Autori Stranieri

Aprile 2009 "Oscar Wilde" di Claudia Lucchin


Carissimo Oscar,
permettimi di chiamarti così, come se fossi un caro amico.
Ho letto il tuo romanzo, Il ritratto di Dorian Gray, che mi ha affascinato, incantato, incuriosito, sia per la meravigliosa scrittura sia per l’incredibile trama. E ho voglia di conoscerti.
Chi sei Oscar, veramente? Che vita hai vissuto? Che filosofia ti ha animato?
Per rispondere a queste domande sono venuta a cercarti e ti ho trovato!
Sei nato il 16 ottobre 1854 a Dublino, in Irlanda, la magica terra dei Celti e dei Druidi, degli antichi castelli e delle verdi distese.
Tuo padre era oftalmologo, famoso anche per i suoi pazienti illustri, come la regina Vittoria.
Tua madre era una poetessa, conosciuta con lo pseudonimo di “Speranza” derivante dal suo motto “fidanza, speranza, costanza”.
Sei molto legato a tua madre, come lei ami la letteratura e vi comprendete molto bene.
Studi al Trinity College e a Oxford e nel 1878 muovi alla conquista di Londra col poema “Ravenna”, di ispirazione italiana.
Diventi celebre non solo per il tuo brillante genio ma anche per le tue pose stravaganti, come passeggiare con un giglio o un girasole in mano o adornare il tuo collo con un vero serpente.
Queste stravaganze più la ricercata particolarità del tuo abbigliamento, scandalizzano i benpensanti e ti ritrovi frequentemente messo in ridicolo sui giornali satirici come il Punch.
In realtà cerchi di vivere con assoluta libertà di artista.
Nel 1881 esce “Poems”, un successo che ti porterà poi negli Stati Uniti per un ciclo di conferenze sull’estetismo. La tua idea mi affascina, infatti giudichi l’estetismo come una scienza che studia il bello e che si può trovare in ogni cosa e il fondamento dell’esteta è la ricerca stessa del bello.
A Parigi scrivi due drammi romantici: “Vera” e “La duchessa di Padova”. Anche qui i tuoi modi di gran signore e la tua conversazione brillante ti spalancheranno le porte dei salotti mondani e intellettuali, ma non disdegni i bassifondi che ritrarrai anche nelle tue opere principali.
Nel 1884 ti sposi con Constance Lloyd: strano perché hai tendenze omosessuali! E infatti dopo la nascita di due figli, ti separi.
Continui a scrivere, racconti, fiabe, e nel 1891 il tuo unico romanzo “Il ritratto di Dorian Gray”. E’ il manifesto dell’estetismo decadente che verrà accolto dalla critica vittoriana con scandalo e furiose polemiche. Infatti racconta la storia del giovane e bellissimo Dorian che per la magia di un suo voto, rimane sempre giovane di lineamenti, pur passando tra le peggiori dissolutezze, mentre lo sfascio della sua vecchiaia, viene trasferito al suo ritratto, che conserva in soffitta.
Alla fine Dorian si ravvede, pugnalando il suo stesso ritratto.
In questo libro condanni il vizio e lo punisci, ma ti compiaci anche del fascino della seduzione del male.
Il tuo scopo è l’esperienza stessa e non i suoi frutti, la negazione di ogni credo e sentimento che limiti le facoltà di godere, la supremazia dell’artista sulle leggi morali e sulle convinzioni sociali.
Queste idee, “voler vivere la propria vita come un opera d’arte”, le hai trasportate nella tua vita quotidiana e le hai pagate in prima persona.
Durante un tuo soggiorno a Parigi scrivi “Salomè”, ma quest’opera teatrale non può essere rappresentata a Londra per il veto del Lord Ciambellano.
Continui a scrivere commedie teatrali: “Il ventaglio di Lady Windermere” (1892), “Una donna senza importanza” (1893), “Un marito ideale” e “L’importanza di chiamarsi Ernesto” entrambe del 1895.
Queste tue opere teatrali sono stilettate al cuore dell’ipocrita morale della società vittoriana in cui vivi e che non è disposta a veder svelate le sue contraddizioni in maniera così palese e sarcastica. Infatti dal 1895 la tua scintillante carriera e la tua vita privata, vengono distrutte.
Due anni prima inizia la tua relazione con Lord Alfred Douglas, detto Bosie, che scandalizza la buona società, e nel 1895 vieni processato e condannato per omosessualità a due anni di lavori forzati.
Durante la prigionia scrivi un’opera toccante e di profonda umanità “De Profundis”, che è una lunga lettera indirizzata al mai dimenticato Bosie (il quale nel frattempo si allontana da te, quasi abbandonandoti).
L’ultima opera che scrivi dopo un riavvicinamento a Bosie, è “La ballata del carcere di Reading”, che termini nel 1898, dopo essere uscito di prigione, durante un soggiorno a Napoli.
Il 30 novembre del 1900 a Parigi ti ammali di meningite e muori.

Caro Oscar, ti ammiro!
Ammiro il tuo coraggio di vivere, coerente con le tue idee, il coraggio di ribellarti a una società che nega la libertà di espressione artistica e umana, il coraggio di vivere, stupire e sorprendere fino in fondo, di essere te stesso nonostante tutto e tutti, compreso il prezzo da pagare per una vita vissuta controcorrente, a cui ti sottopone la società vittoriana condannandoti ad una fine ignominiosa.
Grazie Oscar, rimarrai sempre nel mio cuore!

Claudia Lucchin

Luglio 2010 "Sir Arthur Conan Doyle" di Nadia

Da qualche parte ho letto che la figura del Dottor House, il medico diventato simbolo della professione medica (chissà poi perchè) è stata ispirata dal più noto personaggio di Sir Arthur Conan Doyle, il papà di Sherlock Holmes.
Ci ho pensato a lungo e, mentre alcuni aspetti dei due personaggi sono altamente dissimili, molte sono le somiglianze sia nel metodo di lavoro che negli atteggiamenti.
Holmes coglie le sfumature degli abiti, delle voci, degli atteggiamenti e da un senso originale alle parole dei propri clienti, così come il Dottor House riesce a guarire i propri pazienti partendo da un particolare, o da un sintomo meno importante, che sfugge agli altri. Entrambi quindi applicano quello che viene definito "il metodo deduttivo" o metodo scientifico.
Ad entrambi vengono affidati casi apparentemente insolvibili e di difficile comprensione.
Come Holmes, anche House è drogato, è un solitario e non ama le donne nè i sentimenti che lo distraggono dal suo lavoro e dalla logica.
Come Holmes, anche House è attratto da una sola donna o meglio, una sola donna è riuscita ad affascinarlo.
Entrambi hanno come amico un medico con il quale convivono.

Sono molti quindi i punti in comune e chissà se lo scrittore del serial del Dottor House è o meno consapevole di tutte queste coincidenze che, a mio parere, non sono plagio bensì una bella trovata per rispolverare, seppure sotto altre vesti, una fetta importante della letteratura inglese.

