Racconti finalisti del Primo Concorso Letterario di Scrigno

Questi sono i dieci racconti finalisti del primo concorso letterario di Scrigno scelti dalla giuria tra quelli pervenuti.

Leggili anche tu e poi vota qui i due racconti che preferisci.

I tre vincitori saranno coloro che avranno acquisito maggior punteggio.

La votazione verrà chiusa il 21 Marzo 2010.

Aggiornamento del 23 marzo 2010:

La votazione è conclusa. Sono stati pubblicati i vincitori!

Abbiamo notato che ci sono state delle irregolarità nelle votazioni sia per gli iniziali problemi tecnici sia perché il sito non era in grado di non permettere i voti singoli.

Di conseguenza la redazione ha deciso di azzerare i voti e riaprire le votazioni fino al 21 marzo 2010 ricordando a tutti che è OBBLIGATORIO votare DUE racconti e non uno solo. Tutti i voti singoli, alla chiusura del sondaggio, NON verranno considerati.

Ci scusiamo per il disagio e auguriamo di nuovo a tutti buona lettura e buona votazione. Che vinca il migliore.

Buona lettura.

La redazione

"10 brumaio" di Riccardo Franzoni

Di Riccardo Franzoni
Si parlava di uno scrigno, di un mese, novembre, e di un anniversario, il terzo, il quarto o il quinto?
“Vittoria non ricorda più quale sia, ha perso il conto ormai da troppo tempo e troppe volte. Spesso si è decisa a riprenderlo ma non è mai stata abbastanza forte da riuscire a proseguire."
A questo pensa la madre mentre dalla finestra guarda con severo affetto la figlia correre verso il cancello in cortile, affacciato sul mare.
Il vento autunnale alza delicatamente la lunga e pesante gonna di Vittoria, sembra affaticata anche la frizzante brezza marina. I suoi pensieri non sono solo i suoi ma di tutto l'ambiente circostante. Le palme piegate dall'arrivo dell'inverno sembrano porle la mano sulla spalla, le onde del mare si infrangono silenziose per non disturbare quel rito solenne che lei ripete ogni novembre, nell'anniversario della partenza del cugino per mare.
Corre fino al cancello nel giorno 10 del mese di brumaio, brandendo come fosse un'arma uno scrigno, lo apre dolcemente per paura di svegliare la natura appena addormentata sotto la coperta autunnale e aspetta fino al tramonto. Lo sguardo fisso verso il mare.
I capelli neri mossi dal vento le accarezzano la guancia, gli occhi carichi di lacrime piangono, scivolano sulla brezza i pensieri, le lacrime fino alle orecchie, sussurrando il ricordo delle parole che il cugino le pronunciò, allora bambina, in riva al mare la notte prima di salire sulla cannoniera.
«:...che io torni dalla guerra è praticamente impossibile, cara Vittoria, me lo sento, io non torno, io voglio morire là e là morirò sono sicuro. Ma, se nell'anniversario della mia partenza tu, porgendo lo scrigno al mare, riuscissi a racchiuderlo in esso, significherebbe che io starò tornando da te!»
Fantasie da bambini? Vittoria ha venticinque anni, è un insegnante. Per quanto noi possiamo essere persone adulte e razionali, spesso ci aggrappiamo comunque all'enorme piattaforma dell'irrazionalità, forse per sentirci meglio solo per un po'...è bello sognare. Vittoria ci crede ancora, porge lo scrigno al mare ormai gonfio di collera...
Un'onda enorme invade e distrugge la villa, il giardino, il cancello... lo scrigno.
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"BABILONIA" di Raffaele Serafini

di Raffaele SerafiniSi parlava di uno scrigno, di un mese, novembre, e di un anniversario, il terzo, finalmente.
E si parlava di parole. Parole possibili o sperate, temute o mescolate. Smembrate in lettere per comporre lettere, messaggi, profezie.
Gelindo spegne il computer staccando la spina, come fa sempre. Suo figlio gli ha detto mille volte di non farlo, che si rovina, ma lui non se lo ricorda qual è il modo giusto, e non ha il coraggio di chiederlo ancora.
È già stato fin troppo gentile a comprarglielo.
«Sei famoso, ormai», gli aveva detto ridendo. Poi, gli aveva insegnato come cercare quel che accade nel mondo e le notizie sullo scrigno.

…è attualmente adagiato nella nicchia di pietra originaria. Per l’intero mese di novembre, una task force internazionale monitorerà la teca in cui è custodito. Dodici telecamere e una serie di microfoni sensibilissimi ne coglieranno ogni minima…

Il trillo del telefono si mescola agli scricchiolii delle sue articolazioni e al monotono blaterare del telegiornale. Gelindo, in quei giorni, ne sta leggendo troppe di parole. Le immagina come le schiume di una cascata. Vortici, mulinelli e spruzzi che migrano, frusciando, da un gorgo all’altro, con un linguaggio che non è mai lo stesso.
«Al ge par te» gli bisbiglia Iolanda soffocando la cornetta nel grembiule, mentre un mestolo si dibatte nell’altra mano.
Gelindo le fa un gesto, come se scacciasse una mosca, e se ne va in cucina, sedendosi e cominciando a mangiare la mollica del pane.
È stufo di domande, di ripetere come l’ha trovato e ciò che ha sentito.
La gente vuole dare un significato a tutto.
E non solo alle parole, ma anche ai segni intarsiati sui fianchi, all’abbraccio del metallo, liscio e brillante, che preme contro il legno. Persino al coperchio, irregolare e senza alcuna traccia di serrature.
Eppure lo scrigno, anche quando tace, continua a parlare con miliardi di voci e centinaia di lingue.

…studioso riconosciuto a livello mondiale, ritiene di aver isolato una sequenza di risultati di senso compiuto, che variano in un range di 312 combinazioni. Si è detto sicuro di poter restringere ancora il campo inserendo nel programma alcune lingue minoritarie di origine…

I nuovi profeti sono i linguisti, questo Gelindo l’ha capito.
Mentre Iolanda gli riempie il piatto di minestrone, lui indugia sul giornale, piegato in quattro per far posto al gatto, nella parte di tavolo non apparecchiata. A ogni anniversario qualcuno lo intervista e riporta le stesse parole. Quelle che lui ha sentito per primo, immerso nel fruscio del bosco.
«Tira via cumò» gli intima sua moglie.
«Ce roba?» le risponde lui «Il gjat o il gjornâl?» aggiunge continuando a leggere, con gli occhiali sulla punta del naso.
Iolanda non fa in tempo a ribattere, perché suonano alla porta e va ad aprire.
Gelindo si accorge di come ogni parola venga confrontata e misurata. Di come venga scelta, preferendola alle altre come l’inverno grazia l’ultima foglia del ramo.
Sprimacciare, cupidigia, riverbero, immemore, gocciare, nuocere, obliare…
Lui di certe non ne conosce nemmeno il significato.
A lui, lo scrigno, aveva parlato in dialetto.

…sostengono invece come non vadano sottovalutate le lingue morte. Nel gruppo di ascoltatori scelti che sarà operativo dal giorno di Ognissanti vi saranno anche alcuni parlanti degli idiomi estinti più conosciuti, come il greco e il latino. Da mesi si preparano…

Quando sua moglie torna a sedersi, dopo aver liquidato un altro giornalista, lui sta mangiando.
Ha letto che un mastodontico congegno per la risonanza magnetica ha scandagliato l’intera montagna, in cerca di una qualunque roccia che possa contenere una magia come quella che ha trovato.
Si ricorda ancora quando lo avevano descritto come un prescelto. Ma uno come lui, con quella parlata ruvida e quel viso aspro, sempre stranito di fronte alle telecamere, non poteva certo piacere al mondo, e così era diventato solo un ritrovatore, un fortunato a cui si doveva la trascrizione delle prime parole.

