"La conquista di Ruma" di Leila Mascano

di Leila Mascano
Non distruggere quello che non comprendi

"La conquista di Ruma" pag.1

Nell'accampamento avevano acceso i primi fuochi. L'aria risuonava di grida, di rumori, dell'abbaiare dei cani. Ogni tanto si udivano risate, ordini secchi, richiami. Improvvisamente, le voci si alzarono, eccitate come per una rissa. Era sempre più difficile mantenere l'ordine nel campo. Gli uomini erano stanchi, esasperati da questa guerriglia che non comprendevano, contro un nemico che si materializzava all'improvviso con attacchi rapidi e feroci ed ancora più velocemente si dileguava, non lasciando che morti dietro di sé.
Marco Lavinio si girò esasperato su un fianco Il dolore non gli dava tregua, Il fuoco acceso nella tenda lo faceva sudare, adesso, ma almeno aveva scacciato il gelo mortale che l'aveva attanagliato per ore. Le voci fuori si erano allontanate. Le sentinelle facevano buona guardia al generale che stava combattendo da solo la sua battaglia più difficile sotto l'enorme tenda che portava le insegne del comando.
Erano l'esercito che avrebbe conquistato il mondo, o almeno quella parte di mondo conosciuto. Quegli uomini rozzi, sporchi e sudati erano nati per combattere. Insieme erano una forza inarrestabile che scavalcava le montagne, valicava le pianure, attraversava i fiumi. Sì, Marco lo sapeva, l'aquila imperiale avrebbe volato sempre più in alto. A tratti un bagliore accecante gli esplodeva nella testa. Lui non avrebbe visto quel giorno. La sua storia sarebbe finita di fronte a quelle misteriose colline dove un popolo notturno consumava oscuri riti alle divinità delle tenebre. Ma ormai solo sparuti drappelli d'irriducibili combattevano ancora. Gli attacchi feroci e improvvisi si facevano sempre più rari. Una dopo l'altra, man mano che l'esercito invasore avanzava, essi abbandonavano le loro città senza più combattere, rassegnati ad un destino che doveva compiersi per forza. Molti tuttavia decidevano di restare: intere famiglie erano rimaste in attesa serena della morte davanti alle loro coppe. Così li avevano trovati i soldati di Marco Lavinio ed uno strano malessere aveva cominciato a serpeggiare tra le truppe, perché tutti quei morti avevano la medesima espressione. Quei morti ridevano. Una sottile lama di sorriso, una smorfia di scherno e di disprezzo. Gli stessi soldati che ovunque avevano violato, saccheggiato, distrutto non avevano osato toccare quei corpi, benché molti fossero ornati di gioielli. Avevano indietreggiato in silenzio e poco dopo strane storie avevano cominciato a circolare: il popolo misterioso non temeva la morte perché conosceva il segreto della porta oscura degli Inferi.Essi potevano andare tra le ombre e
tornare alla luce grazie ai loro riti magici.
Un gemito sfuggì al generale. Aveva combattuto per anni e conosceva il sapore del sangue che adesso gli riempiva la bocca. Aveva affondato i denti nel labbro inferiore con forza, per non gridare. Il dolore era una lancia rovente, un serpente di fuoco che lo avvolgeva nelle sue spire sempre più strette.
Marco aveva udito quelle voci. Era tornato indietro, aveva fatto un cadavere a pezzi con la sua spada. Aveva continuato e continuato a infierire su quel corpo di ragazzo fino a cancellarne qualsiasi sembianza umana davanti all'esercito muto gridando:
-Eccoli i vostri semidei. Ecco il loro sangue, le loro ossa, il loro cuore, e il fegato e gl'intestini.Essi sono come me e come voi: soltanto sono così vigliacchi che si rifiutano di combattere ancora.
