppure io lo vedo, davvero...»

Quella sera nessuna delle due ragazze aveva fame. Spiluccavano la cena ed intanto cercavano di spiegare l’accaduto.
«Non prendertela, Emma, in fondo è poco che ti sei riavuta dall’incidente, hai battuto violentemente la testa, magari soffri di allucinazioni…»
«Un’allucinazione sempre uguale tutti i giorni? Mi sembra difficile… Io una teoria ce l’avrei. Ma te la dico solo se prometti di non prendermi per matta.»
«Promesso!» e Lisa incrociò le dita come quando erano bambine e si scambiavano segreti, nascoste sotto al tavolo della cucina della nonna.
«Ho letto» proseguì Emma « che chi è stato tra la vita e la morte come me, sviluppa una sensibilità particolare, che gli permette di vedere e di percepire presenze sospese tra due dimensioni»
«Vuoi dire che…»
«Che lui è un fantasma» la interruppe Emma con voce tremante.
Lisa rimase in silenzio.
«Voglio scoprire chi è» continuò Emma in un sussurro.

Non ne parlarono più.
Evitavano accuratamente di toccare l’argomento nei momenti che trascorrevano insieme, ma una sottile barriera ora le divideva. Si sforzavano di essere quelle di sempre tuttavia, a volte, Emma sorprendeva la cugina ad osservarla con aria preoccupata. Le loro chiacchierate di un tempo sembravano divenute ad un tratto artificiose.
Nonostante fosse inverno, Emma continuava a sedersi ogni giorno sulla scalinata, ma invece che concentrarsi sul proprio romanzo, sfogliava volumi di storia della città per capire chi fosse il misterioso fantasma.
La presenza costante di quella figura tormentata però non la preoccupava, anzi, le faceva compagnia e si sentiva davvero serena solo quando lo guardava scrivere, quando sapeva che lui era lì.
Ormai il lungo permesso per malattia che aveva ottenuto stava per scadere e presto sarebbe tornata alle supplenze qua e là nelle scuole superiori della provincia romana.
Voleva terminare il romanzo prima di riprendere a lavorare.
Così cercò di accantonare per un po’ il mistero del dandy e di mettersi d’impegno a scrivere le poche pagine che le mancavano alla parola “fine”.

Ci siamo, ci siamo quasi , pensò leggendo e rileggendo l’ultimo capitolo del romanzo. Era il 23 febbraio: ancora quattro giorni e poi sarebbe dovuta tornare a scuola. Si sentiva incalzata dalla necessità di scrivere un finale all’altezza del resto, qualcosa di magico ed evocativo.
Aveva trascorso la notte a spulciare poesie d’amore perché voleva che la sua storia terminasse così, con dei versi che lei non era in grado di comporre ma che toccassero il cuore.
Aveva letto frasi bellissime, da Prevert a Neruda, ma non erano ciò che cercava: sapeva che la poesia giusta l’avrebbe fatta palpitare.
Le accadeva sempre così: leggeva, leggeva, leggeva poi si soffermava su alcune righe e sentiva il cuore in gola. Pensandoci su era da un po’ che non provava quel tipo di emozione leggendo poesia. Ma sperava che capitasse di nuovo.
Assorta nei propri pensieri non si accorse di fissare da qualche tempo il “suo” fantasma, o quello che era.
La risata fragorosa di un turista la riscosse e mentre indugiava ancora un attimo sul giovane misterioso, lui alzò lo sguardo e la guardò diritta negli occhi.
Il cuore di Emma si fermò un istante poi iniziò a battere veloce mentre paralizzata lo osservava alzarsi e, con un sorriso malinconico, dirigersi verso di lei. Sentiva di avere il viso in fiamme e le orecchie che fischiavano.
In pochi passi lui le fu di fronte e le tese un foglio, stavolta sorridendo apertamente.
Emma non riusciva a parlare ma prese il foglio sfiorando le sue dita: pareva reale, in carne ed ossa, non era evanescente come avrebbe dovuto essere un fantasma.
Quando le loro mani si sfiorarono lui le fece come una carezza ed Emma, per l’emozione, lasciò cadere il foglio.
Si chinò per raccoglierlo e quando rialzò la testa lui era sparito.
Con le mani tremanti e un groppo in gola lesse ciò che le aveva scritto:

Fulgida stella, come tu lo sei
fermo foss'io, però non in solingo
splendore alto sospeso nella notte
con rimosse le palpebre in eterno
a sorvegliare come paziente
ed insonne Romito di natura
le mobili acque in loro puro ufficio
sacerdotale di lavacro intorno
ai lidi umani della terra, oppure
guardar la molle maschera di neve
quando appena coprì monti e pianure.

No, eppure sempre fermo, sempre senza
mutamento sul vago seno in fiore
dell'amor mio, come guanciale; sempre
sentirne il su e giù soave d'onda, sempre
desto in un dolce eccitamento
a udire sempre sempre il suo respiro
attenuato, e così viver sempre,
o se no, venir meno nella morte.
John Keats

Emma aveva trovato la sua poesia.

John Keats (1795-1821) poeta inglese immaginifico e malinconico, compose le sue migliori opere dopo avere conosciuto nel 1818 Fanny Brawne ed essersene innamorato ricambiato.
Nel 1820 a causa della salute sempre più cagionevole dovette lasciare Fanny e l’Inghilterra per stabilirsi a Roma in un palazzo affacciato sulla scalinata di Trinità dei Monti.
Morì il 23 febbraio 1821 e fu sepolto nel Cimitero protestante di Roma dove, su sua richiesta, fu posta una lapide la cui epigrafe aveva composto lui stesso: Here lies One Whose Name was writ in water (Qui giace colui il cui nome fu scritto nell'acqua).

"Immagini e interferenze" di Frank Spada

amori vissuti di nascosto dal mondo, ma molto chiaramente dentro se stessi

di Frank Spada

Quella sera, quando l’interferenza incidentale andò in scena al cineforum con la proiezione di “La morte corre sul fiume” di Charles Laughton – il solo film che vide un grande attore, corpulento e sornione, dietro la macchina da presa – Gloria, divisa da Francesco soltanto da un bracciolo, era in preda alla vertigine, immagine dopo immagine.
All’uscita dalla sala andarono da “Pierino il marinaio”, come sempre. Una pizza e parlarono del film. La discussione intorno alle ragioni messe in luce in bianco e nero da una storia tragica, sempre attuale, degenerò subito affrontando il tema della sempiterna debolezza della donna – Shelley Winters, la protagonista – e la protervia dell’uomo, in questo caso un predicatore, Robert Mitchum.
Gloria s’infiammò personalizzando i fatti e, fuori dal locale, caricò le sue parole di violenza nel parcheggio semi vuoto per l’ora ormai tarda.
Francesco provò a calmarla; invertì ruoli, sentimenti, azioni e destini predicando i suoi miti letterari, poi tentò ancora d’ingannarla e, infuriandosi, inveì. Fu allora che lei vide il buio nel fondo dei suoi occhi, che capì da un anello che non portava al dito la vanità di una catena inesistente, e divincolandosi, girandogli le spalle, lo trattò... com’era giusto per se stessa.
Lui lasciò il posto sgommando. Gloria rientrò a casa in treno. A lei rimase il ricordo di un aborto richiestole come condizione al loro amore vissuto di sfuggita, in qualche camera d’albergo, nelle infilate di corridoi tutti uguali, di intervalli tra le gite poco oltre confine, in Austria o in Slovenia. Un amore interpretato da Gloria con le attese, magari con le caldarroste in mano e il vino stretto tra i denti, i baci rubati negli androni di una cittadina di provincia in primavera, le promesse di Francesco nuotando nelle pozze verdi di un fiume, in ombra, sotto le pendici delle montagne Giulie; il cineforum ogni tanto, d’inverno, per accontentarla nella sua passione per il cinema d’autore.
Lei lo aveva amato tanto. Lei non voleva, lei... “no, non può essere, Dio non lo permetterebbe”, pensava aggrappando la speranza ai brividi di una battuta silenziosa, nascosta da James Agee, lo sceneggiatore, dietro alle sequenze da vertigine di quel film di Laughton – unità all’incredulità, unita a Willa Harper, un attimo prima di morire per mano di un predicatore che aveva amato tanto.

"La conquista di Ruma" di Leila Mascano

di Leila Mascano
Non distruggere quello che non comprendi

"La conquista di Ruma" pag.1

Nell'accampamento avevano acceso i primi fuochi. L'aria risuonava di grida, di rumori, dell'abbaiare dei cani. Ogni tanto si udivano risate, ordini secchi, richiami. Improvvisamente, le voci si alzarono, eccitate come per una rissa. Era sempre più difficile mantenere l'ordine nel campo. Gli uomini erano stanchi, esasperati da questa guerriglia che non comprendevano, contro un nemico che si materializzava all'improvviso con attacchi rapidi e feroci ed ancora più velocemente si dileguava, non lasciando che morti dietro di sé.
Marco Lavinio si girò esasperato su un fianco Il dolore non gli dava tregua, Il fuoco acceso nella tenda lo faceva sudare, adesso, ma almeno aveva scacciato il gelo mortale che l'aveva attanagliato per ore. Le voci fuori si erano allontanate. Le sentinelle facevano buona guardia al generale che stava combattendo da solo la sua battaglia più difficile sotto l'enorme tenda che portava le insegne del comando.
Erano l'esercito che avrebbe conquistato il mondo, o almeno quella parte di mondo conosciuto. Quegli uomini rozzi, sporchi e sudati erano nati per combattere. Insieme erano una forza inarrestabile che scavalcava le montagne, valicava le pianure, attraversava i fiumi. Sì, Marco lo sapeva, l'aquila imperiale avrebbe volato sempre più in alto. A tratti un bagliore accecante gli esplodeva nella testa. Lui non avrebbe visto quel giorno. La sua storia sarebbe finita di fronte a quelle misteriose colline dove un popolo notturno consumava oscuri riti alle divinità delle tenebre. Ma ormai solo sparuti drappelli d'irriducibili combattevano ancora. Gli attacchi feroci e improvvisi si facevano sempre più rari. Una dopo l'altra, man mano che l'esercito invasore avanzava, essi abbandonavano le loro città senza più combattere, rassegnati ad un destino che doveva compiersi per forza. Molti tuttavia decidevano di restare: intere famiglie erano rimaste in attesa serena della morte davanti alle loro coppe. Così li avevano trovati i soldati di Marco Lavinio ed uno strano malessere aveva cominciato a serpeggiare tra le truppe, perché tutti quei morti avevano la medesima espressione. Quei morti ridevano. Una sottile lama di sorriso, una smorfia di scherno e di disprezzo. Gli stessi soldati che ovunque avevano violato, saccheggiato, distrutto non avevano osato toccare quei corpi, benché molti fossero ornati di gioielli. Avevano indietreggiato in silenzio e poco dopo strane storie avevano cominciato a circolare: il popolo misterioso non temeva la morte perché conosceva il segreto della porta oscura degli Inferi.Essi potevano andare tra le ombre e
tornare alla luce grazie ai loro riti magici.
Un gemito sfuggì al generale. Aveva combattuto per anni e conosceva il sapore del sangue che adesso gli riempiva la bocca. Aveva affondato i denti nel labbro inferiore con forza, per non gridare. Il dolore era una lancia rovente, un serpente di fuoco che lo avvolgeva nelle sue spire sempre più strette.
Marco aveva udito quelle voci. Era tornato indietro, aveva fatto un cadavere a pezzi con la sua spada. Aveva continuato e continuato a infierire su quel corpo di ragazzo fino a cancellarne qualsiasi sembianza umana davanti all'esercito muto gridando:
-Eccoli i vostri semidei. Ecco il loro sangue, le loro ossa, il loro cuore, e il fegato e gl'intestini.Essi sono come me e come voi: soltanto sono così vigliacchi che si rifiutano di combattere ancora.
La mano di Cassio aveva fermato il suo braccio. Gli occhi amici turbati e addolorati l'avevano calmato di colpo più di mille parole. Non avrebbe più dimenticato l'espressione di quegli occhi. Era rimontato a cavallo pieno di furore e di disgusto di sé. Il sangue lo copriva completamente come una melma viscida. Sangue, sangue e ancora sangue. Gli pareva di non aver fatto nella sua vita che sguazzare nel sudore e nel sangue. Quello che aveva fatto era stato terribile ma necessario.Aveva riconosciuto l'unico fratello del principe nel ragazzo morto. Bisognava rassicurare i soldati e soprattutto lanciare al principe una sfida:
-Se avessero fatto a mio fratello quello che io ho fatto a quel corpo nessuno potrebbe fermarmi. Ora Loris dovrà combattere.
Una soddisfazione feroce lo assalì, perché il generale sapeva che solo il disprezzo per il nemico impediva a quella gente di battersi.