Nadia

Marzo 2009 "Miguel de Cervantes Saavedra" di Alessio Pracanica

Nel giorno di San Michele
(succinta biografia di un caro amico muy ingenioso)

Miguel de Cervantes Saavedra, nasce a Alcalá-de-Henares il 29 Settembre del 1547, giorno di San Michele, quarto dei sette figli di un modesto chirurgo- cerusico, Rodrigo de Cervantes.
Ciò secondo la leggenda…anche se il suo certificato di battesimo è datato 9 Ottobre…
Della sua educazione umanistica, l’unica prova che ne rimane è la pubblicazione di quattro poesie giovanili in un’opera di Juan Lopez de Hoyos, il quale lo definisce “ il nostro caro e amato discepolo Cervantes”…in ogni caso, già nel 1568, il caro discepolo si trova in Italia, ove si era rifugiato per scampare a dieci anni di carcere e al taglio della mano destra (e questo sarebbe stato decisamente un guaio!) per aver ferito, in un duello, tale Antonio de Segura…
Si reca quindi a Roma sotto la protezione del cardinale Giulio Acquaviva,…il carattere “vivace” lo fa optare per la vita militare…partecipa alla battaglia di Lepanto nel 1571, imbarcato sulla galera “Marquesa”…viene ferito al petto e perde l’uso della mano sinistra ( da qui il soprannome “el manco de Lepanto”)…trascorre alcuni mesi di convalescenza a Messina…tutto ciò non lo scoraggia, anzi…l’anno dopo è già a Navarino, per suonarsele di santa ragione con i turchi nel corso dell’omonima battaglia…nei due anni successivi partecipa alla presa di Biserta e alla battaglia di Tunisi…con la sua guarnigione si sposta tra Napoli, Messina e Palermo…

Nel settembre del 1575, quando sta per tornare in Spagna, forse fidando che siano state dimenticate le sue vecchie pendenze con le patrie galere, viene catturato dai turchi e venduto come schiavo…per cinque anni cercherà inutilmente di fuggire, fino a quando non viene riscattato ad opera di alcuni frati…Appena tornato, si reca in Portogallo dal re Filippo II, ed ottiene un incarico da svolgere ad Orano. Al ritorno tenta, invano, di partire per l'America.
Tra il 1583 e il 1585 scrive diverse opere teatrali, rappresentate con alterna fortuna.
Nel 1584 sposa Catalina de Salazar y Palacios, mentre prima gli era nata una figlia Isabel, dalla relazione con un’altra donna, tale Ana Franca de Rojas (forse un attrice).
Nel 1585 pubblica il romanzo pastorale “La Galatea”.
Dal 1587 fino al 1600 abita a Siviglia, percorrendo l'Andalusia come intendente per la fornitura di viveri per l'Invincible Armada,… l’incarico, mai retribuito, gli rende un paio di scomuniche per aver sequestrato beni di proprietà ecclesiastica…
In seguito, rimasto senza lavoro per opera della marina inglese, accetta l’incarico di esattore delle tasse nella provincia di Granada.
Tra il 1587 e il 1597, si impelaga in nuovi guai giudiziari a causa di alcune irregolarità nelle forniture e per essere stato coinvolto nel fallimento di un banchiere, cui aveva affidato le somme riscosse con le tasse …le noie legali e i soggiorni in carcere saranno una costante della vita di Miguel Cervantes, permettendoci di porre un interrogativo…se cioè egli fosse uomo molto sfortunato e poco felice nella scelta delle amicizie, oppure individuo di mentalità disinvolta, come farebbero pensare tutte le condanne che subì…lui, nel corso del Don Chisciotte, si definisce scrittore “che ha più pratica di casi avversi che di versi”…lasciando intendere che sia la sfortuna la causa di tutti i suoi mali…io però, pur volendogli molto bene, propendo per la seconda ipotesi,…anche perché, Miguel, scrive troppo bene per essere un semplice frescone…mi risulta molto più facile credere che fosse (con tutto il rispetto per donna Leonor de Cortinas) un figlio di buona donna…
Si presume che cominci a scrivere il “Don Chisciotte” verso la fine del 1500, anno più anno meno,…nel 1603 si trasferisce con la famiglia a Valladolid, sede della corte, e nel 1605 pubblica la prima parte del romanzo con il titolo “ El ingenioso caballero don Quijote de la Mancha”.
Nello stesso anno, viene ucciso di fronte a casa sua (questa è jella!) il cavaliere Gaspar de Ezpeleta…Cervantes e la sua famiglia saranno arrestati e lui sarà processato per questo delitto…assolto, si trasferisce a Madrid nel 1607 al seguito della corte e nel 1613 pubblica le “ Novelas ejemplares “ e l’anno dopo “Viaje del Parnaso”.
In questo periodo esce una seconda parte del “ Don Chisciotte” ad opera di un certo Alonso Fernandez de Avellaneda (uno stronzo, sicuramente) che, non contento di questa bella impresa, nel prologo insulta Cervantes…” Ha più lingua che mani; tutto e tutti lo mandano in collera, per questo è cosi privo di amici”.
L’orgoglio ferito ne stimola la creatività e ciò lo induce a scrivere la seconda parte del romanzo, in cui si prende anche una piccola vendetta…fa in modo che Alonso e Sancio incontrino alcuni personaggi presenti nella falsa seconda parte,… uno di essi addirittura accetterà di testimoniare, davanti all’alcade del villaggio, che il Don Chisciotte qui presente “non è quello che andava alle stampe in una storia intitolata – Seconda parte di Don Chisciotte della Mancia-, composta da un certo de Avellaneda, nativo di Tordesillas “ …perfino nel testamento, l’ormai rinsavito Alonso Chisciano il Buono si ricorderà di Avellaneda per aver scritto “tante e tante sciocchezze”.
Verso la fine del 1615 pubblica le “ Ocho comedias y ocho entremeses nuoevos nunca representados “ nel cui prologo scrive “ Composi in quel tempo fino a venti commedie o trenta, e tutte si recitarono senza che si facesse loro offerta di cetrioli né di cose da lanciare”…anche se fosse stato davvero un rissaiolo senza scrupoli, con più lingua che mani, come si fa a non voler bene ad un uomo simile?
Ed è per questo che ne piangiamo la morte, avvenuta a Madrid il 22 aprile 1616.
Nel 1617, la vedova provvede a far stampare, postuma,… “ Los trabajos de Persiles y Sigismunda. Historia septentrional” … ambiziosa opera di ispirazione classica.

Alessio Pracanica

Marzo 2009 "Neolatino a chi" di Alessio Pracanica

Neolatino a chi?....andiamoci piano con gli insulti.
(Breve excursus senza pretese nella letteratura spagnola pre-Cervantes)

