Recensioni

«Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire» (Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano).
Carissimi amici e lettori, in questa sezione potete trovare la segnalazione di un buon numero di libri di cui riteniamo gradevole ed interessante la lettura, e che potrebbero senz’altro trovar posto nella vostra biblioteca personale. Abbiamo discusso a lungo su quali libri segnalarvi, optando infine per le opere moderne, scritte nel secolo scorso o nei primi anni di questo nuovo secolo. Una simile scelta, però, non vuol significare un disprezzo dei classici del passato (dall’Eneide alla Divina Commedia, ai Promessi sposi), la cui lettura ci sentiamo anzi di sollecitare – lettura integrale, non certo quegli stralci antologici che ci facevano imparare a scuola, nel tentativo di formarci la coscienza; del resto, un classico non ha età, rinverdisce ad ogni generazione. No, noi intendiamo proporre dei testi che a volte (non sempre, per fortuna) sono poco conosciuti, o che fatichereste a trovare tra gli scaffali delle librerie, stracolme di volumi di vario formato, la maggior parte dei quali troverebbero la loro più conveniente destinazione nel cestino della carta straccia. Con la speranza che qualcuno di voi voglia aiutarci ad arricchire questa (necessariamente) incompleta biblioteca virtuale!

Autori italiani

Alberto Davanzo - Compagni a Quadrivio Zappata

Bello questo libro, per le tematiche che affronta, ancora molto attuali. Ma oggi non avremmo il coraggio di Jeja Pecoea anche se credo che basti la ribellione di uno per provocare un'eco assordante in tutti gli Italiani. Il problema è che quell'uno, non si è ancora stancato abbastanza.

L'autore ricorda, attraverso Ernesto il protagonista, le lotte operaie, la forza del proletariato e una sorta di odio per la borghesia. Descrive la stagione calda della fabbrica negli anni 70, il fervore di Ernesto, giovane operaio della FIAT che, insieme ai compagni, si batteva per i diritti degli operai. In contrapposizione c'è l'Ernesto adulto che vedrà il cambiamento degli altri, una sorta di retromarcia laddove la ricerca del benessere economico ha fatto da sirena ammaliatrice a discapito anche del destino degli amici.

Un linguaggio ricercato sia nelle descrizioni che nei dialoghi rende il romanzo di non semplice lettura.

Nadia

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http://scrignoletterario.it/node/755

Alberto Samonà - Il padrone di casa

Racchiudere il senso del lavoro su di sé in una manciata di lettere indirizzate a un’amica lontana. È questo il filo conduttore del romanzo epistolare del giornalista Alberto Samonà, dal titolo Il padrone di casa.
L’autore affida la narrazione a una scansione temporale di dodici mesi, contrassegnati, ciascuno, da una diversa lettera, che restano senza risposta. La destinataria in questione, infatti, resta inflessibilmente in silenzio. È come se tutto il libro si svolgesse nell’ “ascolto” di ciò che scrive l’estensore delle lettere. È come se l’unica lettrice di queste fosse l’amica lontana e silenziosa. E paradossalmente, un senso di silenzio pare il filo rosso che lega le 156 pagine.
Nel libro, l’autore delle lettere è “dipinto” come un intellettuale, da tutti ritenuto un uomo di cultura specializzato in studi e ricerche esoteriche, il quale, però, ad un certo punto, si rende conto di non avere fatto altro, nell’arco di tutta una vita, che pavoneggiarsi nel proprio ambiente e nei salotti letterari che frequenta con successo grazie alla competenza culturale che egli possiede. A porre il protagonista di fronte alla propria condizione di “deserto spirituale” è una brusca esperienza, in grado di scatenare nel suo essere una reazione, di certo meccanica, ma talmente forte da scuoterlo. E il libro incomincia proprio nel momento in cui il protagonista si rende conto che le pur vaste conoscenze acquisite nel dominio esoterico non sono sufficienti a trasformare se stesso e che, partecipare a dotti convegni o pubblicare libri interessanti, non lo libererà dal sonno nel quale è immersa la propria vita.
Le dodici lettere che il protagonista scrive all’amica, apparentemente semplici resoconti di vita ordinaria, in realtà è come se fossero le tappe di un simbolico viaggio iniziatico, o comunque, attività preparatorie al compimento del viaggio stesso. La donna resta muta per tutto il libro, fino a quando, forse, si può incominciare a sentire la voce del “padrone di casa”, il solo in grado di mettere ordine fra le mille altre voci che convivono nell’autore delle lettere.

Alberto Samonà, Il padrone di casa, Edizioni Robin (Roma), pagg. 156, prezzo 12 euro.

Federico d’Imera

Alessandra Galdiero - Sentire che stai male mi toglie il respiro...

Il quinto libro di Alessandra Galdiero s’intitola “Sentire che stai male mi toglie il respiro… perdutamente” edito dalla CSA Editrice.
Un romanzo psicologico denso di passione in cui s’intrecciano amore e morte, immaginazione e poesia.
Andrea, il protagonista del libro, si sente perduto nel momento in cui la donna con cui ha condiviso la maggior parte del suo tempo lo abbandona a se stesso.
Lui si mostra come un uomo fragile, indifeso, che non riesce ad accettare il vuoto che si crea da quell’attimo. Entrando in contatto con la difficile realtà inizia la sua lotta contro tutto e tutti, uccidendo coloro che ama, ma da cui non si sente ricambiato e capito.
Vede attorno a sé solo tradimento e menzogna, guarda ogni cosa solamente dal suo punto di vista e tutto gli appare diverso da ciò che è. Si tratta di follia, di paura o di un errore di valutazione?
Quello che il protagonista vuole, che desidera ardentemente, è sincerità, fiducia e affetto. Ma incontra sul suo percorso solo delusione e incomprensione.
Andrea è frustrato da una vita spietata e non può fare a meno di bruciare dietro di lui tutto ciò che fa parte del passato, per poter ricominciare, per contrastare la sua solitudine, per ritrovare la verità.
Ma quello che scopre non è facile da accettare, gli sembra addirittura impossibile convivere con la nuova realtà che si va delineando dinanzi a lui. E il rimorso per gli sbagli commessi diventa una colpa da espiare…

… Forse tutto ciò che è osservabile è così come lo vediamo. Ma cosa c'è invece nel fondo dello stomaco? Quali sono le sensazioni che vibrano allo stato puro? Basta porsi delle domande per scoprirlo? Basta respirare per sentirsi vivi? E quando manca il respiro non siamo comunque vivi? E se questo libro rispondesse per noi almeno ad una di queste domande, non avremmo raggiunto uno stato d'incoscienza tale da essere in grado di capire quello che siamo veramente?

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Alessandra Libutti - Thomas Jay

E' un romanzo questo che, fin dalle prime pagine, fa scordare che è scritto da un'esordiente.
Il romanzo tocca il tema della giustizia, di quanto la società sia responsabile o meno degli "errori" o della perdizione di un individuo. O almeno questo è uno dei piani di lettura che mi tocca da vicino, in una società che tende a giustificare sempre e comunque lasciando che il carnefice diventi la vittima.
La scrittura epistolare permette al lettore di entrare subito in intimità con il protagonista ed a seguirlo per tutto il suo percorso di cambiamento come se lo si stesse facendo insieme a lui, sospendendo il giudizio per ascoltare il suo su se stesso.
E' un romanzo intenso, carico di emotività, che narra di una vicenda umana come ne capitano poche. Di persone così, che sbagliano e sono convinti di meritare ciò a cui vanno incontro a causa dei loro errori si possono contare sulle dita di una mano. Anche se la violenza descritta nelle carceri e nei manicomi in anni così poco lontani da noi, mi lascia sempre con l'amaro in bocca.
E' un romanzo questo, che offre molti spunti di riflessione sulla vita, sul dolore, sul significato della sofferenza, prendendo dai grandi nomi della letteratura le forze per guardarsi dentro e ricominciare a vivere anche quando tutto il mondo, compreso se stessi, pare contro alla vita ed alla sopravvivenza.
E' un inno al non arrendersi mai utilizzando la mente, l'intelligenza e l'immaginazione come forza interiore che nessuno potrà mai ingabbiare.
Infine, è un concerto di parole, un racconto dentro a tanti altri, che spiega l'impagabilità della scrittura come mezzo per riscattarsi, sopravvivere alla propria morte o addirittura a se stessi.

Nadia

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http://scrignoletterario.it/node/593

Alessandro Bastasi - La Fossa comune

Narra la storia contemporanea (primi anni '90) della Russia, gli avvicendamenti politici, la realtà del popolo russo ed i tentativi di rialzarsi, di ribellarsi a chi ha tolto loro la dignità di popolo schiavizzandolo ad una realtà di denaro ed egoismo e rendendolo mendicante. Il protagonista, attraverso il quale l'autore ci presenta la storia, è un italiano, Vittorio Ronca, descritto come un uomo che porta dentro di sè il fuoco della giustizia, della lealtà, degli ideali fondamentali del vero comunismo. Un uomo insoddisfatto in fondo di ciò che fa, in continuo mutamento, alla ricerca, forse, della sua missione, del suo posto per contribuire al cambiamento sociale per il quale si batterà fino alla fine. Vittorio è l'incarnazione di tutti coloro che si sentono impotenti di fronte all'egocentrismo diffuso, al potere del denaro e della vita comoda che fa chiudere la porta di casa a chiave ed in faccia al proprio vicino bisognoso. Impotenti di fronte a quella falsa benevolenza, a questa società infarcita di ipocrisia che mette in piazza i propri problemi solo se ci intravede una possibilità di arricchimento. Vittorio tenta di cambiare le cose ma viene tradito dai suoi stessi mandanti (compagni?); la Russia come l'America e l'Italia: il benessere sventolato dai politici a mò di promessa solo per ottenere fiducia e voti e ritrovarsi poi, ai bordi di una strada, su tappeti di cartone, a vendere centrini. Dalla fluidità e chiarezza della scrittura si intuisce la grande affezione dell'autore per la Russia e la conoscenza di ogni angolo di Mosca che il lettore riesce ad immaginare attraverso gli spostamenti di Vittorio per le sue vie. Le tematiche sono attuali, direi forse universali...

di Nadia Zapperi

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Alessandro Bastasi - La gabbia criminale

Con questo romanzo Bastasi ha dimostrato di essere uno scrittore con capacità narrative diversificate. Il suo primo romanzo infatti (la fossa comune), non ha nulla a che vedere, come genere letterario, con questo secondo.
"La gabbia criminale" è infatti un giallo/noir o meglio, un romanzo corale, con vari personaggi che ruotano attorno ad Alberto, il protagonista, tornato pensionato nella sua cittadina d'origine alla periferia di Treviso. Presente e passato degli anni '50 si fondono nella narrazione, attraverso i ricordi raccontati ad Alberto che, per curiosità oltre che per scacciare incubi notturni, tenta di far luce su un doppio omicidio avvenuto quando era bambino. Verrà a galla una realtà ben diversa in cui la vittima si fonde con il colpevole.
Il filone narrativo è un giallo ma il romanzo è soprattutto un affresco della povertà, dell'omertà, della scarsa ribellione e del piegamento alle ingiustizie della gente ad un uomo che, attraverso i soldi, gli inganni e le minacce si sente forte e padrone della vita di tutti.
Una dolcissima storia d'amore completa il romanzo senza spezzare la giusta tensione narrativa.
Nadia

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Alessandro Soprani - L'ultima estate che giocammo ai pirati


Un romanzo d’esordio coi fiocchi, ambientato in un dopoguerra realistico ed impreziosito dall’uso del dialetto (comprensibile anche per chi, come me, ne è digiuno).
I tre giovani protagonisti, uno dei quali presta la voce al narratore, si trovano loro malgrado coinvolti in una serie di fatti cruenti iniziati con il misterioso assassinio del povero Delmo, un giovane ben voluto da tutto il paese. I tre moschettieri, come vengono chiamati dai paesanotti poiché inseparabili, si trovano a fare i conti con il terrore, la morte, gli strascichi della guerra e le leggende sui partigiani.
Mario, cresciuto troppo in fretta per sopravvivere alla sua famiglia distrutta dall’alcool; Davide, buono e forte come un toro che farebbe di tutto per i suoi amici e Luca, orfano di padre che vive con il nonno partigiano e scopre nella sua soffitta un vecchio segreto.
Ma la vita reale non è fatta di avventure immaginarie e lieti fini e sarà questa estate ad insegnarlo ai tre amici, facendoli cambiare al punto di far loro dubitare di poter tornare a giocare ai pirati, come facevano da bambini.

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Alessio Pracanica - Racconti dell'età del rap


Una bellissima sorpresa questa raccolta di racconti di Alessio. Già la sua stessa presentazione nel gruppo "2 chiacchiere con gli autori" la dice lunga sulla sua capacità di rendere parola il pensiero, e ben poco può il mio commento aggiungere. Può servire dire che traspare una cultura di fondo importante o può servire dire che gli argomenti trattati sono vari, diversi, ed ognuno espresso magistralmente, come si vorrebbero sempre leggere? Non penso serva, bisogna proprio lasciarsi sollevare e trasportare dalle pagine, da zia Susanna piuttosto che da Kid o da una monna Lisa furbetta e annoiata. Tra tutti ho preferito "Grand Hotel Saigon", il racconto più lungo e forse crudelmente vero: abbiamo tutti, prima o poi, bisogno di una etichetta per riconoscerci, forse per trovare un senso al nostro esistere, e cercarla nel nostro "peggio" ha tanti significati, reclamo al mondo che ci ignora di cosa ci ha privato potrebbe essere il primo...

di Nadya Agostini

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Alessio Pracanica - The big

Dopo l'apprezzata raccolta di racconti, Pracanica pubblica ancora con Edizione Creativa il suo primo romanzo: "The big".
Ha le caratteristiche di una spy-story ironica e divertente con un personaggio principale all'apparenza sciocco e sprovveduto oltre che con la testa tra le nuvole. Ma con le sue congetture riesce ad arrivare ad una Verità che parte da una pizza ai peperoni lanciatagli addosso all'inizio della storia.
La scrittura è scorrevole e non si inceppa mai nonostante le lunghe riflessioni del protagonista. I ragionamenti si seguono bene anche quando divagano, perchè divertono. Caratteristica questa dello humor innato dell'autore.
La costruzione del romanzo mantiene la suspence ad un buon livello incuriosendo il lettore di pagina in pagina.
Come è accaduto nella raccolta "Racconti dell'età del rap", dietro la storia, l'autore nasconde un qualcosa che vuole denunciare come è naturale che sia per gli scrittori che non scrivono solo per se stessi.
Direi che anche questa volta Edizione Creativa ci ha visto bene permettendo a Pracanica di pubblicare un romanzo di buon livello. Non se ne pentirà, nè l'editore nè il lettore.

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Andrea Bonvicini - Come la pioggia

E' un libro impegnativo da leggere tanto da risultare,a tratti, anche difficile. Vi si nota la vasta cultura dell'autore e la padronanza di linguaggio di alto livello.
Il romanzo è organizzato in tre parti(trittico): la prima è un procedere di brevi suggerimenti narrativi, basati su frasi di autori e personaggi celebri ai quali l'autore dedica il proprio contributo.
La seconda parte, il racconto breve (Prodromo) ha come argomento principale la mancanza della parola e, di conseguenza, il caos che si genera e che è generato dall'incomunicabilità.
Ho trovato molto bella l'idea. Non mi sono mai chiesta cosa potrebbe succedere se, ad un certo punto, mi venisse a mancare la possibilità di leggere, ascoltare, parlare e mi restasse solo quella di scrivere un qualcosa che, comunque, nessuno potrà mai leggere. L'autore in questo racconto ha dato una sua particolare visione dell'avvenimento (che chiama evento N) ed una sua versione di possibile soluzione: un omicidio e l'avvento di Dio che permetterà di ridare il nome alle cose e, soprattutto, ridare all'uomo la sua essenza di uomo, perduta con l'assenza della parola.
Ma forse l'autore vuole dirci qualcosa di più. Come fosse una parabola. Il caos, generato dall'assenza della parola in questo caso (potrebbe essere paragonato a qualsiasi altra catastrofe alla quale segue un nuovo inizio?), la sofferenza del protagonista (dell'Uomo in generale?), la sua ricerca per trovare un significato a ciò che è successo ed al resto della sua vita (la ricerca di ognuno quando capita qualcosa di incomprensibile nel quotidiano?), l'omicidio della causa della sofferenza (l'uccisione e/o la morte dentro ognuno dell'ostacolo alla verità?) e, infine, il ritorno della normalità migliorata dalla scoperta di quel qualcosa di più, infinito e grande.
La terza parte infine è un racconto (Presente) che descrive nel dettaglio minuzioso all'inverosimile un'azione del protagonista. Personalmente l'ho trovata un poco noiosa e ripetitiva, troppo lunga. Mi è piaciuta invece l'idea dell'automobile come mezzo che tiene quasi in bilico nel presente un movimento che porta "da qua a là", da una partenza ad un obiettivo, come da un passato ad un futuro.
Per concludere, la vera protagonista di questo libro è la parola, come viene usata, cosa potrebbe succedere se non ci fosse più, o venisse mal interpretata, come andrebbe usata, ascoltata, sentita. La Parola come dono divino (esattamente come la Vita) che irriga, fa germogliare, ritorna carica di frutti.

Nadia
Per saperne di più sul libro, clicca sul link: http://comelapioggia.wordpress.com

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Andrea de Carlo - Durante

Andrea De carlo è nato nel 1952 a Milano e vive sulle colline quasi inesplorate dell’Italia centrale. Appassionato di storia, di musica e di viaggi, ha cominciato a scrivere durante gli anni del liceo. Dopo aver scritti due romanzi rimasti impubblicati, il suo primo romanzo, Treno di panna, pubblicato nel 1981, riscuote uno straordinario successo. Da allora non ha smesso di scrivere romanzi, sempre travolti da successo, che lo hanno portato ad essere uno dei migliori romanzieri italiani viventi. Ha collaborato anche con registi che hanno segnato la storia del cinema italiano come Federico Fellini e Michelangelo Antonioni. I suoi romanzi, tradotti in 21 paesi, sono: Treno di panna (1981), Uccelli da gabbia e da voliera (1982), Macno (1984), Yucatan (1986), Due di due (1989), Tecniche di seduzione (1991), Arcodamore (1993), Uto (1995), Di noi tre (1997), Nel momento (1999), Pura vita (2001), I veri nomi (2002), Giro di vento (2004), Mare delle verità (2006), Durante (2008).
Con Durante (440 pagine, 18 euro, Bompiani), De Carlo, offre ai suoi lettori la sua quindicesima fatica. Un romanzo caratterizzato da una scrittura lineare e concisa, in cui utilizza una dovizia di particolari fuori dal comune nel descrivere anche le più piccole situazioni ed i personaggi secondari. De Carlo, come sempre, si dimostra abilissimo nel mettere a nudo le debolezze e le insicurezze dei suoi personaggi, che inevitabilmente si spogliano delle loro certezze, rivelando i caratteri più nascosti delle loro personalità. In Durante, la scrittura dell’autore milanese permette ai lettori di vedere ben oltre l’apparenza delle parole stesse e del loro significato primo, raccontando la storia attraverso Pietro, il narratore, che insolitamente non rappresenta il personaggio chiave della storia, descrivendo ogni evento dai suoi punti di vista, carichi di riflessioni interiori e intrisi di un critico sguardo alla vita e a ogni improvviso cambiamento.
Durante è un personaggio straordinario, che dà sempre l’impressione di conoscere le ragioni più profonde dietro ogni cosa, dotato di una incredibile sincerità senza filtri, è un tipo che dice la verità così come la vede, anche quando fa un po’ male. È un uomo che si accontenta di poco e che vive vagabondando tra amici e storie sparse in giro e ogni volta trascinando con se il mistero dell’imprevedibile.
De Carlo descrive tutti i personaggi del libro come ostaggi di quello che cercano nella vita senza riuscire a trovarlo mai anche dopo lunghi anni di sforzi e convinzioni mentali. La sua vena espressiva, con questo romanzo forte e struggente, raggiunge un punto molto alto. La sua vera forza narratrice consiste nell’analizzare con estrema attenzione le dinamiche delle situazioni che sconvolgono a turno le vite dei vari personaggi, rendendo il lettore partecipe degli avvenimenti e nello stesso tempo riservandogli puntualmente una giusta dose di suspense.

di Daniele d'Agostino

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Angelo Mutti - L'avvenimento

Grande poema sinfonico che si richiama – nella struttura e nel metro – alla Commedia dantesca, L’Avvenimento narra (e scusateci se è poco) la straordinaria storia dell’Universo da prima del Big Bang, quando il Tempo non esisteva ancora, fino alla Parousía – ritorno di Cristo, quando il Tempo cesserà di esistere. Accompagnato da teologi e scienziati (sull’esempio di Galileo Galilei, che aveva affermato che se la Scienza e la Fede derivano da un’unica fonte, che è Dio, possono entrambe portarci, per vie diverse, a questa stessa fonte), l’Autore ci accompagna in un lungo viaggio attraverso la formazione di stelle e pianeti, l’evoluzione della vita fino a diventare consapevole nell’uomo, il presente e il futuro.
L’Avvenimento è unico e unitario: una sola volta il «Nulla» è esploso per volere di Dio, dando origine all’Universo e a una serie concatenata di eventi che hanno condotto all’apparizione della Vita fino a diventare consapevole nell’uomo. Non ci saranno altri «Avvenimenti» né altre possibilità offerte all’uomo di spalancarsi alla pienezza della Vita e dell’Essere fino alla comunione sponsale con Dio in Cristo, in cui tutto l’Avvenimento è collocato. Avvenimento unitario, infine, che traccia, lungo l’arco del suo sviluppo, una stupenda struttura rappresentativa di quel Mistero Divino che, collocato alla fonte di tutto, brilla come «futuro» che attira verso di sé tutta la Creazione.
Risultato degli studi di tutta una vita, L’Avvenimento è un capolavoro assoluto del «Dante Alighieri del XX secolo» (così lo definì Il Cittadino), un libro da leggere e rileggere, e sul quale meditare.
(Simone Valtorta)

Annalisa Maria Alessia Margiotta - Sfiorato da un angelo

Una storia d'amore delicatissima, nata sulla rete di Internet e vissuta intensamente dai due protagonisti di 16 anni lei e 24 lui, la prima di Palermo, l'altro di Firenze.
E' molto bello il trascorrere del tempo veloce che si dilata quando i due ragazzi riescono a stare insieme. Nulla d'altro è importante se non il vedersi, il toccarsi, il respirarsi.
La storia è raccontata dal punto di vista maschile. E' l'uomo, Marco, che racconta la storia d'amore con Alessia, com'è nata, com'è cresciuta, come sono state superate le avversità. E in questo l'autrice spiazza molto per la sua bravura (ingenuità? Spero di no. Mi piace pensare che esistono uomini come il Marco del romanzo).
I colpi di scena sono lasciati qua e là proprio quando il racconto inizia a diventare "monotono". L'autrice riesce così a ricatturare l'attenzione del lettore. Nonostante la sua giovane età, e forse proprio per quello, si riesce a rivivere l'Amore come quello che davvero dovrebbe essere: il fulcro della vita di ogni donna e di ogni uomo (anche se loro non lo ammetteranno mai!). Non c'è cinisco ma solo tanta dolcezza, tanti sogni tipici delle ragazzine (e non solo...), di desiderio di un amore puro e limpido.
Un'altra peculiarità è il tempo stesso in cui la storia è raccontata dal protagonista: il 2035, partendo dal 2004. Quasi l'autrice avesse voluto scriversi il destino (aveva 16 anni quando ha iniziato a scrivere il romanzo e l'anno dopo che lo ha terminato, un uomo è entrato nella sua vita nello stesso modo descritto), o una speranza per il lettore. Come a dire: non è ancora successo a te? Potrebbe succedere però!
La lettura è scorrevole e semplice. Potrebbe essere anche una buona lettura per i giovanissimi. L'autrice crescerà sicuramente nel suo modo di scrivere e potrà solo migliorare.

Nadia

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Antonino Cannavò - Dalla cattedra al banco

Risultato di oltre un triennio di insegnamento in una scuola media di Cesano Maderno, in provincia di Milano, il libro racconta – in modo divertente – il fallimento del progetto della Scuola Media dell’Obbligo e del tentativo burocratico di formare le coscienze delle nuove generazioni livellandone, verso il basso, le intelligenze; ma anche il fallimento della Famiglia e della Società che non insegnano l’amore per la cultura ed il sapere, che propongono solo valori materiali, falsi idoli e bisogni inutili, quando non addirittura si schierano contro gli insegnanti, accusati di «traviare» le coscienze delle nuove generazioni. Le «battute» raccolte in questa summa dell’ingenuità e della «stupidità» studentesca sono assolutamente autentiche e formano una vera e propria enciclopedia dell’ignoranza nelle nobili materie della Storia, dell’Educazione Civica, della Geografia e della Grammatica; dietro le quinte la presenza dell’insegnante, che lega il discorso intervenendo con fragile ironia, facendoci sorridere là dove ci sarebbe solo da piangere. Un libro che può servire come riflessione sulla gioventù odierna, come critica al sistema scolastico di oggi, come tentativo di lieta ed ilare discussione in famiglia, come antidepressivo o, forse, solo per sorridere un po’; dimenticando per qualche minuto il pericoloso imbarbarimento della cultura e della società (non solo in Italia). «…Imparino gli ignoranti!», ci grida il professore. «E chi sono gli ignoranti? Il 90% degli studenti di questa Scuola Media dell’Obbligo…»
(Simone Valtorta)

Antonio Bortolotti e Massimo de Martino - Dentro di noi

Nelle pagine seguenti l'intervista/recensione del libro "Dentro di Noi - Parlano i lettori di Tiziano Terzani" curato da Antonio Bortolotti e Massimo de Martino

(di Giuliano Frizzo - redatto nel mese di Aprile 2007 e comparso originariamente nel sito www.fuoriaula.it oggi inedito)

Antonio Bortolotti e Massimo de MartinoAntonio Bortolotti e Massimo de Martino

Dentro di noi - l'intervista (I parte)

La comunità di Tiziano Terzani:
A Padova per la presentazione del libro "Dentro di Noi", nato dal forum dedicato al grande giornalista e scrittore.

“Dentro di Noi è un libro che parla di spiritualità” precisa Antonio Bortolotti co-curatore assieme all’amico Massimo De Martino di questo volume edito da Longanesi che raccoglie gli interventi più significativi apparsi nel forum on-line dedicato al compianto giornalista toscano. “Abbiamo le potenzialità per far virare la nostra vita verso la direzione a noi più felice” continua. Fateci caso: di interventi come questo Dentro di Noi è pieno.

Siamo in pochi oggi a Padova e la presentazione del libro assume fin da subito i connotati di una chiacchierata informale come un gruppo di amici che d’un tratto si sono trovati protagonisti di un caso editoriale. “C’era da aspettarselo, il libro che raccoglie gli interventi sul forum dedicato a Terzani è stato un successo” afferma Bortolotti. Ecco dunque l’occasione per un incontro del tutto inatteso tra persone mai viste prima ma accomunate da questo magico impulso che è prima di tutto un sentimento di sensibilità. Inizia il dibattito; le domande a Massimo ed Antonio si alternano dunque in un susseguirsi di sensazioni, impulsi, stati d’animo, critiche e riflessioni.
“Nel forum sembra proprio che tutti abbiamo contribuito dando il meglio di noi” confida un signore in prima fila. Niente di più vero commentiamo tutti assieme; una signora – anch’ella vecchia conoscenza del forum - suggerisce il termine catalizzatore, riferendosi al pensiero di Terzani. "Sicuro", commenta De Martino, "è bello però ricordare anche il lato imprevedibile di Tiziano che temeva il fanatismo a tal punto da intimarmi – durante l'ultimo incontro con lui poco prima della sua scomparsa - di mantenere sempre una direttiva leggera ed auto-ironica per quel che riguarda i contenuti del suo sito, senza mai sfociare in inutili fissazioni nei suoi confronti”.

Tiziano non era un tipo comodo, racconta ancora De Martino che lo ricorda come uomo umile ma spesso polemico, irrequieto, talvolta burbero. Una figura che ha anche trovato alcuni nemici se così si possono definire, soprattutto a livello professionale, parliamo dunque di giornalisti che in un certo senso non lo hanno mai del tutto “digerito”. Non dobbiamo dimenticare che Terzani è stato anche reporter ed inviato di guerra; un giornalista atipico, incline all’avventura, animato da un’esasperata curiosità ed una sensibilità che emergono, limpide, all’interno dei suoi libri e saggi. Terzani riuscì a fondere spiritualità e professionalità, laddove il mestiere di giornalista teme, anzi talvolta evita questo tipo di confronti. Ecco, forse, l’origine delle critiche più dure nei suoi confronti.
In Dentro di Noi – racconta ancora Massimo - c’è spazio anche ad interventi di questo tipo, scritti perciò da persone che si distinguono dalle altre per la linea accusatoria nei confronti di Tiziano definendo i suoi ammiratori dei “pazzi fanatici”. “Questo è il parere di poche mosche bianche” interviene il pubblico evidentemente dalla parte degli ammiratori del giornalista. “Vero, ma restano sempre opinioni di indubbio valore dal momento in cui i pareri contrari e la varietà di pensiero sono senza dubbio necessari per poter discutere, soprattutto per quel che riguarda temi cari alla spiritualità, argomento talvolta contraddittorio e zeppo di ciarlatani” precisa un sorridente De Martino.

Dentro di noi - l'intervista (II parte)

“Ci siamo trovati con un volume di interventi notevole, anche dal punto di vista qualitativo. Riflessioni inscrivibili in innumerevoli tipologie: da quella dello studente a quella dell'accademico, dall’appassionato al semplice lettore fino all’affezionato per arrivare, come detto, all’oppositore. Tutti accomunati da un’indubbia qualità e profondità di pensiero” continua Bortolotti. “A tal punto da riuscire a convincere l’editore Longanesi a promuovere il libro al primo colpo, non senza però un’attenta rilettura”. C’è sicuramente un aspetto commerciale in tutto questo, ma ad emergere è prima di tutto il contenuto dell’opera caratterizzata come detto da una candida ed onesta piacevolezza di pensiero che aggrega gli autori degli interventi contenuti in questo Dentro di Noi. C’è il meglio di noi in quelle pagine si sente echeggiare nella sala del nostro incontro. Ma cosa si intende per meglio di noi ci chiede Antonio, catapultato d'un tratto dall'altra parte della barricata a far domande a noi giornalisti. Assieme proviamo a darci una serie di risposte, senza riuscire però a sintetizzare una comune conclusione. Questo probabilmente è il meglio di noi; il fatto di avere moltitudini di idee, esperienze ed anime. Chi era allora Tiziano Terzani? Era un viaggiatore; scriveva e parlava di popoli, terre e uomini, ma era disposto a cambiare idea e tornare, in gergo, indietro nei suoi passi se scopriva un lato sconosciuto, veritiero e meritevole d’attenzione della faccenda. Viaggiare, per trovare se stessi e gli altri. Cercare, non essere mai appagati o meglio non accontentarsi di ciò che si sa. Rimetterci in discussione in quanto uomini. Creare il dubbio per arrivare a capire chi veramente siamo e qual è il nostro scopo. Incontrarsi in questa terra. “Dubito Ergo Sum!” esclama un signore seduto dietro di me. Suona come l’Eureka! di Archimede; che atmosfera! A questo punto sembra quasi di conoscerci già tutti per nome ma la conferenza sta per finire. Antonio e Massimo mi avvicinano – ho delle domande da fargli – invitandomi a proseguire la discussione con loro. Magari fuori, davanti ad un bicchiere. Padova si sa, è la città del Santo ma anche dello spritz…

Inizia così la nostra discussione privata: è la mia prima intervista e stranamente mi sento subito a mio agio nelle inedite vesti di giornalista quando, proprio sul più bello, d’un tratto una banda di musicisti fuori in piazza inizia un gran fracasso rendendo il nostro dialogo assai impegnativo. “Sposa bagnata, sposa fortunata” penso, intanto i miei due ospiti se la ridono approfittando della situazione per dare ordini alla giovane cameriera di turno mentre io con aria un po’ timida e imbarazzata inizio a far domande…

Terzanismo. Nuovo paradigma di pensiero, sentimento comune o semplice equivoco?

MDM: Preferisco pensare che tutti gli “ismi” e gli “isti” siano senz’altro riduttivi. Lo dico perché si sente spesso parlare ad esempio di “Terzanismo” più che altro per comodità ovvero per confinare qualcosa, per mettere delle barriere. Mi lasciano sempre un po’ di incertezza. Vuol dire che c’è un idolo quindi qualcuno che lo segue. Ma non lo segue come un riferimento positivo, lo segue spesso alla cieca. Credo sia sbagliato bendare gli occhi in questo modo. Dato che Terzani era prima di tutto un uomo come gli altri, sentir parlare di Terzanismo fa un po’ ridere!

AB: Le etichette mettono dei confini. Sicuramente quello di Terzani non può essere un fenomeno passeggero, c’è qualcosa di più. Non c’è alcun terzanismo quindi.

Dentro di noi - l'intervista (III parte)

Sembrerebbe, leggendo gli interventi dei lettori raccolti in "Dentro di Noi" che in generale la ricerca di Terzani sia in un certo senso confluita nelle mani, o meglio negli animi dei suoi lettori. Siamo noi i continuatori del suo viaggio? Da quanto emerso in sede di presentazione: Terzani è dentro di noi oppure fuori di noi, ovvero nel mondo che ci circonda?

AB: Credo innanzitutto che i libri di Tiziano contengano in essi delle risposte a quesiti di questo tipo, nel momento in cui Tiziano “continua” nei suoi libri. Come oltretutto altri messaggi continuano nei libri di altri autori come ad esempio nei volumi di Oriana Fallaci. Il libro possiede insomma qualcosa di eterno, si spera, in generale. Di solito è così. In ogni caso la metafora del viaggio non va fraintesa. E’ necessario cogliere l’essenza del termine, nel senso che non è “andando in India” che si trovano risposte alla propria vita o si arriva all’equilibrio. Nessuno di noi è tenuto a seguire la via di Terzani, non servirebbe farlo. Ognuno di noi dovrebbe seguire la propria via, qualsiasi essa sia.
- A questo punto interviene Massimo De Martino, che mi racconta il suo personale viaggio di vita che lo ha visto scegliere - a livello professionale - tra un lavoro che non sapeva dargli piena soddisfazione ed una scelta recente che lo vede impegnato in un’attività che lui stesso definisce “la passione della sua vita” -

MDM: Tiziano in questo senso era fuori, nel senso che non si era mai del tutto allineato, era infatti capace di tornare indietro e dire “ho sbagliato” qualora ne fosse stato necessario o qualora lo credesse opportuno ai fini della verità. Tiziano in alcuni frangenti non faceva affatto onore alla stampa! Basti pensare ad alcuni episodi (come ad esempio gli avvenimenti bellici in Cambogia) laddove Tiziano era il tipo che – rischiando la pelle – non credeva alle notizie ufficiali della CIA finché non vedeva coi suoi occhi quel che era successo! Questo era il consiglio che dava ai ragazzi che magari studiavano alla scuola di giornalismo. Per lui non esisteva alcuna scuola di questo tipo. Il giornalismo non si può spiegare, te lo devi inventare, lo devi andare a provare come un’esperienza! Certo, devi leggere, ti devi informare però nessuno ti può dire come fare il giornalista. Perché è oltretutto un mestiere “umano” che ognuno fa in maniera diversa.

