Turno di notte (regolamento e racconti)

Un'idea promossa dagli amici "Colonne d'Ercole". Si tratta di
un concorso letterario on line (e non solo) per tutti coloro che hanno voglia di passare una notte assieme...scrivendo un racconto a partire da un incipit di Gianluca Morozzi

Nella foto da sinistra: Giorgio e Luca de "Le Colonne d'Ercole" e Morozzi, autore dell'incipit... e non solo.

OFFICINE WORT, in collaborazione con ARCILETTORE e il PARTITO DEMOCRATICO - Unione Territoriale di Imola, in occasione della "Festa del Lungofiume" che si svolgerà a Imola dal 27/06/2009 al 20/07/2009 lancia il

concorso letterario per racconti in lingua italiana

Turno di Notte
Quanti passano le ore della notte a scrivere? Probabilmente tanti, ognuno davanti al proprio PC, nella propria stanza. Sparsi un po' dovunque, da nord a sud, senza renderci conto che siamo in molti.

Se per una notte decidessimo di darci un appuntamento, anche solo virtuale, per trovarci a scrivere in compagnia? L'idea di partenza è proprio questa: passare la notte assieme impegnati a scrivere un racconto.

Chi vorrà essere presente alla "Festa del Lungofiume" potrà trovarsi con gli altri partecipanti venerdì 3 luglio 2009, alle ore 23:00, all'interno dello "spazio cultura", mentre tutti quelli che non riusciranno ad essere presenti fisicamente, potranno esserlo virtualmente, scrivendo in contemporanea dal luogo in cui si trovano.
I racconti dovranno essere sviluppati da un incipit appositamente scritto per questo concorso da GIANLUCA MOROZZI, che verrà comunicato verbalmente ai presenti alle ore 23:00 del 03/07/2009 e contemporaneamente diffuso in rete sui siti di riferimento del concorso www.officinewort.it e www.colonnedercole.org. Gli elaborati dovranno essere consegnati (per chi sarà fisicamente presente) o inviati a mezzo e-mail entro le ore 5:00 del 04/07/2009.

Il racconto primo classificato verrà pubblicato su un quotidiano a diffusione nazionale e sul settimanale Imolese SABATO SERA

I primi tre racconti classificati verranno letti da attori, nel corso della cerimonia di proclamazione dei vincitori il giorno 17/07/2009 alle ore 22:00 e saranno inoltre pubblicati sui siti di riferimento del concorso.

REGOLAMENTO

1) La partecipazione al Concorso è aperta a tutti.

2) Sono previste due diverse modalità di partecipazione:
Gli autori potranno scrivere le loro opere presso lo spazio appositamente previsto all'interno della "Festa del Lungofiume" (Via Pirandello - Area lungo fiume. Imola . BO) dove dovranno presentarsi mezz'ora prima dell'inizio, muniti di un proprio PC, con uscita USB per poter scaricare il proprio elaborato sul PC della segreteria del concorso

Alternativamente

Gli autori che non potranno essere fisicamente presenti alla "Festa del Lungofiume", potranno inviare il loro elaborato, come allegato di posta elettronica alla segreteria del concorso.

3) Verrà assegnato l'incipit, scritto da Gianluca Morozzi, a partire dal quale dovranno essere sviluppati i racconti, che non dovranno avere una lunghezza superiore a 4500 battute, spazi inclusi. (L'incipit è compreso nelle 4500 battute). Il racconto dovrà essere in formato .doc o .pdf.

4) L'incipit verrà comunicato ai partecipanti fisicamente presenti presso lo "spazio cultura" della "Festa del Lungofiume" alle ore 23:00 del 03/07/2009 e contemporaneamente diffuso sul sito del concorso www.officinewort.it e www.colonnedercole.org

5) In ogni caso i racconti dovranno essere consegnati alla segreteria (per i partecipanti fisicamente presenti) o inviati a mezzo e-mail entro le ore 5:00 del 04/07/2009. Per i racconti inviati a mezzo e mail, fa fede l'indicazione dell'header di posta elettronica. Per l'invio a mezzo email i racconti dovranno riportare Cognome, nome e indirizzo email dell'autore, ed essere spediti come allegato di posta elettronica al seguente indirizzo concorso@officinewort.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
6) E' prevista una quota di partecipazione di 10,00 Euro, che dovrà essere versata sul conto corrente postale n. 96378716 intestato a Luca Occhi - BO, indicando nella causale del versamento "ARCILETTORE - Concorso Turno di notte". Tale quota non potrà in alcun caso essere restituita

7) Per partecipare al concorso è necessario far pervenire entro il 30/06/2009 all'indirizzo concorso@officinewort.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. a mezzo fax al numero 0542 34221

la scheda di iscrizione scaricabile dal sito del concorso www.officinewort.it debitamente compilata Nella scheda di iscrizione è obbligatorio indicare se si parteciperà fisicamente presso lo spazio cultura della "Festa del Lungofiume" o meno.

Copia della ricevuta attestante l'avvenuto versamento della quota di iscrizione

8) La giuria sarà composta da un gruppo di giornalisti e scrittori. Il giudizio della giuria è insindacabile e inappellabile.

9) La partecipazione al concorso comporta la completa accettazione del regolamento. Partecipando al concorso, gli autori autorizzano implicitamente gli organizzatori alla pubblicazione dei racconti su quotidiani o periodici e la loro diffusione a mezzo internet, ferma restante la proprietà letteraria dei racconti stessi, che rimane di ogni singolo autore.

10) La partecipazione al Premio implica automaticamente l'accettazione del presente regolamento.

11) Per tutto ciò che non e previsto dal presente regolamento la decisione e rimessa ai membri dell'Ente Organizzatore.
Proclamazione dei vincitori

La proclamazione del vincitore e dei primi tre racconti classificati, avverrà il giorno 17/07/2009 presso lo spazio cultura della "Festa del Lungofiume" alle ore 22:00. Nel corso della serata i primi tre racconti classificati verranno pubblicamente letti da attori.

I vincitori verranno avvisati a mezzo e-mail con tre giorni di anticipo.

Per scaricare i documenti, il bando di concorso ed il modulo d'iscrizione vai sul sito: www.officinewort.it

Turno di notte i racconti.

Pubblichiamo di seguito i racconti vincitori del concorso Turno di notte e tutti gli altri racconti che hanno partecipato.


In foto da sinistra Luca e Giorgio de "Le Colonne d'Ercole"

Per le info sul concorso clicca sul link seguente:
http://scrignoletterario.it/node/646

Anna Calamelli: Primo classificato

Il numero 5

di Anna Calamelli

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Giorgio stava andando fuori di testa.
Voleva capire il mistero di quell’apparizione che lo intrigava in una maniera totale.
Non pensava che a lei, chiedendosi chi fosse, da dove venisse e dove fosse diretta; si immaginava di poterla riscaldare, prestandole la sua giacca, ma non era affatto certo che avesse freddo, in realtà.
Temeva che se l’avesse avvicinata sarebbe scomparsa.
Così se ne stava buono buono e s’accontentava di rimirarla, in silenzio e trattenendo il respiro, ammaliato e perduto. Si rendeva conto di trascinarsi in un’esistenza bastarda, senza amici né interessi al di fuori di quei dieci minuti in cui si sentiva vivo, i soli in tutta la giornata.

Una volta si mise dietro, nell’ultima fila, aspettandola, ma invano. Si maledì a lungo, temendo di averla perduta per sempre; aveva cominciato a pensare si trattasse di un fantasma ed era convinto che la sua audacia l’avesse scacciato.
Si ripromise di non azzardare più tanto, pregò iddio di farla tornare e fu accontentato; ella tornò il giorno seguente, ectoplasma adorato e desiderabile, puntuale per tutta una settimana intera. Quando lei mancò di nuovo l’appuntamento, Giorgio capì che di venerdì non l’avrebbe mai vista se non nei suoi sogni.
E la sognava, cristo, se la sognava! Sempre. Di notte, mentre lavorava, e di giorno, quando si coricava; spesso si masturbava furiosamente, figurandosela nel letto con lui, altre volte si limitava ad accarezzarsi con dolcezza, immaginandosi mani non sue.
Sandra, questo il nome con cui l’aveva battezzata, occupava i suoi pensieri da sveglio e visitava i suoi sogni durante il sonno.

C’era anche qualcos’altro che gli frullava in testa, stordendolo.
Un numero; maledetto perché lo faceva rimuginare, togliendogli pace; divino, perché tracciava un disegno voluto dal fato, una coincidenza troppo ricorrente per essere pura casualità.
Il numero cinque.
5 l’ora in cui smetteva di lavorare, 50 i metri da percorrere sino alla fermata dell’autobus, linea numero 5, un tempo di 5 fermate per amarla e possederla con gli occhi. Aveva sempre pensato che fosse vestita come un pomeriggio di maggio, il quinto mese dell’anno. Scompariva di venerdì, il quinto giorno dalla settimana.
5, 5, 5, 5, 5…

Il mattino seguente azzardò un altro avvicinamento. Ultima fila. Stavolta fu assai più fortunato, lei si sedette vicino, appena 5 sedili più in là.
Giorgio annusò l’aria, si saziò del suo profumo anche dopo che fu scesa, ora aveva un ricordo in più da gustare nel buio della sua stanza. Ma non gli bastava.
Quel profumo gli ricordava qualcosa.

Alla fine trovò la risposta frugando nella memoria: Marilyn Monroe, massima icona di femminilità per lui, dormiva nuda solo col suo Chanel n° 5, lo sapevano tutti.
Il giorno seguente, prima del lavoro, si recò nella profumeria alla quinta fermata da casa sua, nel viaggio di andata alla stamperia, ne acquistò 5 flaconi e, tornato a casa, passò tutto il venerdì ad inebriarsene, compiaciuto.
Il numero 5 ormai era un’ossessione. Cinque i sensi da soddisfare: vista e olfatto lo erano già. Doveva dedicarsi al resto.

Il mattino successivo mise in atto l’espediente che aveva escogitato e si apprestò a scendere alla quarta fermata da quando lei era salita su quel “tram chiamato desiderio”, come amava dire lui, nella sua testa, e riderne pure, quando lasciò scivolare, apposta, il portafoglio dalla tasca posteriore dei jeans.
“Scusi, le è caduto qualcosa”
Semplicemente perfetta: aveva usato 5 parole, non una di più né una di meno.
Ancora il cinque.
La voce era esattamente quella che si era immaginato: fresca, seducente, unica, gentile, schietta; anche il terzo senso era stato soddisfatto.
Ora non aveva più dubbi: era la donna della sua vita.
Non poteva lasciare nulla al caso, dunque.
Ogni cosa sarebbe andata al suo posto, ogni tessera del puzzle si sarebbe incastrata proprio come doveva.
Era l’inizio della quinta settimana, la decisiva, come si ripeteva lui per farsi coraggio.
Si sarebbe conclusa nel migliore dei modi, ne era certo.
Era giunto il momento del quarto senso: il tatto.
Scese con lei, alla quinta fermata dopo che era salita.
Le sfiorò il braccio: dio mio, che pelle morbida! Una pelle da fata.
Si immaginò sfiorare quei piccoli seni che si intravedevano sotto la canottiera sottile, coi capezzoli che spingevano in fuori la stoffa, come due matite appena temperate dal freddo.
Respirò forte: profumo di lei e aria gelida, insieme.
Coi polmoni dilatati, ebbe come un capogiro. Nervi tesi, orecchie e occhi aperti allo spasimo, si sentiva come una belva in caccia.
La seguì e pianificò tutto.

