Marzo 2009 "Neolatino a chi" di Alessio Pracanica

Neolatino a chi?....andiamoci piano con gli insulti.
(Breve excursus senza pretese nella letteratura spagnola pre-Cervantes)

di Alessio Pracanica

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Le origini:
Le prime testimonianze di lingua romanza, quello che potremmo definire il volgare spagnolo, risalgono al X – XI secolo. Sono di questo periodo, infatti,
le Glosas Emilianensis (dal nome del monastero di San Millàn) e le Glosas Silenses (dal monastero di Santo Domingo de Silos).
Si tratta di una raccolta di omelie e di un penitenziale latino, al margine dei quali viene trascritta la traduzione in volgare di espressioni latine di cui i monaci non conoscevano il significato.
La lingua di queste note è il dialetto navarro-aragonese, dato che per riscontrare elementi di castigliano, bisognerà arrivare fino alla seconda metà dell’undicesimo secolo.
Secondo la tradizione, l’uso di una lingua volgare sarebbe nato più a nord…in quella che oggi chiamiamo Francia…
Ci sono diverse teorie, su come la lirica provenzale (considerata la madre di tutte le letterature volgari europee) si sviluppi …
La teoria romantica (attribuita inizialmente a Goethe), prevederebbe uno sviluppo da una tradizione popolare preesistente, sotto forma di canzone ed affidata quindi alla trasmissione orale.
La teoria mediolatina (Brinkmann ed altri), la quale sostiene una derivazione dalla poesia medievale in latino.
La teoria araba, che propugnava una trasmissione a Provenzali e Siciliani della metrica araba e del concetto di rima, nel corso della dominazione musulmana di tali territori.
Questa teoria conobbe nel corso dei secoli diversa ed altalenante fortuna…
Il primo a sostenerla fu un italiano, Gianmaria Barbieri (1574), che argomentava di come l’invenzione della rima fosse opera degli arabi (ed in effetti, che io ricordi, non ci sono tracce di essa nella pur corposa produzione greca e latina).
Una prima sostanziale modifica a questa corrente di pensiero la compie un altro italiano, Muratori, nel XVIII secolo, che nella sua opera
“Antiquitates italicae medii aevi” (1738-42) afferma si la trasmissione araba del concetto di rima, ma sostiene che questi ultimi l’abbiano appresa dagli Ebrei. Sia per lui che per altri studiosi, (Tiraboschi, Andrès) fu la Spagna la zona in cui ebbe luogo materialmente la trasmissione di questa struttura poetica…
Fino a qui, abbiamo solo ipotesi, seppur ben intenzionate e di notevole arditezza di pensiero per i tempi (pensate ad un autore cristiano che in pieno ‘500 ipotizza che qualcosa sia merito degli arabi)…nel 1948, però, interviene un fatto nuovo…
Vengono alla luce alcune liriche romanze inserite in poemi ispano-ebraici, soprattutto grazie al contributo di Stern. Esse vengono definite
harge e consentono di retrodatare di almeno un secolo l’inizio della letteratura spagnola. Altra importante derivazione, dato che alcune harge sono antecedenti alle prime liriche in provenzale, possiamo dire che non è più (o meglio non è solo) la Chanson de Geste la madre della lirica europea.
Infine, sempre riguardo alle origini, non essendo più
“ El poema de Miò Cid” la prima opera in spagnolo, tale letteratura ha un’origine lirica e non epica…distinzione di non poco conto.
Tali harge sono scritte in mozarabico, cioè nel volgare romanzo parlato dai Cristiani e dai muladìeres (cristiani rinnegati) nei territori sotto il dominio musulmano.
Tale lingua, di fatto deriva dal latino ed è molto simile al castigliano dell’epoca…
Il contenuto delle harge è di solito costituito dal lamento di una donna per la perdita, l’assenza o il ritardo dell’amato. Esse di solito venivano inserite all’interno di poemi in arabo volgare, in arabo classico o ebraico, detti muwassaha.
Riprendiamo un attimo il discorso del mito della Reconquista…se veramente l’invasione araba della Spagna fosse un’anomalia, come giustificare questi poemi scritti in due lingue diverse (arabo e romanzo)? …Se due etnie condividono le forme di intrattenimento e parlano ciascuna la lingua dell’altro (va da sé che chiunque si accostasse ai muwassaha doveva conoscerle entrambe) non potremmo forse dire che siamo sulla strada di una assimilazione? E’ mai esistito un popolo dominante che si sia preso la briga di inserire nelle proprie opere letterarie, poesie in volgare indigeno? In ogni caso il ritrovamento delle harge pone almeno tanti quesiti di quanti ne dirime…
A mio modesto parere la questione è di estremo interesse, perché, se si arrivasse a conclusioni definitive, si dovrebbe riscrivere la genesi dell’intera letteratura europea…
Avrete già capito come io tifi per tale teoria, ma debbo, per onestà, dire che essa è molto controversa…soprattutto sul punto che porrebbe la lirica romanza di derivazione araba, precedente alla letteratura provenzale…ironia vuole che uno dei maggiori detrattori di tale ipotesi sia proprio Stern, il ritrovatore delle prime harge…
Noi però dobbiamo accantonare la questione e tirare diritto, che il cammino per la Mancia è ancora lungo…
La crisi della cultura latina si avverte in Spagna più che in altre zone d’Europa…non solo nel sud in mano ai musulmani, ma anche nel nord…non esiste inoltre, in quest’epoca (cioè XI e XII secolo) un folto pubblico in grado di comprendere il latino e giustificare quindi la trascrizione di opere preesistenti e la composizione di nuove…
In natura, tutti gli spazi vuoti vengono riempiti per semplice osmosi…ed anche in letteratura (già una volta, parlando di Solaris e della fantascienza in genere, dissi quanto la trovo somigliante alla biologia) avviene lo stesso…gli spazi vuoti, lasciati dalla crisi della cultura latina, vengono riempiti dalla tradizione popolare…
Non a caso, infatti, prima ancora delle harge, l’inizio della cultura castigliana veniva attribuita ai cosiddetti junglares, menestrelli itineranti non diversi dai trovatori o cantastorie…
Ricordiamo come quella dei junglares fosse una casta aperta, che comprendeva anche arabi e (fatto veramente straordinario) donne…la loro funzione era allo stesso tempo formativa ed informativa…dato che diffondendo notizie ed avvenimenti più o meno epicizzati, contribuivano anche a creare quel collante sociale e quella lingua unica, che di fatto tenne unite le varie piccole comunità fino all’invenzione di mezzi di comunicazione leggermente più avanzati…
La presenza di arabi tra essi non dovrebbe più stupirci…alla luce di quanto si è detto sull’effettivo amalgama avvenuto tra le varie etnie…
Le narrazioni degli junglares ( e dei cantastorie) si compone soprattutto di gestas (dal latino gero…) e da qui si sviluppa un’interessantissima metafora linguistica…in cui il senso di “cose fatte”, avvenute, viene gradatamente ad identificarsi con il termine “imprese”…