di Alessio Pracanica

Neolatino a chi Pag.1

Le origini:
Le prime testimonianze di lingua romanza, quello che potremmo definire il volgare spagnolo, risalgono al X – XI secolo. Sono di questo periodo, infatti,
le Glosas Emilianensis (dal nome del monastero di San Millàn) e le Glosas Silenses (dal monastero di Santo Domingo de Silos).
Si tratta di una raccolta di omelie e di un penitenziale latino, al margine dei quali viene trascritta la traduzione in volgare di espressioni latine di cui i monaci non conoscevano il significato.
La lingua di queste note è il dialetto navarro-aragonese, dato che per riscontrare elementi di castigliano, bisognerà arrivare fino alla seconda metà dell’undicesimo secolo.
Secondo la tradizione, l’uso di una lingua volgare sarebbe nato più a nord…in quella che oggi chiamiamo Francia…
Ci sono diverse teorie, su come la lirica provenzale (considerata la madre di tutte le letterature volgari europee) si sviluppi …
La teoria romantica (attribuita inizialmente a Goethe), prevederebbe uno sviluppo da una tradizione popolare preesistente, sotto forma di canzone ed affidata quindi alla trasmissione orale.
La teoria mediolatina (Brinkmann ed altri), la quale sostiene una derivazione dalla poesia medievale in latino.
La teoria araba, che propugnava una trasmissione a Provenzali e Siciliani della metrica araba e del concetto di rima, nel corso della dominazione musulmana di tali territori.
Questa teoria conobbe nel corso dei secoli diversa ed altalenante fortuna…
Il primo a sostenerla fu un italiano, Gianmaria Barbieri (1574), che argomentava di come l’invenzione della rima fosse opera degli arabi (ed in effetti, che io ricordi, non ci sono tracce di essa nella pur corposa produzione greca e latina).
Una prima sostanziale modifica a questa corrente di pensiero la compie un altro italiano, Muratori, nel XVIII secolo, che nella sua opera
“Antiquitates italicae medii aevi” (1738-42) afferma si la trasmissione araba del concetto di rima, ma sostiene che questi ultimi l’abbiano appresa dagli Ebrei. Sia per lui che per altri studiosi, (Tiraboschi, Andrès) fu la Spagna la zona in cui ebbe luogo materialmente la trasmissione di questa struttura poetica…
Fino a qui, abbiamo solo ipotesi, seppur ben intenzionate e di notevole arditezza di pensiero per i tempi (pensate ad un autore cristiano che in pieno ‘500 ipotizza che qualcosa sia merito degli arabi)…nel 1948, però, interviene un fatto nuovo…
Vengono alla luce alcune liriche romanze inserite in poemi ispano-ebraici, soprattutto grazie al contributo di Stern. Esse vengono definite
harge e consentono di retrodatare di almeno un secolo l’inizio della letteratura spagnola. Altra importante derivazione, dato che alcune harge sono antecedenti alle prime liriche in provenzale, possiamo dire che non è più (o meglio non è solo) la Chanson de Geste la madre della lirica europea.
Infine, sempre riguardo alle origini, non essendo più
“ El poema de Miò Cid” la prima opera in spagnolo, tale letteratura ha un’origine lirica e non epica…distinzione di non poco conto.
Tali harge sono scritte in mozarabico, cioè nel volgare romanzo parlato dai Cristiani e dai muladìeres (cristiani rinnegati) nei territori sotto il dominio musulmano.
Tale lingua, di fatto deriva dal latino ed è molto simile al castigliano dell’epoca…
Il contenuto delle harge è di solito costituito dal lamento di una donna per la perdita, l’assenza o il ritardo dell’amato. Esse di solito venivano inserite all’interno di poemi in arabo volgare, in arabo classico o ebraico, detti muwassaha.
Riprendiamo un attimo il discorso del mito della Reconquista…se veramente l’invasione araba della Spagna fosse un’anomalia, come giustificare questi poemi scritti in due lingue diverse (arabo e romanzo)? …Se due etnie condividono le forme di intrattenimento e parlano ciascuna la lingua dell’altro (va da sé che chiunque si accostasse ai muwassaha doveva conoscerle entrambe) non potremmo forse dire che siamo sulla strada di una assimilazione? E’ mai esistito un popolo dominante che si sia preso la briga di inserire nelle proprie opere letterarie, poesie in volgare indigeno? In ogni caso il ritrovamento delle harge pone almeno tanti quesiti di quanti ne dirime…
A mio modesto parere la questione è di estremo interesse, perché, se si arrivasse a conclusioni definitive, si dovrebbe riscrivere la genesi dell’intera letteratura europea…
Avrete già capito come io tifi per tale teoria, ma debbo, per onestà, dire che essa è molto controversa…soprattutto sul punto che porrebbe la lirica romanza di derivazione araba, precedente alla letteratura provenzale…ironia vuole che uno dei maggiori detrattori di tale ipotesi sia proprio Stern, il ritrovatore delle prime harge…
Noi però dobbiamo accantonare la questione e tirare diritto, che il cammino per la Mancia è ancora lungo…
La crisi della cultura latina si avverte in Spagna più che in altre zone d’Europa…non solo nel sud in mano ai musulmani, ma anche nel nord…non esiste inoltre, in quest’epoca (cioè XI e XII secolo) un folto pubblico in grado di comprendere il latino e giustificare quindi la trascrizione di opere preesistenti e la composizione di nuove…
In natura, tutti gli spazi vuoti vengono riempiti per semplice osmosi…ed anche in letteratura (già una volta, parlando di Solaris e della fantascienza in genere, dissi quanto la trovo somigliante alla biologia) avviene lo stesso…gli spazi vuoti, lasciati dalla crisi della cultura latina, vengono riempiti dalla tradizione popolare…
Non a caso, infatti, prima ancora delle harge, l’inizio della cultura castigliana veniva attribuita ai cosiddetti junglares, menestrelli itineranti non diversi dai trovatori o cantastorie…
Ricordiamo come quella dei junglares fosse una casta aperta, che comprendeva anche arabi e (fatto veramente straordinario) donne…la loro funzione era allo stesso tempo formativa ed informativa…dato che diffondendo notizie ed avvenimenti più o meno epicizzati, contribuivano anche a creare quel collante sociale e quella lingua unica, che di fatto tenne unite le varie piccole comunità fino all’invenzione di mezzi di comunicazione leggermente più avanzati…
La presenza di arabi tra essi non dovrebbe più stupirci…alla luce di quanto si è detto sull’effettivo amalgama avvenuto tra le varie etnie…
Le narrazioni degli junglares ( e dei cantastorie) si compone soprattutto di gestas (dal latino gero…) e da qui si sviluppa un’interessantissima metafora linguistica…in cui il senso di “cose fatte”, avvenute, viene gradatamente ad identificarsi con il termine “imprese”…

Neolatino a chi Pag.2

La nascita dell’epica e il XII secolo:
Dagli junglares ai romanzi, cioè da un’epica recitata ad un’epica scritta, il passo è breve (si fa per dire)…solo che l’epica spagnola possiede alcune caratteristiche peculiari, che la differenziano da quella francese…innanzi tutto un certo realismo che contraddistingue la base di ogni narrazione
( prendendo ad esempio
“ El cantar de mio Cid” vedremo come in esso, tutto ciò che è inventato è comunque verosimile o in ogni caso didascalico)…una notevole dose di semplicità, quando non di rozzezza ( metrica irregolare e spesso sostituzione della rima con l’assonanza, cosa che avrebbe fatto fremere di sdegno i trovatori francesi)…
Altra caratteristica importante, è la concezione degli avvenimenti come cosa fortemente intrecciata all’ordine e alla volontà divina ( fenomeno questo, presente anche nell’epica francese, ma non in maniera cosi rigida)…infine…tenete aperte le orecchie, perché questo concetto è importante…una diversa
spazialità …nel mondo epico della chanson de geste, c’è una netta distinzione tra lo spazio in cui vive, combatte, si agita, ogni francese che si rispetti e lo spazio degli altri…l’epos spagnolo, invece è delimitato alla penisola iberica…qui l’eroe si muove a suo piacimento e le distanze sono praticamente annullate…
In questo concetto, personalmente ci ritrovo, almeno in parte, quella caratteristica tutta spagnola che ho già definito “orgoglio misantropo”…l’eroe spagnolo si muove esclusivamente all’interno del suo mondo, avendo la scusante della “ Reconquista” e quindi della crociata da fare in casa, ma in realtà (at least for me) perché solo qui riesce a padroneggiare ogni aspetto della realtà (figurata)…quasi come se la Spagna avvertisse come un demerito l’aver i Mori in casa e allora l’intera nazione regredisse in una dimensione inferiore,…traslocando il suo senso del fantastico entro i rigidi confini della geografia e di una specie di proto-verismo storico…
Solo a queste premesse il topos dell’epos (la penisola iberica) diventa la terra-del-qui-si-può, in cui l’eroe può attuare ogni sorta di “miracolo”…pur nei limiti, anche qui, di una narrazione il più possibile verosimile…
Sia chiaro che queste idee sono solo mie e quindi da prendere (come sempre) con il beneficio di inventario…
Molti poemi epici antecedenti al XII secolo sono andati perduti…
Il primo poema in lingua spagnola ( e fino alla scoperta delle harge, la prima opera letteraria) è

