Quale impresa più ardua?
Scrivere un capitolo di un romanzo giallo cominciato da altri...
Cosa verrà fuori da questa nuova sfida?
Un giallo... da leggere!
Peter, ragioniere trentaduenne, ritorna a casa dopo una lunga giornata di lavoro. La strada per rientrare è lunga e non solo! Ad allungare i tempi c’è anche il solito traffico delle 19. Dopo suonate di clacson e litigi con altri automobilisti, l’uomo arriva finalmente a casa. Apre il cancello del suo condominio, un palazzo di quattro piani, e depone la macchina nel suo box. È stanco morto, non vede l’ora di tornare a casa e spaparanzarsi sul divano; assorto da questi pensieri, non si accorge di essere davanti alla porta della sua abitazione. Suona il campanello aspettando che sua moglie Florence vada ad aprire. Aspetta ed aspetta, ma nessuno risponde. Eppure è molto strano! La moglie doveva essere rientrata da molto tempo. Appena entrato Peter l’avrebbe chiamata per sapere dov’era. Quando il ragioniere prova ad aprire la porta, si accorge che è già aperta. Spaventato si precipita all’interno pensando ad un assalto dei ladri. La casa sembra come l’aveva lasciata, ma quando entra nella camera da letto, Peter vede ciò che non avrebbe mai voluto. Sua moglie Florence assassinata e il suo corpo freddo sul letto. Il sangue è ovunque: sui muri, sul pavimento, sugli infissi e, ovviamente, sul letto. Peter sposta lo sguardo sulla donna e, nel vedere la testa staccata dal corpo, viene assalito da un capogiro e sviene.
(Ruben Mosca, Monza, 10 gennaio 2007)
Al risveglio, Peter frastornato guarda l’orologio digitale sulla parete e realizza che sono passate circa tre ore, infatti sono esattamente le 22.09. L’uomo, dall’aspetto giovanile (sembra ancora un ragazzo anche se ormai è entrato a far parte della schiera dei colletti bianchi), ha un attimo di smarrimento ricordando la scena vissuta al rientro a casa, trasale e quasi sviene nuovamente accorgendosi che nella propria stanza tutto è ordinato, il letto è fatto e non c’è nessuna macchia di sangue, da nessuna parte. «Sono forse impazzito?», pensa, ma no, non è impazzito, anche perché qualcosa di strano c’è, ma cosa? Ecco, c’è troppo ordine! Si sa, Florence è sempre stata una mogliettina premurosa, affettuosa, sincera e fedele per quanto ne sa lui, ma se proprio vogliamo trovarle un difetto, beh, diciamo che non è mai stata proprio il massimo dell’ordine in casa, pulita sì, ma ordinata... vestiti appoggiati dove capita, libri, occhiali, cellulari, non parliamo poi dei soprammobili... perché ogni volta che va a far compere deve sempre comprare qualche oggetto per abbellire la casa, se poi non riesce a tenere in ordine nemmeno quattro cose? Ma a una moglie così si perdonano questi particolari, dopotutto è anche un’ottima cuoca.
Florence.
Florence!
«Florence!»
Urla Peter.
«Floreeeeeeeeence!»
Nessuna risposta.
In piedi di scatto, lieve giramento di testa, una corsa impazzita per la casa, una breve corsa in realtà, trattandosi di un bilocale.
Nessuna traccia di Florence.
Calma Peter, che succede? Che senso ha tutto questo?
Si accascia sul divano Peter, cerca di pensare Peter.
Florence... la testa!
Sbianca Peter.
Cerca di alzarsi faticosamente e in quel mentre suona il citofono.
(Simone Raul Luraghi, Desio, 10 febbraio 2007)
«Papà. Mi apri?» La voce al citofono era giovane, forse di un ragazzo.
«Non può essere» parlò tra sé e sé Peter, «Mi scusi, ma credo che abbia sbagliato a suonare. Mi spiace». Fece per riattaccare il ricevitore del citofono, ma una voce lo fermò. «Ma che cosa dici? Ti va sempre di scherzare! Ha ha ha! Dài, apri papà, devo entrare».
