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Cosa c'è di meglio per gli amanti dei libri, come se fosse in libreria, di un assaggio del libro che considera interessante tra quelli recensiti su questo sito?

"La storia di Odisseo" di Antonio Lugli

LA STORIA DI ODISSEO

I
Il cinghiale del Parnaso
Il ragazzo si era fermato a guardare il dirupo e intanto aveva preso dalla bisaccia una manciata di olive grosse come uova di piccione. Sentì gli altri che gridavano, mentre i cani latravano, avventandosi contro la macchia dove da secoli non filtrava pioggia né sole.
Quando si volse, il cinghiale usciva con grande strepito di frasche nella radura. Il ragazzo era figlio di re, e stette fermo a guardarlo: fissò i suoi occhi in quelli minuscoli e malvagi, affioranti tra il pelo lurido del gigante.
Di lassù venivano le voci dei figli di Autolico. Odisseo sollevò lentamente il braccio stringendo nel pugno la lancia spropositata, tese i muscoli in un fascio e in quel momento i cani forsennati dilagarono nella radura. Così il cinghiale rotolò contro di lui e mentre la lancia gli penetrava profondamente nel dorso, gli sfregò la gamba con la zanna curva, appena sopra il ginocchio.
Il vecchio Autolico, apparendo come un dio corrucciato, mostrò il sottile disegno delle rughe in un riso silenzioso nel vedere il cinghiale ucciso. Poi, con un repentino e comico mutar d'espressione, accorse accanto al nipote per guardare la ferita, la prima ferita seria del ragazzo. Vennero anche i suoi figli e si dettero da fare con larghe foglie di un'erba aspra e fresca, muovendo le dita con una delicatezza che stupiva in quegli esseri avvezzi a maneggiare lance da giganti e rozze spade di bronzo.
Furono però gli incanti del vecchio Autolico ad arrestare immediatamente il sangue. Odisseo lo lasciava mentre raccontava come aveva trapassato il cinghiale.
Erano alle pendici del monte Parnaso. Il sole, stridendo come uno scudo di rame, stava per tuffarsi in mare.
Autolico, il brigante che aveva sparso il terrore in tutta la Grecia mitica, venne a Itaca quando nacque Odisseo. Sua figlia Anticlea e il buon Laerte gli avevano presentato il pargolo; Euriclea, la nutrice che allora era giovanissima e fresca, aveva posto il piccolino sulle ginocchia dell'avo, dicendo:
Autolico, trovagli un bel nome, a questo bambino, tu che hai stancato gli dèi a forza di pregarli!
Brava! E' vero! E voi mettetegli nome Odisseo, così come io sono, da buon figlio di Ermes, dio dei ladri, terrore di molti sulla terra, feroce nel furto e nello spergiuro. E quando sarà cresciuto, mandatelo da me e gli darò un regalo che lo farà contento.
Odisseo viene dal verbo <>: vuol dire <>, <>. Un brutto nome, insomma. Ma avrebbe dovuto chiamarlo Astuzia, invece. E si vedrà il perché.
Quando Odisseo ragazzo giunse a casa di Autolico, gli imbandirono un bue di cinque anni, un colosso candido che gli zii stessi avevano scuoiato, squartato e infilato negli spiedi di legno.
Erano rimasti a tavola per tutto il giorno, e Odisseo estasiato aveva ascoltato quasi incredulo i fatti di quei favolosi furfanti.
Poi erano andati a caccia.
Fra i molti doni che Odisseo aveva ricevuto dal nonno, l'unico di cui si era sempre ricordato era stata quella cicatrice con la quale era entrato da vittorioso nella vita degli uomini.

II
L'arco di Eurito
Erano passati diversi anni da quel giorno. Una notte erano giunti a Itaca su lunghi e sottili vascelli i Messeni. Balzati silenziosamente a terra, erano corsi su per il canalone, ed eran piombati addosso ai pastori di sorpresa. Li avevano spinti brutalmente, insieme con le pecore, giù verso il mare e poi sulle navi. Trecento pecore gonfie di lana e i pastori.
Quando la notizia era giunta alla casa del re, grida affannose avevano risvegliato le strette vie di Itaca e la gente era accorsa verso la piazza dove il re Laerte soleva radunare gli anziani e il popolo in ogni occasione straordinaria. Nell'aria afosa, piena di polvere e di mosche, tutti attesero davanti alla lunga casa imbiancata a calce, sfogando la collera impotente contro i predoni.
Poi venne il re e ascoltando due o tre vecchi che gli raccontavano dell'incursione, andò a sedersi sul sedile di pietra e restò ancora in silenzio, mentre il vecchio Egizio gli parlava concitatamente, mostrandogli, tra la folla, chi aveva portato la brutta nuova. Quando Egizio ebbe finito e la gente ricominciò a vociferare, Laerte si alzò e batté la lancia di bronzo sulla pietra.
Uomini, - disse – le pecore se ne sono andate e anche i pastori. Capisco il vostro dolore e lo condivido, ma si può forse inseguire i ladroni sull'aperto mare? Si può metter su un esercito e varcare quell'acqua e assalire i Messeni nelle loro terre? Manderò invece Odisseo laggiù a chiedere un riscatto e la liberazione degli uomini. Ecco quel che farò.
La gente si agitò ancora. Alcuni, i più colpiti, erano scontenti, vociavano, alzavano i pugni. Laerte batté di nuovo la lancia sul selciato e gridò:
Ho detto che manderò laggiù mio figlio! Non vi pare abbastanza, per il re? Dicano gli anziani se non è ben fatto.
Più tardi, nella stanza delle colonne, Laerte chiamò Odisseo e gli consegnò una spada e una lancia.
E' tempo che tu vada per il mondo e metta a profitto il senno, la lingua e il silenzio. Ti mando perché ti conosco – aggiunse ridendo – e m'immagino che li saprai mettere nel sacco!
Odisseo rispose al sorriso furbesco del padre. Ormai era impaziente di partire, di mettersi per quelle strade sconosciute dell'Ellade dove a ogni passo si potevano incontrare dèi, mostri ed eroi. Strade assolate e pietrose che s'immergevano a un tratto in boscaglie di olivi o travalicavano monti verdi e celesti, coronati di nebbie.
Così Odisseo partì sulla nave, giunse nel Peloponneso e, mentre attraversava la Laconia, un giorno s'imbatté in un uomo che non era uno dei soliti merciaioli ambulanti, ma poteva essere un dio nascosto sotto panni umani.
Infatti era un eroe, era Ifito, figliolo del re Eurito, e andava anche lui in cerca di ciò che aveva perduto: dodici stupende cavalle, insieme con giovani mule e puledri, che un ignoto predone gli aveva rubato. I due giovani fecero insieme un pezzo di strada e Ifito non s'immaginò mai di aver per compagno proprio il nipote di colui che gli aveva rubato le cavalle, quell'Autolico di cui si è già parlato, che le aveva poi vendute a Eracle in persona. Né s'immaginava Ifito, così facendo, di andare in bocca alla morte, perché, ritrovate le sue cavalle chiuse nelle stalle di Eracle, quando timidamente gliele richiese, scrisse la sua condanna. A nulla gli valse essere ospite del semidio (tale lo credettero in seguito, ma in realtà Eracle non era che un grosso feudatario dei tempi in cui il feudalesimo non era stato ancora inventato), a nulla gli valse sedere alla sua mensa e mangiare il suo pane. Disprezzando le leggi umane e divine, pur di non perdere quelle magnifiche bestie, Eracle l'uccise in un cieco impeto di furore.
Ma queste cose Ifito non se le poteva immaginare allora, e, sedendo insieme con Odisseo alla mensa del fratello Ortiloco, strinse con lui un'amicizia destinata a durar poco. Infatti i due uomini, il giovane e il giovanissimo, non si rividero più e non poterono rinsaldare quell'amicizia l'uno alla tavola dell'altro, mangiando lepri e pernici, che è il modo migliore per stringere amicizia.
Tuttavia, nel lasciarsi, i giovani si scambiarono le armi: Odisseo diede a Ifito la sua lancia e la spada di bronzo, e Ifito porse sorridendo al compagno il grande arco che era stato di suo padre. Odisseo, estrattolo dalla guaina di cuoio, lo guardò ammirato. Era formato da due robuste corna, saldate alla base da un fermaglio metallico. La corda, di viscere di pecora intrecciate, era poderosa e vibrante, Odisseo temette di non riuscire a tenderla, ma non volle davanti al nuovo amico darsi per vinto. Gettata la clamide per terra, si tese tutto anche lui, finché la corda, sotto la pressione delle dita, non mandò un'alta vibrazione.
Allora Ifito rise, lieto che l'arco di suo padre fosse toccato a chi ne era degno.
A Fere di Messenia Odisseo seppe agire così abilmente da ottenere il pagamento delle pecore rubate, tutte fino all'ultima, e inoltre un'indennità per lo scomodo patito. Ripartì insieme con i pastori d'Itaca, che non finivano di ringraziarlo baciandogli la veste. Appena tornato, appese l'arco nella stanza del tesoro e non l'adoprò mai per la guerra, ma solo per la caccia e durante i viaggi sul mare.

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"Ansia assassina" di Carlo Merzinger

- Mario?
- Cosa c’è?
- Sono le quattro.
- E sei ancora sveglia? – sbuffò il marito, parlando quasi nel sonno e rivoltandosi sul letto. Dormiva sopra il lenzuolo. La notte era calda. Una calda notte d’inizio estate. Ventotto gradi all’ombra della luna. La finestra era aperta e le pale del ventilatore giravano lente. Velocità 1. Giravano.
- Non è tornato? – chiese sua moglie, fissandolo dall’altro lato del letto. Portava una camicia da notte leggera, con le spalline. Le braccia mostravano un primo accenno d’abbronzatura, frutto di un paio di week end al mare e di alcune code in autostrada.
- Non è tornato? Ma hai guardato in camera sua? – borbottò un po’ più sveglio, senza aprire gli occhi. Il ventilatore smuoveva piacevolmente l’aria su di loro. Le pale giravano. Giravano.
- Non c’è. Non è tornato – sentenziò con apprensione la moglie.
- Quando torna mi sente – ringhiò il su disteso Mario, considerando con questo la conversazione conclusa e cercando di rimettersi a dormire.
- Sono preoccupata – ansimò la donna con cui condivideva il talamo nuziale da un numero ormai forse eccessivo d’anni.
- Non devi. Arriverà. I ragazzi sono così – conversare a quell’ora era un esercizio penoso. Mario non poté non pensare che le donne parlano sempre troppo e fuori luogo. In quel caso fuori tempo. Notte fonda, perdio!
- Ma aveva promesso di essere a casa prima di mezzanotte – insistette sua moglie Sara, ansiosa come ogni madre in simili situazioni.
- Avrà trovato qualche ragazzina…- disse. “Qui non si dorme più” pensò, annaspando sul lenzuolo alla ricerca del sonno perduto come un naufrago in cerca d’aria.
- Ohooo! – protestò lei - Non è da lui.
- Spero di sì. Si dovrà svegliare prima o poi – “Rieccoci a chiacchierare nel cuore della notte, diamine!” pensò. “Svegliare!” Intanto ad essere sveglio ora era lui.
- Ma è già fidanzato… con Laura. Lei a mezzanotte deve essere sempre a casa. Svegliati tu, piuttosto.
“Svegliarsi? Svegliarsi. E ormai chi dorme più!” Mario digrignò silenziosamente i denti tra le labbra serrate.
- Ne avrà trovata un’altra o avranno deciso per una volta di violare le regole – borbottò, cercando di trovare una posizione per riaddormentarsi e malmenando il cuscino. Sopra di lui la ventola girava sempre al minimo. Imperturbabile. Beata lei, la ventola: senza preoccupazioni! Girava.
- Svegliati, cavolo! – urlò sua moglie – piantala di cercare scuse. Andiamo a cercarlo – concluse categorica, accecando il marito con la luce, che esplose dal soffitto dritta nei suoi occhi.
- Ma che cazzo! – ululò lui.
- Vestiti e andiamo – ordinò la moglie.
A quel punto anche Mario aveva deciso di cominciare ad essere un po’ preoccupato, tanto per dare almeno un senso a quel fastidioso risveglio, per cui perdonò l’aggressività della moglie, agguantò la bottiglia d’acqua accanto al letto, bevve dal collo e si vestì a tastoni, con gli occhi cisposi ed incollati, avvolti da una nebbia di sonno.
Con le mogli c’è poco da discutere, con la sua poi. Se per giunta si tratta di figli! Era inutile cercare alternative, magari più ragionevoli. Ormai a Sara l’aveva presa l’ansia e non la mollava più.
Sua moglie, che di solito impiegava un’eternità a vestirsi e truccarsi quando dovevano uscire, quella volta fu più veloce di lui.
Prima di rendersene conto Mario si trovò alla guida della Scenic, con Sara al suo fianco, e prese a guidare a caso per la città.
- E ora dove lo cerchiamo?
- Proviamo da Laura.
- Starà dormendo e anche i suoi genitori staranno dormendo. Non possiamo piombargli in casa nel cuore della notte – proclamò stancamente, aggrappato al volante - Le telefono.
- E’ lo stesso. Li sveglierai – lo frustrò quell’esemplare del sesso debole che secoli prima era convolato a giuste nozze con lui (si dice così?).
- Dobbiamo fare qualcosa. Le mando un SMS. Se è sveglia lo vedrà – dichiarò perentoria Sara.
- Già… - bofonchiò Mario tra se e se – Forse è ora di comprare un cellulare a quel disgraziato di nostro figlio! – “Così almeno non sarei costretto a schizzare fuori nella notte alla sua ricerca” pensò.
- Mentre tu mandi l’SMS, io intanto vado alla polizia – decise lui, prendendo finalmente in mano la situazione. Questo forse l’avrebbe calmata. Sua moglie prendeva sempre l’iniziativa ma poi si perdeva per la strada delle buone intenzioni e cominciava ad errare a caso, finché non arrivava lui a ricondurla verso una qualsivoglia meta. Dopo tanti anni di matrimonio, questo Mario l’aveva imparato, credeva.
Guidare. Era quello che doveva fare.
Guidava.

La stazione non era vicina. Quell’attimo di lucidità che l’aveva posseduto andò sfumando, mentre sua moglie digitava impazzita SMS. Frammenti di frasi nell’etere.
Le strade erano desolatamente deserte. L’auto correva veloce, passando sotto innumerevoli impassibili semafori, gialli come cadaveri notturni. L’aria sembrava felpata, tanto era il silenzio attorno a loro.

Mario non riuscì mai a capire cosa fu a provocare quel rumore improvviso di gomme sull’asfalto e quello schianto. Un rumore immenso in quel silenzio così innaturale per una città. Un rumore urbano ma selvaggio. Uno stridore acuto ed un fragore di metallo che s’accartoccia.
Mario non riuscì a capire cosa avesse colpito la macchina, facendola ruotare su se stessa chissà quante volte, fino a quando un muro ne arrestò la corsa impazzita, facendola rovesciare. Le ruote continuarono a girare a vuoto. Giravano.
Non capì cosa fosse quella lamiera che gli trapassava il petto, fendendogli il cuore. Spezzandone per sempre il battito. Quel ritmico battito che aveva creduto inarrestabile.
E non riuscì neanche a vedere sua moglie che, scagliata fuori dalla portiera misteriosamente spalancatasi, volava troppo lontano, troppo lontano per poter atterrare, così, senza nemmeno un paio d’ali.

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"Cargo di cloni" di Piero Boi

PARTE I
CRONACHE PLANETARIE

Sta sognando, e piange di emozione, quell’ultimo dolcissimo Maithuna pomeridiano sulla
spiaggia del suo isolotto Lingua di Balena, quando un tonfo sordo e potente proietta Tuiavii
dall’amaca contro la parete metallica, poi sul pavimento di titanio. Benché stordito, corre al
posto di comando. Facta, il computer di bordo attiva tutti i display, dai quali appare chiaro
che una flottiglia di veicoli non identificabili, senza dubbio corsari, circonda il cargo
UNLTD. Altri tonfi rimbombanti scuotono la carlinga, invitando pressantemente l’aeronave
a seguire la loro rotta. Tuiavii punta deciso il lancia fotoni sulle guizzanti navette che
appena inquadrate schizzano via di 60 gradi. Spara più volte, mancandole. Le navette si
fanno più minacciose, centrando il grande schermo della cabina comando. Tuiavii sa che
stavolta si mette male davvero. La vecchia aeronave Enterprise non può più reggere ormai
un massiccio bombardamento.
Il cargo è stato battezzato Enterprise in ricordo dell’antica fortunata serie televisiva Star
Trek, con malcelata ironia, poiché della splendida astronave dalla sofisticata silhouette, non
conserva la pur minima idea. È una via di mezzo tra un immenso container e una
supercassa da morto, stile vecchio Far West, color antracite e viola sporco. Puro spazio per
merci, esattamente quattordicimila tonnellate di merce UNLIMITED all’andata,
quattordicimila tonnellate di materie prime planetarie di ritorno sulla Terra. La plancia di
comando è uno sgabuzzino dove Tuiavii a malapena si rigira. Per dormire, fa ricorso alla
sua amaca samoana, l’oggetto più attraente a bordo, dopo Facta.
Tuiavii prova ad innestare velocità altissime, fino a che la carlinga prende a vibrare
pericolosamente. E quelli, dietro. Non mollano la presa. Sta per rassegnarsi a seguirli,
quando la flottiglia si disunisce, presa dal panico. Una serie di lampi accecanti la circonda e
la squassa. Dalla direzione di Urano, una velocissima formazione da guerra della UNLTD
spara senza posa, disperdendo le navette corsare e inseguendole verso la Fascia Neutra,
dove senza dubbio andranno a rifugiarsi. Tuiavii fa inviare da Facta, pur controvoglia, un
messaggio di ringraziamento al Comandante della flotta. Risposta: «Dovere, bellezza!».
La bellezza di Facta è riconducibile al fatto che l’ingegnere ideatore le ha conferito una
parvenza piuttosto sinuosa, vagamente mariliniana, abbastanza inusuale per un computer.
Femmina, per giunta, in quanto l’ingegnere medesimo, pietosamente cosciente
dell’immensa solitudine degli astronauti, l’ha provvista di forme e fattezze femminili a dir
poco incantevoli.
Purtroppo per gli astronauti, una Commissione Tecnica bacchettona ne bloccò
frettolosamente la produzione in serie. Così, Factotum = Facta, non Verba = Facta, è
restata l’unico esemplare del suo genere. È quindi molto popolare fra la truppa e gli ufficiali
della Flotta UNLIMITED. Pare che un Alto Generale ne abbia fatto più volte formale
richiesta, alla quale Tuiavii si è sempre opposto, con minaccia di dimissioni. Quelli
dell’Ufficio Merci, considerata la grande scarsità di piloti civili, lo hanno sostenuto, con
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conseguente imbestialita reazione dell’Alto Generale, il quale fece sapere a Tuiavii che la
faccenda non sarebbe finita così. Tuiavii ne era rimasto perplesso e preoccupato per circa
due minuti, trascorsi i quali si era nuovamente gettato a capofitto nei suoi passatempi
preferiti, fra cui l’invenzione di nuovi cocktail.
Cava dal baule bombato degli effetti personali qualche foglia di prezzemolo cinese che
prende a masticare contro il mal di testa subentratogli per il risveglio così improvviso. Poi,
passa a Facta il barattolo di radici di zenzero perché gli spalmi un cataplasma sui due grossi
lividi, uno alla spalla, l’altro all’osso sacro, causati dagli sbattimenti. Mentre l’abile
computer lo unguenta delicatamente, prepara con calma il suo cocktail preferito, il ponce al
cocco (punch coco) : un bicchiere di rum rosso, due bicchieri di latte di cocco, un bicchiere
di trembu (vino di palma) e poi frammenti di cannella, chiodi di garofano, un gambetto di
vaniglia, una manciata di uva passa. In mancanza di rum rosso, dell’arrak, liquore di riso.
Gli ingredienti non mancano a Tuiavii. Può sbizzarrirsi con le migliaia di prodotti
UNLIMITED che trasporta. Basta una scorsa rapida ai display di Facta, per rintracciare ciò
che gli serve nei meandri del magazzino. Ma il trembu della UNLIMITED conserva appena
il sapore e il tasso alcolico dell’originale. Non è certo quello che Tuiavii, fin da ragazzino, si
procacciava lui stesso dalle sue palme, incidendole nei punti adatti ed inserendo dei tubicini
di canna per far colare il succo, goccia a goccia in una conca di bambù, per poi lasciarlo a
fermentare al buio, in fondo alla capanna. Durante la fermentazione, gli effluvi conciliavano
il sonno dei membri della famiglia, rendendoli tutti un po’ ebeti ma estremamente sereni. Ne
produceva abbastanza per gli uomini della famiglia e per tutto il piccolo villaggio, poiché
tutti volevano il suo trembu, i cui ingredienti segreti per quel gusto particolare gli erano stati
tramandati dal suo grande bisnonno. Proprio lui, Tuiavii di Tiavea, che aveva pronunciato
molti memorabili discorsi sul Papalagi, l’uomo bianco, e sui suoi infiniti errori.
Porge una coppa di ponce a Facta, che fa brillare gli occhioni di piacere, senza cessare di
impomatarlo. Dopo un sorso languido, incentiva il suo massaggio a fondo, fra le costole ed
una per una le vertebre della gibbuta colonna, le pieghe dell’inguine e la fossetta dei glutei,
poi il coccige che comprime e umetta a lungo, provocandogli una scossa potente e una
corrente energetica in salita, fino al cervelletto, con esplosione di stelle filanti nell’encefalo.
Ma la testa di Tuiavii non è presente. Centellinando il suo ponce, va coi ricordi a una
fanciulla filiforme e diafana, Xila, incontrata su Urano esattamente un anno fa e che fra
poco spera di rivedere, come si erano promessi.
Manca poco più di un mese alla fine del viaggio. È stata dura e Tuiavii sa che non è ancora
finita. Lo spazio di frontiera fra Nettuno e Urano è il più insicuro e pieno d’insidie di tutto il
Sistema Solare, sopratutto per lo spostamento continuo e scostante della Fascia Neutra. Non
si sa mai cosa ne può uscire a sorpresa. Mai, comunque, niente di buono. Secoli prima era
chiamata Fascia di Van Hallen, considerata genericamente un insieme di asteroidi
raggruppati per una sconosciuta legge fisica di coesione. Ma è ben altro: una grandiosa
incubatrice di futuri mondi ed esseri di ogni specie conosciuta e non. Gli asteroidi sono
collegati fra loro da un’intricata rete di canali invisibili dove circola energia siderale. Chi ne
conosce gli accessi, può rifornirsi di essenze ed alimenti indispensabili alla sopravvivenza e
alla navigazione, come in una intricata foresta primaria, autosufficiente e in perenne auto
riproduzione.

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"Come la pioggia" di Andrea Bonvicini

Tratto dalla Parte Seconda Racconto breve.

Anabasi (pag. 57 - 58)

Il sigillo della bottiglia è strappato, la torsione che ieri gli ho impresso lo ha lacerato nettamente, seppure un lembo lì a sinistra ha seguito di più la rotazione del tappo e resta ora sollevato e quasi pendulo, incrociando le verdi linee ondulate da banconota.

Non ho altro se non frammenti come questi e la mia coscienza ci sguazza dentro indecisa, cullata dall'aspro dell'alcool che sale su dal collo della bottiglia.

Eccessi di ricordo, ormai sono francobolli smarriti.

Ne è passato del tempo, ma in fondo credo sia meno di un mese. Cristo, vale altrettanto che dica "una vita". Follia per le strade all'inizio. Poi sale lo sbandamento e abbandono, tutt'intorno. In me direi piuttosto un ironico scetticismo, il sopracciglio alzato de "l'avevo sempre detto io!".
Devo mollare il caldo di questa stanza. Ci ho abitato anni fa e l'avevo lasciata, come tante altre cose, per ritrovarmici adesso. Anche qui non è diverso, la radio gracchia e la TV blatera. Niente di nuovo. Anche allora qui dentro smanopolavo le stazioni e tutto berciava. Anche allora, la sera la TV non mi diceva nulla e solo mi affaticava dopo una giornata di lavoro, imbastardendo ancora un pò di più il tempo in attesa del sonno.

Ma ora è tutto sospeso, e lordato dalla follia di questi giorni.
E poi ci riguarda tutti, non più me solo.

Le parole sono fuggite lontano e rimane questa frittura mista di suoni inarticolati: c'è ancora forse qualcuno che le pronuncia, le parole (si può ancora dire così?), ma non c'è ormai più nessuno che possa distintamente coglierle. Immagino il volto sudato e disperato di chi in questo momento nella stazione radio ancora si ostina a provarci: parla, grida, sbraita, di sicuro implora o impreca, prova così a spiegare (o chiede che glielo spieghino?) quello che ci ha travolto. Ma non c'è riscontro alcuno alle sue parole. La stessa cosa che sta accadendo nello studio televisivo: qui però le facce stravolte, disarticolate, sono costretto a vederle e mi coglie un conato di vomito. La macchia verdastra e acidula sul tappeto non mi schifa più di quel che vedo, e il muggito che mi esce dalla bocca assieme al pasto non ha più senso di quel che sento. Mi pulisco la bocca alla bell'e meglio con un fazzoletto di carta, sfregando sulla barba aspra di molti giorni e me ne vado. Mentre chiudo la porta, la TV graffia ancora l'aria.

Ho odiato questa città insostenibile...

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"Compagni a Quadrivio Zappata" di Alberto Davanzo

Compagni a Quadrivio Zappata

Selezione di brani

Il Fiume: metafora dei movimenti degli anni ‘70 e radice della memoria
(pag.7)

Quel luogo era fuori dal gorgo della sua vita.
Oltre il tempo.
Era arsa davvero una torcia umana in piazza San Venceslao, ed era veramente Hue, o quale altro villaggio annidato fra le spire del delta del Mekong la terra incerta dove una bambina correva nuda?
Ernesto guardava l’immutato profilo del casale sullo sfondo deserto e rarefatto della golena del fiume, ed attendeva una giornata sconosciuta.
Sapeva che quei lontani bagliori di fuoco lo riguardavano.
Lo sapeva ogni volta che gli occhi neri di Gualtiero squarciavano la sua memoria, come lampi che sbregano una notte d’estate.
Osservava incantato il confine tra la vecchia casa colonica, le sue corti esterne ed il resto del mondo, un segno labile, una lunga e rada filiera di gelsi dal tronco tozzo e nodoso, rigogliosi di fronde frementi di un continuo chiacchericcio nel pieno della bella stagione.
Una traccia incerta che non escludeva la vista sulla strada bianca e sui passaggi delle bestie e degli uomini, che percorrendola segnavano il tempo meglio della meridiana tracciata sulla facciata, oltre l’arcata del portico.

(pag.8)
Il fiume vicino, con il suo forte respiro e il fragore del suo passaggio sulle ghiaie calcaree nei momenti di piena, ricordava agli uomini che quello circostante era il suo mondo e che il disegno geometrico dei campi di frumento, di granoturco, i filari stortignaccoli delle vigne, costituivano solo un ordine provvisorio, che le sue pulsioni irregolari potevano in qualsiasi momento travolgere.

(14/15)
Poco più in là, la sferragliante proboscide di un drago-draga faceva precipitare nell’acqua, con sordi tonfi, una benna dentata che s’immergeva a rubare le viscere del fondale ormai sfregiato e, trainata dall’argano, risaliva con fatica, fradicia, fino a rilasciare il maltolto sul vertice di una piramide di ghiaia.
L’altra riva del fiume era lontana, irraggiungibile ed in fondo ignota; per i veci oltre quella linea che svaporava nell’aria, c’erano sempre i Ustriaci ed era bene starne alla larga.

La Torino operaia (42)
La stazione ferroviaria di Porta Nuova e gli stabilimenti di Mirafiori erano gli unici terminali di quelle esistenze all’interno della città.
Le raffinatezze sabaude di Torino, i retaggi risorgimentali, le dolcezze del cioccolato, il barocco piemontese erano un altro mondo, separato da un diaframma invisibile ed impermeabile all’umanità operaia, che si addensava nelle periferie o nelle aree degradate del centro storico, come Porta Pila e il quadrilatero romano.
La città intorno alla fabbrica era per la verità ancora campagna punteggiata da cascine che squadravano il territorio circostante con le linee delle bealere e degli alti cipressi che ombreggiavano i viali d’ingresso ai grandi cortili interni.
Qualche piccolo addensamento abitativo al di qua e al di là del grande corso, che conduceva ai capannoni delle officine FIAT riusciva a malapena a dare un senso compiuto al reticolo di strade, che si sarebbe sviluppato col tempo.

(60)
La fabbrica
I sincronismi erano perfetti, ogni utensile aveva la sua tonalità sonora, quale più sorda, quale più stridula e si susseguivano o si accavallavano in una sinfonia geometrica che penetrava nelle teste segnando in modo preciso quella che doveva essere la norma inderogabile.
Ogni sincope vuota nel regolare tracciato del frastuono era immediatamente avvertita come una preoccupante anomalia che era quasi superfluo denunciare verbalmente, tanto tempestivamente scattava l’allarmata attenzione dei capi:
"A i è quai cosa ca va nen?"
"Nduma fijoi che l’travaj l’ha da marcè!"

(67)
Le ragazze in fabbrica
Veramente c’erano anche tante ragazze, che in quell’ambito erano molto considerate per una particolare abilità e perizia manuale, per la quale erano valutate migliori degli uomini.
Ruggero rimase per un attimo come incantato con il volto proteso all’indietro e gli occhi fissi, incollati in una direzione precisa.
Lucia aveva un corpo sinuoso, i capelli ricci, nero corvino, incorniciavano un bel volto olivastro sul quale facevano breccia due occhi scuri come la pece, seducenti e pudichi. Si sentì osservata e rispose inconsapevolmente allo sguardo che l’aveva avvolta, mentre un sorriso le increspava le labbra.
Ernesto dovette strattonarlo, ma Ruggero rimase appeso con i pensieri a quegli occhi per tutta la giornata.
"Chi è quello che le sta parlando?" chiese a Ernesto
"Caro mio, mi sa che arrivi tardi, quello è il compagno Lusetto, delegato con distacco sindacale, avrà tutto il tempo per istruirla…".
Arrivarono alla loro postazione con qualche minuto di ritardo, il capo Lagalaverna girava lì intorno, senza guardarli e senza dire alcunché, come il gatto che prima di avvicinarsi alla sua preda le gira intorno con passo felpato e noncurante.
Tuttavia anche quel giorno, a fine turno, il contacolpi segnava 600: 300 per Ernesto e 300 per Ruggero.
Nel tardo pomeriggio e fino a sera inoltrata il Centro sociale vicino allo stabilimento ribolliva di giovani selvatici che annusavano l’aria, si toccavano, si baciavano, giuravano che avrebbero spezzato le catene che i loro padri avevano dovuto accettare.
Sguardi orgogliosi, indomiti che si incrociavano in mezzo a dense volute di fumo e di bestemmie, e all’odore penetrante dei ciclostili.
Il cielo della liberazione dal lavoro alienato che spogliava l’uomo di sé, era libero sopra le loro teste e veniva riempito da un arabesco di volti, di parole, di storie che si intrecciavano nelle linee di un gotico fiorito.
Gli animi erano accesi dagli ardori di chi sa di essere in procinto di compiere un’impresa inaudita.
Il fiume era lì tumultuoso, di fronte alla loro vita.

(96/100)
La fuga:pedalare fino in Canadà

La nebbia e la notte s’erano fatte spesse: davanti a sé una coltre violacea spegneva lo sguardo in cerca di un filo da seguire, non di più di tre metri di asfalto viscido sul ciglio del fosso.
Radi passaggi di fari lo sorpassavano, lo incrociavano, poi di nuovo il buio grigio e umido di una notte dove la luna non ce la fa proprio a mostrarsi.
uel rumore sordo alle sue spalle era durato anche troppo – cosa aspettano a sorpassarmi?- Si tenne ancor più a destra, sentendo scivolare le gomme delle ruote sull’erba bagnata, cercando di agevolare il passaggio dell’auto, che non passava.
Si voltò e due fari gialli, come due occhi cisposi stavano sempre là, alla stessa distanza.
La fronte era madida di sudore, ma lungo il filo della schiena lo percorse un brivido freddo – questa bici nera è senza catarifrangenti, forse non mi hanno ancora visto - e pestò di nuovo sui pedali seguendo il filo d’una curva, imbucando subito dopo una stradella laterale che accompagnava una vena della bealera che alimentava il fossetto lungo la strada, smontò dal sellino e si cacciò giù per la morbida balza, con la schiena addossata al terreno e con un braccio proteso a trattenere la bicicletta che non scivolasse completamente nell’acqua.
Un cespugliame di rovi e un intrico, un grumo sfilacciato di carice lo proteggeva alla vista di chi si fosse fermato sul ciglio della strada.
La guazza impregnava tutto di un umido malevolo e Rocco la sentiva, attraverso gli abiti ormai fradici, scivolargli lungo la schiena, sulle natiche e sentì freddo.
Al mattino sarebbe diventata galaverna bianca e friabile, ma adesso era acqua che penetrava ogni cosa, anche i pensieri di Rocco.

Sulle morbide balze di Alcamo, Rocco aveva sentito il respiro della terra calda sotto i filari bassi dell’uva, mentre si nascondeva, giocando con i suoi cugini e la terra sotto il palmo della mano, fra i polpastrelli si rompeva a tocchetti e poi si sfarinava rossa e tiepida..
Accovacciato, riusciva a vedere la schiena della rocca di Calatubo, qualche torre merlata diruta, poi sarebbe riuscito a fuggire con gli altri fino al pozzo in pietra al centro della corte del Baglio di Villa Fico e se la sarebbero raccontata fino a tardi.
Già vedeva le palme all’ingresso del fornice che avrebbe attraversato di corsa.
"Rocco, tu devi andare al nord e studiare" gli diceva suo padre Calogero "Ho parlato con il tuo maestro e pure con u parrinu , dicono tutti che sei bravo, che ce la puoi fare."
Rocco rideva, diceva di si e intanto scappava e saliva; saliva a perdifiato fra i profumi della zagara e del gelsomino, cercando la cresta per vedere il filo dell’orizzonte scendere e appoggiarsi sul mare rosato.

"Che minchia ci sto a fare qui, sputato dalla mia terra in questo gerbido, me ne vado, me ne vado da mio fratello in Canadà, ma adesso, adesso che faccio, avran tirato dritto quei due sbirri?"
Sbracciò, schiacciandolo a terra, un fascio d’alte erbacce liberando lo sguardo sulla strada.
"A l’è cascà bele sì; l’hai vist’lu"
La macchina era là ferma con i fari accesi.
Una donna rotondetta indicava al marito la direzione.
"A l’è sì, a l’è sì, ades lu tiru fora" fece l’uomo protendendosi verso la riva e dando un braccio a Rocco "L’è fasse mal monsiù ?"
"No, no grazie ho solo preso una buca e sta minchia di catena è saltata."
"E’ sicuro di stare bene?"
Rocco armeggiò un po’ sulla corona grossa e poi accompagnò la catena fino a quella piccola, così per darsi un contegno e in un attimo fu di nuovo in sella "E’ stato molto gentile, grazie. Va tutto bene, sono quasi arrivato."
"Ca fasa tensiun, buna seira monsiù!"
"Buonasera, ancora grazie"
Tratteneva a stento una risata amara "con tutti i pirati della strada che ci sono, proprio sta personcina dovevo incontrare stasera?"
Il contatto con la sella acuiva la sensazione di freddo lungo la schiena, e anche la punta dei piedi gli doleva – si rese conto di avere le scarpe fradice e sentiva la vescica agitarsi come un polipo – e allora si fermò per pisciare.
Si trovò fra le mani un uccello recalcitrante e duro come lo stecco di un ramo ghiacciato dalla galaverna; indirizzò il getto lungo il fosso.
"Vaffanculo!" imprecò fosco, torcendosi lesto nel senso opposto, "anche il vento contrario stasera."
Un alto lampione oltre una recinzione lo guardava indifferente, avvolgendolo di una luce arancione e gelatinoso.
...
Rocco era agitato da un movimento continuo, come il ramo di un salice sotto gli scrosci della pioggia "Questa temperie, queste nuvole nere che si sono ingrumate sopra le nostre teste, arrivano da lontano, è il vento che le ha mischiate a lungo e ora a noi tocca la grandine.
Ho come l’impressione che siamo venuti al mondo entrando dalla porta sbagliata, forse stranieri si nasce e ti rimane un marchio nell’anima che le nostre lotte non riescono a strapparci di dosso"
"Addio Rocco" disse Ernesto
Ma Rocco già pedalava.. Pedalava verso il Canadà.

(143/145)
Sulla strada….al mare in autostop: Keruac di casa nostra

Avevano tardato ad addormentarsi, per la stanchezza e per l’eccitazione, lui e Corrado, la sera del loro arrivo, e neppure videro con esattezza di quale città fosse quel porto marchigiano che raggiunsero col buio per cercarvi una tana notturna.
I due intrusi si erano sistemati sul cassero di poppa di un peschereccio sufficientemente grande da consentire loro un’ampia veduta sul porto e oltre il molo, sulla linea di terra.
La battigia là in fondo, dove ritmicamente il biancore delle spume sul frangersi delle onde illuminava per un attimo la notte, raccoglieva il mare che s’accovacciava quieto.
Per loro fortuna quel peschereccio non aveva preso il largo, e così se ne stavano lì, attendendo il sonno fra le fuggenti e fresche ombre notturne che danzavano fra i chiaro scuri del porticciolo, sospinte da fanali mossi da una brezza inquieta che di tanto in tanto faceva schioccare le sartie sulle vele ormeggiate vicino; vigili e muti, paurosi di perdere anche una sola goccia delle emozioni che la loro anima distillava in quella oscurità marina punteggiata da uno sbrilluccichio anarchico e pulsante sull’orizzonte, dove cielo e mare si erano fusi nella notte.
La stanchezza li aveva alla fine vinti, le loro palpebre si erano fatte pesanti, e i loro discorsi, mentre cercavano il tepore del sacco a pelo, procedevano con lentezza, interrotti da risate strampalate senza senso.
"Ci pensi, laggiù c’è l’Oriente misterioso e la Cina rivoluzionaria!"
"Testa di cazzo, guarda che siamo solo sulla costa dell’Adriatico e di là c’è la Dalmazia, che parlano veneto" E poi, di colpo, solo lo sciabordio dell’acqua che sciaguattava fra il fasciame della chiglia ed il molo accompagnò il loro sonno.
Il mattino un cielo rosato e rinfrescato da una brezza profumata di salsedine li aveva svegliati, giocando con le loro chiome irsute, scompigliandole e annodandone le ciocche.
I pescatori che, più in là, erano occupati a scaricare il pescato di paranza, li degnarono appena di qualche divertito motteggio.

(147/148)
Irma a Parigi

"Cabilò,….cabiloò…" si ripeteva Irma mentalmente scivolando fra la folla colorata del mercato vicino alla piazza.
Per paura di dimenticarlo se l’era fatto scrivere da Ermes su un foglietto di carta "è scritto cabillaud, si pronuncia cabillò" Non potrebbero scrivere le parole così come si pronunciano, pensava Irma che aveva fretta; riuscirò a trovare il banco del pesce in mezzo a tutta 'sta confusion?
Si era fatta catturare da quel gorgo esotico e multicolore che fluiva incessantemente e mite come un fiume potente e quieto quando scorre fra gli argini, alimentando di mille anime la vita di quel mercato, o forse era un suk arabo, o una piazza africana, laggiù un angolo asiatico.
Era rapita, ipnotizzata da tutta quella mescolanza di diversità che sembravano comporsi senza frizioni, come obbedendo ad un’inesplicabile legge fisica che assegnava a ciascuno il suo posto.
...
Di tanto in tanto, per la paura di smarrirsi, si girava per non perdere d’occhio i profili più alti della chiesa di St. Bernard, che costituiva il suo riferimento per il ritorno.
La meraviglia della quantità, della varietà per lei inusitata di tutte quelle merci esposte la soggiogava in un incanto di bambina.
Lungo i marciapiedi, davanti alle épiceries, debordavano i sacchi di juta colmi di fagioli e di semenze diverse e quelli del caffè in grani e i profumi si mescolavano meravigliosamente alle fragranze delle boulangeries e al sapido vapore che usciva dalla rivendita del kebab.
I suoi sensi coglievano intensamente un’atmosfera densa di vita, di colore, che la pervadeva e la riportava con la mente a Rialto, quando vi aveva lavorato da
ragazza, e Venezia manteneva ancora qualche vestigia della città mercantile, un po’ prima che morisse sotto il suo cristallo museale.
Era tentata d’assaggiare uno di quei fritti esotici, pensando ai cartoccetti di pesce che di tanto in tanto poteva permettersi il lusso d’acquistare ad uno dei veci bacari veneziani lungo le calli, vicino a San Polo.
Quando poteva si infilava ai "Do Mori" e lì le acquatelle erano proprio speciali.
"Cabilò" disse contenta di sé, riempendosi di esotica abbondanza gli occhi che scorrevano lungo il banco del pesce, cercando di riconoscere quelli dalle fattezze più famigliari, fra le altre innumerevoli varietà atlantiche a lei sconosciute.
Il pescivendolo che aveva un’aria arguta e le orecchie infreddolite, così come la punta del naso che era appuntita ed arrossata, le sorrise e avvicinandosi al merluzzo tagliato a tranci "Combien?" chiese.

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"Diario Piccolo" di Rosa Noci

Prefazione
La recente rosa dei libri scelti al premio Campiello è tutta al femminile; fa eccezione una solitaria comparsa maschile.
Non c’è da stupirsi, basta seguire le varie hit parade settimanali per avere le dimensioni di questo “sorpasso”.
Le donne scrivono, vendono e vincono premi (ci fu anche un Nobel), perché scrivono bene, in modo piacevole.
Vicende e stile si impongono, con la leggerezza dei sentimenti più genuini, che fanno parte della stessa natura femminile. E non sono fantasie, non invenzioni narrative, come la nonna sapeva fare quando alle donne era preclusa la scrittura e ci raccontavano le fiabe.
Apparentemente antiletterario, spesso contro schemi precostituiti di “scuole”, il libro al femminile non è più un fenomeno; una Tamaro basta, in questo senso.
Dicono che preferiscano argomenti del passato, ma senza ricalcare nostalgie inutili, impossibili; sono ispirate da invenzione nuova, fresca, come questa che mi fa leggere Rosa Noci. Anche quando il suo “lessico familiare” si trasforma nel linguaggio del dolore acuto della “tragedia familiare”.
Non conosco l’autrice, né saprei riconoscerne la voce, l’ho sentita una volta al telefono, invece è riconoscibile la sua scrittura, dopo una prima lettura.
Ha l’inizio di un diario, un diario piccolo lo chiama, ha l’incipit di un libro di sentimenti vissuti nella serenità di una famiglia, in cui l’amore si incarna in ogni più piccolo gesto, il suono della parola detta ne esprime l’eco. Ma in una simile atmosfera non occorre parlare per capirsi, il colloquio si accende senza cercarlo e dà senso alle abitudini, come alla casualità, a ciò che sembra non contare nella vita.
Allora anche la nonna, che sa fare le più buone polpette del mondo, non è una figura banale che si spegne nel ricordo e tanto più diventa angoscioso il percorso della malattia che ti sta consumando, come l’esaurirsi della candela che ti lascerà al buio.
La parola, prima alta e sonora, si affievolisce nella stanchezza e debole si fa il gesto solitamente vivace; il camminare non trova più il passo della vita.
In questa parte del libro, Rosa Noci acquista una capacità di introspezione notevole; non usa più il tono pacato del diario, anche se i sentimenti ci sono ancora tutti, ma straziati, incapaci di ridare con l’integrità di prima, l’amore, la serenità, la pacatezza del cuore.
E ognuno nella casa sembra diventare sconosciuto all’altro, quando non addirittura a sé stesso.
Per superare questo straniamento, l’autrice si nasconde dietro un’identità diversa dalla sua che sia in grado di parlare di un dolore che l’ha resa muta.
È la stessa negazione che ognuno in famiglia compie verso sé stesso, la propria identità, per continuare a vivere, ma ogni persona, marito, figlia, nonno, non sono più gli stessi, si è spenta la candela e c’è buio in casa.

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"Dizionario del diavolo" di Ambrose Bierce

ALCUNI VOCABOLI

Abbandonare: fare un piacere a qualcuno, liberandolo dalla vostra presenza.

Ciarlatano: assassino sprovvisto di licenza di uccidere.

Indirizzo: luogo in cui si ricevono le costanti attenzioni dei creditori.

Scapolo: un articolo che le donne, indecise sull'opportunità dell'acquisto, tengono ancora in prova.

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"Dovrei vivere in una vasca" di Corrado Guzzon

EH, Si

Non chiudere la porta, il mondo non sta mai
per i fatti suoi;
scivola quando meno te lo aspetti in casa tua
da ogni fessura
(che sia tegola o finestra)
e ti sorprende e vola
in un istante
e atterra lì sul comodino
tutto racchiuso in una bolletta grigia
e bianca

del Gas.

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"Durante" di Andrea de Carlo

Il diciannove maggio alle quattro e venti del pomeriggio ero seduto nel prato davanti casa in una pausa dal lavoro, senza un solo pensiero attivo in testa. Il termometro appeso sotto l’arco tra la casa e il laboratorio segnava ventisette gradi all’ombra, ma al sole ce n’erano almeno trenta. La testa mi scottava. Gli occhi mi facevano quasi male. L’erba già in parte secca mi pizzicava le piante dei piedi e le caviglie, mosche e api e altri insetti di varie dimensioni mi si posavano addosso e ronzavano intorno. Muovevo le mani a intervalli per scacciarli, respiravo lento. C’era anche una lieve brezza intermittente, che creava venature nell’aria densa e increspava l’onda tenue di blues elettrico che usciva dalle finestre. Cardellini e fringuelli e tortore dal collare cantavano melodiosi sugli alberi e tra i cespugli; la distesa delle colline tutto intorno era incantevole come sempre, benché i colori fossero un po’ sbiaditi dal secco prolungato e dall’intensità della luce. Nell’insieme avrei potuto dire che le sensazioni negative e quelle positive si bilanciavano, con forse una debole prevalenza di quelle negative dovute al caldo ed alla noia ristagnante nel retroterra dei miei non-pensieri. Poi ho sentito il rumore di un’automobile che scendeva per la strada sterrata, sono saltato in piedi. Oscar il cane si è messo ad abbaiare : scoppi di suono profondo, percussivo. Astrid la mia ragazza si è affacciata da una delle finestre aperte, ha detto « Chi è ? ».
« Che ne so ! ». Ho detto, mentre incespicavo sull’erba per infilarmi gli zoccoli di sughero e lana cotta bucati
dall’uso in corrispondenza degli alluci.
Sono andato al punto dove la stradina ripida scende al piano della casa, con le reazione contraddittorie di uno che vive fuori dal continuo intersecarsi di persone e attività della società urbana: fastidio, allarme curiosità, istinto di difesa del territorio. Osca abbaiava più concitato, ai limiti della sua catena tesa. Una piccola macchina bianca è sbucata tra i viscioli e le rose canine e i finocchi selvatici e le erbe alte, si è fermata a qualche metro da me. Mi sono bloccato anch’io, con tutti i muscoli del corpo e della faccia contratti, improvvisamente consapevole del cattivo stato della mia maglietta verde militare e dei miei calzoni di tela nera, la testa già piena di gesti e frasi per negare e respingere.

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"Esprit libre" di Daniele D'Agostino

1
Un progettista latinlover

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"Esprit libre" Pag.1

Io che lo conosco a fondo, meglio di chiunque altro, potrei solamente riempirvi di elogi e beautiful words più di mille pagine di quaderno (tipo Cartiere Paolo Pigna) per descrivere il nostro immortale e inesauribile Marcello Sardina. Marcello alias Marcy per i fanatici dell’abbrevismo inglese che ci stanno invadendo come un popolo di extraterrestri venuti da chissà quale pianeta verde. Non solo elogi alla belle époque di fine secolo scorso, ma anche e soprattutto incomprensioni sociali e sintattiche che i nostri eroi creeranno con un impeccabile style alla Oscar Firmian.
Vi racconterò del suo andamento scolastico: quasi sufficiente ma a tratti talmente pessimo da far accapponare i capelli e non scandalizzatevi troppo perché delle volte riesce a tirare fuori la classe quella vera che non è acqua e piazzare delle interrogazioni superlative frutto della sua maturità interiore che Marcello Sardina potrebbe continuare gli studi da autodidatta o vivere da eremita bibliotecario magari in qualche immensa biblioteca come quella del Trinity College a Dublino.
Ci saranno scene hot come quelle che si scaricano dai siti internet, vi racconterò delle innumerevoli ragazze che ha visto passare davanti agli occhi e quante non se n’è lasciato sfuggire, lui eroe che per le strade di Palermo e provincia romba alla grande con il suo sh cinquanta lanciato a manetta. Innumerevoli scene avranno luogo davanti il liceo scientifico secondo Cannizzaro situato a due passi dalla fiera e dalla lunga continuazione della via Roma nuova che partendo dalla stazione centrale (altro luogo culto dei nostri fanatici) arriva fino alle porte del parco della Favorita che con il suo lungo viale trasporterà spesso Marcy e company a Mondello, spiaggia riservata per quei giorni cui si vorrà scampare a qualche interrogazione devastante e sicuro di un voto non sufficiente.
In fondo la tecnica usata dai nostri eroi è basata su un gioco di date e giorni della settimana e giorni x da compiti in classe che notano con estrema attenzione nei diari e in base ai dati reali di comprensione della lezione si decide se si entra o no quando presumibilmente le teacher decideranno di cominciare il periodo delle interrogazioni …. Per quanto riguarda quei giorni cui le interrogazioni arrivano senza preavviso pregare che non sia chiamati sarà la sola unica speranza.
E non sempre si ha la buona sorte a portata di mano ….

