"Sotto il gelso" di Silvia Armanini

“L’ultimo racconto del Gelso”
Una ragazza siede sul cordolo di un'aiuola, nel buio di un parco nella periferia di Bologna. Sente benissimo il frusciare incauto del ragazzino che avanza verso di lei, scostando malamente gli arbusti e lasciandosi sfuggire degli sbuffi scocciati. Conosce quei passi, non ne ha paura, per questo si permette un fugace, doloroso ricordo, prima di voltarsi verso il giovane e sorridergli.

“Tre persone possono mantenere un segreto, se due di loro sono morte.”

- Non vidi mai con i miei occhi, quello che vi sto raccontando. Ma saprei dirvi ogni piccolo particolare, dal rumore del vento tra le foglie al profumo vischioso della resina. Quello fu l'ultimo incontro prima che le cose andassero così come sono andate: non fu quello il principio, ma posso dirvi che fu "l'inizio della fine" -

“Lo stai ancora cercando.”

Giubbotto in finta pelle, stivaloni scuri e capelli lunghi legati in una coda scomposta. Nero come un angelo infernale scivola alle mie spalle portandosi dietro l’opprimente vento autunnale e il suo acre profumo americano. Ma non ha niente di poetico il suo strisciare: rasenta quello dei lombrichi nella terra. Dell’angelo ha solo le fattezze e, forse, il destino.

“…”

“Smettila con questa farsa.”

“…”

“Lo sai meglio di me che non lo troverai mai perché lui è…”

“Zitto.”

“Fuggire dalla verità per l’ennesima volta ti consola?! Sei patetica.”

“Zitto, ho detto.”

“Anzi, sei più che patetica, sei…”

Conosco solo un modo per zittirlo e non ho problemi ad usarlo.

“Ho capito, sto zitto.”

Docile e accondiscendente: spesso è l’effetto che fa una pistola appoggiata al mento. Mi occorre che si zittisca perché ora è il momento delle domande.

“Come hai fatto a trovarmi?”

“Non è stato difficile.”

Aumento la presa sul grilletto

“Ok, ok! Ho seguito le tue tracce fino a qui. Sei diventata distratta o forse vuoi solo che ti trovi: sai meglio di me che hai bisogno del mio aiuto.”

La mia risata di scherno assomiglia ad un nitrito mal riuscito.

“E anche di quello di un buon psicologo.”

Ora è un gorgoglio a raschiarmi la gola: rido di nuovo.

“Siamo nel centro di un parco dove tutti ci possono vedere e mi stai puntando una pistola alla testa. Solo un pazzo rischierebbe tanto…”

“E solo un idiota potrebbe credere di essere visto nel buio delle tre di notte, in un desolato parco di periferia.”
“Se non erro mi hai appena offeso.”

“Complimenti dottore, ti meriti una laurea con lode. E ora sparisci.”

Lo spintono lontano, il suo profumo è troppo intenso e talmente agro da farmi girare la testa.

Sotto il gelso - Pagina 2

“Non me ne vado senza di te.”

“Non ho bisogno del tuo aiuto.”

Ora è lui a ridere: un suono armonioso e cristallino che mi stappa un sospiro.

“E’ la stessa cosa che mi hai detto l’ultima volta ed io ti ridarò la stessa risposta.”

Senza che io possa fare niente per fermarlo mi afferra le braccia e mi stringe contro il suo corpo. Lo odio, il mio angelo nero, che mi lancia per l’ennesima volta il suo strano e profumato incantesimo. Lascio cadere lungo il fianco il braccio che impugna la pistola e stringo il suo giubbotto con forza, fino a quando le nocche non diventano bianche.

“Ti odio”

“Ed io ti voglio bene. Ma i nostri sentimenti non hanno mai avuto importanza. Andiamo a casa”

“Non posso tornare indietro, lo sai!”

“Il passato sta bene con i morti, noi vivi apparteniamo al presente.”