Con gli occhi sbarrati e con un movimento automatico, premette il tasto d’apertura del portone, tanto non gli costava nulla. Quel ragazzo sarebbe andato a casa sua, chiunque fosse. Intanto continuava a girare per casa confuso e spaventato. Sì, quella era proprio casa sua. Le sue cose, i suoi vestiti, i suoi cd… D’improvviso un suono ruppe i suoi pensieri! Hanno suonato alla porta, sarà Florence, pensò e corse ad aprire.
«Ciao papa, ma che cos’hai? Sembri strano… giornataccia in ufficio, allora? La promozione l’hai avuta, o no?… Papà? Ma stai bene?»
«Scusi, ma credo di non conoscerla. Lei chi è, che cosa vuole da me?» Peter aveva davanti a sé un giovane piuttosto alto, prestante, di circa vent’anni, capelli sino alle spalle castano chiari, vestito sportivo e dall’aria spigliata. Sembrava essere a proprio agio quando sorpassandolo in velocità entrò nel suo appartamento e andò ad accomodarsi sul divano.
«Ma papà, che cos’hai? Stai di nuovo male. Accidenti! Ma le stai prendendo, le medicine? Oh, accidenti! Non sarai mica andato al cimitero a trovare la mamma. Lo sai che ogni volta torni turbato… ma così era tanto tempo che non ti succedeva! Devi smetterla di andare a trovarla, ormai sono dieci anni che è morta: mettiti il cuore in pace e riprendi a vivere!»
Peter sembrava sconvolto: chi era costui, che cosa voleva e di che cosa stava parlando? «Ma tu chi sei, che cosa fai in casa mia?»
«Papà, sono Jacq, tuo figlio. Non… non… non mi riconosci?»
(Luciana Bruna Facchinetti, Monza, 19 aprile 2007)
Peter guardò le due pastiglie come se cercasse di capire a che cosa servissero: ma erano tonde e bianche, anonime. Jacq gli porse un bicchiere pieno a metà di Martini. «Prendile!» gli ordinò, perentorio.
L’uomo ubbidì. Prese le pastiglie e le buttò giù ingollando lunghi sorsi di Martini. Lacrime gli spuntarono sotto le ciglia, in un dolore quasi fisico. Sprofondò nella poltrona e pian piano, come tasselli di un puzzle, i ricordi tornarono ad affollargli la memoria, sistemandosi ognuno al proprio posto. A cominciare da Jacq.
Il ragazzo era entrato nella sua vita tre anni prima, in modo del tutto inaspettato. Aveva appena terminato il liceo – così gli aveva raccontato – ed era venuto a Monaco di Baviera per frequentare l’Università. I prezzi degli alloggi offerti agli studenti erano tutt’altro che teneri, così si era messo a chiedere a chiunque incontrasse se aveva da cedergli, dietro modesto compenso, una camera. Rifiutato a destra e a manca, era giunto a suonare alla porta di casa di Peter; aveva pensato che in quel quartiere borghese avrebbe trovato una persona di buon cuore disposta a tendergli una mano. E la fortuna gli aveva rivolto un benevolo sguardo.
Era uno dei giorni in cui Peter, al ritorno dal cimitero, era in preda ad una delle sue crisi di depressione acuita dalla malattia che gli rodeva il corpo senza ch’egli ne sospettasse l’esistenza. Per l’occasione, Jacq aveva sfoderato la sua espressione più malinconica, chiedendogli – con esagerata umiltà – se conoscesse qualche ostello per ospitare un modesto studente con pochi spiccioli in tasca. In realtà, il suo scopo era stabilirsi nel palazzo.
Era stato più semplice del previsto: Peter, remissivo per natura e reso ancor più vulnerabile dalla depressione, aveva accettato di buon grado la prospettiva di riempire la solitudine della propria vita con un’altra persona. Un buon psicologo avrebbe potuto ravvisare in lui anche un desiderio represso di paternità. Jacq non era certo uno psicologo, ma neppure uno sciocco, e aveva subito notato l’effetto positivo che faceva sull’uomo chiamandolo «papà», anche se per l’età avrebbe potuto essere un fratello, più che un padre, e sapeva benissimo che quella era tutta una finzione.
