Autori Stranieri

"La voce invisibile del vento" di Clara Sànchez

Una buona idea, una copertina e un titolo che promettono bene purtroppo il contenuto, lo stile di scrittura e i personaggi non stanno in piedi né da soli né insieme. Più volte sono stata tentata di non terminare la lettura. Ma ho perseverato. In fondo, il tema del sogni mi appassiona. Qualche frase è riuscita a catturarmi, ma sono le classiche frasi ad effetto dove l'autore gioca con le parole fino a che infila la giusta sequenza. La storia stessa ha dell'assurdo per quanto magica possa sembrare. L'autrice non è riuscita a convincermi proprio perchè, forse, lei stessa non lo era. Prova ne è il continuo giustificare o spiegare molte azioni dei protagonisti, spesso ripetendosi come se pensasse che il lettore sia deficiente. Mi hanno parlato di "Pradiso amaro". Pare che più o meno la trama sia la stessa. E' un peccato. E tuttavia, non considero tempo perso quello utilizzato a leggere questo romanzo.
Nadia

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"Poesie" J. Rodolfo Wilcock


Poesie
J. Rodolfo Wilcock
Adelphi ed.

Durante il seminario “Il notes magico” organizzato nell'aprile '80 dalla Pratica freudiana, Giorgio Agamben - “La memoria, la voce, la morte” - si è mosso verso quel culmine dove la parola ritrova, e ne soffre quasi, il peso di tutta la sua memoria, la corposità della voce, la storicità della propria morte: e, con Hegel, con una citazione tratta dalle “Lezioni di Jena”, “ogni animale ha nella morte una voce/esprime sé come abolito”, ha indicato forse la qualità di ciò che si nomina “apparato psichico”. Nello stesso tempo, e in altra sede, dentro le fila di un dibattito “per il romanzo degli anni '80” organizzato dalla rivista “Tabula”, Antonio Porta, non a caso un poeta, conferma che “I più grossi linguisti del secolo hanno alla fine scoperto questa specie di doppio binario del linguaggio che, da una parte muta autonomamente, dall'altra muta nella storia. Queste due parallele che non dovrebbero incontrarsi mai, in realtà continuano a incontrarsi e intrecciarsi, ed è stranissimo: è un processo che nessuno è riuscito veramente a spiegare, come nessuno è riuscito spiegare veramente come funziona il cervello, il fatto che noi si ricordi per immagini molto più che per parole, eccetera.”
Tutta l'opera poetica di J. Rodolfo Wilcock in italiano – da “Luoghi comuni” a “La parola morte”, da “Italienisches liederbuch” a “I tre stati” fin'anche alle “Poesie inedite” - pubblicata sotto il titolo “Poesie” da Adelphi, ci sembra muovere, anche se molto vi è di deviante, lungo questo asse: dalla parola al “come conosciamo”, cioè. Già “Luoghi comuni” quasi si aprono con “Nonostante i trionfi della scienza applicata/gli strumenti migliori per osservare l'universo/sono ancora la penetrante lempada del verso,/la musica, la voce, di una gola privilegiata,” per chiudersi con “Oh tornare al nulla informe,/al nulla senza tempo e senza varietà!/Tornare al caos uniforme/in cui si annienta la diversità/ e sprofondano le rose, i busti dei tiranni,/le migliori pellicole e gli esseri umani!”, dove il nodo è senz'altro fra distinto e indistinto, fra determinato e indeterminato, fra parola e, appunto, caos.
Ma più avanti, ne “I tre stati”, l'indagine si fa più specifica, “Chi è legato alla carne deperisce,/come la carne che in noi deperisce./Ma la morte mentale avviene prima,/forse alla prima accettazione/di un ordine che non è concordia dei diversi/ma inganno e privilegio del potere.”, per uscirsene in una pagina di puro godimento estetico: “Cade una piuma bianca, di colomba,/arruffata, leggera, lentamente,/attraverso lo spazio immobile,/attraversa l'aria di vetro,/dal cielo latteo al lago contenuto,/dall'azzurro all'azzurro, la piuma bianca./Galleggerà sull'acqua, rispecchiata./Mai un rumore, né disordine di vento/ne turberà la discesa obliqua./E il pensiero che arriva alla coscienza.”
E più oltre, ne “La parola morte”, Wilcock dirà: “Noi fatti di parole e di null'altro,/noi fabbricati a caso da un linguaggio” e “Chi non ha nome non può morire,/la bestia ignora il proprio nome e vive, chi non ha la parola non perisce.”; “Ogni parola nome di una cosa/è un nome singolare della morte/tranne la vita che non è parola” e “infatti io non è, perciò non muore,/ma appena dici io gli dai morte,/ ogni io detto è un io assassinato.”
In tutto ciò, Wilcock ci pare attingere dal motivo contenuto nella citazione hegeliana ma di continuo cozzando, con la sua ricerca del mostrare “come conosciamo”, nel bisogno di imbattersi nella rima o nella cesura, per cui il verso risulta spesso, e diremmo ossessivamente, tagliato nei due emistichi. E' una misura poetica dunque, questa di J .Rodolfo Wilcock, che vale forse come “approssimazione alla grazia” (la definizione, a ben altro livello, riguarda il fare leopardiano ed è di Gianfranco contini) in quanto grazia impedita da quella espressività che egli insegue, pescando a piene mani nel passato, senza posa.

Fabrizio Chiesura

Ambrose Bierce - Dizionario del diavolo

«Io vendo insulti» dichiara lo stesso Bierce quando parla del suo dizionario che di diavolesco ha ben poco, se non la cattiveria e la cinicità. Bierce inizia questo inusuale commercio per ritrovare il vero significato delle parole, usate dagli uomini e dalle istituzioni come strumenti per ingannare e irretire. L’alfabeto è un crimine degno del peggiore ergastolo.
Ci pensa il signor Bierce a riscrivere la lingua, in un dizionario in cui i veri significati delle parole si tingono dell’humor più nero, dove il Cavolo è un ortaggio famigliare ai nostri orti e alle nostre cucine, grosso e saggio all’incirca quanto la testa di un uomo, Bacco una divinità di comodo inventata dagli antichi come scusa per ubriacarsi e il prossimo uno che ci è stato imposto di amare come noi stessi ma che fa di tutto per farci disubbidire.

Non amare questo libro sarebbe senza dubbio un’insensatezza…
(Silvia Armanini)

per un assaggio del dizionario: http://scrignoletterario.it/node/428

Andy Riley - Il libro dei coniglietti suicidi

- piccoli soffici coniglietti che vogliono semplicemente farla finita -

Quando Mr. Riley disegnò per caso un tostapane da cui spuntavano due orecchie da coniglietto, non si immaginava di certo di dare inizio a una lunga serie di vignette di umorismo surreale in cui piccoli, teneri e soffici coniglietti si prodigano per inscenare tutti i modi possibili di porre fine alla loro dolce e zuccherosa vita.
Coniglietti ingegnosi che danno vita a suicidi strabilianti, nascondendosi fra personaggi storici e kolossal televisivi, arrivando addirittura a far saltare la torre di Pisa pur di porre fine alla loro esistenza.
Ad ogni nuova pagina, in un crescendo di mirabolanti artifici, il coniglietto suicida affronta la morte con una surreale (e proprio per questo esilarante) espressione impassibile.

Da piangere dalle risate.
(Silvia Armanini)

per un assaggio visita http://scrignoletterario.it/node/431

Antoine de Saint-Exupéry - Il Piccolo Principe

Alcuni romanzi definiti «per bambini» in realtà sono dedicati agli adulti, un esempio è Il Piccolo Principe di Antoine Jean-Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry.
Il libro narra dell’incontro tra il Piccolo Principe, un bambino venuto dall’asteroide B-612 (l’ho specificato perché «i grandi amano le cifre» e «i bimbi devono essere indulgenti con i grandi») ed un aviatore costretto ad un atterraggio di emergenza nel deserto del Sahara da un guasto al suo velivolo. Il bambino racconta il suo fantastico viaggio che lo ha portato ad incontrare diversi strambi personaggi, stereotipi dell’umanità divisa in «cento e undici re, settemila geografi, novecentomila uomini d’affari, sette milioni e mezzo di ubriaconi, trecentododici milioni di vanitosi, cioè due miliardi circa di adulti», ovvero quegli «strani» grandi di cui si sorprende. Così facendo arriva ad «addomesticare» l’aviatore, cioè a «creare dei legami» con lui, come ben spiega la Volpe nel capitolo XXI. I due giungono a scoprire che le cose veramente importanti che si possiedono nella vita, cioè l’amicizia ed i legami veri e profondi, sono oltre ciò che ci è visibile.
«Ecco il mio segreto. È molto semplice:
non si vede bene che col cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi»
Volpe, cap. XXI
Questo romanzo definito uno dei più bei classici per ragazzi e in realtà dedicato a Leone Werth, grande amico dello scrittore, è un libro fondamentale anche per gli adulti perché, come scrive lo stesso De Saint-Exupéry, «Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se ne ricordano)».
Oggi, come non mai, c’è bisogno di ricordare quello che da bambini sapevamo riconoscere con sicurezza: ciò che c’è di importante nella vita.
(Silvia Armanini)

