SALAM ALEIKUM
“LA PACE SIA CON TE”
di MAURO GNUGNOLI
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di Mauro Gnugnoli
L’uomo riattaccò il telefono e con evidente soddisfazione si rivolse alle persone sedute all’altro lato della scrivania.
“Ragazzi, oggi è il vostro giorno fortunato. Il signor Frontoni ha deciso di affittarvi l’appartamento.” Il giovane si lasciò andare ad un lungo sospiro liberatorio e stringendo la mano della moglie azzardò “Allora, possiamo trasferirci già da oggi?”
“Certo. Giusto il tempo per preparare un contratto e…” non fece in tempo a finire la frase. Un tornado spalancò la porta dell’ufficio abbattendosi con furia sull’agente immobiliare, seguito a ruota dall’incolpevole impiegata che, senza successo, cercava di placare quel turbine.
“Cosa avevo detto all’ultima riunione di condominio?”
urlò l’uomo con ferocia all’indirizzo del titolare dello studio “Mi sembrava di essere stato abbastanza chiaro. Persone così, estranee…” ringhiò indicando i due giovani maghrebini “…nel mio palazzo non le voglio!”
Il geometra Righi, ormai abituato a sfuriate simili da parte dell’ anziano, cercò di mantenersi calmo e senza alterare il tono della voce rispose “Non è tutto suo il caseggiato, signor Colombrozzi, perciò…” “E cosa c’entra?” continuò ad urlare “Sono o non sono il maggior possessore di appartamenti in quel palazzo?”
“Certo, ma gli altri proprietari hanno il diritto di affittare a chi vogliono” ribatté deciso il geometra. Il vecchio, dall’alto del suo metro e novanta, aggrottò la fronte serrando gli occhi, si avvicinò al viso dell’amministratore ed esalando un alito pestilenziale sibilò.
“Faccia pure come vuole, Righi. Tanto lo so che lei è amico di quel comunista di Frontoni. Ma vi avverto, d’ora in poi, chi uscirà dalle regole non avrà vita facile.”
Dissotterrata l’ascia di guerra, girò le spalle ai presenti e a grandi falcate uscì dallo studio sbattendo la porta. La giovane guardò attonita il marito, ed entrambi fissarono il geometra che cercò di dare una risposta.
“Capisco lo stupore, e immagino cosa vi state chiedendo” disse stringendosi nelle spalle “sì, quello è un vostro vicino, nonché proprietario di gran parte dell’immobile. Ma, non abbiate timore, basterà seguire poche regole e nessuno verrà ad importunarvi.”
Il palazzo, incastonato in una fila di fabbricati simili nell’architettura, era l’unico a non aver beneficiato dell’opera di restauro voluta dal Comune per abbellire il centro storico del paese. La facciata mostrava impietosa i segni del tempo. Il portone d’ingresso, bloccato ormai da anni su vecchi cardini arrugginiti, introduceva in un soffocato cortile interno. Unica nota di colore, a spezzare il grigio circostante, erano i grandi vasi dei gerani. Cresciuti cercando un’improbabile via di fuga verso la piccola porzione di cielo visibile dal fondo di quel pozzo, sovrastavano la vecchietta che li stava accudendo.
“Buongiorno, Elvira. Salgo con questi ragazzi, da oggi saranno i suoi nuovi vicini. Hanno affittato l’appartamento del signor Frontoni.” La donna, riconosciuta la voce dell’amministratore, si girò in direzione del trio sbucatole alle spalle. Pulì la mano destra dal terriccio sul grembiule e sorridendo la porse al ragazzo.
“Che gioia, finalmente una coppia di giovani in mezzo a questa bolgia di vecchie cariatidi sclerotiche.”
Il ragazzo contraccambiò la stretta squadrandola con aria interrogativa. “Kamal, la signora voleva dire che nel palazzo ci sono molte persone non proprio…giovanissime” corse in aiuto il geometra “sa, Elvira, Kamal e Yasmeen sono tunisini” continuò rivolto alla nonnina.
“Tunisini? Kamal e Yasmeen in cambio di Craxi? Direi che ci abbiamo guadagnato allora. Ma…la ragazza non porta il velo?” “No, signora! Abbiamo deciso di no” intervenne Kamal abbracciando la moglie che, non abituata a ricevere attenzioni in pubblico, arrossì.