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La nascita dell’epica e il XII secolo:
Dagli junglares ai romanzi, cioè da un’epica recitata ad un’epica scritta, il passo è breve (si fa per dire)…solo che l’epica spagnola possiede alcune caratteristiche peculiari, che la differenziano da quella francese…innanzi tutto un certo realismo che contraddistingue la base di ogni narrazione
( prendendo ad esempio
“ El cantar de mio Cid” vedremo come in esso, tutto ciò che è inventato è comunque verosimile o in ogni caso didascalico)…una notevole dose di semplicità, quando non di rozzezza ( metrica irregolare e spesso sostituzione della rima con l’assonanza, cosa che avrebbe fatto fremere di sdegno i trovatori francesi)…
Altra caratteristica importante, è la concezione degli avvenimenti come cosa fortemente intrecciata all’ordine e alla volontà divina ( fenomeno questo, presente anche nell’epica francese, ma non in maniera cosi rigida)…infine…tenete aperte le orecchie, perché questo concetto è importante…una diversa
spazialità …nel mondo epico della chanson de geste, c’è una netta distinzione tra lo spazio in cui vive, combatte, si agita, ogni francese che si rispetti e lo spazio degli altri…l’epos spagnolo, invece è delimitato alla penisola iberica…qui l’eroe si muove a suo piacimento e le distanze sono praticamente annullate…
In questo concetto, personalmente ci ritrovo, almeno in parte, quella caratteristica tutta spagnola che ho già definito “orgoglio misantropo”…l’eroe spagnolo si muove esclusivamente all’interno del suo mondo, avendo la scusante della “ Reconquista” e quindi della crociata da fare in casa, ma in realtà (at least for me) perché solo qui riesce a padroneggiare ogni aspetto della realtà (figurata)…quasi come se la Spagna avvertisse come un demerito l’aver i Mori in casa e allora l’intera nazione regredisse in una dimensione inferiore,…traslocando il suo senso del fantastico entro i rigidi confini della geografia e di una specie di proto-verismo storico…
Solo a queste premesse il topos dell’epos (la penisola iberica) diventa la terra-del-qui-si-può, in cui l’eroe può attuare ogni sorta di “miracolo”…pur nei limiti, anche qui, di una narrazione il più possibile verosimile…
Sia chiaro che queste idee sono solo mie e quindi da prendere (come sempre) con il beneficio di inventario…
Molti poemi epici antecedenti al XII secolo sono andati perduti…
Il primo poema in lingua spagnola ( e fino alla scoperta delle harge, la prima opera letteraria) è