Qualche giorno dopo, il 5 febbraio 2005, alle ore 5 e 50, Giorgio era nel cucinotto del suo bilocale in affitto, al n. 5 di via delle Oche. Stava al buio e non era solo.
Era giunto al quinto senso nella sua scoperta di Sandra.
Aveva imparato che se per innamorarsi sono sufficienti 5 secondi e per uccidere 50, per un buono stufato 50 minuti possono bastare.

Alessandro Marchi: Secondo classificato

di Alessandro Marchi

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Giada lo vide la prima volta nell’alba più calda dell’anno, le ruote del bus che alzavano nuvole bianche di polvere che copriva le strade, e il sole che iniziava a scaldare il finestrino.
Alle cinque del mattino Giada si alzava per uscire di casa, ma per la prima volta dopo molti anni non sarebbe andata al bar Europa a servire caffè e aperitivi per tutto il giorno.
Quel mattino, salendo, lo notò subito, seduto in punta di seggiolino. Lui la stava guardando fisso. Giada si sedette nel posto più lontano dall’autista, lanciando occhiate sospettose a quell’uomo, vestito con pantaloni di fustagno, piumino, sciarpa e scarponi imbottiti – nemmeno fosse un’alba gelida di gennaio. Si sentiva osservata, a disagio. Era la prima volta, per lei, su quel bus.
Giorgio non riusciva a stare fermo. Cambiava posto ogni due minuti, lanciando un gridolino e alzandosi di scatto, come se il seggiolino fosse diventato incandescente. Faceva sempre così. Comunque due minuti gli erano sufficienti, per raccontare a chiunque quella strana storia del suo mestiere di stampatore. Un altro avrebbe detto di essere astronauta, o pilota di formula uno. Ma lui no, lui s’inventava di stampare giornali. Gli era sempre piaciuto l’odore della carta inchiostrata, e tutto il resto.
La prima volta che Giada era scesa, erano rimasti tutti lì, interdetti, senza sapere cosa fare. Un vecchio s’era messo ad ululare – come una sirena, lamentoso. Una signora ben vestita aveva cominciato a strattonare Rigo, l’autista, implorandolo di ripartire: sembrava terrorizzata di arrivare in ritardo. Quella mattina Giada s’era fermata dietro l’angolo, con la neve nei capelli. Giorgio s’era alzato di scatto, con un urletto smorzato, ed era sceso d’impulso dalla porta anteriore per raggiungerla, camminando di sbieco. Rigo era in piedi, sull’ultimo gradino d’entrata, cercando di scorgere qualcosa nella notte. Poi li vide tornare: lui procedeva davanti, con la sua andatura trasversale, senza mai voltarsi indietro. Lei camminava stretta nelle spalle, esitando. Quando risalirono vennero accolti da un tripudio di applausi. Col passare delle settimane, per i passeggeri dell’autobus diretto a Villa Olimpia, quella diventò una scena rituale, velata dall’interrogativo di ciò che i due facessero nel buio della notte. Era sempre Giorgio che andava a riprendere Giada, quando scendeva. Con pazienza, affondando le scarpe nella neve o nelle pozzanghere, la raggiungeva nell’oscurità. Gli altri passeggeri si schiacciavano contro i vetri, appannandoli col respiro, divertiti da quella scena ripetuta e romantica.
Una mattina più limpida delle altre, Giada e Giorgio s’erano ritrovati seduti accanto in prima fila.
"Ragazzi, oggi è il primo giorno di primavera. Non siete contenti?" chiese loro l’autista. Né Giada né Giorgio risposero, ma Rigo non se la prese: aggiustò lo specchietto retrovisore, si toccò la visiera del berretto, allargò un bel sorriso e ripartì. Giorgio non si agitava, e non cambiava di posto. Alla solita fermata, l’autista aprì le porte, aspettando che Giada scendesse. Ma lei non lo fece. Giorgio le carezzò dolcemente la mano, che teneva sulle gambe. Entrambi sorrisero timidamente, con lo sguardo rivolto in avanti – un po’ imbarazzati.
"Gli mancherà anche un venerdì, ma non son poi così matti, ‘sti matti di Villa Olimpia" disse fra sé e sé Rigo, chiudendo le porte per ripartire.

Erik dall'Osso: Terzo classificato

di Erik dall'Osso

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell’anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l’autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull’autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell’anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall’autista. La guardò scendere dall’autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell’arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Giorgio si interrogava, pur nel modo erratico dovuto all'ora tarda. All'inizio aveva pensato a una prostituta, questo poteva forse spiegarne l'abbigliamento ma non perché non indossasse una giacca sopra gli abiti striminziti, dato che non stava esercitando. Inoltre sarebbe stato un po' presto per staccare. La seconda ipotesi era quella della barista, ma era parziale quanto la prima e ancora non spiegava l'assenza di un giubbotto. Se anche avesse avuto uno stipendio da fame, nessun ente caritativo le avrebbe negato un semplice cappotto.
La guardava e si interrogava, si interrogava e la guardava scendere, tra le ombre che la inghiottivano. All'inizio aveva provato per quell'apparizione una semplice, anche se giustificata, curiosità ma dalla seconda settimana era diventata una sorta di sfida mentale con sé stesso e con le celluline grigie da tipografo.
Un gioco che aveva perso. Dopo tre settimane di elucubrazioni ancora non era riuscito ad elaborare una spiegazione plausibile. Senso di sconfitta e curiosità si mescolavano tra loro mentre Giorgio percorreva il breve corridoio che lo separava dalla misteriosa ragazza. Le sedette di fronte, sui sedili rivolti al fondo, lei non parve accorgersene, forse sovrappensiero.
“Buonasera” esordì. Niente di eccezionale, esordio classico e intramontabile come un abito nero, ma la reazione lo stupì. In effetti non ci fu alcuna reazione. La ragazza continuò a fissare la scorcio di strada che i fari illuminavano. Indifferente, Giorgio si era aspettato un gelo genere. Per qualche secondo rimase a osservarla ammutolito. Lei si sistemò una ciocca corvina, tossì imbarazzato e fece quasi per toccarle un gomito, nella vana speranza che lei non lo avesse notato. Fu in quel momento che l'autobus iniziò a frenare, lei scese come se nessuno le avesse parlato, quasi che Giorgio non stesse nemmeno sullo stesso pianeta e lasciandolo solo con i suoi dubbi.

Claudia terminava il suo turno di lavoro alle cinque del mattino, questo le lasciava sette minuti esatti per sgusciare dallo scafandro, grazie al quale sopravviveva otto ore dentro al freezer del macello industriale in cui lavorava, e prendere l'autobus, per fortuna quasi mai in orario.
Il contatto con l'aria esterna era un vero toccasana. Nonostante il termometro fosse spesso sotto zero, a confronto delle temperature che il freezer poteva raggiungere, pareva quasi fosse caldo. Quando poi saliva sull'autobus riscaldato lo shock termico era terribile e, se avesse potuto, si sarebbe spogliata completamente, ma il fatto di essere in un luogo pubblico, anche se a stento poteva qualificarsi come tale, le aveva sempre suggerito di attenersi a sobri abiti primaverili. All'inizio l'idea di viaggiare a quell'ora della notte l'aveva un po' preoccupata ma, a parte una specie di scimmione intabarrato, la vettura era deserta.
I primi giorni aveva guardato con qualche timore a quella specie di tenente Colombo acquattato sui sedili in fondo e aveva preferito sedere vicino all'autista, già alla seconda settimana però la diffidenza si era tramutata in curiosità per quell'uomo così freddoloso, irriconoscibile per via della montagna di lana in cui era sepolto. Da alcuni giorni andava interrogandosi su di lui quando, salendo in autobus, le parve di incrociarne le sguardo e poiché in fondo si vedevano quasi tutti i giorni gli fece un cenno di saluto. Si sarebbe aspettata, se non proprio un mazzo di rose, almeno un borbottio di risposta, ma l'uomo continuò a guardare il vuoto. Offesa e un po' imbarazzata Claudia si sedette. Cercò di dirsi che doveva essere ubriaco o che magari non avesse notato la sua cortesia, per questo al momento di scendere rivolse all'uomo uno sguardo insistente e gli rivolse un sonoro “Buonasera”. Ancora una volta fu del tutto ignorata, quasi non esistesse. Colpita, non si accorse della frenata e quasi cadde a terra. Si affrettò a scendere sulla pensilina gettandosi alle spalle un' occhiata frettolosa. Le parve che in fondo al bus non ci fosse nessuno. Impossibile, “lui” non scendeva mai prima, e d'altra parte lo aveva appena salutato... o forse no. Pensando di avere le traveggole si allontanò nella notte, mentre dal cielo iniziava a cadere qualche fiocco di neve.

Alessio Puttana aveva un cognome orrendo e un lavoro ancora peggiore. Ogni notte che Dio mandava in terra lui doveva portare l'autobus numero ventitré lungo un percorso che andava da uno scalo ferroviario in disuso fino a un paesino della bassa che a stento si poteva dire tale. Nel mezzo solo campagna e vecchi stabilimenti abbandonati. Lo stesso ventitré era ormai archeologia industriale ma qualcuno doveva essersi dimenticato di sopprimerlo. Tutto questo era noioso, stancante e inutile: in tanti anni sulla corsa delle quattro e mezza non era mai salito nessuno, non aveva mai dovuto fermare il mezzo a una fermata, aprire o chiudere le porte.
Per quanto atteneva l'esperienza di Alessio, i passeggeri non erano mai esistiti.