“ El cantar de mio Cid” riscoperto nel 1779 e di cui si è ritrovato un manoscritto a data del 1207…
Secondo molti ricercatori esso è ancora più antico, risalendo addirittura al 1140 e solo come derivazione da un’opera precedente…anche sull’autore i pareri sono molto controversi…pare si tratti di due autori diversi (entrambi anonimi)…il primo avrebbe creato lo schema originario, il secondo avrebbe accentuato, nella successiva stesura del 1140, i caratteri romanzeschi e i molti anacronismi presenti…
Altra ipotesi invece, privilegia un nucleo di condensazione più antico, in seguito al quale, per successivi rimaneggiamenti ed adattamenti (opera di molti autori), si sarebbe arrivati alla stesura del 1207…insomma più o meno quello che si immagina sia successo per le opere di Omero…

“ El cantar de mio Cid” è un’opera in versi anisosillabici ( piano con le espressioni pesanti, vuol dire solo che i versi hanno un diverso numero di sillabe) … i versi pari sono assonanti…
Esso è composto da tre
cantares ( i cantares erano le composizioni cantate, appunto, dagli junglares)…
C’è una parte mancante…in cui il Cid viene esiliato con l’accusa di aver rubato i tributi dovuti al re, le tre parti seguenti invece sono…

“ El cantar del destierro”... in cui il Cid, dopo aver lasciato la sua città, Vivàr, vince diversi nemici e manda un regalo al re, dimostrandogli la sua fedeltà…
“ Cantar de las bodas” in cui si narra la conquista di Valencia e la sconfitta del re di Siviglia. Il Cid manda un nuovo regalo al re e questi gli permette di riunirsi alla sua famiglia…
Ciò però suscita la cupidigia degli Infanti di Carriòn, i quali chiedono la mano delle sue due figlie…anche se il Cid è contrario, deve adeguarsi all’assenso del re.

“Cantar de la afrenta de Corpes” ... in cui gli Infanti di Carriòn si rendono ridicoli per la loro vigliaccheria di fronte a un leone. Per vendicarsi, abbandonano le figlie del Cid nel querceto di Corpes dopo averle picchiate…a questo punto il Cid chiede ed ottiene giustizia dal re…il poema termina con le nuove nozze tra le sue figlie e gli Infanti di Navarra e Aragona…
Riprendiamo un attimo il discorso del realismo…tutti i personaggi sono realmente esistiti e documentati…persino l’evento più drammatico, l’oltraggio di Corpes, pur essendo probabilmente inventato…serve a far risaltare la nobiltà del Cid contro la perfidia dei suoi nemici…
Anche nel romanzo di Cervantes il realismo ha una parte importante…non c’è alcun elemento fantastico nella narrazione…è solo Don Chisciotte ad effettuare la trasformazione dell’elemento reale in elemento fantastico…
Possiamo individuare la prima caratteristica dell’eroe spagnolo…la sua lealtà, dirittura morale che non devia dal suo percorso…il Cid è una strana figura di ribelle fedele…che, pur tradito dal re, rimane leale alla monarchia fino al riconoscimento dei torti subiti…
Nello stesso modo vedremo come Don Chisciotte rimanga coerente a se stesso, invocando come sua nemica la stessa fatalità che spesso, nel corso del poema, si accanisce contro il Cid…
Potremmo dire, ragionando per paragoni, che Don Chisciotte elevi a suo monarca lo spirito stesso della cavalleria…cui rimane sempre fedele a prescindere da tutti i torti subiti…
Dopo il poema del Cid, altri poemi minori si affacciano al davanzale della letteratura…il Bernardo del Carpio e il Roncesvalles (da osservare come quest’ultimo sia, in pratica, la versione spagnola della Chanson de Roland)…nell’insieme, di questi due poemi ci sono giunti solo frammenti, da cui possiamo desumerne lo scarso valore assoluto ( pur non misconoscendone l’importanza di testimonianza dei tempi)…
All’inizio dell’epica fa da contraltare l’esordio (almeno in forma organizzata di cui esistono testimonianze non controverse) della lirica, con il
“ Cancionero di Ibn Quzman”,…componimento simile alla Muwassaha, da cui però si differenzia per la mancanza della harge…

Neolatino a chi Pag.3

Altra forma letteraria del tempo (siamo sempre nel XII secolo) è il debate, o disputa…affine alla “tenzone” provenzale…un esempio è “La disputa del alma y del cuerpo” in cui il corpo e l’anima di un defunto si incolpano a vicenda dei suoi peccati…
La nascita del teatro non avviene diversamente dal resto d’Europa…sotto forma di teatro religioso.
La questione dell’influenza e della mescolanza tra cultura cristiana e musulmana, di cui abbiamo già parlato più sopra, viene evidenziata, a mio avviso dalla notevole influenza raggiunta dalla cosiddetta “Scuola dei traduttori di Toledo”…questa città, infatti, diventa sempre più centro di confluenza e convivenza di cristiani, ebrei e musulmani…vero crogiolo di queste culture, la scuola, che sia o no realmente esistita come topos, si pone all’avanguardia per la quantità e la qualità delle traduzioni…soprattutto delle opere arabe a tema scientifico e di quelle greche…ben prima di quanto fecero le abbazie benedettine nel resto d’Europa…
Dal XII al XV secolo:
Oltre al continuare della tradizione degli junglares, si assiste, in questo periodo, ad un intensificarsi della comparsa di debates e cancioneros…la vera novità è rappresentata, a mio avviso, dalla nascita della prosa…inizialmente sotto forma di opere di interesse pubblico…come le
“Partidas”, un codice giuridico composto nella seconda metà del 1200 sotto il regno di Alfonso X di Castiglia… a questo fa seguito la composizione di opere a tema storico… ”La cronica general de Espana” e “ La grande e general historia”…inoltre si assiste alla comparsa del racconto di provenienza orientale, di cui “ Le mille e una notte” inizialmente apparso in forma frammentata, è sicuramente il titolo più noto.
Numerose opere vengono alla luce in questi anni, senza tuttavia apportare notevoli innovazioni sul piano dello stile, dei temi e della forma di componimento…ricordiamo
“ Il libro del buen amor” di Joan Ruiz de Hita, “I proverbios morales” del rabbino Sem Tob ibn Ardutiel ben Isaac, il “ Rimado de palacio” del cancelliere Ayala e, a parte, Don Juan Manuel, che incarna la figura del cortigiano, in senso letterale e letterario, come pochi…di esso rimangono circa sette opere più almeno altrettante che sono andate perdute…
Con la graduale scomparsa dell’epica lirica, compaiono anche i primi
“Romances” … essi sono poemi narrativi in versi a tema epico (solo in un secondo tempo) o di attualità…quale ad esempio la morte di qualche personaggio famoso…
Verso la fine del XIV secolo cominciano a comparire, in forma autonoma, i romanzi cavallereschi
( non confondiamoli con l’epica lirica stile
“El cantar de mio Cid” perché questa è in versi e non in prosa)…inizialmente si tratta di traduzioni o trasposizioni sul tema della ricerca del Graal, in seguito vediamo comparire romanzi decisamente innovativi quale l' ”Amadigi” ( che tanto piacerà ad Alonso Chisciano)…in essi, oltre al proposito di divertire il pubblico, si vuole fornire un vero e proprio manuale di comportamento del perfetto cavaliere…vedremo in seguito come Don Chisciotte attinga spesso a questi veri e propri pozzi di scienza della cavalleria…in realtà, romanzi come l’Amadigi, fornirono per almeno due secoli, a tutta l’Europa, un modello di comportamento ideale cui ispirarsi, non solo nelle imprese eroiche, ma anche e soprattutto nelle relazioni con il re ed altri membri della corte…cosa di non poco conto in un epoca tanto rigida sul piano formale.
Il romanzo epico spagnolo, si colloca a metà strada tra quello francese, colmo di imprese eroiche, e quello italiano, in cui l’accento è posto maggiormente sul tema dell’amor cortese…
Prima di raggiungere il cosiddetto “ Siglo de oro”, rimane ancora un argomento da trattare…