“ El cantar de mio Cid” riscoperto nel 1779 e di cui si è ritrovato un manoscritto a data del 1207…
Secondo molti ricercatori esso è ancora più antico, risalendo addirittura al 1140 e solo come derivazione da un’opera precedente…anche sull’autore i pareri sono molto controversi…pare si tratti di due autori diversi (entrambi anonimi)…il primo avrebbe creato lo schema originario, il secondo avrebbe accentuato, nella successiva stesura del 1140, i caratteri romanzeschi e i molti anacronismi presenti…
Altra ipotesi invece, privilegia un nucleo di condensazione più antico, in seguito al quale, per successivi rimaneggiamenti ed adattamenti (opera di molti autori), si sarebbe arrivati alla stesura del 1207…insomma più o meno quello che si immagina sia successo per le opere di Omero…

“ El cantar de mio Cid” è un’opera in versi anisosillabici ( piano con le espressioni pesanti, vuol dire solo che i versi hanno un diverso numero di sillabe) … i versi pari sono assonanti…
Esso è composto da tre
cantares ( i cantares erano le composizioni cantate, appunto, dagli junglares)…
C’è una parte mancante…in cui il Cid viene esiliato con l’accusa di aver rubato i tributi dovuti al re, le tre parti seguenti invece sono…

“ El cantar del destierro”... in cui il Cid, dopo aver lasciato la sua città, Vivàr, vince diversi nemici e manda un regalo al re, dimostrandogli la sua fedeltà…
“ Cantar de las bodas” in cui si narra la conquista di Valencia e la sconfitta del re di Siviglia. Il Cid manda un nuovo regalo al re e questi gli permette di riunirsi alla sua famiglia…
Ciò però suscita la cupidigia degli Infanti di Carriòn, i quali chiedono la mano delle sue due figlie…anche se il Cid è contrario, deve adeguarsi all’assenso del re.