“Ma dove dovrei stare io che sono morta a metà?” urlo in preda alla disperazione. Ancora il solito discorso. Ripetiamo le stesse frasi all’infinito, lo faremo sempre.

“Ci sono io con te ora! Questo non ti basta?”

“Non puoi cancellare quello che sono! Tu non sai cosa successe quel dannato giorno di diciassette anni fa…”

“Raccontami…se lo dividi con me, il dolore sarà più accettabile.”

Lo spintono lontano. Scappo per l’ennesima volta dal suo abbraccio caldo e rassicurante, lontano dal suo profumo inconfondibilmente fastidioso. “Non voglio che anche il tuo cuore si avveleni d’odio. Vai a casa.”

“Non c’è una casa dove tornare se tu non sei con me! Ho promesso che ti avrei riportata indietro e io non manco mai alla parola data…”

“Allora sarà la prima promessa che non potrai mantenere. Vattene o dovrò colpirti, come l’ultima volta.”

Ma prima di sentire la sua ovvia risposta lo colpisco alla testa col calcio della pistola, lo guardo cadere a terra e rimetto nella fodera l’arma, prima di voltarmi e di sparire nell’oscurità. Agganciata al mio marsupio stracolmo di gingilli inutili la maschera di un gufo sogghigna famelica, lasciandosi inghiottire dalle tremolanti tenebre della notte.

"La prossima volta che ci vedremo, fratello, potrei essere solo un gelido corpo accasciato sul terreno."

Un nuovo frusciare, quasi indistinto, riempie nuovamente la radura. E' il sibilo di qualcuno che sa come nascondersi. Non c'è più tempo per pensare, adesso, devo stare attenta. Tendo teatralmente il braccio che stringe la pistola verso la macchi indistinta di alberi ed esclamo: "Vieni fuori, so che sei da qualche parte. Sono stufa di giocare a rincorrerti, non siamo più bambini. Comportati da uomo."

Nei film, dopo le dichiarazioni ad effetto, il nemico sbuca fuori dai cespugli, fa il discorsetto di commiato ed il cattivo viene trivellato di colpi fino alla morte.
Però, quando il cespuglio alla mia destra si appiattisce sotto il peso di un corpo, so già da me che non ci saranno simili discorsi, perché questo non è un film e l'Attore ha una parte scadente.
E poi, in questa storia, quella cattiva sono io.

...

La porta della sala si aprì con un gran tonfo mentre un bambino di circa otto anni entrava correndo stringendo in una mano il tesoro che aveva appena conquistato, con l’intenzione di farlo vedere alla ragazza sdraiata sul divano.

“Sorella maggiore, sorella maggiore!” la ragazza appoggiò la rivista che stava leggendo, trattenendo uno sbuffo infastidito “Che vuoi, pulce?”

“Guarda cos’ho trovato” urlò allegro il bambino, sventolando il suo trofeo davanti alla ragazza.

“Cos’è quella roba?” “Sono delle bacche! Il Portinaio dice che sono commestibili!”

Sotto il gelso - Pagina 3

“Commestibili? Ma và. Quel vecchiaccio ti stava sicuramente prendendo in giro. Fà un poco vedere…” disse allungando una mano verso il fratello che invece ritrasse la sua, stringendo con forza il frutto. “Prometti di ridarmele dopo?” la ragazza non riuscì a trattenere un sorriso “Certo.” “Promettilo!” le rispose il piccolo, ancora diffidente “Prometto che ti ridarò quelle inutili bacche, va bene?”. Il ragazzino annui, porgendogliele.
La ragazza le osservò prima con curiosità, poi con ansia. Infine con preoccupazione. “Dove le hai prese, pulce?” “Dai rami di un albero del cortile. Ora che le hai viste ridammele!” “Quale albero?” “Quello tutto secco al centro del cortile! Me le vuoi ridare o no?”. Il tono della ragazza si fece più aggressivo “Smettila di scherzare! Chi te le ha date?!”; il bambino indietreggiò, spaventato: sua sorella non usava mai quel tono con lui. “Le ho prese dal vecchio albero rinsecchito del cortile. Lo giuro!”.

