di Juri Casati
Ci tengo subito a ringraziare il mio amico Doraimon. Mi segue in ogni luogo, a volte solo con gli occhi e da lontano, ma a volte proprio di persona e da vicino. Il giorno del mio compleanno mi ha regalato questa bella risma di fogli su cui io posso scrivere e questa bella penna con cui posso farlo. Lo ringrazio, ma voglio subito precisare che l’ho rimborsato fino all’ultimo centesimo. Pertanto il suo non è stato proprio un regalo né un acquisto (qui d’altronde non sono consentiti né regali né acquisti). Diciamo che è stato un regalo su commissione.
Precisato questo, adesso a noi. State a sentire, Signori e Signore, quello che è accaduto a noi nel nostro paesino.
Era Maggio. Pioveva. I fiori erano già sbocciati, ma erano piegati sotto il peso dell’acqua che non smetteva di cadere. Due stranieri arrivarono nel nostro paesino sbucando dal provinciale con la loro berlina straniera stracarica di masserizie. Erano stati attirati non ho mai capito bene da cosa, ma sapete come sono quelli di Milano: aria pulita, verde, niente stress e via dicendo. Ecco cosa cercano.
Miei cari, questa coppia venuta da fuori aveva un bel pregio: i soldi in tasca. Liquidazioni o qualcosa del genere. Dicevano parole incomprensibili: fine della new economy, ritorno alla old economy e palle varie. Ma – Dio li abbia in gloria - con i loro soldi comprarono il negozio di ferramenta del vecchio Edwin che era chiuso da tempo. Menomale! La bisbetica Mary proprio non la voleva vendere nel suo negozio quella “robaccia” (come diceva lei) che invece il vecchio Edwin aveva venduto nel suo negozio per anni prima della chiusura.
Sia detto per inciso: il negozio della bisbetica Mary una volta era un emporio che effettivamente vendeva anche quella utilissima robaccia. Oggi no. Non si usa più. È cambiato il mondo (new economy anche per lei): solo alimentari dunque e di lusso per giunta. A peggiorare le cose aveva contribuito il nuovo arredamento che aveva scelto per il suo negozio come se si trattasse di una boutique della Quinta Strada (in un paese che ha quattro strade in croce). Inoltre - proprio non si è fatta mancare nulla quella maledetta - spiccavano alle pareti della brasserie (che Dio la perdoni, ma l’ha chiamata così) pessimi bassorilievi raffiguranti una vita agreste che la bisbetica Mary non aveva mai fatto o che non si ricordava più di aver fatto o che non voleva si sapesse che aveva fatto. Ma se devo dipingere il pollaio? Le chiedevamo. E la staccionata di Leroy? Ma per la bisbetica Mary niente di tutto questo era importante: che andassero pure alla malora pollai e staccionate. Formidabile questa penna che mi ha portato il mio amico Doraimon (dietro regolare rimborso, s’intende). Scorre che è una bellezza.
I due milanesi (mi dissero i loro nomi, ma – un po’ per comodità e un po’ perché non mi ricordo i nomi - chiamiamoli uno San e l’altro Siro) ci avrebbero pensato loro.
E fu così che aprirono bottega. Rimisero l’insegna del vecchio Edwin (un po’ di pubblicità gratis non fa mai male) e riaprirono i battenti: secchi, pale, picconi, catene, chiodi, martelli, vernici, candele, pennelli, grasso, olio, carta vetrata, filo spinato, coltelli. E ancora catene, bulloni, diserbanti: avevano tutto. E fu un bene soprattutto per la staccionata di Leroy che cadeva marcia.
Sì, tutto fu buono e giusto. A dire la verità San e Siro erano per così dire in odore di omosessualità, ma fa niente. Siamo sempre pronti a passarci sopra a queste cose quando conviene. Che si facessero pure il Gay Pride a casa loro. L’importante è che vendano quello che devono vendere e tutto filerà liscio. Sia chiaro: stiano lontani dai bambini.
E invece? I due non sembravano felici. Scossi forse dal passaggio new-old economy? Una crisi di coppia? L’aria diversa della Brianza, a volte soffocante, gli stava facendo male? Era quasi estate. L’inquietudine di San e di Siro saliva, era palpabile: ma cos’è che avranno? Forse non si trovano bene? Strano. Il paese, pur riservato, è comunque ospitale. E no che non è ospitale secondo loro.