"La conquista di Ruma" pag.2

Lui era un soldato invece. Conosceva il suo compito e sapeva farlo bene. Lo scempio del cadavere avrebbe stanato il cucciolo ribelle. Bisognava aspettare. A Marco Lavinio piacevano le trappole che la mente ordisce. Erano i soli giochi capaci di eccitarlo ancora. A trentacinque anni cominciava ad invecchiare e lo sapeva, benché il suo corpo fosse integro.
-Ti domerò, giovane principe. O ti schiaccerò, semplicemente.
Di colpo, rivide quello che aveva fatto. Il caldo e l'odore del sangue fecero il resto. Scese da cavallo mentre la prima ondata di bile gli riempiva la bocca. Gli occhi gli bruciavano ed il petto era scosso da sussulti. Dopo qualche istante Marco Lavinio, detto il Vittorioso, vomitava in ginocchio.
-Sto invecchiando, pensava. E poi ancora: Dovevo farlo, è stato orrendo ma dovevo farlo.
******************************

Adesso udiva distintamente il battere ritmico di un maglio di ferro. Ogni colpo gli rimbombava cupamente nella testa procurandogli ondate di dolore. Poi i colpi si moltiplicarono e Marco si ritrovò nel frastuono assordante della battaglia. Eccoli finalmente!
Avevano osato attaccare all'imbrunire, un drappello sparuto, ridicolo di ombre, che tuttavia sembravano moltiplicarsi nelle azioni rapide, veloci.
-Ci odiano, aveva pensato Marco Lavinio, ci odiano e non temono di morire.
La battaglia volgeva già al termine. Schiacciati dal numero gli assalitori cadevano l'uno dopo l'altro e presto il terreno fu pieno di corpi. Marco cercava il principe nella mischia. Anche Loris lo cercava. Le città abbandonate avevano occhi invisibili, il ragazzo sapeva quello che il generale aveva fatto. Ora c'era una sfida tra loro che andava ben oltre il fatto che fossero nemici. Marco se lo vide sbucare di fronte all'improvviso. In quel momento una nuvola scoprì la luna e un raggio illuminò il volto di Loris. Il brusco movimento di Marco fece scartare il cavallo, perché il volto che lo fissava era lo stesso che aveva cancellato a colpi di spada. Fu un attimo, prima che capisse che una straordinaria somiglianza univa i due fratelli. In quel momento avrebbe potuto attaccare il principe, se non fosse stato per la nausea improvvisa che l'aveva colto. Quell'attimo di sconcerto gli fu fatale. Sentì un dolore lancinante al fianco e cadde con la faccia sul terreno duro.Perse subito i sensi e fu la sua fortuna, perché Loris dovette crederlo morto e si allontanò al galoppo, ritirandosi col suo sparuto drappello di ombre.
Ora nel delirio gli occhi del principe lo ossessionavano. C'era in quegli occhi una cupa volontà di morte.
-A vent'anni io volevo vivere, pensava Marco Lavinio. E che gli dei mi perdonino, mai ero così vivo come quando davo la morte. Ora non è più così. E' da questo che capisco che sto diventando vecchio. Ma non arriverò a conoscere la vecchiaia. La mia strada si ferma qui.
Fu pensando queste cose che si accorse di essere rientrato nella realtà. Il battito del suo cuore era lo scalpitare di un cavallo selvaggio che doveva stancare. Pensò di nuovo che un tempo conquistare e uccidere l'avevano aiutato a sentirsi vivo. Aveva preso con la forza tutto quello che poteva prendere. Marco aveva amato la violenza e l'aveva esercitata a lungo e con soddisfazione. Poi era venuta la sazietà, la stanchezza. . E tuttavia continuava a combattere: era l'unica cosa che sapeva fare e sentiva che non poteva fermarsi, nonostante il disgusto, la pietà che qualche volta sentiva, e il senso di inutilità di ogni cosa.
-Sono stanco, pensò, e tuttavia voglio vivere!
Di nuovo la ribellione, di nuovo la furia.
-E' che non sono vecchio abbastanza, si disse.
Ora i rumori della rissa erano più vicini, proprio fuori dalla tenda. Si udivano voci concitate e a tratti una voce sottile, tanto che Marco Lavinio credette all'inizio di averla immaginata. Quella voce parlava una lingua che da molti anni non udiva più pronunciare così dolcemente: la lingua della sua nutrice, la lingua di Loris, la lingua del popolo misterioso. Seppe che i colpi di maglio che aveva avvertito nel delirio erano in realtà gli zoccoli del cavallo di un messaggero che si avvicinava al campo. Esso portava i segni del destino con sé. Il comandante sorrise. Ancora doveva sradicare da sé quello che aveva succhiato insieme al latte della nutrice: una strana sensibilità che sfiorava la preveggenza, e che veniva a galla ogni tanto, nei momenti cruciali della sua vita.
Ora Cassio era entrato nella tenda.

"La conquista di Ruma" pag.3

-I soldati hanno fermato una ragazza. Non parla la nostra lingua, ma ripete con insistenza il tuo nome.
Marco Lavinio si drappeggiò faticosamente la coperta addosso. Sentì la vita rifluire tumultuosa dentro di lui: pensò che se persino ora poteva chiedersi se una donna sarebbe stata bella dopo tutto il vecchio Marco non era finito. Forse ce l'avrebbe fatta a vedere molti nuovi giorni.
- Fatela entrare, disse, e lasciateci soli.
Colse lo sguardo preoccupato di Cassio e di nuovo rise.
-Sono tanto malridotto da dover temere una donna?
Cassio rispose con una risata affettuosa. Ma quando uscì dalla tenda la sua espressione era tesa e preoccupata.
Thesia fu fatta entrare nella tenda. Si sentiva le gambe deboli e la testa in fiamme. Aveva temuto arrivando al campo di finire tra le mani dei soldati senza arrivare neppure a vedere il comandante. Si sentiva piena di disgusto per quella gente. Odiava le loro facce, le loro mani, i loro corpi sgraziati. Il loro odore poi le era insopportabile, quanto le loro voci. Avevano osato toccarla, strapparle i vestiti, e sarebbe stato ancora peggio se non fosse intervenuto colui che aveva udito chiamare Cassio, certo un ufficiale. Thesia aveva avuto istintivamente fiducia in lui e non aveva sbagliato. Ora si rendeva conto con angoscia che Cassio la lasciava sola in quell'immensa tenda che le era parsa vuota, illuminata da un fuoco che rendeva l'aria soffocante e abbagliava i suoi occhi abituati all'oscurità. Una voce calma e amichevole le chiese come si chiamasse. Thesia sentì la stretta angosciosa allentarsi. Il generale parlava lentamente, con una esitazione appena percettibile e con accento straniero, ma parlava la sua lingua! Un fiume di parole concitate le salì alle labbra, ma egli la interruppe dicendo:
-Parla più piano. Non parlo la tua lingua da molti anni e non voglio che nulla mi sfugga, Thesia.
Pronunciò il suo nome con una strana sfumatura che neppure l'esasperata sensibilità della ragazza seppe comprendere.
Ora che i suoi occhi si erano abituati alla luce vedeva che il generale giaceva su mucchi di coperte e cuscini e che quello era l'unico segno di comodità di quella tenda, che pur nella sua vastità le sembrò assai scomoda e rozza, soprattutto per essere quella del comandante. Lavinio le parve molto diverso dai suoi soldati. Era certamente l'uomo più grande e forte che avesse mai visto, e il suo volto dai lineamenti duri era tuttavia insolitamente attraente, benché fosse madido di sudore e stravolto dalla sofferenza. Gli occhi erano molto vivaci, nonostante il dolore, nonostante la febbre. Il loro sguardo era curioso e stranamente ironico. Thesia socchiuse gli occhi e vide l'aura di Marco Lavinio. Dovette stringere le palpebre, perché essa era simile ad un incendio. E tuttavia l'alone viola pallido e l'intermittenza dei bagliori le dissero chiaramente che il generale stava morendo.
-Avvicinati, siediti vicino a me, le disse. Scorgendo la sua esitazione rise.
-Non temere. La mia mano è più debole di quella d'una donna, ora. Puoi prendere il mio pugnale, eccolo. Non ne avrai bisogno certamente, a meno che tu non sia venuta per uccidermi, Ma non lo farai: so che sei una messaggera. Forse con il pugnale ti sentirai più sicura.
Le porgeva l'arma studiando il suo viso con curiosità scoperta.
-Una donna, pensava, oh dei mi mandano una donna, poco più di una bambina. Una cerbiatta, spaventata e cauta. Ma senza lo sguardo buio di tutti loro. No, pensò Marco, non è una cerbiatta. Quel pugnale non resterà un pegno tra noi. Lo userà entro stanotte.
Sospirò.
Dimmi che vuoi, chi ti manda.
La voce infantile di lei era dolce, avrebbe potuto ascoltarla per ore, anche se il tono e le parole erano aspri. Gli diceva che doveva andarsene, ritirare le sue truppe e sparire oltre le colline da cui era venuto o avrebbe contaminato la loro civiltà. Loro avrebbero finito per essere distrutti e l'avrebbero fatto piuttosto con le loro stesse mani: ai conquistatori sarebbero rimasti solo cadaveri e rovine.
-Marco Lavinio, vattene. Tu sei tanto saggio da uccidere il bue per nutrirtene, ma non la farfalla che vola leggera. Non distruggere quello che non comprendi.
Il generale aveva chiuso gli occhi, sembrava non ascoltarla.
-Potrei ucciderlo ora, pensò Thesia ed incontrò i suoi occhi.
-Se fossi in te non lo farei. Forse non ti avrei dato un'arma se non fossi stato sicuro di potermi difendere. Forse quello dopo di me potrebbe essere peggio di me.
-Tu leggi nel pensiero, Marco?
-Non è difficile, Thesia, mettersi nei tuoi pensieri. So che saresti capace di uccidermi, ma vedi, se hai la pazienza di aspettare l'alba non ce ne sarà bisogno. Le forze mi abbandonano.
La mano di Marco la trasse a sé senza uno sforzo apparente.
-Mi piaci molto, Thesia. Mi piace la tua pazza imprudenza di metterti a cavallo e venire qui, fino nella mia tenda, che hai raggiunto beninteso per puro caso, o perché i tuoi dei sono dalla tua parte, a dirmi quello che devo o non devo fare.. Strano popolo il tuo, che affida a mani così lievi compiti tanto gravi. Cosa ti aspettavi che facessi? Che dessi ordine di levare le tende perché occhi tanto dolci me l'hanno chiesto?

"La conquista di Ruma" pag.4

Rideva il generale Lavinio, si burlava di lei che col cuore in tumulto gli gridò che anche lui, Marco Lavinio, stava perdendo la sua battaglia. Erano vicinissimi adesso, Thesia sentiva il corpo di lui febbricitante, ma insieme sentiva anche la vita scorrere come un fiume, una vitalità violenta che lottava per non essere sopraffatta. Gli occhi del generale non avevano mutato espressione e Thesia capì con disperazione che quell'uomo non avrebbe mai preso niente sul serio, neppure la propria morte.
Il generale le strinse la mano affettuosamente prima di lasciarla. Thesia lo turbava più di quanto non avrebbe mai ammesso, e non soltanto perché era tanto tempo che non aveva più posseduto una donna.
-Non sei che una bambina, rammentò più a sé stesso che a lei.
-Sbagli, Marco, sono la donna di Loris.
Thesia l'aveva guardato quasi con sfida.. Marco percepì solo quella e non il turbamento che l'aveva generata. Il dolore e la febbre avevano acuito i suoi sensi ma conosceva troppo poco le donne per capire che le difese di Thesia stavano crollando. La morte per quest'uomo non era l'esaltante avventura, il ritorno alle origini che era per lei e per Loris. Non c'era in quest'agonia nessuna esaltazione. Egli sembrava perdere col suo corpo tutto quello che aveva e tuttavia non aveva fatto che ridere di lei e di loro. Capì perché alle dee era così facile amare i mortali e se ne vergognò come di un tradimento. Fu in quell'attimo che disse: Sono la donna di Loris.
Marco si era drizzato di colpo sul giaciglio con una smorfia di sofferenza, improvvisamente vigile.
-Il principe sa che sei qui?
-Eravamo insieme quando sono venuta via.
-E non ti ha fermata?
Theisa lo guardò a lungo prima di rispondere:
-Ciascuno corre incontro al suo destino.
Marco Lavinio chiuse gli occhi. Ascoltava la voce della ragazza. Le ondate di dolore continuavano ad assalirlo mentre Thesia gli raccontava la sua storia con Loris ed una sorda collera si impadroniva di lui. Quando riaprì gli occhi parve a Thesia che i bagliori del fuoco si riflettessero in quelle pupille
-Tu ami Loris e sei qui per salvare la sua vita e quella della vostra gente. Questo secondo quello che pensi tu, e Loris si è lasciato convincere. Conosco la forza di persuasione delle donne, specialmente quelle che come arma usano la dolcezza. Il tuo principe è un pazzo che si nutre di sogni. Ti ama e ti lascia correre incontro al tuo destino: ora sei nelle mie mani. Io mi chiedo, Thesia, se la tua immaginazione ti basti a pensare quello che potrei fare di te. Certo, pensi che sto morendo e non mi temi, ma mi basterebbe lasciarti uscire di qui priva della mia protezione. Al resto penserebbero i soldati.
Era tornato a cadere sui cuscini, scosso dai brividi della febbre
-Tu odi Loris, disse Thesia lentamente.
-Odio chi gioca con la vita. Io non ti avrei fatta partire, Thesia, se tu fossi stata mia. Avrei spezzato le gambe al tuo cavallo e forse anche le tue, ma non ti avrei mandata dai miei nemici. Avrei combattuto e sarei morto combattendo,. Il tuo principe vuole destini sublimi per sé e per la propria gente. Ma ho dovuto massacrare il corpo di suo fratello perché l'ira vincesse il disgusto che ha per me. Eppure noi ci mescoleremo al vostro popolo, porteremo la vita, oltre che la morte. E' il cammino della storia. Nessuno ci fermerà, se non altri assai più forti di noi, se mai ci saranno.
Aveva chiuso gli occhi.
-Potrei prenderti a forza e rimandarti da lui. Fece una smorfia. Se non fossi troppo stanco, aggiunse e rise ancora, questa volta di sé. Sono geloso, Thesia, sono geloso di questo Loris che ami al punto da commettere simili sciocchezze. Sono geloso di questo ragazzo che ti trascina verso le ombre e ti manda come un agnello sacrificale da me. Thesia, il fato esiste, ma bisogna vivere come se non lo sapessimo, o siamo perduti!
Tacque improvvisamente, poi disse con voce mutata:
-Resta qui. Ormai non vedo che ombre. Domani tornerai da Loris. Digli che dovete arrendervi. Avrete ogni garanzia. Ti chiedo solo di restarmi vicino. Non voglio morire, Thesia, da solo.
Marco Lavinio respirava sempre più faticosamente. I suoi occhi si velavano come quelli di un animale morente. Thesia provava una pena profonda. Poi prese una decisione improvvisa. Si chinò su di lui, gli sussurrò all'orecchio:
-Ti farò molto male, Marco Lavinio, ma vivrai.
Marco non sentiva più niente, salvo un uragano di dolore e una lama incandescente nella ferita. Correva verso fiamme altissime che gli divoravano le carni e sentiva le mani fresche e forti di Thesia trascinarlo via.. Sentiva il filo della vita teso fino a spezzarsi ma la piccola ombra accanto a lui gli sussurrava di resistere. Sentiva mancargli il fiato e un alito fresco respirare attraverso la sua bocca. Poi venne il gelo. Una lunga, estenuante marcia nel gelo fino a scivolare verso un profondissimo abisso sull'orlo del quale qualcuno lo tratteneva disperatamente.
-Marco Lavinio, non devi morire. Era un ordine e una preghiera.
Poi le ondate di dolore rallentarono, ed aprì gli occhi come un naufrago gettato dal mare sulla spiaggia. Thesia accanto a lui lo fissava, più simile ad un'ombra che a una creatura viva.
-Tu hai scelto la vita, Marco Lavinio, ed io te l'ho resa. Mio padre e' un medico, e le nostre conoscenze sono più approfondite delle vostre.Vedi che dopotutto ho usato il tuo pugnale e questo gran fuoco non è stato inutile. La tua ferita ha smesso di sanguinare e non si infetterà. Pensavo di averti ucciso, il tuo corpo era di gelo ed io ti ho abbracciato finché non hai risposto al mio abbraccio. Se non l'avessi voluto io, disperatamente, tu non saresti vissuto. Non so perché l'ho fatto, giacché tu sei mio nemico. Forse per salvare con te quella volontà di vita, quel desiderio di luce che non ho provato mai.
Marco la guardava con dolcezza:
- Non disperarti, Thesia. Non essere infelice. Le donne servono a dare la vita, non la morte. Nessuno saprà mai quello che è successo. Torna dal tuo principe, digli di arrendersi. Io vi aiuterò, perché ti debbo la vita.
Thesia sorrise leggermente.
-Non farmi scortare, Marco. Questo è il mio paese, sarò più sicura sola che con la tua scorta. Terrò come ricordo il tuo pugnale.
Marco vide il suo volto avvicinarsi e sentì la dolcezza della sua bocca sulla sua. Poi Thesia uscì dalla tenda, e per un attimo Marco si chiese se non l'avesse soltanto sognata.
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C'era una domanda muta negli occhi di Cassio. Marco strinse la mano dell'amico che gli bagnava le labbra. Il dolore era sempre intenso, ma più sopportabile, e soprattutto la morsa della febbre si stava allentando.
- Ho passato la notte. Come vedi vivrò. Mi ha salvato e non so neppure perché. Aveva già scelto di morire col suo uomo, e lo faranno con un pugnale romano. Forse ha sognato per una notte di vivere in un mondo di carne e di sangue prima di tornare da dove è venuta. Sarebbe rimasta, ma era troppo leale per farlo. Non ci sarà battaglia, Cassio. Moriranno pur di non soccombere. Troveremo un'altra città piena di ombre. Sarà così che conquisteremo Ruma.

