Storie a più mani

Viaggio nel Continente Perduto - Racconto di avventura

La nostra prima volta con una storia a più mani: un racconto con capitoli scritti alternativamente da più autori.

Un'esperienza da provare, un racconto (speriamo buono) da leggere, una nuova avventura da vivere!

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 1

Un gruppo di turisti francesi è in vacanza in Brasile. La troupe è formata da due ragazze, Delphine e Mary, e tre ragazzi, Louis, Gabriel e Alex. Una mattina decidono di esplorare la foresta amazzonica e, una volta muniti di mappa e furgone, si avviano verso la selva. Il viaggio scorre velocemente grazie a battute e cantate, ma ad un certo punto il conducente, Louis, si ferma. Gabriel preoccupato disse: «Louis, perché ti sei fermato?»
«Guardate la mappa!» rispose Louis spaventato.
I ragazzi analizzandola si accorgono che sulla cartina manca qualcosa. Infatti la strada imbocca due vie diverse. I ragazzi, in panico, non sanno che cosa fare.

(Ruben Mosca, Monza, 10 gennaio 2007)

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 2

«Beh… ragazzi, lasciatemelo dire, ma questo è veramente un bel casino» disse Alex. «Secondo la cartina, qui, non ci dovrebbe essere nessuna deviazione, ma la strada proseguirebbe a nord-est» indicando, «la deviazione verso nord-ovest non è segnata».
«Beh, ma allora andiamo verso nord-est, no?» intervenne Delphine.
«Non so» la contraddisse Mary, «se hanno costruito un’altra strada ci sarà una ragione, no? Magari quella vecchia era inservibile».
I ragazzi allungarono il collo: la strada di nord-est serpeggiava a ridosso della foresta, quasi soffocata dalle piante che sembravano aggredirla da ogni lato, mentre quella di nord-ovest era bella, lunga e dritta, e ai suoi lati gli alberi erano stati tagliati per un buon tratto. Una superstrada in pieno sole.
«La cartina è dell’anno scorso» precisò Alex. «Quanta strada possono aver costruito in un solo anno? Non è che, percorrendola, ci troveremo bloccati in qualche cantiere?»
«Se fosse così, però, avrebbero sicuramente messo dei cartelli, o dei paletti per bloccare l’accesso». Gabriel era sempre il più ottimista. «Se non l’hanno fatto, vuol dire che è tutto a posto. Avanti, non perdiamo troppo tempo…»
«Sì, però chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova…» sbuffò Louis, avviando il motore e imboccando la strada di nord-ovest.
«E dài, di che cos’hai paura?» trillò Delphine, dandogli un buffetto su una guancia.
A differenza di quel che credevano, e quasi per dar ragione ai timori di Alex, dopo circa mezz’ora la strada – che all’inizio sembrava proseguire dritta all’infinito – si interruppe lasciando il posto a quello che a prima vista pareva proprio un cantiere: un vasto spiazzo fangoso dov’erano state costruite delle capanne di lamiera, un camion mezzo carico di terra, delle ruspe, un’escavatrice, una betoniera e vari attrezzi sparpagliati ovunque: mattoni, lastre di metallo, carriole, sacchetti di malta, martelli, cazzuole. Un silenzio irreale regnava tutt’intorno.
«E adesso, che si fa?» mormorò Alex. «Di qui non si passa certo!»
«Proviamo a chiedere a qualcuno» propose Gabriel. Si portò le mani a coppa alle labbra: «EHIII! C’È QUALCUNOOO?»
«…UNOOO» rispose l’eco. Lontano, risuonò il ruggito di qualche animale. Per il resto, il luogo sembrava abbandonato.
«Non capisco» disse Mary. «Non è domenica, non è festa, e comunque almeno un custode ci dovrebbe essere. Molto strano…»
Alex aprì la porta di un capanno: c’erano un rozzo tavolaccio di legno e delle panche. Sul tavolo, ad intervalli regolari, erano posate delle marmitte in stile militare e dei bicchieri di plastica. Una fiasca di vino, mezza vuota, troneggiava solitaria al centro. Nelle marmitte erano infilate delle posate e si notavano gli avanzi di una qualche poltiglia. A giudicare dalla puzza che emanava, doveva essere lì da un paio di giorni.
«Di là ci sono i dormitori» esclamò Gabriel, indicando un altro capanno. «È tutto in ordine, come se non fosse accaduto nulla».
«Questo è curioso» mormorò Alex. «Se ne sono andati via all’ora di pranzo, senza finir di mangiare e senza neppure far fagotto… ma perché? Perché?»
«Non lo so… e non lo voglio sapere». Mary si torceva le mani guardandosi ansiosamente intorno. «Ma questo posto mi dà i brividi… voglio tornare indietro!»
Gabriel si strinse nelle spalle. «D’accordo, a questo punto… tanto, di qui non si può proseguire».
Risalirono sul furgoncino. Louis inserì la chiave nell’accensione. «Siamo tutti pronti?» chiese.
«No, aspetta» lo bloccò Mary. «Manca Delphine!»
«Oh, Gesù!» sbottò Alex, gli occhi rivolti al cielo. «Ma perché quella non è mai dove dovrebbe essere?» Aprì la portiera e scese: «DELPHINE, MUOVITI; ALTRIMENTI CE NE ANDIAMO E TI LASCIAMO QUI. DELPHINE! DELPHINE! DELPHIIIIIINE!» urlò, con quanto fiato aveva nei polmoni.
Nulla. Nessuna risposta. Alex cominciò a tremare; anche gli altri erano scossi dai brividi.
C’era qualcosa di sbagliato, di profondamente sbagliato, in tutto quel silenzio: a differenza di quello che era successo la prima volta che avevano gridato, ora non si era sentita nessun'eco.