La giovane fissò il piccolo frutto con terrore “Non è possibile…non ancora…perché adesso, poi?”. Il bambino si dondolava sui piedi, osservando preoccupato la sorella e indeciso sul da farsi. Alla fine appoggiò le mani sulle gambe della ragazza per sollevarsi e vedere meglio quel suo piccolo tesoro che sembrava averla impressionata tanto. “E’ un tesoro davvero prezioso, vero? Ora però ridammelo, me lo hai promesso.”. “Te lo ridò se tu mi porti dove lo hai preso.” “Certo che ti ci porto!” replicò il piccolo protendendo la mano per reclamare il suo trofeo. Era talmente felice di riaverlo indietro che non si accorse del tremolio delle dita della giovane. Corse verso la porta, ordinando alla sorella di seguirlo, ma prima di uscire di casa le intimò: “Ti conviene coprirti bene, sorella maggiore, fuori c’è una nebbia fittissima!”.
Il cuore della ragazza mancò un battito.
Arrivati al centro del cortile, completamente coperto dalla nebbia, il bambino indicò un vecchio albero addormentato nel mezzo dello spiazzo. “Le ho trovate lì sopra, le mie bacche!” disse orgoglioso. La ragazza si avvicinò quasi con apprensione al tronco, allungando e ritraendo più volte la mano desiderosa di accarezzare la pianta, ma nel contempo timorosa di farlo, continuando a sussurrare una cantilena sgomentata “Non è possibile…ormai sei troppo vecchio per dare nuove bacche…perché di nuovo…”
“Piuttosto, sorella maggiore” disse il ragazzino troppo concentrato a cercare nuovi frutti sui rami per notare lo strano comportamento della giovane “che albero è mai questo?”.
La nebbia parve farsi più fitta, come se si fosse riempita di ricordi sgradevoli, ed i rumori si attutirono di colpo, divorati dal grigiore opprimente.
La ragazza sentì la gola raschiare sotto il veleno di parole che aveva dimenticato e che avrebbe voluto continuare a ignorare, infine emise un rantolo soffocato
“Un albero di Gelso, fratellino.”

...

Mi alzo di scatto, scostando il sacco a pelo madido di sudore. Come tutte le altre volte, il ricordo mi sconvolge. Come tutte le altre volte, da diciassette anni a questa parte, i miei sogni sono invischiati nelle rinsecchite radici dell'albero del Gelso. Anche qui, in questo ameno campeggio Emiliano, nascosta in una tenda sul limitare delle piazzole.

- Non erano passate che poche ore, dal funerale celebrato nel cortile, ma già la tomba era stata profanata e la maschera famelica di un gufo la aspettava sullo zerbino della porta di casa, ancora sporca di terra. Se a restituirgliela fosse stato il Cantante o l'Attore non lo scoprì mai nessuno. Probabilmente lei stessa non lo volle mai sapere. Fu da allora che iniziò a cambiare, appassendo come un fiore sul finire della primavera finché venne il giorno in cui scomparve; per lunghi mesi la credemmo morta. Fino al giorno in cui suo giunse quella notizia... -

È affollata Milano, tra il via vai degli immigrati con i loro profumi insoliti e i ragazzi con le cartelle in spalla che si spintonano per allontanarsi il più possibile dalle scuole. Cammino lenta mentre tutto il mondo corre, imbacuccata sotto il sole opaco di settembre.

Odio Milano e la sua fretta, la sua gioia, la sua perenne e grigia estate.

Sotto il gelso - Pagina 4

Volto le spalle al Duomo vestito di rosoni e statue di santi e lo vedo, il mio vecchio amico, il Cantante.