AB: La figura di Tiziano ha fascino perchè egli ha avuto il coraggio di osare. Per collegarmi a quanto detto da Max riguardo la sua scelta di vita, credo che spesso valga la pena almeno di trovare il coraggio per lasciare qualcosa per qualcos’altro di nuovo e sconosciuto.

L’ultimo Terzani, quello che abbiamo avuto modo di leggere, vedere e sentire prima della sua scomparsa; ecco, quel Terzani, diventerà un classico?

AB: Credo sia sulla buona strada per diventarlo. Numericamente parlando lo sta già diventando, ma non vorrei limitarmi al solo dato statistico. La questione è piuttosto questa: dopo la messa in onda di Anam (l’ultima video intervista a T.T. ndR) e la pubblicazione dei suoi ultimi due libri (“Un altro giro di giostra” e “La fine è il mio inizio” ndR) la gente sembra essere stata ipnotizzata da questo vecchio con la barba bianca, richiedendo tante repliche di quel documentario (andato in onda tra l’altro in tarda serata) e nuove edizioni dei suoi libri. Questo ha fatto sicuramente pensare ad una sua possibile affermazione a livello di punto di riferimento, quindi di classico anche a distanza di anni dalla sua scomparsa.

Nel frattempo mentre la banda smette di suonare arrivano altri bicchieri al nostro tavolino. Decido così di spegnere il registratore. Sono le nove di sera e piazza dei Signori va riempiendosi di gente. Devo andare, ma prima saluto tutti come vecchi amici. L'amicizia si, è proprio questo il meglio di noi.

(Giuliano Frizzo)

Antonio G. D'Errico - Il Discepolo

Il Discepolo di Antonio G. D’Errico ti fa immergere in atmosfere oscure e ambigue di una città, Bergamo, notturna e spaventosa. Uno spavento che deriva dall’aria fredda dei monti intorno, dal gelo dell’animo di un branco di ragazzi che per un’allucinazione inconsapevole si trovano a celebrare riti satanici.
La violenza si insinua nei loro animi, a loro insaputa. Qualcuno teme quell’esaltazione, in particolare del capobranco. Altri sperano di dovergliela farla pagare, in un momento più opportuno, non condividendo più tutta quell’esaltazione. E’ un’escalation perversa, sottile, descritta con magistrale arte dall’autore. Un vero maestro, questo D’Errico. La sua scrittura non è spasmodica, anche se avverti ansia e trepidazione. Sembra quasi che avvisi, invece, che lasci spazio al lettore per un’altra soluzione che salverebbe tutti dallo spavento. “A me piace descrivere il bene,” ha detto lo scrittore in un’intervista rilasciata in tv. “Il male lo rappresento, solo per suggerire che la strada da percorrere è esattamente quella opposta”. La suggerisce anche all’interno del libro la strada opposta, spetta al lettore raccogliere gli indizi per fare di questa lettura esperienza propria. Si rivolge ai giovani D’Errico, da vero maestro, pur non atteggiandosi in questo ruolo. E’ il lettore giovane che coglie quest’aspetto, come se trovasse conforto nel corso della lettura nell’anima invisibile di chi ha saputo descrivere con realismo personaggi che potrebbero sembrare usciti da un incubo. Si tira il fiato solo nei momenti di pausa, in cui il protagonista si abbandona alla passione d’amore sfrenata con la protagonista femminile del thriller. E anche quando tutto sembra felicità e piacere, si avverte la sofferenza della minaccia che incombe ancora sui personaggi. Si avverte questa tensione, verrebbe voglia di metterli in allarme, di suggerire loro un altro amore, un’altra felicità. Ma ovviamente è impossibile, i personaggi sono sordi e in preda alla follia del loro destino che deve compiersi ineluttabilmente. Problematico è anche il rapporto del protagonista con la madre, ma questo l’autore non lo risolve, neanche avvisa. Condanna certi atteggiamenti, li esaspera, per farli emergere in tutto il loro scandalo.
Buona lettura, dunque. Siete avvisati.

Federico

Per un assaggio del libro clicca sul link seguente:
http://scrignoletterario.it/node/585

Antonio Gramsci - L'albero del riccio

Di questo volumetto di Antonio Gramsci, uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano nel 1921, che morirà nel 1937, dopo undici anni di prigionia, gli anni nei quali scrive i “Quaderni del carcere”, ormai tradotti nelle principali lingue e studiati in tutto il mondo, di questo volumetto dicevamo che raggiunge il lettore come “uno spicchio di verità” inedito dell'animo dell'attivo dirigente, quasi ci si dimentica della cella carceraria dalla quale era scritto e forse proprio in questo sta la bellezza letteraria del proporsi al pubblico e il suo insegnamento morale.
Questo ”Albero del riccio” parte in sordina. Ma subito si rivolge all'infanzia, ai giovani. E c'è lo sforzo per collocare natura e storia umana dentro l'idea generale di evoluzione. Chi scrive alla cognata Tania, alla moglie Giulia o ai figli Delio e Giuliano, è un Gramsci sempre attento alla grande letteratura dei suoi anni: da Puskin a Verne a Tolstoi.
Ed è sempre una pennellata di rara umanità questo volumetto di Antonio Gramsci.

(Fabrizio Chiesura)

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Antonio Lugli - La storia di Odisseo

Perfino nelle foreste delle favole e, aggiungiamo, sotto le fronde dei loro alberi immaginari, si sta estendendo silenziosamente il deserto della nostra angosciata cultura? Vediamo. Un po' tutti i poeti – da Dante fino a Italo Calvino – hanno pescato, e pescano tutt'oggi, nella tradizione popolare, cioè nella fiabe. Lo ha fatto anche Omero e lo fa, adesso, dentro la sua “Storia di Odisseo” Antonio Lugli, restituendoci, con un campionario di similitudini “in una prosa moderna”, la “biografia” del navigatore inappagato – nutrita oltre ai “resti sdruciti di altri poemi” anche di Virgilio Ovidio Euripide Sofocle Dante e Pascoli.
Cosa dicono queste similitudini? Sono otto in tutto. E parlano di “un carabiniere alla porta di un renitente alla leva”, di “stupendi delfini azzurri che giocano negli acquari americani”, di “guardie reali inglesi”, del vociare indistinto “che oggi si scatena negli stadi”, di “due sommergibili”, di “locomotive”, di “una portaerei” e di “fragorosi jet supersonici”.
Quale il messaggio che ci dà l'autore con la sua succinta rassegna di paragoni d'attualità, tuffati nel prodigioso mondo dell'”Odissea”? Ci pare di rinvenirlo laddove si dice dell'eroe: “Fu arguto, brillante, fece ridere i vecchi d'Ilio con i suoi proverbi e i paragoni spiritosi”. E' infatti un lampo: Odisseo, altrove, non riderà più. Ma perché? Perché, ci sembra di capire, le guardie, gli stadi, i sommergibili, una portaerei, suggeriscono immagini aggressive o (i jet, le locomotive) di fuga da qualcosa (e i delfini rimandano soltanto a uno stereotipo di sorriso). Dunque questa “Storia di Odisseo” cela un segnale, annuncia un malessere, una mestizia: forse il deserto della nostra angosciata cultura dalle rovine di un universo incantato?

Fabrizio Chiesura

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Barbara Bolzan - Il sasso nello stagno

Beatrice Arosio torna a Milano dopo aver trascorso anni in Germania, dove ha lavorato come ricercatrice universitaria. Sotto la corazza che la difende ed il carattere forte che mostra, in realtà ci sono solo confusione, dubbi, terrore di appartenere a qualcuno. Per quanto le costi fatica e orgoglio, tenta di riallacciare i contatti col padre, stimato letterato e docente, da lei sempre giudicato assente, egoista ed irraggiungibile. Questa protagonista giovane, ricca, eccessiva, solitaria e nevrotica, cerca di programmare la sua vita come fosse uno schema filologico e linguistico, scientificamente ordinato e in certo senso prevedibile: per questo esclude da sé ogni cosa che sia irrazionalità e passione – in primo luogo l’amore. Fino a quando sarà chiamata a scelte che condizioneranno per sempre la sua visione del modo.
Barbara Bolzan ci regala una storia intensa e profondamente sentita, raccontata in modo magistrale. Un autentico capolavoro.
(Simone Valtorta)

Barbara Bolzan - Requiem in re minore

Copio/incollo questa meravigliosa notizia che riguarda la nostra carissima BARBARA BOLZAN che è al secondo posto tra i selezionati nella selezione "Romanzo":

"La giuria del Premio Letterario “Casa Sanremo Writers” ha individuato i 10 autori che andranno alle selezioni finali di Casa Sanremo presso il Palafiori di Sanremo.
Considerando l’ottima qualità e l’alto numero degli elaborati pervenuti, la giuria ha ritenuto necessario aggiungere 7 segnalazioni speciali per il merito letterario e una segnalazione tematica.
Pertanto, gli autori che per tutte le sezioni sono invitati a prender parte alla kermesse letteraria di Sanremo sono in tutto 18.
Tre di questi diciotto saranno insigniti con il Premio Casa Sanremo Writers per la ciascuna sezione (Romanzo, Racconto breve, Poesia).
Ad uno dei tre vincitori di sezione verrà assegnato il Premio Casa Sanremo Writers come vincitore finale.
Ecco i 18 nomi:

Sezione Romanzo:
1) Alessia Tommasini
2) Barbara Bolzan
3) Francesca Papa
4) Luca Rinarelli
5) Maria Rosaria Ferrara
6) Maurizio Asquini
7) Sabrina Minetti
8) Simona Tassara
9) Sonia Stangio
10) Stefano Santarsiere
11) Stefano Pietri
12) Emanuele Verdura
13) Yami
Sezione Racconto:
14) Luigi Pane
15) Maria Corsetti
16) Rosalba Panzieri
Sezione Poesia:
17) Lorenzo Avola
18) Marco Nuzzo

Scritto in modo impeccabile,"Requiem in re minore" è una storia di intrighi e mafia raccontata attraverso la vita di Agata Vidacovich, la protagonista, divisa tra il suo misterioso lavoro e il matrimonio con un uomo, un pianista, che di lei non sa nulla ma che la ama in silenzio attraverso il suo pianoforte. Agata è sempre in mezzo a doppigiochisti e si interroga sul suo matrimonio. Giudica il marito un inetto che non riesce più a fare concerti e suona solo per se stesso e per lei. Ma si sbaglia, e lo capirà troppo tardi.
Milano, Oslo e Trieste fanno da sfondo alle trattative di Agata per il ritrovamento dell'urlo di Munch e la Gioconda rubati e nascosti chissà da chi e dove.
Requiem in re minore è un romanzo a tutto tondo in cui la musica si mischia all'arte pittorica e alla scrittura dell'autrice.

Scrigno non può far altro che complimentarsi con Barbara e sentirsi arricchito e onorato di ospitarla tra le sue rubriche on line.

Nadia

Barbara Bolzan - Sulle scale

Monica è ancora un’adolescente quando a scuola, durante una lezione, sviene. Ma quello che sembra un banale incidente si trasforma ben presto in un calvario, in un’incessante ricerca delle ragioni che determinano uno stato di salute sempre più incerto. Fino alla scoperta della verità, all’accettazione delle cose ma anche alla ricerca della dignità di tutti noi.
Attraverso la creazione di un personaggio fittizio, Barbara si racconta e ci racconta l’epilessia, con quel suo stile particolarissimo sospeso tra la denuncia sociale e un’ironia amara e graffiante, a volte pervaso di autentica poesia, che rende la narrazione piacevole, e a tratti persino divertente. Un libro per tutti, da leggersi, per aprire gli occhi su una realtà ben presente, oscurata dai media che non ne parlano perché «non farebbe notizia», e perché nella nostra pur civile Italia sono ancora troppi i preconcetti culturali e le norme discriminanti.
(Simone Valtorta)

Barbara Risoli - Il veleno del cuore

Chi ha già letto altri libri di Barbara Risoli apprezzerà doppiamente Il veleno del cuore. Il primo motivo è che ha saputo egregiamente passare da storie di fantascienza come La stirpe e l'Errore di Cronos, a un romanzo rosa (ma io lo definirei più un romance storico) davvero coinvolgente. In secondo luogo perchè ha scelto uno stile tutto suo che armonizza benissimo scrittura e narrazione. Se infatti la vicenda de Il veleno del cuore è ambientata nella Francia pre-rivoluzionaria del 1788, la scrittura di Barbara riporta indietro nel tempo, ad autrici di inizio Novecento come Liala, e tale scelta stilista fa sì che il coinvolgimento nel passato avvenga con maggiore intensità. La collocazione storica, che oltretutto è ottimamente circostanziata con precisi riferimenti a fatti e vicende realmente accaduti, testimonianza di un attento lavoro di ricerca, e la scelta di un linguaggio "datato" non precludono però ad una scelta molto stimolante dei personaggi che anche se ben collocati nel loro tempo non sfigurerebbero in una storia contemporanea: Eufrasia, donna di carattere e coraggio che però nasconde anche alcune fragilità, e Venanzio, pericoloso e deciso ma con un inatteso sottofondo di dolcezza.

Sullo sfondo di una Francia piegata da un rigido inverno ed in attesa dell’assemblea degli Stati Generali che segnerà l'inizio della Rivoluzione, l'incontro di Eufrasia, figlia del fisocratico conte Xavier des Fleuves, e del fuorilegge Venanzio, inizialmente apparirà una sorta di patto a delinquere in cui ciascuno dei due deve dimostrare di essere più duro dell'altro. Ma il gioco diverrà ben presto più complicato di quanto pensino finchè il loro destino si incrocerà in modi del tutto inattesi.

Carla Casazza

Per un assaggio del libro clicca sul seguente link:
http://scrignoletterario.it/node/680

Barbara Risoli - L'errore di Cronos


Zaira crede di sognare. Anzi, vorrebbe sognare. Invece scopre che la foresta incontaminata in cui si sveglia e i personaggi che incontra sono terribilmente reali. Così come lo è Dunamis, crudele e affascinante sovrano di Astos che intreccerà il prorio destino con quello della giovane.

Sono stata immediatamente catturata da L'errore di Cronos che racconta le avventure di una ragazza del Duemila, improvvisamente catapultata nella Grecia antica. Dove la vita è dura e Zaira deve lottare per la propria sopravvivenza, resistendo alla passione per l'affascinante tiranno di Astos e imparando a riconoscere i veri amici. Un percorso di crescita repentino e durissimo che ne forgerà il carattere e la metterà alla prova fino alle scelte estreme. Un romanzo coinvolgente in cui si muovo personaggi interessanti che riservano grandi sorprese perchè nessuno si rivela essere ciò che inizalmente appare.

Dopo avere letto ed apprezzato La stirpe e Il veleno del cuore, questo terzo lavoro (che è stato rieditato in una nuova edizione dalla Runde Taaran) mi conferma il talento di narratrice di Barbara Risoli e la sua grande versatilità: dalla fantascienza al romance storico al fantasy riesce sempre ad incatenare alle pagine dei suoi romanzi il lettore.

di Carla Casazza

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Barbara Risoli - La stirpe

Provengono da pianeti diversi, da culture distante anni luce (e non solo per modo di dire), hanno principi e convinzioni spesso contrastanti. Ma loro malgrado si trovano a condividere un'avventura che li cambierà profondamente.

Sono i protagonisti de La Stirpe, romanzo di fantascienza che ribalta molte prospettive e fa della trisomia 21, detta anche Sindrome di Down, non più una caratteristica "negativa" per gli uomini, bensì un dono speciale.

Ho trovato molto interessante il fatto che Barbara Risoli abbia scelto di sviluppare proprio attorno a questo tema la trama della sua storia e di come ha caratterizzato i personaggi. In particolare Onfale: bella, intelligente, sembra la classica creatura superiore invece è proprio quella più diversa da tutti, quella anormale, anzi addirittura senza una identità biologica precisa.

La stirpe è stato scritto per un concorso letterario e il dovere sottostare a criteri di lunghezza stabiliti a monte ha limitato le possibilità espressive dell'autrice, ma nonostante questo la storia scorre bene, è avvincente, i dialoghi sono coloriti da un "botta e risposta" ironico che sdrammatizza: non toglie pathos ai momenti più intensi ma regala un ritmo più veloce.

Non ho letto molto di fantascienza, ma questo romanzo mi ha coinvolto "a pelle" perchè la storia che racconta è viva e palpitante. E ci invita a riflettere su alcune sfumature della realtà che paiono scontate, invece è sufficiente molto poco per ribaltarne la prospettiva.

Carla Casazza

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Beatrice Valsecchi - Un sogno di torta fritta e marzapane

Quale metodo migliore di presentare il divertentissimo romanzo d'esordio di Beatrice Valsecchi, una giovane autrice monzese, se non sottoporla ad un'amichevole intervista?

Adesso manca solo la ricetta della torta fritta...

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--> IL LIBRO <--

* Da dove nasce l'idea di “Un sogno di torta fritta e marzapane”?

Il nucleo primario del romanzo viene dalla mia voglia di raccontare il mondo dell’infanzia, la mia e quella dei miei coetanei che negli anni ’80 hanno goduto di un mondo ora scomparso. In particolare ho scelto di raccontare le estati, fatte di noia, di giochi all’aperto, di paesini di campagna dimenticati dal resto del mondo.

* Il titolo, che richiama i romanzi del genere rosa, nasconde in realtà una trama frizzante e intrisa di umorismo: come mai questa scelta?

Dare un titolo al mio romanzo è stato molto più difficile che scriverlo: i toni e il linguaggio sono molto diversi dal genere rosa, ma c’è anche tanto romanticismo; la trama è per metà chick-litt e per metà amarcord di provincia. Ogni titolo che nasceva sembrava dare più spazio ad un aspetto mortificando gli altri, allora, con l’aiuto della editor di Sperling abbiamo trovato i punti di contatto delle due storie: gli alimenti che alimentano i sogni.

* Il collegamento fra le due storie è denotato anche dall'uso di due diversi caratteri di scrittura, scelta stilistica di grande effetto. Ci sono motivazioni particolari che ti hanno spinta a questa decisione?

È venuto naturale: lo stile di scrittura è diverso e di conseguenza anche il font. Poi è anche un modo per aiutare il lettore a non fare confusione.

* Quale personaggio ti sta particolarmente a cuore e quale invece si è particolarmente ribellato alla tua penna?

Li ho amati tutti, anche perché il bello di scrivere è che puoi entrare nella testa dei tuoi personaggi, essere loro per un momento, amarli e farli comportare come davvero loro farebbero e non come fa comodo a te per portare avanti la tua storia. Comunque, credo che si capisca, nel mio cuore Miro ha più spazio di tutti.

* Ci consigli la maniera migliore per leggere il tuo libro e gustarlo appieno?

Lettino stile Rimini, giornata tiepida, ombra di un giardino, occhiali da sole, tavolino a portata di mano con cibo e bevande fresche (perché viene fame subito leggendolo). Ma in mancanza delle circostanze perfette va bene anche in treno, a letto sotto il piumone, sul divano quando fuori piove… A parte gli scherzi, l’unico consiglio che posso dare, per il mio come per tutti gli altri libri, è di non leggere una pagina alla settimana, perché è come mangiare le patatine fritte fredde e moscie: il risultato è pesante e senza sapore. Io, se so di non aver tempo per leggere in un certo periodo, aspetto e riprendo quando sono più libera.

* La caratterizzazione di luoghi e situazioni – nella parte di Miro, soprattutto – ci trasporta in ricordi di altri tempi...quanto c'è di tuo, di autobiografico, nel libro?

C’è tanto di vero. Di propriamente autobiografico c’è il fatto che la bambina va sempre a fare le vacanze in un paesino dell’Appennino Parmense. Poi, non so nemmeno io con che misura, c’è un miscuglio di ricordi, di invenzione, di persone che si incrociano per formare personaggi. Posso dire che le cose che sembrano le più esagerate sono in realtà quelle vere.

--> LA SCRITTRICE <--

* Ci racconti qualcosa di te?

Sono nata e cresciuta a Monza e ho due sorelle come la protagonista del libro (ecco l’autobiografia che ritorna). Ho dato voce alla mia vocazione per la scrittura (chiamiamola così, anche se credo poco nella vocazione religiosa, figuriamoci nelle altre) solo a 30 anni. Ho fatto due corsi molto validi come sceneggiatrice (RAI e Centro Sperimentale di Cinematografia), ma ho trovato il mio spazio prima come scrittrice. Adesso sto finalmente lavorando come sceneggiatrice e ne sono molto contenta. Ho anche iniziato a scrivere un secondo romanzo, ma ho pochissimo tempo per farlo.

* Come hai iniziato a scrivere e cosa ti ha spinto a farlo?

Ho iniziato in prima elementare con aste e cerchiolini. So che sembra una risposta scema, ma è l’unica che riesco a dare. Ci sono cose che tutti facciamo, ma c’è un momento che senti che una la odi e l’altra invece ti viene bene, ti piace farla, ti dà soddisfazione. Carl Lews avrà iniziato a correre sui due anni, come me, solo che io a 3 avevo già capito che correre non faceva per me. Qualcuno a scuola odiava il giorno del tema, per me invece era vacanza, a prescindere poi dai voti scarsini che prendevo. Se posso interpretare la tua domanda: non scrivo per necessità, per un fuoco che mi brucia dentro, per l’arte che si deve esprimere attraverso di me. Scrivo perché mi diverto, mi sento libera e perché se devo scegliere un’attività da fare a tempo pieno per mantenermi questa è sicuramente quella che preferisco.

* Ognuno di noi ha il suo mito letterario a cui si ispira...qual'è il tuo?

Non ho miti, nemmeno letterari. Cerco anche di ispirami poco ad altri, ma è inevitabile che quelli che tu ami poi ti inseguano sulle tue pagine. Attualmente ci sono due scrittori che fremo per leggere. Ho sul comodino gli ultimi libri pubblicati della Kinsella e di Veronesi. Non ho ancora iniziato a leggerli per quello che dicevo prima: è un periodo che faccio le due di notte a scrivere sceneggiature, non avrei modo di gustarmeli, ma è una vera sofferenza. Spero che arrivi presto un week-end libero per mangiarmene uno.

* Il tuo stile è ironico e pungente, ed il libro si legge tutto di un fiato. Hai qualche trucco del mestiere da consigliarci?

Per quanto riguarda lo stile temo sia innato, l’ironia e la comicità sono quelle cose che si possono anche studiare a tavolino, ma poi il risultato è meccanico e, diciamolo, un po’ freddino. Sul ritmo, invece, ci sono molti più modi per intervenire senza farlo notare. Io consiglio a chiunque voglia scrivere un romanzo di leggersi dei manuali per sceneggiatori: la struttura del racconto è fondamentale in un film, ma ha il suo peso anche in un romanzo.

* La tua opera prima è stata pubblicata da una casa editrice importante come la Sperling, quale iter hai seguito per raggiungere questo importante risultato?

Ho seguito l’iter più standard che esista: ho proposto il libro ad un’agente, a lei è piaciuto e nel giro di brevissimo tempo ho firmato il contratto con l’editore. So che sono stata molto fortunata.

* Hai progetti per il futuro?

Sì, ne ho talmente tanti che faccio fatica a chiamarli progetti. Il più concreto è quello del secondo romanzo. L’idea mi piace molto, non sarà facile da scrivere, ma appena avrò più tempo sarà tutto per quello.

Per un assaggio del libro --> http://scrignoletterario.it/node/1126

Carla Casazza - Montecuccoli

MONTECUCCOLI 1937/1938
VIAGGIO IN ESTREMO ORIENTE
Di Carla Casazza
Che sorpresa!!!
Quando ho visto il libro i miei sensi hanno esultato, infatti è grande, con la copertina rigida di colore blu come il mare, correlato da magnifiche foto dell'epoca, leggero e liscio sulla cui superficie la mano scorre piacevolmente.
E' la storia del sottoufficiale Capo Elettricista Aroldo Sabbadin e dell'incrociatore Montecuccoli (su cui è imbarcato)che si snoda nei 29 anni di onorato servizio nella marina italiana.
Che meraviglia trovare nel racconto l'onore, l'amor di Patria, il prodigarsi in aiuti alle popolazioni civili! Un pezzetto della nostra storia di cui andare fieri e sono grata all'autrice per avermela fatta conoscere.
La scrittura è chiara ed essenziale intervallata dai racconti di Aroldo Sabbadin (gran bell'uomo!).
Nel leggerlo ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte ad un reportage di tipo giornalistico ben documentato sia per i cenni storici che geografici, che tecnici (propri dell'incrociatore).
Questa frase dell'autrice mi ha colpito "sono stata conquistata, come molti prima di me, da un mondo, l'Estremo Oriente visitato dall'equipaggio del Montecuccoli nel corso della spedizione, che aveva il fascino della contraddizione, strano miscuglio di moderno e antico; una realtà unica e speciale, nel bene e nel male."....anche a me affascina il miscuglio di moderno ed antico!
L'autrice mi ha incuriosito non poco, per la sua passione ed accuratezza nel descrivere la storia, per il risalto che dà a valori come l'onore e l'amor di patria (tipico delle antiche legioni romane), per la scrittura particolare di cui è dotata e, per la passione che mi lega alla storia antica, mi piacerebbe che si cimentasse in un romanzo storico perchè il talento non le manca.

Claudia Lucchin

Per l'assaggio del libro clicca sul link di seguito: http://scrignoletterario.it/node/435

Carla Sermasi Calvi e Luca Martini - L'amore spaccato


L'amore spaccato nasce da un desiderio di collaborazione tra i due autori che si conoscono da tempo e si stimano da sempre. In comune hanno solo la passione per la scrittura e un grande affetto per il marito di Carla che è anche cugino di Luca. Quest'ultimo, oltre alla parentela, ha la stessa passione del cugino per la musica... Insomma, una serie di intrecci, di casi della vita, di collaborazioni hanno dato vita al romanzo a quattro mani. Un romanzo che non è neppure un romanzo, ma quattro pièce teatrali, due per autore, che portano in scena storie dell'amore dei nostri tempi. L'amore è miele e zucchero. Ma c'è anche il rovescio della medaglia. E' spesso anche dolore e le quattro scene raccolte nel libro ne raccontano le sfumature attraverso i personaggi e, più ancora, le comparse, che fanno comprendere quanto, per gli altri, la vita va avanti lo stesso al di là delle tragedie personali.
Come disse Jung:"L'amore è follia", spesso una dolce follia, altre volte un delirio psicotico che porta ad estremizzare la vita come nel monologo finale di Martini o a inventarsela, a raggiungere compromessi come succede invece alla protagonista del secondo pezzo della Sermasi.
"Quando farò sesso con te significa che non ti amerò più" è la triste rivelazione di un uomo alla sua donna nel pezzo di Martini. Sono due attori porno e il sesso è lavoro per loro. Un rovesciamento di pensiero forte, forse anticipatore di una realtà subdola dove il sesso è divertimento, denaro, violenza, sopraffazione e si può fare con chiunque, non certo con la persona amata. L'amore si sta trasformando in qualcos'altro?

Carlo Merzinger - Ansia assassina

E' sufficiente leggere i primi periodi di Ansia Assassina di Carlo Menzinger per venire catturati da questo noir veloce, ritmato, notevolmente cruento, tanto da poter essere definito quasi pulp. Quasi, perchè è molto marcato l'elemento di suspance, una tensione tangibile, densa, angosciosa, che accompagna il lettore fino all'ultima pagina. Che stupisce per un finale inaspettato, minimalista a confronto di tutto il resto della storia.

Un romanzo che si divora in due ore, per stomaci forti che riescano a reggere 17 morti violente e apparentemente immotivate. O meglio, originate da cause sempre molto banali e senza collegamento tra loro, ma che fanno pensare ad un folle deus ex machina, ad un serial killer animato da un'illogico movente che nessuno riesce ad individuare.

Al di là della storia coinvolgente e ben scritta, l'autore non rinuncia ad alcuni passaggi che ne rivelano la sensibilità e la capacità di tratteggiare brevi istantanee di quotidiana poesia. come questo brano che descrive i lavavetri: "Tutti lì a togliere piccole gocce di nulla. Tutti lì a pretendere un goccio della nostra irrangiubile e vicina opulenza di gente che arranca fino al ventisette del mese".

Carla Casazza

Per un assaggio del libro cliccare sul seguente link: http://scrignoletterario.it/node/689

Claudio Martini - I racconti del ripostiglio

Il romanzo è strutturato in più racconti che Giovanni, il protagonista, ritrova nel ripostiglio della propria casa.
Inizia così la ricerca del o degli autori fino a ritrovarsi dentro ad un gioco che spingerà Giovanni a scrivere lui stesso, forse, in fondo, a ritrovare se stesso attraverso la lettura prima e la scrittura poi.
I racconti narrati descrivono peridodi diversi, luoghi diversi, anche molto lontani, ma con un unico grande fattore comune: il tempo. Sotto forma di memoria, del suo trascorrere, delle soluzioni per arrestarlo o raddoppiarlo.
Ci si ritrova in questo romanzo, in uno o più racconti, sporadicamente qua e là ed è forse questo che tiene legato il lettore alle pagine del libro quasi sorprendendosi, esattamente come succede al protagonista, di come possa l'autore raccontare o conoscere pezzi della sua vita. Così, esattamente come il Tempo, il vissuto di ciascuno, da ciò che sentiamo a ciò che vediamo, diviene fondamento del romanzo stesso.
La scrittura è scorrevole, a volte occorre rileggere il capoverso, ma è quando ci si riconosce, o la frase è più bella, più incisiva, più portatrice di un messaggio personale, o, infine, richiede una maggiore riflessione.

Nadia Zapperi

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Corrado Guzzon - Dovrei vivere in una vasca

E'infatti fra i vapori caldi di una vasca piena d'acqua che Corrado Guzzon riscopre le cause, i motivi e le colpe del nostro vivere quotidiano, in una miscela di geniali quanto irriverenti strofe che raccontano la vita, quella vera, in cui Il piccolo vicino di casa appena nato è il nuovo inquietante futuro rompiballe (che si chiama Dodo) ed i ragni ci deridono, appesi al loro filo, mentre giocano come noi a resistere alla polvere che cade nella città.

Un autore monzese modernissimo, ed un libercolo talmente reale che non può mancare nella nostra libreria di casa.

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S.A.

Costanza Alpina - Niente di personale contro Mara Carfagna

Il titolo di questo pamphlet, come lo definisce l'autrice che scrive sotto lo pseudonimo di Costanza Alpina, può sviare. Perchè Niente di personale contro Mara Carfagna. Brevi considerazioni su una soubrette diventata ministro non è un libricino di satira, bensì una disanima accurata e ben circostanziata che analizza e mette sotto accusa un sistema politico, quello italiano attuale, in cui è stato possibile che una piacente signorina, nel giro di pochi anni, sia passata dai panni generosamente scollati di soubrette a quelli castamente griffati di ministro alle Pari Opportunità. Vale a dire da simbolo della mercificazione della femminilità a garante e difensore della stessa. Un ossimoro vivente, insomma. Se molte donne, appresa la notizia della nomina della Carfagna, si sono sentite prese in giro e hanno ritenuto vani decenni di lotta per l'emancipazione, leggendo il volumetto di Costanza Alpina avranno almeno la magra consolazione di comprendere meglio come ciò è potuto accadere e, forse, come comportarsi per evitare che il maschilismo strisciante dei nostri politici (accettato, lo ammettiamo tristemente anche da una certa porzione di donne) continui a dilagare. Ma non si tratta di un attacco diretto alla Carfagna che in fin dei conti è semplicemente un effetto del sistema, è un manifesto "contro la svendita televisiva della femminilità. Contro l'elevazione della "soubrettitudine" a modello politico e sociale."
"Il mio è [...] un lamento - scrive Costanza Alpina - evocato da un senso di disillusione e di ferita. Ferita di una femminilità silenziosa, ritratta ma forte e caparbia, come quella di tante donne che hanno trascorso, trascorrono e ancora trascorreranno ore e anni chine a dedicarsi con diligenza e passione alle loro professioni, ai loro mestieri, sperando in un riconoscimento anche molto inferiore a un pulpito o una cattedra, uno scranno parlamentare, una scrivania al ministero.
L'esercizio di riflessione nasce dal senso di offesa avvertito penasando alle donne che nemmeno si sognerebbero di fare la valletta o posare nude e seminude davanti al grande pubblico.[...] A quelle tante donne, studentesse, lavoratrici, mamme, studiose e non, va il mio pensiero più solidale. Con loro condivido la fatica, la rabbia, l'orgoglio, la speranza e l'operosità silenziosa di ogni giorno di lavoro. a loro dedico queste mie considerazioni."

Carla Casazza

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Damiano Mazzotti - Libero Pensiero e Liberi Pensatori


L'idea di fondo e i presupposti che stanno alla base del saggio di Damiano Mazzotti "Libero Pensiero e Liberi Pensatori. L’Italia e il Mondo: Giornalismo, Libri, Web e Psicocomunicazioni" (Ibiskos Editrice Risolo), sono validi e innovativi: una raccolta di articoli che presentano la nuova
frontiera del giornalismo partecipativo sul web, che affronta svariate tematiche interessanti e offre una panoramica su società, letteratura, strumenti di comunicazione giovani e in parte inesplorati.
Scrive l'autore: " le parole e i pensieri che troverete in questo libro verranno liberamente espressi nella lingua moderna, snella e pratica che si può riscontrare oggi nel WEB. Non è il linguaggio settoriale e accademico dei professori universitari o dei professionisti dei vari mestieri, ma è la lingua che rappresenta la persona comune con una buona cultura di base, che è cosciente del ruolo attivo che ogni cittadino deve avere nella società civile europea.[...] Nel libro vengono quindi raccolti quasi tutti i miei articoli che sono usciti sui diversi siti internet di giornalismo partecipativo: cioè quelle organizzazioni online dove il cittadino sviluppa e diffonde direttamente la notizia.[...] Quindi il libro è stato pensato per le giovani generazioni che sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli per elaborare un pensiero e una forma di conoscenza sempre più libera, sempre meno fondamentalista, e sempre più rispettosa dei punti di vista alternativi e dei diritti delle minoranze.[...] La pubblicazione raccoglie anche tantissime citazioni e reinterpretazioni di autori famosi, diventando così un “piccolo manuale pratico” per chi vuole stimolare la scrittura creativa e un’amichevole promemoria per valutare diversi consigli su altri libri interessanti da leggere per approfondire un particolare tema (cosa molto utile a chi è impegnato a scrivere tesi, tesine e ricerche, oppure articoli vari)."
L'autore ha toccato svariati temi e proposto interessanti recensioni di libri anche piuttosto "alternativi" o poco conosciuti, con una modalità e uno stile molto colloquiale.

