Fantasy

"Ai piedi della cascata" di Lorenzo Perego

un racconto fantasy di Lorenzo Perego

Ai piedi della cascata - parte 1

di Lorenzo Perego
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C’era una volta una cascata.
Questa cascata era limpida, trasparente come vetro, come quel sottile e fragilissimo cristallo, che gli artigiani più esperti usano per rinchiuderci mondi meravigliosi, e poi basta agitare per far scendere la neve su città fantastiche, paesi sognati e inventati, prati di ceramica di color verde acceso.
L’acqua della cascata cadeva fragorosa e senza sosta, anche se il balzo non era eccessivamente alto, ma si formava comunque, nella piscina naturale dove i flutti si gettavano, quella tenera schiumetta fatta di soffici bollicine, che solleticano la pelle delle fanciulle quando vi s’immergono.
Quando splendeva il sole, le goccioline d’acqua sospese nell’aria fresca e umida facevano sempre comparire l’arcobaleno, che attraversava tutta la gola rocciosa in mezzo alla quale la cascata compiva il suo salto.
Un grande fiume portava la sua acqua a questa cascata: in realtà non era poi così grande, perché da una riva all’altra si vedeva benissimo, e per attraversarlo occorrevano solo pochi minuti, dato che la corrente non era nemmeno forte e impetuosa.
Per gli abitanti della valle però, questo placido corso d’acqua era l’origine di tutta la vita e la prosperità che essi portavano avanti da generazioni.
Il loro villaggio si trovava sul lato destro del fiume, mentre la riva opposta ospitava un’immensa foresta. La terra era occupata da tantissime fattorie e campi coltivati dagli abitanti del villaggio, mentre le pecore, le capre, le vacche e i cavalli pascolavano liberi sul fianco della montagna che chiudeva la valle, oppure andavano ad abbeverarsi ad un piccolo canale, formato da un altrettanto piccolo ramo secondario del fiume.
La vita nel villaggio trascorreva tranquilla e impegnata dal lavoro nei campi e con gli animali; gli abitanti formavano una comunità allegra e gioiosa, si conoscevano tutti tra loro.
Non avevano leggi scritte, perché ognuno sapeva ciò che era meglio fare per vivere in armonia con gli altri e con la natura che li circondava; non usavano monete o denaro, perché tutti vivevano del loro lavoro e mettevano in comune tutto ciò che avevano. I bambini giocavano felici insieme nei prati, correvano dietro alle oche nei cortili delle case, con le madri che li rimproveravano di non far spaventare le galline, altrimenti le uova sarebbero state meno buone!
Tutti avevano qualcosa da fare, e all’ora di pranzo si ritrovavano attorno a grandi tavoli di legno, per mangiare insieme quello che le donne e gli uomini addetti alla cucina avevano preparato per tutto il villaggio.
Non mancava proprio nessuno: c’erano contadini, boscaioli, artigiani, cuochi, sarti… C’era anche un medico, sempre impegnato ad andare per i boschi a raccogliere erbe per preparare i suoi infusi.
Ogni due anni era nominato un capo-villaggio, che aveva il compito di presiedere le assemblee cui partecipavano tutti gli abitanti, e inoltre aveva a che fare con i (rarissimi) forestieri che capitavano nella valle.
Ora, il capo-villaggio era Oloap, il bibliotecario. Sì, c’era anche una biblioteca, formata da tutti quei libri che gli antenati degli abitanti avevano scritto e lasciato alle future generazioni, per insegnare loro tutto quello che avevano imparato dalla vita.
Oloap aveva una figlia bellissima, di nome Anele: era alta, con la pelle abbronzata e i capelli lunghi e scuri; gli occhi del colore della corteccia degli alberi del bosco, un sorriso su cui splendeva il sole, e che le faceva venire le fossette alle guance.
Anele era fidanzata con Ylor, il figlio di un artigiano: alto, coi capelli e gli occhi scuri, le spalle larghe; di lui si diceva che avesse letto tutti i libri della biblioteca del villaggio! Dava una mano in cucina solitamente, e poi, insieme ad Anele, si occupava di far giocare e divertire i bambini: era solo una delle mille e più cose che i due giovani avevano in comune!
Sentivano entrambi di stare benissimo insieme, non si stancavano mai, ogni loro momento libero lo sfruttavano per fare passeggiate sui monti, per distendersi sull’erba verde a guardare le nuvole, per andare a fare il bagno nella piscina della cascata riscaldata dal sole: erano felicissimi, e gli altri ragazzi del villaggio un po’ li invidiavano.
Un giorno si decise nel villaggio di costruire un ponte, per raggiungere l’altra sponda del fiume senza bisogno delle barche. Sulla riva sinistra si trovava, infatti, il cimitero del villaggio: gli antenati erano sepolti nella terra del bosco, ognuno sotto un albero diverso.
Gli uomini e i giovani del villaggio si misero al lavoro; anche alcune donne robuste si impegnarono nell’impresa. Ylor era tra i costruttori, mentre Anele sembrava persa ad osservarlo in ogni momento, ogni movimento che faceva: aveva lasciato bruciare parecchie pagnotte nel forno, mentre era persa nei suoi sogni, e sua madre non la smetteva mai di farle ramanzine!
Erano state prese molte pietre dalla montagna, trasportandole con le barche fino al punto esatto del fiume. Poi era stata costruita un’impalcatura di legno che sorreggesse la struttura del ponte, e le pietre lavorate e modellate erano state posate, utilizzando acqua e sabbia per tenerle compatte: non c’erano mai inondazioni, quindi difficilmente il ponte sarebbe crollato.
Il lavoro fu ultimato in poco meno di un mese. Subito il villaggio si animò di una grande festa, c’erano balli, canzoni, fuochi d’artificio, tavolate immense di cibo e dolci, per la gioia dei bambini e di Anele, che era molto golosa.
Come se non bastasse, il giorno seguente cadeva il solstizio d’estate, quindi la baldoria proseguì per festeggiare il ritorno del sole caldo e della bella stagione: alla fine delle due giornate, nel villaggio erano tutti felicissimi. Oloap aveva anche tenuto un discorso, per il quale si era ispirato ad un libro scritto un centinaio di anni prima, in occasione dell’arrivo dei primi contadini nella valle; Ylor lo avrebbe saputo recitare quasi a memoria, ma si limitò a sorridere divertito mentre lo ascoltava, abbracciato ad Anele.
Passarono i giorni, gli abitanti ormai utilizzavano il solidissimo ponte per far visita ai loro cari al di là del fiume, quando accadde qualcosa di straordinario: dal valico sulla cima della montagna, qualcuno cominciò a vedere due piccoli puntini neri che si muovevano sulla neve candida.
I bambini erano incantati da quelli che sembravano due folletti, o due gnomi che danzavano nel freddo. Ma alla fine della giornata, i due esserini si erano ormai avvicinati al villaggio, e si erano pure ingranditi. Altro non erano che due eleganti cavalieri.

Ai piedi della cascata - parte 2

di Lorenzo Perego

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Erano grossi e possenti, con armature lucenti, metalliche, che mandavano un riflesso azzurro alla luce del sole; in testa portavano elmi decorati con figure di animali; cavalcavano due bianchi destrieri dal portamento fiero, che sembravano non sentire la stanchezza del viaggio appena affrontato.
Il villaggio era tutto in subbuglio: i bambini correvano incontro ai nuovi arrivati, gli adulti si diedero subito da fare per preparare un’accoglienza calorosa, e meno male che era quasi ora di cena, così non fu difficile aggiungere due posti d’onore a fianco del capo-villaggio.
Oloap, seguito dalla moglie e da alcuni uomini, si fece incontro ai visitatori per dar loro il benvenuto: “Salute a voi, nobili signori! Ben arrivati nella nostra valle. Sarete di certo molto stanchi: lasciate i cavalli nelle nostre stalle e sedetevi a cena con noi. Io sono Oloap, il capo-villaggio.”
Gli rispose quello che aveva sull’elmo un’enorme aquila, talmente ben fatta da sembrare vera e impagliata: “Siamo lord Eamon e sir Galedh, onorati di conoscervi. Credo proprio che un buon pasto caldo ci farà solo bene! Molte grazie!”
Lasciarono i cavalli a due uomini e si sedettero a tavola.
Ylor intanto guardava la scena da lontano, fissando particolari che gli altri sembravano non avere nemmeno notato: le lunghe spade da battaglia che i due ospiti si portavano alle cinture, e un immenso stendardo con un sole nascente ricamato da mani molto esperte, che era rimasto a svolazzare sul suo bastone, attaccato alla sella di uno dei cavalli.
La cena si svolse in un clima di allegria e di festa: era davvero molto raro avere degli ospiti nella valle. I due cavalieri sembravano divertirsi, mangiavano, ridevano e scherzavano, e lodarono Oloap per la grande laboriosità degli abitanti, poiché avevano già adocchiato il nuovo ponte che era stato costruito.
Ylor continuava a fissarli, incuriosito e pensieroso. Anele si accorse immediatamente che qualcosa lo turbava: “Cosa c’è, amore mio? Che pensieri ti passano per la testa?”
Ylor le sorrise e la rassicurò: “Oh nulla!” disse “Mi piacerebbe solo sapere come mai sono arrivati nella valle…”
“Sei troppo sospettoso, amore. Anche io ho notato le loro armi, ma pensi che vogliano farci guerra?! Non abbiamo mai dato fastidio a nessuno, viviamo praticamente fuori dal loro mondo.”
“Vediamo cosa hanno da dire” rispose Ylor.
Proprio in quel momento, Oloap si alzò, richiamando l’attenzione di tutti: “Amici, un momento di silenzio, per favore. Ora i nostri ospiti ci spiegheranno i motivi che li hanno portati fin qui da noi.”
Il secondo cavaliere, che aveva sull’elmo la testa di un leone, si alzò e iniziò a declamare: “Siamo cavalieri dell’esercito di sua maestà Yuklad, sovrano delle terre del Regno Celeste. Siamo qui per rivendicare l’appartenenza di questa valle e di tutti i suoi abitanti alla corona regale. Da oggi sarete protetti dalla clemenza e dalla benevolenza di sua maestà: rallegratevi, poiché questo è un gran giorno per voi!”
Appena ebbe finito di parlare, Oloap sbiancò, Ylor sgranò gli occhi, dai tavoli si alzarono voci di protesta e mormorii di dissenso. Il capo-villaggio si riprese e cercò di ristabilire la calma: “Amici, amici, per favore. Sono sicuro che questa situazione potrà essere risolta, senza nessun bisogno di alzare la voce o agitare i pugni.”
I due cavalieri sembravano stupiti della reazione che avevano avuto tutti gli abitanti.
Oloap convocò subito un consiglio per parlamentare con i due militari: chiamò uno ad uno gli anziani del villaggio, uomini e donne, saggi che avevano visto passare molti anni davanti ai loro occhi. Anele intanto si avvicinò piano al padre, e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Oloap rimase un attimo perplesso, poi disse: ” Vieni anche tu, Ylor! Anche se sei giovane, la tua grande conoscenza ci sarà d’aiuto in questa difficile situazione.”
Ylor si alzò incredulo: era forse l’onore più grande, essere ammesso nel consiglio degli anziani, visto poi che lui aveva solo vent’anni. Quando incrociò lo sguardo di Anele, però, comprese tutto e la ringraziò con un battito di ciglia: la sua amata avrebbe capito. Affrontò le occhiate invidiose degli altri ragazzi, e anche di molti adulti, mentre si avviava verso la Casa degli Anziani, il luogo dove si tenevano le assemblee del villaggio.
Quando il consiglio fu riunito, e tutti ebbero preso posto, il primo a prendere la parola fu lord Eamon, sempre più incredulo: “Io non capisco! Perché protestate? Non sapete quali immensi vantaggi vi può offrire la protezione del re?”
Gli rispose Sanjah, un’anziana sarta che era stata capo-villaggio anni prima: “Siete voi a non capire! Noi abbiamo sempre vissuto liberi da tutto e da tutti, in armonia tra noi. Ora voi volete farci parte di un regno di cui non sappiamo nulla!”
Fu Gant, un pescatore, a proseguire: “Di quali vantaggi ci parlate? Pagare le tasse? E con quali soldi? Onorare i vostri dei? Ingrossare le fila del vostro esercito?”
Si alzò sir Galedh: “Un momento! State dicendo che voi non onorate Shiman, l’unico vero dio? E che non utilizzate il danaro? Ma che razza di primitivi…”
Fu interrotto da Ylor, che non riuscì più a trattenersi: “Ehi soldatino, cerca di moderare le parole! I nostri soli dei sono la Natura che ci sfama e gli antenati che ci hanno insegnato a vivere. Non abbiamo bisogno di monete né di oro, né di nessun’altra porcheria che voi utilizzate per sentirvi superiori l’uno all’altro! Questa valle è sempre stata libera e aperta per chiunque avesse buone intenzioni, ma non credo che sia il vostro caso.”
“Come ti permetti, moccioso?” Galedh mise mano all’elsa della spada, ma Eamon lo trattenne e prese la parola: “Volete dire che voi non sapete nulla di ciò che succede al di fuori di questa valle, oltre le montagne?”
Oloap disse: “No, non lo sappiamo, e non ci interessa saperlo. Per noi il mondo è la nostra verde vallata e il nostro azzurro fiume.”
“Quindi non avete idea” riprese Eamon “del fatto che oltre l’immensa foresta sull’altra riva del fiume, nelle Terre Rosse, l’imperatore Fjodor stia radunando un esercito per partire alla conquista del nostro regno?”
“Del vostro regno!” rispose Oloap “E comunque perché dovrebbe interessarci? Nessuno, neanche con un intero esercito, si azzarderebbe ad attraversare la foresta: gli animali feroci e gli spiriti dei morti non perdonano gli intrusi; e dall’altra parte della valle, sono le montagne a proteggerci. Non abbiamo nulla da temere: combattete la vostra guerra lontano da noi, sul vostro territorio.”
“Stolti! Pazzi!” urlò Galedh.
Eamon, più diplomatico, riprese: “Voi non avete idea! Fjodor ha costruito armi molto potenti, può radere al suolo l’intera foresta con fiamme alte come castelli!”
“Gli spiriti non glielo permetteranno!” disse Oloap “Essi ci proteggono, non gli lasceranno compiere un tale scempio.”
“Purtroppo le vostre credenze non serviranno a fermarlo. Fjodor è un sanguinario, non si fermerà davanti alle tombe dei vostri cari solo per portare rispetto.”
Ylor prese la parola: “Ma perché l’esercito delle Terre Rosse dovrebbe passare proprio per la nostra valle? C’è anche il fiume di mezzo, è molto difficoltoso attraversarlo. È molto più semplice passare per le montagne, anche se il terreno è impervio.”
“Giovane, le Terre Rosse sono un deserto. Il più grande deserto del mondo conosciuto. Fjodor vuole impossessarsi del fiume e deviarlo per irrigare le sue dune. O peggio ancora, potrebbe decidere di conquistare la vostra valle per rimanerci: sareste tutti fatti schiavi. Pensateci bene. Inoltre, ora che avete costruito il ponte, Fjodor potrà usarlo per invadere più facilmente il reame.”
La risposta di Eamon lasciò attimi di sgomento e incertezza tra i partecipanti all’assemblea. Avevano sempre vissuto in pace, disinteressandosi del mondo al di fuori della valle; adesso però il pericolo era concreto e la loro terra minacciata.
Oloap si riscosse: “E dunque, quali sono le vostre richieste? Cosa volete da noi?”
“Dovete giurare fedeltà al Celeste Re Yuklad, mettere la vostra terra al servizio del Regno e concedere il passaggio al nostro esercito. Non vogliamo che, una volta conquistata la valle, Fjodor attacchi anche il Regno Celeste” disse Eamon.
“E in cambio, cosa ci offrite?”
“La nostra protezione, è ovvio! Chi vi difenderà dalle armate dell’imperatore, altrimenti? I vostri morti?!” intervenne Galedh.
“Non provare ad offendere i nostri antenati!” tuonò Werry, un vecchio contadino.
Eamon disse: “Se Fjodor distruggerà la foresta, non avrete più nessuna protezione. Gli spiriti dei morti saranno sconvolti dallo scempio fatto sui loro corpi.”
Oloap prese la parola, interrompendo il mormorio che si era diffuso nella stanza: “Io credo che lord Eamon abbia ragione, riguardo agli spiriti degli antenati e alla foresta. Ma allora io chiedo: che intenzioni avete? Volete voi invadere la nostra valle col vostro esercito? E come pensate di fermare i nemici?”
Eamon gli rispose: ”Il nostro esercito dovrà passare per la valle: cercheremo di avere rispetto per la vostra terra. Dovremo attraversare la foresta, per cogliere di sorpresa le armate nemiche, quindi ci serve una garanzia di protezione: non vogliamo essere decimati dalla furia del bosco.”
Galedh fece una smorfia e un grugnito di disprezzo: come poteva Eamon credere a quelle fandonie sui fantasmi dei contadini morti?
“Sua maestà re Yuklad non ha sete di conquiste, ma vuole solo difendere il suo popolo. Non vi imporrà tasse o altre forme di controllo: saprà ricompensarvi a dovere” concluse Eamon.
Infine Oloap: “Abbiamo ascoltato. Ora dovremo ritirarci per decidere.”
Immediatamente il consiglio si sciolse: Eamon e Galedh rimasero da soli nella stanza, mentre il capo-villaggio, seguito dagli anziani e da Ylor, uscì, lanciò uno sguardo alla folla di abitanti frementi in attesa fuori dalla Casa, e si diresse verso il bosco, percorrendo il ponte.