Jacq si era dimostrato un buon figlio, nonostante avesse rivelato un carattere più introverso di quanto fosse apparso al primo incontro, e fosse talvolta duro e scostante. A suo modo, comunque, si era affezionato a quell’uomo triste e solo e aveva deciso di prendersene cura – tanto più che questo gli dava la possibilità di alloggiare lì, in una bella cameretta, completamente gratis.
A Peter, quella situazione anomala – tutto sommato – andava bene. Tanto più che Jacq lo aiutava nei lavori domestici, ed era di buona compagnia. Almeno finché non avesse terminato l’Università. Ma a questo non voleva pensare.
Il corso delle sue riflessioni, come sempre accadeva quando lasciava a briglia sciolta i ricordi della sua mente, si fissò sull’immagine insanguinata di Florence. Le dita della mano si strinsero tanto forte intorno al bordo del bicchiere, che il vetro scricchiolò. Dio, tutto quel sangue…
Il bicchiere s’infranse, schegge di vetro caddero sul pavimento. Gli occhi di Peter si sgranarono. Quelle maledette pastiglie gli stavano annebbiando la mente... Lei non era morta in camera da letto: era stata investita da un’auto, e quando all’obitorio ne aveva visto il povero corpo… era incrostato di sangue, ma integro. E poi, lei non si chiamava Florence: si chiamava Therése.
Si prese la testa fra le mani: che cosa gli stava succedendo? Stava davvero diventando pazzo? Avevano davvero ragione i dottori… tumore al cervello?
O forse… forse la spiegazione era un’altra? Forse la malattia, anziché intorpidirgliele, gli aveva spalancato nuove facoltà? Era sicuro che quello che aveva visto fosse un ricordo, o un incubo, e non invece… un presagio? Una premonizione? Una visione di ciò che sarebbe accaduto nel futuro – un evento che lui avrebbe potuto impedire?
Si sforzò di riflettere: c’era qualcuna che conosceva e che si chiamava Florence? Amiche… colleghe di lavoro… no… sì, dannazione: la ragazza di Jacq! E rassomigliava proprio alla donna che aveva creduto sua moglie, solo con qualche anno in meno… Come l’aveva definita Jacq, quando gliel’aveva presentata? «Il più bel sogno della mia vita tramutatosi in realtà»: così aveva detto. Lui l’aveva persino preso bonariamente in giro: «Non sei un po’ troppo giovane per essere già così perdutamente innamorato?» In realtà era felice per il ragazzo, e perché lei era bella e gli sembrava una personcina a modo. Ma ora, ora che sapeva che la loro storia era destinata a concludersi in modo tanto tragico, che cosa avrebbe potuto fare?
«Che cosa è successo, papà?» Il viso di Jacq si disegnò nel vano della porta del salotto. Guardò per terra, notò i cocci del bicchiere. «Vado a prendere uno scopettino per spazzarli via», disse.
Peter aprì la bocca per fermarlo, ma non ne uscì alcun suono. Che cosa avrebbe dovuto dirgli? Che aveva avuto una visione della sua ragazza assassinata? Con quale giustificazione? Lui l’avrebbe preso per pazzo… o si sarebbe allontanato…
E poi… terribile pensiero… se fosse stato proprio Jacq… l’assassino…?
(Simone Valtorta, Desio, 25 maggio 2007)
Peter, infatti, non conosceva il pur breve ma nebuloso e tormentato passato del giovane Jacq. Soprattutto non immaginava che quel passato si sarebbe materializzato lì, ora, al citofono di casa sua.
Peter andò a rispondere.
«Chi è?» chiese. Ma nessuno rispose.
«Chi è?» chiese una seconda volta.
«Ehm, ecco… Io vorrei parlare con Alvin…» disse una voce di donna dall’altra parte dell’apparecchio.
«No, signorina, qui non c’è nessun Alvin. Si sta sbagliando». E chiuse la comunicazione.
«Chi era?» gli chiese allora Jacq.
«Oh, nessuno. Una che ha sbagliato».
In quel mentre una voce di donna chiamò forte giù dalla strada: «Al! Al! Alvin, lo so che sei lì! Affacciati!»
Peter si accostò alla finestra, scostò un poco la tenda, in modo da vedere senza essere visto, e notò, giù sul marciapiedi, una giovane donna, con i jeans strappati e una maglietta bianca, piccola, magra, capelli corti e neri.
