"Vajont" di Stefano Chiarato

Valtellina. Luglio 1987. La valle è devastata da un’alluvione; il giorno 28 dello stesso mese, una frana di notevoli dimensioni (45 milioni di metri cubi) si stacca dal Pizzo Coppetto e seppellisce l’abitato di Sant’Antonio Morignone. L’evento ebbe un notevole impatto mediatico; per giorni la notizia tenne banco in tutti i telegiornali e rubriche televisive. Ancora oggi quella frana è ben visibile; la montagna è completamente sventrata. Vederla fa un’impressione tremenda.
Se questa fa un’impressione tremenda, che effetto doveva fare quella che la sera del 9 ottobre 1963, si staccò dal monte Toc nel Vajont e che era ben sei volte più grande? 260 milioni di metri cubi di materiale precipitarono nel lago artificiale sollevando un’onda che scavalcò la diga e spazzò via in un attimo la cittadina di Longarone provocando duemila morti.
I mezzi di comunicazione del tempo, ad eccezione di pochi, si affrettarono a definire l’accaduto come un evento imprevedibile di madre natura

Ma quella del Vajont è una storia sporca, iniziata negli anni venti del XX secolo, quando la valle della regione cadorina, tra Veneto e Friuli, viene individuata dalla SADE (Società Adriatica Di Elettricità), come luogo idoneo alla costruzione di una grande diga. Un progetto approvato in piena guerra mondiale e civile, senza numero legale e perciò non valido. Lavori che iniziano senza autorizzazioni. Espropri eseguiti anche con la forza. Geologi (che brutte creature i geologi, sempre pronti a mettere il bastone tra le ruote ai portatori di progresso!) che evidenziano nelle loro relazioni la presenza di una grande frana sulle pendici del monte Toc: una lunghezza superiore ai due chilometri, un’altezza di centinaia di metri e una profondità imprecisabile.. Abitanti dei paesi della valle, Erto e Casso con le loro frazioni, che non ottengono spiegazioni su ciò che accade, l’unica che dà loro ascolto è una corrispondente locale dell’Unità; giornalista e giornale vengono denunciati dalla SADE per pubblicazione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, ma assolti per le evidenti prove e testimonianze presentate ( nel frattempo una parte della frana è caduta). Una Commissione di collaudo del Ministero dei Lavori Pubblici che si fa scarrozzare dai negozi di Cortina ai ristoranti di Venezia e ritorna a Roma senza avere visto niente dei lavori della diga e del Vajont, ma con relazioni che la SADE stessa le mette in mano. La SADE è uno stato nello stato. La frana c’è, nessuno sa come e quando cadrà, ma è certo che cadrà, perché viene anche commissionato un modellino della frana da sperimentare in laboratorio; si pensa anche a farla cadere in maniera controllata. Tutto ciò è tenuto nascosto agli abitanti e all’opinione pubblica.

Quando inizia il collaudo, con gli invasi e gli svasi, la frana si mette in movimento. Iniziano a sentirsi boati tremendi, scosse sismiche sempre più frequenti di cui viene tenuto nascosto l’epicentro e l’intensità della scossa. Le acque del lago assumono colorazioni innaturali. Sul monte Toc compare una fessura, ben visibile a vista d’occhio, lunga oltre due chilometri. Gli alberi del bosco sono tutti inclinati verso il basso.
La SADE ha fretta di arrivare al collaudo finale; le società di energia elettrica stanno per essere nazionalizzate. Arriva l’ENEL. Lo Stato, dopo avere in buona parte finanziato l’opera, la paga per la seconda volta. E acquista il manufatto come impianto funzionante.
Il 9 ottobre 1963 la frana si muove a vista d’occhio. Alle 22,39 con un boato assordante la frana si stacca dal monte Toc e precipita nel lago, le cui acque erano vicine alla quota massima, sollevando un’onda alta centinaia di metri: da una parte inghiotte le frazioni di Casso ed Erto provocando quattrocento morti, Casso è investita dai detriti, ma si salva, l’onda sbatte da una parte all’altra della montagna e arriva a lambire le porte delle case di Erto. Dall’altra parte l’onda scavalca la diga, che rimane intatta, e precipita come una bomba atomica sulle case degli ignari abitanti di Longarone, molti dei quali sono riuniti nei bar ad assistere, alla televisione ,ad una importante partita di calcio. Di Longarone si salva il municipio e poche case, il resto è una desolante distesa di ghiaia, sassi e fango dall’aspetto lunare. L’onda dopo essersi schiantata su Longarone, da una parte ha risalito il letto del Piave, dall’altra è scesa rapida verso la laguna con una piena alta dodici metri.
Duemila morti. Ma sono solo mille le bare con qualcosa dentro.
L’indomani tutta la stampa riportava la notizia della sciagura evidenziando l’imprevedibilità della catastrofe dovuta ad un fatto del tutto naturale. Tutta la stampa, tranne l’Unita, che era stato l’unico giornale a denunciarne la prevedibilità e che ora ne rivendicava l’avvertimento additando responsabilità alla SADE e allo Stato. Per questo fu tacciata di sciacallaggio, come fece anche quello che è considerato un maestro del giornalismo, Indro Montanelli, dalle pagine della Domenica del Corriere.
Il Vajont è stato uno scandalo, una pagina triste che per questo non è stato consegnato alla storia.
E’ una storia di quasi cinquanta anni fa. E’ acqua passata, ormai. E quella del Vajont è passata tutta in una volta sulle case di Longarone e dentro al Piave.