Carla Casazza

Damiano Mazzotti - Uomini e amori gioie e dolori - le storie via sms

Un libro basato sullo scambio di messaggi via cellulare: teleracconti,
teleseduzioni e teleriflessioni: le nuove vite dell’amore e della libertà.

Gli sms in fatto di comunicazione – diciamolo - non sono più il prodotto
all’avanguardia di pochi anni fa. Telefonini e palmari ormai sono roba da tutti
i giorni, ma proviamo a riflettere proprio su questo punto. C’è stata
sicuramente un’evoluzione culturale stimolata dall’utilizzo di queste nuove
tecnologie. Mandare un messaggio non è una cosa così banale come si pensa;
esiste una vera e propria fenomenologia dell’sms; c’è dunque chi lo sfrutta per
scrivere all’amico le ultime barzellette, chi ci scherza su, chi – negli ultimi
tempi - si improvvisa artista dell’emoticons, chi dichiara il proprio amore al
partner, chi lavora, chi riceve appuntamenti, chi scommette, chi guadagna, chi
vende e chi infine si diletta in veri e propri virtuosismi poetici “da 160
caratteri”: tanti sono quelli disponibili per comporne uno.

Ogni telefonino è come un diario. Dalla rubrica alla cartella delle foto, per
arrivare infine alla raccolta degli SMS inviati e ricevuti, i piccoli
apparecchi che teniamo spesso distrattamente nelle nostre tasche contengono una
miniera ricca di informazioni biografiche su ognuno di noi. Dati che, se
analizzati da qualcun’altro sarebbero perfettamente in grado di caratterizzarci
e, talvolta, di smascherarci, basti pensare ai recenti fatti di cronaca emersi
dalle intercettazioni telefoniche. Del resto, chi avrebbe il coraggio di dare
in mano il proprio telefonino ai propri cari o al pubblico senza provare una
certa tensione al solo pensiero di venir sorpreso in dialoghi più o meno intimi
e privati? Come nei film, quando il cellulare zeppo di messaggi dell’amante
finisce distrattamente tra le mani della moglie del furbetto di turno. In una
scena come questa è partito tutto da quel maledetto sms…

C’è dunque chi dice, a buon ragione, che gli sms sono come la cioccolata, o
come il calcio: li ami o li detesti, in ogni caso, prima o poi ci caschi. A
questo punto - banalmente - potremmo chiederci che mondo sarebbe senza sms? Una
persona che non si è mai posta questa domanda è il nostro amico Damiano
Mazzotti che con la trovata dei messaggini (già conosciuta, si vedano alcuni
passi in romanzi di autori quali Andrea De Carlo, ma non solo) ci ha scritto un
libro.

Il saggio Uomini e amori, gioie e dolori, rappresenta infatti il primo diario-
romanzo sviluppato per intero (questa è la novità) attraverso lo scambio di sms
anche poetici tra partner amorosi e non. La lettura è snella e incalzante e si
sviluppa principalmente sotto forma di scambi di sms tra partner (trascritti,
errori compresi, così come appaiono sul display per rendere più realistico il
tutto), che seguiamo in una sorta di cronistoria digitale.

Ma non diffidiamo; questo non è un libro per soli adolescenti o fanatici del
T9, “Uomini e amori, gioie e dolori” è anche un saggio per "adulti" , precisa
l’autore, vista la presenza di aforismi filosofici e di citazioni di autori
famosi di cultura occidentale, orientale e mondiale. Un libro che può essere
considerato una guida informale per esplorare la bellezza e l’imprevedibilità
del pensiero e della comunicazione umana (antica e moderna).

Ed in chiave di successo editoriale l’autore afferma che “In Giappone altri
diari-romanzo sviluppati tramite sms, hanno già venduto milioni di copie e la
moda potrebbe diffondersi in occidente. Tra l'altro potrebbe essere un bel
film, non più futurista riguardante la mutazione dell'anima dell'uomo...” A
proposito di film: litigate e battibecchi degni della miglior commedia
agrodolce all’italiana in questo libro non mancano. “Il contenuto dell'opera si
può definire la versione letteraria e moderna del film "Poveri ma belli" di
Dino Risi” ci scrive ancora l’autore.

A questo punto allora possiamo tirare un sospiro di sollievo, perché tecnologia
a parte, quello che si prova sfogliando questo libro è una piacevole sensazione
di vivacitàè. Perciò tra tele-litigate, video-discussioni e sfoghi-digitali è
bello - in questi tempi moderni - scoprire che il tema principale delle nostre
agitazioni, digitali o analogiche che siano, resta sempre il caro, vecchio,
amore.

Giuliano Frizzo

Daniela Lojarro - Il suono sacro di Arjiam

In un mondo in cui gli esseri umani hanno imparato a convivere con il Suono Sacro e a governare il potere dell'Armonia, Fahryon, neofita dell'ordine dell'Uroburo, e Uszrany, nobile cavaliere del Grifo, devono lottare per la loro salvezza e quella dell'umanità tutta, evitando che la Malia del nobile Mazdraan trionfi. Ma non tutto è come appare e “colui che può attraversare il ponte” dovrà dimostrare al mondo che l'esatto equilibrio del Suono Sacro sta esattamente nel centro.

Un fantasy incentrato totalmente su suono ed armonia, in cui le parole sembrano note che scivolino come melodia sulla pagina, accompagnando il lettore in una piacevole avventura mai noiosa, resa realistica dalla poliedricità dei personaggi, tratteggiati in tutte le sfaccettature che un essere umano deve avere: il bianco ed il nero. Quasi fosse un immagine in tre dimensioni, in grado di portarci al loro fianco nella narrazione. L'evoluzione dei personaggi avviene nel corso di tutta la storia, caratteristica che l'autrice attribuisce anche ai personaggi secondari, regalandoci una rosa di caratteri straordinari, mai banali. Da segnalare particolarmente il personaggio del nobile Mazdraan, “cattivo” atipico ed affascinante che rappresenta ciò che, anche al giorno d'oggi, dovrebbe essere considerato sbagliato: tradimento, corruzione e nessun rispetto per gli altri esseri umani.

Un vero plauso va infine all'autrice per la stupenda e correttissima scrittura e per essere riuscita a scrivere un fantasy che vi terrà incollati alle pagine, col fiato sospeso sino all'ultima parola.

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Daniele D'Agostino - Esprit Libre

Tra amori e adolescenza un romanzo di formazione

Il romanzo dipinge dettagliatamente la realtà di un gruppo di ragazzi durante la complessa età dell'adolescenza, in cui l'esigenza di raggiungere un'emancipazione dal mondo degli adulti e della società s'intreccia col bisogno di trovare affermazioni affettive tra i compagni.
Il contesto nel quale si sviluppa la trama e quello di una Palermo socialmente aristocratica, caratterizzata tuttavia dal contraddittorio stato di precarietà delle strutture e delle istituzioni, che concorre all’accrescimento della percezione di disagio da parte dei giovani coinvolti nel racconto.
La narrazione risulta scorrevole e spigliata, attributi che fanno di questo romanzo un'opera preziosa. Al ragazzo non spetta altro che rifugiarsi nelle solite fidate amicizie di sempre, che tenteranno in parte di lenire il suo dolore. Tuttavia la sua grande sofferenza sfocerà in una grande rabbia, incapace di esprimersi e pertanto repressa: condizione che porterà Marcy a subire momenti di forte depressione, almeno fino al momento del suo provvidenziale incontro con l’incantevole ed indecifrabile Fabiola.
La vicenda giocherà tutta intorno alla ricerca di equilibri emotivi, che sorprenderà il lettore nella sua risoluzione finale.

(di Patricia Rapposelli)

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David Anzalone - Handicappato e carogna

Ho trovato questo libro in una libreria a Roma. L'ho preso perchè la copertina mi aveva attirato. "Handicappato e carogna"? Ebbene si, ci avevo visto bene.
David Anzalone , l'autore del libro, è un handicappato di quelli veri. E’ anche il protagonista dei suoi stessi monologhi teatrali che sono finiti in un libro, il suo, che rientra nel novero dei "Libri comici". Essendo una trasposizione dal "parlato" allo "scritto" di uno spettacolo perde sicuramente molto delle sue potenzialità (anche se non ho mai visto lo spettacolo) ma rimane sempre un libro discretamente godibile con alcune considerazioni simpatiche ed originali ed alcune battute fulminanti. Penso che alcuni argomenti avrebbero avuto una diversa accoglienza se l'autore stesso non fosse stato portatore di handicap e sarebbero stati visti sotto l'ottica del politicamente scorretto. Invece così, oltre a trattare alcune tematiche "scomode" (ad esempio quando cerca di rimorchiare una prostituta) ha anche la possibilità di farci sentire meno "colpevoli" nel leggere, visto che chi dà voce a questo è handicappato e non un "non diversamente abile". Il libro è breve e veloce e, come si dice in questi casi, scorrevole. Forse troppo.

(Luciana Facchinetti)

Dino Buzzati - Il deserto dei Tartari

“Il deserto dei Tartari” è senz'altro l'opera più importante dello scrittore bellunese Dino Buzzati. Di rilievo sono anche “Un amore”, che narra di un rapporto fortemente vissuto probabilmente con una prostituta dallo stesso Buzzati; e “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, che alla sua uscita fu considerata erede pari pari di Pinocchio.
Ma è con “Il deserto dei Tartari”, in un primo momento denominato “La fortezza”, che Buzzati tocca vertici mai più raggiunti con la sua produzione. “Barnabo delle montagne” presagisce il capolavoro del nostro senza intaccarne il primato. L'approssimarsi alla morte del soldato Giovanni Drogo prende il lettore fino dalle prime pagine e non lo lascia più. Alcuni critici maliziosi hanno voluto vedere in Buzzati una copia virtuale di Kafka, laddove la somiglianza non deve tradire. Infatti mentre l'eroe di Kafka aspetta un futuro che non raggiungerà mai, l'eroe di Buzzati va verso qualcosa che non raggiungerà mai, lo scontro con i tartari appunto. L'eroe di Buzzati è dunque un eroe “mobile” votato al fallimento; quello kafkiano più drasticamente subisce il proprio destino ritmato dall'orologio.
Tutto ciò, quanto detto non esclude che Dino Buzzati con “Il deserto dei tartari” possa inserirsi nel tronco della narrativa europea. A pieno titolo.

(Fabrizio Chiesura)

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Dino Licci - Lettere a un'amica

L’uomo s’interroga, e questo suo interrogarsi lo ha differenziato da tutte le altre creature e lo ha portato ad essere ciò che è. Il bisogno di dare una risposta agli interrogativi che si è posto fin dai tempi più antichi ha dato origine alla filosofia e alla teologia, che hanno fatto un lungo viaggio per approdare a quel nuovo realismo che, come dice Bertand Russel nei suoi Saggi scettici, mira soltanto a “chiarire i soggetti fondamentali delle scienze e a sintetizzare le scienze in un’unica comprensiva concezione di quel frammento di mondo che la scienza è riuscita ad esplorare”.
Se dovessi descrivere Dino Licci direi che è soprattutto un uomo che s’interroga, e che cerca delle risposte. Il frammento di mondo che è riuscito finora a esplorare non riguarda solo la scienza, ma tocca tutto il sapere. C’è in questa ricerca la sincera gioia, il piacere del ricercatore ( non a caso è un uomo di scienza, un biologo ) ma anche uno sguardo limpido, efficace, che gli permette di orizzontarsi nella conoscenza tracciando con apparente semplicità la sua rotta, mostrando un percorso che rende agevole a tutti, anche a quelli che mai avrebbero osato avvicinarsi ai grandi temi del sapere nel timore di non sapersi orizzontare, di esserne respinti.
Il suo discorso così chiaro e la sua straordinaria capacità di rendere semplice quello che invece è spesso molto difficile porteranno il lettore in un grande viaggio nella cultura, vista finalmente come occasione di piacere, di divertimento perfino, e della specie migliore: quello che esercita l’intelligenza e rende migliori anche noi, coniugando così i due requisiti di chiarezza e piacevolezza ritenuti da sempre, con diversa valenza e in epoche diverse, fondamentali: infatti lo stesso Bertrand Russel ci fa notare come oggi la concezione moderna consideri che l’uomo ha sufficiente dominio della sua lingua quando riesce a farsi capire, mentre nell’antichità era fondamentale la piacevolezza nell’esprimersi e nello scrivere.
E’ naturale che la vera misura ideale è quella felice sintesi di chiarezza e leggerezza che tutti ci auspichiamo di trovare in un testo che affronta temi così vasti come quelli che si trattano in questo libro, la cui scorrevolezza nulla toglie alla profondità degli argomenti, ma li rende solo comprensibili e agevoli.
Tuttavia questi scritti resterebbero il lavoro di un divulgatore, di un buon divulgatore naturalmente, se non fossero illuminati dalla sensibilità dell’umanista, che conferisce loro vita e calore. Si sente leggendo questi scritti di Dino Licci la felicità di condividere con gli altri le sue scoperte, il desiderio di sollecitare negli altri quella stessa inesauribile curiosità che costituisce la fonte e il segreto della giovinezza intellettuale, ed insieme la meraviglia per l’avventura umana che ciascuno di noi è chiamato a vivere. C’è l’ammirazione per il mistero, comunque lo si voglia chiamare, con la maiuscola o con la minuscola, e una grandissima carica vitalistica che certamente non sfuggirà ai suoi lettori. Leggere “Lettere ad un’amica” sarà il modo per avvicinarsi ad una personalità poliedrica, che si esprime nella vita attraverso lo scrivere ma anche attraverso la poesia, la pittura, la musica e non ultima la fotografia, sicché capiterà a più d’uno di dare involontariamente un altro titolo al libro: Lettere di un amico.

di Leila Mascano

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http://scrignoletterario.it/node/987

Elisa Lodigiani - Humana Justitia

Humana justitia è la confessione di un uomo anziano di un omicidio commesso in giovane età per arrivare a sposare la donna che ama.
Il protagonista è un uomo di un ceto sociale privilegiato, con una forte famiglia alle spalle, convinto che tale posizione crea un potere e, di conseguenza, lo rende invulnerabile.
Si autoconvince di non essere in fondo lui il colpevole se chi sapeva la verità non ha avuto il coraggio, per non incorrere in uno scandalo e fare egli stesso carriera, di denunciarlo.
Il romanzo tenta di dare una risposta alla domanda: "è vero che la Legge è uguale per tutti?". Il finale darà ciò che pensa l'autrice, condivisibile o meno ed apre molte altre domande su cosa è davvero la giustizia, su chi è da considerare colpevole, su cosa significa un errore nella vita contro ai numerosi errori di persone malvagie e davvero cattive.
Certo il personaggio principale non è il massimo della rettitudine morale e si abbandona alla Giustizia divina, se mai esiste quella. Non ha sensi di colpa e riesce a vivere felice ed a rendere felice la donna che ha reso vedova per poi sposarla. Questo gli basta.
Un argomento delicato trattato in modo semplice e lineare, seppure con qualche ripetizione per rimarcare dei concetti sul presente, il passato ed il futuro, sul qui ed ora a giustifica di una vita piena e senza progetti per poterla, secondo l'autrice, attraverso i pensieri del suo protagonista, viverla appieno.

Nadia

Per conoscere chi è Elisa clicca su questo link:
http://scriptura.altervista.org/Scriptura/Scriptura.html

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Elisabetta Bucciarelli - Femmina de luxe

Cosa dire di nuovo e originale su Femmina de Luxe che non sia già stato scritto nelle tante positive recensioni uscite negli ultimi mesi? Difficile non essere catalogata come ripetitiva dai fans della Bucciarelli che seguono con attenzione ciò che viene pubblicato sulla scrittrice milanese. Perciò mi limiterò a raccontare cosa ci ho letto io, al di là della coinvolgente vicenda noir che già sarebbe sufficiente a renderlo un bel romanzo, ben scritto, che offre al lettore immagini così nitide da dare l'idea di essere di fronte ad un film.
Ci ho letto il senso di inadeguatezza che colpisce noi donne, sia che siamo belle e perfette, sia che siamo non allineate agli standard estetici comunemente accettati. La necessità dell'approvazione altrui, ad ogni costo. La fatica di raggiungere un equilibrio che basta un niente per mandare in frantumi. Ho letto in Olga l'ingenuità e la dolcezza, la fame di un amore alla cui mancanza supplisce con la fame di frappè e patate fritte, ma anche la capacità di andare oltre l'apparenza, di sapere cogliere l'umanità un po' distorta di chi è ai margini. Ho letto nell'Ispettore Maria Dolores Vergani la dualità di una professionista sicura di sè, che nella vita privata riesce a mortificarsi come solo noi donne siamo capaci di fare, imponendosi rinunce che lasciano il tempo che trovano in nome di un sentimento forse troppo idealizzato. Ho letto in Marta il disperato bisogno di attenzioni indirizzato verso una ricerca della perfezione fisica che non si ferma nemmeno di fronte ai limiti strutturali del proprio corpo, che è capace di sopportare un dolore indicibile e di venirne soppraffatta. Ma ho letto anche la grande passione di Olga per la vita, di Maria Dolores per il suo lavoro, di Elisabetta Bucciarelli per la scrittura. Tanto che non si limita a raccontare una storia, a scavare negli animi dei personaggi ma si sofferma a condividere coi lettori profumi, immagini, istanti rubati sedendo ad un caffè di lusso come il Florian o addentando un panzerotto di rosticceria.

Carla Casazza.

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Enrica Visintainer - Miloud e i piccoli clown di strada


Giovanni Battagin Editore, 30 pagine.

Miloud o Miloudino è un bambino e la sua storia si intreccia con la storia dei pagliacci di tutto il mondo: “alcuni alti, altri bassi, un po' furbi e un po' tonti, troppo grassi o troppo magri, metà tristi e metà allegri”. Il loro sogno un po' demodè è: “non più aule, banchi, quaderni, compiti per casa, ma salti, capriole, burle e fantasie di ogni tipo”. Perché è l'apprendistato alla vita dei bambini poveri e vittime delle guerre che si canta in queste paginette!
Così Miloud “ogni mattina quando si svegliava, attendeva un segnale: un suono, un profumo, il canto di un uccello, un soffio di vento” ed allora si dirigeva verso il luogo del richiamo. Prende così le mosse non una fiaba ma come naturale evoluzione della campagna “Un naso rosso contro l'indifferenza”, una storia plausibile.
La storia della Fondazione Parada di Bucarest e di Parada Italia: un'associazione indipendente che opera per sviluppare condivisione e partecipazione nella società italiana verso i temi dell'infanzia negata.
Ma questo esile libro tratta soltanto delle peripezie di Miloud e della sua volontà di vincere gli ostacoli che si frappongono al durissimo mestiere del clown di strada: da noi quasi sconosciuto. Con una levità e una sapienza, senza zucchero e miele, che sono il segno più alto della qualità.

(Fabrizio Chiesura)

http://www.parada.it/index.php/media-center/pubblicazioni.html

Enzo Gianmaria Napolillo - Remo contro

Remo “rema” contro tutto: il lavoro che lo opprime e lo vuole spingere ad imbrogliare i clienti; la sua famiglia troppo ordinaria che non capisce il suo desiderio di essere diverso dalla massa e lo mette a confronto con il fratello maggiore perfetto, affermato e con una famiglia di saldi principi; la sua ragazza, Lara, che lo ama, ma che basa il loro rapporto su abitudini e quotidianità. Per fortuna ci sono Gul, suo collega e grande amico, e poi Naileen, una ragazza conosciuta in vacanza a Formentera con gli amici, che riesce a risvegliarlo dal torpore.

Un ottimo romanzo di esordio.

Per l'assaggio clicca sul seguente link:

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Fabio Barcellandi - Nero, l'inchiostro

Ho letto troppe volte con Fabio per non immaginarne la voce, per non farmi viziare dalla delicatezza dei modi garbati che troppe volte fanno a pugni con un dettato di parole cruente.

E' tagliente il verso di Fabio, ma la sua voce e la postura ricuciono gli strappi come se alcune parole necessitasse ammorbidirle per renderle pronunciabili.

"Nero l'inchiostro" è una raccolta tormentata che lascia poco al riscatto, quasi nulla alla speranza, è un cammino incontro a una sofferenza spossante, irrimediabile, che è per estensione quella della scrittura, il cammino della parola che affronta ma non risolve, perché nessuna parola assolve, come è giusto che sia.

"Sei colpevole anche tu come tutti" ci suggerisce Fabio in un passaggio ben riuscito, perché tutto il testo richiama alla trama dell'origine a quel filo invisibile della colpa commessa e mai pagata che genera il male di vivere e ne pone le basi nere di tutto il suo dilemma.

"A tutti i costi" che sembra comprimere, con la cadenza di un decalogo, l'inutilità di tutti gli sforzi di trovare del bene, risulta quasi una confessione di uno svuotamento, dove togliere la luce diventa solo affidarsi all'ombra.

Lo sguardo di Fabio è quello di chi guarda il male e lo racconta senza resistergli, perché solo narrandolo nella sua ora terminale potremmo dire di essere arrivati sin lì partecipando a tutte le finzioni e confondendole con l'assoluto.

recensione di alessandro assiri

per un assaggio: http://scrignoletterario.it/node/968

Fabrizio Chiesura - Erano i giorni dei capelli lunghi

Erano i giorni dei capelli lunghi. Immediatamente il pensiero va indietro nel tempo, agli anni 60, 70, quando i giovani portavano i capelli lunghi ed erano impegnati a rivoluzionare il mondo, impegnati socialmente e politicamente.
E infatti. Siamo negli anni 70, l'allora giovane autore ci porta in viaggio per l'Italia, un po' in treno, un po' in corriera, un po' a piedi; un viaggio da nord verso sud, a visitare paesi immersi nelle campagne e gente dell'Italia centrale. Gente comuni, che sa di terra, di cose buone e genuine, di lavoro e fatica, di studio, di arte. E perché no? Un viaggio a scoprire un po' se stesso.
L'autore racconta il suo viaggio, con una scrittura leggera, estasiata, ma mai banale, accurata; tra le parole, riferimenti letterari, ora a Vittorini, ora a Carducci, si alternano a splendide metafore sognanti.
I racconti, brevi quanto intensi, si tramutano in versi, piccoli poemi e sonetti.
Ma gli anni delle lotte giovanili e l'impegno politico? Affiorano qua e là tra le righe dei racconti. L'autore apre questo libro proprio dicendo che gli anni pieni di lotta sono passati. Adesso è il tempo delle bombe sui treni, anche queste affiorano tra le righe, ma ciononostante Fabrizio Chiesura, con i suoi racconti, infonde tranquillità, serenità. C'è calore in questo libro, che non è solo quello dell'estate, è un calore che viene da dentro, dall'anima.
Racconti datati 1975, che l'autore ha custodito gelosamente per lungo tempo e solo ora ha voluto condividere con tutti noi.
Stefano Chiarato

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Famularo Massimo - Le faremo sapere - Guida semiseria al mondo del lavoro

Si parte con un esilarante incipit fantozziano che dà il tono a tutto il libro, tra messaggi di amici e fidanzata, un licenziamento in tronco, zelanti avvocati pronti a prenderne le difese per far valere (a non modiche cifre) i suoi diritti, e rifiuti di ditte alla richiesta di lavoro non ancora fatta, che martellano il malcapitato con lo stesso messaggio: "La sua candidatura per la posizione rif. xxx attenta valutazione non è stata ritenuta in linea con il profilo ricercato".

Seguiamo il giovane aspirante lavoratore dalla fine degli studi alla fine della carriera in un percorso tra precariato, concorsi pubblici, stage di perfezionamento, nuovi mestieri che sembrano inventati per creare un lavoro che non c’è, qualifiche roboanti, tutte in inglese, che non chiariscono affatto la mansione: che mai sarà un Corporate Analyst? E un Payroll Manager?
E un Asset Manager arriverà al lavoro in giacca e cravatta per gestire un fondo immobiliare o dovrà avere un minaccioso look da gangster per occuparsi del recupero crediti?

Ci si può anche organizzare- a patto di avere genitori che sponsorizzino- e fare gli studenti a vita, arrivando alla pensione tra lauree, dottorati, master e corsi per assumere competenze varie, in modo tale da presentarsi al meglio a un datore di lavoro che non assumerà mai.
Oppure, si può rispondere a ogni inserzione e sostenere colloqui con "cacciatori di teste" che considereranno sbagliata ogni vostra risposta e vi depenneranno dalla lista dei papabili. E resta sempre la possibilità di dedicarsi a quello che viene universalmente definito il "mestiere più antico del mondo".

E se otterrete, finalmente, l'ambito posto di lavoro? Allora potrete scegliere che tipo di lavoratore essere: il rosicone, che cerca sempre qualcosa in più che poi si prendono altri; il veterano, che le ha provate tutte, conosce ogni ditta sul mercato, tanto che se non ha mandato il suo curriculum a una azienda è solo perché questa non esiste; il fancazzista simpatico, che non fa niente, ma tutti lo tollerano per la sua simpatia; quelli che hanno titoli del tutto inutili e lavori miserabili; gli arrivisti carogne, che arrivano dove vogliono camminando su un tappeto di cadaveri di colleghi; i postmoderni, schiavi della tecnologia, con conoscenze stratosferiche su tutto, che fanno lavori allucinanti a ritmi da infarto...
Una guida surreale, che fa ridere molto, ma talvolta un po' storto: perché in troppi ritratti di aspiranti lavoratori ci si ritrova in pieno. E dietro la battuta e lo sberleffo si nasconde l'amarezza di chi vive queste situazioni sulla propria pelle. Un bel libro per sdrammatizzare e per dirsi che mal comune è- qualche volta- mezzo gaudio.

Recensione a cura della Redazione dello Specchio Magico.

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Fiorenza Temmel Bianchi e Giovanni Rossi - Sant’Albino, il testimone

Per lungo tempo abbandonata all’incuria ed al degrado, strappata ad una lenta morte in occasione del Giubileo dell’anno 2000, l’Abbazia di Sant’Albino è uno dei gioielli dell’arte lomellina. L’edificio deve la sua fama alla grandiosa battaglia tra franchi e longobardi che la tradizione vuole svoltasi nel luogo della sua edificazione, e nella quale trovarono la morte i paladini Amico e Amelio, protagonisti di leggende agiografiche e di uno dei più importanti cicli epici francesi; il fatto che l’Abbazia si trovi sulla Via Francigena, ovvero sulla strada che i pellegrini percorrevano per dirigersi a Roma, ne spiega la fortuna.
Il libro, scritto con passione ed eleganza, ripercorre le varie tappe della storia dell’Abbazia, vista non come mero edificio religioso ma come testimone – quasi umano – di epoche e di una comunità, quella mortariese, che non ha mai smesso di considerare le mura dell’Abbazia come una seconda casa, un punto di riferimento, un luogo dove incontrare il passato e dal quale volgere lo sguardo verso il futuro. Una lettura consigliata a tutti, non solo a chi intenda visitare l’Abbazia.
(Simone Valtorta)

Flavio Pagani - Lapsus

Ho utilizzato il tag "favola" per questo romanzo perchè è raccontato in maniera bislacca, una favola dietro l'altra. In fondo, il protagonista è un favoliere.
Questo mio parere e il modo di raccontare dell'autore, non sminuiscono per nulla il romanzo poichè le favole in fondo sono filosofia e tra le pagine ho scoperto e copiato in nota molte frasi. Forse è uno dei libri in cui ne ho segnate di più.
L'impaginazione e la grafica seguono esattamente i personaggi dando una caratterizzazione in più al libro. Ci sono pagine bianche laddove l'autore vuole dimostrare una mente vuota o uno spazio libero. Altre pagine nere richiamano il buio, forse ancora il vuoto nel suo contrario del bianco. Frasi al contrario, in girotondo, a forma di viso per descrivere un personaggio... Insomma, un libro folle e lucido al contempo, divertente e commovente dove un favoliere fugge per aver decapitato il fratello di un illustre, l'illustre lo cerca mentre si compra tutta la città con leggi su misura, la moglie e la figlia che vanno incontro al loro destino in mezzo alle favole della vita, basta chiudere gli occhi in un mondo in cui spazio per sognare non c'è più. Una signora con il foulard e nella sporta una baghette, un uomo con la coppola per non farsi scappare le idee. Non ci sono nomi, solo caratteristiche e non si sa se i personaggi sono gli stessi sempre (poichè li si incontrano ovunque) o sono molti di più.
Un romanzo da leggere. Favole da raccontare. Dove il lupo non sempre è il cattivo di turno.
Nadia

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Francesco Barbi - L'acchiapparatti di Tilos

Niente maghetti che combattono contro il Male o elfi coraggiosi per L'acchiapparatti di Tilos, il romanzo gotico-fantasy di Francesco Barbi che - a mio avviso - rivela un grande talento esordiente. In un mondo che pare uscito dai secoli più bui del nostro medioevo, animato di personaggi insoliti e tratteggiati con grande ironia, in cui non esiste una netta distinzione tra buoni e cattivi, tra eroi e perdenti, la bramosia di un becchino gobbo e opportunista permette al terribile demone evocato dal negromante Ar-Gular di liberarsi dalla lunga prigionia, seminando morte, terrore e distruzione per tutto il paese. Un carosello di personaggi bizzarri viene coinvolto nella fuga del demone e negli eventi che ne conseguono: Ghescik il becchino, Zaccaria delirante e geniale acchiapparatti, la tenera e generosa prostituta Teclisotta, il cacciatore di taglie sfregiato Gamara, Orgumus gigante tonto che parla attraverso antichi proverbi e una compagine di avanzi di galera che si danno alla macchia.
Storia ben scritta, ritmata, a tratti tenera e tratti orrorifica, non lascia respiro e riserva sorprese inaspettate, in un crescendo di eventi che intrecciano sempre più i destini dei protagonisti e tengono incollato il lettore al libro fino all'ultima pagina.

Carla Casazza

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Francesco Pomponio - La macchina del tempo esiste già


C'è chi pensa che per viaggiare nel tempo sia utile una specie di auto o comunque un macchinario che superi in velocità quella dello scorrere del tempo inviando in un universo parallelo nel presente o nel passato o nel futuro.
La macchina del tempo più semplice è già stata inventata. E' il libro, con tutte le storie che portano ovunque e insegnano o aiutano a vivere meglio il presente.
I 23 racconti raccolti nel libro di Pomponio sono tenuti insieme dal tempo. Quello che ci si impiega a leggerlo, quello che ha impiegato l'autore a scriverlo e quello che impiegherà a prendere il largo tra i molteplici libri in una libreria. Presente, passato e futuro.
Si apre il libro e si parte subito in una sorta di viaggio tra i personaggi esistiti o esistenti nella mente dell'autore e che esisteranno in quelli del lettore. Raccontano le loro storie, anche se, per alcuni, non sono ancora accadute, realizzando una realtà nuova dalla quale non si potrà tornare indietro.
C'è poca estate in questo libro e molto inverno, molto freddo e molta neve. Il vento soffia sempre ad indurre a voltare pagina, perchè lo si sente quel vento, tanto è ben descritto, come si vede il fuoco del camino acceso della casa vecchia e di quella nuova perchè in fondo aria, terra, acqua e fuoco sono elementi indispensabili alla vita, che fungono da legame nel tempo e forse anche nello spazio.

Nadia

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Frank Spada - Doppio Marlowe. Liscio e senza ghiaccio

Un'altra storia di Marlowe coinvolge il lettore in questo terzo libro di Frank Spada. Ma come sempre, la trama è secondaria ai messaggi che l'autore lancia attraverso la scrittura caratterizzante del suo stile narrativo permettendo di percepire una seconda storia e di ritrovarsi in una telefonata o in una stella ammirata dal protagonista.
Non mancano il doppio di Marlowe, ovviamente Marlowe e suo padre sempre presente nei momenti di bisogno. Jazz, pollicini e whisky contornano e descrivono il bisogno del detective di sentirsi vivo o di schiantarsi completamente ubriaco a letto quando non regge più i ritmi della giornata. Sa di aver bisogno di rimanere sobrio per ragionare e risolvere il caso ma non sempre ce la fa.
Il finale, che è di poche righe, sorprende nella sua naturalezza lasciando il lettore con un sorriso e un pensiero:"anche questa volta il caro vecchio Marlowe ha fregato tutti".

C'è chi preferisce il primo libro, chi il secondo, chi il terzo e chi addirittura attende con ansia il quarto.
E' vero che ogni romanzo può essere letto a se stante ma è vero anche che tutti e tre insieme raccontano un'ulteriore storia, quella del doppio di Marlowe, sottintesa e nascosta tra le pieghe delle parole, dentro l'interpretazione di una frase o di un enigma, fuori dalle righe e tra una battuta e l'altra.
Frank Spada, a mio parere, si conferma di sicuro come scrittore giallista ma molto più completo perchè i suoi personaggi non sono mai solo funzionali al romanzo bensì spesso anche alla vita di tutti i giorni.

Nadia

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Frank Spada - Marlowe ti amo. Una storia in sette giorni

All'inizio non ci si fa caso: si comincia a leggere Marlowe ti amo tutto d'un fiato. come è giusto che avvenga per un buon giallo, che cattura, avvince, spinge a divorare le pagine per raggiungere il finale. Ma via via che i capitoli scorrono, diviene chiaro che non si tratta di un semplice romanzo giallo. Anzi forse il genere è solo un pretesto per dire altro.
Così, una volta arrivati all'ultima pagina, lo si riprende in mano e non ci si fa più incantare dall'atmosfera americana anni '50, dal detective sgualcito in conflitto costante col suo doppio, impegnato in un indagine che pare roba da niente e invece è la punta di un iceberg, affettuosamente sollecito con ma' e rispettoso ascoltatore dei consigli che pa' gli impartisce dall'aldilà. E mentre ti lasci incantare da una scrittura elegante e senza sbavature che gioca col lettore attraverso pirotecniche metafore, capisci che l'essenza di questo libro è tutta nel titolo. perché Marlowe ti amo si presenta come un giallo ma in realtà è una dichiarazione d'amore: alla letteratura, a Raymond Chandler, a Joseph Conrad, al jazz e alla vita, bella o brutta che sia.