«La conosci?» chiese Peter a Jacq.
Jacq si affacciò e quando vide che si trattava di Christine, gli si gelò il sangue dentro.
«Allora? La conosci?» gli chiese ancora Peter.
Jacq tentennò un attimo, poi disse: «N… No… Cioè sì, è una con cui sono uscito qualche volta, ma solo per fare sesso».
«Ah. Ma perché ti chiama Alvin?»
«Perché volevo che restasse solo una storia di sesso, per questo le ho detto di chiamarmi Alvin, ma lei si è invaghita di me e ora non mi dà pace. Evidentemente mi ha seguito».
«Beh! Facciamola salire».
«No, forse è meglio se scendo io. Anzi, prendo le chiavi di casa, magari farò tardi».
Appena Jacq fu giù, Christine gli si gettò al collo.
«Oh, Alvin. Amore mio! Quanto tempo».
Jacq la staccò da sé e guardandosi intorno con circospezione le rivolse una raffica di domande: «Che cosa ci fai qui? E se ti hanno seguita? Nessuno deve sapere che sono qui. Quando sei arrivata? Chi ti ha detto che ero qui? Come hai fatto a trovarmi? E poi non mi chiamo Alvin, ma Jacq!»
Christine, che non si aspettava un’accoglienza così fredda, disse: «Ah! Bel modo di accogliermi, non ci vediamo da tre anni e neanche mi saluti, neanche un bacio?»
Ora Jacq provava un po’ di imbarazzo: «Scusa… Ma sono molto stupito di vederti qui. Insomma… non me lo aspettavo. Allora, che cosa ci fai qui?»
«Cercavo te! Voglio stare con te. Non ricordi il nostro patto di non lasciarci mai?»
«Eravamo bambini… Piuttosto, andiamo a bere qualcosa. Ho qui la mia auto».
Salirono su una vecchia BMW grigia. Era buio, ormai. Si vedevano, intanto, i lampi di un temporale che si stava avvicinando. Guardando i lampi, Christine disse: «Ti ricordi, Alvin, quella notte nella villa della contessa? Anche quella notte c’era il temporale».
«Non mi chiamo Alvin, ma Jacq!» disse lui, seccato.
E come poteva avere dimenticato quella notte. Erano poco più che sedicenni, quando si erano introdotti furtivamente nella villa della contessa Landsbury, nei pressi di Portsmouth. Ma qualcosa quella notte non era filato per il verso giusto; avevano già messo nello zainetto diversi gioielli e stavano rovistando nei cassetti del soggiorno alla ricerca di denaro, quando erano stati sorpresi dalla contessa stessa. Alvin, spaventato, in preda al panico, aveva estratto una rivoltella e aveva fatto fuoco. Un solo colpo, proprio mentre fuori scoppiava un forte tuono.
Christine aveva gridato di paura, terrorizzata: «Ma cos’hai fatto? Sei pazzo? L’hai uccisa!»
«Su, sbrighiamoci! Raccogli quanti più soldi puoi e filiamo!» le aveva detto Alvin concitatamente.
Ma Christine non aveva reagito alle sollecitazioni del ragazzo, impietrita da quella scena violenta.
«Dai, filiamo!» le aveva detto allora Alvin. Aveva dovuto afferrarla per un braccio e trascinarsela dietro.
Ma fuori, ad attenderli nella pioggia battente, c’era la polizia.
«Fermi o sparo!» aveva intimato un poliziotto.
Alvin non si era fermato e aveva fatto fuoco ancora. Tutti i colpi che aveva in canna. Aveva colpito mortalmente uno di loro, un altro lo aveva ferito ad una gamba. Aveva tirato addosso ad un terzo la rivoltella ormai scarica e poi lo zaino con la refurtiva e si era lanciato nel bosco più veloce che poteva, mentre due poliziotti caricavano in macchina Christine in preda ad una crisi isterica.
Alvin era riuscito a far perdere le proprie tracce.
«Così adesso ti chiami Jacq» disse Christine.
«Già, proprio così. E tu mi dici come hai fatto a trovarmi?»
