"La solitudine e l'amicizia" di Gian Andrea Rolla

di Gian Andrea Rolla

a Gigi

“Si vedrà da queste pagine se sarò io o un altro l’eroe della mia vita”
Charles Dickens (“David Copperfield”)

"La solitudine e l'amicizia" pag. 1

Li chiameremo Passatempo e Tirofisso.
Erano nati nell’anno dello Sputnik. Il 1957, per chi non sia ferrato in materia d’avventure spaziali.
I vecchi dicevano che da quando avevamo bucato il cielo con i missili, il clima, i bambini e le donne non erano più gli stessi.
Fu in fondo questo il tenzone di Passatempo e Tirofisso, sbrogliarsela sotto un cielo ormai forato. Non si sa per quale fattura, ma ognuno vide subito nell’altro una parte di sè e forse per questo appena s’incontrarono si vollero subito bene e divennero amici per sempre.
La prima volta fu nel cortile assolato della parrocchia di Portino, il loro paese, un pomeriggio di giugno del 1968. L’ora della siesta era appena conclusa e i bambini del catechismo fecero due squadre, quelli del Milan contro quelli della Juventus.
Il bambino nuovo tifava Juventus, ma era grasso, la faccia come un cocomero, gli occhi strani, verdi e strabici, la erre arrotata, da parmigiano. Non dava l’idea d’aver l’aria sveglia. Per i portinesi, liguri ai confini con la Lunigiana, i parmigiani sono degli addormentati chiacchieroni ai quali si può facilmente fregare la moglie e sposare la figlia. Passatempo veniva da lassù, almeno la mamma era di quei posti, di qualche borgo montano dopo il Passo della Cisa, borghi che guardano il Taro come fosse il Po. Il papà era un meridionale. In marina militare, come tanti di quelli, di stanza a Venere, porto militare dai tempi di Cavour.
Passatempo rispose “juventino !” quando gli domandarono per quale squadra tenesse.
Era la seconda volta che capitava in parrocchia. La prima volta lo avevano visto al catechismo. Le signorine Scudieri, due vecchine ribelli perché molto devote al dio uno e trino in una famiglia di anarchici, garibaldini e mangiapreti, avevano presentato il bambino dicendo che era appena arrivato da Napoli dove il papà serviva in mensa ufficiali come secondo cuoco, prima d’essere destinato al porto militare di Venere, sempre al circolo ufficiali, ma questa volta come primo cuoco.
Per non rischiare, lo misero in porta e lui corse tutto contento e in attesa che la partita cominciasse, prese a parare rigori immaginari saltando di qua e di là, “Il portiere ! quello che voglio fare da grande ! il portiere della Juve !” gli faceva il cervello scosso da una gioia senza freni.
Ma ora i milanisti erano uno di meno.
“Li battiamo lo stesso ‘sti brocchi !” fece tutto bullo il loro capitano, Orestino Panzon, detto Rivera, mamma di Portino e papà di Mestre.
Gli altri non dissero nulla e guardarono per terra. Orestino invece si guardò attorno. C’erano sempre dei bambini che bighellonavano vicino alla parrocchia nella speranza di tirare due calci al pallone. Figli di comunisti o di fecce del paese, ma il pallone é il pallone per tutti.
Seduto per terra, le spalle già larghe appoggiate al muro della chiesa, i capelli lunghi e lisci stile Beatles che coprivano il viso di bambina, Tirofisso giocava con dei sassi e delle conchiglie, ma lanciava occhiate furtive nella speranza che qualcuno s’accorgesse di lui.
Il figlio del Professore é milanista ?- domandò Orestino a Beppe.
Beppe conosceva la famiglia del Professore, i suoi fratelli erano stati allievi del Professore e i suoi vecchi, operai socialisti nei cantieri navali e nelle fonderie di Venere, volevano bene al Professore, che era stato comunista per tanti anni e anche adesso che non lo era più degli operai ne parlava sempre bene, come fossero dei signori.
Il Professore era scorbutico e attaccabrighe, ma era il Professore del paese e nessuno aveva voglia di mettersi contro di lui, se proprio il Professore non metteva alle strette. Il figlio lo schivavano per non avere problemi con il padre. Tirofisso aveva sempre l’aria di volersene stare da solo, ma era perché non arrivava all’uva.
E’ più milanista di noi – disse Beppe sorridendo – ma é un brocco, per lui il pallone potrebbe essere anche un cubo, farebbe lo stesso tiro. Ha il tiro fisso.
Va bé, dobbiamo essere pari – disse Orestino – lo mettiamo all’attacco davanti al parmigiano, danni non ne farà. Basta non passargli il pallone.
Beppe s’avvicinò a Tirofisso e gli parlò sottovoce.
Ciao, vuoi giocare con noi ?
Tirofisso ebbe un fremito dentro il petto, alzò subito la testa, gli occhi brillanti, ma riuscendo a controllarsi riabbassò lo sguardo e disse piano :
Non lo so.
Dai, giochi all’attacco, come Combin.
“Combin ! Nestor Auben Combin il mio eroe preferito ! francese d’origine argentina, forte, grosso, peloso, una bestia che sfigura a unghiate le difese nemiche, col Torino infilò tre gols alla Juve in onore del suo amico Gigi Meroni, Combin !”
Tirofisso era già al centro del campo per il calcio d’inizio, che come si sa é un passaggio corto tra il centravanti, lui, Tirofisso Combin, e il regista, Orestino Rivera Panzon.
Dopo mezz’ora, il Milan conduceva undici a dieci sulla Juventus. Orestino scartava mezza Juve e passava a Beppe che infilava in gol, se Beppe non era tenuto troppo stretto da Vittorio.