…nel frattempo sono stati resi noti gli esiti dell’ultima sofisticata analisi scientifica, che ha confermato la datazione della roccia in cui lo scrigno era contenuto, risalente al periodo paleolitico, mentre l’analisi sul legno e sulle tecniche di lavorazione del metallo…

Iolanda sposta il gatto dal tavolo, per prendere il telecomando, e comincia a cambiar canale, cercando qualcosa che non parli dello scrigno.
È quasi impossibile. Ormai è un virus, una babilonia che ha infettato tutte le lingue.
Traducono ogni cosa, sempre, chiedendosi quale possa essere il codice della verità.
Ogni interpretazione sembra migliorare la precedente e introdurre la successiva.

…ma se l’esistenza dello scrigno conferma le ipotesi sulla presenza di una civiltà avanzata, diffusa millenni prima dell’homo sapiens, resta intatto il mistero riguardo al congegno capace di comunicare attraverso una tale molteplicità di codici linguistici in modo simultaneo…

Gelindo comincia a sparecchiare, Iolanda si arrende a un canale qualsiasi, dove attendono il verificarsi dell’evento.
Se al primo anno è apparso ovvio l’errore, durante il secondo si è incolpata la cabala.
Il terzo è l’anno buono, dicono tutti, e a partire dalla mezzanotte ogni occhio si sarebbe puntato sullo scrigno chiuso.

…esperti garantiscono il ritorno delle parole. Per tre anni lo scrigno ha parlato, dopo la sua scoperta, per altri tre ha taciuto, senza che alcuna modifica fosse intervenuta nella sua composizione chimica, meccanica…

Fra pochi minuti è novembre.
Gelindo si è seduto in poltrona, con la borsa dell’acqua calda in grembo; Iolanda ha appoggiato i ferri e il gomitolo nella cesta, il gatto è tornato a dormire sul tavolo.
Miliardi di orecchie sono pronte, come sabbia che attende l’onda.
Tutti aspettano.
È l’ora.
È il terzo anniversario da quando hanno aperto lo scrigno, e non ha parlato più.

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"CAPITOLO CHIUSO" di Rita Mazzon

di Rita MazzonCi sono certi oggetti che trasmettono stati d’animo diversi a seconda dei momenti.
Talvolta aspetti dei giorni con ansia, ma poi si trasformano in altri.

Mara sapeva che avrebbe festeggiato con suo marito l’anniversario. Sarebbero andati al ristorante. Avrebbero ordinato lo stesso menù di quella sera, in cui lui le aveva chiesto di sposarlo.
Un sorriso infantile si stampò sulla faccia, mentre guardava la commessa del negozio che incartava il pacchetto con la carta rossa. Piccolo, minuscolo regalo. Stava chiuso nella mano. Eppure era una portachiavi importante, perché racchiudeva gli anni passati assieme.
Immaginò quando Mario avrebbe aperto la scatola e l’avrebbe baciata. Si umettò le labbra. La lingua le procurò una sensazione strana. Un brivido le corse lungo la schiena.
Doveva fare presto. Si era attardata troppo a guardare le vetrine del centro.

Mario osservava l’orologio insistentemente, mentre il cliente parlava. Metà del suo cervello era assente. Aveva promesso a Mara che sarebbero andati al ristorante. Doveva ritornare a casa a recuperare la ricevuta che aveva dimenticato. Aveva fatto aggiungere un ninnolo al bracciale della moglie. Doveva andare dal gioielliere e poi prepararsi per uscire con lei.
Il cliente gracidava. Aveva alzato il tono della voce. Forse si era reso conto della sua disattenzione.
Mario giocava con le chiavi sul tavolo. Il portachiavi un po’scrostato dava un suono ritmato all’assolo di quell’uomo. Finalmente Mario riuscì a intrufolare quattro parole al momento giusto. Chiuse le carte, si precipitò verso l’auto.
Arrivato a casa, infilò la chiave nella porta. Non si accorse della persona che si trovava nella penombra del pianerottolo. Una mano docile gli toccò il braccio. Lui, nonostante quel movimento fosse stato lento, ebbe un gesto brusco.
Si voltò di scatto e rimase stupito. Davanti a lui c’era Chiara.
Aveva avuto un lunga storia con lei prima di conoscere Mara. Mario non riuscì a parlare.
Lei si spostò verso la luce. “Come era bella!”. Pensò.
Poi riavutosi. “Come mai sei qui? Entra!”.

Lei si limitò a dire che era venuta in città per una commissione.
Mario la fece accomodare nel salotto.
Si osservarono intensamente. Come per carpire dai loro atteggiamenti se fosse rimasto qualcosa del loro amore.
“Tutto è rimasto uguale in questa stanza!”. Sbottò lei.
Poi fermò lo sguardo sulle tende di un colore rosa antico. Su certi fiocchi al centro dei cuscini. Leziosità che non appartenevano al suo carattere, poco incline ai vezzi.
I mobili erano gli stessi. Il divano era quello su cui avevano fatto spesso l’amore…
Sul comò notò lo scrigno di mogano intarsiato, che lei aveva regalato a Mario.
“Là ci terremo i nostri segreti.”. Gli aveva sussurrato quel giorno.
“Cosa fai adesso. Come stai? Sei sola?”.
Domande disgiunte. Una prassi, come quando si incontra un amico dopo anni.
Lei allora si sentì a disagio. Sapeva che lì era fuori posto.
Avrebbe voluto andarsene, ma si sentiva incollata a quel divano.
Lui andò in cucina per prepararle un caffè.
Chiara, rimasta sola, si alzò. Osservò attentamente lo scrigno.
Prese dalla borsa un pacchetto di lettere legate con un nastro. Le fece scivolare dentro.
Ormai non aveva più alcun diritto verso quell’uomo.
“Capitolo chiuso!” Pensò. L’aveva amato e forse l’amava ancora.
Lui si era fatto una vita ed ora lei voleva restituirgli attraverso gli scritti tutto l’amore che lui le aveva donato.
Bevve il caffè in fretta, ustionandosi la lingua.
Doveva andarsene al più presto. Salutò con una scusa Mario.
Lui fece una sacco di congetture. Ebbe però un fremito quando si accorse che la lancetta dell’orologio era troppo avanti per concedersi altre domande. Si affrettò ed uscì.

Chiara aveva una lotta di sensazioni nel petto. Le venne un senso di colpa. Si diede dell’incosciente. “Cosa le era saltato in mente di andarlo a trovare? E poi lasciargli le lettere!”.
Poco convinta di avere fatto la cosa giusta ritornò indietro.
Suonò alla porta. Nessuno rispose.

Mara aveva fatto la strada di corsa. Avrebbe già dovuto indossare il vestito di colore amaranto. Pregustava la seta sulla pelle.
Mise la mano nella borsetta per cercare la chiave di casa. Alzò lo sguardo. Andò a sbattere contro due occhi celesti, acquosi.
“Cerca qualcuno?”. Le parole ansimavano per la corsa.
“Stavo andando via.”.
“Ma lei chi è?”.
Picchiava la domanda per avere una risposta pronta, precisa.
“Sono Chiara, una vecchia amica di Mario.”.
In quegli occhi svuotati dal presente, pieni di acqua, Mara si sentì affogare.
“Io sono la moglie di Mario e lui non mi ha mai parlato di Chiare. Perché è qua?”.
Le aveva sbattuto addosso una frase senza convenevoli, chiusa nel suo ruolo.
Allora vide la donna chinare il capo, indietreggiare.
Mara capì di essere stata scortese.
La mano della sconosciuta indugiò a chiudere un bottone della giacca.
“Sono venuta qui per caso. Ho il treno che fra poco parte. Piacere di averla conosciuta. Mi saluti Mario.”.
Mara la scorse tranquilla scendere giù per le scale.
Lei era felice. Avrebbe passato una serata splendida. Per colpa di quegli occhi si era arginata la sua gioia.
Entrò in casa. Domande taglienti, risposte inconcludenti sforbiciavano nella testa.
“Perché quella donna era venuta?”.
Non voleva pensarci. Sicuramente avrebbe parlato di quella donnina più tardi al suo Mario.
Si avvicinò al comò. Apri lo scrigno. Voleva riporre il piccolo regalo.
Scoprì che il posto era stato già occupato. Quel pacco di lettere che ci faceva là?