per un assaggio del libro: http://scrignoletterario.it/node/433

Arturo Pérez-Reverte - Il Club Dumas

Corso, un mercenario della bibliofilia, un cacciatore di libri su commissione è il personaggio principale del Club Dumas, un romanzo suspence colto, capace di portare il lettore dentro un intrigo costruito sul libro di Dumas, I tre moschettieri, mescolato al mistero dell’esistenza di Satana e della sua rievocazione.
Esattamente come quando si cerca un qualcosa e lo si trova solo nel momento in cui non interessa più e nel posto più banale e scoperto, così Corso, ed il lettore insieme, hanno sotto gli occhi fin dall’inizio del romanzo, a partire dal titolo, la soluzione dell’enigma ma, come dice l’autore attraverso uno dei personaggi: «Un lettore è quello che ha letto prima, più il cinema, più la televisione che ha visto. Alle informazioni che aggiunge l’autore, aggiungerà sempre le sue…» ed è proprio questo che rende ogni romanzo ed ogni soluzione possibile di questo romanzo in particolare, diverso da lettore a lettore. Il protagonista stesso, ad un certo punto del suo cammino verso il cambiamento, si sente come un personaggio di un romanzo (e non lo è forse?), tanto da chiedersi chi può essere quell’autore così perverso da scrivergli una vicenda così complicata e si ostina a credere di essere una persona reale. Forse l’autore, alludendo a se stesso ed alla farsa di Corso, vuole dire che siamo probabilmente tutti dei personaggi di un romanzo scritto dal destino, o attori in un immenso «Grande Fratello». O forse si diverte semplicemente, divertendo ed incantando il lettore con la sua capacità di scrivere e raccontare le proprie conoscenze in modo semplice.
Il lettore che non conosce i testi citati nel romanzo non si sente mai lasciato solo o perso nell’intrigo del romanzo, ma un attento Sherlock Holmes curioso e desideroso di trovare la soluzione che si inventa a tratti per poi riaprire il libro e scoprire la verità.
Per chi ama i libri, l’autore soddisfa con curata sapienza le curiosità sulle modalità con cui venivano stampati, rilegati, contraffatti i libri assolvendo, e permettendo al lettore di assolvere, il falsificatore stesso descrivendone l’abilità e l’arte. In fondo che cosa se ne fa un uomo di un talento artistico se è privo di creatività? Riprodurre, con la stessa arte ma senza il vero genio dell’autore, che sia di un romanzo o di un dipinto, è l’unica strada che può percorrere per esprimersi e non morire.
Il Club Dumas quindi può essere letto su vari livelli perché soddisfa ogni tipo di pubblico che voglia da un libro una storia di puro intrattenimento (feuilleton come cita l’autore) o una morale finale o un saggio sui testi antichi.
(Nadia Zapperi)

Atteone , Bruno, Vanini e Hawking

di Dino Licci

Il quadro si intitola "Atteone incontra Diana", dipinto da Dino Licci

Sto leggendo l’ultimo saggio si Stephen Hawking “Il grande disegno” e la sua lettura, benché non si tratti di una passeggiata, mi appassiona oltre ogni dire. Ho deciso di farne dei riassunti, secondo il mio costume, mano a mano che procedo nella lettura per due motivi:
-il primo è egoistico perché riassumere ciò che si è letto ricontrollando l’esattezza dell’argomento trattato, aiuta a fermare nella mente i concetti;
-il secondo è altruistico perché mi piace condividere con gli amici la gioia di una nuova scoperta scientifica o la discussione costruttiva che può seguire ad una pubblicazione di tal genere.
Ma prima di cominciare voglio ricordare due figure che sono state immolate alla scienza dalla Santa Inquisizione. Si tratta di due domenicani. Il primo, noto a tutti, è Giordano Bruno, il secondo, meno conosciuto, è Giulio Cesare Vanini, mio conterraneo che non ebbe migliore sorte. Anzi leggendo nei dettagli il profilo biografico trattato dal filosofo Cesare Teofilato, padre del mio caro amico Glauco, credo che le torture cui fu sottoposto, superarono addirittura quello che furono inflitte a Bruno. Colpa dei due religiosi fu l’aver dubitato della SS Trinità ed aver asserito l’esistenza di altri mondi, quelli della cui esistenza che oggi nessuno più dubita. Ma come poteva una mente libera come quella di Giordano Bruno che precorreva i tempi nella visione della pluralità dei mondi, accettare decisioni dogmatiche prese sulla scia del fanatismo, trascurando del tutto la ragione e la conoscenza? Per capirlo appieno voglio ricordarvi il mito di Atteone e il diverso significato assiologico che il nostro attribuì alle azioni del cacciatore. Io sto dipingendo, in questi giorni, un enorme quadro che ha come protagonista proprio Atteone e, dietro di lui, la filosofia di Bruno. Mi piacciono molto i miti perché nascondono sempre una verità di fondo anche se diversamente interpretabile come in questo caso. Dunque Atteone si inoltra per una selva fitta e impervia fino a raggiungere un laghetto dove si bea della visione di Diana che fa il bagno nuda e, per tale motivo, viene trasformato in cervo e sbranato dai suoi cani che non lo riconoscono. Il significato del mito era interpretato in senso fortemente negativo perché metteva in risalto la giusta punizione per l’uomo che, colpevole di tracotanza (Ubris), era restio ad accettare la sua condizione di sottomissione e cieca ignoranza. Vi ricordate del mito di Prometeo che rubò il fuoco (la conoscenza) agli dei?
Atteone, a mio avviso, ne ricalca le orme e, nell’interpretazione di Bruno, questa sua sete di conoscenza è un evento molto positivo in accordo, oserei dire, con l’evoluzionismo biologico, che vede l’autodeterminazione dell’uomo come fine ultimo della sua avventura terrena. Bruno vede nell’incauto cacciatore, l’uomo o meglio ancora il filosofo, che spazia con l’ausilio delle sue facoltà primigenie (la volontà e l’intelletto simbolizzate dai suoi cani), in tutti i campi dello scibile, per carpire alla natura (Diana) i suoi segreti. Diana riflette la sua immagine nel laghetto e Bruno attinge ad un’espressione che fu già di San Paolo cioè riesce a conoscere la divinità “per speculum” ma fa di più: questa sua primitiva conoscenza seguita nella sua trasformazione in cervo, per Bruno significa che l’uomo, la divinità, la natura, sono una sola cosa precorrendo, a mio avviso, i temi della filosofia di Spinoza. Ma in Bruno c’è ancora di più: c’è lo spirito aristocratico di Averroè e oserei dire di un Nietzsche ante litteram perché la foresta in cui s’inoltra (la conoscenza) è talmente impervia, che solo pochi eletti possono riuscire ad attraversarla e solo con l’ausilio della filosofia. Ora io mi permetto di aggiungere che le moderne acquisizioni sulla meccanica quantistica, la bilocazione delle particelle elementari di cui, ripeto, tutti siamo costituiti, l’entanglement quantistico, preludono forse a studi atti ad avallare la tesi secondo cui noi, la natura, la divinità, siamo fusi insieme da una misteriosa rete energetica, ancora inesplorata ma seducente ed elegante che qualcuno definisce pomposamente col nome di “Matrix divina”. Ma mi fermo qui accingendomi a riassumere per me e per voi le prime pagine del saggio di Hawking, una delle menti più razionali del nostro tempo.

Bruno Bettelheim - Il mondo incantato

Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe.

Ogni favola ha una sua morale. Leggendo questo libro ci si renderà conto che c’è molto di più di una semplice morale nelle fiabe per bambini. L’autore, attraverso percorsi psicoanalitici, ci porta dal regno della fantasia a quello della realtà.
Il bambino ha bisogno delle favole. Le favole non sono semplici storielle che servono agli adulti per far prendere sonno ai piccoli, ma sono storie di vita che insegnano a diventare grandi, a costruirsi una propria identità, stima di se stessi.
Così nella prima parte del libro ci viene spiegato, tanto magistralmente quanto semplicemente, l’uso, l’importanza di raccontare le fiabe. Raccontare: ecco una parola chiave; nel libro, ad esempio, viene riportata l’importanza di raccontare, più che di leggere, le favole ai bambini, così che essi possano sviluppare la propria immaginazione; quest’ultima nei moderni libri di fiabe in commercio, è sempre più alleggerita dall’uso esagerato di illustrazioni. Il racconto, sempre più spesso è sostituito dalle figure.
La seconda parte del libro analizza le fiabe più celebri ed eccone svelati significati impensabili.
Le favole raccontano di problemi generazionali, di conflitti tra genitori e figli, di rivalità fraterne, ma parlano anche di sessualità e – perché no – di amore. Tutti problemi e situazioni che i bambini incontreranno nella loro crescita.
Non mancano continui accostamenti tra le fiabe raccontate da Perrault e quelle dei fratelli Grimm, la cui differenza di raccontare la stessa favola, ne cambia il significato.
Interessanti anche alcune divagazioni nella antica mitologia.
Non tragga in inganno il sottotitolo del libro: …significati psicoanalitici. Non è un libro destinato a psicologi o ad esperti del settore, è un libro per genitori e, nonostante qualche termine tecnico di facile comprensione, le circa trecento pagine del libro scorrono via fluidamente e piacevolmente.
Un libro che non può mancare sullo scaffale di casa, accanto ai libri di favole.
(Stefano Chiarato)

