"L'acchiapparatti di Tilos" di Francesco Barbi Pag. 1

PROLOGO

Il vecchio oste scrutò seccato il volto dell’amico prima di servirgli nuovamente da bere.
«Fattelo durare, perché questo è l’ultimo» disse a denti stretti, per non sovrastare i brusii che serpeggiavano nella locanda. Poi mise da parte il tono severo e aggiunse: «Ulvo, ma non ti passa mai per quella testaccia bacata che così ti rovini?»
«Dai Benjam, non mi scocciare» biascicò l’altro. «Adesso mi devo preoccupare per un misero bicchierino di vino!? E di questi tempi poi... Piuttosto, riempimelo per bene.» L’uomo al di là del bancone indicò stizzito il bicchiere mezzo vuoto. La fievole luce delle candele si azzuffava con le ombre scure sul suo volto rugoso; lo sguardo languido e le palpebre cascanti tradivano l’evidente stato di ebbrezza. L’oste lo fissò con una smorfia di disapprovazione.
«Un ultimo dito, ma poi basta. Sei ubriaco, dammi retta. Domattina, quando ti leverai dal letto avrai un gran mal di testa, le budella rovesciate e lo stomaco sottosopra... Ecco cosa ci avrai guadagnato!»
«Se continui, me lo farai venire tu il mal di testa! E poi col temporalaccio che c’è stasera, domani me ne starò di sicuro a letto.»
Ulvo trangugiò d’un fiato il suo ultimo bicchierino. Scuotendo la testa, Benjam si alzò dal suo sgabello e si affacciò alla finestra tonda che si trovava alla sinistra del bancone. Nell’oscurità della sera, la pioggia cadeva fitta da molte ore ormai.
Aveva ragione Ulvo, pensò l’oste, i campi sarebbero stati impraticabili l’indomani. L’umidità gli era penetrata nelle ossa e quell’acquazzone stava intensificando il suo mal di schiena. Come se non bastasse, al malessere fisico si aggiungevano le preoccupazioni che lo tormentavano già da diversi giorni.
Era solo da qualche mese che Benjam aveva lasciato Valbel, nel Quarto Ovest delle Terre di Confine, per venire a costruire la sua locanda qui, sulla via per Giloc. Si era lasciato alle spalle il paese natio con l’idea di mettere su un’attività che gli garantisse una vecchiaia tranquilla e agiata. Grazie ai risparmi di una vita di commerci era riuscito a costruire proprio una bella taverna, interamente in legno e pietra e con alloggi al secondo piano. Gli affari, bisognava riconoscerlo, andavano a gonfie vele; negli ultimi giorni, però, l’oste aveva cominciato a pensare di aver fatto un passo azzardato: quella storia dell’attacco al convoglio del grano lo aveva davvero scombussolato, tanto più che la sua locanda si trovava in mezzo alla campagna, completamente isolata. Il paese più vicino era Giloc, a non meno di un paio di giorni di cammino; c’erano solamente altri due casolari nei dintorni, una fattoria e un mulino in rovina. Benjam non si sentiva affatto tranquillo al pensiero di una combriccola di briganti che scorrazzava nelle vicinanze.
Quando si era trasferito non aveva immaginato quanto potessero essere malsicuri e indifesi quei luoghi. Davvero troppi brutti ceffi battevano l’Antica Mulattiera che collegava Fortevia a Giloc e sostavano nella sua osteria.
Benjam era seriamente preoccupato e l’indifferenza di Ulvo lo infastidiva. D’altra parte quell’avvinazzato era il marito di sua sorella e così l’oste, quando si era trasferito, aveva deciso di portarlo con sé, se non altro per assicurargli una sistemazione. D’accordo, gli voleva anche bene, ma alle volte quello scansafatiche gli dava proprio sui nervi. Pungolato da queste considerazioni, il vecchio oste tornò al bancone.
«Ma perché non la smetti di bere e non torni un po’ da tua moglie!?» sbottò in faccia al cognato. «La lasci sempre sola. E di questi tempi poi!»