(Simone Valtorta, Desio, 14 aprile 2007)

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 3

Dov’era finita Delphine?
«Delphineeee!» fu l’unica cosa che si riuscì ad udire oltre al cinguettare dei volatili e al solito e rilassante rumore della natura, della vita che continua.
Alex balzò giù dall’automezzo della sua comitiva e andò spedito verso le case nei cantieri. Correva e il rumore dei suoi passi rimbombava in quel luogo ameno.
Devo trovarla! Non può essere scomparsa, non sono possibili queste cose! Evidentemente Alex non sapeva neppure da dove cominciare, era così nervoso che le mani iniziarono a tremare come in preda ad una strana malattia.
«Calmati Alex». La voce di Gabriel lo riportò alla realtà.
«Svampita com’è…si sarà di sicuro persa, ma la ritroveremo di sicuro» disse Mary cercando di calmare i compagni.
Mary era sempre ottimista e, nonostante fosse una donna, era lei a portare i pantaloni all’interno del gruppo. L’organizzazione, i consigli, i luoghi da visionare, lo zampino era il suo ed era irriconoscibile. Classe, gentilezza, sangue freddo e intelligenza; questa ragazza sembrava provenire dalla stirpe angelica.
Si scostò un ciuffo di frangetta dorata che le scendeva sul viso e riprese dicendo: «Ho appena incaricato Louis di controllare tutti gli appartamenti, io e Gabriel ispezioneremo la zona circostante, tu rimani qui. Se tornerà indietro prima a poi dovrà passare di qui. Ok?»
La risposta di Alex fu un debole sì. Intanto i due si addentrarono nella foresta.
Alex non seppe quanto tempo passò da quando una voce, la voce di Louis, diede sentenza.
«L’ho trovata» gridò Louis.
L’aveva cercata in tutti gli abitacoli e, quando aveva ormai perso la speranza, l’aveva ritrovata nell’ultimo con lo sguardo fisso rivolto al pavimento.
Mary e Gabriel li raggiunsero immediatamente ed entrarono di scatto nell’ultima casa, Alex li raggiunse dopo qualche minuto.
«Che cos’è successo, Delphine? Ti ha mangiato una pianta carnivora?» chiese Louis in modo canzonatorio.
«Guardate a terra».
Era pieno di cerbottane. Erano lunghe qualche decina di centimetri e l’estremità del loro legno era intrisa di un liquido verdastro. Mary si avvicinò e lo toccò. «È fresco, scappiamo finché siamo in tempo».
Il gruppo si avventò verso l’uscita, ma una sgradevole sorpresa li accolse. Il loro veicolo aveva le ruote bucate. Gli aghi d’acciaio conficcati nel caucciù facevano sembrare l’auto una roccia dalla quale pendevano e si slanciavano verso il cielo stalagmiti e stalattiti.

(Ruben Mosca, Monza, 15 dicembre 2007)

