I racconti vincitori

Di seguito i primi tre racconti vincitori del concorso Barbanoir.
La premiazione è avvenuta Domenica 25 ottobre 2009 a Medicina presieduta da Luca Occhi, socio di Colonne d'Ercole e di Officine Wort nonchè organizzatore del concorso.

1° Classificato Jari Lanzoni "La festa dell'Imperatore"

di Jari Lanzoni

Era la notte della Festa. Midgîna celebrava la propria liberazione e il trionfo del Barbarossa su Bononia. Alti falò allungavano le ombre degli uomini su mura sbrecciate e tende da campo. L'Imperatore era malato, si diceva, e riposava, ma aveva ordinato che la Festa proseguisse. Grandi spiedi erano colmi di carni che arrostivano sul fuoco diffondendo l'odore del grasso sfrigolante. Cipolle e legumi bollivano in pentoloni fumanti. La vinaccia e il sidro bruciavano nelle gole. Canti e danze risuonavano ovunque.

Due figure discrete si muovevano all'ombra della Festa. Una gitana dal volto pieno, con una cicatrice irregolare sotto l'occhio sinistro, camminava al fianco di un vecchio piegato in due da una gobba prominente. Il volto di questi era un orrore di piaghe da ustione, che una lurida barbaccia nera non riusciva a nascondere.

Un villico gemeva dietro una siepe con un braccio ritorto in maniera orrenda. La sua bocca era un foro osceno sfondato dai calci, da cui usciva un flebile lamento. Una donna grassa e dal naso adunco piangeva sommessamente accanto a lui, cercando di ripulirgli il volto pesto. Era un porcaio, spiegò alla gitana, metà delle bestie gliele avevano rubate i miliziani di Bononia, le altre dovevano essere tenute all'ingrasso per l'inverno imminente. Una dozzina di soldati imperiali, però, le aveva reclamate: quella era la notte della Festa. Lui aveva osato rifiutarsi. Ora i maiali arrostivano nei pressi del campanile, mentre lui aveva perso i denti e il suo braccio non sarebbe mai guarito. La gitana e il gobbo proseguirono.

Dietro un muro, un piccolo corpo martoriato era incatenato ad un palo. Un armigero dal volto brutale sedeva accanto al cadavere. Spiegò alla gitana che aveva l'ordine di impedire che la salma venisse seppellita. La vittima aveva come unica colpa l'essere figlio di uno dei capitani bononiensi che aveva guidato la demolizione delle mura di Midgîna. Il padre era caduto in battaglia, lui era stato catturato. Non poteva avere più di dieci anni. I popolani avevano infierito sul corpicino con rara ferocia. La gitana e il gobbo proseguirono.

Due armigeri ubriachi trascinavano una ragazzetta in lacrime dietro un pezzo delle mura antiche. Un preda di guerra. La gitana esitò un istante, poi li seguì sfuggendo alla mano del gobbo. I soldati stavano già scoprendo i piccoli seni della giovane, tra risa sguaiate, quando giunse la donna. Brandiva un pezzo di legno mezzo bruciato e ordinò ai salvatori di Midgîna di lasciare la piccola, ma ottenne solo sguardi astiosi, carichi di lussuria.

Il primo soldato snudò la spada. Legno e ferro si incontrarono e la gitana si ritrovò in mano un inutile moncone. L'uomo non poté osare oltre: il gobbo parve comparire da nulla e così il suo bastone che fendette l'aria in un istante. L'armigero cadde a terra privo di sensi. Il suo compagno abbandonò la presa sulla piccola e stava per sguainare la spada quando la mano del vecchio gli serrò il polso in una presa d'acciaio, poi con l'altra mano agì di scatto sul gomito del soldato slogandogli il braccio. Un calcio allo sterno fece precipitare l'armato in un denso oblio, l'ultima cosa che vide fu la ragazzina che scappava. Il gobbo e la gitana erano già scomparsi.

L'interno della grande tenda imperiale era una cornucopia di tesori, ma Federico I° Hohenstaufe li ignorò dismettendo in fretta i panni lerci e la finta gobba di stoffa. La gitana lavò via l'inchiostro nero dalla barba con l'acqua calda, poi usò l'aceto per sciogliere dal viso la cera e le tinture dei falsi segni di ustione.