Danny Wallace - Yes Man

Si è spesso, nella vita, costretti a fare delle scelte, ad accettare o meno delle opportunità che ci vengono offerte.
In questo libro l’autore vuole dimostrare che il rispondere sempre «si» apre maggiori possibilità di incontro degli altri e quindi della vita. È un vivere senza essere responsabili di ciò che succederà solo perché non si è fatto nulla affinché non accadesse. Ogni «si» dà il via ad una serie di eventi da accogliere ed accettare continuando a dire semplicemente «si». Ad ogni cosa: dai volantini visti per strada agli spam su Internet; dagli inviti a feste alle quali normalmente si farebbe volentieri a meno, a viaggi fino a Singapore.
Se è vero che Danny non solo è l’autore del libro ma ha veramente vissuto un periodo della sua vita in quel modo, beh, credo sia davvero un uomo coraggioso che ha messo la propria vita nelle mani degli altri, pur inconsapevoli del suo progetto.
Yes Man è un libro da leggere tutto d’un fiato, è divertente e pieno di ironia. È un modo di vedere la vita sotto un profilo diverso, quando si è particolarmente abbattuti o troppo presi dalle responsabilità che la vita impone. Infonde speranza anche in coloro che mai proverebbero il metodo di Danny, perché imparano che comunque possono sempre applicarlo… prima o poi.
(Nadia Zapperi)

David Foster Wallace - Questa è l'acqua

COSE NASCOSTE IN BELLA VISTA

Nel primo anniversario del suicidio di David Foster Wallace (12 settembre 2008) Einaudi ha pubblicato una raccolta di racconti inediti in Italia che copre un arco temporale lungo quanto la sua carriera letteraria e che ci consente di conoscere meglio il percorso stilistico e concettuale dell’autore statunitense che molti ritengono il migliore della sua generazione.
In questi brevi racconti si può apprezzare sicuramente la vena surrealista di DFW che non a caso cita Magritte e che si esprime nell’esposizione di sogni e in un continuo riferimento all’inconscio e al mondo onirico (che trova una spettacolare manifestazione nella trasfigurazione dell’istanza interiore del protagonista del racconto Amore e fluttuazione a Northampton in un esserino interiore, l’amore omuncoloide, che spinge il protagonista all’azione).
Tuttavia questo surrealismo “di partenza” si innesta su uno sperimentalismo linguistico – che è il carattere più noto della sua opera - via via sempre più raffinato e sempre più governato con sicurezza da parte dell’autore che ha l’ambizione di rendere una storia non in modo piano, ma in modo sbriciolato, come uno specchio che si frantuma a terra in mille pezzi e in mille schegge. Le storie in questo modo emergono da molteplici punti di vista talvolta non collimanti, talvolta addirittura lacunosi. Tuttavia questa è una modalità compositiva che ha un grande tradizione negli USA (da Spoon River a… Lost) e non a caso DFW aveva una sicura preparazione accademica in storia della letteratura americana. Pertanto il carattere sperimentale di DFW – che emerge chiaramente anche ad una prima lettura - non deve essere cercato nella costruzione o nella struttura del testo che, lo abbiamo visto, è, almeno negli USA, tradizionale.
Lo sperimentalismo di DFW è propriamente più sintattico e semantico che strutturale: sta nella costruzione delle frasi e dei discorsi che è ricca – talvolta debordante - di excursus; nelle digressioni scientifiche; nell’esplosiva vena inventiva che utilizza in continuazione delle espressioni come leif motiv per condurre il lettore attraverso le tortuosità del testo: per esempio “un soldatino pieno di problemi” oppure il già citato “amore omuncoloide” oppure ancora “in modalità predefinita”; ma lo sperimentalismo di DFW si trova soprattutto nella ricerca – talvolta insistita - di un ritmo quasi musicale del testo: per esempio nel racconto Altra matematica sono evidentemente presenti tre “variazioni sul tema” (dell’amore incestuoso), nel già citato Amore e fluttuazione a Northampton c’è un bellissimo finale in crescendo a più voci. Il lato musicale di DFW è secondo me ancora tutto da studiare, magari affiancato al lato scientifico (che è generalmente riconosciuto).
Da un punto di vista contenutistico è difficile rendere conto in questa sede della molteplicità di trame e sottotrame trattate nei 5 racconti della raccolta e nel discorso finale. È forse meglio citare i temi che vengono con più frequenza trattati, scomposti e ricomposti: essi vanno dalla depressione (con un racconto evidentemente autobiografico: Il pianeta Trillafon e la cosa brutta), alle scienze esatte (anche in queste DFW aveva una solida preparazione accademica), al suicidio, all’amore.
Su una tematica però vale la pena di soffermarsi e si trova nella trascrizione di un discorso del 2005 che DFW tenne in una università in occasione del conferimento delle lauree agli studenti. In quell’occasione DFW invitò gli studenti a non ragionare “in modalità predefinita” cioè a non selezionare a priori cosa pensare, ma li invitò a tenersi aperti – con umiltà – anche ad altre possibili interpretazioni degli eventi che accadranno nella loro vita. Per far ciò non dovranno perdere la voglia di interrogarsi in continuazione sulle cose banali, quelle “nascoste in bella vista”.
Visto in quest’ottica e con queste premesse capiamo come l’inconfondibile stile di DFW non sia un gioco autoreferenziale che sbriciola, espande, guarda da più lati un unico episodio, magari banale, tanto per fare sfoggio di capacità di scrittura, ma sia uno strumento di approfondimento, di analisi e di conoscenza della realtà, anche quella banale, quella che si trova in superficie.

Juri Casati

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Doris Lessing - La vecchiaia di El Magnifico / Vittorio Paliotti - Elogio del gatto

Questa è una recensione doppia perché ritengo i due libri «paralleli».
Sono biografie di gatti, e come tutte le storie di animali possono essere dette, scritte o tramandate solo se un essere umano ha avuto modo di fare una parte del proprio percorso di vita accanto ad un animale, in questo caso un gatto.
Ci saranno altre recensioni di storie di animali perché sono un’amante degli animali ed in particolare dei gatti, animali che hanno accompagnato gran parte della mia vita e che molto mi hanno dato in termini di devozione e di amore. Amore senza se e senza ma (com’è di moda dire oggi), amore senza chiedere in cambio che io cambiassi o fossi diversa da com’ero e come sono. Un’accettazione totale, in parte ricambiata.
I due libri sono brevi, anzi brevissimi: 27 pagine il primo e 33 il secondo. Ma li ritengo molto belli; ovviamente chi ha animali, e li ama, non potrà non riconoscersi e condividere le parole e le espressioni usate dagli autori dei due libri; ma voglio consigliare questi brevi racconti di vita, perché chi scrive oltre a raccontare del proprio gatto racconta anche parte di sé, di quel che pensa e sente, a chi non ha animali, nella speranza che possa aprire in parte la propria anima a queste creature che sono accanto a noi da sempre e che come noi condividono il dono della vita su questo pianeta.
Entrambe le storie sono particolari non perché per chi le ha scritte quelli fossero gli unici gatti con cui abbia condiviso la vita, ma perché i gatti (come gli uomini) hanno ognuno la propria personalità e alcune di queste «personalità» ci sono più affini che altre, perché le sentiamo e le viviamo come si vive un amore o un’amicizia più cara di tutte la altre – un qualcuno che ha preso spazio nel nostro cuore più di altri e che nel cuore ci è rimasto anche dopo che se n’è andato, e di lui continuiamo a parlare o a ricordarlo con affetto. Magari scrivendo anche un libro.
(Luciana Facchinetti)

Ernest Hemingway - Morte nel pomeriggio

Un romanzo anomalo. Protagonista del romanzo è la corrida. Più simile a una cronaca che ad un romanzo o, meglio, ad un manuale per assistere alla corrida. Hemingway ne traccia una descrizione dettagliata in maniera esemplare, passando in rassegna i giorni in cui assistervi, le fiere, le arene, le città. E poi loro, i tori e le razze migliori; e ancora i banderilleros, i picadores, e un elenco di matadores celebri, che hanno fatto la storia delle corride, vissuti a cavallo degli anni Venti e Trenta.
Non essendoci un protagonista vero e proprio in cui immedesimarsi o di cui vivere le vicende, il libro risulta essere spesso noioso, ricco di particolari tecnici della corrida. Tuttavia l’autore in alcune pagine regala momenti di alta tensione; sembra quasi di sentire il caldo soffocante nell’arena sotto il sole, la polvere, la spada che si infilza nella scapola del toro e gli schizzi di sangue, e soprattutto il dolore provocato dalle corna del toro che si conficcano in una natica piuttosto che nell’addome del matador.
Un libro noioso, ma all’autore va riconosciuto il merito di avere descritto in maniera unica un fatto di cultura e tradizioni della Spagna. Un libro che può risultare utile a chi voglia recarsi in Spagna e assistere alla corrida.
(Stefano Chiarato)