Carla Casazza

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Giambattista Marchesi - Per vizio

«Inseguire qualcosa che non si riesce a definire, aggirarsi sull’orlo dell’invisibile, sfiorare l’intoccabile e – soprattutto – comunicare lo sforzo e l’ansia di raggiungere quella più alta verità: una verità essenzialmente religiosa, che può anche ferire e stordire. Questi in sintesi i punti di riferimento che inquadrano la poesia di Marchesi; ma ciò che commuove nei suoi versi è proprio la fatica del dire, il balbettio e quasi il venir meno del parlante. [...] Con il suo monologare singhiozzante, Marchesi sa insieme comunicarci lo scacco e la grandezza di chi cerca l’oltre» (Tiziano Rossi). Una raccolta di poesie che sono quasi piccoli pensieri, riflessioni; sicuramente una lettura piacevole e mai ardua, capace di farci aprire un po’ più gli occhi sul mondo e stimolare riflessioni tutt’altro che banali.
Di Giambattista Marchesi le Edizioni Laurus hanno stampato un catalogo di una sua mostra pittorica tenuta dal 29 ottobre al 14 novembre 1993, a cura di Mauro Corradini; questo catalogo (intitolato proprio Giambattista Marchesi) è un insostituibile strumento per conoscere appieno la complessa personalità del poeta-pittore.
(Simone Valtorta)

Gian Andrea Rolla - Il funerale della balena

"Il funerale della balena" è un romanzo classificabile in più generi. Anche se principalmente è una saga famigliare autobiografica, l'autore si serve di Mina, unico personaggio inventato, come legame per tutta la storia. E' proprio attraverso lei infatti, che il romanzo si trasforma in giallo, in suspense o in fantasy. L'amore per il mare che esce dalle pagine fonde tutti i generi e dona alla storia una lettura godibilissima, stile primi novecento.
Due voci narranti, Famà e Gian, ultimi superstiti della famiglia, si alternano, nel racconto della loro famiglia. E lo fanno con un misto di dolcezza e nostalgia, sentimenti che solo i ricordi condivisi sono in grado di suscitare. L'autore non fa mancare ironia tagliente e umorismo (nel descrivere il Prof. Redaelli l'autore scrive: "aveva rughe dalla fronte alle natiche") che permettono al lettore di non perdersi neppure una riga del romanzo.
I personaggi, pur essendo molti, sono ben caratterizzati e il lettore mai si confonderà con l'uno o con l'altro.
Non ci sono nè buoni nè cattivi ma tutti sono sia l'uno che l'altro esattamente come ogni essere umano. Fa eccezione Mina, cattiva dentro per bisogno di riscatto e di riempire il suo vuoto interiore di beni materiali, quelli della famiglia che l'hanno comprata a Tangeri, come schiava, alla madre prostituta.
Ma c'è sempre il mare, tanto amato anche se spesso capriccioso che riporta indietro, con le sue onde e un pizzico di magia, fino alla battigia, lasciandoci sulla spiaggia in balìa della realtà crudele di Mina a chiedersi se vale davvero la pena abusare ed essere abusati, uccidere e far fuggire per colmare il niente interiore, di beni materiali che sempre e ancora sono niente.

Nadia

Il romanzo è acquistabile solo qui: http://www.casadeisognatori.com/2catalogo.htm

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Gian Luigi Piccioli - Il delitto del lago dell' Eur

“ … la corruzione della Capitale, gli intrighi della mafia, l'inquinamento della droga, la violenza sessuale, un killer-scout, un magistrato pigro, un misterioso atelier di moda, un transessuale, un fantomatico mendicante, un chirurgo di successo, un ex attore, un maresciallo ingenuo, un nevrotico campione di pagaia ...” Sono troppi gli ingredienti di questo “Delitto del Lago dell'Eur”? A una prima occhiata, sembrerebbe di sì (si incontrano, nel breve volgere di poche righe, il suddetto campione di pagaia, lo “zio” Buby, la madre Ester, Lisa, il cocker Xirbi e il, sempre suddetto, mendicante). Ma la risposta, a lettura ultimata, è perentoriamente no.
Il lettore dal palato fino non cerchi la letteratura per la letteratura in questo romanzo. Si tratta infatti di un “thrilling”, nel senso etimologico del termine: e un fremito, un palpito si prova a leggerlo. Guardare perciò all'intreccio per provare emozione. E per gustare appieno – con l'autore di “Sveva”, 1979, Premio Villa San Giovanni – una prova assai riuscita.

(Fabrizio Chiesura)

Gianluca Valenti - Vanitas

E' un libro in versi, o meglio, in canti che raccontano (rivisitano?) la nascita e la morte di un Dio umano attraverso citazioni e riprese di molti altri celebri scrittori che hanno segnato l'autore durante il suo periodo di studi fino alla laurea in filosofia romanza.
Ho gustato i canti pur nella mia grande ignoranza e a poco mi son servite le note a margine.
E' un libro da leggere e rileggere.
Ironico, cinico, serio, triste segue, forse, i moti dell'animo del lettore.
L'autore semina suggerimenti per riflettere senza dare risposte raccogliendo gli spunti di altri scrittori che rimpasta per dargli, forse, il significato più consono al senso che gli è proprio della Vita, del Cosmo, della Creazione.

Nadia

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Gianpaolo Rugarli - Il Superlativo assoluto

Siamo un popolo di santi, eroi e poeti. Ciascuno dunque, naturale, conserva qualcosa di suo nel cassetto. Anche la signorina Adelaide Toro, infermiera a riposo, trepida anima ignara di retorica e di astuzie letterarie, osa affidare alla narrativa una vita verginale. E timidamente, sottopone il suo romanzo - “Il superlativo assoluto”, appunto – al professor Edmondo Sorge, direttore editoriale di una grande casa editrice, insediato in un mastodontico edificio-leviatano …
Il racconto di Giampaolo Rugarli, napoletano, classe 1932, si dipana intorno all'esito degli incontri fra Adelaide e Sorge, dai quali dipende la sentenza di assoluzione sulla vita della donna, e forse molto di più.
Stando a ciò che dice Cechov, se al principio di un racconto appare un fucile appeso a un muro, è indispensabile che a un certo punto quel fucile spari. E un finale a sorpresa, visionario e agghiacciante, ma premonito da mille indizi fra le righe pare annunciare che fra i due si è giocato un gioco più alto, più serio e terribile (un po' alla maniera di Kafka) …

di Fabrizio Chiesura

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Gino Strada - Buskashì


viaggio dentro la guerra

Tutti abbiamo avuto modo di vedere alla televisione, comodamente dal divano di casa, le immagini dei bombardamenti in Afganistan e in Iraq.
Questo libro di Gino Strada ci porta dentro la guerra, sotto una pioggia di bombe.
E c’è tutta la tensione del caso. C’è tutta la determinazione a tornare in Afganistan, all’ospedale di Emergency a Kabul, dopo i fatti dell’11 settembre, quando le frontiere sono già chiuse e da quel paese tutti scappano. Tornare in Afganistan ad ogni costo, anche da clandestino se necessario. C’è tutto il senso del dovere, di dedizione alla professione di medico, o forse di rispondere ad un istinto umanitario: curare persone ferite, indipendentemente che si tratti di Afgani o di Arabi, Di Talebani o di Mujaheddin. C’è tutta la sofferenza, il dolore e il sangue di chi ha perso i propri cari. C’è tutta la rabbia per non avere potuto salvare un bimbo, arrivato sul tavolo operatorio dell’ospedale, perché gli mancano dei “pezzi” che una bomba o una mina ha sparso chissà dove. Dietro c’è tutta la politica di governi faccendieri.
Gino Strada, oltre che cavarsela bene col bisturi, dimostra di cavarsela altrettanto bene con la penna.
Questo è un libro che si legge come si legge un libro di avventure, solo che è drammaticamente reale. Vero. E’ scritto in maniera semplice e diretta; diretta alla mente perché fa riflettere su che cosa è una guerra, diretta al cuore perché viene da un cuore pieno di umanità e di umanità c’è bisogno.
Il libro si chiude con la dichiarazione universale dei diritti umani. Articoli che dovrebbero essere impressi in maniera indelebile nella mente di ogni uomo.

di Stefano Chiarato

Giovanni Molon - L'alfabeto dell'anima


Giovanni Molon è nato nel 1961 ad Este, dove attualmente risiede. Appassionato di volo dall’infanzia, pratica da molti anni quello in Deltaplano e Parapendio, che sempre ha segnato il suo cammino fino a divenire la sua principale attività sportiva. Attualmente lavora come operatore sanitario presso la A.s.l. 18 di Rovigo ed è socio del club: IL VOLO
PADOVA. Molti racconti di questo volume si riferiscono
proprio alle sue esperienze di volo.

Ho letto velocemente e con molto interesse le riflessioni di Giovanni sulla vita.
E' coinvolgente ciò che scrive e come lo scrive.
E' un saggio romanzato perché spesso il suo periodare si avvia su percorsi di vita vissuta che conferiscono maggiore familiarità a concetti che a volte possono risultare pesanti a causa del loro intrinseco spessore.
Si tratta di un vero e proprio alfabeto di termini, di concetti che hanno a che fare con la vita, con lo spirito, con la passione.
E' un'opera d'arte nell'accezione che l'autore assegna a tale termine "tutto ciò che di buono e di armonioso ognuno di noi, a suo modo, riesce a portare fuori...". Ci sono passi che commuovono fino alle lacrime, come mi è accaduto alla lettera "h" di "handicap" ed alla "t" di "triste emozione" e passi che fanno sognare come la "g" di "grifoni" che mi ha ricordato "L'albatros", componimento che ho adorato e che porto sempre nel cuore.
A tratti mi sono sentita scossa da qualcosa di più grande di me, dall'infinito, dall'immenso del quale dobbiamo solo fare parte, senza renderci schiavi di convenzioni e modelli precostituiti. Dobbiamo essere quel che siamo, ma dobbiamo esserlo nel modo migliore che possiamo, come ha detto Martin Luther King e Giovanni ci ricorda.
Che sia scientificamente provato che l'anima pesi 21 grammi mi ha sorpreso, spaventato, segnato.
Che la filosofia di Giovanni si affianchi a quella che faccio propria di Pietra nel mio primo romanzo mi ha piacevolmente entusiasmato: vivere con passione fino in fondo, senza inseguire obiettivi fatui ed inutili, senza - soprattutto - chiudersi nel proprio isolamento, escludendo gli altri dalla propria vita.
L'Alfabeto dell'anima di Jo, e della mia, di anima.
Si, perché l'aspetto più emozionante di questa lettura è stato senz'altro il ritrovarmi nelle sue riflessioni. Non leggo spesso saggi, ma adoro scorrere pagine che trasportandomi sulle ali di una storia riescano a farmi sbirciare dentro di me, così affrontare un non-romanzo come quello di Jò, mi dava una certa apprensione.
Invece, invece... bello, coinvolgente, trascinante, pensare alla maestosità della vita, della nostra vita.
Le parole di Jò mi hanno donato ristoratrici boccate di aria, fresca, frizzante, amica.
Bravo Jò, ti commento da me per non anticipare nulla qui.
di Monica Caira

Di solito, nella mia personale classifica dei generi letterari, i libri di carattere introspettivo non si trovano nella "top ten".
Sarà che per natura analizzo al microscopio ogni mia ed altrui sensazione nella quotidianità, per cui quando scelgo un libro preferisco orientarmi verso storie di evasione o saggi.
L'Alfabeto dell'anima, però, eccezione che conferma la regola, mi ha colpito e l'ho letto in poche ore.
Strutturato come una sorta di dizionario, propone riflessioni su temi che tutti noi, prima o poi nella vita, abbiamo "rimuginato": l'amore, la morte, le passioni, il dolore, il desiderio di evasione, i valori che guidano le nostre scelte.
Si tratta di una visione personale, riflessioni tratte dal blog di Giovanni. Ma, oltre al garbo con cui sono proposte, a colpirmi è stata soprattutto la sua "filosofia di vita", la serenità soffusa che si respira in tutto il libro, anche quando vengono affrontati argomenti dolorosi. Traspare - tra le righe - l'indole meditativa ma al contempo il desiderio di vivere la vita fino in fondo, intensamente, dando spazio anche alle emozioni più forti. E forse è proprio questo il segreto della serenità di Giovanni, che ci conduce per mano attraverso il suo personalissimo Alfabeto dell'anima.
di Carla Casazza

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Giuliana Barontini - Gocce di me fra cuore e anima


Emozioni allo stato puro!
Giuliana instilla nel lettore gocce del suo cuore e della sua anima, affidandole ad una scrittura elegante, preziosa, e scorrevole.
Il suo cuore di donna si sofferma sulle emozioni che trae dalla natura, dall’amore, dalla fede e dalla amicizia e con la sua sensibilità le trasforma in versi.
La poesia è vita per Giuliana, si sente, e l’amore universale è il messaggio che trasmette….solo l’amore dà senso alla vita!
Una poesia mi ha colpito in particolare (Tempesta) e cito alcuni versi:

(…….)
quale tempesta
agita un uomo
che non vuole cedere
alla fortuna
di provare sentimenti e
stupito
tiene debolmente
la porta semichiusa
del suo cuore…
(…….)

Giuliana, mi hai dato una grande lezione, lasciare spalancata la porta del cuore e vivere fino in fondo le emozioni che vi abitano!

Claudia

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Giuliana Barontini - Le parole del cuore

L'autrice, una persona sensibile, trae dalle sue personali sensazioni, dalla natura, dalla fede, dall'amore all'amicizia, una parte di vita importante, vitale per se stessa pensieri che si trasformano in versi.
Tutto vibra nelle sue poesie, tutto accoglie e crea in un continuo miscelarsi di anima e cuore, donando a piene mani a chi legge , emozioni, profumi, dipinti d'autore.

di Claudia.

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Giuliana Barontini - Petali di rose scarlatte

Lo si sfoglia e si legge volentieri, questo libro. Anzi, è anche bello saltare da una pagina all’altra per poi tornare a leggere per approfondire, per sentirsi vibrare dentro, le parole di ogni verso.
Scrittura semplice, fluida ma sempre intensa, profonda e, soprattutto, coinvolgente
È della Vita, che ci racconta Giuliana! È la Vita nei suoi risvolti quotidiani. È la Vita con i suoi momenti di Incertezza, di Dolore, di Passione, di Piacere, di Amore e smarrimento.
È la Vita che passa e lascia il suo segno nell’anima e nel cuore perché, ogni momento, resta indelebilmente impresso.
Rose scarlatte, rosse come la Passione e l’Amore. Sentimenti, questi, che suscitano emozioni profonde che Giuliana ci “porge” con delicata e profonda maestria.
Si, versi da “sfogliare” uno ad uno, come i petali di rose vellutati, che lasciano “dentro” sensazioni dolcissime, morbide e profonde.

Marco Giuffrida

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Giuseppe Marcon - La gondola elfica

Una storia divertente, ma che lascia spazio anche a momenti di intensa commozione, con personaggi ben delineati e uno sfondo davvero inedito: mai, prima d’ora, qualche scrittore s’era arrischiato a tracciare una geografia italiana così aderente alla realtà e al contempo così diversa, vero e proprio «Universo parallelo». Chi potrebbe dubitare che Venezia non sia, in realtà, una città elfica? Chi non ha mai udito, in un’assolata giornata passata sulle Dolomiti, le sommesse e sinuose litanie dei malvagi chierici dell’ordine del Fuoco Eterno? Un romanzo completo, con tutti gli elementi di una storia in ambiente medievaleggiante riletti in modo totalmente innovativo; ci ha confidato l’Autore che in un romanzo fantasy tutto dev’essere tale, dai combattimenti ai riti dell’amore ai modelli di comportamento. Potremmo dire che La gondola elfica (già nel titolo dichiara la sua italianità) è un romanzo per gli «ingordi del fantasy».
(Simone Valtorta)

Per approfondire: www.marcongiuseppe.it

Giuseppe Pederiali - I ragazzi di Villa Elma


L'America? Grattacieli, cow-boys e torte di mele. Siamo abituati a pensarla così. L'Europa? Vecchia e cara. Sarà la stessa cosa – uno stereotipo, cioè – per questa Villa Emma di Nonantola, vicino a Modena? I cento ragazzi quivi rifugiati nel 1942, dice la quarta di copertina, “ hanno la tua stessa età, i tuoi stessi gusti: giocano a pallone e a pingpong, sono golosi di gelati”. Ma fino dalle prime pagine si capisce che la musica di questo bel racconto, fra realtà e fantasia, è un'altra. Leggendo la storia di Lola, Marko, Yoshka e compagnia, tutti ebrei che “perciò devono morire, capirai meglio il più grande dramma del nostro secolo attraverso le dolorose peripezie, le paure, i sentimenti d'amicizia e solidarietà vissuti dai nostri giovani eroi”.
Un solo appunto, un isolato ma grosso neo. Allorché si scrive ( non un datze-bao o una lettera, s'intende), si scrive, a nostro parere, per se stessi e basta. Il referente siamo noi, il “dialogo intimo” si svolge con noi medesimi. Se invece il destinatario della scrittura diventa il pubblico, o come in questo caso i ragazzi, non bisogna comunque tradire la complicità con noi stessi.
Andersen lo sapeva (anche e soprattutto quando dava anima agli oggetti delle sue fiabe); Giuseppe Pederiali (autore del bellissimo “Il tesoro del Bigatto”: avventure in un Medioevo fantastico, con personaggi storici e anche creature straordinarie, come draghi, mostri, maghi e un diavolo in perenne lotta contro un eremita; e de “Le porte del tempo”: racconto di un viaggio attraverso la storia del nostro pianeta dalla nascita della vita ad oggi, e con protagonista un ragazzo e un anziano mago) un po' meno.

Fabrizio Chiesura

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Jacopo C. Buranelli - Prima che il Diavolo se ne accorga

Giorgio Solari è un alchimista moderno, un investigatore che sfrutta le sue conoscenze di chimica, farmaceutica e magia, muovendosi con sagacia in una realissima Milano dalle tinte noir.
Sette racconti che si snodano fra angeli custodi (ed anche un poco analisti), gatti neri con uno spiccato sesto senso per gli spettri, bellissime quanto letali presenze femminili ed una rosa ricchissima di personaggi indimenticabili.
E' con il fiato sospeso che divori le pagine, tentando di (in)seguire gli indizi seminati fra le righe, l'evolversi della vita e della psicologia dei personaggi, cercando di non farti beccare in fallo dall'ennesimo colpo di scena che invece, puntualmente, è pronto a colpirti quando meno te lo aspetti... assolutamente da non perdere!

Silvia

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Laura Costantini e Loredana Falcone - La guerra dei sordi


Con questo romanzo sono partita per il Medio Oriente e mi sono sentita l'inviata speciale delle due autrici, vestita anch' io della stessa arroganza di Juliette, la protagonista. Mi ponevo le sue stesse domande e mi davo le stesse semplici (e comode) risposte. "Perchè due popoli devono continuare a odiarsi in questo modo? Perchè una religione permette di uccidersi ammazzando?" E un sacco di altri Perchè.
Juliette mi ha aiutata a comprendere che occorre essere immersi in quelle vite per comprendere veramente. Bisogna essere lì, ed è lì che ci porta e ci aiuta a darci delle risposte.

Mi ha colpito in particolare l'ipotesi dei due popoli che fanno pace. Sarebbe una tragedia per l'Occidente. Non si spiegherebbe sennò il motivo per il quale da un lato invia soldati per ripristinare la pace e dall'altra vende armi a entrambe le fazioni.
Non ci avevo mai pensato. O almeno, non avevo mai portato quel pensiero al livello cosciente. Troppo mostruoso per accettarlo. E anche ora cerco di ricacciarlo giù per poter continuare a restare sorda alle grida che a noi giungono attraverso i mass media, quando raccontano di un altro, l'ennesimo, attentato. Se penso che questo romanzo è del 2005...
Le autrici sono riuscite a mantenere la narrazione senza scivolare in giudizi personali e ne emerge solo una grande verità: la guerra è sbagliata. La guerra è sofferenza inutile. Non c'è motivazione che tenga. Non c'è chi ha ragione o chi ha torto. Solo per il fatto che un uomo impugni un'arma contro un suo simile generando difesa a oltranza, con altre armi, quell'uomo ha torto. E anche chi risponde. Perchè entrambi restano sordi alle urla vestendo la loro crudeltà di promesse per un futuro migliore che verrà. E intanto muoiono innocenti...
Le autrici inseriscono nel romanzo il tema dell'Amore. E allora la narrazione si fa dolce e prende il ritmo di due cuori che battono e che, restituendo speranze, potrebbero sfondare barriere.
Il finale non poteva essere diverso da quello descritto perchè il lieto fine atteso è in realtà nascosto in tutto il romanzo. Non nel perbenismo nel quale spesso noi Occidentali ci arrocchiamo, bensì nel modificarsi dei due protagonisti, donna e uomo, ebrea e musulmano, uniti nella ricostruzione di un Paese in pace.

Nadia

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Leila Mascano - Fammi ridere

Fammi ridere. Il titolo porta a credere in un romanzo divertente, ironico, leggero. Ma non è così.
Sullo sfondo di Posillipo e Anacapri della seconda metà del '900, descritti favolosamente dalla penna dell'autrice, scorre la vicenda di Federica, del suo essere un'ingenua ma intelligente bambina che dorme "con una mano appoggiata al muro e l'altra al cuore per essere sicura di esistere". Che combatte contro la paura del buio che inghiotte, che, da grande, sarà accompagnata da un puma pronto ad assalirla quando meno se lo aspetta.
Suscita svariate emozioni questo libro per tutto quello che Federica dovrà subire ed i motivi per i quali lei si lascia subire dalla vita. In nome di un grande amore, tenero quanto violento, accetterà ogni cosa, fino ad annullarsi a dire:"lasciami" mentre lui tenta di salvarla da una caduta in un burrone.
"Fammi ridere" è la richiesta ultima di Federica che metterà nelle mani dell'amore la propria felicità.
Il lieto fine del romanzo lascia il lettore, al momento di chiudere il libro, con un augurio per Federica, quasi fosse una figlia che parte e della quale non si saprà più nulla. Resta un po' di nostalgia mista a preoccupazione.

L'utilizzo di due voci narranti spezza l'angoscia che a volte si avverte nella lettura poichè il lettore si trova a doversi raccapezzare sui personaggi. Ma non è un neo dell'autrice bensì un pregio proprio perchè riporta alla realtà. Alzando il livello di concentrazione sulla scrittura e diminuendo quello sulla storia il lettore esce indenne dalla crudezza di alcuni passaggi.

Credo che si possa parlare per ore di questo libro, di quello che dice e di quello che vuole dire al lettore.

Riporto un paio di frasi che mi sono rimaste impresse per la grande verità che contengono:

"Amore e timore - le diceva - ti devi fidare!".... Pensa che quel gioco crudele era in fondo un'allegoria dell'amore che, bisognerebbe riconoscerlo, è anche questo, almeno per lui: l'assoluta signoria sull'anima e sul corpo della persona amata. .... Il potere è la più sconvolgente delle sensazioni e porta con sè, fortissima, la tentazione della crudeltà. Però c'è anche il rifiuto di chi ama, di esercitarla questa crudeltà, e godere così della propria clemenza. .... Forse il pericolo consiste nel voler qualche volta esercitarlo il potere, spostandone di volta in volta i limiti un po' più in là per vedere quanto chi ci ama può soffrire per noi, e godersi quel bellissimo dolore, che è un balsamo per quel vuoto che ci minaccia - se accetti questo dunque mi ami - e poi c'è il sollievo di smettere, di sapersi fermare in tempo, di chiedere perdono per quel dolore o quella pena inflitti..."

"Federica è sua, solo lui può farla piangere".

"Anche le persone sono così: dentro ognuno di noi c'è sempre qualcun altro, la parte segreta di noi, e poi c'è chi vorremmo essere. Qualche volta queste parti coincidono, qualche volta no."

Nadia

Per l'assaggio del libro clicca sul link seguente:
http://scrignoletterario.it/node/748

Leonardo Caffo - Soltanto per loro - un manifesto per l'animalità attraverso la politica e la filosofia"

Troppo spesso dimentichiamo che anche l'uomo è un animale e questo porta a pensarci come essere differenti, più intelligenti, con un'anima e, di conseguenza, migliori degli altri esseri viventi. Proprio perchè superiori, abusiamo del più debole, del diverso, come è sempre stato fatto anche tra noi stessi.
L'uomo è l'unico animale che uccide la sua stessa razza. Purchè l'altro sia più debole, indifeso o presunto tale.
Il saggio di Leonardo Caffo ci aiuta a comprendere quali sono le possibilità di un radicale cambiamento non tanto tendente a tutelare l'animale quanto a riportarlo alla sua originale condizione di essere vivente. Come lo siamo noi.
Per poter parlare meglio di questo saggio ho scelto l'aiuto del suo autore attraverso delle domande alle quali si è dimostrato disponibile a rispondere direttamente sul sito. Ovviamente chiunque abbia letto il saggio o ne sia incuriosito potrà inviare domande cliccando su: Aggiungi un commento.

Ringrazio anticipatamente Leonardo e inizio con la prima domanda:

-Perchè, secondo te, l'uomo dalla caccia nella preistoria è passato all'allevamento dell'animale a scopo di cibarsene? O, come dici tu nel libro, l'animale esce dalle vite dell'uomo come animale e rientra come un oggetto? E' cattiveria la nostra? Egoismo? Economia?

Licia Troisi - Il talismano del potere

Dopo aver saputo dalla maga Reis che l’unico modo per interrompere la magia del Tiranno è raccogliere le otto pietre degli otto santuari situati in ogni Terra, Nihal, Sennar e Laio partono assieme alla ricerca delle pietre. Queste vanno situate in un talismano in possesso della giovane mezz’elfo, unica a poter salvare il Mondo Emerso. Intanto l’esercito libero si batte contro il Tiranno e, nonostante i rinforzi arrivati dal Mondo Sommerso, non riescono ad avere la meglio, anzi continuano a perdere terreno. La magia del Tiranno continua a rivelare sorprese e le uniche speranze sono riposte nella missione di Nihal, Sennar e Laio; che si troveranno in situazioni veramente difficili e dovranno superare prove che metteranno a dura prova le loro emozioni. Oltretutto si riescono a capire meglio chi sono i Fammin e anche qui le sorprese non mancheranno.
I pezzi del puzzle stanno andando a posto e finalmente si riusciranno a capire molti enigmi che martellavano in testa nei primi due libri. Si riesce a scoprire il perché degli incubi di Nihal, si conoscono meglio molti personaggi e i motivi di alcuni avvenimenti.
Licia Troisi è l’autrice fantasy italiana più letta al mondo e se lo merita.
Volete sapere come andrà a finire? Beh, compratevi il libro, che aspettate?
(Ruben Mosca)

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http://scrignoletterario.it/node/1030

Licia Troisi - La missione di Sennar

In questo secondo libro della trilogia la protagonista Nihal abbandona l’amico e compagno di viaggio Sennar a causa di una missione a lui affidata dal Consiglio dei Maghi di cui fa parte. Questa consiste nel raggiungere il Mondo Sommerso e chiedere rinforzi militari, in quanto la forza del Tiranno aumenta e le terre libere perdono sempre di più. La missione è praticamente suicida visto che del Mondo Sommerso non si ha nessuna traccia a parte una strana mappa trovata da Sennar nella biblioteca di Makrat nella Terra del Sole.
Intanto Nihal rimane con Ido e riesce a diventare Cavaliere di drago. Tra battaglie e colpi di scena i dubbi di Nihal iniziano ad avere una risposta, ma la spietata macchina da guerra non si fermerà fino a quando non saprà chi la tormenta e non la lascia nemmeno dormire.
La storia si infittisce sempre più, ma le carte iniziano ad essere chiare. L’autrice riesce come sempre a stupire con le sue descrizioni, non solo paesaggistiche, ma anche e soprattutto dei personaggi e della loro psicologia. Si conoscono meglio personaggi vecchi come Laio e Ido, e ne compaiono di nuovi come Ondine e una simpaticissima ciurma di pirati.
Licia Troisi è l’autrice fantasy italiana più letta al mondo e se lo merita.
Volete sapere come andrà a finire? Beh, compratevi il libro, che aspettate?
(Ruben Mosca)

Licia Troisi - Nihal della Terra del vento

La passione per il combattimento la attraeva fin da quando era piccola, ma crescendo questa le porterà molti interrogativi sul suo essere. Nihal è la protagonista di questo libro fantasy. La sua esistenza viene stravolta dalla guerra, che la porterà a conoscenza della realtà crudele in cui vive e del suo passato orribile. Nihal sguaina la spada e diventa una macchina da guerra, che non capisce ciò che fa a causa dell’odio che la acceca.
Questo romanzo (prima parte della trilogia delle Cronache del Mondo Emerso) è molto bello, perché oltre che ad aprirti l’immaginazione con la sua fantasia, è in grado di affrontare i problemi psicologici che affliggono la protagonista. Ho apprezzato molto il modo in cui la scrittrice lo ha fatto. Infatti il romanzo non diventa mai noioso e i problemi della bambina diventata ragazza vengono narrati splendidamente, così da far capire al lettore l’intricato personaggio di Nihal. I personaggi sono molti (Fen, Soana, Sennar, Ido e tanti altri) e ognuno ha un suo carattere ben delineato. Le vicende vengono narrate con una tale fluidità da non far accorgere dello scorrere delle pagine e i paesaggi vengono decritti in modo egregio. Questo bellissimo romanzo è da avere per ogni appassionato del genere fantasy.
(Ruben Mosca)

Lorenzo Fusoni - L'ombra del lupo


"L'ombra del lupo" è la paura che tutti noi abbiamo, che ci segue, ci sta alle costole, ci minaccia e, se ci distraiamo un attimo, è capace di prevalere sul buonsenso e minacciare l'equilibrio mentale di ognuno.

L'autore riesce a destare l'ombra del lupo di ogni lettore grazie alla buona capacità di descrizione degli eventi e delle immagini tanto che spesso mi è capitato di trovarmi faccia a faccia con Edward, il protagonista, e vederlo mentre non riesce a dormire, o è immerso nella vasca da bagno fino alle orecchie... l'ansia per quello che potrebbe fare cresce ma mai fino ad arrivare a pensare al finale, inatteso ma coerente con il personaggio.

Nadia

Dalla quarta di copertina:
"Supponiamo che tutte le paure, le insicurezze e le angosce di una persona si incarnino in un'unica immagine. Certo sarebbe una visione terrificante. E se questa immagine fosse capace di comparire in qualsiasi momento in tutta la sua spietata concretezza: chi in una situazione simile potrebbe ancora distinguere la realtà e affrontare la vita?
Colpa e dolore, ironia e paura, amore e disincanto. Due vite si scontrano, si annullano per legarsi indissolubilmente."

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http://scrignoletterario.it/node/703

M.P. Black - Lisa Verdi e il sole di Aresil

Libro ultimo della trilogia “La Signora degli Elfi”

Geniale!
Davvero geniale la trama di questo ultimo libro che chiude la trilogia di questo fantasy.
L’autrice mette in campo tutto il suo talento sia nella trama, ricca di colpi di scena, serrata e coinvolgente al punto da inchiodarti al libro, sia nella scrittura, elegante e scorrevole, con un ritmo incalzante dall’inizio alla fine!
M.P.Black ha anche la rara capacità di far amare i propri personaggi rendendoli vivi e pulsanti, quasi fossero reali.
La storia narra di Lisa, adolescente, che suo malgrado si trova ad affrontare mille pericoli e difficoltà per salvare il suo mondo, insieme al suo amato Bartolomeo e ai suoi più cari amici Matilde e Gianni.
Mille peripezie e avventure affronteranno lungo il percorso, sempre uniti nell’amicizia e nell’amore.
Il messaggio che traspare dalla trilogia è proprio imperniato su questi due sentimenti, sono proprio amicizia e amore le armi vincenti nella vita nonostante le perdite e le rinunce.
I protagonisti impareranno il coraggio, la lealtà, la fiducia, l’onore….come antichi guerrieri.
E come tali affronteranno la grande battaglia contro il male, con tutte le armi a loro disposizione, degne di un grande e valoroso esercito, supportati dall’amore e dall’amicizia che li lega.
Tutto questo e molto altro si trovano nel libro, compreso il lato divertente tipico degli adolescenti, che strappa sorrisi e consensi.

Trovo che il talento di M.P.Black sia andato di pari passo con l’uscita dei tre libri, un crescendo che la vede infine ottima e geniale scrittrice.
Il fantasy non è il mio genere di lettura ma questa trilogia è avvincente, fantasiosa, divertente e geniale nella sua storia, e mi ha letteralmente risucchiato nel mondo fantastico descritto!
Concludo con una frase che mi sta a cuore:
Rowling comincia a tremare
M.P.Black sta per arrivare!

Claudia

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http://scrignoletterario.it/node/700

Maria Maddalena Corrado - Elvira la rana

"Elvira la rana" è una favola che nasce in un lontano 1986 dal desiderio di una madre di insegnare "a non sprecare il tempo" alla propria figlia.
La rana Elvira, giunta in città per comprare un orologio dal suo amico orologiaio Stanislao, scopre che il tempo è misteriosamente scomparso: orologi, galli, campanelline...qualunque cosa segnali lo scorrere delle ore è sparita. L'intrepida protagonista si lancia allora alla ricerca del "tempo - letteralmente - perduto" incontrando sulla sua strada nuovi amici, molti indizi - che le siano stati lasciati apposta? - arrivando a risolvere il mistero.
Una fiaba moderna, con una grande morale per i piccini, ma anche per quegli adulti che ogni tanto si dimenticano di preservare il bene più prezioso: il tempo.

Abbiamo chiesto alll'autrice cosa voglia dire scrivere favole nel 2010:

Intervista con Maria Maddalena Corrado, autrice di "Elvira la rana" ed. Albatros, marzo 2010 -
"Scrivere favole nel 2010"

Il LIBRO
* Cosa ti ha dato l'idea per questo libro?

L'idea per questa fiaba me l'ha data Sara, mia figlia. questa fiaba è stata scritta per lei nel 1986. Il tentativo di una giovane madre di convincere la figlioletta a non perdere tempo al mattino.

* Quanto tempo hai impiegato per scriverla?

E' stata scritta di getto, sul tavolo della cucina, mentre Sara dormiva. Credo di averla scritta in due, tre ore. Anche i personaggi sono"usciti" dalla penna da soli, come se aspettavano solo che io li chiamassi.

* Da dove nascono i tuoi personaggi, in particolare Elvira?

Ancora oggi no so dove ho "scovato" questo nome........dovrei inventarmelo. Però è un bel nome! :-) Devo dire che sicuramente Elvira ero un pò io ... tanto tempo fa. oggi mi rispechio decisamente di più nella saggia Gina.

* La figura dell"uomo del tempo" è l'unica ad avere forma umana e a rappresentare un adulto. Ha un significato particolare, dato che è uno dei personaggi chiave?

L'Uomo del tempo...il nonno dalla barba bianca. Perchè è l'unico "umano"? Nei miei racconti non c'è mai il "cattivo". Però qualcuno doveva pur aver rubato il tempo? ma perchè doveva essere per forza cattivo?al racconto bastava fosse grande....... Ecco un nonno, un nonno grande. Una figura così bella, importante per i bambini. Il nonno è sempre molto buono e voleva solo dare un piccolo castigo ma lascia tracce lungo il cammino, fa incontrare ad Elvira Sale e Pepe. Il nonno vuole aiutare Elvira a ritrovare il tempo perduto.

* Perchè hai scelto di usare lo schema della fiaba per poter raccontare questa storia?