Mara chiuse il diario. Erano passati molti anni ormai. Solo dopo molto tempo era riuscita a riaversi ed aveva avuto il coraggio di scrivere la storia.
Nel diario si parlava di uno scrigno, di un mese, novembre ed un anniversario, il terzo…
Si parlava dell’ultimo giorno passato assieme al suo Mario…
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"FEDELE AL MIO SOGNO" di Irene Pace

di Irene PaceSi parlava di uno scrigno, di un mese, novembre, d’un anniversario, il terzo, si trattava di una lettera che mi ero scritta molto tempo prima, quasi tre anni prima, in effetti.
Scrivevo a me stessa, per ricordarmi di credere in me, di non tradire i miei sogni, mi conoscevo e sapevo già che avrei avuto bisogno di un incoraggiamento, avrei avuto bisogno di qualcuno che mi tenesse d’occhio affinché non gettassi tutta me stessa al vento, e chi meglio di me, mi ero eletta sorvegliante di me stessa ed è stata una scelta furba, non ho fallito, eccomi qui a mantenere fede alla parola data.
Scrivere è sempre stato il mio sogno, l’ho sempre saputo, ma l’ho sempre custodito in segreto nel mio cuore, me ne vergognavo, forse perché era l’unico modo per liberare tutta me stessa, ogni vibrazione della mia anima, dalla più serena alla più oscura, dalla più manifesta alla più taciuta. Solo scrivendo il tempo mi volava, solo scrivendo mi alienavo dal mondo e raggiungevo il sublime senso di completo appagamento, che si ricerca una vita intera a volte senza mai toccarlo; ebbene, io l’ho scoperto da bambina, quando non poteva esistere intrattenimento migliore che giocare con le frasi e con le parole, creavo pagine e pagine in un baleno, era uno spasso, mi divertivo, non volevo smettere mai, avevo trovato già la mia essenza più profonda a sette anni. Purtroppo è stato troppo presto, e come tutte le cose belle era destinata ad una lunga e faticosa ricerca prima di poter essere apprezzata.
Ero brava a scuola, mi piacevano tutte le materie e negli anni credo di aver preso in seria considerazione tutti i mestieri possibili e immaginabili, compreso quello della scrittrice, che almeno fino all’adolescenza si è alternato agli altri e tornava sempre con più insistenza nei miei desideri. Poi qualcosa s’è spezzato, da bimba sono diventata donna e mi sono smarrita nella foresta incantata dei “potrei, ma non vorrei”: passioni, paure, complessi d’incapacità insicurezza cronica, fragilità, vulnerabilità, timore fisso, ansia di non riuscire, senso d’inadeguatezza hanno imbavagliato una sensibilità nata per accogliere e restituire le emozioni amplificate, percepivo ogni flebile cambiamento d’umore intorno a me, mi commuovevo dei turbamenti del mondo, li sentivo al loro sorgere, prima che si svelassero, all’inizio come un battito d’ali, poi sempre più forti, come valanghe di coinvolgimento in apprensioni e gioie e dolori.
Ho avuto molta paura delle mie sensazioni, ma le amavo, le desideravo, capivo che erano una benedizione, che mi appartenevano profondamente, che c’ero io in loro e loro in me, a volte le rifiutavo, a volte le rinchiudevo semplicemente dentro di me, le custodivo gelosamente nel profondo. A volte diventavano ingestibili, solo con la penna in mano riuscivo a calmarmi, l’inchiostro era la mia medicina, pagine e pagine scritte fitte ed estemporanee mi ridonavano la serenità, non l’ho mai deciso, non ho dovuto pensarlo, spontaneamente mi ritrovavo con i fogli pieni, la scrittura mi apparteneva, ero inscindibilmente legata a lei, ero incondizionatamente sua. Subito dopo mi sentivo forte, ero leggera, fiera, sapevo che il segreto era tutto lì, dovevo solo avere il coraggio di rispondere alla mia voce, di lasciar scorrere il mio sangue, invece mi sono opposta al processo più naturale che vivevo, mi sono forzata ad un’apnea infelice ed infeconda, senza la scrittura mi sentivo morta, mi stavo uccidendo ma avevo paura di viverla. Smisi anche di parlarne, riuscii a smettere di scrivere, cercai attrazioni alternative, una facoltà impegnativa, un lavoro invidiabile, raccolsi tutti i miei fogli con l’affetto di un addio, li catalogai come fosse il bacio del congedo, li rilessi per averne l’ultimo commiato, quanto ho pianto, era il funerale dei miei racconti, mi stavo strappando via l’anima mia senza motivo, con le mie stesse mani mi mutilavo per la codardia di non voler vivere me stessa; neppure ho riflettuto se fosse davvero necessario, decisi che doveva andare così e così feci.
Seppellii la mia voglia di vivere in quella scatola, la mia gioia, il mio essere, il mio sangue, i giorni che sarebbero potuti essere, i sogni da vagheggiare, gli ideali da coltivare, le paure da superare, le sorprese da aspettare, i dolori che m’avrebbero maturata, decisi d’essere un’altra persona, diversa da me, scelsi la fuga dall’unica verità lampante: che dovevo scrivere e basta; tutto in quel piccolo spazio, lo ribattezzai scrigno, lo scrigno del mio unico tesoro, che da realtà trasformai in un sogno, un’utopia addirittura.
Era novembre e mi scrissi quella lettera, mi concedevo tre anni per cercare una dimensione vivibile per la mia esistenza, ma mi costringevo a giurare che allo scadere di questo tempo, se fossi stata ancora infelice e inappagata come mi sentivo mentre scrivevo quel testamento, allora lo scrigno dei sogni doveva essere riaperto, il suo prezioso contenuto liberato e avrei dovuto lasciar librare in aria la farfalla della mia creatività, costretta bruco ingiustamente, evidentemente non ero nata se non per scrivere, potevo negarlo per una vita ma rinnegarlo nel profondo del mio cuore era impossibile, tre anni erano più che sufficienti.
Così eccomi qui, lieve e sincera poso il mio sguardo sul freddo che mi circonda, il mio cuore è gonfio, ma non di rimpianti, nessun rimorso, sono consapevole d’aver sfuggito la mia autentica essenza per troppo tempo, sono pronta ad espiare questo peccato, a chiederne ammenda, che sia una condanna, che sia una colpa, che sia invece una benedizione, un inestimabile dono, fedele soltanto a me stessa, io sono qui che finalmente scrivo.
Si parlava di uno scrigno, di un mese, novembre, d’un anniversario, il terzo…

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"Il morbo" di Maurizio Verduchi

di Maurizio Verduchi

Si parlava di uno scrigno, di un mese, novembre, e di un anniversario il terzo la prima volta che apparve l‘ombra; lì per lì avevamo dato la colpa al lambrusco ed invece era l‘inizio di una storia, la più incredibile che potessimo immaginare.
Parlavano di uno scrigno, di un mese, Novembre, e di un anniversario, il terzo.
Ero lì nascosto nel condotto dell’areazione; potevo sentirli ma non vederli. C’erano donne tra loro lo capivo chiaramente. In quel momento però avevo i miei problemi e la mia attenzione era concentrata su come muovere il mio braccio destro e come non farmi prendere dalle guardie del Duca Nero. Non ci fossero state donne avrei pensato che fossero monaci; parlavano con voce bassa e distinguevo la parola libro, forse avrei potuto affidarlo a loro ma come? Piansi, imprecai e pregai e poi la magia mi aiutò ancora….