La mano di Cassio aveva fermato il suo braccio. Gli occhi amici turbati e addolorati l'avevano calmato di colpo più di mille parole. Non avrebbe più dimenticato l'espressione di quegli occhi. Era rimontato a cavallo pieno di furore e di disgusto di sé. Il sangue lo copriva completamente come una melma viscida. Sangue, sangue e ancora sangue. Gli pareva di non aver fatto nella sua vita che sguazzare nel sudore e nel sangue. Quello che aveva fatto era stato terribile ma necessario.Aveva riconosciuto l'unico fratello del principe nel ragazzo morto. Bisognava rassicurare i soldati e soprattutto lanciare al principe una sfida:
-Se avessero fatto a mio fratello quello che io ho fatto a quel corpo nessuno potrebbe fermarmi. Ora Loris dovrà combattere.
Una soddisfazione feroce lo assalì, perché il generale sapeva che solo il disprezzo per il nemico impediva a quella gente di battersi.

"La conquista di Ruma" pag.2

Lui era un soldato invece. Conosceva il suo compito e sapeva farlo bene. Lo scempio del cadavere avrebbe stanato il cucciolo ribelle. Bisognava aspettare. A Marco Lavinio piacevano le trappole che la mente ordisce. Erano i soli giochi capaci di eccitarlo ancora. A trentacinque anni cominciava ad invecchiare e lo sapeva, benché il suo corpo fosse integro.
-Ti domerò, giovane principe. O ti schiaccerò, semplicemente.
Di colpo, rivide quello che aveva fatto. Il caldo e l'odore del sangue fecero il resto. Scese da cavallo mentre la prima ondata di bile gli riempiva la bocca. Gli occhi gli bruciavano ed il petto era scosso da sussulti. Dopo qualche istante Marco Lavinio, detto il Vittorioso, vomitava in ginocchio.
-Sto invecchiando, pensava. E poi ancora: Dovevo farlo, è stato orrendo ma dovevo farlo.
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Adesso udiva distintamente il battere ritmico di un maglio di ferro. Ogni colpo gli rimbombava cupamente nella testa procurandogli ondate di dolore. Poi i colpi si moltiplicarono e Marco si ritrovò nel frastuono assordante della battaglia. Eccoli finalmente!
Avevano osato attaccare all'imbrunire, un drappello sparuto, ridicolo di ombre, che tuttavia sembravano moltiplicarsi nelle azioni rapide, veloci.
-Ci odiano, aveva pensato Marco Lavinio, ci odiano e non temono di morire.
La battaglia volgeva già al termine. Schiacciati dal numero gli assalitori cadevano l'uno dopo l'altro e presto il terreno fu pieno di corpi. Marco cercava il principe nella mischia. Anche Loris lo cercava. Le città abbandonate avevano occhi invisibili, il ragazzo sapeva quello che il generale aveva fatto. Ora c'era una sfida tra loro che andava ben oltre il fatto che fossero nemici. Marco se lo vide sbucare di fronte all'improvviso. In quel momento una nuvola scoprì la luna e un raggio illuminò il volto di Loris. Il brusco movimento di Marco fece scartare il cavallo, perché il volto che lo fissava era lo stesso che aveva cancellato a colpi di spada. Fu un attimo, prima che capisse che una straordinaria somiglianza univa i due fratelli. In quel momento avrebbe potuto attaccare il principe, se non fosse stato per la nausea improvvisa che l'aveva colto. Quell'attimo di sconcerto gli fu fatale. Sentì un dolore lancinante al fianco e cadde con la faccia sul terreno duro.Perse subito i sensi e fu la sua fortuna, perché Loris dovette crederlo morto e si allontanò al galoppo, ritirandosi col suo sparuto drappello di ombre.
Ora nel delirio gli occhi del principe lo ossessionavano. C'era in quegli occhi una cupa volontà di morte.