"Scegliere" di raccontare una fiaba... in verità è sempre stato il mio modo di comunicare con i bambini. Lo usavo con mia figlia e ora con i miei nipotini.
A volte nasce da un capriccio, altre volte da uno spintone in classe... allora io racconto, racconto di.. quell'ochetta che... ai bambini piace e ti ascoltano con attenzione.
Queste fiabe sono quelle che Annamaria, mia nipote, chiama le fiabe senza gli occhiali. perchè non si leggono ma escono dalla bocca anche senza ... permesso :- D

* Ad un anno esatto di tempo dalla pubblicazione, c'è qualche cosa che cambieresti?

Dopo venticinque anni dalla "nascita" di Elvira non cambierei nulla. Elvira è quasi una mia "bimba", le voglio bene con i suoi pregi e i suoi difetti.

SCRIVERE FAVOLE
* Perchè scrivere favole nel 2010?

Scrivere favole nel 2010, scrivere e raccontare favole sempre. Perchè aiutano gli adulti a dire, perchè piacciono ai bambini, perchè molte, favole, fanno bene al cuore.

* Scrivere libri per bambini richiede l'uso di un linguaggio diverso da quello degli adulti?

Si, credo che scrivere, parlare con i bambini richieda un linguaggio diverso. Le paroel devono avere "suono", devono come danzare nelle orecchie dei bambini.

* Come nasce una fiaba?

Come nasce una fiaba? posso rispondere che i miei racconti, tutti, nascono sempre dall'esigenza di comunicare un emozione.
Insegnare un comportamento, alleviare un dolore o semplicemente trovare una risposta divertente per farli ridere.
Le mie fiabe o racconti nascono attorno a "un" bambino, nascono per lui/lei poi diventano di tutti.

* Le fiabe sono notoriamente per bambini, ma potrebbero essere anche per noi adulti?

A me piace pensare che le fiabe siano per tutti. da zero a 100 anni. Anzi credo che molte siano più utili agli adulti!
Ho conosciuto , pochi, adulti che non conoscono nessuna fiaba. La mia impressione è che ... gli manchi qualcosa, forse un sorriso speciale

* Quanto è utile la mediazione di un genitore nella lettura di una fiaba?

La mediazione di un genitore è importantissima. i bambini "pendono" dalle loro labbra.
Credono ai loro genitori. una fiabaraccontata da loro è più "vera", più bella.
" Ha detto mamma che..."
" L'ha detto papà!"
Quante volte abbiamo sentito queste frasi? tante e non può che farci sorridere.

trovare la casa editrice...
un'altra storia... ve la racconto :- D
Natale 2008 Sara, mia figlia, mi "strappa" la promessa "invierò in visione Elvira......".
mantengo sempre le promesse....il 24 marzo invio a 10 case editrici, in 9 mi rispondono e acettano la mia fiaba.
... forse non ci credo ancora...
un giorno in libreria noto che molti grandi nomi pubblicano con Albatros.
penso: la invio anche a loro, figurati se hanno tempo da perdere...
( purtroppo non sapevo molte cose... ma questa è una riflessione che tralascerei).
24 marzo 2010 mi arriva il libro a casa. bella coincidenza, è di nuovo il mio compleanno!

L'AUTRICE
* Parlaci un poco di te... come hai iniziato a scrivere e perchè?

Ho iniziato prima a raccontare, poi a scrivere.
Ero la "bambina che raccontava le storie" :- )
Mi sedevo sul gradino di casa e raccontavo... raccontavo.
Perchè raccontavo e ora scrivo?
Perchè ho tante cose da "dire" :- )

* Hai avuto difficoltà nel trovare una casa editrice che ti pubblicasse? la consiglieresti ad altri autori?

Trovare la casa editrice...
Un'altra storia... ve la racconto :- D
Natale 2008 Sara, mia figlia, mi "strappa" la promessa "invierò in visione Elvira......".
Mantengo sempre le promesse....il 24 marzo invio a 10 case editrici, in 9 mi rispondono e acettano la mia fiaba.
... forse non ci credo ancora...
Un giorno in libreria noto che molti grandi nomi pubblicano con Albatros.
Penso: la invio anche a loro, figurati se hanno tempo da perdere...
( purtroppo non sapevo molte cose... ma questa è una riflessione che tralascerei).
24 marzo 2010 mi arriva il libro a casa. Bella coincidenza, è di nuovo il mio compleanno!

* Questa è la tua prima esprerienza letteraria, hai altri progetti per il futuro?

Progetti? preferisco chiamarli sogni :- )
La mia scatola blu è piena di storie, poesie e un... romanzo.
Qualcuna l'ho inviata in visione ed è in attesa di risposta, qualcun'altra partecipa a concorsi, gli esiti tra aprile e maggio.
Altre penso di tenerle ancora con me.
Cosa succederà domani? Non lo so. Oggi sorrido e incrocio le dita.

Massimo Picasso - Il gemello di Dio

Dal giorno in cui il protagonista scrive in un annuncio ai giornali che vuole conoscere Dio, gliene capitano di tutti i colori; sfiora la morte (sarà stato quello il modo promessogli per conoscere Dio?), incontra l’Amore, viene invitato a numerose riunioni di «intellettuali anonimi» che leggono ed interpretano le Sacre Scritture in modi differenti, da quello religioso a quello storico o scientifico ma tutti con un unico quesito insoluto: esiste Dio? Ne esiste uno solo?
Ogni volta che qualcuno arriva un po’ più avanti di altri e poco prima di svelare le proprie scoperte, muore o scompare in circostanze strane.
Il Gemello di Dio è un romanzo-saggio che non dà risposte ma permette di fermarsi a riflettere su tutto ciò che riguarda la nostra cultura religiosa impartitaci spesso più sotto forma di sensi di colpa, tabù, peccati che non come messaggio d’Amore di un Dio amoroso.
L’autore in questo romanzo, trova il coraggio di andare a toccare quei punti fragili del Cristianesimo che la Chiesa spesso spiega riparandosi dietro il termine: «È un Mistero».
(Nadia Zapperi)

Maurizio Piccirillo - Il sibilo dei sommersi

Maurizio Piccirillo approccia ai temi classici della poesia rivestendoli di forma moderna. Il poeta trasla contenuti universali quali la vita, la morte, la guerra e l’amore in un linguaggio forte e deciso caratterizzato dall’uso frequente di immagini che aprono al lettore la visione dolorosa e tragica di un’umanità drogata dall’incomunicabilità. La mancanza di tale scambio comunicativo porta l’uomo alla scelta rovinosa e ipocrita della guerra. L’io poetico si ritrova imprigionato in sbarre castranti che riducono i sogni in frammenti privi di libertà. Il candore dei fanciulli si sporca di fumo e cenere: sono i bambini i veri martiri della guerra. La morte interiore si accompagna all’inesorabile scorrere del tempo e il tema della vecchiaia percorre la silloge poetica parallelamente a un vissuto intriso di sofferenza. L’amore si rivela una passione fugace, che si nutre di attimi, già esaurita. Cosa rimane allora al poeta? Svaniti i sogni e i ricordi, l’io lirico si inebria: il vino è rosso come il sangue, richiama contemporaneamente il vivere e il morire, la natura e gli affetti autentici, l’intensità del dolore e del sentimento d’amore. Al dolore e alla morte si contrappone la vitalità del liquido: esso scorre velocemente offuscato e soffocato nel tentativo di emergere in superficie, ma il suo divenire non può che risolversi in un sibilare sommerso…
(Valentina Petrucci)

Mauro Corona - Il volo della martora

C’è aria di montagna, in questi racconti; c’è il profumo della resina degli abeti. Boschi dove gli alberi comunicano sentimenti, dove le martore contendono il primato della furbizia alle volpi. E poi la gente dei paesi di valli chiuse da alte montagne. Storia di gente dura, ma semplice, affranta dalla miseria, dalla fatica, dalla sofferenza, ma solidale.
Un insieme di racconti che scaturiscono dai ricordi, ora avventurosi, ora nostalgici, dell’infanzia e della giovinezza dell’autore; Mauro Corona ad un certo punto della sua vita si è reso conto che una parte di quel mondo che gli apparteneva stava scomparendo. Così ci narra, ad esempio dell’ultimo arrotino o di venditori ambulanti che partivano dalle alte valli con carretti di legno carichi di povere cose di legno intagliato da vendere nei paesi di pianura.. Mestieri ormai persi e dimenticati che la nuova generazione non vedrà mai e se ne sentirà parlare sarà qualcosa che appartiene all’antichità. Un mondo che l’autore ha voluto salvare nei suoi racconti.
In questo primo lavoro letterario non potevano mancare riferimenti alla tragedia del Vajont che l’autore ha vissuto in prima persona e si capisce come abbia lasciato il segno nella sua vita.
Una scrittura semplice e immediata, pagine che scorrono via veloci sulle ali di una poesia soffusa.
Così come prendere un aperitivo con pizzette e salatini serve solo a mettere appetito, quando si chiude il libro si ha fame di altri racconti. Per fortuna Mauro Corona ne ha un cassetto pieno.

Stefano Chiarato

Per un assaggio del libro clicca sul seguente link: http://scrignoletterario.it/node/664

Mauro Corona - L'ombra del bastone

Ciò che colpisce subito, fin dalla prima pagina, è l’idioma utilizzato: un italiano dialetizzato, o con una forte influenza dialettale. Ma non dà fastidio, lo rende simpatico, originale, genuino. Rende bene l’idea della gente: poveri contadini, pastori, allevatori, piccoli artigiani del legno e del ferro; rende l’idea dell’ambiente: tutto si svolge a Erto, piccolo paese aggrappato alle alte montagne del Friuli al confine col Veneto, si parla quindi di una comunità quasi isolata dal resto del mondo; rende l’idea del tempo: siamo negli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra.
E’ la tragica storia di Zino Corona. Un romanzo drammatico, anzi disgraziato, costellato di omicidi, suicidi, morti apparenti su cui pesa la mano della strega Melissa.
Il sesso è il filo conduttore che accompagna la vita di gente misera e arcigna, dai campi alle stalle , alle osterie del paese. In generale il sesso accompagna la vita stessa, dal sesso nasce nuova vita, ma per Zino Corona porterà solo morte e disgrazie.
Zino e Raggio, amici fraterni, si troveranno divisi a causa della moglie di Raggio e si elimineranno a vicenda in epoche differenti.
Si può dire che il romanzo sia scritto alla buona, così come alla buona viveva quella gente. Già lo dimostra l’influenza dialettale, ma lo dimostra di più, ad esempio la descrizione dell’aborto o del sesso (fare quelle robe là). Ogni tanto assume toni brutali, altri di disgusto, altri ancora di cattiveria inaudita, alternati a toni di bontà e solidarietà. C’è tensione e ansia per ciò che accade o sta per accadere, ci sono momenti di nostalgia e malinconia che servono a tirare il fiato. Una scrittura ingenua, anche perché ogni tanto si intuisce cosa accadrà nelle pagine successive. Soprattutto l’esito finale era già stato svelato in un racconto di un libro precedente (Nel legno e nella pietra), ma non per questo perde di interesse. L’autore è un abile narratore e sa tenere il lettore incollato alle pagine del romanzo.
Tra tanti morti, una nuova vita. È quella di Neve, figura misteriosa, unica nata nell’inverno più gelido che si ricordi. In questa storia ha un ruolo marginale, ma l’autore già annuncia che presto tornerà a far parlare di sé.

Stefano Chiarato

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Michele Marziani - Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta

Si intitola Umberto Dei il nuovo romanzo di Michele Marziani. Ma dal sottotitolo Biografia non autorizzata di una bicicletta si capisce che Umberto non è una persona, bensì un mezzo di trasporto. E non un semplice due ruote ma un mito per tutti gli appassionati di storia ciclistica. È grazie alla Umberto Dei che il protagonista della storia decide di cambiare completamente vita e che viene coinvolto, alcuni anni dopo, in una vicenda che ha il sapore del giallo sullo sfondo di una Milano multietnica, in bilico fra passato glorioso e presente degrado.
Una storia da leggere su più livelli: la semplice vicenda che parte con un ritmo di rilassata narrazione e diviene via via incalzante, i flash back del protagonista, Arnaldo Scura, e poi pensieri, ricordi, riflessioni sulla nostra attualità, evocazioni di sapori e odori enogastronomici. Raccontati con una scrittura pulita, lineare, ma di grande suggestione e poesia.
Nell'intervista che segue Michele racconta qualche cosa in più sul suo libro.

"Curiosando nel tuo blog è evidente la tua predilezione per la bicicletta come mezzo di trasporto. Ma da qui a scegliere una biciletta come musa ispiratrice per un romanzo ce ne passa. Come ti è nata questa idea? E sei davvero un esperto di "cose ciclistiche" come il protagonista del romanzo?"

In realtà è avvenuto il contrario. E' proprio scrivendo Umberto Dei che mi sono appassionato alla bicicletta al punto da farla diventare il mio principale mezzo di trasporto. Raccogliendo informazioni, idee, suggestioni, leggendo saggi che mi hanno accompagnato a costruire personaggi e storia (cito su tutti Ivan Illich con Elogio della bicicletta e Colin Ward con Dopo l'automobile). Prima di scrivere il libro avevo una bicicletta e la usavo. Punto. La utilizzavo anche a Milano dove vivevo per raggiungere la casa editrice in cui lavoravo, ma era un modo per evitare il traffico, il caos, la calca nel metrò. Un anno prima di scrivere Umberto Dei neppure avevo mai sentito nominare questo costruttore. Oggi mi telefonano per sapere se il modello tal dei tali del 1934 montava i fari Radius. E io so rispondere e rispondendo mi stupisco. Non ho portato la mia vita dentro il romanzo, ma il romanzo dentro alla quotidianità. Quindi no, non sono, o almeno non ero, un esperto di "cose ciclistiche". Sono uno che non riesce a scrivere se non arriva in fondo alla materia che tratta, questo sì.

"Umberto Dei affronta temi importanti, significativi: l'amore, il coraggio di ricominciare da zero, il rendersi conto che gli ideali su cui abbiamo fondato una vita si possono sgretolare per colpa di pregiudizi a cui ci credevamo immuni e che invece sono insiti nella nostra cultura. Avevi deciso a priori di affrontare questi argomenti o ti sono usciti dalla penna via via che nasceva la storia?"

La storia voleva raccontare sin dall'inizio, sin da quando ha preso forma, una crisi profonda, un cambiamento, il percorso di un uomo. L'unica nota autobiografica sta proprio nel pregiudizio: credevo di esserne immune e me lo sono ritrovato dentro, da qualche parte, nato per caso. In questo "per caso" ho scavato dando vita al personaggio di Arnaldo Scura. Insomma ho pescato dalla vita, cercando di fare, nel mio piccola della letteratura, nella definizione di Orhan Pamuk: raccontare le storie di altri come se fossero nostre e le nostre come se fossero di altri.

"Arnaldo Scura, il protagonista, inizialmente sembra uno "duro e puro", senza preconcetti, capace di portare avanti delle idee fuori dal coro e di difenderle senza paura del giudizio altrui. Un moderno Don Chisciotte, un idealista. Ma nell'evoluzione della vicenda scopre con rammarico di essere vittima pure lui di pregiudizi che non credeva potessero sfiorarlo. Ed è a mio avviso uno dei passaggi che stimolano maggiormente una riflessione nel lettore. Quanto ritieni che la nostra cultura, la maniera di pensare in cui siamo stati immersi fin da piccoli, influenzi il nostro libero arbitrio? E - alla luce dell'attualità - che strumenti possiamo avere per riuscire a svincolarci da quella corrente che sta remando indietro di decenni e sta riportando il nostro paese a chiusure degne del ventennio?"

Certo il pregiudizio dal quale nasce l'equivoco, che è l'altra parola chiave del mio romanzo, è centrale. Anche nella riflessione che si può aprire intorno a una storia, che rimane comunque racconto, luogo di narrazione. Credo, per rispondere alla domanda, che dovremmo semplicemente ricominciare a pensare, liberi dall'eccesso di esposizione ai mass media, dalla troppa informazione che ci spinge a ragionare intorno a cose spesso inutili o comunque con punti di vista già confezionati tra i quali si sceglie, per sentimento o per ragionamento guidato, quello che ci piace di più. Ecco, la letteratura, la narrativa, in questo ci apre nuovi orizzonti: ci offre altri punti di vista, stimola coscienze sopite, parla più spesso allo stomaco e all'anima, invece che alla ragione. Se leggiamo il giornale sappiamo più cose, ma non sappiamo come affrontarle, se leggiamo un buon libro sappiamo meno cose, ma sentiamo che ci sono altre strade per affrontare la vita. Ovvio, il ragionamento è all'estremo, meglio leggere entrambi, ma fa parte delle mie scelte personali: credo anche per questo di essermi allontanato dal giornalismo per avvicinarmi sempre più alla narrativa. Sapere più cose non ci rende migliori, ne abbiamo la prova oggi in un mondo in cui sappiamo tutto e di più. Leggere buoni libri mi rende migliore.

"Arnaldo nei momenti difficili si rifugia in un buon vino o in una ricetta semplice ma evocativa in cui trovare ancora aromi e profumi di un tempo. L'enogastronomia ci salverà?"

No, ma può aiutarci a vivere meglio.

Michele Marziani Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta (Cult, 2008)

http://www.michelemarziani.org/appuntidiviaggio/

di Carla Casazza

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Michele Navarra - Per non aver commesso il fatto


Legal thriller

Bellissimo libro di un autore di un genere letterario poco frequentato. Sembra di guardare un film leggendolo. I personaggi sono ben delineati e il lettore segue passo passo l'avvocato che indaga per cercare di scagionare dall'accusa di omicidio il proprio cliente. Il finale, assolutamente inatteso contribuisce a rendere questo romanzo una buona lettura.
L'avvocato è un personaggio con tanti dubbi, con il desiderio di cercare davvero la verità e con il timore, ad ogni nuovo caso, di dover difendere un colpevole. E' una persona "normale", che si sta per sposare e diventare padre, con una propria morale ed un'etica professionale che a volte gli sta stretta e dalla quale vorrebbe fuggire. E' un uomo consapevole di avere tra le mani il destino di un altro uomo basandosi solo sulla fiducia verso il proprio cliente e il proprio senso di giustizia.
E' un romanzo anche per i non addetti ai lavori poichè l'autore spiega molto bene ogni passo, ogni procedura legale mano a mano che il proprio cliente le deve affrontare.
L'iniziale antefatto sposta l'attenzione sull'identità del protagonista principale e spiazza un poco quando entra in scena il vero protagonista. Se è una tecnica di scrittura direi che è innovativa (almeno per me) e ben si applica a questo genere.
Spero in futuro di leggere altro di questo bravo autore, vincitore del Primo Concorso di narrativa giudiziaria inedita Legal Drama Society e finalista del Premio Alabarda d'oro di Trieste.

Nadia

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Michele Navarra - Una questione di principio

E' il terzo romanzo di Navarra e non ha nulla da invidiare ai precedenti. Al contrario, l'autore è cresciuto nella capacità di tenere il lettore in piena suspence. I capitoli sono scritti in prima persona quando è l'avvocato Gordiani che parla, in terza persona quando invece l'autore racconta. La storia, in questo modo, viene vista dal lettore sotto varie angolazioni a seconda del personaggio che incontra. Non è difficile rimanere adesi alla trama nè seguirla. Al contrario l'autore riesce comunque a mantenere i "suoi" segreti, il suo asso nella manica fino alla fine.
La scrittura è, come sempre, scorrevole. L'ironia è un'altra componente sempre presente nei romanzi di Navarra. E non ci sta per niente male perchè non sfocia mai nel cinismo.
Molto brevemente il romanzo narra dell'omicidio di una giovane studentessa all'interno del suo appartamento. Per una serie di coincidenze, viene incolpato il suo ex fidanzato. Un giovane ufficiale dei Carabinieri aiuterà l'avvocato Gordiani a scagionare il ragazzo catturando il vero colpevole.

Una mescolanza di voci e persone rendono la stringata trama sopra descritta un avvincente romanzo in grado di far pensare alle difficoltà quotidiane di Avvocati, Giudici e Forze dell'Ordine nel destreggiarsi tra le svariate interpretabilità delle Leggi italiane al fine di far emergere, per "una questione di principio", la Verità.

Nadia Zapperi

Monica Caira - La morale di Pietra

Monica Caira,
nel momento in cui mi leggi smetti di fare il tuo lavoro e dedicati esclusivamente alla scrittura, a tempo pieno e indeterminato!
Nessuna mia parola è abbastanza potente o evocativa per descrivere la preziosità di quest'opera. Non è solo un libro questo, è IL libro!
Pietra, la protagonista, è una giovane donna a cui è stato negato l'amore genitoriale, ma lei ama comunque la sua famiglia, tanto da sostituire la madre deceduta nella cura dei numerosi fratelli.
Nulla le viene risparmiato! Il destino beffardo e crudele si prende gioco di lei, trasformandola da donna del focolare in donna-spietata, da cuore tenero in angelo vendicatore e alla fine la vita esigerà il suo tributo, lasciandola con la sua...morale di Pietra!
Che donna!...da ammirare, da amare, da comprendere, da perdonare.
Sono entrata in simbiosi con la protagonista e ancora adesso ne sento la forza, l'intensità, il coraggio di vivere e di sopravvivere, la tenacia e la determinazione, la sete di riscatto, l'annullamento del cuore e di se stessa per raggiungere un'obbiettivo e...l'amarezza, l'ironia e la rassegnazione di un destino avverso.
Pochissimi libri mi hanno lasciato con un senso di soddisfazione e appagamento come questo.
Per non parlare della scrittura!
E' incredibile e originale il modo in cui l'autrice usa i verbi per rafforzare, intensificare, colorare, il significato di una frase...tutta da "gustare"!
Inoltre la scrittura evoca immagini talmente vivide che mi sono ritrovata catapultata nel film "l'albero degli zoccoli" di Ermanno Olmi, rivedendo le stesse scene e gli stessi paesaggi della campagna di un tempo non troppo lontano.
Ottimo libro. Ottima scrittrice.

Claudia

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Nicola Roserba - Schegge di futuro

L'autore, in questa raccolta di racconti, vuole portare alla luce numerosi argomenti di attualità e lo fa in un modo diverso da altri scrittori, inventando nuovi mondi, storie originali e ben scritte.
In particolare in Deathrun, ci spiega la guerra come un gioco in mondovisione. Crudeltà per far spettacolo dove chi muore in tv, muore veramente anche nella realtà. Gioco che diventa vendetta e odio vero. O, peggio, abitudine e cupidigia. Il ritmo è incalzante, tiene alta la tensione man mano che si svela la verità.
Ne “l’ultimo treno” l'autore ci porta in un futuro arretrato. Due parole che contengono un controsenso ma che denunciano la forza della curiosità, della ricerca della verità e della conquista della libertà a qualsiasi costo. La curiosità diventa causa di guai ma anche portatrice di verità.
Altri racconti sono portatori di nuovi punti di vista come l'allunaggio visto dagli abitanti della luna o se stessi racchiusi nell'Io profondo nel tentativo di sconfiggere o scappare dal “viaggiatore”.
Alieni, futuri possibili ed impossibili scritti da un autore che si farà strada raccontando, come lo immagina, un pezzo di storia che sarà.

Nadia

Schegge di Futuro è disponibile per il download sia in formato PDF che ePub al prezzo di 5,90 euro al seguente link:
http://www.ilmondodigitale.it/

Per l'assaggio di uno dei racconti clicca sul seguente link: http://scrignoletterario.it/node/1061

Normanna Albertini - Pietro dei colori


Pietro dei colori. Ovvero: come un personaggio realmente esistito e originario delle nostre montagne può diventare
protagonista (o meglio, co-protagonista) di una trama originale e ricca di spunti. E ancora: come un racconto ben strutturato e zeppo di presenze possa aiutarci a capire come la grande storia, almeno un tempo, era di casa pure da noi. Siamo nel 1456. E’ la luna che apre il libro e poi lo chiude, che dà il benvenuto alla storia e le porge, infine, il bacio dell’arrivederci. E’ sempre lei che in ogni pagina lascia il profumo del proprio passaggio. Ma non c’è solo questo corpo celeste tra le star di Pietro dei colori, terzo libro (dopo Shemal e Isabella) di Normanna Albertini, insegnante felinese e storica firma del nostro mensile. Troviamo Peruzza, vecchia contrabbandiera e compagna del brigante Noè; Lucrezia Fina, che ancora prima di entrare nell’adolescenza era già stata condannata ad un matrimonio combinato col nobile Rodolfo, dal quale tenta di difendersi col digiuno; la bionda Orsola, cortigiana adolescente e dolce; l’ostessa dai capelli rossi, Quirico, il serpente Regolo... E poi frate Mauro e Pietro da Talada, Maestro di
Borsigliana, i cui sentieri si intrecciano con quelli degli altri e la cui vicenda attraversa le altre, da quella del libro prezioso e rivelatore, che alcuni vescovi avrebbero portato sulle nostre montagne, a quella della carta geografica del mondo. Nel corso dei capitoli, Pietro diventa un maestro dei colori, ne coglie segreti e sfumature, va alla caccia (oltre che dell’identità dei propri genitori) di nuove soluzioni cromatiche, ne scopre misteri e magie nonostante l’invito perentorio del nonno: “Lascia perdere i colori. Con i colori non si mangia”. Il suo attraversare le righe viene accompagnato dalle vicende che hanno caratterizzato quegli anni: il fiorire delle arti nelle grandi città, gli episodi di violenza e crudeltà attuati neiconfronti di donne e bambini, i soldati di ventura, la peste. In Pietro dei colori troviamo, però, come già accaduto nelle due precedenti imprese
letterarie di Normanna Albertini, anche il tentativo di testimoniare la fatica delle donne che cercano di diventare padrone del proprio destino, di uscire dalla spirale
di oppressione e cattiveria alla quale, qualche secolo fa, anche la Chiesa in certi casi pareva adeguarsi, e che si rifiutano di portare sulle spalle il dolore del mondo senza potere nemmeno aprire bocca. E’ chi non si rassegna a camminare sui binari che altri hanno voluto per lui
che, alla fine, verga le pagine migliori della vita, propria e altrui. Ed è a questo genere di persone che l’autrice riserva le
proprie attenzioni e simpatie. “Devi fare paura, devi fare paura se vuoi salvarti”: sono le parole che Lucrezia Fina porta nel cuore sin dal suo apparire sulla scena. Raccontandoci le vicende e il cuore dei vari protagonisti, Normanna Albertini ci accompagna attraverso i loro percorsi
che, alla fine, confluiranno tutti su Talada. Quella di portare avanti la narrazione seguendo diverse scene di vita è uno stile che l’autrice ha mostrato di prediligere sin da Shemal, e il cui fluire ben architettato viene arricchito da descrizioni di paesaggi e di sentimenti memorabili, da un linguaggio scorrevole e per nulla banale, dalla capacità di infarcire il tutto con acute curiosità e legami alla storia stampata sui libri di scuola, dall’abilità di alternare scene cruenti ad altre intrise di tenero amore, eros e fine introspezione. Pubblicato con “Prospettiva editrice”, Pietro dei colori è acquistabile in libreria ma anche su internet (cliccare il nome per scoprire come). (Giuseppe Delfini – Tuttomontagna di luglio 2009)

Giuseppe Delfini

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http://scrignoletterario.it/node/743

Piero Boi - Cargo di cloni

Cargo di cloni è un libro di fantascienza, genere difficilissimo perché scontatissimo e abusatissimo.
Allora cominciamo subito col dire che non è un romanzo di genere, pur appartenendo al genere. E' stato scritto da una persona colta, spiritosa, di buone letture, che ha dimestichezza con la scrittura, e con leggerezza veicola delle idee che sente molto e che riguardano una certa visione della realtà e del pianeta.
In assoluto non si tratta di un racconto a tesi, intendiamoci, poiché nulla è esplicitamente spiegato, ma tutto è deducibile dal lettore, e dal suo livello di sensibilità. Beninteso c'è una chiave di lettura che è puramente avventurosa, e perfettamente funzionante. La scrittura è piacevole, scorrevole, qua e là la fantasia è addirittura pirotecnica, soprattutto quando la situazione non sembra permetterlo.Tutto il racconto è permeato di trovate che spesso hanno una freschezza d'inventiva rara e giocosa. Si percepisce il divertimento di chi scrive, proprio il gusto quasi fisico di farlo, come per esempio nella descrizione dei reperti del museo delle Armi di Rombo o del menu di Pantos.
Questo universo postapocalittimo in cui si muove il protagonista, il gigantesco samoano Tuiavii, pilota di uno scalcinato cargo alle forzate dipendenze della potentissima e feroce Unlimited ( potrebbe aspirare a molto di più, ma ha il difetto di pensare con la sua testa ed è tenuto in "quarantena" in attesa diuna riabilitazione ), è sempre uguale al solito vecchio mondo, ugualmente violento e legato allo sfruttamento e al profitto, solo su scala interplanetaria. Mari che non danno pesce, risaie agonizzanti, malattie e devastazioni non fermano le brame di profitto della Unlimited, e del resto i caveau svizzeri sopravvivono, al contrario di molte specie, come sopravvivono certe miniere che ricordano molto i lager nazisti.
L'Archivio, che è una straziante macchina del tempo, riporta ogni tanto indietro Tuiavii ad antiche vicende di distruzione e di morte.
Calcinati il Vaticano e la Mecca, si può procedere alla creazione di cloni per ripopolare il mondo, eliminando gli spiriti vivaci, i fomentatori sindacali, le teste calde. Tutto come al solito. A difendere un ideale di grazia e bellezza, l'oasi della Grande Gheisha Shimbutsu, che tramanda i rituali del bello attraverso le sue allieve, e che di Tuiavii apprezza il cuore gentile, cuore e spirito che sono in evoluzione, visto che il pilota arriva a vedere le anime che si apprestano a reincarnarsi nei dintorni del pianeta Venere.
Compagno di viaggio e ausilio indispensabile in queste avventure sulla Enterprise, questo il nome del cargo, è il computer Facta di apprezzate sembianze femminili, uno dei rari esemplari in circolazione, invano ambito da molti.Il nostro pilota trasporta oltre che alle merci, cloni di bellissimo aspetto e con capacità sovrumane, che però non si riproducono, e dunque la loro creazione è per la Unlimited ulteriore fonte di guadagno. Conosciamo anche altri pianeti, tra cui Giove, che sembra un'oasi nella desolazione generale.
Ecco, mi fermo qui pensando di avere dato un'idea dello scenario che certamente suscita la curiosità del lettore. Registro un'esilarante vena erotico futurista nel raccontare i rapporti sessuali del protagonista con certe intraprendenti tipette dalle cento manine, tutte ben impiegate, mentre con diversa poesia ma non minore fantasia invece sono narrati i rapporti con l'amata. Messo di fronte alla prospettiva di una "riabilitazione" che lo vedrà a capo di un'ennesima impresa di distruzione e di guerra. il samoano scappa, rubando il cargo: sa già cosa fare: riportare la vita nell'universo...
Se Pietro Boi voleva scrivere una storia di fantascienza che fosse veloce e impattiva come un videogame ci è riuscito, offrendo al lettore non solo svago e divertimento, ma anche motivi di riflessione.

Leila Mascano

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http://scrignoletterario.it/node/1117

Piero Polato - Che cosa con che cosa

Tanti giochi divertenti ed oggetti utili realizzati con materiali «poveri» quali carta, legno, ferro, tutto ciò che si può trovare in casa. Questi giochi ed oggetti sono stati proposti in una serie di trasmissioni realizzate e presentate da Piero Polato alla televisione della Svizzera italiana nel 1976-77, in una serie di puntate intitolate «Quelli della Girandola», ed ora riproposti in un libro. Lo scopo dei «giochi» è duplice: in primo luogo, far conoscere ai bambini i materiali, educandoli all’osservazione e facendo rilevare le loro qualità e i loro possibili usi; e in secondo luogo, stimolare la creatività nella progettazione di altri oggetti. Un libro interessante, soprattutto in questi tempi in cui sempre più spesso si sente parlare di esaurimento delle risorse, riciclaggio, salvaguardia della natura; e perché, in fondo, è con questi giochi che si divertivano i nostri nonni, ed è giusto e bello che i nostri figli ne siano a conoscenza – un arricchimento non meramente nostalgico. Negli ultimi anni il tema è stato ripreso da numerose altre pubblicazioni, ma nessuna offre il valore qualitativo di questa.
(Simone Valtorta)

Pietro dell'Acqua - Zeropuntozero

Sorprendente. Se si dovessi definire con un solo aggettivo “Zeropuntozero” di Pietro dell’Acqua questo sarebbe senz’altro il più adatto. Varietà di tipologie di racconti, alternati anche a uno stile di scrittura talvolta pungente, immediata e slang, talvolta semplice e lineare, fanno sempre percepire al lettore le capacità di questo giovane e talentuoso scrittore.
In certi tratti può anche risultare un po’ difficile alla lettura per un pubblico magari abituato a racconti brevi classici; ma è proprio questa varietà uno dei punti di forza di Dell’Acqua, la capacità di parlare fuori dagli schemi, di usare un linguaggio mai codificato e banale, il cercare di emergere pur mantenendo il proprio stile inalterato.
Magari un giorno parleremo di altri autori che scrivono con lo stile di Dell’Acqua.
Altro notevole punto di forza sono i temi trattati, diretti e incisivi: i mali della società moderna, il lavoro precario, una scuola e un’educazione zoppicante, corruzioni, cattive strade, la fatica di arrivare a fine mese, il male di vivere… Insomma la vita precaria dei giorni nostri.

Pietro Dell’Acqua ha un rapporto diretto con le parole: le ama, le osserva, le ammira, le studia. Ma la sua è una storia d’amore complicata, difficile, una di quelle in cui ci si lascia, ci si ritrova, si fa l’amore con passione e si litiga selvaggiamente. Questo perché il giovane scrittore comasco esige il massimo dallo strumento principe della comunicazione, non si accontenta certo di raccontare qualcosa per il gusto di farlo: per lui lo scrivere e il raccontare rappresentano un fine, non un mezzo e l’attenzione sacrale che ripone nel linguaggio giustfica ogni trattamento, lecito e illecito, per cui niente è scontato. La pagina bianca è un campo di battaglia e le lettere dell’alfabeto le armi con cui combatterla.

Altra recensione:

Zeropuntozero è il regno della contaminazione, del non-già detto, della lotta alla banalità. Ogni racconto ha un passo diverso, da affrontare regolando ogni volta il respiro, per non rimanere senza fiato giusto dopo due passi. La noia è bandita, così come la ripetizione. La lingua è sottoposta a un trattamento d’urto e chi legge non può distrarsi tanto facilmente se vuole capire quello che si materializza sulla pagina. L’ispirazione è varia, mutevole, anche se alcuni punti fermi si intravedono: l’incomunicabilità, la follia, il rapporto difficile con le persone e le cose del mondo. Il linguaggio è lo specchio di questa difficoltà, di questi continui inciampi esistenziali, tanto che si fa materia a se stante, e passa sopra a tutto: non è importante cosa si dice, ma come si dice, fino a far coincidere il come con il cosa. Enrico Vasaio, Ceanoceano o La cruna del lago, alcune fra le tante, sono storie surreali, cupe, allucinate, in cui ironia e cinismo vanno a braccetto e il pensiero è fermato nel momento stesso in cui si forma, quasi come a fotografare l’attimo preciso del concepimento, in cui tutto è sfilacciato e confuso.

