"L'ombra del lupo" di Lorenzo Fusoni

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"L'ombra del lupo" Pag. 1

Capitolo I
Ombre e Nebbia

Edward uscì presto di casa quella mattina, stanco e intorpidito per la notte trascorsa quasi insonne.
Attraversava il lungo viale che separava la sua casa dalla fermata della metropolitana camminando spedito come se sperasse di lasciarsi indietro, di qualche metro almeno, il pensiero di quanto era accaduto la sera precedente; sapeva bene, però, che esso lo avrebbe seguito tenacemente, ripresentandosi con tutta la sua spietatezza ogni volta che lo scorrere delle sue idee gli avesse concesso una sia pur fugace distrazione.
Per tante volte nella sua vita aveva convissuto con quello stato d’animo d'intensa angoscia, tanto che aveva trovato un modo di accettare il suo periodico ripresentarsi associandogli una causa generale, un’origine primitiva, capace di prescindere dalla circostanza concreta che di volta in volta lo determinava.
“L’ombra del lupo”, così chiamava l’insieme di idee, pensieri e inquietudini che ciclicamente nella sua vita lo facevano sentire in quel modo; era questa un’immagine legata alla sua primissima infanzia, quando, all’età di cinque anni, si trovava a trascorrere le notti da solo nella sua camera e la piccola luce accesa sul suo comodino proiettava sul muro le ombre più varie; in ciascuna di queste Edward non vedeva che diverse prospettive dell’ombra del lupo, l’immobile propaggine fisica di un’entità malefica e perennemente in agguato.
Contro di essa si sentiva terribilmente solo: per quanto avesse cercato di spiegare ai grandi la minaccia che gli si presentava così vicina ogni notte, si accorgeva che questi non capivano o comunque si dimostravano cinicamente indifferenti alla sua paura.
Avrebbe così imparato a convivere con l’ombra del lupo, una volta divenuto consapevole del fatto che la sua spietata immaginazione avrebbe continuato ad anticipargli, nel corso del giorno, l’immagine di ciò che avrebbe visto nella sua camera non appena avesse abbassato dagli occhi il bordo della coperta.
Dunque quella mattina non era uscito per cercare di distrarsi, sapeva bene come ciò non fosse possibile, portava solo a “fare un giro” l’ombra del lupo, come se avesse voluto rendersi conto della sua rinnovata intensità e iniziare ad organizzare nella sua testa una forzata convivenza. Quando si sforzò di pesare, in definitiva, il margine di libertà che gli avrebbe lasciato, gli parve che in quel momento fosse ridotta ai minimi termini; non aveva voglia di fare nulla, tanto meno di vedere qualcuno, si sarebbe semplicemente lasciato sopraffare.
Salì in metro senza sapere esattamente dove sarebbe sceso; decise di fermarsi nella zona di Londra che preferiva, da amante di teatro quale era ,quella tra Leicester Square e Covent Garden, benché l’ombra del lupo si fosse fagocitata anche la sua voglia di cercare biglietti per qualche spettacolo; rimase per un po’ fermo nella piazza di Leicester, notò un padre annoiato che raccoglieva un paio di guanti gettati in terra dal giovane figlio in vena di capricci, una ragazza dall’espressione ferita che sembrava non fare troppo caso alle concitate spiegazioni che un ragazzo al suo fianco si sforzava di rendere accettabili.
Sotto i tigli c’era una comitiva che beveva il caffé.
Dopo poco riprese a camminare; si accorse di essere poco distante dalla casa di Hanry.
Era un suo amico d’infanzia, una di quelle rare persone che non può non piacere a chiunque, di bell’aspetto e dotato di un acutissimo senso dell’umorismo, un' “importante presenza” come definiva Edward quelle persone la cui presenza in un gruppo di persone arrivava a fare la differenza ai fini del divertimento collettivo, quasi ne fossero i fuoriclasse.
Non altrettanto raffinata era la sensibilità di Hanry, che Edward riteneva teneramente ingenua, ma senza che questo volesse costituire un giudizio negativo: anzi, in quel preciso momento, era proprio questa caratteristica dell’amico a convincere Edward del fatto che si sarebbe potuto sentire a suo agio soltanto con lui proprio perché Hanry non avrebbe del tutto efficacemente colto il suo stato d’animo, trattandolo di conseguenza.
Arrivato dinnanzi al portone, Edward suonò il campanello e, dopo alcuni minuti di attesa, Hanry venne ad aprirgli scalzo e in canottiera.
“Cosa ci fai qui, così presto?” disse Hanry visibilmente assonnato.
“Sono le 10 e 30, mi dispiace, ma non riesci a farmi provare il minimo rimorso per averti svegliato”.
“Entra”.
“Sei solo?” chiese Edward.
“Penso di sì” rispose Hanry; diede una rapida sbirciata dentro la camera da letto e confermò: “sì, sono solo”.
Questi erano gli aspetti di Hanry che divertivano e turbavano al tempo stesso Edward.
“Ti ho chiamato ieri”, disse Hanry dall’altra stanza, "non mi hai risposto né a casa né al cellulare, dove eri finito?”.
“Ero fuori Londra per lavoro”, rispose Edward dopo averlo raggiunto dal salotto.
“Perchè hai quella faccia di merda?” proruppe Hanry inforcando i pantaloni, non appena ebbe modo di osservarlo con maggiore attenzione.
“Quale faccia?” rispose attonito Edward.
“Quella faccia di merda” precisò Hanry.
In quel momento Edward ebbe la nitida convinzione di essere messo veramente male.
“Niente di particolare. Potremmo andare a teatro” provò a cambiare discorso Edward.
“Esiste ancora qualche spettacolo che non hai visto?” rispose Hanry con un tono che mal celava la più completa assenza di entusiasmo.
“Non lo so, neppure io in realtà ne ho tanta voglia” confessò Edward.
“Scommetto che hai quella faccia perchè sei stato dal Dottor Walter anche questa mattina”, disse Hanry con tono provocatorio.
Questo fu un colpo basso per Edward. A poche persone aveva raccontato di aver iniziato da qualche tempo una terapia dall’analista; non sopportava che qualcuno potesse fraintendere quello che lui considerava uno stimolante modo di rilassarsi, con la sottoposizione ad una cura.
“Sono felice che tu ti diverta, gradirei però che tu non condividessi commenti goliardici su questo argomento con altre persone. Lo sapete solo tu ed Emily”, rispose torvo Edward.
“Ma io non mi voglio divertire, trovo solo curioso che tu continui ad andarci e a pagarlo pur considerandolo un idiota”, disse Hanry con tranquillità.
“Non ho mai detto nulla del genere” precisò Edward.

