Racconti di viaggio

Per viaggiare insieme ai nostri autori, con e attraverso i loro racconti.

"La rosa di Tralee" di Riccardo Mainetti

Cominciamo da qui i miei raccontini extra-diario di viaggio…
Extra non perché non vi si raccontino aneddoti vari relativi, appunto, al mio recentissimo viaggio in terra irlandese ma perché, queste notizie e spunti sono stati “annotati” solo nella mia testa…
Dunque cominciamo…
Può una canzone far riemergere ricordi???
Sì, vero???
Infatti questa è una cosa di cui io sono da sempre un convintissimo assertore…
Fino ad ora però non mi era capitato di verificare questa mia certezza in maniera così perfetta…!!!
Stamattina stavo ascoltando, per la cronaca lo sto ancora facendo (!!!), un cd di musiche irlandesi e tra questi brani ce n’è uno che mi ha riportato alla mente un qualcosa che dormicchiava nei meandri del mio cervellino da ormai due settimane abbondanti…!!!
Il brano “incriminato” si intitola “The Rose of Tralee”, “La Rosa di Tralee” appunto…!!!
A parte i ricordi cinematografici che, almeno in parte, la melodia del brano in questione mi ha ricordato..
Avete presente il film “Mary Poppins”???
Quando i due bambini vanno in banca col padre???
La canzone che Mary Poppins canta loro la sera prima, quella dedicata, per così dire, alla Signora dei piccioni???
Ecco l’aria di “The Rose of Tralee” me l’ha ricordato…!!!
Ma tornando a quella che è la storia vera e propria e lasciando da parte risonanze cinofile varie il titolo della canzone mi ha riportato alla mente un concorso di bellezza e bravura che ogni anno ad agosto (per il periodo ho dovuto scartabellare con Google perché questo dato mi era scivolato via di mente!!!) si tiene in quel di Tralee, come d’altronde risulta intuibile dal nome “La Rosa di Tralee”…!!!
Si tratta di un concorso aperto a ragazze che eccellano non solo dal punto di vista estetico ma anche in doti artistiche, culturali e musicali…!!!
Insomma a Tralee ogni anno si cerca la ragazza perfetta…
Ed il fatto è che la si trova sempre…!!!
Condizione indispensabile per poter partecipare al concorso in questione è di avere origini irlandesi, o per meglio dire, di Tralee…!!!
Ma, si sa…!!!
Fatta la legge trovato l’inganno…!!!
E così è successo anche per quanto riguarda questo concorso per ragazze di chiare origini irlandesi…!!!
Come spesso capita da noi, e non solo, in campo sportivo, dove ogni tanto salta fuori qualche oriundo o qualche straniero che aveva il bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis bis prozio italiano e quindi può essere tesserato come italiano, vi ricordate Veron, il giocatore della Lazio con nonno, o bisnonno che fosse, di origini calabresi (???), anche a Tralee qualche anno fa, non chiedetemi quanti perché anche questo è un dettaglio che mi è sfuggito di mente (!!!), la “Rosa” è stata una ragazza italiana…!!!
Com’è stato possibile tutto ciò???
Semplice!!!
La nonna della “Rosa” dell’anno …. era di Tralee…!!!
I commenti della gente del posto???
Ve li potete immaginare!!!
A detta della nostra sapientissima guida Rosaria, che quando non fa da Cicerone ai gruppi di turisti italiani raccoglie e lavora alghe allo scopo di produrre prodotti (scusate il bisticcio di parole!!!) di bellezza, il commento è stato, pressappoco: “Lei ci ha rubato “La Rosa di Tralee” tu (cioè Rosaria) ci rubi le nostre alghe. Ma dove andremo a finire di questo passo…!!!”
Bene…!!!
Per quanto riguarda questo primo extra siamo alla fine…!!!
Grazie a tutti e tutte per l’attenzione ed arrivederci alla prossima!!!
Con simpatia!!!

"Buenos Aires: lugar de l’alma" di Scarlett

di Scarlett

Tutte le esperienze passano dai nostri sensi, dalla vista, dall’udito, dal tatto, dall’olfatto; arrivano al cervello che ne elabora gli input, restituendoci informazioni.
L’emozione di quello che ci accade si materializza dopo questo rapido processo chimico, quando le sensazioni arrivano al nostro cuore e ci consentono di percepire sfumature, profumi, vibrazioni, sostanza di ciò che abbiamo incontrato. In questa fase viviamo come inebriati, rapiti da quello che proviamo, ma non ancora consapevoli del suo reale significato.
Solo alla distanza sentiamo veramente la consistenza, la misura di ciò che ci è accaduto, nel tempo, quando a sangue freddo collochiamo ogni evento nella prospettiva del reale, lasciando alzare la nebbia del sogno, che pervade tutto con un’aura di fascino e mistero.
E’ a quel punto che ciò che abbiamo provato ci arriva nello stomaco e diviene parte di noi. Solo allora quel vissuto acquista forza, si nutre di ricordi e consapevolezza, cresce come materia viva e concreta, libera da fantasie e dalle bugie dell’aspettativa, e rinasce nel nostro vissuto quotidiano come un parto della nostra esperienza.

L’incontro con Buenos Aires è un parto difficile, complicato, che dà dolori e gioie, speranze disattese e doni sorprendenti.
La sorpresa più grande è data dall’incontro con le persone che fanno la straordinarietà di questo luogo. Un lugar de l’alma. Non semplicemente un posto da visitare, una città da girare, locali da vivere. Buenos Aires è un’anima da percepire, un sogno da cui svegliarsi con lo schiaffo di una realtà così traboccante di passioni e ragioni umane da spaventare chiunque voglia guardare oltre il mito, creato a beneficio del turista.
Un crocevia di culture, di colori, di suoni che parlano al cuore con lingue diverse, e che diversamente lo colpiscono.
Il tango è soltanto una di queste lingue, una delle più antiche, ma anche una delle più svendute.

Può l’anima di un popolo, raccontata in musica, mantenere la sua connotazione più vera, quando diviene merce in vendita? Sarebbe facile rispondere di no. Ma quello che si avverte, attraversando la Babele del mondo tanghero porteño, al di là delle tante macchinazioni turistiche, è il canto di un’emozione potente che proviene dal senso di appartenenza ad una stirpe di emigranti, di indios, di parenti di desaparecidos, di sopravvissuti, ieri come oggi, all’indomani della crisi economica di cui tutti abbiamo sentito parlare; è il racconto di un’emozione fiera e malinconica, impregnata di nostalgia e quanto mai lontana dall’olvido. Ci arriva chiaramente la forza di un popolo che combatte e si rialza dopo ogni caduta, che resiste e tramanda la sua storia dai molti colori, ma dal cuore unico; la sua passionalità innata e ancora grezza, che si esterna con l’impeto di un maroso, difficile da trattenere con gli argini artificiali del contegno; il sentimento nazionale che pervade ogni cosa e che sceglie la musica come sua espressione d’elezione, in patria e all’estero.