«Mi par quasi che ti dia fastidio che ti abbia ritrovato» rispose lei con tono deluso. Poi aggiunse: «Quella notte la polizia mi ha portato dentro e ci sono rimasta per un anno e mezzo. Sono stata sottoposta a violenti interrogatori; mi chiedevano di te».
Seguì una pausa silenziosa, rotta solo dal motore dell’auto e dalla pioggia che batteva su di essa.
Christine riprese: «Non ho saputo più nulla di te. Chiedevo sempre alle mie compagne di cella, che avevano chi veniva a trovarle, se potessero avere tue notizie, ma niente. È stata dura; il tempo non passava mai. Quando sono uscita mi hanno detto di provare a sentire un certo Salvatore, giù al porto, forse lui poteva dirmi qualcosa di te».
«Ah! È stato il vecchio Salvatore a dirti che mi avresti trovato qui a Monaco».
Savatore Ficarazzi era un immigrato siciliano, uno che aveva rapporti con la mafia; era un abile falsificatore di documenti e sterline.
Intanto si erano fermati davanti ad un bar. Entrarono, di corsa per non bagnarsi, si sedettero ad un tavolo un po’ appartato. Venne un cameriere. Ordinarono due birre e due panini con wurstel e crauti.
«Sì, è stato Salvatore a procurarmi i documenti e il denaro per scappare» disse Jacq. «E come sta il vecchio Salvatore?»
«Sta sotto un buon metro di terra!» rispose lei.
«No! È morto?»
«Sì, un paio di mesi fa Scotland Yard ha fatto irruzione in casa sua, c’è stata una sparatoria e l’hanno fatto secco».
Arrivarono i panini e le birre.
«Raccontami di te. Che cosa ci fai qui a Monaco?» chiese Christine.
«Io ho una nuova identità e cerco di rifarmi una vita. Frequento l’Università…»
Ma Christine lo interruppe: «E quello che c’è in casa con te? Chi è?»
«È mio padre!» disse Jacq trattenendo un risolino.
Christine scoppiò a ridere. «Ma dai! Anche tu sei orfano, come me. Cos’è questa storia del padre?»
«È un vedovo. Soffre di crisi depressive ed è stato abbastanza facile fargli credere di essere suo figlio. Così mi passa qualcosa e mi mantengo agli studi».
Christine era stupita, non poteva crederci. Tra ricordi del passato e discorsi sulla vita attuale, finirono di mangiare i loro panini e bere le birre.
Poi Jacq disse a Christine: «Vuoi che ti riaccompagni a casa? A proposito, dove alloggi?»
Lei avrebbe voluto passare la notte con lui. Dopo tanto tempo…
Dopo un breve, lunghissimo attimo, rispose quasi con un sospiro: «Ho trovato una camera in affitto in un palazzo di Pistalotzi Strasse».
Jacq pagò il conto, poi uscirono. Fuori infuriava ancora il temporale: pioggia e vento.
Salirono in auto. Jacq accese la radio per sentire un po’ di musica, ma c’era il notiziario e una notizia attirò la sua attenzione.
«Dai, cambia stazione!» disse la ragazza.
«Ssst! Zitta!»
«…La polizia sarebbe sulle tracce del criminale che un anno fa commise un efferato omicidio a Monaco, decapitando la sua vittima…» disse la voce alla radio.
«Come mai ti interessi a queste notizie?» chiese Christine con un certo stupore.
Jacq non rispose alla domanda. Poi disse: «Sentiamo un po’ di musica». E inserì un disco dei Sex Pistols, che sapeva sarebbe piaciuto a Christine, dato che ne era una fan sfegatata.
Poco dopo la BMW di Jacq si fermò davanti ad un palazzo di Pistalotzi Strasse.
«Ecco, è qui!» disse lei. «Vuoi salire?»
Christine insistette e Jacq cedette: «Va bene. Ma solo un attimo».
Entrarono in casa. Era un monolocale discretamente arredato. Si sedettero sul divano a due posti. Lei cercava le labbra di lui. Ma Jacq si ritrasse.
«Che cosa c’è, non ti piaccio più?» chiese in modo tagliente lei.
