"La fossa comune" di Alessandro Bastasi

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La fossa comune - Pag.1

Aprile

A metà aprile la neve in città si era completamente sciolta, lasciando visibile tutta la sporcizia accumulata sui marciapiedi, nei cortili interni dei caseggiati, per le strade. Una volta, ai tempi dell'Unione Sovietica, il sabato più vicino al ventidue aprile, giorno del compleanno di Lenin, tutti i cittadini erano obbligati a uscir fuori e a far pulizia davanti alle loro case, ai negozi, dappertutto, in tutta Mosca. E la città riprendeva un volto pulito e civile. Nel novantatré ciò non succedeva più da un pezzo, tranne casi sporadici in cui qualche anziano, non sopportando quello scempio o forse soltanto per amore di vecchie abitudini, si dava da fare con scope e palette. C'erano, è vero, i servizi di nettezza urbana. Che però funzionavano quando volevano, cioè quando gli addetti non avevano qualcosa di meglio e di più redditizio da fare.

Questo pensava Vittorio, uscendo da un ufficio in Smolenskaya Naberesnaya verso le due del pomeriggio di lunedì ventisei aprile, mentre cercava di evitare sul marciapiede appena fuori del caseggiato i mucchi di cartone, di pacchetti di sigarette, di pezzi di stoffa, tutti ben pressati dalla neve invernale, che ostruivano il cammino dando al tempo stesso una bella dimostrazione dello stato di degrado della città. Come al solito, si avvicinò al bordo della strada per fermare un'auto. Non c'era anima viva, e le rare macchine gli sfrecciavano davanti senza fermarsi. Era tardi, dio santo, e Vittorio aveva un altro appuntamento. Si muoveva inquieto dal marciapiede alla strada, poi ancora sul marciapiede, scrutando l'arrivo di qualche macchina. Non aveva nemmeno notato che qualcosa si muoveva sulla destra. Finché lo vide con la coda dell'occhio, e si voltò di scatto. Era un ragazzino, sugli undici anni, che si dirigeva senza esitazioni verso di lui. Bruno, il naso un po' adunco, la pelle più scura del normale. Ma dietro di lui, come comparso dal nulla, stava avanzando di sbieco un gruppo compatto di una decina tra ragazzi e ragazze, dai cinque ai diciott'anni, che guardavano fisso Vittorio senza dire una parola.
- Non posso dare a tutti, siete troppi, non ho rubli a sufficienza! - cominciò a dire Vittorio, seccato da quegli accattoni, lui che doveva andare di corsa in Leninskij Prospekt. Adesso si erano fermati, a un metro da lui, continuando a fissarlo con quegli sguardi inespressivi. Facevano paura. Ma che vogliono, questi? Non erano russi, si sarebbe detto che venissero dal sud, dalle regioni del Caucaso. Anzi, erano azeri, almeno a giudicare dal vestito e dall'acconciatura della ragazza più grande.
Poi, la cosa si svolse così rapidamente da non lasciare a Vittorio il tempo di reagire. A un ordine invisibile lo circondarono, e venti mani cominciarono a toccarlo, a frugarlo, dappertutto, come i tentacoli di un polpo, nelle tasche dei pantaloni, della giacca, dell'impermeabile. Partecipavano tutti, anche i bambini, anche loro in silenzio, veloci, precisi, senza paura, senza emozioni, come tanti minuscoli zombie, e Vittorio ne era ipnotizzato, con la bocca aperta, incapace di gridare, di divincolarsi, di picchiare, di prenderli a calci ... Il tutto durò pochi secondi. Poi, a un cenno della ragazza, gli zombie si staccarono e si dileguarono.

La fossa comune - Pag.2

Vittorio dapprima non si mosse. Rimase lì, impietrito, pallido, incredulo. Non era possibile. Erano bambini. Ma spaventosi. Dei marziani, dei robot. Quegli occhi! Senza alcuna espressione, come era impossibile che lo fossero gli occhi dei bambini.
- Ma che sta succedendo? - mormorò con un filo di voce.
Poi si scosse, e si guardò, il corpo, le braccia, le gambe. Era ancora tutto intero, non era successo niente. Ma il cuore gli batteva forte e la rabbia cominciò a montargli dentro, non tanto forse per l'aggressione in sé, quanto per il fatto che ciò fosse accaduto, che fosse potuto accadere. Allora si mise a gridare, fuori di sé, schiumando contro il mondo intero.
- Maledetti! Figli di puttana! Luridi cani schifosi, ladri bastardi, dio vi maledica, voi e quelle troie delle vostre madri!
La gente cominciò a uscire dal caseggiato, timorosa, prima due, poi dieci, poi molti, allora c'era, la gente!, ma dove cazzo stavano, prima! Vittorio era come impazzito, mugolava, e guardava inferocito tutt'intorno, e si toccava le tasche, freneticamente, e poi tornava a gridare.
- Tutto mi hanno portato via, quei figli di troia bastarda, tutto, il portafoglio, i soldi, la carta di credito, le chiavi di casa, tutto, tutto!
Alla fine, per la tensione, si mise a piangere.