Per cominciare subito alla grande e con entusiasmo, una scena tipo sotto gli occhi di tutti:
- Ciao Marcy, vieni, dammi un bacino mio peluche! Come stai oggi? …. Non mi dire che sei ancora inkazzato per l’inconveniente di ieri? - Il tono della fanciulla fida di Marcy è alquanto duro derivato dal fatto di non avere niente da nascondere al suo boy che ama e consapevole che di emozioni e di bei momenti insieme ne trascorrono a dirotto.
- Eh … si … Certo che sono inkazzato, perchè non dovrei esserlo? Guarda che mi hai piantato letteralmente in asso, come se io per te non contassi nulla. - Subito uno scambio di idee e pensieri di due fida che dicono di amarsi e volersi bene, se lo dicono loro? Se dicono di essere una coppia aperta e modella per la nuova generazione ci sarà un fondo di verità ….
- Non esagerare…non avevo voglia e …lo sai che sono andata in biblioteca, c’era anche Giusy (ancora dell’abbrevismo inglese) con me, se non ci credi chiedilo a lei! - Quando una raga cerca un alibi, cari amici miei, significa che in fondo qualcosa esiste e Marcy non é stupido purtroppo.
- Non fare la scema con me Alessandra, lo sai benissimo che mi fido di te, ma il punto è un altro… Mai sentito parlare di principi? … Lasciamo perdere che poi sono io quel mezzo pazzo che non capisce nulla di niente.
Principi? Che cosa saranno mai nella nostra epoca di hi-tech e cibo surgelato.
Ha proprio una bella faccia tosta questa Alessandra che di cognome risponde a Martinez, come un non so quale certo giocatore dell’Udinese che chissà quale fine avrà fatto, girato in prestito a qualche equipe di serie bi o ci uno per farsi le ossa e capire cosa significhi giocare nella nostra serie A.
Si tratta di un’argentina formosa con tutti i requisiti della situazione, occhietti azzurri, capelli chiari, una specie di modella misto Laetitia Casta e Gisele Bündchen, che a volte si vedono sfilare per Dolce&Gabbana a Milano o a Parigi e poi loro le modelle se ne vanno in giro per le boutiques griffate a fare spese non contente dei costosissimi abiti che hanno indossato.
Lui è il nostro mitico Marcello Sardina che la sorella Stefania lo ha paragonato, in un momento abitudinario di deconnessione col mondo esterno per immergersi nel labirinto degli studi universitari, al leggendario Casanova, (e non al mago che gira di trasmissione in trasmissione non trovandosi mai al posto giusto al momento gusto, peccato perché possiede una certa classe misto carisma) col solo fatto che per Marcy la sorella Stefania non possiede tutti i requisiti mentali al loro posto per potersi permettere certi eufemismi.

"Esprit libre" Pag.2

Il nostro mitico che legge roba tipo Bevilacqua, De Carlo e Brizzi, un trio che ormai non si vedeva dai tempi del grande Milan di Sacchi, e che lo hanno portato ad una visione dei fatti reali più distante e nello stesso tempo gli hanno apportato una certa accuratezza nello stabilire quali posti e quale gente soprattutto preservare nell’introdurre nel quotidiano dei suoi anni struggenti; lui che dal Clooney-Martini, quello del no party ha ereditato il fascino, l’astuzia, la simpatia … Beh quella forse un po’ meno. Lui che a volte non si sente proprio nessuno, altre si sente solo insignificante come una misera goccia d’acqua in mezzo al mare, altre volte lo si vede trasformato in Maximo il gladiatore gettato inconsapevolmente a combatte in quell’arena chiamata Liceo Scientifico secondo dove i professori senatori se la godono a guardare lo spettacolo massacrante cercando di fare breccia sulle prostitute rappresentate dalle ….

Come in ogni storia di ragazzi misto ragazze che si rispetti e che ne combinano delle belle e inimmaginabili, vi è il gruppo degli assuefatti, degli scandalosi e intouchables super inkazzati demoniaci formato da Luca the latinlover, Gregorio lo sniffato, che per essersi sniffato dieci grammi di zucchero a velo, al secondo liceo si era beccato quattro giorni di sospensione, ma che stronza la teacher.
Non possono mancare Vicé e Vittorio, gli sfigatissimi, i due che tecnicamente e manualmente hanno dato vita al grande murales che padroneggia l’entrata principale del liceo e proprio la il nostro eroe aveva dato sfogo alla sua fantasia da smidollato putrefatto ideando quell’affresco che persino il Louvre ci invidia.
Attenzione! Marcy non ha toccato nemmeno una bomboletta, si ritiene una sottospecie di naturalista che guarda programmi tipo Super Quark o Geo&Geo, quando é intento a studiare la fisica e la storia, si capisce e se ne avesse il tempo farebbe un salto in qualche paese esotico tipo asiatico e vivere da zen senza alcuna preoccupazione al materiale e soprattutto trovando una pace d’animo e un riconforto estremo.
In quell’affresco epico chiamato murale che non ha nulla da invidiare ad una qualsiasi opera del Leonardo Da Vinci, una caricatura del nuovo preside (un certo egregio dott. Mariani, il quarto preside diverso in quattro anni a mettere il culo nella poltrona del grande ufficio presidenziale, in poche parole ovviamente) ha i capelli bruciati dalla lingua di fuoco di un drago a sinistra, con uno sguardo ‘quasi spaventato’, mentre a destra si nota un fossato con dell’acqua dove potersi salvare, ma dentro c’è un grosso allibratore con l’acquolina in bocca in attesa della povera preda. Insomma, tutto cio’ per dire che da questo liceo proprio non ci sarà via di scampo. Da ammirare la splendida combinazione di colori e immagini che i raga hanno portato alla luce veramente come il nostro mitico esigeva, certe espressioni visive saranno a portate di mano di tutti colori che passeranno davanti l’edificio bianco sporco del liceo.

...

"Fammi ridere" di Leila Mascano

FAMMI RIDERE
Paesaggio napoletano con figure in dissolvenza

Anacapri, Agosto 1950

Sulle prime non capisce bene che cosa l’ha svegliato: cerca a tastoni la peretta della luce, e intanto si rende conto che quel rumore è un pianto sommesso, accurato. La luce gli ferisce gli occhi, ci mette un po’ di tempo a riemergere completamente dal sonno, poi si tira su con un sospiro. Riesce ad alzarsi, finalmente. La giacca del pigiama, che non usa mai, è scivolata per terra accanto al letto, insieme ai Tex che ha letto fino a tardi e al giornale d’Italia, su cui atterra.
“La ventiquattresima divisione fanteria degli stati uniti ha superato il confine tra le due Coree…” Sempre cose brutte, ha ragione suo padre, meglio non leggerli i giornali, soprattutto in vacanza!
Il pianto proviene dalla stanza in fondo al corridoio. Guarda l’orologio sul comodino; le quattro. Non ha sentito rumori: “Saranno rimasti a dormire al Quisisana! Maria, figuriamoci,non la svegliano neppure le cannonate:vediamo perché piange questa benedetta bambina!”
Lei è seduta sul letto, a stento si distingue la piccola sagoma scura: piange come un cagnolino, con un uggiolato che ogni tanto si interrompe, per poi riprendere più forte. Si siede sul letto anche lui, l’abbraccia. “…Sss…sono io! Perché piangi? Hai fatto un brutto sogno?” L’uggiolio continua. Lui le tocca la fronte: “Sei tutta sudata…vuoi bere?”
Cerca l’interruttore; la luce è fulminata.
“Questo cos’è? Ah, è il tuo orsacchiotto! Vedi com’è buono? Non piange, lui.”
La prende in braccio: è molto alto per i suoi quasi quattordici anni. Il pianto si alza di tono:
“Sì, va bene, prendiamo anche l’orso! Andiamo a bere, eh?”
Si avvia scalzo in cucina, sempre con la bambina in braccio. Si dirige verso la ghiacciaia, ci ripensa, le versa un bicchiere di acqua minerale dalla bottiglia sul tavolo. Lei beve, bagnandosi tutta.
“Ma che brutta che sei, tutta mocciolosa!”
Tovaglioli in vista niente. Apre il cassetto della credenza con una mano sola, prende un panno pulito.
“ecco qua, ora va meglio! Non è che ti fa male la pancia, per caso…? E che telo chiedo a fare?”
Lei piange sempre, tutta un grumo d’infelicità. Pietro cerca di calmarla facendo un rumore come se chiamasse un gatto, dondolandosi sulle gambe lunghe. Il corpicino magro è sempre scosso dai singhiozzi. Le tiene una mano sulla nuca, se l’appoggia col mento sul collo:
“Allora? Allora? Svegliamo quella scema di Maria? Quella la sera si prepara un po’ di vino caldo con lo zucchero, tanto vino e poco zucchero: così si fa una bella ciucca, inverno o estate fa lo stesso, lei dorme come un angelo fino alla mattina, nemmeno il terremoto la sveglia! A te lo posso dire, tanto tu non lo puoi ripetere, nemmeno lo capisci, povera BambaScimmia!”
Le gira la faccina bagnata verso di sé, scostandosela un po’ per guardarla, e intanto col dito le dà dei colpetti sul naso, cercando di farla ridere. Piange ancora, ma si sta calmando. Sempre dondolandosi esce sulla terrazza, illuminata a giorno dalla luna. Canticchia:
“Au clair de la lune, mon ami Pierrot…Vedi, Fede, la luna lassù?” Ha quasi smesso di piangere, guarda la luna.
“Facciamola vedere pure all’orsacchiotto: ‘Orso vedi la luna?’ Ora la tiriamo giù e la regaliamo a questa bambina! Se la tiene legata a un filo, come i palloni, se no la luna se ne vola via: così le fa luce e lei non si sveglia più al buio e non piange, vero Fede?”
Ma lei ha smesso di piangere, due palpebre pesanti cadono sugli occhi velati di sonno. L’orso scivola per terra. Pietro, scalzo, in punta di piedi, la riporta a letto.

Posillipo, marzo 1967

Federica scrive velocemente, confrontando ogni tanto quello che ha scritto col libro che ha davanti. Ha deciso di tentare gli esami di licenza liceale a Napoli, il suo titolo di studio francese non è riconosciuto in Italia.
“ Un corpo lanciato nello spazio orizzontalmente il quale disegna una traiettoria curvilinea raggiunge il suolo nello stesso tempo da un corpo lasciato cadere verticalmente dalla stessa altezza. Se ne deduce che la componente normale della velocità istantanea è la medesima nei due casi.”
Un volo nell’azzurro. Azzurro sopra, azzurro sotto.
“ La caduta dei gravi è un esempio tipico di moto uniformemente accelerato, per cui sono valide le leggi di Galileo, riassunte nella formule s uguale a 1 fratto 2 gt alla seconda, v uguale gt, v uguale radice di due gs dove s è la distanza, t il tempo, v la velocità, g l’accelerazione di gravità (9,8 m/s alla seconda). La velocità di un corpo che cade dipende dalle dimensioni e dal peso specifico. La resistenza dell’aria…”
Si ferma, lo sguardo perso nel vuoto. La velocità è fulminea, tutto avviene prima che tu realizzi quello che sta succedendo, prima dello schiaffo doloroso dell’acqua, dopo quell’urto (splash!) silenzio, solitudine, buio. La penna le cade dalla mano, incapace per un attimo di trattenerla.
Qualche volta passano mesi, forse un anno… Accade sempre più raramente, ma accade ancora.

Posillipo, luglio 1952

“Un corpo lanciato nello spazio orizzontalmente raggiunge il suolo nello stesso tempo di un corpo lasciato cadere verticalmente dalla stessa altezza.”
E’ andata giù come un sasso, disegnando un arco nel vuoto prima di sprofondare nell’acqua. Poche manciate di secondi che sono parse un’eternità! Poi è tornata in superficie pallida, a braccia aperte, con gli occhi chiusi, come una bambola rotta.
Livio paralizzato sul pontile, incapace di muoversi quando ha capito quello che stava succedendo.
Lodovica, che dalla terrazza del Circolo aveva seguito distrattamente la scena, fino all’epilogo pazzesco, ora urlava con quanto fiato aveva in gola. Si sono tuffati in quanti? Cinque, sei, l’hanno riportata a riva. Un tuffo di almeno quattro o cinque metri, forse pure di più, a quell’età deve esserle sembrato di cadere da un secondo piano. C’era un medico che prendeva il sole, le ha fatto un massaggio cardiaco, la respirazione bocca a bocca e via, l’hanno caricata in macchina, in ospedale a sirene spiegate. No, non aveva bevuto: non troppo, almeno. Era sotto shock, quando è entrata nell’acqua ha perso i sensi, dopo quasi non respirava più…
Livio piangeva, l’incosciente, alla fine faceva pure pena.
“Ma che ti è saltato in mente?” gli dicevano, lui niente, piangeva e basta: eppure a sedici anni capisci che fai, no?
Lodovica intanto si era sentita male anche lei, ancora stavano cercando di calmarla; pure un’iniezione le avevano fatto, non faceva che gridare:
“Voglio andare da mia figlia! Voglio sapere come sta!”
Insomma, raccontavano, la bambina correva sul pontile, avanti e indietro. Scendeva giù, riempiva il secchiello d’acqua e risaliva su, sempre di corsa, per vuotarlo a mare.La signorina che doveva badare a lei si era allontanata un momento, per quello la madre guardava in quella direzione, voleva vedere se era tornata e soprattutto perché non diceva a Federica di smetterla.
Un gruppo di ragazzi e ragazze prendeva il sole sul pontile, lei scavalcandoli di corsa li schizzava con l’acqua e loro protestavano, ma tutto nell’ ambito dello scherzo. Poi Livio si alza e che ti fa? Afferra al volo la bambina, la fa dondolare due o tre volte, ma forte, poi la scaraventa giù.
“Lei si sarà terrorizzata, pensa che volo! E poi non sa nuotare, scherziamo? Una bambina di quattro anni…”
Eccola, Federica, che dorme sul letto della stanza degli ospiti. Respira tranquilla, solo sotto agli occhi ha due ombre azzurre. Pietro s’inginocchia vicino al letto, è tornato di corsa da Capri appena l’ha saputo, in tempo per scontrarsi con Livio che è venuto a scusarsi.
Poco fa Pietro, in camera sua, ha dovuto trattenersi dal mettergli le mani addosso, ma lui con le lacrime agli occhi gli ha detto:
“Sono stato uno stronzo, Pietro, ma ti ho visto tante volte dondolarla nel vuoto, sul pontile, che buttarla giù mi è parso solo uno scherzo! Te la porti sempre al largo, a mare, io pensavo che sapesse nuotare! Perdonami, Pietro: io non ho il coraggio di andare neppure da tua zia…”
“Lo stronzo sono io” pensa Pietro. Ripensa a quel gioco stupido, crudele a pensarci adesso, e vorrebbe mettersi a piangere. Guarda quant’è piccola, che piedini, che manine: un uccelletto, un passero.
La porta si è aperta alle sue spalle, Lodovica entra senza far rumore e lo sorprende così, con gli occhi bagnati. Pietro si alza, le si avvicina, vede che anche lei ha pianto.
“Lo so, Pietro, quanto le vuoi bene. Pensa che poteva succedere, tutto per quel cretino… Non puoi capire che cosa ho provato quando l’ha lanciata dal pontile… io ero sulla terrazza, mi arrivava la musica di una radio, suonavano “In the mode” di Glenn Miller, non la voglio sentire mai più quella musica!”
Ricomincia a piangere. Pietro l’abbraccia, e si sente una specie di Giuda.

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"Femmina de Luxe" di Elisabetta Bucciarelli

Olga è vestita di velluto verde bottiglia. La sfila solo un po’ ai fianchi. Per il resto avvolge le sue forme e la rende oltremodo tonda, ma perfettamente semisferica in ogni curva. Non si può dire che porti male la sua ciccia, ma neanche che non ne abbia di troppo. Un boa tipo peluche rosa, le copre il collo e una mantella scura la protegge dal freddo. A Milano febbraio porta colori ma non calore. Così è quel primo pomeriggio, freddo pungente ma che fa ben sperare. Aspetta già da un po’ in Corso Garibaldi, davanti al teatro delle Erbe. Dall’altra parte in arrivo il Pazzo dell’arte. Trascinandosi avanti la raggiunge.
«Ciao, scusa se sono in ritardo ma non ho trovato neanche una cabina libera», ansimando e baciandola sulle guance.
«Non preoccuparti. Dove andiamo?», affiancandosi a lui che non smette di camminare. Ha un cappotto color cammello slacciato e sotto una tuta blu, con un marsupio stracolmo legato in vita e zoppica.
Lei se ne accorge: «Ti sei fatto male? Rallenta il passo che zoppichi».
«Mi sono lavato, si sente?», chiede lui.
«Per la verità no, ti annuso se vuoi?», gentile lei.
«Tu sei bella, molto elegante, sembri mia zia Teresa», con entusiasmo per la zia Teresa.
«Era il vestito di Isotta, nel Tristano e Isotta. L’ho adattato un po’. Senti com’è morbido», e allunga il braccio che lui non tocca e nemmeno guarda.
«Dove stiamo andando?», chiede il Pazzo dell’arte.
«Non lo so», lo guarda lei, «oggi decidi tu».
«Al Panino Giusto, ti va?», infantile e gioioso.
«Ma andiamo sempre lì e non c’è mai posto», fa lei corrucciandosi.
«È prima del solito, magari troviamo un tavolo», con speranza autentica.
«Oh sì, certo, proviamo. Magari poi andiamo al cinema, che dici?», parandogli lo sguardo di fronte.
«Poi però ci tocchiamo, vero?», chiede lui preoccupato.
«Sì, sì, certo, dopo sì, ci tocchiamo, e anche di più», lo rassicura lei.
«Anche di più? Magari no, anche di più. Preferisco di no», rabbuiato, «ma se ci tocchiamo sì che mi va», con sorriso.
Vicini ma non per mano. Si parlano ma pochi sguardi. Di più quelli della gente che li vede passare, quasi ora di aperitivo a Milano. Tacchi alti e nero d’ordinanza. In forma e magri. Un po’ abbronzati da settimana bianca. Loro, invece, bianchi di pelle e flaccidi. Grassi e con poco appeal. Entrano al Panino Giusto, un tavolino d’angolo libero. Provano a sedersi ma non ci riescono. Posti smilzi. Incastri perfetti per fisici palestrati. Desistono e ritornano all’esterno. C’è solo un posto fatto su misura per loro. McDonald’s. È lì che vanno a finire.

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"Gocce di me fra cuore e anima" di Giuliana Barontini

ORE SOLE
Nel gelido crepuscolo
invernale
quando sfumano
le ore dell'attesa
in un triste
girotondo di illusioni
parlano

raccontano di amori
vissuti
consumati
frantumano cristalli
di silenzio.

Nelle lunghe
insonnie della notte
struggenti malinconie
insieme a
bagliori di speranze
indefinite

solcano rughe
che increspano il volto.

Ore che palpitano
stanche
aspettando il fragile
risveglio nella luce

lotta continua
tra il sogno
e l'assurdo
divenire.

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"Humana Justitia" di Elisa Lodigiani

Ormai sono vecchio. Molto malato e vecchio. Non so quanto ancora mi resterà da vivere ma ogni giorno è un giorno in più. Il medico non ha avuto il coraggio di dirmelo apertamente ma l'ho capito dal suo sguardo.
"Sto morendo, vero dottore?", gli ho chiesto.
Ha abbassato gli occhi. E' così che i dottori fanno. Affrontano la morte ogni giorno, ed ogni giorno sembra sempre la prima volta.
Eppure io non ho paura di morire. Sono così stanco che credo proprio sia un buon momento. La mia vita è stata bella. Ho vissuto bene. Non ho rimpianti. Non ho rimorsi. Così dovevo vivere e così sono felice di essere vissuto.
Ho avuto tutto dalla vita. Proprio tutto. Non credo avrei potuto vivere meglio. Non credo proprio.
Ma è arrivato il momento di narrare quello che accadde oltre quarant'anni fa.
E' arrivato il momento di raccontare come andarono le cose. E' importante. Solo così potrà essere decretata la mia vittoria senza possibilità di rivalsa.
La mia non sarà una confessione. Rifarei ciò che feci allora. Era necessario, per amore della scienza. Non di una scienza fisica ma filosofica; una scienza che molti pensano non esista perchè non può essere provata; che molti ritengono inutile, perchè senza apparenti conseguenze nella vita di ogni giorno

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"I neuroni della lettura" di Stanislas Dehaene

Se l'architettura del cervello influenza la maniera in cui leggiamo, dovremmo ritrovarne traccia nella storia comparata delle scritture. Di fatto, nonostante l'apparente diversità, tutte le scritture condividono molti aspetti simili che si spiegano nel modo in cui i neuroni della corteccia occipito-temporale rappresentano le informazioni visive. Più in generale le neuroscienze gettano luce nuova sulla storia del'invenzione della scrittura. Ripercorrendo questa storia troviamo l'umanità all'incessante ricerca di una notazione scritta sempre più efficace, che si pieghi ai vincoli della sua organizzazione celebrale. Non è il cervello che è evoluto per la scrittura, bensì la scrittura a essersi adattata al nostro cervello.

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"I racconti del ripostiglio" di Claudio Martini

I CAPITOLO

Mi è sempre piaciuta quell'immagine che Pratt propone alla fine di una delle sue opere, penso rientrando in casa alle sei del pomeriggio.
I veneziani, quando sono stanchi della loro quotidianità, della loro vita abituale, entrano in una piccola corte, aprono una porta segreta e se ne vanno in una dimensione parallela, un ambiente in cui i sogni e i desideri trovano forma e creano storie che vale la pena di vivere.
Venezia mi è sempre parsa una città adatta a queste fughe fantastiche, soprattutto nei mesi autunnali, quando l'assedio dei turisti diminuisce e le calli e le piazze sembrano celare segreti antichi, tenuti nascosti così bene che gli stessi residenti se ne dimenticano.
Do uno sguardo al mio appartamento, come se non ne conoscessi ogni angolo, ogni metro.
Mi muovo lentamente dal salotto verso l'ingresso, sentendo addosso una stanchezza che sembra aumentare ad ogni passo. Mi fermo davanti alla porta a specchio del ripostiglio. Osservo l'immagine riflessa, il corpo robusto, la giacca grigia sui pantaloni jeans, la barba di tre giorni, la mia espressione assente.
Mi riscuoto, mi allontano dallo specchio, mi butto sul divano.
Sarei contento di scoprire che lo specchio di fronte alla porta d'ingresso, che rimanda la mia immagine quando rientro dal lavoro, occulti un passaggio che metta in comunicazione i miei desideri di altrove...

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"I ragazzi di Villa Elma" di Giuseppe Pederiali

Anche se i coccodrilli non si vedevano, Carlo era sicuro che affollavano quella parte di fiume dove più fitte erano le erbe acquatiche. A guardar bene se ne poteva scorgere un muso spuntare tra due ninfee, e un dorso, scaglioso e crestato come quello di un dinosauro, affiorare al centro del corso d'acqua, confuso dalla nadrina. Meglio tentare il guado un poco più a sud, dove gli unici animali che abitavano la Fossa Signora erano pacifiche rane e pigre bisce, oltre a qualche nera folaga che faceva il nido tra le canne. Questa era la riva preferita da Carlo perché le alte canne palustri cresciute sui due lati della Fossa somigliavano moltissimo ai bambù della foresta malese di Sandokan. Tra l'acqua e l'argine, nascosta dalla vegetazione, c'era la piccola radura con la capanna costruita da Carlo: un covo che neppure i suoi migliori amici conoscevano; un luogo segreto nel quale custodiva l'arco, le frecce, la fionda e dieci splendide gazose che costituivano il suo tesoro, per più sicurezza sepolte nella terra sotto la più grossa delle canne, che lui chiamava la Canna Sacra. Da quel luogo nascosto, Carlo poteva scorgere laggiù, oltre la campagna coltivata, gli alberi e uno scorcio di Villa Emma. Anche l'edificio e il parco da anni rinselvatichito fino a somigliare a una vera foresta, facevano parte del territorio di Carlo, anche se lui si avvicinava alla villa soltanto in occasione di caute esplorazioni. Disabitata da alcuni decenni, la solitudine la rendeva ancora più misteriosa perché sicuramente infestata di fantasmi.
Ma aveva deciso: oggi sarebbe penetrato all'interno della villa attraverso uno dei finestrini delle cantine, quello privo di inferriate. I fantasmi, gli spettri e compagnia bella non esistono e non potevano fare paura a un ragazzo di ormai tredici anni. Per sicurezza avrebbe comunque portato un'arma, la fionda oppure l'arco fatto con un flessibile ramo di salice e le frecce costruite coi raggi di una bicicletta, capaci di attraversare una mela da parte a parte. Villa Emma di sicuro nascondeva tesori.
Sfilò le scarpe, infilò le calze dentro le scarpe e le mise nella minuscola capanna. Tornare a casa senza scarpe significava prenderle dal papà, dalla mamma e anche dallo zio calzolaio che avrebbe dovuto fargliene un altro paio. Quale arma scelse la fionda, dava meno nell'occhio, stava dentro una tasca, e in mano a uno con la sua mira costituiva davvero un valido strumento di attacco. Nella villa potevano esserci dei banditi, dei soldati nemici dell'Italia, o una belva, orso o lupo, di quelle che secondo Don Arrigo un tempo abitavano in quelle terre, sopravvissuta per la sua astuzia e ferocia.
Immerse il piede dentro l'acqua della Fossa Signora. Era tiepida. Tolse pantaloncini, canottiera e mutande, che erano gli unici indumenti che ancora aveva addosso, li annodò tra loro, ne fece una palla con dentro la fionda e la lanciò sull'altra riva dove cadde tra l'erba, all'asciutto. Scivolò in acqua adagio, godendo il fresco contatto e il profumo di erbe e di pesce. Cercò di non pensare ai coccodrilli che poteva incontrare. Mentre nuotava verso la riva opposta, fu addirittura tentato di convincersi che i coccodrilli non potevano esistere in un canale vicino a Nonantola, in provincia di Modena, un giorno dell'estate del 1942. Ma arrivò sulla riva prima di quei cattivi pensieri che potevano sciupare i giochi futuri, accolto da numerose rane che gli vennero incontro tuffandosi in acqua.
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"Il Discepolo" di Antonio G. D'Errico

Le prime pagine del libro
1

Che il mondo fosse uno schifo era un’amara consapevolezza che avevo acquisito.
Trascorrevo il tempo occupandomi di me stesso, preoccupandomi di dare cura e profondità al mio bisogno di esistere, cercando una verità sullo scopo della mia vita. Non avevo ancora un’eleganza e una raffinatezza logica per dare splendore e sapienza ai miei pensieri, probabilmente non ne sentivo neanche la necessità.
Avevo compiuto vent’anni. Possedevo un diploma di perito industriale, e avevo messo piede all’università, iscritto al primo anno della facoltà di Giurisprudenza. Non avevo mai frequentato un corso, né mai avevo letto una pagina di quei libri di diritto.
Avrei fatto volentieri a meno dell’esperienza universitaria, ma non mi era stata data altra scelta dai miei genitori, i quali avevano previsto per me un futuro da avvocato. Avevo cercato di non alimentare in loro quella speranza, mi ero opposto, come può fare contro i genitori un ragazzo di diciannove anni, ma niente, non c’ero riuscito. Mia madre, molto spesso, dopo lunghe e inutili lotte verbali, cercava di essere più efficace erompendo in pietose e disperate crisi di pianto, che mi mettevano addosso angoscia e sgomento. Mio padre mi colpiva col silenzio, e con l’indifferenza; solo qualche volta sospirava, con lo sguardo rivolto a mia madre, come se volesse dimostrare fastidio più che dispiacere per quel pianto.
Per giustificare il mio insuccesso universitario, sostenevo con mia madre la volontà di essere interessato piuttosto alla ricerca del lavoro. Impiegavo, di conseguenza, le mie giornate standomene seduto davanti al computer, compilando il mio curriculum vitae, che spedivo ad “aziende attive nel settore dell’elettronica”, nel quale sottolineavo la mia brillante votazione conseguita alla Maturità e la mia buona conoscenza della lingua inglese.
Ogni tanto, nel pomeriggio, veniva a trovarmi a casa un mio compagno di classe delle superiori. Era stato bocciato all’esame di maturità, e quindi era iscritto e frequentava ancora l’ultimo anno dell’Istituto Tecnico. Non avevo di lui nessuna stima, e neanche avevo molto da dire; covavo piuttosto rabbia e risentimento nei suoi confronti perché, qualche anno prima, la mia ragazza mi aveva lasciato per mettersi con quello, preferendolo a me. Non gli avevo mai perdonato quell’offesa. Federico, così si chiamava, mi aveva ripetuto più volte che se avesse saputo che saremmo diventati amici non avrebbe mai più pensato di poter cedere alle avances di quella, che dopo neanche una settimana aveva lasciato anche lui per provarci con un altro. “Era una stronza!” diceva tutte le volte, dando il suo giudizio perentorio su Anna, la ragazza che anch’io avevo amato. Poi parlava di sé, alludeva a scelte estreme che avrebbe dovuto intraprendere, per dare una svolta decisiva alla sua esistenza. Restava a fissarmi, cercando di scoprire nel mio sguardo un’emozione di interesse o di curiosità per quelle allusioni che, contrariamente alle sue aspettative, mi suscitavano nausea e intimo sdegno.
Me ne stavo chiuso in casa, aspettando la chiamata di una di quelle aziende alle quali avevo inviato il mio curriculum.
Solo qualche volta uscivo per fare un giro tra i viali deserti che si perdevano in mezzo alle villette di Longuelo, il quartiere di Bergamo dove abitavo con i miei genitori. C’eravamo trasferiti da poco più di un anno, lasciando la vecchia casa di Celadina, le cui due stanze e cucina erano diventate strette per contenere tutto il fardello di cose della famiglia.
Mio padre dipingeva. Il suo studio era pieno zeppo di quadri, accatastati l’uno sull’altro. Erano dipinti raffiguranti paesaggi urbani e alpini. Si ripetevano, nelle cornici dorate, scorci di archi segnati dal tempo, incastrati tra vecchie case di pietra scura.
Passava giorni e giorni in piedi davanti al cavalletto, spandendo colore che, evidentemente, non trovava né forma né armonia in quelle raffigurazioni povere di immaginazione. Dipingeva case, piazze e montagne standosene in ritiro in quell’angolo di mondo che non gli permetteva di dare valore ed espressione ai colori e alle luci, che i suoi occhi non avevano mai visto né mai la sua mente aveva potuto immaginare.
Lo guardavo, quando mi capitava di entrare in quel tabernacolo, a volte entravo solo per osservarlo, e fingevo di cercare qualcosa. Egli non si scomponeva, neanche faceva cenno di interessarsi alla mia intrusione. Nessuna ispirazione agitava la sua anima. Lo testimoniavano quei dipinti e tutto quanto dava volume a quella stanza senza vita.
A certe ore il quartiere sembrava piombare in un silenzio irreale. Gli alberi, non ancora cresciuti, lungo i marciapiedi disegnavano per terra ombre tremule e incerte. Le porte sbarrate delle ville facevano pensare che fossero disabitate.
La sera, mi appassionavo alla lettura di alcuni libriccini che avevo trovato frugando nello studio di mio padre. Erano biografie di pittori famosi, che davano informazioni sulla loro vita e sul tempo in cui erano vissuti; in appendice, riportavano tavole illustrate delle loro opere.
Restavo in contemplazione, affascinato dalle scelte pittoriche di quegli artisti: mistiche e provocatorie, realistiche e misteriose, pietose e allegoriche. In ciascuna si coglievano i segni di una medesima ispirazione, come se avessero dipinto per la stessa necessità. La luce che emanavano quelle opere, apparentemente frutto di epoche di pensiero e di scuole differenti, in realtà rendeva a tutte la stessa suggestione espressiva e la stessa carica emotiva.
Pensavo a mio padre, alle sue tele, e capivo quanto fosse lontano da ogni possibilità di elevazione.
Quei pittori avevano trascorso la vita alla ricerca della forza ispiratrice dell’arte, cercando nell’anima il soffio di quella ispirazione. Avevano messo a rischio la vita, in certi casi l’avevano maltrattata fino alla malattia e alla morte. Mio padre, invece, non aveva mai rischiato niente, neanche il respiro, che tratteneva gelosamente, per non dare l’opportunità a nessuno di rivolgergli una parola.
Provavo dispiacere per lui, perché adesso avevo la certezza che non era mai stato un pittore né mai lo sarebbe diventato.

2

Una sera, la pace del quartiere venne turbata dalle sirene di due volanti della polizia, che irruppero sgommando ad alta velocità. Gli agenti scattarono, scendendo dalle macchine e correndo su per le scale di una villetta poco distante dalla nostra.
Mia madre si precipitò alla finestra della cucina, il cuore in gola per lo spavento. Qualcuno si affacciò ad un’altra finestra, sporgendo con la testa. Altri uscirono fuori dalle case, con l’espressione smarrita, gli sguardi svaniti, cercando una ragione di quel tumulto. Mormorii increduli, gesti accennati che non trovavano risposte da parte di nessuno.
I poliziotti erano entrati nella casa ed avevano chiuso la porta. Due di loro erano rimasti nelle macchine, parlavano concitatamente alla radio.
Mia madre si precipitò nello studio, cercando di portare mio padre con lei dall’altra parte: “I poliziotti! Alfredo! I poliziotti!”.
Le rispose con un freddo mugugno di indifferenza, intenzionato a non voler abbandonare la tela che stava imbrattando.
Mia madre non insistette con lui, corse nel corridoio venendo verso la mia stanza. Aprì la porta: “Emanuele! I poliziotti! Vieni a vedere! Vieni!”.
Uscii, per farle piacere. Le andai dietro, lentamente, mentre lei batté i tacchi, correndo in cucina. Si affacciò alla finestra: “L’ambulanza, Emanuele! È arrivata l’ambulanza!” disse, facendomi posto perché mi affacciassi.
Restai in piedi, evitando di sporgermi. Guardai fuori. I poliziotti erano intorno ai portantini che scendevano le scale, sollevando la barella sulla quale pesava il corpo di qualcuno, coperto completamente da un lenzuolo.
“Dio mio! È morto!” esclamò mia madre, soffocando nel respiro.
Un clamore sordo soffocò il petto di quanti erano rimasti ad assistere a quell’evento scioccante e imprevisto.
Davanti alla porta della villa i familiari piangevano inconsolabili. Una donna si trascinava dietro alla lettiga spalancando la bocca, con gli occhi appannati dal pianto e dalla disperazione. Allungava le braccia, cercando il contatto col morto, che non voleva assolutamente che le fosse portato via. La seguiva un signore, piangeva con lo stesso dolore e lo stesso smarrimento, quasi cercasse un appiglio che gli consentisse di rimandare quel distacco definitivo.
I portantini caricarono il corpo sull’ambulanza. La donna, perse definitivamente le forze, collassando su se stessa. I poliziotti la afferrarono e la sorressero, mentre il signore abbracciò la donna con delicatezza, sospirando per l’affanno che gli stava bruciando la gola. Il portellone dell’ambulanza si richiuse. I poliziotti caricarono la donna su una macchina, il signore entrò e sedette accanto a lei. Gli agenti dissero poche cose tra loro e con gli operatori sanitari, poi fecero cenno che erano pronti per partire. L’ambulanza si mise in movimento, seguita dalle volanti della polizia, che azionarono le sirene.
Mia madre seguì con lo sguardo la corsa delle macchine, asciugandosi le lacrime che le erano scese copiose sul viso. Il corteo dei curiosi fece ritorno nelle proprie case.
“È morto il figlio dei Belotti!” disse qualcuno, sporgendosi dalla finestra.
“Oh, Signore!” commentarono i pochi che erano rimasti ancora sull’uscio delle case.
“È morto il figlio dei Belotti!” ripetè mia madre, incredula e spaventata.
“Com’è morto?” chiese sottovoce, con la stessa incredulità e lo stesso sgomento, la signora affacciata alla finestra di fianco.
“Cose strane” biascicò, con timore e dubbio, qualcuno dalla strada. “Lo hanno trovato nudo sul letto della sua stanza, il corpo ferito da tagli profondi. Le pareti imbrattate da scritte e simboli osceni, tracciati col sangue. Dev’essere stato un delirio suicida... Chi lo sa, un effetto di qualche droga che aveva assunto... Era molto chiuso il ragazzo, anche in famiglia riuscivano difficilmente a parlare con lui”.
Mia madre impallidì, confusa da mille dubbi che le turbinarono in testa, temendo probabilmente per un fatale destino che avrebbe potuto investire anche la nostra famiglia, viste le chiusure che regnavano anche tra noi, simili e forse ancora più gravi della famiglia dei Belotti. “Hai sentito, Emanuele?” disse frastornata.
“Sì, ho sentito”. Mi girai per allontanarmi, volendo evitare che continuasse con altre suggestioni.
Non feci in tempo. Continuò: “Non farti venire in mente di prendere anche tu certe porcherie! Non riuscirei a sopportare il dolore della tua morte!”.
Scossi la testa, sospirando la delusione che mi procurò la sua inutile e immotivata preoccupazione.

3

I giorni successivi, la polizia fece visita più volte a casa dei Belotti.
Le indagini per accertare le cause di quella morte si erano complicate, e si stavano allontanando sempre più dall’ipotesi del semplice suicidio, come si era supposto ad una prima ricognizione. Ora l’inchiesta si era spostata sulla ricerca di un gruppo di fanatici, di cui il ragazzo evidentemente aveva fatto parte. Nel quartiere si sussurrava di un gruppo di giovani appartenenti a una setta satanica che aveva già dato manifestazioni del suo macabro delirio. C’erano stati piccoli fatti che, pur non avendo allarmato più di tanto le forze dell’ordine né suscitato la curiosità dei mezzi di comunicazione, avevano turbato notevolmente le persone del posto.
Qualche mese prima della morte del ragazzo, mia madre era tornata sconvolta dal lavoro. Lavorava come impiegata alle poste centrali di Bergamo, con un contratto part-time. Aveva il viso pallido e la voce affannata. Si era precipitata nello studio di mio padre, riferendogli di un grave sacrilegio che era stato commesso la notte nel cimitero di Seriate. Gliel’avevano detto alcuni colleghi in ufficio. “Dei delinquenti hanno scoperchiato le tombe, scomposto le ossa dei morti. Hanno mangiato sui loculi e vi hanno pure scaricato i resti puzzolenti della loro cattiva digestione. Dove si andrà a finire di questo passo? Dio mio, aiutaci tu!”.
Le chiacchiere che ora giravano nel quartiere sul conto del figlio dei Belotti, dando per certa la sua appartenenza alla setta satanica, avevano messo a rischio l’equilibrio in casa nostra. Mia madre spiava continuamente fuori dalla finestra, sobbalzando tutte le volte che scorgeva la volante della polizia aggirarsi tra i viali del quartiere. Mormorava tra sé, implorando Dio di evitarle la sciagura di dover subire il dolore per qualche mio sbaglio che avrei potuto commettere. Si convinceva sempre di più che il mio stile di vita e soprattutto la mia chiusura avrebbero potuto portare rovina nella nostra casa. E allora veniva a sollecitarmi qualche sciocca confidenza, giusto per farmi parlare, per impedire che mi abbandonassi a cattivi pensieri, che potessi maturare idee assassine contro me stesso e contro il mondo.
In realtà, io non nutrivo niente di quanto costruiva lei con la sua impressionabile immaginazione. Mi dava fastidio piuttosto, e mi metteva ansia, quando entrava nella mia stanza, interrompendo i sogni che facevo ad occhi aperti, aspettando una telefonata da parte delle aziende. Mi soffocava con la sua presenza, e l’ispirazione dei sogni diventava incubo e insofferenza. Allora mi giravo sul letto, mostrandole la schiena, gemendo ad ogni suo tentativo di volermi spronare il dialogo. A volte uscivo e scappavo fuori dalla stanza e dalla casa, per non sentirla, per non sentire nessuno. Facevo lunghe passeggiate tra i viali di Longuelo, infuocati dal sole estivo. Rientravo la sera tardi, di nascosto, riparando nella stanza, recuperando il senso della tranquillità e della pace, sperando che nessuno venisse a disturbarmi. A volte chiudevo la porta, per non permettere a mia madre di entrare.
Rinunciò finalmente ai suoi tentativi di confidenza con me, dopo tutte le volte che aveva provato inutilmente ad aprire la porta chiusa. Se ne rimaneva dietro la porta, invitandomi ad aprirla, disperandosi, sbuffando in preda all’angoscia.
Riconquistai in questo modo la libertà di godere del silenzio della stanza. Mia madre non si fece più sentire. Ebbi l’impressione che adesso volesse piuttosto evitarmi.
Quando ci incontravamo solo per il pranzo o per la cena, nessuno fiatava. A mio padre il silenzio era congenito, ma quello di mia madre avevo il timore che derivasse da una sua nascosta e profonda oppressione, che non le permetteva neanche di rivolgermi lo sguardo, che mi rifiutava tutte le volte quando io cercavo il suo. Intimamente ero dispiaciuto, mi sentivo colpevole di tutto quel disagio.
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"Il funerale della balena" di Gian Andrea Rolla

N.D.R. Per l'assaggio di questo libro abbiamo deciso di pubblicare due pezzi distinti che sono meravigliosi e che ben mettono il risalto il modo di scrivere di Rolla e danno un'idea del tipo di romanzo oltre che destare maggiore curiosità.
Ricordiamo che il romanzo è acquistabile solo sul sito della casa editrice a questo link:
http://casadeisognatori.splinder.com/post/22982644/e-siamo-a-12

"Non avevano mai visto il mare, quell'acqua azzurra che s'increspa e si rompe in brevi colline di schiuma illuminate dal sole, un sole così bianco, immenso, non il sole giallo e nano dei loro monti. E poi il grande castello di Erxe e le sue alte, severe case rosa contessa e gialle marchese. Le colline: seni e natiche verdi di donna gigante. Ulivi, pini, lecci e castagni. I frammenti blu del cielo alto e curvo rammendati da grandi nuvole di cotone, non i cumuli neri di quella pioggia grigia che ammazzava le ossa dei montanari. Le navi bianche e nere che entrano fumando e suonando contente nel porto, e le barche a remi e a vela che incrociano senza toccarsi, un balletto di fidanzati prima della prima volta. Le case di Portino dietro la torre sullo scoglio, e la cinta murata di pietre grigie e azzurre sorrideva diffidente ai montanari, le facciate corrose dal sale marino, imprigionati dal tempo fisso e lungo e dalla ragnatela della povertà."

"Mina scendeva in paese a fare la spesa e sempre c'era qualche matto o qualche ubriacone che l'abbordava e lei li faceva parlare e li studiava. Li temeva, sapeva che i matti sono toccati dai sensi più acuti e nascosti. Sfiorati dalla dimensione fonda del mondo, i matti ne rimangono irrimediabilmente pervasi, percependo il "di dietro" e il "di dentro" delle cose, vedendo più in alto e vedendo sotto, vedendo dove non si dovrebbe e sentendo tutto. Sapeva che i matti capiscono meglio di tutti; e per questo gli altri li bollano come "matti" e li liquidano in quel modo così frettoloso, perchè temono la conoscenza e il cammino inquieto che essa impone. Gli stupidi scorgono l'inizio della conoscenza grazie ai matti e subito si ritraggono impauriti e tremanti. Gli antichi e i primitivi avevano più rispetto, i pochi primitivi rimasti sanno trattare i matti meglio di tutti, ma la massa zotica e moderna che regna il paese li ha ormai sistemati. Del resto, da sempre gli esseri inferiori imprigionano gli esseri superiori e li fanno passare per inferiori. Sapeva bene che gli umani si dividono in due classi, i matti e gli stupidi, e che i secondo governano sui primi."

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"Il libro dei coniglietti suicidi" di Andy Riley


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"Il patto dei labrador" di Matt Haig

"Ai cani piace parlare.
Parliamo tutto il tempo, senza smettere mai. Tra di noi, con gli umani, a noi stessi. Parla, parla, parla. Naturalmente, non parliamo come gli umani. Per dire le cose non apriamo la bocca come fanno loro. Non possiamo. E ne vediamo le conseguenze. Conosciamo le parole, capiamo tutto, abbiamo una nostra lingua, ma la nostra lingua non prevede interruzioni e non si ferma quando decidiamo di chiudere le mascelle. Ogni volta che fiutiamo, abbaiamo, strofiniamo il muso in mezzo a due zampe posteriori, ogni volta che diamo una spruzzatina a un lampione, diciamo quello che pensiamo.
Quindi se volete conoscere la verità, chiedete a un cane.
Non che gli umani ci stiano sempre ad ascoltare. Non che pensino sempre che abbiamo qualcosa di importante da dire. Loro ordinano, noi obbediamo.  Seduto. Resta. Vai. Qui. Prendi. La conversazione che ci permettono, e che anche la maggioranza degli umani è in grado di sostenere, è tutta qui." 

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"Il pianto delle farfalle" di Martina Natella

I Capitolo

“Corri, Alice! Corri!”
Matteo mi prende per mano e iniziamo a correre veloci verso il paese. La terra si sta trasformando in fango e, a mano a mano che si attacca sotto le mie infradito, i miei piedi diventano sempre più pesanti da sollevare. Non mi ero resa conto di essermi allontanata così tanto da casa. I prati e i campi si susseguono intorno a me mentre la pioggia mi inzuppa i vestiti e tamburella sui fiori. Un lampo, poi un tuono. Il cielo è sempre più scuro, come se un pittore aggiungesse del nero alla sua tavolozza cercando il colore giusto. Tutto diventa più buio.
“Di qua!”
Matteo mi porta verso casa sua, più vicina rispetto a quella dello zio. E’ una casa in sasso piuttosto bassa ma davvero suggestiva. Entriamo da una porta a vetri sul retro e ci ritroviamo in camera sua. Prima di entrare però, lascio le mie infradito davanti alla porta. Matteo mi da un accappatoio per asciugarmi e una maglietta asciutta che però non indosso. Mi cambierò a casa. Mi siedo sul letto e lui mi mostra la sua collezione di cd: ne è orgoglioso, occupa una libreria intera. Mentre mi racconta dove ha trovato ogni cd, qual è la canzone migliore e altre cose che non ascolto, mi guardo intorno. La stanza è molto particolare. Piena di musica. La parte più alta delle pareti è occupata da mensole coperte di cd e vecchie cassette. Alla sinistra della libreria c’è la porta bianca dell’armadio, mentre a destra una grande scrivania asimmetrica è coperta da spartiti e testi di canzoni a cui Matteo sta lavorando. C’è anche un computer dal quale partono vari cavi e fili elettrici che vanno a ingarbugliarsi fino alle prese. La seggiola è in plastica, verde militare, di quelle da ufficio, con le rotelle. Immagino Matteo darsi una spinta e andare, stando seduto, in ogni angolo della camera.
Al centro della stanza, due chitarre sono appoggiate agli appositi sostegni; una è collegata ad un amplificatore ai piedi del letto. Quest’ultimo è su una pedana rialzata ed è appoggiato al muro tappezzato di poster di concerti e di foto. Ce n’è una di una ragazza con i capelli scuri a caschetto e il viso coperto di lentiggini; ha un cerchietto rosso e sta mandando un bacio verso l’obiettivo.
“E’ la tua ragazza?” chiedo a Matteo.
Lui, dopo un attimo di smarrimento perché pensava che lo stessi ascoltando, guarda la foto, improvvisamente triste. Poi annuisce e guarda fuori dalla finestra.
“Come sono scure le nuvole adesso…” dice sottovoce. Un lampo si riflette sulle lenti dei suoi strani occhiali. Sono rossi ed ottagonali.
“Non volevo interromperti, scusa” dico.
“Hai fatto bene invece. Ti stavo annoiando a morte.”
“No, non è quello…” rispondo. “E’ che io e la musica non andiamo molto d’accordo, quindi non ti ho ascoltato più di tanto. Abbiamo un rapporto burrascoso.”
“In che senso?” chiede lui sedendosi cavalcioni sulla sedia. Giocherella con la custodia vuota di un cd aspettando la mia risposta: la apre, la richiude, la riapre. Io mi mordo le labbra. Devo raccontargli tutto? Adesso? Ma gli interesserà davvero? Si gratta la nuca mentre mi perdo tra le mie domande.
“Allora?” mi chiede.
Guardo la chiave di violino tatuata dietro il suo orecchio destro.
“Allora mettiti comodo…” dico. “E’ lunga da spiegare.”
E inizio a ripensare a quando tutto è cominciato, un anno e cinque mesi fa.

“Vorrei imparare dal vento a respirare,
dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portar le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde di andare e venire…”

.....

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"Il piccolo principe" di Antoine de Saint-Exupéry

"La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi la mia vita, sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai
addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…"

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
"Per favore …..addomesticami", disse.

"Volentieri", rispose il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose".

"Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe "gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"

"Che bisogna fare?" domandò il piccolo principe.

"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino…."

Il piccolo principe ritornò l'indomani.

"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe. "Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti".

"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.

"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe.

"E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "…Piangerò".
"La colpa è tua", disse il piccolo principe, "Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…"
"E' vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E' certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"

"Ci guadagno", disse la volpe, " il colore del grano".