“Cantar de la afrenta de Corpes” ... in cui gli Infanti di Carriòn si rendono ridicoli per la loro vigliaccheria di fronte a un leone. Per vendicarsi, abbandonano le figlie del Cid nel querceto di Corpes dopo averle picchiate…a questo punto il Cid chiede ed ottiene giustizia dal re…il poema termina con le nuove nozze tra le sue figlie e gli Infanti di Navarra e Aragona…
Riprendiamo un attimo il discorso del realismo…tutti i personaggi sono realmente esistiti e documentati…persino l’evento più drammatico, l’oltraggio di Corpes, pur essendo probabilmente inventato…serve a far risaltare la nobiltà del Cid contro la perfidia dei suoi nemici…
Anche nel romanzo di Cervantes il realismo ha una parte importante…non c’è alcun elemento fantastico nella narrazione…è solo Don Chisciotte ad effettuare la trasformazione dell’elemento reale in elemento fantastico…
Possiamo individuare la prima caratteristica dell’eroe spagnolo…la sua lealtà, dirittura morale che non devia dal suo percorso…il Cid è una strana figura di ribelle fedele…che, pur tradito dal re, rimane leale alla monarchia fino al riconoscimento dei torti subiti…
Nello stesso modo vedremo come Don Chisciotte rimanga coerente a se stesso, invocando come sua nemica la stessa fatalità che spesso, nel corso del poema, si accanisce contro il Cid…
Potremmo dire, ragionando per paragoni, che Don Chisciotte elevi a suo monarca lo spirito stesso della cavalleria…cui rimane sempre fedele a prescindere da tutti i torti subiti…
Dopo il poema del Cid, altri poemi minori si affacciano al davanzale della letteratura…il Bernardo del Carpio e il Roncesvalles (da osservare come quest’ultimo sia, in pratica, la versione spagnola della Chanson de Roland)…nell’insieme, di questi due poemi ci sono giunti solo frammenti, da cui possiamo desumerne lo scarso valore assoluto ( pur non misconoscendone l’importanza di testimonianza dei tempi)…
All’inizio dell’epica fa da contraltare l’esordio (almeno in forma organizzata di cui esistono testimonianze non controverse) della lirica, con il
“ Cancionero di Ibn Quzman”,…componimento simile alla Muwassaha, da cui però si differenzia per la mancanza della harge…

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Altra forma letteraria del tempo (siamo sempre nel XII secolo) è il debate, o disputa…affine alla “tenzone” provenzale…un esempio è “La disputa del alma y del cuerpo” in cui il corpo e l’anima di un defunto si incolpano a vicenda dei suoi peccati…
La nascita del teatro non avviene diversamente dal resto d’Europa…sotto forma di teatro religioso.
La questione dell’influenza e della mescolanza tra cultura cristiana e musulmana, di cui abbiamo già parlato più sopra, viene evidenziata, a mio avviso dalla notevole influenza raggiunta dalla cosiddetta “Scuola dei traduttori di Toledo”…questa città, infatti, diventa sempre più centro di confluenza e convivenza di cristiani, ebrei e musulmani…vero crogiolo di queste culture, la scuola, che sia o no realmente esistita come topos, si pone all’avanguardia per la quantità e la qualità delle traduzioni…soprattutto delle opere arabe a tema scientifico e di quelle greche…ben prima di quanto fecero le abbazie benedettine nel resto d’Europa…
Dal XII al XV secolo:
Oltre al continuare della tradizione degli junglares, si assiste, in questo periodo, ad un intensificarsi della comparsa di debates e cancioneros…la vera novità è rappresentata, a mio avviso, dalla nascita della prosa…inizialmente sotto forma di opere di interesse pubblico…come le
“Partidas”, un codice giuridico composto nella seconda metà del 1200 sotto il regno di Alfonso X di Castiglia… a questo fa seguito la composizione di opere a tema storico… ”La cronica general de Espana” e “ La grande e general historia”…inoltre si assiste alla comparsa del racconto di provenienza orientale, di cui “ Le mille e una notte” inizialmente apparso in forma frammentata, è sicuramente il titolo più noto.
Numerose opere vengono alla luce in questi anni, senza tuttavia apportare notevoli innovazioni sul piano dello stile, dei temi e della forma di componimento…ricordiamo
“ Il libro del buen amor” di Joan Ruiz de Hita, “I proverbios morales” del rabbino Sem Tob ibn Ardutiel ben Isaac, il “ Rimado de palacio” del cancelliere Ayala e, a parte, Don Juan Manuel, che incarna la figura del cortigiano, in senso letterale e letterario, come pochi…di esso rimangono circa sette opere più almeno altrettante che sono andate perdute…
Con la graduale scomparsa dell’epica lirica, compaiono anche i primi
“Romances” … essi sono poemi narrativi in versi a tema epico (solo in un secondo tempo) o di attualità…quale ad esempio la morte di qualche personaggio famoso…
Verso la fine del XIV secolo cominciano a comparire, in forma autonoma, i romanzi cavallereschi
( non confondiamoli con l’epica lirica stile
“El cantar de mio Cid” perché questa è in versi e non in prosa)…inizialmente si tratta di traduzioni o trasposizioni sul tema della ricerca del Graal, in seguito vediamo comparire romanzi decisamente innovativi quale l' ”Amadigi” ( che tanto piacerà ad Alonso Chisciano)…in essi, oltre al proposito di divertire il pubblico, si vuole fornire un vero e proprio manuale di comportamento del perfetto cavaliere…vedremo in seguito come Don Chisciotte attinga spesso a questi veri e propri pozzi di scienza della cavalleria…in realtà, romanzi come l’Amadigi, fornirono per almeno due secoli, a tutta l’Europa, un modello di comportamento ideale cui ispirarsi, non solo nelle imprese eroiche, ma anche e soprattutto nelle relazioni con il re ed altri membri della corte…cosa di non poco conto in un epoca tanto rigida sul piano formale.
Il romanzo epico spagnolo, si colloca a metà strada tra quello francese, colmo di imprese eroiche, e quello italiano, in cui l’accento è posto maggiormente sul tema dell’amor cortese…
Prima di raggiungere il cosiddetto “ Siglo de oro”, rimane ancora un argomento da trattare…