Ai piedi della cascata - parte 3

di Lorenzo Perego
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Dopo una mezz’ora, il gruppetto ritornò. Oloap salì su un masso, mentre gli abitanti e i due cavalieri si disposero ad ascoltarlo: “Amici!” disse “Oggi è un giorno triste per tutti noi: la tranquillità delle nostre case è stata scossa. Ma questo è nulla in confronto alle difficoltà che ci attendono nel futuro. La guerra incombe su di noi, la nostra libertà è messa in pericolo. Abbiamo pertanto deciso di accettare la proposta dei nobili cavalieri, e concedere loro di attraversare la nostra sacra foresta con tutto il loro esercito, in cambio della protezione contro il nemico delle Terre Rosse.”
Si levarono subito mormorii tra la folla, molti non capivano nemmeno di cosa stesse parlando il capo-villaggio, ma alcuni anziani si affrettarono a spiegare la situazione. I cavalieri avevano un’aria soddisfatta, e subito si avvicinarono a Oloap per stringergli la mano e ringraziarlo.
Ylor cercò Anele tra la gente, e le raccontò tutto ciò che era successo. Gli abitanti della valle erano divisi: alcuni perplessi, altri a favore della decisione del consiglio.
L’indomani mattina, lord Eamon e sir Galedh si congedarono con la promessa di tornare entro due settimane con tutto l’esercito del Regno, e si misero in viaggio verso il valico.
Dieci giorni dopo, le montagne brulicavano di una grande fiumana indistinta che si muoveva verso valle. Quando l’esercito arrivò al villaggio, gli abitanti si fermarono meravigliati e sbigottiti: le armate di re Yuklad potevano contare su cinquemila cavalieri, con cavalli maestosi e bardati riccamente, ventimila tra arcieri e balestrieri e ottantamila fanti con lance e spade; tutti portavano, sopra l’armatura, corpetti azzurri finemente ricamati con lo stemma del regno. Inoltre, c’erano un gran numero di carri, scudieri, medici e funzionari al seguito dei soldati. Era uno spettacolo stupefacente. Molti abitanti del villaggio non credevano nemmeno che potesse esistere una così grande moltitudine di uomini in tutto il mondo.
L’esercito arrestò la sua marcia prima di entrare fra le case e le fattorie, aprendosi nel mezzo per formare un corridoio, lungo il quale si fecero avanti due cavalieri conosciuti e un terzo uomo: l’anziano personaggio che seguiva lord Eamon e sir Galedh portava un vellutato mantello celeste sopra l’armatura, e il suo capo era cinto da una corona metallica, semplice, senza oro né gemme. Il suo sguardo emanava tranquillità e saggezza; molti rimasero a fissarlo a bocca aperta.
Oloap, che lo attendeva in mezzo al semicerchio formato dai suoi compaesani, ebbe l’impulso di inginocchiarsi ai suoi piedi, quando l’ebbe davanti, ma il re scese rapido da cavallo e lo trattenne, posandogli una mano sulla spalla: “Io e il reame che rappresento siamo onorati di fare la conoscenza di questa valle e dei suoi gentili e ospitali abitanti.”
Il capo-villaggio non sapeva cosa dire, ma fu il sovrano a prendere di nuovo la parola, rivolgendosi ai paesani: “Siamo grati a tutti voi per averci voluto concedere la vostra amicizia e alleanza. La guerra che ci aspetta decreterà la pace e la libertà di noi tutti, oppure la nostra schiavitù. Chiunque del villaggio volesse unirsi al nostro esercito, sarà ben accetto, equipaggiato e addestrato. E ora sistemiamoci e condividiamo queste giornate di riposo prima della battaglia.”
Subito i militari sciolsero i ranghi e si diedero da fare per preparare l’accampamento e la cena per tutti, con l’aiuto degli abitanti: molti strinsero subito amicizia, altri rimasero indifferenti o diffidanti, ma il clima fu di generale collaborazione e allegria.
Oloap, finalmente riscossosi dallo stupore, intrattenne fitte conversazioni col re, ansioso di conoscere e trovare le risposte a molte domande che si erano formate nella sua testa; Ylor era sempre vicino a lui, ascoltando le parole di Yuklad e provando già una forte attrazione e ammirazione per quel personaggio.
Quella notte, mentre il villaggio dormiva e si sentivano solo le grida di alcuni soldati ubriachi che giocavano nelle loro tende, Ylor e Anele si incontrarono nel loro posto preferito, la piscina della cascata. Era stata una giornata stancante per entrambi, e rimasero abbracciati nell’acqua a riposare per parecchio tempo, prima che il giovane dicesse: “Anele, ho deciso di unirmi all’esercito del re.”
La ragazza rimase attonita, guardandolo con incredulità, poi disse: “Ma come? Che cosa ti è preso? Non eri proprio tu che diffidavi dei militari? E poi, non puoi partire per la guerra! Ti rendi conto di cosa significa? Mi lascerai qui al villaggio, da sola, in pena per te, senza sapere se tornerai da me oppure no! Ti rendi conto che potresti morire? Sai cosa significa questo?”. Il suo viso si contorse lentamente con tristezza e disperazione, e le lacrime iniziarono a bagnarle le guance arrossate.
Ylor cercò di non commuoversi, ma dovette lottare contro l’emozione per riuscire a risponderle: “Sono consapevole di tutto questo, amore mio. Ma da questa guerra dipende il nostro futuro. Siamo sempre stati un popolo pacifico e ripudiamo le violenze, ma se perdiamo contro Fjodor non ci sarà più neanche una valle dove potremo abitare, o peggio ancora potremmo essere tutti resi schiavi o uccisi. Non voglio che accada questo, e soprattutto non voglio che accada a te!”
“Smettila di fare l’eroe!” gridò Anele “Possiamo fuggire, scappare oltre le montagne, nelle terre del regno, solo io e te, e vivere tranquilli. Non andare a farti ammazzare! Non hai mai preso in mano un’arma: come pensi di poter affrontare una guerra?”
“Hai ragione sono inesperto, ma cercherò di imparare il più possibile in questi giorni. Neanche io voglio perderti, piccola. Non voglio fuggire, non voglio lasciare la nostra terra. Per quanto possa essere bello e accogliente il mondo esterno, da nessuna parte troveremmo un posto come la nostra valle, senza corruzione, senza odio, senza delitti e senza prepotenze. Mi batterò per far sì che tutto questo rimanga per sempre nostro.”
Le lacrime iniziarono a bagnare anche il viso di Ylor, mentre Anele scoppiò in un pianto a dirotto e si gettò tra le sue braccia, non sapendo cosa pensare. Sentiva il suo immenso amore dalle sue parole, ma aveva troppa paura: senza di lui, la sua vita avrebbe perso di significato.
Rimasero abbracciati a lungo, finché si addormentarono uno vicino all’altra.
La mattina dopo, quando si svegliarono, si fissarono a lungo, poi Anele baciò il suo amore con dolcezza e gli diede una carezza; Ylor la ringraziò baciandole le mani. Senza bisogno di parole, lei gli aveva concesso di fare ciò che credeva meglio, mentre lui le aveva promesso di tornare sano e salvo per riabbracciarla. Tornarono al villaggio mano nella mano, in silenzio.
Ylor si presentò da lord Eamon, che stava raccogliendo le reclute: parecchi erano i giovani e gli adulti che si volevano unire ai soldati, chi per meraviglia, chi per orgoglio, chi perché attratto da questa nuova possibilità, chi per motivi molto simili a quelli di Ylor.
Eamon lo riconobbe subito e, dopo aver scambiato alcune parole, lo indirizzò al campo di addestramento. Gli diedero una corazza, uno scudo, una lancia e una spada lucente. Gli spiegarono varie tattiche di combattimento: l’uso della lancia per fermare le cariche della cavalleria avversaria, le tecniche di spada, come parare i colpi delle curve scimitarre nemiche, come usare lo scudo di legno per riparasi dalle frecce.
Gli insegnarono persino a combattere con due armi insieme, nel caso ne avesse presa un’altra da un cadavere sul campo di battaglia. I militari che lo addestravano erano molto esperti, non usavano mezzi termini, andavano al sodo e non tralasciavano particolari.
Nel frattempo, il re illustrava al Consiglio riunito i piani e le possibili disposizioni per la battaglia: tutti gli anziani, compreso Oloap, naturalmente non sapevano nulla di tattica militare, ma il re fu molto soddisfatto di poter mettere al loro servizio la sua abilità di stratega per istruirli, così come aveva appreso in gioventù, quando frequentava la scuola militare.
Nei momenti di riposo, tuttavia, il sovrano si dimostrava anche un uomo estremamente colto, e passava molto tempo nella biblioteca insieme a Oloap. La maggior parte dei volumi non erano conosciuti al di fuori della valle, quindi il capo-villaggio chiamò spesso Ylor per trovare risposte alle curiosità di Yuklad: il giovane si sentiva a suo agio a parlare con il sovrano, il quale cominciava a nutrire una certa curiosità per questo ragazzo, così diverso da come lui si aspettava potesse essere l’abitante di una valle di contadini.
E venne il giorno della partenza.

Ai piedi della cascata - parte 4

di Lorenzo Perego

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Nonostante il sole fosse alto e splendente nel cielo, gli animi erano preoccupati, agitati.
Re Yuklad prese la parola, rivolgendosi al suo maestoso esercito, che ora comprendeva anche Ylor e altri abitanti del villaggio: “Miei soldati, amici miei! Questi saranno giorni dolorosi per tutti noi, ma saranno anche giorni di coraggio e di forza, di virtù e di amore per la nostra libertà. A noi si sono uniti anche molti uomini valorosi che vogliono battersi per la loro terra: accogliamoli con gioia e sconfiggiamo insieme questo terribile nemico che ci aspetta. Che gli dei siano con noi oggi!”
Yuklad lanciò un grido, dall’alto del suo destriero: l’immenso esercito rispose con una sola voce e un boato terribile scosse le fondamenta stesse della valle.
Si fecero quindi avanti gli anziani del villaggio e iniziarono a cantilenare parole incomprensibili per i soldati. Dopo qualche minuto si riscossero dallo stato di trance in cui erano caduti, e annunciarono: “Ora avete la nostra protezione, e quella dei nostri cari antenati che dimorano nella foresta. Essi vi lasceranno passare indenni e vi proteggeranno dai pericoli che incontrerete.”
I militari si guardarono un po’ increduli.
Il re fece un gesto di ringraziamento col capo, in direzione di Oloap, poi urlò: “In marcia!” e il fiume di uomini si mise in cammino, attraversando il ponte, verso la vecchia foresta.
Ylor faceva parte della fanteria, come tutte le nuove reclute; indossava una corazza leggera, un elmo semplice, portava come armi una lunga lancia in mano e una spada nella cintura, nell’altra mano reggeva uno scudo tondo di legno. Si mise in marcia insieme agli altri e, voltandosi indietro, l’ultima cosa che vide furono gli occhi di Anele che lo fissavano senza lacrime. Poi lo sguardo si spostò sul suo polso, dov’era annodato un fazzoletto rosso che la sua amata gli aveva dato, per essere sempre con lui durante lo scontro.

La foresta si apriva minacciosa e cupa davanti al re che marciava in testa all’esercito. Le armate avrebbero avuto difficoltà a passare per lo stretto sentiero, quindi dovettero formare dei ranghi più ridotti. Mentre camminavano, gli uomini del regno sentivano attorno a loro rumori strani, sinistri: ululati, ruggiti di belve, presenze minacciose, il tutto immerso nell’oscurità profonda del bosco.
Solo Ylor e gli altri abitanti sembravano non avere nessuna paura, anzi pareva quasi che stessero parlando con degli invisibili fantasmi, mentre tutti li fissavano con terrore ancora maggiore.
Persino il sovrano si sentiva inquieto, mentre avanzava tra rami e foglie, tronchi massicci e fruscianti chiome, che sarebbero state verdi se ci fosse stata un po’ di luce; alcuni avevano addirittura acceso delle torce per rischiarare il cammino, ma continue folate di vento le spegnevano, tra la paura dei soldati e i volti quasi divertiti di Ylor e dei suoi compagni.
Finalmente si intravide una luce in fondo al sentiero, la tanto attesa uscita dalla foresta: appena fuori, i militari ringraziarono a voce alta tutti gli dei di cui conoscevano il nome, mentre gli uomini della valle sembravano sempre più ridenti di fronte a quello strano comportamento dell’esercito.
La traversata del bosco era tuttavia durata parecchio, gli uomini erano stanchi e il sole stava già per tramontare. Re Yuklad ordinò di accamparsi per la notte, mentre in lontananza si vedeva il fumo dei villaggi incendiati al passaggio delle armate di Fjodor, l’imperatore delle Terre Rosse.
Pochi parlarono quella sera, mangiarono tutti con poca voglia ed ebbero sonni agitati: il giorno seguente ci sarebbe stata la battaglia, nessuno poteva stare tranquillo.

All’alba tutto il campo fu svegliato al suono delle trombe degli uomini di guardia. Continuava ad esserci un silenzio irreale tra le truppe, che in poco tempo furono pronte per riprendere il cammino.
Marciarono un paio d’ore, prima di giungere alla grande piana dove i due eserciti si sarebbero scontrati. I nemici avanzavano lasciandosi dietro una riconoscibile scia di fiamme, fumo e morti, finché si videro spuntare all’altro capo della pianura. Il sole stava salendo piano e illuminava le scintillanti corazze dell’esercito del Regno Celeste, ordinato e silenzioso con lo sguardo rivolto agli avversari, che si avvicinavano chiassosi e coperti di cupe armature, gridando insulti alla volta di re Yuklad e dei suoi uomini.
Un cavaliere con un’armatura nera, un elmo con l’effigie di un drago colorato di rosso e un mantello immenso e scuro come la notte, si fece largo tra gli uomini delle Terre Rosse; cavalcava un animale che molti nel Regno Celeste non avevano mai visto: una sorta di dinosauro possente, grande come due cavalli, che lanciava acuti stridii e ruggiti in continuazione.
Il cavaliere lanciò un grido così disumano che i soldati di Yuklad rabbrividirono, mentre tra le armate delle Terre Rosse ci fu finalmente silenzio.
Il cavaliere si tolse il maestoso elmo e tutto il suo esercito si prostrò in ginocchio, poi si volse verso i suoi nemici e parlò, e la sua voce rimbombò fastidiosamente nelle orecchie di tutti: “Salute, Yuklad, sovrano ancora per poco di terre verdi, rigogliose e appetitose. Davvero commovente il tuo esercito di bravi bambini disciplinati e ordinati! E quell’ammasso di contadini straccioni che ti porti dietro?! Ah, capisco, hai voluto portare la cena alla mia docile cavalcatura! Ah ah ah ah ah!”.
Mentre questa risata spettrale risuonava nella piana, l’uomo dai lunghi capelli corvini e con il volto solcato da feroci cicatrici, accarezzò la bestia che lo portava, la quale lanciò un orrido ruggito.
Lo sguardo di re Yuklad era fermo e duro, mentre i suoi uomini rabbrividivano di terrore. Ylor era impaurito e ammaliato allo stesso tempo da quella creatura, che mai avrebbe immaginato potesse esistere.
Il sovrano parlò: “Interpreti molto bene il ruolo che più ti si addice, Fjodor: quello dello sbruffone esaltato. Non ti servirà a nulla. I miei uomini liberi ricacceranno te e il tuo esercito di schiavi da dove siete venuti. Non ci fanno paura uomini e creature assoggettate con la forza al tuo spregevole volere. Oggi sarai sconfitto, Fjodor!”
E appena ebbe finito di parlare, si levò il grido del suo esercito: i mercenari di Fjodor, stupiti, indietreggiarono.
“Carogne! Cosa pensate di fare?” si voltò ad ammonirli l’imperatore “Avete forse dimenticato che siete vivi solo grazie a me? Avete scordato forse chi è il vostro imperatore?”
L’esercito delle Terre Rosse, ancora più impaurito, guardò gli avversari ringhiando minaccioso.
Fjodor li incitò: “Avanti animali! Oggi dovete massacrarli tutti! Volete conquistarvi o no una vita migliore?”. Un urlo scomposto e fragoroso gli rispose.
Yuklad si voltò verso i suoi e disse semplicemente: “Facciamoci onore, miei soldati”.
E tutt’a un tratto incominciò.
Gli arcieri del Regno tesero le corde dei loro archi e scoccarono alte nel cielo le loro frecce; quando ricaddero, dalla moltitudine avversaria si alzarono parecchie grida di dolore: molti erano stati colpiti e gemevano riversi a terra.
Fjodor non lasciò passare un attimo e diede subito l’ordine: i suoi arcieri lanciarono migliaia di frecce, cui era stato appiccato il fuoco con delle torce. Le schiere di Yuklad si ripararono subito, con gli scudi sopra la testa. Ylor fermò un dardo, ma si accorse che il suo scudo di legno aveva preso fuoco, così dovette lasciarlo cadere, mentre intorno a lui vide molti dei suoi compagni contadini della valle, che giacevano a terra trafitti: l’inesperienza e la paura li avevano traditi subito.
Senza un momento per respirare, la battaglia stava già entrando nel vivo: ci furono squilli di tromba e da entrambi gli schieramenti partirono i cavalieri al galoppo, mentre la terra tremava sotto i colpi degli zoccoli dei cavalli, lanciati con forza verso lo scontro. Ylor fissò a bocca aperta il momento dell’impatto tra le due cavallerie, udendo un botto di ferraglia che cozzava contro altro metallo. Era una scena spaventosa: si vedevano destrieri volare letteralmente per aria, con ancora in sella i soldati; si sentivano risuonare colpi di spade sugli scudi e sulle corazze, e i morti si contavano anche a centinaia di metri di distanza.
Il re diede ordine ai cavalieri di ritirarsi, e quelli indietreggiarono inseguiti dai nemici. Ylor pensò che si stesse mettendo male, se Yuklad richiamava i suoi uomini, e inoltre i soldati a cavallo di Fjodor stavano avvicinandosi… Ma quando la cavalleria del Regno Celeste si mise in salvo dietro l’esercito, le prime file di fanti avanzarono tenendo in mano lance lunghissime, di circa quattro metri: i cavalieri avversari, lanciati al galoppo, furono colti di sorpresa e decimati contro quella barriera di punte affilate. I rimanenti si ritirarono in tutta fretta.
Fjodor fece una smorfia all’udire il gridò di gioia proveniente dall’esercito nemico, poi con un gesto fece partire la fanteria alla carica.
Ylor li guardò mentre correvano con aggressività, e si accorse che gli stavano tremando le gambe. Allora chiuse gli occhi e pensò intensamente, pensò al viso di Anele, alle sue parole, a ciò che le aveva promesso – di tornare da lei sano e salvo – poi guardò il fazzoletto rosso avvolto al suo polso, strinse con forza l’elsa della spada, fissò la carica nemica e si mise a correre contro di essa con un grido, insieme a tutti gli altri soldati a piedi.

Ai piedi della cascata - parte 5

di Lorenzo Perego

- 5 -

La mischia era di una violenza che Ylor non avrebbe mai immaginato. Si udivano i colpi metallici delle spade, le grida dei combattenti, urla di dolore di uomini feriti. Il ragazzo era atterrito a guardare teste mozzate, braccia e gambe insanguinate, petti squarciati: si era come isolato, in trance, non sentiva più neanche i rumori della battaglia ora. Poi qualcosa lo spinse e lo riportò alla realtà: era il cadavere di Seloim, un uomo del villaggio, che lo fissava adesso con gli occhi sbarrati e pieni di morte.
Ylor si guardò intorno, scorse un nemico in cerca di un avversario, e si gettò su di lui con tutta la sua rabbia. Il mercenario non riuscì ad alzare l’arma, che Ylor già l’aveva trafitto all’altezza dello stomaco, facendolo stramazzare in un lago di sangue. Il giovane rimase per qualche istante a contemplare il suo primo omicidio.
Ma non c’era tempo per pensare: la guerra infuriava e altri nemici gli corsero incontro.
Ylor condusse duelli serrati, pur essendo in difficoltà poiché non aveva più lo scudo, bruciato dalle frecce incendiarie. Uccise ancora tre avversari, poi gli si avvicinò un essere spaventoso: era ben più alto di lui, e ciò significa che superava abbondantemente i due metri, era grosso come il tronco di una quercia, con una barba rossiccia unta e sporca, teneva in mano una mazza che ad occhio e croce avrebbe potuto pesare una cinquantina di chili. A Ylor si mozzò il respiro.
Il colpo lo colse di sorpresa: non si aspettava una tale velocità da quell’energumeno.
Il giovane fu scaraventato a qualche metro di distanza, mentre sentiva chiaramente che le ossa del braccio destro erano tutte frantumate, un dolore immenso lo stava pervadendo, lottava per non svenire. Il gigante si avvicinò facendo tremare il suolo. Ringhiò mentre alzava l’arma per dare l’ultimo colpo a Ylor, che faticava a capire cosa stesse succedendo, talmente la mazzata precedente l’aveva disorientato. Non ebbe il tempo di pensare che stava per morire; il colpo partì…e si infranse con un rumore metallico. Ylor si riebbe giusto in tempo per vedere sir Galedh, accompagnato da un altro guerriero più giovane: l’avevano riparato dal terribile fendente con due scudi metallici grandi come porte, che ora erano contorti e inservibili.
Galedh e altri soldati sopraggiunti attaccarono in massa l’enorme guerriero, che riusciva a dar loro parecchio filo da torcere.
L’altro giovane si era invece avvicinato a Ylor: “Tutto bene? Stavi per non mantenere la promessa…”
Aveva una nota di commozione nella voce, Ylor non capì subito, poi il compagno si tolse l’elmo: una fluente chioma castana accarezzò il volto del ferito. Anele lo baciò piano.
“Mio Dio, cosa ci fai tu qui?”
“Non potevo starti così lontana, non ce l’avrei mai fatta, volevo proteggerti.”
“Ma…tu non sai combattere!”
“Beh, diciamo che ho preso qualche lezione di nascosto” sorrise “Ma ti spiego tutto dopo. Ora dobbiamo andarcene da questo inferno, sei ferito. Riesci ad alzarti?”
“Credo di sì…”
Ylor si issò aiutato dalla ragazza. Insieme lasciarono il campo di battaglia cercando di evitare le mischie più accese.
Arrivarono nella retroguardia del loro esercito ed Anele affidò Ylor al medico.
Giusto in tempo per vedere la seconda ondata di cavalieri, con in testa re Yuklad in persona, che si lanciava sul campo e spazzava via o metteva in fuga i pochi avversari rimasti.
Quindi tutti rabbrividirono: Fjodor era arrivato in mezzo a loro a cavallo della sua orribile bestia. Aveva ammazzato alcuni soldati che avevano tentato di contrastarlo, e ora si avvicinava al re.
Ylor e Anele non sentivano quello che si dicevano i due sovrani, ma videro che si formò un cerchio attorno a loro due mentre combattevano: ci furono scambi veloci, colpi forti e sguardi minacciosi. Anche le due cavalcature sembravano volersi scannare a vicenda.
Ad un tratto, Yuklad si fermò gridando qualcosa e puntò la spada verso Fjodor.
Un fulmine squarciò il cielo con una boato, colpì la spada del re e si proiettò addosso all’imperatore e al suo dinosauro, scaraventandoli sul terreno, vivi ma impossibilitati a continuare la sfida.
L’esercito delle Terre Rosse era ormai in rotta e si stava disperdendo. I soldati celesti cercarono di catturare quanti più nemici possibile; anche Fjodor e l’animale furono incatenati.
La battaglia era finita, l’Esercito Celeste aveva trionfato e una gioia immensa stava percorrendo i sopravvissuti.
Ylor e Anele si strinsero forte la mano e rimasero vicini, senza mai separarsi fino al ritorno a casa.

Il villaggio accolse con gioia infinita l’esercito che tornava vincitore e i soldati si fermarono, sfiniti e affamati, per condividere ancora qualche momento di allegria con gli abitanti della valle, così ospitali.
Ylor e Anele andarono immediatamente a tuffarsi nella loro piscina sul fiume: il ragazzo si sentiva davvero rilassato, dopo essersi levato l’opprimente armatura. Gli sembrava addirittura che il braccio fasciato e steccato avesse smesso di dolergli. Anele aprì la bocca per parlare e raccontare al suo amore come avesse fatto ad infiltrarsi nell’esercito di Yuklad.
Ylor la guardò e le fece cenno di non dire nulla, che non ce n’era bisogno; poi si avvicinò e le sussurrò all’orecchio: “Grazie per avermi salvato la vita! Sarò tuo per sempre…” e poi le fece una proposta strana, inattesa, ma quando tornò a guardarla, lei era felicissima e gli saltò al collo.
E si addormentarono così, abbracciati nell’acqua e felici.