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Evidentemente da qualche suo commento sia Hanry che Emily avevano intuito che Edward non considerasse il professore un “grande innovatore” nel suo campo, anche se in fondo non si poteva dire che si trovasse male con lui.
Di certo doveva aver commentato in modo ironico la tendenza che questi aveva di banalizzare, in modo del tutto personale, e qualche volta anche immorale a suo modo di vedere, alcuni degli interrogativi che più volte avevano assillato Edward e con lui forse l’intero genere umano.
Gli erano rimaste particolarmente impresse alcune delle frasi di cui si serviva per concludere le lunghe divagazioni di Edward: “Due sono le idee che danno all’uomo la sensazione di una vita appagante: il lavoro che dà l’illusione di un significato e il sesso che da’ l’illusione di continuità”, oppure “il sesso scarica la tensione, l’amore la crea”. Edward sapeva bene che non si trattava di elaborazioni autonome di quel buffo e canuto ometto, continuamente intento a scarabocchiare i fogli del suo elegante raccoglitore in pelle, quanto piuttosto di aforismi di pronto consumo inseriti da filosofi in contesti sicuramente più significanti.
Il Dottor Walter sembrava aver raccolto un dettagliato formulario volto a trattare i dubbi, i sentimenti e le emozioni come vere e proprie patologie curabili grazie al distacco dell’uomo razionale del tutto dominatore delle futili esternazioni sia sue che dei suoi simili.
Questo inquietante sistema di pensiero, però, rilassava Edward, sgombrandogli la mente, almeno fino al momento di alzarsi dal comodo lettino.