Flavia Bujor - Le tre pietre

Il bestseller narra la storia di tre ragazze legate tra loro da un’antica profezia, di un uomo alla ricerca del suo passato e del suo futuro, mentre nella Parigi del 2002 una ragazza si sta lentamente consumando in un letto d’ospedale. La ricchezza di valori incatenata ad una storia avventurosa ed avvincente fa di questo libro un capolavoro. Un fantasy di una giovane scrittrice con un messaggio importante, da esempio a tutti. Un sogno, una realtà crudele; una storia movimentata, un’agonia straziante; la speranza è l’unica cosa che lega tutto:
«Tre pietre, tre ragazze.
Una scoprirà il dono.
Una riconoscerà il Re.
Una convincerà le altre due a morire.
Di tre pietre non resterà che un destino».
Lottare e credere nell’impossibile, questa è l’unica cosa che potrà salvare il mondo intero.
(Ruben Mosca)

Gavin Maxwell - L'anello di acque lucenti

«...Capii quella volta che Mij significava per me assai più della maggior parte degli esseri umani di mia conoscenza, che avrei sofferto per la perdita della sua presenza fisica molto più che per la loro, e non me ne vergognavo affatto. In penultima analisi, forse, sapevo che Mij aveva in me una totale fiducia, molto maggiore di qualsiasi altro essere della mia stessa specie, e questo soddisfaceva un bisogno che fatichiamo ad ammettere».
È questo un libro difficile ormai da trovare, l’ho recuperato in biblioteca e non casualmente. Stavo gettando delle vecchie agende quando in una di esse ho trovato il titolo di un film tratto da questa storia; racconta la biografia dell’autore che ha deciso di avere come animale, dopo la morte del suo cane, una lontra, e di quelle che sono state le sue esperienze ed avventure nel condividere la vita con esse (ne ebbe infatti più di una). È un libro che non si limita ad una asettica descrizione di episodi ma ci descrive anche quella che è stata una sorta di evoluzione culturale dell’autore, all’inizio cacciatore e poi con il passare degli anni cultore della natura e delle sue creature, acuto osservatore e scrittore di essa; ci porta inoltre anche in paesaggi e luoghi ancora incontaminati e magnifici, nella Scozia del nord, facendo venire il desiderio di condividere certi luoghi carichi di vita e poesia.
(Luciana Facchinetti)

Gilles Gay - Quello che credevo qualdo ero piccolo

Da piccoli ci è stato ripetuto fino alla nausea che raccontare bugie ci avrebbe fatto crescere il naso, che non si dovessero accettare caramelle dagli sconosciuti o che per catturare gli uccellini bastava versare il sale sulla loro coda. Ora che si è cresciuti queste cose le ripetiamo fino alla nausea a chi adulto ancora non lo è.
Quando si rincasa dal lavoro, alla sera tardi, dopo una giornata particolarmente faticosa, non si sente forse il bisogno di credere ancora che la pubblicità dice solo la verità, che ogni domanda prima o poi avrà una risposta, che andare dal dottore basti per guarire? Ma dopo tutti questi anni molti di questi piccoli credo sono dimenticati, o confusi.
Ebbene, questo piccolo libricino è pieno di tutte quelle massime che hanno accompagnato la nostra infanzia!
Lo si può leggere per rilassarsi, per ricordare, per ridere un poco di noi… o più semplicemente, come mi ha detto la persona che me lo ha regalato, «per sperare che tra questi pensieri ci sia qualcosa in cui crediamo ancora, perché vorrà dire che siamo ancora in tempo per crescere, speriamo, in un mondo migliore».
Buona lettura.
(Silvia Armanini)

Haruki Murakami - L'arte di correre


Nei primi anni ’80 Murakami decise di chiudere il jazz bar di cui era proprietario e dedicarsi alla sola scrittura. Murakami decise allora - Murakami è il cognome dell’autore e Haruki è il nome, ma in Giappone il cognome viene anteposto al nome e quindi anche l’editore italiano ha deciso di fare così: scelta cervellotica dato che poi lo stesso editore ha modificato il titolo dell’opera che nell’originale era una citazione da Carver - di dedicarsi contemporaneamente anche alla corsa correndo per molti chilometri al giorno. In questo modo avrebbe controbilanciato l’attività sedentaria che compete al lavoro di scrittore.
Da allora con sforzo, abnegazione e con molta programmazione Murakami riuscirà a partecipare a circa una maratona all’anno tra cui il percorso classico in Grecia tra Atene e Maratona in cui corse seriamente il rischio di essere più volte investito a causa del traffico e di finire come quei cani e gatti morti che incontrava durante il tragitto. Riuscirà anche a partecipare a una ultramaratona di 100 chilometri. Negli anni successivi coltiverà anche altri interessi sportivi come il triathlon (nuoto, bicicletta, corsa) e in una gara di triathlon conoscerà anche l’onta della squalifica. In quest’opera ci racconta - in modo invero frammentario - alcune delle sue piccole imprese, i molti suoi sforzi e ci regala alcune riflessioni.
Per esempio Murakami fa un continuo elogio della solitudine come necessità fisiologica. La solitudine è una condizione necessaria del corridore e dello scrittore. Infatti nella sua corsa non c’è intento competitivo, il competere con gli altri. Ma - dichiara lui - è bello competere con sé stessi. Tuttavia poi nel libro ad ogni maratona ci indica quanti avversari ha superato. Forse è un po’ la mentalità del corridore che si allena da solo per migliorarsi, ma che misura il proprio miglioramento non solo con il cronometro, ma anche nei confronti degli altri. Così come lo scrittore lavora da solo, ma misura grazie al pubblico il risultato del proprio lavoro. La “solitudine” del maratoneta tuttavia la si vede bene quando parla dei propri muscoli in terza persona, come se fossero un’entità a parte che qualche volta non risponde, che va modellata, che va usata. L’autore ci dice che fa letteralmente gemere i muscoli. Per esempio scopriamo che li fa soffrire quando è biasimato o riceve un rimprovero: soffrono loro al posto suo.
Forse non è un testo riuscitissimo. I testi di cui si compone l’opera alla fine risultano giustapposti e oggettivamente non ben articolati. Ma questa imprecisione nella costruzione dell’opera e le piccole ripetizioni sono inevitabili trattandosi di un diario tenuto in 3 anni ricco di spunti e riflessioni più che di un testo sorprendente. Più che altro sarebbero alcune pagine estratte dal suo blog (se l’autore avesse un blog) nel corso di tre anni. Sicuramente non è un manuale di corsa. Quello che come al solito impressiona è lo stile che è di una sobria eleganza e di una fluidità senza pari. È la vera qualità di questo testo. Il suo stile davvero ricorda quello della corsa piana e di fondo: non sbava, e sempre leggero, aggraziato, costante. Tuttavia da un autore come Murakami è lecito attendersi qualcosa di più e di meglio soprattutto nell’architettura complessiva del testo.
Sulla tomba l’autore vuole che ci sia scritto: “Murakami Haruki, scrittore e maratoneta”.

Juri Casati

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IL CINEMA IN LIBRERIA Zia Mame di Patrick Dennis