Una settimana dopo, l’esercito era pronto per tornare a casa. Oloap prese la parola: “Voglio ringraziare coloro che hanno salvato la nostra terra dall’invasione e dalla distruzione. Da oggi, gli abitanti del Regno Celeste potranno passare senza problemi sulle nostre terre, a patto che le rispettino e non cerchino di fare prepotenze su noi abitanti. Inoltre, doneremo una piccola parte dei nostri prodotti al re ogni anno, per fargli sentire quanto ci consideriamo a lui vicini, e per ricordagli sempre del nostro piccolo villaggio. Saremo amici e alleati finché non sopraggiunga qualche imprevisto che potrebbe cambiare la situazione!”
Gli abitanti sembravano tornati tutti d’accordo ed esultarono felici dopo questo discorso.
Re Yuklad replicò: “Anche noi, amici, vi siamo fortemente riconoscenti per l’aiuto che ci avete dato. Vi proteggeremo da qualunque pericolo vi minaccerà. Spero inoltre che molti di voi siano ora incuriositi dal mondo al di fuori della valle, e vorranno allietarci con qualche visita nel nostro reame.”
Disse questo cercando con gli occhi Ylor tra la folla.
Seguirono altre grida festanti, poi una voce chiese: “Che fine faranno i prigionieri?”
Yuklad riprese: “Ad essi e al loro imperatore Fjodor sarà garantita la possibilità di sperimentare la vita nella pace e nell’impegno sociale, come succede nel Regno Celeste; persino l’orrenda bestia ha avuto la nostra pietà. Noi non crediamo nelle punizioni crudeli, quali l’uccisione dei prigionieri o la loro detenzione a vita. Sono metodi crudeli e inutili a far capire ad un individuo i suoi sbagli.”
Nessuno si aspettava tanta saggezza da un uomo che viveva al di fuori della valle. Si levarono altre grida gioiose e tutti si ringraziarono e si salutarono. Anele e Ylor dissero addio ai militari con cui avevano combattuto.
La colonna marciante si mise in cammino e dopo poco tempo la si poté vedere scalare la montagna, come un lungo serpente di uomini in fila ordinata. Qualcuno nella valle sentiva già un vuoto dentro, come se qualcosa di importante fosse sparito, dopo aver significato tanto.

Passarono i mesi e tutti ritornarono alle loro attività. Era anche stato eletto un nuovo capo-villaggio, l’artigiano Metlee. Il braccio di Ylor era guarito e la riabilitazione l’aveva quasi riportato al vigore originario, così un giorno… Lui ed Anele si presentarono davanti ai loro genitori dicendo: “Abbiamo deciso di uscire dalla valle, di fare un viaggio nelle terre al di là dei monti!”
Lo sbigottimento iniziale si trasformò in voci preoccupate: “No, non fatelo! È pericoloso, non sapete cosa vi attende!”
“Non importa, vogliamo seguire l’invito di re Yuklad, benché in realtà fosse una decisione già presa in precedenza. Non preoccupatevi, torneremo presto e vi racconteremo ogni cosa che vedremo!”
“Sì, mamma” disse Anele “non avere paura. Papà, tu lo sai che di noi ti puoi fidare.”
“È vero” rispose Oloap “cercate però di prestare attenzione, e imparate più cose possibili, così quando tornerete potrete arricchire la valle con nuove conoscenze.”
“Andate, ma tornate presto!” dissero in coro gli altri adulti.
“Grazie! Grazie davvero!” Ylor ed Anele non stavano più nella pelle. Erano felicissimi e volevano solo partire ora, alla scoperta di tutto un mondo nuovo, forse terribile, forse stupendo, ma sapevano che, se fossero rimasti vicini, avrebbero superato ogni ostacolo senza perdersi mai d’animo.
Così iniziarono a preparare i bagagli. Anele chiese stupita: “Ma come? Non ti porti neanche un libro?”
“No! Ormai li ho letti tutti! Voglio leggere qualcosa di nuovo nel Regno Celeste!”
Il giorno della partenza, tutto il villaggio venne a salutare quei due giovani coraggiosi che per primi lasciavano il loro luogo di nascita per scoprire l’ignoto fuori della valle. C’erano anche i soliti ragazzi invidiosi, perché ancora una volta Ylor ed Anele avevano fatto qualcosa d’importante prima di loro.
I due innamorati salutarono commossi tutti quanti, abbracciarono i parenti e promisero di tornare entro sei mesi. Dissero ancora di non preoccuparsi, che non sarebbe accaduto nulla di grave.
Infine, partirono, cavalcando un destriero, uno di quelli che i soldati avevano lasciato in regalo prima di andarsene.
Quando furono in cima al monte, sul passo, si fermarono e si voltarono. Poi si diedero un bacio intenso, sorrisero e ripartirono.
Negli occhi avevano la loro cascata, e nelle orecchie il suono della sua acqua che cadeva rombando.

"Amorosa follia" di Leila Mascano

di Leila Mascano

I fratelli Bini erano probabilmente fra gli scapoli più ambiti della città. Figli di un ingegnere famoso, nipoti di un armatore, abitavano in una magnifica villa in collina, circondata da un parco che era piuttosto un orto botanico. Ricchi dunque, ricchissimi, e non solo: ma anche brillanti, amanti del buon vivere, sportivi, ottimi cavallerizzi…Ma tutto questo passava in second’ordine di fronte al loro aspetto. I fratelli Bini infatti erano tutti di una conclamata, solenne, sfacciata prestanza fisica. Esuberanti di temperamento, amantissimi delle donne, si trovarono qualche volta in situazioni pericolose, che sfociarorono una o due volte addirittura in un duello. Di tutti loro Enrico, il più giovane, era quello che maggiormente faceva breccia nei cuori femminili. Ci son uomini che al loro solo apparire provocano nelle signore tempeste ormonali non di poco conto, ed Enrico era tra quelli. Dalla mamma irlandese aveva preso gli occhi verdi, il resto dall’Apollo del Belvedere. Si narra anche di un prodigio avvenuto grazie a lui: la figlia quindicenne di una lontana parente, che nonostante complicati pellegrinaggi alle terme ( allora certi disagi si curavano così ) non si decideva a “diventar signorina” come si sussurrava sottovoce con delicato eufemismo, entrata per disavventura nella stanza di Enrico lo vide che si cambiava in tutta la sua svelata bellezza. La bimba, ché tale era ancora, subito si avvide del miracolo che stava per operarsi in lei, perché il suo grido: Santa Madonna! che ne testimoniava la devozione, fu udito riecheggiare per tutto l’enorme corridoio: e poiché lo stupefatto Enrico, quale Diana sorpresa al bagno s’era immobilizzato, né pensava di celare i suoi gioielli all’estatica contemplazione della fanciulla, la suddetta fu trascinata via di peso dall’inverecondo spettacolo mentre in un soprassalto di buonsenso lo scultoreo Enrico si drappeggiava con un accappatoio. Neppure un’ora dopo una fuga della ex bimba nel bagno segnalò che più che le terme aveva potuto la vista delle abbondanti grazie di Enrico ed ora anch’ella era una giovinetta come tutte le altre, in grado di dar preoccupazioni alla mamma.
Col tempo purtroppo gli scapoli cedettero agli strali dell’amore, o del buonsenso: stanchi di duelli e fughe notturne uno dopo l’altro nella cappella di famiglia dissero i loro fatali sì, che poi spesso furono dei ni, ma questa è un’altra storia.
L’unico che resisteva era l’ambitissimo ( ora più che mai ) Enrico. Gran viaggiatore, era tornato da un viaggio in Oriente ( allora si diceva così )con una deliziosa scimmietta, piena di vezzi e moine con lui, ma di pessimo carattere, pronta a mostrare i dentini e a fare smorfiette a chiunque la contrastasse. Piccola poco più di uno dei pugni del suo proprietario, che in verità li aveva proporzionati al resto, indossava una specie di cappellino a tamburello rosso o verde,decorato di piccole medaglie, con un giubbetto in tinta, né disdegnava minuscoli braccialetti d’oro ai polsi e alle caviglie. O son polsi tutt’e quattro nelle bertucce? Viaggiava sulla spalla del padrone, che a sua volta viaggiava su una Hispano-Suiza candida come il suo completo e i quattro levrieri che si portava dietro. Inutile dire che le sue uscite sulla più bella collina del mondo non passavano inosservate.
I levrieri detestavano Pastiche, la scimmietta, ma non osavano molto, perché la piccola arpia era protetta dall’amato padrone: speravano di beccarla sola per farne un grazioso scendiletto di pelliccia, ma questo non avvenne mai. Pastiche faceva loro smorfie orrende e soffiava, ma non si avventurava mai da sola, essendo furba appunto come una bertuccia. Enrico l’adorava: si spingeva a sbucciarle la frutta, a riceverne i baci, a farla dormire nel suo letto a baldacchino, l’antico letto di famiglia dove era perfino morto un papa, e che faceva dire per scherzo alle cameriere: “ Signorino Enrico, se morite di notte basterà solo attaccare al letto dodici cavalli e siete pronto! “ Egli sorrideva e faceva un piccolo gesto distratto, discreto quanto scaramantico, che testimonava il suo amore per la vita. Durante un rigido inverno in cui Pastiche si raffreddò e si ammalò, il giovane cinico che aveva detto ad un’amante in lacrime: “ Ti uccidi? Non mi riguarda, la vita è tua! “ si sciolse in lacrime implorando il medico subito chiamato ( Macché veterinario! Voglio un medico! Un medico “vero!” ) di guarire al più presto l’adorabile inferma e vegliando personalmente l’amata per tre giorni e tre notti, col fiato sospeso fino a che l’adorata non si riprese “dalla bua brutta brutta” gettandogli le braccine al collo. Così la città stupefatta vide anche una scimmia in pelliccia, perché così decretò il padrone: insufficiente la scimmiesca pelliccetta, ce ne voleva una di visone!!!
Ma le belle favole sono destinate a finire…anche Enrico si innamorò. Come spesso accade, un solo amore ( quello per la scimmia ) non gli parve abbastanza. Siamo propensi, visto il tipo, a credere ad un capriccio fatale. Inestinguibile sete: la bella astuta fu torre e fortezza, e fu giocoforza fidanzarsi. Gran preparativi ci furono per il gran giorno: tutta la famiglia nel salone a dare il benvenuto agli ospiti, e mentre Enrico trepido timidamente dava un fraterno bacio sulla guancia della promessa, un proiettile si catapultò sulla fortunata piantandole una chiostra di minuti e acuminatissimi dentini sul collo. L’acuto della fanciulla fu degno di Lina Cavalieri, e la famiglia fece da coro. La scimmietta sembrava moltiplicarsi per dieci, venti, cento, e ovunque piantava i denti e le unghiette artigliate: soffiando e gridando difendeva da quei barbari il suo territorio e il suo amore! Ce ne fu per tutti: chi nel polpaccio e chi nei lombi, nessuno scampò a quei morsi: invano Enrico gridava con inutile autorità alla diletta ( scimmia, non fidanzata ) di calmarsi e all’amata ( fidanzata, non scimmia ) di placarsi ( costei aveva dei notevolissimi polmoni, chi l’avrebbe detto! ) insomma si creò una vera casa chiusa ( a quei tempi si diceva casino? chissà ) mentre Pastiche, passata come un turbine nella sala da pranzo, tirava giù la preziosa tovaglia con annessi e connessi, compresi dei preziosissimi vasi di Capodimonte, dono personale della regina alla nonna, di grandissima bruttezza ( i vasi, la nonna no, era un bel pezzo di figliola nei suoi verdi anni, ed anche dopo non fu da buttar via, come testimoniano i ritratti ). Inseguita da una folla impazzita ( ospiti ospitanti, ospiti ospitati, servitù e vari ed eventuali ) la scimmia si rifugiò in biblioteca e dall’alto delle librerie si dette a bersagliare gli inseguitori con diversi volumi dei piani alti, che squadernandosi si rivelarono un’imbarazzante illustrazione per la fidanzata dei gusti sofisticati del futuro sposo, o dei parenti di lui, trattandosi perlopiù di raffinate opere illustrate d’un genere molto particolare, che di solito non si vede in giro. Questo determinò un certo sgomento nella parte maschile degli inseguitori, che a quel punto voleva trascinare via le signore, le quali come la famosa quindicenne non ne volevano sapere, anzi…
Insomma la scimmia impazzita provocò un vero uragano, e quindi il padre della promessa urlò: “ La si abbatta! “ “ Un corno!” urlò Enrico, tanto per ristabilire l’ordine. I due per poco non vennero alle mani. Alla fine fu chiamato il medico.( Medico! Non veterinario! ) Fu un bene, perché ci fu da medicare un bel po’ di glutei in quella che la servitù maliziosa chiamò La domenica delle Terga, sia quelle delle “morsicature” che quelle dei tomi illustrati.
Poi, solo, il Coraggioso Medico entrò nella biblioteca.
Silenzio. Cosa si dissero i due non si seppe mai. La scimmia, col cappellino di traverso, il musetto arricciato, gli occhi lacrimosi, si fece portare via docilmente in braccio dal dottore . (“ Niente abbattere, scherziamo? La terrò io in osservazione. Me ne assumo la responsabilità.”)
Enrico, temporaneamente riconciliato con suocero e fidanzata, vide andar via Pastiche fiera nell’umiliazione dell’esilio con le lacrime agli occhi.
L’osservazione del medico durò quindici anni, un bel record per Pastiche prima di raggiungere il Paradiso delle scimmie. Quel giorno il dottore se la portò nello studio, le servì latte, miele e biscotti e le disse pensoso: “Quando fui invitato dai genitori di Camillo alla festa di fidanzamento di lui con una smorfiosa insopportabile l’avrei presa a morsi sul collo, come hai fatto tu. Eh, sì, la gelosia fa impazzire, piccola mia, ma io ero già un medico: alle prime armi, ma medico! Ora Camillo finge di conoscermi appena, ma so d’essere rimasto nel suo cuore, come lui è rimasto nel mio…Ma tranquilla, Pastiche! Io ti vorrò bene sempre, e in questa casa certissimamente di smorfiose non ne entreranno mai…” Provata dalla tempestosa giornata, Pastiche dorme già, una delle manine abbandonata con fiducia in quella del dottore. Non sarà il grande amore, ma si stimeranno e si vorranno bene. E’ più di quel che accade ai più.

"La figlia del guerriero" di Massimo Tessitori

di Massimo Tessitori

Personaggi:
Danaail'el (protagonista)
Atar'el (madre)
Leon'clot'os (padre)
Kadetik'os (fratello maggiore)
Pitl'inos (fratello minore)
Lior'el (sorellina piccola)
Matsuk'is (guerriero)
Leeb'el (istruttrice guerriera)

La figlia del guerriero

Chi vedesse Ashasvir per la prima volta non capirebbe perché è considerata una città. Ciò che potrebbe descrivere, piuttosto, sarebbe una campagna ondulata, punteggiata di edifici sparsi: casupole di contadini, quelle più vicine ai campi coltivati; case signorili, quelle vaste e cinte da muri.
Altri edifici, più raggruppati, gli sarebbero difficili da interpretare: le piramidi di pietra che si profilano in distanza potrebbero sembrare templi, mentre quei complessi vasti, circondati da mura, gli ricorderebbero caserme, o collegi. Certo non penserebbe a definirli Giardini.

Una bambina di dieci anni ha appena lasciato uno di questi luoghi, salutando il portiere con un inchino marziale, e si è incamminata a piedi scalzi attraverso i prati, dove piccole greggi di pecore stanno brucando.
La fascia arancione in vita, come pure i simboli e le orlature del suo kimono, la identificano come un’Allieva Guerriera del Giardino dei Due Soli.

Anche oggi sarebbe una splendida giornata, pensa triste Danaail'el. Come ieri. Deve significare qualcosa, se mio padre è morto in un giorno così. Ma cosa?

Risale il dolce pendio, assorta nei suoi pensieri. I suoi sensi acutissimi possono percepire ogni dettaglio del panorama nitido, ogni odore, ogni fruscio dei fiori, dell’erba e dei mille esseri, grandi o invisibili, che condividono con lei questo luogo che sembra di pace.
Giunta alla sommità dell’altura, vede una villa signorile a un piano, dalla leggera ed elegante struttura di legno e con diafane finestre chiuse da riquadri di carta oleata. Eccola laggiù, la casa della sua infanzia. Sono tre anni che vi manca.
Mille ricordi la assalgono mentre scende piano il pendio, salutata con deferenza da due pastori che ricambia con cortese condiscendenza, come suo dovere.

Lei smise di essere considerata una bambina a sette anni d’età, quando dovette lasciare la famiglia ed entrare nel Giardino dei Due Soli per essere istruita, come si conviene ad una figlia e discendente di guerrieri.
Si vergogna ancora a pensare come reagì quel giorno davanti agli inviati venuti a prenderla: si nascose piangente dietro sua madre Atar'el, fece piangere anche il fratellino Pitl'inos, che si afferrò a lei, e la sorellina Lior'el, che ancora gattonava . Osò perfino aggrapparsi, supplicante, alla veste di suo padre Leon'clot'os.
Lui la squadrò con occhi lampeggianti di sdegno.
Ricorda ancora le sue parole, una per una: ‘Figlia, non farmi vergognare! Sei nata per essere una Guerriera. Non mi aspetto di meno, da te. Ora vai, fai il tuo dovere, e non tornare finché non sarai una perfetta Guerriera, forte e dura come l’acciaio della mia spada’.
Stordita da queste parole severe, la piccola seguì i due inviati fino al Giardino.
Deve essere passata per forza sotto all’alta colonna di pietra che reggeva due soli di oro lucente, ma non ne ha più memoria. Forse non la vide neppure, gli occhi bassi a terra, chiusa nei suoi pensieri.
A malapena ricorda, ora, di aver passato i grandi portoni laccati che si aprirono davanti a loro, o la sua prima vista dei viali del cortile affiancati da cipressi. Ricorda, questo sì, quando entrò nella costruzione bassa del dormitorio, una delle tante che contornavano un complesso centrale di edifici simili a palestre. Ricorda che, da dentro questi, risuonavano ordini urlati e un cozzo di spade di legno.
La condussero a una brandina in una grande camerata, dove restò apatica e quasi immobile, piangendo dentro di sé la fine della sua infanzia, della tenerezza di sua madre, dei giochi con il suo fratellino.
Eppure, le frasi con le quali il padre la congedò stavano già scavando qualcosa nella sua anima e, in quelle prime ore di solitudine e disperazione, presero il posto degli altri pensieri.
La mattina seguente, alla sveglia, balzò in piedi immediatamente con le altre Allieve, senza più esitazione. Si impegnò a fondo in ogni cosa, ripetendosi le parole di suo Padre ogni volta che qualche ricordo della sua vita di prima le sfiorava la mente.
Sopportò senza un lamento l’addestramento alle privazioni: cibo, riposo, acqua, ogni forma di affetto o di minima comodità. All’inizio doveva stringere i denti, poi neanche questo servì più, e infine nessuno dei suoi muscoli, dei suoi sguardi, delle sue posture lasciò più trasparire alcunché potesse essere interpretato come un segno di sofferenza.
Nei momenti più difficili, Danaail'el si ripeté le parole che aveva fatto sue: ‘Una perfetta Guerriera, forte e dura come l’acciaio della mia spada’.
Dopo l’addestramento di resistenza alle privazioni, iniziò la vera istruzione: esercizi fisici e mentali, l’uso delle armi e l’interiorizzazione del Codice d’Onore dei Guerrieri, che, attraverso mille letture, mille esercizi, mille prove si instillò in ogni suo pensiero e ogni sua azione.

Camminando immersa nei ricordi, Danaail'el è ormai arrivata quasi al portone della casa della sua infanzia. Si ferma un attimo a guardarla, il bel tetto a pagoda di legno dipinto di rosso scuro e rosa salmone, i muri di cinta intonacati di bianco.
Però tutto appare più piccolo di una volta. Non le sembra più il vasto castello che ricordava.
Lei è cresciuta, in tre anni. La sua prospettiva è cambiata.

Si accorge dei due occhi che la guardano attraverso lo spioncino del portone. Sente il suo cuore accelerare i battiti quando riconosce lo sguardo di sua madre, Atar'el.
Infatti, eccola lì che appare quando il battente laccato di rosso scuro viene aperto da un servo.
“Danaail'el! Cara!”.
“Madre!”. Cosa dovrebbe fare per essere una brava figlia, e al tempo stesso una perfetta Guerriera? Nessuno glielo ha mai insegnato. Si avvicina, cercando di trattenere la sua emozione, e si genuflette ai piedi di Atar'el.
“Ma cosa fai, figlia mia?”. La prende per una mano e se la porta al cuore. “Tre anni che non ci vediamo, e sei capace solo di inginocchiarti, come davanti a un Anziano?”.
Danaail'el le stringe le mani, un po’ rigida. Dentro di sé, sente come un fuoco che dal centro del petto si propaga in tutti i visceri e non lascia posto per il suo respiro.
Prima che possa trovare delle parole per rispondere, un bambino si affianca alla madre.
Pitl'inos!
Il suo fratellino minore grida: “Danaail'el!”, e le viene incontro abbracciandola, con gli occhi lucidi.
Mentre gli appoggia la guancia sul capo, lei sente il bruciore estendesi ai suoi occhi; la gola, ribelle, le rende ancora più difficile prendere fiato.
‘Una perfetta Guerriera, forte e dura come l’acciaio della mia spada’, si ripete automaticamente, e il momento di debolezza finisce.
Guarda il fratellino con contegno. “Pitl'inos, stai diventando un ometto. Tra qualche mese, anche tu seguirai le nostre tracce”.
Il bambino la guarda sconcertato, come se non la riconoscesse.
Danaail'el avverte d’improvviso una sensazione di dejà vu: in passato ha vissuto una scena molto simile, ma da tutt’altro punto di vista.

