"Racconti dell'età del rap" di Alessio Pracanica

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Racconti dell'età del rap - Pag. 1

SINOSSI

L’autocritica di per sé non dovrebbe essere mai un difetto. Scrivi per anni, mettendo da parte parole su parole, che nessuno legge, eccettuato qualche amico ogni tanto. Poi, un bel giorno, qualcuno di loro ti dice che, in fondo, le tue parole non sono peggio di quel che si sente in giro o si trova, accatastato in buon ordine, sopra un qualunque scaffale di libreria. Ovvio che, dopo una lode talmente sperticata, ti venga voglia di confrontarti, di misurare le cose che scrivi con un metro che non è solo il tuo, di verificare le tue parole con occhi di altri. Perché tutto ciò che si scrive è dettato da un’urgenza espressiva, dal bisogno di far uscire storie e personaggi che chiedono, in certi casi pretendono, di essere raccontati. Per chi legge invece, non sempre esiste tale necessità. Se esiste un dio nell’universo, lui solo sa quante maledizioni siano state scagliate da comitati di redazione e revisori di bozze sui pessimi scrittori, su inutili parole di cui nessuno, a cominciare dai personaggi stessi dell’opera in questione, avvertiva la necessità.
Ecco che si presenta il primo problema. Bisognerebbe aver cura dei personaggi, come di persone care, di famiglia, vecchi amici, e soprattutto lasciargli dire solo quello che effettivamente hanno da dire, né una parola in più, né una in meno.
Così viene fuori questo elenco di 22 racconti, ridotto all’osso, tenendo fuori parecchia roba. Storie che ancora non sono pronte, personaggi che non vogliono essere raccontati, situazioni che, a ben guardare, riguardano te e solo te.
Cosa accomuna queste 25 storie? L’autore, tanto per cominciare. Verrebbe da dire così, travestendo di ovvio ciò che ovvio non è. Non soffermatevi sul luogo, sull’ambientazione, come viene definita. Non è importante. Né quella geografica, né quella storica. Si spazia dal VI secolo a.C. ad un ipotetico anno 2456. Dal West a Praga, da una Sicilia quasi d’avanspettacolo ad un’antica Roma stile kolossal anni ’50. Non fateci caso, non più di tanto almeno. Sono solo facilità, comodi travestimenti cui si ricorre. Un personaggio come il Kid, uno stupido che muore da stupido, poteva stare solo là. Niente, a mio avviso, rende la stupidità come le interstate americane, lunghissime ed uguali, spesso senza che ci sia niente da guardare dal finestrino. Mettere uno stupido in un posto complicato, serve solo se si vuole far risaltare un confronto. La vita, la realtà, non sono quasi mai semplici, ancora meno se sono intelligenti. Se si vuole solo raccontare, ed è appunto il caso di storie come “ Il Kid va ad ovest”, il fondale dev’essere nudo e crudo, senza complicazioni non necessarie. Poi c’è il discorso dell’America, intesa nel senso degli States. Almeno 6-7 storie sono ambientate, di riffa o di raffa, in qualche punto degli Stati Uniti, ma non quelli veri. E’, volutamente, un’America di seconda o terza mano, com’è giusto che sia per chiunque descrive l’impero dalla periferia.