Tango, Chacarera, Zamba, Gato... Ognuna con una sua diversa anima, ognuna ferma nella tradizione, ma allo stesso tempo in continua evoluzione, per cantarci un modo di sentire la vita che non si è fermato agli anni ’30, ma che muta e si racconta attraverso suoni antichi e moderni. Vecchio e nuovo coesistono, avanzano parallelamente, si intrecciano e si allontanano: sono materia viva a Buenos Aires. Forse è per questo motivo che la sensazione più forte che ci dà il vivere questa città, ricca di contraddizioni, è quella di trovarsi in una dimensione fuori dal tempo, sospesi in uno spazio dai confini allargati, allungati verso l’Europa e l’America.
E in questo luogo che accoglie e dilata, il tempo non segue una dimensione lineare, ma diviene circolare, come un abbraccio tra passato e presente, come l’abbraccio di un uomo e una donna sulle note di un tango.

"Galline e Stambecchi" di Riccardo Mainetti

Quella che vi sto per raccontare è, forse, la prima “storia di tradizioni irlandesi” che ci è stata raccontata dalla nostra guida il giorno, o meglio la sera, del nostro arrivo in Irlanda.
Ci stavamo recando al nostro primo albergo quando, parlando di Dublino e dell’Irlanda, la bravissima Rosaria, la nostra sapiente ed impareggiabile guida, ci ha parlato di quella che era un’usanza irlandese.
Lo spunto, se non ricordo male, venne da un gruppetto di ragazze che circolavano per le strade di Dublino, tutte agghindate a festa!!!
“Quelle sono le “galline”!!!”, ci disse Rosaria che poi precisò, “Sono le ragazze che stasera parteciperanno all’addio al nubilato di una loro amica!!!”
Infatti, come ebbe modo di raccontarci Rosaria, il venerdì sera è il giorno in cui, in Irlanda, si celebrano gli addii al nubilato ed al celibato!!!
Orde di giovani donne e uomini affollano le vie di Dublino, come quelle di qualunque altra città, cittadina ,o paese d’Irlanda, per poi andare a festeggiare, e ad ubriacarsi in un pub o, molto spesso, in più d’un pub.
Una particolarità che - non essendo pratico di addii al celibato non posso garantire su quanto sto per scrivere - credo essere comune anche ai futuri sposi italiani, è che “galline” e “stambecchi”, così si chiamano i maschietti che festeggiano l’addio al celibato, festeggiano, rigorosamente, in locali distinti…
A volte, addirittura, ove possibile, anche in zone distinte e distanti della città…!!!
Devo ammettere che al sentire l’appellativo riservato ai festeggianti maschi, “stambecchi” appunto, un sorrisetto maligno ha cominciato ad apparirmi a fior di labbra…!!!
‘Cominciano proprio bene qui in Irlanda!!!’, mi sono detto, ‘Se sono già “stambecchi” prima di sposarsi chissà dopo…!!!’
A questa storia di costume ha fatto seguito l’invito di Rosaria ad immergerci, dopo la cena, nell’atmosfera del venerdì sera di Dublino.
Purtroppo però la fatica della giornata e la levataccia ad ora ampiamente antelucane, almeno per me, ha avuto la meglio sulla curiosità!!!

"I ribelli Irlandiani" di Riccardo Mainetti

Eccoci giunti al terzo extra relativo al mio viaggio in Irlanda…!!!
E, per intitolare e battezzare il gruppetto di “protestanti” che saranno protagonisti di questa nuova storiella ho rubato il nome ad un graziosissimo sito Internet che parla di “Italians in Ireland”.
Niente paura, non voglio parlarvi di un fatto di cronaca, da noi verrebbe e viene considerata cronaca nera ma in Irlanda per anni ed anni è stata solo “LA cronaca” purtroppo…!!!
Il gruppo di ribelli irlandiani di cui vi vado a parlare è un gruppo di ribelli pacifici…!!!
Ultimo giorno di viaggio in Irlanda…
La mattina, da programma, doveva essere libera per le ultime spesucce e gli ultimi attimi di vita alla James Joyce, ovvero da “Dublinesi” puro sangue…!!!
Ma, c’è un ma…
Ed anche un però…!!! ^______________________^
Visto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il proverbiale mare, qualcuno, all’ultimo momento ha lanciato la proposta di un giro in pulman per una parte del tempo rimanente…
Si trattava di persone cui, per un motivo o per l’altro, quattro ore in giro a piedi facevano venire gli incubi anche in piena mattina…!!!
Subito c’è stata una “sollevazione popolare” da parte di coloro che, contando proprio sulla mattinata in libertà, un po’ in stile “Baby Birba” irlandese, aveva progettato tutti i giri che avrebbe voluto, e dovuto, fare…!!!
Giri che, seguendo il nuovo programma, sarebbero stati impossibili da fare nella rimanenza di tempo di, sì e nò, un paio di orette…!!!
Quindi tra i nostri “ribelli” c’è stato un conciliabolo, più d’uno a dire il vero, e tira e molla, tira e molla, si è deciso di partire per i nostri (eh sì, potevo io non far parte dei “rivoltosi”???) giri lasciando il resto della compagnia al suo giro in pulman…!!!
Lasciati scendere nei pressi del Trinity College, dove ci si è accordati di ritrovarci per le tredici e un quarto, tredici e trenta massimo, ora fissata per la partenza alla volta dell’aeroporto, prima tappa del rientro, siamo partiti per i nostri ultimi giri della splendida Dublino (se mai dovessi mancare da casa provate a cercarmi lì e, al novantanovevirgolanovantanoveperiodicopercento mi ci trovate!!!)!!!
Se non dovessi essere lì altre possibili mete della mia fuitina potrebbero essere: Londra, Edinburgo, Vienna, Barcellona o Madrid…!!!
Digressioni fuggitive e fuggevoli a parte, una delle nostre mete, la prima è stato il Museo di Storia Naturale...
Il Museo però andava trovato…!!!
Ci era stato detto dalla guida, non Rosaria che era dovuta andarsene a causa del Vento dell’Ovest che le aveva scoperchiato il tetto della casa, ma la sua sostituita di giornata, Antonella, che era “in zona”; “in zona” dove però non era dato saperlo…!!!
Quindi eccoci lì a chiedere a destra e a manca…
Compito che, grazie al mio inglese masticato, o ciancicato come è forse più corretto dire (!!!), è spettato a me…!!!
Solo che provate voi ad intavolare un abbozzo di conversazione quando i vostri compagni di viaggio corrono manco avessero le schiere infernali alle calcagna muniti di forconi e lanciafiamme!!! ^_______________________________^
Comunque sia, dopo che la fretta degli altri ribelli dublinesi mi ha fatto saltare un abboccamento con una graziosa indigena, cosa che più di tutte mi è spiaciuta, alla fine siamo giunti a destinazione…!!!
E, sapete una cosa???
Era davvero “in zona”…!!!
Infatti ci siamo fatti il giro di una decina di isolati in tondo per scoprire, alla fine della fiera, che il tanto ricercato Museo, si trovava, al massimo, a cinquecento metri dal nostro punto di partenza…!!!
E ad un centinaio, forse meno, dal primo incrocio attraversato…!!!
Ah…!!!
La fretta!!!
Che pessima consigliera!!!
Abbiamo, in quell’oretta, messo in pratica, quanto Guareschi fa affermare a Peppone ne “Il compagno Don Camillo” riguardo le chiese in Russia: “Libertà di culto, con l’obbligo di fare un po’ di sport”…!!!
Ecco…!!!
Per noi si è trattato di “Libertà di acculturarci, con l’obbligo di fare un po’ di sport”…!!!
Il giro è poi continuato in senso più spendaccionifero in giro per acquisti…!!!
Ma, insomma…!!!
Si era pur sempre a Dublino a fare queste spese e quindi, tra un negozio e l’altro, c’è stata la possibilità di gustarsi alcuni meravigliosi scorci della Capitale irlandese; il che, per rubare un’altra espressione al Grandissimo Giovannino Guareschi, è stato “bello e istruttivo”…!!! ^____________^