“ La Celestina”… innanzi tutto è fortemente dubbio se quest’opera sia un romanzo in prosa o un componimento teatrale,…se ne conoscono due versioni, la prima intitolata “Commedia de Calisto y Melibea” ed un’altra “ Libro de Calixto y Melibea y della puta vieja Celestina”… sia come sia, di quest’opera ne parliamo a parte, perché si pone in maniera francamente innovativa nel ristretto panorama della letteratura spagnola fino ad allora…
L’autore, Fernando de Rojas, ci introduce in un mondo al femminile, in cui l’azione è delimitata negli spazi propri delle donne, il cortile o l’interno della casa…inoltre, la vecchia Celestina attua le sue azioni a partire da una realtà che è quella dei bordelli, della stregoneria…
Sulla carta la Celestina sembrerebbe un tentativo di far incontrare gli schemi della commedia latina ( stile Terenzio) con i temi dell’amor cortese…in realtà, essa, pur essendo piena di elementi medievali (per essere una commedia c’è un discreto numero di suicidi) segna già l’inizio di un’era nuova, in cui l’individualismo cresce e si sviluppa…tanto per essere chiari, è proprio in questo momento che comincia a spuntare “la tirannide del relativismo” ed è prima di quest’epoca che qualcuno, forse, vorrebbe farci ritornare…

Neolatino a chi Pag.4

El siglo de oro:
Quello che in Spagna si chiama secolo d’oro, nel resto del mondo viene definito (anno più, anno meno) in parte Rinascimento…ed, in parte, Barocco…in esso vediamo nascere un uomo nuovo, che pone se stesso al centro dell’universo e dialoga con dio in un rapporto che, se proprio non è di uguaglianza, certo non è più di sudditanza passiva, come durante il medioevo…lo stesso Erasmo da Rotterdam, che pure incita ad un ritorno allo studio ed alla lettura delle Sacre Scritture e della patristica, pone quest’esperienza all’interno di un ambito ben più vasto, che è quello del dialogo interiore che ogni cattolico dovrebbe avere con dio…
La messe di opere e autori della Spagna di questo periodo è talmente vasta ( e sennò che secolo d’oro sarebbe?) che citarli tutti sarebbe impresa ardua e superiore alle mie possibilità…in ogni caso molti li incontreremo nella biblioteca di Alonso e non mancheremo di parlarne a suo tempo…diciamo che tre giganti torreggiano su tutti gli altri…Miguel Cervantes (ovviamente), Lope de la Vega e Calderòn de la Barca…se del primo parleremo ampiamente in seguito…ritengo necessario approfondire il discorso sui primi due…
Con Lope de la Vega, ci troviamo di fronte ad una straordinaria figura di poeta, che scrisse versi nella stessa maniera in cui visse…intensamente…la sua produzione è sterminata…scrisse poesie, poemi, opere teatrali in versi e prosa, villacincos, romances, sonetti, epistole, egloghe…il tutto nello stesso stile appassionato che caratterizzava la sua vita, i suoi amori e, sul finire della sua esistenza, la fede religiosa…questo straordinario autore, purtroppo misconosciuto in Italia, non aveva alcun bisogno di inventarsi un io poetico amoroso, come Petrarca o Bembo,…narra i suoi amori cosi come sono…ed è solo la sua grandezza immaginativa a farli diventare immensi, a riscattarli dalla quotidianità…

“ Llorò cuanto es amor, hasta el oblido
A amar volviò porque llorar pudiera
Y es la locura de mi amor tan fuerte
Que pienso que llorò tambièn la muerte “

... Pianse tutto l’amore, fino all’oblio,
e ad amar tornò perchè pianger potesse,
ed è la follia del mio amor si forte,
che penso che pianse anche la morte...

Anche nell’ambito del teatro la figura di Lope de la Vega assume un’importanza fondamentale, tanto che a tutt’oggi si parla di teatro pre-lopista e post-lopista, assumendolo a spartiacque di un nuovo modo di concepire la vita e la letteratura…lo stesso Miguel Cervantes, parlando delle commedie di de la Vega scrive …
“ Entrò poi il mostro della natura, il grande Lope de la Vega, e si alzò con la monarchia cosmica.
Avvassallò e mise sotto la sua giurisdizione tutti i farsanti; riempì il mondo di commedie ben fatte, felici e ben concepite, cosi tante d’aver scritto più di diecimila canovacci, e tutte, che è una delle maggiori cose che si possono dire, sono state viste o s’è sentito dire che sono state rappresentate”.

Pedro Calderòn de la Barca nasce a Madrid nel 1600…la sua opera si sviluppa totalmente nell’ambito del teatro, sotto forma di tragedie ad argomento religioso e commedie a carattere filosofico…per motivi non solo anagrafici, possiamo dire che Calderòn incarna il barocco molto più di Cervantes e Lope de la Vega…nel suo teatro predominano gli allestimenti scenici, che sono un tutt’uno con la storia e anzi ne compongono spesso l’ossatura portante…anche se le sue opere riscossero enorme successo, gli mancò, a mio avviso, l’abilità rimaiola ed il calore di un de la Vega o l’intima ingegnosità di Cervantes…se questi due, letti oggi, mostrano ancora intatte tutte le loro potenzialità e la sostanziale modernità di temi e linguaggio, il teatro di Calderòn non può non indurre lo spettatore moderno a qualche sbadiglio, se non si attuano sostanziali riletture, che ne alterano di fatto il significato originale…ed a ben guardare, mi sembra che in questa differenza ci sia tutta la superiorità del Rinascimento sul Barocco…
E con questo avremmo finito il “breve” excursus nella letteratura spagnola…spesso a torto definita la minore delle tre letterature neolatine…essa, pur non avendo fino al sedicesimo secolo un autore della grandezza di Dante, ne inventa, di colpo, tre di tale statura da far impallidire qualunque confronto…quanto al concetto di “neolatino”…se approfondita ulteriormente, l’ipotesi di una poesia latina debitrice a quella araba di forme, temi e strutture fondamentali, è troppo bella e simbolicamente interessante per essere liquidata come “minore” fino a prova contraria…
Teniamocela pure come ipotesi dunque…cercando di non costruire su di essa alcun castello di carte, ma ricordiamocene sempre…soprattutto quando dovremo spiegarci certe rassegnazioni, certi fatalismi dell’animo di alcuni personaggi…volesse il caso che, sconfitto il Moro e sollevata la sua visiera, il cavaliere cristiano si trovasse a contemplare, per la prima e non certo ultima volta, se stesso?