Dell’Acqua è ambizioso, e non c’è niente di male in questo. Ha buoni strumenti di partenza per affrontare questa lotta con l’espressione, ma deve ancora affinarli, perché la cosa migliore di questo libro è lo spirito che lo pervade più che i racconti stessi. In quest’ottica anche i passi falsi, che non mancano (anche perché i racconti sono trenta, mica quattro o cinque), vengono inquadrati in un’ottica differente, come passi verso la costruzione di un linguaggio personale e originale. Zeropuntozero è un libro spesso faticoso, difficilmente comprensibile, arzigogolato, che richiede grande attenzione. Ma la strada intrapresa è affascinante e questi racconti una dichiarazione d’intenti da tenere in considerazione.

Gianvittorio Randaccio

Per leggere un capitolo del libro clicca qui: http://scrignoletterario.it/node/343

Raffaele Donnarumma - La follia

Riflettere sulla follia vuol dire parlare di quella parte dell’uomo che è il cervello, la psiche, una macchina così complessa che ne è impossibile il funzionamento perfetto.
Questo libro permette di toccare con mano le malattie della mente, dalle più comuni (come ansia e depressione) fino alla follia più inguaribile; lo fa’ proponendo l’analisi di grandi opere d’arte (come la Lady Macbeth sonnambula di J.H. Füssli) e brani tratti dai grandi romanzi della letteratura.
Un percorso mai noioso, che porta alla scoperta della crudeltà dei manicomi analizzando i dipinti di Goya e Géricault, o che illustra quanto possa essere terrificante la follia dei malati citando racconti di E.A. Poe. Partendo da capolavori del cinema quali One flew over the cuckco’s nest (Qualcuno volò sul nido del cuculo) e arrivando ad analizzare il cavaliere inesistente di Calvino, l’autore giunge a farci capire come la follia possa essere, per i grandi scrittori, l’unico mezzo per raggiungere e rivelare la verità ultima delle cose, fuori dalle crudeli catene che la società del vivere civile impone per mantenere la convivenza pacifica fra gli esseri umani.
La follia si rivela l’ultima spiaggia della bontà dell’uomo non più visto come animale sociale, ma come creatura dotata di una propria individualità.
«Dopo che mi hai scoperto, trovarmi non era più gran che; ma ora viene il difficile: tornarmi a smarrire…» biglietto di Nietzsche impazzito.
(Silvia Armanini)

Per un assaggio di questo libro :
http://scrignoletterario.it/node/427

Raffaele La Capria - La lezione del canarino (Il Sole 24 Ore, 79 pagine)

di Fabrizio Chiesura
Dentro la cupa notte dei tempi che ci attraversa – kamikaze e grande e diffusa crisi economica – il grido di dolore di Raffaele La Capria prende le mosse, nel suo bestiario tenero e malinconico, sino dalle prime pagine.
Questa filippica, dalla parte degli animali e in difesa delle creature più minute e sguarnite (ma non solo), è anche una compagine strutturata ed esile a un tempo, è un canto d'amore.
Il dito è puntato contro “Bisanzio...” e la sua “civiltà dove raffinatezza e crudeltà andavano di pari passo”. E' contro altro, dunque, e non contro la disponibile barbarie ordinaria, peraltro sottesa.
Ma ecco irrompere sulla scena dopo, fra gli altri, la “gentil farfalletta” e l'occhio vitreo del gufo reale, ecco fa il suo ingresso lo zoo: azzerato subito con il grido di bambino: “Andiamocene!”
A questo punto, La Capria ci lascia interdetti perchè ha ancora molte frecce al suo arco, basti pensare alla doviziosa messe che il creato gli offre, e ciononostante ci lascia immobili al suo cospetto, come bambole rotte nel pianto.
Ma ecco che l'invettiva, fondata sui singoli animali, si dispiega dopo aver imboccato, “indovinato” con la strada dello zoo, la denuncia della collettività a due o quattro zampe.
E puntuale, la scoperta: “è strano – avverte La Capria – come la prigionia provochi in ogni essere vivente, uomo, animale e perfino pesce, comportamenti analoghi, e una simile sofferenza”.
E allora: “Quando il 'pesce fresco' agonizza sale il suo prezzo, non lo sai?” sentenzia La Capria.
E il messaggio del pregiato volumetto del nostro diventa un invito alla democrazia nei riguardi anche di chi non ha registrato i natali e gli manca l'uso della parola.

Renato Giovannoli - La scienza della fantascienza

Questo non è un libro che spieghi se e quanto la scienza di cui si parla nella fantascienza sia «vera» (anche se da queste pagine emerge sovente la dimostrazione che gli autori di fantascienza hanno anticipato, o commentato e ampliato, nozioni messe in circolazione dalla scienza). E non è nemmeno un libro sull’allegra inverosimiglianza della fantascienza. Androidi, iperspazio, astrogazione, cyborg, universi paralleli, alieni, macchine del tempo, scambio mentale, quarta dimensione... Una mappa coerente e «verosimile» (scientificamente verosimile) si disegna a poco a poco, ne nasce un’enciclopedia dell’immaginario che mostra punti di contatto sempre più inquietanti con l’enciclopedia detta «del reale». Così che a un certo punto ci si chiede se la fantascienza altro non faccia che trarre inferenze ragionevoli dai principi della scienza ufficiale o se la scienza ufficiale altro non faccia che trarre inferenze non sempre ragionevoli dalle intuizioni della fantascienza. Perché forse, in fondo in fondo, la fantasia e l’immaginazione – fondamento della fantascienza – non sono altro che una forma diversa (ma sempre valida) di conoscenza.
(Simone Valtorta)

Riccardo Mainetti - Le mille facce dell'ironia

Divertente! Questo libro è davvero divertente, rilassante, spensierato e fresco come “acqua nel deserto” ed infatti è alla fonte dell’ironia e del sorriso che ci si ristora.
Sono racconti scritti in modo scorrevole, frizzante e allegro.
Riccardo è un buon osservatore dei nostri costumi, delle nostre abitudini e ce le mostra facendoci notare le nostre piccole manie e contraddizioni, le nostre qualità ed i nostri difetti, sempre col sorriso sulle labbra e mai giudicandoci, sfiorandoci col suo sguardo amorevole.
Attraverso i suoi racconti, Riccardo ci stuzzica, ci incuriosisce, ci chiama in prima persona, interagisce con noi, tanto che a me viene spontaneo rispondergli, proprio come se lo avessi davanti. Gli argomenti trattati sono vari, dalle persone, agli animali, agli oggetti, ai media, sempre vissuti in prima persona dall’autore.
Letto alla sera, il libro ci regala un sorriso ed una serenità che ci permettono di lasciarci alle spalle lo stress della giornata, e ci riconcilia con la parte allegra e spensierata di noi stessi, permettendoci di goderci questi attimi rilassanti.

Claudia Lucchin

Per un assaggio del libro clicca sul link di seguito: http://scrignoletterario.it/node/553

Roberto Monti - La moglie del mago Dimitri

Un racconto per ragazzi che mescola ciò che a loro piace con ciò di cui farebbero volentieri a meno: avventura e magia con scuola e bulli, in un divertente romanzo ricco di storie e spunti per imparare a scrivere, a leggere e ad ascoltare la propria fantasia.
L'autore regala un pò della sua ricca immaginazione a due dei personaggi del libro: ad Anko, uno dei due cugini protagonisti e all'Orca, la professoressa di italiano dalla quale Anko e Rouge prendono ripetizioni. Grazie a lei apprendono che imparare può essere anche avventuroso e divertente e, sempre con lei, il loro coraggio e la loro temerarietà da ragazzini, finirà per renderli gli eroi del momento.
Attraverso questo racconto i ragazzi comprenderanno anche quanto sia importante riferire agli adulti episodi "strani" che possono capitare durante la loro assenza o i loro giochi in strada. Quanto il coraggio debba essere anche mescolato ad una buona dose di intelligenza e pulito dalla spavalderia per evitare i pericoli generati dalla cattiveria di alcuni adulti e per comprendere quando finisce il gioco ed inizia la realtà.

Nadia

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Rolly Marchi - E ancora la neve

Riferimenti storici, avvenimenti sportivi, fatti mondani e tanta avventura sulle montagne di Trento, sulle Dolomiti ed oltre. Un lungo elenco di nomi famosi: Benito Mussolini, Federico Fellini, Gianni Brera, Gustav Thoeni, Renato Guttuso… E poi gli scalatori che hanno scritto pagine di storia alpinistica sulle montagne di mezzo mondo: Ettore Castiglioni, Walter Bonatti, Cesare Maestri, Reinhold Messner…
Dunque non solo montagna in questo libro del giornalista, scrittore, atleta e alpinista Rolly Marchi; attraverso i suoi ricordi scorre un po’ tutto il Novecento. Raccontato con la semplicità degna di un montanaro come lui, come è semplice la neve che torna ciclicamente nei ricordi dell’autore, quasi a congelarli e preservarli per sempre.
Particolarmente intenso il ricordo dell’amicizia intercorsa con lo scrittore Dino Buzzati, da pelle d’oca quello che vede l’autore testimone di una tragedia alpinistica.
Da leggere nelle fredde sere d’inverno accanto ad un crepitante focolare.
(Stefano Chiarato)

Rosa Noci - Diario piccolo

Condotti da un bambino in un viaggio nel dolore
La malattia della madre vissuta con identico strazio sulla propria persona

Viviamo in un’epoca attraversata da molti spauracchi: miseria, solitudine, disamore. Ma quella più forte è certamente la paura della malattia e se la malattia si chiama cancro, la paura diventa terrore. Per questo motivo leggere diario piccolo della legnaghese Rosa Noci (edizione Il Pavone, pp98, euro 9), pur rendendoci commossi partecipi di un viaggio nel dolore, apre un salvifico spiraglio sulla meta della speranza.
Prefato, con la grazia che gli è consueta, dalla penna di Dino Coltro – scrittore e poeta che ha dedicato gran parte della sua vita allo studio delle antiche tradizioni popolari veronesi e venete, pubblicando una trentina di libri e il famosissimo “Lunario Veneto” – e introdotto dalle note scientifiche di Massimo Busani, il chirurgo che ha operato Rosa di neoplasia al seno, intervenendo con esito felice, il “Diario” ci apparirà forse piccolo per la brevità delle pagine, ma non certo tale in quanto al valore dei sentimenti. Infatti, l’amore è il vero protagonista di questa scrittura, quello che tiene unita strettamente una famiglia, prima serena e poi ulcerata dalla scoperta della malattia.
Ricorrendo ad un escamotage letterario, l’autrice prende in prestito la voce di un bambino che sarà l’ingenuo io narrante.
“Ho dovuto fingere di non essere figlia per poter narrare di lei, della mia imperfetta, adorabile mamma”.
E già Busani – introducendoci alla lettura – ci aveva preavvertito di come l’amore sia stato nella vita di Rosa “geneticamente trasmesso” e quindi essenziale nel superare il doloroso scoglio di aver patito il reiterarsi della malattia materna, rivivendo sulla sua persona lo stesso strazio, fortunatamente con epilogo diverso, perché “Rosa ha saputo riprendere il volo della vita”.
Il bambino che ci racconta la storia di famiglia suscita immediata simpatia, con i suoi ingenui stupori, il suo entusiasmo per le impareggiabili polpette della nonna (munita di una borsa porta-tutto emula della Mary Poppins delle nostre storie infantili) col suo amore per la campagna, ricca di piante ed animali, anche quelli che normalmente creano repulsione (“A me i lombrichi non fanno schifo. Poverini, anche loro sono creature di Dio e non fanno male a nessuno”). Attraverso la sua voce possiamo sentire il profumo della normalità quotidiana di una famiglia unita, felice; ci è dato godere di tavole apparecchiate, di brevi soggiorni al mare con l’affettuosa nonna, di sorridere per le piccole schermaglie con la sorella più grande, finché non esplode la tragedia della malattia della nonna e – acutamente sottolinea Coltro – “la parola prima alta e sonora si affievolisce nella stanchezza e debole si fa il gesto solitamente vivace; il camminare non trova più il passo della vita. In questa parte del libro, Rosa Noci acquista una capacità di introspezione notevole. Non usa più il tono pacato del diario, anche se i sentimenti ci sono ancora tutti, ma straziati, incapaci di ridare, con l’integrità di prima, l’amore, la serenità, la pacatezza del cuore”.
Rosa ha patito la perdita della madre, raccontata dalla voce – schermo del bambino, ma – scrivendone – ha elaborato il lutto e, fatto importantissimo, ha ripreso a vivere consapevole di essere guarita dalla sua neoplasia al seno, potendo confortare a sua volta molte donne passate attraverso il suo calvario.

di Grazia Giordani giornalista

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Rossella Martielli - In ricordo di noi

Se sei una donna, la prima cosa che pensi appena inizi a leggere "In ricordo di noi" è che il mondo di Alice, la protagonista, appartiene un po’ anche a te. E questo non per quella fragilità che traspare dalla sua personalità, o per il bisogno d’amore che risulta evidente in ogni suo gesto e pensiero; Alice viene percepita immediatamente come “una di noi” soprattutto grazie alla capacità della scrittrice di farci entrare in empatia con lei, di trasportarci nel suo mondo e farci vivere le sue emozioni al punto da sentirle un po’ anche nostre.
Accade così che, quasi senza accorgersene, il lettore si trova a seguire le sue vicende col fiato sospeso, a gioire delle sue gioie, a soffrire per i tradimenti, la solitudine e quel filo di angoscia che pervade il libro come un velo sottile e impalpabile che ammanta ogni cosa.
A mio parere è questo il maggior pregio della scrittura di Rossella Martielli: riesce a farti immedesimare nelle vicende dei personaggi come se le stessi vivendo in prima persona.
Una qualità non da poco, se si considera che la trama non lascia un attimo di tregua, snodandosi sinuosa e veloce tra vita quotidiana e misteriose premonizioni, passioni e incubo, romanticismo e mistero. Il romanzo, infatti, appartiene ad un genere ibrido: se da una parte si presenta come romance puro, di quelli che fanno la felicità degli animi più romantici, dall’altra l’autrice dispensa un’abbondante dose di paranormale e mistero che prepara il lettore a un finale a sorpresa, tutt’altro che scontato.
Le vicende narrate nel libro si svolgono nell’arco di un’unica, turbolenta settimana, in cui la vita di Alice viene completamente stravolta e nulla è mai come appare. Al lettore il compito di capire dove sta la verità e dipanare il groviglio di indizi sparsi nel romanzo: un’inquietante leggenda, un misterioso libro venuto dal passato, un uomo affascinante e ambiguo e infine una fontana dalle acque color sangue, tragica metafora di un amore estremamente sofferto.
Un libro che tutte le donne dovrebbero leggere (gli uomini posso anche astenersi, a meno che non abbiano una forte propensione per le storia strappalacrime) che insegna a sognare e a non disperare di un’eventuale infelicità, perché potrebbe avere un senso molto più profondo di quello che pensiamo, un senso che va oltre ciò che c’è su questa terra.

Eleonora Dadone

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Salvatore Niffoi - La leggenda di Redenta Tiria

Mannoi Graminzone, Pascale Prunizza, Genuario Candela, Tragasu Imbilicu, e altri ancora. Sono questi alcuni dei protagonisti di questo romanzo scritto da un sardo e in Sardegna ambientato; una Sardegna che non è quella dei turisti del mare e del sole che abbronza, ma quella della terra dura da lavorare e degli armenti da portare al pascolo. E sopra tutti questi protagonisti «la Voce» che nel paese di Abacrasta si è portata via tutti quelli che l’hanno sentita. Fino al giorno in cui non giunge in paese Redenta Tiria, cieca ma che vede quello che c’è realmente da vedere. Un romanzo veloce, scritto in modo asciutto con numerosi rimandi alla lingua sarda e alla vita dell’entroterra sardo. Un libro da leggere.
(Luciana Bruna Facchinetti)

Sergio Paoli - Rumori di fondo

E' una raccolta di racconti brevi (27 per la precisione) in cui l'autore narra, con ironia e serietà, le vicissitudini quotidiane degli uomini fermandosi a guardarle con una lente d'ingrandimento, una per ogni racconto, e, al termine di ognuno, il lettore si troverà toccato in un sentimento, in una singola parte della propria emotività.
Un racconto smuoverà la risata, l'altro la commozione, l'altro la domanda, l'altro ancora l'incertezza e così via per 27 sentimenti e sensazioni differenti.
Alcuni racconti sono completi altri invece sono messi lì quasi a mò di domanda, per far riflettere forse, per dargli un finale come se l'autore cercasse un'interattività con il lettore.
La scrittura è scorrevole e di semplice comprensione. Non ci sono frasi fatte nè concetti rubati ad altri autori ma "solo" una grande riflessione personale sulla vita, sulla quotidianità del mondo dove ognuno si può ritrovare senza per questo pensare che sia retorica e dove davvero ci vorrebbe una grossa mano del "buondio" prima "che il buio arrivi".

di Nadia Zapperi

Silvia Obici - Ipotesi di viaggio

Leggendo “Ipotesi di viaggio” mi sono ritrovata a pensare ad un grande puzzle. L'autrice conosceva l'immagine d'insieme ma l'ha ridotta in numerosi pezzi per poi ricomporla in modo concentrico.
Ulteriore peculiarità è la tridimensionalità. Due mondi ruotano attorno ai personaggi, si intersecano nella trama deludendo, ma in modo positivo, le ipotesi del lettore che resta così sospeso fino agli ultimi tasselli, quando tutto inizia a svelarsi.
Il personaggio principale non è quello che ci si attende. In questo l'autrice ha sconvolto tutti i canoni della scrittura creativa pur rimanendo fedele alle caratteristiche del percorso di cambiamento che ogni personaggio di un romanzo deve fare per poter creare simpatia e alleanza con il lettore.
Anche il fattore temporale influisce sull'originalità del romanzo. Numerosi flash back aiutano il personaggio a ritrovare il senso di se stesso e il lettore a ricomporre il puzzle.
Considero “Ipotesi di viaggio” un romanzo “sorpresa”, originale non tanto nella tematica quanto nel filo conduttore spiazzante. Come se l'autrice avesse volutamente fatto seguire al lettore un percorso sbagliato per poi riportarlo sulla giusta strada attraverso una via che solo lei conosceva.

Nadia

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Simone Valtorta - Il giullare di Dio

Un racconto che colpisce per la sua essenzialità, certamente adatta alla lettura di un bambino, ma soprattutto efficace nel tramandare la vita di San Francesco non come “favoletta” religiosa ma come evento storico che ha inciso nella storia della Chiesa, dell’Italia nonché di molti movimenti pacifisti. Senza orpelli, gonfiature, eccessi di falsa fede, il racconto riesce a catturare l’attenzione del bambino rasentando talvolta la commozione. La vita di San Francesco viene trasmessa a piccoli passi, cogliendo l’essenza dell’insegnamento e della vita del Santo; una semplicità che son convinto San Francesco stesso sarebbe felice di vedere nelle sue biografie.

Per espressa volontà dell’Autore, i proventi ricavati dalla vendita di questo libro sono interamente ceduti alle «Missionarie dell’Immacolata – Padre Kolbe».
(Giuseppe Marcon)

Simone Valtorta - Il sorriso di una Madre

Una storia vera, piena di fascino e colore: quella di una bambina che, in una mattina d’inverno del 1858, vede qualcosa che nessun altro riesce a vedere. Bernadette e Lourdes sono due nomi che conoscono ormai tutti: molto meno conosciuta è la vicenda umana di una bambina come le altre che, senza volerlo, si trova d’improvviso al centro dell’attenzione del mondo. La storia delle apparizioni, i problemi, le scelte di vita sono raccontati dall’Autore con uno stile sobrio che cattura, che affascina. Le schede tematiche poste di fianco ad ogni capitolo aiutano a collocare la vicenda narrata nella giusta cornice storica e sociale e «ad introdurre concetti base di santità con un esempio specifico» (Giuseppe Marcon); «una storia così semplice e straordinaria allo stesso tempo è un tema di esempio per i giovani» (Ginette Marot Merlette). Un albo tutto a colori, «davvero azzeccato nel linguaggio e nel taglio editoriale»
(Giuseppe Marcon)

Sputi - Colonne d'Ercole

Il titolo parla chiaro e già preannuncia che i racconti raccolti in questa antologia non sono robetta all'acqua di rose. Due i fili conduttori: il tema del disprezzo, appunto, in tutte le sue sfumature, dal più lieve al più terribile, e una scrittura di ottimo livello che via via assume i colori e la sensibilità dei singoli autori, conservando tuttavia una certa omogeineità, testimonianza di un percorso compiuto assieme dalle diverse voci che compongono il libro. Storie di disprezzo che non risparmiano nessuno: uomini di potere, religiosi, persone umili, figure positive o negative appartenenti al passato e al presente. Situazioni forti, raccontate con crudezza, e momenti più leggeri, a volte ironici a volte poetici o commoventi. E benchè ciascun racconto abbia vita a sè pare quasi che i personaggi si passino il testimone l'un con l'altro rendendo la lettura incalzante, facendo sì che non si creino i tempi morti caratteristici delle antologie, dando a Sputi la connotazione di un romanzo corale di varia umanità.

Carla Casazza

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Stefano Santarsiere - Ultimi quaranta secondi della storia del mondo

Il romanzo è vincitore del primo premio del concorso "Casa Sanremo Writers".
Scrigno si congratula con l'autore e lo ringrazia per averci dato la possibilità di leggere e recensire il suo bellissimo lavoro.
Insieme ai complimenti, di seguito la prima recensione a cui, spero, ne seguiranno tante altre dai lettori e visitatori di Scrigno:

L’autore lo definisce un thriller iconoclasta e non si sbaglia affatto. Aggiungerei che gli amanti del “Codice da Vinci” lo apprezzeranno parecchio in quanto contiene tutti gli elementi che hanno reso famosa l’opera di Dan Brown.
Troviamo l’esperto di iconografia religiosa che per buona parte del testo ci giuda, in maniera a volte fin troppo didascalica, attraverso riti e credenze pagane ma riconducibili al cristianesimo.
Non mancano i delitti, tutti rigorosamente non convenzionali.
Non manca il commissario, vero protagonista della storia, afflitto da problemi personali e da un passato che puntualmente riemerge in mezzo alle indagini di cui, proprio l’eventuale esito positivo di esse, potrà liberarlo da un pesante fardello.
Altri personaggi fanno inoltre da contorno a una vicenda che si snoda tra colpi di scena in un crescendo di tensione ben orchestrata dall’autore e che obbliga il lettore a non abbandonare le pagine. Romanzo scritto in puro stile “Bestseller” e di piacevole lettura.
Non lasciatevi ingannare dal titolo, la fine del mondo, non è il tema della storia. Lasciamo ai lettori il piacere della scoperta.
Mauro Gnugnoli

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Tito Barbini - Le nuvole non chiedono permesso

Un viaggio dalla Patagonia all'Alaska in parallelo fin dentro se stesso, di perdita del superfluo e ricerca del fondamentale nella vita di ognuno.
I valori quali condivisione, umanità, senso del dolore interiore e della sofferenza sono rivelati attraverso i percorsi nei luoghi delle varie etnìe indios e nella loro storia economica e politica.
E' un libro che invita a riflettere e ad approfondire ciò che, in queste pagine, è solo accennato.

Nadia

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Ubaldina Mascia - L'ultima donna della Terra

In un futuro che potrebbe essere più prossimo di quanto pensiamo, la follia degli uomini li spinge ad autodistruggersi inseguendo deliranti progetti di predominio spirituale sull'universo. Dalla Terra scompaiono tutti gli esseri umani. Tutti tranne Rachele, così aggrappata alla vita da resistere alle assurde teorie che hanno dato vita all'autodistruzione di massa.
Inizia in questo modo L'Ultima donna della terra, originale romanzo di fantascienza dell'esordiente Ubaldina Mascia.
Una fantascienza innovativa che strizza l'occhio alle teorie evolutive e alle leggende legate al mito di Atlantide.
Proprio dal continente scomparso arrivano, dopo anni in cui Rachele ha vissuto completamente sola sul suo pianeta, alcuni rappresentanti di questo antico popolo che vagavano per lo spazio alla ricerca di nuove colonie.
E' così che Rachele riscopre la condivisione con altri esseri umani e si ritrova ad affrontare emozioni che credeva sopite per sempre, in particolare nei confronti di Atlaghenes, il capo spedizione degli atlantidei, alla ricerca di sè stesso e di una fisicità che vagando nello spazio è stata a lungo soffocata.
Non voglio anticpare altro perchè la scansione narrativa è resa avvincente grazie ai continui colpi di scena che si susseguono nella storia e tengono il lettore incollato alle pagine fino alla fine.
Trovo particolarmente interssante la "filosofia" che ispira il racconto e riesce a legare, con citazioni e richiami, la genesi con le leggende legate ad Atlantide. Appassionante la teoria della razza originaria della Terra identificabile in quella nera, contaminata negli anni dai bianchi atlantidei provenineti - allora come nel presente - dallo spazio: contaminazione che diede origine a tutte le altre razze terresti.
Altrettanto interessante la caratterizzazione che dà l'autrice ai personaggi, con Atlaghenes e la sua gente che paiono creature angeliche, i rifugiati nella sommersa Atlantide che si credeva disabitata ridotti a demoni crudeli, e al centro Rachele, un po' angelo etereo e un po' carnale creatura appassionata. Una donna, insomma.
E non a caso ad essa è affidato il compito di salvare la Terra dall'estinzione.

(Carla Casazza)

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Valeria Zangrandi - Nel vento e nella polvere

Un romanzo che si legge d'un fiato perchè scorrevole e piacevole ma che si saggia pagina per pagina, gustando ogni parola esattamente come si beve d'un fiato un buon vino centellinandolo al contempo.
Tra la poesia del dolore di un'attesa della protagonista e i ricordi anticipati di un uomo stanco di andare avanti che torna sui suoi passi camminando a ritroso, il romanzo ci vuole raccontare, far riflettere, immergere in un'ambientazione per poi ritrasportarci in un'altra del tutto differente.
L'abilità dell'autrice sta proprio in questa capacità di tratteggiare e approfondire mano a mano due personaggi differenti, che tendono l'uno all'altra, inconsapevole il primo e in attesa la seconda, riuscendo a far riflettere il lettore su molti aspetti della vita o, forse, a tradurre in metafore ogni singolo pezzo di storia dei vari personaggi.
Tanti racconti, un unico romanzo, un'unica penna.

Poichè il libro è edito dalla casa editrice "I sognatori" si può ordinare solo al sito: http://www.casadeisognatori.com/2home_page.htm
di Nadia

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Vera Demes - La nebbia, le torte, il ricordo

L'autrice l'ha definito romanzo rosa, ma "La nebbia, le torte, il ricordo" è molto di più.

Infatti, benchè la vicenda principale su cui si articola il romanzo sia la tormentata storia d'amore tra Marta e David, attorno si muovono molti altri personaggi con le loro sofferenze e i loro sogni che dipingono un affresco vivido e coinvolgente sullo sfondo di un'azienda in crisi.

C'è il matrimonio di Sabrina e Giovanni che sta naufragando miseramente a causa della leggerezza dell'uomo, c'è la muta resistenza alla vita del padre di Marta, chiuso in un mondo tutto suo, e il freddo, arrogante arrivismo della carrierista De Finis. C'è il disperato amore di David che non si arrende di fronte agli ostacoli più impervi e l'immenso orgoglio di Marta, convinta di potere rinunciare alla cosa più bella della sua vita in nome di un sacrifico inutile.

C'è la vita di oggi, le solitiduni e le disperazioni di chi perde il lavoro e di chi è costretto a giocare con le vite altrui. C'è il tuffo in un passato che si era accuratamente rimosso. Ma anche il coraggio di realizzare i propi sogni accettando tutti i rischi che comporta.

La scrittura di Vera Demes, pulita, lineare, senza fronzoli, come piace a me, lega impeccabilmente emozioni e sentimenti, drammi e rivincite, in modo coinvolgente e senza mai cadere nell'ovvio o nel melodrammatico. Poi la storia finisce e pensi: "quasi, quasi lo rileggo..."

Carla Casazza

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Vittorio Farronato - Il sole è di tutti

Missionario comboniano, Vittorio Farronato ha steso questo diario dopo un’esperienza ventennale in terra africana: Burundi e Congo. Racconti di vita, riflessioni, appunti per comprendere una realtà diversa dalla nostra, che i media ci raccontano da punti di vista limitati e non sempre condivisibili. Appassionante, interessante e intrigante come un romanzo, ma con quel «gusto» in più che è la verità; piacevole da leggere, mai noioso o didattico, eppure capace – per chi lo vuole – di far pensare. Ha scritto Paolo Gheda che «Farronato si infila nelle pieghe dell’Africa con discrezione e impara a vivere a contatto con una realtà che lo interroga, scoprendo il volto di Dio attraverso le proprie esperienze. Fedele al carisma di Comboni, attua il principio di “salvare l’Africa con l’Africa” e si innamora di una terra che è diventata la sua nuova casa».
(Simone Valtorta)

Vittorio Paliotti - Elogio del gatto / Doris Lessing - La vecchiaia di El Magnifico

Questa è una recensione doppia perché ritengo i due libri «paralleli».
Sono biografie di gatti, e come tutte le storie di animali possono essere dette, scritte o tramandate solo se un essere umano ha avuto modo di fare una parte del proprio percorso di vita accanto ad un animale, in questo caso un gatto.
Ci saranno altre recensioni di storie di animali perché sono un’amante degli animali ed in particolare dei gatti, animali che hanno accompagnato gran parte della mia vita e che molto mi hanno dato in termini di devozione e di amore. Amore senza se e senza ma (com’è di moda dire oggi), amore senza chiedere in cambio che io cambiassi o fossi diversa da com’ero e come sono. Un’accettazione totale, in parte ricambiata.
I due libri sono brevi, anzi brevissimi: 27 pagine il primo e 33 il secondo. Ma li ritengo molto belli; ovviamente chi ha animali, e li ama, non potrà non riconoscersi e condividere le parole e le espressioni usate dagli autori dei due libri; ma voglio consigliare questi brevi racconti di vita, perché chi scrive oltre a raccontare del proprio gatto racconta anche parte di sé, di quel che pensa e sente, a chi non ha animali, nella speranza che possa aprire in parte la propria anima a queste creature che sono accanto a noi da sempre e che come noi condividono il dono della vita su questo pianeta.
Entrambe le storie sono particolari non perché per chi le ha scritte quelli fossero gli unici gatti con cui abbia condiviso la vita, ma perché i gatti (come gli uomini) hanno ognuno la propria personalità e alcune di queste «personalità» ci sono più affini che altre, perché le sentiamo e le viviamo come si vive un amore o un’amicizia più cara di tutte la altre – un qualcuno che ha preso spazio nel nostro cuore più di altri e che nel cuore ci è rimasto anche dopo che se n’è andato, e di lui continuiamo a parlare o a ricordarlo con affetto. Magari scrivendo anche un libro.
(Luciana Facchinetti)

Walter Tripi - Residui solidi


Malinconia e ricordi.
Sono le prime parole spuntate nella mia mente mentre stavo leggendo i racconti di questo libro.Si è come proiettati nella mente di qualcuno e come in una cascata d’acqua, si entra in contatto, goccia dopo goccia, con le vite e i pensieri narrati. Un flusso continuo. Complicato, doloroso, felice, misterioso, passato, presente, futuro, immaginario. Sono pezzi di esistenze, momenti rubati, segreti come spiati dal buco di una serratura. E in qualche modo li ho fatti miei, immedesimandomi.
Mi sono resa conto che alla fine di ogni racconto, dovevo fermarmi,come se ciò che avevo appena letto avesse la necessità di sedimentarsi in me. Il titolo non poteva essere più azzeccato: come dei residui, le parole appena lette avevano bisogno di depositarsi sul fondo, di fermarsi e trovare il loro posto. Una frase mi ha colpito in modo esagerato “ per essere dei, basta molto meno della logica e della pura gioia: basterebbe riconoscere, mentre si vivono, i momenti che non si dimenticheranno mai”.

Martina Stanziani

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William A. Prada - La vita non dura un quarto d'ora


La vita non dura un quarto d'ora di William A. Prada

Racconto lungo o romanzo breve? Potrebbe essere "catalogato" come romanzo o è più indicato dire che si tratta di una sorta di epistolario? E prima ancora, si tratta di fiction o di una storia autobiografica?
Sono tante le domande che si affollano inziando a leggere "La vita non dura un quarto d'ora" in cui un figlio, già adulto, si racconta al padre scomparso, distillando leggerezza, ironia, dolore, senso di vuoto per una assenza così importante.
E in realtà poco ci importa che si tratti di finzione o realtà perchè le riflessioni e gli aneddoti che si incrociano nelle pagine dell'ebook emozionano, fanno sorridere o ci inchiodano lì a riflettere che certe considerazioni sono venute in mente anche a noi pensando a un genitore che ci ha lasciato o ci lascerà. Perchè purtroppo, pur augurandoci che accada il più tardi possibile, sappiamo che ci dovremo passare, se non ci siamo già passati.
E mentre leggiamo capiamo quello che - immagino - ha capito l'autore scrivendo: per quanto il dolore sia terribile e ci paia inaffrontabile, non rinunciamo ai ricordi, manteniamo viva la memoria di chi ha intrecciato la sua vita con la nostra, perchè proprio attraverso questa memoria rendiamo tangibili e incorruttibili al trascorrere del tempo coloro che tanto ci mancano, dimenticandoci per un po' la loro assenza.

Carla Casazza

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Autori Stranieri

"La voce invisibile del vento" di Clara Sànchez

Una buona idea, una copertina e un titolo che promettono bene purtroppo il contenuto, lo stile di scrittura e i personaggi non stanno in piedi né da soli né insieme. Più volte sono stata tentata di non terminare la lettura. Ma ho perseverato. In fondo, il tema del sogni mi appassiona. Qualche frase è riuscita a catturarmi, ma sono le classiche frasi ad effetto dove l'autore gioca con le parole fino a che infila la giusta sequenza. La storia stessa ha dell'assurdo per quanto magica possa sembrare. L'autrice non è riuscita a convincermi proprio perchè, forse, lei stessa non lo era. Prova ne è il continuo giustificare o spiegare molte azioni dei protagonisti, spesso ripetendosi come se pensasse che il lettore sia deficiente. Mi hanno parlato di "Pradiso amaro". Pare che più o meno la trama sia la stessa. E' un peccato. E tuttavia, non considero tempo perso quello utilizzato a leggere questo romanzo.
Nadia

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"Poesie" J. Rodolfo Wilcock


Poesie
J. Rodolfo Wilcock
Adelphi ed.