Era un bel giorno terso, come oggi, ma più di tre anni fa. Aspettavano il ritorno a casa di suo fratello maggiore Kadetik'os, dopo tre anni dalla partenza per il Giardino del Drago Lucente.
Danaail'el aveva sofferto molto per la partenza del suo fratellone, il suo primo e più rimpianto compagno di giochi. Lo ricordava un po’ grassoccio, e immensamente affettuoso. Da piccola lo chiamava ‘mobbido’, e lui ne rideva. La mamma veniva vicino a suggerirle che la parola giusta era ‘tenero’, o ‘affettuoso’, ma lei continuava imperterrita a chiamarlo così.
Quel giorno, Danaail'el andò ad aspettare il ritorno di Kadetik'os fremendo d’impazienza sul portone, accanto a sua mamma.
Quando il servo aprì, però, lei si ritrovò davanti a una persona quasi sconosciuta.
Nel kimono inamidato e impreziosito da insegne c’era un piccolo adulto che non aveva più traccia dell’antica pinguedine, né, soprattutto, dell’antica dolcezza. Si presentò con un profondo inchino alla madre, e parlò con formale deferenza, come a gente rispettata ma appena conosciuta.
Dopo poche occhiate, Danaail'el fu sgomenta di scoprire che il fratellone ‘mobbido’ con cui aveva diviso la sua prima infanzia non esisteva più.
Sopportò quella giornata senza riuscire a nascondere la sua delusione, rimuginando che un luogo che trasformava un bambino affettuoso in uno sconosciuto gelido non poteva essere buono.
Ora, negli occhi del piccolo Pitl'inos, Danaail'el riconosce lo stesso suo sconcerto di tre anni prima, e forse ora sa anche cosa provò Kadetik'os.

Una bambina sui quattro anni viene vicino alla mamma. Il viso è arrossato e i movimenti sono lenti e stanchi, come quelli di chi ha pianto molto.
Danaail'el cerca di ricordare se, a quattro anni, lei conoscesse già il significato della parola ‘morte’.
Le chiede: “E tu, sei Lior'el?”.
La bambina annuisce, un po’ disorientata, accostando il visino al vestito della mamma per cercare protezione e calore.
“Lior'el, quando me ne sono andata, tu avevi appena iniziato a muovere i primi passi”.
Atar'el sorride, accarezzando la testa alla piccola. “Pitl'inos le è stato un ottimo compagno di giochi, come tu lo sei stata per lui”.
Il bambino si acciglia. “Parli già al passato anche di me, mamma? Mancano ancora tre mesi a quando dovrò partire!”.
Atar'el gli sfiora il viso. “Siamo qui per commemorare il passato, tesoro”. Fa un gesto di invito a Danaail'el: “Cara, non stiamo sul portone”.
L’Allieva Guerriera entra, guardando il cortile ordinato, le siepi fiorite, i cipressi e gli alberi di pesco. Non nota grossi cambiamenti, solo le sembra che tutto sia un po’ più ristretto di come lo ricordava.

Quando torna a guardare verso il portico che circonda l’abitazione, vede anche lui. Kadetik'os!
Suo fratello maggiore, con le insegne del Giardino del Drago Lucente, esce dall’ombra e la attende marziale all’ingresso. “Danaail'el!”.
“Kadetik'os!”. Si avvicina, guarda ammirata i distintivi, la fascia marrone attorno alla vita, il fisico forte e marziale. Quando incontrò il nuovo Kadetik'os, tre anni prima, le sembrò un alieno, ma ora si vergogna di quel suo giudizio infantile. ‘Forte e duro come l’acciaio della mia spada…’
“Fratello… quasi assomigli a Lui!”, dice, con un profondo inchino.
Anche lui ricambia l’inchino, anche se un po’ meno profondamente. “Nostro Padre era un Guerriero glorioso, e il mio più profondo desiderio è di esserne all’altezza, da grande. Ma ora ho solo tredici anni”.
Danaail'el si è già pentita delle sue parole non meditate. “Scusami. Ho parlato senza intenzione di adularti o di sottovalutarLo”.
“Lo so”, annuisce Kadetik'os. “Vieni dentro, nostro Padre è qui”. Poi indica in distanza. “Tra poco, Lo porteranno al Colle degli Eroi”.
Danaail'el segue l’indicazione, socchiudendo le palpebre per poter guardare controluce. Alla sommità di una rupe, stagliati contro il cielo azzurro, distingue alcuni minuscoli puntini che lei immagina essere pire funebri. Le conta. “Sei… sette? Ma cosa è successo?”.
Atar'el le fa un cenno verso l’ingresso della casa. “Abbiamo un ospite al quale voglio presentarti, e che potrà risponderti meglio di noi”.

Danaail'el varca l’ingresso con il cuore in gola, riconoscendo l’odore della morte tra i fumi dell’incenso e delle erbe.
Al centro del soggiorno, su una tavola coperta dai lenzuoli più belli, c’è Lui.
Fatti forza, Danaail'el! Dura e forte come l’acciaio della mia spada, si ripete.
Si avvicina, cercando di soffocare l’emozione.
Il corpo è pallido, esangue, ma sembra intatto. L’espressione del viso non è più severa. Non come quando la guardò quell’ultima volta.
Padre, Ti ho dedicato ogni giorno, ogni pensiero di questi lunghi anni. Tutto quello che sto facendo è per Te. E la Tua promessa di rivederci? Come hai potuto lasciarmi prima che potessi completare ciò che Tu stesso mi hai imposto?

Una pacata voce d’uomo la distoglie dai suoi pensieri. “Danaail'el, ho sentito la tua domanda. Posso risponderti io, perché ero presente”.
Lei si volta sorpresa. In un angolo della stanza c’è, in piedi, un Guerriero sui trent’anni, con una lunga medicazione sul viso e sul braccio sinistro, le insegne bianche del lutto e uno sguardo di dignitosa sofferenza.
Lei si inchina con rispetto. “Perdonatemi, sono entrata senza vedervi”.
L’uomo ricambia con cortesia condiscendente.
La madre si affretta a presentarli. “Valoroso Matsuk'is, questa è mia figlia Danaail'el. Cara, Matsuk'is faceva parte del gruppo di dieci Guerrieri comandati da tuo padre”.
“Onorata”. La ragazza rinnova il suo profondo inchino.
Matsuk'is riprende: “Tuo padre Leon'clot'os si è comportato con grande valore anche nella morte, come nella vita. Io sono onoratissimo di averlo avuto come mio Comandante. Mancherà a tutti noi. Ma oggi Leon'clot'os entrerà nel Paradiso dei Giusti assieme agli altri sei compagni caduti con lui, e voi dovete esserne orgogliosi. Sono morti tutti per proteggere dei villaggi da predoni senza onore. Molta gente umile, d’ora in poi, dovrà la sua sicurezza al loro sacrificio”.
“Grazie per le tue parole, valoroso Matsuk'is”, gli dice Atar'el, con una voce che cerca di nascondere un groppo alla gola. “Ti prego, racconta a tutti i miei… i suoi figli come è morto il nostro amato Leon'clot'os”.
Il Guerriero annuisce. “Alcuni villaggi erano stati più volte depredati da malfattori che avevano trovato rifugio sul monte Horgos. Quei senza onore avevano ferito, ucciso, stu… avevano fatto ogni sorta di nefandezze verso quei poveri contadini. Già in due occasioni eravamo andati a cercarli, ma quei vigliacchi erano sempre riusciti a sfuggirci. Conoscevano bene il territorio, certo avranno avuto anche sentinelle ben appostate e segnali convenzionali. L’ultima volta, dopo due fallimenti, abbiamo cambiato tattica. Ci siamo fatti consigliare da abili cacciatori. Abbiamo brunito le nostre armi e rivestito con iuta ogni parte dell’equipaggiamento che avrebbe potuto fare rumore. Appena pronti, ci siamo avvicinati al monte di notte, di soppiatto, indossando cappucci scuri a coprire il viso e indumenti mimetici sopra le vesti da Guerrieri. Entrati nei boschi, noi stessi ci siamo nascosti e divisi in gruppi di due, ed abbiamo sorvegliato per giorni tutti i passaggi possibili verso valle. Finché ieri notte uno dei nostri, appostato su un sentiero, è riuscito ad individuare la banda dei rinnegati che scendevano a valle per una qualche razzia, e ha richiamato tutti noi imitando il verso della civetta. Pochi minuti dopo eravamo tutti riuniti sulle loro tracce. Avremmo potuto tendergli un’imboscata sulla via del ritorno, ma Leon'clot'os ha deciso che non potevamo permettere l’uccisione di altri innocenti. Quindi li abbiamo seguiti a passo rapido”. Lo sguardo di Matsuk'is si perde sul viso immobile del suo comandante, tradendo un’emozione intensa. “Una volta raggiunti i banditi, abbiamo intimato loro di difendersi, come nel nostro Codice d’Onore. In tutta risposta, il loro capo si è presentato, e ha dichiarato di voler sfidare Leon'clot'os a un duello individuale. Lui ha accettato, com’era doveroso, e si è fatto avanti per combattere con la spada, mentre noi arretravamo per lasciare campo libero”. Scuote il viso, una smorfia amara sulla bocca. “Era un tranello: inaspettatamente, assieme al capo, molti altri predoni balzarono contro di lui. In un attimo ne abbatté due con la spada, poi, ferito da un arciere, fu sopraffatto dagli altri”.
Danaail'el deglutisce, ancora più rattristata: non è stata la luce radiosa del sole a congedare suo Padre da questo mondo, ma le tenebre infide e l’amarezza del tradimento.
Matsuk'is continua, con il viso e le mani contratte: “In pochi secondi anche noi ci siamo fatti avanti, ma nel frattempo alcuni predoni avevano già lasciato il gruppo, con l’aiuto dell’oscurità, e ci hanno preso alle spalle. Il combattimento è stato lungo e sanguinoso, ma abbiamo abbattuto tutti quei rinnegati”. Abbassa il viso e la voce, come se si vergognasse. “Alla fine, io e i miei due compagni sopravvissuti siamo stati avvantaggiati dagli indumenti e cappucci scuri che avevamo indosso: gli altri Guerrieri si erano scoperti il capo, o indossavano vesti mimetiche più chiare, adatte solo durante il giorno”.
Un mugolio sommesso di bambina sottolinea il breve silenzio.
“Alle prime luci dell’alba, a terra abbiamo contato ventuno tra morti e moribondi, di cui sette erano nostri compagni”. Il Guerriero scuote la testa, triste. “Non è stata una bella vittoria. Non solo perché ci è costata troppo cara. Ci ha lasciato l’amaro in bocca, colpire degli avversari senza che ci vedessero in viso”. Sospira, cercando di assolversi: “Certo, andava comunque fatto; quei criminali avevano già ucciso troppi innocenti”.
Atar'el annuisce triste, accarezzando la piccola Lior'el che piange sommessamente. “Grazie per la tua sincerità, Matsuk'is. Nessuna persona di buon senso oserà mai insinuare che tu ed i tuoi compagni abbiate agito male”.
Il Guerriero guarda la bambina. La sua voce tradisce un groppo alla gola. “Sei una donna coraggiosa, Atar'el. Riesci a infondere coraggio e dignità, in questo momento, anche nei tuoi figli più piccoli”.
L’espressione di lei è indefinibile, mentre stringe a sé la bimba. “Se solo potessi fare di più….”.

Il suono di un campanello interrompe le riflessioni. “Questi devono essere i suoi compagni”, dice Atar'el.
Danaail'el si alza, fa un inchino di scusa e si dirige fuori, verso il portoncino.
Un servo ha già aperto, e un Guerriero bardato con dei paramenti bianchi fa strada a un gruppo di sei, che sorreggono una barella candida come i loro mantelli.
L’uomo guarda Danaail'el, chinandosi in segno di saluto e di condoglianza. “Il tempo è arrivato. Siamo venuti per accompagnare Leon'clot'os per l’ultima volta”.
“Grazie di essere qui. Seguitemi”. Danaail'el guida il drappello verso l’atrio della casa. Sulla porta appaiono Atar'el ed Kadetik'os, che si chinano e lasciano strada.
Danaail'el preferisce restare fuori del locale, ormai troppo affollato.

Il portico. E’ stato lì che suo padre le disse le parole lapidarie che hanno forgiato la sua nuova vita.
E’ stato anche il posto dal quale, molte volte, lo salutava mentre lui partiva, maestoso con le sue armi e il suo equipaggiamento, verso qualche missione di giustizia.
Quando era bambina, chiedeva spesso a sua mamma dove andava papà, quando lo vedeva uscire armato ed equipaggiato per delle missioni che potevano tenerlo lontano anche per intere settimane.
‘Lui va a difendere della povera gente che non può farlo da sola’, rispondeva lei rassicurante.
‘Difenderla contro chi?’
‘Contro uomini cattivi’.
Danaail'el rimaneva sgomenta a questa risposta. Il suo visino si distorceva in smorfie di preoccupazione. ‘Ma, mamma, se anche i cattivi hanno una spada, papà non… non..”.
La madre la rassicurava: ‘Tuo padre è un guerriero molto abile. Tornerà sempre’.
Le prime volte, ciò riuscì a sopire le paure della bambina, ma lei tornava a porre questa domanda ogni volta che lo vedeva partire armato, e con sempre più insistenza.
Finché, un giorno, la madre ritenne che fosse pronta per una risposta diversa: “Cara, l’onore di un Guerriero gli impone di accettare dei rischi per una buona causa”.
La bimba tremò, non più rasserenata da quella che aveva già intuito essere una bugia pietosa.
La madre la guardò negli occhi, consapevole dell’importanza di quella risposta. Decise di essere sincera fino in fondo, e si accosciò per guardarla bene in viso. ‘Danaail'el, tutti devono morire, prima o poi. Anche io. Anche tu’.
A queste parole, lei sentì gli occhi bruciarle. ‘Non voglio! Papà dovrebbe restare con noi’.
‘Ma non è così brutto’, si affrettò ad aggiungere la mamma. ‘Si soffre solo un momento. Dopo, tutti quelli che hanno vissuto onorevolmente si ritrovano nel Paradiso dei Giusti, dove non ci sono cattivi, e le spade non servono più’. La accarezzò. ‘Lì i tuoi nonni aspettano di rivederci, quando il destino vorrà’.
Danaail'el, persa, guardò attorno a sé: i fratellini, il suo cane, la loro famiglia solida e serena. Poi i suoi occhi tornarono su quelli della mamma, e infine si abbassarono a terra, rattristati e gonfi.
‘I bimbi dei contadini sono più fortunati di noi, allora?’.
Atar'el, ferita, esitò prima di rispondere. ‘Non dico che nascere nella casta dei Guerrieri sia una fortuna. Di certo è un onore. E comunque è una scelta del destino, non nostra’. Rifletté ancora un attimo. ‘Danaail'el, il giorno della nostra morte è già stato scritto. Ma ricorda: il coraggioso muore una volta sola, il vile è come se morisse ogni giorno’.
Era una risposta dura da accettare per una bambina. Rimase a lungo in silenzio.
Sua mamma la accarezzò ancora. ‘Vieni, Danaail'el. Giochiamo un po’ con Iplitis’. Fece qualche passo verso il bambino che, sotto il portico, cercava di insegnare a gattonare alla piccola Lior'el, invero con poco successo: la pupattola, pancia a terra, agitava le braccine, facendo versetti di soddisfazione.
Danaail'el non si mosse. D’un tratto si rese conto che troppe spiegazioni vertevano se una parola che non le era mai stata chiarita. ‘Mamma, cos’è l’Onore?’.
Atar'el si voltò, sorpresa, poi cercò le parole adatte:‘E’ qualcosa che dice come deve agire un uomo giusto’.
‘E cosa dice?’.
‘Poche cose molto importanti, cara. Per esempio, che la sua forza deve essere usata per il bene di tutti. In particolare, di chi non è capace di difendersi da solo. E’ proprio quello che tuo padre sta andando a fare’.
Danaail'el, a occhi bassi, fece un grosso sospiro, ripensando alla prospettiva di poterlo perdere per sempre. ‘E poi? Cos’altro?’.
‘Per esempio, che un Guerriero non deve sfoggiare la propria forza per intimidire una persona onesta’.
Danaail'el annuì.
Atar'el ci pensò un attimo. Tutte queste cose le erano state inculcate al Giardino più di dodici anni prima e facevano parte del suo essere, ma spiegarle chiaramente dopo tanti anni… ‘Che deve rispettare anche il suo nemico’, citò a memoria.
Questo stupì Danaail'el. ‘Ma i nemici non sono gli uomini cattivi?’.
La mamma si sforzò di ricucire una spiegazione plausibile: “Ssì… ecco, il Guerriero deve impedire ai cattivi di fare del male ad altri, ma non deve fare ai cattivi più male di quello che serva. Non deve ingannarli. Non deve ucciderli senza dargli la possibilità di arrendersi o combattere”.
Vedendo la smorfia di preoccupazione della figlia, Atar'el cercò di sviare: “ Ah, un’altra cosa: non devi dire bugie. Le persone d’Onore non hanno neppure bisogno di promettere: ogni loro parola ha il valore di un giuramento’.
La bambina annuì. Questo è facile da capire. ‘E poi?’.
‘Si deve essere onesti con sé stessi’.
A queste parole, Danaail'el la guardò a occhi spalancati. Sapeva bene cosa significa essere onesti con gli altri, ma… ‘Onesti con sé stessi? Cosa vuole dire?’.
‘Vuol dire, non inventare bugie per convincere sé stessi che cose che sentiamo sbagliate dentro di noi siano invece giuste’.
Danaail'el scosse la testa. Non riusciva, e non riesce a tutt’oggi, a immaginarsi come si possa mentire a sé stessi.

La voce del fratello Kadetik'os richiama la sua attenzione: “Danaail'el, mettiamoci in coda dietro il feretro”.
Mentre il drappello vestito di bianco esce solennemente recando in spalla la portantina con il corpo di Leon'clot'os, i familiari si dispongono per venirgli dietro.
Appena fuori dal cortile, molte decine di persone stanno aspettando di unirsi alla processione.
Con sorpresa, Danaail'el riconosce Leeb'el, una prestigiosa Istruttrice del Giardino dei Due Soli. La Guerriera dallo strano viso quasi felino e dai lunghi capelli bianchi ricambia il suo sguardo.

Poco dopo, quando la processione si avvia con un sommesso scalpiccio, Leeb'el si accosta a lei.
La ragazzina si inchina profondamente. “Onorevole Maestra…” .
“Ascolta, Danaail'el. So che non vedevi tuo padre da tre anni”.
La ragazzina annuisce. “Ti rendo grazie, a nome Suo, di essere venuta a recarGli l’ultimo saluto”.
“Non potevo mancare! Io e tuo padre eravamo amici, oltre che compagni di casta. Abbiamo svolto diverse missioni assieme, e una volta mi ha salvato la vita”.
“…”.
“Volevo dirti due cose. Anche se non lo vedevi da anni, lui si è sempre interessato a te. Si è tenuto costantemente informato sui tuoi progressi, e sono felice di avergli potuto dire quanto bene tu ti sia riscattata dalle difficoltà dei primi giorni”.
Danaail'el si adombra leggermente. “Era il minimo che potessi fare per cancellare quella vergogna”.
“Il minimo?”. Leeb'el scuote il viso. “No, Danaail'el. In tutto quello su cui ti abbiamo messa alla prova, tu hai raggiunto il massimo. La più resistente, la più disciplinata, la più abile tra tutte le allieve del tuo anno!”.
“Solo il mio dovere…”, si schermisce la ragazzina, cercando di non manifestare il suo imbarazzo.
“Voglio che tu sappia che, prima di partire per il suo ultimo viaggio, tuo padre era ben informato dei tuoi grandi risultati, ed era orgoglioso di te”.
“Grazie”. Questo è importante, per lei. Suo Padre non è morto pensandola ancora come una bambina frignona. E allora, perché ora si sente gli occhi più umidi?
“Un’altra cosa importante”, prosegue Leeb'el. “Come sai, tra quattro anni tu avrai finito il periodo minimo di addestramento di base, e come tutte le ragazze, potresti tornare a casa per farti una famiglia, se lo vorrai. Alle Allieve più promettenti, tuttavia, viene proposto di restare nel Giardino per approfondire l’addestramento, e diventare Guerriere di professione o Istruttrici”.
“Sì…”.
“Se deciderai di restare, io ti farò da Maestra. Ti insegnerò quanto potrò, e cercherò di farti sviluppare da sola quelle capacità che non si possono trasmettere. Lo devo a tuo padre, e lo devo a te per tutte le potenzialità che hai dimostrato!”.
“Grazie, Maestra Leeb'el. Per Lui era molto importante”. Per un attimo, lo sguardo della ragazzina si illumina, mentre risente le parole del Padre dentro di sé: ‘Sei nata per essere una Guerriera. Non mi aspetto di meno da mia figlia’.