Marzo 2009 "Splendore a 17 carati" di Alessio Pracanica

Splendore a 17 carati.
(Il mito del secolo d’oro)

di Alessio Pracanica

L'Invencible Armada

Splendore a 17 carati Pag. 1

Non è certo una grande scoperta, da parte mia, l’affermazione che, per capire Don Chisciotte, bisogna prima comprendere la Spagna e gli spagnoli…
Vista come entità storica e culturale, la Spagna a me sembra una successione ininterrotta di miti, almeno nella visione in cui spesso la giudica la storiografia ufficiale (spagnola)…
Il mito della Reconquista, …il mito del secolo d’oro, con il suo carico di ambizioni imperiali,…una specie di orgoglio misantropo, molto diverso dall’arrogante “grandeur” dei francesi, che pur tuttavia esiste e rischia di essere misconosciuto, per il semplice fatto che il carattere spagnolo (definizione grossolana, me ne rendo conto, ma il poco spazio richiede semplificazioni e, talvolta, rozze divisioni per categorie) è caratterizzato da un complesso di superiorità frustrato,…per semplificare ulteriormente…se il carattere nazionale francese reagisce a tale frustrazione (e misconoscimenti della sua importanza) con aggressività diplomatica, politica e linguistica (basti pensare alla quantomeno “bizzarra” decisione di De Gaulle di non entrare nella Nato, ma di allearsi con essa)…quello spagnolo reagisce con l’isolamento, l’arroccamento dentro se stessi…se può sembrarvi un’affermazione forte, ricorderò che solo negli anni ’70 di questo secolo la Spagna si è affacciata al confronto con altri paesi (dopo la morte di Franco, cioè) e rimane tutt’ora il paese occidentale ad essere entrato più tardi nella Nato e l’unico paese dell’UE in cui sia stato effettivamente tentato un golpe negli ultimi trent’anni.
A cosa è dovuta questa diversità degli spagnoli?
Se la psicanalisi parla di traumi dell’infanzia per spiegare le aberrazioni caratteriali degli individui, non vedo perché non potremmo applicare lo stesso concetto alle nazioni…
La Spagna ha (o piuttosto ritiene di avere) un peccato originale da scontare…la conquista araba…
Questo episodio da solo, ha fatto nascere diversi miti della storia spagnola…, ma procediamo per gradi…partiamo, com’è ovvio … dall’inizio
Le prime testimonianze storiche di insediamenti umani nella penisola iberica risalgono al 1200 a. C. , in questo periodo, tra popolazioni autoctone e immancabili migrazioni di popoli indoeuropei, si comincia a formare una base etnica (seppur ancora molto variegata)…in quegli anni, tra l’altro, avviene secondo la leggenda, la fondazione di Gadir (l’odierna Cadice), presso Gibilterra, ad opera dei Fenici. Siamo in piena età del Ferro.
In seguito, nei secoli successivi, alla spinta espansionistica di popolazioni provenienti dal nord, farà sempre più da contraltare la fondazione di diversi porti e stazioni commerciali ad opera degli stessi Fenici, operazione accelerata dalla scoperta di notevoli giacimenti di metalli (ferro, argento, oro e soprattutto stagno)…ad essi fanno seguito, ovviamente, gli immancabili Greci, anche se in epoca più tarda…
Fin qui assistiamo ad una vicenda abbastanza simile a quella italiana…popolazioni autoctone o trapiantate da migrazioni provenienti da est, si incontrano (raramente si scontrano, più spesso si amalgamano) con i popoli di navigatori e commercianti giunti dal Mediterraneo…
Nel VII secolo a.C. , assistiamo alla nascita (indicata in fonti ellenistiche) del mitico regno dei Tartessi, di incerta collocazione geografica…esso dura poco, perché già alla fine del VI secolo a. C. scompare dalle documentazioni storiche, probabilmente a causa di un diminuire degli scambi commerciali con i Fenici (che, nel frattempo, hanno i loro guai da risolvere con i Babilonesi) e soprattutto della perdita del monopolio dello stagno in favore di Marsiglia.
Sconfitti i Fenici ad opera di Nabucosondor, una nuova potenza si affaccia sul Mediterraneo…
Cartagine, i cui primi insediamenti in Spagna sono della metà del VI secolo, conserva le stesse caratteristiche comportamentali dei Fenici (da cui, di fatto discende), perché ne conserva le stesse finalità…non imperialismo basato sul possesso di territori, ma occupazione di punti strategici a protezione delle rotte commerciali…
E’ interessante notare, come paesi di scarsa o nulla spinta demografica e dal “pedigree”, per cosi dire, economico (quali le città fenicie, greche, Cartagine ed, in tempi più recenti la stessa Inghilterra e l’Olanda) si siano concentrati su questo modello di colonizzazione, che potremmo chiamare di primo tipo,…mentre nazioni di notevole (per i tempi) esubero demografico e dalle origini stanziali ed agricole, come l’antica Roma, i califfati musulmani, il Giappone a cavallo del ‘900 o (guardacaso) la Spagna imperiale, abbiano sempre preferito l’occupazione tout court di territori, dando vita ad una colonizzazione di secondo tipo, con risvolti e ripercussioni culturali molto diverse, soprattutto per le popolazioni occupate…
Ciò, naturalmente, perché le nazioni appartenenti al secondo esempio potevano permetterselo, avendo uomini e risorse sufficienti (rispetto, ad esempio, alle piccole città greche), ma anche perché le loro origini agricole piuttosto che industriali e la stessa necessità di beni di consumo (soprattutto alimentari) per nutrire un impero sempre più vasto, forniscono se non una scusante, certo una parziale motivazione di tale comportamento…
I legionari romani, manipolo di contadini in uniforme, che non avevano prodotti da offrire, trovavano perfettamente normale, conquistato un territorio, edificarvi città e fattorie, ad imitazione dei modelli lasciati a casa…Greci e Fenici, per lo più marinai e commercianti, si accontentavano di fondare un porto, lasciando l’entroterra relativamente libero di farsi i fatti suoi, contando sul suo bisogno di commerciare per assimilarlo…
Lo sviluppo di questi concetti ci porterebbe forse troppo lontano, vi chiedo però di tenerli a mente, perché essi saranno necessari per capire quella casta di hidalgo, o cavalieri della piccola nobiltà spagnola, a cui, di fatto, appartiene Don Chisciotte…

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Eravamo rimasti a Cartagine, in realtà essa non è l’unica potenza ad affacciarsi sul Mediterraneo, ovviamente ce n’è un’altra, situata su alcune colline accanto ad un fiume chiamato Tevere…
Il conflitto tra Romani e Cartaginesi, a mio avviso, illustra al massimo grado i concetti esposti prima,…Roma ha poche difficoltà ( in chiave storica e nel corso dei secoli, ovviamente) a trasformarsi in potenza navale, le sue risorse e il suo immenso retroterra lo permettono…Cartagine invece, che per resistere tenta di trasformarsi in potenza territoriale, deve andare incontro a notevoli limiti. Essi, più che pratici (in un certo momento controlla l’intera penisola iberica), sono strutturali… esprime una cultura raffinata, individualista…le mancano le connotazioni di pensiero per diventare, di colpo, stato imperialista…troppe sono le resistenze da superare…in definitiva è qui, secondo me, piuttosto che a Capua, che si infrange il sogno di Annibale…Roma è già organizzata in modo tale da concepire ed amministrare un impero…di fronte al quale, Cartagine è solo una piccola e fiorente città,…che, se allargata, finirà per annacquarsi…
La fine di questa lotta è troppo nota perché ci si dilunghi, …dirò soltanto che, con la conquista di Cadice nel 206 a. C. si conclude la presenza cartaginese in Spagna e la penisola iberica diventa una provincia romana.
Tale resterà per parecchi secoli, diventando il forziere dell’impero (era tradizione per tutti i politici indebitati, da Cesare in poi, farsi assegnare come governatori in Spagna per risolvere ogni problema economico) e, in seguito, il suo granaio…
Diventa anche un centro di notevole cultura…tra gli “spagnoli” famosi di quel tempo ricordiamo Lucio Anneo Seneca, il poeta Lucano, il geografo Pomponio Mela e il retore Quintiliano fino al poeta satirico Marziale, che ricorderà cosi la sua terra natale :

“ Ti stupisci o Avito, che ti parli di terre lontane,
Io, fatto vecchio dalla città latina;
Che sente sete del dorato Tago
E del paterno Salo, e che tenta di far ritorno
Alla capanna e al campo miserabile che la nutre
Ma io amo quella terra, dove sono ricco con poco
E la povertà mi fa viver in opulenza.”

