CAPITOLO I
PIETRE DI LUNA
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Era partita di notte insieme con la luna. L’aveva seguita e ammirata mentre peregrinava sicura nei cieli, femmina libera come poche, sollevata dai pianti luttuosi delle separazioni ch’erano d’ogni donna sulla Terra, dato che, quando la sua luce si allontanava, non c’era anima, ai bordi della notte, a penare per lei di nostalgia.
L’aveva tenuta d’occhio, l’aveva apprezzata, così distante dal dolore, svincolata dall’angoscia, da poter suscitare, in altre femmine, un’invidia onesta e dolorosa.
Con amarezza, l’aveva intuita simile a sé soltanto nella mancanza d’affetti: anche per lei non c’erano stati pianti il giorno in cui, dalla Garfagnana, s’era avviata con i muli carichi di ferro verso i territori lombardi.
Protetta da un giovane servitore, aveva camminato e camminato fino a che, oltre il buio dei boschi e della bruma, il mattino si era squarciato improvviso come un cocomero maturo e la luna s’era tinta di fulvo adagiandosi, fiacca, dietro il profilo delle cime.
Aveva quindi teso l’orecchio al borbottio di fonte sempre più chiaro, poi, spostandosi lungo la mulattiera, era giunta alla sorgente.
Sorpresi, due cervi erano fuggiti svelti tra erbe e cespugli e, sfiorando molli cuscini di borracina ciondolanti dai massi, avevano seguito l’acqua smarrita nel pietrisco che scivolava in basso, in una stretta gola.
Avidamente, lei aveva affondato le mani nel rigagnolo portandole al volto e gelidi sorsi erano calati a rinfrescarle la gola; poi, rabbrividendo, si era asciugata con un lembo del mantello e aveva alzato lo sguardo verso nord. Poco lontano, ancora velata dalla foschia, si apriva la valle ampia e lattiginosa del fiume Secchia, racchiusa dalle pareti strapiombanti di gesso e vigilata, più in alto, dalla rupe di Bismantova: un immenso viale lastricato di bianco incuneato nel nulla.
– È là che dobbiamo andare? – chiese il garzone.
La donna annuì, indicando un luogo pianeggiante. Fu allora che le parve di intravedere, tra i castagni sprofondati nella nebbia, una figura femminile dai lunghi capelli rossi, che scompariva nei boschi.
Mio Dio: lei? Il tumulto del cuore parve toglierle il respiro, ma poi le foglie arancioni d’un albero secco, spezzato dal fulmine, brillarono di un imprevisto raggio e il panico si quietò.
– No, lei è morta, – si disse, – non tornerà mai più.
Ripresero il viaggio e il borgo sbucò lì sotto, disteso su una lingua di terra slittata verso il fiume e trattenuta, per miracolo, dai piedi dei monti; un pugno di case impalpabilmente velato, come di polvere o fumo, con i tetti umidi di pietra e di paglia.
Incitando gli animali, Peruzza entrò dunque tra le abitazioni.
A Talada sapeva dove trovare il fabbro e, schivando a fatica i cumuli di letame addossati ai muri, le pozzanghere di liquame e gli animali da cortile, si diresse verso la fucina, dove già aveva udito ripetersi i colpi cristallini del maglio.
– La vecchia dei chiodi. La vecchia dei chiodi.
Un branco di bambini sudici, dai volti adulti, gli occhi grandi, disperati e maligni al contempo, prese a scortarla lanciandole manate di sassi.
– Via. Andate via. – il giovane aiutante, dal cavallo, afferrò una verga e li minacciò – Volete assaggiarla, eh? Volete provarla?
– Che hai, donna, da vendere di frodo oltre al ferro?
La voce era quella di un vecchio che s’era prima appoggiato al muro di pietre d’una casupola, tenute insieme da una calcina rosa, poi le si era avvicinato, scacciando i bambini.
– Allora? Hai del sale? – indicò le ceste legate al basto dei muli. – Certo: è roba di contrabbando e non credo tu abbia passato i confini schivando le dogane e le guardie solamente per portar qui ferraccio, ferro sodo e distendino; avrai anche altro: zolfo, per esempio…
E sputò per terra.