Dopo mille e mille insistenze e grazie all’offerta di un gelatino “riparatore” in piazza - anche se lontano da occhi indiscreti perché sennò chissà cosa pensano i paesani: magari che io frequento i froci al di fuori del loro ambito di accettabilità sociale dato dal loro negozio di ferramenta - infine quei due si sfogarono.
Subiamo degli scherzi, mi dissero. Scherzi? Carnevale effettivamente è passato e poi non è che qui si scherzi volentieri. Là dove c’era l’erba ora c’è… una città. Non so cosa c’entra, ma voglio dire che qui si lavora e non si ride sul lavoro. Probabilmente si tratta di scherzi fatti da monellacci. Ma se li prendo li sotterro alla cava Martinson (si fa per dire, ovviamente. Doraimon, cortesemente, non tener conto di questa affermazione e ricordati che chi fa la spia non è figlio di Maria). Ma comunque promisi un mio sincero interessamento e feci partire false indagini tanto per far vedere che ci provavo. Interrogai un po’ di figli di paesani scelti a caso e un po’ di teste calde scelte non a caso. Poi – costernato - tornai da San e da Siro.
Ho fallito, dissi. Non ho trovato… l’omertà e via dicendo, ma comunque la mia indagine qualche effetto l’avrà sicuramente ottenuto: gli autori di queste bravate si saranno sicuramente presi paura e non lo rifaranno: ne sono certo.
E invece lo rifecero subito. Quella notte stessa, così mi dissero i due Santi.
Ma rifanno di preciso che? Mettono in disordine, mi dissero San e Siro. Vede, le corde che erano ordinatamente riposte lì ora sono state sbobinate là in fondo. E poi c’è un altro fatto grave, mi sussurrò San, ben attento a non farsi sentire da Siro: le vernici. Le vernici? Feci io. Beh le vernici non hanno lo stesso ordine cromatico di quando le abbiamo messe bene in vista in vetrina mi spiegò San. Il suo compagno Siro (cioè quello che non doveva sentire, ma che in realtà ascoltava benissimo i nostri discorsi) ci tiene tantissimo ad un cromatismo perfetto dato che ai tempi delle new economy era grafico. Ci diventa matto, poverino. Loro, i mocciosi, questo lo sanno e fanno apposta a mettere vicini l’arancione e il blu, colori che non devono essere mai avvicinati. Ma così diventa blu il povero Siro.
Ma c’è dell’altro. Uffa. E l’altro cos’è? E l’altro sono le pale. Pale? Il mio amico qui che mi ha portato carta e penna – rimborsato, s’intende – e che però mi sta anche a guardare, povero Doraimon, ecco lui non ha capito la questione delle pale e forse è meglio così. Pale, pale e ancora pale. Sì le pale per scavare. Le hanno spostate? No. Le hanno rubate? Ni. E cosa vuol dire? Ni. E mi accompagnarono a vedere il nì. Nì perché effettivamente NO, non le avevano rubate. Nì perché Sì per qualcosina le avevano usate. Cominciavo a sudare. Non erano più come nuove. Il ferro non era più lucido, quasi laccato. C’erano graffiettini e incrostazioncine oltreché le classiche sbecchettature date ovviamente dall’uso. Era inutile discutere: i monellacci le avevano usate. Erano ancora vendibili, d’accordo, ma quando sono nuove nuove sono un’altra cosa.
Mi umiliai e mi prostrai davanti a loro. Non accadrà mai più, promisi da consumato politico il giorno prima delle elezioni. Scopriremo i mandanti, il livello occulto, il grande vecchio dietro le stragi. E così ricominciai i falsi interrogatori in giro per la città. Mi indignai pubblicamente: chi è che prende in giro due onesti imprenditori che peraltro fanno un servizio alla città perché se aspettavamo l’emporio (ora brasserie) della bisbetica Mary la staccionata di Leroy se l’erano mangiata le termiti da tempo? Niente. Nessun colpevole. Non è più il paese di una volta. Mio caro Doraimon che mi hai portato da scrivere regolarmente rimborsato, tu cosa ne vuoi capire? Tu mi dici sempre di sì, ma se io qualche volta dico di no mi dai sberle e mi leghi.
Le settimane successive furono un calvario di vetrine rotte, scritte sui muri, catene spezzate. Ma che diavolo succede? Abbiamo paura dei linotipisti, dei gatti neri, dei cattivi pensieri? Così un pomeriggio presi il telefono e cominciai a sparare ai compaesani le mie opinioni di un clown per ricordare alla Germania le sue colpe rimosse e chi doveva capire capiva. No, Doraimon, non è l’ora della medicina. Ora mi calmo. È stato un attimo. I ricordi mi pesano, sapete? Dove eravamo rimasti? Ah sì: e l’ospitalità? Dove è andata a finire, tuonò il reverendo dal pulpito. Lui che dal pulpito avrebbe dovuto dire altro e in ben altri tempi.