"La gloria dell'alba" di Massimo Tessitori

di Massimo Tessitori

Puoi volare, raggiungere il cielo
è il sorgere della gloria del mattino
gridalo, urlalo, gridalo di nuovo: stiamo tornando in vita
da "Rise of the morning glory" degli Edguy

I cumuli-nembi all’orizzonte sembrano il confine tra due mondi diversi. La loro sommità, illuminata da un sole nitido, somiglia a una catena di montagne innevate, altissime ma come morbide.
La faccia inferiore, invece, piatta e scura, proietta un’ombra che sembra ingoiare il mondo fondendolo in toni di grigio; sembra quasi il limite oltre il quale il cielo terso e il terreno dai vivaci colori autunnali cessano di esistere.

Lui osserva la elegante sagoma da anatra di Lei, il collo proteso in avanti, le ali forti che divorano distanze immense. Non vede segni di esitazione quando lo stormo inizia a salire di quota, passando tra le valli di quel paesaggio morbido e candido su cui sembra quasi di poter appoggiare le zampe palmate.
Questo non è il primo temporale che incontrano migrando. La prima volta fu un anno prima. L’immagine che si offre ai suoi occhi è quasi uguale, ma le sensazioni che ispira oggi non sono più le stesse di allora.
Volando, un’anatra ha molto tempo per rivivere il passato.
Ricorda la sua nidiata. Le sue tre sorelle dalle delicate e femminee striature marroni, la bella testa dai cangianti riflessi verdi di suo padre, e sua madre, affascinante e tenera.

Quel giorno, galleggiando pigramente sul loro stagno natio, guardavano i grandi stormi che solcavano il cielo tutti nella stessa direzione, verso il sole di mezzogiorni sempre più malati. Migliaia di richiami risuonavano lontani, mentre nuove anatre lasciavano il suolo aggiungendosi a quel rito collettivo.
Lui capiva vagamente che qualcosa stava cambiando nell’aria, nel sole, nella vegetazione, in loro stessi. Ma cosa?
Ricorda uno scambio di sguardi tra mamma e papà, poi verso di loro, poi ancora verso uno stormo che stava per sorvolarli.
Un lampo di decisione attraversò i loro occhi. Chiamando la loro nidiata a gran voce, i genitori decollarono, prendendo la rincorsa sulla superficie dello stagno e innalzandosi con grandi colpi d’ala.
Papà! Mamma!
Anche i quattro anatroccoli decollarono, faticando a star loro dietro. Li seguirono mentre manovravano per aggregarsi ad uno dei bracci a V dello stormo.
Quando fu il suo turno di prendere posizione, Lui si accorse subito che, in formazione, battere le ali gli costava meno fatica.
Con la coda dell’occhio, vedeva lo stagno della sua infanzia farsi sempre più piccolo, mentre l’orizzonte, sempre più ampio, sempre più circolare, gli lasciava intuire un mondo di una vastità che non aveva mai sospettato.
Il primo giorno di quell’avventura il cielo in quota era terso, con un piacevole contrasto di caldo e di freddo.

Di tanto in tanto, un’anatra lasciava la posizione di testa dello stormo e scivolava volando sotto di loro, verso la sua destra, finché lui vide con sorpresa che anche suo padre lo faceva.
Restò indeciso, ma sentì il richiamo di sua madre. Ora era lei in testa allo stormo. Vi rimase per un po’, poi anche lei si portò in coda alla formazione.
La sorella alla sua sinistra si ritrovò, imbarazzata, a guidare il volo; dopo pochi secondi, scivolò seguendo il movimento dei suoi genitori.
Ora toccava a lui. Cosa doveva fare? Lasciò la sua posizione quasi subito, seguito ad ala dalle altre due sorelle, e tornarono ad accodarsi come all’inizio di quel viaggio.

Volarono senza interruzioni, sopra monti e pianure che ricorda ancora in ogni dettaglio.
Vide il sole spostarsi lentamente verso ponente e, con sua preoccupazione, sparire all’orizzonte senza che lo stormo accennasse a scendere per riposarsi.
Una sorella in volo alla sua destra gridò un richiamo supplichevole, restando un po’ indietro e scendendo di quota. Anche lui lasciò la formazione, chiamando i suoi genitori verso il suolo.
Loro li richiamarono a gran voce. Tutto lo stormo li richiamò, senza accennare a deviare. Nessun altro intendeva scendere. Così loro due rientrarono in formazione, riscoprendo amaramente quanto più faticoso fosse volare lontano dai benefici vortici dei battiti d’ala di un compagno di volo.

A mano a mano che l’oscurità calava vide, al suolo, puntini di luci bianche ed aranciate disporsi in macchie e in file come le gocce di rugiada mattutina su una ragnatela. Altri lontanissimi puntini bianchi o rossi scorrevano su percorsi fissi e ramificati ben visibili.
Il chiarore della luna illuminava il cielo terso; dov’era scomparso il sole, lontani cumuli di nuvole sembravano delle increspature argentee sull’orizzonte.
Il riflesso evidenziava dapprima le lontanissime e minuscole onde di una enorme distesa d’acqua; al di là, una cornice di terraferma si andava assottigliando in distanza fino a svanire.
Poi, col passare delle ore, toccò a tanti specchi d’acqua, minuscoli e sparsi davanti a loro, rivelarsi con un luccichio sotto la luna.
Prima di allora non aveva mai dedicato attenzione al cielo notturno. Certo, aveva visto le stelle, puntini immobili di luce, prima di reclinare la testa sotto l’ala per dormire. Quella notte invece tutte le stelle acquisivano un nuovo significato, e cominciò a intuire che la loro immobilità, la loro casualità erano solo apparenti. Le osservò, pian piano, sorgere all’orizzonte alla sua sinistra, alzarsi e compiere un lentissimo arco fino all’orizzonte alla sua destra.

Anche nella notte lontane file di uccelli volavano davanti a loro, accanto a loro, tutti nella stessa direzione, palpitanti nella luce lunare al ritmo ben familiare del battito d’ali.
Lui non capiva questo rituale collettivo. Stavano fuggendo da qualcosa? Dal freddo? Dal cambiamento? Che freddo può mordere più di quello in cui stavano volando quella notte? Che cambiamento può essere più grande del lasciare lo stagno in cui avevano sempre vissuto?