Nel frattempo entrò fischiettando nell’androne un arzillo vecchietto a cavallo di una fiammante bicicletta rossa striata da sfumature gialle lungo il telaio. A colpire l’attenzione dei ragazzi non furono i colori sgargianti, ma gli enormi specchietti retrovisori. Ereditati da un’auto, troneggiavano sul manubrio come le corna sulla testa di un alce. Piroettò un paio di volte attorno al gruppetto al centro del cortile, e andò a parcheggiare il velocipede sotto al cartone, legato al muro con uno spago, recante la scritta
“Ragazzi, il signor Colombrozzi quando parlava di regole, non intendeva questo” precisò il geometra. L’anziano scese dalla bici, si avvicinò al trio, prese sotto braccio l’Elvira e con aria spavalda sentenziò. “A noi quello che dice il cartello del signor Aniceto Colombrozzi non ce ne frega niente. Non è vero, Elvira?”
“Dai mo’, Callisto, che se ti sente…”
“Ah, può anche sentire! Oh, stasera alla bocciofila c’è Amadori con la sua fisarmonica” disse mimando un passo di valzer “as bala stasira, Elvira. Fatti bella che ti passo a prendere.”
I giovani accennarono un sorriso, e seppur non avessero capito nemmeno la metà di quel dialogo, cominciarono a pensare che in fondo il calore di quelle persone sopperiva allo squallore dell’edificio. A rompere la gioiosa atmosfera del momento fu l’ingresso del Colombrozzi che, senza salutare, si avviò verso le scale seguito dagli sguardi dei presenti. Si bloccò. Tornò sui suoi passi e agitando l’indice ossuto verso Callisto, sbraitò.
“Lo so! Lo so che lo fai apposta, vecchio balordo. Ma l’ho già detto anche al geometra questa mattina. D’ora in poi qui si dovranno seguire delle regole e non voglio più vedere quella cosa qua dentro” disse indicando la bicicletta parcheggiata sotto il cartello di divieto. “Ma è solo una bici…” l’Elvira prese le difese dell’amico.
“Non ne approfitti, signora, se no faccio togliere anche i suoi gerani. Con tutto lo sporco che fanno!” chiuse così la conversazione e riprese soddisfatto la via delle scale, consapevole di aver dato una bella dimostrazione di forza di fronte ai giovani maghrebini. “Venite che vi faccio vedere l’appartamento” il geometra ruppe il momento di impasse, invitando i ragazzi a seguirlo.
Per tutto l’arco della giornata, l’andirivieni di Kamal lungo le scale carico di scatoloni e vettovaglie fu oggetto di particolare attenzione da parte del guardiano del fabbricato. Arrivato all’ultimo di questi viaggi, scese in strada per chiudere l’auto già sgombra. Dal gruppetto di persone che stazionava fuori dal bar di fronte, si staccò una figura che attraversò di corsa la strada urlando.
“Ehi! Sei tu il marocchino che è venuto a stare qui?”
“Sono tunisino. Comunque sì, sono io. Perché?” rispose garbato Kamal.
“Perché? Perché se non te lo ha detto nessuno il posto dove tu hai parcheggiato…‘sto cazzo di catorcio…” ringhiò con disprezzo all’indirizzo della Fiat Tipo “…è riservato alla mia auto” indicando la Mercedes di fronte al bar, dove il gruppetto di amici si godeva la scena sghignazzando.
“Ma questa è una strada pubblica. Non ci sono segnali” “Allora, non hai capito un cazzo. Qui lo sanno tutti che in questo posto ci parcheggio io” proclamò indicando i compagni sull’altro lato della strada che annuirono ridendo “quindi, vedi di spostarti in fretta. Hai capito, marocchino di merda?” gli urlò a pochi centimetri dal viso, forte della combriccola pronta ad intervenire. Gli occhi del ragazzo, iniettati di sangue ed il forte odore di alcool, fecero desistere Kamal dal continuare quella discussione.
“Ok. Vado via” disse.
Salì in macchina e si mise alla ricerca di un posteggio che a quell’ora appariva come un miraggio. Rientrando trovò la moglie sul pianerottolo delle scale in compagnia della signora Elvira.
“Guardare dono, Kamal” disse raggiante Yasmeen con le poche parole di italiano che conosceva, mostrando la pentola fumante. “Oh, non è niente. Vi ho visto lavorare tutto il giorno per il trasloco ed ho pensato vi avrebbe fatto piacere un po’ di minestrone. Immagino sarete stanchi e affamati, non è vero?”
Per una frazione di secondo respirarono aria di casa. Da tempo non erano oggetto di premure e una scodella di minestra calda, preparata da una persona conosciuta poche ore prima, li scosse nel profondo dell’anima. Kamal chinò il capo, portò la mano destra al cuore e con voce rotta riuscì a dire. buona. Salam aleikum, la pace sia con te.”
“No, sono solo vecchia, e credo di saper riconoscere le brave persone.”