“Stasera c’è la festa di Chris; ci sono anche gli altri” fece Harry per cambiare discorso.
“Chi sono gli altri?” disse Edward guardando in basso.
“Ci sono quasi tutti” rispose Hanry.
Edward alzò la testa e guardò Hanry che si stava bagnando e pressando i ricci capelli biondi; senza pensarci gli chiese: “Ti sei mai domandato se si possono amare due persone allo stesso tempo?”.
“Penso di sì”, fece Hanry, “anche se alla lunga può stancare”.
In un istante Edward si pentì terribilmente di avergli fatto quella domanda.
“Facciamo un salto ad Oxford Street”, continuò Hanry senza troppo badare allo sguardo di Edward tenacemente fissato sul calorifero, ”devo comprare un po’ di cose”.
“Va bene” rispose Edward, come svegliatosi di soprassalto dal sonno.
Presero la metro, accompagnati dalla miriade di persone che ne accalcavano i vagoni come ogni sabato mattina; l’attenzione di Edward si concentrò ansiosa sulla goccia di cioccolato che, dalla mano, era colata fino al gomito nudo di una giovane passeggera che teneva in mano un grosso bicchiere di cartone; ad ogni sussulto del treno la goccia si allungava sempre di più, accrescendo in Edward il disgusto e la sensazione che avrebbe concluso la sua silenziosa discesa proprio sul suo cappotto.
Una volta scesi dalla metro, fecero a piedi un pezzo di Regent Street; nel frattempo Hanry iniziò a raccontare di come il giorno prima si fosse concluso il lungo fidanzamento tra un certo Chris e una tale Kathryn. Entrambi erano suoi vecchi compagni di college, una storia durata otto anni e finita, a detta di Hanry, in modo quanto meno illogico, per l’intensificarsi cioè di una rete di sospetti e sensazioni nella mente della ragazza relativamente ad una relazione clandestina intrattenuta dal giovane compagno; Hanry, pur sapendo dall’amico che tale relazione effettivamente esisteva, riteneva assurdo che la ragazza avesse preso la drastica decisione di lasciare il suo ragazzo solo perchè sopraffatta da angosce, tanto più che Chris era stato “abilissimo” nel non farsi mai cogliere in fallo.
Dopo aver ascoltato quel racconto, Edward provò una gran voglia di tornare a casa a fissare il soffitto della sua camera.
“Stasera verranno forse anche Julian e Dan” disse Hanry dopo qualche minuto di silenzio.
“Bene, mi sembra un’infinità che non li vedo” rispose Edward
“Ci sarà anche Kate?” chiese Hanry.
In un istante l’ombra del lupo apparve in tutta la sua ferocia colpendo allo stomaco Edward e lasciandolo senza fiato. L’ombra era gelosa di attenzioni; più la mente di Edward la trascurava distraendosi, più questa si proponeva con accresciuta rabbia; era questo il motivo per cui Edward evitava di allontanarsi eccessivamente da lei.
“No, Kate non e’ a Londra oggi”, rispose Edward tossendo.
La sigaretta che Edward si accese immediatamente dopo aver risposto dissuase Hanry da far seguire all’ultima frase dell’amico qualsiasi richiesta di ulteriore spiegazione.
Hanry conosceva Edward e soprattutto capiva fino a che punto era adeguato e utile spingere la sua curiosità e Edward apprezzava questo.

Le ore successive proseguirono lente e pesanti tra l’anonima presenza di Edward, sempre più convinto di avere fatto un dono particolarmente gradito all’amico, offrendogli la sua compagnia, e gli sfolgoranti acquisti di capi di abbigliamento di Hanry, le cui scelte di discutibile gusto si accontentavano, per sentirsi approvate, di un divertito assenso con la testa da parte di Edward.
Neppure la sera, per quanto si fosse sforzato, Edward riuscì a dissimulare il suo stato d’animo e, come al solito, ciò si notava in lui più che in ogni altro perché il gruppo era abituato alla sua verve, che, in condizioni normali, era ben diversamente trascinante.
Emily lo seguì con lo sguardo per tutta la sera: sapeva intuire i motivi della sua condizione ed era in attesa che lui si avvicinasse per parlargliene; quasi sembrava rimproverarlo con gli occhi per non averlo ancora fatto.
Bastò un cenno di Edward per farle capire che avrebbe preferito rimandare quella conversazione. Emily capì e si finse rasserenata perché la sua apprensione non fosse di ulteriore peso ad Edward in quel momento. Emily era la migliore amica di Edward e circostanze come quella dimostravano che la sarebbe sempre stata.