Eravamo insieme, quelli che potevano esserci, e stavamo preparando l’incontro per il terzo anniversario de “La confraternita del Libro Antico”. Usare quel nome sulla rete era un modo ironico di coltivare a nostra passione per il ballo, nessuno di noi avrebbe mai rinunciato ad una serata in discoteca per un libro, anche se quella sera eravamo presi da un manuale di liscio, volevamo strabiliare al concorso che ci sarebbe stato allo Scrigno, la nuova discoteca. Mentre studiavamo i passi pensavamo anche a qualcosa di particolare per l’anniversario ma non ci veniva in mente nulla di più di una pizza tutti i nsieme. Mentre pensavamo ed Enrico faceva lo scemo proponendo un convegno su “La semiotica del tango” tra i tavoli neri e le sedie gialle del Barracuda Bar apparve …la nebbia?!?
La parete del condotto iniziò a sbiadire e mi apparve l’immagine del gruppo di persone che sentivo in un ambiente assolutamente strano; sentii che la pressione sul braccio non c’era più e decisi: lanciai il grande libro verso quegli strani personaggi, lì gli uomini del Duca Francis di OMOPNIOP non l’avrebbe trovato.
Dalla strana nebbia apparve un grande volume retto, ci sembrò, da una mano guantata; poi un tonfo, il volume cadde a terra, la mano rimase nel territorio delle impressioni, la nebbia sparì e tutto tornò come prima,,, quasi come prima, ci rimaneva lì il grande volume con copertina in cuoio e ferro con impresso a fuoco uno…. Scrigno! L’immagine era circondata da sette pietre dure di sette colori…. Un’allucinazione o una risposta sarcastica ai nostri dubbi organizzativi da parte del dio dei libri?
Continuavo a vederli, attoniti, attorno al grande libro mentre ormai libero cavalcavo verso la libertà, gran cosa la magia; giunsi ai margini della foresta e infilai al galoppo il nostro rifugio, apparentemente una parete rocciosa, senza incanti ingannevoli l’ingresso della grande grotta, base e rifugio degli stregoni ribelli del movimento “Corpo libero”; giunsi al cospetto dello Stregone Supremo, mi inchinai e declamai: “E’ fatta! Il mortifero strumento del Duca Nero è stato trasferito in un’altra dimensione, non potrà essere riprodotto. Siamo salvi! Non potrà più minare la libertà della nostra gente” Lo Strego Supremo mi guardò e mi chiese:”Naturalmente hai avvisato gli uomini dell’altra dimensione del pericolo del Libro…” “In realtà non ho avuto tempo, ero braccato e se mi avessero preso gli sgherri del Duca avrebbero avuto di nuovo il Libro e poi è impossibile che lo attivino” Lo Stregone mi guardò severo: “Improbabile forse ma non impossibile; quello strumento nefasto a volte sembra avere vita e volontà proprie; noi ormai possiamo osservare e non intervenire, pregare gli dei che siano benigni con gli uomini dell’altra dimensione” Mi sentii per un po’ in colpa ma poi, consapevole dell’impresa compiuta e del prestigio che mi dava, mi drizzai innanzi allo Stregone e quasi urlai: “E’ grazie a me che ora il nostro popolo può dedicarsi alla lotta, alla caccia, alla pesca, alla falconeria e perché no alla guerra anziché sottoporsi alle pratiche umilianti che voleva il Duca. Senza la magia del Libro questo è e noi possiamo godere dei nostri corpi come è giusto che sia e non ridurci a ombre di uomini pallidi, emaciati e privi di ogni energia!” “Ciò che dici è il cuore della nostra lotta e tutti ti saremo riconoscenti di quello che hai fatto. Nondimeno - aggiunse lo Stregone - sono in ansia per gli uomini e donne dell’altra dimensione”
Avevamo poggiato il Libro su uno dei tavoli più grandi del bar che riusciva a malapena a sorregerlo senza contenerlo; Nadia, la più curiosa, lo aprì e vedemmo i caratteri di una lingua e una scrittura assolutamente ignota; erano diversi da qualsiasi cosa che avessimo mai visto; è vero non eravamo degli intellettuali anzi ma nell’era della grande rete è facile di tanto in tanto si vedono scritte in cinese, arabo, giapponese e quant’altro ma nessuno aveva mai visto niente di simile. Alessandro forse il più sensato di noi, chiuse di colpo il grande volume “Ragazzi non so a voi ma a me questo coso fa paura; pensate a come è arrivato qua”. “Guarda che bello - disse Claudia - e che meraviglia quelle pietre sembrano illuminarsi; sentite facciamo un gioco, sono sette pietre, noi siamo sette, mettiamo le mani ognuno su una pietra ed esprimiamo un desiderio” Le mani si appoggiarono e la luce si diffuse….
“L’hanno fatto! Ora il contagio è certo” disse lo Stregone
“Mi sento strana - disse Nadia – non ho più tutta questa voglia di ballare. Ho una gran voglia di leggere..” “Anche io” dissero gli altri all’unisono. “E se creiamo un gruppo di lettura?” Disse Alessandro “Chiamiamolo Scrigno Letterario” disse Nadia.
In un castello di un’altra dimensione il Duca Nero osservava e rideva, rideva ….

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"Kiev, il terzo anniversario" di Sergio Moretti

di Sergio MorettiEravamo arrivati al punto che ogni giorno, oramai, in casa mia si parlava di uno scrigno, di un mese, Novembre, e di un anniversario, il terzo d'un fidanzamento fittizio.
Invero nulla di falso, davvero; l'acquisto fu poi sancito allo scadere dei miei diciotto anni da un autentico contratto. Saverio m'aveva comperata!
L'atto fu stipulato in presenza di notaio nella sede della solita, nota, squallida agenzia matrimoniale, creata per incastrare ricchi uomini occidentali.
Ah l’amore!
Ma quale amore. Desiderava una giovane donna tutta per lui, la voleva sua schiava, una vera schiava. Venne sin da noi a Kviv; voi chiamate Kiev la nostra città. Si tolse lo sfizio di pregustare da vicino la merce tanto ambita, cercata serva e vergine.
Si rese conto subito della mia “troppa” sincerità; di quanto fossi ingenua, bambina dentro di me. Mi esaminò da solo, il mio “caro” professor Saverio, in camera mia; da quel momento si comportò come un matto, non si fidava più di nessuno.
Non mi permise di uscire da sola, non potei salutare i miei amici. Non conoscevo né vizi né il nome di alcuno dei modi di “amare” così come li intendeva lui. Saverio disse che ero rara, quindi preziosa...
Partii subito con lui.
Mi fece fare il giro del mondo, trattandomi come una bambola di porcellana, raccontando a tutti che era innamorato pazzo di me.
Nel suo castello tutto cambiò, non uso dolcezze né mezze misure per iniziarmi ai propri giochi.
All'inizio era solo. Ho nausea al ricordo dei suoi piedi da leccare, del suo potere, d’avermi resa una larva: come ha fatto a cambiarmi? Come ho potuto accontentarlo? Chi sono ora io? Cosa ci sto a fare in questo posto di “recupero”? Recupero da che? Da cosa? Perché mi hanno tolto il mio Graziano, l’unica cosa pulita della mia sporca vita? Non volevo oltremodo legarmi, non volevo un figlio da lui, ma tant'è...qualcosa è andato storto. Volle a tutti i costi che io portassi a termine la gravidanza; promise, come suo solito fare, mari e monti, a me e al piccolo.
Lo definì un predestinato, un principe.
Neppure con il pancione mi lasciava stare, anzi, le feste si facevano numerose e i giochi sempre più orridi. L'oscenità più o meno quella di sempre. Mi usò come al solito, come merce di scambio; riuscì ad ottenere “favori” sempre più ambiti dai propri conviziosi alleati: gli donarono amanti, amichette che si sapevano in ogni modo prostrare in cambio d'un barlume di successo. Ci fu chi seppe costringere anche la propria legittima consorte ad abbassarsi alle mire di quest'uomo, che per qualche tempo, nella mia adolescenziale ingenuità, credetti capace di farmi provare l'amore vero…
Non disse mai che mi avrebbe sposata, sono io che lo pensai; ci credevo davvero ad una vita “normale”.
Le mie condizioni di puerpera attirarono a lui, tramite il loro lurido giro, prede che neppure si sarebbe sognato, neppure io avrei mai immaginato esistesse un simile inferno in vita. Un inferno da cui era impossibile sottrarsi, e che né i primi dolci ricordi, né le future possibilità di benessere per me e per mio figlio, riuscirono a rendermelo meno pesante.
Io ora odio tutti.
Io ora odio mia madre; mio padre no, e comunque di meno. Lui sospettò da subito che non poteva essere, lui disse dal primo istante in cui Saverio gli fu presentato che non avrei dovuto essere sua. Mia madre mi volle vendere; forse in buonafede credette di destinarmi ad un bel mondo, ad un sicuro successo. La promessa di quello scrigno da aprire nel giorno del mio anniversario accese la fantasia e l'entusiasmo di tutti noi. Erano quasi tre anni che da lui arrivava, già senza che io conoscessi questo mio “fidanzato”, un copioso assegno mensile.
Vi ho detto tutto no? Cos'altro volete sapere?
Mi dispiace, non posso svelare altro, né i dettagli del mio mondo onirico. Sognai i fatti come una premonizione, prima che lui morisse. No, non dopo; vorreste voi insinuare che sia stata io a cospargere il dissenso tra noi? Io ho mondato il luogo, ho tamponato il male che scorreva fuori dai loro corpi imbrattando.
Il male è il diavolo, e il diavolo si sa trasformare.
Mio figlio doveva nascere senza la macchia del peccato. Non dovrà conoscere alcun tipo di sofferenza.
So bene cosa raccontò ai giudici per togliermi di mezzo, per non riconoscere Graziano come proprio legittimo erede. Mi sputtanò, disse a tutti che io ero una pazza ninfomane; che nella tenuta, quando lui era assente, facevo l'amore con uomini e donne a sua insaputa, e che quindi Graziano non ha padre certo.
Ha distrutto famiglie, ha infangato i suoi amici, le loro mogli, e ne ha plagiato i figli e le figlie.
Non gli interessavano i risultati del DNA, l'ha fatta franca comunque il dottor Saverio, poiché ha raggiunto il proprio scopo. Ora è laggiù, il nostro primario, ad operare menti al servizio del maligno.