Quello dell’acqua è un ciclo continuo che si ripete all’infinito: nuvole, pioggia, fiumi, mare,vapore, ecc. ecc. Ma non è l’unico ciclo a ripetersi. Fallito il progetto della diga più alta del mondo, ecco il progetto del ponte a campata unica più lungo del mondo: il ponte sullo Stretto di Messina. Gli elementi a disposizione sono gli stessi: politici faccendieri e politica marcia; espropri più o meno forzosi; comitati di cittadini che difendono le proprie terre e l’ambiente; territorio altamente instabile; geologi che metteranno inutilmente il bastoni tra le ruote ai portatori di progresso; colate di cemento; fiumi di denaro più o meno pubblico… non ci resta che dire come disse l’ing. Alberico Biadene della SADE, quando la frana del Toc era ormai inarrestabile: “Che Iddio ce la mandi buona!”
E’ così per tutte le grandi opere: espropri, comitati di difesa, cemento, denaro… per costruire autostrade i cui svincoli e gallerie si allagano al primo acquazzone, ponti che vanno in crisi e cedono sotto la spinta di una normalissima piena; ospedali e scuole di recente costruzione che si sbriciolano alla prima scossa di terremoto. Geologi che si affannano a ripetere dopo ogni sciagura, perché è successo e cosa fare perché non succeda più, e le istituzioni a dire va bene. Faremo. Anche questo è un ciclo che si ripete.
Il professor Giorgio Dal Piaz, che stilò la prima relazione geologica del Vajont, disse che il progetto gli faceva tremare le vene e i polsi, ma si è andati avanti ugualmente, per il proprio profitto, facendolo passare per bene comune. La catastrofe del Vajont doveva essere un monito perché in futuro non si verificassero più simili tragedie.
Vajont, la diga più alta del mondo: 266,60 metri.
Vajont, la seconda frana più grande mai caduta sulla Terra: 260 milioni di metri cubi.
Vajont, duemila morti che non vogliono e non devono essere morti invano.
Vajont, la diga intatta: monumento alla costruzione della catastrofe.

La tragedia del Vajont ha visto scorrere ettolitri di inchiostro sulle pagine di carta, dando origine a una vasta serie di libri. Si va dai trattati di geologia ai saggi. Ma anche narrativa, ha ispirato, ad esempio Carlo Sgorlon che ne ha ambientato un romanzo, L’ultima valle; in tempi più recenti ha ispirato la vena letteraria di Mauro Corona, il Vajont torna spesso sulle pagine dei suoi racconti raccontandone aspetti particolari vissuti sulla propria pelle e di come abbia influenzato la vita di tutti i giorni di gente comune. Ma soprattutto ha scritto Tina Merlin, la giornalista dell’Unità che denunciò ciò che stava accadendo. Il suo “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe.” Definisce l’accaduto un vero e proprio olocausto, ne fa una ricostruzione attenta e accurata. Ci sono i nomi dei politici che hanno avuto a che fare con la vicenda e che ciò nonostante sono rimasti nei ministeri fino alla fine degli anni settanta, mette in mostra come la giovane politica italiana dell’immediato dopoguerra fosse già marcescente. Ma ciò che colpisce di più non è tanto la portata dell’evento, ma il silenzio che ha ruotato intorno alla vicenda: se le cifre della diga e della frana fanno impressione, non di meno è stato il silenzio. Al di fuori della valle nessuno sapeva niente. Una valle chiusa e isolata come appare certe volte nei racconti di Mauro Corona. Ma anche la paura trova spazio nelle pagine del libro di Tina Merlin e lei la mette in risalto molto bene. Così come risalta altrettanto bene, dalle righe del suo libro, come la SADE si sia preoccupata di prendere misure di prevenzione a salvaguardia della diga e non della popolazione; la frana era evidente che sarebbe caduta, ma nessuno ha mai dato ordine di evacuazione. La giornalista è l’unica che si è occupata dei soprusi e delle paure che i valligiani hanno dovuto subire. La critica ha definito questo libro, un pugno nello stomaco. E lo è.
Il libro della Merlin ha ispirato l’arte teatrale di Marco Paolini, che sul finire degli anni novanta, ha portato sui palcoscenici di tutta Italia la sua orazione civile, Vajont 9 ottobre 1963; un monologo di quasi tre ore , con il pubblico in rispettoso silenzio e con gli occhi gonfi di lacrime, a pendere dalle labbra dell’artista.
Vajont, un pugno nello stomaco.

Stefano Chiarato
Muggiò 18.06.2009