Ma che diavolo succede? disse anche lo sceriffo. E lui sì che era un pericolo: stella di latta, quattr’occhi e due stanghette, ma soprattutto: un cazzo da fare tutto il giorno. Era un pericolo perché era arrivato dopo i fatti. No, non i fatti di questi due gay sventurati. No, “i fatti” dell’altra volta. Chi sa poco è pericoloso perché è un dilettante e i dilettanti guardano il mondo con gli occhi giusti, quelli da bambino. Per fortuna lo sceriffo non capiva il punto centrale della questione e cioè che siamo una terra di apostati. Lo diceva anche un nostro conterraneo come Don Giussani: altro che Cattolici! In Brianza sono Protestanti. E non credo che si riferisse al fatto che i Protestanti sono antipapisti e leggono le Scritture direttamente senza mediazioni e senza catechismo, ma in modo anarchico e antiautoritario (non è un caso che il fenomeno della Lega abbia attecchito subito e in profondità in un’area culturalmente “protestante” e quindi predisposta a ricevere il messaggio di Roma ladrona, Lutero non perdona). Non è solo questo. Erano, sono e siamo eticamente protestanti per la nostra etica del lavoro per cui la conferma del far parte del novero degli eletti si manifesta nelle opere, che siano capannoni industriali oppure che siano giardinetti maniacalmente curati. L’Etica protestante e lo spirito della Brianza.
Comunque anche lo sceriffo – The Sheriff – si mise ad indagare come avevo fatto io prima di lui. Doraimon digli al dottore che è uno scandalo che mi ha tolto internet. E poi digli anche che non lo sento più il pling-pling che gli dicevo, ma sì il pling-pling… il rumore del sommergibile. Ma lui, The Sheriff, indagava sul serio. Non come avevo fatto io. Forse è la volta buona, pensai, che lo invito al capanno sul lago Kentuky a cacciare le anatre. Ne abbiamo di cose da dirci. Non abbiamo avuto ancora il tempo di conoscerci bene. Anzi, per la verità, proprio non abbiamo ancora avuto il tempo di presentarci. Ma fa lo stesso perché tanto non ci conosceremo comunque. Infatti non appena sarà al capanno avrà un incidente di caccia. O magari affogherà nel vicino invaso della miniera degli Oregon’s. Il crepuscolo degli Dei. Ciao Doraimon, mio custode più che Angelo rimborsato fino all’ultimo centesimo, ma cosa ti segni su quel taccuino? Spia del Vaticano. Tu non sai con che frequenza capitano certi incidenti. Laghi ghiacciati, tronchi d’albero rotolanti, slavine, fulmini e parafulmini in un capriccio d’estate quando ti va di traverso una spina di pesce che hai pescato. Hey Jude, non peggiorare le cose, prendi una canzone triste e rendila felice.
In più c’era un altro casino. Siamo una piccola comunità del cazzo. Le voci corrono e la curiosità pure. Diceva il Poeta: una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale. Così la curiosità spinse ad affollare quel negozio al di là delle necessità quotidiane. E così a giugno si cominciarono a fare le provviste per l’inverno: pale da neve, perché ogni anno la neve arriva prima; ramponi da ghiaccio perché tanto adesso o più avanti li devo comprare; filo spinato perché le pecore sennò mi rovinano i campi e anche se i campi non li tengo più da decenni è uguale. Metti che in futuro il prezzo della segale risalga io…. E così via. Tutti a vedere il Circo degli Elefanti. Entrata gratuita, cosa sempre gradita.
Era chiaro che in queste situazioni qualche parola sfuggisse. Passi per lo sceriffo che era quello che era. Qui mandano sempre quello che avanza. Lui indagava fastidiosamente e con occhi da bambino, ma non aveva l’intuizione giusta. Rompeva i ciglioni, ma non avrebbe capito comunque. Il problema erano quei due che venivano da Milano. Sì, a quanto avevamo capito avevano fatto crollare l’economia mondiale… ma non da soli: loro avevano solo “contribuito”. Quello che voglio dire è che San e Siro stupidi non erano. Cominciarono a mangiare la foglia. E cominciarono a stare attenti alle mezze parole. Ai dettagli. Mi spiego meglio: uno serviva i clienti e l’altro si aqquattava tra gli scaffali e tra la merce ad ascoltare di contrabbando i discorsi degli altri clienti – quando ce ne erano – sparsi per il negozio. Tanto va la gatta al lardo che… beh non lo so più. Ma era al largo o al lardo? Insomma: riprendo il discorso. Si nascosero finché non udirono la frase incriminata. La vecchia Ethel - incredibile: la moglie di Leroy: loro e la loro maledettissima staccionata quanto hanno rotto! – disse: “È come l’altra volta”. Ecco cosa disse.