Immersa in una tempesta di emozioni che non traspare all’esterno, Danaail'el continua il cammino come in un sogno. I cortei funebri degli altri Guerrieri caduti, la salita sulla Rupe degli Eroi, la deposizione sulle pire funebri già pronte…

“Danaail'el…”. La voce di suo fratello Kadetik'os la risveglia da quel torpore irreale.
“Dimmi…”.
“Vieni a rendere omaggio anche agli altri Guerrieri”.
Danaail'el annuisce, e lo segue accanto alle altre pire. Osserva il primo, un uomo alto, dalla faccia lunga e quadrata che esprime forza anche nel pallore della morte. “Questo era Onikr'os”, le suggerisce il fratello, inchinandosi doverosamente davanti alla salma.
Anche Danaail'el rispetta il rituale dell’inchino, poi passa a rendere omaggio agli altri cinque corpi prima di ritornare davanti a suo Padre per l’ultimo saluto.
Accanto al corpo, c’e ancora Atar'el, che accarezza delicatamente, con la punta delle dita, il viso freddo e ormai rigido che non rivedrà più, se non nei suoi ricordi, e il fratellino Pitl'inos, che lo osserva sgomento, quasi come se non capisse il perché di tutto questo. Pochi passi più in là, una zia tiene in braccio Lior'el, che guarda persa, per l’ultima volta, il papà toltole prima del tempo.

Danaail'el sente ancora quella commozione da dentro che le attanaglia la gola, quel bruciore agli occhi, quell’impulso a piegare il viso e piangere. Ma è solo un attimo. ‘Non tornare finché non sarai una perfetta Guerriera, forte e dura come l’acciaio della mia spada’, le dice quella voce da dentro, ed è la voce di suo Padre.

Ormai il cielo si tinge dei rosa del tramonto mentre il sole sta calando all’orizzonte.
Un profumo di pece copre l’odore della morte, e tutti si fanno indietro mentre il rituale sta per compiersi.
Un sacerdote avanza impugnando alta una torcia, mentre altri salmodiano una melodia funebre.
In pochi secondi, la prima pira viene avvolta dalle fiamme, seguita, in rapida successione, dalle altre sei. I corpi dei Guerrieri, tra le fiamme arancioni, appaiono solo come sagome scure e sempre più sottili.

Questo non è un addio, Padre. Non può essere questo, il rivederci per cui ho vissuto questi anni. Io non sono una Guerriera perfetta, sono solo ai miei primi passi. Proseguirò, diventerò come Tu mi hai sognata. Dedicherò la vita a questo, e Tu, dall’alto, sarai orgoglioso di me, finché un giorno ci incontreremo per sempre, da pari, nel Paradiso dei Giusti.

"La fuga" di Maurizio Verduchi

di Maurizio Verduchi

"la Fuga" pag.1

Preludio
La notte che Katja se ne andò me la ricordo ancora; era una di quelle notti di fine agosto quando l'estate ha perso la sua luminosità e ci molla un caldo umido e soffocante. In realtà nessuno pensava che se ne andasse sul serio; quella notte, probabilmente, nessuno pensava a lei, ai suoi figli, ai suoi gatti accaldati, al suo strano lavoro, alla sua mania per i libri e a quell'ultima, assurda, idea di parlare con Babbo Natale.
Nessuno ci pensava perchè lei era come l'aria, il fiume, i boschi, era quella parte della nostra vita essenziale che noti solo quando non c'è più. E dopo ti manca da morire....

Io
Il mio nome è Scotti, Luca Scotti... non c'è verso non suona come Bond, James Bond. Scusate, mi presento: come mi chiamo lo sapete, il resto ve lo dico io. Brillante studente liceale, laureato in lettere, indirizzo giornalistico, a pieni voti, un bel master di specializzazione e poi via verso il mio mestiere a volte duro, ma di grande soddisfazione. Del resto i miei amici e la mia famiglia mi hanno fatto volare: Repubblica, Il Corriere della Sera, El Pais, Il Times, Le Monde... a soli 27 anni...poi la realtà mi ha fatto atterrare. E va bene: lavoro al Cittadino, assegnato per ora, ma solo per poco, alla redazione locale Monza e Brianza. Il Direttore, tal Marco Crippa (mica Giorgio Bocca) non mi sopporta, non apprezza la mia formazione e le mie capacità. Non me lo dice apertamente ma la mia idea di cogliere Lui (si, Silvio) in fallo non gli piace, anche se, indubbiamente, Arcore è in Brianza. Quindi il simpatico Crippa mi trova una quantità di incarichi ridicoli: la sagra della carpa, il concorso Miss Adda, interviste ad improbabili Assessori di paesini con nomi che sembrano di fantasia… qualsiasi cosa pur di non farmi lavorare. Mi sembra di sentirlo: "Scotti, ma che cazzo pretendi! Sei in cronaca locale, fai articoli da cronaca locale! Ti prometto che se ammazzano qualcuno nei dintorni è tuo. Vai a lavorare vai". Il suo ultimo favoloso incarico è il motivo del mio viaggio: "Un'inchiesta, Scotti, sveglia! Ti do’ un'inchiesta come quelle dei tuoi giornalisti da manuale! Alza le chiappe e vai!"
Inchiesta! Mi manda in un paese dimenticato da Dio per scoprire perchè un'infermiera che lavora a Monza sia sparita di colpo: figurarsi, che inchiesta! Certo, qualcosa di curioso c'è: nessuno ha denunciato la scomparsa, si sono solo incuriositi e, anziché la polizia, hanno informato il corrispondente locale di stanza al bar del paese, penso, che ci ha mandato un pezzo talmente insulso che abbiamo dovuto riscriverlo. Altra cosa curiosa è che la casa, un villino alla periferia di.Tramontano sull'Adda, è a posto. Una vicina che aveva le chiavi per le emergenze è entrata e ha trovato tutto in ordine come se la Katja e i figli fossero partiti per una lunga vacanza. Però il pomeriggio prima li avevano visti o per lo meno così ricordavano: “Gente tranquilla, riservata, che non ti accorgevi se c'erano o no. Lei carina, chissà perchè poi era sola... i ragazzi tranquilli, a scuola un po’ sopra la media...No non ci viene in mente niente di particolare". Ma che bel quadro, una famigliola monoparentale (si dice così?) che vive in un posto da dieci anni, partecipa a tutte le cose normali che fanno le persone normali e nessuno se ne accorge più di tanto... o nascondono qualcosa? sta a vedere che quella bestia del Crippa mi ha dato una cosa interessante per una volta... Quanto manca? Che dice il navigatore? No, non svolto a sinistra, sono su una strada, ma insomma... va bene: spento. Mi fermo, chiedo. Katja, chiunque tu sia, dovunque tu sia finita, arrivo. Sei molto più di una donna: sei la mia occasione.

Strada
Il finestrino aperto che fa entrare l’aria afosa della notte estiva, l’autostrada deserta nella notte, il rumore soffuso del motore dell’auto che viaggia a velocità tranquilla (nessuna fretta, mica scappo) il respiro regolare dei bambini addormentati, il ronfare continuo dei gatti nelle due cucce da viaggio che si confonde col motore. Buio, luci, asfalto, notte… aspiro tutto quasi con voluttà…andare, lasciarsi dietro tutto. Poi vedremo. I bagagli pronti da tre giorni, fatti con cura e senza farsi notare da nessuno, l’annuncio ai bambini (“stasera si parte” “Evviva!” “Silenzio ragazzi: è una grande avventura segreta”), un mese di ferie (“Ma non si può…” “Eh no sono anni che tiro la carretta, io, ne ho proprio bisogno!”) Luci gialle, lo svincolo, il vetro grasso di puré di falene, pago, esco, la strada si stringe, qualche curva, devo cambiare. Tra un ronfo e l’altro quasi mi addormento…. (“Accidenti Katja le abbiamo spostate le prove del coro, si che ce l’ho il tuo numero, mi sono dimenticato, scusami ancora…”) ancora luci, case, poi la salita, il buio e il fresco degli alberi, adesso il cambiamento si sente…in un posto piccolo è più facile, avevo pensato, venti case, che ci vuole a inserirsi?…si vabbè faccio un po’ di strada, ma il posto è tranquillo, la casa carina, in città mica me la potrei permettere e poi c’è il fiume, grande, pigro, tranquillo… mi piace il fiume…niente, tutti carini e gentili, ma non ci vedono, come fossimo trasparenti, come non esistessimo veramente, ci dimenticano….ancora salire verso il fresco lontano dall’afa della pianura…. forse avrei dovuto lasciare un messaggio, ma che vuoi che gli importi. E poi Babbo Natale, il mio Babbo Natale personale, lo sa che sono partita e il pc c’è l’ho dietro…è un pensiero felice come Peter Pan. Forse stavolta riesco a volare.

Paese che vai…
Eccomi a Tramontano, la strada provinciale, la via d’ingresso al paese, una piazza con chiesa e bar, mi faccio coraggio e mi dico: “Luca sarai anche un giornalista del mondo globalizzato, ma qui domande e taccuino, niente palmare”. Trasformato in un reporter anni ’30 mi avvio a chiedere informazioni su Katja.
Mi avvio a passi decisi verso il bar quando mi sento trattenere per un braccio. Mi volto con lo sguardo deciso e i muscoli pronti a scattare e… non vedo nulla; abbasso lo sguardo dal mio metroeottantaquattro (ci tengo molto) e incontro lo sguardo di un’anziana signora sopra i 70 e sotto il metro e mezzo che mi stende con un: “Lei è il giornalista venuto per la Katja?”
Guardo sconcertato la Miss Marple brianzola e in pochi istanti analizzo la situazione: come ha capito che un ragazzo in jeans e lacoste che arriva con aria disinvolta seppur decisa è “il giornalista venuto per la Katja?” Passi il giornalista, lo so, sprizzo giornalismo da tutti i pori, ma come fa a sapere qual è la mia inchiesta? Mentre i miei neuroni rischiano il collasso, la voce petulante scioglie l’enigma “Sa il suo Direttore ha avvisato il Sindaco, erano compagni di scuola. Poi qua non arriva quasi mai nessuno”. Crippa malefico! Pensa che ho bisogno della balia…. Bè tanto vale cominciare a chiedere. Questo è stato il mio primo errore in questa inchiesta. In circa quarantotto minuti, dopo un aperitivo, un caffé e due acque minerali ho saputo sostanzialmente tutto quello che di curioso e piccante è successo a Tramontano negli ultimi quarant’anni, oltre a scoprire che “La Katja, graziosa, gentile, riservata, tiene tanto bene i bambini. Peccato che vada poco in Chiesa”. Nonna Iride mi ha distrutto; ho saputo di decine di infedeltà, furti, scorrettezze, anche qualche peccatuccio del parroco “Al Don Antonio piacciono troppo i soldini…” ma su Katja nulla, un’ombra. Ma è vera? Esausto punto su di un ristorante in cerca di ristoro e di interlocutori più sintetici, magari un cameriere o una bella cameriera, perché no? Che vanno e vengono e più di tanto non parlano. Maledetto Crippa poteva: mettere i manifesti.

Arrivo
Curva dopo curva salgo ancora nel verde…stanca da morire, ma se ricordo bene non manca molto…ecco le luci di Castelnovo né Monti ancora addormentato, lo attraverso e punto verso l’eremo. A metà percorso c’è una stradina sulla destra, mi inoltro per due-trecento metri….il buio si sta stingendo e a un certo punto lo vedo: un villino nei boschi colpito dal primo raggio di sole. N….apre gli occhi, guarda e trova le parole: “Mamma, ma è una fiaba?” Lo spero amore mio, lo spero proprio….

….risposte che trovi
Il ristorante è climatizzato. Si mangia bene, ma il cameriere riesce, con solo tre tavoli occupati e con dribbling degni del miglior Messi, a evitare ogni mio vago accenno di domanda. Non mi arrendo: pago e, brandendo il tesserino di giornalista come un’arma, intervisto il Sindaco (mi saluti tanto il Crippa), il droghiere, tre passanti, il farmacista, la vicina di casa della Katja, tre avventori alticci di un altro bar. Scopro che: “La Katja? graziosa, gentile, riservata, tiene tanto bene i bambini. Peccato che vada poco in Chiesa”. Non è un paese è un copia e incolla! Dato che se non sono bravo, almeno sono tenace, ottengo due foto dalla vicina (grazie Gloria), scopro che Katja è piccolina (unanime), ha begli occhi verdi (4 voti), azzurri (5 voti), sono un uomo sposato non guardo le altre (il droghiere e, stando alla miss Marple brianzola, il maniaco ufficiale di Tramontano), è scialba (1 voto), bruttina (2 voti), carina-normale (3 voti), non è bellissima ma ha un bel culo (3 voti, si gli alticci, in vino veritas) 1 astenuto (il droghiere). Sostanzialmente, approfondendo e analizzando il tutto, un bel niente. Mi avvio sconsolato alla macchina pensando che dovrò andare domani all’ambulatorio dove Katja lavora (è un’infermiera), quando dalla Chiesa vedo uscire una trentina di persone (una moltitudine stupefacente per Tramontano); mentre guardo accaldato e inebetito di fianco arrivano alcune risposte alle mie domande: era ora. “Quello è il coro del paese; ci cantava anche la Katja. Quello che esce è il maestro, ci parli che razza di giornalista è lei?” grazie Nonna Iride, non ci fossi tu. Mentre attraverso la piazza noto qualcosa di strano; avete mai visto un coro di dilettanti? Sono persone che fanno una cosa che li diverte e, per forza di cose, sono anche affiatati e spesso amici. Quindi quando escono si attardano a chiacchierare a gruppi, scherzano, si danno appuntamenti e cose del genere. Questi escono come una mandria di bufali e si disperdono in un attimo. Perché? Eseguo il diktat di Iride e fermo il maestro dall’aria sconsolata; stavolta è lui a guardarmi inebetito poi si scusa di essere un po’ distratto, ma la prova è stata un disastro. La settimana prossima devono cantare a Monza e sono regrediti di mesi; e lui, trent’anni di esperienza, non riesce a capire che succede. “La Katja un bel mezzo soprano, poi ama la musica. Sa che suona il pianoforte quasi da professionista?” Cazzo! Scusate ma finalmente la mia ombra assume un qualche contorno. Il Maestro si illumina “Stupidamente non l’abbiamo avvisata di un paio di spostamenti delle prove, ci sarà rimasta male poverina… Mi ha fatto venire in mente che, tra una cosa e l’altra, è la quarta prova che manca la Katja e che è da lì che abbiamo peggiorato. No, mica è la Callas, ma sa, nei gruppi c’è sempre qualcuno che tiene gli equilibri e lei, risevata quanto vuole, è sempre disponibile con tutti. Si, ci manca proprio la Katja per andare bene. Chissà dov’è finita? Se la trova la convinca a tornare, ci serve”. Con le speranze del coro di Tramontano sulle spalle mi avvio verso la redazione di Monza nel tramonto di fine estate.

"La Fuga" pag.2

Babbo Natale (1)

Verde, fresco, silenzio, natura, spazio sicuro per i bambini….mi piace, ne ho bisogno e non ho bisogno degli altri…più che altro loro non hanno bisogno di me. Il portatile, l’attacco del telefono, la connessione c’è, meno male! Lascio un messaggio: “Ciao, come diresti tu, ho preso il vento e sono partita. Non so se tornerò. Qui è stupendo ma non ci possiamo certo vivere. Però una pausa si. E tu al Polo Nord che fai? Tutta vita vero, il 24 dicembre è ancora lontano. Ciao a quando puoi”. Chissà quando la vedrà…Un po’ mi dispiace per il coro; lì mi sentivo con gli altri ma poi…me lo potevano anche dire, se non andavo bene non me ne sarei fatta un problema, ma le finte dimenticanze non le sopporto…..Cammino, un ruscello! Ma questo posto esiste o lo sto sognando?...Se Babbo Natale fosse qui con me…. Non so neanche che viso abbia…Sto sognando o impazzendo? Non so, però mi sento bene…

Burocrazia

Ufficio Personale della ASL della Katja. Qui il fatto di essere un giornalista mi sa che è un handicap. Avranno paura di una qualche inchiesta sulla sanità? Coraggio Luca! Inizio il mio giro di domande e, povero me, di uffici alcuni vuoti, “ sa è agosto, le ferie”. Al termine di almeno cinque estenuanti chilometri all’interno degli uffici scopro che Katja è in ferie. Neanche il progetto Manhattan era così ben protetto. Mezza mattinata per scoprire che una dipendente pubblica è andata in ferie ad agosto…. Congratulazioni, sei un genio! Certo, capisco che a Tramontano non succede mai nulla, ma qualcuno andrà pure in vacanza. Ancora una volta la fortuna mi viene incontro sotto le spoglie di un impiegata di nome Sandra, come leggo al di sopra di una interessante tetta destra: “La Katja non aveva mai preso più di due settimane, stavolta un mese intero; per la prima volta l’abbiamo vista un po’ arrabbiata perché il capo diceva che erano troppe; mi ha colpito perché lei è la persona più tranquilla che conosco”.
Un sentito ringraziamento a Sandra che mi ha fatto sentire un po’ meno scemo. Ho scoperto anche che, nonostante Brunetta, non è obbligatorio lasciare un recapito durante le vacanze; dove andremo a finire con tutta questa libertà.. Adesso il quadro è più chiaro: in sostanza non ci capisco niente, sembra tutto normale. Una risparmia per farsi una bella vacanza, prende le ferie e parte senza informare persone con le quali ha solo rapporti superficiali, fila tutto liscio come l’olio. Perché allora lì, alla base della nuca, sento il formicolio di quando le cose non vanno? Ho perso tempo, sono due giorni che non scrivo una riga, ma domani torno a Tramontano e raccolgo altre notizie e poi, a costo di farmi un milione di chilometri, trovo qualcuno che Katja l’ha vista passare. Se la sensazione che Katja è fuggita è giusta la devo cercare sulla direttrice nord sud; l’Italia è lunga e stretta non si scappa verso ovest come in America: o si va verso nord o verso sud.

Babbo Natale (2)

“Un giorno, in anticipo sul tuo stupore…” le parole di Fabrizio De Andrè echeggiavano nella stanza in penombra dove l’unica fonte di luce è lo schermo di un computer portatile. L’uomo seduto di fronte esplora la rete con aria preoccupata. Cerca nei loro luoghi d’incontro, lascia messaggi, ma nulla; da due giorni aveva perso le tracce della sua più grande amica virtuale; due giorni nel mondo mordi e fuggi della rete sono nulla. Ovunque tu sei entri, dialoghi, scompari, ritorni, tutto veloce, tutto probabile, nessuna certezza su chi sia la persona dall’altro capo della rete né se quello che ti dice sia minimamente vero. La definizione mondo virtuale è una delle più giuste mai trovate. Eppure con la sua amica non era così: c’era il piacere di trovarsi in siti comuni, salutarsi, scambiarsi opinioni sulla loro passione comune per la musica … ”Dietro i microfoni porteranno uno specchio, per sentirti più bella e pensarmi già vecchio…” Oddio, pensò l’uomo, forse vecchio sono diventato io che mi preoccupo, però a Katja ci tengo. E’ una persona così bella e dire che non l’ho mai vista ne’ sentita. “…dove l’amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni…” una scritta Messaggi (1) nel sito di musicofili, un tuffo al cuore… certo, mi scrivono anche altri, però… “Caro Babbo Natale (è lei!) mi spiace averti lasciato in sospeso, ma proprio non potevo avvisarti. Sono partita e mi sono spostata in montagna. Ti farò sapere, Un abbraccio. P.S. Non è che mi riduci i regali?” Sollevato l’uomo risponde “Per i regali ci penserò. Hai fatto bene a spostarti un abbraccio a te a presto;-)” “continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai” Caro Faber mi sa che tu conoscevi Katja: la chiusura della canzone sembra scritta per lei. L’uomo, finalmente rilassato, gira la sua sedia a rotelle e si avvia verso la camera da letto.

Giornalista
Giornalista è il mio lavoro. Cosa fa il giornalista almeno di tanto in tanto? Scrive! E io, Luca Scotti, scrissi. Ma non quello che il mio Direttore (con la D maiuscola) mi aveva chiesto (un bel pezzo di colore su Tramontano, ridente cittadina amministrata dal suo amico Sindaco, in cui anche i tipi strani come Katja avevano trovato una casa e anche voi, grazie all’immobiliare “Arcore e dintorni – anche voi come SILVIO”, nostro grande inserzionista, potrete avere la vostra porzione di esafamiliare in campagna con 30 dico 30 mq di giardino) no, io sono un GIORNALISTA (tutto maiuscolo come SILVIO) e ho scritto. Inserito tra i soliti titoli “Hi tech, legno-mobile: in Brianza mille nuovi posti di lavoro”, “Lentate, colpo grosso alla posta - Sottratti all'ufficio 6mila euro” , “Restituiscono un orologio d'oro - Il sindaco di Arcore li ringrazia” c’era il mio “Inseguendo un’ombra, alla ricerca della donna che nessuno vedeva”. Va bene, per fregare il Crippa, un po’ di pubblicità a Tramontano l’ho fatta, in fondo qualcuno simpatico c’era; all’immobiliare niente, ma tanto il riquadro pubblicitario lo hanno ficcato sotto l’articolo. Lo rileggo e mi rendo conto che l’ho caricato troppo di “impalpabile esistenza” , “cosa si nascondeva dietro la maschera di cortesia” , ma nel contesto del giornale spicca come un appassionato di musica classica nella “Fossa dei Leoni” a S.Siro: non c’entra un cazzo, ma si nota. Mi avvisano che al Direttore sta per scoppiare il cuore per l’incazzatura quando, forse due secondi prima di sfondare la porta a vetri del mio ufficio, è arrivata una chiamata del TG3, non quello regionale, che sono stati colpiti dalla storia e ci chiedono collaborazione per uno speciale sulla storia. Sono salvo, anzi sono un giornalista, anzi sono il GIORNALISTA….. Ma Katja dov’è?