Anna Rastello

di Anna Rastello

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell’anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l’autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull’autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell’anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall’autista. La guardò scendere dall’autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell’arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Giorgio si rese conto che ormai viveva la sua giornata nell’attesa del viaggio in bus: la ragazza l’aveva stregato, non era bella, ma travolgeva con la sua presenza, come una ventata di primavera che spazza le nuvole e permette al sole di riaffacciarsi sulla città grigia ridando sorriso al mondo e colore alle cose.
Da parecchi anni Giorgio non viveva ma si lasciava vivere! Le sue giornate erano cadenzate da un ritmo sempre uguale: sveglia nel primo pomeriggio, uno “spuntino” (lui ormai aveva accorpato colazione-pranzo-cena in un unico momento e avendo deciso di non fare torto a nessuno dei tre pasti i risultati si vedevano sul suo fisico) poi sbrigava qualche commissione e nel tardo pomeriggio viaggiava in bus sino al luogo di lavoro, alla periferia opposta a quella in cui viveva. Un viaggio che ora era lungo, ma, essendo stati avviati i lavori per la costruzione della metropolitana, si sarebbe presto accorciato e … “allora sì che le cose sarebbero migliorate”!
Nella sua vita era sempre rimasto in attesa di qualcosa che gli avrebbe dovuto finalmente cambiare tutto!
Quando era bambino aspettava di essere ragazzo “perché così avrebbe scelto lui cosa studiare”; da ragazzo aspettava di diventare maggiorenne “perché così avrebbe scelto cosa fare”; poi diventato maggiorenne aspettava di diventare adulto “perché così avrebbe scelto il lavoro e la famiglia” e in questa continua attesa aveva spento una alla volta tutte le luci dei suoi sogni ed ora aspettava piccoli eventi, sempre sperando che qualcosa giungesse da fuori per dare una svolta alla sua vita.
Ed ora ecco questa ragazza che gli permetteva di aspettare per 23 ore quei sessanta minuti di tragitto in autobus. Ancora una volta voleva credere che una presenza esterna gli avrebbe dato un po’ di felicità!
Ma una mattina decise che questa volta non avrebbe atteso, si sarebbe mosso lui! Aveva osservato la ragazza per capire che cosa la rendesse così affascinante ed ora l’aveva percepito con assoluta certezza: era la noncuranza con cui si permetteva di esistere in un mondo che si soffermava a guardarla per come si vestiva e non per quello che era!
E, continuando a osservare la ragazza, iniziò ad analizzare se stesso: perché conduceva quella vita triste, senza sbocchi? Perché non aveva mai conosciuto veramente l’amore di una donna (certo aveva avuto parecchie storie, ma senza passione, più per dovere che per piacere)? Perché viveva il suo posto di lavoro come un lager? Perché indossava sempre le cose giuste al momento giusto (il cappotto d’inverno, la giacca nelle mezze stagioni, la mezza manica da giugno a settembre)? Perché credeva che la sua infelicità personale dipendesse da chi aveva intorno e non da quello che aveva dentro?
E una notte sul bus si alzò dal suo posto e si mise a sedere vicino alla ragazza, presentandosi. Lei rispose immediatamente al suo saluto, e, senza fronzoli o falsi pudori, iniziarono a raccontarsi in poche parole, molti sorrisi e qualche gesto!
Lui seppe che il venerdì lei non saliva sull’autobus perché doveva portare a termine un compito iniziato in precedenza.
La vita di lei, come quella di tutti, era un puzzle composto da tanti tasselli diversi, esperienze tristi, allegre, gioiose, drammatiche; ma il fil rouge era stato la voglia di essere presente a sé e al mondo.
E pian piano Giorgio capì cosa doveva fare: non doveva cambiare ciò che stava fuori di lui, ma doveva cambiare lui!
Iniziò a vedere il suo lavoro, il viaggio in bus, il pranzo e persino il sonno come esperienze che meritavano di essere vissute perché erano sue, uniche e irripetibili.
Incominciò a sorridere, ad essere allegro e a trasmettere allegria. I colleghi erano contenti quando lo vedevano entrare in magazzino. Familiari e amici ora lo invitavano spesso a trascorrere del tempo insieme; e una sera, in un corridoio del suo magazzino, si scontrò con una donna che non aveva mai visto prima (ma poi scoprì che lavorava in quell’ufficio da 15 anni) e, per scusarsi, la invitò a prendere un caffè. E galeotto fu quel caffè perché da lì nacque un sentimento profondo!
Ma la notte successiva la ragazza non salì sull’autobus, e nemmeno quella dopo e quella dopo ancora. Non salì più sul bus, tranne il venerdì e, alla richiesta di spiegazioni da parte di Giorgio, lei spiegò che le era stato assegnato un nuovo compito e, avendo ormai quasi terminato il suo lavoro lì, per un po’ avrebbe continuato a incontrarla solo il venerdì e poi … l’avrebbe salutata per sempre.
Lui capì, le sorrise e la ringraziò!

Carmelo Romano

Carlotta
di Carmelo Romano

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell’anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l’autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull’autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell’anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall’autista. La guardò scendere dall’autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell’arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Dal caldo sole di quel piccolo paese del meridione, dove era nata ventitre anni prima, aveva ricevuto la bellezza.
La lunga chioma nera sembrava danzasse, ad ogni passo, a ogni movimento del suo corpo sul seno prorompente. Sapeva da sempre di essere bella e si era abituata agli apprezzamenti, a volte volgari, degli uomini.
Dopo la laurea, conseguita presso la facoltà d’Arte e Spettacolo, il suo sogno era rimasto quello di sempre, recitare. Il minuscolo paese d’origine era troppo piccolo per i suoi sogni, le sue ambizioni. Torino le sembrò la città idonea come trampolino di lancio per la sua carriera.
Arrivò in stazione con il suo zainetto di tela in spalla, la gonna corta, ai piedi sandali aperti, in una mattinata fredda di novembre.
Percorse la lunga panchina ferroviaria schivando valigie e passeggeri frettolosi che scendevano dal suo stesso treno. Con andatura morbida e sensuale, quasi senza fretta, indifferente agli sguardi altrui, guardava sorridendo i vagoni carichi di genti e di speranza.
Arrivò nel piazzale antistante alla stazione ferroviaria.
Il cielo di Torino le sembrò meno luminoso di quello che aveva lasciato diciotto ore prima in paese e la rumorosità che la città offriva, fu accolta da Carlotta come un segno di dinamismo in cui, anche lei nei giorni successivi, si sarebbe tuffata.
Aveva organizzato tutto prima dell’arrivo a Torino, alloggio in una pensione in centro e iscrizione alla scuola di recitazione per perfezionare quello che aveva studiato negli anni precedenti.
Con l’entusiasmo e l’incoscienza dei vent’anni affrontò quella nuova esperienza di vita.
Dopo qualche mese, grazie anche alla sua bellezza e solarità, si era inserita con successo nella Torino artistica e, pur con piccole comparse, aveva partecipato ad alcune importanti recite teatrali.
L’incontro con Filippo fu decisivo.
Quella sera, dopo una recita in un piccolo teatro di periferia, fu avvicinata da un giovane, preceduto da un mazzo di rose.
Ciao, sono Filippo, sei stata fantastica, e da un bel po’ che non sento recitare con tanta passione, sono un impresario.
Carlotta rimase affascinata dal suo sguardo, dai modi e dal tono caldo della sua voce.
Come da copione seguì l’invito a cena e il continuo a casa di lui.

La casa di Filippo era arredata modernamente, con gusto, rispecchiava appieno il carattere dell’impresario e d’uomo ambizioso. Accese le luci e Carlotta, entrando, poté ammirare un ampio salone. L’angolo in fondo a sinistra, dove si arrivava salendo tre scalini in granito, era occupato da una cucina rossa che dava colore al bianco dominante dell’ambiente.
Un tavolo rotondo, di vetro, circondato da due sedie era già apparecchiato per la prima colazione.

Davanti al lavello della cucina erano state aperte due ampie finestre a semicerchio che dovevano dare, di giorno, una vigorosa luce all’ambiente, incorniciate da una grata di ferro battuto.
All’angolo opposto una scala a chiocciola, larga e comoda, anch’essa in ferro battuto, portava al piano superiore.
Accostato alla parete lunga, vicino al caminetto, era stato posto un divano bianco e due poltroncine con il tavolinetto in mezzo. Sopra era sistemata un’antica scacchiera con i suoi Re e le sue Reggine, le Torri, gli Alfieri e i Cavalli posti come in una partita interrotta che aspettava solo di essere ripresa.
Carlotta lo seguì sulla scala a chiocciola dove raggiunsero in un’ampia stanza da letto.
Era leggermente mansardata, con il pavimento e il tetto di legno, molto calda e accogliente.
La parete di fronte il letto era stata affrescata di un tenue azzurro, con sopra disegnate delle immagini raffiguranti grosse nuvole bianche.
Una di queste prendeva le sembianze di un florido bambino che soffiava aliti di vento verso cinque cicogne che si libravano in volo.
Il letto era ampio, rivestito con lenzuola di seta nere in cui risaltavano bianchi cuscini.

Si ritrovò, circa nove mesi dopo, da sola ad ansimare su un letto d’ospedale.

Non era più riuscita a dimenticare la faccia di Filippo quando gli aveva detto d’essere incinta, dal suo volto erano scomparse spavalderia e sicurezza, la sua bocca, che tanto in passato aveva amato, si era spiegata solamente per rovesciare una parola orribile e dal suono sgradevole come “aborto”.

Comunque Giacomo era nato, bello come il sole, come il sole caldo del meridione.
Il suo coraggio era stato premiato, anche se, con Giacomo, erano arrivati una valanga di problemi che doveva risolvere da sola, senza un lavoro e con quei pochi soldi risparmiati ormai quasi finiti.
Una bella canzone di Fabrizio De Andrè recita:“C’è chi l’amore lo fa per gioco, chi se lo sceglie per professione …” Carlotta lo scelse per necessità.
Con freddezza e distacco concesse il suo corpo ad animali arrabbiati che giornalmente la azzannavano senza mai coinvolgerla mentalmente.
La lunga doccia, effettuata a fine lavoro alle prime luci dell’alba, le facevano scivolare da dosso bava e sussulti che mezzi uomini perennemente insoddisfatti gli avevano vomitato addosso, con l’illusione e la presunzione d’averla soddisfatta, solo per averla pagata.
Dopo, di nuovo pulita e rinfrescata, era pronta per prendere l’autobus che l’avrebbe condotta, dopo tre fermate, a casa.
Aveva memorizzato il cammino, poteva percorrerlo a occhi chiusi.
Percorreva quel tragitto tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi dell’anno, da anni, con indifferenza e rassegnazione, senza che il suo umore nero, come i suoi occhi, i suoi neri capelli e i neri pensieri, venissero in qualche modo influenzati dalla pioggia, dal vento, dalla neve, che sfioravano il suo viso senza intaccarlo.
Tutti i santi giorni dell’anno tranne i venerdì.
Giacomo cresceva e cresceva bene. Frequentava un istituto svizzero, proprio subito dopo il confine, comodo ad arrivarci. La retta mensile da pagare era alta e poteva farlo solo grazie al suo sporco lavoro; ancora per qualche anno, dopo avrebbe smesso, quando il suo fisico non sarebbe stato più in grado di allettare i clienti e dopo il completamento degli studi di Giacomo.
Per adesso bisognava continuare.
Si recava a trovare suo figlio tutti i venerdì della settimana, tutti i venerdì del mese, tutti i venerdì dell’anno

Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Danilo Gozzola

di Danilo Gozzola

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell’anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l’autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull’autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell’anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall’autista. La guardò scendere dall’autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell’arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

La testa appoggiata al vetro dell’autobus, i pensieri scandivano le fermate. Questo era il secondo inverno che Giorgio passava su quell’autobus. Si sedeva sempre in modo da non avere nessuno vicino. Si era stancato dei libri, della radio che perdeva la sintonia, di non sapere cosa pensare del suo presente e del perché per cinque giorni alla settimana dovesse fare il turno di notte. Dopo la laurea in politica internazionale avrebbe voluto vedere il mondo, invece… Ora, quella donna sembrava essere un’apparizione da film di Hitchcock!
La guardava sempre salire, mentre la sua testa si fermava dopo le accelerazioni e le frenate poco gentili dell’autista. Una notte,chissà perché, si era spostato nel sedile di destra, vedendola arrivare. Lei si era seduta vicino accompagnata da un profumo discreto. Giorgio non si ricordava più quello della sua ex, l’aveva eliminata perfino dai ricordi.
L’autobus ripartì con uno scossone che fece cadere la borsetta della ragazza. Giorgio riuscì a prenderla prima che giungesse a terra e, timidamente, gliela porse. Lei scostò i capelli dagli occhi con un gesto lento ed accennò un sorriso. Il cuore di Giorgio incominciò a saltare, mentre percepì il rossore nell’imbarazzo dei propri pensieri. Si sentiva attratto e respinto, mentre cercava di rientrare nel suo rassicurante nulla.
“Mi scusi, non sente freddo?”. Ma cosa stava dicendo? In pieno inverno, di notte, una ragazza vestita leggera e lui le chiede se fa freddo… Magari un semplice: “che ora è?” sarebbe stato più opportuno. Lei sorrise nuovamente, per dire che non era un problema.
Per un intera settimana, venerdì escluso, lei si sedette accanto a lui, sorridendo per dire buona sera e arrivederci. Si era anche messo a leggere, sperando che lei si incuriosisse. Una sera aveva portato dei biscotti per offrirglieli. Lei ne aveva preso uno. Non riusciva a smettere di tornare a lei con la testa. Dormiva poco, guardava spesso nel vuoto.
Il lunedì successivo, decise che suo padre gli avrebbe prestato l’auto per trovarsi alla fermata dove saliva la ragazza. Così, la sera prima le chiese se poteva accompagnarla in auto. Lei sorrise e lui si domandò se fosse un sì.
Una leggera nebbia avvolgeva le sue paure mentre rimaneva in attesa, in piedi, accanto all’auto. Lei arrivò e Giorgio si mise accanto a lei, salutandola ed indicando l’auto. Lei ricambiò il saluto con il suo solito sorriso. L’autobus arrivò e si fermò per i due passeggeri, nessuno dei quali accennò a salire. La ragazza si girò dirigendosi verso l’auto.
“Come ti chiami?”
“E’ importante?”. Giorgio era confuso.
“Dove vado?”
“Verso il ponte sul Po”, lei disse dolcemente.
L’auto portava due solitudini verso il grande fiume accompagnando il loro silenzio con il rumore sordo delle ruote. La ragazza guardava la strada e, ogni tanto, Giorgio. Arrivati al ponte, Giorgio si fermò accostando sulla destra sotto i grandi alberi spogli che protendevano i rami verso il cielo, oltre la nebbia. La ragazza scese e si diresse verso il ponte, proseguendo verso il centro dove c’era una specie di balcone belvedere che, di giorno, consente di vedere il fiume allargarsi verso le colline del Monferrato. La ragazza si fermò, lo sguardo diretto alla collina, oltre la nebbia. A Giorgio venne spontaneo togliersi il cappotto e metterlo sulle spalle di lei, mentre si accorgeva delle lacrime che le scendevano. Dopo qualche minuto lei disse che era ora di tornare. “Grazie”, disse salendo sull’auto. Giorgio la riaccompagnò alla fermata nella direzione del ritorno. Questa strana scena si ripeté per altri dieci giorni.
Il quarto giorno, accadde qualcosa. “Mi chiamo Sara”, disse, e mise la sua mano su quella di Giorgio sul cambio dell’auto. Colto d’improvviso, lui la ritrasse per poi dire “scusa…” e porgerla aperta verso di lei. Ancora una volta lei sorrise riprendendola. Arrivati al ponte, lei non scese. Si mise la mano libera sul volto, premendola sulla bocca. Chiuse gli occhi e reclinò la testa. Giorgio, colpito, si scoprì a piangere. Gli venne spontaneo accarezzarle il viso.
“Che cosa è successo qui?”. Tra le lacrime raccontò che un ragazzo di cui era innamorata, era stato travolto da un auto un giorno di maggio. Avevano litigato, lui aveva inforcato la bicicletta e tutto era finito su quel ponte. Giorgio l’abbracciò e piansero insieme, in silenzio. Voleva baciarla, lo voleva, ma non lo fece.
“Mi accompagni a casa?”, gli disse. Lui così fece, senza salire di sopra. Le chiese se poteva accompagnarla anche il giorno dopo. Lei rispose che le sarebbe piaciuto vederlo il sabato successivo e che non sarebbe andata al ponte nelle prossime notti.
Si videro il sabato, la domenica e i pomeriggi successivi, raccontando di sé, mano nella mano. Arrivò la primavera e venne maggio. Durante una passeggiata nei boschi furono una cosa sola. Fu molto dolce il sapore dei loro baci e la sensazione delle carezze.
Giorgio cambiò lavoro. Andarono a vivere insieme. Ora sento Giorgio, ogni tanto, al telefono. Penso che siano felici, un’isola in questa società dove l’amore sembra essere scomparso dai nostri cuori.

David Fini

di David Fini
Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell’anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l’autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull’autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell’anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall’autista. La guardò scendere dall’autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell’arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

E ogni volta, quando lei scendeva, Giorgio, appoggiata la testa al finestrino dell’autobus, la seguiva con lo sguardo allontanarsi lungo una traversa del viale, sparendo nel buio.
Era riuscito persino a osservarne attentamente il volto e aveva scoperto i suoi lineamenti dolci e sereni.
Del resto a Giorgio non capitava di fare molti incontri a quell’ora del giorno.
Lavorando in una tipografia per i giornali i suoi colleghi erano in gran parte albanesi o extracomunitari disposi a sacrificare le proprie notti su quelle rotative.
Tra i pochi italiani aveva stretto amicizia con un vecchio dipendente, Mario con cui, una volta alla settimana andava a fare colazione.
Ma questa solitudine in fondo Giorgio se la era cercata. Dopo il divorzio e il licenziamento dal precedente lavoro, aveva accettato quell’impiego per staccare da tutto giustificandosi con qualche centinaio di Euro in più da guadagnare.
Così non aveva da incontrare nessuno che gli chiedesse della sua famiglia, di come stava, di perché era successo, raccontando di nuovo tutto da capo con nuove e sempre più tristi spiegazioni.
Paolo invece non gli chiedeva niente. Stavano semplicemente assieme per un quarto d’ora e parlava di tutto fuorché di se stessi.
Gli altri giorni Giorgio andava diritto al suo autobus e poi, arrivato a casa dritto sul letto a volte senza neanche svestirsi. Ma dormire non era facile.
Per parecchio tempo i rumori della città che iniziava a muoversi lo tenevano sveglio. Sembrava che non volesse rinunciare in fondo a quella vita là fuori, e si sforzasse di riconosce, con la faccia conficcata nel cuscino, qualcosa di familiare e buono. Un sonno cattivo e senza sogni.
Finì per non riuscire a distinguere i rumori della città e la città stessa scomparve, lasciando steso sul un letto senza notte.
Poi era arrivata questa ragazza misteriosa e diversa.
Le facce che vedi in giro a quell’ora di notte hanno due espressione: ci sono quelli che rientrano a casa e sono così stanchi che non vogliono aspettarsi più nulla e ci sono coloro che si sono appena alzati e già sentono che il giorno è troppo pesante e sperano che non succeda nulla di più rispetto a quello che già gli aspetta.
A volte, ed è la cosa più rara, una ragazza come elen.
Aveva deciso di chiamarla così quella ragazza a cui mai aveva rivolto parola.
Provava a scriverne il nome coi caratteri della tipografia, sulle prove colore, per comodità, sempre senza la maiuscola e non sapeva ancora bene se con l’acca o senza.

Un giorno decise di seguirla. Scese con lei e la seguì mantenendosi a distanza. Poi si avvicinò sempre di più sino a quando fu sotto il portone della casa. Non capiva cosa stesse facendo o cosa avrebbe voluto fare. Esistò. Allora fu lei a decidere. Lei che non si era mai voltata ma ne aveva percepito la presenza, lo guardò dritto negli occhi, allungò la mano e se lo portò con sé.
Da quella volta fecero l’amore tutte le mattine che si incontravano. Lei lo invitava a venire con lui facevano l’amore. Poi gli chiedeva di andarsene in una lingua che non capiva.
Tutti le mattine tranne il venerdì quando lei spariva.
Il venerdì del resto Giorgio trovava un diversivo ai suoi pensieri incontrando Mario a colazione. Decise di raccontagli tutto.
Di quella donna misteriosa, di quanto fosse stato facile e bello l’amore con lei, del fatto che non capiva niente di quello che gli dicesse. E che non gli importava che lei potesse essere una prostituta. Che in fondo ne aveva provate altre e lei era così dolce e non aveva mai voluto soldi.
“Faccio l’amore con lei ogni mattina, ma oggi so che non la incontrerò”
Finì il suo caffè e avviandosi alla fermata dell’autobus

“La invidio sa?” lo soprese nei suoi pensieri una signora di mezza età che si sedette accanto a lui sull’autobus
“Non so davvero come faccia. Mi permetta… è un po che la osservo. Ma poi del resto ci siamo soli su questo autobus tutte le mattine...” aggiunse
“Come soli ?” pensò “ e elen? …come può non averla vista, non essersi accorta di lei?”
“Mi permetto di disturbarla perché adesso la vedo ben sveglio…” continuò la donna
“Mi invidia ha detto?” la interruppe Giorgio “e per cosa?”
“La invidio perché tutti gli altri giorni, non so come faccia, riesce ad addormentarsi. Appoggia la testa al finestrino e bag! Secco come un bambino! Poi giusto prima delle sua fermata si alza e scende come niente fosse.
Ah sa quante volte anche io sarei tentata di chiudere gli occhi! Che sonno leggero, senza pensieri, come se scartare un regalo che desideri. Che sogni chiari e brevi eh? Così semplici a quest’ora del mattino?
“Cosa sogna lei?”
Giorgio si sentì come inghiottito dalla voragine che si era aperta sotto di lui e cercò di dire “helen”, decidendo in quell’istante di aggiungere l’acca al nome del suo amore. Non maiuscola.
Ma la donna non ci fece nemmeno caso
“toh guardi!” esclamò la donna indicando la sosta a cui l’autobus si stava affiancando.
“Lei si ferma quì giusto?”