È come l’altra volta. Voi pensate al mare di congetture messe in moto da una semplice frase. È come l’altra volta. Ma allora c’è stato un precedente, pensarono i due: evidentemente la banda di monellacci era stata già protagonista di incresciosi episodi analoghi. E fu così che si andarono a lamentare dal Sindaco il quale stette zitto zitto e fu meglio per lui e non solo perché le elezioni erano vicine. Il Sindaco maledisse tra sé la vecchia Ethel e quella maledettissima staccionata che andasse alla malora una buona volta. Ma – da politico consumato quale non era - promise e promise ancora. Poi si impegnò formalmente. Con fare solenne guardò la bandiera e giurò sulle stelle e sulle strisce che non avrebbero mai più patito quegli scherzi idioti.
E invece gli scherzi ripartirono regolarmente. Subito. Da quella notte. Nel negozio chissà cosa avevano fatto quella in quella occasione. C’era un odore, un odore pungente di stoppia bruciata. Quell’odore che si sente a dieci chilometri di distanza. E poi c’era la questione delle pale. Ancora le pale. Ma cosa ci dovevano fare quei parassiti? A usarle così poi si rovinavano e nessuno le avrebbe più comprate, si lamentavano San e Siro.
E qui si sbagliavano. Perché noi del paese ci organizzammo e comprammo lo stesso le loro pale anche se non ci servivano. Infatti era necessario frenare la loro ira. Il negozio ci serviva. Il casino meno. E così giù pale a tutto spiano per tutti gli usi e per tutti i gusti.
Anche Buddy, l’incazzoso Buddy, comprava, comprava, comprava. I bambini lo chiamavano Necrosius. Il nome forse lo aveva scelto un bambino più colto degli altri che probabilmente aveva letto qualcosa del solitario di Providence: non si sa mai cosa nascondono le biblioteche private delle nostre parti: perle nei porcili. Il povero Buddy lo chiamavano così – Necrosius, intendo – perché letteralmente perdeva i pezzi. Non era lebbroso, ma qualcosa del genere. Era soltanto un povero marcione. Era stato in Vietnam o giù di lì non per vacanza ed era stato contaminato dall’agente arancio (che – sia chiaro una volta per tutte - non sta bene vicino al blu). Aveva avuto una qualche malattia alla pelle: non ho capito mai bene.
La storia del povero Buddy, incompreso reduce dal Vietnam, mi consente una breve divagazione. Ascoltala Doraimon perché riguarda anche te. Infatti è comune dalle nostre parti e per quelli che hanno una certa età, il mito del Vietnam. Il mito si diffuse nei primi anni ’80 e colpì i bambini e i ragazzi di allora che - spinti da certo cinema americano (Platoon, Full Metal Jacket, Apolicalypse Now, ma soprattutto Rambo I) – sentirono per così dire il richiamo della foresta, nel nostro caso il richiamo del Parco. Il richiamo del Parco li spingeva a far la guerra a misteriosi musi gialli che sbucavano dal sottosuolo del Parco di Monza. Che caldo, si soffocava. Cosa ne capivamo noi dei sottointesi politici di quei film di cui subivamo però fascino profondo? Niente. Un po’ come oggi. Capimmo solo dopo anni che gli USA erano stati sconfitti in Vietnam: all’epoca pensavamo che avessero vinto. Ma fa niente: quei film ravvivavano la stanca e scolastica retorica resistenziale da 25 Aprile che cominciava già allora a perdere colpi (e quanti colpi avrebbe perso in seguito nessuno allora avrebbe potuto immaginarlo). Era bello – più a stelle che a strisce – pensare che l’esercito USA era stato alleato ai Partigiani durante la guerra. Sì, avremmo voluto una nuova Resistenza con il suo romanticismo solitario dei fuochi accesi nella notte in montagna che brillano da lontano. Certo ci mancava un nemico. I nazisti? nella nostra zona non ne avevamo visto mai uno dal vivo. I fascisti? C’era un vecchio in paese – poi abbiamo capito che era un reduce di Salò, ma neanche tanto di Salò, quanto piuttosto un reduce di quegli anni – che iniziava ogni discorso alternativamente con: “quando c’era il Duce…” oppure: “Ha ragione Almirante quando dice…”. Troppo poco per essere un nemico. I comunisti? Quelli del Circolo dei compagni non sembravano così pericolosi tanto da essere combattuti. E comunque: chi avrebbe preparato le salamelle al Festival dell’Unità se ci fossimo dichiarati anticomunisti? Gli ebrei? Mah. I negri? Non c’era ancora stata l’ondata di immigrazione che ci sarebbe stata negli anni successivi. I Musi Gialli? Nemico che sentivamo già come più appetibile. Nessun rischio, ideologicamente neutri (almeno così ci sembravano all’epoca). Ma erano proprio cambiati i tempi: questa volta anziché ritirarci come i nostri nonni sulle montagne avremmo forse preferito ritirarci al mare.