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"Il superlativo assoluto" di Gianpaolo Rugarli

«C'è un altro aspetto essenziale», disse il professor Sorge e parve che un'altra volta le avesse letto nei pensieri. «Si tratta dei personaggi che non sono e non possono essere marionette manovrate con i fili. I personaggi hanno un'anima, devono possedere un'anima. Tutto quello che fanno e che dicono non è casuale, corrisponde a una logica stringente. Mi esprimo così poiché lei mi ha esposto il suo proposito di far morire Ireneo... ma occorre verificare se la morte è nella logica del personaggio...».
«A quanto mi risulta», eccepì con un lieve ansito la signorina Toro, «la morte arriva quando vuole... non si preoccupa della logica di chi ha segnato».
«Questa è una ingenuità», sorrise il direttore editoriale, «una ingenuità suggerita da deformazione professionale e da mentalità positivistica. La morte arriva secondo logica. Anche le morti più immature e più strazianti, se esaminate a mente fredda, hanno sempre una ragione plausibile, servono a chiudere vicende rimaste prive di una sufficiente giustificazione».
«Che giustificazion può avere la morte di un bambino?», domandò Adelaide con ardire.
«La nemesi che si abbatte sulla testa dei genitori», affermò il professor Sorge con uno sguardo intenso e luciferino. C'era qualcosa di demoniaco in quell'uomo; sembrava che conoscesse tutto sui meccanismi del destino e che questa sua abilità gli attribuisse il terribile dono della prescienza, così che di ciascuno avrebbe pouto dire la sorte. Leggeva i pensieri e attraverso i pensieri divinava il futuro, come una chiromante attraverso le linee della mano. Sorge accese una sigaretta e tossì. Con impercettibile fastidio soggiunse: «A ogni modo, non interessa quello che accade nella vita di tutti i giorni. Nei romanzi la morte è sempre una conclusione logica. Contrariamente a quello che si pensa, i romanzi non ripetono il mondo in cui ci troviamo. Per esempio, la sua eroina è troppo fotografica per essere accettabile. Sarebbe più autentica se fosse pazza».
«Pazza?», ripeté esulcerata la signorina Toro convincendosi di essere apparsa come una povera demente, perché l'eroina del libro era lei stessa.
«Pazza», confermò Sorge e tornò a battersi il palmo della mano col tagliacarte. «Non vorrei essere frainteso. Lei sa benissimo che la follia è questione di quantità... chi di noi non è matto almeno in modesta misura? Lei non pensa di essere un po' matta?».
La signorina Toro affannò. La domanda era insidiosa. Se avesse risposto negativamente, avrebbe contrariato il suo esaminatore e avrebbe suscitato una brutta sensazione di prosopopea. Ma, d'altra parte, se avesse risposto affermativamente, avrebbe dovuto confessare che le mancava qualche venerdì, e la cosa la metteva a disagio. Anche perché non era mai stata sfiorata da alcun dubbio circa le sue condizioni mentali, però, adesso che veniva costretta a soffermarsi su questo punto, forse poteva anche ammettere di non avere tutte le rotelle a posto. Il fatto stesso di aver scitto un romanzo, e di averlo spedito a una casa editrice, non deponeva a favore delle sue facoltà mentali.
«Talvolta sospetto di essere pazza», balbettò con un groppo alla gola.
«Ne sono felice», commentò il professor Sorge, «ci capiremo molto meglio. "Congratulatevi con me, a quanto pare, sono impazzito", afferma Checov per bocca d'uno dei suoi personaggi. La follia è uno stato di grazia che avvicina alla verità. Vorrei che lei rendesse partecipe di questo stato la sua eroina... mi intende?».

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"Il talismano del potere" di Licia Troisi

Mi chiamo Sennar, e sono un mago. Nihal e io ci siamo conosciuti cinque anni fa, sulla terrazza di Salazar, città-torre della Terra del Vento, il giorno in cui le ho vinto un pugnale a duello. Lei aveva tredici anni, io quindici. Molte cose sono successe da allora. Il Tiranno, che già governava su quattro delle otto Terre del Mondo Emerso, ha intaccato e conquistato Salazar, e il padre di Nihal, Livon, è stato ucciso. Subito dopo, Nihal ha scoperto di essere l’ultima dei mezzelfi, il popolo sterminato anni prima dal Tiranno. Decisa a diventare guerriero per vendicare la morte del padre e la strage che aveva annientato i mezzelfi, è riuscita a superare le prove imposte dal Supremo Generale Raven e a essere ammessa all’Accademia, dove ha conosciuto Laio, il suo unico amico in quei mesi di solitudine. Durante la prova della prima battaglia, però, è morto Fen, il Cavaliere di Drago di cui era innamorata, il compagno di Soana, la maga che l’aveva iniziata all’occulto. Per la fase dell’addestramento, Nihal è stata affidata allo gnomo Ido e ha finalmente incontrato il suo drago, Oarf.

In quel periodo il Consiglio dei Maghi, a cui appartengo, mi ha affidato un’importante missione. Così, circa un anno fa, sono partito per raggiungere il Mondo Sommerso, un continente di cui si favoleggia l’esistenza, ma di cui nessuno conosceva l’esatta ubicazione. Lo scopo del mio viaggio era richiedere aiuti militari agli abitanti di quel mondo, perché ci assistessero nella guerra contro il Tiranno.
Non è stato un viaggio facile. Sono partito con la nave pirata di Rool e di sua figlia Aires e abbiamo dovuto affrontare una tempesta senza fine, poi le fauci di un mostro messo di guardia al regno degli abissi. L’ultima prova l’ho affrontata da solo. Ho preso una barca e ho raggiunto l’unico ingresso noto per il Mondo Sommerso, un enorme gorgo che inghiottiva ogni cosa. Ho creduto di morire. La potenza del gorgo, la barca che tremava e si infrangeva in mille schegge, l’acqua che mi riempiva i polmoni e mi soffocava…

Mi sono salvato e sono approdato nel Mondo Sommerso. Dopo essere stato curato da una famiglia del posto, mi sono messo sulle tracce del conte, l’unico che potesse ascoltare le mie richieste.
Zalenia, come la chiamano i suoi abitanti, è un luogo pericolo per quelli che, come me, vengono dal Mondo Emerso. Chiunque dalla superficie si azzardi a scendere negli abissi rischia la pena di morte. Sono stato catturato e sbattuto in cella e proprio lì ho trovato un aiuto inaspettato. Ho conosciuto una bellissima ragazza, Ondine, il ricordo più dolce e più triste dei miei tre mesi trascorsi nel ventre del mare.
Ondine mi ha accudito mentre ero prigioniero e mi ha aiutato quando ogni speranza sembrava perduta, impetrando per mio conto presso il conte Varen. Dopo aver parlato con Varen e averlo convinto, sono stato ammesso al cospetto del re Nereo. Ho portato con me Ondine, perché avevo bisogno di lei e perché credevo di amarla.
A Zalenia ho ottenuto ciò che volevo, ma a un caro prezzo. Mentre di fronte a tutto il popolo imploravo Nereo di fornirci aiuto, un emissario del Tiranno ha tentato di uccidere il re e la guerra ha fatto il suo ingresso in un mondo fino allora pacifico.
Terminata la mia missione, mi è sembrato di tornare alla realtà e ho capito che i miei sentimenti per Ondine erano un inganno. Ho dovuto lasciarla, con una promessa che spero di mantenere, un giorno.

Mentre ero impegnato nella mia missione, molte cose sono successe anche in superficie. Nihal è diventata Cavaliere di Drago e si è scontrata con il più forte dei Cavalieri nemici, l’uomo che ha distrutto Salazar: lo gnomo Dola. È riuscita a sconfiggerlo, ma ha dovuto fare ricorso a un incantesimo proibito e questo ha rafforzato le legioni di spiriti che la assediano.
La parte più dura di quel duello è stata per Nihal, già vincitrice, scoprire che Dola era fratello di Ido e che in passato il suo maestro aveva militato nelle truppe del Tiranno, aiutandolo a sterminare i mezzelfi. Ma Ido e Nihal sono legati da qualcosa di speciale, un filo che non può essere spezzato tanto facilmente, e sono riusciti a superare quest’ennesima prova.

Nihal e io ci siamo ritrovati e anche Soana è tornata. Era andata alla ricerca di Reis, la sua maestra di un tempo, e ha riferito a Nihal che la maga voleva vederla.
Reis è una vecchia malvagia. Con occhi pieni di odio ci ha rivelato che Nihal è stata consacrata a un dio dallo strano nome, Shevrar, e che l’unica a possedere la chiave per salvare il mondo dal Tiranno. Dovrà recuperare otto pietre, disperse in ciascuna delle Otto Terre, e una volta che le avrà raccolte, collocarle in un talismano e usarle per evocare un potente incantesimo che priverà della magia il Mondo Emerso. Abbiamo anche scoperto che è stata Reis a causare gli incubi che perseguitano Nihal, perché lei trovasse il coraggio di compiere quest’impresa. Ho portato via Nihal da quel posto e l’ho convinta a non partire, a non far niente di quanto Reis le aveva chiesto.
Purtroppo le cose sono precipitate. Il Tiranno ha escogitato una nuova arma. È riuscito a evocare gli spiriti dei morti e ci siamo trovati a combattere contro i nostri compagni caduti, invulnerabili ai colpi delle spade.
Soana e io abbiamo concepito un incantesimo che permette all’acciaio di avere ragione degli spiriti defunti, ma questo non ha impedito la disfatta. In un solo giorno abbiamo perso gran parte della Terra dell’Acqua e Nihal è stata ferita da Fen redivivo.

La situazione è disperata. Le truppe di Zalenia sono una fragile speranza. So perché Nihal si è alzata in Consiglio, quella sera, e una parte di me capisce che ha fatto bene. Ma non potevo lasciare che andasse in territorio nemico sola con i suoi demoni. È per questo che ho preso la mia decisione e ho messo in gioco tutto per lei.

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"Il vampiro di Ropraz" di Jacques Chessex

Ropraz, nell'alto Jorat del cantone di Vaud, 1903. E' un paese di lupi e di abbandono all'inizio del ventesimo secolo, servito male dai trasporti pubblici, a due ore da Losanna, appollaiato su un alto pendio al di sopra della strada di Berna fiancheggiata da opache foreste di abeti. Abitazioni disseminate spesso in luoghi deserti atterniati da alberi scuri, villaggi stretti dalle case basse. Le idee non circolano, la tradizione pesa, l'igine moderna è sconosciuta. Avarizia, crudeltà, superstizione, non si è lontani dalla frontiera di Friburgo dove brulica la stregoneria. S'impiccano in molti, nei casolari dell'alto Jorat. Nel fienile. Allle travi di colmo. Tengono un'arma carica nella stalla o in cantina. Con il pretesto della caccia o del bracconaggio, custodiscono amorevolmente polvere da sparo, pallettoni, grosse trappole dai denti di ferro, lame affilate alla mola per falci. La paura che si aggira. Di notte recitano preghiere di scongiuro o di esorcismo. Sono aspramente protestanti, ma si fanno il segno della croce non appena intravedono i mostri che la nebbia disegna.

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"Il veleno del cuore" di Barbara Risoli

- Diverrò una suora – finalmente rivelò. No, non ce la fece a restare serio, tentò di trattenersi, ma lo sbuffo divertito che sfuggì dalle sue labbra diede via libera ad una grassa risata. Lei lo guatò delusa.
- Tu… una suora? – sottolineò quell’idea comica ed assurda. La ragazza corrucciò le sopraciglia, non cogliendo la sfumatura del suo tono. Si sentì offesa e glielo fece capire. Lui si appoggiò alla parete rugosa della caverna e si calmò lentamente; poi le riservò quell’occhiata capace di confonderla.
- Non hai il temperamento della santa – asserì adombrandola.
- Mettete in dubbio la mia serietà? – lo interrogò contrariata.
- No, assolutamente… metto in dubbio la tua vocazione… che non c’è ora e non potrà mai esserci – chiarì il concetto. Eufrasia ci rifletté, ma rinunciò a comprendere.
- Non è giusto – continuò a lamentarsi ed il risentimento sovrastava ogni rassegnazione.
- Mia cara… viviamo nell’ingiustizia e la normalità ci disgusta… io e te ci somigliamo – la sorprese con quell’affermazione e lei ancora lo accusò tacitamente.
- Io non sono un’assassina – gli fece notare e Venanzio sogghignò.
- Soltanto perché non ne hai avuto l’occasione, ma tu, come me, persegui il magnifico e ciò che per gli altri è normale, per te è inaccettabile – aggiunse serioso, troppo per pensare ad uno dei suoi sottili scherzi.
- Dite solo delle sciocchezze – lo zittì, facendo spallucce. Però il suo parlare preciso e diretto l’aveva colpita: non era un’assassina, ma aveva desiderato uccidere Aldo per punirlo di una colpa sostanzialmente iniqua, per la sua inettitudine, per la sua incapacità, per il suo inconsapevole mentire dicendo di amarla… perché per lei l’amore, adesso, era qualcosa che non l’aveva mai sfiorata. Scosse il capo sconvolta da se stessa ed il bandito la osservò, mentre lottava contro i propri pensieri ed il proprio essere autentico.
- Aldo era così normale, vero? – la colse in flagrante, ma neppure allora credette nella sua capacità di leggere il pensiero. Non gli rispose.
- E tu vuoi un eroe o un bastardo, non sai cosa fartene di un uomo senza gloria e senza infamia – fu esplicito. Istintivamente ebbe l’impressione che stesse tirando l’acqua al suo mulino, poi escluse quell’evenienza.
- Lo avete detto… un eroe – lo stilettò sottile.
- O un bastardo… ho detto anche questo – sottolineò arcigno. Lei sbuffò, fissandosi sulla pioggia battente che scrosciava davanti a loro. Strano… ma si sentiva bene. Come poteva essere? L’appoggio inaspettato di Venanzio la sollevava e le toglieva quel masso abnorme dal petto. Eppure nulla era cambiato, il suo destino restava segnato, da lì a poco sarebbe partita alle volte di Parigi per entrare in convento e diventare una sposa di Cristo! Già, nulla era cambiato in quei minuti, nulla… e l’ombra per un attimo scemata tornò sul suo volto, con il magone ingoiato poco prima a serrarle nuovamente la gola. Sospirò esausta, quell’andirivieni di malessere e benessere la sfiancava ed anelò morire, magari senza accorgersene, senza dover lottare per sopravvivere… morire, così com’era nata, nell’inutilità del vivere che sentiva addosso. Certo, questa volta solo la morte avrebbe potuto salvarla, solo la… morte? Arrossì agguantata da un pensiero feroce, poi sbiancò e timidamente volse l’attenzione a Venanzio che non aveva smesso di studiarla. Si passò la lingua tra le labbra asciutte e strinse lo sguardo atro.
- Voi… - sussurrò lieve ed una luce crudele le attraversò il viso.
- Si… potrei essere la carta vincente che ti serve per gabbare il destino ed aggiudicarti la partita – la invitò a continuare per nulla intimorito, forse nemmeno sorpreso, probabilmente già a conoscenza dei suoi pensieri.
- Voi siete un assassino – asserì acida.
- Un assassino è sempre utile – le ricordò suadente come un serpente. La determinazione di quella ragazza era addirittura luminosa, come luminoso fu il suo guatarlo ferino.

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"Il volo della martora" di Mauro Corona

MIO NONNO
(da: Il volo della martora)

Il mio primo maestro d’arte è stato il mio nonno paterno. Era nato nel 1879 e portava i baffi alla Francesco Giuseppe. In gioventù aveva corso la prima Milano-Sanremo, ma non faceva il ciclista di professione: era un venditore ambulante e si trovava da quelle parti per commerciare gli oggetti in legno che lui stesso intagliava. Da Erto andava fino a Milano con una bicicletta molto robusta e munita, davanti e dietro, di portapacchi su cui stavano fissati due cassettoni contenenti le cose da vendere. Il nonno era allenato e concluse la gara. Non mi disse con quale piazzamento, forse non lo ricordava.
Partiva in primavera al primo canto del cuculo e tornava quando le foglie iniziavano a cadere. I sacchi con la merce li spediva via treno da Longarone e teneva il suo deposito merci presso una famiglia di Gallarate. Durante i lunghi e silenziosi inverni lavorava ai manufatti: scolpiva cucchiai, forchette, setacci, pale da fornai, mestoli e ciotole. Io spiavo i suoi gesti mentre un gran fuoco riscaldava la casa ingombra di legni. Sopra il fuoco, appesa alla catena del camino, bolliva eternamente una pentola di fagioli.
Mio nonno capiva gli alberi come nessun botanico saprebbe. Di certo non conosceva i nomi in latino, ma conosceva il loro carattere. Ogni pianta possiede un suo temperamento, diceva, e in base a questo reagisce all’uomo che la tocca. C’è il legno dolce, quello malinconico, quello astioso, quello tenace, quello egoista e via di seguito; come negli esseri umani, del resto. Lui lo sapeva e mi insegnava queste cose un po’ alla volta, con calma e saggezza.
Imparai che i denti dei rastrelli si fanno con il carpino. Il carpino è cocciuto e resiste nel tempo allo sfregamento. L’asta invece deve essere di pino giovane che, essendo buono e tenero, non provoca le vesciche alle mani. Tutti gli altri legni spellano le mani, soprattutto l’acacia. Quasi subito reputai superfluo preoccuparmi della qualità del legno per l’asta del rastrello: avevo scoperto che lavorando si formano i calli e non si sente più alcun dolore.
Le spine delle botti devono essere di maggiociondolo poiché, a differenza degli uomini, quel legno resiste al vino per molti anni.
Con il cirmolo si costruiscono le credenze. Se non viene soffocato da inutili vernici, il suo effluvio profumerà la casa di resina per sempre.
L’acero è adatto a fare i mestoli da polenta. Bianco, pulito, rispettoso del cibo, proprio un gran legno. E’ però alquanto cattivello e si diverte un mondo a sbrecciare gli utensili all’artigiano.
Il tasso è un albero altezzoso e pieno di sé. Durissimo, sfida gli attrezzi ridendo. Ha un colore rosso sangue con fiammature stupende. Non accetta ruoli umili e vorrebbe essere sempre trasformato in oggetto d’arte. I tornitori lo impiegavano per fare gli arcolai da filare la lana.
Il manico della scure deve essere di faggio perché sopporta benissimo le torsioni. Pure di faggio le ciotole e i cucchiai. Lo si deve lavorare quando è ancora fresco a causa del suo pessimo carattere: non sopporta il tempo che passa e a un certo punto della stagionatura si chiude in se stesso diventando inattaccabile: Esistono legni tristi che piangono appena li sfiori. Ad esempio il giunco, o la vite selvatica. Con quelli si costruivano le culle dei neonati. Forse perché la vita stessa è un lungo pianto.
Dei trochi da lavoro si adpera solo il primo pezzo, quello che esce dalla terra. Non più di un metro e mezzo.

Ero ancora bambino quando apprendevo questi segreti da un vecchio alto e taciturno. Potrei andare avanti ore a descrivere l’anima delle piante. In seguito, quella conoscenza tornò utilissima al mio lavoro scultore. Augusto Murer, che guidò i miei primi tentativi, espresse più volte la sua ammirazione per la competenza in materia di legno che dimostravo quando andavo in autostop nel suo studio di Falcade a rubargli il mestiere. Rubai dal ’75 all’85, anno in cui morì.

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"In ricordo di noi" di Rossella Martielli

Aveva il fiatone quando arrivò di corsa in cima alla scalinata. Rise felice, pensando che stavolta era stata lei a seminarlo. Faceva caldissimo in quella bollente mattina di luglio, e sapeva che in giro non c’era nessuno perché erano tutti al mare.
Loro invece avevano preferito venire lì, arrampicandosi sul dolce pendio della collina con un motorino talmente vecchio e scassato che non sarebbe mai riuscito a portarli fino alla costa.
Salendo per i sentieri interni, ripidi e poco battuti, il vento le aveva agitato i capelli. Si era stretta così forte a lui da sentirgli le ossa, si era persa nel profumo della sua maglia di cotone che le ricordava i bagnetti dell’infanzia, la pioggia sui capelli appena lavati e il sapone che la nonna strofinava sui panni nei pomeriggi d’estate.
Il verde dei boschi correva accanto a loro nel tentativo di superarli, ma quando arrivarono in cima si arrese, circondandoli col profumo dell’erba appena tagliata, e senza rancore li invitò a far parte di quel paesaggio senza tempo.
L’immenso spiazzale dominava la foresta come un fiero sovrano. In lontananza si poteva scorgere l’azzurro del mare indissolubilmente sfumato in quello del cielo, spruzzato di bianco da un’unica nuvola, una pecorella ribelle, smarrita in una distesa sconosciuta.
Avevano deciso di giocare a nascondino: chi riusciva a non farsi trovare e ad arrivare per primo alla fontana, doveva pagare pegno all’altro.
In quel momento, convinta di aver vinto, si stava dirigendo lentamente verso l’acqua, che la richiamava con il suo scrosciare lento e invitante.
All’improvviso sentì un passo felpato alle sue spalle e una mano sfiorarle la schiena.
Un secondo dopo la figura del ragazzo saettò verso la fontana, mentre la sua risata cristallina risuonava nell’aria e i capelli biondi brillavano, colpiti dal sole.
Allora capì di essere stata fregata ancora una volta.
«Non è giusto!» piagnucolò, correndo più veloce che poteva verso la pietra fresca e bianca.
Presto gli fu accanto e ogni pensiero si eclissò.
Con sorprendente prontezza, senza darle il tempo di capire, lui la incatenò sulla parete dura, il suo corpo su quello di lei e le mani a trattenerle delicatamente i polsi che non opponevano nessuna resistenza. Ogni particella del suo corpo aderiva perfettamente a quello del ragazzo, e alzò lo sguardo per incontrarne gli occhi.
Desiderò annegare nell’azzurro screziato di blu che la scrutava con ridente tenerezza.
Si fissarono per qualche secondo, poi lui la baciò per la prima volta.
Le sue labbra erano calde e umide e iniziarono dolcemente a dischiudere le sue.
Quanto aveva desiderato quel bacio, durante gli interminabili giorni che l’avevano preceduto!
Lo stomaco si strinse in una lieve morsa, a ricordarle che era tutta maschile la forza con cui lui premeva le labbra contro le sue e si insinuava dentro di lei fondendo i loro aromi, creando un odore unico e irrepetibile, che sapeva si sale e di erba, di vento e di pioggia.
Desiderò ricambiarlo con una passione che non sapeva di possedere.
Gli cinse le spalle con le braccia esili e lo attirò ancora più a sé, fondendosi con lui in un abbraccio violento che li avrebbe lasciati stremati e increduli.
Ma in un istante tutto cambiò.
Senza alcun preavviso, il mondo intorno a loro prese a girare vorticosamente e la luce che lo illuminava non fu più la stessa. Il canto degli uccelli era cessato, sostituito da un silenzio innaturale. Quando aprì gli occhi il cielo si era fatto cupo, minacciosamente coperto da nuvole grigie.
Si strinse più forte ad Alex e cercò nuovamente i suoi occhi per attingere aiuto e protezione dalla sua imperturbabile forza, ma i contorni dell’amato viso andavano sfumandosi sempre più. Il corpo si dissolse nel vento forte che si era alzato, finché le sue braccia strinsero il nulla.
Cadde in avanti, mentre un violento terremoto scuoteva orribilmente la terra sotto di lei.
«Alex!» urlò con tutto il fiato che aveva in gola, disperata. Ma non venne nessuno.
Il cielo, ormai nero, si spaccò in due, e lei vide quello che le sembrò un enorme pezzo di roccia blu, duro come il marmo e pesante come una montagna, venire scagliato contro di lei a velocità soprannaturale.
Chiuse gli occhi sapendo che in nessun modo avrebbe potuto evitare lo schianto.

...

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"L'acchiapparatti di Tilos" di Francesco Barbi Pag. 1

PROLOGO

Il vecchio oste scrutò seccato il volto dell’amico prima di servirgli nuovamente da bere.
«Fattelo durare, perché questo è l’ultimo» disse a denti stretti, per non sovrastare i brusii che serpeggiavano nella locanda. Poi mise da parte il tono severo e aggiunse: «Ulvo, ma non ti passa mai per quella testaccia bacata che così ti rovini?»
«Dai Benjam, non mi scocciare» biascicò l’altro. «Adesso mi devo preoccupare per un misero bicchierino di vino!? E di questi tempi poi... Piuttosto, riempimelo per bene.» L’uomo al di là del bancone indicò stizzito il bicchiere mezzo vuoto. La fievole luce delle candele si azzuffava con le ombre scure sul suo volto rugoso; lo sguardo languido e le palpebre cascanti tradivano l’evidente stato di ebbrezza. L’oste lo fissò con una smorfia di disapprovazione.
«Un ultimo dito, ma poi basta. Sei ubriaco, dammi retta. Domattina, quando ti leverai dal letto avrai un gran mal di testa, le budella rovesciate e lo stomaco sottosopra... Ecco cosa ci avrai guadagnato!»
«Se continui, me lo farai venire tu il mal di testa! E poi col temporalaccio che c’è stasera, domani me ne starò di sicuro a letto.»
Ulvo trangugiò d’un fiato il suo ultimo bicchierino. Scuotendo la testa, Benjam si alzò dal suo sgabello e si affacciò alla finestra tonda che si trovava alla sinistra del bancone. Nell’oscurità della sera, la pioggia cadeva fitta da molte ore ormai.
Aveva ragione Ulvo, pensò l’oste, i campi sarebbero stati impraticabili l’indomani. L’umidità gli era penetrata nelle ossa e quell’acquazzone stava intensificando il suo mal di schiena. Come se non bastasse, al malessere fisico si aggiungevano le preoccupazioni che lo tormentavano già da diversi giorni.
Era solo da qualche mese che Benjam aveva lasciato Valbel, nel Quarto Ovest delle Terre di Confine, per venire a costruire la sua locanda qui, sulla via per Giloc. Si era lasciato alle spalle il paese natio con l’idea di mettere su un’attività che gli garantisse una vecchiaia tranquilla e agiata. Grazie ai risparmi di una vita di commerci era riuscito a costruire proprio una bella taverna, interamente in legno e pietra e con alloggi al secondo piano. Gli affari, bisognava riconoscerlo, andavano a gonfie vele; negli ultimi giorni, però, l’oste aveva cominciato a pensare di aver fatto un passo azzardato: quella storia dell’attacco al convoglio del grano lo aveva davvero scombussolato, tanto più che la sua locanda si trovava in mezzo alla campagna, completamente isolata. Il paese più vicino era Giloc, a non meno di un paio di giorni di cammino; c’erano solamente altri due casolari nei dintorni, una fattoria e un mulino in rovina. Benjam non si sentiva affatto tranquillo al pensiero di una combriccola di briganti che scorrazzava nelle vicinanze.
Quando si era trasferito non aveva immaginato quanto potessero essere malsicuri e indifesi quei luoghi. Davvero troppi brutti ceffi battevano l’Antica Mulattiera che collegava Fortevia a Giloc e sostavano nella sua osteria.
Benjam era seriamente preoccupato e l’indifferenza di Ulvo lo infastidiva. D’altra parte quell’avvinazzato era il marito di sua sorella e così l’oste, quando si era trasferito, aveva deciso di portarlo con sé, se non altro per assicurargli una sistemazione. D’accordo, gli voleva anche bene, ma alle volte quello scansafatiche gli dava proprio sui nervi. Pungolato da queste considerazioni, il vecchio oste tornò al bancone.
«Ma perché non la smetti di bere e non torni un po’ da tua moglie!?» sbottò in faccia al cognato. «La lasci sempre sola. E di questi tempi poi!»
«La lascio sola sì! Quell’arpia... Beh, comunque lo faccio per venire a farti compagnia.» Abbarbicato sul suo sgabello, l’uomo sollevò a malapena le palpebre. Il corpulento oste lo fissava con rabbia.
Sebbene affogati nelle gote pingui e sanguigne, i suoi occhi parevano ardenti.
«Sarà già sotto le coperte a quest’ora» si difese allora Ulvo. «Poi che ti credi, che si sentirebbe più al sicuro se stessi con lei?»
«Certo che no. Ormai sei solo un ubriacone.»
«Ma coscia dici!?»
«Ma sentiti, non riesci più neppure a parlare!» lo rimbrottò l’oste. «Piuttosto, dov’è Frida?»
«E che ne so io.»
«Non è mica mia figlia. È tua figlia, anche se sembra che te ne sei scordato.»
«Lasciami in pace, dammi un po’ di tregua. E che ne so io dove diamine si è ficcata quella disgraziata.»
«Le avevo chiesto di darmi una mano con gli spiedi, stasera.» Ulvo diede una placida occhiata alle sue spalle. «Non mi pare che ci sia tutta questa folla» ribatté.
«Ma che ne sai tu di tutte le cose che devo fare! Guarda lì» Benjam indicò la carcassa d’agnello che penzolava attaccata ad un gancio dietro al bancone, «non ho ancora trovato il tempo per scuoiarlo. E poi guarda che pantano!» In effetti l’impiantito della sala era lurido di fango. «Tu te ne stai lì a ubriacarti» si infervorò l’oste, «e intanto tutto grava sul mio groppone!»
«Senti Benjam» cominciò l’altro allungandosi sul bancone. «Ma non è che per caso tua madre mangiava le ghiande?» La molestia che Ulvo sfoderava in momenti come questo era senza dubbio accompagnata da un certo estro creativo.
«Cosa?»
«Se tua madre mangiava le ghiande, significa che... »
«Ma che diamine blateri!?»
«Hai presente la stalla dei maiali... il porcile... tutto quello sterco... Perché non ti ci vai a rotolare, in tutto quello sterco!?»
Una voce baritonale si elevò al di sopra delle chiacchiere e dei mormorii che circolavano nella taverna: «Sì oste, ruzzolati nello sterco. Ma prima portami un’altra brocca di vino rosso.»
La rude richiesta era giunta da un tavolo al centro della sala.
Ad essa seguì subito la sonora risata dei due compagni dell’uomo che aveva parlato. Si trattava di un massiccio guerriero calvo, con un paio di lunghi baffi che gli scendevano fin sotto al mento.
Come gli altri due, indossava una cotta di maglia e una lunga sciabola gli pendeva al fianco. Anche i compagni, per quanto di corporatura assai più minuta, non ispiravano alcuna fiducia. Dovevano essere dei mercenari senza scrupoli, pensò Benjam. Mentre riempiva la caraffa, si rese conto che il vino nell’otre sul banco stava terminando. Prese rapidamente la lanterna e si affrettò giù per le scale anguste che si spalancavano nella roccia su un lato della sala e conducevano alla cantina. La questione rimasta in sospeso con Ulvo avrebbe dovuto aspettare.
Là sotto, mentre cercava nella penombra tra botti e barilotti, Benjam rimuginava fra sé e sé. Quella era una serata strana, pericolosa; non avrebbe saputo spiegarne le ragioni, ma lo sentiva.
Forse era solo il freddo o il vento che ululava fuori nel temporale, si disse... Eppure c’era qualcos’altro nell’atmosfera che non faceva presagire niente di buono. Anche le conversazioni e i pettegolezzi erano ridotti a borbottii sommessi, come se persino gli avventori avessero avvertito una certa tensione. L’oste non si sentiva per niente tranquillo. Decise che, prima di tutto, avrebbe acceso qualche lume in più per diminuire la tremolante semioscurità della sala. Con tre grossi mozziconi di candela in una mano e un barilotto di vino nell’altra, risalì in fretta le scale.
Poco dopo, mentre si aggirava nella sala accendendo gli stoppini dei candelabri, l’oste sbirciò con malcelato interesse i volti degli avventori. Accanto alla comitiva di mercenari c’era il tavolo di Macba, la vecchia indovina che si era trasferita da poco nella casupola dietro alla locanda. Nonostante fosse quasi completamente cieca, ella riusciva ancora a sbarcare il lunario sfruttando le sue indiscutibili doti di chiaroveggente. Non amava i paesi affollati e così, a dispetto dell’età e dei numerosi acciacchi, aveva lasciato Tilos, dove vivevano i familiari, per venire ad abitare qui, lungo l’Antica Mulattiera. La sua fama però non l’aveva abbandonata ed era abitudine dei viaggiatori fermarsi alla locanda per avvalersi degli auspici e delle profezie della vecchia. In quel momento al suo tavolo erano infatti seduti un contadino con la moglie e il giovane fratello. Macba aveva già tirato fuori i suoi dadi d’osso e ora, in un linguaggio astruso e contorto, stava rivelando i suoi presagi.

"L'acchiapparatti di Tilos" di Francesco Barbi Pag. 2

Oltre ai mercenari e ai contadini in compagnia della vecchia, erano presenti due pastori che vivevano nel contado circostante.
E poi c’era quell’uomo, seduto al tavolo nell’angolo. Avvolto in una lunga cappa di pelle foderata di montone, dava le spalle a tutta la stanza. Era giunto alla locanda in sella ad un grosso destriero nero, ai cui fianchi erano agganciati un baule di ferro e una strana sacca di cuoio. Non appena era entrato, completamente fradicio, si era diretto al tavolo senza proferire parola. L’oste lo aveva subito osservato con una certa preoccupazione. L’incedere lento e i movimenti flemmatici dello straniero avevano un che di inquietante; e quegli stivali chiodati, quel cappuccio calato sopra la testa...
Dopo essersi seduto, il forestiero aveva ordinato un bicchiere di acquavite. Ripensandoci, l’oste si rese conto di non averlo ancora visto in volto. Stava proprio avvicinandosi all’angolo della sala per dar fuoco all’ultimo stoppino, quando la sua attenzione venne richiamata dalla protesta del guerriero calvo.
«Quanto dobbiamo aspettare ancora!?» gli stava urlando. Benjam lasciò perdere il candelabro e tornò subito al bancone. Mentre si affrettava a riempire la brocca, si malediceva per la sconsiderata dimenticanza: doveva prestare estrema attenzione ad un simile gruppo di mercenari. Quelli erano uomini che cercavano continuamente pretesti per attaccar briga. Si svagavano così, sbronzandosi e scatenando risse, fracassando sedie e tavoli. L’oste, lanciando occhiate di soppiatto, si era reso conto che quella comitiva di mascalzoni era proprio in cerca di guai. Era dall’inizio della serata che il grosso soldato rasato non faceva altro che fissare la donna in compagnia dei due agricoltori borbottando oltraggi e producendosi in villane boccacce. Proprio in quel momento, però, forse esasperato per l’assenza di una qualsiasi reazione da parte dei due uomini, il guerriero fissò uno di essi, con l’ovvia intenzione di provocarlo.
«Che c’è, lurido mezzadro!? Che hai da guardare?»
L’oste sentì un groppo in gola. Il fiato sospeso, la bocca dello stomaco ostruita. Fortunatamente, il giovane contadino rimase muto. Con un tempismo perfetto, Benjam approfittò della situazione di stallo e sopraggiunse col vino. Una volta al tavolo, dopo aver poggiato la caraffa, si fermò aspettando di essere pagato.
Doveva calmare gli animi prima che fosse troppo tardi.
«Che fai ancora qui?» grugnì la testa pelata.
«Sono cinque monete di rame, signori.»
«Non ti preoccupare, vecchio. Ti pagheremo dopo.» Il guerriero si esibì in una grassa risata, subito imitato dai compagni.
Malauguratamente, questa volta il contadino più giovane non seppe tener la bocca chiusa: «Non pagheranno mai questi farabutti » mormorò.
«Che? Cos’hai detto?» Il mercenario si alzò minaccioso.
«Io...»
Non concluse la frase. Un fortissimo colpo si abbatté sulla sua tempia facendolo piombare a terra. Testa pelata era balzato in piedi e aveva sferrato un violento pugno al contadino.
«Taci straccione! Come osi!?»
La donna si alzò in soccorso del ragazzo, ma una mano aperta la raggiunse in pieno volto girandole la testa e scaraventandola contro il tavolo. Il marito scattò in avanti e si scagliò sul mercenario tentando di farlo cadere, ma l’esperto guerriero non si fece sorprendere e gli sferrò subito una poderosa ginocchiata al torace.
Poi, con due pugni lo colpì al volto, e il contadino, catapultato all’indietro, rovinò proprio sul tavolo nell’angolo della locanda...
Il bicchiere di acquavite si rovesciò e cadde, frantumandosi sul pavimento.
Fu solo in quel momento che lo straniero, fino ad allora immobile, si mosse. Con estrema lentezza, si aggiustò il cappuccio sopra la testa e si alzò in piedi; quindi si girò, piantando due occhi scuri e gelidi in quelli del grosso guerriero. Il silenzio regnò per qualche istante. L’uomo in nero avanzò fino a portarsi a un paio di spanne dal mercenario.
Erano più o meno uguali in altezza, ma era chiaro a tutti i presenti che tra la sicurezza dell’uno e la baldanza dell’altro c’era una sostanziale differenza. E di questo si rese subito conto anche Testa pelata. In quello stesso momento, con uno scatto fulmineo, lo straniero lo afferrò alla nuca con entrambe le mani e gli sferrò un’agghiacciante testata sul naso. Prima ancora che il corpo del guerriero cadesse a terra, una lama saettò nell’aria e si piantò nell’occhio di uno dei compagni. Il forestiero aveva scagliato un lungo coltello comparso all’improvviso nella sua mano. Il secondo mercenario cadde sul pavimento con un tonfo, morto stecchito.
L’ultimo dei tre, in preda al terrore, si gettò verso l’uscita della locanda. In due balzi raggiunse la porta, la spalancò con una spallata e si lanciò nel buio. Un vento gelido penetrò nel locale piombato nuovamente nel silenzio. Solo lo scroscio della pioggia sferzante, all’esterno. Dentro gli avventori rimasero immobili, gli sguardi fissi sull’uomo dal volto coperto. Con una calma irreale, lo straniero andò al bancone.
«Acquavite» ordinò in mezzo al silenzio.
Dopo qualche attimo di esitazione Benjam riuscì a riscuotersi. A capo chino si affrettò a servire lo straniero. Afferrò la brocca con mani tremanti e versò il distillato. Solo quando ebbe appoggiato il bicchiere sul bancone sollevò la testa... e vide lo straniero in faccia.
Al di sotto degli occhi scuri, un’orrenda deturpazione devastava il volto dello sconosciuto: una lunga cicatrice che sconvolgeva inverosimilmente la simmetria dei suoi lineamenti. Una voce roca e profonda fuoriuscì dalla bocca distorta.
«Sellami il cavallo, oste. Chissà che quel vigliacco non mi porti dritto al loro covo.» Lo straniero squadrò Benjam. «Legali insieme. Tornerò a prenderli per le taglie... Anzi» aggiunse con un sogghigno, «portali tu a Giloc. Io sarò anche troppo carico. Ti daranno trenta pezzi d’argento per quello vivo e quindici per il morto. Pagaci i danni e il disturbo.»
L’oste non diede un fiato né accennò a muoversi. Rimase muto a fissare il forestiero, come intontito.
«Allora, oste! Sellami il cavallo per la miseria!»
Ripresosi a malapena dallo shock, Benjam si precipitò fuori dalla locanda. Lo straniero si voltò verso la sala. Il suo sguardo freddo e disumano calò sugli avventori, tesi sulle loro sedie, immobilizzati dalla paura.
«Fate qualcosa per la vecchia» sputò con quella sua voce arrochita.
«Chissà che non abbia tirato le cuoia.»
Nessuno si era ancora accorto che nel parapiglia la vecchia Macba era caduta a terra e lì giaceva, inerte.
«Questo non l’aveva proprio indovinato» ghignò il cacciatore di taglie. Poi scolò il bicchiere d’un fiato e uscì nella notte.

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"L'Alfabeto dell'anima" di Giovanni Molon

INTRODUZIONE
Ognuno di noi costruisce nel tempo, dentro di sé, un proprio
mondo intimo e personale, dove nascono idee, si nutrono
sentimenti, si vivono emozioni, si trovano presunte certezze
che contribuiscono ad ampliare la dimensione del
nostro “immaginario”, creando un piano parallelo alla realtà
nel quale esprimersi, ritrovarsi e riconoscersi.
A volte accade che questo mondo immaginario diventi così
ampio da non poter più essere contenuto solamente in noi
stessi. Allora, nasce l’esigenza di esternarlo, portarlo al di
fuori della sfera personale, condividerlo con altri.
Per questo motivo è nato il blog che mi rappresenta (viaggio
spazio
tempo - diario di un viaggio spazio temporale, in
Libero comunity Blog) dove - attraverso la musica, le immagini,
i pensieri, le considerazioni - ho potuto manifestare ciò
che vive dentro di me, cercando di trasferirlo in quell’isola
che non c’è che si può definire come lo spazio in cui essere
liberamente se stessi, senza condizionamenti, né imposizioni
esterne.
Sospinto dai numerosi commenti positivi, ho cercato di
trasferire l’esperienza del mio blog in un testo cartaceo - il
libro che avete in mano - dove ognuno potrà immergersi nel
mio mondo e con me condividere la visione delle cose.
Il libro, ovviamente, non esprime la musica né le diverse
immagini contenute nel blog e, rispetto a questo, è stato
adeguato e ridotto. Nonostante questa trasformazione, però,
spero possa ugualmente trasferire la percezione del
mondo che vive in me.
....

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"L'arte di correre" di Haruki Murakami

La regola vuole che un vero gentiluomo non parli delle sue ex fidanzate, nè delle tasse che paga. No, tutto falso. Scusatemi, me lo sono inventato in questo momento. Ma se uesta regola esistesse, forse imporrebbe anche di "non parlare di ciò che si fa per mantenersi in buona salute". Perchè un vero gentiluomo difficilmente in una conversazione si dilungherebbe su un argomento del genere. Per lo meno a mio parere.
Io però, come tutti sanno, non sono un gentiluomo, quindi del galetaeo me ne infischio. Tuttavia - perdonate se ho l'aria di giustificarmi - provo un leggero imbarazzo a scrivere questo libro, benchè non si tratti di un manuale di igiene fisico-mentale, ma di un testo sulla corsa a piedi. Non ho alcuna intenzione di lanciarmi in esortazioni edificanti - forza, manteniamoci in forma correndo ogni giorno qualche chilomentro - no, voglio soltanto fare alcune riflessioni, o forse un soliloquio, su ciò che ha significato per me, per la mia persona, praticare la corsa per tutto questo tempo.

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"L'errore di Cronos" di Barbara Risoli

Se i fuggiaschi si erano concessi una pausa, Dunamis non conosceva tregua, avanzava deciso, costeggiando il fiume Sperchius in direzione della foce, nell’attesa di incontrarli. Aveva marciato di notte e di giorno per accorciare lo scarto che lo separava da loro, aveva sottoposto i suoi uomini ad uno sforzo inaudito, mentre in lui non vi era traccia di stanchezza; la rabbia e la determinazione lo rendevano più pericoloso del solito. Aveva permesso a Zaira di attuare il suo piano, le aveva concesso la pietà che gli aveva chiesto, ma non si sarebbe lasciato beffare. Al loro successivo incontro sarebbe stato lui a dettare i patti e poi il conto in sospeso con Aimatos doveva essere pareggiato una volta per tutte. Assaporò, cavalcando come un forsennato, la morte di quel bastardo figlio del popolo ed immaginò lo scorrere del suo fetido sangue. Non gliene importava nulla del caldo soffocante, del sole accecante, del respiro affannato dei cavalli esausti. Aveva addosso i raggi brucianti dell’estate amplificati dagli abiti neri e dalla pesante armatura, nulla lo avrebbe fermato.
Tuttavia, percepiva la presenza di qualcuno. Era seccato di essere spiato, di vedere Autolico rasentare il suo tragitto, celandosi nel bosco. Conosceva il ladro del Parnaso e la sua fama. Era il nonno del re più astuto dell’Ellade, nelle sue vene scorreva il sangue divino di Ermes, come asseriva egli stesso, ma non lo temeva per questo. Spazientito fermò la corsa all’improvviso. Mosse lentamente lo sguardo e lo scorse immobile nel fogliame. Attese che l’intruso si tradisse, ma il vecchio aveva tempo e non era stolto. Una brezza calda gli filtrava nell’elmo semiaperto, senza però distrarlo. L’atmosfera divenne pesante. Lontano un lupo ululò.
- D’accordo, Autolico! Dimmi cosa vuoi ed io vedrò di accontentarti! - esclamò rombante. Il vegliardo sussultò. Tacque ed il lupo ululò ancora.
- Non giocare con me, Autolico. Sai bene di avere poche possibilità di uscirne incolume! - insistette ed il brigante scoccò una freccia che mancò il bersaglio. Il sovrano spostò il capo, vedendosela ad un soffio dagli occhi che volsero verso il punto ove il bandito si nascondeva. Sorrise, ma Autolico non si lasciò intimorire dalla sua fermezza: il fatto che inseguisse Zaira con tanta caparbietà gli faceva pensare che fosse più per amore che per odio. La sua esperienza in fatto di donne era notevole e avere conosciuto Zaira spiegava come doveva sentirsi il figlio del lupo. Il ghiaccio del suo essere si stava sciogliendo con la sua pericolosità. Lo vide sfilarsi il copricapo, sfoderare la spada e scendere agile da cavallo.
- Ti sto aspettando Autolico. Ti conosco e sono pronto ad affrontarti se sei abbastanza leale da colpirmi in combattimento e non di sorpresa! - lo sfidò apertamente.
- Eppure, Dunamis di Astos, sai che non sono onesto! – si scoprì, senza però muoversi dal suo riparo.
- Non fare appello a lato peggiore di te stesso e mostrati, sempre che tu non abbia paura di me - fece leva su un punto che sapeva debole per chiunque. Infatti l’uomo uscì dall’ombra con l’arco teso. Gli occhi di Autolico erano terribili durante gli agguati e la curva della sua bocca serrata spaventava. Ma anche Dunamis non dava segni d’incertezza.
- Temi forse il confronto, nobile brigante? - non la smise di provocarlo.
- Cosa te lo fa pensare? – rispose infastidito.
- Dimmi allora quale spada può difendere il suo padrone dalla velocità di una freccia scoccata a distanza – sottolineò.
- Quella di Dunamis - rispose sottile. La lusinga era un’arma infallibile, quella che lui preferiva, anche se con il sovrano di Astos le possibilità di riuscita erano scarse.
- Cosa vuoi, Autolico? O meglio, chi ti manda a gettare la tua vita al vento? Non c’è dio disposto a proteggere un profanatore di luoghi sacri - ringhiò astioso.
- I vostri cavalli, voglio i vostri cavalli ed in special mondo il tuo, perché vale molto! - e solo allora il signore di Astos vide nella sua faretra il luccichio di frecce d’argento. Un sobbalzo al cuore lo ammutolì. Quel silenzio disorientò Autolico: un nemico tacito era più letale di un lupo inferocito. Mentre ci pensava, la rabbia incontenibile violentò il re.
- Da me non avrai nulla, se non sventura e lutto! - sentenziò roco e veloce scagliò contro di lui la spada. Il colpo lo privò della sua difesa e lo scalfì al braccio, facendolo cadere in ginocchio in un successivo vano tentativo di rialzarsi in tempo.
- L’Arciere Bianco ti ha pagato per uccidermi! - lo accusò, pestandogli la mano. Autolico mugugnò.
- L’Arciere Bianco mi ha ordinato di rallentare il tuo passo, solo questo – confessò per non essere giustiziato sul posto. Era vecchio, un corpo a corpo avrebbe significato la sua fine e lui non voleva morire.
- E tu, incosciente, hai voluto sfidarmi! Non lo sai che Dunamis di Astos non concede pietà ai suoi avversari? - e lo prese per le spalle magre, guardandolo dritto in faccia.
- Davvero Dunamis di Astos non conosce sconfitta? - sorrise il ladro allusivo e coraggioso, mosso probabilmente dalle certezze che continuava ad avere sul suo conto e su Zaira. Scorse in lui una profonda disperazione, la stessa che aveva colto nella straniera, identica in tutto e per tutto, mascherata con lo stesso ammirevole risultato.
- Non offendere un re – lo riprese ghignante. Autolico sogghignò: vedere Dunamis alle strette era cosa rara e degna di un eroe, quello che lui non era.

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"L'ombra del bastone" di Mauro Corona

Mi chiamo Severino Corona detto Zino. Sono nato a Erto il 13 settembre 1879 e ho vissuto sempre in questa terra selvatica e ripida che non dà niente di buono solo fatica ma che a me mi piace tanto. Che sia una terra trista e senza Dio l’ho capito anni dopo quando sono andato a vendere robe di legno nel Friuli e ho conosciuto quelle pianure ricche di tutto e piene di bestiame. Ma questo è successo che avevo già quarant’anni e non sarei mai andato via dalla mia casa se non fusse stato per forza maggiore. Non è niente di peggio che abandonare la sua patria dove si è nati e vissuti, e stati coi genitori, e i amici, e nei boschi a fare legna, e nei prati a falciare l’erba, e guardare a venire l’autunno, e aspettare Natale vicino al fuoco. E anche portare San Bartolomeo di legno per le vie del paese e altre cose che adesso non mi vengono in mente ma non per questo meno belle. La gente sta bene a casa sua ma non sempre si può stare. Io invidio chi può farlo e mi fanno rabbia perché si lamentano sempre e dicono che vorrebbero andare via e non sanno invece la fortuna che hanno a stare là. Quando volti la schiena al tuo paese è da piangere. Non si dovrebbe mai andar via di casa sua.
Ho un fratello otto anni più giovane di me che si chiama Sebastiano detto Bastianin de la smita perché fa il fabbro e la smita in ertano è la forgia. Mentre sto scrivendo questa verità in cielo il sole è alto. Sono tornato qui anche l’ultimo Natale, fuori era un metro di neve e faceva un freddo da far cadere gli uccelli. Era scoppiati i faggi per il gran freddo e io ero tornato al mio paese per vedere ancora una volta il Natale. Mi fermai solo qualche giorno poi tornai nella bassa del Friuli dove vago da mesi, da quel giorno maledetto che ho dovuto andare via perché mi correva dietro i rimorsi come cani che volevano mangiarmi vivo. Non tornerò mai più in questo paese, ma con la testa tornerò, perché mi penso sempre di lui, giorno e notte.
Io e mio fratello Bastianin siamo rimasti orfani ancora giovani. Avevo quindici anni e lui sette quando morì nostro padre Zolian. Fu trovato sul sentiero dei carbonai con la testa spaccata in diversi punti. Era stato ucciso e per questa uccisione misero in galera uno della frazione Pineda che si fece venti anni nella prigione di Udine. Intanto in quel periodo a Erto sul col delle Cavalle viveva un uomo che torniva il legno e, dopo morto nostro padre, cantava una canzone ma solo quando era ubriaco. Diceva più o meno così: “Tu cercherai la luna all’altro polo nessuno lo saprà perché fui solo”. Infatti nessuno lo sapeva e nemmeno sospettava che fusse stato lui a copare nostro padre.
Lo confessò in punto di morte al prete del paese. Lo fece chiamare e gli disse che era stato lui a copare Giuliano Corona detto Zolian della Cuaga. E gli disse anche come. Lo aveva copato col pilòt, una mazza tonda di carpino, a manico corto, usata per pestare il grano.