Franco Ferdori

di Franco Ferdori

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Il mese successivo la ragazza sparì!
Giorgio non riusciva a farsene una ragione. Quella vista quotidiana lo aveva risvegliato dopo tanti anni dal torpore in cui lo aveva precipitato la sua routine: casa, lavoro, casa, dormire, casa, lavoro, casa.
Le aveva anche dato un nome col quale si rivolgeva a lei nella sua immaginazione: Laura.
Cosa pensare di lei? Era forse bisognosa di aiuto, anche se dal suo sguardo non sembrava, oppure che avesse una malattia che la rendeva insensibile al freddo? Non aveva letto da qualche parte una cosa del genere?
Vedendola tutti i giorni la preoccupazione iniziale per lei, la sua Laura, si era trasformata in curiosità irresistibile: non temeva più per lei, solo doveva sapere il perché di tale comportamento.
In fondo, nonostante tutto, non sembrava molto sofferente. In effetti l’autobus era sempre deserto e le porte si aprivano solamente quando Laura saliva o scendeva. La temperatura era normale, anzi salendo si provava subito un certo conforto. Lui si era spesso appisolato durante il tragitto verso casa, probabilmente anche a causa di quel tepore.
Col passare del tempo nella testa di Giorgio si erano sviluppati pensieri sempre più arditi, fino al punto da convincerlo a presentarsi a Laura; negli ultimi giorni aspettava soltanto di cogliere l’occasione per farsi avanti. Ma poi lei sparì.
Dopo una decina di giorni di inutili attese, decise di cambiare strategia; passò quindi all’azione. Furono davvero tante le volte in cui scese a quella famosa terza fermata per camminare nell’inutile speranza di incrociarla. Altrettante quelle nelle quali perlustrò le zone vicino al capolinea della ragazza. Fu tutto inutile.
Non si contarono i caffé che prese nei bar dei dintorni al solo scopo di chiedere al barista di turno se ricordasse una ragazza vestita ecc. ecc. Nemmeno l’autista, al quale era severamente vietato parlare, sapeva nulla di lei.
Passarono le settimane e poco alla volta Giorgio ritornò alla sua routine.
Un paio di mesi dopo, dovette uscire in anticipo dal lavoro per andare a prendere un pezzo di ricambio in una tipografia. Salì sul primo autobus disponibile. Il percorso era abbastanza lungo, ma lui rimase sveglio: era ancora presto per le sue abitudini.
All’improvviso ecco l’incredibile: ad una fermata vide salire una ragazza vestita con camicetta, gonna corta e scarpe tipo ballerine. Non era la sua Laura, ma l’analogia era evidente: si era ancora in inverno e il freddo era pungente.
Quando scese, lui la seguì e ben presto la vide raggiungere un gruppo di ragazzi in attesa; uno teneva in mano un giaccone pesante. Tra loro c’era anche la sua Laura. Quando passò accanto al gruppo, udì queste parole: “Brava! Non ti lamentare, pensa al freddo che deve aver patito lei! Ancora una settimana e hai finito!” Il ragazzo mentre porgeva il giaccone alla nuova arrivata, stava indicando Laura. Ecco quindi cos’era: una specie di iniziazione, questo spiegava tante cose. L’unica cosa che non avrebbe mai saputo era il vero nome della ragazza, ma non era importante. Per lui sarebbe sempre stata solo Laura.

Guido Casamichiela

...forse il Venerdì Santo?
di Guido Casamichiela

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell’anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l’autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull’autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell’anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall’autista. La guardò scendere dall’autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell’arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Gli servirono quarantasei giorni per decidersi a fare qualcosa più che guardarla arrivare, sedersi, alzarsi e poi scendere dall’autobus. Quarantasei giorni. Sette lunedì, sette martedì, sette mercoledì, sette giovedì, nessun venerdì, sei sabati, sei domeniche. Quarantasei giorni Giorgio la guardò con un’intensità che secondo lui l’avrebbe costretta prima o poi a ricambiare lo sguardo, anche solo per capire l’origine o la spiegazione di quella disturbante insistenza. Ma la ragazza non lo guardò mai. Di più, nemmeno una volta diede l’impressione di accorgersi che oltre a lei e all’autista qualcun altro si trovava nell’autobus. D’altronde, capitò a Giorgio di pensare almeno sette volte in quei quarantasei giorni, se il gelo sembra non sfiorarla, che effetto potrei mai farle io? Sarebbe però sbagliato concludere che questa intoccabilità lo infastidisse; in realtà ne era conquistato, tanto che una parte di lui si sarebbe ribellata ad un contegno diverso, giudicandolo inadeguato. O almeno così sarebbe stato nei primi giorni, prima che la curiosità di sapere qualcosa in più su quella ragazza diventasse via via più impellente.
Fu dopo tredici giorni che si decise a sedersi un po’ più vicino alla ragazza. E dopo altri tre a sedersi di tre quarti, per osservarla meglio. Al ventesimo giorno si accorse di una piccola cicatrice sul mento della ragazza su cui si interrogò a lungo. Due giorni dopo sancì con se stesso che quella cicatrice le conferiva un qualcosa in più (chissà, sarà caduta sul ghiaccio per via del sandalo, fu un pensiero del giorno numero ventinove). Il giorno trentatré si mise a fissarle il lobo sinistro chiedendosi se fosse più grande del destro o se fosse solo un effetto della posizione della testa leggermente reclinata. Il giorno successivo si vergognò del suo pensiero, un attimo dopo aver capito che i lobi erano tra loro identici. Il giorno trentotto si domandò se per caso la ragazza era la stessa ragazza che era nella foto sulla prima pagina del giornale di due o forse tre mesi prima, quella che si era suicidata lasciando un biglietto con scritto “mi uccido solo perché non ho nessun motivo di suicidarmi e se a voi sembra strano pazienza”. Due giorni dopo si ricordò che quella ragazza non esisteva e se l’era inventata una notte che alle rotative si annoiava più del solito.
Il giorno quarantadue si sedette così vicino da poterle vedere i sottilissimi peli trasparenti che le crescevano sulle dita dei piedi. Quei peli l’attrassero, nonostante avesse sempre avuto una repulsione per qualsiasi segno d’incuria nella donna. Allora si chiese cosa volesse dire questa attrazione, ma smise di chiederselo quasi subito, attirato dal fatto che la ragazza a tratti si massaggiava un piede con la pianta dell’altro piede, come per coccolarsi, o per riscaldarsi. Coccolarsi, o riscaldarsi? Non riusciva a decidersi. Quale delle due? O forse né per coccolarsi né per riscaldarsi, ma solo per imbarazzo, un imbarazzo più che giustificato quando si ha a un passo un tale che ti osserva i piedi? Poteva anche essere imbarazzo, certo. E in fin dei conti non gli importava neppure più di capire il perché di questo massaggio, e si contentava di guardarle i piedi, e di provare una certa tenerezza, e di baloccarsi con l’idea che quella cosa era forse la prima che quella ragazza faceva che sfuggisse a un’impressione di algida intangibilità.
Da quel giorno, il giorno quarantadue, il decisivo giorno quarantadue, la curiosità cedette il passo appunto alla tenerezza, tanto che qualsiasi cosa la ragazza facesse, respirare sul vetro, mettersi le mani in tasca, spostare il foulard dal collo, era per lui la prova di una sofferente dolcezza. Il giorno quarantaquattro arrivò a pensare che non aveva mai visto nessuno vidimare un biglietto con tanto struggente, trattenuto fascino (anche se va detto a sua discolpa che dopo poco si diede del cretino per questo pensiero, ma senza smettere del tutto di pensarlo). Il giorno quarantacinque si disse che il giorno dopo, se non avesse voluto avvicinarsi ancora di più e dunque a questo punto sederlesi in grembo, avrebbe dovuto per forza parlarle.
La notte quarantasei lavorò male, distratto, alla ricerca di un argomento forte da sottoporre alla ragazza, o almeno non così debole da vederla scappare prima della solita fermata dopo essersi appesa al pulsante della fermata a richiesta. L’argomento non lo trovò, e salì sull’autobus col dolente abbassamento dell’autostima di chi sa di non avere molte carte da giocarsi. Poi lei arrivò, e gli apparve così tenera, così misteriosa, così bizzarra che si dimenticò di non sapere cosa dirle, e mentre lei stava andando a sedersi in ultima fila lui la fermò.
“io, beh, cioè, tu, io, no, no, io, vedi, quei piedi, no, scusa, non è che, voglio dire la tenerezza, non so, e i respiri, e poi, non, scusa, il biglietto, e questo fatto del venerdì, sai, mi chiedevo, non che siano fatti miei, per carità, ma chissà, se c’entra, chessò, il venerdì santo, e la passione, cioè, con tutto il rispetto, ma la sofferenza, e poi i peli, non, scusa, i peli, non i peli, cioè, io… scusa”
La ragazza lo guardò, per prima volta. E gli sorrise, per la prima volta.

