Viaggio nel Continente Perduto - Racconto di avventura

La nostra prima volta con una storia a più mani: un racconto con capitoli scritti alternativamente da più autori.

Un'esperienza da provare, un racconto (speriamo buono) da leggere, una nuova avventura da vivere!

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 1

Un gruppo di turisti francesi è in vacanza in Brasile. La troupe è formata da due ragazze, Delphine e Mary, e tre ragazzi, Louis, Gabriel e Alex. Una mattina decidono di esplorare la foresta amazzonica e, una volta muniti di mappa e furgone, si avviano verso la selva. Il viaggio scorre velocemente grazie a battute e cantate, ma ad un certo punto il conducente, Louis, si ferma. Gabriel preoccupato disse: «Louis, perché ti sei fermato?»
«Guardate la mappa!» rispose Louis spaventato.
I ragazzi analizzandola si accorgono che sulla cartina manca qualcosa. Infatti la strada imbocca due vie diverse. I ragazzi, in panico, non sanno che cosa fare.

(Ruben Mosca, Monza, 10 gennaio 2007)

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 2

«Beh… ragazzi, lasciatemelo dire, ma questo è veramente un bel casino» disse Alex. «Secondo la cartina, qui, non ci dovrebbe essere nessuna deviazione, ma la strada proseguirebbe a nord-est» indicando, «la deviazione verso nord-ovest non è segnata».
«Beh, ma allora andiamo verso nord-est, no?» intervenne Delphine.
«Non so» la contraddisse Mary, «se hanno costruito un’altra strada ci sarà una ragione, no? Magari quella vecchia era inservibile».
I ragazzi allungarono il collo: la strada di nord-est serpeggiava a ridosso della foresta, quasi soffocata dalle piante che sembravano aggredirla da ogni lato, mentre quella di nord-ovest era bella, lunga e dritta, e ai suoi lati gli alberi erano stati tagliati per un buon tratto. Una superstrada in pieno sole.
«La cartina è dell’anno scorso» precisò Alex. «Quanta strada possono aver costruito in un solo anno? Non è che, percorrendola, ci troveremo bloccati in qualche cantiere?»
«Se fosse così, però, avrebbero sicuramente messo dei cartelli, o dei paletti per bloccare l’accesso». Gabriel era sempre il più ottimista. «Se non l’hanno fatto, vuol dire che è tutto a posto. Avanti, non perdiamo troppo tempo…»
«Sì, però chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova…» sbuffò Louis, avviando il motore e imboccando la strada di nord-ovest.
«E dài, di che cos’hai paura?» trillò Delphine, dandogli un buffetto su una guancia.
A differenza di quel che credevano, e quasi per dar ragione ai timori di Alex, dopo circa mezz’ora la strada – che all’inizio sembrava proseguire dritta all’infinito – si interruppe lasciando il posto a quello che a prima vista pareva proprio un cantiere: un vasto spiazzo fangoso dov’erano state costruite delle capanne di lamiera, un camion mezzo carico di terra, delle ruspe, un’escavatrice, una betoniera e vari attrezzi sparpagliati ovunque: mattoni, lastre di metallo, carriole, sacchetti di malta, martelli, cazzuole. Un silenzio irreale regnava tutt’intorno.
«E adesso, che si fa?» mormorò Alex. «Di qui non si passa certo!»
«Proviamo a chiedere a qualcuno» propose Gabriel. Si portò le mani a coppa alle labbra: «EHIII! C’È QUALCUNOOO?»
«…UNOOO» rispose l’eco. Lontano, risuonò il ruggito di qualche animale. Per il resto, il luogo sembrava abbandonato.
«Non capisco» disse Mary. «Non è domenica, non è festa, e comunque almeno un custode ci dovrebbe essere. Molto strano…»
Alex aprì la porta di un capanno: c’erano un rozzo tavolaccio di legno e delle panche. Sul tavolo, ad intervalli regolari, erano posate delle marmitte in stile militare e dei bicchieri di plastica. Una fiasca di vino, mezza vuota, troneggiava solitaria al centro. Nelle marmitte erano infilate delle posate e si notavano gli avanzi di una qualche poltiglia. A giudicare dalla puzza che emanava, doveva essere lì da un paio di giorni.
«Di là ci sono i dormitori» esclamò Gabriel, indicando un altro capanno. «È tutto in ordine, come se non fosse accaduto nulla».
«Questo è curioso» mormorò Alex. «Se ne sono andati via all’ora di pranzo, senza finir di mangiare e senza neppure far fagotto… ma perché? Perché?»
«Non lo so… e non lo voglio sapere». Mary si torceva le mani guardandosi ansiosamente intorno. «Ma questo posto mi dà i brividi… voglio tornare indietro!»
Gabriel si strinse nelle spalle. «D’accordo, a questo punto… tanto, di qui non si può proseguire».
Risalirono sul furgoncino. Louis inserì la chiave nell’accensione. «Siamo tutti pronti?» chiese.
«No, aspetta» lo bloccò Mary. «Manca Delphine!»
«Oh, Gesù!» sbottò Alex, gli occhi rivolti al cielo. «Ma perché quella non è mai dove dovrebbe essere?» Aprì la portiera e scese: «DELPHINE, MUOVITI; ALTRIMENTI CE NE ANDIAMO E TI LASCIAMO QUI. DELPHINE! DELPHINE! DELPHIIIIIINE!» urlò, con quanto fiato aveva nei polmoni.
Nulla. Nessuna risposta. Alex cominciò a tremare; anche gli altri erano scossi dai brividi.
C’era qualcosa di sbagliato, di profondamente sbagliato, in tutto quel silenzio: a differenza di quello che era successo la prima volta che avevano gridato, ora non si era sentita nessun'eco.