Peruzza, che s’era momentaneamente accomodata su un lastrone di gesso, si tirò il cappuccio fin sugli occhi, poi replicò:
– Zolfo? Ah, santa Fina aiutami. Le tue pecore hanno la rogna o ti serve per le vigne? Certo che ho dello zolfo, e ho pure il sale, sempre che tu possa pagarmi.
Pochi minuti, e intorno a bestie e some si radunò una vera folla, tanto che Peruzza, accettando pagamenti in natura, come animali da cortile, forme di cacio, cordame di canapa, pezzi di tela tessuta al telaio, quasi svuotò le sporte di bullette da zoccoli, di ferri da cavallo, di gangheri, oltre che di sale, di zolfo e di pregiato olio d’oliva.
Erano stati gli uomini a far incetta di sale, indispensabile per la salatura delle carni e del lardo di maiale; il sale, prezioso come la pietra filosofale degli alchimisti.
Compito degli uomini da sempre, come la semina dei campi, la salatura maturava le carni cambiandole con maschile gesto fecondatore. Nelle corbe, restava soltanto il ferro grezzo da portare al fabbro; Peruzza incitò quindi i muli e s’incamminò verso la fucina.
Fu allora che il vecchio la bloccò:
– Sai niente tu, donna, d’una pianta che serve per tingere di rosso le stoffe?
La vecchia annuì, cominciò a rovistare in una corba, ne estrasse un cartoccio e lo aprì, mostrando dei sottili rametti rossastri lunghi quanto le dita di una mano:
– Ecco, – disse porgendoli all’uomo, – con queste radici puoi tingere di rosso qualsiasi cosa.
Egli li esaminò con attenzione, come paventando un imbroglio.
– Santa Fina aiutami. Sta’ tranquillo, funziona. – rise la donna. – Ti spiego: se vuoi tingere una stoffa, prima preparala con la vinaccia e col tartaro delle botti, ne hai, vero? – l’uomo assentì e la vecchia riprese: – Quindi, in un paiolo, fai bollire nell’acqua le radici ben polverizzate e il tessuto. Se lo vuoi più scuro, lascia a bagno le radici, dopo averle bollite, per circa quattro ore e, una volta tolte, immergici la stoffa e fai bollire l’infuso ancora per mezz’ora; dopo lascia riposare tutto nella cenere. Il risciacquo fallo nell’acqua fredda. Capito? Avrai un rosso che non stingerà più.
Incuriosite dai brani di conversazione intesi, le donne, dai volti incartapecoriti e dalle bocche sdentate, erano nel frattempo uscite dalle case e s’erano messe a cerchio intorno al vecchio, chiedendo spiegazioni.
– Le vinacce bastano perché non sbiadisca? Sei sicura?
– Oh, potete aggiungere l’allume di rocca, se credete, oppure è consigliabile la crusca del frumento.
Persuaso dai chiarimenti e infastidito dal vociare delle donne, l’uomo concluse l’affare, poi domandò:
– Con la tua pianta si può ottenere la lacca rossa che usano i pittori?
– Certo. Non so bene come ricavarla, ma so che a Lucca, Firenze e Pisa viene usata nelle botteghe.
– E che te ne fai della lacca rossa, – ridacchiò una vecchia, – vuoi dipingere la lana delle tue pecore? Oppure i manici delle vanghe e delle zappe, eh?
L’uomo la guardò accigliato, controllò il pacchetto di radici e sospirò tra sé:
– Pedre… povero il mio Pietro… il mio Zampedre.
Allora, un sobbalzo di stupore passò veloce negli occhi di Peruzza che, presa da una fretta improvvisa, cercò di convincere i muli e l’aiutante a rimettersi in cammino, mentre il vecchio, del tutto ignaro di quel suo allarme, proseguì:
– In caso ti avanzi della merce, dopo aver lasciato il ferro al fabbro, vai fino al paese vicino: so di una famiglia arrivata da poche settimane con tanti muli e cavalli che avrà bisogno di chiodi e bullette a buon prezzo.
Appena sollevata dal turbamento che quel: “Pietro… povero il mio Pietro…” le aveva procurato, Peruzza replicò:
– Avranno di che pagarmi?