- Perché lo fate, mio Signore? - Chiese la donna, asciugandogli il viso. - Perché travestirvi e vagare tra il popolo? -

- Non sono il primo imperatore a farlo. - Rispose lui. - Guai se governante e governati finissero per distaccarsi troppo: non ci sarebbe alcun futuro. Inoltre devo comprendere i risultati delle mie scelte, i limiti del mio potere... e tu hai messo a rischio tutto questo! - La mano dell'Imperatore scattò fulminea afferrando una daga. La punta di metallo finì all'altezza del sottile collo della gitana. Lei ebbe appena un sussulto e la cicatrice sulla guancia si contrasse assieme alla pelle, come una piccola serpe.

- L'ordine era di accompagnarmi e accertarti che nessuno mi riconoscesse, ignorando tutto il resto. - La voce del monarca era gelida. - Quando ti sei parata contro le mie guardie hai posto entrambi in pericolo. Perché mi hai disobbedito? -

Le labbra rosse si schiusero. - Proprio per mostrarvi i limiti del vostro potere, mio Signore. - Il taglio serpentino pareva muoversi davvero quando lei sorrideva.

Federico I° fissò la gitana, meditando sulla quella risposta.

La mezzanotte era appena scoccata quando l'Imperatore, finalmente sanato, comparve all'improvviso tra i suoi uomini. La Festa raggiunse il culmine tra canti, commemorazioni e ballate. A quanti gli chiedevano dell'improvvisa guarigione Federico si limitava a sorridere. Solo ad alcuni accennò, enigmaticamente, ad una serpe.

Seconda classificata Isa Tamagnini "Memento mori"

di Isa Tamagnini

E pensare che te l'avevo detto. Non è vero Non l'avrei mai fatto, non ti avrei mai dato questo vantaggio ma il suono di questa frase mi fa sempre sentire meglio. Mi da brividi che si inanellano lungo la schiena e mirano dritto al cervello limbico con l'onda d'urto di uno shot di tequila. I brividi di Cassandra, li chiamo. Sono la mia droga. Inesauribile e gratuita. Il cervello li ricrea a comando. E in più, sono legali. Buttato sotto al tavolo, come un tovagliolo usato, sembri più piccolo.

Informe, irrilevante, inoffensivo, insensibile, inerte, inanimato, inane.

Inculato, infine e per niente pericoloso.

Ti saresti meritato una morte peggiore di questa. Un epilogo esemplare a cui avrei assistito con piacere e che avrei rivendicato col gusto del diritto. Però mi sarei dovuta assumere delle responsabilità, accettare come tragica conseguenza una lunga limitazione alla mia libertà.

Sarei stata obbligata a sensi di colpa e a inscenare pentimenti che non provo solo per una pena ridotta e una miserabile sopravvivenza.

Non se ne parla neanche. Non sono pentita e sono una pessima attrice.

Mi devo sforzare infatti, per ostentare un minimo di disperazione se non per empatia verso di te come creatura che faccio parecchia fatica, almeno in qualità di brava e attenta ristoratrice con un morto fresco sotto a un tavolo.

Spero solo che il pavimento di legno della mia osteria, decorata per l'occasione in perfetto stile medievale, non resti macchiato con tutto il piscio che t'è uscito. Le convulsioni t'hanno fatto uscire anche qualcos'altro. Questa tua puzza farebbe fuggire inorridito anche il Barbarossa, potesse mai materializzarsi dal medioevo e entrare qui a tracannarsi una birretta.

Tu, là sotto, potente signore di tutte le droghe, beffardo manipolatore di menti di giovani fanciulle, sei solo una scura pozza di umori che presto sparirà dal ricordo come un refolo di vento nelle notti calde d'estate e nessuno sa che è solo merito mio.

Vorrei invece gridare al mondo quanto terribile è la mia vendetta e quanto poco auspicabile destino è incrociare la mia vita per rapinarla.

Arrogante spacciatore di falsi paradisi, venditore di sogni che non volano, arricchito dal brutale salasso di pensioni di vecchie madri. Sei un uomo fortunato ma nella partita con la morte basta perdere una mano. La rivincita l'ha avuta solo il Messia. Tu non lo sei.