-A vent'anni io volevo vivere, pensava Marco Lavinio. E che gli dei mi perdonino, mai ero così vivo come quando davo la morte. Ora non è più così. E' da questo che capisco che sto diventando vecchio. Ma non arriverò a conoscere la vecchiaia. La mia strada si ferma qui.
Fu pensando queste cose che si accorse di essere rientrato nella realtà. Il battito del suo cuore era lo scalpitare di un cavallo selvaggio che doveva stancare. Pensò di nuovo che un tempo conquistare e uccidere l'avevano aiutato a sentirsi vivo. Aveva preso con la forza tutto quello che poteva prendere. Marco aveva amato la violenza e l'aveva esercitata a lungo e con soddisfazione. Poi era venuta la sazietà, la stanchezza. . E tuttavia continuava a combattere: era l'unica cosa che sapeva fare e sentiva che non poteva fermarsi, nonostante il disgusto, la pietà che qualche volta sentiva, e il senso di inutilità di ogni cosa.
-Sono stanco, pensò, e tuttavia voglio vivere!
Di nuovo la ribellione, di nuovo la furia.
-E' che non sono vecchio abbastanza, si disse.
Ora i rumori della rissa erano più vicini, proprio fuori dalla tenda. Si udivano voci concitate e a tratti una voce sottile, tanto che Marco Lavinio credette all'inizio di averla immaginata. Quella voce parlava una lingua che da molti anni non udiva più pronunciare così dolcemente: la lingua della sua nutrice, la lingua di Loris, la lingua del popolo misterioso. Seppe che i colpi di maglio che aveva avvertito nel delirio erano in realtà gli zoccoli del cavallo di un messaggero che si avvicinava al campo. Esso portava i segni del destino con sé. Il comandante sorrise. Ancora doveva sradicare da sé quello che aveva succhiato insieme al latte della nutrice: una strana sensibilità che sfiorava la preveggenza, e che veniva a galla ogni tanto, nei momenti cruciali della sua vita.
Ora Cassio era entrato nella tenda.

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-I soldati hanno fermato una ragazza. Non parla la nostra lingua, ma ripete con insistenza il tuo nome.
Marco Lavinio si drappeggiò faticosamente la coperta addosso. Sentì la vita rifluire tumultuosa dentro di lui: pensò che se persino ora poteva chiedersi se una donna sarebbe stata bella dopo tutto il vecchio Marco non era finito. Forse ce l'avrebbe fatta a vedere molti nuovi giorni.
- Fatela entrare, disse, e lasciateci soli.
Colse lo sguardo preoccupato di Cassio e di nuovo rise.
-Sono tanto malridotto da dover temere una donna?
Cassio rispose con una risata affettuosa. Ma quando uscì dalla tenda la sua espressione era tesa e preoccupata.
Thesia fu fatta entrare nella tenda. Si sentiva le gambe deboli e la testa in fiamme. Aveva temuto arrivando al campo di finire tra le mani dei soldati senza arrivare neppure a vedere il comandante. Si sentiva piena di disgusto per quella gente. Odiava le loro facce, le loro mani, i loro corpi sgraziati. Il loro odore poi le era insopportabile, quanto le loro voci. Avevano osato toccarla, strapparle i vestiti, e sarebbe stato ancora peggio se non fosse intervenuto colui che aveva udito chiamare Cassio, certo un ufficiale. Thesia aveva avuto istintivamente fiducia in lui e non aveva sbagliato. Ora si rendeva conto con angoscia che Cassio la lasciava sola in quell'immensa tenda che le era parsa vuota, illuminata da un fuoco che rendeva l'aria soffocante e abbagliava i suoi occhi abituati all'oscurità. Una voce calma e amichevole le chiese come si chiamasse. Thesia sentì la stretta angosciosa allentarsi. Il generale parlava lentamente, con una esitazione appena percettibile e con accento straniero, ma parlava la sua lingua! Un fiume di parole concitate le salì alle labbra, ma egli la interruppe dicendo:
-Parla più piano. Non parlo la tua lingua da molti anni e non voglio che nulla mi sfugga, Thesia.