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 4

Capitolo 4

«E ora come ce ne andiamo da qui?» chiese Alex con la voce rotta dalla paura, guardando come era ridotto il loro furgone.
«Tranquillo, Alex!» gli disse con calma Mary.
Poi Mary si girò verso Delphine, la quale sembrava avere lo sguardo perso nel vuoto, bianca in volto, e le chiese piano: «Delphine, tutto bene?»
Lei guardò Mary e con un fil di voce disse: «Andiamo via, per favore».
Intervenne Gabriel e disse, quasi con rabbia, rivolgendosi anch’egli a Delphine: «Ma si può sapere che cosa ti è successo? Che ti è saltato in mente di entrare in quella baracca da sola?»
«No! Lasciamola tranquilla» disse con fermezza Mary.
Delphine si sentì di rispondere a quell’attacco portatole dall’amico e, distogliendo lo sguardo perso nel vuoto e rivolgendolo lentamente verso di lui, disse: «Avevo sentito una specie di musica, una melodia. Era come un richiamo e non ho potuto fare a meno di andare».
«Una musica? E come mai noi non l’abbiamo sentita?» incalzò allora Alex.
«E chi c’era là dentro? C’era qualcuno?» chiese allora Mary.
Ormai era un interrogatorio. Gli amici volevano sapere come erano andate le cose, che cosa avesse visto, trovato, e se c’era qualcuno che le avesse fatto del male, che cosa le avesse chiesto.
Poi Delphine riprese a raccontare e disse che mano a mano che si avvicinava a quella baracca la musica si faceva sempre più forte e una volta apertane la porta aveva visto due uomini, seminudi, di colore, indigeni della foresta con la faccia dipinta che stavano armeggiando su delle cerbottane. Le avevano fatto segno di stare ferma e quando si erano accorti che stava per gridare, uno dei due l’aveva bloccata e le aveva tappato con forza la bocca.
Le avevano detto qualcosa, probabilmente le avevano rivolto delle domande, ma lei non capiva.
Poi quando avevano sentito i richiami dei ragazzi che si stavano avvicinando, l’avevano lasciata e se ne erano andati velocemente facendole segno di tacere. Era seguita una pausa di silenzio rotta solo dal continuo mormorio della foresta.
Poi disse ancora Delphine: «Non mi sembravano poi cattivi. Sembrava volessero sapere qualcosa, ma io non capivo».
«Quindi non ti hanno fatto del male?» chiese Mary.
«No» rispose semplicemente Delphine.
«Bene. Abbiamo appurato che non siamo soli, che il nostro furgone è ko, qualcuno ha idea di come faremo ad andarcene da qui?» chiese Alex rivolgendosi a tutti gli altri.
«Beh! Io un’idea ce l’avrei!» disse Louis che intanto si era arrampicato su una ruspa situata a non molta distanza dal loro furgone e poi aggiunse: «Qui ci sono le chiavi e se questo…» Girò la chiave di accensione e la ruspa con uno sbuffo di fumo nero si mise in moto.
«Forza, tutti a bordo!» disse ancora.
«Fantastico! Sei grande, Louis!» gli disse Gabriel e stava già salendo.
Uno dopo l’altro salirono tutti e si strinsero a fianco e dietro a Louis che prese a guidare quel pachiderma traballante.
«Ma sei capace di guidare questo bestione?» gli chiese Mary.
«E che ci vuole!» rispose lui. Poi aggiunse: «Il problema è che non sarà molto veloce».
Avevano percorso poche decine di metri quando si trovarono di fronte uno schieramento di indigeni, armati di cerbottane, lance e archi con frecce appuntite, che sbarrava loro il passo.
«E adesso?» chiese Gabriel.
«Vagli addosso!» disse con cattiveria Alex, una cattiveria che non era solito avere, ma evidentemente era la paura che gliela imponeva.
«No!» disse con calma Delphine. Proprio lei che avrebbe dovuto essere la più spaventata e la più intenzionata ad andarsene alla svelta. «Sento di nuovo quella musica. È forte! Fermati!» e intanto si era portata le mani a protezione delle orecchie. «Fermati. Forse vogliono solo parlarci».
Louis non sapeva che cosa fare. Dare retta al suggerimento di Alex e proseguire sfondando quello sbarramento umano, o fermarsi come voleva invece Delphine? Doveva decidere in fretta.
(Stefano Chiarato, Monza, 5 gennaio 2008)