Ehi, Doraimon, diglielo al dottore che giocavi anche tu alla guerra con noi inseguito da quel bastardo di Sceriffo (The Sheriff). Lui, quel bastardo di Sceriffo, lui non aveva rispetto di chi come noi aveva combattuto per la libertà o così ci avevano detto. Oggi non ne sarei più tanto sicuro. La verità è che abbiamo perso tempo nel Parco in quegli anni. Stop coi Rolling Stones. Se rinasco colleziono francobolli. Loro e solo loro non ti tradiscono mai.
Doraimon! Non ti permettere! Non dire che l’America è lontana e che non c’entra un cazzo con me, con noi e con la Brianza. C’entra, c’entra, c’entra sempre. Hai presente, Doraimon, il video di Bruce Springsteen "Born in the USA"? Ebbene nel video c'è una serie di immagini flash che "rappresentano" gli USA del 1984 circa: macchina in vendita, ponte visto da sotto, uomo tatuato, esercitazioni militari, cimitero di guerra, vista da uno specchietto retrovisore, poliziotto con un occhio bendato, ancora esercitazioni militari, fila davanti a non so che, fabbriche viste da una macchina in movimento, case, festa di compleanno di bambino, coppia di sposi che esce di casa, Luna Park, auto che parcheggia, bambino straniero, poligono, studentesse che escono da scuola, operaio in giro per la città, ragazzi che giocano a baseball. Ovviamente bandiera USA. Tutte immagini che – mutatis mutandis - potrebbero andar bene per noi brianzoli. American Pie. Tanti strati, tanti gusti. Capannoni e villette. Noi siamo l’America della provincia, quella laboriosa dei grandi laghi, lontana da Washington. Noi siamo il New England profondo, quello delle fabbriche e delle villette a schiera. Anche noi siamo protestanti come loro. Solo che noi siamo protestanti calvinisti, mentre loro sono protestanti puritani. L’unico torto degli americani è quello di non averci costruito qui dalle nostre parti una bella base NATO. Pensa che bello che sarebbe stato: aerei che rombano, campi da baseball, Giorni del Ringraziamento. Altro che Aviano, altro che Vicenza: a Monticello dovevano costruire la base. E poi via a fare esercitazioni e a bombardare per sbaglio le Langhe fino a spianarle. Born in the USA I was.
Ma a proposito di guerriglia nel Parco: Doraimon? Mi pare di ricordare che tu – proprio tu: mio carceriere – ti isolassi in quei lontani pomeriggi nelle zone più solitarie del Parco. Noi incuriositi un giorno ti seguimmo. Solo ora metto bene a fuoco questo ricordo. Quella volta ti inoltrasti nella boscaglia bassa, quella nera e tutta ricoperta d’edera, fino ad un ceppo d’albero che era stato tagliato chissà quanto tempo prima: marcio e muschioso. Ti vedemmo inginocchiarti davanti a quell’inaspettato altare per adorarlo. Doraimon: vecchio paganaccio maledetto! Se l’avessero saputo i tuoi genitori chissà cosa avrebbero detto? Loro che erano così attivi nella Democrazia Cristiana. Loro che si impegnavano così tanto in Parrocchia nella “Catechesi per adulti”. Cosa rappresentava quel ceppo per te? Che religione era quella che tu – camuno del cazzo – praticavi nell’umida foresta primordiale mentre noi, nella medesima foresta, sopportavamo calura, insetti e agente arancio per garantire la libertà all’occidente? Tu in che cosa credevi veramente? Credevi nella libertà come noi ex giovani combattenti o credevi forse nei cinque cereali?