Bisognerebbe forse interrogarsi sul perché un libro scritto oltre mezzo secolo fa – riproposto in italiano dopo decenni - e di un autore morto oltre trenta anni fa in povertà sia riuscito a scalare le classifiche di vendita in poche settimane.
La trovata letteraria che dà l’avvio al libro – e che sembra essere stata suggerita all’autore da un editor – è la seguente: il protagonista legge sulla rivista “Selezione” l’articolo su una donna che ha condotto un’esistenza eccezionale. Gli viene spontaneo paragonare questa donna eccezionale alla sua Zia Mame a cui l’autore era stato affidato alla morte del padre. Infatti da quel giorno erano iniziate una serie di avventure tra nipote e l’eccentrica zia che è impossibile ripercorrere per filo e per segno in questa sede: dalla scelta di una scuola “alternativa” alla caccia alla volpe. Incredibili i personaggi di contorno. Indimenticabile il domestico giapponese Ito che segue la coppia in tutte le sue peripezie in giro per gli States facendo, con poco successo, da autista (questo personaggio ha un so che di cinematografico). Un altro determinato inseguitore della coppia, almeno per un certo numero di anni, fu il curatore dei beni del giovane Patrick cui il padre aveva affidato le scelte educative del ragazzo ben conoscendo la mentalità aperta, decisamente troppo aperta, della zia.
La seconda parte del libro – che fino a quel punto è veramente un gioiello - è la ripresa del cliché di una Zia eccentrica e sfacciata. Qui forse il testo è un po’ meccanico e ripercorre i tentativi amorosi di Zia Mame tutti rovinosamente votati all’insuccesso. Il finale del libro forse è una un po’ scontata ripresa dell’inizio.
Sicuramente la narrazione in prima persona sta tornando di moda e questo libro si immette nella grande tradizione statunitense dei testi scritti in prima persona e che rievocano “come sono andati i fatti”: da Il Buio oltre la siepe a Il giovane Holden. Certamente non ha la portata anche filosofica, linguistica e – nel primo caso - anche politica, dei testi appena citati. Tuttavia Zia Mame ha una gradevolezza notevole ed un impatto innegabile.
Anche un certo gusto narrativo sembra essere tornato di moda. Il libro sa coniugare leggerezza e frivolezza ad un eleganza, artificiosità, chic a Kitch. Non a caso Zia Mame verrà vista come un’icona gay, ma quei gay da Vizietto perché l’atmosfera è quella della gaia felicità festosa intrisa impropriamente di arte (lo stesso autore era stato al centro di diverse relazioni omosessuali, cosa inconcepibile nell’America di quegli anni). Un mix che nelle prime duecento e passa pagine lascia sbalorditi con una raffica di citazioni d’epoca non tutte gustabili fino in fondo perché riferite al mondo letterario, cinematografico, artistico, intellettuale e mondano degli Stati Uniti degli anni ’20, ma che – per così dire – sentiamo nostre comunque. Effettivamente l’autore ha la capacità di evocare un mondo e un personaggio per certi versi holliwoodiano.
Patrick Dennis (il cui nome era Edward Everett Tanner III) aveva combattuto durante la seconda guerra mondiale in Italia, poi era stato giornalista, ghostwriter per altri scrittori, compilatore di schede di lettura in una casa editrice, autore di un libro sulle tattiche del comunismo. Zia Mame venne rifiutato da 19 editori prima di essere pubblicato nel 1955 negli Stati Uniti. Ma all’uscita ebbe un grande successo (due anni in classifica e oltre due milioni di copie vendute). Ne fu tratto un fortunato adattamento teatrale ed un film che è stato di recente reso disponibile in DVD anche in Italia sull’onda del successo del libro. Patrick Dennis non seppe ripetere questo enorme successo, fece il gallerista in Messico, tentò il suicidio, fu ricoverato e finì per fare il maggiordomo.
Ritorna oggi prepotentemente di moda. Scusate il ritardo, verrebbe da dire.

Juri Casati

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Isabel Allende - Ritratto in seppia

Ci vuole pazienza. Ce lo ricorda bene, all’inizio della storia, la protagonista di questo romanzo.
Infatti, il libro ci mette un po’ a prendere quota, ma una volta che la raggiunge, non scende più.
E’ un continuo crescendo, la curiosità aumenta di pagina in pagina.
E’ la saga di una famiglia cilena emigrata in California, alla fine del XIX sec. Lì il destino si incrocia con quello di una famiglia cileno-cinese.
E’ il diario di Aurora del Valle, una giovane donna, orfana dalla nascita e allevata dai nonni, aggrappata alla propria macchina fotografica che riempie la sua solitudine.
Tutti sappiamo che la fotografia è mezzo di comunicazione, ma per Aurora del Valle è qualcosa di più. Attraverso le foto scattate riesce a leggere i sentimenti delle persone e a scoprire che…
A volte sembra che il romanzo assuma toni da telenovela; un libro per un pubblico femminile? Non è così. Un libro che parla d’amore e di morte, di rivalità e di umanità, di gelosia e di tradimento, di storia e di guerra, di solitudine e di mistero. Ed è proprio il mistero che avvolge il passato di Aurora del Valle a rendere interessanti le pagine del libro. Il passato, volutamente tenuto nascosto dai nonni, si dipanerà a poco a poco, non senza colpi di scena. L’importanza delle radici, del proprio passato: è questa la morale che emerge dal romanzo. Il proprio passato è la propria storia, senza un passato si è come ombre staccate dal corpo, vaganti nel vuoto.

di Stefano Chiarato

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Jacques Chessex - Il vampiro di Ropraz


STORIA VERA DI UN VAMPIRO SVIZZERO
di Juri Casati

Una colonna spezzata di marmo bianco cinta da rose di rame annerito che sormonta una lastra di arenaria: è la tomba di Rosa Gilléron. È questa l’immagine da cui prende avvio il libro Il vampiro di Ropraz di Jacques Chessex. L’autore andò ad abitare a Ropraz negli anni ’70 dopo aver raggiunto la fama come scrittore. Vide questa tomba e rimase affascinato dalla vicenda cominciata con la morte di Rosa Gilléron. Ha voluto raccontarcela in questo breve libro (si legge in un’ora) dalla scrittura piana ed elegante. La vicenda è stata ricostruita attraverso le testimonianze dei discendenti dei testimoni, la consultazione dei giornali dell’epoca e degli archivi. Leggendo il libro si intuisce che il raffinato autore elvetico morto nei giorni scorsi, nel raccontare un truce fatto di cronaca di oltre cento anni fa, abbia in realtà voluto metter in rilievo anche alcune similitudini di quell’epoca con la nostra.
Lo scenario è quello di Ropraz, villaggio a due ore da Losanna, in una Svizzera francese del 1903 molto lontana dallo stereotipo di nazione opulenta e borghese a cui siamo abituati oggi. Gli abitanti di Ropraz erano dediti all’agricoltura, all’allevamento e vivevano in un’area superstiziosa dove non mancavano esorcismi, immersa in oscure abetaie serpeggianti di streghe; un’area dai frequenti suicidi.
Nel febbraio 1903 la tomba di Rosa Gilléron, la bella figlia di un giudice della zona morta di meningite pochi giorni prima, venne trovata profanata, la bara scoperchiata, il corpo della giovane violato, mutilato e con evidenti segni di cannibalismo. I giornali dell’epoca coniarono subito l’espressione “vampiro di Ropraz” e il caso ebbe immediatamente un rilievo internazionale. L’intervento dei media e la successiva pressione di questi sulle forze dell’ordine è un elemento che possiamo trovare facilmente anche oggi in casi analoghi. Dell’atroce atto vennero sospettati via via prima i noti delinquenti locali, poi un macellaio ambulante, poi uno studente in chirurgia (questi ultimi due perché erano esperti nell’uso di lame: questo tipo di sospetto si è verificato anche ai giorni nostri in casi simili), poi uno spasimante respinto da Rosa, poi un avversario del padre, poi uno scrittore fallito. Uscirono tutti di scena rapidamente.
Il bestiale rituale si ripeté altre due volte nei mesi successivi, sempre ai danni dei cadaveri di giovani donne dei villaggi vicini morte di recente. Nella zona si scatenò un’ondata di paura che colpì anche mendicanti, predicatori erranti, venditori ambulanti. La paura del diverso, di tutto il diverso indistintamente, che si scatena in circostanze simili è un altro elemento che ritroviamo anche oggi. Vennero rispolverati simboli cattolici, giudicati efficaci contro il maligno anche in una zona da secoli protestante.
La svolta nelle indagini si ebbe quando venne fermato per altri reati compiuti nella zona un giovane garzone dal corpo abnorme, Charles-Augustin Favez, di 21 anni, solitario, spesso ubriaco, armato di coltello, che aveva frequentato la stessa scuola di Rosa. Aveva altre due caratteristiche. La luce gli dava fastidio agli occhi ed aveva denti affilati. Era il vampiro perfetto. Per due mesi le autorità cercarono di ottenere le prove della sua colpevolezza, ma senza riuscirvi. Altro elemento di interesse e modernità della storia: l’intervento nell’indagine di uno psichiatra che contribuì alla prima assoluzione di Favez.
Le indagini e le visite psichiatriche rivelarono comunque che il giovane, alcolista fin dall’adolescenza, era stato vittima di incesto e di violenze.
Poco dopo la liberazione Favez stuprò una vedova e questa volta, evitato il linciaggio da parte della folla inferocita, venne condannato all’ergastolo da scontarsi in un carcere psichiatrico. Favez evase nel 1915. Si arruolò nella Legione Straniera e morì durante la Grande Guerra.
Fin qui la realtà ricostruita, ma Chessex avanza anche un’ipotesi sarcastica su dove riposi oggi il corpo del vampiro di Ropraz.
Un libro da leggere tra le righe.