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"L'ombra del lupo" di Lorenzo Fusoni

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"L'ombra del lupo" Pag. 1

Capitolo I
Ombre e Nebbia

Edward uscì presto di casa quella mattina, stanco e intorpidito per la notte trascorsa quasi insonne.
Attraversava il lungo viale che separava la sua casa dalla fermata della metropolitana camminando spedito come se sperasse di lasciarsi indietro, di qualche metro almeno, il pensiero di quanto era accaduto la sera precedente; sapeva bene, però, che esso lo avrebbe seguito tenacemente, ripresentandosi con tutta la sua spietatezza ogni volta che lo scorrere delle sue idee gli avesse concesso una sia pur fugace distrazione.
Per tante volte nella sua vita aveva convissuto con quello stato d’animo d'intensa angoscia, tanto che aveva trovato un modo di accettare il suo periodico ripresentarsi associandogli una causa generale, un’origine primitiva, capace di prescindere dalla circostanza concreta che di volta in volta lo determinava.
“L’ombra del lupo”, così chiamava l’insieme di idee, pensieri e inquietudini che ciclicamente nella sua vita lo facevano sentire in quel modo; era questa un’immagine legata alla sua primissima infanzia, quando, all’età di cinque anni, si trovava a trascorrere le notti da solo nella sua camera e la piccola luce accesa sul suo comodino proiettava sul muro le ombre più varie; in ciascuna di queste Edward non vedeva che diverse prospettive dell’ombra del lupo, l’immobile propaggine fisica di un’entità malefica e perennemente in agguato.
Contro di essa si sentiva terribilmente solo: per quanto avesse cercato di spiegare ai grandi la minaccia che gli si presentava così vicina ogni notte, si accorgeva che questi non capivano o comunque si dimostravano cinicamente indifferenti alla sua paura.
Avrebbe così imparato a convivere con l’ombra del lupo, una volta divenuto consapevole del fatto che la sua spietata immaginazione avrebbe continuato ad anticipargli, nel corso del giorno, l’immagine di ciò che avrebbe visto nella sua camera non appena avesse abbassato dagli occhi il bordo della coperta.
Dunque quella mattina non era uscito per cercare di distrarsi, sapeva bene come ciò non fosse possibile, portava solo a “fare un giro” l’ombra del lupo, come se avesse voluto rendersi conto della sua rinnovata intensità e iniziare ad organizzare nella sua testa una forzata convivenza. Quando si sforzò di pesare, in definitiva, il margine di libertà che gli avrebbe lasciato, gli parve che in quel momento fosse ridotta ai minimi termini; non aveva voglia di fare nulla, tanto meno di vedere qualcuno, si sarebbe semplicemente lasciato sopraffare.
Salì in metro senza sapere esattamente dove sarebbe sceso; decise di fermarsi nella zona di Londra che preferiva, da amante di teatro quale era ,quella tra Leicester Square e Covent Garden, benché l’ombra del lupo si fosse fagocitata anche la sua voglia di cercare biglietti per qualche spettacolo; rimase per un po’ fermo nella piazza di Leicester, notò un padre annoiato che raccoglieva un paio di guanti gettati in terra dal giovane figlio in vena di capricci, una ragazza dall’espressione ferita che sembrava non fare troppo caso alle concitate spiegazioni che un ragazzo al suo fianco si sforzava di rendere accettabili.
Sotto i tigli c’era una comitiva che beveva il caffé.
Dopo poco riprese a camminare; si accorse di essere poco distante dalla casa di Hanry.
Era un suo amico d’infanzia, una di quelle rare persone che non può non piacere a chiunque, di bell’aspetto e dotato di un acutissimo senso dell’umorismo, un' “importante presenza” come definiva Edward quelle persone la cui presenza in un gruppo di persone arrivava a fare la differenza ai fini del divertimento collettivo, quasi ne fossero i fuoriclasse.
Non altrettanto raffinata era la sensibilità di Hanry, che Edward riteneva teneramente ingenua, ma senza che questo volesse costituire un giudizio negativo: anzi, in quel preciso momento, era proprio questa caratteristica dell’amico a convincere Edward del fatto che si sarebbe potuto sentire a suo agio soltanto con lui proprio perché Hanry non avrebbe del tutto efficacemente colto il suo stato d’animo, trattandolo di conseguenza.
Arrivato dinnanzi al portone, Edward suonò il campanello e, dopo alcuni minuti di attesa, Hanry venne ad aprirgli scalzo e in canottiera.
“Cosa ci fai qui, così presto?” disse Hanry visibilmente assonnato.
“Sono le 10 e 30, mi dispiace, ma non riesci a farmi provare il minimo rimorso per averti svegliato”.
“Entra”.
“Sei solo?” chiese Edward.
“Penso di sì” rispose Hanry; diede una rapida sbirciata dentro la camera da letto e confermò: “sì, sono solo”.
Questi erano gli aspetti di Hanry che divertivano e turbavano al tempo stesso Edward.
“Ti ho chiamato ieri”, disse Hanry dall’altra stanza, "non mi hai risposto né a casa né al cellulare, dove eri finito?”.
“Ero fuori Londra per lavoro”, rispose Edward dopo averlo raggiunto dal salotto.
“Perchè hai quella faccia di merda?” proruppe Hanry inforcando i pantaloni, non appena ebbe modo di osservarlo con maggiore attenzione.
“Quale faccia?” rispose attonito Edward.
“Quella faccia di merda” precisò Hanry.
In quel momento Edward ebbe la nitida convinzione di essere messo veramente male.
“Niente di particolare. Potremmo andare a teatro” provò a cambiare discorso Edward.
“Esiste ancora qualche spettacolo che non hai visto?” rispose Hanry con un tono che mal celava la più completa assenza di entusiasmo.
“Non lo so, neppure io in realtà ne ho tanta voglia” confessò Edward.
“Scommetto che hai quella faccia perchè sei stato dal Dottor Walter anche questa mattina”, disse Hanry con tono provocatorio.
Questo fu un colpo basso per Edward. A poche persone aveva raccontato di aver iniziato da qualche tempo una terapia dall’analista; non sopportava che qualcuno potesse fraintendere quello che lui considerava uno stimolante modo di rilassarsi, con la sottoposizione ad una cura.
“Sono felice che tu ti diverta, gradirei però che tu non condividessi commenti goliardici su questo argomento con altre persone. Lo sapete solo tu ed Emily”, rispose torvo Edward.
“Ma io non mi voglio divertire, trovo solo curioso che tu continui ad andarci e a pagarlo pur considerandolo un idiota”, disse Hanry con tranquillità.
“Non ho mai detto nulla del genere” precisò Edward.

"L'ombra del lupo" Pag. 2

Evidentemente da qualche suo commento sia Hanry che Emily avevano intuito che Edward non considerasse il professore un “grande innovatore” nel suo campo, anche se in fondo non si poteva dire che si trovasse male con lui.
Di certo doveva aver commentato in modo ironico la tendenza che questi aveva di banalizzare, in modo del tutto personale, e qualche volta anche immorale a suo modo di vedere, alcuni degli interrogativi che più volte avevano assillato Edward e con lui forse l’intero genere umano.
Gli erano rimaste particolarmente impresse alcune delle frasi di cui si serviva per concludere le lunghe divagazioni di Edward: “Due sono le idee che danno all’uomo la sensazione di una vita appagante: il lavoro che dà l’illusione di un significato e il sesso che da’ l’illusione di continuità”, oppure “il sesso scarica la tensione, l’amore la crea”. Edward sapeva bene che non si trattava di elaborazioni autonome di quel buffo e canuto ometto, continuamente intento a scarabocchiare i fogli del suo elegante raccoglitore in pelle, quanto piuttosto di aforismi di pronto consumo inseriti da filosofi in contesti sicuramente più significanti.
Il Dottor Walter sembrava aver raccolto un dettagliato formulario volto a trattare i dubbi, i sentimenti e le emozioni come vere e proprie patologie curabili grazie al distacco dell’uomo razionale del tutto dominatore delle futili esternazioni sia sue che dei suoi simili.
Questo inquietante sistema di pensiero, però, rilassava Edward, sgombrandogli la mente, almeno fino al momento di alzarsi dal comodo lettino.

“Stasera c’è la festa di Chris; ci sono anche gli altri” fece Harry per cambiare discorso.
“Chi sono gli altri?” disse Edward guardando in basso.
“Ci sono quasi tutti” rispose Hanry.
Edward alzò la testa e guardò Hanry che si stava bagnando e pressando i ricci capelli biondi; senza pensarci gli chiese: “Ti sei mai domandato se si possono amare due persone allo stesso tempo?”.
“Penso di sì”, fece Hanry, “anche se alla lunga può stancare”.
In un istante Edward si pentì terribilmente di avergli fatto quella domanda.
“Facciamo un salto ad Oxford Street”, continuò Hanry senza troppo badare allo sguardo di Edward tenacemente fissato sul calorifero, ”devo comprare un po’ di cose”.
“Va bene” rispose Edward, come svegliatosi di soprassalto dal sonno.
Presero la metro, accompagnati dalla miriade di persone che ne accalcavano i vagoni come ogni sabato mattina; l’attenzione di Edward si concentrò ansiosa sulla goccia di cioccolato che, dalla mano, era colata fino al gomito nudo di una giovane passeggera che teneva in mano un grosso bicchiere di cartone; ad ogni sussulto del treno la goccia si allungava sempre di più, accrescendo in Edward il disgusto e la sensazione che avrebbe concluso la sua silenziosa discesa proprio sul suo cappotto.
Una volta scesi dalla metro, fecero a piedi un pezzo di Regent Street; nel frattempo Hanry iniziò a raccontare di come il giorno prima si fosse concluso il lungo fidanzamento tra un certo Chris e una tale Kathryn. Entrambi erano suoi vecchi compagni di college, una storia durata otto anni e finita, a detta di Hanry, in modo quanto meno illogico, per l’intensificarsi cioè di una rete di sospetti e sensazioni nella mente della ragazza relativamente ad una relazione clandestina intrattenuta dal giovane compagno; Hanry, pur sapendo dall’amico che tale relazione effettivamente esisteva, riteneva assurdo che la ragazza avesse preso la drastica decisione di lasciare il suo ragazzo solo perchè sopraffatta da angosce, tanto più che Chris era stato “abilissimo” nel non farsi mai cogliere in fallo.
Dopo aver ascoltato quel racconto, Edward provò una gran voglia di tornare a casa a fissare il soffitto della sua camera.
“Stasera verranno forse anche Julian e Dan” disse Hanry dopo qualche minuto di silenzio.
“Bene, mi sembra un’infinità che non li vedo” rispose Edward
“Ci sarà anche Kate?” chiese Hanry.
In un istante l’ombra del lupo apparve in tutta la sua ferocia colpendo allo stomaco Edward e lasciandolo senza fiato. L’ombra era gelosa di attenzioni; più la mente di Edward la trascurava distraendosi, più questa si proponeva con accresciuta rabbia; era questo il motivo per cui Edward evitava di allontanarsi eccessivamente da lei.
“No, Kate non e’ a Londra oggi”, rispose Edward tossendo.
La sigaretta che Edward si accese immediatamente dopo aver risposto dissuase Hanry da far seguire all’ultima frase dell’amico qualsiasi richiesta di ulteriore spiegazione.
Hanry conosceva Edward e soprattutto capiva fino a che punto era adeguato e utile spingere la sua curiosità e Edward apprezzava questo.

Le ore successive proseguirono lente e pesanti tra l’anonima presenza di Edward, sempre più convinto di avere fatto un dono particolarmente gradito all’amico, offrendogli la sua compagnia, e gli sfolgoranti acquisti di capi di abbigliamento di Hanry, le cui scelte di discutibile gusto si accontentavano, per sentirsi approvate, di un divertito assenso con la testa da parte di Edward.
Neppure la sera, per quanto si fosse sforzato, Edward riuscì a dissimulare il suo stato d’animo e, come al solito, ciò si notava in lui più che in ogni altro perché il gruppo era abituato alla sua verve, che, in condizioni normali, era ben diversamente trascinante.
Emily lo seguì con lo sguardo per tutta la sera: sapeva intuire i motivi della sua condizione ed era in attesa che lui si avvicinasse per parlargliene; quasi sembrava rimproverarlo con gli occhi per non averlo ancora fatto.
Bastò un cenno di Edward per farle capire che avrebbe preferito rimandare quella conversazione. Emily capì e si finse rasserenata perché la sua apprensione non fosse di ulteriore peso ad Edward in quel momento. Emily era la migliore amica di Edward e circostanze come quella dimostravano che la sarebbe sempre stata.

"L'ombra del lupo" Pag. 3

Capitolo II

Occhi

“Non e’ possibile” disse Emily al telefono la mattina successiva.
“Non riesco a credere che possa aver fatto una cosa simile” continuò.
Edward la ascoltava dall’altro capo nel più completo silenzio. Aveva parlato lui fino a quel momento; pochi secondi, in realtà, ma pesantissimi, tanto che si sentì stremato. Ora rimaneva immobile ad ascoltare: al dolore che aveva provato nel raccontare quella vicenda si aggiunse, in Edward, il sincero turbamento derivante dalla constatazione che Emily non fosse nella condizione di poter aggiungere nulla. Non avrebbe potuto aiutarlo e lui sapeva quanto avrebbe sofferto per questo.
Tutto quello che avrebbe voluto, sarebbe stato chiudere quella telefonata trasmettendo ad Emily però la sincera convinzione del fatto che lei era stata perfetta e che nessuno avrebbe potuto essergli più vicino di quanto lo fosse stato lei con quelle semplici frasi e quella commovente e silenziosa partecipazione.
“Non so che dire, non riesco a dire niente” aggiunse Emily.
Questa confessione commosse all’estremo Edward che capì che quello era il momento giusto. “Nessuno riuscirebbe ad avere altre parole: tutto si racconta così chiaramente da sé che non c’è bisogno di aggiungere nulla. Ciao, Emily, ti chiamo io” concluse Edward e riagganciò. Rimase seduto a farsi trasportare dai pensieri per circa un’ora. Dopo essersi alzato dal divano, avere sentì la voglia di rimettere le mani su un racconto che aveva iniziato tempo prima; Edward amava scrivere racconti, avrebbe voluto cimentarsi anche con un romanzo, ma temeva di non riuscire a mantenere uno stile uniforme per l’intera durata della stesura.
Riprese la vecchia bozza e ci lavorò per circa due ore: la modificò qua e là, ma soprattutto la concluse; si alzò per recuperare dalla stampante tutte le pagine; con i fogli in mano si diresse verso il salotto e si stese sul divano avvicinandosi il posacenere e, dopo essersi acceso una sigaretta, cominciò a rileggere il racconto.

Un'altra possibilità

Era il giorno del trentaseiesimo compleanno di Mary Rose, quando l'auto che stava riportando a casa suo marito Philip fu scaraventata fuori strada da un tir e scomparve nell'oscurità intraprendendo un silenzioso volo di quasi cento metri.
Ci sono dolori che non sarebbero superabili, se non si accettasse un rischioso compromesso con la propria razionalità.
Mary Rose ebbe la forza di rendersi conto di ciò già poche ore dopo aver ricevuto la notizia; avrebbe dovuto intraprendere un lungo percorso di sofferenza solo per convincersi di quanto era accaduto, dopodiché avrebbe lasciato alla sua mente la libertà di prendere il suo corso, quale esso fosse.
Era abbandonata sul divano e avvolta in un plaid la sera in cui sentì provenire degli strani rumori dalla porta di ingresso.
Due giorni erano già trascorsi dall'incidente; si accorse che quella era la prima volta che la sua attenzione veniva distolta dal pensiero di Philip, e per un attimo provò un irrazionale senso di colpa.
Si alzò lentamente in piedi senza abbandonare il plaid che aveva raccolto molte delle sue lacrime e della sua sofferenza e iniziò ad avvicinarsi alla porta da cui quel sottile rumore continuava a provenire sempre più nitido: capì che c'era qualcosa che grattava e sfregava la porta dall'esterno, ma con delicatezza, quasi non avesse alcuna finalità diversa da quella di farsi sentire.
Incuriosita e senza alcun timore, aprì la porta quel tanto che bastò perché la zampa di un gatto riuscisse a infilarsi nel pertugio appena dischiuso.
Aprì allora un po' di più la porta consentendo al gatto di far passare la sua sinuosa silhouette; il pelo grigio accarezzato dallo stipite mostrava riflessi argentei. L'animale aspettò di essere entrato nell'appartamento e di essersi accomodato sul tappeto prima di alzare il muso verso di lei.
Mary Rose si accorse che stava sorridendo e le sembrò incredibile. Era incredula davanti a quel gatto che, con ingegnosa ostinazione, era riuscito a entrare in casa sua e che ora rimaneva immobile a fissarla.
Andò in cucina e cercò una scodella tra le stoviglie ancora da lavare; dopo averla riempita di latte fino al bordo, la portò al gatto, che non si era mosso dal punto in cui l'aveva lasciato.
Questi non parve però molto riconoscente dinnanzi a quella premura: ne assaggiò solamente un poco, poi riprese a guardare Mary Rose e iniziò ad avvicinarsi a lei. Quando le fu arrivato vicino, si alzò sulle zampe posteriori allungando quelle anteriori verso di lei come fanno i bambini quando vogliono essere presi in braccio; e ancora una volta ottenne ciò che voleva: una volta avvolto nel caldo abbraccio della donna l'animale sembrò cadere in catalessi, lasciò andare indietro la testa mentre lei continuava ad accarezzarlo.
Dopo quei secondi di estasi il gatto parve riaversi di colpo: si divincolò da Mary Rose e si diresse verso la libreria. Con un balzo salì sul penultimo scaffale infilandosi dietro la fila di libri più esterna; Mary Rose si affrettò ad afferrarlo e a riportarlo giù prima che potesse fare qualche danno.
Pochi secondi dopo essere stato riadagiato sul tappeto, il gatto fu mosso nuovamente dall'istinto e replicò la prestazione di poco prima saltando con ancora più silenziosa precisione sullo stesso scaffale.
Mary Rose era incuriosita da quel comportamento, si chiedeva quale potesse essere l'oggetto o il riflesso che lo attirava così intensamente.
Lo prese nuovamente in braccio e questa volta l'animale parve rasserenarsi e desistere.
Mary Rose si risistemò sul divano lasciando che il gatto rimanesse appoggiato sul suo grembo; e non cessava di guardarla con quegli occhi così grandi, così neri, così familiari. Non si sarebbe neppure accorta di essersi addormentata per qualche minuto se non fosse stata svegliata da un tremendo frastuono. Accese la luce e vide che erano caduti alcuni libri da quello stesso scaffale della libreria su cui, poco prima, si era tanto incentrata l'attenzione del gatto.
E l'animale era lì, che cercava di uscire dal labirinto di libri sparsi sul pavimento, trascinando con il muso una piccola scatola blu adornata da un fiocco rosso che Mary Rose era sicura di non aver mai visto prima.
Quando si fu avvicinata il gatto si arrestò ed appoggiò una zampa sull'oggetto, come nell'atto di porgerglielo.
Mary Rose prese la scatola e la aprì in un misto di stupore e paura. Scoprì che conteneva un bracciale le cui pietre colorate proiettavano riflessi variopinti sulle lettere del biglietto posto sul fondo della custodia.
Buon compleanno amore mio.
Phil

"L'ombra del lupo" Pag. 4

I lineamenti di Mary Rose parvero infossarsi e, in pochi istanti, il sorriso che le era originariamente comparso sul volto si trasfigurò in una smorfia di dolore; i brevi sussulti che presero ad accompagnare il suo respiro divennero sempre più violenti, facendo da preludio a un pianto disperato e convulso.
Dovettero passare quasi cinque minuti perché Mary Rose riacquistasse il controllo di sé. Ma era paralizzata dalla paura di cercare una spiegazione per tutto ciò; tuttavia, per quanto fosse terrorizzata dall'idea, trovò la forza di sillabare quel nome che fino a quel momento aveva creduto non avrebbe mai più pronunciato.
"Philip…" disse con un tremante filo di voce rivolta verso il gatto che nel frattempo si era allontanato di qualche metro, quasi capisse che la sua presenza non poteva essere di conforto a un tale dolore.
Non appena ebbe udito il gatto si voltò di scatto.
Immobile prese a fissarla al solito modo intenso e intimo. Per la prima volta, miagolò: un suono esile, strozzato, simile ad un lamento.
"Sei tu…
Riesci a capirmi?
Phil, dimmi se sto impazzendo…"
Il gatto si avvicinò lentamente e le saltò in braccio. Rimasero in silenzio sul divano e si addormentarono insieme.
Quando Mary Rose si risvegliò il gatto non c'era più.
Lo cercò dappertutto tentando istericamente di farsi sentire, ma senza avere più il coraggio di pronunciare il nome di Philip.
Non riusciva a spiegarsi perché se ne fosse andato e da dove potesse essere uscito dal momento che la porta e le finestre erano chiuse.
E progressivamente accettò l'idea che non sarebbe più tornato.
Iniziò così a vivere nel più completo isolamento, nel timore che il confronto con le altre persone le avrebbe fatto mettere in discussione la realtà di ciò che aveva vissuto e con essa il ricordo di quegli ultimi istanti trascorsi con Philip; e smise presto di curarsi delle inevitabili chiacchiere della gente.
Ciò che più la impegnava erano i gatti di cui aveva cominciato a circondarsi: accoglieva nella sua casa tutti i senzatetto del quartiere.
Li accudiva con devozione, cercava di comprendere il loro modo di comunicare e, a sua volta, si impegnava a rendere ogni suo gesto, ogni suo richiamo facilmente riconoscibile.
Avrebbe avuto bisogno del loro aiuto: tante cose avrebbe dovuto apprendere prima di intraprendere il suo viaggio.
L'avrebbero iniziata al loro mondo, le avrebbero insegnato a riconoscere gli odori, a muoversi nel buio, a seguire le pulsioni dell'istinto; e lei non avrebbe perduto la capacità di amare che l'avrebbe sostenuta nella sua ricerca.
A questo pensava mentre, distesa sul letto, con a fianco la schiera di felini e il flacone di sonnifero vuoto, sentiva le palpebre che si facevano pesanti e iniziavano a chiudersi.

Edward stette in silenzio per qualche minuto.
Pensò che in quel racconto c’era molto di lui. Questa constatazione lo fece convincere del fatto che non lo avrebbe mai fatto leggere a nessuno. Era sua convinzione che un racconto dovesse nascere solo dalla fantasia evitando di essere contaminato dalla realtà che doveva invece superare, correggere, migliorare. E poi lo spaventava rivelare qualcosa di intimo che gli appartenesse o almeno non era quello il modo in cui voleva farlo. Chiuse il racconto nel cassetto, evitando accuratamente di incrociare con lo sguardo le foto che questo conteneva. Vagò per la casa per la casa cercando invano qualcosa che lo impegnasse; si ritrovò dopo poco seduto sul divano e fu invaso dal pensiero dei bellissimi occhi di Kate che lo fissavano silenziosi; pianse per qualche minuto e poi si addormentò.
Si svegliò di soprassalto dopo meno di un’ora. Un pensiero lo svegliò: voleva rivedere le foto che poco prima aveva evitato e con quelle scorrere tutti i ricordi che queste portavano con sé. Era strano, pensava Edward, come la sua mente non gli concedesse un attimo di tregua e anzi lo inducesse a coltivare la sofferenza di quel momento. Aprì il cassetto e scorse le foto trattenendo il fiato; ne cercava una in particolare e in quel momento si stava pentendo di non averla tenuta separata dal raccoglitore. Non avrebbe potuto certo immaginare che quelle foto, nelle quali aveva sempre trovato conforto e sicurezza, sarebbero potute diventare, nel giro di poco, flash inesorabili e taglienti come una sequenza di dardi.
Dopo pochi secondi, che gli sembrarono una vita, finalmente la trovò. Lo sorprese constatare come la reazione che provò, una volta che la ebbe davanti, fu, quella di sempre: di serenità e di infantile stupore. Lo scorrere dei giorni e degli avvenimenti non erano riusciti a scalfire né a modificare la sincerità e l’oggettiva bellezza di quell'immagine destinata, forse, per qualche inspiegabile alchimia, a rimanere senza tempo.

...

"L'ultima donna della Terra" di Ubaldina Mascia

Le piaceva il deserto, la sabbia calda e le notti fredde davano la certezza di esistere. Era distesa accanto all’oasi dove si era fermata a vivere, una scimmietta a giocare con i suoi piedi che lei muoveva a scatti, facendola scappare e poi tornare. Sentì un rombo assordante. In un primo momento le ricordò il rumore delle macchine disintegratrici di tanti anni addietro. Poi riconobbe il frastuono delle astronavi che erano partite dalla Terra al tempo in cui c’erano gli uomini. La scimmia smise di giocare e si aggrappò spaventata a lei. Stava accadendo qualcosa d’inconsueto che immobilizzò Rachele in quell’abbraccio, incapace di fuggire, di avere paura, vinta dallo stupore. Avvinghiate assistettero a ciò che stava accadendo.
Nel momento in cui le astronavi atterrarono, perché di questo si trattava, l’animale non resse più la paura e fuggì. Inutilmente lei lo chiamò. L’atterraggio aveva mosso la sabbia e aveva creato delle provvidenziali dune, dietro le quali Rachele si acquattò per vedere cos’altro sarebbe successo. Aveva il cuore in gola, la noia degli ultimi anni, il silenzio che l’aveva circondata, la rese forse un po’ incosciente nell’ansia che la pervase, nella speranza indefinita che la muoveva inducendola a restare immobile.
Un portello si aprì e l’attesa fu snervante. Vinta dall’impazienza, si alzò e si avvicinò guardinga e curiosa, del tutto scevra dell’idea che potesse esserci un pericolo. Era relativamente vicina, quando lo sbalordimento la pietrificò.
Un essere dalle sembianze umane si ergeva alto davanti al portale dischiuso. Rimase a fissarlo. Notò che era incolore, completamente bianco: la pelle ed i capelli contrastavano con l’azzurro degli occhi, unico colore in quell’uomo… ammesso che fosse un uomo. Indossava un’uniforme bianca.
Indietreggiò per allontanarsi da quel “fantasma”. Il coraggio di pochi istanti prima diede il passo alla paura e, giratasi velocemente, corse via in direzione dell’oasi. Tentò di salire sugli alberi in cerca di un riparo, come aveva fatto la sua compagna di giochi, senza riuscirci. Molti esseri bianchi uscirono dalle dieci navi spaziali appena atterrate. I ruggiti delle belve, lo strepitio delle scimmie, lo scalpitio degli ungulati in allontanamento riempirono l’aria di paura e lei vide il suo cane preferito avvicinarsi incuriosito e all’erta.
Una voce che parlava il suo stesso idioma frenò un suo ulteriore tentativo di fuga.
- Perché fuggire da noi che siamo tornati a casa? –
La solitudine prolungata poteva averle minato il cervello portandola alla pazzia, poteva accadere, lo aveva letto in qualche libro… Scosse il capo per tornare ad una razionalità vacillante. Se quelli erano gli uomini del suo tempo, coloro che si erano distrutti…non potevano essere tornati con quella modalità: il pensiero non aveva bisogno di mezzi di trasporto, era libero di vagare nello spazio senza condizionamenti materiali. Non che ci avesse mai creduto, ma la dottrina che aveva annientato l’uomo era quella! Neppure i fantasmi avevano bisogno di supporti fisici per apparire ed allora… chi erano quegli esseri bianchi, se non il frutto di un inganno della mente? Donne e uomini uscivano piano dai velivoli, esclusa la possibilità di una perdita di senno, concluse che stava assistendo a un’invasione di extraterrestri. Di male in peggio! Qualunque spiegazione trovasse… lasciava lo spazio a risultati apocalittici. Ma lei era… sola. Appunto, sola. Da sola non avrebbe potuto fare niente, proprio niente. Non volle più fuggire e attonita osservò quel popolo che le apparve immenso. Si mostrò a loro lentamente, quasi timidamente, il cuore in gola e lo sguardo a correre ovunque.
- Chi… siete? – chiese, guardando l’azzurro degli occhi del primo essere che le era apparso.
- Uomini – rispose lui, avvicinandosi. Lei dapprima lo studiò cercando di mantenere una certa distanza, poi gli sfiorò velocemente una mano per accertarsi che non fosse un’apparizione, si ritrasse impaurita: era freddo.
- Siete freddi. Siete morti – si allontanò di qualche passo tremando. Lui la seguì.
- Non siamo morti, siamo cambiati. Ma tu… – continuò a parlarle. Lei si allontanò ancora. Adesso aveva paura e non era molto lucida, il terrore la portò a delirare come fosse in preda ad una febbre improvvisa.
- Siete venuti a prendermi! Siete venuti a giudicarmi! – blaterò tra sè. L’alieno alzò una mano e con quel gesto la sua gente si fermò. Solo lui continuò a seguirla, lei ad un tratto si bloccò.

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"L'ultima estate che giocammo ai pirati" di Alessandro Soprani

Ci guardò a turno, l’espressione tranquilla, gli occhi scuri e fondi dietro gli occhiali storti, le mani affondate nelle tasche. La sua decisione così semplice e cocciuta, le spalle strette come a dire a me che me ne importa, quel corpo magrissimo e vibrante di una forza ostinata, sono rimasti impigliati per sempre nella mia memoria. Di quel momento in cui si decise il destino di Mario, quando la sua vita improvvisamente scartò da un lato e non ci fu modo di farle prendere un’altra direzione mi restano le sue spallucce, le mani in tasca, e gli occhiali storti. I suoi occhi placidi e incoscienti che chiedono venite o no? Se venite va bene, se non venite va bene uguale, e questo è quanto.
Davide si grattò furiosamente la guancia, schiarendosi la voce.
"Ah, be’ oh, vaffanculo, ecco! Vaffanculo triplo! Si può avere un amico come te? Non potevo averne uno che giocava a boccette, andava in parrocchia tutte le domeniche ed aiutava le vecchiette a raccogliere i fagiolini nell’orto? Vaffanculo, certo che ci vengo!"
Mario accennò un sorriso e si rivolse a me, alzando impercettibilmente il mento,
"Vaffanculo anche per me, allora. Mi venga un canchero se non vengo anch’io!"

...

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"La follia" di Raffaele Donnarumma

PERCHE' QUESTO TEMA

Riflettere sulla follia vuol dire rifelttere sulla nozione di identità, su come percepiamo le cose, su che cosa è la verità. La follia non è solo disagio o malattia: come le sue categorie, ci provoca e interroga la nostra visione del mondo. Come dobbiamo comportarci di frotne al folle? Abbiamo diritto di privarlo dei suoi diritti e di farci amministratori della sua libertà? Egli non è membro della nsotra comunità? La risposta che ci si chiede non puàò essere solo astrattamente filosofica o genericamente esistenziale: deve avere una concretezza sociale.

Per la recensione vedere: http://scrignoletterario.it/node/60

"La fossa comune" di Alessandro Bastasi

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La fossa comune - Pag.1

Aprile

A metà aprile la neve in città si era completamente sciolta, lasciando visibile tutta la sporcizia accumulata sui marciapiedi, nei cortili interni dei caseggiati, per le strade. Una volta, ai tempi dell'Unione Sovietica, il sabato più vicino al ventidue aprile, giorno del compleanno di Lenin, tutti i cittadini erano obbligati a uscir fuori e a far pulizia davanti alle loro case, ai negozi, dappertutto, in tutta Mosca. E la città riprendeva un volto pulito e civile. Nel novantatré ciò non succedeva più da un pezzo, tranne casi sporadici in cui qualche anziano, non sopportando quello scempio o forse soltanto per amore di vecchie abitudini, si dava da fare con scope e palette. C'erano, è vero, i servizi di nettezza urbana. Che però funzionavano quando volevano, cioè quando gli addetti non avevano qualcosa di meglio e di più redditizio da fare.

Questo pensava Vittorio, uscendo da un ufficio in Smolenskaya Naberesnaya verso le due del pomeriggio di lunedì ventisei aprile, mentre cercava di evitare sul marciapiede appena fuori del caseggiato i mucchi di cartone, di pacchetti di sigarette, di pezzi di stoffa, tutti ben pressati dalla neve invernale, che ostruivano il cammino dando al tempo stesso una bella dimostrazione dello stato di degrado della città. Come al solito, si avvicinò al bordo della strada per fermare un'auto. Non c'era anima viva, e le rare macchine gli sfrecciavano davanti senza fermarsi. Era tardi, dio santo, e Vittorio aveva un altro appuntamento. Si muoveva inquieto dal marciapiede alla strada, poi ancora sul marciapiede, scrutando l'arrivo di qualche macchina. Non aveva nemmeno notato che qualcosa si muoveva sulla destra. Finché lo vide con la coda dell'occhio, e si voltò di scatto. Era un ragazzino, sugli undici anni, che si dirigeva senza esitazioni verso di lui. Bruno, il naso un po' adunco, la pelle più scura del normale. Ma dietro di lui, come comparso dal nulla, stava avanzando di sbieco un gruppo compatto di una decina tra ragazzi e ragazze, dai cinque ai diciott'anni, che guardavano fisso Vittorio senza dire una parola.
- Non posso dare a tutti, siete troppi, non ho rubli a sufficienza! - cominciò a dire Vittorio, seccato da quegli accattoni, lui che doveva andare di corsa in Leninskij Prospekt. Adesso si erano fermati, a un metro da lui, continuando a fissarlo con quegli sguardi inespressivi. Facevano paura. Ma che vogliono, questi? Non erano russi, si sarebbe detto che venissero dal sud, dalle regioni del Caucaso. Anzi, erano azeri, almeno a giudicare dal vestito e dall'acconciatura della ragazza più grande.
Poi, la cosa si svolse così rapidamente da non lasciare a Vittorio il tempo di reagire. A un ordine invisibile lo circondarono, e venti mani cominciarono a toccarlo, a frugarlo, dappertutto, come i tentacoli di un polpo, nelle tasche dei pantaloni, della giacca, dell'impermeabile. Partecipavano tutti, anche i bambini, anche loro in silenzio, veloci, precisi, senza paura, senza emozioni, come tanti minuscoli zombie, e Vittorio ne era ipnotizzato, con la bocca aperta, incapace di gridare, di divincolarsi, di picchiare, di prenderli a calci ... Il tutto durò pochi secondi. Poi, a un cenno della ragazza, gli zombie si staccarono e si dileguarono.

La fossa comune - Pag.2

Vittorio dapprima non si mosse. Rimase lì, impietrito, pallido, incredulo. Non era possibile. Erano bambini. Ma spaventosi. Dei marziani, dei robot. Quegli occhi! Senza alcuna espressione, come era impossibile che lo fossero gli occhi dei bambini.
- Ma che sta succedendo? - mormorò con un filo di voce.
Poi si scosse, e si guardò, il corpo, le braccia, le gambe. Era ancora tutto intero, non era successo niente. Ma il cuore gli batteva forte e la rabbia cominciò a montargli dentro, non tanto forse per l'aggressione in sé, quanto per il fatto che ciò fosse accaduto, che fosse potuto accadere. Allora si mise a gridare, fuori di sé, schiumando contro il mondo intero.
- Maledetti! Figli di puttana! Luridi cani schifosi, ladri bastardi, dio vi maledica, voi e quelle troie delle vostre madri!
La gente cominciò a uscire dal caseggiato, timorosa, prima due, poi dieci, poi molti, allora c'era, la gente!, ma dove cazzo stavano, prima! Vittorio era come impazzito, mugolava, e guardava inferocito tutt'intorno, e si toccava le tasche, freneticamente, e poi tornava a gridare.
- Tutto mi hanno portato via, quei figli di troia bastarda, tutto, il portafoglio, i soldi, la carta di credito, le chiavi di casa, tutto, tutto!
Alla fine, per la tensione, si mise a piangere.

Vittorio entrò veloce nell'androne scuro del suo caseggiato puzzolente e chiamò l'ascensore, fremendo per l'attesa. Vedeva ombre dappertutto, si voltava indietro ogni momento, e trasalì quando, di colpo, l'ascensore arrivò al piano terra col solito improvviso fracasso di ferraglia sgangherata.
Quella sera non riuscì a mangiare quasi niente. Continuava a parlare, a parlare, eccitato, e Masha lo ascoltava paziente, senza però emozionarsi più di tanto.
- Non si può, non si può più vivere qui - ripeteva Vittorio. Sollevava a mezz'aria il cucchiaio pieno di minestra, lo fissava, poi lo riaffondava nel piatto, quasi disgustato - Qui ti puoi aspettare di tutto, ormai. È una vita a rischio, ti possono far fuori dovunque, sulla scale di questa merda di casa buia, basta che uno si nasconda e ti può spaccare la testa come vuole, ma chi cazzo me lo fa fare, qui deve cambiare tutto, non si può più, non si può più!
- Ragazzini! - proseguì, in piedi in cucina, mentre Masha sparecchiava. - Bambini, Masha, erano bambini! Dovevi vederli, con quegli occhi imperturbabili, con quella velocità prodigiosa nelle mani a frugarti nelle tasche, ma senza alcuna tensione, sai, senza tremare, senza una parola, muti, come dei robot!
- Sono bambini abbandonati, Vittorio. I genitori non li possono mantenere e li abbandonano, semplicemente. Ne ha parlato anche la televisione. Vivono nelle stazioni, o in fabbriche in disuso, o per strada. Che vuoi farci!
Vittorio la guardò, sbigottito.
- Che voglio farci? - gridò. - Ma tu ... voi accettate questo disastro, questa miseria, questo ... arrangiarsi come si può? Questa perdita di un minimo di etica, sì, di morale, di sentimenti, di amore per i figli, dio buono, Masha!
Masha era gelida.
- Ripeto, che ci possiamo fare, Vittorio. È così.

La fossa comune - Pag.3

- È così un cazzo! È così a starsene rinchiusi in casa, o a starsene lì fuori, a contrattare con la mala un posto per un banchetto sul marciapiede, o a rubare orologi nelle fabbriche per venderli sulla Piazza Rossa, o ad accettare di comprare roba scaduta, il salame con i vermi e di non avere l'assistenza sanitaria ... Certo, che è così. È così perché nessuno fa niente, perché ci si guarda in cagnesco, ci si odia, si cerca di arraffare qualcosa prima che lo faccia qualcun altro. Ecco perché è così.
- Ma che cosa vuoi che facciamo, la rivoluzione? - Masha aveva gli occhi lustri di lacrime - C'è già stata, caro, e siamo a questo punto per colpa di chi l'ha fatta, non per colpa nostra. Dobbiamo solo rimboccarci le maniche e aspettare che questo momento passi. Come è passato dappertutto, mi pare, anche in America c'erano i gangster, no? Basta! Ma guarda se abbiamo bisogno che venga qui un italiano, con la sua bella pancia piena, a dirci che cosa dobbiamo o non dobbiamo fare! Ti ricordi dove mi hai trovata, sì? Come mi hai comprata, quella notte, anche tu come tutti? E io che cosa dovevo fare? Continuare a vivere con mio padre e mia madre? Era vita, quella? E l'avevamo fatta, la rivoluzione, allora, settant'anni prima! Che cosa vuoi, che torni il comunismo? Eh? È questo che vuoi, che ti piacerebbe? Ti piace l'idea, vero? La grande idea! L'uomo nuovo! La società senza classi! Me le ricordo a scuola le ore interminabili sul marxismo-leninismo, sul capitalismo e l'imperialismo occidentale. E intanto Stalin aveva sterminato i miei nonni, perché erano kulaki, capisci, "ricchi contadini affamatori del popolo". Ed ecco il risultato: un padre alcolizzato, una madre quasi impazzita, una vita intera in coabitazione con un'altra famiglia di disgraziati, e io ... Ma fammi il piacere! Pensiamo a vivere, piuttosto. Ti prego, Vittorio, ti prego!
Lo guardava disperata, la faccia bagnata dal pianto, i sussulti che le squassavano il petto, come una bambina, impaurita da ricordi troppo recenti, con quest'uomo qui, con le sue tenerezze fasulle, un muro, aveva detto Rebecca, sua moglie, tanto tempo prima, un macigno immobile, incapace di venirle incontro, di seguirla un po' di più, di esserci davvero, perduto com'era dietro le sue paturnie cosmiche, pieno di sé, capace di abbracciare il mondo ma impotente in tutti quei gesti quotidiani che richiedono almeno un po' di amore vero, che si veda sul serio, che si possa misurare. E anche questa volta Vittorio se ne stava zitto, torvo in volto, quasi infastidito, quasi volesse scrollarsi di dosso le parole gridate, le richieste d'aiuto che Masha gli rovesciava contro, quasi volesse rigettare con irritazione i limiti angusti della loro verità.

...

"La gabbia criminale" di Alessandro Bastasi

Dicembre 1953

L’uomo è lì, fermo, immobile, con il cappotto grigio scuro e il cappello in testa, in piedi.
È come se nel cervello gli volassero sciami di mosche, un ronzio dentro la testa non gli permette di vedere, di capire che cosa sia successo.
Lo sa che se ne deve andare via, di corsa, questo lo percepisce, ma non ci riesce. Lo sguardo percorre la cucina, la stanza in cui si trova adesso, come se volesse convincersi che tutto è in ordine, che tutto procede normalmente: il tavolo di legno con le quattro sedie, la credenza con il pane, il santino di papa Pio XII sul muro, il crocefisso sopra la porta col rametto d'ulivo, la cucina economica con il fuoco acceso, l’acqua che bolle nella grossa pentola, la boule sul tavolo pronta per essere riempita, per scaldare le ossa dei due vecchi che a quell'ora dovrebbero essere già a letto. Ma non c’è nessuno che la riempia, perché non c’è più nessuno da riscaldare.

L’uomo ha un coltello in mano, insanguinato. Uno di quei coltelli da cucina grandi, con cui il vecchio taglia la carne la prima domenica del mese, quando la moglie immancabilmente gli prepara l’arrosto al forno.
Gli altri giorni mangiano pasta e fagioli, o spaghetti, o minestrone, e poi polenta e verze, o verdure cotte, o un po’ di formaggio, ma l’arrosto mensile non può mancare.
E quel giorno la vecchia lascia aperte le finestre della cucina, anche se è pieno inverno, perché i vicini sentano il profumo e crepino tutti di invidia.

Il sangue che sporca il coltello, quella sera di dicembre, con un freddo fuori che fa battere i denti e un buio da non vederci a due spanne, non è né di manzo né di vitello. L’uomo toglie il cerchio centrale della piastra della cucina economica e getta il coltello nel fuoco, per cancellare ogni traccia, nell’inconscia convinzione, forse, che con la sua scomparsa d'incanto scomparirà anche il ricordo di quella terribile giornata. Poi richiude.
Si guarda le mani, sporche di sangue. Con uno strofinaccio appeso al muro cerca di asciugarsi, di fare scomparire quel rosso che gli macchia le dita, ma qualcosa rimane all’interno, tra un dito e l’altro e agli angoli delle unghie.
Respira forte, gli manca il fiato, va nel bugigattolo accanto alla cucina, un sottoscala con l’acquaio di marmo per lavare i piatti, trova dell’acqua in una brocca e comincia a strofinarsi le mani con il sapone, a lungo, con un tremito incontrollabile che gli attraversa la schiena, quindi si sciacqua e con la paglietta prende a grattarsi le dita e le unghie, fin quasi a farle sanguinare. Torna alla cucina economica, riapre il cerchio centrale e butta nel fuoco anche lo strofinaccio.

Sembra quasi che adesso faccia più caldo, in cucina.
L’uomo si siede, il tremito gli sta un po’ passando, ricomincia quasi a connettere.
Il ronzio delle mosche dentro il suo cervello è diminuito, anche se le orecchie continuano a dolergli. Si annusa le mani, che sanno ancora di sangue, e gli viene da vomitare.

Finalmente riesce a volgere lo sguardo al pavimento, dove giace Saverio Dotto, ucciso con tre coltellate nella schiena.
L’uomo sta riconquistando lucidità.
“Devo fare una cosa”, pensa. Deve cercare quella cosa che lo potrebbe far sospettare e incriminare. C'è sicuramente, da qualche parte. Il cuore riprende a pompare, l’adrenalina è a mille, lui si alza e si dirige nel tinello, dove apre con violenza le due ante in basso dell’unico mobile. Ma ci sono solo i piatti e le tovaglie. Sbatte le ante con rabbia, la vetrinetta sopra il mobile dondola, i bicchieri di cristallo all’interno tintinnano, l’uomo volge lo sguardo intorno, ansioso, braccato dalla paura, la pancia che gli urla di andarsene da quel luogo maledetto.
Poi si precipita di sopra, in camera da letto, armeggia con i cassetti del comò.
Eccolo lì! Nel primo scomparto. Lo estrae, piano, quasi con timore. Stramaledetto vecchio!
L’uomo ritorna giù, alla luce della cucina, per controllare il contenuto di quello che ha preso di sopra, poi getta tutto nel fuoco. Una fiammata gli illumina il viso.

Di nuovo in camera da letto. Per assicurarsi di non aver lasciato tracce. Lo invade una calma strana, apparente. Lucidamente distaccata. Gli verrebbe voglia di fumare, ma sa che non è possibile. Si guarda intorno, a verifica che tutto sia a posto. Anche il letto è a posto. Immobile, con una gamba sotto la coltre imbottita e l’altra che tocca il pavimento, quasi stesse per alzarsi, c’è il corpo della moglie di Dotto, di quella vecchia strega. Una larga macchia di sangue si è formata sulla camicia
da notte di lana spessa, proprio in corrispondenza del cuore. Ha gli occhi e la bocca aperti, in un ghigno di disprezzo nei confronti del mondo.
...
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"La guerra dei sordi" di Laura Costantini e Loredana Falcone

Dal foro praticato nella recinzione cominciò ad affluire una piccola folla dalle T-shirt cenciose. Il lettore cd che Ali Sweti mostrava con orgoglio ai suoi compagni di classe aveva finito con l’attirare intorno a lui più ragazzini di quanti il passaggio di auricolari potesse accontentarne prima della fine della ricreazione.
“Me l’ha regalato mio fratello. Me l’ha regalato Rhamul per il mio compleanno”, continuava a ripetere.
Non che agli altri interessasse, almeno non quanto l’ultimo successo dei Planetfunk che rimbombava fin quasi alla distorsione negli auricolari…
Quasi allo stesso volume, quella stessa canzone, Who said, aiutava Shaul a immaginare un mondo completamente diverso al di là dello scafo del carro armato. Un mondo dove un ragazzo come lui spendeva i suoi diciotto anni a cazzeggiare con gli amici piuttosto che ad aspettare l’ordine per scatenare una tempesta di fuoco contro abitazioni civili. Il cingolato era infilato in una strada che bastava appena a contenerlo. L’obiettivo, per quel che ne sapeva Shaul, era una rimessa dove membri delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa preparavano ordigni esplosivi per i loro attentati. Lui conosceva quella zona di Gerusalemme Est. Quando era ancora un ragazzino, si era fatto un dovere, insieme ai suoi compagni di bravate, di dimostrare il proprio coraggio andando a scambiare sassate con i ragazzini palestinesi. Sapeva anche che tra la loro posizione e l’obiettivo si trovavano abitazioni civili e, soprattutto, una scuola. Era sicuro che, se avesse spento il lettore cd, sarebbe riuscito a sentire il chiasso degli scolari che trascorrevano nel cortile la ricreazione…
“Che fortuna che hai ad avere un fratello grande come Rhamul”, disse Yunis, affascinato dai bagliori d’argento che il sole traeva dal piccolo riproduttore, mentre cercava il coraggio per chiedere di poterlo toccare.
“Rhamul è fortissimo”, rincarò Ali. “Quando questo paese sarà in mano a noi palestinesi, lui sarà una persona molto importante, il braccio destro del Rais, perché è un grande guerriero islamico. E allora mi comprerà una playstation con un mucchio di giochi!”
“Giura che mi ci farai giocare!”
“Certo. Tu sei mio amico e Rhamul dice sempre che gli amici sono sacri e che noi dobbiamo dividere tutto ciò che abbiamo con gli amici.”
Yunis afferrò la palla al balzo e allungò le mani verso il lettore cd.
“Cinque minuti…”, assicurò facendo ripartire il disco dall’inizio.
Anche Shaul avrebbe volentieri riascoltato il cd dall’inizio, ma in quel momento l’interfono cominciò a gracchiare ordini. Sebbene la manovra di avvicinamento fosse avvenuta con la massima cautela e di sabato, giorno in cui i palestinesi difficilmente si aspettavano azioni di rappresaglia da parte degli israeliani, la sorpresa era andata a farsi fottere. Dovevano agire subito e il capocarro gli ordinò di prepararsi a fare fuoco secondo le coordinate stabilite.
“Signore, da qui prenderemo anche la scuola…”
“Questi sono gli ordini, soldato.”
“Ma a quest’ora i bambini sono tutti lì.”
“Cazzo Levy, ti ho dato un ordine, eseguilo!”
Shaul fu tentato di rispondere che quelle stesse parole erano state ripetute fino alla nausea durante il processo di Norimberga. Glielo aveva raccontato suo nonno. Ma sapeva che non sarebbe servito. Impostò le coordinate, ma alzò impercettibilmente il tiro, nella speranza che i proiettili volassero al di sopra di quei ragazzini, spingendoli a mettersi in salvo…
“Yunis, il maestro ci chiama…”
“Aspettiamo che rientrino tutti gli altri, dai!”
Tenevano un auricolare ciascuno, il volume al massimo delle possibilità del riproduttore e i piedi che tentavano di seguire il ritmo improvvisando passi per un musica che apparteneva ad un altro mondo.
Praticamente non sentirono il sibilo della cannonata. Il colpo si abbatté nel vicolo stretto tra il cortile della scuola e la rimessa, generando una sventagliata di schegge incandescenti. Ali le vide scintillare e pensò che erano belle, molto più belle di qualsiasi videogame. Non sentì dolore, ma riuscì a rendersi conto, prima del buio, che il gioco era finito.

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"La macchina del tempo esiste già" di Francesco Pomponio.