Mia figlia la dovevi lasciar stare, te l'ho gridato mille volte con muti sguardi carichi d'odio.

Un giorno ti ho anche implorato con in mano il cuore, quello di una madre disperata.

T'ho rivelato in punta d'anima, la fatica e lo sforzo di tirare su un figlio, delle aspettative di dare uno scopo alla vecchiaia e del dolore che provavo ad ogni suo dolore. La sua astinenza era la mia. Mi hai riso in faccia. Non dovevi. Adesso che lei non c'è più, non c'era motivo che ci rimanessi tu. T'ho preso nella tua stessa rete. Il trucco l'ho imparato da te e direi senza falsa modestia che sono stata allieva migliore del maestro. Perché io, al contrario di te, so ascoltare. Certo, il signore delle droghe conosce il proprio limite e si ferma prima, ma anche io conosco il limite del signore delle droghe. Con un po' d'abile mistificazione, l'ho spostato di quel nulla sufficiente a farti scivolare dalla lama del coltello.

< Lilit, portamene uno puro >

Vieni a sfidarmi a casa mia, incurante del mio lutto e strafottente come aspettavo da tempo che fossi. E' ciò che voglio, che ho a lungo pianificato. Un solo rammarico, tu non lo saprai mai.

Sei un consumatore ingordo di vita e di alcolici. Tutti. Più sono esotici e più ti intrigano. A me invece, hanno sempre intrigato gli infusi e gli estratti di erbe. Alcune hanno componenti che si confondono splendidamente e rendono il confine tra il lecito e il letale solo una questione di concentrazione. Il bello è che il sapore è lo stesso. Quando lo butti giù a settantadue gradi e ti ustioni il gargarozzo per dimostrare quanto duro sei, che sia più o meno amaro è sfumatura che raramente cogli.

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Certo. Incasso le offese con un sorriso, quello del veggente. Sei robusto, non vorrei mai rimare a metà dell'opera.

Hai retto bene, hai seccato mezza boccia della mia riserva speciale. Hai giocato una bella partita ma sotto al tavolo ci sei finito lo stesso. Sei nel tuo cielo di diamanti, Luciano. Per sempre.

Salutami mia figlia.

Guardo il resto del liquido verde smeraldo della riserva speciale scendere in un vortice di fatale malia nello scarico del lavello. Sciacquo la bottiglia e la butto nella cassa del vetro da riciclare.

Sta arrivando il 118 a sirene spiegate. Inutile spreco di energia e disturbo della quiete. Una corsa convulsa al pronto soccorso non serve, ancora non lo sanno.

Ti faranno l'autopsia, ma non è una grossa sorpresa trovare un'overdose di terpene nel sangue di uno sporco spacciatore tossico.

Terzo classificato Marzio Giampieri "Barbanoir"

di Marzio Giampieri

Il sole bruciava le guglie della rocca, gli elmi dei soldati sulle mura, le vetrate della torre del signore, dietro alle quali pesanti tende scure arrestavano la folle corsa dei raggi solari. Nella penombra della stanza pochi spiragli di luce illuminavano la sagoma di un grande letto a baldacchino, circondato da ombre mormoranti, sormontato da un crocifisso, scosso dagli spasmi di un Re malato. Il silenzio della camera, le preghiere bisbigliate dei due frati, il pianto soffocato dei cortigiani, lo schioccare delle nocche intorno alle armi delle guardie, venne infranto da colpi contro la porta della camera buia. Il sovrano fece un cenno, al quale cortigiani e frati risposero ritirandosi dalla porta e le guardie aprendola cautamente. La luce invase la camera, costringendo tutti i presenti a chiudere gli occhi, introducendo una donna scalza e trafelata, che stringeva un vaso di terracotta pieno di un intruglio fumante. La storia non racconta perché Federico I detto il Barbarossa bevve quella brodaglia, ma racconta di come bevendola sia guarito. Non racconta della serpe che lentamente si avvolgeva sul braccio della straniera né che fine abbia fatto colei che salvò il futuro Imperatore d'Europa.

Piove.

Odio la pioggia.