Jacques Chessex
Il vampiro di Ropraz
Fazi Editore – collana “Le Strade“
Marzo 2009
91 pagine - € 14,00

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James Hamilton-Paterson - Cucinare con il Fernet Branca

«…Grazie a Dio vado da solo. Certe volte, quando ci sono altri, capita di imbattersi in uno sgradevole spirito di competizione contributiva dove ognuno si sente obbligato a spendere molto più di quanto avrebbe voluto. Si tratta di una sindrome storicamente accertata, lo sanno tutti. Andando a Betlemme un Re Magio da solo si sarebbe probabilmente presentato con una scatola di After Eight, mentre tre Re Magi in viaggio insieme hanno finito per ritrovarsi carichi di oro incenso e mirra a meditare avviliti sui loro conti in rosso».
Questo libro è un racconto brillante veloce da leggere e simpatico nei colpi di scena. In grado anche di darci un’idea di come possono vederci gli stranieri, nei nostri difetti e visioni.
Il tutto inframmezzato da improbabili e improponibili ricette culinarie.
Leggetelo se volete un qualcosa in grado di allietarvi una serata e farvi qualche risata e sorriso.
(Luciana Facchinetti)

Ken Follet - Sulle ali delle aquile

Si fa un gran parlare di Iran in questi mesi. C’erano saggi, alcuni anche importanti, ma io ho voluto cercare un romanzo che parlasse dell’Iran, dell’Iran dove tutto è cominciato: insomma l’Iran dei giorni della rivoluzione Khomeinista. L’ho trovato in questo libro di quasi trent’anni fa (1982), basato su fatti realmente accaduti, e assai documentato (Follett dice di averlo scritto dopo cento ore di interviste registrate con i protagonisti).
Vi riassumo la trama in qualche riga. Nelle settimane della rivoluzione, a cavallo tra il 1978 e il 1979, il potentissimo giudice iraniano Dadgar interroga e fa arrestare per corruzione due dirigenti della EDS, una multinazionale americana del data processing, e ne fissa la cauzione in dodici milioni di dollari. L’EDS doveva predisporre e gestire il sistema informatico previdenziale iraniano. Cosa che fece con accuratezza, come dimostrato anche dalla sentenza di un Tribunale riportata in appendice del libro. L’accusa era vaga e i gli interrogatori a cui vennero sottoposti i due dirigenti furono oggettivamente Kafkiani. Non c’erano riscontri oggettivi e la richiesta di cauzione era enormemente più alta rispetto agli standard dell’epoca. Le prigioni iraniane però erano dure e reali.
Il presidente della EDS Ross Perot decise di intervenire e provò per via diplomatica mettendo in moto perfino il segretario di Stato Kissinger, ma senza riuscire a risolvere la situazione. La via del pagamento della cauzione non era percorribile, non tanto per l’entità della richiesta, quanto per il fatto che essa doveva essere evasa sostanzialmente in contanti e che non c’erano garanzie della liberazione dei detenuti. Perot elaborò quindi una soluzione alternativa. Reclutò tra i dirigenti fidati della EDS alcuni veterani del Vietnam, una specie di sporca dozzina, per mandarli a Teheran e liberare i due ostaggi. Mise a capo della spedizione un militare in pensione vedovo e in depressione che anni prima aveva partecipato a una spedizione di salvataggio simile.
È impossibile in questo contesto rendere conto delle peripezie e delle modalità con cui riuscirà la sporca dozzina a far evadere i due e a farli uscire da un Paese in tumulto i cui confini pullulavano di briganti e contrabbandieri. E poi non voglio svelare troppo per non togliere il gusto della lettura (e Follett è sempre gradevole da leggere). Tuttavia una cosa ve la posso dire: c’è il lieto fine.
Protagonista assoluto del libro è la figura del carismatico milionario Ross Perot, nato nel 1930 e tutt’ora vivente. Costui, pur partendo da umili origini, riuscì a raggiungere fama e ricchezza con le sue geniali intuizioni. Una fra tutte: fu uno tra i primi a capire nei primi anni Settanta che il software sarebbe diventato più importante dell’hardware e ad agire di conseguenza. Perot era capitalista vecchio stampo. Puritano nei modi e incorruttibile negli affari. Si impegnò per la causa dei prigionieri americani in Vietnam e riuscì grazie ad un’efficace opera di lobby a migliorarne le condizioni detentive e farne liberare diversi. Negli ambienti militari pertanto godeva di una certa stima e in questa situazione tale stima gli tornò utile.
Dal libro emerge un’immagine diversa di Perot rispetto a quella (l’immagine del ricco pazzoide) che i media italiani ci fornirono ai tempi (1992 e 1996) del suo tentativo di diventare presidente USA. Anche in questo caso bisognerebbe fare qualche analisi in più: in fondo si è trattato dell’unico tentativo serio di rompere il bipartitismo USA in tempi recenti.
Un altro aspetto interessante (e che era quello che mi aveva fatto avvicinare a questo testo) è quello della descrizione di quei giorni tumultuosi del Febbraio 1979 in Iran. A Teheran una parte dell’esercito era per il ritorno di Khomeini (che era in esilio in Francia), l’altra era per la permanenza dello Scià. La battaglia infuriò per giorni nella capitale. Nelle campagne c’erano villaggi favorevoli allo Scià e altri favorevoli a Khomeini. Quindi, prima di entrare in un dato villaggio, bisognava informarsi su quale fosse l’umore politico e cambiare di conseguenza la foto sul parabrezza. Come accade in simili circostanze rivoluzionarie (e successe anche nell’Italia del 1945) alcuni di quelli che si erano schierati contro Khomeini cambiarono idea rapidamente per salvare il posto e la testa. Ai bambini venivano dati mitra e ordini perentori. E poi c’erano furti, truffe, rapine e caos. Anche il fronte rivoluzionario non era per nulla compatto: c’erano gli islamisti nella capitale, i comunisti curdi nelle zone curde e gli islamisti marxisti fedayn nelle campagne.
Tuttavia il caos non era solo in Iran, ma anche in USA. Il Dipartimento di Stato – a sentire le testimonianze raccolte – non si rendeva conto di come gli eventi stessero precipitando. L’ambasciata USA in Iran non aveva potere (e infatti fu attaccata pochi mesi dopo) e non riusciva a dare nessun aiuto (fu proprio l’ambasciata a consigliare ai due dirigenti di andare dal giudice).
Riassumendo: la lettura è gradevole e gli spunti sono molteplici e interessanti.

Juri Casati

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Luis Sepulvéda - La frontiera scomparsa

Nell’America latina degli anni ’70 dovevano essere in molti alla ricerca della frontiera scomparsa, quella della libertà. Così pure il nostro autore, che mosso da uno spirito di libertà, ci porta in viaggio con lui attraverso il continente sudamericano.
Si passa dalla terribile esperienza delle carceri cilene, durante la dittatura e il conseguente esilio, alla Pampa argentina, agli altipiani boliviani, al clima equatoriale dell’Amazzonia. Con tutte le difficoltà del caso: da uno squadrone militare che lo attende al confine, ad un matrimonio mancato, o meglio evitato in extremis. Mantenendosi tenendo corsi universitari.
Ma non è solo lo spirito di libertà a portarlo a vagare per il continente, è anche l’istinto della ricerca delle proprie radici; ed è alla ricerca delle proprie radici che il viaggio si concluderà oltreoceano, nel vecchio continente. Là da dove suo nonno anarchico, per sfuggire al regime nazifascista, partì un giorno per il Sud America alla ricerca della propria frontiera scomparsa.
Un libro-documento che ci racconta di vita sudamericana, a volte con toni drammatici, a volte in modo pittoresco.
Un libro per tutti.
(Stefano Chiarato)

Matt Haig - Il patto dei labrador

Il labrador Prince - mentre attende che un veterinario gli somministri l’iniezione letale - rievoca la sua storia e narra in prima persona i motivi che lo hanno spinto a tradire “Il patto dei labrador”. Tale patto prevedeva che la felicità e la sicurezza della famiglie umane dipendessero esclusivamente dal senso del dovere dei Labrador. Per questo sacrificio e abnegazione i Labrador sarebbero stati ricompensati con la possibilità di incontrare i propri cari nell’aldilà. Il patto ha dei sottocodici (non ricorrere alla violenza e obbedire agli ordini umani). Prince ha tradito questi sottocodici del patto per difendere la famiglia Hunter dalla disgregazione.
Infatti l’obiettivo dei Labrador è quello di evitare che le famiglie umane si disgreghino. Una volta questo era il compito di tutti cani. Ma ci sono stati cambiamenti anche nel mondo canino. Gli Springer si sollevarono contro la fedeltà e il senso del dovere che erano sentimenti propri dei cani fin dall’antichità in nome dell’edonismo, in nome del piacere e in nome dell’egoismo canino. La sollevazione degli Springer fu una sorta di ’68 - si parla infatti di liberazione dai guinzagli -, ma è forse più corretto parlare di una sorta di ’77 dato che produsse, come per gli uomini nei primi anni ’80, un riflusso culturale che oppose la trionfante cultura edonistica degli Springer all’ascetismo e all’impegno dei Labrador, ultimi cani a resistere alla sollevazione e a ergersi a difensori della tradizione e della fedeltà. Il Labrador divennero a seguito della sollevazione degli Springer una sorta di setta segreta combattente, una Carboneria con le sue leggi, le sue parole d’ordine e con i suoi riti di segretezza, tramandati di generazione in generazione.
Meno allegorico rispetto a La Fattoria degli animali di Orwell, dove il parallelo politico con la Rivoluzione bolscevica era evidente e continuo, questo libro – gradevolissimo e scritto con uno stile assai scorrevole – ha senza dubbio il difetto di avere una “fabula” non è ben calibrata: Prince a ben vedere non viola il Patto, ma due sottocodici. Probabilmente l’autore non voleva sprecare l’idea di partenza che era veramente buona e ha forzato la costruzione del testo fino alla fine per tenere fede a questa idea.
Tuttavia il testo – che, bene inteso, può essere letto senza impegno come una bella novella - consente volendo una riflessione sul tema scottante del rapporto tra dovere, etica e tradizione.
Infatti per tutto il libro Prince è dilaniato dai dubbi: non capisce questo suo ruolo alla Michele Strogoff di Verne (ricordate: il corriere dello zar è incaricato di consegnare un messaggio segreto – il corriere Michele Strogoff non sa quale sia il contenuto del messaggio -, ma è pronto a morire per obbedire all’ordine). Prince è turbato dal fatto che il dovere in sé venga prima del contenuto del dovere; che soprattutto la tradizione e il rispetto di certe norme tramandate vengano prima di ogni altra considerazione. E alla fine viola i due sottocodici del patto per preservare l’unità della famiglia Hunter che è sotto attacco. Cioè salva quella che secondo lui è la sostanza, ma non la forma.
Quando il concetto di dovere viene legato alla sola tradizione per dargli consistenza e autorevolezza e non viene legato all’etica che lo deve riempire di volta in volta di contenuti esso va prima o poi in crisi. Dovremmo riflettere sul fatto che proprio una logica siffatta aveva portato qualcuno a rispondere al processo di Norimberga “Io? Io ho solo eseguito gli ordini” e che l’espressione “il mio onore si chiama fedeltà” era il motto delle SS.
Una bella lezione da un quadrupede per i bipedi.