Il mare della Terra

Era la fine dell'estate, ma gli uccelli non volavano a sud.
Anzi, neanche c'erano uccelli in giro, e le uniche cose a volare nell'aria ventosa erano le nuvole grigie che percorrevano il cielo della grande pianura.
L'aria era fresca e si avvertiva nelle ossa il freddo che presto sarebbe arrivato; con il lungo inverno avrebbe fatto dimenticare le belle giornate. Per questo essi si ostinavano a rimanere all'aperto, anche se dentro la casa ardeva già il fuoco nel camino e gli altri li guardavano dai vetri con sorrisi dicommiserazione.
Ma cosa c'era di meglio che starsene a suonare nel portico, mentre il vento spettinava i capelli, a chi ancora li aveva?
Non era granché come quartetto, ma sicuramente era il migliore su quel pianeta, visto che c'era soltanto quello.
"Non avrebbero dovuto farvi partire a voi, alla vostra età a cosa potete servire in un posto come questo?" Aveva detto con poca cortesia il capo del gruppo di coloni quando li aveva visti,
raggruppati a tremare di freddo accanto ai loro pochi bagagli.
L'astronave era da poco scomparsa per tornare sulla Terra e la gente rimasta nell'erba si stava organizzando per trascorrere la prima notte nelle nuove case.
"Beh, potremmo se non altro raccontare com'era la Terra quando voi non c'eravate, come vivevamo prima che gente come te decidesse che di noi si poteva fare a meno. Forse a voi non interesserà,
ma spero che i vostri figli saranno più intelligenti di voi." Aveva risposto quello che ora faceva da primo violino.
"Però è vero, non abbiamo portato neanche un nonno, mi piacerebbe averne uno." Era intervenuto un ragazzino.
"Io invece vorrei un cane." Aveva detto un altro.
"Ma i nonni sono meglio, non abbaiano e non mordono."
"Perché non hai conosciuto il mio!"
La gente aveva riso, poi qualcuno aveva raccolto le loro valigie e aveva accompagnato i vecchi nella casa loro riservata.
Poi si era fatto buio e tutti si erano diretti verso le piccole abitazioni, tenendo in una mano la mano di persone care, e nell'altra la busta della cena fredda distribuita per quella prima sera.
Piccole luci si erano accese alle finestre e ondeggiando si erano spostate ad esplorare le stanze, dove quella prima notte, nei letti rifatti alla meglio, i bambini avrebbero dormito con i grandi, per farsi coraggio insieme.
Il vento aveva soffiato per tutta la notte, spazzando l'erba e fischiando agli angoli delle case.
La maggior parte dei loro bagagli era formata dagli strumenti, per il resto solo pochi vestiti e qualche fotografia di quelle che ingiallivano, di quando le stampavano ancora sulla carta.
Sedevano sul cofano di auto ormai distrutte da tempo, e abbracciavano ragazze anch'esse sparite da tempo, cieli nuvolosi o prati scoloriti facevano da sfondo ai loro sorrisi imbarazzati e ai capelli lunghi e spettinati dei giorni di vacanza.
Le tenevano sui comodini, insieme alle medicine e a qualche spartito di Mozart che stavano studiando.
Poi, due volte la settimana si riunivano in quel portico aperto sulla pianura d'erba e provavano,cercando di dare un'orchestra a quella piccola comunità, per non far dimenticare la vera musica.
Quella che non esce dai lucidi dischi, perfetta e pulita, rumore gradevole e senza odori, senza il respiro di chi strofina l'archetto sulle corde, senza il sudore che scende nel collo, senza le punte delle dita intorpidite, prima di fare i calli.
Loro volevano far conoscere a quelle persone la musica che viene fuori da quei fogli pieni di palline nere e che non ti immagini cosa sia finché non l'hai suonata.
Il sole attraversava lento l'orizzonte lottando svogliatamente con le nuvole. A sprazzi illuminava di rosso i muri della casa e costruiva lunghe ombre sul pavimento di pietra. Qualche foglia volava fra i piedi dei musicisti e spinta dal vento, andava ad incollarsi sui vetri delle finestre.
Gli spartiti, saldamente fissati dalle mollette, si agitavano cercando di voltarsi prima del tempo.
"Non siamo così veloci, abbi pazienza ventaccio del cavolo!" Disse il violino.
"E poi abbiamo dei tempi da rispettare, mica si possono fare gli arrangiamenti personali su Mozart."
Aggiunse il violoncello.
"Potremmo anche farli, tanto Mozart mica se la prenderebbe a male, ma non siamo abbastanza bravi neanche per suonarlo normalmente..." Commentò l'altro violino.
Il pianoforte concluse con le ultime note del brano che stavano provando.
"E' ora di rientrare, fra un po’ sarà notte." Disse il pianista chiudendo lo spartito e la tastiera.
Era il più giovane, anzi era un ragazzo, ma era lui a dirigere il gruppo perché sapeva leggere la musica, gli altri erano solo volenterosi autodidatti.
Per dieci anni aveva studiato in una scuola sulla Terra, poi per un po’ di tempo aveva anche insegnato.
Ma era venuta la crisi, e la gente non aveva più soldi da spendere in musica, e poi quella che andava allora di moda non si poteva suonare ma solo ascoltare, ed era difficile anche canticchiarla
facendosi la barba o alle feste con gli amici.
Ammesso che ci fosse stata ancora la voglia di fare feste, o amici da invitare.
Gli sarebbe piaciuto poter ricominciare in un mondo dove le cose che sapeva fare sarebbero state apprezzate e perciò era stato colpito da quell'annuncio sentito alla radio.
I suoi non c'erano più, suo padre che per mestiere guidava un veicolo da carico, si era buttato dalla finestra dopo l'invenzione del teletrasporto per le merci, quando aveva perso il lavoro. Sua madre l'aveva seguito pochi giorni dopo, perché il giorno del loro matrimonio aveva giurato di seguirlo ovunque.
Era caduta nello stesso punto del marciapiede e a lui era quasi venuto da ridere quando glielo avevano detto.
Ma poi si era ritrovato da solo.
Una ragazza non ce l'aveva e perciò gli costò poco presentarsi per essere messo nella lista di chi voleva andarsene. Chiese soltanto di portare con sé il pianoforte, e poiché in quel viaggio non c'era
nessun altro pianista, il permesso gli fu accordato, anche se lo strumento pesava più del consentito.
Fu fatto passare sotto la voce 'attrezzatura', ma egli dovette rinunciare a una parte dei suoi libri e ad una parte dei suoi soldi perché l'impiegato chiudesse un occhio.
"Invece di rientrare chiudiamo la vetrata." Disse il violoncello.
"Va bene, ma se fa troppo freddo smettiamo." Rispose il pianoforte.
"Hai paura di rovinarti la voce? Mica facciamo opere liriche qui." Intervenne uno dei violini.
"Ho paura che vi roviniate le articolazioni, alla vostra età..." Sorrise il giovane.
Le vetrata fu chiusa e il vento rimase fuori a scuotere le piante e a cercare di infiltrarsi nelle fessure.
Il gruppo riprese le prove con impegno e cento volte riprovavano lo stesso passaggio, fino ad eseguirlo alla perfezione. Perché in fondo, anche se non si prendevano sul serio, non erano poi così
male come musicisti.
"E io che credevo che la chiave di violino fosse un sistema per non farselo rubare." Disse il violoncello durante una pausa.
"Cerca di essere serio se ti riesce."
"E perché mai? Mozart mica era un tipo serio."
"Ancora credi a quel vecchio film?"
"A me sarebbe stato simpatico così, perciò me lo immagino come mi pare, pensa a sviolinare tu invece di rimbeccarmi continuamente."
La notte era scesa sulla pianura e le montagne erano scomparse nell'oscurità, nessuna luce veniva da case lontane e non c'era una luna a rischiarare il cielo e offuscare le stelle.
Una fioca lanterna ardeva nel portico chiuso dai vetri, dove un giovane e tre vecchi cercavano insieme di non far dimenticare qualcosa di cui tutti avevano bisogno, anche se non lo sapevano.
Anche se in quel momento erano presi dalla necessità di sopravvivere in quel posto disabitato e così lontano dal pianeta dove erano nati.
Quando le cose si fossero sistemate essi avrebbero sentito la voglia di riunirsi la sera ad ascoltare i suoni di un mondo che non avrebbero più rivisto, dove il mare non stava mai fermo e il vento
scuoteva gli stormi di uccelli che andavano al sud. Dove le nuvole erano solo intervalli fra belle giornate e non il colore costante del cielo.
Era un mondo malinconico, quello dove vivevano adesso. Il sibilo continuo del vento faceva desiderare un po’ di silenzio e il fuoco ardeva anche durante la breve estate, perché la sera il freddo
scendeva dalle montagne nere e si aggirava nei vicoli regolari del piccolo villaggio. I vetri delle finestre gelavano e dentro i letti la gente si raggomitolava fra le coperte.
E col sonno pesante di chi fatica tutto il giorno non si accorgevano delle ore che passavano veloci, né della fiamma che pian piano si spegneva per diventare cenere tiepida al mattino.
E adesso il villaggio dormiva e nessuno ascoltava la musica che usciva dai vetri e si perdeva nell'oscurità.
Dentro la debole luce, gli uomini strofinavano sui loro strumenti, e l'unico tempo che contava era quello segnato sui fogli pieni di palline nere.
Ma ormai si era fatto tardi, ed era l'ora di andare a dormire.
La vetrata illuminata spiccava nel buio che avvolgeva le poche case.
Fuori, l'erba della pianura ondeggiava piegandosi al vento in un frusciare senza fine, come il mare
della Terra.

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"La moglie del mago Dimitri" di Roberto Monti

Capitolo 1
Anko e Rouge

Un sibilo lacerò l’aria.
- Ssssilenszio!
Durante le sue ore di lezione l’insegnante di lettere esigeva assoluto silenzio.
- Anko, ssstai attento!
Il rimprovero era diretto a un biondino con visetto magro coperto di lentiggini, seduto in seconda fila, che bisbigliando chiamava il cugino, Rouge: un ragazzino dai capelli rossi, occhi azzurri, seduto al primo banco, due file più lontano.
Abitavano nello stesso condominio e trascorrevano tutta la giornata insieme. Rouge aveva due sorelle più grandi con le quali non andava d’accordo.
Entrambi non amavano andare a scuola e in classe, distratti e svogliati, venivano spesso sgridati. All’inizio dell’anno scolastico erano vicini di banco, poi separati a forza per indebolire la loro unione, erano ora costretti a scambiarsi di nascosto dei messaggi: dovevano pur escogitare qualche stratagemma per sconfiggere la noia.
- Ragaszzi, ricordatevi che in tersza avrete gli eszami.
La professoressa aveva introdotto un’altra predica. Le sue spiegazioni, infarcite di raccomandazioni, moniti, suggerimenti, si dilatavano paurosamente ed era facilissimo perdere il senso del discorso.
- Rouge…- sussurrò Anko.
Il Rosso, intento a scrivere, mosse appena la mano per avvertire di pazientare, poi si voltò verso Anko con un sorrisetto malizioso.
Muovendo un braccio, sventolava un biglietto bianco piegato a metà.
La professoressa intercettò lo sguardo d’intesa tra i ragazzi, vide il biglietto e come un fulmine, si diresse verso di loro.
- Tu – intimò - tu, dico a te Rossino, dammi sssubito quel foglio!
Rouge si girò di scatto impallidendo……

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"La morale di Pietra" di Monica Caira

PROLOGO

Erano passati tanti anni. Troppi.
Una vita intera mi separava da quell’urlo, ma di tanto in tanto lo sentivo ancora risuonare nelle orecchie. Mi sono soffermata spesso a pensare a quei due suoni che si sovrapponevano fino a diventare uno e al loro profondo significato. La vita gridava tutta la sua gioia per aver sconfitto le tenebre e la morte vomitava fuori il proprio trionfo: un’altra tacca sulla pistola.
Mia madre moriva proprio nel momento in cui era riuscita a realizzare il sogno della vita di mio padre: mettere al mondo mio fratello Beniamino.
Chi va e chi viene. Niente di più semplice. Niente di più ineluttabile e crudele.
Sarà l’avvicinarsi del capolinea che mi rende incline ai ricordi e alla melanconia. Anche la tristezza è diventata assidua frequentatrice del mio cuore, ma il rimorso no. Quello sono sempre riuscita a tenerlo fuori dalla porta.
Nulla di ciò che avevo immaginato nei miei sogni di bambina si era realizzato. Molto di ciò che non avevo mai neanche pensato, avevo invece fatto e ripetuto caparbiamente.
Ma non lo avevo voluto io. Gli eventi si sono presi gioco di me, mi hanno superato e sopraffatto.
In fondo sono una sconfitta. Ho lottato con tutte le mie forze, invano.
Non ho colpa. Ecco. Questo pensiero è l’unica molla grazie alla quale mi alzo ogni mattina, è il lumicino che mi tiene in vita.

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"La nebbia, le torte, il ricordo" di Vera Demes

David si affacciò sul terrazzo. Il vento era aumentato di intensità. Era piacevole. Profumato di tigli e di altri aromi indefinibili. E strano. Non gli capitava di avere un pomeriggio libero da secoli. Osservò la distesa di palazzi sotto di lui e le prue delle canoe scivolare sul fiume. Gli sembrava di essere stato catapultato in quel luogo da distanze siderali. Non c’era abituato. Non aveva la minima idea di cosa dovesse fare. Si sedette su una delle sedie a sdraio disposte lungo il muro e allungò le gambe davanti a sé, sfilandosi le scarpe e le calze. Se lo avessero visto in quel momento, la sua immagine perfetta e inossidabile avrebbe subito un duro colpo. Ma non c’era nessuno accanto a lui. E se si escludeva il telefono, che continuava a squillare nella tasca dei suoi pantaloni, aveva chiuso fuori tutti. Era perfettamente e splendidamente solo.

***

Aveva fatto un sogno. Non ricordava esattamente tutto ma di una cosa era certa. Era stato un sogno strano. E sgradevole. Ricordava una strada grande, palazzi monumentali e immense fontane stillanti acqua. Camminava lungo quella strada e improvvisamente si rendeva conto di non avere nulla addosso. La sensazione di benessere che aveva provato ammirando quei luoghi principeschi, si era dissolta nella consapevolezza di essere completamente nuda, additata da tutti, impossibilitata a trovare un riparo. Non c’era un luogo in cui nascondersi. Aveva dovuto camminare rasente i muri coprendosi con le mani, sconvolta dalla vergogna e dall’umiliazione.
Era rimasta dieci minuti sdraiata nel letto, cercando di capire. Poi una doccia veloce. Era tardi. Come sempre. Il caffè lo aveva trovato già fatto. Suo padre si alzava all’alba e poi si chiudeva nello studio in fondo alla casa, a leggere. Lei non lo disturbava mai. Beveva il caffèlatte ascoltando distrattamente il notiziario delle sette e mezza. Poi sgranocchiava una fetta di pane tostato, che terminava di mangiare lungo le scale, cercando le chiavi del motorino nella grande borsa di cuoio.
La sua giornata cominciava così. Sfrecciando veloce nelle strade già affollate di impiegati, studenti e operai, diretti al lavoro. Non si guardava mai attorno. Neppure ai semafori. La città pareva un’enorme sfondo posticcio, un fondale sfumato che lei percepiva a stento, cercando di non fare tardi.
La fabbrica compariva sempre alla sua destra, a volte confusa nella foschia invernale, a volte nitida nella luce trasparente dell’estate. Era un fabbricato polivalente e moderno, progettato da un famoso architetto. La zona destinata agli uffici e all’area esposizioni era un enorme cilindro di vetro, su cui la luce e il cielo caliginoso della città si riflettevano in un gioco divertente di specchi e rifrazioni. A destra c’erano i quattro stabilimenti di produzione, bianchi e monumentali, con la ciminiera al centro, che spandeva nell’aria l’odore intenso della pasta cotta e dei dolci industriali. C’erano giorni, quando l’aria era bassa e immota, che quell’odore penetrante stagnava intorno alla fabbrica per ore, anche per giornate intere.
Le mattine erano tutte uguali, proprio come allora. Soltanto il cielo era diverso. Quel giorno era turchino, senza una nuvola, perfetto.
***

La radio trasmetteva vecchi successi degli anni ottanta. Love of the Common People. Che bella. Le ricordava le prime feste del Liceo. Come si era divertita, allora.
Al compleanno di Nadia, aveva conosciuto Giovanni. Si erano messi insieme dopo un mese, dopo che lui aveva tentato di baciarla. Era stato bellissimo. Era successo al cinema, a vedere Un mercoledì da leoni. Lui le aveva appoggiato un braccio sulle spalle e aveva avvicinato il viso al suo, premendo le labbra e inserendo la lingua tra i suoi denti. Era stato strano. E speciale. Lui era speciale. Uno dei ragazzi più tosti della compagnia, uno di quinta. Dio. L’aveva amato subito moltissimo. Senza riserve.
Sfilò le lenzuola dal letto e le ammucchiò sul pavimento. Sulla federa c’era il suo odore. Lo appoggiò al viso e sorrise. Amava prendersi cura di lui. Della loro piccola e giovane famiglia.

...

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"La stirpe" di Barbara Risoli

- Siamo stati invitati ad atterrare – continuò apparentemente oscura.
Né Anthea né Rho sapevano nulla in merito e deglutirono temendo che fosse impazzita. Frettolosi giunsero alla sala guida, dove Uzar e Jean stavano controllando la situazione. Si erano assentati per poche ore e già era successo qualcosa?
- Non capisco – asserì il comandante, leggendo il messaggio che stava arrivando in un secondo invio sul monitor. Rho rimase di ghiaccio ed Anthea si appaiò a Jean che aveva davanti il medesimo messaggio decodificato in una lingua per lei comprensibile. Anche la plutoniana rimase di ghiaccio perché si trattava di un accorato invito a scendete, il popolo di Zankar era amichevole e disposto ad accoglierli, nonché a conoscerli. Era firmato da un certo Vari, nome che nessuno dei presenti sull’astronave possedeva.
- Chi è Vari? – chiese ovviamente la ragazza. Uzar ebbe un fremito.
- Vari è… è il capo dell’equipe che organizzò il mio viaggio sulla Terra – rispose infastidito da Jean, immobile e pietrificato. Stava cantando mentalmente, disturbandolo. Arrivò Hez che repentino lesse il messaggio.
- Che cosa significa? – balbettò.
- Bella domanda! Ma forse Jean lo sa! – sbottò Rho dimostrandosi per la prima volta un po’ alterato, nei limiti della possibile alterazione zankariana.
- Io? – si fece cucciolo improbabile, fingendo di averli uditi solo in quel momento. Gli occhi di Anthea lo fulminarono subito accusatori.
- Cos’hai combinato? – ringhiò astiosa. Lui fece spallucce.
- Piantala di cantare! Dicci dive siamo e cosa ci sta accadendo, Jean! – si spazientì Rho, parandosi davanti a lui ed abbagliandolo con i propri occhi specchiati.
- Cantare? – sottolineò la plutoniana confusa.
- Si, passa il tempo cantando con il pensiero per impedirci di sapere cos’ha dentro – le rivelò il soldato. Lei alzò un sopraciglio.
- Mi difendo come posso! – si ribellò alle loro pretese.
- Ti difendi? E da cosa? – sibilò Rho allo stremo.
- Non mi piace essere nudo – usò una giusta metafora.
- Diciamo che hai sempre qualcosa da nascondere – non cedette l’altro. Intervenne Uzar che costrinse il compagno a spostarsi e guardò Jean con insistenza, ma senza inimicizia.
- Qualcosa non va come dovrebbe, Jean… se sai di cosa si tratta, dillo… - lo implorò con il suo solito ed incrollabile dignitoso orgoglio.
- State chiedendo il mio aiuto… come cambiano le cose, vero? – temporeggiò memore del trattamento tacito e meno tacito che gli stato riservato sin dall’inizio. In fondo i ragazzini lo consideravano certamente meglio… e lo vedevano come un adulto raziocinante e forse utile! Con loro sapeva di poter ragionare. Lo temevano, si… ma non lo disprezzavano. Ecco! Qui stava la differenza! Non gli regalavano il disprezzo, non condannavano il suo modo d’essere; lo ascoltavano e poi, se era necessario, lo giudicavano. Persino Alceo aveva dimostrato di non odiarlo, obbedendo ai suoi ordini nel momento più importante dell’impresa portata segretamente a termine.
- Falla finita, Jean! – sbuffò Anthea esasperata dal suo insopportabile divertirsi. Caparbio non parlò ed Uzar sospirò, rinunciando a saperne di più. Hez non celò una certa preoccupazione: poteva trattarsi di un trucco ben congeniato di Asix, notoriamente senza scrupoli e senza coscienza.
- Siamo del passato – intervenne a sorpresa Onfale, facendo sussultare i compagni che si voltarono, guardandola incuriositi. Jean le riservò un’occhiata particolarmente interessata, che non le sfuggì. Avanzò nella sua notevole altezza e nella sua straordinaria bellezza.
- Abbiamo superato la CURVA DELL’UNIVERSO che altro non è che una breccia temporale ed ora ci troviamo nell’anno in cui Uzar ed il suo equipaggio hanno lasciato Zankar alle volte della Terra – spiegò con una naturalezza disarmante. La meraviglia di chi l’aveva ascoltata fu assoluta ed un senso di timore percorse la schiena di ognuno.
- La CURVA DELL’UNIVERSO è insuperabile, Onfale – le fece notare Hez scettico. La donna fece per andarsene davanti alla sua chiusura mentale.
- Aspetta! – la fermò Rho che invece le credeva.
- Come fai a saperlo? – le chiese.
- Jean sa tutto questo, lui stesso ha diretto quest’impresa impossibile e… le sue canzoni non funzionano con me – rispose ed il plutoniano ebbe un gesto di stizza. Il soldato lo saettò per un secondo, poi si domandò chi aveva diretto e quando. Si, c’era stato un periodo durante il quale ogni zankariano era stato fuori combattimento, ma ce n’era stato uno in cui i primi sottoposti al processo si erano svegliati e si era trattati dei bambini!
- Hai costretto degli innocenti a rischiare la vita! – non tardò ad arrivare la sua accusa che Jean aveva tristemente previsto. Non ribattè, dentro di sé si rifiutò di mettere nei guai gli unici amici che aveva e che per lo meno non gli erano ferocemente ostili. L’idea di Safy gli era parsa buona e la disponibilità dei padri con i loro messaggi d’invito era la prova che non si era affatto sbagliato.
Anthea non aveva mai sentito parlare della CURVA DELL’UNIVERSO, perciò ancora una volta non capì sino in fondo. Fu Uzar a spiegarle di cosa si trattava e quali enormi rischi erano stati corsi, se la storia di Onfale era vera.
- Hai tentato di uccidere mio fratello! – reagì male, ma Jean si era aspettato anche questo. Era in balia delle ire di chiunque desiderasse sfogarsi! Tuttavia, si stava stancando di essere il capro espiatorio di tutti!
- E adesso? Cosa ne sarà di noi? – sussurrò la ragazza sull’orlo di una delle sue stupide crisi di panico.
- Abbiamo portato un terrestre all’inizio del degrado zankariano – rifletté Hez, più lucido degli altri. Jean lo guardò quasi speranzoso, forse lui non lo avrebbe messo al muro. Infatti, fu così.
- Ci hai fatto correre il pericolo più grande che possa esistere nell’intero Universo, Jean… ma ci hai salvati. Tu ed Uzar avete fatto il massimo per la stirpe zankariana – lo innalzò, ammutolendo i presenti. Onfale sorrise soddisfatta, felice per lui, un brutto cefo, certo… ma anche capace di grandi atti di coraggio.
- Non è stata mia l’idea – ammise mesto. Hez lo scrutò
- Non voglio dei meriti che non ho – concluse. Jean era sempre stato immune alla lusinga ed alle parole del medico non si gonfiò affatto, piuttosto si abbatté per le accuse che aveva comunque dovuto subire.
- Perché lo hai fatto? – lo interrogò Anthea ancora irriducibilmente risentita.
- Tu cosa credi? – la fissò, scavandole l’anima come a volte sapeva fare. Lei sogghignò disincantata.
- Già… mi domando qual è il tuo tornaconto – lo ferì e lo fece volontariamente. Non fu approvata dagli altri, ma nessuno parlò e Jean uscì dalla stanza.

...

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"La vita non dura un quarto d'ora" di William A. Prada

… E infatti te ne andasti così, in meno di dieci minuti netti, durante la mattina di un quasi pomeriggio alle dodici.

E un quarto.

Adesso non chiedermi perché ti scrivo, quando so soltanto di avere un bisogno interiore di dirti ancora qualche cosa. Tu se puoi perdonami, ho troppi pensieri per la testa. L’unica cosa che so è che sia già passato un po’ di tempo dall’ultima volta che siamo stati insieme, ma il tempo passa un po’ per tutti, vero? Sorrido, perché tu ne sei soltanto la dimostrazione. Ah, e poi ci sarebbe un’altra cosa, da dire: pensa pure ciò che vuoi ma, io non ti parlerò mai delle rughe e dei capelli bianchi che non ho, ma delle cose successe durante questo breve, nostro tragitto.

“Quali cose?”

Una su tutte è che mi manchi, a volte. Mi manchi a volte ma sto crescendo. Sì, sto imparando a schermare per bene questa nostra momentanea interruzione di percorso. Certo che la vita è strana, ma strana forte. Potrei farti milioni di esempi, spiegarti per filo e per segno il perché di certe cose, ma continuerebbe a risultare strana: è inutile, poche storie. Come dici? No, non dire niente, questa volta parlo io, ma non so se in questa breve lettera mi scuserò di qualcosa. In fondo, non mi pare di essere mai stato un cattivo ragazzo o un cattivo amico. Dimenticavo, sai che qualcuno in giro parla ancora di te? Qualcuno invece non ti hai mai conosciuto abbastanza, ma ti vive attraverso i miei ricordi cristallizzati. Come dici? Lo so, parlo strano. Forse è perché vorrei dirti di tutto e di più, insomma vorrei che il tempo si fermasse, o che arretrasse inesorabilmente per poterti dire ancora qualche cosa, ma so che non è possibile. Poi vorrei che tu tornassi indietro, fino a quel momento in cui te andasti via da me, in quella mattina di Febbraio, per poterti dire altro, ma so che finirei con il dirti tutto e con il non dirti niente. Credo allora che tu lo sappia meglio di me, Dio anche. Dopotutto, lui ti vede ogni giorno, e talvolta ogni ora. Sono addirittura sicuro che adesso siete lì insieme, a fumarvi la solita sigaretta senza filtro. Inoltre, mi chiedo se hai ancora quel tuo pollice miracoloso, quello che era ingiallito per colpa dell’accendino, o se anche lì le sigarette siano salite di prezzo. Boh, chi lo sa… A proposito, quante ne fumavi? Venti? Sì, le tue venti ogni giorno. Ogni giorno, ogni ora. Forse ne fumavi qualcuna di più, ma come posso io biasimarti se avevi soltanto quell’unico, brutto vizio? Bisogna però dirlo, era un tipo di vizio che comunque non ti ha portato alla morte, o alla cosiddetta dipartita, mentre io sono ancora qui che ti aspetto.

Ancora.

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"La voce invisibile del vento" di Clara Sànchez

Capitolo 1
JULIA
Uscirono da Madrid alle quattro del pomeriggio prendendo la A3 in direzione est. Julia
aveva trascorso la mattinata a fare le valigie, un'operazione che adesso, con Tito, era
diventata straordinariamente complicata. Da quando era nato, sei mesi prima, ogni passo
fuori di casa implicava portarsi dietro mille cianfrusaglie. E sembrava che il mondo si
sbriciolasse se ne mancava una. Pannolini, biberon, gocce per le orecchie, ombrellino,
cappellino per il sole. Le cose più necessarie andavano in una grande borsa marrone
trapuntata con una fantasia a orsetti blu, che di solito per la strada Julia teneva appesa
alla maniglia del passeggino. I vestiti di Félix e i suoi li aveva infilati alla rinfusa nella
Samsonite verde aperta sul letto sin dal mattino presto. Quando finalmente l'aveva
chiusa, era distrutta a furia di andare su e giù per l'appartamento. Aveva chiuso anche gli
armadi. Quanto bisognava faticare per concedersi un bagnetto al mare e stendersi un
po'al sole! Avrebbe cambiato Tito subito prima di mettersi in viaggio e ne avrebbe
approfittato per buttare l'ultimo pannolino sporco nei bidoni dell'immondizia del
palazzo. Prima di dimenticarsene, aveva controllato la manopola del gas e staccato il
computer e il frigorifero. Che altro? Sicuramente c'era ancora qualcosa. Ma non le
rimaneva più spazio in testa per nessun altro dettaglio. Se si pensasse a fondo a quello
che ci si lascia alle spalle, non si finirebbe mai.
Con le uova rimaste dopo aver pulito il frigorifero aveva preparato due panini con la
tortilla, uno per sé e l'altro per Félix. D'estate lui lavorava senza fare la pausa pranzo,
perciò finiva alle tre del pomeriggio. Alle tre e mezzo arrivava a casa e prendeva Tito, in
modo che Julia potesse andare a lavorare. Almeno in teoria, visto che un giorno sì e
l'altro no alla compagnia di assicurazioni si verificava qualche imprevisto, e allora del
bimbo si occupava una vicina che aveva due figlie, di otto e dieci anni, che andavano a
controllarlo in continuazione.
Julia lavorava come responsabile dei camerieri al bar-caffetteria dell'hotel Plaza ed era
riuscita a ottenere il turno pomeridiano finché Tito non avesse iniziato ad andare all'asilo
nido. Dopo essersi buttata sul divano completamente esausta con il panino in mano, si
era guardata lentamente attorno finché, senza che potesse farci niente, le si erano chiusi
gli occhi.
Riuscirono a raggiungere Las Marinas prima che facesse buio. Julia aveva chiesto a Félix
di guidare per tutto il tragitto in modo da riposare un pò. La verità era che dalla nascita
del bambino, e anche prima, durante la gravidanza, si sentiva sempre stanca. Beveva
molto caffè e prendeva anche un mucchio di vitamine, nella speranza che prima o poi le
facessero effetto. Per controllare meglio Tito, si era seduta dietro accanto a lui e ogni
tanto accarezzava lo scialle che lo proteggeva dall'aria condizionata. A doverlo spiegare,
avrebbe detto che le dava sicurezza toccare suo figlio, mentre il sonno la vinceva di
nuovo.
Il paesino assomigliava agli altri lungo la costa. C'erano un castello, diversi grandi
supermercati, un porto con pescherecci e piccole barche da turismo e un grande
traghetto che portava a Ibiza. Julia scoprì che nella strada principale c'erano anche una
fantastica gelateria con un enorme cono sulla porta e un mercatino dell'usato. Fu proprio
l'ingorgo dovuto al mercatino che li costrinse a fare molti giri e ci misero un bel po'a
imboccare la strada del porto, che finalmente li avrebbe condotti alla spiaggia e al loro
appartamento.
Lo aveva prenotato Félix su Internet. Si trattava di un grande complesso residenziale con
piscina situato in seconda o terza fila rispetto alla spiaggia, con un'incantevole
architettura tradizionale mediterranea, secondo la descrizione dell'agenzia immobiliare.
In genere quelle case appartenevano a tedeschi o inglesi che le affittavano d'estate
tramite agenzia e le tenevano per sé tutto il resto dell'anno, durante la bassa stagione. I
proprietari del loro appartamento erano inglesi e si chiamavano Tom e Margaret
Sherwood. Quello che attraeva maggiormente Julia era poter andare a piedi in spiaggia
senza la complicazione dell'auto.
Più si avvicinavano, più il suo desiderio di giungere a destinazione e sistemarsi
aumentava, mentre Madrid e l'appartamento chiuso erano ormai ben più lontani di
quanto si sarebbe immaginata solo qualche ora prima. Magari si potesse lasciare tutto alle
spalle mettendoci qualche centinaio di chilometri di mezzo, pensò un po'più sveglia,
appoggiando la testa al finestrino.
Passarono davanti al Club Nautico e al commissariato di polizia, al cui ingresso
stazionava un gruppo quasi immobile di africani. La luce in cielo si stava ritirando chissà
dove. Sul lungomare si succedevano una quantità di negozietti e tavolini all'aperto, e
doveva essere per questo che si era creata una coda preoccupante.
Rimasero fermi per una decina di minuti, poi Félix diede un colpo sul volante in segno di
protesta. «Hai fame?» chiese guardando i tavolini con l'aria di chi non si sente arrivato a
destinazione finché non ha preso possesso dell'appartamento. Se Félix aveva un pregio,
era che di solito non si lasciava trasportare dal nervosismo, al punto che a volte Julia
dubitava che gli scorresse sangue nelle vene.
Il peggio cominciò quando finalmente uscirono dall'ingorgo e iniziarono a procedere
lungo la strada che costeggiava la spiaggia: fu allora che si resero conto di quanto sarebbe
stato difficile riuscire a trovare il complesso residenziale Gli oleandri. Le facciate degli
appartamenti bianchi e le scalinate viste su Internet erano praticamente sparite in quella
oscurità oleosa e immersa nel profumo delle piante, invisibili quanto gli appartamenti.
Dovevano proseguire lentamente, scrutando a destra e a sinistra le insegne luminose che
si riuscivano a distinguere. LE DUNE, ALBATROS, I GIRASOLI, I GABBIANI,
INDIAN CUISINE, PIZZERIA DON GIOVANNI, LA VIOLA DEL PENSIERO,
la croce verde brillante di una farmacia. Si infilarono diverse volte in stradine così strette
che la macchina c’entrava appena e, se per caso ne incrociavano un'altra, era un vero
miracolo se entrambe riuscivano a passare a un millimetro l'una dall'altra e a un
millimetro dal muro. Il problema era che in fondo si trattava di un unico assembramento
di complessi residenziali appiccicati fra loro e difficili da distinguere...

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"Lapsus" di Flavio Pagani

Dedicato a tutte le piccole donne
e i piccoli uomini veri che varcano code, semafori
e mari d'asfalto della realtà quotidiana,
senza pugnalare alle spalle,
armati solo della forza delle idee e degli ideali.

INTRODUZIONE

Anche in questo romanzaccio, come nel mondo, niente capita a casaccio, nemmeno un ago conficcato in una gomma. Neppure il chiodo fisso di una fantasia confitta in testa, neanche una gomma da masticare appiccicata sotto una suola o una pugnalata tra le scapole. Eppure, ogni dettaglio di questo libraccio ci permette di evadere dal caos. Persino dall'ingorgo tra Corso Buenos Aires e Via Leoncavallo delle cinque e mezza del pomeriggio. Per concentrarci meglio sugli indizi delle atrocità, o sulle tracce dei ritornelli, su cui è imbastita questa storia male...detta, ecco che devo chiederti di leggere tra le righe, esplorare cioè nel bianco che c'è tra una falsariga e l'altra. Prova quindi per un momento, breve come un tuffo nell'abisso, a lanciarti nel fondale vuoto di una pagina vuota. Aspetta che la macchi una stilla azzurra, vomitata da un calamaio, o una goccia scarlatta, sputata da un'arteria. Insomma, prima di rivelarti il volto dell'assassino protagonista di questa storia e i suoi errori, devo cercare, almeno per un paio di pagine, di condurti oltre via dei Fiori Chiari e via Gluck. Al di là di quel candore, di quella purezza rifranta dal bianco.

pag. 88
"Per ogni problema del presente, c'è sempre una storia del passato in grado di indicarci la via per il futuro"

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"Le faremo sapere - Guida semiseria al mondo del lavoro" di Famularo Massimo

Incipit alternativo: la fine degli studi

Alla fine ce l'hai fatta! Dopo lunghi anni di sacrifici e duro lavoro hai finalmente raggiunto la meta agognata. Laurea, diploma, licenza media, abilitazione o altro titolo che sia i tuoi sforzi sono stati ripagati. Ce l'hai. Col massimo dei voti, la lode e il bacio accademico oppure col più stentato dei minimi, non fa molta differenza. Ti guardi intorno come Cristoforo Colombo che mette piede sul nuovo mondo e alzati gli occhi al cielo grida all'universo: -Avete visto che avevo ragione io? Devi ancora metabolizzare l'idea, probabilmente ti ci vorrà qualche giorno. Amici e parenti t'inondano di frasi di circostanza sull'importanza di questo momento tipo: “sei giunto a una svolta fondamentale…”, “…a questo punto dovrai rassegnarti a crescere”, “è arrivato il momento di darsi da fare…” In pratica una caterva di cazzate: in questo momento non sentiresti neanche il padreterno che annuncia il giudizio universale. Sei frastornato, confuso, spaesato. Detta per le spicce: non capisci più un cazzo, hai dato fondo a tutte le tue energie per raggiungere il tuo obiettivo, per tutte le riflessioni e considerazioni del caso ci sarà tempo domani. Oggi sei il padrone del mondo e le beghe dei comuni mortali non ti possono toccare.
Non ti riesce di stare tranquillo, l'ansia e la pressione degli ultimi giorni ti sono rimaste addosso. La tua testa è un alveare impazzito di pensieri turbinanti: c'è da organizzare la festa, c'è da avvertire gli amici, devi prepararti per un giro del mondo catartico e purificatore o per un'altra vacanza mirabolante oppure semplicemente devi accingerti in modo scientifico e meticoloso a calarti in un lungo e gaudente periodo di cazzeggio in cui mettere a folle il cervello e lasciarti andare in caduta libera. Oppure, se veramente qualche rotella ti è finita fuori posto, potresti essere impaziente di andare a lavorare. Al momento mi astengo da qualsiasi commento in merito per non diventare offensivo, tanto tra qualche pagina ti pentirai amaramente di questo folle proposito. Inoltre, non è questa la sede per giudicarti, probabilmente sei un fanatico dopato iperattivo, magari adepto dei culti managerial-rampanti. Se a trenta anni avrai l'ulcera, a trentacinque l‟esaurimento nervoso e a quaranta una vedova allegra si consolerà con le stock option della tua liquidazione saranno solo cazzi tuoi. Per il momento sei agitato come una faina scoperta in un pollaio e il mondo ti gira intorno come una giostra impazzita. Le ore e ore che sembravano interminabili sui libri o davanti al computer, per portare a casa una magra sufficienza o per mantenere lo status di studente modello, ti sembrano adesso più lontani delle stelle e già scintillano nella memoria come supernovae morte da un fantastiliardo di anni.

...

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"Le mille facce dell'ironia" di Riccardo Mainetti

AVVENTURA VIENNESE

Questa prima avventura in chiave ironica potrebbe avere come sottotitolo "L'importanza di conoscere le lingua tedesca".

Ha avuto luogo nel 1993 durante la mia gita di quinta superiore a Vienna appunto!!!
Essì in quinta io ed i miei compagni, tanto per distaccarci dal cliché che vede buona parte delle gite di quinta superiore avere come meta Parigi, abbiamo votato, a larga maggioranza, per andare in gita a Vienna.
E questo già sarebbe ironico di per sé.
Non per Vienna che merita in pieno di essere visitata ma perchè di tutta la classe solo una ragazza conosceva almeno quattro vocaboli di tedesco!!!
Quanto agli altri...beh meglio calare il proverbiale pietoso velo!!!
Ma passiamo all'avventura vera e propria.
L'ultimo pomeriggio di permanenza a Vienna mi trovavo nella camera di alcuni miei compagni a scrivere ed affrancare cartoline quando ci siamo accorti di aver sbagliato a fare i conti dei francobolli e ci siamo trovati con tre francobolli in meno.
Fortunatamente l'ostello vendeva, alla receptionist, cartoline e francobolli quindi mi sono offerto di andare ad acquistarli.
Mi sono avviato tranquillo in quanto avevo saputo che gli addetti alla ricezione capivano l'inglese.
"Se capiscono l'inglese allora è fatta!!!" pensavo.
Già!!! Pensavo...ma mi sbagliavo!!!
Arrivato al piano terra mi sono avvicinato al banco della ricezione e, con fare sicuro, ho chiesto:
- Three stamps, please.
- Was? (che in tedesco significa: "cosa?") è stata la pronta risposta dell'addetta.
Al che io, per la verità un po' spiazzato, sforzandomi di essere il più chiaro possibile, e scandendo bene le parole, ho ripetuto:
- Three stamps, please.
- Was? mi ha risposto, DI NUOVO l'addetta.
"Aridaiiie!!!!" Ho pensato tra me e me!!! "E meno male che doveva capire l'inglese!!! E me lo ha pure confermato poco fa!!!"
Terminati questi miei PROFONDI pensieri ho deciso di dare all'addetta una terza possibilità ed ho chiesto:
- Three stamps, please.
- Was? ha risposto l'addetta per la terza volta.
"Adesso basta!!!" ho pensato "Devo cambiare strategia o rimango qui fino al giorno del Giudizio per tre francobolli!!!"
Al che ho preso dall'espositore una cartolina, l'ho girata e, indicando con un dito il rettangolino nell'angolo in alto a destra ho detto, questa volta in italiano:
- Tre, dicendolo facevo segno anche tre con le dita, di quelli che vanno qui!!!
Eureka!!! Stavolta l'addetta "poliglotta" m'ha capito e, tanto per rimarcare il fatto mi ha detto:
- Ah , ja!!! Schtamps!!! e dicendo ciò mi ha porto i, preziosi, francobolli!!!
Dopo aver ringraziato l'impiegata sono tornato "ai piani alti"!!!
Ritornato in camera dai miei compagni, dopo quasi dieci minuti (!!!), sono stato accolto da un:
- Cavolo Maina!!! Quanto ci hai messo???
Mi è quindi toccato spiegare la disavventura linguistica con l'impiegata della ricezione.
Risultato: una grossa... grassa... interminabile... risata collettiva!!!

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"Le parole del cuore" di Giuliana Barontini

BUGIARDA
La verità più grande
che ti ho detto è la bugia
che hai bevuto come fosse
un buon vino da gustare
in calici di carta, da gettare poi
nel mare del nulla della tua
vita senza di me...

senza quello che vuoi più di
ogni cosa al mondo.

Ti sei arreso dopo avermi
implorato per mesi

Conquistami!

Ti sei arreso al peso
del tuo non saper vivere
del tuo fare da spettatore
nella commedia che ti inventi
ogni giorno recitando da
unico solitario attore

Piangi...senza fare un gesto
sprecando solo parole
nel mio vento soffiate
come fiori delicati o ibridi
momenti di rabbia

Ti sei ubriacato di inutile
per non avere il coraggio di
chiamarmi...

Bugiarda!

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"Lettere a un'amica" di Dino Licci

Non c’è uomo al mondo che non si sia interrogato sulla sua origine, sul suo destino, sul fine ultimo di questo suo misterioso divenire. Quando sulla terra apparve per la prima volta una molecola di DNA, cioè un composto chimico capace di autoduplicarsi, la grande avventura cominciò e le prime forme vitali si evolsero e complicarono sempre di più. Ma non fu una crescita facile.

1° Agosto 2008

Cara Leila,
sono le 4,30 del mattino e proprio oggi compio 65 anni. E’ così silenziosa la mia casa a quest’ora! E io ne approfitto per godermi un po’ di musica. Sto ascoltando “Arabesque” di Debussy. Ascoltare Debussy è come immergersi nella natura e lasciarsi cullare dal vento o sentire stormire le fronde rugiadose all’ombra di una quercia posta ai bordi di un limpido ruscello. Mi son svegliato presto come ogni mattina: non è ancora l’alba e neanche il frenetico risveglio degli uccelli mi fa compagnia. Mi godo questa musica sublime, lontano dal mondo, lontano da tutto, cullato da queste dolci note che mi piovono addosso come una pioggia benefica, come uno scroscio di salutare energia.

5 Agosto 2008

Oggi ho ricevuto una mail da un’amica canadese. E’ davvero sbalorditivo poter comunicare in tempo reale con amici così lontani. Era annesso alla “mail” un documentario sull’Universo in espansione e le foto di tante meravigliose galassie: Andromeda, Eschimo,Centauro, Girino, Sombrero, Cavallo, Occhio di gatto e tante altre ancora più belle dei più bei quadri che mi sia capitato di vedere, più dirompenti di un’eruzione vulcanica nello sconvolgere qualche briciola di antropocentrismo ancora presente in me. Voglio mostrartene almeno una che ho riprodotto su tela mentre mi chiedo, più sbalordito che mai:

“Chi ha dipinto i cieli? chi è il demiurgo, il creatore, l’artista, l’oscuro o illuminato Essere che fa ruotare la giostra infinita?” E le immagini scorrono sotto i miei occhi sempre più belle, sempre più numerose e m’incantano e mi stordiscono e sbigottiscono. Sto quasi per essere colpito dalla “sindrome di Stendhal” mentre assisto alla scontro di due galassie e all’esplosione di una supernova e penso a quest’ Universo che continua a girare, a espandersi senza fine senza che nessuno sappia quale spinta iniziale abbia generato il Big Bang e come mai tanti miliardi di astri non collassino su se stessi obbedendo a una forza di gravità sulla cui natura ancora la scienza indaga.

I dipinti nel libro sono di Dino Licci.

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"Lisa Verdi e il sole di Aresil" di M.P. Black

Libro ultimo della trilogia “La Signora degli Elfi”

Lisa si precipitò quindi in cantina e seppe di essere sola, in quanto non percepiva accanto a sé neppure la presenza dei Guardiani. Fece spallucce e afferrò tre bottiglie di plastica di Cola.
Stava riflettendo sul fatto che probabilmente avrebbe dovuto compiere un altro giro per portarne su delle altre, quando uno scricchiolio forte e insistente le provocò brividi a cascata su tutto il corpo. Restò immobile, acuendo i suoi sensi elfici, e si sentì prossima allo svenimento. Prima percepì l’acre odore di carne marcia, quindi il fruscio di un battito d’ali la travolse come il mare in tempesta, lasciandola attonita e incredula di fronte alla figura che le si stava delineando nel cervello a tratti ben precisi.
Roteò lentamente su se stessa e lasciò cadere a terra le bottiglie.
Il Principe Lìspoto era di fronte a lei, avvolto nel suo mantello scuro, lo sguardo famelico che le percorreva il corpo in più punti, le labbra appena segnate da un abbozzo di sorriso.
“Mia amata, che piacere rivederti” esordì, muovendo un passo verso di lei. “Mi sei mancata, terribilmente.”
Lisa scattò all’indietro e fissò le scale, valutando la possibilità di effettuare una corsa veloce verso una probabile salvezza.
“Oh! Nemmeno la tua agilità e rapidità di Elfo ti consentiranno di raggiungere le scale senza che io abbia almeno tentato di fermarti. Sei in trappola e sei mia, solo mia!”
Lisa sentì la testa che le girava e uno strano e insistente ronzio nelle orecchie. Non voleva perdere i sensi, non poteva concedere così facilmente a Lìspoto la possibilità di ucciderla o di rapirla, doveva per lo meno cercare di lottare, di sfuggirgli.
Si concentrò su Bartolomeo e sperò che i suoi poteri empatici gli facessero percepire il pericolo che stava correndo in quei terribili istanti.
Il Principe avanzò ancora e Lisa indietreggiò di un passo, alzando il ciondolo reale dinanzi a sé, anche se era ben conscia che esso non aveva su di lui un potere assoluto.
“Lo sai che quello non mi fermerà” sussurrò infatti Lìspoto con voce leziosa, aprendo leggermente le labbra per consentire a Lisa la visione, orripilante, dei due canini aguzzi. “Prima berrò un po’ del tuo sangue, quindi ti farò mia e ti porterò via da qui.”
Lisa ora tremava vistosamente da testa a piedi. Dovette appoggiare un mano a uno scaffale per non cadere a terra, e socchiuse gli occhi per riuscire ad attivare il ciondolo. Questo, infatti, sprigionò all’istante onde potenti di energia che però oltrepassarono il corpo del Principe, quasi fosse inconsistente come un fantasma. Quindi Lisa sbatté più volte le palpebre, afferrò una bottiglia di Cola e la gettò verso Lìspoto. Come aveva immaginato e sperato, questa oltrepassò il suo corpo e andò a cozzare rumorosamente contro una parete della cantina.
Lei sospirò e richiuse nuovamente gli occhi.
“Vattene dalla mia testa!” gridò, premendosi le tempie con le mani. “Via, ora! E non tornare mai più!”
Attese qualche istante e riaprì gli occhi.
Il Principe la stava osservando con aria divertita e aveva spiegato le ali.
“Oh! Questa volta non ti libererai tanto facilmente di me” le disse, con voce roca. “Ho trascorso le ultime ore sviluppando le mie abilità telepatiche. Ti condurrò alla pazzia e ti logorerò la mente, finché non sarai tu a cercare me e mi raggiungerai a braccia aperte…”
Lisa sbarrò gli occhi e corse verso di lui, colpendo l’aria con calci e pugni.
“Vattene, maledetto, via da me!” urlò ancora, roteando attorno a se stessa alla ricerca dell’immagine del Principe che sbiadiva e poi riappariva in altri punti della stanza. “Non mi fai paura, vattene, lasciami in pace!”
Continuò a fendere l’aria, finché non si accasciò carponi, esasperata e col fiato lungo. Alzò la testa per vedere Lìspoto che si passava la lingua sulle labbra ora macchiate di sangue e aveva allargato le braccia verso di lei, gli occhi gialli che non abbandonavano per un istante le curve del suo corpo.
Lisa riabbassò nuovamente la testa e cercò affannosamente di concentrarsi per cacciare il Principe dalla mente.
“Devi fissarlo negli occhi e sostenere il suo sguardo senza temerlo. Solo così riuscirai a liberarti di lui.”
Lisa balzò in piedi con uno scatto, girandosi verso il punto della cantina dal quale era giunta quella voce maschile calda e rassicurante.
“Tu… come… come puoi essere qui? Come…”
“Gli abitanti di Aresil non conoscono confini” le rispose il ragazzo, regalandole un sorriso che la fece sciogliere come neve al sole. “E ora fa come ti ho detto e liberati di quel mostro, una volta per tutte.”
“Oh! Non ascoltarlo, mia dolce Lisa” intervenne il Principe, invitandola a raggiungerlo con gesti plateali. “Vieni con me e non te ne pentirai. Ti amerò oltre la tua più ragionevole immaginazione, credimi, e ti farò raggiungere tetti di piacere assoluti e unici.”
Lisa sbatté più volte le palpebre. Si sentiva stordita e la testa le girava vorticosamente.
“Obbedisci e non sarai più la sua schiava.”
Lei fissò il Ribelle di Aresil negli occhi e si immerse in un oceano viola. Mai in vita sua aveva visto occhi di quel colore, dipinti in un volto dai lineamenti duri e dalla pelle scura, che stonava deliziosamente con i capelli biondi, raccolti in una lunga coda di cavallo.
Ebbe appena il tempo di pensare che non assomigliava un granché a sua sorella Andromeda, quando lui, con un balzo, l’afferrò per le spalle e la fissò a lungo.
Lisa si sentì mancare e si sforzò di pensare a Bartolomeo.
“Vieni ad aiutarmi, vieni in cantina.” si disse, tremando sotto la presa salda del Ribelle di Aresil.
“Lui non verrà. Ho bloccato i suoi poteri. Eh sì, io posso leggerti nel pensiero, quindi attenta…”
Lisa spalancò la bocca per ribattere, ma scosse solo la testa più volte e si lasciò girare dal ragazzo verso il Principe che la stava ancora osservando con sguardo bramoso e carico di aspettative.
Lei lo fissò negli occhi, mentre gli si avvicinava lentamente.
“Esci… dalla… mia… testa” gli intimò, sostenendo il suo sguardo. “Vattene! E non tornare mai più!”
Lisa, nel frattempo, gli si era piazzata dinanzi a pochi centimetri dal suo viso.
L’odore emanato dalla sua pelle era insopportabile e la vista del suo viso la ripugnava, ma non abbassò gli occhi.
Vide il Principe allargare e sbattere le ali furente, mostrare i denti più volte, mentre rivoli di sangue gli colavano dalle labbra al collo scuro. Infine lo sentì urlare e stridere, finché non sparì completamente dalla sua vista.
Lisa si sentiva le gambe molli e sarebbe certamente caduta a terra se non fosse intervenuto il Ribelle di Aresil a sostenerla.
“Bravissima” le sussurrò lui sul viso. “Ora non ti importunerà mai più, sei libera.”
Lei annuì e chiuse gli occhi. Sentiva su di sé lo sguardo insistente del ragazzo e provò un forte senso di imbarazzo, misto ad una dose massiccia di sensi di colpa nei confronti di Bartolomeo.
Lui le sollevò delicatamente il viso e posò i suoi occhi viola su quelli ora ben spalancati di lei.
“Il mio nome è Sirio e sono il tuo schiavo.” le sussurrò, prima di sparire in un lampo accecante.
Lisa si trovò seduta a terra, col cuore che le martellava in petto e mille sentimenti furiosi che le vorticavano nel cervello.
“Sirio.” pensò, osservando il punto in cui era sparito il fratello di Andromeda.
Sentì il corpo scuotersi sotto una pioggia intensa di brividi e si rialzò faticosamente in piedi, afferrando le tre bottiglie di Cola.
Si era liberata della presenza di Lìspoto, ma, ora, aveva ben altro a cui pensare, e questo le fece salire le scale, barcollando, col cuore in tumulto.