E lui vede me: lo sento ridere, additando la maschera che porto alla vita, scostandosi quella fastidiosa ciocca di capelli che gli cade sul viso, come faceva quando eravamo piccoli. Mi sorride mentre china il capo ed allunga la mano come a cercare la mia in un gesto di eterna amicizia, un gioioso “Bentornata”.

Chiudo gli occhi e lo seguo nel piccolo bar all’angolo della piazza in cui ci rifugiavamo nei giorni di pioggia di tanti anni fa. Parliamo ancora dei nostri progetti, ridiamo dei nostri ricordi e delle nostre avventure, sempre stracolme di figuracce e capitomboli, canticchiamo sottovoce i motivi insulsi della nostra infanzia, seduti al tavolo all’angolo, quello più lontano dalla vetrina e dagli altri commensali, a sorseggiare i nostri the verdi ghiacciati mentre fuori la pioggia cade sempre più fitta.

Dopo minuti che sembrano vite ci zittiamo a metà di una frase contemporaneamente, quasi lo avessimo programmato, e ritorniamo con la mente allo stesso, identico, assillante ricordo, risvegliandoci allo scampanellio della porta d’ingresso del locale.

Risento i gorgoglii prodotti dalla sua gola nel tentativo di iniziare quella conversazione per tanto tempo lasciata in sospeso e poi il suono secco dei suoi denti che si serrano sulla lingua, per trattenere parole piene di veleno. Avverto il suo sguardo posarsi sul mio e farsi più nebuloso, colmo di nebbia vorticante e grigia, le sue dita sfiorare le mie in cerca di un cenno d’assenso che non realizzo, che non ho mai realizzato. Vedo la sua mano ritirarsi freneticamente e rovesciare la tazza ormai vuota, costringendola a infrangersi a terra.

Lo saluto mentre si chiude la porta del bar alle spalle, mentre per l’ennesima volta devo ripagare la tazza e le consumazioni al barista perché il mio amico si è dimenticato il portafoglio.

Ritorno con la mente al presente quando una signora mi spintona per poter passare in mezzo alla calca. Controllo che il borsellino sia ancora al suo posto nel marsupio e poi sposto lo sguardo verso il mio vecchio amico: mi sarebbe davvero piaciuto essere vista da lui in mezzo a questa folla sudata e sussultante, sentire la sua risata nell’additare la mia maschera mentre si scosta con gesti calcolati quella ciocca. So già che il suo benvenuto mi colpirebbe dritta al petto con un pugno ben assestato ed io ormai non ho più sangue da versare.

Quando estraggo con gesti lenti la pistola dalla fondina, la punto sul bersaglio e premo il grilletto, sento il famigliare tintinnio di una tazza che si infrange sul pavimento. Il Cantante si accascia con lo sguardo sorpreso di chi non si aspetta di sentire la vita scivolare così presto dalle mani, cade sul cemento freddo come una foglia nella danza autunnale. La sua ultima canzone è un gemito stupito riflesso nei miei occhi, con le stonature di chi cantante non lo è mai veramente stato.

Mentre mi allontano con passo lento e misurato mi accorgo delle lacrime scivolate sul marciapiede al mio passaggio e subito cancellate dal frenetico correre della folla spaventata.

- Fu suo fratello a capire che la morte di quel ragazzo, che per anni aveva giocato con lei nel cortile, potesse avere qualche nesso con la sua scomparsa. Quando nessuno volle credergli riempì il suo zaino, afferrò il suo sacco a pelo blu, e si lanciò alla sua ricerca. -

Dopo aver ucciso il mio vecchio compagno mi rifugiai presso alcuni amici, vagando di città in città, dove le tracce che l'Attore si lasciava alle spalle mi portavano. Doveva aver capito le mie intenzioni perché, dal giorno della morte del Cantante, non era rimasto più di due giorni nello stesso posto. Fino ad oggi, in questo piccolo campeggio, ultimo luogo in cui so che ha risieduto. Tuttavia ora ho altro a cui pensare perché, dove la polizia ha fallito, è riuscito mio fratello: è la sua la ispida e scura faccia quella che copre la stupenda stellata che stavo osservando, barricata nel mio sacco a pelo. Ed ha un odioso sorriso trionfante dipinto in volto.