“ La Celestina”… innanzi tutto è fortemente dubbio se quest’opera sia un romanzo in prosa o un componimento teatrale,…se ne conoscono due versioni, la prima intitolata “Commedia de Calisto y Melibea” ed un’altra “ Libro de Calixto y Melibea y della puta vieja Celestina”… sia come sia, di quest’opera ne parliamo a parte, perché si pone in maniera francamente innovativa nel ristretto panorama della letteratura spagnola fino ad allora…
L’autore, Fernando de Rojas, ci introduce in un mondo al femminile, in cui l’azione è delimitata negli spazi propri delle donne, il cortile o l’interno della casa…inoltre, la vecchia Celestina attua le sue azioni a partire da una realtà che è quella dei bordelli, della stregoneria…
Sulla carta la Celestina sembrerebbe un tentativo di far incontrare gli schemi della commedia latina ( stile Terenzio) con i temi dell’amor cortese…in realtà, essa, pur essendo piena di elementi medievali (per essere una commedia c’è un discreto numero di suicidi) segna già l’inizio di un’era nuova, in cui l’individualismo cresce e si sviluppa…tanto per essere chiari, è proprio in questo momento che comincia a spuntare “la tirannide del relativismo” ed è prima di quest’epoca che qualcuno, forse, vorrebbe farci ritornare…

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El siglo de oro:
Quello che in Spagna si chiama secolo d’oro, nel resto del mondo viene definito (anno più, anno meno) in parte Rinascimento…ed, in parte, Barocco…in esso vediamo nascere un uomo nuovo, che pone se stesso al centro dell’universo e dialoga con dio in un rapporto che, se proprio non è di uguaglianza, certo non è più di sudditanza passiva, come durante il medioevo…lo stesso Erasmo da Rotterdam, che pure incita ad un ritorno allo studio ed alla lettura delle Sacre Scritture e della patristica, pone quest’esperienza all’interno di un ambito ben più vasto, che è quello del dialogo interiore che ogni cattolico dovrebbe avere con dio…
La messe di opere e autori della Spagna di questo periodo è talmente vasta ( e sennò che secolo d’oro sarebbe?) che citarli tutti sarebbe impresa ardua e superiore alle mie possibilità…in ogni caso molti li incontreremo nella biblioteca di Alonso e non mancheremo di parlarne a suo tempo…diciamo che tre giganti torreggiano su tutti gli altri…Miguel Cervantes (ovviamente), Lope de la Vega e Calderòn de la Barca…se del primo parleremo ampiamente in seguito…ritengo necessario approfondire il discorso sui primi due…
Con Lope de la Vega, ci troviamo di fronte ad una straordinaria figura di poeta, che scrisse versi nella stessa maniera in cui visse…intensamente…la sua produzione è sterminata…scrisse poesie, poemi, opere teatrali in versi e prosa, villacincos, romances, sonetti, epistole, egloghe…il tutto nello stesso stile appassionato che caratterizzava la sua vita, i suoi amori e, sul finire della sua esistenza, la fede religiosa…questo straordinario autore, purtroppo misconosciuto in Italia, non aveva alcun bisogno di inventarsi un io poetico amoroso, come Petrarca o Bembo,…narra i suoi amori cosi come sono…ed è solo la sua grandezza immaginativa a farli diventare immensi, a riscattarli dalla quotidianità…