Durante il seminario “Il notes magico” organizzato nell'aprile '80 dalla Pratica freudiana, Giorgio Agamben - “La memoria, la voce, la morte” - si è mosso verso quel culmine dove la parola ritrova, e ne soffre quasi, il peso di tutta la sua memoria, la corposità della voce, la storicità della propria morte: e, con Hegel, con una citazione tratta dalle “Lezioni di Jena”, “ogni animale ha nella morte una voce/esprime sé come abolito”, ha indicato forse la qualità di ciò che si nomina “apparato psichico”. Nello stesso tempo, e in altra sede, dentro le fila di un dibattito “per il romanzo degli anni '80” organizzato dalla rivista “Tabula”, Antonio Porta, non a caso un poeta, conferma che “I più grossi linguisti del secolo hanno alla fine scoperto questa specie di doppio binario del linguaggio che, da una parte muta autonomamente, dall'altra muta nella storia. Queste due parallele che non dovrebbero incontrarsi mai, in realtà continuano a incontrarsi e intrecciarsi, ed è stranissimo: è un processo che nessuno è riuscito veramente a spiegare, come nessuno è riuscito spiegare veramente come funziona il cervello, il fatto che noi si ricordi per immagini molto più che per parole, eccetera.”
Tutta l'opera poetica di J. Rodolfo Wilcock in italiano – da “Luoghi comuni” a “La parola morte”, da “Italienisches liederbuch” a “I tre stati” fin'anche alle “Poesie inedite” - pubblicata sotto il titolo “Poesie” da Adelphi, ci sembra muovere, anche se molto vi è di deviante, lungo questo asse: dalla parola al “come conosciamo”, cioè. Già “Luoghi comuni” quasi si aprono con “Nonostante i trionfi della scienza applicata/gli strumenti migliori per osservare l'universo/sono ancora la penetrante lempada del verso,/la musica, la voce, di una gola privilegiata,” per chiudersi con “Oh tornare al nulla informe,/al nulla senza tempo e senza varietà!/Tornare al caos uniforme/in cui si annienta la diversità/ e sprofondano le rose, i busti dei tiranni,/le migliori pellicole e gli esseri umani!”, dove il nodo è senz'altro fra distinto e indistinto, fra determinato e indeterminato, fra parola e, appunto, caos.
Ma più avanti, ne “I tre stati”, l'indagine si fa più specifica, “Chi è legato alla carne deperisce,/come la carne che in noi deperisce./Ma la morte mentale avviene prima,/forse alla prima accettazione/di un ordine che non è concordia dei diversi/ma inganno e privilegio del potere.”, per uscirsene in una pagina di puro godimento estetico: “Cade una piuma bianca, di colomba,/arruffata, leggera, lentamente,/attraverso lo spazio immobile,/attraversa l'aria di vetro,/dal cielo latteo al lago contenuto,/dall'azzurro all'azzurro, la piuma bianca./Galleggerà sull'acqua, rispecchiata./Mai un rumore, né disordine di vento/ne turberà la discesa obliqua./E il pensiero che arriva alla coscienza.”
E più oltre, ne “La parola morte”, Wilcock dirà: “Noi fatti di parole e di null'altro,/noi fabbricati a caso da un linguaggio” e “Chi non ha nome non può morire,/la bestia ignora il proprio nome e vive, chi non ha la parola non perisce.”; “Ogni parola nome di una cosa/è un nome singolare della morte/tranne la vita che non è parola” e “infatti io non è, perciò non muore,/ma appena dici io gli dai morte,/ ogni io detto è un io assassinato.”
In tutto ciò, Wilcock ci pare attingere dal motivo contenuto nella citazione hegeliana ma di continuo cozzando, con la sua ricerca del mostrare “come conosciamo”, nel bisogno di imbattersi nella rima o nella cesura, per cui il verso risulta spesso, e diremmo ossessivamente, tagliato nei due emistichi. E' una misura poetica dunque, questa di J .Rodolfo Wilcock, che vale forse come “approssimazione alla grazia” (la definizione, a ben altro livello, riguarda il fare leopardiano ed è di Gianfranco contini) in quanto grazia impedita da quella espressività che egli insegue, pescando a piene mani nel passato, senza posa.

Fabrizio Chiesura

Ambrose Bierce - Dizionario del diavolo

«Io vendo insulti» dichiara lo stesso Bierce quando parla del suo dizionario che di diavolesco ha ben poco, se non la cattiveria e la cinicità. Bierce inizia questo inusuale commercio per ritrovare il vero significato delle parole, usate dagli uomini e dalle istituzioni come strumenti per ingannare e irretire. L’alfabeto è un crimine degno del peggiore ergastolo.
Ci pensa il signor Bierce a riscrivere la lingua, in un dizionario in cui i veri significati delle parole si tingono dell’humor più nero, dove il Cavolo è un ortaggio famigliare ai nostri orti e alle nostre cucine, grosso e saggio all’incirca quanto la testa di un uomo, Bacco una divinità di comodo inventata dagli antichi come scusa per ubriacarsi e il prossimo uno che ci è stato imposto di amare come noi stessi ma che fa di tutto per farci disubbidire.

Non amare questo libro sarebbe senza dubbio un’insensatezza…
(Silvia Armanini)

per un assaggio del dizionario: http://scrignoletterario.it/node/428

Andy Riley - Il libro dei coniglietti suicidi

- piccoli soffici coniglietti che vogliono semplicemente farla finita -

Quando Mr. Riley disegnò per caso un tostapane da cui spuntavano due orecchie da coniglietto, non si immaginava di certo di dare inizio a una lunga serie di vignette di umorismo surreale in cui piccoli, teneri e soffici coniglietti si prodigano per inscenare tutti i modi possibili di porre fine alla loro dolce e zuccherosa vita.
Coniglietti ingegnosi che danno vita a suicidi strabilianti, nascondendosi fra personaggi storici e kolossal televisivi, arrivando addirittura a far saltare la torre di Pisa pur di porre fine alla loro esistenza.
Ad ogni nuova pagina, in un crescendo di mirabolanti artifici, il coniglietto suicida affronta la morte con una surreale (e proprio per questo esilarante) espressione impassibile.

Da piangere dalle risate.
(Silvia Armanini)

per un assaggio visita http://scrignoletterario.it/node/431

Antoine de Saint-Exupéry - Il Piccolo Principe

Alcuni romanzi definiti «per bambini» in realtà sono dedicati agli adulti, un esempio è Il Piccolo Principe di Antoine Jean-Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry.
Il libro narra dell’incontro tra il Piccolo Principe, un bambino venuto dall’asteroide B-612 (l’ho specificato perché «i grandi amano le cifre» e «i bimbi devono essere indulgenti con i grandi») ed un aviatore costretto ad un atterraggio di emergenza nel deserto del Sahara da un guasto al suo velivolo. Il bambino racconta il suo fantastico viaggio che lo ha portato ad incontrare diversi strambi personaggi, stereotipi dell’umanità divisa in «cento e undici re, settemila geografi, novecentomila uomini d’affari, sette milioni e mezzo di ubriaconi, trecentododici milioni di vanitosi, cioè due miliardi circa di adulti», ovvero quegli «strani» grandi di cui si sorprende. Così facendo arriva ad «addomesticare» l’aviatore, cioè a «creare dei legami» con lui, come ben spiega la Volpe nel capitolo XXI. I due giungono a scoprire che le cose veramente importanti che si possiedono nella vita, cioè l’amicizia ed i legami veri e profondi, sono oltre ciò che ci è visibile.
«Ecco il mio segreto. È molto semplice:
non si vede bene che col cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi»
Volpe, cap. XXI
Questo romanzo definito uno dei più bei classici per ragazzi e in realtà dedicato a Leone Werth, grande amico dello scrittore, è un libro fondamentale anche per gli adulti perché, come scrive lo stesso De Saint-Exupéry, «Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se ne ricordano)».
Oggi, come non mai, c’è bisogno di ricordare quello che da bambini sapevamo riconoscere con sicurezza: ciò che c’è di importante nella vita.
(Silvia Armanini)

per un assaggio del libro: http://scrignoletterario.it/node/433

Arturo Pérez-Reverte - Il Club Dumas

Corso, un mercenario della bibliofilia, un cacciatore di libri su commissione è il personaggio principale del Club Dumas, un romanzo suspence colto, capace di portare il lettore dentro un intrigo costruito sul libro di Dumas, I tre moschettieri, mescolato al mistero dell’esistenza di Satana e della sua rievocazione.
Esattamente come quando si cerca un qualcosa e lo si trova solo nel momento in cui non interessa più e nel posto più banale e scoperto, così Corso, ed il lettore insieme, hanno sotto gli occhi fin dall’inizio del romanzo, a partire dal titolo, la soluzione dell’enigma ma, come dice l’autore attraverso uno dei personaggi: «Un lettore è quello che ha letto prima, più il cinema, più la televisione che ha visto. Alle informazioni che aggiunge l’autore, aggiungerà sempre le sue…» ed è proprio questo che rende ogni romanzo ed ogni soluzione possibile di questo romanzo in particolare, diverso da lettore a lettore. Il protagonista stesso, ad un certo punto del suo cammino verso il cambiamento, si sente come un personaggio di un romanzo (e non lo è forse?), tanto da chiedersi chi può essere quell’autore così perverso da scrivergli una vicenda così complicata e si ostina a credere di essere una persona reale. Forse l’autore, alludendo a se stesso ed alla farsa di Corso, vuole dire che siamo probabilmente tutti dei personaggi di un romanzo scritto dal destino, o attori in un immenso «Grande Fratello». O forse si diverte semplicemente, divertendo ed incantando il lettore con la sua capacità di scrivere e raccontare le proprie conoscenze in modo semplice.
Il lettore che non conosce i testi citati nel romanzo non si sente mai lasciato solo o perso nell’intrigo del romanzo, ma un attento Sherlock Holmes curioso e desideroso di trovare la soluzione che si inventa a tratti per poi riaprire il libro e scoprire la verità.
Per chi ama i libri, l’autore soddisfa con curata sapienza le curiosità sulle modalità con cui venivano stampati, rilegati, contraffatti i libri assolvendo, e permettendo al lettore di assolvere, il falsificatore stesso descrivendone l’abilità e l’arte. In fondo che cosa se ne fa un uomo di un talento artistico se è privo di creatività? Riprodurre, con la stessa arte ma senza il vero genio dell’autore, che sia di un romanzo o di un dipinto, è l’unica strada che può percorrere per esprimersi e non morire.
Il Club Dumas quindi può essere letto su vari livelli perché soddisfa ogni tipo di pubblico che voglia da un libro una storia di puro intrattenimento (feuilleton come cita l’autore) o una morale finale o un saggio sui testi antichi.
(Nadia Zapperi)

Atteone , Bruno, Vanini e Hawking

di Dino Licci

Il quadro si intitola "Atteone incontra Diana", dipinto da Dino Licci

Sto leggendo l’ultimo saggio si Stephen Hawking “Il grande disegno” e la sua lettura, benché non si tratti di una passeggiata, mi appassiona oltre ogni dire. Ho deciso di farne dei riassunti, secondo il mio costume, mano a mano che procedo nella lettura per due motivi:
-il primo è egoistico perché riassumere ciò che si è letto ricontrollando l’esattezza dell’argomento trattato, aiuta a fermare nella mente i concetti;
-il secondo è altruistico perché mi piace condividere con gli amici la gioia di una nuova scoperta scientifica o la discussione costruttiva che può seguire ad una pubblicazione di tal genere.
Ma prima di cominciare voglio ricordare due figure che sono state immolate alla scienza dalla Santa Inquisizione. Si tratta di due domenicani. Il primo, noto a tutti, è Giordano Bruno, il secondo, meno conosciuto, è Giulio Cesare Vanini, mio conterraneo che non ebbe migliore sorte. Anzi leggendo nei dettagli il profilo biografico trattato dal filosofo Cesare Teofilato, padre del mio caro amico Glauco, credo che le torture cui fu sottoposto, superarono addirittura quello che furono inflitte a Bruno. Colpa dei due religiosi fu l’aver dubitato della SS Trinità ed aver asserito l’esistenza di altri mondi, quelli della cui esistenza che oggi nessuno più dubita. Ma come poteva una mente libera come quella di Giordano Bruno che precorreva i tempi nella visione della pluralità dei mondi, accettare decisioni dogmatiche prese sulla scia del fanatismo, trascurando del tutto la ragione e la conoscenza? Per capirlo appieno voglio ricordarvi il mito di Atteone e il diverso significato assiologico che il nostro attribuì alle azioni del cacciatore. Io sto dipingendo, in questi giorni, un enorme quadro che ha come protagonista proprio Atteone e, dietro di lui, la filosofia di Bruno. Mi piacciono molto i miti perché nascondono sempre una verità di fondo anche se diversamente interpretabile come in questo caso. Dunque Atteone si inoltra per una selva fitta e impervia fino a raggiungere un laghetto dove si bea della visione di Diana che fa il bagno nuda e, per tale motivo, viene trasformato in cervo e sbranato dai suoi cani che non lo riconoscono. Il significato del mito era interpretato in senso fortemente negativo perché metteva in risalto la giusta punizione per l’uomo che, colpevole di tracotanza (Ubris), era restio ad accettare la sua condizione di sottomissione e cieca ignoranza. Vi ricordate del mito di Prometeo che rubò il fuoco (la conoscenza) agli dei?
Atteone, a mio avviso, ne ricalca le orme e, nell’interpretazione di Bruno, questa sua sete di conoscenza è un evento molto positivo in accordo, oserei dire, con l’evoluzionismo biologico, che vede l’autodeterminazione dell’uomo come fine ultimo della sua avventura terrena. Bruno vede nell’incauto cacciatore, l’uomo o meglio ancora il filosofo, che spazia con l’ausilio delle sue facoltà primigenie (la volontà e l’intelletto simbolizzate dai suoi cani), in tutti i campi dello scibile, per carpire alla natura (Diana) i suoi segreti. Diana riflette la sua immagine nel laghetto e Bruno attinge ad un’espressione che fu già di San Paolo cioè riesce a conoscere la divinità “per speculum” ma fa di più: questa sua primitiva conoscenza seguita nella sua trasformazione in cervo, per Bruno significa che l’uomo, la divinità, la natura, sono una sola cosa precorrendo, a mio avviso, i temi della filosofia di Spinoza. Ma in Bruno c’è ancora di più: c’è lo spirito aristocratico di Averroè e oserei dire di un Nietzsche ante litteram perché la foresta in cui s’inoltra (la conoscenza) è talmente impervia, che solo pochi eletti possono riuscire ad attraversarla e solo con l’ausilio della filosofia. Ora io mi permetto di aggiungere che le moderne acquisizioni sulla meccanica quantistica, la bilocazione delle particelle elementari di cui, ripeto, tutti siamo costituiti, l’entanglement quantistico, preludono forse a studi atti ad avallare la tesi secondo cui noi, la natura, la divinità, siamo fusi insieme da una misteriosa rete energetica, ancora inesplorata ma seducente ed elegante che qualcuno definisce pomposamente col nome di “Matrix divina”. Ma mi fermo qui accingendomi a riassumere per me e per voi le prime pagine del saggio di Hawking, una delle menti più razionali del nostro tempo.

Bruno Bettelheim - Il mondo incantato

Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe.

Ogni favola ha una sua morale. Leggendo questo libro ci si renderà conto che c’è molto di più di una semplice morale nelle fiabe per bambini. L’autore, attraverso percorsi psicoanalitici, ci porta dal regno della fantasia a quello della realtà.
Il bambino ha bisogno delle favole. Le favole non sono semplici storielle che servono agli adulti per far prendere sonno ai piccoli, ma sono storie di vita che insegnano a diventare grandi, a costruirsi una propria identità, stima di se stessi.
Così nella prima parte del libro ci viene spiegato, tanto magistralmente quanto semplicemente, l’uso, l’importanza di raccontare le fiabe. Raccontare: ecco una parola chiave; nel libro, ad esempio, viene riportata l’importanza di raccontare, più che di leggere, le favole ai bambini, così che essi possano sviluppare la propria immaginazione; quest’ultima nei moderni libri di fiabe in commercio, è sempre più alleggerita dall’uso esagerato di illustrazioni. Il racconto, sempre più spesso è sostituito dalle figure.
La seconda parte del libro analizza le fiabe più celebri ed eccone svelati significati impensabili.
Le favole raccontano di problemi generazionali, di conflitti tra genitori e figli, di rivalità fraterne, ma parlano anche di sessualità e – perché no – di amore. Tutti problemi e situazioni che i bambini incontreranno nella loro crescita.
Non mancano continui accostamenti tra le fiabe raccontate da Perrault e quelle dei fratelli Grimm, la cui differenza di raccontare la stessa favola, ne cambia il significato.
Interessanti anche alcune divagazioni nella antica mitologia.
Non tragga in inganno il sottotitolo del libro: …significati psicoanalitici. Non è un libro destinato a psicologi o ad esperti del settore, è un libro per genitori e, nonostante qualche termine tecnico di facile comprensione, le circa trecento pagine del libro scorrono via fluidamente e piacevolmente.
Un libro che non può mancare sullo scaffale di casa, accanto ai libri di favole.
(Stefano Chiarato)

Danny Wallace - Yes Man

Si è spesso, nella vita, costretti a fare delle scelte, ad accettare o meno delle opportunità che ci vengono offerte.
In questo libro l’autore vuole dimostrare che il rispondere sempre «si» apre maggiori possibilità di incontro degli altri e quindi della vita. È un vivere senza essere responsabili di ciò che succederà solo perché non si è fatto nulla affinché non accadesse. Ogni «si» dà il via ad una serie di eventi da accogliere ed accettare continuando a dire semplicemente «si». Ad ogni cosa: dai volantini visti per strada agli spam su Internet; dagli inviti a feste alle quali normalmente si farebbe volentieri a meno, a viaggi fino a Singapore.
Se è vero che Danny non solo è l’autore del libro ma ha veramente vissuto un periodo della sua vita in quel modo, beh, credo sia davvero un uomo coraggioso che ha messo la propria vita nelle mani degli altri, pur inconsapevoli del suo progetto.
Yes Man è un libro da leggere tutto d’un fiato, è divertente e pieno di ironia. È un modo di vedere la vita sotto un profilo diverso, quando si è particolarmente abbattuti o troppo presi dalle responsabilità che la vita impone. Infonde speranza anche in coloro che mai proverebbero il metodo di Danny, perché imparano che comunque possono sempre applicarlo… prima o poi.
(Nadia Zapperi)

David Foster Wallace - Questa è l'acqua

COSE NASCOSTE IN BELLA VISTA

Nel primo anniversario del suicidio di David Foster Wallace (12 settembre 2008) Einaudi ha pubblicato una raccolta di racconti inediti in Italia che copre un arco temporale lungo quanto la sua carriera letteraria e che ci consente di conoscere meglio il percorso stilistico e concettuale dell’autore statunitense che molti ritengono il migliore della sua generazione.
In questi brevi racconti si può apprezzare sicuramente la vena surrealista di DFW che non a caso cita Magritte e che si esprime nell’esposizione di sogni e in un continuo riferimento all’inconscio e al mondo onirico (che trova una spettacolare manifestazione nella trasfigurazione dell’istanza interiore del protagonista del racconto Amore e fluttuazione a Northampton in un esserino interiore, l’amore omuncoloide, che spinge il protagonista all’azione).
Tuttavia questo surrealismo “di partenza” si innesta su uno sperimentalismo linguistico – che è il carattere più noto della sua opera - via via sempre più raffinato e sempre più governato con sicurezza da parte dell’autore che ha l’ambizione di rendere una storia non in modo piano, ma in modo sbriciolato, come uno specchio che si frantuma a terra in mille pezzi e in mille schegge. Le storie in questo modo emergono da molteplici punti di vista talvolta non collimanti, talvolta addirittura lacunosi. Tuttavia questa è una modalità compositiva che ha un grande tradizione negli USA (da Spoon River a… Lost) e non a caso DFW aveva una sicura preparazione accademica in storia della letteratura americana. Pertanto il carattere sperimentale di DFW – che emerge chiaramente anche ad una prima lettura - non deve essere cercato nella costruzione o nella struttura del testo che, lo abbiamo visto, è, almeno negli USA, tradizionale.
Lo sperimentalismo di DFW è propriamente più sintattico e semantico che strutturale: sta nella costruzione delle frasi e dei discorsi che è ricca – talvolta debordante - di excursus; nelle digressioni scientifiche; nell’esplosiva vena inventiva che utilizza in continuazione delle espressioni come leif motiv per condurre il lettore attraverso le tortuosità del testo: per esempio “un soldatino pieno di problemi” oppure il già citato “amore omuncoloide” oppure ancora “in modalità predefinita”; ma lo sperimentalismo di DFW si trova soprattutto nella ricerca – talvolta insistita - di un ritmo quasi musicale del testo: per esempio nel racconto Altra matematica sono evidentemente presenti tre “variazioni sul tema” (dell’amore incestuoso), nel già citato Amore e fluttuazione a Northampton c’è un bellissimo finale in crescendo a più voci. Il lato musicale di DFW è secondo me ancora tutto da studiare, magari affiancato al lato scientifico (che è generalmente riconosciuto).
Da un punto di vista contenutistico è difficile rendere conto in questa sede della molteplicità di trame e sottotrame trattate nei 5 racconti della raccolta e nel discorso finale. È forse meglio citare i temi che vengono con più frequenza trattati, scomposti e ricomposti: essi vanno dalla depressione (con un racconto evidentemente autobiografico: Il pianeta Trillafon e la cosa brutta), alle scienze esatte (anche in queste DFW aveva una solida preparazione accademica), al suicidio, all’amore.
Su una tematica però vale la pena di soffermarsi e si trova nella trascrizione di un discorso del 2005 che DFW tenne in una università in occasione del conferimento delle lauree agli studenti. In quell’occasione DFW invitò gli studenti a non ragionare “in modalità predefinita” cioè a non selezionare a priori cosa pensare, ma li invitò a tenersi aperti – con umiltà – anche ad altre possibili interpretazioni degli eventi che accadranno nella loro vita. Per far ciò non dovranno perdere la voglia di interrogarsi in continuazione sulle cose banali, quelle “nascoste in bella vista”.
Visto in quest’ottica e con queste premesse capiamo come l’inconfondibile stile di DFW non sia un gioco autoreferenziale che sbriciola, espande, guarda da più lati un unico episodio, magari banale, tanto per fare sfoggio di capacità di scrittura, ma sia uno strumento di approfondimento, di analisi e di conoscenza della realtà, anche quella banale, quella che si trova in superficie.

Juri Casati

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Doris Lessing - La vecchiaia di El Magnifico / Vittorio Paliotti - Elogio del gatto

Questa è una recensione doppia perché ritengo i due libri «paralleli».
Sono biografie di gatti, e come tutte le storie di animali possono essere dette, scritte o tramandate solo se un essere umano ha avuto modo di fare una parte del proprio percorso di vita accanto ad un animale, in questo caso un gatto.
Ci saranno altre recensioni di storie di animali perché sono un’amante degli animali ed in particolare dei gatti, animali che hanno accompagnato gran parte della mia vita e che molto mi hanno dato in termini di devozione e di amore. Amore senza se e senza ma (com’è di moda dire oggi), amore senza chiedere in cambio che io cambiassi o fossi diversa da com’ero e come sono. Un’accettazione totale, in parte ricambiata.
I due libri sono brevi, anzi brevissimi: 27 pagine il primo e 33 il secondo. Ma li ritengo molto belli; ovviamente chi ha animali, e li ama, non potrà non riconoscersi e condividere le parole e le espressioni usate dagli autori dei due libri; ma voglio consigliare questi brevi racconti di vita, perché chi scrive oltre a raccontare del proprio gatto racconta anche parte di sé, di quel che pensa e sente, a chi non ha animali, nella speranza che possa aprire in parte la propria anima a queste creature che sono accanto a noi da sempre e che come noi condividono il dono della vita su questo pianeta.
Entrambe le storie sono particolari non perché per chi le ha scritte quelli fossero gli unici gatti con cui abbia condiviso la vita, ma perché i gatti (come gli uomini) hanno ognuno la propria personalità e alcune di queste «personalità» ci sono più affini che altre, perché le sentiamo e le viviamo come si vive un amore o un’amicizia più cara di tutte la altre – un qualcuno che ha preso spazio nel nostro cuore più di altri e che nel cuore ci è rimasto anche dopo che se n’è andato, e di lui continuiamo a parlare o a ricordarlo con affetto. Magari scrivendo anche un libro.
(Luciana Facchinetti)

Ernest Hemingway - Morte nel pomeriggio

Un romanzo anomalo. Protagonista del romanzo è la corrida. Più simile a una cronaca che ad un romanzo o, meglio, ad un manuale per assistere alla corrida. Hemingway ne traccia una descrizione dettagliata in maniera esemplare, passando in rassegna i giorni in cui assistervi, le fiere, le arene, le città. E poi loro, i tori e le razze migliori; e ancora i banderilleros, i picadores, e un elenco di matadores celebri, che hanno fatto la storia delle corride, vissuti a cavallo degli anni Venti e Trenta.
Non essendoci un protagonista vero e proprio in cui immedesimarsi o di cui vivere le vicende, il libro risulta essere spesso noioso, ricco di particolari tecnici della corrida. Tuttavia l’autore in alcune pagine regala momenti di alta tensione; sembra quasi di sentire il caldo soffocante nell’arena sotto il sole, la polvere, la spada che si infilza nella scapola del toro e gli schizzi di sangue, e soprattutto il dolore provocato dalle corna del toro che si conficcano in una natica piuttosto che nell’addome del matador.
Un libro noioso, ma all’autore va riconosciuto il merito di avere descritto in maniera unica un fatto di cultura e tradizioni della Spagna. Un libro che può risultare utile a chi voglia recarsi in Spagna e assistere alla corrida.
(Stefano Chiarato)

Flavia Bujor - Le tre pietre

Il bestseller narra la storia di tre ragazze legate tra loro da un’antica profezia, di un uomo alla ricerca del suo passato e del suo futuro, mentre nella Parigi del 2002 una ragazza si sta lentamente consumando in un letto d’ospedale. La ricchezza di valori incatenata ad una storia avventurosa ed avvincente fa di questo libro un capolavoro. Un fantasy di una giovane scrittrice con un messaggio importante, da esempio a tutti. Un sogno, una realtà crudele; una storia movimentata, un’agonia straziante; la speranza è l’unica cosa che lega tutto:
«Tre pietre, tre ragazze.
Una scoprirà il dono.
Una riconoscerà il Re.
Una convincerà le altre due a morire.
Di tre pietre non resterà che un destino».
Lottare e credere nell’impossibile, questa è l’unica cosa che potrà salvare il mondo intero.
(Ruben Mosca)

Gavin Maxwell - L'anello di acque lucenti

«...Capii quella volta che Mij significava per me assai più della maggior parte degli esseri umani di mia conoscenza, che avrei sofferto per la perdita della sua presenza fisica molto più che per la loro, e non me ne vergognavo affatto. In penultima analisi, forse, sapevo che Mij aveva in me una totale fiducia, molto maggiore di qualsiasi altro essere della mia stessa specie, e questo soddisfaceva un bisogno che fatichiamo ad ammettere».
È questo un libro difficile ormai da trovare, l’ho recuperato in biblioteca e non casualmente. Stavo gettando delle vecchie agende quando in una di esse ho trovato il titolo di un film tratto da questa storia; racconta la biografia dell’autore che ha deciso di avere come animale, dopo la morte del suo cane, una lontra, e di quelle che sono state le sue esperienze ed avventure nel condividere la vita con esse (ne ebbe infatti più di una). È un libro che non si limita ad una asettica descrizione di episodi ma ci descrive anche quella che è stata una sorta di evoluzione culturale dell’autore, all’inizio cacciatore e poi con il passare degli anni cultore della natura e delle sue creature, acuto osservatore e scrittore di essa; ci porta inoltre anche in paesaggi e luoghi ancora incontaminati e magnifici, nella Scozia del nord, facendo venire il desiderio di condividere certi luoghi carichi di vita e poesia.
(Luciana Facchinetti)

Gilles Gay - Quello che credevo qualdo ero piccolo

Da piccoli ci è stato ripetuto fino alla nausea che raccontare bugie ci avrebbe fatto crescere il naso, che non si dovessero accettare caramelle dagli sconosciuti o che per catturare gli uccellini bastava versare il sale sulla loro coda. Ora che si è cresciuti queste cose le ripetiamo fino alla nausea a chi adulto ancora non lo è.
Quando si rincasa dal lavoro, alla sera tardi, dopo una giornata particolarmente faticosa, non si sente forse il bisogno di credere ancora che la pubblicità dice solo la verità, che ogni domanda prima o poi avrà una risposta, che andare dal dottore basti per guarire? Ma dopo tutti questi anni molti di questi piccoli credo sono dimenticati, o confusi.
Ebbene, questo piccolo libricino è pieno di tutte quelle massime che hanno accompagnato la nostra infanzia!
Lo si può leggere per rilassarsi, per ricordare, per ridere un poco di noi… o più semplicemente, come mi ha detto la persona che me lo ha regalato, «per sperare che tra questi pensieri ci sia qualcosa in cui crediamo ancora, perché vorrà dire che siamo ancora in tempo per crescere, speriamo, in un mondo migliore».
Buona lettura.
(Silvia Armanini)

Haruki Murakami - L'arte di correre


Nei primi anni ’80 Murakami decise di chiudere il jazz bar di cui era proprietario e dedicarsi alla sola scrittura. Murakami decise allora - Murakami è il cognome dell’autore e Haruki è il nome, ma in Giappone il cognome viene anteposto al nome e quindi anche l’editore italiano ha deciso di fare così: scelta cervellotica dato che poi lo stesso editore ha modificato il titolo dell’opera che nell’originale era una citazione da Carver - di dedicarsi contemporaneamente anche alla corsa correndo per molti chilometri al giorno. In questo modo avrebbe controbilanciato l’attività sedentaria che compete al lavoro di scrittore.
Da allora con sforzo, abnegazione e con molta programmazione Murakami riuscirà a partecipare a circa una maratona all’anno tra cui il percorso classico in Grecia tra Atene e Maratona in cui corse seriamente il rischio di essere più volte investito a causa del traffico e di finire come quei cani e gatti morti che incontrava durante il tragitto. Riuscirà anche a partecipare a una ultramaratona di 100 chilometri. Negli anni successivi coltiverà anche altri interessi sportivi come il triathlon (nuoto, bicicletta, corsa) e in una gara di triathlon conoscerà anche l’onta della squalifica. In quest’opera ci racconta - in modo invero frammentario - alcune delle sue piccole imprese, i molti suoi sforzi e ci regala alcune riflessioni.
Per esempio Murakami fa un continuo elogio della solitudine come necessità fisiologica. La solitudine è una condizione necessaria del corridore e dello scrittore. Infatti nella sua corsa non c’è intento competitivo, il competere con gli altri. Ma - dichiara lui - è bello competere con sé stessi. Tuttavia poi nel libro ad ogni maratona ci indica quanti avversari ha superato. Forse è un po’ la mentalità del corridore che si allena da solo per migliorarsi, ma che misura il proprio miglioramento non solo con il cronometro, ma anche nei confronti degli altri. Così come lo scrittore lavora da solo, ma misura grazie al pubblico il risultato del proprio lavoro. La “solitudine” del maratoneta tuttavia la si vede bene quando parla dei propri muscoli in terza persona, come se fossero un’entità a parte che qualche volta non risponde, che va modellata, che va usata. L’autore ci dice che fa letteralmente gemere i muscoli. Per esempio scopriamo che li fa soffrire quando è biasimato o riceve un rimprovero: soffrono loro al posto suo.
Forse non è un testo riuscitissimo. I testi di cui si compone l’opera alla fine risultano giustapposti e oggettivamente non ben articolati. Ma questa imprecisione nella costruzione dell’opera e le piccole ripetizioni sono inevitabili trattandosi di un diario tenuto in 3 anni ricco di spunti e riflessioni più che di un testo sorprendente. Più che altro sarebbero alcune pagine estratte dal suo blog (se l’autore avesse un blog) nel corso di tre anni. Sicuramente non è un manuale di corsa. Quello che come al solito impressiona è lo stile che è di una sobria eleganza e di una fluidità senza pari. È la vera qualità di questo testo. Il suo stile davvero ricorda quello della corsa piana e di fondo: non sbava, e sempre leggero, aggraziato, costante. Tuttavia da un autore come Murakami è lecito attendersi qualcosa di più e di meglio soprattutto nell’architettura complessiva del testo.
Sulla tomba l’autore vuole che ci sia scritto: “Murakami Haruki, scrittore e maratoneta”.

Juri Casati

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IL CINEMA IN LIBRERIA Zia Mame di Patrick Dennis

Bisognerebbe forse interrogarsi sul perché un libro scritto oltre mezzo secolo fa – riproposto in italiano dopo decenni - e di un autore morto oltre trenta anni fa in povertà sia riuscito a scalare le classifiche di vendita in poche settimane.
La trovata letteraria che dà l’avvio al libro – e che sembra essere stata suggerita all’autore da un editor – è la seguente: il protagonista legge sulla rivista “Selezione” l’articolo su una donna che ha condotto un’esistenza eccezionale. Gli viene spontaneo paragonare questa donna eccezionale alla sua Zia Mame a cui l’autore era stato affidato alla morte del padre. Infatti da quel giorno erano iniziate una serie di avventure tra nipote e l’eccentrica zia che è impossibile ripercorrere per filo e per segno in questa sede: dalla scelta di una scuola “alternativa” alla caccia alla volpe. Incredibili i personaggi di contorno. Indimenticabile il domestico giapponese Ito che segue la coppia in tutte le sue peripezie in giro per gli States facendo, con poco successo, da autista (questo personaggio ha un so che di cinematografico). Un altro determinato inseguitore della coppia, almeno per un certo numero di anni, fu il curatore dei beni del giovane Patrick cui il padre aveva affidato le scelte educative del ragazzo ben conoscendo la mentalità aperta, decisamente troppo aperta, della zia.
La seconda parte del libro – che fino a quel punto è veramente un gioiello - è la ripresa del cliché di una Zia eccentrica e sfacciata. Qui forse il testo è un po’ meccanico e ripercorre i tentativi amorosi di Zia Mame tutti rovinosamente votati all’insuccesso. Il finale del libro forse è una un po’ scontata ripresa dell’inizio.
Sicuramente la narrazione in prima persona sta tornando di moda e questo libro si immette nella grande tradizione statunitense dei testi scritti in prima persona e che rievocano “come sono andati i fatti”: da Il Buio oltre la siepe a Il giovane Holden. Certamente non ha la portata anche filosofica, linguistica e – nel primo caso - anche politica, dei testi appena citati. Tuttavia Zia Mame ha una gradevolezza notevole ed un impatto innegabile.
Anche un certo gusto narrativo sembra essere tornato di moda. Il libro sa coniugare leggerezza e frivolezza ad un eleganza, artificiosità, chic a Kitch. Non a caso Zia Mame verrà vista come un’icona gay, ma quei gay da Vizietto perché l’atmosfera è quella della gaia felicità festosa intrisa impropriamente di arte (lo stesso autore era stato al centro di diverse relazioni omosessuali, cosa inconcepibile nell’America di quegli anni). Un mix che nelle prime duecento e passa pagine lascia sbalorditi con una raffica di citazioni d’epoca non tutte gustabili fino in fondo perché riferite al mondo letterario, cinematografico, artistico, intellettuale e mondano degli Stati Uniti degli anni ’20, ma che – per così dire – sentiamo nostre comunque. Effettivamente l’autore ha la capacità di evocare un mondo e un personaggio per certi versi holliwoodiano.
Patrick Dennis (il cui nome era Edward Everett Tanner III) aveva combattuto durante la seconda guerra mondiale in Italia, poi era stato giornalista, ghostwriter per altri scrittori, compilatore di schede di lettura in una casa editrice, autore di un libro sulle tattiche del comunismo. Zia Mame venne rifiutato da 19 editori prima di essere pubblicato nel 1955 negli Stati Uniti. Ma all’uscita ebbe un grande successo (due anni in classifica e oltre due milioni di copie vendute). Ne fu tratto un fortunato adattamento teatrale ed un film che è stato di recente reso disponibile in DVD anche in Italia sull’onda del successo del libro. Patrick Dennis non seppe ripetere questo enorme successo, fece il gallerista in Messico, tentò il suicidio, fu ricoverato e finì per fare il maggiordomo.
Ritorna oggi prepotentemente di moda. Scusate il ritardo, verrebbe da dire.