“Entri, signora. Prego” la invitò la ragazza. L’Elvira non se lo fece ripetere due volte. Quattro chiacchiere si fanno sempre volentieri, pensò entrando. Nessuno dei tre sentì la porta dell’appartamento al piano di sotto chiudersi.
Le quattro chiacchiere si trasformarono ben presto in un invito a restare a cena. “Sempre che non debba andare a ballare con il suo amico” scherzò Kamal.
“Ma non diciamo stupidaggini. Callisto lo sa bene che io non ballo, è che il lupo perde il pelo ma non il vizio e ogni volta cerca di trascinarmi nelle sue avventure. Ma con me non attacca.”
La serata trascorse piacevole. L’Elvira, ex insegnante di lettere alle scuole medie ed in riposo già da anni, fu colpita dalla padronanza della lingua italiana da parte del ragazzo, così lo tempestò di domande, soprattutto sui motivi che lo avevano spinto ad emigrare.
“Sapete, anche tra i miei avi c’è chi ha cercato fortuna oltreoceano, in America, tanti anni fa.” “Per noi invece, è qui l’America, anche se tanti di voi non sono contenti di questa invasione” disse Kamal raccontando il fatto di poco prima giù in strada “purtroppo sono arrivati parecchi delinquenti e forse viene spontaneo essere aggressivi.”
“Può darsi. Ma Max è un buono a nulla. Se ne approfitta perché è figlio di Colombrozzi.” “Ma era vestito come un direttore di banca!” “Ricorda, l’abito non fa il monaco: quello non ha nessuna voglia di lavorare. Suo padre gli ha trovato un impiego in un agenzia immobiliare, dove pare stia lì perché il proprietario è stato salvato dal fallimento proprio da Colombrozzi. Lui si vanta di fare affari miliardari, ma i suoi colleghi dicono che non è in grado nemmeno di vendere un garage.”
“Lui, casa qui?” chiese la ragazza.
“Certo, qua sotto, di fianco all’appartamento del padre. Ma non si sa mai in quale porta entri alla sera, dipende da quanto è ubriaco. Una volta lo hanno trovato addormentato sulle scale.”
“Ma, suo padre…” disse stupito il giovane “…così, rigido.”
“Suo padre, ora non ha più nessun controllo su di lui, doveva pensarci prima.”
“Prima? Quando?”
“Quando è rimasto vedovo con un figlio giovanissimo da crescere.”
“Ma è difficile per un padre sostituire la madre” cercò una spiegazione Kamal.
“Con un genitore che pensa solo ai quattrini, di sicuro! Max si è cacciato più volte nei guai, ed è solo grazie al denaro del padre che ha evitato almeno un paio di volte la galera.”
“Non tutti hanno questa fortuna.”
“Appunto, andata bene una volta non approfittarne. Nel corso degli anni poi, il padre ha tentato di farlo apparire per ciò che non era, ma le bugie hanno le gambe corte e a poco a poco Aniceto si è visto girare le spalle dagli amici che gli avevano dato un briciolo di fiducia.”
“Allora, perso il figlio, gli rimaneva solo il denaro.”
“Certo di quello ne aveva un sacco. Ma era solo. Solo come un cane. Anzi no, era in compagnia del suo disprezzo che ogni giorno aumentava vedendo i figli degli ex amici sistemarsi.” l’Elvira fece una pausa e guardò i ragazzi che non si erano persi una sola parola della storia. “Ma, datemi retta, quando Max è ubriaco è meglio girare al largo, soprattutto se è in compagnia degli amici, giù al bar.”
Dopo cena, la stanchezza nel volto dei ragazzi, esausti per il trasloco, si fece tanto evidente che l’Elvira decise di togliere il disturbo.
“Continueremo la chiacchierata in un’altra occasione. Ora vi lascio riposare.” Non passò nemmeno un minuto da quando Kamal chiuse la porta che, dal cortile sottostante, giunsero delle grida. Corse alla finestra e vide Max con i pantaloni abbassati, in evidente stato di ebbrezza, che stava annaffiando i gerani.
“Bevete la mia pisciiia…fiori di meerdaaa…”
A nulla servivano le grida dell’Elvira nel tentativo di fermare l’uomo che, accortosi di essere osservato dall’alto, si girò indirizzando il getto verso la finestra aperta.
“Ne vuoi anche tuuu…marocchino di merdaaa?”
“Serve aiuto, signora?” chiese Kamal senza prestare attenzione all’ubriaco.
“Non ha bisogno, la nonninaaa…” non terminò la frase. Nel tentativo di girarsi di nuovo verso i fiori, inciampò sui suoi piedi, perse l’equilibrio e stramazzò a terra nella pozza di urina. Dal piano di sotto sbatté una porta e la voce autoritaria del Colombrozzi ordinò dura.