"La Regina e il Vento" di Leila Mascano

di Leila Mascano

C'era una volta una bella regina che viveva in un castello a picco sul mare. Ella aveva occhi placidi e sereni, il cui sguardo sembrava scorgesse cose invisibili agli altri. Per quegli occhi il re l'aveva sposata, ma presto si era persuaso che non vi era mistero in quello sguardo; semplicemente, la regina sembrava un po' ottusa, cosa della quale, a seconda delle sue personali vicende, egli talora si rallegrava, talora si irritava.
Quanto alla regina, ella aveva apprezzato la prestanza fisica del re, tuttavia la stupiva la sua incapacità di penetrare nel cuore delle cose, sicché aveva finito col considerarlo un grande bambino ottuso e un po' maldestro, cosa della quale ( non avendo vicende sue proprie ) talora si doleva e talora si inteneriva. Quella sua abitudine, per esempio, di non abbandonare mai la sua scintillante corazza, finiva per creare un certo imbarazzo nei momenti di maggiore intimità. Certi silenzi del re, specialmente quando era preoccupato ( il che avveniva spesso ) le davano la tentazione di bussare dolcemente contro la celata dell'elmo:
- Caro, sei sempre lì?
Solo il timore ( o il sospetto ) che egli fosse effettivamente uscito per lasciarla sola con la corazza vuota e silenziosa le impediva di fare quel gesto, di porre quella domanda. La differenza, del resto, sarebbe stata irrilevante.
Il re era sempre occupato in faccende con l'imperatore. Se non erano guerre erano tornei o la caccia, insomma alla regina restava moltissimo tempo.
Il castello aveva una grande terrazza battuta dal vento; la regina vi passava lunghe ore, gli occhi fissi sul mare. I suoi pensieri le volavano intorno come gabbiani prima di svanire verso l'orizzonte, finché ella non restava con la testa vuota e leggera, non meno sconosciuta e misteriosa a sé che agli altri.
Tutto cominciò un giorno di primavera. Si badi bene che fino a quel giorno ( questo per mettere a tacere le malelingue ) il vento non era stato che vento, a tenerle compagnia.
Così quel giorno tiepido e ridente increspava il mare e le scompigliava i capelli. Un fiore le cadde in grembo e lei lo raccolse; si trattava della piccola stella bianca di un gelsomino profumatissimo. Questa regina, peraltro poco incline ai gesti sentimentali, colta da un impulso irresistibile portò il fiore alle labbra e lo baciò. Fu questo l'inizio di tutto. Lei lo vide! O meglio, lui le si mostrò. Era furbo, che credete? Il vento, dico. Benché dopo le parve incredibile aver preso un simile abbaglio, le parve un bimbetto. Le braccine tiepide le cingevano il collo, le piccole dita le scioglievano i capelli, la bocca tenera profumata di latte le baciava il collo in goffe imitazioni di baci e lei rideva, spettinata, prestandosi al gioco, fingendo di difendersi, gli occhi stellanti e l'alito di gelsomino, e già rientrando nelle sue stanze sembrava reduce da un incontro d'amore. L'ombra di un sorriso le abbellì l'angolo destro della bocca per tutta la giornata. Un refolo di vento sul cuscino le porse il bacio della buonanotte dell'amorino biondo col quale aveva così lietamente giocato al mattino.
Il giorno seguente il vento spazzò via le nuvole. Nell'azzurro della terrazza i suoi giochi furono un poco più sfrenati. Nel vortice di un balletto le sollevò bruscamente le gonne e così lei vide bene, rossa di confusione, che l'amorino era cresciuto in fretta! Ammesso che questo bellissimo adolescente fosse l'amorino di ieri. Riconosceva la curva soave della guancia, le belle labbra gonfie e imbronciate, i riccioli biondi, non il sorriso! Il sorriso era piuttosto quello di un fauno, e le cose che le sussurrava, accidenti! Non erano di quelle che si trovano nelle favole. Benedetto ragazzo! Le sue mani, affusolate e sottili, sembravano moltiplicarsi in sfioramenti leggeri che presto divennero carezze sempre più audaci. La regina arrossiva, rideva, s'indignava. Ad un tratto lui la bloccò con forza contro il parapetto, la inchiodò mettendole un ginocchio tra le gambe tanto che lei gridò e subito lui si sciolse, la liberò dalla sua forza, e mentre lei si ricomponeva arrabbiatissima e con la consapevolezza di essersi spinta troppo oltre, gli sussurrò di odiarlo. Mentiva e lo sapeva, ma lo ignorava l'irruente ragazzo. Lo schiaffo del vento la colpì con forza e lei pianse. Scappò via mentre lui le scuoteva addosso gli alberi del viale. Una pioggia di fiori le creava un tappeto davanti. Così perse il cuore la regina, il senno ( ma questo capita a tutti gli innamorati ) e presto, come vedremo, tutto il resto. Gli incontri sulla terrazza si fecero più movimentati, finalmente anche la regina ebbe i suoi tornei. Molto si doveva al fatto che il vento, naturalmente, non aveva corazza e non trovava ostacoli ai suoi desideri; certo che si faceva sempre più audace.
- Sono pazza ad abbandonarmi così! protestava lei per sottrarsi a quei baci e a quelle carezze. Col vento poi! Ma si è mai sentito!
- Siamo in una favola! rideva lui, con quella bella voce un po' aspra che qualche volta le cantava parole d'amore con tanta dolcezza.
- Ma le favole le leggono i bambini; ti sembrano cose da bambini queste?
- Giuro che farò volare le pagine. Nessun bambino leggerà queste cose.
Lei si chiuse in casa. Soffriva. Il suo corpo sembrava percorso da un fremito, come la groppa dei cavalli sotto le carezze. Lei, una donna così tranquilla!
Lui batteva contro le finestre, supplicava, pregava, lusingava.La mimosa davanti alla camera da letto della regina fioriva. Piccole sfere d'oro, piumate e gonfie, entravano nella sua stanza. Lui scuoteva quell'albero, capite, per stordirla con quella pioggia d'oro. Gonfiava le tende, le mandava i profumi. Alla fine ( era un uomo, accidenti! ) si stancò, spalancò le finestre. In controluce, nel sole, i suoi capelli erano d'oro come le mimose. Gli occhi erano azzurri, imperiosi.
- Ti amo, le disse. O cavolo ( in effetti usò una parola più forte ), se ti amo, e lei gli spalancò le braccia. E non solo.
Diventarono amanti ed il vento era proprio un uomo e molto, molto virile. Somigliava al dio Apollo, ora, ma anche un po' al fauno della terrazza e al bambino del primo incontro, perciò, ragazze, non giudichiamo troppo male la regina. Quante di noi avrebbero saputo resistere?
Gli amanti felici divennero imprudenti. Chi non vide la regina al torneo, seduta a fianco dell'imperatore, la gola rovesciata ai baci del vento, le vesti scompigliate? Lui, furbo, naturalmente era invisibile, ma come nascondere l'estasi di lei?
- Come siete pallida, regina. notò l'imperatore, premuroso. Vi dà forse noia il vento?
- Oh no, mi dà un grandissimo piacere, replicò lei, maliziosa e sfacciata, e di lì a poco quasi ne svenne.
L'imperatore, poverino, di donne ne aveva avute tante, ma poiché a nessuna aveva fatto un simile effetto, attribuì quel malore all'emozione poiché il re in persona, in quello stesso momento, aveva vinto il torneo.
La regina appariva trasformata. Il re, che forse tanto ottuso non era, o forse proprio per quello, finì per essere folgorato da un pensiero: Ha un amante! Divenne irascibile e sospettoso, osservava la regina senza bontà, senza indulgenza.
- Vattene per un po', pregò lei il suo amante, e lui obbedì, con la morte nel cuore.
Quell'estate fu torrida. Le vele delle navi non si gonfiavano più, restavano piatte e inutili sul mare calmo come un tavola. I campi ardevano nella calura, il sole dardeggiava dall'alto implacabile e la gente implorava il ritorno del vento. Non una nuvola solcava il cielo azzurro né un fremito il corpo e l'anima della regina, che non voleva pensare a lui. Ma non ci riuscì a lungo.
- Torna, sussurrò nel buio della stanza ed egli tornò, Sembravano impazziti, la regina e il vento. Lei era sempre sull'antica terrazza, scarmigliata, pazza: una pazza felice, che rideva di gioia e di piacere. Così la sorprese il re, che per quell'unica volta vide oltre le cose e diventò una belva. Come dargli torto? Vide la sua bella e casta moglie tra le braccia di un giovanotto biondo, vigoroso e per giunta senza vestiti, tutt'e due occupati e affascinati dalla reciproca compagnia. Ma quello che lo fece impazzire fu la risata di lei, un grido trionfante e gioioso che mai sua maestà le aveva strappato ( lui non sarebbe stato un cattivo amante, ma l'abitudine di tenersi la corazza guastava parecchio le cose. ) Cosa poteva fare, povero re? Afferrò la moglie, la trascinò a palazzo chiamandola con nomi che lei non comprese, ma il cui senso scarsamente elogiativo non le sfuggì, e la sbatté nella sua stanza, in lacrime e disfatta ( più che per le precedenti occupazioni che per la furia di sua maestà. )
Così la notte la povera regina era diventata bruttissima a furia di piangere e il re spaziava tra una vasta gamma di provvedimenti, misurando a grandi passi il salone delle armi, indeciso tra un bel rogo o l'impiccagione, sentendosi però più propenso per il rogo, adattissimo a una simile strega.
E il vento? Schiaffeggiava il mare, cavalcava le onde, rovesciava le barche, scoperchiava le case e soprattutto girava intorno al castello con una furia tale che le quattro torrette quadrate diventarono tonde.
Gli alberi volavano come fiammiferi e il vento ruggiva di rabbia, la sua voce era un tuono. Ma la sua furia si schiantava contro le mura del castello finché...
...finché trovò un piccolo passaggio nel buco di una serratura. Diventò un refolo, piccolo come un ricciolo, e s'infilò dentro. Il resto fu un gioco da ragazzi. Un gran mantello nero gli sbatteva sulle spalle e lo abbelliva molto, facendolo sentire assolutamente all'altezza delle aspettative di lei quando abbatté la porta, la prese tra le braccia tutta gonfia di lacrime e la trascinò in cortile dove non potè fare a meno di baciarla, anzi la faccenda andò in po' avanti . Il re nel frattempo, messo in allarme dai rumori , aveva mandato un messo a convocare un drappello di cavalieri che arrivava in quel momento. Al rumore degli zoccoli dei cavalli i due sciagurati ebbero un sussulto di buonsenso. Il vento afferrò il mantello e tenendola abbracciata si sollevò in aria, ma nella fretta dimenticò di rendersi invisibile, e tutti li videro nudi e abbracciati librarsi nel cielo rosa dell'alba; per fortuna il mantello, un po' vela un po' lenzuolo, in parte li copriva e presto non furono più grandi di un gabbiano che volava sul mare, verso l'orizzonte.

"La settima notte" di Leila Mascano

di Leila Mascano
... le lacrime guastano il piacere

E' la settima notte, mio signore, che un servo mi conduce nelle tue stanze. Tu mi aspetti, nudo, a letto. Il tuo corpo è armonioso e bello, bellissimo è il tuo volto, tale da ammaliare il serraglio che con scandalo di tutti tieni qui a Palermo, celebre come il tuo giardino orientale pieno di animali esotici, che la sera si gonfia di barriti, di stridori, di ululati, di urla così che quasi si teme possa prendere il volo, ma si dice che tanto rumore serva a confondere altre grida, e barriti, e stridori, e urla che dalle tue stanze provengono.

Ammaliate, vinte, soggiogate, variamente violate le tue donne ti venerano, o signore, e più d'una da te troppo a lungo trascurata fu trovata al mattino galleggiare tra le ninfee. E del resto non sei tu la Turris Eburnea, il Dardo di fuoco, l'Ariete invincibile ai cui colpi nessuna resiste?