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"L'uomo che guarda" di Alessandro Bastasi

di Alessandro BastasiOggi la mamma è morta. La telefonata dall’ospedale mi è arrivata verso l’una del pomeriggio, quando stavo guardando il telegiornale. Come sempre, sentivo i suoni delle parole della speaker, ma soprattutto osservavo la sua faccia un po’ truce, seguivo i movimenti delle labbra e ogni tanto mi incantavo sul suo sguardo allucinato. Mi ero alzato dal divano per andare in bagno quando la soneria del telefono ha cominciato a trillare con insistenza. Sul display un numero che non conoscevo, e non ho risposto. Per fortuna ha smesso. Ma solo per poco, dopo qualche secondo quel suono insistente e petulante ha ripreso a tormentarmi i timpani, alla fine ho ceduto.

La mamma è morta, mi hanno detto. E io sono qui che mi guardo attorno, nell’unica stanza del mio appartamento. C’è molto disordine, molti piatti sporchi sul lavello nell’angolo cottura, la donna delle pulizie arriva domani, viene una volta alla settimana, il lunedì, peccato che mia madre sia morta proprio oggi, se fosse morta domani o martedì almeno la casa sarebbe stata un po’ più in ordine, e poi non ho camicie stirate, anzi, per fortuna me ne sono ricordato, devo metterle in lavatrice ché sennò per domani non saranno asciutte e la donna non le potrà stirare. Sto lì a fissare la lavatrice per un po’. Oggi pomeriggio dovrò anche farmi vedere all’ospedale, immagino che ci siano delle pratiche burocratiche da sbrigare, e io sono l’unico parente in vita della mamma. Solo che fa un caldo tremendo, afoso, anche se siamo già in ottobre. Le imposte sono socchiuse, per non fare entrare il sole, guardo giù ma non c’è quasi nessuno per la via, solo un cane che ansima sul portone del palazzo di fronte. D’altronde è domenica, chi è così pazzo da andarsene in giro con questa canicola infernale. Mi stendo sul divano e mi accendo una sigaretta, e mi incanto a osservare le nuvolette di fumo che mi escono dalla bocca aperta, si muovono lente, sensuali, quasi estenuate anch’esse dalla temperatura e dall’umidità, non riescono nemmeno a salire su fino al soffitto, si perdono a metà, come se ci fosse una barriera che cercano di superare scivolando sotto per trovare un passaggio oltre il quale trovare un cammino naturale verso l’alto. Ma non c’è alcun passaggio, e il fumo si ferma lì, a mezz’aria, dissolvendosi poi in un’atmosfera grigiastra uniforme che invade tutta la stanza, me stesso e i miei polmoni. Quasi fosse un liquido amniotico, la cui funzione però non è tenere in vita, bensì accompagnare verso il nulla. O verso il tutto, che è la stessa cosa. L’ineluttabile processo dell’entropia.

All’ospedale mia madre non me la fanno nemmeno vedere, per domattina allestiranno la camera ardente, e per un’oretta mi dicono che potrò stare con lei. Mi fanno firmare un sacco di carte, e io firmo, diligente, l’impiegata è gentile, mi guarda amorevolmente, coraggio, mi dice, mentre mi prende di mano i fogli che ho riempito di scarabocchi. Io abbozzo un sorriso di circostanza, mi osservo le mani e mi accorgo che mi hanno dato una biro che spande l’inchiostro e sporca le dita, ci sono macchie violacee sulle unghie e sulle falangi. Meccanicamente sollevo la mano destra e la tendo verso la donna tutta vestita di bianco dall’altra parte del bancone, come per farle notare che cosa mi è successo, e lei si ritrae, con un lieve grido, forse teme che la insudici, o forse ha paura di come ora la sto fissando, la scopro inquieta, gli occhi che vagano da una parte all’altra, le do subito dei fazzoletti di carta, mi dice in fretta, li cerca sotto il bancone, ma evidentemente non li trova, è agitata, poveretta, impreparata, e io me ne sto lì, fermo, immobile, in attesa, mentre ne studio i lineamenti, le gote rosse, la ciocca di capelli che spunta dal berrettino bianco che ha sulla testa. Gli occhi sono color nocciola, senza luce, opachi come i fazzoletti che finalmente mi porge, scusandosi per l’inconveniente, non fa nulla, la rassicuro, sono cose che capitano, e la compiango per quel suo ridicolo affannarsi.

A pomeriggio inoltrato sono nell’appartamento della mamma e mi faccio una birra. Spalanco le finestre e resto in mutande e in maglietta, tutto in questa casa è in un ordine perfetto, non una cosa fuori posto, la cera che brilla sui pavimenti. Finisco la birra con un lungo sorso, respiro forte, un poderoso rutto e vago indolente per le stanze.

La camera da letto di mia madre. Lo scrigno è là, in bella vista sul comò, sopra un centrino di pizzo, lei ci ha messo la fede di papà quand’è morto, tre anni fa, in novembre. La sua cosa più preziosa, diceva. Lo apro. La fede c’è ancora, e magari domani ci metterò pure quella della mamma. Non so perché mi è venuta questa idea, non c’è un motivo preciso, magari getterò via tutto. Scuoto il capo e mi accendo una sigaretta, non vedo un posacenere in giro, ma è lo stesso, butterò la cenere per terra, sul parquet, nel silenzio attonito dei muri che mi stanno attorno, orfani del suono della voce di mia madre. Che anche in ospedale continuava a parlare, a parlare, di cose senza senso, l’impegno, la responsabilità, la famiglia, lo status sociale. E di mio padre che si era fatto un mazzo così per garantire a tutti noi una posizione rispettabile nella società. Qualche giorno fa mi ricordava che mancava solo un mese all’anniversario della morte di papà, e che bisognava preparare tutto per bene, invitare i parenti e prenotare la messa in suffragio. Precisa, puntuale, le sue cazzate in cima a ogni priorità, le date e le scadenze innanzi tutto. Già. Date, scadenze, cose da fare. Io invece sono uno che guarda. Anche adesso fisso la brace sulla punta della sigaretta. E mi viene da ridere, mi lascio cadere sul letto e rido, rido, ché solo giovedì scorso con mia madre ancora si parlava di uno scrigno, di un mese, novembre, e di un anniversario, il terzo…
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"La farfalla" di Dino Licci

