Sotto il gelso - Pagina 7

“Serataccia brutta per lavorare, vero?” si informa, sorridendo come un buon medico deve fare.
“Potrebbe andare peggio…pensa a quei due poveretti che fra due ore devono darci il cambio e rimanere qui tutta la nottata…” poi sorride al medico, come un buon poliziotto in borghese deve fare. Volta il capo, alza gli occhi al cielo e ricomincia il suo via vai per i corridoio. La donna non dà segni di vita, il poliziotto dubita seriamente che si potrà più svegliare.
Il cambio della guardia è alle 11:00. Le due squadre di poliziotti dovrebbero incontrarsi nel corridoio e darsi il cambio, senza perdere di vista la camera della sospettata, ma quelli del turno appena concluso hanno il pessimo vizio di raggiungere i colleghi al piano terra, per prendersi un caffè in compagnia prima di tornare a casa, lasciando il corridoio libero per una decina di minuti. Poco importa, visto che la sospettata è una ragazzina gracile, macilenta e per di più in coma da mesi.
Nessuno fa caso ad una porta che si apre senza un suono scivolando sui cardini bene oliati, né di un ragazzino infagottato in un giubbotto di pelle nera, con un cappellino di lana a coprirgli il capo. Tuttavia un buon osservatore noterebbe con poca difficoltà le spalle troppo gracili e le maniche troppo lunghe. Così come le ciglia troppo lunghe o le labbra troppo sottili, per essere quelle di un uomo.

...

“E’ il momento!”sibilò il ragazzo quando sentì i passi pesanti dei poliziotti allontanarsi dalla porta e le loro voci farsi sempre più flebili.
“Era ora, quando il dottore è venuto a controllare come stavi, stavo quasi per scoppiare a ridere…voglio dire, credo stia impazzendo per capire come mai i tuoi valori sono regolari come quelli di una persona sanissima, mentre sei ancora in stato comatos..”
“Vuoi stare zitto?! Mi farai scoprire!” la ragazza si sollevò di scatto, afferrando il borsone nascosto sotto il letto ed estraendone degli indumenti maschili: un giubbotto di pelle e un cappellino di lana in primis.
“Quasi non ci credevo, il mese scorso, quando mi hai stretto la mano per farmi capire che eri sveglia. Mamma ti dava già per morta, sai?” sussurrò lui, incurante del precedente rimprovero.
La donna si fermò nell’atto di infilarsi i pantaloni neri che aveva trovato nella borsa “Spero tu non le abbia detto niente, sottospecie di mollusco. Meglio morta che criminale, non credi?”
“O, andiamo! Mamma non è mica stupida. Sono sicuro sarebbe ben felice di saperti viva.”
“Certo! Chi non desidera una figlia ricercata e criminale di cui poter parlare durante i tea con le amiche?” il ragazzo ridacchiò: “come vuoi…allora, dove andiamo?”
La donna, che si era alzata in piedi stringendo il borsone in una mano, sorrise indulgente “Dove andrò, pivello. Usa il singolare. Non voglio zavorre durante la mia fuga.”
Il moro ostentò un viso offeso “Non sono una zavorra!”
“Sveglia, sono una pericolosa criminale pluriomicida!” “esatto, come nei film.” “Bravissimo. E che succede nel finale dei film, al super cattivone?”
Il ragazzo ci riflettè un attimo, non accorgendosi dell’oggetto che la ragazza aveva estratto dalla borsa. “Viene catturato…ucciso…annientato.” “Esatto! E non voglio che tu faccia la stessa fine.” La donna si avvicinò lentamente, venendo investita dal profumo americano del fratello. “Ma io sarò con te, sorella maggiore! Voglio aiutarti nella tua fuga.” “Ma tu mi aiuterai nella mia fuga, pivello. Lo stai per fare.” Sorrise lei, avvicinandosi maggiormente con le mani nascoste dietro la schiena. “Davvero?” “Certo piccolo sciocco.” E nel dirlo lo abbracciò, sentendo subito le braccia di lui circondarle le spalle.
Per l’ennesima volta in quell’annata così stravagante, il ragazzo cadde a terra colpito alla testa dal calcio di una pistola. Poi la donna indossò il cappellino, alzando il bavero della giacca a coprirle il volto, e con un calciò spedì il borsone sotto al letto
“Ti voglio bene, fratellino.”
Aprì la porta, lasciandosi inondare dal candore del corridoio con un sospiro stanco. Poi si tuffò alla sua destra, in mezzo ad un gruppo di signore anziane in gita turistica, per la settima volta quell’anno, all’ospedale.

...

Il ragazzo è ancora steso a terra, con un bernoccolo sempre più grosso a increspargli il cranio. È così che lo trovano gli agenti di ronda, di ritorno dalla pausa caffè. Ad aspettarli c’è anche il letto della sorvegliata, desolatamente vuoto, ad eccezione di un piccolo messaggio in codice. Come alla fine dei migliori film.
Il gruppo del Gelso ha colpito ancora.

- Da allora non ebbi più notizie di mia figlia.-
La donna appoggia la tazzina con il tea ancora fumante sul tavolino in legno. Poi, nell’attonito silenzio generale, si rivolge alla donna alla sua destra“ Di tuo figlio che mi dici, invece, Elsa: ha terminato i suoi studi?” Dietro il disagio palpabile del salotto, due enormi stivali neri spuntano da una poltrona in stile Liberty, appoggiati di mala grazia su un tavolino di legno chiaro. Sorride, il ragazzo, stringendo fra le mani quello che resta di due manette pelose di un colore troppo stravagante.

Ed un rametto di bacche di Gelso.