“Max, in casa. Subito!”
L’ubriaco si alzò a fatica e barcollando raggiunse le scale. Tentò di ripulirsi alla meglio dalla poltiglia ma non fece che peggiorare la situazione.
“…Caazzooo, io piscio dove mi pare” cantilenava ondeggiando. Ma non appena imboccò la rampa uno scroscio d’acqua lo inondò costringendolo ad indietreggiare.
“Ho detto in casa, subito” urlò il genitore con il secchio gocciolante in mano.
L’Elvira assistette in silenzio alla scena e Kamal la vide entrare in casa rassegnata, lo stesso comportamento tenuto da Callisto dopo il rimprovero per la bicicletta.
L’arroganza di quell’uomo incuteva timore alle persone anziane che vivevano nel palazzo. Gli svariati tentativi, da parte di alcuni proprietari, di eseguire lavori di manutenzione, approfittando degli incentivi comunali, erano stati tutti affossati dal Colombrozzi. Lo considerava un inutile sperpero di denaro e poi non voglio aiuti dai rossi, era solito aggiungere riferito al colore della giunta. Forte dei suoi millesimi, obbligava gli inquilini, come Callisto e l’Elvira, sotto la perenne scure dello sfratto, a sottostare in silenzio ai suoi voleri.
Era per comportamenti di quel tipo che Aniceto in paese non aveva amici. Solo conoscenze di lavoro. Non se li porta mica nella tomba, vedrai che ci pensa quel disgraziato del figlio a spenderli, era la frase più ricorrente, tra i paesani, nel commentare l’avarizia dell’uomo.
La mattina seguente Kamal scese di buon ora. “Buongiorno” salutò incrociando Colombrozzi sul portone di casa. L’uomo, colto di sorpresa ebbe un sussulto, lo fissò per un istante accigliandosi poi, incurante della cortesia, riprese del suo passo. A Kamal però non sfuggì quel lieve movimento del capo, quasi un saluto.
Un piccolo passo avanti rispetto all’accoglienza di ieri. Pensò. Con il passare del tempo, nonostante la buona condotta della coppia nel seguire le leggi di quel microcosmo, il duro atteggiamento dell’anziano non mutò. Ma ciò che preoccupava maggiormente il ragazzo non era il mancato saluto dell’uomo, ma le attenzioni, sempre più pressanti, che Max riservava a Yasmeen.
“Non ci badare, vedrai che smette se non lo consideri.” Cercava di tranquillizzarla. Ma lei rientrava dal mercato ortofrutticolo, dove aveva trovato lavoro, ad orari in cui la combriccola si radunava al bar per l’aperitivo serale. Dapprima erano solo sguardi e qualche fischio, ma ben presto diventarono battute ogni giorno più pesanti. Yasmeen, in ventidue anni di vita, era passata attraverso l’arroganza di molti uomini, a cominciare dal padre autoritario, che le aveva rubato la speranza di vivere un grande amore promettendola in sposa in cambio di un fazzoletto di terra. Fino ai mercanti di sogni, che vendevano posti barca a peso d’oro per raggiungere l’Eldorado sull’altra sponda del Mediterraneo, da tutto ciò ne era sempre uscita indenne, eppure la strafottenza di quell’uomo la indisponeva.
“Non ne posso più!” esordì dopo l’ennesimo approccio
“Mi ha seguito fin sotto il portone stasera. Ho paura, Kamal.”
L’istinto del giovane fu quello di affrontare il molestatore, ma poi fu la razionalità a prevalere. “Ok, domani chiederò di anticipare l’uscita dal lavoro, così passo io a prenderti.”
La ragazza si sentì sollevata dalla proposta del marito e quella notte dormì serena. La presenza maschile al suo fianco servì in qualche modo ad acquietare gli animi e tutto parve tornare alla normalità. Una sera, al rientro dal lavoro, rischiarono di essere travolti da un’ambulanza che, a sirene spiegate, usciva dall’androne del palazzo.
“Cosa è successo?” chiese Kamal all’Elvira intenta a raccogliere dei calcinacci.
“E’ caduto un pezzo di tetto, da lassù” indicando il cornicione da cui si era staccato. “Ha preso Colombrozzi su una spalla.”
“Era lui sull’ambulanza? E’ grave?”
“Macchè grave. Quello c’ha la pellaccia dura.” intervenne Callisto che con un badile aiutava a ripulire lo spiazzo dai detriti.