Dove ero rimasto? Ah sì, ci eravamo comprati le pale. Ma ormai la cosa non poteva essere più fermata in nessun modo. Era come la Rivoluzione: quando arriva arriva e non ci sono brioches a sufficienza che possano sfamare gli insorti. Doraimon: digli al dottore che adesso non posso venire: lo vedrò più tardi. Digli piuttosto di riconsegnarmi il mio tamburino bianco e rosso. Glielo avevo dato quando mi hanno portato qui e non l’ho più rivisto. È vero: un tamburino non è più di moda, ma cosa volete farci: a me piace. Cos’altro non è più di moda? Il gatto con gli stivali? Beh: a me il gatto con gli stivali piace. Non sono fatto per vivere l’oggi. E l’ho capito un giorno che camminavo sulla riva del grande fiume cercando un punto buono per buttarmi dentro.
Altra divagazione. Altro giro, altro regalo: oggi sono in vena: il Lambro è per me come il Missisipi per Mark Twain: una fonte di perenne ispirazione. Nel Lambro, così come nell’immenso e possente fiume americano, affiorano talvolta carcasse trascinate da chissà dove e chissà perché e che sembrano guardare – a volte seguire con gli occhi che non hanno – noi comuni mortali seduti sulla riva. Una volta mi ritrovai nello stesso punto a distanza di tempo, forse di anni, e rividi casualmente una macchia su di un albero, un’immagine che si era impressa nella memoria per poi scomparire. Rividi anche una ruga sul terreno e un mattone che sporgeva male da un muretto basso. Mi ha fatto piacere ritoccare quegli elementi e mi fatto piacere pensare: io li toccherò in futuro quando tutto sarò cambiato, quando il peggio sarà passato. Loro saranno ancora lì: rughe sul terreno, macchie sugli alberi, mattoni che sporgono male. Ed è rassicurante oggi pensare quando le cose vanno male o cala l’inverno – l’inverno dell’anima, intendo – che là fuori ci sono rughe sul terreno, macchie sugli alberi, mattoni che sporgono male e che loro – alla fine solo loro – non ti tradiranno mai, come i francobolli.
E scoppiò un altro casino. Bevete acqua Evian, sentivo dire in strada. Quel pazzo del fruttivendolo urlava questo spot pubblicitario. Non so perché. Neanche la vende l’acqua Evian. Ma ormai il bubbone – e lo capite da voi - stava scoppiando. Anche lo zafferano in bustine avanzava irricevibili piattaforme sindacali. Non più zafferano Tre Cuochi, ma dovevano essere 5 Cuochi e tutti con le 35 ore: meno lavoro per tutti a parità di salario! Era ovvio: la fine era vicina. L’acqua Evian aveva costretto il fruttivendolo – sotto minaccia delle armi o dell’avvelenamento - a farle pubblicità perché le sembrava di non andare più di moda come una volta. Il fruttivendolo singhiozzava. Era stato ricattato da quella maledetta acqua che avrebbe rivelato tutti i suoi segreti: vizi privati e pubbliche virtù. E di vizi privati doveva averne parecchi perché non la smetteva più di piangere, singhiozzare, ma soprattutto non la smetteva di pubblicizzare l’acqua Evian che lui fra l’altro non vendeva nemmeno.
Non avevamo ancora finito di chiarire la questione del fruttivendolo e dello zafferano Tre Cuochi che fu la volta delle, matite dei righelli e delle squadre del geometra del paese - qui noi non abbiamo spazio per architetti e designer: ci accontentiamo di meno - insomma matite, righelli e squadre si misero a disegnare. Si misero a disegnare - mica male a dire il vero - la città che volevano loro: giardini piscine. Ma non ci sono già? Scuole, parchi e biblioteche. Ma non ci sono già? Piste ciclabili. Ma con quello che costano? Tasse no, ma piste ciclabili sì?
Doraimon, ho capito. D’accordo. Prendiamo le medicine. Effettivamente qui mi danno quelle medicine, non sono per nulla amare. Ti senti strano. Diverso, compiuto e completo. Migliore. Certo mi viene in mente che il buon Richard che sono trent’anni che prende le medicine e sono trent’anni che non si vede e che vive nella casa sulla strada per la collina. A volte lui lascia messaggi nel cavo di un particolare albero come se fossero messaggi in bottiglia lanciati in mare. Mi rendo conto che sono medicine per non disturbare i vicini.