Eppure, signore, anche stasera la tua palma è piegata dal vento e i tuoi occhi sono pozze di cupa disperazione. Anche stasera arpeggerò il tuo corpo così bianco con dita delicate, e suonerò il tuo flauto, se lo desideri, e come una chiocciola lascerò una scia lucente sulle strade infinite del tuo piacere. Sarò grotte e giardini, e morbide colline, e stretti passaggi che conducono al nulla dell'oblio. Sarò la passione, la lussuria, il piacere. Io, dono meraviglioso del sultano Ismail, la sua vendetta perfetta, hai detto. Non so, non capisco. Anche questa notte il tuo corpo non mi segue, cavalco le tue fantasie tra le mie ginocchia ma di colpo tu mi disarcioni.

I tuoi occhi sono beffardi, mi hai detto. Chiudili. Tu, hai aggiunto, ridi di me.

Signore, io non rido di nulla perché non sento nulla. Dieci anni rinchiusa in un harem servono a forgiarti l'anima più del ferro rovente. Non si sopravvive altrimenti. Io sono una schiava sessuale.. Servo per dare il piacere, ma il ferro del chirurgo mi ha privato della facoltà di provarlo. La mia mente è allenata ad isolarsi dal dolore, se tu fossi tra quelli che amano procurarne. Forse mi sfuggirebbe un breve sospiro. A meno che tu non mi volessi terrorizzata, supplice, dimenarmi sconvolta o chissà che altro. Sono un'ottima attrice. E del resto il piacere del mio signore giustifica il mio esistere, mi salva dal nulla dove vivo, che sono. Non temere, perché se pure il mio corpo è di marmo, proprio perché non sento posso simulare a meraviglia eccitazione, delirio, estasi. Mi vuoi timida? Sarò verginale. Mi vuoi sfrenata? Sarò una furia insaziabile. Comanda.

Tu mi guardi sgomento, signore, e il tuo dardo non s'incendia. Lo crederebbe lo stuolo esultante delle trafitte?

Tentiamo con dei giochi, delle posizioni. Si potrebbe provare l' Acrobata snodata, La Delizia con fichi in giulebbe, sempre che l'assorbire zucchero non ti nuoccia, l'Amazzone capovolta. O il Risveglio del naufrago, non so...Non soffrirai la solitudine? Potremmo organizzare giochi di gruppo, tre, sette, dieci, cento. No? Niente di tutto questo? Cos'è questo chiamarmi Elena, una tua fantasia? Racconta... Certo, sarò Elena, l'insipida quattordicenne che prendesti in moglie. Ridevi della sua goffaggine, non era esperta, dici, nei giochi d'amore? Ti piacque farla assistere alle tue prodezze con le altre e lei tentò di uccidersi?

Vedi a che deplorevoli cose conduce l'emotività...

La rispedisti a Gerusalemme, ma la nave naufragò e lei fu fatta prigioniera dai pirati turcheschi...

Davvero le somiglio? Mio signore, tu mi vuoi lusingare. Questo baciarmi le mani e i piedi è certo un nuovo gioco, e un tuo capriccio chiedermi perdono. Signore, è tardi, il mio cuore chissà dov'è e la tua fantasia, nonostante la mia freddezza, mi rattrista profondamente.

Ascoltami, riproviamo con la Doppia Giravolta, il Flauto animato, la Scala d'oro? Oppure la Monaca bendata, la Girandola di tramontana, o il Girarrosto del cuoco. Ismail, il tuo nemico che mi possedeva e mi ha donata a te, ne andava pazzo. Vedi come sono perfetta? Mi puoi prendere, voltare, girare, e in piedi, in ginocchio, di fianco, sulla pancia o sulla schiena sarò sempre ai tuoi ordini, al tuo piacere, come vuoi tu. Non sai quante cose conosco: la Farfalla punita, l'Arciere del re, l'Arco che non si spezza, il Ponte delle delizie...

Mio signore non piangere, le lacrime guastano il piacere.

"La tua anima la sento dentro me, come nulla prima d’ora" di Annalisa Maria Alessia Margiotta

di Annalisa Maria Alessia Margiotta

Un racconto d'amore rivolto a chi ancora non c'è

3)sempre tenendo lo stick puntato verso il basso, ricoprire il tampone con il suo cappuccio, quindi appoggiare lo stick in orizzontale;
4) attendere 3 minuti quindi leggere il risultato;
2 linee rosa: gravidanza, positivo.
1 linea rosa: non gravidanza, negativo.

E i suoi occhi mi avrebbero guardata non vedendomi, ancora.
Di un grigio stranissimo che mi avrebbe fatto pensare al mare e al cielo e a tutto ciò che è bello a questo mondo.
Avrebbe stretto le sue piccole mani rosee attorno alle mie dita.
Avrebbe avuto gli occhi azzurri.
No.
Avrà gli occhi azzurri.
Si, saranno azzurri come quelli di suo padre.
E la sua pelle sarà chiara. Chiarissima.
No, non troppo chiara. E se vorrà prendere il sole?
Diciamo giusta, si. Né troppo chiara né troppo scura.
Sarà perfetta.
Lui sarà perfetto. Un maschietto. Sarà un maschietto sano e forte.
Lo chiamerò Angelo. Come un angelo di Dio.
Come suo padre.
Avrà dei riccioli nerissimi, ribelli.
Proprio come i miei.
Poi, un giorno, mi sorriderà. Oh. E illuminerà tutta la stanza quel sorriso e io chiamerò mia mamma e, tutte e due, lo guarderemo ammaliate.
Sarà un sorriso così dolce da lasciare in bocca il sapore del miele.
E lo cullerò e lo bacerò e lo accarezzerò.
Comprerò montagne di pannolini.
E una culla!
Dovrò tingere la stanza di blu. Magari qualche stellina sul soffitto.
No, non voglio che dorma da solo.
Dormirà nella mia camera, nella sua culla. Attaccato al mio cuore.
Così potrò sentirlo respirare. E il suo respiro mi rilasserà e mi farà venire voglia di piangere. Mi farà ricordare suo padre. E allora, in quei momenti, mi avvicinerò a lui. E, con un dito, leggera, disturberò il suo sonno. E appena comincerà a piangere, il mio cuore si riempirà di senso di colpa misto a sollievo.
Lo cullerò per ore, tenendo la sua piccola anima vicina alla mia.
Gli canterò qualcosa. Qualcosa di dolce e di lento. Magari lo inventerò sul momento.
Niente uomini neri o cose strane.
Voglio che sia felice.
Felice, felice, felice.
2 minuti.
E il giorno in cui dirà la sua prima parola… dirà mamma e io… io piangerò. Piangerò sapendo che non dirà papà, subito dopo, ma nonna..
E poi lo vedrò crescere e penserò che il tempo passa troppo in fretta.. e lo vedrò muovere i suoi primi passi… lo vedrò cadere, inciampare, piangere e urlare… e lo amerò con tutto il cuore, con tutta l’anima. Lo amerò come lo amerebbero due genitori. Sarò i suoi due genitori.
E poi arriverà il momento… andrà all’asilo e conoscerà tanti bimbi come lui… avrà una fidanzatina… avrà delle maestre… vivrà una realtà lontana dal mio cuore.
E, ogni pomeriggio, avida, lo tormenterò di domande, cercando di conoscere la sua realtà, cercando di sapere ogni singolo dettagli della sua vita, ogni sua emozione, ogni sua paura, ogni ingiustizia subita o cosa imparata.
E, in quel momento, il mio cuore si spezzerà vedendolo crescere da un giorno all’altro.
Vedendolo diventare sempre più alto, più forte, più intelligente.
Diventerà quasi un uomo.
Il mio ometto.
Da un giorno all’altro non potrò più aprire i suoi cassetti o sbirciare nelle sue scatole. Non potrò usare il suo computer o leggere i suoi quaderni.
Non potrò chiedergli di raccontarmi tutto, tormentandolo di domande, perché si infurierà, si alzerà da tavola e si chiuderà nella sua camera.
Ed io avrò voglia di piangere ma non lo farò perché dovrò esser forte per quel quasi uomo.
E la notte, prima di andare a dormire, passerò da lui, aprirò piano la porta e gli rimboccherò le coperte. Gli darò un bacio sulla fronte e andrò via. Magari lui sarà sveglio, magari aspetterà ogni notte quel bacio per sapere di essere amato oppure ignorerà quegli attimi d’intimità così importanti per me.
E, un giorno, mi chiederà di suo padre.
Non lo farà per anni. Poi, un giorno mi domanderà. E io, allora, piangerò.
E lui mi vedrà versare lacrime salate, per la prima volta.
E mi guarderà con i suoi occhioni azzurri. Sconvolto. Incapace di credere che anch’io potessi piangere. Gli dirò che suo padre è morto… è morto in un incidente d’auto… che suo padre mi ha donato lui prima di morire…
E allora mi abbraccerà e io non riuscirò a smettere di versare dolore dagli occhi.
E, stretti in quell’abbraccio, mi chiederà scusa. Scusa per qualcosa che io non capirò perché ai miei occhi lui sarà perfetto.
E, in quel momento, non sarà più un quasi uomo.
Ma sarà un uomo.
Il migliore che il mio sguardo vedrà mai.
3 minuti.
Una linea rosa.
Non gravidanza.
Negativo.

Addio Angelo… addio.
Grazie per questi tre minuti di felicità. Di vita.
Salutami tuo padre.
Vi amo.

"Stella" di Stefano Chiarato

di Stefano Chiarato

l'amore... e la vita

"Stella" pag. 1

Giovanni la attendeva in auto, fermo sotto casa sua, in una fredda sera d’inverno. Quando Stella varcò il cancello di casa, gli apparve in tutta la sua prorompente bellezza, affascinante come sempre. Stella avvicinandosi all’auto, reclinò il capo prima da una parte e poi dall’altra, facendo oscillare dietro di sé la sua chioma castana, come per dare una sistemata ai capelli. Quel gesto a Giovanni piaceva un sacco. Al collo aveva la sciarpina di seta che le aveva comprato in un negozietto di Bellagio, quando erano stati a Villa Melzi . In un attimo rivisse tutta quella giornata: Stella era rimasta letteralmente incantata dall’amenità del luogo: il verde dei prati contrastava l’azzurro del lago, e tra il verde e l’azzurro gli sgargianti colori di enormi cespugli di azalee in fiore. Il tutto condito dalla vivacità degli scoiattoli che si rincorrevano sui rami degli alberi. Poca gente perché era una mattina di un giorno feriale, il lago placido in attesa della pioggia di cupe nubi che si affacciavano dietro al crinale dei monti. Ah! Che giornata! Conclusa in un ristorantino, fuori Bellagio, con vista sul lago; la sala da pranzo era solo per loro. Fuori aveva iniziato a piovere. E’ malinconico il lago quando piove, ma loro lo trovarono particolarmente romantico.
Quando Stella aprì la portiera dell’auto, per salire, Giovanni provò un tuffo al cuore. Un groppo gli serrava la gola. Si salutarono in modo freddo e distaccato.
“Ciao Gio.”
“Ciao Stella.”
Prima si sarebbero salutati con un tanto affettuoso, quanto delicato bacio a sfiorarsi le labbra, ma ora erano due semplici amici per via della decisione che lei aveva preso: interrompere la loro breve intensa storia d’amore. Giovanni non aveva mai digerito quella decisione, ne era innamorato alla follia, non se ne faceva una ragione, ma si era adeguato alla volontà di lei. Soprattutto non digeriva le motivazioni che lei sosteneva, tra queste quella di non essersi mai confrontati, ma di essersi solo raccontati.
A niente era servito farle notare che non c’era mai stato bisogno di un confronto, perché si volevano troppo bene e ogni cosa che vedevano, facevano, toccavano, era oro puro. A niente era servito dirle che raccontarsi serve per conoscersi, che i racconti permettono di esprimere la propria personalità, le cose che si desiderano e che si temono, i lati oscuri della propria vita, ma anche difficoltà e risorse per superarli.
Giovanni aveva giocato tutte le sue carte per cercare di farla tornare sui propri passi, aveva giocato tutte le briscole e i carichi pesanti, ma lei aveva in mano l’asso di briscola e con quello chiuse la partita.
Dopo il distaccato saluto, Stella sussurrò: “Come stai Gio?”
Lui le rispose in modo stizzito: “Come sto? Mi lasci e mi domandi come sto?”
Poi si controllò; distese la schiena contro il sedile dell’auto, abbandonò la testa all’indietro fino a che il poggiatesta non ne fermò la corsa e fissando un punto fisso lontano nel vuoto davanti a sè, oltre il parabrezza dell’auto, disse piano: “Sto. Sto come chi è stato privato dell’affetto della persona più cara. Come credi che stia uno così? Si sente solo. Disperatamente solo. Tristemente solo. Desolatamente solo nel deserto degli affetti.”
Ora era il silenzio a parlare forte per loro.
Poi mettendo in moto l’auto disse: “Beh. Andiamo, adesso, gli altri ci aspettano, saranno già arrivati.”
Poco dopo al ristorante Le cascine furono baci e abbracci con amici e colleghi. La vista degli amici aveva riportato il sorriso sul volto di Giovanni ed entrando nel locale notò il complessino che accordava gli strumenti. “E vai! Musica dal vivo stasera! Bene bene.”
Al tavolo appoggiarono giacconi e cappotti sulle sedie. Teresa, un’ ex collega di Giovanni, non potè fare a meno di esprimere apprezzamenti sull’eleganza di Giovanni: un completo blu con tanto di camicia bianca e cravatta: “Caspita Giovanni! Complimenti!”
“Eh… Sai stasera devo cuccare!” Lo diceva a voce alta per farsi sentire da Stella. Non era vero che voleva cuccare, voleva farla ingelosire.
Ma anche Stella era elegante sotto il cappotto. Indossava quel vestito rosso lungo, scollato sul suo seno generoso, lo stesso della sera in cui cominciò la loro storia. Per Giovanni fu un altro tuffo al cuore.