di Dino LicciSi parlava di uno scrigno. Di un mese, novembre, e di un anniversario, il terzo dalla nascita di un rifugio per artisti, che amano trasporre i loro ricordi o le loro fantasie in opere letterarie o poetiche e io mi sono ricordato della mia farfalla:
Sono un animale sedentario, lo so. Viaggio poco e malvolentieri. Mi danno fastidio le grandi città, i rumori del traffico e della folla, io abituato a vivere nel vento, all'ombra di ulivi secolari o a ridosso del mare infinito.
Mi piace passeggiare sulla battigia di spiagge assolate o destreggiarmi cautamente fra scogli appuntiti schiaffeggiati dalla spuma dei marosi. Immergermi nel mare, quando ero giovane, mi dava poi una sensazione onirica di pace e mistero, con quei suoni ovattati che mi giungevano lontani. Branchi di piccoli cefali danzavano all'unisono gareggiando con la bellezza dei polpi sinuosi o delle triglie rossastre, che apparivano tra i fondali ricchi di posidonie oscillanti come immensi campi di grano. Mi è rimasto nell'anima l'amore per la natura e allo sfarzo della città, preferisco l'ombra di un albero verdeggiante, che mi ripari dai raggi del sole e mi aiuti a sognare:
" Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagis…"Ecco, ora che son vecchio, mi piace sostare nel mio gioioso giardino, cercando quella pace che Virgilio immortalò nelle sue bucoliche e mi piace ascoltare l'amorevole cinguettio di un piccolo uccello o ammirare l'elegante volteggiare di un falco che cerca dall'alto la sua preda, disegnando cerchi fantastici di straordinaria bellezza.
Quando arrivai a Roma, tanti anni fa, rimasi sgomento per il gran vociare della folla, la maestosa bellezza dei palazzi, la ricchezza degli idiomi di gente multirazziale, e provai una strana sensazione di solitudine in quel mare di folla che mi sfiorava continuamente, ignorando del tutto la mia presenza.
Una farfalla variopinta continua a volteggiarmi sul capo. Sono giorni e giorni che viene a trovarmi incuriosendomi sempre di più. Continua a danzarmi intorno come se volesse comunicarmi qualcosa, quindi si adagia sul suolo. Le manca un pezzettino d'ala come fosse ferita e non riesco a staccarle gli occhi di dosso riandando con la mente a ricordi tanto lontani.
Abitavo a Piazzale delle Province, abbastanza vicino alla sede universitaria e avevo scelto una camera in affitto da dividere con un amico. La locatrice era un'insegnante di pianoforte di mezza età che, rimasta vedova prematuramente, viveva impartendo lezioni di musica e subaffittando le stanze agli studenti. Con lei viveva la figliola, una ragazza molto giovane e graziosa, che si affacciava alla vita con il candore misto a malizia della sua giovane età. Aveva imparato da giovanissima a strimpellare qualcosa al pianoforte e, quando sua madre non c'era, cercava d'interpretare Chopin, sopperendo a qualche nota sbagliata, con un sorriso di scusa che le colorava il volto di un improvviso rossore. Naturalmente me ne innamorai e la mia vita si arricchì del magico candore dei primi amorini, quelli che lasciano un gradevole ricordo per tutta la vita.
La farfalla ha ripreso il suo volo. Sembra voglia invitarmi a seguire le ardite volute del suo volteggiare, sparisce tra i rami di un maestoso eucalipto, poi lentamente ritorna, si ferma sul ramo fiorito di un florido gelsomino.
Quando tornai a Roma, molti anni dopo, volli cercarmi, pur potendomi ormai permettere un buon albergo, una stanza che si affacciasse di fronte alla finestra della mia antica abitazione, sperando in un fortuito incontro col mio antico amore. E la vidi finalmente, ormai donna fatta, forse madre, certamente diversa, tranne che per quegli occhi ancora belli ma velati da chissà quale sofferenza che le aveva alterato incredibilmente il sembiante. Quando la salutai, incontrandola proprio dappresso, mi restituì un sorriso vacuo e distratto, tanto che ancora mi chiedo se davvero mi avesse riconosciuto. Camminava come fosse in trance e la mia esperienza professionale mi fece pensare che facesse uso di litio, farmaco che i medici prescrivono per vincere la depressione, ma che non è certamente esente da effetti secondari.
La seguii con lo sguardo fino a vederla scomparire lontano, chiedendomi, amareggiato, che cose le fosse mai successo.
La farfalla è ancora ferma sul rametto fiorito e le sue ali sembrano pulsare allargandosi appena per riprendere il volo e librarsi ancora nell'aria primaverile. Poi vola in picchiata, veloce verso terra e il mio ricordo diventa vivido e tristemente angosciante.
Guardando la sua finestra dove speravo si sarebbe affacciata, rivivevo, felice, i miei momenti più lieti e finalmente la vidi apparire, ancora più pallida, con l'aria ancora svagata, mestamente armoniosa, oserei dire sublime. Cercai di salutarla facendole un cenno con la mano, ma lei non mi vide neppure. Sollevate le braccia come fosse farfalla, spiccò un salto nel vuoto, volò in alto nel cielo, poi cadde sulla strada, sfracellandosi al suolo. Un tonfo sordo, le urla della gente, l'ululato dell'ambulanza, il nero mantello della morte.
Una sensazione eterea di fragile dolcezza. Le ali variegate della farfalla del mio giardino, sembrano ritmare un vecchio motivo di Chopin, una musica cadenzata e divina sembra accompagnare il suo sinuoso volteggiare mentre si allontana da me, sempre più in alto, sempre più lontano, così lontano che sembra fondersi col Sole.
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"Le verità dei bambini" di Antonio Giordano