Torniamo a noi. Ovviamente le rivolte fanno emergere i leader. Fu pertanto quello il momento degli eroi, ma non solo. Nel nome del Padre, del figlio e via dicendo. Anche loro – gli eroi – a quel punto si incazzarono e fecero sentire la loro voce stentorea e con un forte eco, ma d’altronde proveniva dall’oltretomba. Come fecero? Ecco come fecero.
Dovrebbero essere ad altezza vista. Nella realtà sono un metro sopra i nostri occhi. Dovrebbero essere lette. Nella realtà sono ignorate. Dovrebbero generare orgoglio e senso di appartenenza. Nella realtà generano indifferenza e disinteresse. Dovrebbero suscitare il ricordo. Nella realtà producono l’oblio. Sono le targhe commemorative. Nessuno sa quante siano. Non è mai stato effettuato un loro censimento. Ci sono le targhe per gli eroi. Ma ci sono le targhe per gli scrittori. Ci sono le targhe per i pittori. Ci sono le targhe per i martiri. Ci sono le targhe per i musicisti. Ma ci sono le targhe anche per gli eventi memorabili. Ci sono le targhe per le stragi. Ci sono le targhe per gli scienziati. Ogni città ha targhe commemorative. Ogni amministrazione locale discute - anche animatamente - dove apporle e a chi dedicarle. Ogni amministrazione locale predispone una bella cerimonia il giorno in cui la targa viene apposta e nella cerimonia si sprecano belle parole di ricordo o di “richiesta di giustizia” o “per non dimenticare”, a seconda delle circostanze. Un articolo di giornale il giorno dopo. Poi più nulla. Le targhe negli anni si consumano e diventano illeggibili. Talvolta negli anniversari alla targa viene agganciata una corona di fiori. Ma in pochi mesi le dorature si asciugano e si incrostano. Il verde marcisce e poi secca. Fino al successivo anniversario. Ebbene quel giorno le targhe presero vita e si staccarono dai muri facendo saltare le viti arrugginite che ve le tenevano agganciate. Non è possibile in questa sede rendere conto in dettaglio di tutto quello che dissero e rivendicarono. Vi dico solo che la marmaglia di Santi, Eroi, Poeti e Navigatori improvvisò un disordinato corteo più largo che lungo. Come un Quarto Stato avanzarono pressappoco le seguenti sbriciolate richieste: ma in che cazzo di via mi avete messo? Con tutto quello che ho fatto io per l’Italia; ma sono tutto sporco (si erano infatti risvegliate anche le statue): possibile che nessuno si sia degnato in questi anni di raschiarmi le incrostazioni?; ma chi è quel villano ha scritto le didascalie sulla mia targa? Come ha osato definirmi surrealista? Io non so più chi sono o chi dovrei rappresentare? (era una targa letteralmente illeggibile); non è vero che Garibaldi ha dormito qui (ma il testo della targa sembrava volerci convincere dell’opposto). Questa era la prima fila: gli incazzati, potremmo definirli. Seguiva – ed era la marmaglia più grossa – una serie di corpi tumefatti e bruciati che si lamentavano: erano i quindici morti dell’incidente ferroviario accaduto a Monza il 5 gennaio 1960. A differenza dei pittori e dei poeti che avevano - almeno una fugace - presenza nei libri, di loro non si ricordava più nessuno. Raccontarono la cattiva sorte che era toccata loro. Morti in un incidente ferroviario, e passi. Ma nemmeno un po’ di attenzione: subito sepolti dalla cronaca che non poteva occuparsi di morti così semplici dal momento che in quegli stessi giorni erano morti Coppi, Camus e la figlia di De Filippo. Quindici righe in cronaca per quindici morti.
La protesta non era ben articolata ed era inevitabile che il corteo sbandasse e che si creassero dissidi al suo interno: pittori contro architetti, discussioni sulla superiorità della cultura artistico letteraria rispetto alla preparazione tecnico scientifica; tu hai un posto più bello e più centrale; non sono stato capito nella mia epoca figuriamoci in questa; l’avevo detto che io sarei stato rivalutato al contrario di altri che non vedo più nemmeno citati e di cui non voglio nemmeno dire il nome altrimenti qualcuno li va a cercare su qualche vecchia enciclopedia; dov’eri tu mentre noi facevamo la Resistenza?; vedo che anche a te è stato concesso qualche onore che non meritavi. Musica la tua?…. E ovviamente: Cinque Cuochi anziché Tre, 35 ore a parità di salario. Immancabile: bevete acqua Evian.
Doraimon, io qui fondo un sindacato: possibile che non si possa avere un po’ di kebab alla mensa o, come lo chiamavamo all’asilo, al refettorio.