Quella serata organizzata dal circolo aziendale, si erano promessi che si sarebbero presentati i relativi fidanzati. Stella, quella sera, arrivò accompagnata da Luigi, un collega di lavoro che dimostrava molti più anni di quanti ne avesse. La vide entrare sotto braccio a lui e pensò: “Possibile che sia quello lì?” Lo trovò subito antipatico. Stella presentò Luigi a Giovanni: “Piacere” si dissero reciprocamente, ma per Giovanni non era un piacere bensì una sfida. Poi sussurrò all’orecchio di lei: “E’ lui?”
“Gio, ma ti ho detto che non ho un fidanzato. E’ solo un collega.”
“Ma eri a braccetto con lui.”
“Cosa c’entra. Piuttosto, la tua dov’è?”
“Calma. La conoscerai più tardi.”
Presero posto a tavola, ma non allo stesso tavolo. Si davano quasi le spalle l’uno all’altra. Al tavolo di Giovanni c’erano altre donne, anche belle. Stella ogni tanto si girava e domandava: “Allora? Qual è di quelle?”
“Non essere impaziente Stella. Non è a questo tavolo.”
Si ballava anche in quel locale e più tardi Giovanni chiese se potessero suonare un lento. La trascinò a ballare quasi di forza perché lei non ballava mai. Si vergognava.
“Dai!” insistette Giovanni quando attaccò il lento, “Se vieni a ballare ti dico chi è la mia fidanzata.” Scesero in pista. Non erano assolutamente capaci di ballare, ma stavano lì abbracciati in mezzo a tutti gli altri che invece ballavano davvero.
“Allora? Chi è?” chiese Stella.
“Ma non hai ancora capito?”
“No. Cosa?”
“Sei tu!” Le disse Giovanni.
“Cosa?” Rispose già stordita.
“Sì. Vuoi essere la mia fidanzata?” Le sussurrò all’orecchio e neanche lui sapeva come gli scappò di darle un bacio sulla guancia. Il lento intanto era finito, ma lei era ancora abbracciata a lui.
“Torniamo al tavolo.” le disse Giovanni. C’erano più di centocinquanta persone nel locale. La musica a volume alto, ma lei non vedeva nessuno e sentiva suonare le campane a festa come fosse Pasqua. Tornando al tavolo lei teneva ancora la mano di lui: “La mano. Grazie”.
Era estasiata, stordita, camminava sollevata da terra e non riusciva a tornare giù. Prima di salutarsi quella sera, Giovanni le rinnovò la richiesta, ma lei non era nelle sue facoltà.

"Stella" pag. 2

Qualche sera dopo uscirono a cena, loro due, soli, in un ristorantino del centro di Monza. Lui le aveva portato un foglio su cui aveva stampato quattro versi in rima che aveva scritto di suo pugno per lei:

UNA STELLA
Le stelle del cielo sono tante
Di tutte Sei la più brillante
Magnetica emani la Tua luce
Attratto, sento, che a Te mi conduce.

E lei non capì più niente. Dopo la cena, una passeggiata nel centro storico, mano nella mano. Era una calda sera di fine primavera,non si curavano delle altre persone che, come loro, passeggiavano e osservano le vetrine; ogni tanto si guardavano negli occhi e lasciavano che fossero questi a parlare per loro, Cupido aleggiava su di loro scagliando continuamente strali d’amore, e, giunti al Ponte dei Leoni, si sciolsero in un caloroso bacio stretto in un abbraccio di ferro. Era fatta. Stavano bene insieme. Si amavano, condividevano tutto. I mesi che seguirono furono solo Amore tra loro.
Da allora il cuore di Stella batteva a mille allora, ma ogni tanto si prendeva delle pause preoccupanti e su queste nulla potevano l’Amore e le coccole di Giovanni. Furono necessari accertamenti clinici, un esame dopo l’altro senza riuscire a individuare una diagnosi. Venne il momento di sottoporsi ad un ulteriore esame clinico più invasivo. La sera prima dell’esame, lei salutò Giovanni come se dovesse partire per un viaggio di sola andata. Giovanni ne fu sorpreso gli parve che esagerasse e disse solo: “Su, via. E’ solo un esame, mica un intervento.” La mattina dopo, al lavoro, attendeva con ansia la chiamata che gli dicesse: “Gio, tutto bene.” Come già era stato in altre occasioni. La telefonata arrivò solo all’ora di pranzo inoltrata e con un filo di voce gli diceva: “Gio…”
“Stella finalmente!”
“Gio, ho avuto un arresto. Mi hanno fatto un massaggio cardiaco…”
“Cosa? Un arresto? Ma adesso come stai?”
“Ho avuto un arresto, Gio. Ora sono stanca, molto stanca…”
Il sollievo di sentirla, finalmente, non gli fece percepire la gravità della situazione, ma se ne rese conto appena chiusa la telefonata e si sentì mancare.

Teresa si era accorta che Giovanni si era assorto in pensieri lontani, con lo sguardo fisso nel vuoto. Le si avvicinò e appoggiando la sua mano sul suo braccio lo chiamò piano: “Giovanni…”
Un po’ più rude fu Filippo, il suo più caro amico che dandogli una pacca sulla spalla, gli disse: “Hey Gio! Guarda che siamo qui tutti per divertirci. Se fai così rendi tristi anche noi e rovini la serata a tutti.”
Giovanni si riebbe dai ricordi e tolse lo sguardo che aveva fissato sul vestito rosso e la sciarpina di seta di Stella. Si versò mezzo bicchiere di Cabernet. Lo assaggiò e lo bevve quasi d’un fiato.
La serata passò allegra tra burla, risate, pietanze e Cabernet, e qualche ballo. Intorno alla mezzanotte venne il momento dei balli di gruppo; amici e colleghi erano tutti in pista a ballare. Giovanni era rimasto al tavolo con Stella: “E tu? Non vai ballare? Non dovevi mica cuccare?”
“Vado se vieni anche tu.”
Ma lei non ballò. Ai balli di gruppo, poco dopo seguì la Disco Music. Giovanni trangugiò ancora mezzo bicchiere di Cabernet e si buttò a ballare in mezzo agli amici. La musica e il vino bevuto lo rapirono e non si accorse che uno dopo l’altro gli amici erano tornati al tavolo. In pista erano rimaste poche persone. Giovanni ballava da solo. Stella gli fece cenno di avvicinarsi: “Hai visto quella?” e intanto gli indicava una bella donna dall’altra lato della pista da ballo, con un abitino nero corto.
“Quale? Quella in minigonna? Però…”
“Ti ha puntato. Vai!”
“Ma piantala!”
“Vai!” gli disse ancora.
“Io voglio Te. Lo sai.”
Fece due tre passi verso il centro della pista. La donna in minigonna fece altrettanto. Giovanni tornò da Stella: “E’ vero, continua a fissarmi.”
“Vai Gio.”
“Non ci penso proprio.”
Si girò per vedere se quella lo stesse ancora fissando e se la trovò davanti, viso a viso. Si guardarono in silenzio continuando a ballare la Disco. Ma ecco improvvisamente un fox, lento e sensuale. Giovanni avrebbe voluto ballarlo con la sua Stella. Si voltò a cercarla. Aveva negli occhi la luce magnetica della sera in cui le chiese di essere la sua fidanzata. Ma la donna in minigonna gli chiese a bruciapelo:”Balliamo?” e intanto gli prendeva la mano. Giovanni la cinse con l’altra mano e iniziarono a ballare.
Si voltò ancora verso la sua Stella, in tempo per vedere la sua luce che si affievoliva fino a spegnersi, mentre la sua voce si perdeva nello spazio siderale ripetendo all’infinito: “Gio, ho avuto un arresto. Ho avuto un arresto… un arresto… un arresto…”
Sulla sedia di Stella rimaneva solo la sciarpina comprata in un negozietto di Bellagio.
“Come ti chiami?” le disse la donna.
“Giovanni. E tu?”
“Aurora.”
“Aurora, che bel nome.”
Ballavano e intanto pensava tra sé: “Aurora… Aurora uguale nuovo giorno… nuovo giorno uguale nuova vita… nuova vita… un nuovo Amore.”
Uscirono dal locale mano nella mano.

"Up & down" di Leila Mascano

di Leila Mascano
a volte gli eventi della vita, ripagano torti passati

E così ci ritroviamo, dopo ventun anni. Ne avevo diciotto allora, tu ventitré. Bel ragazzo, asso della squadra locale di rugby, ex idolo del liceo, studente brillante, carriera universitaria fulminea, laurea con centodieci e lode. E gran bastardo.

Piangevo e fuori dai finestrini pioveva. Partivi per il tuo master negli Stati Uniti ( States, as you said in your perfect English with a shade of american accent ) e questo lo potevo capire, quello che non capivo è che me lo dicevi la sera prima della partenza.

Uscivamo la sera, ed eri stato a rinnovarti il passaporto la mattina. Ti accompagnavo agli allenamenti, e due ore prima eri andato a comprarti le valigie. Senza dirmi una parola, perché tra noi era cominciato come un gioco, un gioco " che ci aveva un po' preso la mano", e invece tu dovevi pensare alle cose serie...

Dunque io, noi, la nostra storia, non erano una cosa seria. La mia rabbia era delusione, sconcerto, paura. Te lo gridai, che eri un gran bastardo. Lo schiaffo che mi mandò a sbattere contro il deflettore me lo ricordo ancora. Sarai pure bella, dicesti, ma come te ne trovo cento ad ogni angolo di strada. Questo mi fece molto più male dello schiaffo.

Ed ora mi stai davanti, mentre ti sorrido. Questi ventun anni hanno levigato e perfezionato la mia bellezza, che in tailleur Armani sta dietro la scrivania di questa multinazionale di cui ho scalato le vette, senza aver mai fatto ricorso al suo potere.

Ti sorrido e giocherello col tuo destino fra le mani Perché tu a quarantaquattro anni stai a spasso, Giancarlo e di questo posto hai un bisogno dannato. E io lo so, e continuo a sorriderti e a parlare del più e del meno, (sarà un colloquio informale, ho premesso ) tenendoti sui carboni ardenti, in attesa, pensi, di liquidarti con un " ti faremo sapere, sai, se dipendesse da me..."

Dipende da me, invece, e tu lo sai; questo incontro proprio non te l'aspettavi. Ti ho fatto fare un bel po' d'anticamera, il massimo consentito ad un dirigente degli ultimi piani. Di quelli che hanno diritto alla finestra panoramica, la scultura di Pomodoro e le mele verdi su un piatto d'argento, come raccomandò l'architetto che mi ha arredato l'ufficio. Verde e nero. I miei colori.

Ti sei appesantito, come quasi tutti gli ex sportivi, e i tuoi bei capelli sono un po' più radi. E' la luce smarrita che ti vedo negli occhi che t'invecchia, Giancarlo, altrimenti potrei dire che sei sempre un bell'uomo...

Il mio segretario ti ha fatto entrare. Hai notato che mi circondo, per quello che posso, solo di uomini? E' bellissimo, sai. Mani sconosciute mettono una rosa bianca sulla mia scrivania, scatole di cioccolatini compaiono dal nulla, la mia auto scintilla....e non per servilismo, sai. Mi sono devoti. Eh sì, se osassero mi amerebbero addirittura, e forse qualcuno lo fa. Perché pare che io sia unica. Attenta ai bisogni degli altri. Esigente ma generosa. Una che ricambia i favori.

Anche con te. Quella frase che mi dicesti, che mi ferì tanto, è stata il motore che mi ha spinta a laurearmi ( nemmeno ci pensavo ), a specializzarmi all'estero, a entrare qui dentro per arrivare fin qui.

E dunque il posto lo avrai.

Con questo schiaffo morale ti restituisco lo schiaffo che mi desti. Visto che occupo un posto da uomo, ti dirò con ineleganza, da uomo appunto, che ti salvo il culo, Giancarlo.

Vai in una nostra prestigiosa sede all'estero, non ci rivedremo probabilmente più. Non faccio solo un piacere a te, lo faccio anche alla Società. Come mi ha detto il Presidente, per quel posto ci vuole un tipo duro, deciso, senza troppi sentimentalismi.

Un bastardo, insomma.

O.k, Giancarlo, il posto è tuo.

Chopin (e non ti chiederò scusa)

di Barbara Bolzanuna volta mi hai spezzato il cuore. Oggi hai fatto fiasco
E non ti chiederò scusa se ho sbagliato: era un calcolo consapevole.
Mi hai dato tutto senza riserve. In cambio, hai ricevuto un molto poco che rasenta il niente. Di questo non ti chiederò scusa.
Se a volte sembrava assecondassi i tuoi sogni, i tuoi desideri, se hai avuto l’impressione che fossi nata solo per te, se non ti ho contraddetto e ti ho lasciato credere ciò che volevi credere, io non ti chiederò scusa.
Continuerò a parlare di te, porterò in giro la tua anima di silenzi, arte, musica ed occhi chiusi. Lo farò ed avrò sulle labbra un sorriso sconosciuto, un angolo della bocca appena sollevato. Lo sguardo sarà dritto e senza vergogna quando mi chiederanno di te e risponderò che non hai significato nulla, che sei stato solo altro inchiostro per riempire un’altra pagina.
Mi cantavi «Quanto t’ho amata e quanto t’amo non lo sai, nell’amor le parole non contano, conta la musica». Ascoltavo in silenzio. Aspettavi una mia parola. Non l’ho pronunciata. Di questo io non ti chiederò scusa.
E non chiederò scusa se un giorno hai aperto gli occhi ed io non c’ero (un’ultima lite, le tue parole cattive). Quello che ti ho lasciato è stato solo una stanza vuota.
Da allora ti ho dato la buonanotte senza vederti, ognuno disperso per il mondo, davanti a due oceani diversi, tu che guardavi le barche a vela, io che tenevo il naso all’insù e guardavo il cielo di Londra. Non chiederò scusa per le notti che ti ho fatto trascorrere insonni, mentre io dormivo tranquilla in ben altri letti e tutt’intorno c’era un silenzio da benedizione e sentivo, senza te, di essere in pace.
E non ti chiederò scusa se ho lasciato trascorrere anni prima di ricomparire all’improvviso. Ho riportato indietro le ore e sono rientrata nella tua vita senza bussare, sconvolgendoti quel poco che ancora rimaneva da sconvolgere.