«La lascio sola sì! Quell’arpia... Beh, comunque lo faccio per venire a farti compagnia.» Abbarbicato sul suo sgabello, l’uomo sollevò a malapena le palpebre. Il corpulento oste lo fissava con rabbia.
Sebbene affogati nelle gote pingui e sanguigne, i suoi occhi parevano ardenti.
«Sarà già sotto le coperte a quest’ora» si difese allora Ulvo. «Poi che ti credi, che si sentirebbe più al sicuro se stessi con lei?»
«Certo che no. Ormai sei solo un ubriacone.»
«Ma coscia dici!?»
«Ma sentiti, non riesci più neppure a parlare!» lo rimbrottò l’oste. «Piuttosto, dov’è Frida?»
«E che ne so io.»
«Non è mica mia figlia. È tua figlia, anche se sembra che te ne sei scordato.»
«Lasciami in pace, dammi un po’ di tregua. E che ne so io dove diamine si è ficcata quella disgraziata.»
«Le avevo chiesto di darmi una mano con gli spiedi, stasera.» Ulvo diede una placida occhiata alle sue spalle. «Non mi pare che ci sia tutta questa folla» ribatté.
«Ma che ne sai tu di tutte le cose che devo fare! Guarda lì» Benjam indicò la carcassa d’agnello che penzolava attaccata ad un gancio dietro al bancone, «non ho ancora trovato il tempo per scuoiarlo. E poi guarda che pantano!» In effetti l’impiantito della sala era lurido di fango. «Tu te ne stai lì a ubriacarti» si infervorò l’oste, «e intanto tutto grava sul mio groppone!»
«Senti Benjam» cominciò l’altro allungandosi sul bancone. «Ma non è che per caso tua madre mangiava le ghiande?» La molestia che Ulvo sfoderava in momenti come questo era senza dubbio accompagnata da un certo estro creativo.
«Cosa?»
«Se tua madre mangiava le ghiande, significa che... »
«Ma che diamine blateri!?»
«Hai presente la stalla dei maiali... il porcile... tutto quello sterco... Perché non ti ci vai a rotolare, in tutto quello sterco!?»
Una voce baritonale si elevò al di sopra delle chiacchiere e dei mormorii che circolavano nella taverna: «Sì oste, ruzzolati nello sterco. Ma prima portami un’altra brocca di vino rosso.»
La rude richiesta era giunta da un tavolo al centro della sala.
Ad essa seguì subito la sonora risata dei due compagni dell’uomo che aveva parlato. Si trattava di un massiccio guerriero calvo, con un paio di lunghi baffi che gli scendevano fin sotto al mento.
Come gli altri due, indossava una cotta di maglia e una lunga sciabola gli pendeva al fianco. Anche i compagni, per quanto di corporatura assai più minuta, non ispiravano alcuna fiducia. Dovevano essere dei mercenari senza scrupoli, pensò Benjam. Mentre riempiva la caraffa, si rese conto che il vino nell’otre sul banco stava terminando. Prese rapidamente la lanterna e si affrettò giù per le scale anguste che si spalancavano nella roccia su un lato della sala e conducevano alla cantina. La questione rimasta in sospeso con Ulvo avrebbe dovuto aspettare.
Là sotto, mentre cercava nella penombra tra botti e barilotti, Benjam rimuginava fra sé e sé. Quella era una serata strana, pericolosa; non avrebbe saputo spiegarne le ragioni, ma lo sentiva.
Forse era solo il freddo o il vento che ululava fuori nel temporale, si disse... Eppure c’era qualcos’altro nell’atmosfera che non faceva presagire niente di buono. Anche le conversazioni e i pettegolezzi erano ridotti a borbottii sommessi, come se persino gli avventori avessero avvertito una certa tensione. L’oste non si sentiva per niente tranquillo. Decise che, prima di tutto, avrebbe acceso qualche lume in più per diminuire la tremolante semioscurità della sala. Con tre grossi mozziconi di candela in una mano e un barilotto di vino nell’altra, risalì in fretta le scale.