«Christine… cerca di capire…» Era in pieno imbarazzo, non sapeva come uscire da quella situazione. Riprese: «Insomma… sono passati più di tre anni. Io sono dovuto scappare, avevo tutta Scotland Yard alle calcagna…»
Lei lo interruppe: «Lo so. Hai un’altra. Vi ho visto».
Fecero seguito lunghi attimi di silenzio. Gli sguardi non si incrociavano, erano persi nel vuoto.
Ad un tratto Jacq si alzò e disse: «Si è fatto tardi. Devo andare; forse Peter ha bisogno di me».
Si avviò verso la porta, prese la maniglia in mano e senza voltarsi disse in maniera quasi automatica: «Ciao. Ci vediamo».
Salì in macchina e si diresse verso casa; intanto aveva smesso di piovere ed era quasi giorno, grosse nubi nere si stagliavano nell’aurora del mattino.
Christine non si era mossa dal divano, non aveva risposto al saluto del suo compagno.
Ora era assorta in mille pensieri, e mille domande cercavano una risposta nella sua mente. Ma davvero Alvin era cambiato? Davvero studiava all’Università? Dov’era finita la spavalderia che lo contraddistingueva? E quando aveva sentito quella notizia alla radio, aveva dimostrato un certo interesse, come se la cosa lo riguardasse. Che cosa c’entrava, lui, con quella notizia? Ma soprattutto c’era quella smorfiosetta bionda e formosa, poco più che diciottenne, che filava con lui, che aveva preso il suo posto nel cuore di Alvin. E Christine questo non glielo avrebbe perdonato. Sentiva la gelosia roderle dentro, salire dal cuore su, fino alla mente, annebbiarle la vista.
Era già sorto il sole quando si addormentò, lì, sul divano.
Jacq rientrò in casa. Peter dormiva di un sonno profondo. Sul comodino la scatola delle pastiglie. Non lo aveva neppure sentito rientrare.
(Stefano Chiarato, Monza, 15 settembre 2007)
Christine non era tipo da arrendersi troppo facilmente, e per vari giorni tornò alla carica: suonò il campanello ed attese, paziente, che Peter venisse ad aprirle. L’uomo non riuscì a nascondere una smorfia di disappunto quando la vide. «Jacq non c’è!» Tentò di sbarrarle il passo, ma lei lo scansò ed entrò agilmente in sala da pranzo. «Oh, allora lo aspetterò qui» trillò, con finta noncuranza.
«A Jacq non piacerà trovarti qui!»
«Io penso di sì, invece: sono la sua ragazza, dopotutto».
Peter sbuffò; quell’assurda messinscena andava avanti ormai da troppi giorni. Christine era sempre più insistente, e Jacq si era trovato costretto a render partecipe Peter del suo passato: «Sai, pa’, c’è una cosa che non ti ho detto…»
L’uomo aveva preso la rivelazione insperatamente bene: «Hai sbagliato, è vero, ma tutti facciamo degli errori… E poi, il colpo è partito in modo accidentale, no? Tu mica volevi ammazzarla, quella donna…»
A Jacq era venuto da pensare che, forse, ad aver fatto parlare così Peter fosse stato il timore di ritrovarsi nuovamente solo, in compagnia dei suoi fantasmi, più che un reale convincimento sulla sua innocenza. Tanto più che non gli aveva parlato degli altri omicidi che aveva commesso, quelli sì perfettamente volontari…!
In effetti, pur se l’assassinio del poliziotto a Landsbury, dopo il furto in casa della contessa, poteva essere giustificato – con una dose abnorme d’immaginazione – come «atto di legittima difesa» (in realtà, era stato lui il primo ad aprire il fuoco), l’uccisione del vecchio notaio Hirschoffer era quasi una violenza gratuita. Era accaduto una notte in cui Peter era fuori città per un convegno; il villino di Hirschoffer era isolato e fuori mano. Era stato tutto molto facile, all’inizio: aveva aspettato il calar delle tenebre, si era coperto il volto con una calzamaglia nera e aveva semplicemente suonato alla porta dell’abitazione. Uno strascicar di passi, e la porta si era aperta, rivelando un piccolo atrio fiocamente illuminato e il volto assonnato di una donna, che sbatteva gli occhi come una civetta. Subito, Jacq le aveva premuto sulla bocca e sul naso un fazzoletto imbevuto di etere. Quella si era dibattuta debolmente, mugugnando qualcosa, prima di sprofondare nel mondo dei sogni.