Ora non è più tempo di spiegarti cosa pensavo quando ti dicevo «ti amo».
Tornando, ho scoperchiato il tuo mondo. Mi tenevi le mani. Io riuscivo solo a pensare che una volta le tue parole mi avevano spezzato il cuore.
Sono tornata ed ero più cattiva, più meschina di prima, i miei sorrisi nascondevano il coltello che portavo nella saccoccia. Di questo non ti chiederò scusa.
Non ti chiederò scusa se ho mentito, se l’opera 35 in si bemolle di Chopin non mi apre il cuore, se guardare un tramonto mi annoia, se il romanticismo non è nulla per me, se fremo di insofferenza e rabbia quando mi parli, se fremo di insofferenza e rabbia quando stai zitto, se non sopporto nulla di te, nemmeno il tuo odore.

(Perché quel giorno d’estate sono tornata non te lo dirò mai).

Oggi che cerchi la luna ed io sono l’eclissi, oggi che suono Mozart con le dita stanche e le unghie lunghe si incastrano tra un tasto e l’altro, oggi che sono in attesa di aprirti la porta per l’ultima volta, oggi non ti chiederò scusa se ho preso tutto di te e dalla mia Parigi l’ho disperso per il mondo facendolo conoscere ad estranei (il tuo nome scritto con la mia grafia da penna stilografica, i tuoi tradimenti e la tua vita, i miei falsi tradimenti e le tue paure, ogni tuo più recondito volere e pensiero e desiderio, la mia firma in basso a destra – George Sand –).
A tutti ho raccontato chi eri e chi sei e cosa ero io per te – una donna che veste pantaloni da uomo, nulla di più.
A tutti ho raccontato che hai chiuso il coperchio del pianoforte e te ne sei allontanato, ormai vecchio e stanco, eppure ancora così giovane.
A tutti ho raccontato che hai rinunciato. Oggi ti spingo a forza sotto i riflettori di questa deliziosa commedia che ho scritto ed inscenato solo per te.

E non ti chiederò scusa se mento – qui, ieri, oggi, domani e per sempre –, se non saprò mai dirti quanto ti ho amato e quanto ancora ti amo, se non saprò mai dirti che un accordo di settima diminuita mi causa dolore perché mi riporta in qualche modo a te, se non saprò mai dirti che mi si inumidiscono gli occhi al pensiero di quando suonavi solo per me in quella soffitta di Maiorca ed era sempre un concerto.

Non ti chiederò scusa se, quando arriverai, ti bacerò sulle guance e sarà il bacio di Giuda. Ma guardami ancora, ascoltami ancora, è l’ultima volta, perché da oggi in poi tutto ciò che ti dirò non sarà mai la verità.
E di questo non ti chiederò scusa.
(anno 2007)

Racconto vincitore

INTRODUZIONE

BARBARA BOLZAN CONCLUDE IL CICLO DEGLI INCONTRI DI SCRITTURA CREATIVA

L’entusiasmo, più della precisione, è la vera molla dell’insegnamento
(Gianfranco Contini, filologo)


Si è concluso il 12 marzo il Corso di Scrittura Creativa tenuto da Barbara Bolzan presso il Liceo Statale E.Majorana di Desio (sezione classica e scientifica), rivolto a ragazzi tra i quindici e i diciotto anni.
Tema degli incontri, Dall’idea al racconto, La scelta del genere, Il rovesciamento del genere ed Il rovesciamento del personaggio.
Nei confronti della scrittura, i giovani hanno mostrato un inaspettato e grande interesse, ed un gran numero di elaborati sono pervenuti nel corso delle settimane di studio. Le lezioni, mai accademiche, mai dogmatiche (come si può notare dalla foto che ha immortalato la lavagna nel corso di una delle lezioni), hanno lasciato libera la loro spontaneità e creatività.
Al termine degli incontri, è stato bandito un premio letterario nel quale i partecipanti hanno dovuto redigere un racconto, senza limite di lunghezza, a partire da un dato incipit, Sono appoggiata/o alla porta chiusa, con le mani dietro la schiena. Lui/lei evita di guardarmi, tratto dal romanzo “Il sasso nello stagno” pubblicato nel 2006 da Barbara presso la casa editrice Kappaeventi.com (Prospettivaeditrice).
La giuria del liceo Majorana ha vagliato attentamente i brani pervenuti, e la scelta dei primi tre classificati (Davide Trevisan, Francesca Malberti e Melissa Camilli) si è rivelata ardua, dato il buon valore letterario di gran parte dei testi.
Riportiamo di seguito il racconto di Davide Trevisan (II D, scientifico), vincitore di questa edizione 2008-2009, e pubblichiamo alcune foto scattate l’ultimo giorno.

Racconto vincitore

Sono appoggiata alla porta chiusa, con le mani dietro la schiena. Lui evita di guardarmi.
Io, invece, non riesco a staccargli gli occhi di dosso.
E' sempre stato così nel nostro rapporto, ora me ne rendo conto, l'entusiasmo era solo il mio. E, adesso, non so se il gioco è valso la candela, non so, se varrebbe la pena di rimettere insieme i cocci di questa storia, di riprovarci.
Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.
Probabilmente è solo per questo che sono qui. A chiedergli di ricominciare tutto da capo.
Sto volutamente evitando di fare domande. Anche se mi sono chiesta più volte il motivo di questo improvviso cambiamento; perchè diamine mi ha detto che non gli manco quando non ci vediamo, che i suoi "ti amo" non erano sinceri.
Con quelle parole è crollato il mio mondo, il nostro mondo.
Nato quando, per la prima volta, abbiamo scelto, o meglio, ho scelto di credere in questo amore nonostante le difficoltà, nonostante i problemi, nonostante tutto il resto del mondo.
Credevo mi amasse. Mi sbagliavo. Ed ecco il risultato: io sono qui a compiangermi, a supplicarlo di non strapparmi così un pezzo di cuore e a chiedermi come diavolo faccia ad essere così facile, per lui, voltare pagina. Come faccia a chiudere un capitolo come questo con la stessa disinvoltura con cui si slacciava i pantaloni. Mentre lui mi ignora totalmente.
Probabilmente mi ha solo usata. Come una bambola di pezza. Ora, stanco del giocattolo vecchio, mi ha abbandonata sulla strada. E come un bambino, per poter chiedere un nuovo gingillo senza assumersi le sue responsabilità, sta facendo di tutto per far dire a me, la parola fine.
Ma c'è una parte di me che si rifiuta di crederlo. La stessa parte che si rifiuta di credere che la nuova bambola sia già pronta, avvolta in carta sgargiante e chiusa nell'armadio. La stessa che mi ha condotto qui.
Probabilmente, la stessa che mi impedisce di sfilarmi quell'anello. L'unico segno ancora visibile di quello che credevo l'amore con la a maiuscola. Per chissà quale recondita parte del mio subconscio togliendo quel cerchietto di metallo dal dito segnerei davvero la fine di tutto. Lo allontanerei definitivamente da me. E, in contrapposizione alla voglia di tenerselo stretto, di premere quella mano sul petto e sentire gli ultimi battiti della nostra storia, c'è quella di scagliarlo lontano, uscire e non vedere più né lui né quella stupida acquamarina, di ricominciare finalmente a vivere, dopo tre anni.
La lingua, a volte, ferisce di più della spada.
Me ne sto rendendo conto solo ora. Ora che ogni parola che esce dalla sua bocca brucia come una stilettata. Ora che, inerme, lo sento dire di non avermi mai amata.
Le mani mi fanno male. Le dita sono serrate le une sulle altre, le nocche bianche per la stretta.
Rimango immobile.
Lo osservo.
E, ora che anche lui mi guarda, non riesco più a scorgere, nei suoi occhi di ghiaccio, quel luccichio che credevo la fiamma del nostro amore.
Il dolore arriva ad ondate, belle grosse, una vicina all'altra.
Ma c'è qualcos'altro che, ora, si fa spazio sgomitando, tra un cavallone e l'altro.
E' la rabbia, la rabbia per essere stata così stupida da non capire tutto, la rabbia per essermi fatta incantare dalle belle parole, dai regali e dagli sguardi falsi come la morte.
« Non ti chiederò scusa. Non ti chiederò scusa per averti amato. Non ti chiederò scusa per essermi convinta che il mio amore fosse ricambiato. Non ti chiederò scusa per averti creduto migliore di quello che sei. Non ti chiederò scusa per essermi bevuta la balla che mi avresti sposata. Non ti chiederò scusa per aver sopportato quell'oca inacidita di tua madre e quegli zotici dei tuoi amici. Non ti chiederò scusa per essermi sforzata di essere carina con loro. E non ti chiederò scusa, per aver fatto tutto questo per te. Sarebbe stato tutto più facile, no? Se io non mi fossi sforzata così tanto di starti vicina. Non saresti dovuto arrivare a tanto. »
E' difficile fermare un treno quando è lanciato a tutta velocità verso la stazione successiva.
Le parole escono da sole, senza controllo. Una delle due parti ha preso il sopravvento, alla fine. Spero solo che sia quella giusta.
« Non avresti dovuto regalarmi questo dannato anello. Non avresti dovuto, ora che davvero non mi vuoi più tra i piedi, rifilarmi la classica scusa del "non ti ho mai amata". Non avresti dovuto farmi così male.
E' tutta colpa mia, non è vero?
Bene. E' tutto iniziato da me, quindi ho tutto il diritto di dire basta. Fine. Stop. E' finita.» ... « Adesso sarai contento»
Ci metto un po' a sfilarmi l'anello - i singulti non aiutano - ma quando finalmente ci riesco mi sento liberata, come se le catene che mi hanno sempre tenuta legata a questa casa si siano dissolte. Appoggio l'anello su una copia de " Il Meraviglioso Mago di Oz ".
E, con due lacrime di mascara a solcarmi il viso, esco dalla stanza.
E' ora di battere i tacchi e tornare alla mia vita.
E non ho intenzione di chiedergli scusa.

Davide Trevisan II D Liceo scientifico Majorana

Tu mi ami. Il fatto è che non lo sai (più)

di Barbara Bolzanpensare che il mese più crudele sia aprile,
significa non aver mai affrontato un agosto con te

Più ci penso e più vedo che gli uomini sono straordinari.
Prima sei la donna della loro vita e sarebbero persino disposti a gettarsi nel fuoco, per te. Poi, spariscono con la velocità di Schumacher nei suoi storici sorpassi a danno di Hakkinen.
Sono in grado di innamorarsi tre volte al mese e se per una volta è lei che pianta lui, le loro capacità linguistiche sfiorano l’eccelso: io non ho mai sentito una litania di epiteti tali da far invidia al più sboccato scaricatore di porto simile a quella che esce dalla bocca del mollato di turno.
Sempre parlando delle attitudini linguistiche, a favore del genere maschile bisogna riconoscere che anche la capacità di sintesi non è da trascurare. Nei soli centosessanta caratteri di un sms (anche meno, se uno è davvero in gamba) arrivano dritti al sodo, riuscendo a convincerti di valere meno di un insetto nano.
Sì, gli uomini sono straordinari.
Non per fare del campanilismo, ma tu sbaragli la concorrenza, quando ti ci metti.
Non è tutto merito tuo. Ti spiego: è stato quando hai tentato di litigare con me. È stato allora che ho avuto la certezza: non è tutta farina del tuo sacco. Esiste un manuale. Voi uomini ci studiate sopra fin dalla prima elementare.
Il pensiero mi ronzava in testa già da un po’.
Mi hai guardata nel modo che è preludio di ciò che conosco bene, così mi sono preparata all’impatto. Mi aspettavo che pronunciassi una delle tue solite frasi. E infatti lo hai fatto. L’unico dubbio era: quanti secondi sarebbero intercorsi tra le mie ultime parole e l’inizio delle tue? Tre? Quattro? Sono stati cinque.
Mi hai rinfacciato il velo di non-so-cosa reciproca che costella il nostro rapporto. Lo hai fatto come se la colpa fosse esclusivamente mia. Questo dimostra per lo meno l’assenza di un vocabolario sulle mensole della libreria di casa tua, perché altrimenti sapresti che reciproco vuol dire tu ed io e non io sola.
Ma è una sottigliezza troppo complessa. Un giorno cercherò di spiegartela – il giorno in cui comincerò a comunicare con te attraverso schemini e disegni, come si fa con i marmocchi in età prescolare.
Avevo meno incomprensioni col fidanzatino del liceo. Già allora, pertanto, il concetto mi era palese: se voi uomini fraintendete, è perché volete fraintendere.
Siccome odio discutere quando so di essere dalla parte della ragione, ne consegue che odio discutere con te in assoluto. Tanto, va a finire sempre allo stesso modo: la strega sono io.
Così, ho lasciato perdere.

(Forse è il caso di dire com’è iniziata.
Il fatto che io disprezzi l’intero genere umano è assodato, ma questo non esclude che anch’io possa innamorarmi, e infatti è accaduto.
Ogni donna possiede un lanternino, ed è infallibile. È stato così che ti ho trovato: con il lanternino.
C’erano nell’aria tutti i segnali che mi suggerivano che fosse meglio chiudermi in casa per almeno tre mesi. Il principale, era che l’ultima storia era da poco finita. Mai guardarsi intorno dopo che l’uomo con il quale sei stata per un anno e mezzo ha fatto fagotto – va bene, in quell’occasione lo avevo invitato io a fare le valigie, mostrandogli elegantemente la porta. In quell’occasione, strega lo ero stata per davvero, ma non ha importanza. L’importante era che era finita da una settimana e, come Meg Ryan, ero «ancora in periodo di lutto».
C’erano tutti i segnali che mi suggerivano di girare i tacchi e non incrociare il tuo sguardo. Non l’ho fatto.
E mi sono innamorata).