"La solitudine e l'amicizia" pag. 2

Vittorio era il difensore libero della Juve, il libero si diceva. Anche lui scartava mezzo Milan e tirava bordate che sembravano palle dei cannoni di Navarrone. Fiorello era il portiere del Milan. Era molto bravo, si buttava sul cemento del cortile della parrocchia come se ci fosse il prato di San Siro, ma Vitttorio aveva gambe di cavallo di Frisia, un inizio di baffetti a undici anni e una sopracciglia solitaria che gli solcava centrale la fronte neandertaliana. Con una pallonata tirava dentro anche Fiorello. Gli altri urlavano, correvano dietro il pallone che passavano di prima ai loro capi, cadevano, si tiravano qualche pugno e qualche spinta, alzavano le braccia al cielo con grida di gioia ferina quando la squadra marcava o bestemmiavano, nonostante fossero nel cortile della parrocchia, quando Passatempo o Tirofisso aggiungevano un altro errore alle svirgolate precedenti.
Raramente arrivava una palla a Tirofisso e quando un rimbalzo o un errore gliela facevano capitare tra i piedi, Tirofisso s’emozionava, s’imbrogliava e chi capitava vicino, avversario compagno di squadra, gliela toglieva e riprendeva il gioco. Passatempo si buttava a destra se gli tiravano a sinistra e a sinistra se gli tiravano a destra. Quando il tiro era centrale, la palla gli sgusciava dalle mani o gli rimbalzava sul petto o sul faccione e il gol era comunque assicurato.
Poi la Juve pareggiò, undici a undici. Vinceva chi arrivava a dodici. Passò un’altra mezz’ora di batti e ribatti. Vittorio era azzopato e i tiri gli venivano lenti. E Fiorello riusciva a prenderli. Orestino non aveva più fiato e Beppe non ne aveva mai avuto, le spalle larghe ma il petto sottile come la carta velina.
Rimbalzò una palla nell’area della Juve e Tirofisso se la trovò davanti all’altezza del viso. Era spalle a Passatempo. “Rovesciata di Combin !” pensò tutto felice. Ci provò e gli venne perfetta con tanto di sforbiciata d’accompagnamento. La palla filò al sette, dura e secca come una schioppettata alle anatre. Passatempo volò come un gabbiano che fugge all’onda. A pugni uniti cacciò il pallone fino all’area del Milan, dove Vittorio la mise in un angolo. Juve dodici e Milan undici.
Juventini abbracciati, urlanti, distesi felici sul cemento e milanisti la testa bassa, sconsolati e tristissimi, sconfitti, vinti, umiliati.
Tirofisso guardò disperato Beppe.
Visto che tiro ? – disse - il parmigiano non para neanche se gli metti la palla nelle mani e mi piglia quel tiro!
E’ lo stesso – disse Beppe – tanto te giocavi di burro.
Di burro ?! – fece Tirofisso, le lacrime che già gli inondavano il viso.
Mo’ cosa vuol dire “di burro” ? – chiese Passatempo.
Che anche se marca – rispose Beppe – il gol non vale.
Mo’ perché non vale ? – domandò di nuovo Passatempo.
Perché é un brocco – rispose Beppe – come te.
Come me ?! – Passatempo si erse in tutta la sua struttura e fece tre passi verso Beppe, solo Vittorio era più grosso di Passatempo.
Beppe lo guardò sorridendo.
Torna in porta e vediamo quante ne pari – disse.
Passatempo tornò in porta mentre Tirofisso s’alzò da terra dove era rimasto dopo la rovesciata e usci’ dall’area stropicciandosi gli occhi arrossati dal pianto.
S’avvicinarono Orestino e Vittorio. Gli altri si misero in semicerchio per meglio ammirare i tre campioni e i loro rigori.
Fu una gara a chi tirava più violento. Vittorio era il più forte, ma anche gli altri due sapevano calciare secco e potente.