«Chi è, Maude?», era echeggiata la voce del notaio.
Il giovane gli era stato addosso non appena si era affacciato nell’atrio, con un pugno in pieno viso lo aveva mandato a sbattere contro il muro.
«Apri la cassaforte o la vecchia è morta», aveva sibilato.
Hirschoffer non aveva provato nemmeno a difendersi: remissivo, aveva spostato una stampa appesa ad una parete del salotto, rivelando una piccola cassaforte che aveva aperto con mani tremanti. Aveva tirato fuori gioielli e denaro. E a questo punto Jacq aveva commesso un errore che avrebbe potuto essergli fatale: spinto da parte il vecchio, si era messo a contare le banconote. Fu solo quando udì il raschiare del metallo contro il metallo che si riscosse: giusto in tempo per evitare il fendente dell’antica spada che il notaio vibrava verso di lui, dopo averla staccata da sopra il caminetto. Jacq aveva afferrato l’uomo e l’aveva sbattuto contro un muro; la spada era caduta a terra con un clangore di antica campana; il giovane l’aveva impugnata e, prima ancora di rendersene conto, aveva decapitato il povero notaio. Sconvolto dal suo stesso gesto irrazionale, aveva afferrato una manciata di banconote e se l’era data a gambe levate.
«Jacq ha un’altra ragazza, ora, una ragazza di buona famiglia». Peter afferrò Christine per un braccio: «Tu appartieni ad una parentesi della sua vita che ha chiuso in modo definitivo».
Il volto di Christine s’infiammò: «Che cosa ne sai, tu, dei suoi sentimenti? Tu, che nemmeno sei suo padre…»
Lo schiaffo riecheggiò secco come uno schiocco di frusta. La ragazza barcollò, si portò una mano al volto, là dove l’uomo l’aveva colpita. «Jacq è figlio mio, ricordalo» sibilò lui. Afferrò un lungo coltellaccio da cucina: «Fuori di qui, se non vuoi che faccia qualcosa di terribile». La voce gli tremava.
Lei uscì dalla stanza, ma solo per andare in camera da letto: «Lo aspetterò qui: Alvin ti dirà tutto…»
Peter fece per entrare a sua volta, quando una fitta di dolore gli esplose dentro la testa. Le immagini dinanzi ai suoi occhi sembrarono sdoppiarsi, poi alla figura di Christine si sovrappose quella di Florence morta, quella della visione, si fusero in una, e lui capì che quello era il futuro… che entro pochi minuti Jacq sarebbe rincasato, avrebbe trovato Christine, tra i due sarebbe nato un diverbio e il ragazzo l’avrebbe uccisa… un delitto che l’avrebbe marchiato a fuoco per sempre, condannandolo alla dannazione eterna…
Non l’avrebbe permesso: amava Jacq, era suo padre, e un padre per il proprio figlio è disposto a qualsiasi sacrificio… anche a votarsi alle fiamme dell’Inferno al posto suo…
Il pensiero non si era ancora formato appieno nella sua mente, che già la mano lo precedeva, scattando in avanti. La lama del coltello era lunga. Lucidata ed affilata dal lungo uso. La mossa troppo fulminea perché Christine potesse evitarla. La lama penetrò nel collo della ragazza recidendo tendini muscoli vene arterie come se affondasse nel burro. La testa rotolò a terra. Il corpo acefalo rimase in piedi per un istante, quasi non riuscisse a rendersi conto di quanto era successo; poi crollò sul letto, sputando fiotti di sangue sulle coperte e sul pavimento.