Al mattino, quando il sole schiarì nuovamente l’orizzonte a sinistra in delicate tonalità rosa-arancio, lui sapeva quanto può essere lunga una notte. Eppure lo stormo continuava a volare nella stessa direzione.
Le ore passavano. Il sole li guardava sempre più distante, nonostante gli stessero volando incontro.
Una delle sorelle diede una voce e lui le fece eco, assieme a tutta la nidiata. Mamma, papà, cos’è questa follia? Un giorno e una notte di volo senza interruzioni… perché?
Il richiamo deciso dei genitori mise fine alla loro rimostranza: si volava ancora, dritti, fino a… fino a dove?
Ore sempre nuove scorrevano sempre uguali. Territori sempre nuovi scorrevano sotto di loro, con le loro montagne, i loro prati, i loro boschi. Reti di immobili fiumi grigi, solcati da flussi di puntini molto più piccoli di formiche, si stendevano come disordinate ragnatele sul terreno.
E forse niente di quello spettacolo era casuale, ma loro potevano solo guardare e imprimersi quegli scenari mutevoli nella memoria.

Pian piano, di fronte a loro si profilò un fronte nuvoloso, stagliato contro quell’orizzonte che non era mai stato così lontano.
Con il passare delle ore le nuvole, da sottili increspature all’orizzonte, si stavano lentamente trasformando in un tappeto di catene montuose bianchissime. Al disotto, invece, sembravano ingoiare cielo e terra in un’ombra grigio scuro che mangiava i colori e le immagini.
Si stavano avvicinando sempre di più a quella visione inquietante. Vide stormi lontani, davanti a lui, entrare in quell’ombra e smettere di vibrare al sole per fondersi in essa.
Altri stormi stavano salendo di quota. Ma come riuscire a scalare quelle immense montagne bianche che sempre più incombevano sopra di loro?
Si accorse che anche il loro capo formazione stava prendendo quota. Con una serie di quack di protesta, lo stormo si divise in due; vide una decina di anatre adulte aumentare il ritmo dei loro colpi d’ala e lentamente rimpicciolirsi, stagliate contro il cielo soprastante ancora azzurro.

Poco dopo le montagne di nubi, viste dal basso, mostravano sempre più il loro lato grigio.
Il momento in cui il sole scomparve, celato, fu l’inizio della paura.
Mamma, papà! Cosa può essere più spaventoso di questa bocca grigia e fredda dove le immagini sfumano a pochi chilometri di distanza? E’ questa la nostra meta, o è il becco di un’enorme creatura che ci divorerà come noi divoriamo girini e insetti?
Dopo l’ombra, il vento. Folate forti e improvvise facevano oscillare la formazione come ondate di pazzia.
Lui si sforzava ogni volta per riprendere la posizione accanto a sua sorella.
Davanti a loro, un fulmine molto vicino attraversò il cielo da parte a parte, e per un istante il frastuono coprì ogni pensiero, ogni richiamo.
Dopo il vento, la pioggia. Pioggia da tutte le parti, anche dal basso, veniva portata loro dalle raffiche sempre più violente.
Si chiamarono. Vide suo padre, alla testa, che virava a sinistra abbassandosi di quota.
Una folata spezzò la formazione, ma per fortuna, dopo un attimo di panico in cui turbinarono i richiami, Lui riprese il contatto visivo con i genitori.
La campagna era tutto un acquitrino rotto e increspato dal vento, che rifletteva i lampi con mille brillii caotici.
Presero terra in un pantano solcato da fossetti paralleli. Si chiamarono. Si contarono. Mancava una sorella, l’ultima della fila.
Gridarono, cercando di sovrastare il vento e lo scroscio con le loro voci da papere, e furono premiati da una risposta. Continuarono a chiamare, e dopo un po’ videro la figura di un’anatroccola arrancare verso di loro sul campo arato. La famiglia era di nuovo al completo.
Non c’era tempo per festeggiare. Poco in là c’era una tettoia che scricchiolava lamentandosi degli schiaffi del fortunale. Sotto si vedeva una grande sagoma immobile, come un enorme animale arancione in attesa silenziosa.
Suo padre si avvicinò, coraggioso. Gli anatroccoli lo seguirono esitanti, ma quando furono vicini anche loro capirono che i due occhi vitrei, la bocca nera e piatta, gli artigli immobili e lucenti non appartenevano a qualcosa di vivo.
Seguirono il padre sotto quella cosa, sotto le sue ossa fredde e scure, sorrette da grandi ruote immobili. La sua ombra aliena le nascose un po’ agli spaventosi bagliori del cielo. Da quel riparo Lui osservò fuori, senza più dire un quack, quel giorno che non sembrava più un giorno.
Aveva freddo, aveva fame. Tutti loro avevano freddo e fame. Le loro piume arruffate li proteggevano un po’ dal vento feroce che ululava come un predatore.
Papà, per primo, nascose completamente la testa sotto un’ala, poi tirò su una zampa, restando piantato sull’altra. Così fece capire alla nidiata che era finalmente arrivato il momento di dormire, anche se era ancora giorno, anche se a pancia vuota.
La notte passò in un sonno dapprima agitato, poi profondo e ristoratore.
Lui ripercorse in sogno tutto il viaggio all’indietro, fino allo stagno rassicurante che lo aveva visto nascere, nuotare e poi spiccare i primi voli.

Quando i richiami lo svegliarono, Lui alzò la testa e aprì gli occhi su un’alba dorata, tersa e gelida. La prima briciola di sole arancione apparve all’orizzonte, crescendo di istante in istante.
La luce si sparse sul terreno, facendo baluginare le mille pozzanghere nei campi e nei prati.
Tutte le anatre tornarono a cantare il loro saluto al giorno, al sole, al proprio stormo. Da poco lontano altri canti risposero.
Si sgranchirono i colli anchilosati facendoli oscillare prima di lato, poi in avanti e indietro.
Quindi si avventurarono fuori dal riparo di quella finzione di animale che dai suoi occhi di vetro grondava gocce come cristalli, come lacrime versate per non essere mai stato vivo.
Tornarono ad allargare e sbattere le ali, rattrappite dal sonno, e a intonare il loro canto all’alba.
Altri canti echeggiavano in distanza, mentre si vedeva qualche fila di puntini marroni lasciare il suolo senza smettere di chiamarsi.
Suo padre spiegò le ali maestose, poi decollò continuando a chiamarli, e in un attimo furono tutti con lui, riprendendo quota verso quel cielo nuovamente amico.