Babbo Natale (3)
Un Dvd carico di vecchie canzoni di De Gregori, così mi concentro e capisco cosa fa la mia amica di cursore; questa mania del codice degli internauti, non ci diamo i numeri di telefono tanto ci troviamo lo stesso, c’è più fascino, vuoi mettere….Però io so che Katja sta bene, non è a casa, però mi è parsa strana “…forse in fondo a quel filo c’è la mia libertà..” e se mi ha fatto come la signora Aquilone… vediamo un po’, che giornali ci sono che possono parlare di Tramontano? Ma sapranno che esiste un posto così? Corriere della Sera, Cronaca di Milano… niente…..Il Giornale… figurati, “…lungo il sentiero la casa di Hilde…” un giornale locale… Si il Cittadino Monza e Brianza “Inseguendo un’ombra, alla ricerca della donna che nessuno vedeva” ma qui… parla di Katja… ma come scomparsa… ma no sta benissimo… però… Luca Scotti….numero della redazione… ma dov’è….possibile che nei siti ci sia tutto meno che il numero di telefono? Eccolo 039.21695.11 “Pronto, vorrei parlare con Luca Scotti è urgente…certo lo so che siete un giornale anche se….e non potrei avere il numero di Luca, sa è per quell’inchiesta..- idea! – ho delle notizie! Le lascio il mio numero mi faccia chiamare” Bella idea, vediamo che succede…squillo, altro squillo “Buongiorno sono Luca Scotti..” “Chissà dove sei, perduta nella notte…” Cara Katja, non so cosa hai combinato, ma ti devo aiutare, che tu lo voglia o no.
Pace ma bene?
Odori, profumi, fresco, verde…tutto buono. Passeggiate, giochi per i bimbi, gente gentile che non chiede, siamo turisti… c’è una grande pace…ma io, io come mi sento? Perché me ne sono andata senza una parola e perché penso di sparire… si un lavoro io lo trovo ma non sono sola, ho il diritto di terremotare la vita dei miei figli? Non lo so, non mi sento bene.. non ho detto quasi nulla al mio Babbo Natale personale…perché faccio così, scappo come una bambina capricciosa…però la loro indifferenza mi ha ferito, più cerco di fare cose buone, utili per gli altri, più gli altri mi dimenticano…perché….L’eremo, che meraviglia…. Domani, domani tranquillizzo Babbo Natale, oggi non ce la faccio…sono triste nella meraviglia.

L’alleanza
“Pronto sono Luca Scotti, in redazione mi hanno detto che lei ha notizie di Katja; ma Lei chi è? Se vuole posso venire a trovarla e parliamo di persona” - “Il mio nome non ha particolare importanza, sono un amico di Katja e sono in qualche modo in contatto con lei; per parlare di persona la vedo un po’ scomoda visto che siamo a più di 500 km di distanza….comunque Katja sta bene…almeno spero” Il giornalista che è in me drizza le antenne mentre il Luca Scotti semplice si incazza; ne esce una mediazione degna del miglior Kissinger: “Senta, la cosa mi interessa molto, ma lei non mi da il suo nome, mi dice che ha delle notizie ma poi mi dice che spera che Katja stia bene anche se è in contatto: che gioco è! Mi descriva Katja” – “Sarà utile che ci chiariamo, non ho idea di che viso abbia Katja e prima che lei riattacchi col j’accuse le spiego: frequentiamo lo stesso sito per appassionati di musica da due anni; non ci siamo mai visti, ma ci scambiamo messaggi da quasi due anni. Abbiamo avuto fiducia l’uno dell’altra e credo di conoscere cose di Katja che pochi altri conoscono, forse nessuno. Ma non l’ho mai vista neanche in foto; abbiamo scelto così all’inizio e la nostra amicizia funziona benissimo. Quello che so è che stava passando un periodo pessimo; si era trasferita da Monza a Tramontano perché in città si sentiva un po’ isolata. In paese ha cercato di inserirsi in varie iniziative per conoscere un po’ di gente e avere rapporti normalissimi, ma, mi diceva, si sentiva trasparente, come se tutti potessero fare a meno di lei. Per cui è partita per un posto che non conosco, ha spento il cellulare e mi ha lasciato un messaggio nella posta del sito, dove mi faceva solo sapere che stava bene. Io sono molto preoccupato, mi tranquillizza solo il fatto che ha i bambini con se; non farebbe mai una sciocchezza con loro” Bene il nostro amico si è sbottonato e tutto sommato mi può essere molto utile. Poi la storia di questa donna mi ha preso. “Ascolti, la gente a volte è strana. La prima volta che sono stato a Tramontano ho avuto la netta sensazione che la situazione fosse quella che le ha descritto Katja, ma tornando a raccogliere informazioni e prendendo un po’ di confidenza ho scoperto che la sua amica è una specie di motore sociale; sembra che senza di lei il coro sta andando a puttane, la biblioteca aveva cominciato a organizzare qualcosa dopo quarant’anni di noia e le iniziative ora sono al tracollo e via così…prima la dimenticavano, ora non riescono a fare niente senza lei, dopo tre giorni, un delirio” La voce dall’altro parte del telefono si fa più interessata: “Questo potrebbe essere molto positivo per Katja, cercherò di aiutarla a ritrovarla, tanto posso stare anche tutto il giorno on line” La mia lingua è notoriamente più veloce del cervello “Se ha così tanto tempo libero perché non corre ad aiutare la sua amica, così magari scopre che aspetto ha” “Lo farei volentieri ma in questo momento sono su una sedia a rotelle…” “ Oddio scusi, mi spiace…” “ Si dispiaccia a tempo determinato, ho solo una gamba fratturata, passerà. Comunque cerco di convincere Katja a tornare o almeno a farmi dire dov’è, temo che lei dovrà essere il braccio e soprattutto le gambe nell’occasione” Lo sapevo, sempre a me tocca “Non si preoccupi è il mio mestiere passo la vita a correre su indicazione di altri. E poi questo caso mi appassiona, mi sto affezionando a Katja, a forza di chiedere cose su di lei, la sento come una vecchia amica senza averla mai incontrata” “A me lo viene a raccontare? Quindi alleati?” “ Alleati” Scambio di numeri di telefono. Fine della telefonata. Resto in attesa di novità e poi si parte di nuovo, ma una cosa mi ronza. ”Mi ha fregato, è riuscito a non dirmi come si chiama”

"la Fuga" pag.3

Messaggi
“Caro B.N. perdonami se non ti do mie notizie con continuità, ma non sempre posso; occuparmi qui della casa e dei bambini è più impegnativo che a casa. Faccio delle lunghe passeggiate in questo posto pieno di pace; spesso arrivo all’eremo che domina il paese, il panorama è da mozzare il fiato. Purtroppo la pace fuori non penetra in me, continuo a essere piena di ansia e di dolore, non riesco, te l’ho già detto, a capire il mio ruolo nel mondo al di là dei miei figli. Una fattrice? Sarà questo il mio ruolo? Mi viene quasi voglia di farla finita… qui è pieno di sentieri esposti, un salto e via, nel nulla, senza pensieri, senza tristezze. Va bè, mi passerà. Tu come stai? Riesci a camminare? Un abbraccio dalla tua Katja della rete”
“Cara Katja, la mia gamba va meglio, ma tu mi fai preoccupare. Sto cercando di capire che fine hai fatto e mi parli di pensieri che non ti devono passare per la testa. Il patto era di non interferire nelle nostre vite ma lo infrango: Katja dove sei? Fammelo sapere e fammi sapere se stai bene, sennò mi mandi fuori di testa”
“Ciao B.N. ti prego non ti preoccupare; è la prima volta che ti sento agitato, di solito riesci a frenare le mie ansie. Stati tranquillo stiamo bene e siamo soli, sulle montagne dell’Appennino. Un bacio”
“Katja sai gli Appennini sono una catena piuttosto lunga, io vorrei venire da te almeno finalmente ci vediamo fammi sapere qualcosa” Non avevo mai detto una bugia a Katja, pensò l’uomo, ma almeno così posso indirizzare quel giornalista e convincerla a tornare.
“Katja ho telefonato a mezzo Tramontano e ho scoperto che tanto trasparente poi non eri; senza te non combinano niente di buono. L’avresti mai detto? Dai fammi sapere dove sei”
“B.N. ma che mi dici? Se non fossi tu non ci crederei. Si vienimi a trovare, ti prego. Sono in una casetta fuori Castelnovo né Monti in direzione dell’eremo. Lo sai questa cosa è bellissima, è come un raggio di luce per me. Ti aspetto”
“Promesso ci vediamo da te”
“Pronto Luca, si so dov’è Katja. Certo adesso te lo dico; mi raccomando è un po’ scossa ma sta bene e penso che sia pronta a tornare, magari riesce a salvare il coro. Ciao fammi sapere”
Bene tutto a posto, Luca trova Katja e scrive il suo articolo, Katja torna a Tramontano e canta..Happy end…ma perché mi sento così da schifo? Lo so benissimo perché ho usato la fiducia che Katja ha in me per uno scopo diverso da quello che gli ho detto, ho mentito alla mia amica….a fin di bene e perché? Ci dormo su e decido.

Provincialismo
Eccomi qui sempre io, Luca Scotti, che viaggio verso la fine dell’articolo. Ieri sera ero eccitato per la chiusura dell’inchiesta, ma dopo tre secondi mi sono reso conto di aver perso tempo. Tutte queste risorse sprecate, tutto questo tempo e che ne viene fuori? “Ritrovata la donna di Tramontano. Era in vacanza ma tornerà per aiutare il suo coro” , è più scarso del ritrovamento dell’orologio del Sindaco di Arcore. Certo che se quello scemo del suo amico non la tranquillizzava magari quella si suicidava e ne veniva fuori tutt’altra cosa; e poi, cazzo, vive isolata su una montagna e non c’è uno straccio di serial killer che la fa fuori. Katja, che cazzo di occasione sei, mettici un po’ di buona volontà!… Devo uscire per forza sulla stampa nazionale ma come la forzo una situazione del genere che mi posso inventare… Certo che alla fine è una donna sola, in fondo la sua mancanza chi la sentirebbe… certo i figli poverini, ma avranno pure un qualche parente, meglio sicuramente che crescere con una madre psicotica con tendenze suicide…si è un’idea brillante, una grande idea. Luca Scotti sei grande, stavolta sfondi.

Nottate
Non posso tradire Katja, gamba o no parto, tanto con il cambio automatico non la devo usare e poi ieri sera quel Luca ha avuto una reazione strana,non sono uno che crede ai presentimenti ma… andiamo a vedere che faccia ha Katja.
Non ho quasi chiuso occhio oggi B.N. viene da me, un po’ di felicità per me e poi, ma sì torno a casa per cantare…

Incontri
Katja è sulla veranda del villino, il sole è sorto da poco; i bambini dormono. Osserva la figura che sale verso di lei. Se lo è immaginato diverso meno, giovane e anche meno alto…ecco ormai è a pochi metri da lei “ Katja Z… suppongo, sono Luca Scotti un giornalista de Il Cittadino”. La delusione sul volto di Katja è così evidente che scuote la sicurezza di Luca per un attimo “Come ha fatto a trovarmi?” “Un nostro comune amico con difficoltà di movimento mi ha pregato di contattarla” “Mi aveva scritto… va bene, se conosce il mio amico è ok. Ma cosa vuole da me?” “Parlarle, ho scritto degli articoli su di lei… ti dispiace se ci diamo del tu? Mi sembra di conoscerti da una vita tanto ho chiesto di te” “Va bene, parliamo, però facciamo due passi, non vorrei disturbare i bambini” In basso, sulla strada che sale al paese, un macchina dei carabinieri arriva tra un tornante e l’altro, lentamente, seguita da un’altra macchina. La macchina dei carabinieri ha i lampeggianti curiosamente accesi lì in mezzo al paradiso. “ Di solito faccio la passeggiata verso l’eremo le và?” “ E l’altra stradina dove porta?” “ Su uno spuntone che domina la vallata, bellissimo paesaggio, ma con i bambini ho paura…” “Tanto noi siamo adulti saliamo” Il sorriso di Luca a volte è disarmante, Katja accetta e si arrampicano…“Mi hai fatto un sacco di domande superficiali ma cosa vuoi tu da me? E perché diavolo sono salita quassù con te” Gli occhi di Luca hanno un improvviso cambiamento, in un attimo è su Katja, lei non si rende neanche conto, gli 80 chili di Luca sono veramente troppi; pochi secondi e si trova graffiata, le mani bloccate dietro la schiena da un nastro adesivo da pacchi che le stringe i polsi fino a farle male e un fazzoletto stretto intorno alla bocca che le impedisce di gridare come vorrebbe.
“Ti stai chiedendo perché ho fatto questo e cosa voglio fare? Sai mi dispiace, mi sei simpatica ma capisci, che cazzo di notizia è “Donna va in vacanza e convinta dal nostro cronista torna a cantare nel coro” , la solita merdosa notizia da giornale di provincia, a chi vuoi che gliene freghi qualcosa. Invece sai cosa facciamo io e te? Adesso prendo questo bel bastone di quercia, bel legno, ti colpisco forte alla testa e poi decido: o ti organizzo un bel suicidio gettandoti di sotto o creiamo il maniaco della montagna, lui ti voleva violentare tu hai resistito e lui ti ha ucciso. Così diventiamo famosi tutti e due. Tu cosa preferisci? Ma che fai piangi? Ho capito non ti piace l’attesa. Ok ti colpisco e poi ci penso un attimo, tanto per te è lo stesso”.
Il bastone cala violentemente sulla testa, una sensazione di dolore come se esplodesse la testa una breve percezione del sangue che inizia a uscire, poi un tonfo…l’incoscienza.
“E tu pensavi davvero che non sarei venuto di persona? Mi meraviglio di te” L’uomo barbuto è arrivato improvvisamente alle spalle di Luca e lo ha colpito fortissimo col bastone da passeggiata sulla testa, mi sa che mi ha salvato la vita pensa Katja, adesso è chino su di lei e la libera “Un abbraccio me lo potresti dare sono io il tuo babbo Natale” solleva Katja che inizia a piangere un po’ per lo stress un po’ per il sollievo “ Lo sapevo che venivi…” “Ora sistemiamo questo pazzo scatenato. Il suo nastro adesivo lo uso io adesso. Ecco. Chiamo i carabinieri: loro sono andati verso l’Eremo, hanno detto che vai sempre lì, ma io ho avuto la sensazione di dover venire su per l’altra strada, meno male sennò non ti avrei mai visto”.
Epilogo by Luca & Katja
Il mio nome è Scotti, Luca Scotti e finalmente sono un grande giornalista, beh un giornalista. No non sono impazzito, diciamo che sono stato fortunato; si il mio avvocato dice che almeno otto anni li prendo e, tra una cosa e l’altra, almeno cinque per tentato omicidio. La cosa positiva è che, nella confusione tipica della giustizia italiana, sono riuscito a mandare un pezzo clamoroso “Dalla parte del Killer” al Crippa; nell’articolo descrivevo la storia del mio raptus da “storia importante” e del tentato omicidio dal punto di vista dell’omicida. Un successo clamoroso anche perché, come sempre in Italia, prima si fa una cosa che non si dovrebbe (come far scrivere e pubblicare un articolo a un quasi omicida) poi tutti si indignano e montano le polemiche. Ho fatto già due apparizioni a “Porta a Porta” in diretta da San Vittore! Soprattutto, visto che era un pezzo scritto bene, al Corriere della Sera hanno avuto un’idea sensazionale e sono diventato inviato speciale dal carcere; intervisto i miei compagni di prigionia che mi raccontano le loro storie. Ho una rubrica settimanale tutta mia come i grandi e un contratto di 4 anni rinnovabile. Grazie Katja, lo sapevo che eri la mia occasione, e grazie anche al tuo amico (anche se con la mia testa c’è andato giù pesante). Cazzo non ho ancora scoperto come si chiama….

Il mio nome è Katja e questo fatevelo bastare. Sono tornata a Tramontano ed il coro a Monza è andato bene da morire tanto che siamo arrivati secondi su trenta polifoniche; però gli happy end zuccherosi non mi piacciono, ho capito che non era quello il mio posto e purtroppo anche Babbo Natale non faceva parte, come avrei voluto, della mia storia. Certo mi ha salvato la vita, continua ad essere il mio più caro amico, è anche meglio di come lo immaginavo e non è gay; però il malefico è non solo sposato (lo sapevo questo sul sito c’era in bella mostra) ma anche fedele. Eh, non si fa così! Quindi gli voglio bene, ma stiamo bene così da due parti indefinite della rete e il mio lieto fine me lo faccio da me. Per fortuna il mio è un lavoro che consente di spostarsi con una certa facilità. Oggi me ne sto qui, con i miei figli, in mezzo al Mediterraneo, su una isola meravigliosa tutto l’anno, e sto da Dio e poi magari qualcuno arriva. Dove sono? Trovatemi voi…

"La notte di Halloween" di Leila Mascano

di Leila Mascano
... e se fosse vero?...

"La notte di Halloween" pag.1

Accanto alla casa delle orsette c’era la casa degli orsacchiotti. Tanto la prima era curata,sempre dipinta di fresco, con le tendine alle finestre ed una graziosa veranda piena di fiori quanto la seconda era trascurata, con qualche persiana rotta e il porticato ingombro di cassette di Coca-Cola piene di bottiglie vuote e vecchie bici lasciate ad arrugginire. Del resto le case rispecchiano il carattere di chi ci abita: ordinate e (quasi sempre) sagge le orsette, disordinatissimi e (quasi sempre) un po’ sventatelli gli orsi ; perciò fra gli uni e le altre, benché fossero cugini, era tutto uno scambio di scherzi e dispetti. Se però qualcuno degli orsi si ammalava le cose cambiavano; sollecite e materne le orsette accorrevano con minestrine e frutta cotta, guardavano la gola e la lingua dell’ammalato e gli misuravano la febbre per decidere se chiamare il dottore. Incuranti di un possibile contagio, a turno con un libro di favole gli tenevano compagnia mentre le altre con grande zelo ripulivano le stanze finché tutto brillava come uno specchio. Qualche volta perciò, quando la casa era così sporca e disordinata che non si trovava un solo calzino che non fosse spaiato, gli orsi sorteggiavano chi dovesse mettersi a letto fingendosi malato; ma le orsette non ci cascavano mai.
Gli orsacchiotti conservavano nel ripostiglio uno scafandro che, secondo le cugine, indossavano nelle rare occasioni in cui si facevano il bagno, mentre gli altri intorno alla vasca vigilavano con apprensione che la pericolosa immersione si svolgesse rapidamente e senza incidenti.
Come si vede, anche le virtuose orsette erano ogni tanto un po’ cattivelle! D’altra parte è vero che gli orsi non amavano troppo l’acqua e il sapone!
Comunque non era solo in caso di malattia che le ostilità tra i due gruppi cessavano: ciò accadeva anche in occasione di varie festività, benché naturalmente non rinunciassero a prendersi in giro a vicenda. Insomma pur scambiandosi qualche battutina maliziosa da sempre cugini e cugine passavano le feste insieme.
Per questo motivo quell’anno, in occasione della festa di Halloween, gli orsi rimasero un po’ delusi quando seppero che le orsette sarebbero andate ad una festa in maschera da sole. Si consolarono pensando che, senza l’obbligo di far da cavalieri, avrebbero potuto divertirsi anche di più sfrenandosi u po’. Naturalmente non rinunciarono ad andare, come sempre, in processione dalle sette sorelline a chiedere di rammendare il lenzuolo da fantasma o mettere un bottone alla tuta da folletto: bisognava sentire con quale vocetta compunta ed educata chiedevano questi favori!
Ritornavano da queste spedizioni con i costumi risistemati e le tasche piene di dolcetti, ma con la curiosità insoddisfatta. Sapevano che le cugine avrebbero indossato nuovi travestimenti da loro stesse cuciti (erano ottime sarte!), ma per quanto sbirciassero e gironzolassero non erano riusciti a vedere proprio niente.
La sera d’Ognissanti (Halloween, appunto) gli orsi uscirono tutti allegri, irriconoscibili nei loro vestiti in maschera. Quel pipistrello salterellante era forse Mirtillo, quel fantasma ondeggiante Bao (erano questi i nomi di alcuni degli orsi) ma anche per quelli che li conoscevano bene non era tanto facile capire chi ci fosse sotto la maschera. Forse era riconoscibile Teddy, così grassottello, che si pavoneggiava nella calzamaglia nera sulla quale era dipinto uno scheletro sorridente ed altrettanto riconoscibile era Baby, vestito da Uomo-Ragno, essendo il più piccolo di tutti.
Il viale che conduceva al paese era fiancheggiato da villini. In quasi tutti i giardini c’erano gruppetti di piccoli fantasmi, diavoletti o spiritelli che bussavano alle porte chiedendo: “Dolcetto o scherzetto?” Le zucche vuote brillavano sui balconi ammiccando con le loro buffe faccine mentre altri gruppetti di creature fantastiche si rincorrevano ridendo.
Nella piazza del paese avevano montato un Luna-Park. Anche qui c’era una folla di piccole maschere alle quali si mescolarono subito i nostri orsacchiotti. Con strilli di falso spavento percorsero il tunnel del terrore su un trenino traballante, che correva fischiando nel buio tra strane apparizioni. Non vollero perdesi neppure la Ruota Panoramica con i seggiolini oscillanti che li portarono su su su e ancora su fino alle stelle (e qui gli strilli di spavento furono verissimi anche se poi, tornati giù, tutti negarono di aver gridato sul serio). Divorarono nuvolette di zucchero filato e torroni appiccicosi, fecero tanti giri sulle giostre da uscirne con il mondo che gli girava tutt’intorno. Inoltre spesero un bel po’ di monetine al tirassegno, dove vinsero un sacchetto di caramelle, e si dondolarono come scimmie sulle gabbie oscillanti, sempre facendo molto chiasso.
Baby volle provare la sua forza, come prometteva uno strano marchingegno e scoprì di essere forte come un topo. Era un orso molto molto piccolo, ma la sua fantasia era molto grande e perciò dopo essere stato un po’ rabbuiato e zitto, raccontò che in Alaska esistono topi così grandi e forti che portano le slitte. Teddy gli chiese, con aria fintamente ingenua: “Questi topi dell’Alaska hanno il naso lungo come gli elefanti?” e tutti risero perché nessuno aveva creduto ad una così buffa bugia e alla fine rise anche Teddy (che si toccò subito il naso per essere sicuro che fosse rimasto come prima).