(Simone Valtorta, Desio, 14 aprile 2007)

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 3

Dov’era finita Delphine?
«Delphineeee!» fu l’unica cosa che si riuscì ad udire oltre al cinguettare dei volatili e al solito e rilassante rumore della natura, della vita che continua.
Alex balzò giù dall’automezzo della sua comitiva e andò spedito verso le case nei cantieri. Correva e il rumore dei suoi passi rimbombava in quel luogo ameno.
Devo trovarla! Non può essere scomparsa, non sono possibili queste cose! Evidentemente Alex non sapeva neppure da dove cominciare, era così nervoso che le mani iniziarono a tremare come in preda ad una strana malattia.
«Calmati Alex». La voce di Gabriel lo riportò alla realtà.
«Svampita com’è…si sarà di sicuro persa, ma la ritroveremo di sicuro» disse Mary cercando di calmare i compagni.
Mary era sempre ottimista e, nonostante fosse una donna, era lei a portare i pantaloni all’interno del gruppo. L’organizzazione, i consigli, i luoghi da visionare, lo zampino era il suo ed era irriconoscibile. Classe, gentilezza, sangue freddo e intelligenza; questa ragazza sembrava provenire dalla stirpe angelica.
Si scostò un ciuffo di frangetta dorata che le scendeva sul viso e riprese dicendo: «Ho appena incaricato Louis di controllare tutti gli appartamenti, io e Gabriel ispezioneremo la zona circostante, tu rimani qui. Se tornerà indietro prima a poi dovrà passare di qui. Ok?»
La risposta di Alex fu un debole sì. Intanto i due si addentrarono nella foresta.
Alex non seppe quanto tempo passò da quando una voce, la voce di Louis, diede sentenza.
«L’ho trovata» gridò Louis.
L’aveva cercata in tutti gli abitacoli e, quando aveva ormai perso la speranza, l’aveva ritrovata nell’ultimo con lo sguardo fisso rivolto al pavimento.
Mary e Gabriel li raggiunsero immediatamente ed entrarono di scatto nell’ultima casa, Alex li raggiunse dopo qualche minuto.
«Che cos’è successo, Delphine? Ti ha mangiato una pianta carnivora?» chiese Louis in modo canzonatorio.
«Guardate a terra».
Era pieno di cerbottane. Erano lunghe qualche decina di centimetri e l’estremità del loro legno era intrisa di un liquido verdastro. Mary si avvicinò e lo toccò. «È fresco, scappiamo finché siamo in tempo».
Il gruppo si avventò verso l’uscita, ma una sgradevole sorpresa li accolse. Il loro veicolo aveva le ruote bucate. Gli aghi d’acciaio conficcati nel caucciù facevano sembrare l’auto una roccia dalla quale pendevano e si slanciavano verso il cielo stalagmiti e stalattiti.

(Ruben Mosca, Monza, 15 dicembre 2007)