“Se invece di spendere tutti quei soldi in cineprese, lo avesse aggiustato non sarebbe all’ospedale adesso!” “Non sono cineprese, sono telecamere Callisto.” lo corresse l’Elvira.
“Telecamere? Quali telecamere?” si stupì Kamal.
“Quelle che ha montato per controllarci.”
“Ma, dove sono?”
“Le ha nascoste bene. Una è sopra la porta del suo appartamento camuffata da lampada e l’altra si trova sul davanzale della finestra, quella che guarda sul cortile, dentro ad un finto vaso di fiori.” svelò l’Elvira. Da sempre appassionato di elettronica, Aniceto nel corso degli anni si era costruito un impianto di sorveglianza collegato con il videoregistratore di casa. Tutto per proteggere i suoi interessi, diceva, ma sotto sotto nascondeva un inguaribile voyeurismo, senza contare il fatto che per lui sapere, era sinonimo di potere.
Nel bel mezzo del discorso entrò nel cortile Max, aggirò il gruppetto senza accennare ad un saluto ma l’Elvira lo bloccò informandolo di quanto accaduto. “Max, è successo un incidente a tuo padre. Lo hanno portato all’ospedale.”
“Si è beccato un pezzo di tetto sulla spalla.” aggiunse Kamal che, trovata una scopa, si unì al gruppo per le pulizie.
Il ragazzo si voltò e con aria scocciata chiese. “E’ morto?”
“No. Però ha preso una gran brutta botta.” rispose Callisto disgustato dalla reazione.
“Allora. Sono cazzi suoi. Vuol dire che il vecchio starà più attento la prossima volta. E tu, marocchino, non rivolgermi più la parola. Capito? Mai più!” disse guardandolo dritto negli occhi. Il tunisino sospirò e serrando con forza le mani sul manico della scopa riprese la pulizia del cortile. “Bravo, spazzare dove passiamo noi è il vostro lavoro.” continuò a blaterare mentre saliva le scale. Per tutta la notte una musica incessante, accompagnata da grida e sghignazzi, proveniente dall’appartamento di Max, martellò il palazzo. Cessò solo verso l’alba, quando Kamal uscì.
“Mi scusi, ma credo di non aver capito. Chi sta cercando lei?”
“Il signor Aniceto Colombrozzi. Mi hanno detto che è stato portato qui dall’ambulanza ieri sera.”
L’impiegata stupita entrò nel retro della portineria da dove uscì poco dopo in compagnia di un’infermiera che invitò il giovane a seguirlo.
“Venga che l’accompagno. Sa siamo colpite che qualcuno cerchi Aceto.”
“Aceto?”
“E’ così che lo chiamano in paese.”
Kamal seguì la donna lungo i corridoi del piccolo ospedale di provincia.
“Eccolo, è qui!” fece strada l’infermiera entrando nella stanza.
“Colombrozzi. C’è una visita per lei!” disse ad alta voce. La luce fredda del neon invase la stanzetta occupata dalle quattro persone che ancora dormivano. Aniceto aprì lentamente gli occhi, la spalla doleva, ma non c’era niente di rotto, aveva assicurato il dottore; il dolore sarebbe passato nel giro di pochi giorni. Impiegò alcuni secondi per mettere a fuoco la persona comparsa con l’infermiera, e, quando realizzò di chi si trattava, rimase basito, incapace di formulare un solo pensiero.
Kamal, facendosi coraggio, si avvicinò al letto e porgendo la sporta che aveva con sé disse “Buongiorno, signor Colombrozzi, la signora Elvira mi ha chiesto di portarle questo.” L’uomo guardò il ragazzo sempre più stupito. Prese il sacchetto e aprendolo ne studiò il contenuto. “C’è un pigiama, alcuni cambi di biancheria, sapone e rasoio” fece l’inventario Kamal “suo figlio stamattina non stava bene, allora sono venuto io prima di andare al lavoro.”
Gli altri pazienti, ormai svegli, seguivano con interesse la scena.
“Ora devo proprio scappare, se no faccio tardi. Auguri, signor Colombrozzi.” salutò Kamal prima di imboccare il corridoio.
“Ehi, tu…” lo chiamò qualche secondo dopo ad alta voce Aniceto.
Il ragazzo ricomparve sulla porta. “Mi ha chiamato?”
“Grazie.” disse l’uomo.
Nelle notti successive vi fu un progressivo aumento della baraonda. Persone sconosciute alla maggior parte degli inquilini che abitavano nel palazzo, entravano ed uscivano a tutte le ore dall’appartamento di Max. Ormai era chiaro, il lungo party sarebbe cessato solo con il ritorno dall’ospedale di Aniceto, evento che, contrariamente a quanto si potesse immaginare, tutti attendevano con ansia.