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"Marlowe ti amo. Una storia in sette giorni" di Frank Spada

1.
Aria calda dal mare a folate grigie nel cielo. Schiena umidiccia e pantaloni appiccicati guido la mia vecchia Olds lungo Bel Air. Accosto dietro uno scassato furgone rosso ed entro nel bar lì accanto per chiedere da che parte per Sausolito Road. Dentro, solo il barista, in fondo al bancone con la testa china a leggere chissà cosa; ordino spremuta e gin. Tolgo con le dita il ghiaccio e gli chiedo di rabboccare. Solo liquore, mescolare bene, prego.
Due lunghe sorsate m’imperlano la fronte, accendo una sigaretta e guardo il filo azzurrognolo turbinare verso il ventilatore, sputando un grosso seme contro una mosca che si rigira sullo sgabello, cuoio rosso, sudicio. Pollastrelle appollaiate, bere e fumare aspettando i loro ganzi – ogni tanto al cesso per rifarsi i musi – e nel cuore il sogno di vivere lontano.
Riparto fischiando sull’asfalto un’inversione a U, poi mi metto tranquillo sulle 50 miglia. Wild Corner Bridge, girare a destra e salire lungo i tornanti verso Sunnyhotline.
Accendo la radio – cra-cra – forse stasera un bel temporale, nel frattempo godetevi la grande orchestra di Stan Kenton e i brividi dei “No Press” di Maynard Ferguson. Spero che questa volta le previsioni faccia-no centro, il polveroso vento caldo delle ultime settimane ha reso l’aria davvero irrespirabile.
– Marlowe, fammi un piacere, è la vedova di un mio vecchio compagno d’armi, vedi cosa puoi fare – ha chiesto il Capitano qualche giorno fa, dicendo che la donna, Angela G., ha una piccola tenuta sull’altopiano della Sierra do Sol, dove vive tra aranci, qualche baio e conti in ordine, e che dopo la morte del marito è incalzata da alcune compagnie di assicurazione.
Per nulla al mondo vorrei scontentarlo, quello che mi ha chiesto è pur sempre un lavoro e “un lavoro tira l’altro”, come ripeteva spesso mio padre guardando mamma che preparava le frittelle senza decidersi su quale brocco fare la puntatina settimanale, mentre io cercavo di partecipare ai suoi problemi promettendogli che una volta saremmo andati assieme alle corse.
E invece lo lasciavo sempre lì con gli occhi ai piedi, immobilizzato nella sua poltrona a ricordarmi che il lavoro non perdona, quando lo si prende a grandi dosi e per lunghi anni.
Il Capitano della Sezione omicidi ha origini italiane, siciliane, di nome fa Santini e suo padre era amico del mio. Lo conosco da quand’ero bambino, esattamente dal giorno in cui venne a farci visita tutto in tiro nella sua divisa di giovane cadetto di polizia e fece uno scherzoso baciamano a mia madre tenendo il cappello a visiera sotto il braccio come si conviene, e io pensai fosse Petrosino e lo guardai ammirato accanto a mio padre che si complimentava dandogli manate pesanti come macigni sulle spalle. Ma tutto questo è ormai lontano nel tempo, quanto il vecchio quartiere dove abitavo allora e che oggi ha lasciato il posto al Pacific War Memorial, un luogo di ricordi.
Svolto all’indicazione e mi fermo al numero 1517 di Longsdale Road. Dalla grata di un citofono mezzo nascosto da una lussureggiante tuberosa in fiore qualcuno gracchia qualcosa, poi lentamente il cancello automatico si apre e salgo lungo un viale inghiaiato che scricchiola sotto i pneumatici.
La casa è quasi un palazzetto, due piani falso inglese di mattoni rossi e torrette a ogni angolo. Intravedo nell’avancorpo delle rimesse una limousine nera, sul lato opposto, seminascosta dietro un’aiuola alberata, una Austin MK azzurra senza capote, ultime due lettere della targa “J-Y”. Una tenda si scosta leggermente al primo piano. Ad attendermi un cinese in maniche di camicia e grembiule rosso che mi sorride fasullo.
La grande stanza, dove mi lascia pregandomi di aspettare, è zeppa di libri in marocchino rosso ben allineati dietro le vetrine di una libreria che racchiude l’intero ambiente in penombra. Spessi tendaggi alle finestre appena socchiuse, divani larghi come letti, molte poltrone, un lungo tavolo ingombro di carte, un imponente caminetto in pietrame e accanto un elegante scrittoio di legni multicolori, oltre a tappeti uno sull’altro e un soffocante profumo di gardenie che si mescola all’odore d’aria in scatola.
Avverto la presenza di qualcuno alle mie spalle, mezzo giro con la testa e me la trovo quasi di fronte: trent’anni, o qualche giorno di più, si accomoda flessuosa su un divano lasciando uscire allo scoperto due lunghe gambe da far rabbrividire un cieco. La sua voce roca m’invita a servirmi del posacenere sul tavolo e cerco subito di far sparire un resto grigio cadutomi sui pantaloni, prima di sentirmi già in castigo dietro la lavagna.

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Mentre a questo link: http://www.robinedizioni.it/marlowe-ti-amo si può leggere tutto il primo capitolo, rassegna stampa e pareri di altri lettori.

"Montecuccoli" di Carla Casazza

Livorno, Genova, Shanghai

Genova, 27 agosto 1937- L’incrociatore leggero Raimondo Montecuccoli sosta nel porto in attesa di nuovi incarichi. Pur essendo stato varato da appena due anni è già il fiore all’occhiello della Marina Militare Italiana. E le buone premesse non verranno smentite nei suoi 29 anni di attività: in pace e in guerra sarà uno dei principali protagonisti della storia contemporanea della nostra flotta, divenendo una delle unità navali più note per fama e per gloria.
Ne ha il comando l’Ammiraglio Alberto Da Zara, grande uomo di mare. Assieme ai 500 membri dell’equipaggio e a due piccole unità – la Lepanto e la Carlotto - sta per intraprendere una missione importante e singolare, unica nel suo genere.
Gli ordini parlano chiaro: entro sei ore l’incrociatore deve essere in mare. Destinazione Shanghai.

Shanghai, 14 agosto 1937 – Piovono bombe sulla città. La Parigi dell’Est, la più grande, moderna, caotica, suggestiva, ricca, viziosa città dell’Asia diviene il bersaglio di una guerra a lungo temuta e scoppiata, infine, per caso.
Potrebbe trattarsi semplicemente di un oscuro conflitto orientale, uno dei tanti, dei troppi del XX secolo.
Ma la guerra cino-giapponese, allora quasi ignorata, per gli storici di oggi assume nuovi significati e segna l’inizio dell’evento più drammatico del ‘900: la Seconda Guerra Mondiale.
Piovono bombe sul Settlement Internazionale e sulla Concessione Francese.
I giapponesi non fanno distinzione tra cinesi ed occidentali.
La guerra non è più solo una questione privata tra la Cina e l’Impero del Sole.
Gli occidentali devono essere protetti.

Livorno, 26 agosto 1937 – Il Capo Elettricista di terza classe Aroldo Sabbadin, è imbarcato sull’Eugenio di Savoia.
In 13 anni di navigazione sulle principali unità della flotta italiana, ha svolto spesso incarichi in Africa ma non è mai andato oltre il canale di Suez.
Si è arruolato volontario a 16 anni per dare sfogo alla sua sete d’indipendenza, al desiderio di vedere il mondo. Ama la fotografia e conserva con precisione tutto ciò che, tornato a casa, sarà utile per ricordare i propri viaggi.
Quella che gli viene proposta è la missione che da tempo attendeva: imbarcarsi per la Cina.
Non può lasciarsi sfuggire la più stimolante occasione della sua vita.

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"Nel vento e nella polvere" di Valeria Zangrandi

Capitolo 1

vo perchè è quasi sera e ti sto aspettando.
Ti scrivo per non sentire loro, hanno iniziato piano, come al solito, toni bassi che quasi non li senti, voci leggere – sussurri?
Camminano basse intorno ai miei piedi, non le vedo ma posso sentirle, anche se sono così sottili, così molli, posso sentirle, posso sentire tutto, le sento sempre... Le sento sempre...

… è come un nodo capisci? Un grumo di nostalgia, ansia e attesa, e volevo strapparlo questo grumo, ma non so come, mi sono tagliata le unghie, ho sperato che fosse lì, così tagliando se ne sarebbe andato, ma non c'era, ho tagliato le unghie ed è rimasto esattamente al suo posto, forse dovrei vomitare. Forse.

… Aspetta, sta arrivando qualcuno. No... No.

Almeno adesso c'è silenzio. Se ne sono andate. Mi metto alla finestra. Non si sa mai. Non si sa mai...

Capitolo 2

Il vecchio è lì, fermo nell'attimo che precede il primo passo. Ogni cosa in lui è immobile, non ci sono gesti, con c'è voce. Se non fosse per i capelli spettinati dal vento sarebbe una statua. O un'icona – a modo suo, sacra.

Primo passo, un piede dentro l'altro, e ripenso a ieri.
Inizio a camminare all'indietro, in cerca della mia vita da cancellare.
E subito il primo ricordo arriva. Ricordo vecchio di nemmeno un giorno, filo sottile che non ha ancora iniziato a intrecciare i suoi nodi con il resto della mia memoria ingarbugliata. Lo tiro verso di me, lo sradico per riportarlo alla luce e sperare che evapori.
Ricordo che camminavo lungo il sentiero che mi avrebbe portato fin qui, quando sentii una specie di sibilo, ma era un sibilo strano, come di chi sta imparando a fischiare ma ancora non ha perfezionato la tecnica. Mi fermai per guardarmi intorno, ma non riuscivo a capire da dove venisse quel suono, così ripresi a camminare. Il tempo di fare qualche passo e il sibilo ricominciò. Stavolta però capii che veniva dall'alto, così guardai tra le fronde degli alberi che costeggiavano il sentiero e finalmente la vidi.

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"Nero, l'inchiostro" di Fabio Barcellandi

Leggendo questa raccolta di poesie la prima espressione che ci viene in
mente, ma proveniente da uno strato emotivo profondo, è appunto quella di
“poesia nera” per il confluire di una serie di livelli mentali al limite di
ogni espressione di vita, talmente al limite da parlare nella maggior parte dei
componimenti, già dai titoli decisamente funerei nel loro implacabile
susseguirsi, chiaramente e assolutamente di morte.

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"Niente di personale contro Mara Carfagna" di Costanza Alpina

Costanza Alpina, Niente di personale contro Mara Carfagna, Discanti, Bagnacavallo, 2008
ESTRATTI DAL LIBRO

Eccola! È lei.
Come non notarla tra quel gruppo di doppiopetti scuri e capelli brizzolati? Spicca con la sua figura slanciata, il tailleur grigio-polvere firmato Armani, il bianco lucidato del sorriso. Attira i flash dei fotografi e sa che già poche ore dopo i commenti sullo stile esibito si sprecheranno. Parla con i colleghi, osserva attenta con le nere pupille sgranate sul trionfale giorno, si gratta la punta birichina del naso con le mani affusolate. Poi arriva il suo turno. Contegno, è un momen¬to serio. Incede con la falcata lunga e sicura, i sandali estivi (che i bene informati dicono senza calze), legge la formula di rito: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, bla bla… e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione». Sorriso, firma, altro sorriso, stretta di mano, altra stretta di mano, avanti il prossimo.
Ecco, è lei. È fatta. 8 Maggio 2008, poco dopo le 17. Mara Carfagna è diventata Ministro della Repubblica Italiana.
Ripeto a scanso di equivoci: Mara Carfagna è diventata Ministro della Repubblica Italiana.
Una data storica.
Cazzo.
La battuta irriverente, il gesto inconsueto, il sorriso telegenico, il gusto del paradosso, la bellezza come palliativo o concessione. Tutti elementi che rivendicano uno statuto di novità (e indubi¬tabilmente lo hanno, purtroppo però), che promettono un contatto più diretto con la gente, tradiscono un’umanità semplice semplice, schietta e bonaria, vendendo il prodotto insieme alla promessa di farlo accessibile a tutti, o magari di rendere ognuno adatto e legittimato ad avere accesso a tutto. Anche in questo è consistita la rivoluzione politica berlusconiana, che con que¬sto suo quarto governo ha raggiunto un apice e forse realizzato una svolta, un cambio drastico rispetto agli stilemi cui ci avevano abituati i primi cinquant’anni della nostra storia repubblica¬na (e forse non solo della nostra storia e non solo degli ultimi cinquant’anni. Ma si sa. L’uomo in questione è già abbastanza gigione e megalomane di suo; non è necessario calcare la mano e metterlo in relazione con le anomalie della secolare storia politica europea). È l’idea cioè che Berlusconi e i suoi uomini sono gente come tanti. Concreti, simpatici, alla mano. Forse un po’ vanitosi ed egocentrici, ma dopotutto dal cuore grande. Uomini come noi.
Un momento però. Per amor di par condicio non ci si può esimere dal citare un altro caso cla¬moroso che completa il trittico dell’indecenza. Sarà anche vero che Berlusconi è maestro nelle strategie di comunicazione e spettacolarizzazione della politica, ma in Italia ci ritroviamo una sinistra così a corto di idee e di autonoma forza di trascinamento che la cosa che negli ultimi anni le riesce meglio è rincorrere l’avversario scimmiottandone la strategia e le trovate. Con conseguenti (e meritati) pessimi risultati elettorali. Perché infatti, cosa propose Rifondazione Comunista alle elezioni del 2006? Di far accomodare in Parlamento un transessuale dichiarato e dal nome programmatico e provocante, Vladimir Luxuria. Si voleva rompere un tabù? Si voleva che se ne parlasse? Si voleva fare del corpo l’oggetto realissimo del dibattito politico? Ebbene, ci si è riusciti, ma con scarsi o addirittura controproducenti effetti sulla sensibilità politica degli elettori e sul tessuto civile della società.
E non perché il soggetto in causa fosse transessuale: anzi, nelle dichiarazioni e negli atteggiamen¬ti era ben meno scomposto di altri colleghi machissimi o di colleghe dalle fluenti chiome.
Nemmeno perché di tutta la sua attività parlamentare di quei due anni l’unica cosa che rimane, non agli atti ma alle cronache, è una disputa sui servizi igienici separati per genere sessuale nei palazzi del potere. Gli idealisti potrebbero pur sempre dire che le grandi battaglie iniziano dai piccoli gesti. E vabbè.
Ma quello che è inscusabile e irrimediabilmente sguaiato è che la nostra Luxuria non aveva an¬cora fatto in tempo a lasciare lo scranno parlamentare che già si era precipitata su un’isola di ex o pseudo famosi per azzannare mele e sottoporsi a dure prove di sopravvivenza (… mediatica, ovviamente).
[…] Non c’è che dire. Altro che politica dei deboli. È il carnevale della politica dei furbi. Proprio un bel modo di portare avanti la causa delle minoranze emarginate. Di onorare la memoria d’es¬sere stato servitore dello Stato e rappresentante del popolo. Una bella testimonianza di politica disinteressata e altruista. Con buona pace delle tante persone che quei problemi di inserimento e socializzazione derivanti da una sessualità ambigua o incerta li vivono quotidianamente sulla loro pelle, e senza indennità parlamentari.

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"Per non aver commesso il fatto" di Michele Navarra

Prologo

Come aveva potuto essere così stupido da fidarsi?
Si capiva lontano un miglio che quell’appuntamento si sarebbe rivelato una maledetta, fottutissima, trappola.
Ci era cascato come un idiota qualsiasi. Proprio lui che non lo era mai stato.
Colpa dell’esca usata, altrimenti non si sarebbe nemmeno fatto vedere.
Quell’individuo non era mai stato particolarmente affidabile e lui lo sapeva bene.
Sarebbe stato molto più prudente allontanarsi per un po’ di tempo. A qualche centinaio di chilometri di distanza.
Eppure c’era andato.
Nonostante l’indefinibile sensazione di pericolo che lo aveva attanagliato non appena ricevuta la telefonata, in lui aveva alla fine prevalso l’irrazionale e, forse un po’ ingenua, speranza che tutto si sarebbe risolto con una bella chiacchierata. Un chiarimento insomma.
Non avrebbe mai immaginato che sarebbe stato tradito in quel modo.
Naturalmente le cose non erano andate come aveva sperato. Qualcuno evidentemente non era proprio riuscito a digerire certi suoi comportamenti. Certe parole, certi atteggiamenti si pagano. Alle volte, è meglio tacere e non avanzare pretese di nessun genere.
A questo pensava l’uomo, che, ancora stordito e confuso, stava lentamente riprendendo conoscenza.
Si trovava in una posizione a dir poco scomoda, imbavagliato e legato mani e piedi – “incaprettato” insomma – chiuso dentro il bagagliaio dell’auto, che, con ogni probabilità, lo stava conducendo sul luogo dove sarebbe stato ucciso.
Perché in effetti era quella la fine più probabile che gli avrebbero fatto fare. La sua speranza di dover subire soltanto un avvertimento, una lezione, per quanto dura, stava ormai svanendo del tutto.
La testa sembrava esplodergli per il dolore.
Lo avevano colpito all’improvviso, da dietro, con un tubo di ferro, o con qualcosa di simile, circa mezz’ora prima. Era svenuto e adesso, riacquistando a fatica un barlume di lucidità, riusciva a sentire il gusto salato del suo stesso sangue, che sgorgava in un sottile rivolo dalla tempia destra, mescolato a quello del suo sudore. Stava sudando infatti, nonostante il freddo di metà dicembre, probabilmente per la consapevolezza della morte, tanto imminente quanto inevitabile.
Pensò che sarebbe stato mille volte meglio rimanere incosciente, passare dalla vita alla morte senza accorgersi di nulla.
Ma non era stato così fortunato.
Si chiese dove lo stessero portando, quale fosse il luogo scelto per la sua esecuzione. Le corde gli stavano segando i polsi e le caviglie ed il bavaglio che gli avevano ficcato in gola rischiava di soffocarlo.
Stava per vomitare, quando all’improvviso l’auto rallentò e sembrò imboccare una strada in discesa, prima di arrestarsi del tutto. Sentì un rumore di sportelli che si aprivano e venne immediatamente assalito da una paura folle, che gli paralizzò il cervello. Sentì anche il ronzio del motore di un’altra vettura, che rimaneva acceso al minimo.
Se solo avesse potuto tornare indietro, sarebbe stato tutto più semplice.
Ma indietro non si può tornare.
Il bagagliaio finalmente si aprì e lui si ritrovò nuovamente a fissare il volto spietato del suo assassino.
“Questa è la fine che fanno i pezzi di merda come te!”, gli disse il killer con freddezza.
A causa del bavaglio, non gli era possibile nemmeno implorare pietà.
Tanto non sarebbe servito a nulla.
Mentre i due colpi di pistola lo raggiungevano al petto ed allo stomaco, non vide affatto scorrere il film della sua vita, come si dice che accada, ma riuscì a pensare soltanto a questo: certe cose è meglio non farle. Mai.

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"Petali di rose scarlatte" di Giuliana Barontini

TU GRIDA !

Se quello che vedi  ti fa male 
se come un bisturi ti apre l'anima
se il dolore 
ti trascina nel fondo
imperscrutabile dell'universo

 Tu grida!

Se le parole dette 
lette scritte 
sono iniezioni di veleno 
nel cuore Tu Grida.

Se le tracce lasciate
da questo capire 
ormai sono divenute
ombre tragiche
solchi profondi
nel tuo  sentire...
Se si sono oltrepassati i confini 
di una valle serena 
se tutto di te
si ribella al tuo sbagliare
Tu Grida !

Grida a perdifiato il tuo dolore
la tua delusione 
la tua rabbia 
il tuo senso del rispetto
la tua viscerale onestà
il tuo inutile amore
Tu Grida...
 

Contro il tuo tenero  essere 
il tuo sangue che si è fermato
il tuo sole che si è spento
il tuo orizzonte che invisibile
adesso 
si confonde con il  mare
Tu Grida a perdifiato
scaglia la tua voce contro il cielo 
maledici quel giorno più sincero
la tua sofferenza
senza velo

Poi...
Grida forte a te...Il perdono 
per voler continuare 
nello stesso tuo sbagliare 
Perchè sei tu che non vuoi
...Non puoi cambiare !

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"Pietro dei colori" di Normanna Albertini

CAPITOLO I
PIETRE DI LUNA

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"Pietro dei colori" Pag. 1

Era partita di notte insieme con la luna. L’aveva seguita e ammirata mentre peregrinava sicura nei cieli, femmina libera come poche, sollevata dai pianti luttuosi delle separazioni ch’erano d’ogni donna sulla Terra, dato che, quando la sua luce si allontanava, non c’era anima, ai bordi della notte, a penare per lei di nostalgia.
L’aveva tenuta d’occhio, l’aveva apprezzata, così distante dal dolore, svincolata dall’angoscia, da poter suscitare, in altre femmine, un’invidia onesta e dolorosa.
Con amarezza, l’aveva intuita simile a sé soltanto nella mancanza d’affetti: anche per lei non c’erano stati pianti il giorno in cui, dalla Garfagnana, s’era avviata con i muli carichi di ferro verso i territori lombardi.
Protetta da un giovane servitore, aveva camminato e camminato fino a che, oltre il buio dei boschi e della bruma, il mattino si era squarciato improvviso come un cocomero maturo e la luna s’era tinta di fulvo adagiandosi, fiacca, dietro il profilo delle cime.
Aveva quindi teso l’orecchio al borbottio di fonte sempre più chiaro, poi, spostandosi lungo la mulattiera, era giunta alla sorgente.
Sorpresi, due cervi erano fuggiti svelti tra erbe e cespugli e, sfiorando molli cuscini di borracina ciondolanti dai massi, avevano seguito l’acqua smarrita nel pietrisco che scivolava in basso, in una stretta gola.
Avidamente, lei aveva affondato le mani nel rigagnolo portandole al volto e gelidi sorsi erano calati a rinfrescarle la gola; poi, rabbrividendo, si era asciugata con un lembo del mantello e aveva alzato lo sguardo verso nord. Poco lontano, ancora velata dalla foschia, si apriva la valle ampia e lattiginosa del fiume Secchia, racchiusa dalle pareti strapiombanti di gesso e vigilata, più in alto, dalla rupe di Bismantova: un immenso viale lastricato di bianco incuneato nel nulla.
– È là che dobbiamo andare? – chiese il garzone.
La donna annuì, indicando un luogo pianeggiante. Fu allora che le parve di intravedere, tra i castagni sprofondati nella nebbia, una figura femminile dai lunghi capelli rossi, che scompariva nei boschi.
Mio Dio: lei? Il tumulto del cuore parve toglierle il respiro, ma poi le foglie arancioni d’un albero secco, spezzato dal fulmine, brillarono di un imprevisto raggio e il panico si quietò.
– No, lei è morta, – si disse, – non tornerà mai più.
Ripresero il viaggio e il borgo sbucò lì sotto, disteso su una lingua di terra slittata verso il fiume e trattenuta, per miracolo, dai piedi dei monti; un pugno di case impalpabilmente velato, come di polvere o fumo, con i tetti umidi di pietra e di paglia.
Incitando gli animali, Peruzza entrò dunque tra le abitazioni.
A Talada sapeva dove trovare il fabbro e, schivando a fatica i cumuli di letame addossati ai muri, le pozzanghere di liquame e gli animali da cortile, si diresse verso la fucina, dove già aveva udito ripetersi i colpi cristallini del maglio.
– La vecchia dei chiodi. La vecchia dei chiodi.
Un branco di bambini sudici, dai volti adulti, gli occhi grandi, disperati e maligni al contempo, prese a scortarla lanciandole manate di sassi.
– Via. Andate via. – il giovane aiutante, dal cavallo, afferrò una verga e li minacciò – Volete assaggiarla, eh? Volete provarla?
– Che hai, donna, da vendere di frodo oltre al ferro?
La voce era quella di un vecchio che s’era prima appoggiato al muro di pietre d’una casupola, tenute insieme da una calcina rosa, poi le si era avvicinato, scacciando i bambini.
– Allora? Hai del sale? – indicò le ceste legate al basto dei muli. – Certo: è roba di contrabbando e non credo tu abbia passato i confini schivando le dogane e le guardie solamente per portar qui ferraccio, ferro sodo e distendino; avrai anche altro: zolfo, per esempio…
E sputò per terra.
Peruzza, che s’era momentaneamente accomodata su un lastrone di gesso, si tirò il cappuccio fin sugli occhi, poi replicò:
– Zolfo? Ah, santa Fina aiutami. Le tue pecore hanno la rogna o ti serve per le vigne? Certo che ho dello zolfo, e ho pure il sale, sempre che tu possa pagarmi.
Pochi minuti, e intorno a bestie e some si radunò una vera folla, tanto che Peruzza, accettando pagamenti in natura, come animali da cortile, forme di cacio, cordame di canapa, pezzi di tela tessuta al telaio, quasi svuotò le sporte di bullette da zoccoli, di ferri da cavallo, di gangheri, oltre che di sale, di zolfo e di pregiato olio d’oliva.
Erano stati gli uomini a far incetta di sale, indispensabile per la salatura delle carni e del lardo di maiale; il sale, prezioso come la pietra filosofale degli alchimisti.
Compito degli uomini da sempre, come la semina dei campi, la salatura maturava le carni cambiandole con maschile gesto fecondatore. Nelle corbe, restava soltanto il ferro grezzo da portare al fabbro; Peruzza incitò quindi i muli e s’incamminò verso la fucina.
Fu allora che il vecchio la bloccò:
– Sai niente tu, donna, d’una pianta che serve per tingere di rosso le stoffe?
La vecchia annuì, cominciò a rovistare in una corba, ne estrasse un cartoccio e lo aprì, mostrando dei sottili rametti rossastri lunghi quanto le dita di una mano:
– Ecco, – disse porgendoli all’uomo, – con queste radici puoi tingere di rosso qualsiasi cosa.
Egli li esaminò con attenzione, come paventando un imbroglio.
– Santa Fina aiutami. Sta’ tranquillo, funziona. – rise la donna. – Ti spiego: se vuoi tingere una stoffa, prima preparala con la vinaccia e col tartaro delle botti, ne hai, vero? – l’uomo assentì e la vecchia riprese: – Quindi, in un paiolo, fai bollire nell’acqua le radici ben polverizzate e il tessuto. Se lo vuoi più scuro, lascia a bagno le radici, dopo averle bollite, per circa quattro ore e, una volta tolte, immergici la stoffa e fai bollire l’infuso ancora per mezz’ora; dopo lascia riposare tutto nella cenere. Il risciacquo fallo nell’acqua fredda. Capito? Avrai un rosso che non stingerà più.
Incuriosite dai brani di conversazione intesi, le donne, dai volti incartapecoriti e dalle bocche sdentate, erano nel frattempo uscite dalle case e s’erano messe a cerchio intorno al vecchio, chiedendo spiegazioni.
– Le vinacce bastano perché non sbiadisca? Sei sicura?
– Oh, potete aggiungere l’allume di rocca, se credete, oppure è consigliabile la crusca del frumento.
Persuaso dai chiarimenti e infastidito dal vociare delle donne, l’uomo concluse l’affare, poi domandò:
– Con la tua pianta si può ottenere la lacca rossa che usano i pittori?
– Certo. Non so bene come ricavarla, ma so che a Lucca, Firenze e Pisa viene usata nelle botteghe.
– E che te ne fai della lacca rossa, – ridacchiò una vecchia, – vuoi dipingere la lana delle tue pecore? Oppure i manici delle vanghe e delle zappe, eh?
L’uomo la guardò accigliato, controllò il pacchetto di radici e sospirò tra sé:
Pedre… povero il mio Pietro… il mio Zampedre.
Allora, un sobbalzo di stupore passò veloce negli occhi di Peruzza che, presa da una fretta improvvisa, cercò di convincere i muli e l’aiutante a rimettersi in cammino, mentre il vecchio, del tutto ignaro di quel suo allarme, proseguì:
– In caso ti avanzi della merce, dopo aver lasciato il ferro al fabbro, vai fino al paese vicino: so di una famiglia arrivata da poche settimane con tanti muli e cavalli che avrà bisogno di chiodi e bullette a buon prezzo.
Appena sollevata dal turbamento che quel: “Pietro… povero il mio Pietro…” le aveva procurato, Peruzza replicò:
– Avranno di che pagarmi?
– Sembrano piuttosto ricchi. Dicono di venire da lontano, parlano una lingua strana, si fatica a capirli, ma affermano di essere vescovi, di essere fuggiti da una guerra.
– Vescovi? Qui? Ma che dici. Oh Santa Fina. E da che guerra sarebbero scappati?
– Ah! Briganti, saranno briganti. – brontolò un altro uomo. – Certo: le nostre donne e i nostri bambini non sono al sicuro con quella gente in giro. Vi ricordate cosa successe al piccolo Pietro?

"Pietro dei colori" Pag. 2

Un mormorio di approvazione e di bestemmie seguì le parole dell’uomo e sgomentò di nuovo Peruzza che, raccolta tutta la sua risolutezza, ripetè:
– Da che guerra sarebbero scappati quei vescovi?
– Quella del condottiero di ventura Corrado da Fogliano contro il Monferrato, alleato con i veneziani, forse? – si intromise un ragazzo. – Dicono che Sacramoro da Parma e Giovanni della Noce gli abbiano inviato in soccorso duemila cavalli, di quelli allevati nella Valle dei Cavalieri, sì. Prima o poi partirò anch’io con un capitano di ventura.
– Vai vai! Vai a farti ammazzare. – replicò il vecchio sputando di nuovo in terra; poi, rivolto a Peruzza: – Ma no. Si dice che siano scappati dai Turchi. Lo scorso anno, in maggio, sono scappati lo scorso anno. E non paiono per niente briganti, no.
La donna assentì col capo, come a manifestare d’aver capito, poi riprese:
– Ne parlavano a Lucca i signori, eh sì. Santa Fina aiutami. Le guerre. Quella, poi, dei Turchi contro i cristiani di Costantinopoli. Sì, forse si tratta proprio di quella.
E prese a raccontare di Maometto II, il re dei Turchi, il quale, tre anni prima, aveva assediato la città che, in quel frangente, era stata abbandonata da tutti, anche dal papa, tanto che Costantino, l’imperatore cristiano, il giorno dell’assalto, il 28 maggio 1453, era morto combattendo solo con il suo esercito. L'indomani, in mezzo a saccheggi e massacri, il vincitore, Maometto II, era entrato nella basilica di Santa Sofia e l’aveva trasformata in moschea.
– I Turchi sono stati spietati con i cristiani. – concluse Peruzza davanti agli sguardi stupefatti dei poveri montanari che l’ascoltavano senza fiatare: – Pensate: non hanno avuto rispetto nemmeno per la cattedrale. Tutto, tutto è finito.
– E i cristiani di là cos’hanno fatto? I Turchi li hanno ammazzati? – chiese in coro l’improvvisato pubblico che assimilava ogni saraceno alla faccia ottomana del demonio infilzato da san Michele Arcangelo.
– Certo, ne hanno massacrati tanti, – rispose Peruzza, – ma molti altri sono riusciti a fuggire e a raggiungere l’Italia; forse anche quei presunti vescovi.
Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium… – eruppe a commento il borbottio di una supplica.
– Oh, dicono che abbiano un libro, – mormorò allora una donnetta corta e gobba, simile a una tartaruga, con la grossa testa incassata nel tronco, – un grande libro dalla copertina d’oro tutto scritto con l’oro.
Era ormai sera; Peruzza e il garzone trovarono albergo in una stalla; era troppo tardi per andare alla ricerca del libro dalle pagine d’oro, e poi chissà: la gente raccontava talmente tante storie.
Poteva trattarsi soltanto di un’enorme frottola, falsa come l’immagine sinuosa e lucente della donna dalla chioma rossa che s’inabissava nei boschi e che aveva investito Peruzza d’una feroce nostalgia.
Non l’avrebbe più abbracciata, mai più avrebbe pettinato quei suoi lunghi capelli, mai più avrebbe dormito stretta a lei nel freddo delle grotte o sotto il cielo stellato; mai più avrebbe ascoltato la sua indignazione rompersi in pianto dopo aver gridato tutta la sua rabbia contro ogni maschio sulla Terra:
“Non faceva, nascendo, ancor paura la figlia al padre, che ’l tempo e la dote non fuggien quinci e quindi la misura”. Devi far paura, devi far paura, se vuoi salvarti. – le aveva urlato spesso con i grandi occhi verdi infiammati di sdegno.
Far paura? E come? Come intimorire i tiranni del genere femminile che si ergevano a custodi, difensori, paladini d’ogni femmina sin dalla nascita, ma che, in realtà, ne diventavano poi i carcerieri?
Lei, ribelle, con i capelli rossi da incantatrice, aveva disubbidito al padre, gli si era opposta ed era piombata in un carcere ancora peggiore.
Eppure l’aveva amata e insieme avevano meglio sopportato il vagabondare per i boschi, la fame, il freddo e la paura delle guardie.
Amica e sorella, l’ostessa era stata forse davvero un po’ maga. Durante le buie notti nelle selve, abbracciate strette strette, le aveva raccontato di essere nata mentre il campanile della chiesa batteva i rintocchi della mezzanotte. I genitori, davanti ai suoi capelli rossi, si erano spaventati e l’oste suo padre aveva chiesto consiglio alla levatrice, perché non voleva crescere una strega.
La donna gli aveva suggerito di chiuderla in un sacco e gettarla nel fiume, ma l’uomo si era intenerito odorando il suo profumo e stringendola al petto.
Così aveva deciso di non affogarla come un gattino, ma di crescerla come una principessa e sposarla ad un nobile. Invece, il destino della figlia era stato altro.
Perché una strega non può che seguire la sua natura e ribellarsi.
Mentre, alle prime luci dell’alba, il giorno dopo, Peruzza scendeva verso il villaggio di Costa dei Grossi in cerca dei vescovi greci, o turchi, o macedoni e del libro d’oro, le era parso di scorgere il suo profilo sottile ed elegante dissolversi dietro ogni cespuglio e ogni siepe, quasi ad indicarle il cammino.
Amica, sorella, compagna, amante, complice in un amore vietato e immorale, ma unico appiglio alla vita, la figlia dell’oste le aveva narrato che alla morte della madre era stata affidata alle cure della vecchia levatrice alla quale aveva voluto bene e da cui aveva imparato i segreti delle erbe e tutte le arti magiche. Poi, disubbidendo al padre, aveva scelto i briganti.
Già, i briganti, i banditi: brutta gente. Peruzza sospirò e incitò i muli.
Doveva trovare i vescovi profughi e il loro prezioso libro, che poteva rivelarsi un buon affare se rivenduto a Lucca o a Firenze, e doveva svendere il ferro rimasto.
Rifletté sulla guerra contro i Turchi di cui tanto si era parlato nelle città toscane; ripensò ad una notte di maggio del 1453, quando un’eclissi aveva coperto il sole per tre interminabili ore.
Poi, a Costantinopoli, la sacra icona della Madonna era caduta a terra durante una cerimonia solenne e un vero diluvio si era abbattuto sulla città, avvolta, in seguito, da un’incredibile nebbia; e una luce inquietante, forse quella dello Spirito Santo, aveva lampeggiato sopra la cupola della cattedrale per poi accendersi e sparire nelle campagne. Solo cinque giorni dopo, Costantinopoli era caduta in mani turche. Già, i Turchi, i saraceni: brutta gente.
Ora Peruzza stava entrando nel villaggio ch’era stato del bandito Tommaso Marescalchi e, considerando che nessuno da quelle parti l’avrebbe riconosciuta per ciò che era veramente, sorrideva compiaciuta tra sé.
Peruzza: solo una donna, la “vecchia dei chiodi” che i bambini deridevano.
Peruzza: una brigantessa che andava a vendere ferro di contrabbando nel paese della famiglia di un celebre bandito. Come non ridere? S’era mai visto?
I ricordi di quegli ultimi anni le affollarono la mente e, invece di concentrarsi sulla ricerca dei vescovi profughi, ripensò al piccolo Pietro, alla notte in cui l’aveva visto arrivare, sporco e sanguinante, nella grotta delle fate, legato al cavallo di Noè, e a Lucrezia Fina, piccola, dolce, incantevole sposa fuggiasca.

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"Questa è l'acqua" di David Foster Wallace

Brano tratto dal racconto "Ordine e fluttuazione a Northampton" che fa parte della raccolta "Questa è l'acqua".

Si può fissare la nascita dell’amore di Barry Dingle per Myrnaloy Trask grossomodo in un presente di circa due anni prima, quando “L’Integrale”, come tutta l’industria del cibo salutare, si affanna a sfruttare senza ritegno l’entusiasmo crescente del consumatore americano per la crusca. Il preciso istante vecchio di due anni in cui gli occhi strabici, il cuore sano, il cervello modesto e i trascorsi mansueti di Barry Dingle hanno coronato il bisogno di intersecarsi nel punto di una scelta di un oggetto può essere fatto risalire alle 16.30 del 15 giugno 1983 quando Dingle, allestendo con maestria un’allettante esposizione di muffin alla crusca e noci sugli scaffali in alluminio riciclato della vetrina dell’”Integrale”, si ritrova a fissare, come solo gli strabici sanno fare, il finestrino nerofumo di un autobus della Public Transit Autorithy di Northampton, bloccato nella strada di fronte da uno di quegli odiosi semafori di Northampton perennemente rossi. Nel sole che si riverbera dal vetro terra di Siena c’è la muta immagine riflessa di Myrnaloy Trask, del negozio accanto, fuori dal “Collective Copy”, in gonnelline e grembiule da fotocopista, che passa al vaglio con fare da curatrice la congerie di foglietti volanti e inserzioni scritte a mano sulla bacheca degli annunci pubblici del “C.C.”, pronta a eliminare quelli non pertinenti, non progressisti, irrisolti.

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"Racconti dell'età del rap" di Alessio Pracanica

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Racconti dell'età del rap - Pag. 1

SINOSSI

L’autocritica di per sé non dovrebbe essere mai un difetto. Scrivi per anni, mettendo da parte parole su parole, che nessuno legge, eccettuato qualche amico ogni tanto. Poi, un bel giorno, qualcuno di loro ti dice che, in fondo, le tue parole non sono peggio di quel che si sente in giro o si trova, accatastato in buon ordine, sopra un qualunque scaffale di libreria. Ovvio che, dopo una lode talmente sperticata, ti venga voglia di confrontarti, di misurare le cose che scrivi con un metro che non è solo il tuo, di verificare le tue parole con occhi di altri. Perché tutto ciò che si scrive è dettato da un’urgenza espressiva, dal bisogno di far uscire storie e personaggi che chiedono, in certi casi pretendono, di essere raccontati. Per chi legge invece, non sempre esiste tale necessità. Se esiste un dio nell’universo, lui solo sa quante maledizioni siano state scagliate da comitati di redazione e revisori di bozze sui pessimi scrittori, su inutili parole di cui nessuno, a cominciare dai personaggi stessi dell’opera in questione, avvertiva la necessità.
Ecco che si presenta il primo problema. Bisognerebbe aver cura dei personaggi, come di persone care, di famiglia, vecchi amici, e soprattutto lasciargli dire solo quello che effettivamente hanno da dire, né una parola in più, né una in meno.
Così viene fuori questo elenco di 22 racconti, ridotto all’osso, tenendo fuori parecchia roba. Storie che ancora non sono pronte, personaggi che non vogliono essere raccontati, situazioni che, a ben guardare, riguardano te e solo te.
Cosa accomuna queste 25 storie? L’autore, tanto per cominciare. Verrebbe da dire così, travestendo di ovvio ciò che ovvio non è. Non soffermatevi sul luogo, sull’ambientazione, come viene definita. Non è importante. Né quella geografica, né quella storica. Si spazia dal VI secolo a.C. ad un ipotetico anno 2456. Dal West a Praga, da una Sicilia quasi d’avanspettacolo ad un’antica Roma stile kolossal anni ’50. Non fateci caso, non più di tanto almeno. Sono solo facilità, comodi travestimenti cui si ricorre. Un personaggio come il Kid, uno stupido che muore da stupido, poteva stare solo là. Niente, a mio avviso, rende la stupidità come le interstate americane, lunghissime ed uguali, spesso senza che ci sia niente da guardare dal finestrino. Mettere uno stupido in un posto complicato, serve solo se si vuole far risaltare un confronto. La vita, la realtà, non sono quasi mai semplici, ancora meno se sono intelligenti. Se si vuole solo raccontare, ed è appunto il caso di storie come “ Il Kid va ad ovest”, il fondale dev’essere nudo e crudo, senza complicazioni non necessarie. Poi c’è il discorso dell’America, intesa nel senso degli States. Almeno 6-7 storie sono ambientate, di riffa o di raffa, in qualche punto degli Stati Uniti, ma non quelli veri. E’, volutamente, un’America di seconda o terza mano, com’è giusto che sia per chiunque descrive l’impero dalla periferia.

Racconti dell'età del rap - Pag. 2

Io sono uno scrittore (che bello definirsi così, quanta autostima e quanta responsabilità racchiuse in una parola) provinciale. Orgogliosamente provinciale.
C’è ancora bisogno, a mio avviso, di storie raccontate da un’inquadratura diversa, che non sia quella banalmente autobiografica, facilmente autobiografica. Potrei raccontare la mia esperienza di medico, di siciliano. E’ dubbio che possa servire a qualcuno, ma di sicuro non servirebbe a me. Chi scrive solo di se stesso, prima o poi rimane senza niente da dire. Tutte le mie storie nascono da una semplice riflessione: non sarebbe divertente se…?
E così, ridendo e scherzando, son venuti fuori racconti allegri e tristi, amari e teneri, scarnificati e paradossali. Realtà spesso stralunate, volutamente, in cui il personaggio perde i riferimenti, le regole, le coordinate, ed è l’unico strumento possibile per rimanere normali in una situazione che normale non è. E che si autodistruggono, esplodono o annichiliscono con una taciturna conflagrazione, nel tentativo di assomigliare a ciò che li circonda. Oppure nel conflitto tra ciò che sembrano agli altri e ciò che sembrano a sé stessi.
Sono storie. Uomini comuni travestiti da antichi, da moderni, da americani. Mettiamo ad esempio “ Il figlio di Troia “. Il problema dell’incomunicabilità, del parlare lingue diverse, in senso mentale prima ancora che fonetico, è vecchio quanto il mondo. Enea e Lavinio potrebbero benissimo essere un europeo ed un arabo contemporanei. O un inca ed uno spagnolo. E l’ironia è soltanto un mezzo, facile, per parlare di un problema, che a ben guardare è spesso drammatico. Anche “ Janos il ceco “ nasce da un’idea ironica. Il pensiero delle difficoltà, assolutamente paradossali e quasi kafkiane, che si potrebbero incontrare nel voler aprire una finestra, in una città passata alla storia per una defenestrazione. Solo che, scrivendo scrivendo, la storia si è complicata sempre più e da racconto squisitamente praghese, locale, è diventata una storia che dovrebbe riguardare tutti noi. La battuta finale di Janos, potrebbe essere la risposta giusta al tizio grande e grosso, che strappa il pezzo di ghiaccio dalle mani di Primo Levi in “Se questo è un uomo”.
“ Hier hist kein warum “, dice il tizio, “ qui non c’è perché ”. Non è vero. Dovrebbe sempre esserci un perché. E se non c’è lo si cerca, finchè non lo si trova. E se non si trova lo si inventa. Altrimenti a che servono gli scrittori?
Racconti come “ Zia Susanna che vive sotto un tavolo”, sono stati fonte di una piccola polemica nel mio giro di amicizie. Le mie amiche più femministe, più sessualmente consapevoli, per dirla politically correct, mi hanno accusato di gretto e bieco maschilismo. Può darsi. L’inconscio di uno scrittore assomiglia alle fogne di Parigi. Ci finiscono dentro molte cose, non tutte veramente desiderate.

Racconti dell'età del rap - Pag. 3

In realtà, per quello che ne so io, il racconto è una critica, volutamente poco verosimile e paradossale, ai rituali di una borghesia che sembrava morta e sepolta e che invece è ritornata a galla sotto altre forme e stili di vita, dimostrando grandi capacità di galleggiamento, storico e sociale. Anche in questo caso, l’ambientazione anni ’60 è solo comodità, quasi a dimostrare che il problema è eterno, che certe cose che ci sembrano figlie di un momento preciso, di una contingenza, hanno in realtà un’origine più lontana e profonda. Zia Susanna è una persona che si rifugia dietro un finto schermo, preferendo una lenta degradazione, piuttosto che ammettere un atto lecito ed al massimo disdicevole. In ciò si differenzia da altri personaggi, perché la borghesia non esplode mai, al massimo ammuffisce, si deteriora, come cibi lasciati all’aperto. C’è poi il caso di racconti come “ The man in leg” o “Gli strati della cipolla”, un’apparente polemica con la chiesa e con certe forme di religiosità. In realtà il problema è più ampio ed investe l’assurdità di tutte le regole in quanto tali, imposte senza alcuna mediazione di buon senso. Le norme, le regole, più in generale le idee, assomigliano agli elastici. Se sono di buona qualità, si possono tendere, estendere a volontà senza rompersi. In questo caso, tese allo spasimo dall’assurdità della situazione, si spezzano colpendo chi è più vicino. Colpa dello scrittore e delle sue assurde trame o della regola in sé, che non regge a cotanto paradosso?
“ Grand hotel Saigon” è un po’ un caso a parte. Che si parli di un reduce del Vietnam non è importante. E’ solo la guerra più comoda che potessi prendere in prestito. Abbastanza lontana da non lasciare ferite ed abbastanza vicina da lasciare cicatrici. In realtà è la storia di un bivio. Un fermo immagine scattato un secondo prima di andar fuori di testa. Per questo ha un finale aperto. Il protagonista è abbastanza intelligente da concedergli una speranza.
Storie, trame, personaggi.
Non è importante che siano americani o troiani, antichi o futuribili. E soprattutto non venitemi a parlare di generi letterari. Non esistono i generi, o meglio esistono se hanno delle suocere. L’ Inferno dantesco cos’è, un romanzo horror? Esistono le storie e qua dentro, spero, ne troverete in abbondanza.

"Remo contro" di Enzo Gianmaria Napolillo

Quando il tempo passa si pensa di accorgersene, di potersi guardare allo specchio e scorgere i cambiamenti, un capello di meno o un capello bianco in più. La realtà è che gli anni arrivano tutti insieme e presentano il conto in una volta sola. E’ facile dimenticare quanto sia limitata la scorta di tempo a disposizione e rinviare sogni, imprese, amori; svegliarci di soprassalto intuendo che è troppo tardi, che la sveglia ha suonato e noi l’abbiamo spenta chiedendo anni in prestito, raggomitolandoci nell’angolo di letto caldo e rassicurante.