Sotto il gelso - Pagina 5

"Trovata!" sbotta, bloccandomi con velocità sorprendente le mani in due orribili manette di pelo rosa, di cui non ho la più pallida idea di dove possa averle recuperate. "Scusa, sorellina. Potresti fare posto anche a me e al mio sacco a pelo?" Ha poi la faccia tosta di aggiungere, sdraiandosi al mio fianco, spezzando la magia della nottata ed il filo dei miei pensieri. Come se tutto questo non bastasse, ha pure iniziato a russare.

...

“Questo è tutto ciò che rimane, signora.” “Volete dirmi che il corpo di mia figlia è ridotto ad un misero giubbotto color perla ed uno zainetto scarabocchiato?” il poliziotto chinò il capo, costernato di dover annuire. “Non…non è possibile… la mia bimba è…è…” “Temiamo che sia deceduta, signora.” L’urlo della donna arrivò dritto al cuore dell’appuntato, che le circondò le spalle con le braccia, tentando di arginare i di lei singhiozzi sconnessi. Nascosto dietro ad una porta, coperto dal grande mobile in noce del corridoio, un ragazzino dai corti capelli neri piangeva, premendosi le piccole mani paffute sulle labbra, nel tentativo di trattenere i singulti.

...

Si alza a sedere di scatto, le lunghe gambe attorcigliate nel sacco a pelo e i capelli che seguono traiettorie diverse da quelle convenzionali, sfidando qualsiasi legge di gravità. Portandosi le mani al viso scopre, senza sorpresa, di avere le guance umide. Non comprende il perché di quel sogno assillante, soprattutto ora che ha ritrovato sua sorella e che quel brutto ricordo non può che essere catalogato come incidente di percorso per inettitudine delle forze dell’ordine. Voltando il viso a sinistra, per controllare se la protagonista assente del suo incubo è ancora al suo posto, constata con stizza che le manette pelose che la tenevano prigioniera sono divelte, e che il sacco a pelo azzurro è disordinatamente, odiosamente e sconfortantemente vuoto. Per l’ennesima volta.

“Maledizione!” impreca, incurante di poter disturbare qualche altro ospite del campeggio. “Non finisce qui, sorella maggiore! So che sei qui vicino, nascosta in qualche buco, ma non credere che ti permetterò di averla vinta così: non mi sono sorbito chilometri di autostrade per ritornare a casa a mani vuote. Non ti darò pace finché non ti porterò davanti a mamma, a costo di trascinarti per i capelli…” il suo sfogo delirante viene interrotto da uno scarponcino da trekking misura 43 che atterra sulla sua faccia, dopo aver disegnato una curva in aria partendo da una delle tende alla sua destra. Incerto sul continuare o meno con i suoi urli alterati prova nuovamente. E’ costretto a desistere quando al primo scarponcino se ne aggiungono altri, in numero considerevole.

Pochi chilometri più in là l’autostrada è illuminata dai pochi fari che, testardamente, continuano a sfrecciare sull’asfalto. Fra questi, sulla solita prima corsia deserta destinata ai neopatentati, agli ultraottantenni ed a me, il mio catorcio che in gloriosi tempi passati vantava il nome di automobile arranca, lottando contro un motore vecchio di secoli. Un fischio fastidioso intralcia il mio orecchio sinistro, mentre getto distrattamente un pensiero al mio fratellino, sorridendo inconsciamente della sua reazione, domani mattina, quando si sveglierà non trovandomi più al suo fianco. Quel pivello dimentica troppo spesso chi sia stato ad insegnargli la nobile arte di aprire i lucchetti dei giocattoli, quelli in falsa plastica made in prc.