"La notte di Halloween" pag.2

Un’ orchestrina suonava una musichetta allegra su una pista illuminata e molti ballavano. Figurarsi la meraviglia degli orsi nel riconoscere tra i ballerini le loro cuginette orsette! Come mai non erano più andate alla festa dei loro amici? Forse perché non avevano fatto in tempo a cucire i loro costumi in maschera! Infatti erano tutte in abiti da sera. Che strana cosa! Erano le uniche a non essere travestite e quella sera erano particolarmente graziose ed eleganti. Non si sa come gli orsi si trovarono a far loro da cavalieri. Erano ballerini impacciati ma quella sera furono bravissimi! Non riuscivano davvero a capire per quale incantesimo le loro gambe si muovessero da sole, come se da sempre avessero conosciuto sambe e valzer, lambade e fox-trot: però fu proprio così. Alla fine gli altri ballerini si fermarono e rimasero in pista con le loro compagne formando un circolo e quando la musica cessò tutti applaudirono freneticamente. Gli orsi erano fierissimi di aver dato una così bella prova di sé, mentre le orsette modestamente si inchinavano indicandoli, come se dicessero: ”Vedete? Sono loro bravi, senza la loro guida non saremmo state capaci di tanto!”. Questo davvero non era nel carattere delle cugine e subito gli orsi si misero in sospetto. Chissà che tiro che c’era sotto! Ma quelle niente, non scoprivano le loro intenzioni; tutte sorridenti facevano le gentili, offrivano dolcetti, li stavano ad ascoltare ammirate come non era mai successo. Alla fine gli orsi si tranquillizzarono e finirono col divertirsi più che mai. Poi l’orchestra si fermò, le prime luci del Luna-Park si spensero e la folla cominciò a disperdersi. Anche per i nostri amici era arrivata l’ora di tornare a casa e tutti insieme risalirono il viale, ormai quasi deserto. “Quante poche luci!“ disse Baby con voce lamentosa “quasi quasi ho un po’ di paura!”.
Le orsette lo presero in giro: “Ma quante luci vorresti?” Infatti improvvisamente il viale splendeva come la torta di compleanno di Mago Merlino, che si diceva avesse mille anni! Non fecero in tempo a meravigliarsene perché Bao esclamò tutt’a un tratto: “Accidenti! Ho paura di aver perso la mia custodia di violino!” Sembrava preoccupato e addolorato, perché da questa custodia non si separava mai, anche se nessuno aveva mai visto il violino, né l’aveva mai sentito suonare. “Credo che tu l’abbia appoggiato a quel cancelletto”. disse Miss Green, la cugina più grande. “Impossibile!” fece Bao, tutto stizzito, ma poi vide che la custodia era proprio lì. Corse a riprendersela tutto sollevato. “Chissà quando ce l’ho messa!” borbottò tra sé e sé. “Anch’io ho perso la mia scimmia!” si ricordò Baby scoppiando a piangere, come sempre quando pensava alla sua scimmiotta: era il suo giocattolo preferito, la sua amica e confidente. Era duro, quasi impossibile, addormentarsi senza di lei. “Ma è passato un anno!” esclamarono gli orsi esasperati. Miss Green prese in braccio il cuginetto disperato: ”Ma non è questa la tua scimmia?” disse, tirandola fuori dalla borsetta. “L’ho trovata vicino casa. Mi dispiace di non avertela data subito: me ne sono dimenticata. Uso così poco questa borsetta! Sarà un anno che è qui: mi perdoni?” Baby smise subito di piangere per scappare via felice con la scimmia in braccio (non senza difficoltà visto che la scimmia era grande quasi quanto lui). Non si era mai visto un Uomo-Ragno tanto contento!
Mirtillo si chiese come mai una scimmia tanto grande fosse entrata in una borsa tanto piccola! Intanto erano arrivati a casa, in tempo per vedere un gruppetto di streghe, con tanto di scope, cappellacci e mantelli tentare di introdursi nella casa delle orsette. Che fortuna essere arrivati in tempo! Le ladre, infatti, avevano le chiavi. “Ferme! Ferme! Al ladro!” gridarono gli orsi a gran voce. “Ma che vi prende? Siete impazziti? Volete svegliare tutto il quartiere?” chiesero le presunte ladre indignate, togliendosi la mascherina da streghe e rivelando così di essere le cugine orsette: poi si ammutolirono a bocca aperta, perché alle spalle degli orsi avevano visto sette loro gemelle in abito da sera. Le “gemelle” si misero a ridere, togliendosi a loro volta le maschere e mostrando i visetti capricciosi da streghe-bambine. “Beh” disse una di loro, una rossetta buffa molto carina “questa è una notte speciale. Voi vi vestite da folletti e streghe e fate un po’ di dispetti, noi ci vestiamo da “normali” e facciamo cose carine. Che c’è di strano?” Questo sì che è un bello scherzo!” dissero orsette e orsi insieme, convinti che le ragazzine stessero scherzando. “Entrate ragazze, vi offriamo dei dolci” esclamarono in coro, ma quelle rifiutarono: “E’ tardi, andiamo parecchio lontano, sapete. Sarà per un’altra volta e comunque grazie!” Così dicendo presero alcune scope appoggiate al muro nell’ombra e ci volarono a cavalcioni. “Arrivederci! -gridarono festose- Al prossimo anno!” In un attimo si sollevarono nel blu del cielo in un pulviscolo di stelline e presto furono anch’esse sette piccole stelle che si muovevano velocemente fino a sparire. Sapete, gli orsi hanno dei nasetti neri, simili a grandi olive: beh, in quel momento per lo spavento le olive impallidirono fino a raggiungere un delicato color verde.
“Ragazzi, questo sì che è un Halloween” commentò Bao appena gli tornò un po’ di voce. “Davvero erano streghe? Vere streghe? Io non mi sono accorto di nessuna differenza, rispetto alle nostre cugine: solo che erano tanto più gentili!” esclamò Baby con la sua vocetta infantile stringendosi alla scimmia. Quest’uscita del più piccolo fece ridere tutti, coi nasetti di nuovo neri come grosse olive. Era stata proprio una bellissima festa di Halloween!”.

"La scimmia motociclista" di Leila Mascano

... chi ha mai detto che un gioco abbandonato, non vive più?...

di Leila Mascano

La scimmia prendeva il sole in giardino coperta da un vecchio cappello di paglia. Poiché il cappello era del giardiniere e lei piuttosto piccola, più che portarlo in testa si trovava in una capanna di paglia, dove faceva molto caldo.
La scimmia sognava un albero di gelati: da ogni ramo pendeva un bel cono, ciascuno di un gusto diverso: stava giusto per assaggiare la fragola quando un rumore tremendo la fece sgusciare fuori dal cappello. Nel bel mezzo del giardino, proprio al centro di un’aiuola di dalie, si era schiantata una macchina volante. Da quel che si poteva capire dai rottami, si trattava di un rudimentale aliante fatto con pezzi di meccano. Il pilota era salvo e saltellava strillando: “Accidentaccio!”, che viste le circostanze era una bella prova di carattere. “Cosa fai lì, muoviti, dammi una mano!” strillò quel tizio alla scimmia. “Cattivo carattere” pensò lei e disse: “Cosa dovrei fare? Raccogliere i pezzi e buttarli via?” “Cattivo carattere” pensò lui e continuò a strillare: “Fa’ qualsiasi cosa! Aiutami!” Stettero un po’ a guardarsi in cagnesco, poi scoppiarono a ridere. Il pilota si tolse la cuffia da aviatore e una massa enorme di capelli bianchi brillò al sole: si aprì poi il giubbotto, liberando una lunghissima barba. “Sembri Mago Merlino!” disse la scimmia. “ SONO Mago Merlino!” disse lui e di nuovo scoppiarono a ridere. “Io ero la scimmia di Tesoromio e mi chiamavo Scimmietta. Una volta eravamo molto amici; ora lui non è più tanto carino, ha il gozzo e i brufoli e non gioca più con me. Adesso si chiama Giorgio e io mi chiamo Giocattolo, oppure Scimmia. Qualche volta il bambino del giardiniere mi porta un po’ in giro, ma lui non sa giocare, guarda i cartoni e mi trascina di qua e di là. Temo di finire in cantina mangiata dalle tarme!”
“Questa è una storia orribile! Mi stupisco che tu non abbia già pensato a squagliartela! Aiutami a rimettere il trabiccolo in sesto e ce la filiamo!” disse Merlino.
La scimmia andò a prendere la cassetta degli attrezzi. Una volta era piuttosto brava ad aggiustare i giocattoli di Tesoromio, quando lui era piccolo. Provò a spiegare a Merlino: “Per lui ero “vera”, capisci? Così non sapevo di essere un giocattolo! Chissà perché non sono tornata ad essere una cosa di pezza quando lui è cresciuto…”. “Evoluzione della specie” disse Merlino prendendo un cacciavite dalla cassetta: “Autocoscienza. Suggestione. Chi lo sa? Tutto è possibile, del resto è insolito ma non impossibile. Chissà”. “Come chissà? Ma tu non sai tutto? Non sei un mago? Perché non fai apparire un aereo con un colpo di bacchetta magica?” “ Noia!” strillò Merlino facendosi paonazzo. “Noia! Fine della creatività, fine della ricerca, fine della curiosità, noia da MORIRE! Cosa che neppure posso fare, essendo immortale! Bisogna pure che io occupi il mio tempo e la mia intelligenza! Bacchetta magica? Pfui!” “Non ti scalmanare e piantala di agitare il cacciavite. Fammi vedere, qui c’è un perno…passami un po’ il martello. Sì, posso capire che ti annoi, ma qualche volta la bacchetta magica la vorrei anche io…”
Lavorarono fino a sera e alla fine il trabiccolo fu rimesso in piedi. “Ora – disse la scimmia – ci vorrebbe una collina e un po’ di vento ed inoltre …”e cominciò ad elencare tutto quel che ci voleva per fare ripartire l’aliante “Per concludere, Tesoromio, cioè Giorgio e la Mamma stanno per tornare ed anche io debbo tornare sotto il cappello dove mi ha lasciata il figlio del giardiniere. Sai, mi comporto come un vecchio giocattolo…” “Niente vento, niente collina…a proposito, sai un po’ di cose, per essere una scimmia.” “Giorgio è un secchione: ripete tutto ad alta voce ed io sto su una mensola seminascosta dai libri: così abbiamo fatto fino alla quinta ginnasio” spiegò la scimmia. “Forse faremo ingegneria…” “Tu finirai in solaio o in cantina molto prima. Salta a bordo!”
La scimmia saltò su “Prendi la cassetta degli attrezzi – disse Merlino – non si sa mai” “Ma qui non c’è vento, siamo in pianura…” “Scimmia!” sbottò Merlino “Non voglio essere schiavo dei miei poteri ma non sono un cretino. Mi rassegno alla mia potenza e magnitudine! Abracadabra!” L’aliante si sollevò in volo. I capelli di Merlino fluttuavano nell’aria e la barba era lunga come la coda di una cometa. Una brezza deliziosa trasportava l’aliante nell’azzurro, poi l’azzurro divenne blu e le stelle comparvero: avevano cinque punte. Su alcune c’era scritto qualcosa. “Che c’è scritto sulle stelle?” gridò la scimmia per farsi sentire (il piccolo aliante era molto rumoroso e scricchiolava parecchio). “Fa freddo lassù. Portano una maglietta dorata.” Urlò a sua volta Merlino. “Cosa…c’è …scritto…sulla…maglietta?” “Sceriffo! C’è scritto ”. La scimmia si mise a ridere e si addormentò.
Si svegliò nel castello di Mago Merlino, che era sul cucuzzolo di una montagna. Merlino viveva in una torre che si era arredato comodamente, tipo mansarda, e dove c’era anche un letto a castello. “Puoi rimanere quanto ti pare: posto c’è n’è, come vedi. Io vivo qui perché il castello è ridotto male, difficile da scaldare, per non parlare poi di quello che bisognerebbe fare per illuminarlo e tenerlo pulito. Sai, io mi rifiuto di usare i miei poteri nel quotidiano salvo che per l’indispensabile tipo pasti cucinati ed altre piccole comodità come lavaggio, stiratura biancheria, e poco altro…Nei mesi estivi si sta bene qui. Se vuoi farmi da aiutante io ne sarò felice; mi piace costruirmi le cose e tu te la cavi meglio di quel topo di biblioteca lì…”. Accennò stizzosamente ad un grosso Gufo Reale che stava leggendo e che a sentirsi chiamare “topo” si arruffò tutto. Alla scimmia parve che brontolasse a Merlino “Vecchio matto”, ma non ci avrebbe potuto giurare.
Fu un’estate meravigliosa. Costruirono col meccano un orologio ad acqua alto sei metri, un ponte levatoio che nel mettersi in movimento suonava l’inizio della Nona di Beethoven, un treno a vapore che produceva sbuffi di fumo colorato e un’altalena che andava su e giù da sé. Merlino era creativo e faceva i progetti; la scimmia badava alla parte meccanica ed insieme lavoravano con ottimi risultati.
Il paesaggio era bellissimo e la vita meravigliosa. Tuttavia… “Nostalgia del mondo? chiedeva ogni tanto Merlino alla scimmia e dietro gli occhiali gli occhi sorridevano. Un mago, anche se per convinzione non esercita, legge nel cuore.
La scimmia la sera leggeva invece libri. Più leggeva e più ne voleva. Merlino e il gufo le spiegavano le cose e lei imparava: studiare le era sempre piaciuto. Fu così che arrivò l’inverno. Sono contento di te. Vorrei farti un regalo, perché so che stai per andar via, anche se spero che tornerai. Cosa vorresti? “Oh, Merlino, forse quello che vorrei è troppo. Io… vorrei essere una scimmia vera e non un giocattolo.” “Specchiati” - disse Merlino ridendo “questo regalo non posso fartelo: te lo sei già fatto da te!” Infatti lo specchio rifletteva l’immagine di una giovane scimmia dal pelo lucido e non più quella di un vecchio giocattolo spelacchiato.
La scimmia credeva di aver raggiunto il colmo della felicità, ma un’altra gioia l’attendeva. “Quello è il mio regalo. Affacciati.” Sul prato sottostante brillava una splendida motocicletta nuova fiammante. “Per me? Oh, Merlino, l’hai fatta tu!” “Hum hum,” disse lui “se l’avessi fatta io di sicuro non saresti andata lontano. Ho fatto un’eccezione per te” e fece l’occhiolino. “Anche io ho un regalo” disse il Gufo reale. “Qui c’è una pergamena che ti diploma maestra: brava, te la sei meritata. Stai tranquilla, è di una prestigiosa università, potrai insegnare dove vuoi…” “Come è possibile?” Ma il gufo, per non commuoversi ai saluti, era volato via e così pure Merlino, che si vede quel giorno era in vena di eccezioni
La scimmia scese nel prato, trovò un casco sul sellino della moto, se lo mise in testa… e via col vento!
Corse felice per tre giorni e tre notti e poi si fermò verso sera in un piccolo paese dove un circo metteva le tende. Seppe che cercavano qualcuno capace di fare un numero acrobatico con la moto e si presentò: fu assunta quella sera stessa. Mentre stava per prendere il suo posto in una delle roulottes l’orso che l’aveva assunta le chiese: “Scusa, per caso conosci qualcuna col diploma di maestra? Sai, per i bambini del circo…”

"La seconda occasione" di Maurizio Verduchi

di Maurizio Verduchi

Molte cose di questa storia sono vere: il lago di Vico e il Monte Fogliano che sono sempre lì compresi i massi/autobus. Bianchino Rogerini è esistito veramente (cercate su google libri e lo troverete) era mercante e nell’agosto del 1297 frequentava le fiere di Sciampagna; mi ha ispirato perché aveva comprato i debiti (e ti pareva) di altri mercanti miei omonimi e veniva molestato per questo (spero non dai miei forse antenati). Il Castello di Vico è rimasto in piedi fino a metà del XIV secolo e quindi in una delle due epoche del racconto c’era. Il protagonista, anche se tratteggiato sommariamente, è nel fisico e nello spirito il mio amico Corrado che ha pensato bene di morire mentre iniziavo a scrivere questo racconto; lui la seconda occasione, anche se la meritava, non l’ha avuta. Il soppalco e la musica irlandese sono miei e reali. L’essere maligno del buio e le sue emanazioni non sono reali ma surrogati ne troviamo tutti i giorni. Resta l’essere luminoso benefico io so chi è e anche lei e lo Scrigno.

"La seconda occasione" pag. 1

Mi chiedo come sia possibile che sia successo. Ora che sono qua sul mio soppalco ad ascoltare musica irlandese davanti al mio pc in una fredda domenica di ottobre, quello che è successo negli ultimi due giorni della mia vita sembra meno reale di quello che c’è scritto nei libri qui al mio fianco eppure è accaduto.

3 novembre 2006 faggeta di Monte Fogliano, amo passeggiare nel bosco tra le foglie morte scricchiolanti sotto i miei passi, i ciclamini che colorano la mattina d’autunno e il silenzio tra le colonne naturali dei faggi; non posso farlo quasi mai e quando ho modo scappo è il modo migliore per riordinare i pensieri ho, meglio ancora, accantonarli e far respirare l’anima per un po’. Cammino in questo posto magico tra gli alberi e i ricordi dell’antico vulcano, massi grandi come autobus, piantati a casaccio sul declivio che scende al lago scagliati dalla furia dell’eruzione. Cammino, respiro l’aria fredda dei novecentometrisullivellodelmare, mi immergo nella natura e… cado. Lo sapevo oltre ai massi grandi ci sono anche i piccoli e io, come l’astronomo che guardava le stelle, ci ho inciampato; mi giro a guardarlo male e il piccolo masso mi appare strano, ha un angolo troppo preciso. Curioso come un bambino che gioca ai pirati comincio a scavare il terreno reso morbido dalle pioggie dei giorni precedenti, non è un masso, è di legno e metallo; mi accorgo che in quel punto, nonostante i padri faggi, la pioggia ha provocato uno smottamento e le foglie hanno coperto tutto. Scavo con le mani, con un bastone, ora il terreno e meno morbido ma l’oggetto mi attira, è sporco, incrostato, sporco ma è indiscutibilmente un piccolo scrigno; la curiosità è irrefrenabile, lo tiro fuori dal terreno, lo pulisco un po’, con il coltellino per i funghi lo forzo e lo apro; dentro dei documenti, sembrano di pergamena ed antichi. Li chiudo dentro e mi avvio verso l’auto. A casa, li voglio vedere con calma.

30 agosto 1297 a nord di Bordeaux, fiera di Sciampagna. Sono due giorni che girano intorno al mio banco di stoffe, prima mi hanno lusingato, poi hanno cominciato a minacciare velatamente. Certo sono in quattro o cinque, ben armati e non hanno l’aria di essere mercanti. Ne ho parlato col Magistrato delle fiere che mi ha rassicurato, finché sono qui non ho problemi e neanche a Firenze ma in mezzo ci sono più di ottocento miglia. La colpa è mia, ho bevuto troppo e alla locanda del Gallo (le coq come dicono qua) ho cantato e soprattutto parlato troppo; ho parlato dei debiti acquistati dagli altri mercanti di Firenze e dei terreni sulla via per Roma che mi hanno dato in cambio; un buon affare per me e per loro; ma adesso quei tipi mi sono addosso, non so perché ma vogliono assolutamente i titoli di possesso dei terreni; devo fare qualcosa assolutamente… ho trovato, resterò qua e spedirò i documenti a casa da una persona fidata e forse so anche a chi posso rivolgermi. Certo che qui intorno c’è un’atmosfera strana, inquietante, sono 10 anni che vengo qua e non l’ho mai percepita, sento i brividi lungo la schiena… ci credessi direi che è qualcosa di magico e negativo però sono un mercante, fiorini, stoffe e carte questa è la realtà…che strane ombre.