Poco dopo, mentre si aggirava nella sala accendendo gli stoppini dei candelabri, l’oste sbirciò con malcelato interesse i volti degli avventori. Accanto alla comitiva di mercenari c’era il tavolo di Macba, la vecchia indovina che si era trasferita da poco nella casupola dietro alla locanda. Nonostante fosse quasi completamente cieca, ella riusciva ancora a sbarcare il lunario sfruttando le sue indiscutibili doti di chiaroveggente. Non amava i paesi affollati e così, a dispetto dell’età e dei numerosi acciacchi, aveva lasciato Tilos, dove vivevano i familiari, per venire ad abitare qui, lungo l’Antica Mulattiera. La sua fama però non l’aveva abbandonata ed era abitudine dei viaggiatori fermarsi alla locanda per avvalersi degli auspici e delle profezie della vecchia. In quel momento al suo tavolo erano infatti seduti un contadino con la moglie e il giovane fratello. Macba aveva già tirato fuori i suoi dadi d’osso e ora, in un linguaggio astruso e contorto, stava rivelando i suoi presagi.

"L'acchiapparatti di Tilos" di Francesco Barbi Pag. 2

Oltre ai mercenari e ai contadini in compagnia della vecchia, erano presenti due pastori che vivevano nel contado circostante.
E poi c’era quell’uomo, seduto al tavolo nell’angolo. Avvolto in una lunga cappa di pelle foderata di montone, dava le spalle a tutta la stanza. Era giunto alla locanda in sella ad un grosso destriero nero, ai cui fianchi erano agganciati un baule di ferro e una strana sacca di cuoio. Non appena era entrato, completamente fradicio, si era diretto al tavolo senza proferire parola. L’oste lo aveva subito osservato con una certa preoccupazione. L’incedere lento e i movimenti flemmatici dello straniero avevano un che di inquietante; e quegli stivali chiodati, quel cappuccio calato sopra la testa...
Dopo essersi seduto, il forestiero aveva ordinato un bicchiere di acquavite. Ripensandoci, l’oste si rese conto di non averlo ancora visto in volto. Stava proprio avvicinandosi all’angolo della sala per dar fuoco all’ultimo stoppino, quando la sua attenzione venne richiamata dalla protesta del guerriero calvo.
«Quanto dobbiamo aspettare ancora!?» gli stava urlando. Benjam lasciò perdere il candelabro e tornò subito al bancone. Mentre si affrettava a riempire la brocca, si malediceva per la sconsiderata dimenticanza: doveva prestare estrema attenzione ad un simile gruppo di mercenari. Quelli erano uomini che cercavano continuamente pretesti per attaccar briga. Si svagavano così, sbronzandosi e scatenando risse, fracassando sedie e tavoli. L’oste, lanciando occhiate di soppiatto, si era reso conto che quella comitiva di mascalzoni era proprio in cerca di guai. Era dall’inizio della serata che il grosso soldato rasato non faceva altro che fissare la donna in compagnia dei due agricoltori borbottando oltraggi e producendosi in villane boccacce. Proprio in quel momento, però, forse esasperato per l’assenza di una qualsiasi reazione da parte dei due uomini, il guerriero fissò uno di essi, con l’ovvia intenzione di provocarlo.
«Che c’è, lurido mezzadro!? Che hai da guardare?»
L’oste sentì un groppo in gola. Il fiato sospeso, la bocca dello stomaco ostruita. Fortunatamente, il giovane contadino rimase muto. Con un tempismo perfetto, Benjam approfittò della situazione di stallo e sopraggiunse col vino. Una volta al tavolo, dopo aver poggiato la caraffa, si fermò aspettando di essere pagato.
Doveva calmare gli animi prima che fosse troppo tardi.
«Che fai ancora qui?» grugnì la testa pelata.
«Sono cinque monete di rame, signori.»
«Non ti preoccupare, vecchio. Ti pagheremo dopo.» Il guerriero si esibì in una grassa risata, subito imitato dai compagni.
Malauguratamente, questa volta il contadino più giovane non seppe tener la bocca chiusa: «Non pagheranno mai questi farabutti » mormorò.
«Che? Cos’hai detto?» Il mercenario si alzò minaccioso.
«Io...»
Non concluse la frase. Un fortissimo colpo si abbatté sulla sua tempia facendolo piombare a terra. Testa pelata era balzato in piedi e aveva sferrato un violento pugno al contadino.