OLTRE L'ORIZZONTE: BUDAPEST

<<Ultima chiamata per il volo MA431... imbarco immediato!>>
Due hostess della Malev ci danno il benvenuto a bordo. Dal piccolo oblò del Boeing vedo le mie Grigne chiudere l'orizzonte. Tra pochi minuti volerò oltre quell'orizzonte. Dopo quasi vent'anni varcherò di nuovo quell'orizzonte.
E sento l'adrenalina agitarsi dentro di me, forse sono anche un po' teso, ma felice. Fabio è più rilassato e sprizza entusiasmo da tutti i pori.
Dopo circa un'ora e mezza di volo il Boeing inizia ad abbassarsi, buca una coltre di nubi, fuori è tutto grigio e giù a terra si intravvede del bianco. E' neve!
Budapest ci accoglie così, sotto un velo di neve.
Budapest!
E non mi par vero! Ho davvero varcato il mio orizzonte. Sono a Budapest!
<<Ok, Aubi, ora dobbiamo prendere il bus 200E, poi il metrò... linea blu... linea gialla... Kobanya... Deak Ferenc Ter...>>
<<Ok.>>
Fabio ha pianificato tutto nei minimi particolari. Ha speso tutte le sue pause di lavoro per organizzare questo week-end a Budapest. Regolarmente ogni giorno mi inondava di mail ricche di spunti, informazioni, curiosità, alberghi, locali...
Dai finestrini del 200E vedo sfilare un paesaggio abbastanza familiare, fatto di capannoni e centri commerciali: Saturn, Leroy Merlin, Decathlon... Enormi pannelli pubblicizzano “Intimissimi! Lo immaginavo meno “occidentale” questo paese che fino a non molto tempo fa stava oltre La Cortina di Ferro.
Sul bus, gremito, si mescolano lingue diverse. Un uomo di mezza età, che tiene tra le gambe una sporta da cui trabocca verdura fresca di vario tipo in ordine sparso, conversa disinvoltamente in inglese con due giovani donne orientali. Su una guida avevo letto che qui la lingua inglese è conosciuta, ma non parlata, invece qui la parlano tutti, e bene, giovani e meno giovani. Nei negozi e nei locali parlano anche italiano.
La linea blu del metrò, ha un aspetto magari un po' cupo, freddo, ma è veloce e sferraglia paurosamente. La linea gialla è più accogliente, ha vagoni piccoli, sembra il metrò di un parco divertimenti. E' la seconda metropolitana, per antichità, del Vecchio Continente: risale al 1896.
Rimettiamo il capo in superficie nel cuore di Budapest, anzi a Pest, per l'esattezza: perché questa metropoli è formata dalle città di Buda e di Pest, che si guardano dalle opposte rive del Danubio, e anche da altre città più piccole, tra cui Obuda. I marciapiedi di Terez Korut brulicano di vita sotto la neve. La strade sono pulite e il traffico si muove ordinatamente senza intralci. Milano una settimana più tardi finirà paralizzata per pochi centimetri di neve.

OLTRE L'ORIZZONTE: BUDAPEST - Arrivo a BudapestOLTRE L'ORIZZONTE: BUDAPEST - Arrivo a Budapest

Pest è il cuore pulsante, l'anima commerciale; Buda la parte storica, sta su una collina, dominata dal possente castello dove dimorava la principessa Sissi, molto amata dal popolo ungherese. Una storia antica fatta di migrazioni, la popolazione è di stirpe ugro-finnica, di invasioni e dominazioni: dai Romani ai Russi, passando per Turchi, Musulmani e tedeschi. Ognuna ha lasciato il segno. E qui a Buda è evidente quello lasciato dall'Impero Austro-Ungarico.

OLTRE L'ORIZZONTE: BUDAPEST - Buda e il DanubioOLTRE L'ORIZZONTE: BUDAPEST - Buda e il Danubio

Percorriamo il bellissimo Ponte delle Catene sul bel Danubio, che non è blu, bensì marrone, e visitiamo Buda ormai al calar della sera. Sotto la luce dei riflettori e la neve che continua a cadere, la città coi suoi monumenti assume un aspetto da paese delle favole, in particolare il Bastione dei Pescatori, che richiederà molto lavoro alle nostre fotocamere.

OLTRE L'ORIZZONTE: BUDAPEST - Il Bastione dei Pescatori - EsternoOLTRE L'ORIZZONTE: BUDAPEST - Il Bastione dei Pescatori - Esterno

OLTRE L'ORIZZONTE: BUDAPEST - Il Bastione dei Pescatori - ScalinataOLTRE L'ORIZZONTE: BUDAPEST - Il Bastione dei Pescatori - Scalinata

Tra un monumento e l'altro, vecchi palazzi ospitano bar e locali tipici: in vetrina dolci e brioches di smisurata grandezza. Ci impegnamo a resistere, ma... buone!
E' metà dicembre, anche qui Natale è nell'aria, ma non c'è la stessa frenesia consumistica come da noi. Le vie e i viali di Pest sono addobbati di luci natalizie in modo uniforme, che conferiscono alla città un aspetto di sobria serenità, intimità e calore, perchè non si mescolano a quelle difformi di singoli cittadini. Ed è tempo di mercatini natalizi: gremiti di folla che gira tra prodotti artigianali e dolciari, reggendo un boccale di vin brulè. Non possiamo essere da meno: accompagniamo il nostro boccale di vin brulè, con salsicciotto, patatine e... fiocchi di neve!
Vaci Utca è la via dello struscio. Ci sono le vetrine con i migliori marchi della moda, botteghe di souvenir, ristorantini dove mangiare una classica “Soupe of Goulasch” e piccoli locali tipici. Il sabato sera è tanto affollata quanto inverosimilmente deserta la domenica sera. I pub e i bar sono piccoli locali in vecchi palazzi d'epoca, a volte nei seminterrati. Quasi ovunque è possibile connettersi a internet e molti giovani si attorniano a un computer sul tavolino. La nota stonata è che è permesso fumare.
Budapest è anche e soprattutto un'importante stazione termale. Le sue fonti venivano sfruttate già dagli antichi Romani. E non si può andar via da Budapest senza essersi immersi in una delle sue piscine. Ci sono terme con ingressi separati per uomini e donne, ci sono terme per i gay e terme per tutti. Noi scegliamo le Szechenyi, per tutti. Con circa 15 euro, compreso il nolo della salvietta, la sauna, i massaggi, ci si può passare tutta la giornata. E fare il bagno in piscina, all'aperto, mentre nevica... non ha paragoni!
Ma la Budapest del periodo comunista? Relegata nella fortezza, adibita a museo, sulla collina di Buda; lì sono raccolte statue e monumenti di quell'epoca. Un'altra parte di quella Budapest, ci appare dai finestrini di un bus, mentre lasciamo l'isola Margherita (sferzata da una bufera di vento gelido), in lontananza vediamo la periferia fatta di enormi palazzi tutti uguali, tutti grigi lasciati lì dal dominio sovietico.
Dai finestrini dell'aereo Budapest occupa tutto lo spazio sottostante. Da qui mi porto via la voglia di viaggiare, di conoscere posti e genti diversi, la ritrovata voglia di fare fotografie. Mi porto via l'immagine di un paese più occidentale di quanto si possa immaginare. Mi porto via l'ordine, la pulizia, la serenità di questa grande metropoli.