“Sembra che lo dimettano domani.” disse speranzosa l’Elvira incrociando sulle scale Yasmeen. “Speriamo. Non si riesce più a dormire.” “Senti. Adesso c’è silenzio.” “Lo so, ma io devo andare al lavoro.” constatò sconsolata la ragazza.
Era una serata gelida quando Yasmeen terminò il turno al mercato e si incamminò veloce cercando di vincere quel freddo pungente. Nel pomeriggio Kamal l’aveva avvisata di un suo possibile ritardo per un problema al lavoro. Arrivata davanti al vecchio portone di casa d’istinto gettò uno sguardo al bar. Non c’era nessuno. Troppo freddo anche per i cani, pensò entrando nell’androne. Con passo svelto raggiunse la scala avvolta nell’oscurità. Azionò l’interruttore, ma rimase nel buio più totale.
Non c’era niente di cui preoccuparsi, tanto meno per una stupida lampadina fulminata. Ma allora? La paura che sentiva montargli dentro? Era forse dovuta alla musica che usciva dall’appartamento al primo piano? Scacciò con forza il pensiero e con la punta del piede, trovato il primo gradino, salì facendo attenzione a non inciampare. Sul pianerottolo tese il braccio alla ricerca dell’altro interruttore, ma poco prima di raggiungerlo fu afferrata con violenza.
Non ebbe il tempo di urlare la sua paura che una mano con qualcosa di morbido le tappò la bocca, mentre un oggetto freddo le si poggiava sul collo. “Se provi a fiatare ti taglio la gola!” alitò una voce maschile intrisa di alcool alle spalle della ragazza. “Vieni” continuò con disprezzo “…facci vedere come scopa una puttana marocchina!” aggiunse costringendola ad entrare nell’appartamento da dove proveniva la musica. Paralizzata dal terrore e sotto la minaccia della lama, non oppose resistenza scivolando inesorabile in un abisso di paura.
“Ve lo dicevo ragazzi, è di vedute molto aperte la nostra marocchina di merda” ironizzò sarcastica.
“Guardate, non porta neppure il velo. Dai, facci vedere quanto sei aperta!” concluse mentre mani e labbra, mosse da una drogata eccitazione, davano inizio allo scempio.
Il mandrino riprese a girare, ed il braccio meccanico si mosse sicuro dalla sua sede verso l’utensile.
“Ottimo lavoro Kamal! Me ne ricorderò non temere!” riconobbe la persona in tuta dai capelli grigi. La soddisfazione, per l’esito positivo della riparazione, era evidente nell’espressione dell’uomo.
Stanco, ma contento per essere riuscito a sbloccare il vecchio tornio a controllo numerico, Kamal prese la strada di casa. L’anziano titolare dell’officina era sempre stato buono con lui e non se l’era sentita di abbandonarlo nel momento del bisogno. Da tempo non faceva così freddo ed il parabrezza della Tipo non ne volle sapere di scongelarsi durante il viaggio di ritorno. Parcheggiò sotto casa, ma solo in seguito si accorse di aver occupato il posteggio di Max. Ma chi se ne frega! Pensò raggiungendo le scale intirizzito dal freddo. Salì così al buio ripromettendosi quanto prima di sostituire la lampadina. La musica che da giorni imperversava nel palazzo era cessata ed il silenzio avvolgeva ora lo stabile. Sulla soglia di casa lo assalì una strana inquietudine. La porta era socchiusa. Entrò, cercando di abituare la vista alla semioscurità dell’appartamento. Nulla era fuori posto. Rabbrividì quando captò il lamento giungere dal bagno. Con il cuore in gola afferrò la statuetta di ottone da sopra il mobile all’ingresso ed entrò azionando l’interruttore.
Gridò.
La fredda luce del neon illuminava la scena in tutta la sua drammaticità. Il corpo di Yasmeen era rannicchiato tra la vasca ed il water. Gocce di sangue sul pavimento, sui vestiti laceri e lo sguardo inebetito perso nel vuoto non lasciavano dubbi su ciò che aveva subito la ragazza. Kamal cadde in ginocchio e piangendo abbracciò la moglie.
“Cosa ti hanno fatto, amore? Cosa ti hanno fatto? Chi è stato?” urlò tra le lacrime.
Ma solo una cantilena, accompagnata dal lento dondolio del capo, usciva dalle labbra della ragazza. Era una vecchia ninna nanna del loro paese, riconobbe Kamal.
Accecato dall’odio, si alzò. Scese di corsa le scale e si scaraventò con violenza sulla porta dell’appartamento di Max colpendola più volte con la statuetta.