Pronunciò il suo nome con una strana sfumatura che neppure l'esasperata sensibilità della ragazza seppe comprendere.
Ora che i suoi occhi si erano abituati alla luce vedeva che il generale giaceva su mucchi di coperte e cuscini e che quello era l'unico segno di comodità di quella tenda, che pur nella sua vastità le sembrò assai scomoda e rozza, soprattutto per essere quella del comandante. Lavinio le parve molto diverso dai suoi soldati. Era certamente l'uomo più grande e forte che avesse mai visto, e il suo volto dai lineamenti duri era tuttavia insolitamente attraente, benché fosse madido di sudore e stravolto dalla sofferenza. Gli occhi erano molto vivaci, nonostante il dolore, nonostante la febbre. Il loro sguardo era curioso e stranamente ironico. Thesia socchiuse gli occhi e vide l'aura di Marco Lavinio. Dovette stringere le palpebre, perché essa era simile ad un incendio. E tuttavia l'alone viola pallido e l'intermittenza dei bagliori le dissero chiaramente che il generale stava morendo.
-Avvicinati, siediti vicino a me, le disse. Scorgendo la sua esitazione rise.
-Non temere. La mia mano è più debole di quella d'una donna, ora. Puoi prendere il mio pugnale, eccolo. Non ne avrai bisogno certamente, a meno che tu non sia venuta per uccidermi, Ma non lo farai: so che sei una messaggera. Forse con il pugnale ti sentirai più sicura.
Le porgeva l'arma studiando il suo viso con curiosità scoperta.
-Una donna, pensava, oh dei mi mandano una donna, poco più di una bambina. Una cerbiatta, spaventata e cauta. Ma senza lo sguardo buio di tutti loro. No, pensò Marco, non è una cerbiatta. Quel pugnale non resterà un pegno tra noi. Lo userà entro stanotte.
Sospirò.
Dimmi che vuoi, chi ti manda.
La voce infantile di lei era dolce, avrebbe potuto ascoltarla per ore, anche se il tono e le parole erano aspri. Gli diceva che doveva andarsene, ritirare le sue truppe e sparire oltre le colline da cui era venuto o avrebbe contaminato la loro civiltà. Loro avrebbero finito per essere distrutti e l'avrebbero fatto piuttosto con le loro stesse mani: ai conquistatori sarebbero rimasti solo cadaveri e rovine.
-Marco Lavinio, vattene. Tu sei tanto saggio da uccidere il bue per nutrirtene, ma non la farfalla che vola leggera. Non distruggere quello che non comprendi.
Il generale aveva chiuso gli occhi, sembrava non ascoltarla.
-Potrei ucciderlo ora, pensò Thesia ed incontrò i suoi occhi.
-Se fossi in te non lo farei. Forse non ti avrei dato un'arma se non fossi stato sicuro di potermi difendere. Forse quello dopo di me potrebbe essere peggio di me.
-Tu leggi nel pensiero, Marco?
-Non è difficile, Thesia, mettersi nei tuoi pensieri. So che saresti capace di uccidermi, ma vedi, se hai la pazienza di aspettare l'alba non ce ne sarà bisogno. Le forze mi abbandonano.
La mano di Marco la trasse a sé senza uno sforzo apparente.
-Mi piaci molto, Thesia. Mi piace la tua pazza imprudenza di metterti a cavallo e venire qui, fino nella mia tenda, che hai raggiunto beninteso per puro caso, o perché i tuoi dei sono dalla tua parte, a dirmi quello che devo o non devo fare.. Strano popolo il tuo, che affida a mani così lievi compiti tanto gravi. Cosa ti aspettavi che facessi? Che dessi ordine di levare le tende perché occhi tanto dolci me l'hanno chiesto?