OLTRE L'ORIZZONTE: BUDAPEST - Partenza da BudapestOLTRE L'ORIZZONTE: BUDAPEST - Partenza da Budapest

"Frontiere" di Lorenzo Perego

di Lorenzo Perego

Ricordo l'atmosfera nebbiosa e silenziosa della dogana di Fernetti. ricordo Gorizia, e i miei passi in piazza transalpina, dove il muro era già stato abbattuto, ma dove i passanti mi dicevano: "attento, puoi arrivare solo fino all'entrata della stazione, dentro ti chiedono i documenti". sembrava tutto così surreale, vedere di qua l'italia col suo stile, i suoi cartelli, le sue strade; di là la slovenia già diversa, una lingua nuova che parlava della stessa città, Nova Gorica. in alcuni passanti si sentiva la freddezza, l'insofferenza. "apriranno la frontiera, sì. tutti di qui, cani e porci." altri invece stavano lì e guardavano i binari di Nova Gorica, un signore coi capelli ormai ingrigiti fissava la stazione coi suoi occhi grondanti lacrime di storia...e mi diceva di quando giocava vicino ai soldati col mitra carico, sospirava come anelasse a ricongiungersi con quella jugoslavia che è ancora italia, quella slovenia che si riprende la storia, quell'italia con un'altra favella, quella terra che una volta era tutta austria. sospirava come anelasse e non osasse.
la targa al centro della piazza parla di unione, di unire qualcosa che non si separò per sua volontà, ma che dovette subire il volere di altri. non so ieri in quella piazza quante mani si saranno strette, quanti corpi abbracciati a cavallo del confine. parola che si dissolve, confine...parola che quando la varchi, è già passata e andata. tra molti anni forse neanche i dizionari la accoglieranno, come già l'hanno respinta gli abitanti di Europa, terra ben irrigata sotto la tonda luna, dea che ci abbracciava tutti, prima che noi suoi figli costruissimo muri sul suo corpo di donna.
già eri nata, Europa, sotto la violenza del re degli dei. i tuoi figli hanno restituito alla storia la violenza del loro alto padre.
ma oggi forse noi germogli di nuova prole, siamo finalmente capaci di esser sazi di guerre e lutti, e di ballare la notte sotto la costellazione del padre da cui discendiamo.

"I Guardiani della Notte" di Riccardo Mainetti

di Riccardo Mainetti
Barcellona, la canicola e commoventi guardie notturne

Stavolta il nostro Giro del Mondo in non si sa quante storie ci porta in Spagna...
L'anno scorso infatti la mia vena di Giramondo e, soprattutto c'è da dire ad onor del vero, la mia combriccola di Allegri Gitanti, mi ha portato a fare un viaggio che ha toccato alcune delle più belle ed affascinanti città spagnole...!!!
Si è andati dal sud della Spagna, Granada e Siviglia ad esempio, in cui "regnava" un caldo stupendo, visto dal mio punto di vista (!!!), degno del Deserto del Sahara, con temperature diurne ampiamente sopra i 40 °C, tanto che in alcuni negozietti erano in vendita magliette sulle quali campeggiava la famosissima formula di Albert Einstein E = mc^2, dove il cosiddetto "accento cappellino" sta ad indicare l'elevamento a potenza (il programma che uso è fantastico per scrivere i racconti e pubblicarli "in presa diretta sul blog ma non ho trovato il modo di posizionare i caratteri all'apice!!!)...
Scusate riparto da capo perchè altrimenti mi perdo...
Niente paura non comincio la storia intera solo il "pensierino" delle magliette...
Dunque...
Su queste magliette la formula di Einstein era "tradotta" in Espana = mucho calor^2...!!! ^_______________________________________^
Lasciato il sud della Spagna ci siamo spostati in zone a clima più mite, clima che venendo da quelle zone "desertiche" pareva essere freddo...!!!
L'ultima tappa di questo nostro viaggio, che ci ha portati a visitare ad esempio, Toledo, Madrid e Saragozza, è stata nella splendida Barcellona...!!!
Qui tra giri guidati della città con visite ai principali monumenti di Gaudì e dei luoghi più caratteristici e passeggiate in libertà abbiamo trascorso due giorni fantastici...!!!
L'ultima sera, dopocena, a me e ad un gruppo di compagni di viaggio, è venuta l'idea di farci un ultimo giretto nei pressi dell'albergo...!!!
Albergo che era posto nelle immediate vicinanze di due delle "Case di Gaudì": la Casa Batlò e la Casa Milà ed a pochi minuti dalla famosa Rambla e quindi in una delle zone, non solo più centrali ma anche più belle della splendida città catalana...!!!
Città che, come ho già avuto modo di dirvi in una precedente storia, è una delle città in cui, se mai dovessi sparire, potrete provare a cercarmi o immaginarmi...!!!
Bene...!!!
Quella sera mentre si stava rientrando dal nostro giro digestivo, nei pressi della Casa Batlò, abbiamo assistito ad una scena straordinaria nella sua semplicità...
Una senzatetto che, comparsa praticamente dal nulla, si è andata a sistemare sopra ad una panchina ed ha cominciato a prepararsi il giaciglio per la notte con alcuni cartoni.
Dalla sua "postazione" l’ho immaginata come una specie di "Guardiana della notte barcellonese" la quale, quando tutti gli altri dormono ritirati nelle proprie case vigila con la propria presenza in modo che la notte possa essere tranquilla.
E come lei anche altri suoi "colleghi di strada", ognuno dalla propria "postazione".
La notte perchè poi di primo mattino, come mi è stato detto da qualche "avventuriero" del nostro gruppo, prima del sorgere del sole, lascia il proprio "posto di guardia" scomparendo tra la folla che comincia a gremire le strade di Barcellona; pronta a ritornare la sera per riprendere il proprio posto di vedetta...!!!
Riccardo Il Giramondo

"La Casa Milà" di Riccardo Mainetti

di Riccardo Mainetti
Barcellona e le sue meraviglie, raccontate da Riccardo il Giramondo
Eccoci di nuovo a spasso per Barcellona...
Stavolta "a caccia di curiosità"...!!!
Uno degli obbiettivi degli scatti miei e dei miei Allegri Compagni di viaggio è stato, tanto nelle visite con guida che nelle "Scorrerie in libertà" la famosissima Casà Milà...!!!
Questa è una delle costruzioni del Geniale Architetto Antoni Gaudì sparse per tutta Barcellona...!!! ^____________________^
Legata a questa casa c'è una curiosa e gustosa storiella che, se volete, vi racconto...!!!
Che dite???
Volete???
Benissimo!!!
Allora cominciamo...
Dovete sapere che in Spagna, oltre alla guida che ci ha seguito e ha atteso tutti i nostri bisogni, il protocollo
prevede che ci sia, città per città, un’ulteriore guida locale incaricata di illustrarci le meraviglie locali...!!! ^___________________^
Insomma vige il detto: "Città che vai, guida locale che trovi"...!!! ^_________________________________^
Dunque...
Non disperdiamoci in centomila miliardi di rivoli e rivoletti e torniamo a parlare della Casa Milà e delle sue curiosità (ed ecco qua una bella rima!!!)!!!
Allora...
La Casa Milà fu progettata e realizzata da Gaudì su "richiesta" di Pere Milà.
All'inizio era stata concepita come un monumento alla Vergine poi, visto e considerato il periodo storico, si decise di abbandonare il progetto e così la Casa Milà diventò un palazzo d'appartamenti.
Un giorno però Pere Milà morì e gli sopravvisse la moglie che non era pro Gaudì come lo era stato il marito...
Anzi...!!!
La signora cominciò uno scontro quasi all'arma bianca con l'architetto per via delle decorazioni che lei non riteneva sufficientemente belle e degne di tale costruzione...!!!
De gustibus con quel che segue come dicevano i latini...!!!
Ma non ci furono solo queste diatribe circa le decorazioni...!!!
Nooooooooooo...!!!
Tempo dopo la signora lasciò l'appartamento che Gaudì aveva riservato a lei ed al marito...!!!
Un appartamentino di "soli" 1200 metri quadri che occupava l'intero primo piano...!!!
E sapete perchè la signora lasciò il suo "monolocalino"???
Forza...!!!
Indovinate un po'!!!
Cedete???
Allora ve lo dico io...!!!
La signora, all'atto di lasciare il proprio "buchetto", disse che se ne andava perchè in quell'appartamento non riusciva a fare entrare il suo pianoforte...!!!
Evidentemente si doveva trattare di un mastodontico pianoforte "a codona lunga lunga lunga"!!!