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 4

Capitolo 4

«E ora come ce ne andiamo da qui?» chiese Alex con la voce rotta dalla paura, guardando come era ridotto il loro furgone.
«Tranquillo, Alex!» gli disse con calma Mary.
Poi Mary si girò verso Delphine, la quale sembrava avere lo sguardo perso nel vuoto, bianca in volto, e le chiese piano: «Delphine, tutto bene?»
Lei guardò Mary e con un fil di voce disse: «Andiamo via, per favore».
Intervenne Gabriel e disse, quasi con rabbia, rivolgendosi anch’egli a Delphine: «Ma si può sapere che cosa ti è successo? Che ti è saltato in mente di entrare in quella baracca da sola?»
«No! Lasciamola tranquilla» disse con fermezza Mary.
Delphine si sentì di rispondere a quell’attacco portatole dall’amico e, distogliendo lo sguardo perso nel vuoto e rivolgendolo lentamente verso di lui, disse: «Avevo sentito una specie di musica, una melodia. Era come un richiamo e non ho potuto fare a meno di andare».
«Una musica? E come mai noi non l’abbiamo sentita?» incalzò allora Alex.
«E chi c’era là dentro? C’era qualcuno?» chiese allora Mary.
Ormai era un interrogatorio. Gli amici volevano sapere come erano andate le cose, che cosa avesse visto, trovato, e se c’era qualcuno che le avesse fatto del male, che cosa le avesse chiesto.
Poi Delphine riprese a raccontare e disse che mano a mano che si avvicinava a quella baracca la musica si faceva sempre più forte e una volta apertane la porta aveva visto due uomini, seminudi, di colore, indigeni della foresta con la faccia dipinta che stavano armeggiando su delle cerbottane. Le avevano fatto segno di stare ferma e quando si erano accorti che stava per gridare, uno dei due l’aveva bloccata e le aveva tappato con forza la bocca.
Le avevano detto qualcosa, probabilmente le avevano rivolto delle domande, ma lei non capiva.
Poi quando avevano sentito i richiami dei ragazzi che si stavano avvicinando, l’avevano lasciata e se ne erano andati velocemente facendole segno di tacere. Era seguita una pausa di silenzio rotta solo dal continuo mormorio della foresta.
Poi disse ancora Delphine: «Non mi sembravano poi cattivi. Sembrava volessero sapere qualcosa, ma io non capivo».
«Quindi non ti hanno fatto del male?» chiese Mary.
«No» rispose semplicemente Delphine.
«Bene. Abbiamo appurato che non siamo soli, che il nostro furgone è ko, qualcuno ha idea di come faremo ad andarcene da qui?» chiese Alex rivolgendosi a tutti gli altri.
«Beh! Io un’idea ce l’avrei!» disse Louis che intanto si era arrampicato su una ruspa situata a non molta distanza dal loro furgone e poi aggiunse: «Qui ci sono le chiavi e se questo…» Girò la chiave di accensione e la ruspa con uno sbuffo di fumo nero si mise in moto.
«Forza, tutti a bordo!» disse ancora.
«Fantastico! Sei grande, Louis!» gli disse Gabriel e stava già salendo.
Uno dopo l’altro salirono tutti e si strinsero a fianco e dietro a Louis che prese a guidare quel pachiderma traballante.
«Ma sei capace di guidare questo bestione?» gli chiese Mary.
«E che ci vuole!» rispose lui. Poi aggiunse: «Il problema è che non sarà molto veloce».
Avevano percorso poche decine di metri quando si trovarono di fronte uno schieramento di indigeni, armati di cerbottane, lance e archi con frecce appuntite, che sbarrava loro il passo.
«E adesso?» chiese Gabriel.
«Vagli addosso!» disse con cattiveria Alex, una cattiveria che non era solito avere, ma evidentemente era la paura che gliela imponeva.
«No!» disse con calma Delphine. Proprio lei che avrebbe dovuto essere la più spaventata e la più intenzionata ad andarsene alla svelta. «Sento di nuovo quella musica. È forte! Fermati!» e intanto si era portata le mani a protezione delle orecchie. «Fermati. Forse vogliono solo parlarci».
Louis non sapeva che cosa fare. Dare retta al suggerimento di Alex e proseguire sfondando quello sbarramento umano, o fermarsi come voleva invece Delphine? Doveva decidere in fretta.
(Stefano Chiarato, Monza, 5 gennaio 2008)