Lo sceriffo – The Sheriff – che più ci penso più credo che fosse un vigile urbano sparò un paio di colpi in aria con la sua pistola d’ordinanza nella speranza di portare un po’ d’ordine. Ma ottenne poco se non zittire almeno per un po’ il rumoroso corteo senza meta e senza programma.
Non era la prima volta che si verificavano fatti del genere. In paese lo sapevano tutti tranne i due Santi e lo Sceriffo. E a sorpresa furono proprio i più imbecilli, lo Sceriffo e i due Santi, a costringerci a parlare. Grazie al loro istinto animale si erano accorti che sapevamo qualcosa che non volevamo dire dal momento che non sembravamo eccessivamente sorpresi dall’accaduto. Noi spiegammo alla meglio che effettivamente il vecchio Edwin, l’ex proprietario del negozio di ferramenta, non era per così dire un modello di virtù. Fu costretto a chiudere il negozio dopo una rivolta degli utensili che vendeva di giorno e utilizzava in certi modi certe notti. La rivolta all’epoca fu decisamente più contenuta di quella capitata a San e Siro. Evidentemente dovevano aver pensato che il vecchio Edwin avesse riaperto i battenti. Non era vero; si sbagliavano. Era stata montata solo la vecchia insegna, ma Edwin non c’era più.
Ai tre imbecilli facemmo più o meno anche questo discorso. Qui il cattolicesimo non ha mai attecchito in profondità, ma ha avuto solo un’adesione formale, come quella dei popoli sconfitti in guerra. In realtà qui noi siamo protestanti, calvinisti o pagani nel senso più profondo del termine. Vero Doraimon e il tuo ceppo? Ma questo protestantesimo e questo paganesimo che oggi non ha più possibilità di sfogo formale e liturgico (se non nel profondo della foresta nera) non è scomparso del tutto. Non sappiamo realmente perché, ma come un fiume carsico scorre sotto la crosta terrestre per ricomparire a decine di chilometri di distanza così il nostro protestantesimo riemerge costantemente nelle cose che ci circondano e negli oggetti d’uso quotidiano come gli utensili o le villette e i giardinetti che vi dicevo.
E furono proprio gli oggetti che non vollero saperne dei turpi maneggi nel cimitero cittadino del vecchio Edwin nelle notti dopo i funerali di giovani donne. Gli utensili presero la parola e si ribellarono perché gli oggetti devono essere utilizzati per dimostrare, con le opere, che si è stati scelti dal Signore.
All’epoca mettemmo il vecchio Edwin in un manicomio – ben legato, ovviamente - e rimettemmo a posto le cose nel cimitero. Ciò bastò a placare gli animi degli oggetti inanimati che rientrarono ben presto nelle loro quiete forme immobili. Ovviamente noi paesani per tacito accordo nascondemmo alle autorità l’accaduto. L’ipocrisia di gruppo fece sì che ce ne dimenticassimo in fretta. Facemmo dire – ironia della sorte – anche una messa riparatrice dal reverendo; lo stesso che anche questa volta fece finta di niente.
Questa volta fummo costretti a fare di più: oltre alla ipocrita messa, da buoni protestanti che hanno bruciato le streghe fino a pochi anni prima, demmo alle fiamme anche l’insegna della ferramenta del vecchio Edwin. Un’autodafé per non creare più equivoci tra noi e quel mondo che non conosciamo o conosciamo poco. Quel mondo che ci sta vicino giorno e notte e non fa commenti, ma che evidentemente ci osserva e ci sente. Giorno e notte. Quel mondo che qui – forse per il nostro protestantesimo naturale o forse per le invocazioni pagane di Doraimon - per due volte in pochi anni ha voluto prendere contatto con noi.
Talvolta mi sogno – sogno di me stesso – con la pistola in bocca. La pistola in bocca. La pistola in bocca. The Day the music die. Pistola in bocca. Helter Skelter. Pistola in bocca. American Pie. La pistola in bocca.
Come cantava Aznavur: “Io Sono Un Istrione”. Basaglia del cazzo. Ma non dovevano chiuderli i manicomi perché – e cito sempre l’esimio maestro Basaglia – “il ricovero coatto provoca la cronicizzazione”?
Ah, cosa dici Doraimon? Dici che questo manicomio è stato chiuso e che c’è solo nella mia testa? Bene. Bravi. Affondata la teoria di Basaglia: sono cronico anche se sono fuori. Glory Days.
Ancora una cosa: ma se il manicomio è stato chiuso ed esiste solo nella mia testa, ma tu, Doraimon, chi sei?