"La rossa" di Riccardo Mainetti

di Riccardo Mainetti
di nuovo la Spagna con gli occhi e la scrittura di Riccardo il Giramondo

No, niente fidanzate in stile Rita Hayworth...!!!
La Rossa del titolo è uno dei più bei palazzi spagnoli...
La Alhambra...!!!
Perchè allora ho titolato questa storia spagnola "La Rossa", vi starete chiedendo...?!?!?!
No, nessun ammattimento da parte mia...!!!
Non più di quanto già non sia comunque...!!!
Il motivo è presto detto...
Ho titolato questa storia "La Rossa" perchè così si chiama, nell'italica lingua, questo fantastico palazzo...!!!
Si tratta di una costruzione di stile moresco, come ci ha diffusamente spiegato la nostra strepitosa guida locale, come ricorderete in Spagna era d'obbligo che la "Guida Generale" del gruppo fosse affiancata, città per città, da una Guida Specifica Locale, Manolo.
Quindi, in una mattinata radiosa eccoci tuffati nelle Mille ed una Meraviglia di questa antica fortezza...!!! ^____________________^
Qui, tra un panorama e l'altro , e tra un'immersione nel verde più brillante ed un'altra negli splendidi cortili e patii abbiamo trascorso una fantastica mattinata di fotografia, cultura e storia antica granadese (si dirà così? Boh!!!)!!!
Tra le curiosità che Manolo ci ha rivelato circa l'Alhambra, così chiamata perchè realizzata con un tipo di pietra che, al tramonto, conferisce alla costruzione una tonalità rossa, ce ne sono un paio relative all'arredamento d'interno dell'Alhambra...
I pavimenti innanzitutto realizzati in terra cotta e lasciati spogli per mantenersi freschi, caratteristica questa molto apprezzata specie in luoghi CALDI (!!!) com'è Granada...!!! ^___________________________________________^
Poi le piastrellature delle pareti poste ad altezza stinco in modo da poter essere utili alle persone, soprattutto uomini visto che le donne avevano il loro luogo di ritrovo, per così dire, che si sedevano nella stanza e che appoggiandovi la schiena potevano godersi un ulteriore refrigerio...!!!
Poi, altra curiosità rivelataci dal sapientissimo Manolo è quella che riguarda i colonnati dei cortili ...
"Come mai alcune colonne sono singole, alcune doppie ed alcune altre triple?", ha chiesto uno dei miei Compagni di Viaggio.
"Il motivo di questo fatto", ha risposto Manolo, "è legato al fatto che gli architetti arabi, nelle proprie costruzioni si ispiravano al mondo naturale. E quindi, visto che in natura le palme non crescono tutte ad una ad una ecco che gli architetti arabi incaricati di progettare e realizzare l'Alhambra hanno deciso di ispirarsi proprio a questa particolarità nella realizzazione di questi colonnati!!!"
Un'ultima "chicca"...
Mentre ci trovavamo in una sala e stavamo ammirando i motivi decorativi di certe piastrelle che correvano per l'intero perimetro della sala, motivi perfettamente identici una piastrella con l'altra, ed alcuni di nuovi si stupivano di questa assoluta precisione e si dicevano: "Eh!!! Certo che gli architetti arabi che hanno realizzato questo posto...!!!", Manolo se n'è uscito con una rivelazione sorprendente: "Ho sentito che alcuni di voi parlavano delle piastrelle che decorano questa sala, ammirandone la maestria della realizzazione e chiedendosi i tempi di realizzazione di tale lavoro. Bene! Dovete sapere che ai tempi in cui venne realizzata l'Alhambra gli arabi erano impegnati in varie guerre e battaglie e quindi il tempo da dedicare ad altre faccende scarseggiava; quindi gli architetti cos'hanno fatto? Hanno realizzato la prima delle piastrelle di questa stanza, poi ne hanno fatto un calco e con quel calco hanno proceduto a decorare il resto della stanza, riuscendo ad ultimare l'opera molto velocemente!!!"
Praticamente hanno dato vita al primo copia-incolla della storia!!!
E poi c'è qualcuno che afferma che "Certe cose (specie quelle rese famose dall'avvento dell'informatica) una volta non c'erano!!!"
Scommettiamo??? ^__________________________________________________________^

"Monterosso" di Lorenzo Perego

Il piazzale era spartano, rustico, lastricato alla buona con lastroni di cemento. Quattro file di alberelli verdi lo coloravano, ed erano preludio alla vista della statua del fondatore, che svettava bronzeo abbracciato a due dei suoi piccoli orfani.
Il sole cocente stancava la vista e la mente, l’umidità rendeva insopportabile e appiccicaticcio ogni minimo movimento. Neanche un filo d’ombra per ripararsi. Intanto osservavo il ragazzo ciondolante, e il quarantenne arzillo e giovanile, che parlava in dialetto al cellulare.
Altri personaggi spuntavano, parlando lingue italiane dalle sfumature che non riuscivo ad afferrare. E sopra a tutto ancora il caldo soffocante , e i ragazzi coi loro odori di deodorante e sigarette.

Scendevamo verso il mare e l’estasi mi colse al vedere una pianta di limoni, in un giardino.
La fotografai subito e mi venne da pensare, a come davvero Eugenio Montale potesse restare d’incanto, e comporre la sua famosa poesia, davanti a questa pianta.
Il tronco forte e robusto, anche se snello, con rami sottili a sorreggere verdissime foglie. E questi frutti dorati, luminosi, che al caldo cocente mi mettevano addosso la voglia di coglierli, e spremerli: pensavo all’acqua fresca, al sapore acidulo della Liguria che scendeva a dissetare.

Ah Liguria, Liguria. Abbracciata alla collina, verde di olivi, scalata da viti e greggi di pecore. Abbracciata alla collina, quasi a fuggire dal mare, così scuro nei giorni di nuvole.