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 5

«Fermati» disse ancora Delphine, quasi implorando.
Louis sentiva il sudore scorrergli acido lungo le palme delle mani. Speronare quel muro di carne ossa tendini era pazzesco, fermarsi e farsi catturare era pazzesco…
Fu Delphine a decidere per lui. Con una mossa rapida e tanto improvvisa che nessuno ebbe il tempo di fermarla, la ragazza afferrò la chiave d’accensione, spense il motore, sfilò la chiave e la gettò lontano, oltre il sentiero.
«Ma sei pazza?» urlò Alex. Alzò una mano, come per colpirla, ma si trattenne: gli indigeni avevano circondato la ruspa e li guardavano con occhi severi, anche se non minacciosi. Le frecce erano incoccate nelle corde degli archi, però tenute basse.
«Mi spiace» disse Delphine, quasi un sospiro. «Sentivo che dovevo fare così».
Prima che Alex potesse ribattere qualcosa, un indio più corpulento degli altri si fece largo tra i cacciatori. Indicò il gruppo di ragazzi e, con un gesto perentorio dal significato inequivocabile, ordinò loro di scendere.
Tutti ubbidirono, timorosi e rassegnati. Gli indigeni li circondarono e si misero in cammino verso il cantiere.
«Chissà che cosa mangiano da queste parti? Carne umana fritta o lessa?» tentò di scherzare Louis.
Mary gli diede una gomitata: «E smettila di dire stupidaggini. Se ci avessero voluto fare del male avrebbero già agito, no?»
«Ma allora perché non ci lasciano andar via?» ribatté Alex.
Nessuno rispose. Solo Gabriel scoccò un’occhiata d’ammirazione verso Mary: era una vera virago, capace di mantenere la calma persino in un momento drammatico come quello. Lui stesso sentiva i tremiti percorrergli le gambe.
Quando furono di nuovo nello spiazzo del cantiere, gli indios si fermarono. I loro occhi si strinsero, i lineamenti s’indurirono, le corde degli archi vennero tese.
«Ahia» sussurrò Alex. Ma nessuno si volse contro di loro.
Un paio di uomini si fecero avanti, con due lunghi strumenti simili a flauti. Li portarono alla bocca.
All’inizio non si udì nulla, se non il consueto frusciare gracchiare chiurlare della foresta. Poi, si spanse all’intorno una sorta di nenia sottile, dal ritmo fluente e ipnotico, e man mano che la musica si alzava di tono tutti gli altri suoni si affievolivano e scomparivano, come risucchiati da quel vortice di note. Era un ritmo dal sapore arcano, che pareva scaturire dalle ere più remote, millenni di anni prima. I ragazzi si volsero verso Delphine e l’espressione del suo volto diede conferma alle loro mute domande: era quella la melodia che lei sola aveva udito pochi minuti prima.
Il flusso di note s’interruppe di colpo con una specie di stridío acuto. La foresta si riappropriò delle sue voci e gli indios assunsero pose meno tese e più rassicuranti. S’incamminarono per un sentiero mal segnato che s’inoltrava nella foresta e costrinsero i ragazzi a seguirli.
Mary si affiancò a Delphine, che appariva pallida e provata: «Va tutto bene?» sussurrò.
L’amica annuì: «Non vogliono farci del male. Quella musica…»
«Sembrava un rito magico» intervenne Gabriel, a bassa voce. «Era come se stessero evocando qualcosa…»
«…O cercando di allontanare qualcosa» precisò Delphine. «Stanno tentando di salvarci la vita!»
«Ah, sì? E tu come lo sai?» ringhiò Alex, a denti stretti.
«Io… non lo so. Lo sento. Ecco tutto».
Mary fissò il volto dell’amica e vi lesse la sincerità. E scoprì in quell’attimo, e la scoperta fu come il lampo notturno che fotografa per un istante il paesaggio circostante, scoprì in quell’attimo l’enorme divario che separava tutti loro da Delphine. Capì che il suo essere svampita non era stupidità, lei che avvertiva cose che nessuno di loro avvertiva, lei per cui le cortine del mondo soprasensibile si schiudevano, a tratti; lei che possedeva un dono raro e prezioso ma nessuno che le potesse insegnare a gestirlo.
«Delphine, da che cosa pensi che questi… indios… vogliano proteggerci?» le chiese Mary.
Ma lei già non l’ascoltava più, procedeva con passo regolare attraverso la foresta, gli occhi fissi su un mondo noto a lei sola.
A tratti, quando le chiome sfrangiate degli alberi si diradavano un poco, apparivano stagliati contro l’orizzonte gli altissimi tepui, le cui pareti verticali di nuda roccia parevano trarre inquietanti riverberi rossastri dagli ultimi sbadigli del sole, che declinava rapidamente per inabissarsi nello smeraldo della foresta, nel tiepido grembo della terra. E sulla volta sempre meno chiara del cielo cominciavano già ad occhieggiare le prime stelle.
(Simone Valtorta, Desio)