Adesso è passato del tempo da quando il lanternino ha illuminato proprio te, e ormai tra noi le cose sono andate come sono andate.
Resta pertanto il fatto che entrambi ci vantiamo di essere persone civili e adulte, quindi perché mai perdersi di vista?
Oggi ti ho telefonato. Ho lasciato due messaggi in segreteria. Niente.
Quando hai richiamato (con il tono di chi si abbassa a fare un favore), stavo uscendo. Nel mio appartamento mancavano i generi di prima necessità (i surgelati, il cibo precotto e l’ultimo dvd di Johnny Deep).
«Devo fare un salto al centro commerciale». Ho detto. E qui è accaduto il miracolo.
«Vengo con te?» Hai proposto.
Ho accettato. E mi hai accompagnata.
Questo significa, checché tu ne dica, che siamo ancora una coppia. O che potremmo tornare ad esserlo in tempi brevi. Supermercato e un carrello in due è amore vero.
Sono nata dopo il ’68, la rivoluzione femminista non mi ha intaccata, quindi ho pagato io sia la mia spesa che la tua camicia azzurra in saldo al reparto abbigliamento maschile. In quel momento, mi sono sentita ancora la tua fidanzata.
La cassiera ci ha sorriso e a quel punto ho saputo che la pantomima «abbiamo in comune un pezzetto di passato ma siamo pur sempre ex» stava per andare in pensione.
In un eccesso di euforia, ti ho invitato da me perché, come diceva Jessica Lange a Dustin Hoffman in Tootsie, «Io scongelo da dio».
Mi hai fatto notare che io sono capace di bruciare anche i quattro salti in padella. Questo significa che non hai dimenticato il nostro passato. È un ottimo segno – il primo che mi elargisci da quando mi hai mollata sui due piedi.
Sei salito da me.
Ho deciso di farti vedere in me ciò che ogni uomo agogna (trovare in un’esponente dell’altro sesso qualcosa che richiami mammà).
Mi sono affaccendata ai fornelli.
Eri appoggiato allo stipite e mi guardavi. Mi sentivo sotto esame e lo ero. Devo trarre il meglio di me, mi sono detta, devo prepararti una cenetta da lasciarti senza fiato, una cenetta che ti farà tornare sui tuoi passi e ti porterà a supplicarmi di tornare con te.
Ti ho lasciato senza fiato. Come da copione, sono riuscita a bruciare il pollo alla diavola. Abbiamo aperto le finestre per far uscire il fumo.
«Pizza?» Ti ho proposto. Ce n’è una da asporto a nemmeno centro metri da casa mia.
Tu hai detto che domani avevi una giornata pesante, una riunione con alcuni colleghi americani e mi hai chiaramente fatto capire l’antifona.
Non ho battuto ciglio.
Ti ho accompagnato alla porta. Il mio cuore era infranto, ma ti ho sorriso perché The Show Must Go On è una delle linee guida della mia vita. Ti ho persino augurato la buona notte.
«Idem», mi hai risposto, col tono che solitamente uso io.

Poi è arrivato agosto e siamo partiti per le vacanze. Vacanze separate. Tu con amici che, come te, non devono chiedere mai. Io, con amiche sentimentalmente ipocrite che assicurano di avere un cuore impermeabile alle vostre consuete scorrettezze.
Poi, appena alla radio passano una canzone di Tiziano Ferro, tutte giù a sprecare un fazzoletto dopo l’altro e dire che Tiziano sì che sarebbe il fidanzato ideale, lui non ci farebbe soffrire, lui chiederebbe perdono e ci regalerebbe quella rosa tanto sospirata e ci direbbe: se quel che è fatto è fatto io però chiedo scusa…

E dire che te l’avevo buttata lì io, la faccenda delle vacanze separate. Va bene, non siamo più una coppia quindi perché mai andare insieme in villeggiatura, ma comunque il mese scorso ci siamo fermati davanti alla vetrina di un’agenzia turistica a fantasticare su quanto dev’essere bella la Giamaica e in quel momento eravamo persino abbracciati. Qualcosa doveva pur significare, no?
Solitamente il topos comincia con «Abbiamo bisogno dei nostri spazi», ma questa te l’ho risparmiata. Anche se a volte finiamo col dormire insieme, i nostri spazi li abbiamo già, anche fin troppi.
Ho solo detto qualcosa che poteva suonare come «dovremmo vedere altre persone», frase che in condizioni normali non pronuncerei nemmeno se minacciata con una pistola alla tempia. Frase che significa che non sono stupida, so perfettamente che tra noi non intercorre nessun obbligo e tu vedi già altre persone, non devi certo rendere conto a me che sono semplicemente la tua ultima ex degna di nota. Frase che significa che tu fai la tua vita – ma che almeno non fa capire che io sto qui come una cretina a fissare il telefono in attesa che squilli.

Noi siamo innamorate di Rhett Butler fin dall’infanzia, emblema di ciò che sei (stronzo) ma con ciò che in fondo ti manca (il cuore). Nel senso: Rhett va anche nel bordello di Bella, ma in fin dei conti è solo per vendetta. Il capitano Butler ama Scarlett, la ama davvero e ne è conscio.
La differenza tra lui e te è proprio questa. Tu mi ami, ma ancora non ti sei arreso all’evidenza. Molto semplicemente.

Siamo partiti per le due vacanze.
Ho tenuto il cellulare costantemente in carica, per evitare che morisse un nanosecondo prima che tu avessi la bontà di chiamarmi per sentire se ero ancora viva. Ma tu non mi hai chiamata. Nemmeno i tuoi cloni hanno chiamato le mie amiche (ad ogni presa dell’appartamento era attaccato un diverso modello di cellulare. Cinque amiche, cinque cellulari, cinque stronzi).
Poi però mi sono stufata, ho buttato a mare i miei princìpi – quelli per i quali tu sei l’uomo che non deve chiedere mai ma tanto la più forte sono io e non solleverò mai la cornetta per prima.
Ti ho mandato un messaggino strappalacrime: «Dove diavolo sei?»
Non hai risposto, così come non hai risposto agli altri ventiquattro che sono seguiti (e un giorno ti metterò in conto la spesa delle ricariche telefoniche che ho scialacquato per te da quando ti conosco). Non hai nemmeno risposto alle mie sette telefonate (una ogni due giorni, per non sembrarti ossessiva).

Me lo chiedo quotidianamente: Siamo alla fine del nostro amore?
Me lo chiedo anche qui sul lungomare, mentre abbrustolisco le mie forme protetta dal bikini rosa e dalla crema solare.
Poi, prevale il briciolo di razionalità che mi è rimasta (mutuata dalle prediche delle mie quattro amiche e soprattutto da quelle di Laura, che sta con un uomo da tre anni ed ogni giorno spera che lui si decida finalmente a chiedere il divorzio dalla moglie).
Dicevo: razionalità e Laura mi han messo davanti al fatto che non siamo proprio alla fine di nulla, perché al momento non c’è nessun insieme a te, non essendoci più stato tra noi alcun inizio degno di nota da quando mi hai piantata.

Agosto è finito. Foderate di fedeltà canina, non abbiamo degnato di un’occhiata né i bagnini né i camerieri abbronzati del ristorante che ci vedeva ospiti fisse.

Tornati in città, hai aspettato due giorni prima di farti vivo.
Hai un’esistenza impegnata: è fine estate, quindi l’inverno si avvicina e, prima di concederti questi due minuti per guardarmi in faccia, dovevi assolutamente (nell’ordine):
1. passare in un negozio specializzato per comprare un cappottino al barboncino che non hai
2. aggiustare il cancello elettrico a tua nonna (che vive in una corte del 1930 e non ha cancello, tanto meno elettrico)
3. polemizzare con il falegname perché ha sbagliato a prendere le misure della cassapanca che gli avevi ordinato a luglio
4. polemizzare con gli operai che, non avendo sigillato bene un tubo, ti hanno allagato il bagno (a te e al tizio che abita al piano di sotto). Solo tu trovi operai in agosto
5. portare l’auto dal meccanico perché hai forato la marmitta.
Arriviamo al dunque.
Sdraiato sul mio letto, ti sei finalmente deciso a spiegarmi perché per quindici caldissimi giorni d’estate non ti sei degnato nemmeno di farmi uno squillo. Mi guardavi con un’espressione tra l’innocente ed il coma semi vigile quando hai rivelato di aver dimenticato in città il cellulare (acceso… solo le mie batterie danno forfait dopo una settimana). I tuoi amici erano sì dotati di telefonino ma, siccome non siamo una coppia, non ricordavi a memoria il mio numero.
E quindi ho avuto l’ennesima conferma. Esiste un manuale sul quale voi studiate. Ve lo tenete sul comodino accanto al letto e lo nascondete un secondo prima di aprirci la porta, per paura che anche noi ci si impegni a leggerlo e si impari così qualcosa.
Esiste un manuale. Altrimenti, per una volta, mi diresti la verità («Non avevo voglia di chiamarti») senza bisogno di ricorrere a scuse idiote.

(Quando quattro ragazze su cinque assicurano che l’ultima giustificazione per l’ennesimo appuntamento mancato senza preavviso è stata «dovevo accompagnare mammà a fare la spesa», qualche dubbio sull’esistenza di quel manuale ti viene. Inoltre, non è possibile che tu assicuri di passarmi a prendere alle tre e poi non ti fai vedere e il giorno dopo ti degni di farmi sapere che, guarda, non ci crederai, ma un satellite russo mi è caduto proprio nel giardino di casa, là dove c’è lo stagno coi pesci rossi, ed abiti perfino in un condominio senza nemmeno una striscia d’erbetta).

Sdraiato quindi sul mio letto, mi stai spiegando tutto questo.
Non ti stai scusando. Stai semplicemente constatando un dato di fatto (il cellulare dimenticato in città) e vuoi mettermene a parte. Sono sul punto di ringraziarti per questa gentile concessione.

(Lui salva la Russia restituendole i satelliti che si perde in giro per il cosmo. Io non mi azzardo a replicare perché altrimenti passo per insensibile, non avendo la minima intenzione di aiutarlo a rimettere quel catorcio in orbita).

Ultima considerazione:
Quando ancora sapevi di amarmi, mi portavi al mare e mi guardavi con le stelline negli occhi mentre ero stesa sul mio asciugamano con disegnati i gattini. Non ti lamentavi per i quaranta gradi all’ombra, né per il fatto che fosse mezzogiorno, né per il fatto che il sole fosse davvero a picco, né per il fatto che non ci fosse nemmeno un ombrellone e tu hai una pelle che si ustiona anche nell’ora che precede l’alba.
Quando ancora sapevi di amarmi, non partivi per quindici giorni in compagnia di amici. Partivi con me.
Quando ancora sapevi di amarmi, lasciavi che fossi io ad avere l’ultima parola ed ogni nostra discussione si concludeva vedendomi vittoriosa.
Quando ancora sapevi di amarmi, potevo permettermi di mandarti a quel paese come e quando volevo, tanto sapevo che dopo saresti tornato strisciando anche se la colpa era esclusivamente mia e mi avresti domandato perdono per un errore che era da imputare a me sola.
Quando ancora sapevi di amarmi, non dovevo mettermi a fare le grandi pulizie di primavera, se sapevo che saresti passato da me.
Quando ancora sapevi di amarmi, non c’era bisogno che io ti facessi buona impressione.
Quando ancora sapevi di amarmi, non dovevo combattere con i miei capelli, che non sono né lisci né mossi. Cioè, che sono sia lisci sia mossi, senza soluzione di continuità. A quel tempo non mi importava, non passavo ore ed ore davanti allo specchio per renderli gradevoli alla tua vista. Potevo anche presentarmi a te così come sono adesso (spettinata, in tuta e ciabatte), perché mi avresti comunque detto «Sei bellissima» e me lo avresti detto col tono di quello strano uomo che amava Loredana Bertè – almeno nei primi versi della canzone.
Quando ancora sapevi di amarmi, non eravamo due ex sommariamente confusi (se non si fosse confusi, non si spiegherebbe cosa ci fai adesso nel mio letto).
Quando ancora sapevi di amarmi, non eravamo ex.
Quando ancora sapevi di amarmi, mi amavi.
Punto e basta.
(anno 2007)

Un amore speciale

di Ruben Mosca

Un breve racconto di un amore con finale a sorpresa

Lei lo invadeva, tutto spariva. Esistevano solo lui e lei. Era la sua anima gemella. Solo lei lo conosceva davvero, anche se lui, di lei, comprendeva solo alcuni dei suoi lati.
Le note di Desert Rose di Sting lo conquistavano. Ora immaginava di essere, attraverso e grazie a lei, tra petali di rose che volavano ovunque, poi si immaginava in un deserto e poi ancora tra le nuvole ed il vento, che lo trasportavano lontano da tutti e da tutto. Era lui, in intimità con lei, un amore che non l’avrebbe mai fatto stare male, qualcosa che sarebbe rimasta sua per sempre e che non lo avrebbe mai tradito, e lui non avrebbe mai tradito lei. Appena finisce una canzone ne mette un’altra, non riesce a studiare e ad uscire con gli amici, per lui esiste solo lei, non sente altro. Quando c’è lei, lui balla, pensa, piange, sorride e soprattutto canta. Lui non è geloso di lei. La lascia a tutti, per far si che possa emozionare di nuovo e di nuovo; anche se con lui ha un rapporto diverso, un rapporto che con gli altri non ha. Questo lui lo sa e soprattutto lo sente nella sua anima. Può anche non nutrire il suo corpo con il cibo, anche perché ci tiene al suo aspetto, sa di essere bello e di avere una certa attrazione su tutti. Lo nota quando va in giro, tutti vorrebbero essere suoi amici, molte ragazze vorrebbero uscire con lui, ma niente. Lui deve nutrire la sua anima con lei, deve cantare e ballare, altrimenti può cessare di esistere. Morirebbe dentro, e non c’è morte peggiore di quella dell’anima. Ne è innamorato alla follia, sa che quello è il suo futuro. Lui è come una persona in stato vegetativo e viene tenuto in vita da lei e solo da lei. Lui ama anche chi sa usare la sua anima gemella facendo canzoni e suoni che gliela fanno amare di più. Lui sa che lei sarà sua moglie per sempre, la sua compagna nei suoi momenti difficili e di gioia. Sì, non c’è dubbio…Lui sa di essere nato per lei e la sua missione è ancora da scrivere, anche se lui pensa sia già stata scritta in qualche profezia.
Lui la ama molto. La tiene accesa, la sua musica, ad ogni ora del giorno e della notte. Come sottofondo alla sua vita fino ad accrescerla e farla diventare, un giorno, la sua vita.