Juri Casati

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Isabel Allende - Ritratto in seppia

Ci vuole pazienza. Ce lo ricorda bene, all’inizio della storia, la protagonista di questo romanzo.
Infatti, il libro ci mette un po’ a prendere quota, ma una volta che la raggiunge, non scende più.
E’ un continuo crescendo, la curiosità aumenta di pagina in pagina.
E’ la saga di una famiglia cilena emigrata in California, alla fine del XIX sec. Lì il destino si incrocia con quello di una famiglia cileno-cinese.
E’ il diario di Aurora del Valle, una giovane donna, orfana dalla nascita e allevata dai nonni, aggrappata alla propria macchina fotografica che riempie la sua solitudine.
Tutti sappiamo che la fotografia è mezzo di comunicazione, ma per Aurora del Valle è qualcosa di più. Attraverso le foto scattate riesce a leggere i sentimenti delle persone e a scoprire che…
A volte sembra che il romanzo assuma toni da telenovela; un libro per un pubblico femminile? Non è così. Un libro che parla d’amore e di morte, di rivalità e di umanità, di gelosia e di tradimento, di storia e di guerra, di solitudine e di mistero. Ed è proprio il mistero che avvolge il passato di Aurora del Valle a rendere interessanti le pagine del libro. Il passato, volutamente tenuto nascosto dai nonni, si dipanerà a poco a poco, non senza colpi di scena. L’importanza delle radici, del proprio passato: è questa la morale che emerge dal romanzo. Il proprio passato è la propria storia, senza un passato si è come ombre staccate dal corpo, vaganti nel vuoto.

di Stefano Chiarato

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http://scrignoletterario.it/node/533

Jacques Chessex - Il vampiro di Ropraz


STORIA VERA DI UN VAMPIRO SVIZZERO
di Juri Casati

Una colonna spezzata di marmo bianco cinta da rose di rame annerito che sormonta una lastra di arenaria: è la tomba di Rosa Gilléron. È questa l’immagine da cui prende avvio il libro Il vampiro di Ropraz di Jacques Chessex. L’autore andò ad abitare a Ropraz negli anni ’70 dopo aver raggiunto la fama come scrittore. Vide questa tomba e rimase affascinato dalla vicenda cominciata con la morte di Rosa Gilléron. Ha voluto raccontarcela in questo breve libro (si legge in un’ora) dalla scrittura piana ed elegante. La vicenda è stata ricostruita attraverso le testimonianze dei discendenti dei testimoni, la consultazione dei giornali dell’epoca e degli archivi. Leggendo il libro si intuisce che il raffinato autore elvetico morto nei giorni scorsi, nel raccontare un truce fatto di cronaca di oltre cento anni fa, abbia in realtà voluto metter in rilievo anche alcune similitudini di quell’epoca con la nostra.
Lo scenario è quello di Ropraz, villaggio a due ore da Losanna, in una Svizzera francese del 1903 molto lontana dallo stereotipo di nazione opulenta e borghese a cui siamo abituati oggi. Gli abitanti di Ropraz erano dediti all’agricoltura, all’allevamento e vivevano in un’area superstiziosa dove non mancavano esorcismi, immersa in oscure abetaie serpeggianti di streghe; un’area dai frequenti suicidi.
Nel febbraio 1903 la tomba di Rosa Gilléron, la bella figlia di un giudice della zona morta di meningite pochi giorni prima, venne trovata profanata, la bara scoperchiata, il corpo della giovane violato, mutilato e con evidenti segni di cannibalismo. I giornali dell’epoca coniarono subito l’espressione “vampiro di Ropraz” e il caso ebbe immediatamente un rilievo internazionale. L’intervento dei media e la successiva pressione di questi sulle forze dell’ordine è un elemento che possiamo trovare facilmente anche oggi in casi analoghi. Dell’atroce atto vennero sospettati via via prima i noti delinquenti locali, poi un macellaio ambulante, poi uno studente in chirurgia (questi ultimi due perché erano esperti nell’uso di lame: questo tipo di sospetto si è verificato anche ai giorni nostri in casi simili), poi uno spasimante respinto da Rosa, poi un avversario del padre, poi uno scrittore fallito. Uscirono tutti di scena rapidamente.
Il bestiale rituale si ripeté altre due volte nei mesi successivi, sempre ai danni dei cadaveri di giovani donne dei villaggi vicini morte di recente. Nella zona si scatenò un’ondata di paura che colpì anche mendicanti, predicatori erranti, venditori ambulanti. La paura del diverso, di tutto il diverso indistintamente, che si scatena in circostanze simili è un altro elemento che ritroviamo anche oggi. Vennero rispolverati simboli cattolici, giudicati efficaci contro il maligno anche in una zona da secoli protestante.
La svolta nelle indagini si ebbe quando venne fermato per altri reati compiuti nella zona un giovane garzone dal corpo abnorme, Charles-Augustin Favez, di 21 anni, solitario, spesso ubriaco, armato di coltello, che aveva frequentato la stessa scuola di Rosa. Aveva altre due caratteristiche. La luce gli dava fastidio agli occhi ed aveva denti affilati. Era il vampiro perfetto. Per due mesi le autorità cercarono di ottenere le prove della sua colpevolezza, ma senza riuscirvi. Altro elemento di interesse e modernità della storia: l’intervento nell’indagine di uno psichiatra che contribuì alla prima assoluzione di Favez.
Le indagini e le visite psichiatriche rivelarono comunque che il giovane, alcolista fin dall’adolescenza, era stato vittima di incesto e di violenze.
Poco dopo la liberazione Favez stuprò una vedova e questa volta, evitato il linciaggio da parte della folla inferocita, venne condannato all’ergastolo da scontarsi in un carcere psichiatrico. Favez evase nel 1915. Si arruolò nella Legione Straniera e morì durante la Grande Guerra.
Fin qui la realtà ricostruita, ma Chessex avanza anche un’ipotesi sarcastica su dove riposi oggi il corpo del vampiro di Ropraz.
Un libro da leggere tra le righe.

Jacques Chessex
Il vampiro di Ropraz
Fazi Editore – collana “Le Strade“
Marzo 2009
91 pagine - € 14,00

per un assaggio del libro: http://scrignoletterario.it/node/880

James Hamilton-Paterson - Cucinare con il Fernet Branca

«…Grazie a Dio vado da solo. Certe volte, quando ci sono altri, capita di imbattersi in uno sgradevole spirito di competizione contributiva dove ognuno si sente obbligato a spendere molto più di quanto avrebbe voluto. Si tratta di una sindrome storicamente accertata, lo sanno tutti. Andando a Betlemme un Re Magio da solo si sarebbe probabilmente presentato con una scatola di After Eight, mentre tre Re Magi in viaggio insieme hanno finito per ritrovarsi carichi di oro incenso e mirra a meditare avviliti sui loro conti in rosso».
Questo libro è un racconto brillante veloce da leggere e simpatico nei colpi di scena. In grado anche di darci un’idea di come possono vederci gli stranieri, nei nostri difetti e visioni.
Il tutto inframmezzato da improbabili e improponibili ricette culinarie.
Leggetelo se volete un qualcosa in grado di allietarvi una serata e farvi qualche risata e sorriso.
(Luciana Facchinetti)

Ken Follet - Sulle ali delle aquile

Si fa un gran parlare di Iran in questi mesi. C’erano saggi, alcuni anche importanti, ma io ho voluto cercare un romanzo che parlasse dell’Iran, dell’Iran dove tutto è cominciato: insomma l’Iran dei giorni della rivoluzione Khomeinista. L’ho trovato in questo libro di quasi trent’anni fa (1982), basato su fatti realmente accaduti, e assai documentato (Follett dice di averlo scritto dopo cento ore di interviste registrate con i protagonisti).
Vi riassumo la trama in qualche riga. Nelle settimane della rivoluzione, a cavallo tra il 1978 e il 1979, il potentissimo giudice iraniano Dadgar interroga e fa arrestare per corruzione due dirigenti della EDS, una multinazionale americana del data processing, e ne fissa la cauzione in dodici milioni di dollari. L’EDS doveva predisporre e gestire il sistema informatico previdenziale iraniano. Cosa che fece con accuratezza, come dimostrato anche dalla sentenza di un Tribunale riportata in appendice del libro. L’accusa era vaga e i gli interrogatori a cui vennero sottoposti i due dirigenti furono oggettivamente Kafkiani. Non c’erano riscontri oggettivi e la richiesta di cauzione era enormemente più alta rispetto agli standard dell’epoca. Le prigioni iraniane però erano dure e reali.
Il presidente della EDS Ross Perot decise di intervenire e provò per via diplomatica mettendo in moto perfino il segretario di Stato Kissinger, ma senza riuscire a risolvere la situazione. La via del pagamento della cauzione non era percorribile, non tanto per l’entità della richiesta, quanto per il fatto che essa doveva essere evasa sostanzialmente in contanti e che non c’erano garanzie della liberazione dei detenuti. Perot elaborò quindi una soluzione alternativa. Reclutò tra i dirigenti fidati della EDS alcuni veterani del Vietnam, una specie di sporca dozzina, per mandarli a Teheran e liberare i due ostaggi. Mise a capo della spedizione un militare in pensione vedovo e in depressione che anni prima aveva partecipato a una spedizione di salvataggio simile.
È impossibile in questo contesto rendere conto delle peripezie e delle modalità con cui riuscirà la sporca dozzina a far evadere i due e a farli uscire da un Paese in tumulto i cui confini pullulavano di briganti e contrabbandieri. E poi non voglio svelare troppo per non togliere il gusto della lettura (e Follett è sempre gradevole da leggere). Tuttavia una cosa ve la posso dire: c’è il lieto fine.
Protagonista assoluto del libro è la figura del carismatico milionario Ross Perot, nato nel 1930 e tutt’ora vivente. Costui, pur partendo da umili origini, riuscì a raggiungere fama e ricchezza con le sue geniali intuizioni. Una fra tutte: fu uno tra i primi a capire nei primi anni Settanta che il software sarebbe diventato più importante dell’hardware e ad agire di conseguenza. Perot era capitalista vecchio stampo. Puritano nei modi e incorruttibile negli affari. Si impegnò per la causa dei prigionieri americani in Vietnam e riuscì grazie ad un’efficace opera di lobby a migliorarne le condizioni detentive e farne liberare diversi. Negli ambienti militari pertanto godeva di una certa stima e in questa situazione tale stima gli tornò utile.
Dal libro emerge un’immagine diversa di Perot rispetto a quella (l’immagine del ricco pazzoide) che i media italiani ci fornirono ai tempi (1992 e 1996) del suo tentativo di diventare presidente USA. Anche in questo caso bisognerebbe fare qualche analisi in più: in fondo si è trattato dell’unico tentativo serio di rompere il bipartitismo USA in tempi recenti.
Un altro aspetto interessante (e che era quello che mi aveva fatto avvicinare a questo testo) è quello della descrizione di quei giorni tumultuosi del Febbraio 1979 in Iran. A Teheran una parte dell’esercito era per il ritorno di Khomeini (che era in esilio in Francia), l’altra era per la permanenza dello Scià. La battaglia infuriò per giorni nella capitale. Nelle campagne c’erano villaggi favorevoli allo Scià e altri favorevoli a Khomeini. Quindi, prima di entrare in un dato villaggio, bisognava informarsi su quale fosse l’umore politico e cambiare di conseguenza la foto sul parabrezza. Come accade in simili circostanze rivoluzionarie (e successe anche nell’Italia del 1945) alcuni di quelli che si erano schierati contro Khomeini cambiarono idea rapidamente per salvare il posto e la testa. Ai bambini venivano dati mitra e ordini perentori. E poi c’erano furti, truffe, rapine e caos. Anche il fronte rivoluzionario non era per nulla compatto: c’erano gli islamisti nella capitale, i comunisti curdi nelle zone curde e gli islamisti marxisti fedayn nelle campagne.
Tuttavia il caos non era solo in Iran, ma anche in USA. Il Dipartimento di Stato – a sentire le testimonianze raccolte – non si rendeva conto di come gli eventi stessero precipitando. L’ambasciata USA in Iran non aveva potere (e infatti fu attaccata pochi mesi dopo) e non riusciva a dare nessun aiuto (fu proprio l’ambasciata a consigliare ai due dirigenti di andare dal giudice).
Riassumendo: la lettura è gradevole e gli spunti sono molteplici e interessanti.

Juri Casati

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Luis Sepulvéda - La frontiera scomparsa

Nell’America latina degli anni ’70 dovevano essere in molti alla ricerca della frontiera scomparsa, quella della libertà. Così pure il nostro autore, che mosso da uno spirito di libertà, ci porta in viaggio con lui attraverso il continente sudamericano.
Si passa dalla terribile esperienza delle carceri cilene, durante la dittatura e il conseguente esilio, alla Pampa argentina, agli altipiani boliviani, al clima equatoriale dell’Amazzonia. Con tutte le difficoltà del caso: da uno squadrone militare che lo attende al confine, ad un matrimonio mancato, o meglio evitato in extremis. Mantenendosi tenendo corsi universitari.
Ma non è solo lo spirito di libertà a portarlo a vagare per il continente, è anche l’istinto della ricerca delle proprie radici; ed è alla ricerca delle proprie radici che il viaggio si concluderà oltreoceano, nel vecchio continente. Là da dove suo nonno anarchico, per sfuggire al regime nazifascista, partì un giorno per il Sud America alla ricerca della propria frontiera scomparsa.
Un libro-documento che ci racconta di vita sudamericana, a volte con toni drammatici, a volte in modo pittoresco.
Un libro per tutti.
(Stefano Chiarato)

Matt Haig - Il patto dei labrador

Il labrador Prince - mentre attende che un veterinario gli somministri l’iniezione letale - rievoca la sua storia e narra in prima persona i motivi che lo hanno spinto a tradire “Il patto dei labrador”. Tale patto prevedeva che la felicità e la sicurezza della famiglie umane dipendessero esclusivamente dal senso del dovere dei Labrador. Per questo sacrificio e abnegazione i Labrador sarebbero stati ricompensati con la possibilità di incontrare i propri cari nell’aldilà. Il patto ha dei sottocodici (non ricorrere alla violenza e obbedire agli ordini umani). Prince ha tradito questi sottocodici del patto per difendere la famiglia Hunter dalla disgregazione.
Infatti l’obiettivo dei Labrador è quello di evitare che le famiglie umane si disgreghino. Una volta questo era il compito di tutti cani. Ma ci sono stati cambiamenti anche nel mondo canino. Gli Springer si sollevarono contro la fedeltà e il senso del dovere che erano sentimenti propri dei cani fin dall’antichità in nome dell’edonismo, in nome del piacere e in nome dell’egoismo canino. La sollevazione degli Springer fu una sorta di ’68 - si parla infatti di liberazione dai guinzagli -, ma è forse più corretto parlare di una sorta di ’77 dato che produsse, come per gli uomini nei primi anni ’80, un riflusso culturale che oppose la trionfante cultura edonistica degli Springer all’ascetismo e all’impegno dei Labrador, ultimi cani a resistere alla sollevazione e a ergersi a difensori della tradizione e della fedeltà. Il Labrador divennero a seguito della sollevazione degli Springer una sorta di setta segreta combattente, una Carboneria con le sue leggi, le sue parole d’ordine e con i suoi riti di segretezza, tramandati di generazione in generazione.
Meno allegorico rispetto a La Fattoria degli animali di Orwell, dove il parallelo politico con la Rivoluzione bolscevica era evidente e continuo, questo libro – gradevolissimo e scritto con uno stile assai scorrevole – ha senza dubbio il difetto di avere una “fabula” non è ben calibrata: Prince a ben vedere non viola il Patto, ma due sottocodici. Probabilmente l’autore non voleva sprecare l’idea di partenza che era veramente buona e ha forzato la costruzione del testo fino alla fine per tenere fede a questa idea.
Tuttavia il testo – che, bene inteso, può essere letto senza impegno come una bella novella - consente volendo una riflessione sul tema scottante del rapporto tra dovere, etica e tradizione.
Infatti per tutto il libro Prince è dilaniato dai dubbi: non capisce questo suo ruolo alla Michele Strogoff di Verne (ricordate: il corriere dello zar è incaricato di consegnare un messaggio segreto – il corriere Michele Strogoff non sa quale sia il contenuto del messaggio -, ma è pronto a morire per obbedire all’ordine). Prince è turbato dal fatto che il dovere in sé venga prima del contenuto del dovere; che soprattutto la tradizione e il rispetto di certe norme tramandate vengano prima di ogni altra considerazione. E alla fine viola i due sottocodici del patto per preservare l’unità della famiglia Hunter che è sotto attacco. Cioè salva quella che secondo lui è la sostanza, ma non la forma.
Quando il concetto di dovere viene legato alla sola tradizione per dargli consistenza e autorevolezza e non viene legato all’etica che lo deve riempire di volta in volta di contenuti esso va prima o poi in crisi. Dovremmo riflettere sul fatto che proprio una logica siffatta aveva portato qualcuno a rispondere al processo di Norimberga “Io? Io ho solo eseguito gli ordini” e che l’espressione “il mio onore si chiama fedeltà” era il motto delle SS.
Una bella lezione da un quadrupede per i bipedi.

Juri Casati

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Michel Foucault - Storia della follia nell'età classica

E’ un’opera enorme e, a mio parere, di grande importanza per tutti coloro che, della follia, vogliono approfondirne la storia, capirne le motivazioni dei segni che ha lasciato e, di conseguenza, tramandandoli nei secoli, ne ha portato fino a noi le conseguenze.
Foucault riesce, in questa opera, a dare una panoramica della follia non solo nei suoi significati sociali ed antropologici, bensì anche dei suoi retroterra culturali, economici e politici creando relazioni ed analogie tra gli eventi storici, la mentalità di un’epoca e la concezione tipicamente occidentale della razionalità tanto che a volte paia voglia giustificare le atrocità subite dagli internati.
In questo saggio troviamo la follia vissuta come vergogna, come un qualcosa da nascondere tuttora.
E ancora, la psichiatria con i suoi esperimenti di derivazione diretta dalla neurologia. Gli elettroshock e tutte le torture, compresa la pubblica esposizione, in questo libro trovano un loro perché, ancora più folle, per noi ora, della follia stessa.
Dalla nave dei folli di Bosch ai manicomi, Foucault ci conduce in un viaggio di ricerca dei motivi per i quali la follia, come cita egli stesso “è verità denudata dell’uomo e tuttavia posta in uno spazio neutralizzato e pallido ove era come annullata”.
La scrittura non è scorrevole. Occorre concentrazione e motivazione per riuscire ad arrivare fino al termine del libro che promette però un arricchimento culturale notevole aprendo la mente e inducendo riflessioni su se stessi, la storia, la società.

Nadia

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Nadia Anjumani - Poesie scelte

L'introduzione di questo piccolo ma prezioso libro scritta da Cristina Contilli recita tra l'altro "La poetessa afghana Nadia Anjuman, morta a soli venticinque anni il 5 novembre 2005, in seguito alle percosse ricevute dal marito...."!

Il mio cuore è triste e sconcertato per la sorte di questa dignitosa e splendida donna.
Leggendo le sue meravigliose e profonde poesie, che toccano il cuore, mi sono venuti in mente gli "uccelli di rovo" che muoiono appunto tra i rovi cantando il loro canto più bello e sublime.
Sublime, come questa poesia che rimarrà per sempre nel mio cuore "l'urlo senza suono" di cui cito i versi più emozionanti:
"Le ragazze doloranti, umiliate

...........................

Non vive il sorriso nel dizionario delle loro labbra

Nemmeno una lacrima, (neanche) qualche goccia

Dal loro fiume asciutto degli occhi

...........................

Non so se arriva fino alle nuvole il loro urlo senza suono"

Addio Nadia, le tue parole hanno arricchito il mio cuore, il tuo canto sublime mi è arrivato e mi ha...emozionato!
Grazie a Cristina per avermi fatto conoscere questa splendida poetessa e grazie per la splendida introduzione che ha scritto.
Commovente!

di Claudia Lucchin

Nick Hornby - Non buttiamoci giù

Narra la vicenda di quattro persone, del tutto differenti l’uno con l’altra, che si incontrano la notte dell’ultimo dell’anno, sul tetto della Casa dei Suicidi a Londra con l’intento, ognuno per motivi propri, di buttarsi giù.
È una storia ironica e commovente al contempo, raccontata dalle voci dei quattro protagonisti, dal loro punto di vista, che spinge il lettore a rivestire man mano i panni di ognuno di loro.
Il senso della vita, del perché in fondo sia meglio andare avanti che buttarsi da un palazzo sono domande disseminate nel romanzo ed alle quali ognuno, dai protagonisti al lettore, troverà una propria risposta.
È strabiliante il modo in cui l’autore riesce ad affrontare l’argomento «suicidio» che per la nostra cultura è un tabù, in modo serio e pure esilarante pur nella sua cruda realtà.
(Nadia Zapperi)

Ridley Pearson - Il Diario di Ellen Rimbauer

Questo diario è stato ritrovato da Joyce Reardon, una studiosa nel campo del Paranormale. Aveva molto sperato nel ritrovamento di questo reperto, o documento, che testimonia l’esistenza di un altro mondo, ignoto, con cui Ellen dovrà fare i conti.
La tenuta di Rose Red, regalo di nozze di John Rimbauer per la moglie Ellen, risulta essere una casa che con il tempo acquisisce vita propria e per poter crescere ha bisogno di sacrifici umani. Questa casa inghiottisce misteriosamente le donne e uccide violentemente gli uomini, ma l’unica a non essere colpita da questa maledizione pare proprio essere Ellen. Probabilmente tutto parte da lei, o forse no, questo rimane un mistero a cui non si riesce a dare spiegazione. L’unica cosa che Ellen sa è che dovrà continuare a costruire, come la casa le ha ordinato di fare tramite una medium (venuta in casa loro). Ellen continua a costruire, anche perché lei pensa che sia l’unico modo per ritrovare sua figlia April, anch’essa inghiottita dalla casa. Riuscirà Ellen a capire che mistero nasconde la casa? O forse parte tutto da lei?
(Ruben Mosca)

Salwa Salem - Con il vento nei capelli

In questo primo approccio a Salwa, il pensiero vola a Paolo e Francesca (Dante, Inferno, Canto V) ma qui non c'è alcun libro galeotto che istighi al delitto. Al contrario, qui la “crescita nella liberazione” è un dato di fatto ineludibile, e leitmotiv della narrazione stessa.
“Non so perchè amo questa vita”. Non lo sa nessuno, Salwa. Eppure io sono stato educato, cara Salwa, alla vita e ai suoi valori. Ma sei una “donna energica, piena di sogni, chiacchierona, ironica” come Husnìa, nella sua veste di mamma. Ti credo così.
“Con il vento nei capelli”, che dà inizio a questa prosa narrativa, si indicano in Palestina le ragazze un po' troppo libere: “ala hall shàriha” che significa “con i capelli sciolti”. Tu sei una ragazza “con i capelli sciolti”.
Ed è interessante pensare che io ho scritto un libro dal titolo, diciamo pure, “allusivo”: “Erano i giorni dei capelli lunghi”, l'ho intitolato. Certo, i due volumi sono lontani le mille miglia: Toscana e Umbria qui e profumo di Palestina là. Profumo di Palestina o anche tragedia.
Da cui è percorso un po' tutto il medioriente.

Fabrizio Chiesura.

Sholem Aleichem - Che fortuna essere orfano

L'autore di questo romanzo, di origine ucraina, è deceduto prima di terminarlo lasciandolo così incompiuto.
Sholem Aleikem (nome d'arte di Sholem Rabinovitz) è stato il più prolifico e geniale autore di romanzi in yiddish riportando quella lingua, considerata ormai inferiore e solo per le donne non certo dei dotti, alla sua giusta importanza.
Ettore Bianciardi ha riscoperto "che fortuna essere orfano",lo ha tradotto in lingua italiana e ne ha curato l'edizione riportando alla luce un bel romanzo e una cultura che, altrimenti, sarebbe andata perduta.
La storia narra della famiglia di Motl, un bambino di nove anni che, in seguito ai pogrom, dall'Ucraina emigra in America attraversando diversi altri Paesi.
La differenza tra altri libri del genere è che l'autore non si ferma all'avvistamento della terra Americana ma continua la sua storia raccontando i differenti lavori che la famiglia e tanti altri emigrati trovano. Lo sfruttamento che subiscono, i salari bassi che devono accettare.
La voce narrante è il bambino con il suo disincanto che rende tutto allegro, un'avventura, "che non smette di stupirsi della bellezza de mondo" con il tipico entusiasmo di un essere innocente che non riconosce l'ingiustizia, abituato a viverci in mezzo, ad essere perseguitato.
Questo romanzo ispira speranza per chiunque, insegna a vedere il bicchiere mezzo pieno, a fare di ogni circostanza una sfida dalla quale uscire vittoriosi senza crogiolarsi nel vittimismo.
Non mancherò mai quindi, di ringraziare Ettore Bianciardi, per avermi dato la possibilità di leggerlo.
E, per chi volesse approfittare, può scaricarlo gratuitamente a questo link:
http://www.riaprireilfuoco.org/blog/?p=352
o acquistare la copia cartacea dallo stesso link.

Nadia

Stanislah Dehaene - I neuroni della lettura

Negli anni ’70 del XX secolo cominciarono a diffondersi in modo inarrestabile le neuroscienze (che si rifanno a uno studio biochimico del cervello). Rapidamente questo indirizzo di ricerca, anche grazie ai notevoli risultati sperimentali conseguiti, ha modificato profondamente le conoscenze che l’uomo aveva di sé stesso, ma soprattutto ha prodotto la rivoluzione filosofica più profonda dal dopoguerra ad oggi e una delle più importanti dalla Rivoluzione Scientifica in avanti. Come ormai è noto la prima testa a cadere davanti alle neuroscienze è stata quella di Freud. La psicoanalisi è stata messa alla prova in laboratorio e giudicata semplicemente falsa. Tuttavia il totem culturale più grosso che sta scricchiolando è quello della metafisica platonica. Essa teorizzava un mondo di idee separate e soprattutto indipendenti dal mondo fisico. Le neuroscienze dicono l’opposto: il mondo delle idee è dipendente e condizionato dal mondo fisico. Se i pilastri della cultura novecentesca (e non) si stanno sgretolando in laboratorio, emerge un vincitore ottocentesco le cui tesi vengono sempre più corroborate: Darwin.
Il libro che vi suggerisco di leggere, “I neuroni della lettura” spiega come siamo in grado di leggere, la struttura del cervello e la struttura della zona deputata alla lettura, la storia della scrittura, come impariamo a leggere, il problema della dislessia (problema molto sentito in Francia mentre in Italia, nonostante l’allarmismo ingiustificato degli ultimi mesi, lo è molto meno dato che ci sono meno dislessici e l’autore spiega il perché), fino ad arrivare a capitoli di frontiera dove vengono prese in esame possibili implicazioni e sviluppi futuri delle indagini neuroscientifiche.
La tesi centrale del testo - suffragata da molti esperimenti e osservazioni - è quella del “riciclaggio neuronale”: alcune zone del cervello che erano deputate in tutti gli uomini primitivi ad altro sono state riconvertite nel corso della storia umana alla lettura. Per esempio: l’autore osserva che le popolazioni primitive attuali hanno certe raffinate competenze (per esempio al riconoscimento di piante e tracce) che l’uomo civilizzato e lettore ha perso e non sembra in grado di recuperare. Si è scoperto che queste capacità vengono messe in atto dalla stessa porzione di cervello che serve alla lettura.
Come facciamo a leggere? Nell’uomo moderno esistono due vie parallele di elaborazione dell’informazione scritta: la via fonologica (che consente di convertire la sequenza delle lettere in suoni) e quella lessicale (che consente di accedere ad un dizionario mentale dove sono depositati i significati delle parole). La regione del cervello che contribuisce maggiormente all’elaborazione dell’informazione scritta è situata nell’emisfero sinistro che “estrae” l’identità della parola senza lasciarsi perturbare da fattori superficiali come forma, dimensione etc. e trasmette i risultati alle regioni che si occupano del suono e del significato.
Le tesi di frontiera espresse nell’ultimo capitolo sono un po’ il punto di partenza che è dato da queste scoperte: l’autore auspica l’avvento di “una cultura di neuroni” che abbia l’ambizione di mostrare che matematica, arte, religione (che sono presenti in forma diversa in tutte le culture) si sono diffuse poiché – come la scrittura - entrano in risonanza con il nostro cervello. L’autore segnala che di enorme interesse potrebbe essere il filone di estetica neuroscientifica.
Un capitolo bellissimo e imperdibile – peccato non poterlo ripercorrere completamente in questa sede - è quello dedicato alla storia della scrittura che viene trattata come un virus e che si è diffusa, proprio come un virus, dalle zone periferiche del globo verso le zone più centrali. Tutte le scritture del mondo, al di là di differenze superficiali, condividono molti aspetti simili che si spiegano nel modo in cui i neuroni della corteccia occipito temporale rappresentano le informazioni visive. Gli uomini nel corso dei secoli hanno affinato sempre di più i loro sistemi di scrittura per piegarli inconsciamente all’organizzazione cerebrale umana. Pertanto non è il cervello che si è adattato alla scrittura, ma è la scrittura ad essersi adattata al nostro cervello. Per esempio: le cellule della retina rispondono al contrasto più che ai colori omogenei. Ecco il perché le lettere sono scritte così a contrasto. Inoltre la forma della scrittura e delle lettere non è nata da una scelta culturalmente arbitraria – i relativisti culturali in questo libro vengono annichiliti -: quasi tutte le lettere di tutti gli alfabeti del mondo sono composte dallo stesso numero di tratti (circa tre) e la distribuzione ineguale dei tratti (cioè l’ineguale diffusione delle lettere composte da due tratti come la L rispetto a quelle composte da tre tratti come la F) rispecchia statisticamente la distribuzione delle immagini che noi percepiamo nel mondo esterno.
Il testo è fondamentale, rigorosissimo a livello scientifico, ma accessibile anche a un pubblico non di specialisti, pieno di tanti spunti (ad esempio è ipotizzata una spiegazione per le mani dipinte, alcune senza una o più dita, che si trovano frequentemente nelle grotte primitive), interessanti osservazioni e anche divertenti curiosità (per esempio: perché se le lettere si sono ispirate al mondo esterno sono stati evitati i paesaggi e i volti?).
Le implicazioni di questo testo – implicite o suggerite - sono enormi. Più che un libro si tratta di tritolo. Tuttavia ai neocultori entusiasti delle neuoroscienze deve essere ricordato di non commettere il classico errore che viene compiuto nei periodi di grande rivoluzione culturale come è quello che stiamo vivendo e cioè quello di criticare ideologicamente tutti i predecessori in modo intransigente. La storia della cultura ci ha insegnato che ciò non mai del tutto corretto. Anche teorie sbagliate – come può essere la psicoanalisi – possono comunque aver avuto una capacità euristica (scoprire le cose) e predittiva (prevedere gli eventi). Non dimentichiamo a questo proposito che la teoria aristotelico tolemaica (che era falsa) aveva la stessa capacità predittiva di quella copernicana. Inoltre ancora si ricordi che le tesi espresse in una data epoca hanno influenzato profondamente quell’epoca. La psicoanalisi potrà essere anche falsa, tuttavia per capire l’arte e la letteratura del ‘900 è sicuramente necessario avere letto anche di psicoanalisi. È legittimo criticare Platone, ma senza dimenticare l’impatto che ha avuto Platone nella storia della cultura e della civiltà.

Juri Casati

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Timothy Findley - L'uomo che non poteva morire

«Ho vissuto molte vite; fui amico di Oscar Wilde e nemico di Leonardo…» Pilgrim, unico grande personaggio insieme al Dottor Jung, ha un unico desiderio: poter finalmente morire. Il motivo, contrariamente a ciò che crede il Dottor Jung alle cui cure è affidato, è l’aver vissuto troppo e troppo a lungo attraversando il tempo e conoscendo personaggi illustri. La verità che pesa sopra questi ultimi, al di là del rispetto che la società odierna porta loro, è forse un peso troppo grande da sopportare.
Ogni volta Pilgrim tenta il suicidio e ogni volta un medico lo dichiara morto, salvo poi «risvegliarsi» dopo qualche ora sotto altre spoglie.
Ogni risveglio è una rinascita, pur conservando la memoria delle vite precedenti – eccetto per il periodo dell’infanzia. Sembra quasi infatti che ogni volta Pilgrim «rinasca» già adulto. O almeno da lì lui inizia i ricordi.
L’uomo che non poteva morire è un romanzo storico, misterioso e filosofico, oppure è un racconto sulla rinascita dell’Europa del XX secolo, oppure ancora è la storia dell’eterno conflitto tra distruzione e creazione.
Troviamo un dottor Jung inedito, combattuto tra la sua stessa pazzia e disonestà frammista ad intuizione, compassione e genialità. Più che l’antagonista di Pilgrim, nel romanzo sembra essere un secondo personaggio principale. Pilgrim racconta e vive le sue vite, Jung le rivive su di sé e le interpreta secondo ciò in cui crede ed è lui in fondo che percorre un suo cammino di miglioramento.
Pilgrim, intanto, riuscirà a morire?
(Nadia Zapperi)