– Sembrano piuttosto ricchi. Dicono di venire da lontano, parlano una lingua strana, si fatica a capirli, ma affermano di essere vescovi, di essere fuggiti da una guerra.
– Vescovi? Qui? Ma che dici. Oh Santa Fina. E da che guerra sarebbero scappati?
– Ah! Briganti, saranno briganti. – brontolò un altro uomo. – Certo: le nostre donne e i nostri bambini non sono al sicuro con quella gente in giro. Vi ricordate cosa successe al piccolo Pietro?
Un mormorio di approvazione e di bestemmie seguì le parole dell’uomo e sgomentò di nuovo Peruzza che, raccolta tutta la sua risolutezza, ripetè:
– Da che guerra sarebbero scappati quei vescovi?
– Quella del condottiero di ventura Corrado da Fogliano contro il Monferrato, alleato con i veneziani, forse? – si intromise un ragazzo. – Dicono che Sacramoro da Parma e Giovanni della Noce gli abbiano inviato in soccorso duemila cavalli, di quelli allevati nella Valle dei Cavalieri, sì. Prima o poi partirò anch’io con un capitano di ventura.
– Vai vai! Vai a farti ammazzare. – replicò il vecchio sputando di nuovo in terra; poi, rivolto a Peruzza: – Ma no. Si dice che siano scappati dai Turchi. Lo scorso anno, in maggio, sono scappati lo scorso anno. E non paiono per niente briganti, no.
La donna assentì col capo, come a manifestare d’aver capito, poi riprese:
– Ne parlavano a Lucca i signori, eh sì. Santa Fina aiutami. Le guerre. Quella, poi, dei Turchi contro i cristiani di Costantinopoli. Sì, forse si tratta proprio di quella.
E prese a raccontare di Maometto II, il re dei Turchi, il quale, tre anni prima, aveva assediato la città che, in quel frangente, era stata abbandonata da tutti, anche dal papa, tanto che Costantino, l’imperatore cristiano, il giorno dell’assalto, il 28 maggio 1453, era morto combattendo solo con il suo esercito. L'indomani, in mezzo a saccheggi e massacri, il vincitore, Maometto II, era entrato nella basilica di Santa Sofia e l’aveva trasformata in moschea.
– I Turchi sono stati spietati con i cristiani. – concluse Peruzza davanti agli sguardi stupefatti dei poveri montanari che l’ascoltavano senza fiatare: – Pensate: non hanno avuto rispetto nemmeno per la cattedrale. Tutto, tutto è finito.
– E i cristiani di là cos’hanno fatto? I Turchi li hanno ammazzati? – chiese in coro l’improvvisato pubblico che assimilava ogni saraceno alla faccia ottomana del demonio infilzato da san Michele Arcangelo.
– Certo, ne hanno massacrati tanti, – rispose Peruzza, – ma molti altri sono riusciti a fuggire e a raggiungere l’Italia; forse anche quei presunti vescovi.
– Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium… – eruppe a commento il borbottio di una supplica.
– Oh, dicono che abbiano un libro, – mormorò allora una donnetta corta e gobba, simile a una tartaruga, con la grossa testa incassata nel tronco, – un grande libro dalla copertina d’oro tutto scritto con l’oro.
Era ormai sera; Peruzza e il garzone trovarono albergo in una stalla; era troppo tardi per andare alla ricerca del libro dalle pagine d’oro, e poi chissà: la gente raccontava talmente tante storie.
Poteva trattarsi soltanto di un’enorme frottola, falsa come l’immagine sinuosa e lucente della donna dalla chioma rossa che s’inabissava nei boschi e che aveva investito Peruzza d’una feroce nostalgia.
Non l’avrebbe più abbracciata, mai più avrebbe pettinato quei suoi lunghi capelli, mai più avrebbe dormito stretta a lei nel freddo delle grotte o sotto il cielo stellato; mai più avrebbe ascoltato la sua indignazione rompersi in pianto dopo aver gridato tutta la sua rabbia contro ogni maschio sulla Terra:
– “Non faceva, nascendo, ancor paura la figlia al padre, che ’l tempo e la dote non fuggien quinci e quindi la misura”. Devi far paura, devi far paura, se vuoi salvarti. – le aveva urlato spesso con i grandi occhi verdi infiammati di sdegno.
