di Nadia ZapperiTra gli animali, quando è in arrivo un pericolo, il primo che lo avverte, segnala a tutti, mettendo in pericolo se stesso per puro istinto altruistico.
E l’uomo? Anch’egli è così?
«Sono in ritardo… come sempre!!!» Pensavo a questo mentre mi dirigevo al ristorante per una cena con i colleghi di lavoro. Il mio Capo Redattore mi aveva chiesto di vestirmi elegante ed io avevo perso buona parte del mio tempo a cercare nel mio armadio qualcosa che non fosse un jeans scolorito ed un maglione extra large. Per non parlare del trucco!!! Comunque, lo specchio mi aveva rimandato un’immagine di me abbastanza decente da darmi il coraggio di uscire.
L’orologio correva più di me; il ticchettio dei miei tacchi segnava i secondi che passavano nella mia grande incapacità di camminarci sopra.
«Saranno già tutti a tavola… ed il mio ingresso lo noteranno tutti. Che figura! Conciata così poi! Domani mi metteranno in prima pagina!» pensai mentre mi facevo forza e, ormai davanti all’ingresso del ristorante ne aprii la porta, già pronta ad accogliere un imbarazzo che avrebbe accentuato sul mio volto il rosso del fard che mi ero messa.
Un cameriere mi venne incontro e mi condusse al tavolo da me indicato facendomi accomodare nell’unico posto libero che era lì ad attendere me, così come tutti i presenti.
Con lo sguardo basso chiesi scusa per il ritardo ironizzando su me stessa come sono solita fare: «…Sono stata in restauro e ci hanno impiegato più del previsto…» Risata generale e qualche apprezzamento che mi fece alzare il viso verso la tavolata. Solo in quel momento mi accorsi che ero l’unica donna tra una decina di colleghi, alcuni dei quali non sapevo neppure chi fossero.
Nessuna collega aveva partecipato e gli sposati non avevano condotto le loro mogli!
Di che cosa e con chi avrei parlato? Che cosa avrei ordinato? Quante forchette!!! Qual è quella del primo? E due bicchieri? Qual è quello dell’acqua? Nessuna lì a darmi l’esempio!!! «Oddio…»
Il mio panico fu arrestato da Enrico, il mio collega preferito, il più gentile e carino a mio parere, seduto accanto a me che mi disse: «Stavamo discutendo, abbastanza animatamente, sul concetto di altruismo. Non ricordo neppure come ci siamo arrivati, però ora siamo bloccati sulla convinzione di molti che, in fondo, altruismo è sinonimo di egoismo. È l’altra faccia della stessa medaglia. Tu che cosa ne pensi?»
«Oddio» pensai, «ma gli uomini non parlano mai di cose serie! Proprio stasera devono farlo?»
Per prendere tempo risposi: «Ma che cosa e quanto avete bevuto nell’attendermi?»
Altra risata generale ma qualcuno in fondo alla tavolata continuò: «Molti si considerano altruisti nel dare all’altro il proprio superfluo; in realtà, il vero altruismo è il condividere ciò che si possiede». Lo disse più per rimarcare la sua posizione che non per mettere al corrente me di ciò che pensava. Era Antonio, addetto in genere alla prima pagina.
In effetti, non era un pensiero errato.
Accennai semplicemente che, secondo la mia opinione, altruismo significava: «Fare il bene dell’altro, con l’altro e per l’altro senza un vantaggio secondario personale».
«Quindi escludi l’egoismo» mi rispose Roberto, giornalista addetto alla cronaca nera, seduto di fronte a me.
«Certo. Il significato puro del termine “altruismo” è infatti “amore per l’altro, dedizione all’altro”».