Guido Pistorio

di Guido Pistorio

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Un modo abbastanza originale di suicidarsi. Questo aveva pensato la prima volta che l’aveva vista. E l’osservazione riaffiorava nella sua mente ogni volta che la rivedeva, ma sempre più debolmente. Il freddo infatti non pareva intaccarla, nemmeno lambirla. Doveva esservi abituata, ma il suo abbigliamento non era quello vistoso di una prostituta di strada. La si sarebbe piuttosto ritenuta una folle, una spostata. Ma no, nemmeno…
Mistero. Questa era la parola che inquadrava meglio il personaggio. Una parola vaga, abusata. Eppure in questo caso appropriata. Quella donna si muoveva su un piano di realtà sottilmente diverso dall’ordinario. Da quello di Giorgio e della sua sonnolenta routine, da quello dei placidi, abitudinari conducenti del bus. Persino da quello della stagione in corso e della notte, come vi fosse sovrapposta, proiettata da un altro tempo e da un altro mondo.
Qual è il suo mistero? - si chiedeva Giorgio ogni notte, quasi inconsapevolmente, mentre la scrutava dal suo punto di osservazione distanziato di qualche metro nella vettura. E interrogava la sua postura aerea da ballerina, quasi librante come un colibrì a mezz’aria, le dita lunghe e bianche strette all’apposito sostegno superiore. Non si sedeva mai; restava in piedi per tutta la corsa, sebbene il conducente sfrecciasse sulle strade deserte con guida sportiva e centrifuga ad ogni curva. Ma su di lei le leggi del movimento parevano come sospese o quella donna sapeva in qualche maniera assecondarle senza perdere l’equilibrio. Giorgio guardava la sua capigliatura rossa e ondulata scendere sugli omeri magri, pallidissimi, spiccanti dal dorso come alucce incipienti. E rimaneva imbambolato a fissarla anche mentre scendeva dalla vettura con rapidi passi sicuri e come fluttuanti per scomparire subito nella notte.
Non avrebbe saputo come approcciarla. Era un timido. Ed era anche un uomo sposato, con dei principi. Prese quindi a sognarla tutte le notti. Neanche in sogno, tuttavia, poteva avvicinarla. In sogno lui non c’era, c’era soltanto lei. Poteva guardarla da vicino, sentirla mormorare dolcemente tra sé, accompagnarne i passi nella notte sino a casa. Vederla anche al risveglio e mentre camminava nella piena luce del giorno. Lì lei era più viva e reale che di notte, in quei brevi istanti in cui la fissava sotto l’avvilente luce del neon. Appariva trasfigurata in una donna reale, libera, stupenda. Giorgio non avrebbe più voluto vivere che per sognarla e quando si svegliava la delusione era terribile: piangeva a lungo, a occhi chiusi, rannicchiato nel letto e in silenzio per non destare sospetti nella moglie…
***
Qualche tempo dopo:
“Pronto, buongiorno. Sì, è l’Ispettore Gualtieri. Allora, le descrivo in breve il caso, in base alle prime informazioni che abbiamo ricevuto: è stato ritrovato alle prime luci dell’alba seduto su una panchina, non lontano dal capolinea dell’autobus. Il termometro segnava – 10. Indossava abiti femminili, leggeri, assai poco adatti alla stagione. Nessun segno di violenza o maltrattamento. Assideramento, questa la diagnosi del decesso fornita dal medico legale… No, nessuno, né in famiglia né nel suo ambiente di lavoro pare fosse al corrente di questa sua perversione... Ah, apprendista tipografo presso il vostro giornale? Lo conoscevate, dunque… Certo, son passati diversi anni… Pare fosse un persona introversa, di poche parole. Il venerdì,suo giorno libero,lo trascorreva interamente a casa, dormendo, così pare… Sì, proprio così: il sabato non vanno in stampa. Per il resto, pochi amici... No, non risulta che abbia mai frequentato locali di travestiti o gay. O che si sia mai prostituito. Non è mai stato sottoposto nemmeno a cure psichiatriche. Lascia la moglie e due figlie. Certo un modo abbastanza originale di suicidarsi, il suo. .. Credo sia tutto. Una buona giornata. Porga i miei più distinti saluti al Direttore.”

Marcello Manuali

di Marcello Manuali

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

A volte capitava che il foulard fosse di un colore diverso, ora un verde muschio, ora un azzurro spento, ora di un giallo che sfumava nell'arancio. Solo quello. Gonna e canottiera erano sempre quelle, come la prima sera che l'aveva vista. Sembrava che la ragazza ne possedesse in quantità, vista la frequenza con cui le indossava. Erano dello stesso modello, la gonna con una cucitura che la divideva dall'alto in basso, su un fianco, di un bianco che si confondeva nel biancore della neve, che si staccava dall'oscurità della notte; bianca anche la canottiera, semplice, di cotone.
Giorgio si era sempre seduto nella fila di seggiole accanto alla cabina di guida, anche per aver modo di fare qualche chiacchiera con l'autista. Era diventata un'abitudine, oramai. La ragazza saliva dalla porta anteriore, passava accanto a Giorgio senza dire nulla e andava a sedersi in fondo all'autobus. Era stato così che Giorgio l'aveva vista: se fosse salita dalla porta di fondo, probabilmente non se ne sarebbe accorto.
La seconda sera, dopo che la ragazza fu scesa alla solita fermata, gli sembrò normale domandare all'autista se la conosceva, se sapeva chi fosse. Era stato, quello, un modo come un altro per passare il tempo.
«No», gli aveva risposto questo, senza voltarsi. «E dire che una ragazza così non passa certo inosservata. No, non mi ha mai rivolto la parola.» Poi, abbassando appena il tono di voce, aveva aggiunto: «A volte mi chiedo se sia realmente vera, o non si tratti piuttosto di un'apparizione. Bella com'è!...»
A Giorgio era venuto da sorridere. Si era stretto nel cappotto di panno, cercando di ripararsi dal freddo.

Marco Michelotti

Il nome di lei
di Marco Michelotti

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

La terza sera aveva preso coraggio e le si era avvicinato: non aveva avuto il coraggio di dirle niente, il cuore batteva troppo forte. Era tornato indietro al suo posto dicendosi che con quegli auricolari e la musica a tutto volume non lo avrebbe ascoltato. Ci avrebbe riprovato il giorno successivo. Ogni notte che passava diventava sempre più difficile. Fu il giovedì della seconda settimana che si arrese: una ragazza così bella e con un abbigliamento del genere non gli avrebbe portato niente di buono, si disse. Eppure non smise un attimo di osservarla. Appena Giorgio realizzava che la giovane si era assopita o aveva chiuso gli occhi, indugiava a lungo su di lei. Ogni notte, in quei quindici minuti, riusciva a notare un particolare diverso. Nemmeno lui sapeva però dove si fermava la realtà e dove invece si innestava in maniera prepotente la sua fantasia. A casa poi finiva per perdere il sonno e rigirarsi sotto le coperte, immaginando spiagge tropicali e la pelle ambrata di lei che profumava di sole. Una mattina aveva anche sognato che ci aveva fatto l’amore.
Doveva essere straniera, non aveva dubbi. Voleva sapere, avrebbe voluto seguirla, ma a quell’ora della notte neanche a parlarne. Il lunedì successivo, dopo averci pensato per tutto il weekend, finalmente si decise. Portò con se uno stradario. Scese alla fermata dove saliva lei. Non fece passi avanti: vagò per oltre un’ora in tutto il quartiere senza peraltro chiedere informazioni a nessuno. Quando sua madre lo vide rientrare, stanco e scuro in volto, se ne accorse subito che qualcosa lo turbava, ma non disse niente. Gli dava fastidio quando lei si interessava delle sue cose. Giorgio e la madre vivevano soli che erano ormai quattro anni. Suo padre era morto colpito da un infarto nel sonno, si era allontanato dalle loro vite senza fare rumore. E lui e la madre avevano continuato il menage familiare quasi come se niente fosse. Ogni tanto gli chiedeva cosa aspettasse a trovarsi una fidanzata, a prendere moglie, aveva ormai trentaquattro anni. Ma era più per dire che altro. Non ci pensava nemmeno che Giorgio potesse abbandonarla, lì sola in quella casa dove vivevano da sempre.
Ci tornò. Quasi ogni giorno partiva un’ora in anticipo da casa e prima di andare al giornale si fermava nel quartiere dove presumeva la giovane lavorasse. Cercò locali notturni, discoteche, night-club… immaginava che con quell’abbigliamento potesse essere l’unica spiegazione. Era una zona residenziale, non riuscì a scovarne nemmeno uno; solo un piccolo e squallido bar e qualche negozio.
Era l’ultimo del mese ed era un venerdì il giorno che è successo. Giorgio aveva dovuto prendersi una giornata di permesso: per via delle regole decise dalla nuova proprietà, le ferie e i permessi andavano esauriti nel corso dell’anno, non venivano più pagati. Si è alzato tardi al mattino, la notte non riesce comunque a dormire nei giorni in cui è di festa. Sua madre gli ha lasciato la colazione pronta, la macchina del caffè già pronta sul fornello da accendere. Quando è uscito, le campane della chiesa stavano suonando il mezzogiorno. Ha preso il bus e diversamente dal solito alla seconda fermata è sceso, d’impulso. Si è incamminato nella stessa direzione dove ogni notte aveva visto allontanarsi la ragazza. Quando l’ha vista era ormai mezz’ora che si aggirava nel quartiere e già alcuni passanti lo avevano notato. Si era sentito i loro occhi addosso, aveva visto senza ombra di dubbio un’anziana signora ammiccare al marito nella sua direzione, come a chiedergli chi fosse e cosa ci facesse uno sconosciuto in quella zona. Senza ombra di dubbio.
La ragazza aveva delle borse della spesa e dovevano essere pesanti perché, prima di aprire il portone di casa, ha dovuto posarle a terra. È forse per quello che non lo ha richiuso dietro di se. L’ha vista salire le quattro rampe di scale, indossava dei jeans e scarpe basse sportive anche se pure quelle leggere, di tela. Forse che lei di venerdì… Ha sentito schiavacciare. Dopo due minuti era fuori dalla porta, nella penombra. Lei ha sentito il campanello…
Lo hanno trovato alla fermata mentre aspettava l’autobus, sbadigliando. Alla centrale gli hanno detto che l’ha fatto altre volte e lo proveranno. Anche la madre ne è al corrente adesso, hanno interrogato anche lei. L’avvocato gli ha suggerito di stare tranquillo, è stato un raptus, non era in lui.
Non sarebbe mai riuscito ad affondare una lama. Quel collo, quella pelle sottile… ha usato le mani. Lei urlava. Lui stringeva, stringeva. Poi basta. Lei ha smesso.
“Volevo sapere solo il suo nome” ha detto sbadigliando.