Far paura? E come? Come intimorire i tiranni del genere femminile che si ergevano a custodi, difensori, paladini d’ogni femmina sin dalla nascita, ma che, in realtà, ne diventavano poi i carcerieri?
Lei, ribelle, con i capelli rossi da incantatrice, aveva disubbidito al padre, gli si era opposta ed era piombata in un carcere ancora peggiore.
Eppure l’aveva amata e insieme avevano meglio sopportato il vagabondare per i boschi, la fame, il freddo e la paura delle guardie.
Amica e sorella, l’ostessa era stata forse davvero un po’ maga. Durante le buie notti nelle selve, abbracciate strette strette, le aveva raccontato di essere nata mentre il campanile della chiesa batteva i rintocchi della mezzanotte. I genitori, davanti ai suoi capelli rossi, si erano spaventati e l’oste suo padre aveva chiesto consiglio alla levatrice, perché non voleva crescere una strega.
La donna gli aveva suggerito di chiuderla in un sacco e gettarla nel fiume, ma l’uomo si era intenerito odorando il suo profumo e stringendola al petto.
Così aveva deciso di non affogarla come un gattino, ma di crescerla come una principessa e sposarla ad un nobile. Invece, il destino della figlia era stato altro.
Perché una strega non può che seguire la sua natura e ribellarsi.
Mentre, alle prime luci dell’alba, il giorno dopo, Peruzza scendeva verso il villaggio di Costa dei Grossi in cerca dei vescovi greci, o turchi, o macedoni e del libro d’oro, le era parso di scorgere il suo profilo sottile ed elegante dissolversi dietro ogni cespuglio e ogni siepe, quasi ad indicarle il cammino.
Amica, sorella, compagna, amante, complice in un amore vietato e immorale, ma unico appiglio alla vita, la figlia dell’oste le aveva narrato che alla morte della madre era stata affidata alle cure della vecchia levatrice alla quale aveva voluto bene e da cui aveva imparato i segreti delle erbe e tutte le arti magiche. Poi, disubbidendo al padre, aveva scelto i briganti.
Già, i briganti, i banditi: brutta gente. Peruzza sospirò e incitò i muli.
Doveva trovare i vescovi profughi e il loro prezioso libro, che poteva rivelarsi un buon affare se rivenduto a Lucca o a Firenze, e doveva svendere il ferro rimasto.
Rifletté sulla guerra contro i Turchi di cui tanto si era parlato nelle città toscane; ripensò ad una notte di maggio del 1453, quando un’eclissi aveva coperto il sole per tre interminabili ore.
Poi, a Costantinopoli, la sacra icona della Madonna era caduta a terra durante una cerimonia solenne e un vero diluvio si era abbattuto sulla città, avvolta, in seguito, da un’incredibile nebbia; e una luce inquietante, forse quella dello Spirito Santo, aveva lampeggiato sopra la cupola della cattedrale per poi accendersi e sparire nelle campagne. Solo cinque giorni dopo, Costantinopoli era caduta in mani turche. Già, i Turchi, i saraceni: brutta gente.
Ora Peruzza stava entrando nel villaggio ch’era stato del bandito Tommaso Marescalchi e, considerando che nessuno da quelle parti l’avrebbe riconosciuta per ciò che era veramente, sorrideva compiaciuta tra sé.
Peruzza: solo una donna, la “vecchia dei chiodi” che i bambini deridevano.
Peruzza: una brigantessa che andava a vendere ferro di contrabbando nel paese della famiglia di un celebre bandito. Come non ridere? S’era mai visto?
I ricordi di quegli ultimi anni le affollarono la mente e, invece di concentrarsi sulla ricerca dei vescovi profughi, ripensò al piccolo Pietro, alla notte in cui l’aveva visto arrivare, sporco e sanguinante, nella grotta delle fate, legato al cavallo di Noè, e a Lucrezia Fina, piccola, dolce, incantevole sposa fuggiasca.
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