Vittorio entrò veloce nell'androne scuro del suo caseggiato puzzolente e chiamò l'ascensore, fremendo per l'attesa. Vedeva ombre dappertutto, si voltava indietro ogni momento, e trasalì quando, di colpo, l'ascensore arrivò al piano terra col solito improvviso fracasso di ferraglia sgangherata.
Quella sera non riuscì a mangiare quasi niente. Continuava a parlare, a parlare, eccitato, e Masha lo ascoltava paziente, senza però emozionarsi più di tanto.
- Non si può, non si può più vivere qui - ripeteva Vittorio. Sollevava a mezz'aria il cucchiaio pieno di minestra, lo fissava, poi lo riaffondava nel piatto, quasi disgustato - Qui ti puoi aspettare di tutto, ormai. È una vita a rischio, ti possono far fuori dovunque, sulla scale di questa merda di casa buia, basta che uno si nasconda e ti può spaccare la testa come vuole, ma chi cazzo me lo fa fare, qui deve cambiare tutto, non si può più, non si può più!
- Ragazzini! - proseguì, in piedi in cucina, mentre Masha sparecchiava. - Bambini, Masha, erano bambini! Dovevi vederli, con quegli occhi imperturbabili, con quella velocità prodigiosa nelle mani a frugarti nelle tasche, ma senza alcuna tensione, sai, senza tremare, senza una parola, muti, come dei robot!
- Sono bambini abbandonati, Vittorio. I genitori non li possono mantenere e li abbandonano, semplicemente. Ne ha parlato anche la televisione. Vivono nelle stazioni, o in fabbriche in disuso, o per strada. Che vuoi farci!
Vittorio la guardò, sbigottito.
- Che voglio farci? - gridò. - Ma tu ... voi accettate questo disastro, questa miseria, questo ... arrangiarsi come si può? Questa perdita di un minimo di etica, sì, di morale, di sentimenti, di amore per i figli, dio buono, Masha!
Masha era gelida.
- Ripeto, che ci possiamo fare, Vittorio. È così.

La fossa comune - Pag.3

- È così un cazzo! È così a starsene rinchiusi in casa, o a starsene lì fuori, a contrattare con la mala un posto per un banchetto sul marciapiede, o a rubare orologi nelle fabbriche per venderli sulla Piazza Rossa, o ad accettare di comprare roba scaduta, il salame con i vermi e di non avere l'assistenza sanitaria ... Certo, che è così. È così perché nessuno fa niente, perché ci si guarda in cagnesco, ci si odia, si cerca di arraffare qualcosa prima che lo faccia qualcun altro. Ecco perché è così.
- Ma che cosa vuoi che facciamo, la rivoluzione? - Masha aveva gli occhi lustri di lacrime - C'è già stata, caro, e siamo a questo punto per colpa di chi l'ha fatta, non per colpa nostra. Dobbiamo solo rimboccarci le maniche e aspettare che questo momento passi. Come è passato dappertutto, mi pare, anche in America c'erano i gangster, no? Basta! Ma guarda se abbiamo bisogno che venga qui un italiano, con la sua bella pancia piena, a dirci che cosa dobbiamo o non dobbiamo fare! Ti ricordi dove mi hai trovata, sì? Come mi hai comprata, quella notte, anche tu come tutti? E io che cosa dovevo fare? Continuare a vivere con mio padre e mia madre? Era vita, quella? E l'avevamo fatta, la rivoluzione, allora, settant'anni prima! Che cosa vuoi, che torni il comunismo? Eh? È questo che vuoi, che ti piacerebbe? Ti piace l'idea, vero? La grande idea! L'uomo nuovo! La società senza classi! Me le ricordo a scuola le ore interminabili sul marxismo-leninismo, sul capitalismo e l'imperialismo occidentale. E intanto Stalin aveva sterminato i miei nonni, perché erano kulaki, capisci, "ricchi contadini affamatori del popolo". Ed ecco il risultato: un padre alcolizzato, una madre quasi impazzita, una vita intera in coabitazione con un'altra famiglia di disgraziati, e io ... Ma fammi il piacere! Pensiamo a vivere, piuttosto. Ti prego, Vittorio, ti prego!
Lo guardava disperata, la faccia bagnata dal pianto, i sussulti che le squassavano il petto, come una bambina, impaurita da ricordi troppo recenti, con quest'uomo qui, con le sue tenerezze fasulle, un muro, aveva detto Rebecca, sua moglie, tanto tempo prima, un macigno immobile, incapace di venirle incontro, di seguirla un po' di più, di esserci davvero, perduto com'era dietro le sue paturnie cosmiche, pieno di sé, capace di abbracciare il mondo ma impotente in tutti quei gesti quotidiani che richiedono almeno un po' di amore vero, che si veda sul serio, che si possa misurare. E anche questa volta Vittorio se ne stava zitto, torvo in volto, quasi infastidito, quasi volesse scrollarsi di dosso le parole gridate, le richieste d'aiuto che Masha gli rovesciava contro, quasi volesse rigettare con irritazione i limiti angusti della loro verità.

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