Viaggio nel Continente Perduto - Capitolo 5

«Fermati» disse ancora Delphine, quasi implorando.
Louis sentiva il sudore scorrergli acido lungo le palme delle mani. Speronare quel muro di carne ossa tendini era pazzesco, fermarsi e farsi catturare era pazzesco…
Fu Delphine a decidere per lui. Con una mossa rapida e tanto improvvisa che nessuno ebbe il tempo di fermarla, la ragazza afferrò la chiave d’accensione, spense il motore, sfilò la chiave e la gettò lontano, oltre il sentiero.
«Ma sei pazza?» urlò Alex. Alzò una mano, come per colpirla, ma si trattenne: gli indigeni avevano circondato la ruspa e li guardavano con occhi severi, anche se non minacciosi. Le frecce erano incoccate nelle corde degli archi, però tenute basse.
«Mi spiace» disse Delphine, quasi un sospiro. «Sentivo che dovevo fare così».
Prima che Alex potesse ribattere qualcosa, un indio più corpulento degli altri si fece largo tra i cacciatori. Indicò il gruppo di ragazzi e, con un gesto perentorio dal significato inequivocabile, ordinò loro di scendere.
Tutti ubbidirono, timorosi e rassegnati. Gli indigeni li circondarono e si misero in cammino verso il cantiere.
«Chissà che cosa mangiano da queste parti? Carne umana fritta o lessa?» tentò di scherzare Louis.
Mary gli diede una gomitata: «E smettila di dire stupidaggini. Se ci avessero voluto fare del male avrebbero già agito, no?»
«Ma allora perché non ci lasciano andar via?» ribatté Alex.
Nessuno rispose. Solo Gabriel scoccò un’occhiata d’ammirazione verso Mary: era una vera virago, capace di mantenere la calma persino in un momento drammatico come quello. Lui stesso sentiva i tremiti percorrergli le gambe.
Quando furono di nuovo nello spiazzo del cantiere, gli indios si fermarono. I loro occhi si strinsero, i lineamenti s’indurirono, le corde degli archi vennero tese.
«Ahia» sussurrò Alex. Ma nessuno si volse contro di loro.
Un paio di uomini si fecero avanti, con due lunghi strumenti simili a flauti. Li portarono alla bocca.
All’inizio non si udì nulla, se non il consueto frusciare gracchiare chiurlare della foresta. Poi, si spanse all’intorno una sorta di nenia sottile, dal ritmo fluente e ipnotico, e man mano che la musica si alzava di tono tutti gli altri suoni si affievolivano e scomparivano, come risucchiati da quel vortice di note. Era un ritmo dal sapore arcano, che pareva scaturire dalle ere più remote, millenni di anni prima. I ragazzi si volsero verso Delphine e l’espressione del suo volto diede conferma alle loro mute domande: era quella la melodia che lei sola aveva udito pochi minuti prima.
Il flusso di note s’interruppe di colpo con una specie di stridío acuto. La foresta si riappropriò delle sue voci e gli indios assunsero pose meno tese e più rassicuranti. S’incamminarono per un sentiero mal segnato che s’inoltrava nella foresta e costrinsero i ragazzi a seguirli.
Mary si affiancò a Delphine, che appariva pallida e provata: «Va tutto bene?» sussurrò.
L’amica annuì: «Non vogliono farci del male. Quella musica…»
«Sembrava un rito magico» intervenne Gabriel, a bassa voce. «Era come se stessero evocando qualcosa…»
«…O cercando di allontanare qualcosa» precisò Delphine. «Stanno tentando di salvarci la vita!»
«Ah, sì? E tu come lo sai?» ringhiò Alex, a denti stretti.
«Io… non lo so. Lo sento. Ecco tutto».
Mary fissò il volto dell’amica e vi lesse la sincerità. E scoprì in quell’attimo, e la scoperta fu come il lampo notturno che fotografa per un istante il paesaggio circostante, scoprì in quell’attimo l’enorme divario che separava tutti loro da Delphine. Capì che il suo essere svampita non era stupidità, lei che avvertiva cose che nessuno di loro avvertiva, lei per cui le cortine del mondo soprasensibile si schiudevano, a tratti; lei che possedeva un dono raro e prezioso ma nessuno che le potesse insegnare a gestirlo.
«Delphine, da che cosa pensi che questi… indios… vogliano proteggerci?» le chiese Mary.
Ma lei già non l’ascoltava più, procedeva con passo regolare attraverso la foresta, gli occhi fissi su un mondo noto a lei sola.
A tratti, quando le chiome sfrangiate degli alberi si diradavano un poco, apparivano stagliati contro l’orizzonte gli altissimi tepui, le cui pareti verticali di nuda roccia parevano trarre inquietanti riverberi rossastri dagli ultimi sbadigli del sole, che declinava rapidamente per inabissarsi nello smeraldo della foresta, nel tiepido grembo della terra. E sulla volta sempre meno chiara del cielo cominciavano già ad occhieggiare le prime stelle.
(Simone Valtorta, Desio)