Juri Casati

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Michel Foucault - Storia della follia nell'età classica

E’ un’opera enorme e, a mio parere, di grande importanza per tutti coloro che, della follia, vogliono approfondirne la storia, capirne le motivazioni dei segni che ha lasciato e, di conseguenza, tramandandoli nei secoli, ne ha portato fino a noi le conseguenze.
Foucault riesce, in questa opera, a dare una panoramica della follia non solo nei suoi significati sociali ed antropologici, bensì anche dei suoi retroterra culturali, economici e politici creando relazioni ed analogie tra gli eventi storici, la mentalità di un’epoca e la concezione tipicamente occidentale della razionalità tanto che a volte paia voglia giustificare le atrocità subite dagli internati.
In questo saggio troviamo la follia vissuta come vergogna, come un qualcosa da nascondere tuttora.
E ancora, la psichiatria con i suoi esperimenti di derivazione diretta dalla neurologia. Gli elettroshock e tutte le torture, compresa la pubblica esposizione, in questo libro trovano un loro perché, ancora più folle, per noi ora, della follia stessa.
Dalla nave dei folli di Bosch ai manicomi, Foucault ci conduce in un viaggio di ricerca dei motivi per i quali la follia, come cita egli stesso “è verità denudata dell’uomo e tuttavia posta in uno spazio neutralizzato e pallido ove era come annullata”.
La scrittura non è scorrevole. Occorre concentrazione e motivazione per riuscire ad arrivare fino al termine del libro che promette però un arricchimento culturale notevole aprendo la mente e inducendo riflessioni su se stessi, la storia, la società.

Nadia

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Nadia Anjumani - Poesie scelte

L'introduzione di questo piccolo ma prezioso libro scritta da Cristina Contilli recita tra l'altro "La poetessa afghana Nadia Anjuman, morta a soli venticinque anni il 5 novembre 2005, in seguito alle percosse ricevute dal marito...."!

Il mio cuore è triste e sconcertato per la sorte di questa dignitosa e splendida donna.
Leggendo le sue meravigliose e profonde poesie, che toccano il cuore, mi sono venuti in mente gli "uccelli di rovo" che muoiono appunto tra i rovi cantando il loro canto più bello e sublime.
Sublime, come questa poesia che rimarrà per sempre nel mio cuore "l'urlo senza suono" di cui cito i versi più emozionanti:
"Le ragazze doloranti, umiliate

...........................

Non vive il sorriso nel dizionario delle loro labbra

Nemmeno una lacrima, (neanche) qualche goccia

Dal loro fiume asciutto degli occhi

...........................

Non so se arriva fino alle nuvole il loro urlo senza suono"

Addio Nadia, le tue parole hanno arricchito il mio cuore, il tuo canto sublime mi è arrivato e mi ha...emozionato!
Grazie a Cristina per avermi fatto conoscere questa splendida poetessa e grazie per la splendida introduzione che ha scritto.
Commovente!

di Claudia Lucchin

Nick Hornby - Non buttiamoci giù

Narra la vicenda di quattro persone, del tutto differenti l’uno con l’altra, che si incontrano la notte dell’ultimo dell’anno, sul tetto della Casa dei Suicidi a Londra con l’intento, ognuno per motivi propri, di buttarsi giù.
È una storia ironica e commovente al contempo, raccontata dalle voci dei quattro protagonisti, dal loro punto di vista, che spinge il lettore a rivestire man mano i panni di ognuno di loro.
Il senso della vita, del perché in fondo sia meglio andare avanti che buttarsi da un palazzo sono domande disseminate nel romanzo ed alle quali ognuno, dai protagonisti al lettore, troverà una propria risposta.
È strabiliante il modo in cui l’autore riesce ad affrontare l’argomento «suicidio» che per la nostra cultura è un tabù, in modo serio e pure esilarante pur nella sua cruda realtà.
(Nadia Zapperi)

Ridley Pearson - Il Diario di Ellen Rimbauer

Questo diario è stato ritrovato da Joyce Reardon, una studiosa nel campo del Paranormale. Aveva molto sperato nel ritrovamento di questo reperto, o documento, che testimonia l’esistenza di un altro mondo, ignoto, con cui Ellen dovrà fare i conti.
La tenuta di Rose Red, regalo di nozze di John Rimbauer per la moglie Ellen, risulta essere una casa che con il tempo acquisisce vita propria e per poter crescere ha bisogno di sacrifici umani. Questa casa inghiottisce misteriosamente le donne e uccide violentemente gli uomini, ma l’unica a non essere colpita da questa maledizione pare proprio essere Ellen. Probabilmente tutto parte da lei, o forse no, questo rimane un mistero a cui non si riesce a dare spiegazione. L’unica cosa che Ellen sa è che dovrà continuare a costruire, come la casa le ha ordinato di fare tramite una medium (venuta in casa loro). Ellen continua a costruire, anche perché lei pensa che sia l’unico modo per ritrovare sua figlia April, anch’essa inghiottita dalla casa. Riuscirà Ellen a capire che mistero nasconde la casa? O forse parte tutto da lei?
(Ruben Mosca)

Salwa Salem - Con il vento nei capelli

In questo primo approccio a Salwa, il pensiero vola a Paolo e Francesca (Dante, Inferno, Canto V) ma qui non c'è alcun libro galeotto che istighi al delitto. Al contrario, qui la “crescita nella liberazione” è un dato di fatto ineludibile, e leitmotiv della narrazione stessa.
“Non so perchè amo questa vita”. Non lo sa nessuno, Salwa. Eppure io sono stato educato, cara Salwa, alla vita e ai suoi valori. Ma sei una “donna energica, piena di sogni, chiacchierona, ironica” come Husnìa, nella sua veste di mamma. Ti credo così.
“Con il vento nei capelli”, che dà inizio a questa prosa narrativa, si indicano in Palestina le ragazze un po' troppo libere: “ala hall shàriha” che significa “con i capelli sciolti”. Tu sei una ragazza “con i capelli sciolti”.
Ed è interessante pensare che io ho scritto un libro dal titolo, diciamo pure, “allusivo”: “Erano i giorni dei capelli lunghi”, l'ho intitolato. Certo, i due volumi sono lontani le mille miglia: Toscana e Umbria qui e profumo di Palestina là. Profumo di Palestina o anche tragedia.
Da cui è percorso un po' tutto il medioriente.

Fabrizio Chiesura.

Sholem Aleichem - Che fortuna essere orfano

L'autore di questo romanzo, di origine ucraina, è deceduto prima di terminarlo lasciandolo così incompiuto.
Sholem Aleikem (nome d'arte di Sholem Rabinovitz) è stato il più prolifico e geniale autore di romanzi in yiddish riportando quella lingua, considerata ormai inferiore e solo per le donne non certo dei dotti, alla sua giusta importanza.
Ettore Bianciardi ha riscoperto "che fortuna essere orfano",lo ha tradotto in lingua italiana e ne ha curato l'edizione riportando alla luce un bel romanzo e una cultura che, altrimenti, sarebbe andata perduta.
La storia narra della famiglia di Motl, un bambino di nove anni che, in seguito ai pogrom, dall'Ucraina emigra in America attraversando diversi altri Paesi.
La differenza tra altri libri del genere è che l'autore non si ferma all'avvistamento della terra Americana ma continua la sua storia raccontando i differenti lavori che la famiglia e tanti altri emigrati trovano. Lo sfruttamento che subiscono, i salari bassi che devono accettare.
La voce narrante è il bambino con il suo disincanto che rende tutto allegro, un'avventura, "che non smette di stupirsi della bellezza de mondo" con il tipico entusiasmo di un essere innocente che non riconosce l'ingiustizia, abituato a viverci in mezzo, ad essere perseguitato.
Questo romanzo ispira speranza per chiunque, insegna a vedere il bicchiere mezzo pieno, a fare di ogni circostanza una sfida dalla quale uscire vittoriosi senza crogiolarsi nel vittimismo.
Non mancherò mai quindi, di ringraziare Ettore Bianciardi, per avermi dato la possibilità di leggerlo.
E, per chi volesse approfittare, può scaricarlo gratuitamente a questo link:
http://www.riaprireilfuoco.org/blog/?p=352
o acquistare la copia cartacea dallo stesso link.