“Bastardo, vieni fuori. Io ti ammazzo!” urlava invasato.
L’Elvira accorse spaventata dagli urli.
“Cos’è successo ragazzo?” chiese.
“Dov’è Max? Dove sei?” l’ira di Kamal non si placava “Ti troverò, bastardo!” continuava a ripetere diretto in strada in preda alla disperazione brandendo minaccioso il soprammobile.
La donna preoccupata rientrò in casa e corse al telefono a chiamare aiuto.
Il ragazzo piombò sul marciapiede, guardò in direzione del bar e con grande sorpresa udì Max che dall’altro lato della strada lo chiamava.
“Ehi, marocchino di merda, hai di nuovo parcheggiato il tuo catorcio nel mio posto!” Kamal con l’adrenalina al massimo si lanciò verso di lui nascondendo la statuetta.
“Cosa vuoi? Torna indietro marocchino, sposta quel cess…”
Il movimento del polso fu talmente rapido che Max non ebbe il tempo di reagire. La statuetta impattò all’altezza del naso che si frantumò con un rumore raccapricciante. D’istinto Max si portò le mani al volto e Kamal ne approfittò sferrando con violenza un calcio ai testicoli. Il contraccolpo ai bassifondi lo costrinse a piegarsi in avanti mentre una ginocchiata al volto lo spediva lungo disteso sul marciapiede. Con il viso ridotto ad una maschera di dolore tossiva e sputava grumi di sangue contorcendosi come una serpe sul selciato. Alcune persone uscirono dal bar ed accorsero allarmate nel tentativo di sedare la rissa.
Kamal, urlando vendetta, si avventò con furia sul corpo a terra colpendolo alla cieca, prima che qualcuno riuscisse ad immobilizzarlo. I carabinieri lo arrestarono ancora in stato confusionale, con l’accusa di tentato omicidio. L’ambulanza, nel frattempo, soccorreva Max privo di conoscenza mentre il maresciallo La Porta cercava di capire cosa avesse scatenato la furia dell’extracomunitario raccogliendo testimonianze.
“Mi dispiace solo di non avergliele date io, maresciallo, a quello sbruffone.” asserì dispiaciuto Callisto. “Presto, chiamate un’altra ambulanza!” gridava l’Elvira allarmata correndo loro incontro “Venga maresciallo, al secondo piano. Oddio povera ragazza! Oddio!” ripeteva disperata tenendosi la testa tra le mani. I pazienti dormivano già da un’ora quando, dal fondo del corridoio, comparvero due figure. L’infermiera del turno di notte indicò la persona che stava guardando in strada attraverso la vetrata della piccola sala d’attesa del reparto. Il carabiniere ringraziò la donna e la raggiunse.
“Buonasera, signor Colombrozzi.”
“Buonasera, maresciallo” rispose Aniceto cercando di celare la sorpresa dietro al solito sguardo corrucciato.
“E’ successo un incidente qualche ora fa.”
“E cosa c’entro io? Sono qua da qualche giorno!”
Ecco cos’era quel via vai di ambulanze. Pensò.
“C’entra suo figlio. Ha avuto la peggio in una colluttazione con un ragazzo tunisino che abita nel vostro stabile.”
Aniceto non si scompose durante il racconto degli eventi “…Kamal accusa quindi Max ed i suoi amici di essere gli esecutori dello stupro della moglie.” terminò il maresciallo.
“Ma chiedetelo a lei da chi è stata violentata.”
“La vittima è sotto choc, sembra aver perso la ragione.”
“E venite a chiederlo a me?”
“No, per ora mi basta sapere se ieri, nel tardo pomeriggio, suo figlio è venuto a farle visita, come asseriscono gli amici.”
“Si. E’ venuto!” mentì.
“A che ora?”
Colombrozzi non aspettandosi la domanda rispose vago.
“Stava calando la sera, ma non era ancora buio.”
“Grazie, per ora può bastare. Appena suo figlio riprenderà i sensi lo interrogheremo.”
Aniceto lo guardò allontanarsi e non appena scomparve scese al reparto di pronto soccorso alla ricerca del figlio. Bendato e sotto sedativo, aveva perso l’aria spavalda di sempre.
“Brutta faccenda, signor Colombrozzi…” spiegò il medico di turno notata la presenza del padre in corridoio “…abbiamo riscontrato la rottura del cranio all’altezza della cavità oculare sinistra, il naso rotto e sei denti sbriciolati.”