Una tazza di cioccolato

di Simone Valtorta
Immagine di Barbara Bolzan
a volte sono i piccoli gesti a suscitare le emozioni più grandi
«Mai stato con una di quelle lì!»
Dove avevo letto questa frase? In qualche libro, mi sembrava… ma non riuscivo a ricordare quale…
Questo pensiero mi tornava però alla mente ogni sera, puntuale come una maledizione che si teme ma a cui non ci si può sottrarre, mi s’insinuava nella mente quando, superate le ultime costruzioni della periferia monzese, imboccavo la Valassina per tornare a casa al termine di una lunga e noiosa giornata lavorativa.
Loro erano là, invariabilmente, ogni notte, sia che spirasse il vento gelido di febbraio, sia che soffiasse la tiepida brezza di fine giugno: da sole, o in crocchi, a gruppi di tre, quattro, sotto le luci al neon dei grandi ipermercati vuoti di clienti o strette intorno ai falò come falene attirate dalla luce; ormai avevo quasi imparato a riconoscerle una ad una, come delle vecchie amiche: c’era Liudmila, ucraina, portata in Italia col miraggio di un lavoro e poi costretta a prostituirsi; Kora, nigeriana, legata ai suoi sfruttatori dopo una cerimonia negromantica che aveva troppa paura a sfidare; e Stella, che si vendeva agli altri per potersi pagare gli studi di filosofia all’Università.
Ogni sera, passando davanti a quella specie di «spaccio del sesso», mi veniva da pensare a come poteva essere quella vita «deviata», qual era l’essenza di quel mondo tanto vicino a me eppure separato da un abisso che mi appariva incolmabile. Quali erano i sogni, i desideri di quelle ragazze? Un lavoro, una famiglia… una vita normale, forse? Ma che cos’era, per loro, la normalità? Un termine vuoto, o una parola che aveva ancora un senso? E quale gusto, quale piacere poteva spingere qualcuno ad unirsi a loro, per il breve spazio di un’ora? E poi altri pensieri ancora, che sarebbe troppo arduo cercare di fissare sulla carta, troppo caotico descrivere in parole.
Talvolta avevo anche rallentato, passando di lì, quasi un oscuro impulso m’imponesse di fermarmi; e sempre, se una di loro accennava a venire verso di me, ancheggiando in un modo che voleva essere seducente – ma che io non trovavo altro che triste, o ancora di più, disperato –, allora sgommavo, mi allontanavo, mordendomi le labbra fino a farle sanguinare. Mi sentivo sporco, come mai mi ero sentito in vita mia; insozzato dal semplice pensiero.
Verso la metà di febbraio, il freddo calò sull’Italia con l’impeto di una mandria di bufali lanciati al galoppo; era stato un inverno abbastanza mite, fino a quel momento, e l’ondata di gelo fu tanto più devastante in quanto nessuno se l’aspettava: spazzò via le gemme dagli alberi in prima fioritura, costrinse la gente a riporre negli armadi gli abiti primaverili ancora odoranti di naftalina e ad imbacuccarsi in sciarpe, guanti e cappelli di lana; anche il mormorio dei torrenti fu soffocato dal formarsi del ghiaccio.
Le ragazze erano ancora là, infagottate in maglioni troppo ampi, strette l’una all’altra quasi che la vicinanza dei corpi potesse scaldarle.
Un giorno, presi una decisione che, a rifletterci a mente lucida, sarebbe potuta apparire assurda; fu una specie di ispirazione, qualcosa di irrazionale – mi sono sempre sentito attratto dalle iniziative irrazionali.
Avevo preparato tutto con cura: un bel po’ di cioccolata tenuta in caldo nel thermos; i miei colleghi, al lavoro, avrebbero fatto festa se l’avessi offerta.
Ma la cioccolata non era per loro; era per qualcuno che non aveva la fortuna di passare le ore del giorno in locali ben riscaldati, che non poteva prendersi un caffè a metà mattina e che non trovava, una volta tornato a casa, un bel piatto fumante di pastasciutta. Era per le ragazze!
Quando lasciai l’ufficio e salii in macchina, per tornare verso casa, rimuginai a lungo sull’assurdità della cosa. A che scopo offrire una tazza di cioccolata a persone che passavano intere giornate nella morsa del gelo – un gelo sia esterno che interno, un’assenza di qualsiasi calore umano –? Come avrebbero considerato un gesto che voleva solamente essere gentile? Avrebbero potuto fraintenderlo, forse ritenerlo una presa in giro, o addirittura un’offesa? Che cos’avrei potuto rispondere, se mi avessero chiesto perché lo facevo?
Le ragazze erano esattamente dov’erano sempre state ogni notte, nel grande parcheggio dell’ipermercato le cui luci, accese sebbene fosse l’ora di chiusura, sembravano messe lì solo per illuminare loro. Quasi fossero oggetti in vetrina – di certo, era così che venivano trattate, merci senz’altro valore che quello che si poteva ricavare dai loro corpi (involucri privi d’anima), fintantoché rimanevano desiderabili.
Il parcheggio era vuoto, e numerosi angoli restavano immersi nell’ombra; poteva venir da pensare che l’architetto che l’aveva progettato fosse stato a conoscenza di chi l’avrebbe frequentato di notte e avesse voluto predisporre degli spazi bui per le fugaci «coppie» che vi si fossero appartate.
Scalai le marce, la terza, la seconda; passai davanti ad un bidone a cui le ragazze avevan dato fuoco per scaldarsi, tenendo gli occhi bassi, timoroso di sollevare lo sguardo. Avevo paura di incrociare i loro occhi. Feci un’ampia curva e mi fermai in una zona in penombra. Scesi dall’auto, osservandole da lontano. Aspettando che fossero loro a fare la prima mossa.
Per alcuni secondi non accadde nulla. Poi, dal gruppo si staccò un’ombra scura – Liudmila, la riconobbi dai capelli biondoscuro – e cominciò a venire verso di me. Per lei era ovvio che io fossi un cliente, non potevo essere nient’altro. Il ticchettio dei suoi tacchi a spillo sull’asfalto umido era regolare e rapido come quello di una bomba ad orologeria.
«Ciao. Ti serve compagnia?»
Sobbalzai a quella voce che cercava di essere roca e sensuale, ma appariva invece bassa, resa ancor più aliena dal cattivo accento. Repressi a fatica un «no» che mi era salito spontaneo alle labbra e sollevai lo sguardo, dalle scarpe a punta alle lunghe gambe ingabbiate nelle calze a rete, alla gonna cortissima, al maglione scollato che copriva appena metà del seno prosperoso, al viso.
Era la prima volta che osservavo «una di quelle» così da vicino, e la cosa fu un vero shock: non aveva un volto, aveva una maschera, un qualcosa da bambola, di ceramica. Le sue labbra erano tinte di un colore rosso tanto intenso, da essere quasi nero, e spiccavano in modo provocatoriamente osceno su un viso che, malgrado fosse stato ripassato con un fondotinta opaco, conservava ancora il candore della pelle delle regioni nordiche. Gli occhi erano chiari, sottolineati da un ombretto pesante sembravano quasi neri, e per di più pesti quasi fossero stati colpiti da un pugno. I capelli erano un cespuglio arruffato d’un biondo fuligginoso.
«Sono brava e costo poco. Venti euro e faccio tutto» continuò, invitandomi, quasi stizzita dal mio silenzio. Era giusto: lei doveva lavorare, non poteva perder tempo con un muto. Oppure, più semplicemente, temeva che me ne andassi e quindi avrebbe dovuto aspettare un altro cliente.
«Io… non volevo far niente» balbettai, confuso, «desideravo solo offrirti una tazza di cioccolata calda». Tirai fuori il thermos dall’auto e glielo mostrai, come se questo potesse spiegare tutto.
Nei suoi occhi si rifletterono una ridda di emozioni. Su tutte brillò una luce maligna e la bocca assunse una piega amara: «Tu sei uno di quelli, vero?» mi sputò in faccia, guardandomi con l’espressione con cui io avrei fissato una tarantola. «Sei uno di quelli che non pagano, che pensano di comprarti con un pezzo di cioccolata…»
La violenza che sentivo vibrare in quelle parole, pronunciate a bassa voce, mi colpì fino a farmi barcollare. Chiamai a raccolta tutto il mio coraggio per rispondere: «Io… non intendevo offenderti. Solo essere gentile. Nient’altro». Frugai nel portafoglio e tirai fuori una banconota da venti euro. Gliela porsi tendendo il braccio: «Tieni. È tua. E non voglio nulla in cambio».
Fissò la banconota con l’espressione di chi non capisce: «Chi sei?» chiese sospettosa, senza prendere i soldi. «Sei uno della polizia? Uno dei… servizi sociali? Un prete?»
Mi sforzai di sorridere, e di essere sincero: «No, sono un impiegato. Lavoro alla Export Inc., qui a Monza. Faccio questa strada tutte le sere, per tornare a casa, e… beh, mi son detto che fa freddo, che forse avresti gradito qualcosa di caldo, e… so che è quasi nulla…»
«Perché? Tu non sei uno di quelli che vengono…» Non finì la frase.
«No» la rassicurai, «non sono un cliente». Svitai il coperchio del thermos, lo capovolsi (era di quelli a forma di tazza) e lo riempii di cioccolata, densa e bollente. Le porsi la cioccolata con una mano e i soldi con l’altra.
I suoi occhi erano lucidi ed umidi; il labbro inferiore tremava leggermente, come in preda ad un irrefrenabile tic. Allungò entrambe le mani verso la tazza, la prese; la portò alle labbra sorseggiandola piano; chiuse gli occhi, quasi per assaporare meglio il calore che le scendeva nel corpo; due lacrime brillarono sotto le ciglia, scesero tracciando sulle guance due strisce nere. Quando riaprì gli occhi, luccicavano di piacere. «Chi… sei?» mi chiese ancora. «Sei un angelo?»
Sorrisi: «Te l’ho già detto, sono un uomo come tutti. Ti sembro forse un angelo? Gli angeli sono molto più alti di me, e poi hanno enormi ali…»
Lei scosse il capo, gli angoli delle labbra curvati all’insù in un sorriso modesto e discreto: «No, non è così. Forse alcuni angeli hanno le ali… ma tu per me sei un angelo, che Dio ha inviato sulla terra… perché non mi sentissi più così sola…»
Le sfiorai le guance con un dito, raccogliendo una lacrima: «Nessuno è solo, ricordalo. Neppure tu lo sei».
Mi restituì la tazza: «Ora so davvero che non ero sola: perché tu mi guardavi, pensavi a me, a quello che avresti fatto stasera… io non lo sapevo, ma tu eri con me…» Si bloccò, cercando – mi parve – di metter ordine tra pensieri troppo caotici.
Un’auto si fermò, caricò una delle ragazze e ripartì. Un cliente.
Io e Liudmila ci fissammo negli occhi; uno sguardo interrogativo, come se, arrivati ad un incrocio, non riuscissimo a decidere quale strada prendere; ma sapevamo entrambi che le nostre vie, che per quei brevi istanti si erano incrociate, sarebbero presto tornate a dividersi. Probabilmente, per sempre.
Fu lei a prendere l’iniziativa: pian piano mi circondò il collo con le braccia e premette le sue labbra umide sulle mie. Provai una scossa alla sensazione della sua bocca morbida, del suo alito che sapeva ancora di cioccolata. Era il suo modo di dirmi grazie, senza nessun’altra implicazione; era l’unica maniera che conosceva per ringraziarmi. Per questo non l’abbracciai, per questo costrinsi le mie braccia a restare inchiodate e rigide lungo i fianchi, sebbene fremessero del desiderio di circondarle la vita. Sarebbe stato troppo fuori luogo.
Il bacio – intenso, appassionato, ma al tempo stesso totalmente casto e puro – mi parve durare un’eternità; in realtà, non credo passassero più di pochi secondi. Infine si staccò, mi rivolse un ultimo sguardo colmo di gratitudine e si allontanò, quasi di corsa. Tornò al bidone in fiamme, a quell’esistenza larvale, a quella vita che non era vita.
In mano avevo ancora i venti euro. Provai l’impulso di raggiungerla, di darglieli, ma lo abbandonai subito: il mio gesto, pur fatto con le migliori intenzioni, avrebbe potuto venir frainteso, donandole del denaro l’avrei trattata né più né meno che come una prostituta. Non lo meritava.
Mi cacciai la banconota in tasca e avviai l’auto, allontanandomi. Non mi voltai indietro. Non guardai nello specchietto retrovisore.

La sera dopo, quando passai di lì, lei non c’era. Non c’era neppure la sera seguente, e nemmeno quella successiva. Fu solo dopo una settimana, mentre guardavo distratto il telegiornale, che apparve la sua fotografia. Alzai il volume. Il commentatore stava annunciando: «…La sua testimonianza ha permesso di smantellare una banda dedita al traffico delle prostitute. L’operazione, denominata Strade pulite, ha portato alla cattura di sette persone, quattro albanesi – tra cui una donna –, che gestivano lo smistamento delle ragazze nel nostro Paese, e due bielorussi e un ucraino, che provvedevano a farle giungere dai loro Paesi d’origine. La ragazza ha raccontato agli inquirenti di aver trovato il coraggio di denunciare i suoi sfruttatori dopo che un uomo, una sera, le ha offerto una tazza di cioccolata calda, senza chiederle niente in cambio; questo gesto, in sé abbastanza semplice, le ha fatto capire che non tutti gli uomini sono malvagi, che ci sono anche persone buone, che bisogna aver fiducia negli altri. La ragazza è attualmente ospite di una casa-famiglia, dove sta apprendendo un lavoro che le sarà utile in futuro. Sembra sia intenzionata a rimanere nel nostro Paese…»
Spensi la televisione e mi appoggiai allo schienale della sedia. Ero felice che avesse trovato la forza per iniziare a costruirsi una nuova vita, e ancor di più perché aveva deciso di farlo in Italia; era un po’ come se ci avesse perdonato per tutte le umiliazioni ed i dolori subiti nel nostro Paese.
«Sei un angelo?» mi aveva chiesto Liudmila. No, chiaro che non lo ero; però, forse, era stato un angelo a suggerirmi di andar lì, quella sera… il mio angelo custode… o il suo.
È curioso, come una semplice tazza di cioccolata possa cambiare la vita di una persona. Più sereno e in pace con me stesso, chiusi gli occhi e portai alle labbra la mia tazza serale di cioccolata fumante.
(anno 2007)