Ancora non sapevo che se fossi rimasta con lui fino all’indomani, avrei incontrato chi, con tanta costanza e disperazione, cercavo da mesi.

Il Solo mattutino di giugno è luminoso. Gli studenti pensano alla scuola che finisce, i lavoratori alle ferie che iniziano e per i più fortunati, quelli già in vacanza da tempo, i tiepidi raggi di inizio estate non possono che annunciare una splendida giornata di mare.
Scostato dalla folla vociante dei campeggiatori che iniziano le attività mattutine, intricato in un sacco a pelo blu pervinca, un inquietante ragazzo stringe fra le mani un paio di manette rosa pelose. Chiunque provasse ad avvicinarsi alla strana figura, noterebbe sicuramente i denti digrignanti e l’inconfondibile impronta di una scarpa nel mezzo della sua apprezzabile faccia. I cultori della materia vi direbbero con sicurezza che è l’impronta di uno scarponcino da trekking. Taglia 43. Dei bambini lo additano, sussurrando, dietro a loro i passi frettolosi di un uomo in costume, con dei corti capelli ricci, si bloccano di colpo. L’asciugamano appoggiato alla spalla, gli occhiali da sole a coprirgli il volto. Scosta con malagrazia i marmocchi - che vaneggiano di un certo uomo nero – e si avvicina al sacco a pelo blu pervinca. Ad accoglierlo trova lo sguardo interrogativo del ragazzo, ancora incastrato nella stoffa scura “Desidera qualcosa?” chiede, litigando con la cerniera nel tentativo di uscire dal sacco. “Ci siamo già visti da qualche parte?” chiede l’uomo, con voce bassa e grave. “Credo.. pro..prio… di no..” sibila l’altro nello sforzo di strattonare la stoffa.

Sotto il gelso - Pagina 6

Dopo pochi attimi di lotta selvaggia contro il tessuto lo sfila dal corpo, lanciandolo di malagrazia sopra lo zaino. “Lei sarebbe?” chiede poi, donando finalmente l’uomo della giusta attenzione. “…uno che non conosci.” Attimi di silenzio, poi il giovane, imbarazzato, si alza, raccoglie lo zaino, e se lo butta in spalla. Guarda con sguardo stralunato l’uomo prima di voltargli le spalle e proseguire verso l’uscita del campeggio, non badando ai bambini che, trascinati a forza dalle madri verso la piscina, continuano a parlare di un certo uomo nero indicando nella sua direzione.
L’altro uomo, invece, quello con i capelli ricci, rimane immobile a fissare la schiena scura che si allontana. “Tu non mi conosci, certo. Ma quegli occhi li riconoscerei fra mille e credo proprio che mi porteranno diritto da quella sciocca della Lettrice, ragazzino.”

Premo il grilletto tentando di mirare il robusto corpo in movimento del mio vecchio collega, nel caos riesco appena a vedere che il proiettile lo colpisce troppo a destra per ferire il cuore. Il suo proiettile invece non lo vedo, ma sento gli schizzi di sangue sulle mani, mentre mio fratello si piega sulle ginocchia e crolla a terra. Quell' idiota si è trovato, come suo solito, al posto sbagliato nel momento sbagliato, frapponendosi fra me ed il bersaglio, prendendosi in pieno il colpo che doveva centrarmi...

Con sguardo orripilato lo guardo gemere sul terriccio brullo. Le sirene della polizia si avvicinano in fretta, sicuramente la ronda che gira per questo quartieraccio è stata allertata dagli spari, e con fatica sollevo gli occhi già lucidi dal pianto e dalla paura sull'Attore. Anche lui poggia le ginocchia a terra, ma la sua pistola è ancora puntata verso di me. Non un sorriso, non un ricordo. Che ne è stato del passato non saprei neanche dirlo. L’attore, la cui carriera è bruciata ancora prima di iniziare, sorride, in un modo che ormai non posso più conoscere, che non mi appartiene più.