E la spiaggia, viva, piena, quasi fastidiosa.
Il mare calmo, freddo all’inizio poi tiepido.
Nuoto per liberare i pensieri, per far sentire bene il mio corpo. E dal largo la guardo, Liguria rintanata in collina.
Il sapore del sale in bocca, sulle labbra, gratta la pelle: un gusto odiato, ma tuttavia cercato, quando in città pensi di voler andare via, da angusti uffici e soffocanti fabbriche.

E finalmente le ragazze. Belle. Distese sulla sabbia. Belle. Colorate dal sole. Belle.

Senti la brezza fredda che viene dal mare, il vento inarrestabile che spazza la montagna.
Ecco la vecchia che passeggia, non si ferma davanti a niente, e chiede con insistenza le caramelle.
Ecco le lacrime che scendono sul viso della ragazza bionda. Ecco la stanchezza durante il viaggio di ritorno. Dormendo torniamo, dormendo viaggiamo.

"Terrasanta" di Lorenzo Perego

Tel Aviv è calda. L'umido è asfissiante, ti abbatte, ti si appiccica. Ma non c'è tempo per socombere. Passiamo dall'aria condizionata dell'aeroporto a quella del pullman.
Partiamo e il tragitto è secco, ma verde qui intorno. Rocce, sassi, piante bruciate dal sole, chiazze rigogliose dove l'irrigazione lavora. Pannelli solari su tutti i tetti di queste case signorili, isolati agglomerati di villette decorate, con portici, a due piani.
Altre case basse, arabe, monofamiliari, mostri di incompiutezza sorti nel disordine. Sì, tutto intorno è disordine, caotico accavallarsi di strutture e sporcizia. Discariche a cielo aperto nei dirupi, nei fossi, dimenticate, lasciate a marcire sotto abitazioni senza vetri alle finestre.
Sono già stato qui: si chiamava Malta. Lo stesso disprezzo per l'ordine e l'armonia, lo stesso rincorrersi di costruzioni incomplete, la stessa aria araba e il sole cocente.
Passano i nomi delle città, posti che immaginavo tramite il tg: Jenin, Ramla, Haifa... su una strada che credo si chiami Ytzhak Rabin.
Passano muri di filo spinato, carceri e caserme, montagne che sono colline, skyline di città che giocano ad essere moderne, che si gingillano con grattacieli ammucchiati.
Nazaret arriva senza annunciarsi, nessun cartello delimita la città, tortuosa di viette strette, ingolfata di traffico nonostante lo Shabbat. Già, il Sabato, che ci ha fatto servire un panino al tonno al sapore di pvc sull'aereo, che ci ha accolto con un aeroporto deserto, un silenzio immobile e irreale se ti concentri a respirarlo.
Ma siamo a Nazaret. Posto forse più arabo che ebreo, dove i negozi si susseguono senza sosta. Sembra che tutti vendano da mangiare, kebab e felafel ad ogni vetrina, verdure e legumi, tuguri poco ossigenati che distribuiscono unte pietanze. Gli odori sono già inconfondibili, ma i sapori mi investiranno più tardi, lo speziato della carne, l'acido delle verdure, e l'incredibile insipido gusto del pane: tutto insieme mi porta dentro Israele. Anzi, nella Palestina.
Di Israele per ora c'è quella fastidiosa sensazione di smarrimento, ogni volta che mi confronto con tutti i cartelli su cui non ritrovo lettere e alfabeti familiari alla mia mente, la sensazione di essere preso in giro da strani segni inventati. E bandiere, tante, bianche e azzurre, così pulite...

Impossibili da fissare sulla carta sono gli odori. L'albero del fico, i fiori marciti agli angoli delle strade, il profumo dell'aria calda, dell'umidità che mi bagna la pelle.
Non sono gli odori, che distinguono i paesi. Non è l'olfatto, che percepisce la frontiera. Non mandano profumi, i colori delle bandiere.

Si entra a Betlemme, il muro, il check point, il muro. Mi passa la voglia di far fotografie. La reclusione è nell'assurdo, nel taglio dei ponti, mentre al di qua se ne costruiscono per far festa.
Ma adesso l'esperienza è vera. Il cibo, il primo vero pasto palestinese. E l'emozione della kefiah. Non è solo un simbolo. Divento uno di loro. Mi salutano, mi sorridono, inneggiano a me. Qui la gentilezza è impareggiabile, la generosità incomprensibile. Meno hai, più dai.
Sono loro che vivono il vangelo, forse senza conoscerlo. Forse davvero non sei nato invano. Forse davvero questa città non simboleggia la beffa di duemila anni trascorsi.
Finalmente incontro le persone, parlo, rido, fumo, guardo, mi faccio comprendere senza fatica.
Ora l'esperienza è più vera, l'empatia per questo popolo è sul piatto, da scommettere, giocare, meditare. Non è lo stesso popolo che ho conosciuto a Nazaret, sono sorridenti nella miseria, rialzano la testa.
Ebrei e Arabi, sono più simili di quanto vogliano farci credere. Sono due facce di una moneta, due metà di un melograno, due terre che ancora devono imparare, ch ancora devono amare. Sono la famiglia di questo paese, le generazioni di due nazioni gemelle, compagne di vita da millenni, ancora non hanno fissato le regole della loro casa.

“Quale gioia quando mi dissero: <>. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!” (Salmo 121)
ho scelto queste parole perchè non ce ne sono altre. A me non ne vengono. O me ne vengono troppe. Non riesco a scrivere, non voglio fissarle. Preferisco raccontare tutto guardando le fotografie, perchè so che ogni volta che le commenterò dirò cose diverse, esprimendo sempre il mio rinnovato stupore. Per questa città, posso solo pregare, adesso. Perchè è bello, perchè me lo ispira, perchè penso a cosa farò per Lei dopo.
“Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: <>. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.” (Salmo 121)

il deserto non è di roccia, né di sabbia. È nell'anima di quei mille morti a Masada. Novecentosessantasette contro diecimila soldati di Roma. Solide mura quelle di Masada. Questa terra è da sempre assediata.
Domandalo ai beduini, i loro villaggi tagliati in due dalla superstrada. Chiedilo a Gerico. Cumulo di macerie in mezzo al deserto, dove per guadagnare qualcosa devi fare la scimmia per i turisti occidentali. Cumulo di macerie controllato con cinismo, i più poveri tra i poveri, perchè non hanno neanche la libertà, nella miseria o nell'illusione della prosperità.
Ma il deserto sa far crescere macchie di verde. Il sale del Mar Morto brucia la gola per cacciarci via, ma non ci riesce. Il nostro piede è ancora su quella roccia, nel deserto israeliano.
Torno a casa col desiderio di comunicare con queste persone, di vivere con loro. Se ancora faccio il turista, è solo per imparare a fare il viaggiatore, per capire cosa mi serve. Stavolta sono stato pellegrino.
E comunque mi servi tu, al mio fianco. Stasera penso che ti amo, è un pensiero forte, e lo voglio anche scrivere, perchè rimanga non a testimonianza, ma a dolce ricordo.