Viaggio nel continente perduto - Capitolo 6

di Paola Agutoli

All’alba ripresero il cammino,addentrandosi nella foresta. Erano preceduti da due guerrieri,che aggredivano la vegetazione inestricabile con i machete,liberando un piccolo tratto di terreno alla volta. Gli alberi non erano molto grossi ma molto alti,e questo creava anche a loro delle difficoltà. Procedevano fra cespugli,felci ,rami caduti e foglie in putrefazione,che rendevano faticoso camminare. Sembrava di stare in una sauna verde che emanava odore di morte. La foresta amazzonica non era il luogo adatto a cinque squattrinati studenti francesi abituati all’aria condizionata e alle comodità. Camminando cercavano di non pensare alle bestie immonde che popolavano la foresta e che avrebbero potuto decretare la loro fine:i coccodrilli,le rane velenose, le zanzare ,i terribili boa e i ragni giganti. Perciò si concentrarono solo sul loro obiettivo,seguire i guerrieri. In quell’oscurità era facile perdere il contatto con loro, e perdersi. E’ quello che successe a Louis,il naturalista del gruppo. Attardatosi ad ammirare un groppo d’orchidee viola rimase indietro,ad una decina di metri dagli altri. E non si accorse del pericolo mortale che lo aspettava. Dal quale gli indigeni avevano tentato di proteggerli suonando.
Il coccodrillo sonnecchiava sotto un ammasso di foglie putrefatte accanto alla carcassa semidivorata di un bradipo . Louis non l’aveva visto perché era nascosto dalla vegetazione. Era un maschio dalla coda mozza e la bocca irta di denti acuminati. Superava gli otto metri, un vero mostro. Le squame aguzze sul naso indicavano che aveva appena oltrepassato i dieci anni d'età,gli occhi globosi che era nel periodo degli amori, quando era più cattivo. Louis riuscì a non cadergli addosso aggrappandosi ad un ramo, mentre il rettile si destava con un grugnito sordo,terrificante,simile a quello di una cascata. Si era guardato attorno, mezzo addormentato, poi si era sollevato dall’ammasso di foglie , pronto per la lotta. Si era messo a scrutare di qua e di là, cercando chi l'avesse importunato. Stando sottovento non riusciva ancora a capirlo,ma non gli importava. Qualcuno aveva violato il suo territorio,e bastava. Lo schiocco sordo e sbuffante che emetteva ad ogni passo indicava quanto fosse arrabbiato. Per provocare il rivale aveva lanciato l'ululato più angosciante che il ragazzo avesse mai udito,un vero segnale di guerra. Scendeva lungo la spina dorsale come la mannaia del boia, paralizzando ogni muscolo,ogni fibra,ogni battito del cuore. Poi il vecchio maschio si era girato verso Louis,la rossa gola aperta a mostrare la bianca chiostra di denti. Erano lunghi quanto una mano, e su più file:una vera macchina tritaossa. Il giovane pensò di essere fritto. Il rettile stava dietro di lui,a pochi metri di distanza, e se avesse fatto un altro giro lo avrebbe visto. Anche i guerrieri ,prontamente accorsi assieme ai suoi amici, erano impotenti ad affrontare la sua minaccia. Le loro cerbottane e le loro lance nulla potevano contro la dura pelle del rettile. Uno provò con la melodia che aveva incantato Delphine,ma senza risultato. Per fortuna di Louis il coccodrillo ci vedeva poco,e nella penombra il giovane era praticamente invisibile. Non lo era però per fine odorato del rettile. Quanto quello era carente,tanto questo era abbondante. Finchè il vento fosse stato a favore del ragazzo lui sarebbe stato al sicuro,ma dopo? Sarebbe riuscito a sfuggirgli? Ne dubitava: quando volevano i coccodrilli potevano essere più veloci di un cavallo al passo. Avrebbe avuto le stesse possibilità di uno zoppo inseguito da un leone. La sua sola speranza era di nascondersi e sperare che il rettile si rimettesse a dormire,ma dove poteva farlo? Da un lato c'era il sentiero,dall’altro la foresta impenetrabile,in mezzo il coccodrillo. Che intanto si era messo a fiutare l'aria come i cani. Louis si rintanò dietro il cespuglio più vicino, sperando che il profumo dell'erba coprisse l'odore acre della sua paura. Si propagava a ondate come i cerchi nell'acqua,e sembrava dire:"Sono qui,sono qui…" Accidenti!
Il giovane si rannicchiò fra le frasche facendosi piccolo piccolo,ma non era facile. Era pur sempre un omone,e faceva fatica a nascondersi. Il coccodrillo,inoltre,aveva un naso capace di fiutare una preda ad un chilometro di distanza. Poi il vento era cambiato, spingendo l’odore di Louis verso il rettile. Era spacciato. Quanti secondi sarebbero passati prima che lo scoprisse? Quanto gli rimaneva da vivere?
Intanto quello girava,girava,come un cane a caccia. Le grosse zampe palmate affondavano nella vegetazione putrefatta come tronchi d'albero,facendolo avanzare a dispetto delle buche e delle radici. Ogni tanto alzava la testa per correggere la sua ricerca,poi ripartiva ,in cerchi sempre più stretti. Ormai era a cinque metri da Louis e si avvicinava. Pochi minuti e l’avrebbe trovato. Il giovane sentiva scorrere i secondi come le stille di sudore che gli scendevano lungo la schiena,come i battiti del cuore,come gli istanti che gli rimanevano. Ormai il coccodrillo era arrivato a tre metri. Sei miseri passi fra il ragazzo e la morte. Due metri…ormai vedeva le pupille lucenti,la membrana nittitante che chiudeva gli occhi globosi,i denti marci…Emanavano un tanfo pestilenziale che faceva vomitare . Louis aveva provato a scacciarlo colpendolo con un ramo,ma non gli aveva fatto nulla.
Un metro…
Una volta aveva sentito che le mandibole dei coccodrilli potevano spezzare anche le ossa più dure…Quanto avrebbe impiegato a divorarlo? Avrebbe sentito male? Cosa poteva fare per evitarlo? Nulla…Poteva solo pregare di morire alla svelta.
Il tempo sembrò fermarsi e assumere la consistenza impalpabile di un sogno. I secondi divennero ore,le ore secondi…Poi successe …