“Tre persone possono mantenere un segreto, se due di loro sono morte. Ricordi?”

Poi, lo sparo.

E nella bocca stringevi parole, troppo gelate per sciogliersi al sole… chissà come mai quella canzone mi è tornata in mente in questo momento. Probabilmente, avendo a disposizione una seconda possibilità, avrei un solo rammarico, nella mia vita: cinque minuti fa avrei voluto mirare più a sinistra, centrando dritto nel cuore quel pivello.
Ma non mi rimane nemmeno il tempo per sorridere o per fare grandi discorsi, come in tutti quei film alla televisione. Non posso fare una ramanzina strappalacrime al mio fratellino, perché mettendosi in mezzo ha rischiato la vita. Non posso far finta di dimenticare, in punto di morte, tutti i torti subiti o scusarmi per tutti i casini combinati. Nemmeno scrivere una lettera di addio a mia madre.
Come tutto è stato, nella mia vita, assolutamente mediocre, anche la mia scomparsa verrà presto dimenticata.

Vedo rosso…appannato…buio…
infine il nulla
Morire, alla fine, non è poi questo granché.

Il ritmico suono dei macchinari scandisce i respiri del giovanotto seduto scompostamente sulla sedia, accanto al letto candido. La luce è poca, la sera è vicina, e l’inverno ruba volentieri i timidi raggi del sole che si ostinano a riscaldare la terra. Stringe la mano di una ragazza, come nei finali dei migliori film, e quando è sveglio le parla, così come dicono i medici. Lo dicono sempre anche in quel telefilm alla tv, che parlare ad una persona in coma è la terapia più indicata. Gli hanno detto che potrebbe svegliarsi domani, fra un mese, fra un anno. Intanto la polizia aspetta, due uomini in borghese fanno la ronda in corridoio. Un medico entra, controlla i suoi parametri e scuote la testa. È tutto normale, come al solito. È sana, ma non si sveglia. È in coma. Poi esce, accarezzando con lo sguardo il ragazzino che si ostina ad amare quella sorella per cui ha rischiato la vita, rimediando una brutta ferita al braccio. Quella sorella che è una criminale, un’assassina.
Uscendo saluta i due poliziotti con un cenno.

Sotto il gelso - Pagina 7

“Serataccia brutta per lavorare, vero?” si informa, sorridendo come un buon medico deve fare.
“Potrebbe andare peggio…pensa a quei due poveretti che fra due ore devono darci il cambio e rimanere qui tutta la nottata…” poi sorride al medico, come un buon poliziotto in borghese deve fare. Volta il capo, alza gli occhi al cielo e ricomincia il suo via vai per i corridoio. La donna non dà segni di vita, il poliziotto dubita seriamente che si potrà più svegliare.
Il cambio della guardia è alle 11:00. Le due squadre di poliziotti dovrebbero incontrarsi nel corridoio e darsi il cambio, senza perdere di vista la camera della sospettata, ma quelli del turno appena concluso hanno il pessimo vizio di raggiungere i colleghi al piano terra, per prendersi un caffè in compagnia prima di tornare a casa, lasciando il corridoio libero per una decina di minuti. Poco importa, visto che la sospettata è una ragazzina gracile, macilenta e per di più in coma da mesi.
Nessuno fa caso ad una porta che si apre senza un suono scivolando sui cardini bene oliati, né di un ragazzino infagottato in un giubbotto di pelle nera, con un cappellino di lana a coprirgli il capo. Tuttavia un buon osservatore noterebbe con poca difficoltà le spalle troppo gracili e le maniche troppo lunghe. Così come le ciglia troppo lunghe o le labbra troppo sottili, per essere quelle di un uomo.

...