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Capitolo II

Occhi

“Non e’ possibile” disse Emily al telefono la mattina successiva.
“Non riesco a credere che possa aver fatto una cosa simile” continuò.
Edward la ascoltava dall’altro capo nel più completo silenzio. Aveva parlato lui fino a quel momento; pochi secondi, in realtà, ma pesantissimi, tanto che si sentì stremato. Ora rimaneva immobile ad ascoltare: al dolore che aveva provato nel raccontare quella vicenda si aggiunse, in Edward, il sincero turbamento derivante dalla constatazione che Emily non fosse nella condizione di poter aggiungere nulla. Non avrebbe potuto aiutarlo e lui sapeva quanto avrebbe sofferto per questo.
Tutto quello che avrebbe voluto, sarebbe stato chiudere quella telefonata trasmettendo ad Emily però la sincera convinzione del fatto che lei era stata perfetta e che nessuno avrebbe potuto essergli più vicino di quanto lo fosse stato lei con quelle semplici frasi e quella commovente e silenziosa partecipazione.
“Non so che dire, non riesco a dire niente” aggiunse Emily.
Questa confessione commosse all’estremo Edward che capì che quello era il momento giusto. “Nessuno riuscirebbe ad avere altre parole: tutto si racconta così chiaramente da sé che non c’è bisogno di aggiungere nulla. Ciao, Emily, ti chiamo io” concluse Edward e riagganciò. Rimase seduto a farsi trasportare dai pensieri per circa un’ora. Dopo essersi alzato dal divano, avere sentì la voglia di rimettere le mani su un racconto che aveva iniziato tempo prima; Edward amava scrivere racconti, avrebbe voluto cimentarsi anche con un romanzo, ma temeva di non riuscire a mantenere uno stile uniforme per l’intera durata della stesura.
Riprese la vecchia bozza e ci lavorò per circa due ore: la modificò qua e là, ma soprattutto la concluse; si alzò per recuperare dalla stampante tutte le pagine; con i fogli in mano si diresse verso il salotto e si stese sul divano avvicinandosi il posacenere e, dopo essersi acceso una sigaretta, cominciò a rileggere il racconto.