Il coccodrillo era grosso,vecchio e in calore,ma per fortuna sazio e colmo di sonno. L'odorato, inoltre,gli aveva rivelato che non aveva davanti un suo simile, ma un uomo,e per giunta grosso. E gli uomini,gli insegnava l'esperienza,non costituivano una minaccia per il suo territorio. Se li faceva arrabbiare, però, potevano diventare pericolosi. Un colpo di lancia ben assestato poteva metterlo nei guai e impedirgli di affrontare un eventuale rivale. Perciò aveva giudicato più prudente rimettersi a dormire e lasciar andare l'intruso. Con un grugnito sordo era tornato ad accucciarsi nella sua buca,sprofondando nelle foglie umide, e aveva lasciato tornare illeso dai suoi amici Louis.
Continuarono la marcia. Per quanto non avrebbero saputo dirlo,dato che gli orologi non funzionavano.
-Quanto avremo percorso,secondo voi?- domandò Mary.
- Otto o dieci chilometri,non di più. Ho contato i passi. Ma con tutte queste svolte non so più che direzione abbiamo preso.- Gabriel.
-Quanta acqua abbiamo?- Alex.
- Mezza borraccia a testa. Ma incomincia a puzzare!- Gabriel.
-Meglio quella che la nostra pipì,no?- Delphine.
Per una volta le diedero ragione. Il resto della mattinata fu composto da sudore,mal di gambe,piedi spelati, sete,rane arboricole,insetti,tarantole e serpenti. Ma erano così stanchi da non farci più caso. Ormai camminavano per inerzia, un passo dopo l’altro,cercando di non pensare a nulla se non di seguire i guerrieri e rimanere vivi. Louis indicò loro due enormi felci che sbarravano loro il cammino, prontamente tagliate a colpi di machete dai guerrieri:
-Vedete,sono maschio e femmina…-
- E tu come lo sai? Gli hai guardato sotto la gonna?- Gabriel.
Il naturalista gli mostrò dei pallini viola che abbellivano la parte inferiore della felce femmina.- Sono degli agglomerati di spore,che mancano …- girò una foglia dell’altra felce - nelle piante maschio.-
Arrivarono sulle rive di un fiumiciattolo. A gesti i guerrieri fecero loro capire di mettere i piedi dove li mettevano loro, o sarebbero sprofondati nelle acque putride. Ma Gabriel non lo fece,e con un grido sprofondò nell’acqua fetida ,maleodorante come un pezzo di carne andato a male. Gli si richiuse sopra la testa e lo fece scivolare verso il fondo. Con un fortissimo senso di oppressione al petto andò giù,sempre più giù,in un limbo scuro e liquido simile alla morte. Ma poi l'istinto di sopravvivenza ebbe la meglio,e lo spinse a cercare la superficie. La raggiunse dandosi una forte spinta verso l’alto. I compagni lo aiutarono ad uscire dall’acqua ,ma poi si ritrassero, inorriditi: le parti visibili del suo corpo erano coperte da strane macchie nere,spesse e lunghe come dita,che ondeggiavano come serpenti. E che portavano la morte.
- Sanguisughe!!- urlò Louis dando voce al terrore degli altri. Erano fra gli animali più immondi che fossero stati creati, vermi schifosi dal corpo diviso in segmenti in grado di succhiare sangue fino a far morire un uomo. Ognuna di loro poteva assorbirne fino a dieci volte il loro peso;alcune anche di più. Si staccavano solo quando erano sazie,cosa che spesso coincideva con il decesso dell'individuo,o con il fuoco. Ne contarono una trentina,ma parevano molte di più,dato che s’ingrossavano a vista d’occhio.
-Toglietemele!! Per favore!!- si mise ad urlare il ragazzo.
Ma loro lo fissarono impotenti. – E come,se non abbiamo nemmeno un accendino?- Mary
- Ma tu non fumavi? -
- Ho smesso…-
-Gli indigeni?-
- Ci hanno spiegato a gesti che non ne hanno…-
Nel frattempo le sanguisughe continuavano a succhiare e ad ingrossarsi. Ingigantivano dalla testa,dove avevano le ventose e dove succhiavano il sangue,alla coda,che rimaneva sottile come quella dei girini. A cenni il guerriero di nome Tyson fece capire che lo stregone del loro villaggio avrebbe salvato Gabriel,ma che dovevano fare alla svelta, o sarebbe morto. Ma il ragazzo non si fidava. Intanto il guerriero più vicino si era rimesso a suonare la melodia .