Non è un temporale, ma una pioggia di fine estate. Bagna, non inzuppa. Non costringe la gente a tapparsi in casa, ma la spinge verso bar e pub, finché il cielo smette di piangere. In strada non c'è quasi nessuno. Qualche visitatore che cammina spedito verso un locale, due comparse che cercano riparo per non rovinare i costumi, un frate che indugia sotto un albero e me.

La mia presenza è irrilevante. Importante è il motivo per cui sono qui. Oggi, sotto questa odiosa pioggia, io ucciderò un uomo. Un Re. Un Imperatore. Sono pazzo. Lo so. Anche lei sa che sono un fottuto pazzo. "Uccidi Barbarossa" mi dice "Uccidi il Re". Regicidio: qualche secolo fa la gente perdeva la testa solo nominando questa parola. Io l'ho persa ormai da tempo. È rotolata all'inferno e infilzata sul forcone del demonio mi grida: "Uccidi il Re! Uccidi Barbarossa!". Sono pazzo. Ucciderò il Re. La sua ombra mi segue, imperterrita.

È la donna più bella che io abbia mai visto. Ha il volto sfigurato, l'abito a pezzi, le ossa scoperte qua e là dai muscoli carbonizzati e le orbite vuote. È morta da secoli ormai, arsa viva sul rogo di Dio e io la seguo perché ne sono innamorato.

Vado verso il frate che mi aspetta sotto l'albero. Lei mi segue. Le poche anime nella piazza si girano a guardarmi, ma non me ne curo: non possono vederla. Lei è solo mia. "Hai ciò che ti ho chiesto?". Esita, poi dal saio estrae una provetta piena di liquido. "Ecco, ora sparisci." "Basterà?" "È il viaggio più breve che si possa immaginare.". Si allontana spedito, goffo nel suo largo saio fradicio. Già, un viaggio molto breve per chi ha le porte dell'inferno già spalancate sotto di lui. Chi è caduto troppo in basso per poter risalire, non deve far altro che lasciarsi scivolare ancor più giù. Sempre più giù. In fondo alla vita, alla morte, all'inferno. Su o giù, trovi comunque la pace...

"Sei pronto?" È la sua voce "Ha smesso di piovere, tra poco tocca a te." Ripete la domanda "Sei pronto?". Come potrei non esserlo? "Certo. Aspetterò stasera, quando sarò sul palco. Con il veleno del frate sarà veloce. Quando se ne accorgeranno sarà troppo tardi." Lei sorride, per quanto il suo viso sfigurato e i muscoli strappati le permettono. "Oggi potrò vendicarmi di quel maledetto. Tu sarai la mia vendetta."

Un'enorme pira illuminava la piazza. Le urla della giovane ragazza legata nel cuore delle fiamme coprivano le grida rabbiose della folla e gli anatemi del frate. Il Re era sulla strada per Roma per ricevere la corona di imperatore. Non poteva impedire il rogo della donna che lo aveva salvato, la donna che voleva, ma non poteva amare. La corona imperiale era più importante. Cavalcava con la sua armata. Lontano dalla piazza, dal rogo, dalla strega.

Il sole è ormai agli antipodi e la pioggia non cade più. La piazza ora è gremita. Il corteo, aperto dai musici, si avvicina. Il Re sta per salire sul palco, sul palcoscenico del suo ultimo spettacolo. Lei mi segue. Stringo la boccetta di veleno, lei mi appoggia una mano sulla spalla "Oggi potrò vendicarmi di quel maledetto. Tu sarai la mia vendetta.". Io sono scosso da tremiti. La amo. Devo uccidere il Re. Ho paura. La sua mano scheletrica mi serra la carne. Le sue unghie ingiallite si piantano nella mia pelle. "Non tirarti indietro. Devi ucciderlo. Per quello che mi ha fatto. Per l'odio che provo per lui." Una lacrima dalle orbite vuote "Lo amavo, lui mi ha ucciso. Deve morire.".

Nessuno mi vede. Coperto dal bardo che racconta per l'ennesima volta la storia di Medicina bevo in un fiato il veleno. Lei sorride, la mia vista si annebbia. La testa mi cade leggermente di lato, si appoggia allo schienale del trono su cui sono seduto. Infine una sottile scia di sangue dalla mia bocca. Nessuno si accorge di niente. Lei è felice. Il Re è morto.