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Rideva il generale Lavinio, si burlava di lei che col cuore in tumulto gli gridò che anche lui, Marco Lavinio, stava perdendo la sua battaglia. Erano vicinissimi adesso, Thesia sentiva il corpo di lui febbricitante, ma insieme sentiva anche la vita scorrere come un fiume, una vitalità violenta che lottava per non essere sopraffatta. Gli occhi del generale non avevano mutato espressione e Thesia capì con disperazione che quell'uomo non avrebbe mai preso niente sul serio, neppure la propria morte.
Il generale le strinse la mano affettuosamente prima di lasciarla. Thesia lo turbava più di quanto non avrebbe mai ammesso, e non soltanto perché era tanto tempo che non aveva più posseduto una donna.
-Non sei che una bambina, rammentò più a sé stesso che a lei.
-Sbagli, Marco, sono la donna di Loris.
Thesia l'aveva guardato quasi con sfida.. Marco percepì solo quella e non il turbamento che l'aveva generata. Il dolore e la febbre avevano acuito i suoi sensi ma conosceva troppo poco le donne per capire che le difese di Thesia stavano crollando. La morte per quest'uomo non era l'esaltante avventura, il ritorno alle origini che era per lei e per Loris. Non c'era in quest'agonia nessuna esaltazione. Egli sembrava perdere col suo corpo tutto quello che aveva e tuttavia non aveva fatto che ridere di lei e di loro. Capì perché alle dee era così facile amare i mortali e se ne vergognò come di un tradimento. Fu in quell'attimo che disse: Sono la donna di Loris.
Marco si era drizzato di colpo sul giaciglio con una smorfia di sofferenza, improvvisamente vigile.
-Il principe sa che sei qui?
-Eravamo insieme quando sono venuta via.
-E non ti ha fermata?
Theisa lo guardò a lungo prima di rispondere:
-Ciascuno corre incontro al suo destino.
Marco Lavinio chiuse gli occhi. Ascoltava la voce della ragazza. Le ondate di dolore continuavano ad assalirlo mentre Thesia gli raccontava la sua storia con Loris ed una sorda collera si impadroniva di lui. Quando riaprì gli occhi parve a Thesia che i bagliori del fuoco si riflettessero in quelle pupille
-Tu ami Loris e sei qui per salvare la sua vita e quella della vostra gente. Questo secondo quello che pensi tu, e Loris si è lasciato convincere. Conosco la forza di persuasione delle donne, specialmente quelle che come arma usano la dolcezza. Il tuo principe è un pazzo che si nutre di sogni. Ti ama e ti lascia correre incontro al tuo destino: ora sei nelle mie mani. Io mi chiedo, Thesia, se la tua immaginazione ti basti a pensare quello che potrei fare di te. Certo, pensi che sto morendo e non mi temi, ma mi basterebbe lasciarti uscire di qui priva della mia protezione. Al resto penserebbero i soldati.
Era tornato a cadere sui cuscini, scosso dai brividi della febbre
-Tu odi Loris, disse Thesia lentamente.
-Odio chi gioca con la vita. Io non ti avrei fatta partire, Thesia, se tu fossi stata mia. Avrei spezzato le gambe al tuo cavallo e forse anche le tue, ma non ti avrei mandata dai miei nemici. Avrei combattuto e sarei morto combattendo,. Il tuo principe vuole destini sublimi per sé e per la propria gente. Ma ho dovuto massacrare il corpo di suo fratello perché l'ira vincesse il disgusto che ha per me. Eppure noi ci mescoleremo al vostro popolo, porteremo la vita, oltre che la morte. E' il cammino della storia. Nessuno ci fermerà, se non altri assai più forti di noi, se mai ci saranno.
Aveva chiuso gli occhi.