«Ma spesso, non so, quando si fa una buona azione in fondo la si fa per “guadagnarsi il Paradiso”, o comunque per sentirsi bene in coscienza». Era ancora Roberto, che mi costrinse così ad esprimere meglio il mio pensiero scordando l’imbarazzo dell’essere l’unica donna. Ero una collega, al pari loro e il pensiero di vendetta sul mio capo il giorno dopo se ne andò nel piacere della conversazione. Continuai quindi: «Sì, è vero quello che dici. Ci si sente sempre bene dopo una buona azione. Però, ad esempio, il Cristiano sa che “la sua sinistra non deve sapere ciò che fa la sua destra”, la ricompensa per il bene fatto arriverà da Dio e non dagli uomini sulla Terra. Il Cristianesimo chiede l’umiltà unita all’altruismo».
«Allora convieni con noi che fare qualcosa per gli altri ha un secondo fine personale, che sia guadagnarsi il Paradiso o le lodi delle persone» ribatté ancora Roberto.
«Se lo si vive in quel modo, sì. Nel Buddismo, ad esempio, l’altruismo è uno stato mentale così come la compassione ed il buon cuore. È “fare ciò che si può, con il livello di saggezza acquisita e dedicando tutto al bene dell’altro”».
«Sì, ma vivere al meglio delle proprie capacità è di beneficio anche a se stessi, non solo agli altri» intervenne Enrico.
«Condividere ciò che si ha e ciò che si sa in fondo pone colui che dà e sa su un piano superiore a chi riceve. Non c’è umiltà» continuò il mio capo.
«Dipende da come dai» mi difesi. «La saggezza del buddista sta nel comprendere la Legge della vita, cioè nella consapevolezza che la vita di tutti gli esseri viventi è collegata l’una all’altra costituendo essenzialmente una sola entità».
«Quindi, se cerchi la felicità per gli altri è come se, in fondo, cercassi la tua. E ritorniamo allora al tornaconto personale, all’egoismo». Mi voltai verso il mio ultimo interlocutore senza riconoscerlo. «Chi sarà mai? È proprio vero che quando c’è una cena gratis saltano fuori persone nuove, mai viste in ufficio» pensai mentre rispondevo: «La sottigliezza sta nel fatto che per il buddista è proprio impossibile cercare la propria felicità senza avere a cuore quella degli altri, perché sono interdipendenti l’una dall’altra. Capisci?»
«Beh, è proprio una sottigliezza però…!»
«No…» lo corressi: «…è uno stile di vita dove l’azione altruistica non è intesa solo come assunzione e risoluzione del problema dell’altro bensì è incentrata a mettere l’altro nella condizione di autonomia. Nel senso, non solo si dà il pesce a chi ha fame oggi ma gli si insegna anche a pescare affinché non abbia più fame domani».
«A proposito di cibo, sta arrivando il cameriere con le ordinazioni» mi interruppe Enrico.
Non ricordavo di avere ordinato nulla ma, subito, rammentai che il menù era segnato sul biglietto d’invito che mi aveva consegnato il mio capo quando mi aveva invitata.
Il discorso continuò tra i vari passaggi del cameriere che portava pasta, carne, pesce, contorni, dolce e caffè, il tutto inondato da vino e acqua in abbondanza.
La serata è terminata bene nonostante non si uscisse dal dilemma: altruismo sinonimo di egoismo?
Ciò che si fa per l’altro in fondo risponde a bisogni etici personali ai quali occorre dare risposte per riuscire a vivere meglio con se stessi.
Mentre mi preparavo per andare a dormire pensavo alla bella sensazione provata durante la serata. Mi ero sentita parte di un gruppo confermando la certezza che non era importante il vestito o il fatto di essere donna bensì quello che si ha dentro e la disponibilità sia a raccontarlo sia ad ascoltarlo.
In fondo, pensavo, anche questo è altruismo. Far sentire l’altro importante prestando attenzione a ciò che ha da dire arricchendosi così di novità e di saggezza.
"Forse, il concetto di altruismo in se stesso, riporta sempre ad un vantaggio personale", conclusi a me stessa poco prima di chiudere gli occhi ed abbandonarmi al sonno. Tutto sta però nel modo di agire, nei motivi che spingono le persone a metterlo in atto poco importandosene del significato che chi sta a guardare può attribuirgli.
(anno 2006)