Matteo Calderara

di Matteo Calderara

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Giorgio sentiva dentro di sé che quella era la donna della sua vita, ma la timidezza che lo attanagliava non gli permetteva di prendere nessuna iniziativa. In effetti, più che timido, con le donne era davvero impedito.
La sua goffaggine si era perfezionata nel corso del tempo, fin da bambino, aveva collezionato una serie di vere e proprie figuracce , che non avevano fatto altro che renderlo sempre più insicuro e impacciato. Il suo primo grande amore risaliva alla prima elementare, lei si chiamava Sara e quando lui, prendendo il coraggio a 4 mani, con il cuore che gli andava a mille, madido di sudore, dopo aver bevuto 3 succhi di frutta per farsi coraggio, le disse “tu mi piaci” per la fortissima emozione non riuscì a trattenere la pipì e si ritrovò in un piccolo laghetto con davanti la sua adorata Sara che, con il sadismo che contraddistingue i bambini di quell’età, cominciò a prenderlo in giro richiamando l’attenzione di tutti i suoi compagni di classe che da quel giorno lo soprannominarono “TU MI PIPI’ACI”.
Alle scuole medie conobbe il secondo grande amore: Giusi. Giusi era una ragazza di 13 anni che ne dimostrava almeno 20, aveva già un corpo da adulta con un seno che risvegliava in lui nuove e intense sensazioni, sensazioni talmente forti che Giorgio, tutte le volte che le parlava, non riusciva a togliere lo sguardo da lì, quando finalmente trovò la forza dentro di sé, le chiese se per caso, in via del tutto eccezionale, se non aveva impegni, con comodo, avesse mai potuto prendere in considerazione la pur remota ipotesi di andare con lui un pomeriggio a sua scelta, a prendere un gelato, ovviamente pronunciò tutta questa frase con lo sguardo fisso sul seno. Giusi non si scompose più di tanto e gli rispose “verrò a prendere un gelato con te, solo se mi sai dire di che colore sono i miei occhi” , fu in quel momento che lui si rese conto che in tutti quei mesi non l’aveva mai guardata attentamente in viso e la risposta, maledizione!, proprio non la sapeva. Provò a concentrarsi, ma l’unica cosa che gli appariva davanti era solo ed esclusivamente quel seno, alla fine, con un filo di voce disse “rosa?” , lei si girò e se ne andò dicendogli “pervertito!”.
Negli anni a seguire fu un susseguirsi di fallimenti: Lisa la vegetariana che al primo appuntamento portò a cena in una steack house, poi Vittoria l’animalista alla quale investì il cane sotto casa, Rachele l’attivista alla quale Giorgio si presentò con maglietta di Che Guevara, peccato che lei fosse un’attivista di estrema destra. Quella sera, sull’autobus, Giorgio si sarebbe giocato tutto, aveva preparato minuziosamente ogni dettaglio in quei mesi, sapeva che lei aveva gli occhi azzurri, che probabilmente era di sinistra, mangiava di tutto, amava gli animali, inoltre, per sicurezza, non toccava liquidi da almeno 8 ore. Si alzò dal sedile la raggiunse vicino all’uscita e le chiese “scusa, posso sapere il tuo nome?” lei lo guardò con aria interrogativa e rispose “Sorry I’m english, I don’t speack italian”, poi scese e lo lasciò lì in piedi sull’autobus incapace di proferire parola.

Mauro Gnugnoli

Vestita come un pomeriggio di maggio.
di Mauro Gnugnoli

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell’anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l’autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull’autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell’anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall’autista. La guardò scendere dall’autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell’arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Quel lunedì mattina decise però di seguirla, tanto non aveva niente da fare a casa se non dormire fino a pomeriggio inoltrato. La solita vita, un gatto da sfamare, un pasto consumato solo, quasi sempre freddo ed un telegiornale, tanto per non perdere il contatto con il mondo poi, il solito passaggio al bar per la birra prima di tornare in servizio al giornale. Ma quella notte decise che era ora di dare una scossa alla sua vita.
Anticipò l’uscita dal lavoro e a piedi raggiunse la fermata dell’autobus dove era solita salire la ragazza. Passeggiò attorno all’isolato alla ricerca di improbabili indizi e complici i vari polizieschi che divorava nei momenti liberi cercò di imprimersi nella mente ogni minimo dettaglio della zona.
Tornò alla fermata ed aspettò nella penombra, lontano dai coni di luce dei lampioni, come un assassino in attesa della sua preda.
La ragazza comparve all’improvviso come sbucata dal nulla. Camminava rasentando i muri e le saracinesche abbassate dei negozi. Una cappa lattiginosa di nebbia e smog stava calando come un sudario sulla città e non si accorse della figura nascosta nell’oscurità in attesa.
Giorgio la seguì sull’autobus e senza farsi notare sedette qualche poltrona dietro a lei. Un insano voyeurismo lo spinse ad avvicinarsi per cercare di carpire il segreto che avvolgeva quella donna vestita come in un pomeriggio di maggio, ai suoi occhi bellissima.
“Perché mi stai seguendo?” disse la ragazza voltandosi di scatto incrociando lo sguardo di Giorgio che, impreparato da quella domanda a bruciapelo, si irrigidì.
“Allora? Ti ho chiesto perché mi stai seguendo?” continuò sempre più severa.
Il volto dell’uomo parve incendiarsi.
“Ma, veramente io sto andando a casa come faccio tutte le notti e…”
“E… un cazzo. Perché questa sera mi aspettavi nascosto dietro a quel lampione?”
Impossibile dare una risposta razionale a quella domanda se non un semplice.
“Volevo conoscerti” disse a bassa voce vergognandosi. Non aveva mai avuto il coraggio di rivolgersi così ad una donna.
“Ma per favore” troncò il discorso senza degnarlo più di uno sguardo.
Alla fermata la ragazza scese e Giorgio la guardò attraverso il finestrino, sporco e graffiato, allontanarsi inghiottita dalla nebbia.
Non si addormentò, come gli succedeva sempre dopo una dura giornata di lavoro, continuava a pensare a quel viso dai lineamenti delicati che neanche la crudezza del breve dialogo aveva cancellato.
La notte successiva si era seduto in fondo all’autobus, sperando di rivederla.
Alla fermata lei era lì, sempre con la solita camicetta, la gonna a fiori ed i sandali ai piedi, la vide strofinarsi con energia le braccia intirizzite dal freddo alla ricerca di un po’ di calore in quella fredda notte d’inverno. Salì e si accomodò davanti a lui. Non smise un attimo di massaggiarsi le braccia e la pelle d’oca la diceva lunga sul suo stato.
Giorgio aprì la sacca che si era portato da casa ed estrasse una pesante giacca di lana che posò con cura sulle spalle della ragazza.
Lei non disse nulla, strinse a sé l’indumento e si accovacciò sul sedile raccogliendo sotto di se le gambe.
Alla sua fermata la donna non scese, ancora un paio e sarebbe arrivata quella di Giorgio. Con imbarazzo le chiese di seguirla e, con grande sorpresa, lei accettò.
“Non far caso al disordine” cercò di scusarsi appena entrati “ non sono abituato a ricevere visite.”
Nel più totale silenzio la donna gettò la borsetta a terra e individuato il letto, vi si buttò sopra rannicchiandosi sotto la giacca di lana. Giorgio andò in cucina a preparare qualcosa di caldo da bere, ma quando tornò in camera il respiro regolare della donna non lasciava dubbi, si era addormentata.
Prese una coperta, e si sdraiò al suo fianco. La guardò rapito dalla bellezza di quel volto incorniciato da una folta chioma corvina. Gli accarezzò i capelli con fare delicato, lei aprì gli occhi e nello spazio di un attimo le loro bocche si unirono in un lungo bacio, preludio di una lunga notte d’amore.
Una lama di luce, passata attraverso la persiana socchiusa, lo centrò all’altezza degli occhi destandolo. Si guardò attorno ma della ragazza non v’era più traccia, solo la sagoma del suo corpo era rimasta impressa sulle coperte. In compenso un forte odore di caffè riempiva la stanza. Si alzò carico di speranza e corse in cucina trovandola vuota, solo una caffettiera ancora calda ma della donna nessuna traccia. Tornò a letto deluso e con fatica si riaddormentò.
Non la vide più salire su quell’autobus, rimase per sempre con il ricordo di quella notte passata con la ragazza vestita come in un pomeriggio di maggio.

Paolo Scozzafava

di Paolo Scozzafava

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell’anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l’autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull’autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell’anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall’autista. La guardò scendere dall’autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell’arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