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"Residui solidi" di Walter Tripi

Lo osservo: le sue mani che si muovono lente ma sicure, come se in quattordici anni avesse già capito tutto, sapesse tutto ciò di cui si ha bisogno per poter morire. Smonta le mie scale una per una, rimaneggia totalmente i miei tris. Io non li vedo neanche ma lui è contento, è soddisfatto della propria scaltrezza che lo sta per abbandonare: sembra non pensarci neanche. Mi guarda con compassione, lui. Mi guarda come se volesse dirmi che ognuna delle sue mosse è una delle mille fotografie che avremmo potuto farci scattare insieme: i compleanni, il diploma, la laurea, il primo giorno di lavoro, il suo matrimonio. Con i suoi occhi mi dice che non ce ne sarà bisogno, che quattordici anni sono bastati. Sono bastati.
Questo è stato il nostro tempo.
Continua a vincere, la sua testa rasata si muove alla luce fioca di una lampada. Non ricordo più che forma avessero i suoi capelli. Ho paura, ho paura di scordarmi tutto di lui, ho paura di morire senza ricordare quanta luce riuscisse a emanare mio figlio, ho paura di ricordarmi soltanto che ho sempre preferito il buio. E di ricordi non ne esistono altri in fondo, non servono. Mio figlio sa come perdere contro ciò che è più forte di lui. Ma sa battere me. Ho paura che cominci a vincere troppo velocemente, ho paura che quando vincerà in cinque mosse sarà finita, non avrà più niente da dirmi in un linguaggio che io possa comprendere. È troppo bravo ormai, andando avanti così diventerà velocissimo: è la cosa più intelligente che abbia mai creato in vita mia, forse l’unica. Ed è così intelligente perché non l’ho creato da solo. Seduto su quel tappeto vince, vince contro suo padre e in questo momento sono sicuro che capisce il motivo per cui vado a trovarlo soltanto una volta al mese, deve averlo capito perché sua madre ci sarebbe riuscita. Si concentra, un sorriso appena accennato sul volto. Mi aspetta, attende che i miei pensieri confusi trovino una soluzione: li prende per mano, mi insegna ciò che avrei dovuto insegnargli io, oltre le semplici regole del gioco, oltre la banalità di tre numeri di seme diverso buttati casualmente sulle mattonelle bianche. Non ho mai imparato a tenere bene le carte in mano, lui invece le tiene alla perfezione.
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"Ritratto in seppia" di Isabel Allende

Prima parte
1862-1880

Sono venuta al mondo un martedì d’autunno del 1880, nella dimora dei miei nonni materni, a San Francisco. Mentre all’interno di quella labirintica casa di legno mia madre, grondante di sudore, ansimava per aprirmi un varco, il cuore intrepido e le ossa disperate, nella strada ribolliva la vita selvaggia del quartiere cinese con il suo aroma indelebile di cucina esotica, il suo chiassoso torrente di dialetti sbraitati, la sua inestinguibile folla di api umane in un frettoloso andirivieni. Nacqui di buon mattino, ma a Chinatown gli orologi non si attengono ad alcuna regola e a quell’ora prende vita il mercato, il traffico di carretti e latrati tristi dei cani nelle loro gabbie, in attesa del coltello del cuoco. Solo parecchio tempo dopo sono venuta a conoscenza dei particolari della mia nascita, ma sarebbe stato ancora peggio non averli mai appresi; si sarebbero potuti smarrire per sempre negli impervi sentieri dell’oblio. Nella mia famiglia i segreti sono talmente tanti che probabilmente non avrò tempo sufficiente per svelarli tutti: la verità è fugace e viene lavata via da torrenti di pioggia. I miei nonni materni mi accolsero con commozione – benché, stando a diversi testimoni, fossi una neonata orribile – e mi adagiarono sul petto di mia madre, dove rimasi raggomitolata per alcuni minuti, gli unici che ebbi la possibilità di trascorrere con lei. Poi mio zio Lucky mi alitò sul viso per trasmettermi la sua buona sorte. L’intenzione era generosa e il metodo si è rivelato infallibile, dato che almeno in questi primi trent’anni di vita mi è andata bene. Ma attenzione, non devo anticipare troppe cose. Questa storia è lunga e ha inizio ben prima della mia nascita, per raccontarla ci vuole pazienza e ce ne vuole ancora di più per ascoltarla. Se durante la strada perdessi il filo, non c’è bisogno che ti disperi, perché con tutta certezza lo ritroverai qualche pagina dopo. E siccome bisogna cominciare con qualche data, fissiamola nel 1862 e diciamo allora, tanto per dare l’avvio, che la storia ha inizio con un mobile dalle proporzioni inverosimili.
Il letto di Paulina del Valle fu commissionato a Firenze, un anno dopo l’incoronazione di Vittorio Emanuele II, quando nel novello Regno d’Italia vibrava ancora l’eco delle pallottole di Garibaldi; smontato, fece la traversata per mare a bordo di una nave genovese, sbarcò a New York nel bel mezzo di uno sciopero sanguinoso e proseguì poi trasportato su uno dei vapori della compagnia di navigazione dei miei nonni paterni, i Rodriguez de Santa Cruz, cileni residenti negli Stati Uniti. Toccò al capitano John Sommers ricevere le casse contrassegnate in italiano con una sola parola: naiadi. Quel robusto marinaio inglese, del quale rimangono unicamente un ritratto sbiadito e un baule di cuoio logorato da infinite traversate marittime colmo di curiosi manoscritti, era il mio bisnonno, come ho da poco appurato, da quando cioè, dopo molti anni di mistero, il mio passato ha finalmente iniziato a schiarirsi. Non ho conosciuto il capitano John Sommers, padre di Eliza Sommers, mia nonna materna, ma da lui ho ereditato una certa propensione all’erraticità. Quell’uomo di mare, orizzonte e sale allo stato puro, dovette addossarsi l’onere di trasportare il letto fiorentino, nella stiva della sua imbarcazione, fino all’altra sponda del continente americano. Dovette schivare il blocco Yankee e gli attacchi dei confederati, raggiungere i limiti australi dell’Atlantico, solcare le acque traditrici dello Stretto di Magellano, entrare nell’Oceano Pacifico e, dopo brevi soste in diversi porti sudamericani, orientare la prua verso il Nord della California, l’antica terra dell’oro. Gli ordini ricevuti erano precisi: doveva aprire le casse sul molo di San Francisco, supervisionare il falegname di bordo mentre assemblava le parti di quel rompicapo, badando bene a non sfregiare gli intarsi, sistemare sopra il materasso e il copriletto di broccato color rubino, caricare il catafalco su un carretto e farlo condurre a passo d’uomo verso il centro della città. Il postiglione avrebbe dovuto fare due giri intorno alla plaza de la Union e poi altri due suonando una campanella di fronte al balcone della concubina di mio nonno, prima di recapitarlo a destinazione finale, la casa di Paulina del Valle. Doveva portare a compimento siffatta impresa in piena Guerra civile, mentre gli eserciti yankee e confederati si massacravano nel Sud del paese e nessuno era certamente dell’umore giusto per scherzi e scampanellate. John Sommers impartì le istruzioni sacramentando, perché durante i mesi di navigazione quel letto era assurto a simbolo di ciò che più detestava nell’esercizio della sua professione: i capricci della sua datrice di lavoro, Paulina del Valle. Quando vide il letto sistemato sul carro tirò un sospiro di sollievo e decise che quella sarebbe stata l’ultima cosa che faceva per lei: era ai suoi ordini da dodici anni e la sua pazienza aveva toccato il limite. Il mobile, ancora in perfette condizioni, è un pesante dinosauro di legno policromo; la testata è sovrastata da un Nettuno circondato da onde spumeggianti e creature marine in bassorilievo, mentre ai piedi giocano delfini e sirene. In poche ore mezza san Francisco ebbe modo di apprezzare quel talamo olimpico; ma la favorita di mio nonno, a cui lo spettacolo era dedicato, si nascose mentre il carretto passava e ripassava con il suo scampanellio.
“Il momento di gloria durò poco,” mi confessò Paulina molti anni dopo, quando io insistevo nel voler fotografare il letto e conoscere i particolari della storia. “Lo scherzo mi si ritorse contro. Pensavo che si sarebbero presi gioco di Feliciano e invece risero di me. Sbagliai nel valutare la gente. Chi poteva immaginarsi che fossero così bacchettoni? A quei tempi San Francisco non era altro che un vespaio di politici corrotti, banditi e donne di malaffare.”
“Non gradirono il gesto di sfida,” suggerii.
“No, infatti. Da noi donne ci si aspetta che vigiliamo sulla reputazione dei nostri mariti, per vili che siano.”
“Suo marito non era vile,” ribattei.
“No, però commetteva delle stupidaggini. A ogni buon conto non mi pento di quel famoso letto: ci ho dormito per quarant’anni.”
“Cosa fece suo marito quando si vide scoperto?”
“Disse che mentre il paese si dissanguava nella Guerra civile io non trovavo di meglio che comprare mobili degni di Caligola. E negò tutto, ovviamente. Nessuno con un briciolo di cervello confessa la propria infedeltà, anche quando viene pizzicato tra le lenzuola.”
“Lo dice per esperienza diretta?”
“Magari fosse andata così, Aurora,” replicò Paulina del Valle senza esitare.
Nella prima foto che le scattai, quando avevo tredici anni, si vede Paulina nel suo letto mitologico, appoggiata a cuscini di satin ricamato, con una camicia da notte di pizzo e mezzo chilo di gioielli addosso. Così la vidi molte altre volte e così avrei voluto vegliarla quando morì, ma lei desiderava andarsene nella tomba con il triste abito delle carmelitane e che per diversi anni si officiassero messe cantate in suffragio della sua anima.

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"Schegge di fututo" di Nicola Roserba

Shawnee

“Guardavano il cielo, e ogni volta lui si sforzava di insegnarle i nomi delle stelle e delle costellazioni. Shawnee faceva finta di essere interessata, ma la cosa non durava mai molto, poi trovava sempre il modo di farlo tacere, e non sempre cambiando argomento.

Quella sera non faceva eccezione. «Vedi lì? Quella specie di vu doppia in cielo? È Cassiopea…»

«Cassiopea…» ripeté lei puntando il dito e fingendo di memorizzare.

«Sì! E se ti sposti un po’ più in là troviamo l’Orsa Maggiore, con quella stella doppia, Mizar, che usavano gli arabi per misurare la vista alla gente. La vedi?»

«Sì…» rispose lei incerta.

«E la vedi quell’altra piccolissima vicina vicina?» le indicava lui.

«Ah sì, la vedo adesso.»

«Quella si chiama Alcor, ed è la compagna di Mizar, ruotano l’una intorno all’altra…»

«Come noi due…» sussurrò lei. Lui tacque, colpito, e l’abbracciò. La ragazza sorrise tra sé, lo sguardo ancora alla strana coppia di astri. Anche per quella sera la lezione era finita.”

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"Sfiorato da un angelo" di Annalisa Maria Alessia Margiotta

Di seguito la prima parte del libro, gentilmente offerto dall'autrice.

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Sfiorato da un angelo - Pag.1

In molti sostengono che a lungo andare, con il passare degli anni, si comincino a dimenticare molte cose e anche i ricordi più importanti comincino a svanire. A mio parere, però, le persone che dimenticano non hanno mai vissuto dei momenti davvero importanti perché, per essere veramente tali, dovrebbero essere portati seco fino alla fine.
Io, infatti, ricordo tutto quello che mi è successo con estrema chiarezza come se lo avessi vissuto soltanto due minuti e non quarant’anni fa. Anche volendo non potrei dimenticare, perché quei ricordi fanno parte della mia vita; quei ricordi sono la mia vita.
Tutto ebbe inizio in una fresca giornata d’aprile, un po’ troppo fresca per quella stagione. Il duemilaquattro fu un anno davvero indimenticabile per ciò che riguarda il clima e ad aprile il sole si stava davvero facendo desiderare. Piogge torrenziali accompagnate da neve e grandine troneggiavano in quel mese nel quale avremmo dovuto godere del sole e delle tipiche temperature miti della primavera.
Era una domenica di metà mese e ricordo che, come di consueto in quei giorni, Firenze era allagata da piogge torrenziali. Quel tempo mi deprimeva. Odiavo rimanere chiuso in casa senza poter far nulla, rimanendo davanti la finestra a guardare le voluminose gocce d’acqua che si infrangevano violentemente sul vetro, mentre la malinconia e la solitudine mi riempivano il cuore e l’anima. Era terribile essere soli. In quei momenti me ne rendevo davvero conto. Quando la pioggia batteva sui vetri facendomi vedere che era più viva di me. In quei momenti mi sentivo solo come non mai e avevo voglia di poter parlare con qualcuno che mi avrebbe capito e accettato per quel che ero davvero. Avevo voglia di mia madre.
La mattina di quella domenica una mia amica, mentre facevamo la fila per entrare al cinema a vedere Troy, mi aveva chiesto:
«Marco, cosa credi sia peggio, diventare ciechi o nascervi?».
Io le avevo risposto:
«Credo sia peggio diventarlo perché nascendoci non sai cosa ti perdi e non puoi dire che ti manca perché non hai mai provato quello che si sente nel veder volare una farfalla, il sorriso di un bambino o la bellezza del mondo».
Mentre guardavo quelle gocce scivolare lentamente, inesorabilmente sul vetro ormai appannato dal calore del mio respiro mi tornò in mente quella discussione. Cosa credevo che sarebbe stato peggio? Perdere i genitori o non averli mai conosciuti? La risposta era sempre la prima. Se non li avessi mai conosciuti non sapresti cosa sia il caldo abbraccio di una mamma o il sorriso orgoglioso di un padre e non potresti sentirne la mancanza.
Adirato con me stesso per quei pensieri mi alzai dalla mia postazione e mi andai a sedere davanti al computer. Non avevo una vera e propria passione per la tecnologia, però a volte, quando non avevo nulla da fare, non mi dispiaceva accenderlo e navigare un po’ in Internet. Mi serviva come distrazione più che altro.
Così, una volta acceso il mio poco usato computer, mi collegai ad Internet e cominciai ad andare in giro, in cerca di notizie e di un po’ di svago. Entrai in una chat, della quale non ricordo neanche più il nome, e cominciai a parlare con un po’ di gente.
Mi piaceva passare un po’ di tempo con persone alle quali non importava nulla di me o di quello che facevo nella vita, ma solo se mi piaceva divertirmi o meno. Conobbi quel giorno qualche ragazza, tutte fissate con lo shopping e le passeggiate con le amiche o il fidanzato. Ragazze che non avrebbero mai attirato la mia attenzione. Io preferivo altri generi, i cui obiettivi non fossero cambiare colore di rossetto ogni settimana o abbinare scarpe e borsa. Annoiato, mi ero quasi deciso a spegnere il pc e andarmi a rifugiare sotto le coperte cercando di lasciare fuori tutto il resto del mondo, quando una ragazza reclamò la mia attenzione scrivendomi.
“Ciao Marcus” Marcus era il mio nickname.
“Ciao Dark Angel” le scrissi: “Stavo per andar via”.
“Che peccato. Oggi qui da me c’è brutto tempo e speravo di trovare qualcuno d’interessante con il quale scambiare qualche parola” mi comparì sullo schermo.
Coincidenze.
“Mi sa che abbiamo avuto la stessa idea, ma non ho trovato nessuno di particolarmente interessante” le confidai.

Sfiorato da un angelo - Pag.2

“Quelle quattro oche? Sì, ho avuto anch’io l’onore di conoscerle. Non avevano altro da chiedermi a parte se preferivo il rossetto rosso fuoco o rosa pesca. Io il rossetto nemmeno lo uso!” quell’affermazione bastò ad attirare tutta la mia attenzione.
“Non usi il rossetto? Hai dodici anni o cosa?”.
“Non uso il rossetto perché non ne vedo l’utilità e non ho dodici anni”.
“Quanti allora?” quella ragazza, in due righe mi aveva già incuriosito.
“Ne ho sedici, quest’anno diciassette” mi scrisse. Io non le risposi.
“Tu?” poi mi chiese.
“Io ne ho ventiquattro”.
“Sette anni” scrisse, semplicemente.
Ero certo che avrebbe detto qualcosa del tipo “sette anni sono molti, addio” oppure “Sette anni, se sei un bel ragazzo non m’interessa l’età”, invece lei mi stupì.
“Sarebbe divertente parlare un po’ e mettere a confronto i nostri modi di pensare. Mi hanno sempre detto di essere una ragazza più matura della mia età. Chissà se è vero…”.
“Lo scoprirò e ti farò sapere” le risposi.
“Bene. Ti chiami Marco, no?” mi chiese poi.
“Sì. Tu?”.
“Io sono Alessia”.
“Davvero un bel nome” come colei che lo portava?
“Allora, dimmi qualcosa di te”.
“Cosa?”.
“Descriviti” si decise infine a chiedere.
“Sono alto un metro e ottantatré, occhi azzurri, capelli neri e corti. Tu?”.
“Io sono alta un metro e settanta, occhi verdi e capelli castani, lunghi”.
“Bella?” le chiesi sfacciatamente. Dalla descrizione non doveva essere male.
“Carina fuori, bella dentro” mi rispose lei. Aveva la risposta pronta, la ragazza.
“Studi?” le domandai. Era una domanda stupida. A diciassette anni cos’altro avrebbe dovuto fare?
“Sì. Vado al quarto anno del liceo classico. Prima che tu me lo chieda, sì, ho fatto la primina. Tu lavori?”.
“Sì, sono un veterinario”.
“Cavolo, a ventiquattro anni?” mi chiese.
“Sì, mi sono laureato in fretta”.
“Un genio?”.
“Più o meno” solitamente le osservazioni sul mio quoziente intellettivo mi davano fastidio ma, in quel frangente, mentre era tutto un gioco, non ci feci caso.
“Sei fidanzato, sposato, vedovo o divorziato?” .
“Le hai dette tutte tranne quella esatta” le risposi, sorridendo.
“Single?”.
“Esatto. Tu?”.
“Divorziata” scoppiai a ridere. Era davvero molto simpatica.
“Seriamente?” chiesi.
“Seriamente sono single”.
“C’è un motivo ben preciso? Magari sei bruttina?” chissà perché sapevo che non si sarebbe offesa. Sapevo che a lei avrei potuto dire qualsiasi cosa.
“Se credi che una ragazza con due teste, quattro braccia e una gamba sia bruttina, allora lo sono”.
“Dài mai risposte serie?» m’informai. Mi piaceva il suo modo di scherzare. Forse lo faceva per non ammettere che non era bella.
“A volte. In ogni modo non so se sono bruttina. Forse sì, perché a quanto pare non piaccio molto ai ragazzi”.
“Perché dici così?” istintivamente aggrottai le sopracciglia davanti al monitor.
“Mmh…” mi scrisse. Cominciai a sentire puzza di bruciato.
“Mmh, cosa?”.

Sfiorato da un angelo - Pag.3

“Dico così perché non ho mai avuto un ragazzo” si decise alla fine a confessarmi.
“Mai?”.
“Mai” confermò.
“A me non importa, sei molto simpatica” e mi stupii, rendendomi conto che era la verità.
“Grazie Marco”.
“Prego Alessia”.
“Domanda, risposta?” le scrissi. Sarebbe stato un modo veloce per conoscerci.
“Okay. Comincia tu”.
“Quindi sei vergine?” ripensandoci ora, fui davvero un gran gentiluomo.
“Sì, ovviamente sì. A te non chiedo nulla al riguardo. Da dove scrivi?”.
“Da Firenze, Toscana. Tu?”.
“Palermo, Sicilia”.
“So dov’è Palermo”.
“Anch’io sapevo dove stava Firenze” rispose lei. Era velocissima a scrivere e io in confronto, mi sentii un lumacone.
“Okay, okay. Siamo entrambi bravi in geografia, a quanto pare” una cosa più idiota non l’avrei di certo potuta scrivere.
“Viaggi o hai viaggiato?”.
“Non molto. Ho girato la Toscana e nient’altro. Tu?”.
“Io molto”.
“Dove sei stata?” chiesi. Riusciva ad avere tutta la mia attenzione.
“Ho girato tutta l’Italia, poi sono stata in Francia, Germania e Inghilterra”.
“La tua preferita?”.
“Francia, sicuramente”.
“Romantica?”.
“Oh, semplicemente oltre l’inverosimile” mi rispose lei. Me l’aspettavo.
“Dimmi qualcosa sul tuo carattere” la esortai.
“Allora… vediamo, sensibile… parecchio timida… il mio tallone d’Achille… so essere dolce e sottomessa, ma so anche mostrare gli artigli. Tu?”.
“Non sono mai stato timido, anch’io sono romantico… per quanto mi è possibile. Non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno… so farmi valere, insomma”.
“E ti piacciono anche gli animali?”.
“Ovviamente li adoro”.
“Sposami, allora” mi scrisse, guadagnandosi un altro mio sorriso sornione.
“Anche a te piacciono gli animali? Ne hai?”.
“Adoro gli animali. Ho un cane, due uccellini gialli, tre criceti e un pesciolino d’acqua salata”.
“Wow. Come si chiama il cane?”.
“Rudy. Tu hai animali?”.
“No, sfortunatamente no”.
“Gli animali, a mio parere, riempiono la vita” forse ne avrei dovuto prendere uno, così forse mi sarei sentito meno solo.
“Cosa fai nel tempo libero?” le chiesi, dando un’occhiata veloce all’orologio. Chattavamo già da un’ora.
“Non ho molto tempo libero, però quando ho un secondo scrivo, leggo o scatto fotografie. Tu?”.
“Io disegno o mi chiudo in me stesso. Cosa scrivi?” le domandai. Lei esitò a rispondere.
“Oh, nulla di particolare. Capita anche a me di chiudermi in me stessa, anche se non è una bella cosa. Soprattutto però, quando ho un momento libero dopo tanto studio, preferisco chiudermi qui, nella mia stanza, e ascoltare i miei cantanti preferiti”.
“Sarebbero?”.
“Mi piacciono molto Tiziano Ferro, gli Articolo 31 e Max Pezzali, ma ultimamente ascolto un po’ di tutto. Sto ampliando i miei orizzonti musicali. Tu?”.
“Non ho molto tempo per la musica ma anch’io sono in fase di ampliamento. Vai bene a scuola?” lei esitò di nuovo.

Sfiorato da un angelo - Pag.4

“Beh, me la cavo”.
“In che senso te la cavi? La tua media è del…?” perché poi mi interessava tanto non lo capivo neppure io.
“Ho la media del nove… okay?”
“Perché non me lo hai voluto dire subito che eri un genio?”.
“Proprio per questo. Odio quando mi dicono che sono un genio perché io non ho niente in più degli altri e odio ancor di più quando mi dicono che sono una secchiona perché sono tutto il contrario”.
“Non c’è niente di male nell’essere bravi a scuola” le feci notare io.
“Sì, lo so, ma non mi va di essere apprezzata per i miei voti. Io prima di tutto sono una persona poi una studentessa”.
Decisa la ragazza.
“Materia preferita?”.
“Filosofia”.
“Progetti per il futuro?”.
“Nessun progetto. Scusa ma ora devo proprio andare. È stato un piacere parlare con te” mi scrisse lei improvvisamente.
“Devi proprio?” la delusione che provavo era totalmente fuori luogo. La conoscevo da meno di due ore!
“Sì, ordini superiori (mia madre)”.
“Okay. Ciao”.
- A presto” mi rispose lei e dopo andò via.
Rimasi per un po’ a guardare lo schermo con quello che ci eravamo scritti, prima che lei andasse. Le chat e la messaggistica istantanea, delle grandi invenzioni: una pagina interattiva nella quale, con un semplice click, potevi comunicare con persone dalla parte opposta del mondo in tempo reale. Sarebbe stato bello incontrarla di nuovo. Era stato piacevole parlare con lei. Quasi senza accorgermene spensi il computer. Che senso aveva rimanere lì se non avevo nulla da fare? Mi affacciai alla finestra. Le nuvole plumbee che avevano adornato il cielo della Toscana per delle intere ore, cariche di triste pioggia, si erano ormai quasi del tutto dissipate, e avevano lasciato un’aria pulita e un mondo quasi diverso sotto quel pallido cielo.
Stanco di stare chiuso in casa, alla fine decisi di andare ad abbuffarmi di pizza.

.....

"Sotto prescrizione medica" tratto dal libro "Zeropuntozero" Galaad edizioni

di Pietro dell'Acqua

Tutti l’avevano detto, appena nato. Anzi, prima che uscisse, d’altronde era tradizione di famiglia. Il destino era già scritto, bisognava solo decidere il nome. Il cognome e il destino erano già scritti, bisognava decidere solo il nome. Lui comunque non avrebbe deciso niente. Sarebbe diventato medico, medico chirurgo.
La rumorosa famiglia che guardava il proprio neonato allo stesso vetro della precedente faceva anch’essa progetti sul futuro e diceva quant’è bello, quant’è caruccio, tutto suo padre, che mani forti, mani da macellaio diceva il papà macellaio.
Guardate il nostro ribattevano discretamente dall’alto quelli della famiglia altolocata, che lineamenti eleganti, che mani precise, mani da chirurgo diceva il papà chirurgo.
Guardate il nostro ribattevano calorosamente quelli della Macelleria Transgenica, che fisico stagno, che sguardo deciso, sguardo da mascalzone diceva tutto orgoglioso il papà puttaniere e rideva la mamma che se l’intendeva col portiere. Preso lo slancio ridarolo il papà esordì tutto rosso in volto ve ne racconto una, un uomo muore e va in paradiso, si presenta davanti a sanpietro che gli domanda nome, cognome e professione, medico?!i fornitori devono rivolgersi all’entrata là in fondo… I papà Luigi e Mario risero pensando ognuno al proprio figlio col camice bianco, da macellaio e da primario.

Non era niente, ma aveva un po’ di capogiro. La testa era tutto un male, un grappolo di dolore piovuto sul cranio. Aveva provato a sdraiarsi, a dormicchiare, a prendere tisane e tranquillanti, ma non era niente, sentiva la campanella,quella dell’ultimo giro del capogiro. Invece il male non smetteva. Decise di andare dal medico.
La sala d’attesa, quando entrò quasi le venne da sboccare, traboccava di gente, gente anziana con un lungo elenco di farmaci al fianco, il primo per curare qualche vera o presunta
malattia,il secondo e il terzo per attenuare gli effetti collaterali del primo,il quarto per attenuare gli effetti collaterali del secondo e del terzo… C’era da aspettare il proprio turno. Una signora disse, sfogliando le riviste da parrucchiera che occupavano il misero tavolino, e lo disse come
verità rivelata,che il matrimonio,l’unione materiale,carnale e spirituale,reddituale e catastale,tra la velina e il calciatore non sarebbe durata a lungo,e nemmeno quella tra la soubrecht e il cantante,e nemmeno quella da tre soldi tra il sindaco e la bidella.
Lei se ne stava in disparte,con la testa che faceva l’otto volante,quando quel discorso finì quasi le venne da rimettere, rimetti a noi i nostri debiti come noi ci rimettiamo coi nostri debitori bisbigliava una suora col rosario in mano. Venne finalmente il suo turno,si alzò,entrò,si sedette,fece per aprir bocca per parlare,parlare delle sue emicranie,dei suoi problemi di salute,e della sua fragile personalità,sentiva che era giunto il momento di vuotare il sacco riguardo alle sue ansie e aspettative,invece rigettò addosso al medico. Questi,lavandosene mani e abiti,le consigliò di andare al pronto soccorso,dopo averla rimproverata sull’uso che lei stessa aveva dichiarato di aver fatto di alcune medicine che andavano assunte solo ed esclusivamente sotto prescrizione medica.
Ci andò. Le fecero tutti gli esami che potevano,ma non riuscirono a individuare quale male avesse. In attesa di prendere una decisione, in attesa che rientrasse il primario dalle ferie, la tennero una notte in osservazione. Comunque il dottore non sarebbe intervenuto prima di qualche giorno, c’erano altri due casi problematici già ricoverati da qualche giorno da esaminare prima del suo. C’era da aspettare il proprio turno. Il suo vicino di letto, nei pochi momenti in cui era cosciente,parlava sempre di voli e aeroplani,aveva una grande passione per gli aquiloni,diceva di averne costruiti di incredibili e di aver vinto anche diverse gare.
L’altro,che se ne stava di fronte a loro due,stava taciturno e ogni tanto esclamava scettico mah.

Il dottor Frattagli arrivò.
Operò,nell’ordine stabilito,il primo dei tre casi problematici.
Si trattava di un intervento estremamente difficoltoso,a detta di tutti gli infermieri, si trattava del suo vicino di letto.
Il suo mal di testa andava a onde,un po’ cresceva,un po’ si chetava. Per ingannare il tempo leggeva dei giornali,qualche quotidiano. Lesse di una famiglia che protestava per la morte di un proprio caro,morto secondo loro per la negligenza del dottor Frattagli,che a giudizio della famiglia dell’encefalo del paziente aveva fatto poltiglia. Si trattava di un caso risalente a qualche mese prima, ma già caduto in prescrizione secondo le recenti norme approvate a larga maggioranza dal nuovo governo per snellire i procedimenti giudiziari.
Su qualche quotidiano della parte avversa qualcuno sosteneva che prescrizioni di appena qualche giorno o qualche settimana per crimini tanto gravi erano eccessivamente basse, vogliamo di nuovo ingolfare di lavoro i tribunali? ribatteva il governo.
C’era anche la foto di un giovanotto sorridente,seduto sul
cofano ammaccato,una mano appoggiata sulla calandra tinta di rosso,l’altra che faceva la vì di viva il governo con indice e medio,che nel tardo pomeriggio aveva fatto filotto, falciando tre pedoni in un sol colpo,ma era stato agguantato solo la sera,quando il reato era già prescritto. I parenti delle vittime imprecavano vogliamo giustizia,vogliamo di nuovo tornare al deprecabile giustizialismo? ribatteva il governo.
Il suo vicino di letto rimase sotto i ferri. Non era più tranquilla come quand’era arrivata,non si sentiva più nelle mani giuste,chiese di potersene andare, prima il suo caso deve essere esaminato dal dottore le dissero due infermieri riconducendola a forza al suo posto.

Il dottore il giorno dopo non operò,nell’ordine stabilito,il secondo,ma fece portare a entrambi un boccale di budino e diede ordine di portarlo alla bocca.
Non si trattava di budino vero e proprio,non nel sapore almeno,che era di budella o cervella,ma nella consistenza sì. L’odore era disgustoso,e non appena lo portò alla bocca le venne da vomitare. Le diedero allora da mangiare uno strano frutto violaceo,lustrato di principi attivi; dopo poco non sentiva più lo stomaco,la lingua,il naso:odori e sapori cancellati con un colpo di prugna.
Trangugiò dunque tutto il contenuto della tazza,così come il suo compagno di stanza,che ubbidì senza dire beh.

Il giorno dopo quel terribile mal di capo se ne era andato. Dopo una breve visita entrambi furono dichiarati guariti. Se ne uscì prendendo l’ascensore col suo compagno di sventure che
ruppe il lungo silenzio che tempi,vero signorina?,che società, che mondo stiamo consegnando ai nostri giovani?,chissà questa sventurata gioventù che futuro edificherà,mah rispose lei.
Fuori piovigginava. Aprì l’ombrello e camminando si gustò la ritrovata libertà assaporando il rumore dei passi,il tic delle gocce che si infrangevano appena sopra la testa,senza sfiorarla e scalfirla,le nubi così minacciose,le pozzanghere così paciose. Si sentiva protetta lì sotto,sentiva che nulla sarebbe potuto accaderle.
D’improvviso ebbe voglia,un bisogno ancor più forte del bere e del mangiare,di aquiloni. Si diresse subito a comprarne uno,si fermò però alla vetrina,nessuno di quelli esposti sembrava soddisfarla,aveva voglia di costruirne uno nuovo,secondo i suoi gusti.
Le passarono vicino due signore chiacchieranti,ti giuro,non s’è mai visto nessuno tanto preciso nel tagliare la carne,la macelleria sta facendo fortuna da quando è subentrato il figlio,se vuoi ci andiamo,è qui vicino,chiedi una fetta di qualsiasi cosa e vedrai che taglio netto,chirurgico.

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"Sputi" di Colonne d'Ercole

SALAM ALEIKUM
“LA PACE SIA CON TE”
di MAURO GNUGNOLI

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SALAM ALEIKUM Pag.1

di Mauro Gnugnoli

L’uomo riattaccò il telefono e con evidente soddisfazione si rivolse alle persone sedute all’altro lato della scrivania.
“Ragazzi, oggi è il vostro giorno fortunato. Il signor Frontoni ha deciso di affittarvi l’appartamento.” Il giovane si lasciò andare ad un lungo sospiro liberatorio e stringendo la mano della moglie azzardò “Allora, possiamo trasferirci già da oggi?”
“Certo. Giusto il tempo per preparare un contratto e…” non fece in tempo a finire la frase. Un tornado spalancò la porta dell’ufficio abbattendosi con furia sull’agente immobiliare, seguito a ruota dall’incolpevole impiegata che, senza successo, cercava di placare quel turbine.
“Cosa avevo detto all’ultima riunione di condominio?”
urlò l’uomo con ferocia all’indirizzo del titolare dello studio “Mi sembrava di essere stato abbastanza chiaro. Persone così, estranee…” ringhiò indicando i due giovani maghrebini “…nel mio palazzo non le voglio!”
Il geometra Righi, ormai abituato a sfuriate simili da parte dell’ anziano, cercò di mantenersi calmo e senza alterare il tono della voce rispose “Non è tutto suo il caseggiato, signor Colombrozzi, perciò…” “E cosa c’entra?” continuò ad urlare “Sono o non sono il maggior possessore di appartamenti in quel palazzo?”
“Certo, ma gli altri proprietari hanno il diritto di affittare a chi vogliono” ribatté deciso il geometra. Il vecchio, dall’alto del suo metro e novanta, aggrottò la fronte serrando gli occhi, si avvicinò al viso dell’amministratore ed esalando un alito pestilenziale sibilò.
“Faccia pure come vuole, Righi. Tanto lo so che lei è amico di quel comunista di Frontoni. Ma vi avverto, d’ora in poi, chi uscirà dalle regole non avrà vita facile.”
Dissotterrata l’ascia di guerra, girò le spalle ai presenti e a grandi falcate uscì dallo studio sbattendo la porta. La giovane guardò attonita il marito, ed entrambi fissarono il geometra che cercò di dare una risposta.
“Capisco lo stupore, e immagino cosa vi state chiedendo” disse stringendosi nelle spalle “sì, quello è un vostro vicino, nonché proprietario di gran parte dell’immobile. Ma, non abbiate timore, basterà seguire poche regole e nessuno verrà ad importunarvi.”
Il palazzo, incastonato in una fila di fabbricati simili nell’architettura, era l’unico a non aver beneficiato dell’opera di restauro voluta dal Comune per abbellire il centro storico del paese. La facciata mostrava impietosa i segni del tempo. Il portone d’ingresso, bloccato ormai da anni su vecchi cardini arrugginiti, introduceva in un soffocato cortile interno. Unica nota di colore, a spezzare il grigio circostante, erano i grandi vasi dei gerani. Cresciuti cercando un’improbabile via di fuga verso la piccola porzione di cielo visibile dal fondo di quel pozzo, sovrastavano la vecchietta che li stava accudendo.
“Buongiorno, Elvira. Salgo con questi ragazzi, da oggi saranno i suoi nuovi vicini. Hanno affittato l’appartamento del signor Frontoni.” La donna, riconosciuta la voce dell’amministratore, si girò in direzione del trio sbucatole alle spalle. Pulì la mano destra dal terriccio sul grembiule e sorridendo la porse al ragazzo.
“Che gioia, finalmente una coppia di giovani in mezzo a questa bolgia di vecchie cariatidi sclerotiche.”
Il ragazzo contraccambiò la stretta squadrandola con aria interrogativa. “Kamal, la signora voleva dire che nel palazzo ci sono molte persone non proprio…giovanissime” corse in aiuto il geometra “sa, Elvira, Kamal e Yasmeen sono tunisini” continuò rivolto alla nonnina.
“Tunisini? Kamal e Yasmeen in cambio di Craxi? Direi che ci abbiamo guadagnato allora. Ma…la ragazza non porta il velo?” “No, signora! Abbiamo deciso di no” intervenne Kamal abbracciando la moglie che, non abituata a ricevere attenzioni in pubblico, arrossì.
Nel frattempo entrò fischiettando nell’androne un arzillo vecchietto a cavallo di una fiammante bicicletta rossa striata da sfumature gialle lungo il telaio. A colpire l’attenzione dei ragazzi non furono i colori sgargianti, ma gli enormi specchietti retrovisori. Ereditati da un’auto, troneggiavano sul manubrio come le corna sulla testa di un alce. Piroettò un paio di volte attorno al gruppetto al centro del cortile, e andò a parcheggiare il velocipede sotto al cartone, legato al muro con uno spago, recante la scritta
“Ragazzi, il signor Colombrozzi quando parlava di regole, non intendeva questo” precisò il geometra. L’anziano scese dalla bici, si avvicinò al trio, prese sotto braccio l’Elvira e con aria spavalda sentenziò. “A noi quello che dice il cartello del signor Aniceto Colombrozzi non ce ne frega niente. Non è vero, Elvira?”
“Dai mo’, Callisto, che se ti sente…”
“Ah, può anche sentire! Oh, stasera alla bocciofila c’è Amadori con la sua fisarmonica” disse mimando un passo di valzer “as bala stasira, Elvira. Fatti bella che ti passo a prendere.”
I giovani accennarono un sorriso, e seppur non avessero capito nemmeno la metà di quel dialogo, cominciarono a pensare che in fondo il calore di quelle persone sopperiva allo squallore dell’edificio. A rompere la gioiosa atmosfera del momento fu l’ingresso del Colombrozzi che, senza salutare, si avviò verso le scale seguito dagli sguardi dei presenti. Si bloccò. Tornò sui suoi passi e agitando l’indice ossuto verso Callisto, sbraitò.
“Lo so! Lo so che lo fai apposta, vecchio balordo. Ma l’ho già detto anche al geometra questa mattina. D’ora in poi qui si dovranno seguire delle regole e non voglio più vedere quella cosa qua dentro” disse indicando la bicicletta parcheggiata sotto il cartello di divieto. “Ma è solo una bici…” l’Elvira prese le difese dell’amico.
“Non ne approfitti, signora, se no faccio togliere anche i suoi gerani. Con tutto lo sporco che fanno!” chiuse così la conversazione e riprese soddisfatto la via delle scale, consapevole di aver dato una bella dimostrazione di forza di fronte ai giovani maghrebini. “Venite che vi faccio vedere l’appartamento” il geometra ruppe il momento di impasse, invitando i ragazzi a seguirlo.
Per tutto l’arco della giornata, l’andirivieni di Kamal lungo le scale carico di scatoloni e vettovaglie fu oggetto di particolare attenzione da parte del guardiano del fabbricato. Arrivato all’ultimo di questi viaggi, scese in strada per chiudere l’auto già sgombra. Dal gruppetto di persone che stazionava fuori dal bar di fronte, si staccò una figura che attraversò di corsa la strada urlando.
“Ehi! Sei tu il marocchino che è venuto a stare qui?”
“Sono tunisino. Comunque sì, sono io. Perché?” rispose garbato Kamal.
“Perché? Perché se non te lo ha detto nessuno il posto dove tu hai parcheggiato…‘sto cazzo di catorcio…” ringhiò con disprezzo all’indirizzo della Fiat Tipo “…è riservato alla mia auto” indicando la Mercedes di fronte al bar, dove il gruppetto di amici si godeva la scena sghignazzando.
“Ma questa è una strada pubblica. Non ci sono segnali” “Allora, non hai capito un cazzo. Qui lo sanno tutti che in questo posto ci parcheggio io” proclamò indicando i compagni sull’altro lato della strada che annuirono ridendo “quindi, vedi di spostarti in fretta. Hai capito, marocchino di merda?” gli urlò a pochi centimetri dal viso, forte della combriccola pronta ad intervenire. Gli occhi del ragazzo, iniettati di sangue ed il forte odore di alcool, fecero desistere Kamal dal continuare quella discussione.
“Ok. Vado via” disse.
Salì in macchina e si mise alla ricerca di un posteggio che a quell’ora appariva come un miraggio. Rientrando trovò la moglie sul pianerottolo delle scale in compagnia della signora Elvira.
“Guardare dono, Kamal” disse raggiante Yasmeen con le poche parole di italiano che conosceva, mostrando la pentola fumante. “Oh, non è niente. Vi ho visto lavorare tutto il giorno per il trasloco ed ho pensato vi avrebbe fatto piacere un po’ di minestrone. Immagino sarete stanchi e affamati, non è vero?”
Per una frazione di secondo respirarono aria di casa. Da tempo non erano oggetto di premure e una scodella di minestra calda, preparata da una persona conosciuta poche ore prima, li scosse nel profondo dell’anima. Kamal chinò il capo, portò la mano destra al cuore e con voce rotta riuscì a dire. buona. Salam aleikum, la pace sia con te.”
“No, sono solo vecchia, e credo di saper riconoscere le brave persone.”
“Entri, signora. Prego” la invitò la ragazza. L’Elvira non se lo fece ripetere due volte. Quattro chiacchiere si fanno sempre volentieri, pensò entrando. Nessuno dei tre sentì la porta dell’appartamento al piano di sotto chiudersi.
Le quattro chiacchiere si trasformarono ben presto in un invito a restare a cena. “Sempre che non debba andare a ballare con il suo amico” scherzò Kamal.
“Ma non diciamo stupidaggini. Callisto lo sa bene che io non ballo, è che il lupo perde il pelo ma non il vizio e ogni volta cerca di trascinarmi nelle sue avventure. Ma con me non attacca.”

SALAM ALEIKUM Pag.2

La serata trascorse piacevole. L’Elvira, ex insegnante di lettere alle scuole medie ed in riposo già da anni, fu colpita dalla padronanza della lingua italiana da parte del ragazzo, così lo tempestò di domande, soprattutto sui motivi che lo avevano spinto ad emigrare.
“Sapete, anche tra i miei avi c’è chi ha cercato fortuna oltreoceano, in America, tanti anni fa.” “Per noi invece, è qui l’America, anche se tanti di voi non sono contenti di questa invasione” disse Kamal raccontando il fatto di poco prima giù in strada “purtroppo sono arrivati parecchi delinquenti e forse viene spontaneo essere aggressivi.”
“Può darsi. Ma Max è un buono a nulla. Se ne approfitta perché è figlio di Colombrozzi.” “Ma era vestito come un direttore di banca!” “Ricorda, l’abito non fa il monaco: quello non ha nessuna voglia di lavorare. Suo padre gli ha trovato un impiego in un agenzia immobiliare, dove pare stia lì perché il proprietario è stato salvato dal fallimento proprio da Colombrozzi. Lui si vanta di fare affari miliardari, ma i suoi colleghi dicono che non è in grado nemmeno di vendere un garage.”
“Lui, casa qui?” chiese la ragazza.
“Certo, qua sotto, di fianco all’appartamento del padre. Ma non si sa mai in quale porta entri alla sera, dipende da quanto è ubriaco. Una volta lo hanno trovato addormentato sulle scale.”
“Ma, suo padre…” disse stupito il giovane “…così, rigido.”
“Suo padre, ora non ha più nessun controllo su di lui, doveva pensarci prima.”
“Prima? Quando?”
“Quando è rimasto vedovo con un figlio giovanissimo da crescere.”
“Ma è difficile per un padre sostituire la madre” cercò una spiegazione Kamal.
“Con un genitore che pensa solo ai quattrini, di sicuro! Max si è cacciato più volte nei guai, ed è solo grazie al denaro del padre che ha evitato almeno un paio di volte la galera.”
“Non tutti hanno questa fortuna.”
“Appunto, andata bene una volta non approfittarne. Nel corso degli anni poi, il padre ha tentato di farlo apparire per ciò che non era, ma le bugie hanno le gambe corte e a poco a poco Aniceto si è visto girare le spalle dagli amici che gli avevano dato un briciolo di fiducia.”
“Allora, perso il figlio, gli rimaneva solo il denaro.”
“Certo di quello ne aveva un sacco. Ma era solo. Solo come un cane. Anzi no, era in compagnia del suo disprezzo che ogni giorno aumentava vedendo i figli degli ex amici sistemarsi.” l’Elvira fece una pausa e guardò i ragazzi che non si erano persi una sola parola della storia. “Ma, datemi retta, quando Max è ubriaco è meglio girare al largo, soprattutto se è in compagnia degli amici, giù al bar.”
Dopo cena, la stanchezza nel volto dei ragazzi, esausti per il trasloco, si fece tanto evidente che l’Elvira decise di togliere il disturbo.
“Continueremo la chiacchierata in un’altra occasione. Ora vi lascio riposare.” Non passò nemmeno un minuto da quando Kamal chiuse la porta che, dal cortile sottostante, giunsero delle grida. Corse alla finestra e vide Max con i pantaloni abbassati, in evidente stato di ebbrezza, che stava annaffiando i gerani.
“Bevete la mia pisciiia…fiori di meerdaaa…”
A nulla servivano le grida dell’Elvira nel tentativo di fermare l’uomo che, accortosi di essere osservato dall’alto, si girò indirizzando il getto verso la finestra aperta.
“Ne vuoi anche tuuu…marocchino di merdaaa?”
“Serve aiuto, signora?” chiese Kamal senza prestare attenzione all’ubriaco.
“Non ha bisogno, la nonninaaa…” non terminò la frase. Nel tentativo di girarsi di nuovo verso i fiori, inciampò sui suoi piedi, perse l’equilibrio e stramazzò a terra nella pozza di urina. Dal piano di sotto sbatté una porta e la voce autoritaria del Colombrozzi ordinò dura.
“Max, in casa. Subito!”
L’ubriaco si alzò a fatica e barcollando raggiunse le scale. Tentò di ripulirsi alla meglio dalla poltiglia ma non fece che peggiorare la situazione.
“…Caazzooo, io piscio dove mi pare” cantilenava ondeggiando. Ma non appena imboccò la rampa uno scroscio d’acqua lo inondò costringendolo ad indietreggiare.
“Ho detto in casa, subito” urlò il genitore con il secchio gocciolante in mano.
L’Elvira assistette in silenzio alla scena e Kamal la vide entrare in casa rassegnata, lo stesso comportamento tenuto da Callisto dopo il rimprovero per la bicicletta.
L’arroganza di quell’uomo incuteva timore alle persone anziane che vivevano nel palazzo. Gli svariati tentativi, da parte di alcuni proprietari, di eseguire lavori di manutenzione, approfittando degli incentivi comunali, erano stati tutti affossati dal Colombrozzi. Lo considerava un inutile sperpero di denaro e poi non voglio aiuti dai rossi, era solito aggiungere riferito al colore della giunta. Forte dei suoi millesimi, obbligava gli inquilini, come Callisto e l’Elvira, sotto la perenne scure dello sfratto, a sottostare in silenzio ai suoi voleri.
Era per comportamenti di quel tipo che Aniceto in paese non aveva amici. Solo conoscenze di lavoro. Non se li porta mica nella tomba, vedrai che ci pensa quel disgraziato del figlio a spenderli, era la frase più ricorrente, tra i paesani, nel commentare l’avarizia dell’uomo.
La mattina seguente Kamal scese di buon ora. “Buongiorno” salutò incrociando Colombrozzi sul portone di casa. L’uomo, colto di sorpresa ebbe un sussulto, lo fissò per un istante accigliandosi poi, incurante della cortesia, riprese del suo passo. A Kamal però non sfuggì quel lieve movimento del capo, quasi un saluto.
Un piccolo passo avanti rispetto all’accoglienza di ieri. Pensò. Con il passare del tempo, nonostante la buona condotta della coppia nel seguire le leggi di quel microcosmo, il duro atteggiamento dell’anziano non mutò. Ma ciò che preoccupava maggiormente il ragazzo non era il mancato saluto dell’uomo, ma le attenzioni, sempre più pressanti, che Max riservava a Yasmeen.
“Non ci badare, vedrai che smette se non lo consideri.” Cercava di tranquillizzarla. Ma lei rientrava dal mercato ortofrutticolo, dove aveva trovato lavoro, ad orari in cui la combriccola si radunava al bar per l’aperitivo serale. Dapprima erano solo sguardi e qualche fischio, ma ben presto diventarono battute ogni giorno più pesanti. Yasmeen, in ventidue anni di vita, era passata attraverso l’arroganza di molti uomini, a cominciare dal padre autoritario, che le aveva rubato la speranza di vivere un grande amore promettendola in sposa in cambio di un fazzoletto di terra. Fino ai mercanti di sogni, che vendevano posti barca a peso d’oro per raggiungere l’Eldorado sull’altra sponda del Mediterraneo, da tutto ciò ne era sempre uscita indenne, eppure la strafottenza di quell’uomo la indisponeva.
“Non ne posso più!” esordì dopo l’ennesimo approccio
“Mi ha seguito fin sotto il portone stasera. Ho paura, Kamal.”
L’istinto del giovane fu quello di affrontare il molestatore, ma poi fu la razionalità a prevalere. “Ok, domani chiederò di anticipare l’uscita dal lavoro, così passo io a prenderti.”
La ragazza si sentì sollevata dalla proposta del marito e quella notte dormì serena. La presenza maschile al suo fianco servì in qualche modo ad acquietare gli animi e tutto parve tornare alla normalità. Una sera, al rientro dal lavoro, rischiarono di essere travolti da un’ambulanza che, a sirene spiegate, usciva dall’androne del palazzo.
“Cosa è successo?” chiese Kamal all’Elvira intenta a raccogliere dei calcinacci.
“E’ caduto un pezzo di tetto, da lassù” indicando il cornicione da cui si era staccato. “Ha preso Colombrozzi su una spalla.”
“Era lui sull’ambulanza? E’ grave?”
“Macchè grave. Quello c’ha la pellaccia dura.” intervenne Callisto che con un badile aiutava a ripulire lo spiazzo dai detriti.
“Se invece di spendere tutti quei soldi in cineprese, lo avesse aggiustato non sarebbe all’ospedale adesso!” “Non sono cineprese, sono telecamere Callisto.” lo corresse l’Elvira.
“Telecamere? Quali telecamere?” si stupì Kamal.
“Quelle che ha montato per controllarci.”
“Ma, dove sono?”
“Le ha nascoste bene. Una è sopra la porta del suo appartamento camuffata da lampada e l’altra si trova sul davanzale della finestra, quella che guarda sul cortile, dentro ad un finto vaso di fiori.” svelò l’Elvira. Da sempre appassionato di elettronica, Aniceto nel corso degli anni si era costruito un impianto di sorveglianza collegato con il videoregistratore di casa. Tutto per proteggere i suoi interessi, diceva, ma sotto sotto nascondeva un inguaribile voyeurismo, senza contare il fatto che per lui sapere, era sinonimo di potere.
Nel bel mezzo del discorso entrò nel cortile Max, aggirò il gruppetto senza accennare ad un saluto ma l’Elvira lo bloccò informandolo di quanto accaduto. “Max, è successo un incidente a tuo padre. Lo hanno portato all’ospedale.”