Ma quale furia si era impossessata del tunisino? Si chiedeva guardando il corpo martoriato del figlio. “Ma ora mi scusi, è arrivata l’ambulanza. Una sala operatoria lo sta aspettando al traumatologico.” “Si, certo.” rispose scioccato, mentre i portantini lo caricavano sull’ambulanza. Passò sveglio la notte più lunga della sua vita, ma non era il dolore alla spalla a renderla insonne, piuttosto la consapevolezza di aver mentito al maresciallo. Così, d’istinto. Senza una vera ragione. Dubitava forse del figlio? Tanto da fornirgli un alibi? Il tarlo del dubbio continuò a rodere imperterrito mentre si faceva spazio un nuovo sentimento che saliva lento dal cuore sgretolando quella corazza che credeva inattaccabile, fino a sfociare, nel buio della notte, in un lungo pianto silenzioso quanto liberatorio. Entrò nel chiostro poco prima di mezzogiorno. L’uomo, colto di sorpresa, si mosse veloce per spostare la bicicletta.
“Non importa Callisto, lasciala dov’è.” disse mesto
Aniceto diretto alle scale. I sigilli apposti dalla questura ed una fettuccina gialla, impedivano l’ingresso nell’appartamento del figlio.
Ma non aveva bisogno di entrarvi, le risposte ai tanti dubbi che affollavano la sua mente sapeva di trovarle altrove.
Uscì a pomeriggio inoltrato dopo aver chiuso con cura tutte le finestre.
“Buonasera, signori…” salutò con garbo “…copriteli bene quei gerani.” concluse.
“Certo…” rispose l’Elvira esterrefatta dalla insolita gentilezza.
“Buonasera a lei…” ricambiò la cortesia uno sbalordito Callisto intento a legare i nailon di copertura sulle piante.
“Hai visto che eleganza, Elvira?”
“Dovrà andare dal suo avvocato per veder di tirar fuori dai guai il figlio anche questa volta.” ammise con rammarico la donna.
“Non so, c’è qualcosa di strano. Come se…fosse in pace con il mondo.”
Aniceto entrò nel bar sotto casa e seguito dagli sguardi increduli degli abituali avventori presenti, ordinò brioche e cappuccino. “Con molta schiuma.” si raccomandò. Consumò il tutto in silenzio e, senza aspettare il resto, uscì lasciando sul banco dello sbalordito barista una banconota da diecimila lire. Frugò nelle tasche del pastrano ed insieme ad alcune palline di naftalina recuperò le chiavi di scorta della mercedes del figlio. Erano lì dall’anno scorso, da quando l’aveva usata per presentarsi al funerale della sorella e fare così colpo sui parenti che non vedeva da anni. Che idiozia, pensò mentre avviava il motore. Si recò quindi dall’avvocato, come aveva previsto l’Elvira, proseguendo poi in direzione della caserma dei carabinieri.
“Buonasera. In cosa posso esserle utile?” domandò l’appuntato all’ingresso.
“Sono Aniceto Colombrozzi. Dovrei lasciare questo pacchetto per il maresciallo La Porta. Mi raccomando, è urgente!”
“Entri! Il maresciallo è nel suo ufficio.”
“No, non importa. Glielo dia lei la prego.” disse tornando sui suoi passi sotto gli occhi del giovane carabiniere che guardò preoccupato la manovra di retromarcia intrapresa dall’anziano.
Girovagò più volte lungo la via centrale del paese e, quando decise di fermarsi, parcheggiò nella piazza a quell’ora deserta. Seduto al posto di guida si perse a contemplare la grande facciata della parrocchia. Sono nel posto giusto per mettermi in pari. Allungò una mano dentro la borsa nera, sua inseparabile compagna negli anni, ed in breve trovò quel che cercava.
Erano passate solo ventiquattro ore da quando aveva appreso la notizia dal maresciallo e la sofferta decisione, nata nella notte e maturata durante il giorno, non poteva rimanere disattesa. D'altronde era giusto così. E, dopo anni, sul suo volto comparve un sorriso. Era soddisfatto del lavoro svolto dalle nuove micro telecamere adatte alla visione notturna, con cui aveva sostituito le vecchie ed obsolete bianco e nero da sopra la porta d’ingresso e dalla finestra. Sorrideva compiaciuto, pensando all’espressione del maresciallo, intento a guardare la registrazione sulla video-cassetta appena consegnatagli dall’appuntato e che condannava in modo inequivocabile suo figlio Max.
Sghignazzò con gusto, ripensando allo stupore mostrato poco prima dall’avvocato per le modifiche apportate al testamento, a favore di un istituto di beneficenza. E, senza più controllo, continuò a ridere sguaiatamente quando estrasse la mano dalla borsa nera impugnando una calibro ventidue.
Sì, era giusto così!
Pensò, mentre poggiava la fredda canna della pistola alla tempia.