di Antonio GiordanoSi parlava di uno scrigno, di un mese, novembre e di un anniversario, il terzo da quando il Podestà aveva cacciato tutti gli Ebrei per via di una legge del 1938. Questo il titolo del tema che il signor Direttore ci aveva dettato.Lo scrigno…il tesoro della nostra italianità, anche se non capivo perché proprio io non dovessi essere un italiano come tutti gli altri. I miei compagni di prima elementare, in certi giorni, venivano con la divisa di ”figlio della lupa”. Io, invece, no.
Mio padre aveva avuto una discussione con mia madre. Si erano chiusi nella stanza da letto ma non avevo potuto sentire niente perché parlavano fitto fitto e a bassa voce. Forse mamma era riuscita a convincerlo e aveva già preparato la divisa. Allora non dovevo dargli il tempo di ripensarci; avrei dovuto provarmela subito. Poi, di botto, la porta si aprì.
Io mi ero preparato: ero già in mutandine e aspettavo. Mio padre passando mi guardò sdegnato e tuonò:
“Se a scuola ti chiedono della divisa, di’ sempre che è a lavare. E vestiti, svergognato!”
E già, perché dopo una certa età, né ci si doveva mostrare, né si doveva guardare. La maestra, che era una persona istruitissima e che diceva sempre la verità, ci aveva spiegato che noi eravamo persone perbene perché eravamo “bianchi” e di razza ariana, come avevo letto su un documento di mio padre, posato sul comò. Questo fatto della razza ariana avrei voluto approfondirlo e, facendomi coraggio, chiesi alla signorina Pirrone (la nostra maestra si chiamava così ed era signorina come tutte le maestre, anche se era sposata e aveva due figlie) di spiegarcelo. Dapprima la signorina si urtò e mi rimproverò perché avevo interrotto la lezione, ma poi, vedendo che c’ero rimasto male e che mi veniva pure da piangere, fece fare silenzio in classe, si sedette, ci pensò un poco e poi ci raccontò la nostra storia,
Insomma, un certo Noè, che tutti dovevamo conoscere per via del Diluvio Universale, una volta aveva bevuto un po’ troppo e, ubriaco fradicio, si era tolto i vestiti. Questo Noè aveva tre figli maschi che si chiamavano, Sem, Cam e Jafet.
Sem e Jafet furono giudiziosi e cercarono di coprire il padre che aveva tutte le vergogne di fuori, mentre Cam lo prese pure in giro. Noè si urtò contro questo figlio screanzato e lo maledisse, mentre benedisse gli altri due, perché erano stati comprensivi nei suoi riguardi. Questi figli, col tempo, formarono tre razze importantissime: i Semiti non erano né buoni né cattivi e vivevano in modo decente, i Giapeti, discenti di Jafet, figlio prediletto di Noè, formarono poi la razza ariana che era la migliore di tutte. Noi italiani eravamo ariani, quindi i più intelligenti, i più belli e quelli che avrebbero conquistato il mondo. Anche i tedeschi, però, non scherzavano. I peggiori erano i Camiti, i discendenti di quel Cam ch’era stato maledetto da Noè. Anche questi, come i Giapeti, avevano cambiato nome e ora si chiamano Ebrei. Prima erano tutti neri come il carbone ma poi, prendendo medicine segretissime,fornite dal Diavolo, si erano fatta la pelle bianca pure loro. Per punirli dal peccato del capostipite, però,erano stati cacciati dalla loro terra e ora entrati in Italia facevano cose brutte. Per esempio dicevano che Gesù non era Dio, che il sabato era domenica e altre cose misteriosissime. Erano tanto maleducati: portavano in testa il cappello pure in chiesa e, se non ce l’avevano, un baschetto piccolo piccolo per risparmiare la stoffa. Erano tirchissimi. Infatti, ci disse la signorina, che quando una persona era avarissima si diceva che era un “ebreo”. Vero;io lo avevo sentito dire più di una volta Ma, a ricordo del loro colore originario, i loro preti, che si chiamavano “arrabbini” perché erano sempre arrabbiati, si vestivano di nero. La maestra, dopo la spiegazione, mi chiese se ero soddisfatto. Io dissi di sì ma io non ero ancora convinto e cercai altre fonti autorevoli.
Il mio compagno Inzerillo, infatti, che era ripetente e che raccontava a tutti noi più piccoli cose segrete, ci confidò che non solo questi ebrei camminavano nudi nelle case come al loro Paese, ma che avevano un pezzetto di pipo in meno per farsi riconoscere. Che vergogna! Mio padre e mia madre si facevano vedere sempre vestiti e pure quelli che io praticavo, anche perché erano tutti buoni ariani, con il pipo intero, almeno i maschi. Altri invece dicevano che i maledetti, quindi gli ebrei, erano i Semiti.Un po’ preoccupato m’informai con Inzerillo circa i Semiti. Al momento non seppe rispondermi ma, dopo avere assunto le sue informazioni, mi disse di stare tranquillo perché stavano sempre vestiti, certe volte pure nella faccia e portavano in testa una specie di nido, chiamato turbante. Meglio così.
Questo discorso dei Camiti mi procurò preoccupazioni perché Inzerillo disse che questi non si dovevano praticare, altrimenti si rischiava di diventare come loro. Infatti il Duce stava cercando di separarli dalla brava gente, di mandarli fuori dall’Italia perché non ci mischiassero cattive abitudini e, chissà, forse, qualche brutta malattia …
Certe sere, mentre cercavo di prender sonno, se avevo incontrato o praticato bambini o persone che non conoscevo, mi veniva il dubbio che qualcuno potesse essere ebreo e che mi avesse contagiato qualche malanno. Ma tenevo tutto per me e non dicevo niente perché una volta che avevo cominciato a parlarne, mio padre mi aveva bruscamente interrotto, dicendomi di pensare a cose serie. Chissà che c’era sotto!
E, per un certo periodo, abbastanza lungo, cercai con cura di non guardare mio padre quando girava per casa in pantaloncini E se mi fosse finita come Cam? Se fossi diventato ebreo anch’io? Se fossi stato maledetto da Dio? Mamma mia! E chi lo guardava, mio padre! Avvertii anche mio fratello ma quello era cretino e non ne capì niente.
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"Max" di Franco Ferdori

Di Franco FerdoriMax era un amico.
Quando la mia famiglia si trasferì io avevo sì e no quattro anni.
La nostra casa, un semplice appartamento in realtà, faceva parte del primo palazzo costruito nella zona nuova della città.
Allora non c’erano auto che sfrecciavano, le strade non erano pericolose e si poteva stare in giro tutto il giorno. Gli unici pericoli reali erano quelli che noi bambini ci creavamo con i nostri giochi e con la nostra fantasia.
Il nostro palazzo si trovava nel bel mezzo di un unico grande cantiere.
I colori non mancavano di certo: dal marrone scuro con macchie verdi della terra smossa dalla ruspa, al bianco della ghiaia ammucchiata in attesa dell’utilizzo; dal ruggine delle sbarre per l’anima del cemento armato, al nero-fumo delle piastre di ferro per i muri; dall’arancio della gru industriale, al blu elettrico del comando a distanza con suoi pulsanti verdi e neri; dall’azzurro del cielo, al rosso del vino nelle bottiglie dei muratori; dal beige dei guanti da lavoro, al bianco dei sorrisi in risposta alle mie domande banali.
Dal giallo e nero della betoniera per finire con le tante tonalità di grigio presenti qua e là: quello chiaro delle strisce delle fondamenta già finite, quello più scuro della polvere di cemento nei sacchi, quello intermedio delle piramidi di sabbia che la domenica diventavano ottime piste per le palline con le foto dei corridori
Per i primi mesi successivi al trasloco, quello fu l’ambiente nel quale trascorsi intere giornate solitarie piene di fascino a causa delle esplorazioni e delle continue nuove scoperte.
Poi arrivò Max.
Venne ad abitare con i nonni in una piccola casetta confinante con il nostro cortile e facemmo subito amicizia.
Non poteva essere altrimenti, dopo tutto eravamo solo noi due contro tutto quello che ci circondava, dovevamo per forza essere uniti.
E lo fummo.
Pattugliamenti in bici per quelle che ormai erano diventate le nostre strade, incursioni serali nei cantieri alla ricerca di un cacciavite dimenticato o di un fascio di chiodi, per non parlare poi del famoso “martello con la lingua di serpente”, il trofeo più ambito.
Fughe precipitose, campi da ciclocross improvvisati, prove di forza e gare contro il tempo, non ci facevamo mancare nulla.
Tre ricordi rimangono vivi nella mia mente: quelle tre o quattro bisce uscite all’improvviso da sotto la pietra che Max stava spostando, che paura!
La mia rovinosa caduta in bici mentre si andava a rubare la catena bianca e rossa di quel cantiere per farne la nostra nuova rete da tennis, che male!
E il furgone scuro nel garage di quella casa ancora in costruzione, ma già con il portone chiuso a nascondere qualcosa! Noi entravamo dalla finestrella della cantina e ci chiedevamo timorosi cosa potesse esserci all’interno.
Erano gli anni di Goldrake e tutto ci sembrava possibile tranne che il furgone potesse essere vuoto.
Il mio amico Max!
Si diceva che vivesse con i nonni perché il padre era in prigione e la madre bloccata a Bologna per motivi di lavoro.
Per diversi anni fummo inseparabili.
Certo, le case del quartiere vennero consegnate ai proprietari e tanti altri bambini cominciarono a frequentare la zona, ma in fondo erano solo bambini. Noi eravamo noi!
Ogni tanto Max partiva per qualche giorno, poi tornava e tutto ricominciava come prima.
Un brutto giorno però, arrivò la notizia.
Se ne sarebbe andato a Bologna ad abitare con la madre.
Non so cosa fosse accaduto, ma questo era quanto.
Da quel momento tutto cambiò.
Si cominciò a pensare con rimpianto a tutto quello che avevamo fatto insieme.
Il futuro non rappresentava più un elenco interminabile di cose da fare, ma si era trasformato all’improvviso in una cosa buia e cupa fonte di preoccupazione al solo pensiero.
In un momento tutto era andato perso, si poteva solo guardare alle cose già fatte.
L’ultimo pomeriggio ci trovammo come sempre nell’orto di casa mia all’interno del nostro rifugio fatto di assi inchiodate.
L’atmosfera era pesante: si parlava di uno scrigno, di un mese, novembre, e di un anniversario, il terzo…
Proprio tre anni erano passati dal giorno in cui ci autorizzarono a costruire quel rifugio.
Quella volta mio padre ci regalò un piccolo baule con tanto di serratura e lucchetto, un vero e proprio scrigno da pirati, dove mettere tutte le nostre cose più preziose.
Era davanti a quello scrigno, simbolo della nostra amicizia, che ci stavamo salutando.
Avevamo dieci anni e in quel momento per noi il mondo sembrava essere finito.
Poi la scuola, gli altri amici e soprattutto il passare del tempo sistemarono le cose secondo il loro ordine naturale.
Un giorno, diversi anni dopo la sua partenza, Max ritornò.
Io stavo giocando con i soliti amici nel solito cortile. Era tardi e dovevo rientrare.
Avevo appena preso la via di casa quando mi sentii chiamare: “Ehi! Vieni qui un momento!”
Era Marco che dal giardino di casa sua mi faceva segnali con la mano: vieni vieni.
Uff…avevo fretta, era tardi…
Andai un attimo solo per sentire cosa volesse e lo trovai insieme ad un altro ragazzo sorridente.
Un breve scambio di parole, un appuntamento per l’indomani con Marco, un rapido saluto e poi me ne andai a casa.
Solo la sera prima di addormentarmi, ripensando alla giornata, mi venne in mente all’improvviso che il ragazzo che era con Marco era Max.
Non lo avevo riconosciuto!
Lo cercai il giorno dopo, ma seppi che era passato solo perché la madre doveva sbrigare una pratica in città.
Non ho più saputo nulla di lui.
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"Regalo di Compleanno" di Marco Giuffrida