La raggiunta romanità della Spagna è attestata persino dall’origine di uno dei più grandi imperatori, il castigliano Traiano.
Il declino dell’impero si ripercuote, ovviamente, anche sulla Spagna che, nel 400 d.C. si ritrova divisa in regni barbari indipendenti,… Vandali, Svevi e Alani…
E’ poi la stessa Roma (o almeno quanto ne resta) ad offrire ad i Visigoti l’occasione per entrare in Spagna, mediante un patto che culminerà nella fondazione di uno stato goto con capitale a Tolosa.
Dopo parecchi screzi con i Franchi (recentemente convertiti al cristianesimo) giunge in soccorso il re ostrogoto Teodorico (l’effettivo padrone dell’Italia) e la protezione di questo ingombrante padrino, permette ai goti di tentare la conquista delle regioni meridionali spagnole…conquista che risulta comunque incompleta a causa di notevoli rivalità tra gli stessi barbari, precipitando la penisola in una situazione di notevole complessità politica ( vada per tutte la presenza di una provincia bizantina a nord di Cartagena ).
La scelta visigota di spostare la capitale a Toledo, nel VI secolo, conferma che la strategia dei goti è ormai concentrata sulla Spagna…si accelera cosi la conquista delle ultime enclavi sveve e il definitivo accerchiamento dei possedimenti bizantini…
Bene o male la penisola ritrova una sua unità politica che non verrà più messa in discussione…
A tale unità non corrisponde però, almeno per il momento, una coesione sul piano etnico e linguistico…per superare ciò, Recaredo, diventato re nel 586, utilizza la via della conversione al cattolicesimo, che viene sancita dal III Concilio di Toledo (589)…ciò scatena un’ondata repressiva soprattutto verso gli ebrei …
Il regno goto è caratterizzato da una notevole dose di instabilità interna…dato che spesso la successione non viene organizzata burocraticamente, ma decisa con una serie di omicidi…la decisione quindi di abbracciare la fede cristiana, deve essere vista alla luce del tentativo di rafforzare le prerogative regie, ed in effetti, i numerosi concili di Toledo, cercano sempre di imporre una visione divina del monarca, minacciando di scomunica chiunque cerchi di ucciderlo o deporlo…la scelta di compromesso di una monarchia elettiva, rafforza il ruolo di clero e nobiltà e il potere goto sulla Spagna raggiunge il suo culmine con la conquista dell’enclave bizantina nel 624.
Una successiva rete di intrighi e lotte intestine, porta all’ingresso dei musulmani in Spagna…7000 berberi chiamati in aiuto da uno dei litiganti per il trono, conquistano Toledo nel 711, ponendo fine a circa tre secoli di dominio visigoto.
Tra questa data e il 732, anno in cui si suole datare l’arresto dell’espansione musulmana, ad opera di Carlo Martello a Poitiers, gli arabi completano la conquista della Spagna, in realtà essi si fermano ai Pirenei non tanto, o non solo, per merito dei Franchi, quanto perché il loro numero è di per sé insufficiente a garantire il controllo della penisola, figuriamoci per imbarcarsi in avventure contro una delle più forti potenze del tempo…secondo me, lo scoglio dei Pipinidi è solo l’occasione su cui si infrange l’espansionismo arabo, la marea al massimo sarebbe avanzata di qualche km.
La Spagna araba, almeno all’inizio, è un coacervo di conflitti, in misura non molto differente dal regno goto che l’aveva preceduta,…queste lotte intestine, spingono l’elite politica a ripensare le frontiere…soprattutto al nord, ove si crea il cosiddetto “deserto della valle del Duero”, zona spopolata al fine di dissuadere i Franchi dall’invasione…in realtà tale decisione determina i germi della “Reconquista”, perché permette la nascita di microcosmi cristiani, quali il piccolo regno delle Asturie ad opera di Alonso I (739).

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Nel 750, ad opera di Abd-Al-Rahman, si compie l’effettiva unità politica della Spagna musulmana, con la conquista di Cordoba e la decisione di proclamarsi emiro…staccandosi cosi dal califfo e fondando di fatto uno stato musulmano indipendente…
Inseriamo a questo punto la discussione del primo “mito” inerente la realtà storica spagnola…la storiografia (soprattutto del periodo di Franco) tende a considerare il dominio arabo come un’anomalia, un’interruzione della normale esistenza di una nazione…e ritiene che la Reconquista, avrebbe espulso dal paese due etnie che non si erano mai integrate con il tessuto sociale, gli ebrei e i musulmani…
Sarebbe come dire, che gli Italiani si sentivano e definivano tali già nel medioevo…
Tale assurdità (perché a mio avviso di questo si tratta) non ha alcuna giustificazione sul piano storico e culturale…se si è parlato di unità a proposito della conquista romana o visigota, essa si realizza su un piano esclusivamente geopolitico, mai su un piano etnico o linguistico e soprattutto religioso…semmai sotto Roma gli spagnoli si sentivano romani (seppur di periferia) o più facilmente Castigliani, Andalusi, Baschi…sotto i Goti, poi, si sentivano tutto e il contrario di tutto…
Sicuramente non spagnoli insomma…semmai, la nascita di un comune sentire proprio dell’entità nazione (ammesso che in Spagna ciò sia mai avvenuto totalmente) è da imputarsi proprio alla dominazione musulmana, che pur rispettando tutte le etnie ed i particolarismi ( a dispetto delle facili credenze che ritraggono gli arabi come intolleranti e crudeli) favorì la genesi di un“particolarismo” spagnolo…per la prima volta nella sua storia, realtà indipendente da altre (che anche la conquista gota era legata a doppio filo con il regno di Teodorico) e soprattutto realtà stabile sul piano economico e politico…
Sotto il dominio arabo quindi, vengono a porsi due condizioni indispensabili per la formazione di una nazione…l’unicità (non parte di un impero, ma regione con sue peculiarità) e la stabilità (cosicché le varie etnie possano col tempo riconoscersi nel corpus di leggi ed usanze di quello specifico locus geopolitico)…
Perciò, a mio avviso è necessario parlare di “mito” della Reconquista…
Essa semmai fu una conquista tout court…che “spagnola”, la Spagna lo era stata poco e male.
Certo, non è tutto oro quel che riluce, alla morte di Abd-Al-Rahman scoppiano di nuovo lotte intestine per il potere e si esacerba il conflitto con i piccoli regni cristiani…
Nel nord intanto, mai veramente posseduto dai musulmani, si ingrandisce la piccola realtà del regno delle Asturie, e diventano indipendenti la Galizia e la Castiglia (che tanta parte avrà in seguito).
In ogni caso, sotto il dominio musulmano, la Spagna raggiunge uno dei periodi di massimo splendore dal punto di vista culturale ed architettonico …la successiva incapacità del mondo arabo di adattarsi ai cambiamenti dell’età feudale, porta al progressivo arretramento degli arabi in una posizione di difesa sempre più marcata e di fatto, apre le porte a quella che verrà definita la Reconquista…
Essa inizia come una penetrazione verso sud dei vari regni cristiani e si conclude nel 1249…
Ad ulteriore prova del mancato carattere nazionale di questa impresa, valga come dimostrazione che la Spagna cristiana, alla fine, risulta divisa tra diversi regni, tutti cattolici, ma notevolmente diversi tra loro…basti guardare alle successive scelte politiche…mentre la Castiglia si rinchiude su se stessa a leccarsi, almeno per il momento, le ferite,…la Catalogna si pone come potenza commerciale nel Mediterraneo, o almeno tenta di farlo…ciò avrà qualche ripercussione in seguito.
Se infatti in Castiglia viene ostacolata la nascita di una vera e propria borghesia, in Catalogna tale classe sociale si forma rapidamente, acquistando anche numerosi privilegi…
Nel corso del XIII secolo, la Castiglia ritrova le forze per un’ulteriore espansione, che porta ad una serie di conflitti ed impelagature in problemi portoghesi e navarresi…
Nel 1402 avviene la conquista delle Canarie…
Nel 1469, il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona segna la nascita di uno stato unitario, che si impegna subito nella conquista del regno di Granada…l’ultimo vero obiettivo della Reconquista…
Ciò che in origine era una semplice unione dinastica ( e con ciò sfatiamo definitivamente il mito della Reconquista) tenta di trasformarsi in un intreccio di relazioni più salde e legate da una comunanza di interessi…
Nella prima metà del ‘500, avviene poi la realizzazione del grande impero americano, con la conquista di Haiti, di Cuba e di tutto il centro e sud-America (eccettuato il Brasile, che era stato assegnato al Portogallo dal trattato di Tordesillas).