-Che alternative abbiamo?- Louis
-Non mi fido ugualmente!-
- La musica dice che non ci faranno del male…- lo tranquillizzò Delphine coprendosi le orecchie per ascoltarla meglio. A malincuore Gabriel accettò di seguire i guerrieri dallo stregone. Ripresero la marcia. Ore di cammino dopo,quando ormai Gabriel, incosciente , era stato caricato su una barella formata dalla giacca di Alex e dalle lance dei guerrieri, giunsero ad uno spiazzo circondato da mura sbrecciate che aveva al centro le rovine di una piramide a gradoni. Qua e là spuntavano delle capanne fatte di frasche fra cui giocavano dei bimbetti nudi accuditi amorevolmente dalle madri.
Qui i guerrieri si fermarono lasciandomi il tempo ad Alex ,l’archeologo del gruppo , di contemplare l’antica città. Le mura erano decorate da stele che rappresentavano uomini dai lunghi nasi adunchi coperti di lunghe tuniche . Attorno svettavano delle piattaforme diroccate – altre piramidi?- e strutture non identificabili – case? Templi?- una delle quali era sicuramente un palazzo. Il guerriero più corpulento sospinse i giovani verso la scalinata della piramide. Dopo un po’ vi comparve una figura ammantata in un variopinto mantello che portava una corona di turchesi ed una maschera di giada . L’individuo- non si capiva se fosse uomo o donna- stette fermo per un po’, osservandoli,poi cominciò a scendere i gradini fino a portarsi a poca distanza da loro. Poi si tolse la maschera. Quale non fu il loro stupore quando videro che non aveva i tratti spigolosi di un abitante dell’Amazzonia ma quelli più morbidi di un europeo di circa sessant’anni dai capelli candidi come la neve e gli occhi così chiari da sembrare fatti d’acqua.
Alex sobbalzò come se l’avesse morso una tarantola, poi percorse i pochi passi che lo separavano dall’uomo e gli disse: “Dr Livingstone,I suppose!- pronunciando la celebre frase che l’esploratore inglese Stanley aveva rivolto al Dr Livingstone quando l’aveva ritrovato sulle sponde del lago Tanganica nel 1871. E l’altro gli rispose come Livingstone: “ Yes,I’m…” . Poi Alex si rivolse agli altri: - Vi sembrerà assurdo ma è Bertrand Larousse, il mio vecchio professore d’archeologia sudamericana che era scomparso nella foresta amazzonica cinque fa.-
-Ne sei sicuro?- Mary.
- E’ così ..- ammise il vecchio professore accompagnandoli alla ripida scalinata che saliva sulla piramide. Si sedettero sui gradini. Poco lontano dalla barella con Gabriel.
- Prima di raccontarvi come mi trovo qui lasciate che guarisca il vostro amico – disse. Con un imperioso gesto di comando si fece portare un vaso di terracotta che conteneva un liquido rossastro. – E’ composto da sale e dal succo di una pianta chiamata Atzal. Stacca le sanguisughe…-
Versò il liquido in una ciotola di rame,poi v’intinse un pennello d’erbe essiccate e lo passò sui vermi che costellavano il corpo di Gabriel,grosse ormai come banane. Si contorsero come un epilettico durante una crisi e gli si staccarono di dosso,cadendo a terra come fichi maturi. Alla fine la spianata sotto la piramide sembrò a macchie,colma dei loro corpi pieni di sangue. Louis ne schiacciò una sotto il piede, lasciando a terra una scia rossa lunga mezzo metro.
-Adesso bisogna dargli da bere,o morirà per la disidratazione – affermò il professore facendosi portare una giara piena d’acqua e avvicinandola alle labbra esangui di Gabriel. Il ragazzo ,destatosi all’acre odore del liquido caustico ne bevve un bel po’. Poi Bertrand lo fece portare sotto una tettoia di frasche poco lontano.