Viaggio nel continente perduto - Capitolo 6

di Paola Agutoli

All’alba ripresero il cammino,addentrandosi nella foresta. Erano preceduti da due guerrieri,che aggredivano la vegetazione inestricabile con i machete,liberando un piccolo tratto di terreno alla volta. Gli alberi non erano molto grossi ma molto alti,e questo creava anche a loro delle difficoltà. Procedevano fra cespugli,felci ,rami caduti e foglie in putrefazione,che rendevano faticoso camminare. Sembrava di stare in una sauna verde che emanava odore di morte. La foresta amazzonica non era il luogo adatto a cinque squattrinati studenti francesi abituati all’aria condizionata e alle comodità. Camminando cercavano di non pensare alle bestie immonde che popolavano la foresta e che avrebbero potuto decretare la loro fine:i coccodrilli,le rane velenose, le zanzare ,i terribili boa e i ragni giganti. Perciò si concentrarono solo sul loro obiettivo,seguire i guerrieri. In quell’oscurità era facile perdere il contatto con loro, e perdersi. E’ quello che successe a Louis,il naturalista del gruppo. Attardatosi ad ammirare un groppo d’orchidee viola rimase indietro,ad una decina di metri dagli altri. E non si accorse del pericolo mortale che lo aspettava. Dal quale gli indigeni avevano tentato di proteggerli suonando.
Il coccodrillo sonnecchiava sotto un ammasso di foglie putrefatte accanto alla carcassa semidivorata di un bradipo . Louis non l’aveva visto perché era nascosto dalla vegetazione. Era un maschio dalla coda mozza e la bocca irta di denti acuminati. Superava gli otto metri, un vero mostro. Le squame aguzze sul naso indicavano che aveva appena oltrepassato i dieci anni d'età,gli occhi globosi che era nel periodo degli amori, quando era più cattivo. Louis riuscì a non cadergli addosso aggrappandosi ad un ramo, mentre il rettile si destava con un grugnito sordo,terrificante,simile a quello di una cascata. Si era guardato attorno, mezzo addormentato, poi si era sollevato dall’ammasso di foglie , pronto per la lotta. Si era messo a scrutare di qua e di là, cercando chi l'avesse importunato. Stando sottovento non riusciva ancora a capirlo,ma non gli importava. Qualcuno aveva violato il suo territorio,e bastava. Lo schiocco sordo e sbuffante che emetteva ad ogni passo indicava quanto fosse arrabbiato. Per provocare il rivale aveva lanciato l'ululato più angosciante che il ragazzo avesse mai udito,un vero segnale di guerra. Scendeva lungo la spina dorsale come la mannaia del boia, paralizzando ogni muscolo,ogni fibra,ogni battito del cuore. Poi il vecchio maschio si era girato verso Louis,la rossa gola aperta a mostrare la bianca chiostra di denti. Erano lunghi quanto una mano, e su più file:una vera macchina tritaossa. Il giovane pensò di essere fritto. Il rettile stava dietro di lui,a pochi metri di distanza, e se avesse fatto un altro giro lo avrebbe visto. Anche i guerrieri ,prontamente accorsi assieme ai suoi amici, erano impotenti ad affrontare la sua minaccia. Le loro cerbottane e le loro lance nulla potevano contro la dura pelle del rettile. Uno provò con la melodia che aveva incantato Delphine,ma senza risultato. Per fortuna di Louis il coccodrillo ci vedeva poco,e nella penombra il giovane era praticamente invisibile. Non lo era però per fine odorato del rettile. Quanto quello era carente,tanto questo era abbondante. Finchè il vento fosse stato a favore del ragazzo lui sarebbe stato al sicuro,ma dopo? Sarebbe riuscito a sfuggirgli? Ne dubitava: quando volevano i coccodrilli potevano essere più veloci di un cavallo al passo. Avrebbe avuto le stesse possibilità di uno zoppo inseguito da un leone. La sua sola speranza era di nascondersi e sperare che il rettile si rimettesse a dormire,ma dove poteva farlo? Da un lato c'era il sentiero,dall’altro la foresta impenetrabile,in mezzo il coccodrillo. Che intanto si era messo a fiutare l'aria come i cani. Louis si rintanò dietro il cespuglio più vicino, sperando che il profumo dell'erba coprisse l'odore acre della sua paura. Si propagava a ondate come i cerchi nell'acqua,e sembrava dire:"Sono qui,sono qui…" Accidenti!
Il giovane si rannicchiò fra le frasche facendosi piccolo piccolo,ma non era facile. Era pur sempre un omone,e faceva fatica a nascondersi. Il coccodrillo,inoltre,aveva un naso capace di fiutare una preda ad un chilometro di distanza. Poi il vento era cambiato, spingendo l’odore di Louis verso il rettile. Era spacciato. Quanti secondi sarebbero passati prima che lo scoprisse? Quanto gli rimaneva da vivere?
Intanto quello girava,girava,come un cane a caccia. Le grosse zampe palmate affondavano nella vegetazione putrefatta come tronchi d'albero,facendolo avanzare a dispetto delle buche e delle radici. Ogni tanto alzava la testa per correggere la sua ricerca,poi ripartiva ,in cerchi sempre più stretti. Ormai era a cinque metri da Louis e si avvicinava. Pochi minuti e l’avrebbe trovato. Il giovane sentiva scorrere i secondi come le stille di sudore che gli scendevano lungo la schiena,come i battiti del cuore,come gli istanti che gli rimanevano. Ormai il coccodrillo era arrivato a tre metri. Sei miseri passi fra il ragazzo e la morte. Due metri…ormai vedeva le pupille lucenti,la membrana nittitante che chiudeva gli occhi globosi,i denti marci…Emanavano un tanfo pestilenziale che faceva vomitare . Louis aveva provato a scacciarlo colpendolo con un ramo,ma non gli aveva fatto nulla.
Un metro…
Una volta aveva sentito che le mandibole dei coccodrilli potevano spezzare anche le ossa più dure…Quanto avrebbe impiegato a divorarlo? Avrebbe sentito male? Cosa poteva fare per evitarlo? Nulla…Poteva solo pregare di morire alla svelta.
Il tempo sembrò fermarsi e assumere la consistenza impalpabile di un sogno. I secondi divennero ore,le ore secondi…Poi successe …