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Nel 1516, dopo una serie di ulteriori problemi dinastici (su cui sorvolo, perché è una successione di nomi di una pallosità mortale) si ritrova re Carlo V, un Asburgo, il cui regno va ben oltre i confini spagnoli e comprende i Paesi Bassi, la Lombardia, e l’Europa tedesca…
Ne viene fuori un conflitto con Francesco I, re di Francia, che termina con la pace di Cambrai del 1529. Essa sancisce l’abbandono di qualunque pretesa sulla Borgogna, in cambio del controllo su Napoli e Milano.
Le dispute intorno al protestantesimo e le rivalità all’interno della famiglia Asburgo, portano alla divisione della dinastia in due rami, uno che eredita l’impero e l’altro la Spagna…
Il nuovo re spagnolo Filippo II (il figlio di Carlo V) si impegna in una politica sempre più peninsulare e mediterranea, che culmina nell’alleanza con Venezia ed il papa, determinando la vittoria di Lepanto del 1571…a questa battaglia navale partecipa anche un nostro vecchio amico, Miguel de Cervantes Saavedra.
Nel 1565 circa, cominciano le ribellioni nei Paesi Bassi, rimasti legati alla corona spagnola,…il tutto porterà ad una serie di scontri con l’Inghilterra, la cui scusa ufficiale è costituita dalla decapitazione della cattolica Maria Stuarda, e culminerà nel disastro dell’Invincibile Armada nel 1588…anche qui abbiamo modo di incontrare il nostro amico Miguel, che opera come intendente per l’acquisto di cibo ed equipaggiamenti per la flotta…
In quello che, da parecchi storici, verrà definito “Siglo de oro”, non mancano notevoli scompensi e squilibri…la Reconquista, scacciando e perseguitando gli ebrei e i musulmani, aveva, di fatto, privato il paese dell’unica classe di tecnici in possesso della necessaria intraprendenza e del know how, per reinvestire la fiumana d’oro e d’argento proveniente dalle colonie, in maniera diversa che non fosse lo sterile latifondo nobiliare…
In mancanza di un tessuto economico che trasformasse la ricchezza momentanea in ricchezza duratura, i fondi provenienti dalla tassazione e dalle miniere americane venivano indirizzati alla politica imperiale ed espansionistica di Filippo II, che, oltre a costare più di quanto rendeva, bloccava ogni ulteriore progresso sociale in favore di uno stato immobilista al suo interno, con una nobiltà ed un clero spesso parassitari se non francamente inetti, e numerosi nemici, ben più organizzati sul piano economico, al suo esterno…
La lotta tra Inghilterra e Spagna per il padrominio dei mari ( e del mondo), ripercorre, a ruoli invertiti e su scala diversa, il conflitto tra Roma e Cartagine, ove la monarchia inglese interpreta il modello di stato commerciale, senza snaturarlo nel tentativo di estendere i possedimenti oltre il dovuto (l’India è un caso a parte, con sue peculiarità), e con una borghesia intraprendente, dinamica…la Spagna invece è una Roma pigra…cui manca la profondità sul piano demografico e mentale per governare un impero cosi vasto…potremmo dire che la Spagna non governò, ma si limitò a depredare i territori occupati, invero non diversamente dagli Inglesi, ma senza trarne un reale sviluppo, che fosse leva e motore di una crescita ad un gradino superiore di potenza qualitativa oltre che quantitativa…
Il Secolo d’Oro, quindi, lo è senz’altro dal punto di vista delle arti e delle lettere (come vedremo tra breve), molto meno in campo politico ed economico,…con un regno costretto a dichiarare più volte bancarotta…se cosi non fosse, d’altronde, non sarebbe durato un solo secolo…diciamo piuttosto che è un secolo dorato…che, con le grandi opere prodotte, maschera le reali deficienze dello stato spagnolo…
E’ in questi tempi che incontriamo i nostri due grandi amici…e, con la storia, è qui che ci fermiamo.
Don Chisciotte e Sancio, infatti, si muovono in una Spagna ricca di contrasti,…uno stato che non funziona e tira a campare…con notevoli malesseri sociali…praticamente privo di borghesia…in cui il collante tra poveri e ricchi dovrebbe essere rappresentato da quegli hidalgos, o esponenti della piccola nobiltà, che però, per naturale propensione, tendono a parteggiare più per chi sta la di sopra, che per chi sta al di sotto di loro.
Cervantes è un tardo-umanista che si ribella all’età del barocco…non a caso attingendo, per la rivolta del suo personaggio, al mito pre-barocco più forte che esistesse…l’eroe della Chanson de Geste…durante le sue avventure, Don Chisciotte non manca di soffermarsi sulle numerose ingiustizie e sui torti che dovrà raddrizzare…se ciò viene nascosto sotto il mantello della pazzia e dell’umorismo è solo perchè l’autore scrive in epoca di Controriforma…e non possiamo pretendere che rischiasse il collo…, ma, secondo me, la ribellione di Don Chisciotte si attua su diversi piani…uno senz’altro etico, cosmico, universale…ed un altro puramente storico, sociale, oserei dire contemporaneo…, ma questo lo vedremo in seguito…
Per concludere, sperando di non avervi annoiato in questo lungo cammino storico, chiedo venia per eventuali errori e strafalcioni commessi…restringere a poche pagine la vita di un grande paese non è mai cosa facile…per tutti i pareri espressi invece, non invoco nessuna scusante…come sempre, riguardo le mie povere idee, me ne assumo piena responsabilità.

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P.S. a scanso di equivoci, vorrei chiarire … la Spagna di Don Qujiote non è la Spagna attuale…che qualche giorno fa è diventato il primo paese cattolico a concedere il matrimonio civile alle coppie gay…quando un paese compie passi da gigante, annullando in breve tempo il gap che lo distanzia dal resto del mondo, merita tutta la nostra ammirazione.