“ Llorò cuanto es amor, hasta el oblido
A amar volviò porque llorar pudiera
Y es la locura de mi amor tan fuerte
Que pienso que llorò tambièn la muerte “

... Pianse tutto l’amore, fino all’oblio,
e ad amar tornò perchè pianger potesse,
ed è la follia del mio amor si forte,
che penso che pianse anche la morte...

Anche nell’ambito del teatro la figura di Lope de la Vega assume un’importanza fondamentale, tanto che a tutt’oggi si parla di teatro pre-lopista e post-lopista, assumendolo a spartiacque di un nuovo modo di concepire la vita e la letteratura…lo stesso Miguel Cervantes, parlando delle commedie di de la Vega scrive …
“ Entrò poi il mostro della natura, il grande Lope de la Vega, e si alzò con la monarchia cosmica.
Avvassallò e mise sotto la sua giurisdizione tutti i farsanti; riempì il mondo di commedie ben fatte, felici e ben concepite, cosi tante d’aver scritto più di diecimila canovacci, e tutte, che è una delle maggiori cose che si possono dire, sono state viste o s’è sentito dire che sono state rappresentate”.

Pedro Calderòn de la Barca nasce a Madrid nel 1600…la sua opera si sviluppa totalmente nell’ambito del teatro, sotto forma di tragedie ad argomento religioso e commedie a carattere filosofico…per motivi non solo anagrafici, possiamo dire che Calderòn incarna il barocco molto più di Cervantes e Lope de la Vega…nel suo teatro predominano gli allestimenti scenici, che sono un tutt’uno con la storia e anzi ne compongono spesso l’ossatura portante…anche se le sue opere riscossero enorme successo, gli mancò, a mio avviso, l’abilità rimaiola ed il calore di un de la Vega o l’intima ingegnosità di Cervantes…se questi due, letti oggi, mostrano ancora intatte tutte le loro potenzialità e la sostanziale modernità di temi e linguaggio, il teatro di Calderòn non può non indurre lo spettatore moderno a qualche sbadiglio, se non si attuano sostanziali riletture, che ne alterano di fatto il significato originale…ed a ben guardare, mi sembra che in questa differenza ci sia tutta la superiorità del Rinascimento sul Barocco…
E con questo avremmo finito il “breve” excursus nella letteratura spagnola…spesso a torto definita la minore delle tre letterature neolatine…essa, pur non avendo fino al sedicesimo secolo un autore della grandezza di Dante, ne inventa, di colpo, tre di tale statura da far impallidire qualunque confronto…quanto al concetto di “neolatino”…se approfondita ulteriormente, l’ipotesi di una poesia latina debitrice a quella araba di forme, temi e strutture fondamentali, è troppo bella e simbolicamente interessante per essere liquidata come “minore” fino a prova contraria…
Teniamocela pure come ipotesi dunque…cercando di non costruire su di essa alcun castello di carte, ma ricordiamocene sempre…soprattutto quando dovremo spiegarci certe rassegnazioni, certi fatalismi dell’animo di alcuni personaggi…volesse il caso che, sconfitto il Moro e sollevata la sua visiera, il cavaliere cristiano si trovasse a contemplare, per la prima e non certo ultima volta, se stesso?