«Taci straccione! Come osi!?»
La donna si alzò in soccorso del ragazzo, ma una mano aperta la raggiunse in pieno volto girandole la testa e scaraventandola contro il tavolo. Il marito scattò in avanti e si scagliò sul mercenario tentando di farlo cadere, ma l’esperto guerriero non si fece sorprendere e gli sferrò subito una poderosa ginocchiata al torace.
Poi, con due pugni lo colpì al volto, e il contadino, catapultato all’indietro, rovinò proprio sul tavolo nell’angolo della locanda...
Il bicchiere di acquavite si rovesciò e cadde, frantumandosi sul pavimento.
Fu solo in quel momento che lo straniero, fino ad allora immobile, si mosse. Con estrema lentezza, si aggiustò il cappuccio sopra la testa e si alzò in piedi; quindi si girò, piantando due occhi scuri e gelidi in quelli del grosso guerriero. Il silenzio regnò per qualche istante. L’uomo in nero avanzò fino a portarsi a un paio di spanne dal mercenario.
Erano più o meno uguali in altezza, ma era chiaro a tutti i presenti che tra la sicurezza dell’uno e la baldanza dell’altro c’era una sostanziale differenza. E di questo si rese subito conto anche Testa pelata. In quello stesso momento, con uno scatto fulmineo, lo straniero lo afferrò alla nuca con entrambe le mani e gli sferrò un’agghiacciante testata sul naso. Prima ancora che il corpo del guerriero cadesse a terra, una lama saettò nell’aria e si piantò nell’occhio di uno dei compagni. Il forestiero aveva scagliato un lungo coltello comparso all’improvviso nella sua mano. Il secondo mercenario cadde sul pavimento con un tonfo, morto stecchito.
L’ultimo dei tre, in preda al terrore, si gettò verso l’uscita della locanda. In due balzi raggiunse la porta, la spalancò con una spallata e si lanciò nel buio. Un vento gelido penetrò nel locale piombato nuovamente nel silenzio. Solo lo scroscio della pioggia sferzante, all’esterno. Dentro gli avventori rimasero immobili, gli sguardi fissi sull’uomo dal volto coperto. Con una calma irreale, lo straniero andò al bancone.
«Acquavite» ordinò in mezzo al silenzio.
Dopo qualche attimo di esitazione Benjam riuscì a riscuotersi. A capo chino si affrettò a servire lo straniero. Afferrò la brocca con mani tremanti e versò il distillato. Solo quando ebbe appoggiato il bicchiere sul bancone sollevò la testa... e vide lo straniero in faccia.
Al di sotto degli occhi scuri, un’orrenda deturpazione devastava il volto dello sconosciuto: una lunga cicatrice che sconvolgeva inverosimilmente la simmetria dei suoi lineamenti. Una voce roca e profonda fuoriuscì dalla bocca distorta.
«Sellami il cavallo, oste. Chissà che quel vigliacco non mi porti dritto al loro covo.» Lo straniero squadrò Benjam. «Legali insieme. Tornerò a prenderli per le taglie... Anzi» aggiunse con un sogghigno, «portali tu a Giloc. Io sarò anche troppo carico. Ti daranno trenta pezzi d’argento per quello vivo e quindici per il morto. Pagaci i danni e il disturbo.»
L’oste non diede un fiato né accennò a muoversi. Rimase muto a fissare il forestiero, come intontito.
«Allora, oste! Sellami il cavallo per la miseria!»
Ripresosi a malapena dallo shock, Benjam si precipitò fuori dalla locanda. Lo straniero si voltò verso la sala. Il suo sguardo freddo e disumano calò sugli avventori, tesi sulle loro sedie, immobilizzati dalla paura.
«Fate qualcosa per la vecchia» sputò con quella sua voce arrochita.
«Chissà che non abbia tirato le cuoia.»
Nessuno si era ancora accorto che nel parapiglia la vecchia Macba era caduta a terra e lì giaceva, inerte.
«Questo non l’aveva proprio indovinato» ghignò il cacciatore di taglie. Poi scolò il bicchiere d’un fiato e uscì nella notte.

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