“E’ il momento!”sibilò il ragazzo quando sentì i passi pesanti dei poliziotti allontanarsi dalla porta e le loro voci farsi sempre più flebili.
“Era ora, quando il dottore è venuto a controllare come stavi, stavo quasi per scoppiare a ridere…voglio dire, credo stia impazzendo per capire come mai i tuoi valori sono regolari come quelli di una persona sanissima, mentre sei ancora in stato comatos..”
“Vuoi stare zitto?! Mi farai scoprire!” la ragazza si sollevò di scatto, afferrando il borsone nascosto sotto il letto ed estraendone degli indumenti maschili: un giubbotto di pelle e un cappellino di lana in primis.
“Quasi non ci credevo, il mese scorso, quando mi hai stretto la mano per farmi capire che eri sveglia. Mamma ti dava già per morta, sai?” sussurrò lui, incurante del precedente rimprovero.
La donna si fermò nell’atto di infilarsi i pantaloni neri che aveva trovato nella borsa “Spero tu non le abbia detto niente, sottospecie di mollusco. Meglio morta che criminale, non credi?”
“O, andiamo! Mamma non è mica stupida. Sono sicuro sarebbe ben felice di saperti viva.”
“Certo! Chi non desidera una figlia ricercata e criminale di cui poter parlare durante i tea con le amiche?” il ragazzo ridacchiò: “come vuoi…allora, dove andiamo?”
La donna, che si era alzata in piedi stringendo il borsone in una mano, sorrise indulgente “Dove andrò, pivello. Usa il singolare. Non voglio zavorre durante la mia fuga.”
Il moro ostentò un viso offeso “Non sono una zavorra!”
“Sveglia, sono una pericolosa criminale pluriomicida!” “esatto, come nei film.” “Bravissimo. E che succede nel finale dei film, al super cattivone?”
Il ragazzo ci riflettè un attimo, non accorgendosi dell’oggetto che la ragazza aveva estratto dalla borsa. “Viene catturato…ucciso…annientato.” “Esatto! E non voglio che tu faccia la stessa fine.” La donna si avvicinò lentamente, venendo investita dal profumo americano del fratello. “Ma io sarò con te, sorella maggiore! Voglio aiutarti nella tua fuga.” “Ma tu mi aiuterai nella mia fuga, pivello. Lo stai per fare.” Sorrise lei, avvicinandosi maggiormente con le mani nascoste dietro la schiena. “Davvero?” “Certo piccolo sciocco.” E nel dirlo lo abbracciò, sentendo subito le braccia di lui circondarle le spalle.
Per l’ennesima volta in quell’annata così stravagante, il ragazzo cadde a terra colpito alla testa dal calcio di una pistola. Poi la donna indossò il cappellino, alzando il bavero della giacca a coprirle il volto, e con un calciò spedì il borsone sotto al letto
“Ti voglio bene, fratellino.”
Aprì la porta, lasciandosi inondare dal candore del corridoio con un sospiro stanco. Poi si tuffò alla sua destra, in mezzo ad un gruppo di signore anziane in gita turistica, per la settima volta quell’anno, all’ospedale.

...

Il ragazzo è ancora steso a terra, con un bernoccolo sempre più grosso a increspargli il cranio. È così che lo trovano gli agenti di ronda, di ritorno dalla pausa caffè. Ad aspettarli c’è anche il letto della sorvegliata, desolatamente vuoto, ad eccezione di un piccolo messaggio in codice. Come alla fine dei migliori film.
Il gruppo del Gelso ha colpito ancora.

- Da allora non ebbi più notizie di mia figlia.-
La donna appoggia la tazzina con il tea ancora fumante sul tavolino in legno. Poi, nell’attonito silenzio generale, si rivolge alla donna alla sua destra“ Di tuo figlio che mi dici, invece, Elsa: ha terminato i suoi studi?” Dietro il disagio palpabile del salotto, due enormi stivali neri spuntano da una poltrona in stile Liberty, appoggiati di mala grazia su un tavolino di legno chiaro. Sorride, il ragazzo, stringendo fra le mani quello che resta di due manette pelose di un colore troppo stravagante.

Ed un rametto di bacche di Gelso.