Il coccodrillo era grosso,vecchio e in calore,ma per fortuna sazio e colmo di sonno. L'odorato, inoltre,gli aveva rivelato che non aveva davanti un suo simile, ma un uomo,e per giunta grosso. E gli uomini,gli insegnava l'esperienza,non costituivano una minaccia per il suo territorio. Se li faceva arrabbiare, però, potevano diventare pericolosi. Un colpo di lancia ben assestato poteva metterlo nei guai e impedirgli di affrontare un eventuale rivale. Perciò aveva giudicato più prudente rimettersi a dormire e lasciar andare l'intruso. Con un grugnito sordo era tornato ad accucciarsi nella sua buca,sprofondando nelle foglie umide, e aveva lasciato tornare illeso dai suoi amici Louis.
Continuarono la marcia. Per quanto non avrebbero saputo dirlo,dato che gli orologi non funzionavano.
-Quanto avremo percorso,secondo voi?- domandò Mary.
- Otto o dieci chilometri,non di più. Ho contato i passi. Ma con tutte queste svolte non so più che direzione abbiamo preso.- Gabriel.
-Quanta acqua abbiamo?- Alex.
- Mezza borraccia a testa. Ma incomincia a puzzare!- Gabriel.
-Meglio quella che la nostra pipì,no?- Delphine.
Per una volta le diedero ragione. Il resto della mattinata fu composto da sudore,mal di gambe,piedi spelati, sete,rane arboricole,insetti,tarantole e serpenti. Ma erano così stanchi da non farci più caso. Ormai camminavano per inerzia, un passo dopo l’altro,cercando di non pensare a nulla se non di seguire i guerrieri e rimanere vivi. Louis indicò loro due enormi felci che sbarravano loro il cammino, prontamente tagliate a colpi di machete dai guerrieri:
-Vedete,sono maschio e femmina…-
- E tu come lo sai? Gli hai guardato sotto la gonna?- Gabriel.
Il naturalista gli mostrò dei pallini viola che abbellivano la parte inferiore della felce femmina.- Sono degli agglomerati di spore,che mancano …- girò una foglia dell’altra felce - nelle piante maschio.-
Arrivarono sulle rive di un fiumiciattolo. A gesti i guerrieri fecero loro capire di mettere i piedi dove li mettevano loro, o sarebbero sprofondati nelle acque putride. Ma Gabriel non lo fece,e con un grido sprofondò nell’acqua fetida ,maleodorante come un pezzo di carne andato a male. Gli si richiuse sopra la testa e lo fece scivolare verso il fondo. Con un fortissimo senso di oppressione al petto andò giù,sempre più giù,in un limbo scuro e liquido simile alla morte. Ma poi l'istinto di sopravvivenza ebbe la meglio,e lo spinse a cercare la superficie. La raggiunse dandosi una forte spinta verso l’alto. I compagni lo aiutarono ad uscire dall’acqua ,ma poi si ritrassero, inorriditi: le parti visibili del suo corpo erano coperte da strane macchie nere,spesse e lunghe come dita,che ondeggiavano come serpenti. E che portavano la morte.
- Sanguisughe!!- urlò Louis dando voce al terrore degli altri. Erano fra gli animali più immondi che fossero stati creati, vermi schifosi dal corpo diviso in segmenti in grado di succhiare sangue fino a far morire un uomo. Ognuna di loro poteva assorbirne fino a dieci volte il loro peso;alcune anche di più. Si staccavano solo quando erano sazie,cosa che spesso coincideva con il decesso dell'individuo,o con il fuoco. Ne contarono una trentina,ma parevano molte di più,dato che s’ingrossavano a vista d’occhio.
-Toglietemele!! Per favore!!- si mise ad urlare il ragazzo.
Ma loro lo fissarono impotenti. – E come,se non abbiamo nemmeno un accendino?- Mary
- Ma tu non fumavi? -
- Ho smesso…-
-Gli indigeni?-
- Ci hanno spiegato a gesti che non ne hanno…-
Nel frattempo le sanguisughe continuavano a succhiare e ad ingrossarsi. Ingigantivano dalla testa,dove avevano le ventose e dove succhiavano il sangue,alla coda,che rimaneva sottile come quella dei girini. A cenni il guerriero di nome Tyson fece capire che lo stregone del loro villaggio avrebbe salvato Gabriel,ma che dovevano fare alla svelta, o sarebbe morto. Ma il ragazzo non si fidava. Intanto il guerriero più vicino si era rimesso a suonare la melodia .
-Che alternative abbiamo?- Louis
-Non mi fido ugualmente!-
- La musica dice che non ci faranno del male…- lo tranquillizzò Delphine coprendosi le orecchie per ascoltarla meglio. A malincuore Gabriel accettò di seguire i guerrieri dallo stregone. Ripresero la marcia. Ore di cammino dopo,quando ormai Gabriel, incosciente , era stato caricato su una barella formata dalla giacca di Alex e dalle lance dei guerrieri, giunsero ad uno spiazzo circondato da mura sbrecciate che aveva al centro le rovine di una piramide a gradoni. Qua e là spuntavano delle capanne fatte di frasche fra cui giocavano dei bimbetti nudi accuditi amorevolmente dalle madri.
Qui i guerrieri si fermarono lasciandomi il tempo ad Alex ,l’archeologo del gruppo , di contemplare l’antica città. Le mura erano decorate da stele che rappresentavano uomini dai lunghi nasi adunchi coperti di lunghe tuniche . Attorno svettavano delle piattaforme diroccate – altre piramidi?- e strutture non identificabili – case? Templi?- una delle quali era sicuramente un palazzo. Il guerriero più corpulento sospinse i giovani verso la scalinata della piramide. Dopo un po’ vi comparve una figura ammantata in un variopinto mantello che portava una corona di turchesi ed una maschera di giada . L’individuo- non si capiva se fosse uomo o donna- stette fermo per un po’, osservandoli,poi cominciò a scendere i gradini fino a portarsi a poca distanza da loro. Poi si tolse la maschera. Quale non fu il loro stupore quando videro che non aveva i tratti spigolosi di un abitante dell’Amazzonia ma quelli più morbidi di un europeo di circa sessant’anni dai capelli candidi come la neve e gli occhi così chiari da sembrare fatti d’acqua.