- Deve stare al riposo e in ombra…ha perso troppo sangue,rischia di morire ... – affermò.
- Adesso ci può spiegare com’è finito qui?- gli domandò Alex.
-Stavo risalendo il rio Molinas alla ricerca della mitica città d’oro di Quanockticlan,che è alla base del mito spagnolo dell’El Dorado,quando i miei compagni furono vittime di una strana malattia che li faceva morire dopo tre giorni. Ne fui vittima anch’io ma sopravvissi,anche se privo d’acqua e di viveri. Vagai nella foresta per ore - o per giorni, non ricordo – quando incappai in una pattuglia Ketla in esplorazione – è il nome di queste genti - che mi portò qui. Quale non fu la mia sorpresa ,e la loro, quando ci accorgemmo di capirci! Parlavano un misto di Nahuatl,la lingua degli Aztechi,e d antico spagnolo . I miei capelli e i miei occhi li convinsero di essere di fronte all’antico dio Taquelnoc ,che secondo le leggende sarebbe tornato prima della fine del mondo,incarnata dallo scempio che la Texoco sta facendo alla foresta. Così mi elessero loro capo e stregone. Voi,invece?-
-Stavamo compiendo un viaggio di piacere lungo il Rio delle Amazzoni quando siamo incappati nel cantiere vuoto della Texoco, abbiamo incontrato gli indigeni e siamo giunti qui...-
- Vi ha trovati Paynal,il loro capo. E’ quello grosso. Conosce la foresta come pochi. –
-Allora sa come uscire da qui!!! – affermò speranzosa Delphine. Non riusciva a credere alla loro fortuna: avrebbero potuto tornare in Francia !! Mai la terra avita sembrava loro così lontana e così cara…Ma il destino aveva deciso altrimenti.
-Sì…- aveva risposto il professore - ma non ve lo dirò. -
- E perché? – stupiti. Non riuscivano a credere alle loro orecchie.
-Perché non voglio tornare a fare il professore sottopagato . Qui sono riverito come un dio,ho dieci mogli e vivo letteralmente nell’oro. Ma se vi lasciassi andare rivelereste al mondo dove mi trovo e la strada per giungervi,e per me e per loro- indicò i guerrieri che si erano inginocchiati al suo passaggio – sarebbe la fine. Perciò resterete qui… – la sua voce bassa e senza emozione metteva i brividi.
-Ma è disumano e crudele !! Come può fare una cosa simile?- Mary.
-Posso,signorina,e la farò. Chi me lo impedisce? Voi? – sarcastico – Guardatevi: siete stanchi,affamati , assetati e privi di armi. Credete veramente di sfuggire a dieci guerrieri Ketla dalla lama facile? Poveri illusi!!-
-Lo faccia per l’amicizia che ci ha legato un tempo…- lo supplicò Alex.
-E’ morta col professor Larousse – dichiarò l’altro con una luce di follia negli occhi - .Ora mi chiamo Mextli, come il dio azteco della guerra. Poi,rivolto ai guerrieri disse: - UCCIDETELI !! UCCIDETELI TUTTIIII !!!! FATEGLI FARE LA FINE DEGLI UOMINI CHE HANNO VIOLENTATO LA NOSTRA TERRA!!!-
Due di loro presero i coltelli d’ossidiana che portavano al fianco e sgozzarono Mary e Delphine. Fu l’ultima cosa che Alex vide prima di cadere a terra svenuto…

PARIGI - _ MATTINA
Alex si svegliò madido di sudore nel suo letto e si guardò attorno. Era sparito tutto :la foresta, i guerrieri, il cantiere della Texoco,il suo vecchio professore d’archeologia,il villaggio Ketla…Al loro posto c’era la sua solita stanza da scapolo: letto di ferro,comodino,armadio,scrivania,libreria e computer. Ci mise un po’ a capire che si era trattato tutto di un brutto sogno,un incubo dettato dalla troppa birra bevuta la sera prima.

A mezzogiorno, al telegiornale,udì una notizia che gli fece accapponare la pelle: “Gruppo di turisti francesi recuperati da una spedizione di Greenpeace lungo il fiume Molinas,un affluente del Rio delle Amazzoni. Fra loro manca l’emerito archeologo Alex Alexander, ucciso dagli indigeni durante la colluttazione. Tutto il mondo accademico piange la sua scomparsa,avvenuta all’età di appena 25 anni…”

Paola Agutoli

-