(…) A questo punto del racconto, ho l'esigenza di parlati in prima persona, perché ciò che successe dopo, vorrei raccontartelo come se tu fossi un mio amico. Quel Giorgio ero io, ed ogni mattina osservavo quella strana ragazza sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo. Osservavo ormai da tempo ogni suo gesto, battito di ciglio quasi meccanico, finché un giorno, non decisi di scendere alla sua stessa fermata. La seguivo come un ombra lontana; Camminava con lento incedere, come se non avesse fretta, scese le scalinate che conducono nel sottoponte del fiume, si accese una sigaretta e si adagiò su un sasso.... come se mi aspettasse. Tutto ciò per me era surreale, lei vestita come di piuma, in quel freddo invernale.
Mi disse: “ti stavo aspettando!”. Rimasi basito.
Poi, mi si ruppero le parole in gola:“Non hai freddo? Hai qualche problema?”.
Mi freddò esclamando: “Siete voi che avete dei problemi!”.
Aggrottando le ciglia: “noi? Noi chi?”
Di gitto rilanciò: “voi giornalisti, scrittori, opinionisti”.
Rimasi stupito come un pastore durante la notte di Natale… “che tipo di problemi?”.
Mi aggiunse: “Problemi con la realtà”.
“In che senso!?”
risposi ancor più stupefatto.
“Leggo ogni giorno i vostri giornali, le vostre opinioni, e le vostre notizie artefatte, ma non sapete più distinguere la realtà, e te torni ogni mattina a casa con l'autobus alle cinque, stanco di parole, senza aver scritto nulla sulla realtà nel tuo giornale”.
Risposi risoluto: “Io, ogni giorno riporto i fatti della realtà piuttosto sei tu irreale, vestita cosi leggera in questo freddo pungente”.
Irruppe: “Voi scrittori, giornalisti, scrivete bla bla di editoriali, scrivete saggi, scrivete romanzi, partecipate ai concorsi notturni, ma bla bla, non scrivete nulla sulla realtà”.
Questa volta ero in attrito e presi a dirle: “Ma come ti permetti! Chi sei tu per dire queste cose, hai una laurea!?”.
Mi rispose con voce lenta: “Io sono un essere irreale, sono venuto a voi per farvi una rivelazione, avete sempre scritto sulla realtà dando per scontato che questa fosse reale. Avete forzato la realtà a divenire reale!”
Rimasi un po a riflettere e le risposi: “Cosa vorresti dire, non è pensabile che la realtà non esista!”.
Mi rispose: “Siete cosi immersi nel reale che non cercate più di capire se è reale. Scrivendo notizie e romanzi, avete cosi falsificato ancora di più il falso, alla falsità non avete opposto la verità, ma al falso il più falso del falso, cosi da renderlo ancora più credibilmente vero”.
Ero sempre più preso da quell'essere strano, da una parte diceva cose, che se anche non capivo, sembrano avessero un senso profondo; Come se mi volesse far leccare il miele sulle spine: “non ti comprendo!”, mi limitai a dirle pacatamente.
Mi rispose: “Da una parte è normale, ti sto rivelando cose che verranno capite nel prossimo secolo e che furono intese nella notte dei tempi. Non vi siete accorti che avete finito gli argomenti, avete scritto su tutto, cambiano i nomi e le situazioni, ma tutto è stato realizzato e voi non ne vedete più il senso, avete semplicemente superato la fine e non riuscite a superare la fine, perché scrivete ancora sperando in una continuazione della realtà, invece siete nella ripetizione, non trovate la fine e allo stesso tempo l'avete superata. Vi siete raccontati già tutto mille volte, avete perfino re-inventato la storia a vostro piacimento, imbiancando qua e la, in relazione al vostro credo di oggi. Eppure vi radunate in concorsi di scrittura a scrivere su qualcosa!? Tu ogni ogni giorno torni a casa alle 5 di mattina dopo aver stampato fatti già accaduti senza novità. Quello che scrivete, pre-esiste a se stesso, e presenta fin dal principio la sua conclusione, non vi resta che simulare; Vi serve l'illusione di scrivere cose nuove, come se fossero rivelazioni, come se fossero idee vostre, persino pure fantasie vostre, persino l'illusione e la credenza di averle pensate per primi voi quelle idee. Non v'accorgete che avete ricevuto le parole già cariche di significati, i fatti già carichi di interpretazioni. Scrivete per dare cause ed effetti ad ogni cosa, ma il senso del senso vi sfugge, poiché tutto ciò su cui scrivete è irreale”.
Risposi che in un certo qual modo, avessi già presente il tema della realtà, e ricordo che era uno di quei temi che mi avevano sempre affascinato durante il liceo; Da sempre, poeti e filosofi si sono posti la questione. Platone, nella sua “Repubblica” affermava che la nostra comprensione del mondo reale è imperfetta. Ciò che comprendiamo, è solo l'ombra, l'immagine della realtà.
Mi guardò con una strana luce e mi rispose: “ecco il punto, voi siete bravi scrittori dell'irreale, dell'immagine, anche il racconto più fedele alla realtà, è sempre un racconto dell'irreale, e voi avete scritto su tutto, e più avete dettagliato sulla realtà più l'avete falsificata, perché avete creduto che le vostre descrizioni quanto più fossero dettagliate, tanto più fossero fedeli al reale. Pensate perfino di scrivere romanzi nuovi, emozioni mai descritte da alcun poeta o romanziere, quando già da solo - Shakespeare - aveva scritto tutto sulle vicende umane; Cosa avete da dire di nuovo o di vero? Qualcuno pensa di aver vinto il premio Strega con un nuovo romanzo d'amore, ma se rileggete la storia di Euridice, Giulietta, Paolo e Francesca, Beatrice, Venere, Cleopatra, avreste il coraggio poi di venire a dirci se avete scritto qualcosa di nuovo, qualche nuova emozione umana!?"
“Questa è una bella provocazione!”,
risposi “è vero, c’è chi ha pronta la frase, chi ha pronti i discorsi, e si vince un premio spesso solo se le frasi sono in enfasi e si fanno altisonanti di sintassi. Sui giornali scrivo in fondo sempre le stesse notizie, uomo ammazza moglie per gelosia, funerali del papa, elezioni del papa, cade un governo, le tasse rimangono, si fa un nuovo governo, le tasse restano. Più volte mi sono chiesto se tutto ciò fosse una fiction o la realtà. Ma cosa è reale”.
Lei soggiunse con voce fulminea: “Camminate nel clangore di attori che recitano attori, fra coloro che si occupano di cose già morte, fra portatori sani di idee altrui, fra coloro che ripetevano persino le stesse battute umoristiche, persino lo stesso tipo di spiritualità, persino calcolate al minimo dettaglio cose che devono sorprendervi, persino avete imparato ad imitare tutti le stesse passioni senza provarle, simulacri di simulacri. Amate le questioni di principio di principi bell’e fatti, persino nei salotti culturali sento citare gli stessi autori, stesti testi di riferimento. Per molti, ancora prima di toccare la trentina, molte delle loro opinioni sono già formate, e non faranno altro che ruminarle. Si capovolgono clessidre, si ricaricano carillon, si mettono matrioske dentro scatole cinesi, e tu fai il bello con la tintarella o il tuo nuovo romanzo inedito scrivendolo rubando idee qua e la, oggi è questa la novità?"

Patrizia Maestrale

di Patrizia Maestrale

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.
Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava
sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.
Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus.
In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo.
Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno.
Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima
della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.
La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e
scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Giorgio pensò che l'unico modo per indurla a svelarsi sarebbe stato parlarle. Ma come fare poi col suo immaginario? Dopo tutte quelle parole dette riferite riportate refuse stampate, quei caratteri ora più grandi o incurvati, allineati a formare sensi compiuti, logici, giochi geometrici di
sillabe da incastonare, dopo tutto quello scorrere di episodi di asserzioni, di cifre, interviste con foto, cani e famiglie e pubblicità, dopo tutto quello che stava racchiuso in quelle pagine, ora che tutto quello era stato creato e ricomposto di bel nuovo nuovamente nero su bianco con sfondi e riquadri,
insieme alle previsioni del tempo, ecco ora il desiderio di Giorgio era solo quello di stare seduto e di immaginarla, con i sensi.
Chissà come sarebbe stata la sua voce! Forse zuccherina, capace di toni bassi, arrendevoli quanto basta per rassicurare, lei sarebbe salita lì anche le sere a venire. C'era qualcosa di composta grazia e riserbo in lei. Ecco sì,
era per via delle mani piccole e affusolate. Le teneva in grembo, come se riposassero. Chissà come avrebbero stretto la tazza del caffè, come avrebbero preso le ginocchia verso il petto, avrebbero girato curiose le pagine del suo giornale, si sarebbero fermate sulla bocca sottile in una smorfia di compiacimento della lettura o indaffarate in un andirivieni
dagli oggetti della cucina e dall'acqua, nella tranquillità della cena, sapienti nello scegliere ridurre e riempire ciò che poi si gusta, per ritornare asciutte e bianche dentro la sua fantasia.
Giorgio si concentrò. Sopra il foulard, il naso sembrava si muovesse ai fremiti dell'aria, ora si appoggiava verso le guance gelatinose, ora si raddrizzava forse in preda a uno starnuto imminente, per tornare ad allargarsi tenue in uno spasmo di sopraggiunta stanchezza notturna.
Giorgio capì che avrebbe dovuto andarle vicino, almeno per sentire il suo profumo, quanto basta per riconoscerla in mezzo alla folla, di giorno, per seguire quell'odore come un segnale se lei non avesse preso più l'autobus.
La sera appresso proseguì a piedi oltre il suo punto consueto. Nei pressi della terza fermata si apriva un vicolo in discesa. Un gatto cercava resti tra bucce di arance, lattine di birra. Il passo piccolo di lei dondolava nella
notte. La sua sagoma ancora indistinguibile si muoveva davanti all'insegna di un locale dai riverberi verdastri nell'aria fredda. “Irina Pianobar”.
Che cosa strana, cercano Giorgio a quest'ora della notte sul numero del giornale. La voce attesa scorre, ride imbarazzata e si compunta triste in una domanda: “Perchè sei venuto al locale?” Ora anche la voce di Giorgio
rimbalza su quella di Irina. Un incontro come a un richiamo. Lei si fa supplicante: “Ho letto il tuo racconto a puntate. I venerdì mi ritrovo in un'altra parte del mondo. La via che mi ci porta è a due fermate dalla tua discesa. Se immagini quel posto, immagina la terra di sabbia, il sole accecante e asciutto e le donne vestite variopinte, mercati con banchetti
ricchi di frutta, altre strade altra città altri ponti altre case.”

Simona Marani

di Simona Marani

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino. Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno. Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri. La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

In un bellissimo martedì d’inverno, con il sole che splendeva in cielo Giorgio rivide la bellissima ragazza seduta alla fermata dell’autobus. Non gli sembrava vero vederla di giorno, ma era proprio lei: i raggi di quel sole splendente le illuminavano il viso e il freddo gelido le imporporava le guance. Era bellissima ed era bellissima l’aura che ella sprigionava. Giorgio provò una fitta fortissima allo stomaco e guardandola si diresse verso quella meravigliosa creatura e con dolcezza le chiese come si chiamava. La ragazza lo guardò e con voce forte e decisa gli rispose: -Sara io mi chiamo Sara-. Giorgio la riguardò e con un filo di voce le disse: -Così vestita avrai freddo?-. Lei non rispose e continuò dondolare le gambe come fanno i bambini. Giorgio prese coraggio, si sfilò la giacca a vento e gliela posò sopra le spalle. Sara guardandolo gli disse: -No grazie, se no loro non mi noteranno-. Ma chi erano “loro” e perché la dovevano notare? Giorgio non capiva, gli passavano per la mente troppi pensieri, voleva assolutamente saperne di più e con voce interrotta le chiese: -ma chi ti deve notare e perché?-. Lei lo guardò con i suoi bellissimi occhi, poi li abbassò e con un filo di tristezza gli rispose: -La mia mamma e il mio papà...-. Giorgio continuava a non capire e ancora prima di potergli fare un’altra domanda Sara iniziò a parlare: -Sai avevo appena cinque anni, mi trovavo nella casa in campagna di mia nonna. Era un bellissimo giorno di maggio e la mia mamma mi aveva vestito come una principessa ed io ero felicissima quando all’improvviso due donne entrarono in casa. La nonna gridava, io non capivo, avevo paura e all’improvviso una delle due mi afferrò per la mano e mi trascinò in macchina. Non ragionavo, ero confusa piangevo, volevo solamente trovarmi tre le braccia di mia madre ma non fu così. Mi dicevano di stare zitta mi picchiavano e poche ore dopo mi ritrovai in un orrendo istituto con tanti altri bambini spaventati e li capì che era la fine era la fine di tutto e che la mia mamma e il mio papà non sarebbero più venuti da me. Mi feci forza e nonostante i vari maltrattamenti riuscì ad essere adottata da una famiglia. Per tanto tempo mi sono chiesta il perché, il perché di tutto quel dolore. Forse avevo fatto la cattiva, forse i miei genitori non mi volevano bene o forse erano morti? Ma io non ho mai perso la speranza: quasi tutti i giorni vengo qua vestita come quel maledetto giorno di venerdì, e guardo il volto di tutti per vederne il volto dei miei genitori e forse chissà se la mia mamma vedendomi vestita così mi riconoscesse?-. Giorgio aveva le lacrime agli occhi la guardava ma non si dava pace per quel dolore così profondo che provava Sara, la girò, l’abbraccio’ e le disse: -Ora non sei più sola nella tua ricerca. Ti aiuterò io, ti proteggerò e se non dovesse succedere di trovarli non preoccuparti, pensa sempre che hai trovato un amico. Sara stringeva Giorgio e non si sarebbe mai più staccata da lui. Era troppo bello sentirsi un’altra volta voluta bene.