Alex sobbalzò come se l’avesse morso una tarantola, poi percorse i pochi passi che lo separavano dall’uomo e gli disse: “Dr Livingstone,I suppose!- pronunciando la celebre frase che l’esploratore inglese Stanley aveva rivolto al Dr Livingstone quando l’aveva ritrovato sulle sponde del lago Tanganica nel 1871. E l’altro gli rispose come Livingstone: “ Yes,I’m…” . Poi Alex si rivolse agli altri: - Vi sembrerà assurdo ma è Bertrand Larousse, il mio vecchio professore d’archeologia sudamericana che era scomparso nella foresta amazzonica cinque fa.-
-Ne sei sicuro?- Mary.
- E’ così ..- ammise il vecchio professore accompagnandoli alla ripida scalinata che saliva sulla piramide. Si sedettero sui gradini. Poco lontano dalla barella con Gabriel.
- Prima di raccontarvi come mi trovo qui lasciate che guarisca il vostro amico – disse. Con un imperioso gesto di comando si fece portare un vaso di terracotta che conteneva un liquido rossastro. – E’ composto da sale e dal succo di una pianta chiamata Atzal. Stacca le sanguisughe…-
Versò il liquido in una ciotola di rame,poi v’intinse un pennello d’erbe essiccate e lo passò sui vermi che costellavano il corpo di Gabriel,grosse ormai come banane. Si contorsero come un epilettico durante una crisi e gli si staccarono di dosso,cadendo a terra come fichi maturi. Alla fine la spianata sotto la piramide sembrò a macchie,colma dei loro corpi pieni di sangue. Louis ne schiacciò una sotto il piede, lasciando a terra una scia rossa lunga mezzo metro.
-Adesso bisogna dargli da bere,o morirà per la disidratazione – affermò il professore facendosi portare una giara piena d’acqua e avvicinandola alle labbra esangui di Gabriel. Il ragazzo ,destatosi all’acre odore del liquido caustico ne bevve un bel po’. Poi Bertrand lo fece portare sotto una tettoia di frasche poco lontano.
- Deve stare al riposo e in ombra…ha perso troppo sangue,rischia di morire ... – affermò.
- Adesso ci può spiegare com’è finito qui?- gli domandò Alex.
-Stavo risalendo il rio Molinas alla ricerca della mitica città d’oro di Quanockticlan,che è alla base del mito spagnolo dell’El Dorado,quando i miei compagni furono vittime di una strana malattia che li faceva morire dopo tre giorni. Ne fui vittima anch’io ma sopravvissi,anche se privo d’acqua e di viveri. Vagai nella foresta per ore - o per giorni, non ricordo – quando incappai in una pattuglia Ketla in esplorazione – è il nome di queste genti - che mi portò qui. Quale non fu la mia sorpresa ,e la loro, quando ci accorgemmo di capirci! Parlavano un misto di Nahuatl,la lingua degli Aztechi,e d antico spagnolo . I miei capelli e i miei occhi li convinsero di essere di fronte all’antico dio Taquelnoc ,che secondo le leggende sarebbe tornato prima della fine del mondo,incarnata dallo scempio che la Texoco sta facendo alla foresta. Così mi elessero loro capo e stregone. Voi,invece?-
-Stavamo compiendo un viaggio di piacere lungo il Rio delle Amazzoni quando siamo incappati nel cantiere vuoto della Texoco, abbiamo incontrato gli indigeni e siamo giunti qui...-
- Vi ha trovati Paynal,il loro capo. E’ quello grosso. Conosce la foresta come pochi. –
-Allora sa come uscire da qui!!! – affermò speranzosa Delphine. Non riusciva a credere alla loro fortuna: avrebbero potuto tornare in Francia !! Mai la terra avita sembrava loro così lontana e così cara…Ma il destino aveva deciso altrimenti.
-Sì…- aveva risposto il professore - ma non ve lo dirò. -
- E perché? – stupiti. Non riuscivano a credere alle loro orecchie.
-Perché non voglio tornare a fare il professore sottopagato . Qui sono riverito come un dio,ho dieci mogli e vivo letteralmente nell’oro. Ma se vi lasciassi andare rivelereste al mondo dove mi trovo e la strada per giungervi,e per me e per loro- indicò i guerrieri che si erano inginocchiati al suo passaggio – sarebbe la fine. Perciò resterete qui… – la sua voce bassa e senza emozione metteva i brividi.
-Ma è disumano e crudele !! Come può fare una cosa simile?- Mary.
-Posso,signorina,e la farò. Chi me lo impedisce? Voi? – sarcastico – Guardatevi: siete stanchi,affamati , assetati e privi di armi. Credete veramente di sfuggire a dieci guerrieri Ketla dalla lama facile? Poveri illusi!!-
-Lo faccia per l’amicizia che ci ha legato un tempo…- lo supplicò Alex.
-E’ morta col professor Larousse – dichiarò l’altro con una luce di follia negli occhi - .Ora mi chiamo Mextli, come il dio azteco della guerra. Poi,rivolto ai guerrieri disse: - UCCIDETELI !! UCCIDETELI TUTTIIII !!!! FATEGLI FARE LA FINE DEGLI UOMINI CHE HANNO VIOLENTATO LA NOSTRA TERRA!!!-
Due di loro presero i coltelli d’ossidiana che portavano al fianco e sgozzarono Mary e Delphine. Fu l’ultima cosa che Alex vide prima di cadere a terra svenuto…