-Potrei prenderti a forza e rimandarti da lui. Fece una smorfia. Se non fossi troppo stanco, aggiunse e rise ancora, questa volta di sé. Sono geloso, Thesia, sono geloso di questo Loris che ami al punto da commettere simili sciocchezze. Sono geloso di questo ragazzo che ti trascina verso le ombre e ti manda come un agnello sacrificale da me. Thesia, il fato esiste, ma bisogna vivere come se non lo sapessimo, o siamo perduti!
Tacque improvvisamente, poi disse con voce mutata:
-Resta qui. Ormai non vedo che ombre. Domani tornerai da Loris. Digli che dovete arrendervi. Avrete ogni garanzia. Ti chiedo solo di restarmi vicino. Non voglio morire, Thesia, da solo.
Marco Lavinio respirava sempre più faticosamente. I suoi occhi si velavano come quelli di un animale morente. Thesia provava una pena profonda. Poi prese una decisione improvvisa. Si chinò su di lui, gli sussurrò all'orecchio:
-Ti farò molto male, Marco Lavinio, ma vivrai.
Marco non sentiva più niente, salvo un uragano di dolore e una lama incandescente nella ferita. Correva verso fiamme altissime che gli divoravano le carni e sentiva le mani fresche e forti di Thesia trascinarlo via.. Sentiva il filo della vita teso fino a spezzarsi ma la piccola ombra accanto a lui gli sussurrava di resistere. Sentiva mancargli il fiato e un alito fresco respirare attraverso la sua bocca. Poi venne il gelo. Una lunga, estenuante marcia nel gelo fino a scivolare verso un profondissimo abisso sull'orlo del quale qualcuno lo tratteneva disperatamente.
-Marco Lavinio, non devi morire. Era un ordine e una preghiera.
Poi le ondate di dolore rallentarono, ed aprì gli occhi come un naufrago gettato dal mare sulla spiaggia. Thesia accanto a lui lo fissava, più simile ad un'ombra che a una creatura viva.
-Tu hai scelto la vita, Marco Lavinio, ed io te l'ho resa. Mio padre e' un medico, e le nostre conoscenze sono più approfondite delle vostre.Vedi che dopotutto ho usato il tuo pugnale e questo gran fuoco non è stato inutile. La tua ferita ha smesso di sanguinare e non si infetterà. Pensavo di averti ucciso, il tuo corpo era di gelo ed io ti ho abbracciato finché non hai risposto al mio abbraccio. Se non l'avessi voluto io, disperatamente, tu non saresti vissuto. Non so perché l'ho fatto, giacché tu sei mio nemico. Forse per salvare con te quella volontà di vita, quel desiderio di luce che non ho provato mai.
Marco la guardava con dolcezza:
- Non disperarti, Thesia. Non essere infelice. Le donne servono a dare la vita, non la morte. Nessuno saprà mai quello che è successo. Torna dal tuo principe, digli di arrendersi. Io vi aiuterò, perché ti debbo la vita.
Thesia sorrise leggermente.
-Non farmi scortare, Marco. Questo è il mio paese, sarò più sicura sola che con la tua scorta. Terrò come ricordo il tuo pugnale.
Marco vide il suo volto avvicinarsi e sentì la dolcezza della sua bocca sulla sua. Poi Thesia uscì dalla tenda, e per un attimo Marco si chiese se non l'avesse soltanto sognata.
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C'era una domanda muta negli occhi di Cassio. Marco strinse la mano dell'amico che gli bagnava le labbra. Il dolore era sempre intenso, ma più sopportabile, e soprattutto la morsa della febbre si stava allentando.
- Ho passato la notte. Come vedi vivrò. Mi ha salvato e non so neppure perché. Aveva già scelto di morire col suo uomo, e lo faranno con un pugnale romano. Forse ha sognato per una notte di vivere in un mondo di carne e di sangue prima di tornare da dove è venuta. Sarebbe rimasta, ma era troppo leale per farlo. Non ci sarà battaglia, Cassio. Moriranno pur di non soccombere. Troveremo un'altra città piena di ombre. Sarà così che conquisteremo Ruma.