Nadia

Stanislah Dehaene - I neuroni della lettura

Negli anni ’70 del XX secolo cominciarono a diffondersi in modo inarrestabile le neuroscienze (che si rifanno a uno studio biochimico del cervello). Rapidamente questo indirizzo di ricerca, anche grazie ai notevoli risultati sperimentali conseguiti, ha modificato profondamente le conoscenze che l’uomo aveva di sé stesso, ma soprattutto ha prodotto la rivoluzione filosofica più profonda dal dopoguerra ad oggi e una delle più importanti dalla Rivoluzione Scientifica in avanti. Come ormai è noto la prima testa a cadere davanti alle neuroscienze è stata quella di Freud. La psicoanalisi è stata messa alla prova in laboratorio e giudicata semplicemente falsa. Tuttavia il totem culturale più grosso che sta scricchiolando è quello della metafisica platonica. Essa teorizzava un mondo di idee separate e soprattutto indipendenti dal mondo fisico. Le neuroscienze dicono l’opposto: il mondo delle idee è dipendente e condizionato dal mondo fisico. Se i pilastri della cultura novecentesca (e non) si stanno sgretolando in laboratorio, emerge un vincitore ottocentesco le cui tesi vengono sempre più corroborate: Darwin.
Il libro che vi suggerisco di leggere, “I neuroni della lettura” spiega come siamo in grado di leggere, la struttura del cervello e la struttura della zona deputata alla lettura, la storia della scrittura, come impariamo a leggere, il problema della dislessia (problema molto sentito in Francia mentre in Italia, nonostante l’allarmismo ingiustificato degli ultimi mesi, lo è molto meno dato che ci sono meno dislessici e l’autore spiega il perché), fino ad arrivare a capitoli di frontiera dove vengono prese in esame possibili implicazioni e sviluppi futuri delle indagini neuroscientifiche.
La tesi centrale del testo - suffragata da molti esperimenti e osservazioni - è quella del “riciclaggio neuronale”: alcune zone del cervello che erano deputate in tutti gli uomini primitivi ad altro sono state riconvertite nel corso della storia umana alla lettura. Per esempio: l’autore osserva che le popolazioni primitive attuali hanno certe raffinate competenze (per esempio al riconoscimento di piante e tracce) che l’uomo civilizzato e lettore ha perso e non sembra in grado di recuperare. Si è scoperto che queste capacità vengono messe in atto dalla stessa porzione di cervello che serve alla lettura.
Come facciamo a leggere? Nell’uomo moderno esistono due vie parallele di elaborazione dell’informazione scritta: la via fonologica (che consente di convertire la sequenza delle lettere in suoni) e quella lessicale (che consente di accedere ad un dizionario mentale dove sono depositati i significati delle parole). La regione del cervello che contribuisce maggiormente all’elaborazione dell’informazione scritta è situata nell’emisfero sinistro che “estrae” l’identità della parola senza lasciarsi perturbare da fattori superficiali come forma, dimensione etc. e trasmette i risultati alle regioni che si occupano del suono e del significato.
Le tesi di frontiera espresse nell’ultimo capitolo sono un po’ il punto di partenza che è dato da queste scoperte: l’autore auspica l’avvento di “una cultura di neuroni” che abbia l’ambizione di mostrare che matematica, arte, religione (che sono presenti in forma diversa in tutte le culture) si sono diffuse poiché – come la scrittura - entrano in risonanza con il nostro cervello. L’autore segnala che di enorme interesse potrebbe essere il filone di estetica neuroscientifica.
Un capitolo bellissimo e imperdibile – peccato non poterlo ripercorrere completamente in questa sede - è quello dedicato alla storia della scrittura che viene trattata come un virus e che si è diffusa, proprio come un virus, dalle zone periferiche del globo verso le zone più centrali. Tutte le scritture del mondo, al di là di differenze superficiali, condividono molti aspetti simili che si spiegano nel modo in cui i neuroni della corteccia occipito temporale rappresentano le informazioni visive. Gli uomini nel corso dei secoli hanno affinato sempre di più i loro sistemi di scrittura per piegarli inconsciamente all’organizzazione cerebrale umana. Pertanto non è il cervello che si è adattato alla scrittura, ma è la scrittura ad essersi adattata al nostro cervello. Per esempio: le cellule della retina rispondono al contrasto più che ai colori omogenei. Ecco il perché le lettere sono scritte così a contrasto. Inoltre la forma della scrittura e delle lettere non è nata da una scelta culturalmente arbitraria – i relativisti culturali in questo libro vengono annichiliti -: quasi tutte le lettere di tutti gli alfabeti del mondo sono composte dallo stesso numero di tratti (circa tre) e la distribuzione ineguale dei tratti (cioè l’ineguale diffusione delle lettere composte da due tratti come la L rispetto a quelle composte da tre tratti come la F) rispecchia statisticamente la distribuzione delle immagini che noi percepiamo nel mondo esterno.
Il testo è fondamentale, rigorosissimo a livello scientifico, ma accessibile anche a un pubblico non di specialisti, pieno di tanti spunti (ad esempio è ipotizzata una spiegazione per le mani dipinte, alcune senza una o più dita, che si trovano frequentemente nelle grotte primitive), interessanti osservazioni e anche divertenti curiosità (per esempio: perché se le lettere si sono ispirate al mondo esterno sono stati evitati i paesaggi e i volti?).
Le implicazioni di questo testo – implicite o suggerite - sono enormi. Più che un libro si tratta di tritolo. Tuttavia ai neocultori entusiasti delle neuoroscienze deve essere ricordato di non commettere il classico errore che viene compiuto nei periodi di grande rivoluzione culturale come è quello che stiamo vivendo e cioè quello di criticare ideologicamente tutti i predecessori in modo intransigente. La storia della cultura ci ha insegnato che ciò non mai del tutto corretto. Anche teorie sbagliate – come può essere la psicoanalisi – possono comunque aver avuto una capacità euristica (scoprire le cose) e predittiva (prevedere gli eventi). Non dimentichiamo a questo proposito che la teoria aristotelico tolemaica (che era falsa) aveva la stessa capacità predittiva di quella copernicana. Inoltre ancora si ricordi che le tesi espresse in una data epoca hanno influenzato profondamente quell’epoca. La psicoanalisi potrà essere anche falsa, tuttavia per capire l’arte e la letteratura del ‘900 è sicuramente necessario avere letto anche di psicoanalisi. È legittimo criticare Platone, ma senza dimenticare l’impatto che ha avuto Platone nella storia della cultura e della civiltà.

Juri Casati

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http://scrignoletterario.it/node/1010

Timothy Findley - L'uomo che non poteva morire

«Ho vissuto molte vite; fui amico di Oscar Wilde e nemico di Leonardo…» Pilgrim, unico grande personaggio insieme al Dottor Jung, ha un unico desiderio: poter finalmente morire. Il motivo, contrariamente a ciò che crede il Dottor Jung alle cui cure è affidato, è l’aver vissuto troppo e troppo a lungo attraversando il tempo e conoscendo personaggi illustri. La verità che pesa sopra questi ultimi, al di là del rispetto che la società odierna porta loro, è forse un peso troppo grande da sopportare.
Ogni volta Pilgrim tenta il suicidio e ogni volta un medico lo dichiara morto, salvo poi «risvegliarsi» dopo qualche ora sotto altre spoglie.
Ogni risveglio è una rinascita, pur conservando la memoria delle vite precedenti – eccetto per il periodo dell’infanzia. Sembra quasi infatti che ogni volta Pilgrim «rinasca» già adulto. O almeno da lì lui inizia i ricordi.
L’uomo che non poteva morire è un romanzo storico, misterioso e filosofico, oppure è un racconto sulla rinascita dell’Europa del XX secolo, oppure ancora è la storia dell’eterno conflitto tra distruzione e creazione.
Troviamo un dottor Jung inedito, combattuto tra la sua stessa pazzia e disonestà frammista ad intuizione, compassione e genialità. Più che l’antagonista di Pilgrim, nel romanzo sembra essere un secondo personaggio principale. Pilgrim racconta e vive le sue vite, Jung le rivive su di sé e le interpreta secondo ciò in cui crede ed è lui in fondo che percorre un suo cammino di miglioramento.
Pilgrim, intanto, riuscirà a morire?
(Nadia Zapperi)