Un'altra possibilità

Era il giorno del trentaseiesimo compleanno di Mary Rose, quando l'auto che stava riportando a casa suo marito Philip fu scaraventata fuori strada da un tir e scomparve nell'oscurità intraprendendo un silenzioso volo di quasi cento metri.
Ci sono dolori che non sarebbero superabili, se non si accettasse un rischioso compromesso con la propria razionalità.
Mary Rose ebbe la forza di rendersi conto di ciò già poche ore dopo aver ricevuto la notizia; avrebbe dovuto intraprendere un lungo percorso di sofferenza solo per convincersi di quanto era accaduto, dopodiché avrebbe lasciato alla sua mente la libertà di prendere il suo corso, quale esso fosse.
Era abbandonata sul divano e avvolta in un plaid la sera in cui sentì provenire degli strani rumori dalla porta di ingresso.
Due giorni erano già trascorsi dall'incidente; si accorse che quella era la prima volta che la sua attenzione veniva distolta dal pensiero di Philip, e per un attimo provò un irrazionale senso di colpa.
Si alzò lentamente in piedi senza abbandonare il plaid che aveva raccolto molte delle sue lacrime e della sua sofferenza e iniziò ad avvicinarsi alla porta da cui quel sottile rumore continuava a provenire sempre più nitido: capì che c'era qualcosa che grattava e sfregava la porta dall'esterno, ma con delicatezza, quasi non avesse alcuna finalità diversa da quella di farsi sentire.
Incuriosita e senza alcun timore, aprì la porta quel tanto che bastò perché la zampa di un gatto riuscisse a infilarsi nel pertugio appena dischiuso.
Aprì allora un po' di più la porta consentendo al gatto di far passare la sua sinuosa silhouette; il pelo grigio accarezzato dallo stipite mostrava riflessi argentei. L'animale aspettò di essere entrato nell'appartamento e di essersi accomodato sul tappeto prima di alzare il muso verso di lei.
Mary Rose si accorse che stava sorridendo e le sembrò incredibile. Era incredula davanti a quel gatto che, con ingegnosa ostinazione, era riuscito a entrare in casa sua e che ora rimaneva immobile a fissarla.
Andò in cucina e cercò una scodella tra le stoviglie ancora da lavare; dopo averla riempita di latte fino al bordo, la portò al gatto, che non si era mosso dal punto in cui l'aveva lasciato.
Questi non parve però molto riconoscente dinnanzi a quella premura: ne assaggiò solamente un poco, poi riprese a guardare Mary Rose e iniziò ad avvicinarsi a lei. Quando le fu arrivato vicino, si alzò sulle zampe posteriori allungando quelle anteriori verso di lei come fanno i bambini quando vogliono essere presi in braccio; e ancora una volta ottenne ciò che voleva: una volta avvolto nel caldo abbraccio della donna l'animale sembrò cadere in catalessi, lasciò andare indietro la testa mentre lei continuava ad accarezzarlo.
Dopo quei secondi di estasi il gatto parve riaversi di colpo: si divincolò da Mary Rose e si diresse verso la libreria. Con un balzo salì sul penultimo scaffale infilandosi dietro la fila di libri più esterna; Mary Rose si affrettò ad afferrarlo e a riportarlo giù prima che potesse fare qualche danno.
Pochi secondi dopo essere stato riadagiato sul tappeto, il gatto fu mosso nuovamente dall'istinto e replicò la prestazione di poco prima saltando con ancora più silenziosa precisione sullo stesso scaffale.
Mary Rose era incuriosita da quel comportamento, si chiedeva quale potesse essere l'oggetto o il riflesso che lo attirava così intensamente.
Lo prese nuovamente in braccio e questa volta l'animale parve rasserenarsi e desistere.
Mary Rose si risistemò sul divano lasciando che il gatto rimanesse appoggiato sul suo grembo; e non cessava di guardarla con quegli occhi così grandi, così neri, così familiari. Non si sarebbe neppure accorta di essersi addormentata per qualche minuto se non fosse stata svegliata da un tremendo frastuono. Accese la luce e vide che erano caduti alcuni libri da quello stesso scaffale della libreria su cui, poco prima, si era tanto incentrata l'attenzione del gatto.
E l'animale era lì, che cercava di uscire dal labirinto di libri sparsi sul pavimento, trascinando con il muso una piccola scatola blu adornata da un fiocco rosso che Mary Rose era sicura di non aver mai visto prima.
Quando si fu avvicinata il gatto si arrestò ed appoggiò una zampa sull'oggetto, come nell'atto di porgerglielo.
Mary Rose prese la scatola e la aprì in un misto di stupore e paura. Scoprì che conteneva un bracciale le cui pietre colorate proiettavano riflessi variopinti sulle lettere del biglietto posto sul fondo della custodia.
Buon compleanno amore mio.
Phil