Racconti dell'età del rap - Pag. 2

Io sono uno scrittore (che bello definirsi così, quanta autostima e quanta responsabilità racchiuse in una parola) provinciale. Orgogliosamente provinciale.
C’è ancora bisogno, a mio avviso, di storie raccontate da un’inquadratura diversa, che non sia quella banalmente autobiografica, facilmente autobiografica. Potrei raccontare la mia esperienza di medico, di siciliano. E’ dubbio che possa servire a qualcuno, ma di sicuro non servirebbe a me. Chi scrive solo di se stesso, prima o poi rimane senza niente da dire. Tutte le mie storie nascono da una semplice riflessione: non sarebbe divertente se…?
E così, ridendo e scherzando, son venuti fuori racconti allegri e tristi, amari e teneri, scarnificati e paradossali. Realtà spesso stralunate, volutamente, in cui il personaggio perde i riferimenti, le regole, le coordinate, ed è l’unico strumento possibile per rimanere normali in una situazione che normale non è. E che si autodistruggono, esplodono o annichiliscono con una taciturna conflagrazione, nel tentativo di assomigliare a ciò che li circonda. Oppure nel conflitto tra ciò che sembrano agli altri e ciò che sembrano a sé stessi.
Sono storie. Uomini comuni travestiti da antichi, da moderni, da americani. Mettiamo ad esempio “ Il figlio di Troia “. Il problema dell’incomunicabilità, del parlare lingue diverse, in senso mentale prima ancora che fonetico, è vecchio quanto il mondo. Enea e Lavinio potrebbero benissimo essere un europeo ed un arabo contemporanei. O un inca ed uno spagnolo. E l’ironia è soltanto un mezzo, facile, per parlare di un problema, che a ben guardare è spesso drammatico. Anche “ Janos il ceco “ nasce da un’idea ironica. Il pensiero delle difficoltà, assolutamente paradossali e quasi kafkiane, che si potrebbero incontrare nel voler aprire una finestra, in una città passata alla storia per una defenestrazione. Solo che, scrivendo scrivendo, la storia si è complicata sempre più e da racconto squisitamente praghese, locale, è diventata una storia che dovrebbe riguardare tutti noi. La battuta finale di Janos, potrebbe essere la risposta giusta al tizio grande e grosso, che strappa il pezzo di ghiaccio dalle mani di Primo Levi in “Se questo è un uomo”.
“ Hier hist kein warum “, dice il tizio, “ qui non c’è perché ”. Non è vero. Dovrebbe sempre esserci un perché. E se non c’è lo si cerca, finchè non lo si trova. E se non si trova lo si inventa. Altrimenti a che servono gli scrittori?
Racconti come “ Zia Susanna che vive sotto un tavolo”, sono stati fonte di una piccola polemica nel mio giro di amicizie. Le mie amiche più femministe, più sessualmente consapevoli, per dirla politically correct, mi hanno accusato di gretto e bieco maschilismo. Può darsi. L’inconscio di uno scrittore assomiglia alle fogne di Parigi. Ci finiscono dentro molte cose, non tutte veramente desiderate.

Racconti dell'età del rap - Pag. 3

In realtà, per quello che ne so io, il racconto è una critica, volutamente poco verosimile e paradossale, ai rituali di una borghesia che sembrava morta e sepolta e che invece è ritornata a galla sotto altre forme e stili di vita, dimostrando grandi capacità di galleggiamento, storico e sociale. Anche in questo caso, l’ambientazione anni ’60 è solo comodità, quasi a dimostrare che il problema è eterno, che certe cose che ci sembrano figlie di un momento preciso, di una contingenza, hanno in realtà un’origine più lontana e profonda. Zia Susanna è una persona che si rifugia dietro un finto schermo, preferendo una lenta degradazione, piuttosto che ammettere un atto lecito ed al massimo disdicevole. In ciò si differenzia da altri personaggi, perché la borghesia non esplode mai, al massimo ammuffisce, si deteriora, come cibi lasciati all’aperto. C’è poi il caso di racconti come “ The man in leg” o “Gli strati della cipolla”, un’apparente polemica con la chiesa e con certe forme di religiosità. In realtà il problema è più ampio ed investe l’assurdità di tutte le regole in quanto tali, imposte senza alcuna mediazione di buon senso. Le norme, le regole, più in generale le idee, assomigliano agli elastici. Se sono di buona qualità, si possono tendere, estendere a volontà senza rompersi. In questo caso, tese allo spasimo dall’assurdità della situazione, si spezzano colpendo chi è più vicino. Colpa dello scrittore e delle sue assurde trame o della regola in sé, che non regge a cotanto paradosso?
“ Grand hotel Saigon” è un po’ un caso a parte. Che si parli di un reduce del Vietnam non è importante. E’ solo la guerra più comoda che potessi prendere in prestito. Abbastanza lontana da non lasciare ferite ed abbastanza vicina da lasciare cicatrici. In realtà è la storia di un bivio. Un fermo immagine scattato un secondo prima di andar fuori di testa. Per questo ha un finale aperto. Il protagonista è abbastanza intelligente da concedergli una speranza.
Storie, trame, personaggi.
Non è importante che siano americani o troiani, antichi o futuribili. E soprattutto non venitemi a parlare di generi letterari. Non esistono i generi, o meglio esistono se hanno delle suocere. L’ Inferno dantesco cos’è, un romanzo horror? Esistono le storie e qua dentro, spero, ne troverete in abbondanza.