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“Si è beccato un pezzo di tetto sulla spalla.” aggiunse Kamal che, trovata una scopa, si unì al gruppo per le pulizie.
Il ragazzo si voltò e con aria scocciata chiese. “E’ morto?”
“No. Però ha preso una gran brutta botta.” rispose Callisto disgustato dalla reazione.
“Allora. Sono cazzi suoi. Vuol dire che il vecchio starà più attento la prossima volta. E tu, marocchino, non rivolgermi più la parola. Capito? Mai più!” disse guardandolo dritto negli occhi. Il tunisino sospirò e serrando con forza le mani sul manico della scopa riprese la pulizia del cortile. “Bravo, spazzare dove passiamo noi è il vostro lavoro.” continuò a blaterare mentre saliva le scale. Per tutta la notte una musica incessante, accompagnata da grida e sghignazzi, proveniente dall’appartamento di Max, martellò il palazzo. Cessò solo verso l’alba, quando Kamal uscì.
“Mi scusi, ma credo di non aver capito. Chi sta cercando lei?”
“Il signor Aniceto Colombrozzi. Mi hanno detto che è stato portato qui dall’ambulanza ieri sera.”
L’impiegata stupita entrò nel retro della portineria da dove uscì poco dopo in compagnia di un’infermiera che invitò il giovane a seguirlo.
“Venga che l’accompagno. Sa siamo colpite che qualcuno cerchi Aceto.”
“Aceto?”
“E’ così che lo chiamano in paese.”
Kamal seguì la donna lungo i corridoi del piccolo ospedale di provincia.
“Eccolo, è qui!” fece strada l’infermiera entrando nella stanza.
“Colombrozzi. C’è una visita per lei!” disse ad alta voce. La luce fredda del neon invase la stanzetta occupata dalle quattro persone che ancora dormivano. Aniceto aprì lentamente gli occhi, la spalla doleva, ma non c’era niente di rotto, aveva assicurato il dottore; il dolore sarebbe passato nel giro di pochi giorni. Impiegò alcuni secondi per mettere a fuoco la persona comparsa con l’infermiera, e, quando realizzò di chi si trattava, rimase basito, incapace di formulare un solo pensiero.
Kamal, facendosi coraggio, si avvicinò al letto e porgendo la sporta che aveva con sé disse “Buongiorno, signor Colombrozzi, la signora Elvira mi ha chiesto di portarle questo.” L’uomo guardò il ragazzo sempre più stupito. Prese il sacchetto e aprendolo ne studiò il contenuto. “C’è un pigiama, alcuni cambi di biancheria, sapone e rasoio” fece l’inventario Kamal “suo figlio stamattina non stava bene, allora sono venuto io prima di andare al lavoro.”
Gli altri pazienti, ormai svegli, seguivano con interesse la scena.
“Ora devo proprio scappare, se no faccio tardi. Auguri, signor Colombrozzi.” salutò Kamal prima di imboccare il corridoio.
“Ehi, tu…” lo chiamò qualche secondo dopo ad alta voce Aniceto.
Il ragazzo ricomparve sulla porta. “Mi ha chiamato?”
“Grazie.” disse l’uomo.
Nelle notti successive vi fu un progressivo aumento della baraonda. Persone sconosciute alla maggior parte degli inquilini che abitavano nel palazzo, entravano ed uscivano a tutte le ore dall’appartamento di Max. Ormai era chiaro, il lungo party sarebbe cessato solo con il ritorno dall’ospedale di Aniceto, evento che, contrariamente a quanto si potesse immaginare, tutti attendevano con ansia.
“Sembra che lo dimettano domani.” disse speranzosa l’Elvira incrociando sulle scale Yasmeen. “Speriamo. Non si riesce più a dormire.” “Senti. Adesso c’è silenzio.” “Lo so, ma io devo andare al lavoro.” constatò sconsolata la ragazza.
Era una serata gelida quando Yasmeen terminò il turno al mercato e si incamminò veloce cercando di vincere quel freddo pungente. Nel pomeriggio Kamal l’aveva avvisata di un suo possibile ritardo per un problema al lavoro. Arrivata davanti al vecchio portone di casa d’istinto gettò uno sguardo al bar. Non c’era nessuno. Troppo freddo anche per i cani, pensò entrando nell’androne. Con passo svelto raggiunse la scala avvolta nell’oscurità. Azionò l’interruttore, ma rimase nel buio più totale.
Non c’era niente di cui preoccuparsi, tanto meno per una stupida lampadina fulminata. Ma allora? La paura che sentiva montargli dentro? Era forse dovuta alla musica che usciva dall’appartamento al primo piano? Scacciò con forza il pensiero e con la punta del piede, trovato il primo gradino, salì facendo attenzione a non inciampare. Sul pianerottolo tese il braccio alla ricerca dell’altro interruttore, ma poco prima di raggiungerlo fu afferrata con violenza.
Non ebbe il tempo di urlare la sua paura che una mano con qualcosa di morbido le tappò la bocca, mentre un oggetto freddo le si poggiava sul collo. “Se provi a fiatare ti taglio la gola!” alitò una voce maschile intrisa di alcool alle spalle della ragazza. “Vieni” continuò con disprezzo “…facci vedere come scopa una puttana marocchina!” aggiunse costringendola ad entrare nell’appartamento da dove proveniva la musica. Paralizzata dal terrore e sotto la minaccia della lama, non oppose resistenza scivolando inesorabile in un abisso di paura.
“Ve lo dicevo ragazzi, è di vedute molto aperte la nostra marocchina di merda” ironizzò sarcastica.
“Guardate, non porta neppure il velo. Dai, facci vedere quanto sei aperta!” concluse mentre mani e labbra, mosse da una drogata eccitazione, davano inizio allo scempio.

Il mandrino riprese a girare, ed il braccio meccanico si mosse sicuro dalla sua sede verso l’utensile.
“Ottimo lavoro Kamal! Me ne ricorderò non temere!” riconobbe la persona in tuta dai capelli grigi. La soddisfazione, per l’esito positivo della riparazione, era evidente nell’espressione dell’uomo.
Stanco, ma contento per essere riuscito a sbloccare il vecchio tornio a controllo numerico, Kamal prese la strada di casa. L’anziano titolare dell’officina era sempre stato buono con lui e non se l’era sentita di abbandonarlo nel momento del bisogno. Da tempo non faceva così freddo ed il parabrezza della Tipo non ne volle sapere di scongelarsi durante il viaggio di ritorno. Parcheggiò sotto casa, ma solo in seguito si accorse di aver occupato il posteggio di Max. Ma chi se ne frega! Pensò raggiungendo le scale intirizzito dal freddo. Salì così al buio ripromettendosi quanto prima di sostituire la lampadina. La musica che da giorni imperversava nel palazzo era cessata ed il silenzio avvolgeva ora lo stabile. Sulla soglia di casa lo assalì una strana inquietudine. La porta era socchiusa. Entrò, cercando di abituare la vista alla semioscurità dell’appartamento. Nulla era fuori posto. Rabbrividì quando captò il lamento giungere dal bagno. Con il cuore in gola afferrò la statuetta di ottone da sopra il mobile all’ingresso ed entrò azionando l’interruttore.
Gridò.
La fredda luce del neon illuminava la scena in tutta la sua drammaticità. Il corpo di Yasmeen era rannicchiato tra la vasca ed il water. Gocce di sangue sul pavimento, sui vestiti laceri e lo sguardo inebetito perso nel vuoto non lasciavano dubbi su ciò che aveva subito la ragazza. Kamal cadde in ginocchio e piangendo abbracciò la moglie.
“Cosa ti hanno fatto, amore? Cosa ti hanno fatto? Chi è stato?” urlò tra le lacrime.
Ma solo una cantilena, accompagnata dal lento dondolio del capo, usciva dalle labbra della ragazza. Era una vecchia ninna nanna del loro paese, riconobbe Kamal.
Accecato dall’odio, si alzò. Scese di corsa le scale e si scaraventò con violenza sulla porta dell’appartamento di Max colpendola più volte con la statuetta.
“Bastardo, vieni fuori. Io ti ammazzo!” urlava invasato.
L’Elvira accorse spaventata dagli urli.
“Cos’è successo ragazzo?” chiese.
“Dov’è Max? Dove sei?” l’ira di Kamal non si placava “Ti troverò, bastardo!” continuava a ripetere diretto in strada in preda alla disperazione brandendo minaccioso il soprammobile.
La donna preoccupata rientrò in casa e corse al telefono a chiamare aiuto.
Il ragazzo piombò sul marciapiede, guardò in direzione del bar e con grande sorpresa udì Max che dall’altro lato della strada lo chiamava.
“Ehi, marocchino di merda, hai di nuovo parcheggiato il tuo catorcio nel mio posto!” Kamal con l’adrenalina al massimo si lanciò verso di lui nascondendo la statuetta.
“Cosa vuoi? Torna indietro marocchino, sposta quel cess…”
Il movimento del polso fu talmente rapido che Max non ebbe il tempo di reagire. La statuetta impattò all’altezza del naso che si frantumò con un rumore raccapricciante. D’istinto Max si portò le mani al volto e Kamal ne approfittò sferrando con violenza un calcio ai testicoli. Il contraccolpo ai bassifondi lo costrinse a piegarsi in avanti mentre una ginocchiata al volto lo spediva lungo disteso sul marciapiede. Con il viso ridotto ad una maschera di dolore tossiva e sputava grumi di sangue contorcendosi come una serpe sul selciato. Alcune persone uscirono dal bar ed accorsero allarmate nel tentativo di sedare la rissa.
Kamal, urlando vendetta, si avventò con furia sul corpo a terra colpendolo alla cieca, prima che qualcuno riuscisse ad immobilizzarlo. I carabinieri lo arrestarono ancora in stato confusionale, con l’accusa di tentato omicidio. L’ambulanza, nel frattempo, soccorreva Max privo di conoscenza mentre il maresciallo La Porta cercava di capire cosa avesse scatenato la furia dell’extracomunitario raccogliendo testimonianze.

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“Mi dispiace solo di non avergliele date io, maresciallo, a quello sbruffone.” asserì dispiaciuto Callisto. “Presto, chiamate un’altra ambulanza!” gridava l’Elvira allarmata correndo loro incontro “Venga maresciallo, al secondo piano. Oddio povera ragazza! Oddio!” ripeteva disperata tenendosi la testa tra le mani. I pazienti dormivano già da un’ora quando, dal fondo del corridoio, comparvero due figure. L’infermiera del turno di notte indicò la persona che stava guardando in strada attraverso la vetrata della piccola sala d’attesa del reparto. Il carabiniere ringraziò la donna e la raggiunse.
“Buonasera, signor Colombrozzi.”
“Buonasera, maresciallo” rispose Aniceto cercando di celare la sorpresa dietro al solito sguardo corrucciato.
“E’ successo un incidente qualche ora fa.”
“E cosa c’entro io? Sono qua da qualche giorno!”
Ecco cos’era quel via vai di ambulanze. Pensò.
“C’entra suo figlio. Ha avuto la peggio in una colluttazione con un ragazzo tunisino che abita nel vostro stabile.”
Aniceto non si scompose durante il racconto degli eventi “…Kamal accusa quindi Max ed i suoi amici di essere gli esecutori dello stupro della moglie.” terminò il maresciallo.
“Ma chiedetelo a lei da chi è stata violentata.”
“La vittima è sotto choc, sembra aver perso la ragione.”
“E venite a chiederlo a me?”
“No, per ora mi basta sapere se ieri, nel tardo pomeriggio, suo figlio è venuto a farle visita, come asseriscono gli amici.”
“Si. E’ venuto!” mentì.
“A che ora?”
Colombrozzi non aspettandosi la domanda rispose vago.
“Stava calando la sera, ma non era ancora buio.”
“Grazie, per ora può bastare. Appena suo figlio riprenderà i sensi lo interrogheremo.”
Aniceto lo guardò allontanarsi e non appena scomparve scese al reparto di pronto soccorso alla ricerca del figlio. Bendato e sotto sedativo, aveva perso l’aria spavalda di sempre.
“Brutta faccenda, signor Colombrozzi…” spiegò il medico di turno notata la presenza del padre in corridoio “…abbiamo riscontrato la rottura del cranio all’altezza della cavità oculare sinistra, il naso rotto e sei denti sbriciolati.”
Ma quale furia si era impossessata del tunisino? Si chiedeva guardando il corpo martoriato del figlio. “Ma ora mi scusi, è arrivata l’ambulanza. Una sala operatoria lo sta aspettando al traumatologico.” “Si, certo.” rispose scioccato, mentre i portantini lo caricavano sull’ambulanza. Passò sveglio la notte più lunga della sua vita, ma non era il dolore alla spalla a renderla insonne, piuttosto la consapevolezza di aver mentito al maresciallo. Così, d’istinto. Senza una vera ragione. Dubitava forse del figlio? Tanto da fornirgli un alibi? Il tarlo del dubbio continuò a rodere imperterrito mentre si faceva spazio un nuovo sentimento che saliva lento dal cuore sgretolando quella corazza che credeva inattaccabile, fino a sfociare, nel buio della notte, in un lungo pianto silenzioso quanto liberatorio. Entrò nel chiostro poco prima di mezzogiorno. L’uomo, colto di sorpresa, si mosse veloce per spostare la bicicletta.
“Non importa Callisto, lasciala dov’è.” disse mesto
Aniceto diretto alle scale. I sigilli apposti dalla questura ed una fettuccina gialla, impedivano l’ingresso nell’appartamento del figlio.
Ma non aveva bisogno di entrarvi, le risposte ai tanti dubbi che affollavano la sua mente sapeva di trovarle altrove.
Uscì a pomeriggio inoltrato dopo aver chiuso con cura tutte le finestre.
“Buonasera, signori…” salutò con garbo “…copriteli bene quei gerani.” concluse.
“Certo…” rispose l’Elvira esterrefatta dalla insolita gentilezza.
“Buonasera a lei…” ricambiò la cortesia uno sbalordito Callisto intento a legare i nailon di copertura sulle piante.
“Hai visto che eleganza, Elvira?”
“Dovrà andare dal suo avvocato per veder di tirar fuori dai guai il figlio anche questa volta.” ammise con rammarico la donna.
“Non so, c’è qualcosa di strano. Come se…fosse in pace con il mondo.”
Aniceto entrò nel bar sotto casa e seguito dagli sguardi increduli degli abituali avventori presenti, ordinò brioche e cappuccino. “Con molta schiuma.” si raccomandò. Consumò il tutto in silenzio e, senza aspettare il resto, uscì lasciando sul banco dello sbalordito barista una banconota da diecimila lire. Frugò nelle tasche del pastrano ed insieme ad alcune palline di naftalina recuperò le chiavi di scorta della mercedes del figlio. Erano lì dall’anno scorso, da quando l’aveva usata per presentarsi al funerale della sorella e fare così colpo sui parenti che non vedeva da anni. Che idiozia, pensò mentre avviava il motore. Si recò quindi dall’avvocato, come aveva previsto l’Elvira, proseguendo poi in direzione della caserma dei carabinieri.
“Buonasera. In cosa posso esserle utile?” domandò l’appuntato all’ingresso.
“Sono Aniceto Colombrozzi. Dovrei lasciare questo pacchetto per il maresciallo La Porta. Mi raccomando, è urgente!”
“Entri! Il maresciallo è nel suo ufficio.”
“No, non importa. Glielo dia lei la prego.” disse tornando sui suoi passi sotto gli occhi del giovane carabiniere che guardò preoccupato la manovra di retromarcia intrapresa dall’anziano.
Girovagò più volte lungo la via centrale del paese e, quando decise di fermarsi, parcheggiò nella piazza a quell’ora deserta. Seduto al posto di guida si perse a contemplare la grande facciata della parrocchia. Sono nel posto giusto per mettermi in pari. Allungò una mano dentro la borsa nera, sua inseparabile compagna negli anni, ed in breve trovò quel che cercava.
Erano passate solo ventiquattro ore da quando aveva appreso la notizia dal maresciallo e la sofferta decisione, nata nella notte e maturata durante il giorno, non poteva rimanere disattesa. D'altronde era giusto così. E, dopo anni, sul suo volto comparve un sorriso. Era soddisfatto del lavoro svolto dalle nuove micro telecamere adatte alla visione notturna, con cui aveva sostituito le vecchie ed obsolete bianco e nero da sopra la porta d’ingresso e dalla finestra. Sorrideva compiaciuto, pensando all’espressione del maresciallo, intento a guardare la registrazione sulla video-cassetta appena consegnatagli dall’appuntato e che condannava in modo inequivocabile suo figlio Max.
Sghignazzò con gusto, ripensando allo stupore mostrato poco prima dall’avvocato per le modifiche apportate al testamento, a favore di un istituto di beneficenza. E, senza più controllo, continuò a ridere sguaiatamente quando estrasse la mano dalla borsa nera impugnando una calibro ventidue.
Sì, era giusto così!
Pensò, mentre poggiava la fredda canna della pistola alla tempia.

"Storia della follia nell'età classica" di Michel Foucault

Prefazione

Dovrei, per questo libro già vecchio, scrivere una nuova prefazione. Confesso di non averne affatto voglia. Avrei un bel provar mici: finirei certamente col volerlo giustificare per quel che era e per reinscriverlo, nella misura del possibile, nell’oggi. Possibile o no, abile o no, non sarebbe onesto. Non sarebbe soprattutto conforme a quel che deve essere, rispetto ad un libro, la riserva di chi l’ha scritto. Un libro si produce, avvenimento minuscolo, piccolo oggetto maneggevole. E’ da questo momento preso in un gioco senza posa di ripetizioni; i suoi doppi, attorno e lontano da lui, si moltiplicano; ciacun lettore gli da, per un istante, un corpo impalpabile e unico; frammenti circolano, che sono fatti passare per lui, che si dice lo contengano quasi tutto e nei quali alla fine gli capita di trovare rifugio; i commenti lo raddoppiano: altri discorsi in cui deve infine apparire lui stesso, riconoscere le cose che ha rifiutato di dire, liberarsi di quel che, rumorosamente, fingeva di essere. La riedizione in un altro tempo, in un altro luogo, è daccapo uno di questi doppi: né completa illusione né completa identità.
Per chi scrive il libro, grande è la tentazione di dettar legge a tutto quello sfarfallamento di simulacri, di prescriver loro una forma, provvederli di un’identità, imporgli un contrassegno che dia a tutti un certo valore costante. “Sono l’autore; mirate il mio volto o il mio profilo; ecco a cosa dovranno rassomigliare tutte quelle figure raddoppiate che circoleranno sotto il mio nome; quelle che se ne allontaneranno non varranno nulla; e il valore delle altre, è dal grado di rassomiglianza che voi potrete giudicarlo. Io sono il nome, la legge, l’anima il segreto, la bilancia di tutti quei doppi”. Scrive così la Prefazione, atto primo mediante il quale inizia a stabilirsi la monarchia dell’autore, dichiarazione di tirannia: la mia intenzione deve essere il vostro precetto ; la vostra lettura, le analisi, le critiche, voi le piegherete a quel che io ho voluto fare, e sforzatevi di capire la mia modestia: quando parlo dei limiti della mia impresa, intendo limitare la vostra libertà. Sono il monarca delle cose che ho detto, su cui conservo una eminente sovranità: quella della mia intenzione e del senso che ho voluto attribuire.
Mi piacerebbe che un libro, almeno dalla parte di chi l’ha scritto, non fosse nient’altro che le frasi di cui è fatto; che non si sdoppiasse in quel primo simulacro di se stesso che è una prefazione, e che pretenda di imporre la propria legge a tutti coloro che negli anni a venire potranno essere formati da lui. Vorrei che questo oggetto-avvenimento, quasi impercettibile fra tanti altri, si ricopiasse, si frammentasse, si ripetesse, si simulasse, si raddoppiasse, sparisse infine senza che la persona cui è capitato di produrlo possa mai rivendicare il diritto di esserne il maestro, di imporre quel che voleva dire, né di dire quel che doveva essere. In breve, mi piacerebbe che un libro non si assegnasse da sé quello statuto di testo cui la pedagogia o la critica sapranno ricondurlo; ma che avesse la scioltezza di presentarsi come discorso: battaglia e, insieme, arma, strategia e urto, lotta e trofeo o ferita, congiunture e vestigia, incontro irregolare e scena ripetibile.
Questo è il motivo per cui alla richiesta che mi è stata fatta di scrivere per questo titolo di nuovo edito una nuova prefazione, non ho potuto rispondere se non una cosa: sopprimiamo allora la precedente. L’onestà sarà questa. Non cerchiamo né di giustificare questo vecchio libro né di reinscriverlo oggi; la serie di avvenimenti cui appartiene e che sono la sua vera legge, è tutt’altro che conclusa. Quanto alla novità non fingiamo di scoprirvela come una riserva segreta, come una ricchezza al primo colpo non scorta: è fatta unicamente delle cose che sono state dette sul suo conto, e degli avvenimenti nelle quali è stato coinvolto.
Mi limiterò ad aggiungere due testi: il primo, già pubblicato, in cui commento una frase che avevo detto un po’ alla cieca “la follia, l’assenza di opera”; l’altro inedito in Francia, in cui cerco di rispondere a una notevole critica di Deridda.
- Ma avete fatto una prefazione.
- Almeno è breve.

Michel Foucault

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"Sulle ali delle aquile" di Ken Follet

Fino a quel momento, la vita era stata generosa con Ross Perot.
Il mattino del 28 dicembre 1978 era seduto al tavolo della colazione nella sua baita di montagna a Vail nel Colorado, e Holly, la cuoca, lo stava servendo.
Appollaiata sul fianco della montagna e seminascosta dall'abetaia, la "baita" aveva sei stanze da letto, cinque bagni, un soggiorno di cento metri quadrati e una "sala doposci" con una vasca Jacuzzi davanti al camino. Era una casa per le vacanze.
Ross Perot era ricco.
Aveva fondato l'EDS con mille dollari e adesso le azioni della società - lui ne possedeva personalmente più della metà - valevano parecchie centinaia di milioni di dollari. Era l'unico proprietario della Petrus Oil and Gas Company che aveva riserve per un valore d'altre centinaia di milioni. E aveva anche grosse proprietà terriere a Dallas. Era molto difficile calcolare quanto denaro possedeva - molto dipendeva dal modo di contarlo -  ma certamente più di cinquecento milioni di dollari e probabilmente meno di un miliardo.  
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"The big" di Alessio Pracanica

La pizza ai peperoni

Il ragazzo del pizza express eseguì una frenata perfetta, poi scaraventò la pizza contro il tizio sul marciapiede e se ne andò.
Nei pochi miserabili secondi che seguirono, il tizio sul marciapiede, riflettè brevemente sulle diverse ipotesi.
A) Pulirsi le scarpe, un paio di stupendi mocassini nero lucente, dal misto di formaggio-pomodoro-peperoni, ancora fumante come una colata lavica multicolore.
B) Vomitarci sopra e completare l’opera.
C) Estrarre la pistola e centrare la schiena di quel fesso che si allontanava.
E’ difficile fare certe scelte, se il tizio sul marciapiede sei tu.
Scelsi la prima, sospirai e con sovrumana pazienza estrassi di tasca il fazzoletto per ripulire il tutto. Si, lo so. E’ dura essere umiliati pubblicamente e rimanere calmi. Estrarre di tasca qualcosa di candido, morbido al tatto, invece di un’anima compatta in liscio metallo. Puzza quasi di resa, di bandiera bianca. Non so perché quell’idiota abbia fatto una cosa simile. Davvero. Non che l’abbia insultato o qualcosa del genere. Mai visto prima. Fanculo, non l’avevo nemmeno ordinata io la pizza. Mai prendere roba con i peperoni a quell’ora. Ti rimane sullo stomaco tutta la notte. Ed una volta che il bruciore è partito, il bicarbonato non basta. Immagino che il fesso mi avesse scambiato con qualcun altro, oppure era semplicemente uno dei tanti scazzati in giro per le strade. Magari, proprio in quell’esatto momento, aveva realizzato che prendeva una paga da fame e si era liberato della pizza, dando ufficialmente le dimissioni. Non mi pareva il tipo che manda lettere, per troncare un rapporto di lavoro. Diciamo che la mia faccia sembrava un buon bersaglio. Forse assomigliavo a quello che lo mandava in giro a consegnare pizze in cambio di una miseria. Oppure chissà. Forse mi ero scopato sua sorella. Più probabilmente la madre, a giudicare dalla differenza d’età. Insomma, per un qualsiasi schifoso motivo, aveva deciso di tirarmi addosso la pizza ed andarsene. Il mondo è pieno di pazzi. Finii di pulire le scarpe e i pantaloni, quindi gettai il fazzoletto nel bidone più vicino. Fischiettai per darmi un contegno e cominciai a passeggiare mani in tasca. D’accordo, avevo i pantaloni sporchi di salsa di pomodoro e neanche cinque minuti prima mi avevano tirato addosso una pizza, per imperscrutabili motivi. Comunque la pizza l’avevo schivata e le macchie di salsa non si notavano nemmeno, alla fioca luce dei lampioni. Non era una bella serata, ma ne avevo viste di peggiori. Certe volte bisogna accontentarsi.
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"Thomas Jay" di Alessandra Libutti

In the Dim, in the Light

1 novembre 1996

Mia cara Ailie,
ancora non sono sicuro di sapere perchè mi chiedi di raccontarti la mia storia, nè so cosa intendi trovare tra I risvolti cupi e luminosi della mia esistenza, ma visto che da un anno non mi dai pace e non ho motivo di nascondertela, mi inoltrerò in questa strana avventura I cui esiti sono ancora incerti.
In cielo, in terra e in ogni luogo, sia fatta la tua volontà.

Prima di scalare le vette del successo, Thomas Jay non esisteva neanche, aveva lo stesso volto ma un altro nome. E molto prima che esistesse, la sua caduta era già cominciata.
Come hai già scoperto da sola, sono nato ad Arezzo un decennio prima che l’uomo mettesse iede sulla Luna, quando la TV entrava nelle case e la guerra era già un ricordo.
Mio padre era un musicista di poco talento. Girava con la sua chitarra sempre in spalla e portava la zazzera alla Elvis. Non l’ho mai conosciuto: sognava l’America e lì finì male. Mia madre invece era figlia delle truppe alleate. L’ho viata per la prima volta che avevo quasi dodici anni. Non fu un grande idillio.
A prendersi cura di me intervennero due forze della natura che avevano ben poco in comune (le si sarebbe dette Yin e Yang): mia nonna e sua sorella “di latte”, Lillina.
Mi tirarono si con simpatia e con i vecchi vestiti di mio padre: la Lilina arrangiandosi con lavori saltuari e mia nonna impartendo lezioni private ai rampolli che se lo potevano permettere. malgrado ciò, nonmi fecero mai mancare nulla e crebbi, così, spensierato, coi piedi scalzi e i libri in mano.
Andavano d’accordo come cane e gatto ma si volevano un gran bene. Mia nonna tirava la carretta tra la scuola elementare e le teste dure che riempivano i pomeriggi del nostro soggiorno, così pieno di libri che non ci si poteva neanche camminare, e dal quale, in tali occasioni, ero rigorosamente bandito. Così io, senza troppo curarmene, trascorrevo in strada gran parte del tempo a razzolare selvaggio, oppure rifugiato in cima a un albero a leggere tutto quello che mi capitava per le mani.
La Lillina invece, faceva quello che poteva, con una gamba malconcia e il diabete. Nella vita aveva avuto poca fortuna, e tutto quello che il destino le aveva dato, prima o poi se l’era anche ripreso. Di figli ne aveva messi al mondo otto, tre morti nella prima infanzia, quattro durante la guerra e uno dopo. Ma lei non si era mai lamentata. Era uno di quegli esseri semplici il cui cuore gonfio era capace solo di elargire amore, e che i colpi della vita non avevano indurito ma addolcito come una carezza.
… mia nonna sembrava un tipo austero e rigoroso, amante dell’ordine e della disciplina. Ma se si raschiava un po’ la superficie, e le si dipingevano addosso dei vestiti un po’ più alla moda, le si scopriva una vità d’adolescente e l’impeto di una Giovanna d’Arco. Era anarchica fino all’ultima goccia di sangue.
Di statura era modesta e il corpo così esile da far temee che un colpo di vento l’avrebbe portata via, ma la personalità fiera e battagliera rendeva quel fragile fuscello una quercia che avrebbe resistito a qualsiasi uragano.
La Lillina al contrario, era rotondetta e paziente, coi fianchi sformati dalle gravidanze e le mani consunte dal freddo dei panni lavati alla fontana. Aveva un sorriso dolce e pieno di sofferenza ma dalle grandi aspettative. Era analfabeta e devota al cielo della propria ignoranza che la rendeva umile tra gli umili. E credo che avesse acconsentito che le insegnassi a leggere e scrivere come un atto di sottomissione a una volontà superiore, la mia. Per me avrebbe fatto qualsiasi cosa.
La mia vita era cominciata così, come un sogno dal quale non avrei mai voluto risvegliarmi: correndo in cima ad una collina e gridando agli aeroplani con un aquilone fatto di ritagli di giornale in una mano.
La felicità era in una giornata di sole.
Per queste due donne così diverse ma, ciascuna a modo suo, di un’umanità incandescente, ero stato un dono che avevano accolto come un miracolo. Quasi si sarebbe detto veramente che mi avessero trovato sotto un cavolo. Ero Giacomino sulla pianta di fagioli e Pollicino che semina le briciole. La mia infanzia la percorsi così tra la realtà che non sempre mi appariva come tale e la fantasia che invece mi pareva così reale.
Avevo mille nomi e non mi fermavo mai…

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"Ultimi quaranta secondi della storia del mondo" di Stefano Santarsiere

In fondo al giardino

E’ una messinscena, pensò il professor Belisario, mentre i paesani si affollavano all’imbocco del vialetto della scuola elementare.
Arrivavano di corsa da ogni angolo di Santerio, pallidi, con il respiro corto. Scorgevano il corpo del prete in mezzo all’erba e si nascondevano il volto dietro le mani. Belisario sentiva il rumore di tacchi sull’asfalto aumentare con il trascorrere dei minuti, sommarsi all’incessante frinire di cicale.
I rappresentanti dello Stato, invece, erano giunti da Lizzano e da Potenza: figure in tuta bianca con la scritta ‘Polizia scientifica’ a caratteri scuri sulla schiena, che brulicavano all’interno di un’area transennata.
In quel pezzo di giardino don Pietro Miraglia era già al di fuori di Santerio, competenza di un’autorità che non riguardava più la gente
comune.
L’idea della messinscena era nata nell’istante in cui Belisario aveva intravisto il cadavere fra le ortiche del giardino della scuola, nella vampa precoce delle nove. Sembrava una nuova forma di misticismo, degna di quell’eccentrico parroco. Una specie di penitenza. O una rimostranza, perché in quel posto c’erano troppe ortiche per un giardino bazzicato da scolaretti; Belisario ne avvertiva l’odore a dieci metri di
distanza e gli veniva da pensare ai preparati alle erbe di sua cognata Elena.
L’unica personalità di Santerio ammessa oltre le transenne era il dottor Mercuri, che si affaccendava intorno al cadavere con aria incredula.
I sacchetti di plastica che gli avevano infilato ai piedi lo facevano somigliare a un fantoccio di marzapane. Era un medico di paese abituato a somministrare analgesici e qualche antibiotico, tutto a un tratto alle prese con una faccenda da film.
Belisario lo sentì rivolgersi al commissario con un filo di voce: “Non meno di quattro, cinque ore.” Mercuri si asciugò la fronte con un fazzoletto appallottolato, e aggiunse: “Ha il cranio fratturato. Ma sia chiaro che io non sono un medico legale.”
Un poliziotto stava ancora interrogando Beppe Ferruzzo, il proprietario del negozio alimentari di fronte alla scuola, che aveva scoperto il cadavere.
Un mozzicone spento nella mano destra, ripeteva la stessa versione dei fatti esibendo l’espressività di una lapide. Stava scaricando una partita di acqua minerale dal furgone quando aveva scorto la sagoma
scura in mezzo all’erba. Aveva urlato come un ossesso per più di cinque minuti. All’accorrere dei primi paesani si era placato, si era acceso la sigaretta, aveva messo su quell’espressione di pietra e non si era più mosso dal vialetto.
Le casse di acqua minerale erano ancora davanti al negozio,il retro del furgone spalancato.
Su tutta quella scena, appena fuori dalla zona circoscritta dalle transenne, lo sguardo del commissario di pubblica sicurezza vagava come una rete da strascico. Era un energumeno in maniche di camicia infastidito dal caldo e dai curiosi. Due o tre volte al minuto chiedeva al sottoposto impalato al suo fianco di scrivere delle cose su un taccuino.
Con atteggiamento riguardoso, il professore lo avvicinò. “Mi chiamo Giovanni Belisario,” disse. “Sono insegnante di italiano alla scuola media.”
Il commissario non lo degnò di uno sguardo. Osservava un poliziotto munito di macchina fotografica chinarsi sul volto del prete: un occhio era semiaperto, l’espressione congelata in uno stato simile a un tormentoso dormiveglia. Il poliziotto scattò la foto a distanza ravvicinata. Nello stesso istante, un singulto doloroso fece voltare tutti verso l’angolo di giardino dove la sacrestana Matilde Scarpetta, aggrappata alla spalla della signora Gianneo, piangeva senza sosta.
“Come possono avergli fatto una cosa del genere?” insisté il professore gettando uno sguardo verso il batticarne affondato nell’erba, di fianco a una lettera ‘A’ stampata su un cartoncino giallo.
“Ha qualcosa da dichiarare in proposito?” rispose brusco il commissario.
Belisario esitò, colto di sorpresa. “No, niente da dichiarare. Mi chiedo solo chi può aver concepito un atto così ignobile.”
“E’ quello che intendiamo scoprire, se ci lascia lavorare.”
Il commissario si rivolse al sottoposto, il tizio che gli stava vicino con taccuino e penna. Gli sussurrò qualcosa. Il tizio scrisse rapidamente.
Nel frattempo, in mezzo alla gente in cima al vialetto era apparso quell’uomo. Il nuovo vicino di Belisario. Indossava un paio di pantaloni di tessuto leggero a tasconi, in cui teneva infilate le mani, e una maglietta grigia che gli fasciava il magro busto. Era la prima volta che capitava così vicino al professore, da quando un mese prima si era installato nella villetta di fronte alla casa di Belisario, e questi notò che era più giovane di quanto gli fosse sembrato la prima volta.
Dimostrava poco più di una trentina d’anni. Osservava la scena con atteggiamento distante, non proprio indifferente, ma era come se non vi trovasse granché di strano o tragico.
Un’ora dopo, a casa sua, Belisario si ricordò di Carlo. Preso da quei pensieri aveva dimenticato di controllargli la febbre.
Lo trovò seduto sul letto, indicò la cosa che aveva in grembo e disse: “E’ un diario?”
Il ragazzo si affrettò a chiuderlo e coprì la copertina con la mano. “Proprio così.”
Belisario gli sorrise. “Cosa scrivi?” Gli poggiò una mano sulla fronte; la temperatura sembrava normalizzata.
“Cerco di fare un po’ di chiarezza.” Il ragazzo lo osservava con occhi ancora un po’ infossati. Le labbra e le guance avevano ripreso colore.
“Vuoi dire che ti sei messo a scrivere per conoscere te stesso, come dicono gli intellettuali?”
“Diciamo così.”
Per quel che ne sapeva, era la prima volta che il figlio si dedicasse a quel genere di attività. “Non stai morendo di caldo?” Gli toccò la base della nuca notando che era madida di sudore. “Su, togli la copertina.” Fece per scostare il copriletto ma Carlo gli bloccò la mano.
“Aspetta... Sento un po’ di freddo alle gambe.”
Belisario gli rivolse uno sguardo più vigile. “Fra quante ore devi prendere l’antibiotico?”
“Cinque. Parlami di quello che sta succedendo fuori.” Con un gesto rapido Carlo infilò il diario sotto le coperte. Il professore finse di non farci caso.
“Perché, hai sentito qualcosa?”
“Chiacchiere di gente spaventata. Sotto la finestra della sala
da pranzo.”
“Che ci facevi in sala da pranzo?”
“Sono andato a prendermi un bicchiere della limonata di zia Elena. Allora, me lo dici che succede?”
“Te lo dico più tardi.” Evitando gli occhi del figlio prese il termometro sul comodino e lo passò al ragazzo da sotto il lenzuolo. “Vediamo se c’è febbre,” disse.
Carlo obbedì, guardando il padre con attenzione. Belisario afferrò il bicchiere con il residuo d’acqua servito per mandare giù le pillole e uscì dalla camera.

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"Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta" di Michele Marziani

Quando ho visto brillare gli occhi di Nas di fronte alla mia Umberto Dei allora ho capito: la cultura è universale, altro che storie. È successo un pomeriggio di quelli in cui la luce nella bottega entra di taglio, quando il cielo è pulito e si sente il profumo dei glicini sul naviglio. Il ragazzo è entrato e sembrava un marocchino come gli altri, quelli che vengono a vedere se possono mettersi a posto la bicicletta coi tuoi attrezzi e se va bene ti lasciano un paio di euro, sennò si portano via pure una chiave o le pezze col mastice. Di solito non m’importa e li lascio venire. Non mi piace che di questa città si dica nel mondo che c’è diffidenza. Anche se a dirla per intero sarebbe pure così, ci si guarda tutti con un po’ di sospetto, anche qui sulla Martesana. Ma io vengo da un’altra vita, ho imparato che è meglio farsi portar via una chiave che lasciare la gente a piedi in mezzo a una strada.

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"Un sogno di torta fritta e marzapane" di Beatrice Valsecchi

Sfranto, 5 Luglio 1982

In quell’era ancora non esistevano i cellulari e per telefonare alla nonna, rimasta in città, si andava al caffé, dove, avventurandosi con fiducia nel budello oscuro che era la saletta, si arrivava a una piccola cabina con un telefono a scatti. Si premeva l’interruttore della luce e ci si stipava dentro in due; la porta chiudendosi faceva un rumore come di risucchio e si creava un’atmosfera rarefatta, in cui l’ossigeno mancava molto prima che la cornetta desse il segnale della linea libera. Mi piaceva stare lì nella cabina illuminata, circondata dal buio, come i concorrenti del Rischiatutto, con la guancia premuta contro la pancia della mamma, tanto da uscire con l’arricciatura della gonna stampata in faccia. Sì, si portavano gonne arricciate e la 44 ancora non era una taglia da obese… sembra un millennio fa.

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"Vanitas" di Gianluca Valenti

III Sulla menzogna

“Questa è la storia di Vacca Vittoria:
morta è la vacca, finita la storia.”
Così mi rispondeva mio papà
le sere in cui per cedere alla veglia
chiedevo un palliativo di sonnifero,
quando la voglia di ascoltare storie
vinceva sopra quelle di narrarle.
Ma era davvero dolce la finzione,
non mi accorgevo di essere un fantoccio
in mano ad un fasullo cantastorie?
Da piccoli crediamo ad ogni cosa,
siamo così inesperti della vita:
manifestiamo lo stesso stupore
per una lampada che va in frantumi,
per un canguro o un’eclissi di sole.
C’era un bambino che credeva agli elfi,
al topolino che porta via i denti,
alla Befana, Dio, Babbo Natale:
ricordo ancora quel fanciullo ingenuo,
avvoltolato sotto le coperte,
che confidava a Gesù i desideri,
le sue speranze, i timori, i problemi
che il Dio bambino ascoltava in segreto.
Babbo Natale non sbagliava mai,
indovinava i migliori regali
senza bisogno di scrivergli un rigo;
il topolino era ricco davvero
e aveva più di un milione di denti
per farci il bagno come Paperone;
dall’uomo nero stavi un anno intero
ed il mago di Oz esisteva davvero;
ma la più bella ed attesa fra tutti,
la sola che realmente mi ammaliava
veniva con le scarpe tutte rotte
veniva con la gonna alla romana
volava sulla scopa la Befana!
Niente è per sempre ed il bimbo imparò:
cadde in battaglia la prima cicogna
mentre pareti tuonanti d’amore
davano acute nozioni di vita.
Nessun folletto nessun uomo nero
vennero a farmi balzare dal letto,
senza lasciare alcuna tipo di tracce
tutti morirono senza rumore.
Anche il ciccione, la renna e la slitta:
mi rubò tutto la mia adolescenza,
prese i ricordi e lasciò le ferite,
e chissà chi si occupò di cucirle.
Pensando fosse un processo normale
pensando avessi bisogno di tempo
pensando amando dormendo mangiando
la vita prese il normale destino
d’incanalarsi in mediocre esistenza,
a ogni illusione infantile preclusa.
Secondo loro, scelto a votazione
soltanto Dio non doveva sparire
(forse in ragione del soffio vitale?),
perdersi in tumuli d’ossa e preghiere
e nell’effimera gioia annegare.

“Mettiamoci seduti, contrattiamo.
Mi devi dare almeno l’occasione
di sbalordire per un tuo miracolo:
trasforma queste mele in albicocche
ed io consacrerò per te la vita”.
Ma nulla accadde, e il mio fittizio dialogo
si palesò ben presto per monologo;
non persi l’animo ma continuai
a interpellare il silenzioso oracolo.
“Dammi la morte, son qui, sono pronto,
mi sarà lieve, attenuerà il dolore”
gli dissi dopo avergli confessato
i miei peccati ingenui di bambino;
“toglimi adesso il mio fragile spirito;
la pietra tende al basso, il fuoco all’alto:
sono sicuro che andrei in Paradiso”.
Uscendo mestamente dalla chiesa
pieno di vita ritornavo a casa:
non ritenendomi degno abbastanza
non riprovai a dialogar con Dio,
ma spenta ogni speranza nell’attesa
lo disprezzai per l’ultima sua arresa
al mondo immaginario dell’infanzia;
né le minacce d’orchi, né il munifico
Babbo Natale, né il grillo parlante
che mi doveva indirizzare al bene,
poteron vincere la delusione
dell’esperienza d’irrealtà divina:
il vuoto che lasciò fu senza uguali
e a confessarlo fuggon le parole.
Ancora adesso, stanco e disilluso
mi scopro a volte a bestemmiar preghiere
nel nome di un Padrone in cui non credo,
ma senza fede maledire il cielo
e di nascosto contemplar le mele
senza speranza, senza alternative.

E caddi come corpo morto cade.

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"Zia Mame" di Patrick Dennis

Trascorsi la mia prima estate a New York trotterellando dietro a mia zia Mame. Dal primo pomeriggio in avanti, cioè dopo la chiacchierata del mattino, la seguivo con discrezione quasi ovunque andasse - tè letterari, salotti, aperitivi. E sempre con il mio blocco sottobraccio.
La gente che mi capitava di incontrare usava un sacco di parole nuove, almeno per me, e alla fine dell'estate il mio vocabolario si era parecchio arricchito. Qualche foglio pieno delle strane affermazioni che raccoglievo alle soirées di Zia Mame ce l'ho ancora. C'è n'è uno, datato 14 luglio 1929, che contiene un mucchio di termini apparentemente irrelati quali "presa della Bastiglia", "lesbica", "guerra per bande", "Zeppo Club", "Es", "daiquiri" (scritto non proprio così), "teoria della relatività", "libero amore", "complesso di Edipo" (altra trascrizione libera), "ciofeca", e poi ancora (da qui in poi la libertà si fa licenza) "narcisista", "Biarritz", "psiconevrotico", "Schonberg" e "ninfomane". Zia Mame mi spiegava tutte le parole che riteneva dovessi sapere, suggerendomi qualche frase di contorno. Quelle stesse frasi, in seguito, le ripetevo a Ito, che però continuava a sistemare i suoi fiori e a ridacchiare.

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Fabrizio Chiesura - Erano i giorni dei capelli lunghi

Sono passati degli anni, pieni di lotta, e di quello che si usa chiamare la Vita. Tu dici: tutto il senso dei tempi favolosi in cui ogni cosa che vediamo sembra volerci parlare, se n'è andato da un pezzo. C'est la vie, questa è la vita: così era previsto, amico. Ma nonostante questo io credo che, stringendo i seni caldi di un'amica o sedendo accoccolato in un angolo parlando di lavoro o di vino, sia possibile riandare con la memoria a quell'altro mondo, chiuso nella fantasia e nei primi passi, negato al Pensiero e alla Vita, specchio deformante della realtà; a quel nostro lido che noi vogliamo “senza peccato”, dove il bambino vive, nel silenzio e nel distacco, la sua immobile infanzia, su un suolo piatto, nell'attesa dell'uomo. Oggi io sono, secondo i casi, permaloso, loquace, retorico, impulsivo, generoso e, qualche volta, felice; e so che posso, solo che lo voglia, adirarmi e raddolcirmi, deridere e riverire, ragionare e delirare. Di tutto questo è plastica emozione e quasi corporeo sentimento io ho la possibilità di nutrirmi, forte come una quercia morirò stroncato solo da una grande ventata. Poi alle volte sogno di una fanciulla di vent'anni, piccolina, con un viso tondo e perfetto di Madonna e dei grandi occhi a mandorla, e basta che m'affacci sulle scale per trovarmela davanti, e guardo scendere la luna nelle gole profonde dei valichi montuosi, negli altipiani degli Appennini con i loro grandi spiazzi di terra arata e di pascolo e nella natura che si scolora. Oggi. Ma ieri? Allora le cose mi parlavano ma più che parole erano eserciti di immagini paurose, di sagome prodigiose e senza corpo che mi stavano intorno e miracolo e brivido costituivano un impasto così armonico e ovvio da persuadermi della sostanziale immobilità dei fenomeni, come avviene quando l'idea precede il fatto e quasi si sostituisce ad esso. La percezione si consumava in un baleno dentro il mio guscio di conchiglia: ed era un singhiozzo che muore in gola, un tenue vibrare che nessuno avverte il miracolo che si compiva in me. E questo, in fondo, non è pensare. E non è nemmeno vivere. Il Pensiero sarebbe venuto più tardi, insieme alla Vita e ad un fitto conversare con le cose. Il paesaggio dell'infanzia è una piccola grotta spoglia e disadorna; il vento che vi soffia è di meraviglia e di vuoto.
Il treno volava verso il sud, lasciandosi alle spalle la calura appiccicaticcia e la ferocia delle cicale del mio amato settentrione. A Venezia avevo passato due giorni, ospite d'una zia pedante e bigotta ma, in fondo, buona creatura. Da lei mi ero congedato al colmo del tedio e dello stordimento per non so quali discorsi sopra un mio cugino, una prozia ( purtroppo) senza santi in paradiso e una originale fontana da giardino in bella mostra nel salotto. Non avevo trovato spazio per i miei pensieri nemmeno al lido, dove m'ero rifugiato per il primo bagno di stagione. Era tempo che non vedevo la laguna e il lido veneziano e la quieta linea dell'orizzonte. Sulla riva, il senso della prigionia di un pollaio. E da una radio un canto di ragazzo senza gioia, quasi triste, come di un gallo cieco. Su nel cielo, come guardiani scrupolosi, elicotteri facevano scendere cartaccia. Come becchime. Mi tuffai. Poi il giorno dopo, a tavola, con un'aria sonnacchiosa alitante per la finestra, terribile primo agosto, vengo a sapere: salta in aria e diventa ferrame un treno che s'arrampica verso il nord.
Tirava vento dal finestrino mentre a cento chilometri l'ora correvamo in direzione di Arezzo. In mezzo alla campagna ondulata degli Appennini, con le dolci spianate, m'ero disteso fra le pieghe del copriletto d'un gigante. E pensavo, finalmente libero, con i pensieri che ora s'allungavano ora si contraevano, sensibili al galoppo e alla frenata. Io so cosa vuol dire essere felice nella vita, e vivere dentro alle cose, e poi spaccarle come quando la pietra scoppia, e dire: ecco io stasera mi sento universale, e provare il fremito di felicità a trovarsi in un giardino di luna e guardare alto, alto, strizzando gli occhi... Conosco la gioia di sentire, risalendo a baciare in bocca una donna, passare sulla faccia il suo sorriso; e poi il gusto di frugarle dentro i capelli e di dividere con lei la mia fetta di melone. E molte altre gioie insieme; di salire in cima al paese, alla chiesa battuta dal vento, donde l'occhio spazia in ogni direzione su un orizzonte sterminato, identico in tutto il suo cerchio; o di vagliare ogni parola nei dizionari etimologici, anche le più consuete, per conoscerne le trasparenze e le radici nel tempo; o di avere la definizione dell'opera d'arte, che essendo scoperta o invenzione della verità, essendo realtà nel suo farsi, esistenza nel suo rivelarsi, non può non comprendere nello stesso tempo tutte le verità, le realtà, le esistenze, e tutti i modi della verità, della realtà, dell'esistenza. E so la pena e l'umiliazione della mia impotenza quando la morte è nella casa, o il dolore di mio padre che ne va e viene da una stanza all'altra: di là si torce le mani, di qua finge d'essere sereno; o anche il tormento d'una pazzia e la solitudine di un manicomio; o il disgusto di un pollaio o l'orrore di un delitto. Io so tutto questo. E questo nell'infanzia non c'è. L'infanzia è soltanto una grotticina vuota.

II
AREZZO

Una sera quieta e buona. Ad Arezzo avevo trovato stanza. Poi ero andato a mangiare con mille lire, in una locanda di contadini. E li guardavo dal mio posto i contadini ridere di un loro grande riso di gola, un suono assurdo, come chicchi di caffè in un recipiente di metallo. Erano pance gonfie e tese come tamburi e bocche larghissime piene zeppe di denti gialli, erano baffi grigi, occhi di gatto ed erano anche occhi chiari e ardenti e panni di lavoro umano e berretti strani da miniera. Erano tutta gente buona e che lavora. Baffi grigi chiedeva: “Di che paese sei?” “Sono – uno con la pelata rispondeva – teverino”. Si riconoscono dai fiumi, dalle montagne e, se necessario, dai laghi, dalle valli e credo perfino dai sassi, i contadini. Vivono come vivono; con quella loro pelle né bianca né rossa, ma grigia, color fango di fiume.
Fra loro, sulla soglia della locanda, era seduta una donna, la sola che vedevo, intenta a lavorare di calza e ai suoi piedi dormiva, in una culla, un bambino. Io li osservavo.

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