"La seconda occasione" pag. 2

Volo lungo la stradina di montagna che di solito faccio con passo tranquillo, entro sulla strada principale e mi avvio a razzo verso casa; è strano come una mattinata di pensieri rilassati si tramuti in un concentrato di ansia e emozione; che caspita ci faceva lassù uno scrigno e di quell’epoca, giusto, di quale epoca sarà? Devo arrivare a casa e vedere inutile continuare a farsi domanda. La giornata di novembre intanto, giustamente indifferente alle mie piccole cose, si svolge come da copione; la nebbiolina si è alzata e con una tramontana improvvisa è apparso il sole. Mi ricordo che oggi è il compleanno di Silvia, se non ci si fa gli auguri tra scorpioni.., ecco casa. Entro e di colpo la frenesia mi passa; ripulisco con cura lo scrigno e finalmente lo apro contiene dei rotoli di pergamena; non è che riesca a capire proprio tutto è una via di mezzo tra italiano arcaico e latino ma insomma con un po’ di buona volontà…in alto una data, 18 agosto 1297… così antico… mi pare di capire che si tratti della cessione di un terreno in agro di …. In cambio della copertura di un debito a una fiera della Sciampagna; mi pare di aver letto qualcosa su queste fiere…poi c’è un altro rotolo nel quale si dice più o meno che chi porta il documento è persona fidata e va compensata adeguatamente e c’è il nome del messaggero: il mio! Che coincidenza assurda… c’è un terzo rotolo, è diverso dagli altri, sembra fatto di luce e oscurità insieme, non ho mai visto una cosa del genere e potrei giurare su qualsiasi cosa che prima non c’era.

30 agosto 1297 notte locanda del Gallo – Due presenze tra le travi della stanza del mercante una sembra fatta di luce “Il predestinato ha trovato ciò che doveva ed è qua, i tuoi piani falliscono essere d’ombra”. Nel punto più buio della trave c’è un qualcosa di ancor più nero, come se lì fosse il nulla “Questo è quello che pensi tu stupido essere di luce; tu pensi, agisci secondo le regole, io no! Non ho regole! Tu, secondo le regole, hai portato il predestinato da noi, io gli ho lanciato un incantesimo e Lui morrà e tu ormai non puoi farci niente è passato troppo tempo” “Sei d’ombra in tutto e per tutto;ma sottovaluti il Tempo su quello ho potere e tu no. Una seconda opportunità, avrà una seconda opportunità!” L’essere oscuro con un grido sordo e agghiacciante svanì. Il mercante sii svegliò di colpo, turbato da oscure sensazioni “Si è urgente. Affiderò i documenti a Corrado, lui riuscirà a portarli in salvo. Mi fido di lui anche se è apparso qui all’improvviso due giorni fa e si comporta in modo strano.” Si girò nel letto e tornò a dormire. Tra le travi un essere luminoso sorrise.

Guardo il piccolo rotolo indeciso e intanto ripenso al nome del messaggero, Corrado Dell’Aquila esattamente come il mio; la cosa mi gira in testa mentre prendo il piccolo rotolo… un’esplosione di luce e non sono più a casa mia… mi guardo intorno stordito, sono in una grande spianata piena di banchi carichi di merci e di gente, di odori, colori, rumori insomma una fiera, ma la gente è vestita in costume…dove sono? O quando sono?

31 agosto 1297 alba locanda del Gallo – “Non so perché mi fido di lui così; non so chi sia Corrado né da dove venga; è apparso la mattina del 27 quasi dal nulla vestito in modo singolare, molto alto, robusto, coi capelli rossi, alto quasi una canna, un guerriero; eppure conosce tante cose, un sapiente; chiunque sia mi ha liberato dai cavalieri neri. Basta è deciso. Gli affido i documenti delle proprietà, li porterà a Firenze ne sono sicuro”. Corrado è fuori che aspetta; prende il piccolo scrigno con i documenti dalle mani del mercante e parte a spron battuto verso sud. Ombre nere sono acquattate dietro le mura del Gallo, si staccano silenziosamente, salgono sui loro neri cavalli e seguono Corrado.

27 settembre 1297 vicinanza del castello di Vico – Non credo ancora, cavalco da quasi un mese alla fine del XIII secolo per portare un piccolo scrigno a Firenze, al palazzo del mercante Bianchino Rogerini. La strada è stata lunga e pericolosa. A Fidenza mi sono scontrato seriamente con i cavalieri ombra, che mi seguono da quando ho abbandonato la fiera. Chi mi ha mandato qua, più che qua ora, divinità o essere magico che sia mi ha mandato attrezzato, cavalco e combatto magnificamente, il fisico è il mio ma è in perfetta forma; ho ucciso due cavalieri dei tre che mi avevano assalito. Nei pressi di Firenze ne ho visti appostati una decina e allora ho deciso di andare verso casa perché ora lo so, sono io che ho seppellito lo scrigno sul Fogliano.

28 settembre 1297 monte Fogliano sopra il lago di Vico – Al castello sono stati ospitali, altro che il XXI secolo, anche se mi hanno preso per matto quando mi hanno visto addentrarmi nella selva; lego il cavallo e proseguo a piedi. E’ diverso rispetto alla mia epoca, d’altra parte ci sono sette secoli di differenza… però il riferimento dei massi autobus c’è li riconosco! Ecco questo è il punto dove nel 2006 ritroverò lo scrigno. Sono attrezzato, scavo e seppellisco non troppo in profondità. Mi avvio di nuovo verso il cavallo, un fruscio, un rametto che si spezza, eccoli di nuovo i maledetti, mi batto, spacco braccia e gambe e poi un dolore lancinante alla gamba e poi alla schiena… frecce… cado riverso, il capo dei cavalieri neri è sopra di me, scopre il volto..che non c’è! Ma che cosa…affonda la spada nel mio petto…….luce, esplosione di luce, “ora è la tua seconda occasione, la tua seconda occasione…” dice la luce.
E mi ritrovo qui sul mio soppalco, con la mia musica irlandese, il 31 ottobre 2006, con uno strano livido sul torace, nella mano destra foglie e terriccio di 7 secoli fa, tre giorni di tempo e la consapevolezza che mi riempie l’anima…ora so come sfruttare la mia seconda occasione.

"Le cronache di Midda"di Sean MacMalcom

Pubblico l'introduzione di questo grande lavoro di un autore, che dice di non essere uno scrittore, ma che lo è a pieno titolo a mio parere, perchè pubblicare l'intera storia diverrebbe un doppione del suo blog.
Lui scrive ogni giorno un nuovo capitolo...

A voi la lettura:

http://www.scribd.com/doc/16610957/Middas-Chronicles-Il-tempio-nella-pal...

Introduzione
Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In un mondo dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi, ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.

Ogni giorno un nuovo episodio, un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un nuovo universo fantasy sword & sorcery, nel narrare le Cronache di Midda.

Chi volesse leggere per intero le cronache, clicchi sul link di seguito:
http://middaschronicles.blogspot.com/

"Un'avventura nel bosco" di Leila Mascano

di Leila Mascano

In una bella giornata di settembre, così radiosa da sembrare ancora estate, gli orsi decisero di andare a raccogliere funghi nel bosco. Durante i mesi estivi frequentavano un campeggio di scouts dove avevano imparato a distinguere i funghi buoni da quelli velenosi, che guarda caso erano i più belli, con i loro cappellini colorati. Ma guai a fidarsi!
Da questo fatto i nostri amici avevano tratto una loro massima, che tiravano fuori ogni volta che le cugine orsette, tutte agghindate per andare ad una festa, chiedevano: “Non siamo forse carine?” La replica era sempre:”Non tutto quello che è bello è necessariamente buono!” E qui gli orsi ridevano, con grande stizza delle cugine.
Passarono una bellissima giornata e verso sera, coi cestini pieni, decisero di tornare a casa: ma, proprio come nelle favole, non ritrovarono più la strada. Dopo molto inutile camminare, si sedettero sul tronco segato di un albero. Tutt’a un tratto era scesa la sera, già si vedevano le prime stelle e gli orsacchiotti cominciarono ad avere freddo e fame. Baby, che era il più piccolo si mise a piangere e Mirtillo dovette prenderlo in braccio. In verità anche i grandi si sarebbero lasciati andare alle lacrime, se fosse servito a qualcosa: certo è che il morale era parecchi basso. Mentre riflettevano sul da fasi, sempre seduti sull’enorme tronco, parve loro ad un tratto di sentire delle voci e perfino il suono di una campanella. Subito fecero silenzio per sentire meglio: quei suoni venivano da sotto terra! Allora cominciarono a battere coi pugni sul terreno gridando: “Chi c’è là sotto? Aiuto, ci siamo persi!”. Tutto tacque per un po’, poi il loro sedile si mosse, facendo cadere a gambe all’aria Teddy, l’unico che era rimasto seduto, essendo il più pigro e grassottello. Poi il tronco si sollevò (era il coperchio di una botola) ed apparve guardinga la faccina di uno gnomo dal lungo berretto rosso. Vedendo gli orsacchiotti parve tranquillizzarsi e chiese subito:”Vi siete persi, vero?” (Come se non avessero fatto altro che gridarlo fino a un momento prima!) “Sì” risposero tutti in coro, tranne Baby che era rimasto a bocca aperta per la meraviglia. “Seguitemi” disse lo gnomo e sparì. La botola infatti nascondeva un passaggio segreto con una scaletta poco illuminata che portava nel sottosuolo. Gli orsi, un po’ esitanti, cominciarono a scendere stando molto attenti a non cadere. Quello era l’ingresso della casa degli gnomi, una gigantesca tana sotterranea ricavata da una caverna. La tavola, molto grande, era apparecchiata, e la minestra fumava nella zuppiera. Gli gnomi stavano per mangiare: la campanella infatti avvertiva tutti che la cena era pronta! Il più vecchio di loro disse: “Sedetevi e mangiate con noi. Dormirete qui: domani uno dei nostri vi mostrerà la strada per tornare a casa.” Vedendo i musetti buffi e amichevoli degli gnomi gli orsacchiotti rasserenati si sedettero volentieri a tavola: avevano una gran fame!
La cena fu molto appetitosa, perché oltre alla minestra ci furono torte salate e formaggi e un bel dessert di frutti di bosco. Risero, chiacchierarono e ci fu molta allegria, che però svanì quando gli orsi osservarono che i loro nuovi amici avevano tutto per essere felici. “Un tempo era così.” disse il vecchio gnomo, che era il capo “Ora però le cose sono cambiate e forse dovremo andarcene. Ma non vi vogliamo rattristare con i nostri problemi!”. Gli orsi allora insistettero per saperne di più “Gli amici servono a questo” dissero “a dividere le gioie ma anche i dispiaceri”. (Questa cosa gliela avevano insegnata le orsette che qualche volta rimproveravano loro di essere un po’ egoisti. Questo fu il racconto dello gnomo capo, che si chiamava Farlicchio: “ Noi siamo gnomi calderai, facciamo oggetti di rame che nei giorni di festa vendiamo nelle fiere dei paesi: così ci guadagniamo da vivere. Il bosco è generoso, ci dà more, bacche, legna, castagne e mille altre cose e noi viviamo in armonia con le creature che abitano qui. Purtroppo sulla cima della montagna qui vicino c’è un vecchio castello diroccato che è diventato un covo di streghe. In ogni stagione esse reclamano per loro tutto quello che produce il bosco e quasi tutto il nostro guadagno, se no sono dispetti e minacce. Eravamo rassegnati a questo, non tanto per noi ma per proteggere le creature che vivono qui: i nostri amici cervi, volpi, ricci, scoiattoli, e così via. Ora però le streghe dicono di aver saputo che noi nascondiamo un tesoro, una grande quantità d’oro che fu scavata dai nostri padri che lavoravano in miniera. Noi pensiamo che questa sia una leggenda, perché non abbiamo nessun tesoro nascosto… certo, ne abbiamo sentito parlare ma siamo certi che l’unico tesoro sia il bosco stesso e naturalmente la nostra voglia di lavorare. Le streghe però non ci credono e minacciano di incendiare tutto: perciò abbiamo deciso di andarcene, così alberi ed animali si salveranno.”Questa storia rattristò molto gli orsetti, che se ne andarono a dormire tutti mogi e sconsolati, pensando che se non fosse accaduto nulla di nuovo presto i loro nuovi amici avrebbero dovuto abbandonare tutto quello che amavano. Ognuno si trovò un posticino per la notte: quattro o cinque in un cassettone, (non sappiamo se contare Baby, che dormiva come sempre nella tasca di Mirtillo) qualcun altro sui cuscini accanto al camino e Teddy in una bella cesta piena di gomitoli di lana, anche lui simile ad un grosso gomitolo color miele. Le ultime braci del camino brillavano nel buio e poco dopo, cullati dal russare degli gnomi i nostri amici si addormentarono.
Si svegliarono l’indomani mattina. Gli gnomi erano usciti già, lasciando il tronco-botola aperto, perché entrasse un po’ di luce. La tavola era apparecchiata e c’erano latte fresco, zucchero, biscotti e mirtilli per la colazione, né mancava un vasetto di miele che fu subito vuotato. Anche se la luce era poca, di giorno la tana degli gnomi appariva molto disordinata: c’era polvere dappertutto e perfino qualche ragnatela. Gli orsacchiotti, per ripagare gli gnomi dell’ospitalità, decisero di fare pulizie alla grande (come non facevano mai a casa loro!). Ognuno spazzava, spolverava, lavava: Baby finiva di pulire a modo suo il vasetto del miele, essendo troppo piccolo per fare altro. Teddy, che amava stare seduto, si era messo a lucidare gli alari del camino, che erano decorati da due grosse pigne di ferro. Mentre era intento a strofinare con grande zelo, una pigna si sfilò cadendo pesantemente per terra. Teddy la raccolse e si accorse che si era un po’ graffiata; ma sotto i graffi brillava l’oro! Eccolo il tesoro della miniera, nascosto sotto il naso di tutti per anni e anni! Teddy si mise a ballare per la gioia, tanto che gli altri pensarono che fosse impazzito finché non spiegò che quelle enormi pigne che decoravano il camino non erano di ferro ma di oro puro! Se il nostro piccolo orso non fosse stato così pieno di buona volontà da mettersi a lucidare il ferro, la pigna non sarebbe caduta e il tesoro sarebbe rimasto nascosto forse per sempre: gli furono fatte perciò molte feste e moltissimi complimenti.
Tornati gli gnomi l’allegria arrivò alle stelle. Tutti si misero a cantare e a ballare, tanto che molti animali del bosco si affacciarono a vedere cosa stesse succedendo. Ci furono biscotti e una goccia di liquore di fragole per tutti. Gli scoiattoli portarono noci e nocciole e gli gnomi prepararono un bel dolce con i marroni e la panna: si festeggiava, col ritrovamento del tesoro, la fine di un incubo!
Fu deciso che le streghe avrebbero avuto quello che volevano, a patto però di lasciare la montagna e di non tornare mai più. Così accadde e quando gli orsi tornarono nel bosco in primavera si fece in loro onore una grandissima festa. “Non vi è dispiaciuto consegnare il vostro tesoro alle streghe?” chiese Mirtillo. “Per niente”. rispose Farlicchio, indicando il bosco popolato di scoiattoli e di uccelli e di molti altri animali che facevano capolino tra gli alberi. “Tutto questo non ha prezzo. Inoltre – aggiunse con un sorriso allegro- quelle pigne erano bruttissime. Se non fossero state un ricordo di famiglia, le avremmo buttate da un pezzo!”

C'era una volta...

di Maurizio
una favola in onore di scrigno, per il suo compleanno.

C'era una volta, in un punto non meglio determinato di una pianura, tra laghi e fiumi ma non proprio lì, una donnina piccina ma non picciò.Ora dovete sapere che magari a prima e a volte anche a seconda vista, la donnina non faceva un grande effetto, d'altra parte era piccina seppur non picciò. La cosa la rendeva triste e quindi fece il suo fagottino piccino e partì verso sud cercando di capire perchè non potesse fare un grande effetto. Cammina, cammina arrivò da un saggio, non grande e neanche tanto saggio, che viveva su una montagna che però era poco più di una collina. La donnina chiese al saggio: "Saggio ma non troppo, perchè non faccio un grande effetto?" e il saggio disse:"Perchè sei piccina anche se non picciò ma questo lo sai già. Chiediti invece grande o piccolo che cambia? ciò che conta è l'effetto e tu fai un effetto bello, piccino ma non picciò. Ti dirò un'altra cosa, cerca tra i greggi di parole...avrai la tua soluzione" La donnina piccina ma non picciò rimase perplessa e se ne ritornò presso il suo punto indefinito pensando" Piccino e non grande ma effetto. Greggi di parole...ma dove sono?" Mentre passava il grande fiume capì...ritornò di corsa alla sua casina piccina ma non picciò e si tuffò nei libri coi loro greggi macchè greggi, mandrie, fiumane di parole e capì che grande medio piccolo o piccolissimo è sempre lo stesso, sono sempre parole, segni che descrivono ciò che è e non ce ne una più importante dell'altra. Poi prese quelle più sue e le mise in piccolo SCRIGNO. Così da quella sera la donnina piccina ma non picciò sbirciava le sue parole preferite e si addormentava felice.

Racconto del lago

di Maurizio

E' un racconto questo, dolcissimo come i bei ricordi d'infanzia. Lo pubblico sul mio blog perchè è un dono speciale che merita un posto speciale nello Scrigno delle cose preziose.

C'era un lago azzurro e limpido attorniato da montagne verdi; sotto il colle più basso c'era un piccolo villaggio.
Lì un tempo viveva un mago; non era una grande mago, in verità era un bambino; la sua magia poi non la poteva usare per gli altri o sugli altri ma solo per se stesso.
Aveva scoperto di essere una mago in una giornata di pioggia di tanti anni fa; aveva imparato a decifrare i segni da un pò, prima uno alla volta, poi collegandone qualcuno, poi tanti che formavano una storia; aveva imparato a leggere!
Quel pomeriggio affrontò il suo primo libro, lo aprì, lesse le prime pagine e la magia avvenne: entrò nella storia e non ne uscì finchè, tre ore dopo la sua mamma, in ansia perchè non lo trovava e non lo sentiva, dopo averlo cercato in tutte le case di amici, in cortile e nei dintorni, dopo un lampo di genio (è in camera sua!) entro scosse il suo corpo e fece tornare il suo spirito tra noi....
Da quel giorno i viaggi si susseguirono, sotto soli tropicali o nel gelo del grande nord, tra fate e folletti o pattinando sul ghiaccio, al centro della terra o in qualche luogo sperduto dell’universo; lui entrava, viveva e ritornava.
Da bravo bambino, giocava, andava a scuola ma appena poteva viaggiava nei suoi mondi; più passava il tempo più il momento del viaggio si spostava verso il tramonto e la sera, perché la vita normale, lui non si era accorto, si stava impadronendo del suo spazio. Per fortuna c’erano quei caldi pomeriggi estivi nei quali a casa con la calura o in spiaggia il viaggio era possibile.
Il Tempo è uno strano tipo; noi passiamo la storia a misurarlo in maniera sempre più precisa e cerchiamo di ingabbiarlo e Lui si prende gioco di noi cambiando sempre; il Tempo/bambino è una cosa incommensurabile: pensate a un pomeriggio estivo di vagabondaggi da bambino; la sensazione è che era più grande (da bambini il tempo non lungo o corto ma grande o piccolo) di tutte le nostre ferie estive di quest’anno.
Poi quando siamo sicuri di essere assolutamente immortali perché il nostro Tempo è infinito, subdolo, accelera sempre più e da pigro treno a vapore si tramuta in un treno ad alta velocità.
Così il nostro mago crebbe e si trovò assediato dalla realtà: più impegni, i primo amori (quelli però, specie se finivano male, favorivano i viaggi durante e soprattutto dopo) era sempre più difficile.
Ogni tanto riusciva a fuggire e a viaggiare, sulle rive del lago o tra i faggi delle montagne verdi, aiutato dal profumo dei ciclamini…
Nel suo mondo tranquillo, bello, apparentemente immutabile, la realtà stringeva sempre più l’assedio; gli veniva in mente uno dei viaggi che aveva fatto quando non era più un bambino grazie a uno strano libro rosso e verde, un posto dove la Fantasia lasciava il posto al Nulla.
Un giorno accadde… ritornò dal lavoro, si cambio, uscì con la ragazza, discusse di politica con amici e meno amici, tornò a casa, prese un libro e… non riuscì ad entrare. Si leggeva, capiva, partecipava ma da esterno. La magia era persa. Fu un processo lungo e per lui doloroso… A volte un barlume di magia baluginava e faceva capolino in una storia ma poi il nulla. Il Tempo, sempre Lui, passava e il mago non più mago ma uomo, viveva la sua vita con successi, insuccessi entusiasmi e sconforti ma senza più magia. Quando si ricordava della sua magia come di una fantasia infantile accadde di nuovo: un pomeriggio di inverno, il sole ancora bello alto accese il fuoco, spostò la sua poltrona preferita, si prese un libro di un famoso intellettuale che a tempo perso scriveva romanzi (questo era descritto come pesantissimo) e si ritrovò in un mondo di intrighi, cavalieri templari magie…. Come la sua mamma un tempo lo riscosse e lo riportò tra noi la sua compagna che, arrivata che era buio da un pezzo lo ritrovò sulla poltrona ore dopo che aveva iniziato il suo viaggio. La magia c’era ancora ma ormai richiedeva delle formule più complicate, anche lei era diventata più adulta… poi nacque la sua prima bambina…hai bambini bisogna leggere delle storie…. E il mondo colorato aprì di nuovo le sue porte… ma questa è un’altra storia.