Il liquido vermiglio, bollente sul suo corpo, quasi ridestò Peter; il sangue ricopriva in vaste chiazze i muri, il pavimento, gli infissi delle porte… il letto. Tutto come nella sua visione… esattamente come nella sua visione…
La carne del ventre cominciò a tremare, le labbra si schiusero in un sorriso più simile ad un ghigno sardonico, si spalancarono di colpo e dalla gola scaturì un urlo altissimo e prolungato, un ululato di estrema liberazione. «Non è Jacq l’assassino» gridò, le braccia al cielo, «non è Jacq l’assassino». Corse in strada, le braccia imbrattate di sangue, il coltello ancora stretto nella mano. «Sono stato io, sono stato io, non è stato Jacq l’assassino…»
Era pomeriggio inoltrato, l’aria ancora tiepida aveva richiamato numerose persone per le strade: nonni che portavano a passeggio i nipotini, qualche coppietta di innamorati, giovani che interrompevano lo studio per sgranchirsi le gambe agli ultimi raggi di sole. Peter irruppe come una Furia vendicatrice a frantumare il loro fragile idillio, agitando nell’aria una lama insanguinata e sbraitando frasi sconclusionate, di cui le uniche parole intelligibili erano: «Sono stato io, sono stato io, non è stato lui…»
Non oppose alcuna resistenza quando una pattuglia della polizia, lì di passaggio, lo disarmò e gli mise le manette ai polsi; anzi, sul suo volto spiccava più di prima un sorriso demente. «Un povero pazzo!» commentò il gestore di un pub, tornando ad occuparsi dei clienti. La tranquillità tornò ad aleggiare nel quartiere. L’indomani, nessuno avrebbe ricollegato la notizia del ritrovamento di un cadavere di giovane donna con l’uomo che aveva sconvolto le acque della routine quotidiana; e nessuno si commosse per la morte di un anonimo ragioniere trentaduenne, avvenuta poche ore dopo il suo arresto: il cancro che da tempo gli divorava il cervello, alla fine aveva portato a termine il suo paziente lavorío.
Il funerale fu sobrio: qualche parente, un paio di colleghi di lavoro. Non più di una decina di persone in tutto. Il commissario di polizia Karl Müller, che aveva convalidato l’arresto e aveva raccolto le sue ultime parole mentre la fiamma della vita si spegneva, seguì la funzione da lontano.
«Un bravo giovane… avrebbe forse meritato di più» commentò una voce alle sue spalle.
Karl Müller si volse: il volto del medico legale era impassibile, ma le rughe intorno agli occhi gli conferivano un’espressione triste.
Il commissario assentì. «Discreto ed altruista… anche se ha commesso un omicidio, non riesco a considerarlo un assassino… ormai, la malattia l’aveva fatto uscire di senno… e temeva che, se non avesse agito lui, ad uccidere sarebbe stato qualcuno a cui teneva molto. Sono fatti, questi, che mi portano a riflettere su quale sia il reale confine tra il Bene e il Male, se esista una netta linea di demarcazione tra i due, o se non dipenda tutto dal punto di vista con cui si guarda un determinato evento…»
Il medico legale si strinse nelle spalle, poco incline alle discussioni filosofiche: «Il cadavere di quella giovane donna… Christine… era stato colpito con estrema violenza e brutalità. Raramente ho visto un crimine tanto efferato».
Karl Müller sospirò; neanche lui aveva le risposte a tutte le domande. Per esempio, non aveva ben compreso il legame che aveva unito un tranquillo impiegato con Alvin Ottonegher, alias Jacq Depretis, ricercato dalla polizia di mezza Europa con le accuse di rapina a mano armata e triplice omicidio. La sua cattura era avvenuta quasi casualmente: l’avevano trovato nell’appartamento di Peter, esterrefatto sulla soglia della camera da letto, gli occhi fissi sul cadavere di Christine. Era appena rientrato dall’Università. Se il ragioniere non si fosse già accusato dell’omicidio, indirizzando gli agenti sul luogo del delitto, forse non lo avrebbero trovato; o, comunque, dati i suoi trascorsi con la ragazza, non avrebbero creduto alla sua innocenza.
Karl Müller sospirò di nuovo: «Sono quasi contento che quell’uomo sia morto… prima di sapere chi era veramente il giovane a cui sembrava essere tanto affezionato… prima di scoprire che quell’omicidio, compiuto – a quanto ho capito – per prevenire il Depretis ed impedirgli di farlo a sua volta, salvandolo così dal carcere, non è assolutamente servito a nulla…»
(Simone Valtorta, Desio, 18 ottobre 2007)
Fine