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I lineamenti di Mary Rose parvero infossarsi e, in pochi istanti, il sorriso che le era originariamente comparso sul volto si trasfigurò in una smorfia di dolore; i brevi sussulti che presero ad accompagnare il suo respiro divennero sempre più violenti, facendo da preludio a un pianto disperato e convulso.
Dovettero passare quasi cinque minuti perché Mary Rose riacquistasse il controllo di sé. Ma era paralizzata dalla paura di cercare una spiegazione per tutto ciò; tuttavia, per quanto fosse terrorizzata dall'idea, trovò la forza di sillabare quel nome che fino a quel momento aveva creduto non avrebbe mai più pronunciato.
"Philip…" disse con un tremante filo di voce rivolta verso il gatto che nel frattempo si era allontanato di qualche metro, quasi capisse che la sua presenza non poteva essere di conforto a un tale dolore.
Non appena ebbe udito il gatto si voltò di scatto.
Immobile prese a fissarla al solito modo intenso e intimo. Per la prima volta, miagolò: un suono esile, strozzato, simile ad un lamento.
"Sei tu…
Riesci a capirmi?
Phil, dimmi se sto impazzendo…"
Il gatto si avvicinò lentamente e le saltò in braccio. Rimasero in silenzio sul divano e si addormentarono insieme.
Quando Mary Rose si risvegliò il gatto non c'era più.
Lo cercò dappertutto tentando istericamente di farsi sentire, ma senza avere più il coraggio di pronunciare il nome di Philip.
Non riusciva a spiegarsi perché se ne fosse andato e da dove potesse essere uscito dal momento che la porta e le finestre erano chiuse.
E progressivamente accettò l'idea che non sarebbe più tornato.
Iniziò così a vivere nel più completo isolamento, nel timore che il confronto con le altre persone le avrebbe fatto mettere in discussione la realtà di ciò che aveva vissuto e con essa il ricordo di quegli ultimi istanti trascorsi con Philip; e smise presto di curarsi delle inevitabili chiacchiere della gente.
Ciò che più la impegnava erano i gatti di cui aveva cominciato a circondarsi: accoglieva nella sua casa tutti i senzatetto del quartiere.
Li accudiva con devozione, cercava di comprendere il loro modo di comunicare e, a sua volta, si impegnava a rendere ogni suo gesto, ogni suo richiamo facilmente riconoscibile.
Avrebbe avuto bisogno del loro aiuto: tante cose avrebbe dovuto apprendere prima di intraprendere il suo viaggio.
L'avrebbero iniziata al loro mondo, le avrebbero insegnato a riconoscere gli odori, a muoversi nel buio, a seguire le pulsioni dell'istinto; e lei non avrebbe perduto la capacità di amare che l'avrebbe sostenuta nella sua ricerca.
A questo pensava mentre, distesa sul letto, con a fianco la schiera di felini e il flacone di sonnifero vuoto, sentiva le palpebre che si facevano pesanti e iniziavano a chiudersi.

Edward stette in silenzio per qualche minuto.
Pensò che in quel racconto c’era molto di lui. Questa constatazione lo fece convincere del fatto che non lo avrebbe mai fatto leggere a nessuno. Era sua convinzione che un racconto dovesse nascere solo dalla fantasia evitando di essere contaminato dalla realtà che doveva invece superare, correggere, migliorare. E poi lo spaventava rivelare qualcosa di intimo che gli appartenesse o almeno non era quello il modo in cui voleva farlo. Chiuse il racconto nel cassetto, evitando accuratamente di incrociare con lo sguardo le foto che questo conteneva. Vagò per la casa per la casa cercando invano qualcosa che lo impegnasse; si ritrovò dopo poco seduto sul divano e fu invaso dal pensiero dei bellissimi occhi di Kate che lo fissavano silenziosi; pianse per qualche minuto e poi si addormentò.
Si svegliò di soprassalto dopo meno di un’ora. Un pensiero lo svegliò: voleva rivedere le foto che poco prima aveva evitato e con quelle scorrere tutti i ricordi che queste portavano con sé. Era strano, pensava Edward, come la sua mente non gli concedesse un attimo di tregua e anzi lo inducesse a coltivare la sofferenza di quel momento. Aprì il cassetto e scorse le foto trattenendo il fiato; ne cercava una in particolare e in quel momento si stava pentendo di non averla tenuta separata dal raccoglitore. Non avrebbe potuto certo immaginare che quelle foto, nelle quali aveva sempre trovato conforto e sicurezza, sarebbero potute diventare, nel giro di poco, flash inesorabili e taglienti come una sequenza di dardi.
Dopo pochi secondi, che gli sembrarono una vita, finalmente la trovò. Lo sorprese constatare come la reazione che provò, una volta che la ebbe davanti, fu, quella di sempre: di serenità e di infantile stupore. Lo scorrere dei giorni e degli avvenimenti non erano riusciti a scalfire né a modificare la sincerità e l’oggettiva bellezza di quell'immagine destinata, forse, per qualche inspiegabile alchimia, a rimanere senza tempo.

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