(Una storia vera)
Di Marco Giuffrida
Poco tempo fa, a casa, si ricordava e, ridendo, si parlava di uno scrigno, di un mese, novembre, e di un anniversario, il terzo.
Avevo aperto, proprio un 30 novembre, una grande scatola di latta dove mia madre “conservava” vecchi ricordi di famiglia: una infinita quantità di negativi e di fotografie, un pezzo di nera e lucida ossidiana, alcune conchiglie, fuselli, agorai, diverse fiale contenenti sabbia ed altre cose più o meno interessanti.
Un anno dopo, nel lungo selezionare allo scanner dei negativi, a un tratto, sul monitor, è comparso il volto di una giovane ragazza. Da qui un mio rossore di cui, alla famigliola incuriosita, ho dovuto dare delle spiegazioni.
Quella ragazza, una diciottenne o giù di lì, era stato il mio “primo e segreto” Amore.
Era la sorella di un mio amichetto, di cui frequentavo la casa. Un vero colpo di fulmine!
Quando “cominciò” avevamo dodici anni appena. Provai subito ammirazione per quella giovinetta dai capelli biondi e gli occhi chiari che sarei restato ad osservare e ascoltare, in silenzio, per ore intere. Ne ricordo ancora i lineamenti delicati, il tono e la pacatezza della voce.
Alcuni anni vissuti fianco a fianco, complice l’amicizia con il fratello, bastarono a far nascere in me un sentimento profondo e tenero che, in certi momenti, mi toglieva il fiato. Si, quella ragazzina mi piaceva davvero tanto!
Si usciva dalle miserie del dopoguerra ed ogni giornata pareva bella. Se incontravo “Lei”, lo era ancora di più. E di più ancora se le potevo stare vicino.
La sorte, un brutto giorno di Maggio, volle che le morisse il Padre e questo Paradiso diventasse inferno. Un mese di tempo, appena dopo la fine delle scuole, eccola costretta a cambiare città. Cento chilometri lontana che, per quell’epoca, erano difficili da colmare. Dunque, furono lettere e solo lettere.
A peggiorare la situazione ci fu il trasferimento della mia famiglia che, un anno dopo, si trovò proiettata mille e duecento chilometri più lontano.
Ancora lettere e due incontri. Tre, quattro ore in tutto, ogni volta. Poi, ancora lontananza e scritti.
Piano piano, anche quel canale di comunicazione si attenuò fino a rarefarsi del tutto.
Ognuno di noi con il proprio bagaglio di ricordi: lei, ignara, con il sentimento di Amicizia per me ed io con quell’Amore per lei che avevo sentito crescere e radicarsi dentro al cuore.
Con l’avanzare degli anni ebbi a credere che tutto fosse finito.
Eppure, quella ragazzina ora donna, non l’ho mai dimenticata. L’ho sempre portata dentro al cuore, in quell’angolo segreto dove altri non hanno accesso.
Con il tempo, quell’Amore si è trasformato in Affetto profondo e, spesso, mi sono domandato cosa ne fosse stato di lei e se avesse avuto una vita felice.
In vecchiaia ho sentito il bisogno di “voler sapere”, sapere di lei e dei suoi fratelli.
Ed ho cominciato, deciso, le ricerche.
Dunque, nel 2006, 30 novembre, l’apertura di quella scatola che i “miei” definirono scrigno del tesoro.
Nel 2007, il 30 novembre, il rossore che non ho saputo mascherare, nel rivedere quel volto, suscitando curiosità ed ilarità nella famiglia.
Nel 2008, ancora l’ultimo di novembre, per dare una svolta alle ricerche dagli esiti negativi, tento con l’iscrizione ad un “Social Network” dove ho cominciato a cercare persone con il cognome di quei miei amici. Un lavoro lungo e lento, durante l’anno successivo, rallentato da grossi problemi familiari con esiti assolutamente infelici e deludenti.
Un giorno,ultimo scampolo del 2009, poche ore dopo aver lanciato quello che avevo deciso sarebbe stato l’ultimo messaggio, ricevo una risposta che mi toglie il fiato!
“Sono la figlia di “F.”, la nipote dei suoi Amici, miei zii e, in particolare, di “G”, la sua Amica”. Vi era anche il numero di cellulare del papà!
Giusto il tempo di prendere fiato e superare l’emozione che, eccomi, commosso, appeso al telefono con “F.” per colmare il vuoto che si era creato in mezzo secolo di Vita.
Qualche sera dopo squilla il telefono e, rispondendo, resto senza fiato. E’ “Lei” che chiama, attivata dal fratello.
La mia famiglia segue gli eventi.
Mi faccio forza (l’emozione è tanta). E’ un lunga rimpatriata in cui mi dice della sua vita e della sua famiglia, del marito che le è mancato e delle figlie.
I miei silenzi sono stati più lunghi dei discorsi.
Quanti ricordi, quanta malinconia e, ora, quanta gioia. Una gioia che, quasi, mi soffoca facendomi battere il cuore forte e in fretta.
“La tua voce non è cambiata”, le dico” Ed è vero.
Quella non è cambiata mentre noi e tutto il resto, attorno, siamo cambiati con il trascorrere degli anni.
Ma ora so. So che è viva, che sta bene anche se è stata molto sfortunata.
Termina troppo in fretta il nostro dialogo che ci ha fatto rivivere quel pezzo della Vita che mancava di sapere.
“Ci risentiremo”, ci siamo detti.
Forse ci ritroveremo, anche con i suoi fratelli, malgrado la distanza.
A casa mia si ride....
Si, ridono alle mie spalle e, mentre sono al telefono, con vistosi segni mi indicano il calendario. E’ il 30 novembre!
“Ogni volta, da quando hai aperto quello Scrigno, sei sempre in ritardo a spegnere le candeline e aprire il pacchetto del regalo!”
Questo è il rimprovero della “mia Gente” appena poso il telefono.
Già, è impossibile dimenticare la data di queste ricorrenze perché, il 30 novembre, “da sempre”, è il giorno del mio compleanno“.
“Loro”, in fondo, non sanno (o fanno finta di non sapere) che io, un regalo atteso per anni, finalmente, l’ho ricevuto.
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