"La solitudine e l'amicizia" pag. 1

Li chiameremo Passatempo e Tirofisso.
Erano nati nell’anno dello Sputnik. Il 1957, per chi non sia ferrato in materia d’avventure spaziali.
I vecchi dicevano che da quando avevamo bucato il cielo con i missili, il clima, i bambini e le donne non erano più gli stessi.
Fu in fondo questo il tenzone di Passatempo e Tirofisso, sbrogliarsela sotto un cielo ormai forato. Non si sa per quale fattura, ma ognuno vide subito nell’altro una parte di sè e forse per questo appena s’incontrarono si vollero subito bene e divennero amici per sempre.
La prima volta fu nel cortile assolato della parrocchia di Portino, il loro paese, un pomeriggio di giugno del 1968. L’ora della siesta era appena conclusa e i bambini del catechismo fecero due squadre, quelli del Milan contro quelli della Juventus.
Il bambino nuovo tifava Juventus, ma era grasso, la faccia come un cocomero, gli occhi strani, verdi e strabici, la erre arrotata, da parmigiano. Non dava l’idea d’aver l’aria sveglia. Per i portinesi, liguri ai confini con la Lunigiana, i parmigiani sono degli addormentati chiacchieroni ai quali si può facilmente fregare la moglie e sposare la figlia. Passatempo veniva da lassù, almeno la mamma era di quei posti, di qualche borgo montano dopo il Passo della Cisa, borghi che guardano il Taro come fosse il Po. Il papà era un meridionale. In marina militare, come tanti di quelli, di stanza a Venere, porto militare dai tempi di Cavour.
Passatempo rispose “juventino !” quando gli domandarono per quale squadra tenesse.
Era la seconda volta che capitava in parrocchia. La prima volta lo avevano visto al catechismo. Le signorine Scudieri, due vecchine ribelli perché molto devote al dio uno e trino in una famiglia di anarchici, garibaldini e mangiapreti, avevano presentato il bambino dicendo che era appena arrivato da Napoli dove il papà serviva in mensa ufficiali come secondo cuoco, prima d’essere destinato al porto militare di Venere, sempre al circolo ufficiali, ma questa volta come primo cuoco.
Per non rischiare, lo misero in porta e lui corse tutto contento e in attesa che la partita cominciasse, prese a parare rigori immaginari saltando di qua e di là, “Il portiere ! quello che voglio fare da grande ! il portiere della Juve !” gli faceva il cervello scosso da una gioia senza freni.
Ma ora i milanisti erano uno di meno.
“Li battiamo lo stesso ‘sti brocchi !” fece tutto bullo il loro capitano, Orestino Panzon, detto Rivera, mamma di Portino e papà di Mestre.
Gli altri non dissero nulla e guardarono per terra. Orestino invece si guardò attorno. C’erano sempre dei bambini che bighellonavano vicino alla parrocchia nella speranza di tirare due calci al pallone. Figli di comunisti o di fecce del paese, ma il pallone é il pallone per tutti.
Seduto per terra, le spalle già larghe appoggiate al muro della chiesa, i capelli lunghi e lisci stile Beatles che coprivano il viso di bambina, Tirofisso giocava con dei sassi e delle conchiglie, ma lanciava occhiate furtive nella speranza che qualcuno s’accorgesse di lui.
Il figlio del Professore é milanista ?- domandò Orestino a Beppe.
Beppe conosceva la famiglia del Professore, i suoi fratelli erano stati allievi del Professore e i suoi vecchi, operai socialisti nei cantieri navali e nelle fonderie di Venere, volevano bene al Professore, che era stato comunista per tanti anni e anche adesso che non lo era più degli operai ne parlava sempre bene, come fossero dei signori.
Il Professore era scorbutico e attaccabrighe, ma era il Professore del paese e nessuno aveva voglia di mettersi contro di lui, se proprio il Professore non metteva alle strette. Il figlio lo schivavano per non avere problemi con il padre. Tirofisso aveva sempre l’aria di volersene stare da solo, ma era perché non arrivava all’uva.
E’ più milanista di noi – disse Beppe sorridendo – ma é un brocco, per lui il pallone potrebbe essere anche un cubo, farebbe lo stesso tiro. Ha il tiro fisso.
Va bé, dobbiamo essere pari – disse Orestino – lo mettiamo all’attacco davanti al parmigiano, danni non ne farà. Basta non passargli il pallone.
Beppe s’avvicinò a Tirofisso e gli parlò sottovoce.
Ciao, vuoi giocare con noi ?
Tirofisso ebbe un fremito dentro il petto, alzò subito la testa, gli occhi brillanti, ma riuscendo a controllarsi riabbassò lo sguardo e disse piano :
Non lo so.
Dai, giochi all’attacco, come Combin.
“Combin ! Nestor Auben Combin il mio eroe preferito ! francese d’origine argentina, forte, grosso, peloso, una bestia che sfigura a unghiate le difese nemiche, col Torino infilò tre gols alla Juve in onore del suo amico Gigi Meroni, Combin !”
Tirofisso era già al centro del campo per il calcio d’inizio, che come si sa é un passaggio corto tra il centravanti, lui, Tirofisso Combin, e il regista, Orestino Rivera Panzon.
Dopo mezz’ora, il Milan conduceva undici a dieci sulla Juventus. Orestino scartava mezza Juve e passava a Beppe che infilava in gol, se Beppe non era tenuto troppo stretto da Vittorio.