"Il gatto del soldato" pag.2

All’improvviso nella scuola irruppero dei soldati. Americani. O forse
Europei, per Mustafà non c’era differenza. Torsi corazzati, teste da
crostacei, divise maculate, zaini come gobbe di cammelli. Dalle
imbracature pendevano borracce e fucili mitragliatori. Aprivano le porte con calci violenti. Uno di loro aveva la pelle scura e le palme delle mani bianche. Spinse la maestra Shajida contro il muro e le fece cadere lo hijab. Sbocciò una chioma di capelli corvini. La maestra Shajida restò in silenzio. Un altro soldato, il viso disseminato di efelidi, impartì ordini nervosi e riunì tutti in un angolo. Sia lui che quello con la pelle scura sembravano divorati dalla paura. Dalla porta aperta Mustafà vide passare nel corridoio il bidello Abù e il direttore della scuola. Avevano le braccia dietro la schiena. Alcuni soldati li pungolavano con la punta dei fucili. Il bidello Abù e il direttore della scuola subivano in silenzio. Il soldato con la pelle scura minacciò la maestra Shajida e la costrinse in ginocchio.
L’altro, quello con le efelidi, rivolse a Mustafà e ai compagni qualche parola sibilante e fece cenno di stare tranquilli. Con un gioco di prestigio estrasse dal taschino alcune caramelle. I compagni di Mustafà corsero a prenderle. Lui no. Il soldato allora rovistò nello zaino e ne cavò una lattina rossa con incomprensibili scritte bianche. I compagnil’assaggiarono e Kadim disse che era dolcissima. Ma Sultan disse che sapeva di metallo.
Mustafà non volle provarla. A Mustafà non piaceva il sapore del metallo. Il soldato gli si avvicinò, sorrise. Aveva gli occhi di un
azzurro trasparente. Si levò di tasca un piccolo taccuino e una matita. Fu allora che mi disegnò. Come se sapesse che a Mustafà piacevano i gatti.
Mi disegnò in un modo molto buffo. Una testina tonda tonda, gli
orecchi a triangolo, le zampette gommose, un codone grasso e grosso a
forma di punto interrogativo. Soprattutto i baffi, lunghissimi, che
uscivano dal taccuino. Ecco, così:
Gli occhi neri di Mustafà brillarono. Volle subito diventare mio amico
e mi disse l’unica frase occidentale che conosceva:
– I have a dream.
Ho fatto un sogno. Gliel’aveva insegnata la maestra Shajida. Avrei voluto dirgli la stessa cosa, perché anche i gatti dei soldati hanno i loro sogni.
Ma un urlo attraversò il corridoio. Spari nel cortile, grida più acute. Il soldato con le efelidi lasciò il taccuino, sfondò la finestra con il banco di Kadim e si affacciò impugnando il fucile mitragliatore. Sparò sparò sparò.
Mustafà e i suoi compagni si tappavano gli orecchi. I colpi rimbombavano nell’aula come una scarica di fulmini. Facevano male ai
timpani. Kadim disse qualcosa ma Mustafà non capì.