Soprattutto miravano bene, con precisione riveriana, ma potenti come Luison rombo di tuono (1) .
Oé, le para tutte – fece Vittorio nelle risate e nelle grida da scimmie pigliaperilculo degli altri, milanisti e juventini uniti nella lotta.
Le pallonate arrivano tutte sul cocomero di Passatempo e quando aveva fortuna gli finivano sul petto e sulla pancia. Non lo sbagliavano mai. L’ultima venne tirata come colpo di grazia da Beppe. Secca nei testicoli. Passatempo si piegò e cadde in ginocchio, le orecchie rosse e gli occhi viola. Poi si lasciò andare a terra e si rannicchiò in un pianto basso, di gola, come se fossero i suoi testicoli a piangere e non i suoi occhi.
Tirofisso scattò di corsa e colpi’ Beppe in pieno mento. “Griffith ! difensore dei negri contro quel fascista di Benvenuti !”. Beppe andò giù a far compagnia a Passatempo, gli occhi girati di là, come quelli che svengono. Tirofisso dall’impeto del pugno era andato a terra anche lui, ma si rialzò come Tiramolla e scaricò destri e sinistri e calci negli stinchi e sputi in faccia su Vittorio Nembo Kid Superman, che fini’ KO quasi come Kid Paret (2). Orestino lo prese per la gola da dietro e Tirofisso si senti’ ancora meglio, pestata ai piedi, gomitata allo stomaco e giù destri e sinistri e KO anche Orestino panzon !
E’ un portiere – fece Tirofisso ansante – non un passatempo.
Allora milanisti e juventini uniti nella lotta gli furono addosso, calci, pugni, schiaffi e sputi, a lui, ma già che c’erano anche Passatempo.
Tirofisso cercò di coprire Passatempo abbracciandolo.
Arrivò il prete con il campanaro e tutti se la filarono correndo.
Il figlio del Professore, figuriamoci – fece con disprezzo il campanaro mentre aiutava i due bambini a rialzarsi.
Salutami tuo papà e tua nonna – disse il prete. La nonna di Tirofisso aveva una trattoria e faceva pensione ai turisti. Andava in chiesa la domenica e fingeva d’andare d’accordo con tutti, ma tenendoli a distanza.
Il prete era un bell’uomo alto, i capelli bianchi pettinati all’indietro, la voce da play boy da night versiliesi. Ogni tanto in paese, qualche marito gli chiedeva spiegazioni.
E mia mamma no ? non gliela saluto ? – chiese Tirofisso, con tutta la durezza che poteva mettere nella voce.
Certo, anche la tua mamma – accondiscese il prete con tanto di sorrisi.
La mamma di Tirofisso era un’ubriacona fumatrice di Stop senza filtro che faceva debiti in paese, orfana tirata su dagli zii comunisti, ma sempre allegra e le famiglie operaie le volevano bene.
Tirofisso usci’ dal cortile della parrocchia e cominciò la salita del paese per tornare a casa. Ormai imbruniva.
Senti’ una corsa e si girò sperando che non fosse Vittorio.
Era Passatempo.
Mo’ anch’io abito le case nuove in cima al paese ! veh, andiamo su insieme ?
Certo – rispose Tirofisso.
Grazie – disse Passatempo – anche per prima, veh, sono cattivi i bambini di Portino !
Belin, proprio il mio tiro dovevi a parare.
Non l’ho fatto apposta.
Lo so – disse Tirofisso.
Ma che giornata, però – disse Passatempo – che giornata !
E poi salvati da un prete ! – fece Tirofisso.
Camminavano già abbracciati, come due vecchi amici che se la raccontavano.
Come la loro solitudine, anche la loro amicizia non si ruppe più. Ebbero mogli e figli. Furono sempre poveri e a cinquant’anni rischiarono di morire di cancro, poi ne vissero altri cinquanta.

(1)daGianni Brera riferito a Gigi Riva, ala sinistra del Cagliari e della Nazionale italiana
(2)pugile che perse la vita in un incontro di boxe contro Griffith.