PARIGI - _ MATTINA
Alex si svegliò madido di sudore nel suo letto e si guardò attorno. Era sparito tutto :la foresta, i guerrieri, il cantiere della Texoco,il suo vecchio professore d’archeologia,il villaggio Ketla…Al loro posto c’era la sua solita stanza da scapolo: letto di ferro,comodino,armadio,scrivania,libreria e computer. Ci mise un po’ a capire che si era trattato tutto di un brutto sogno,un incubo dettato dalla troppa birra bevuta la sera prima.

A mezzogiorno, al telegiornale,udì una notizia che gli fece accapponare la pelle: “Gruppo di turisti francesi recuperati da una spedizione di Greenpeace lungo il fiume Molinas,un affluente del Rio delle Amazzoni. Fra loro manca l’emerito archeologo Alex Alexander, ucciso dagli indigeni durante la colluttazione. Tutto il mondo accademico piange la sua scomparsa,avvenuta all’età di appena 25 anni…”

Paola Agutoli

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Chi è Capitan Bolzan - Racconto fantasy/avventura

Primo capitolo di Maurizio Verduchi

Volare alto sul golfo sopra la nave di capitan Bolzan, sentire le correnti ascendenti sorreggere le mie ali nel solstizio d'estate dell'Anno del Signore 1457 è un ricordo costante della mia giovinezza; la percezione del vento e della salsedine quando sei un gabbiano è del tutto diversa da quella umana e non ci sono parole per spiegarla, perché le parole sono umane.....
“Scotti! Ma che fa, sogna?” “Mi scusi dott. Greco l'odore del mare mi fa sempre uno strano effetto...” “Veda di farlo durare poco l'effetto, altrimenti dovrò cercarmi un altro collaboratore. Prima mi trascina a Trieste convincendomi ad una bislacca trattativa per una partita di caffè, poi mi inizia a sognare.... I destini dell'azienda sono proprio in buone mani!”
L'insopportabile Dott.Greco nonostante i suoi ultimi dieci buoni affari fossero tutti sostanzialmente opera mia continuava coi suoi modi arroganti; per fortuna prima di cena me lo potevo togliere di torno e poi la vista del mare dalla finestra della mia stanza era meravigliosa e mi consentiva di tornare ai miei sogni anzi ai miei ricordi.
Il legno del capitan Bolzan, anche se non è mai uscito dai confini del Mediterraneo è una bella nave, agile, veloce magari non troppo armata ma proprio il mio tipo di nave; cosa importa a un gabbiano di una nave? Beh ai gabbiani importa, le navi sono un comodo appoggio, scartano un sacco di cose buone e spesso caricano pesce, cosa volete di più dagli umani? Però parlo di navi a ragion veduta perché non sono stato sempre un gabbiano....

Omicidio Preventivo - Racconto giallo

Quale impresa più ardua?
Scrivere un capitolo di un romanzo giallo cominciato da altri...
Cosa verrà fuori da questa nuova sfida?
Un giallo... da leggere!

Omicidio Preventivo - Capitolo 1

Peter, ragioniere trentaduenne, ritorna a casa dopo una lunga giornata di lavoro. La strada per rientrare è lunga e non solo! Ad allungare i tempi c’è anche il solito traffico delle 19. Dopo suonate di clacson e litigi con altri automobilisti, l’uomo arriva finalmente a casa. Apre il cancello del suo condominio, un palazzo di quattro piani, e depone la macchina nel suo box. È stanco morto, non vede l’ora di tornare a casa e spaparanzarsi sul divano; assorto da questi pensieri, non si accorge di essere davanti alla porta della sua abitazione. Suona il campanello aspettando che sua moglie Florence vada ad aprire. Aspetta ed aspetta, ma nessuno risponde. Eppure è molto strano! La moglie doveva essere rientrata da molto tempo. Appena entrato Peter l’avrebbe chiamata per sapere dov’era. Quando il ragioniere prova ad aprire la porta, si accorge che è già aperta. Spaventato si precipita all’interno pensando ad un assalto dei ladri. La casa sembra come l’aveva lasciata, ma quando entra nella camera da letto, Peter vede ciò che non avrebbe mai voluto. Sua moglie Florence assassinata e il suo corpo freddo sul letto. Il sangue è ovunque: sui muri, sul pavimento, sugli infissi e, ovviamente, sul letto. Peter sposta lo sguardo sulla donna e, nel vedere la testa staccata dal corpo, viene assalito da un capogiro e sviene.

(Ruben Mosca, Monza, 10 gennaio 2007)

Omicidio Preventivo - Capitolo 2

Al risveglio, Peter frastornato guarda l’orologio digitale sulla parete e realizza che sono passate circa tre ore, infatti sono esattamente le 22.09. L’uomo, dall’aspetto giovanile (sembra ancora un ragazzo anche se ormai è entrato a far parte della schiera dei colletti bianchi), ha un attimo di smarrimento ricordando la scena vissuta al rientro a casa, trasale e quasi sviene nuovamente accorgendosi che nella propria stanza tutto è ordinato, il letto è fatto e non c’è nessuna macchia di sangue, da nessuna parte. «Sono forse impazzito?», pensa, ma no, non è impazzito, anche perché qualcosa di strano c’è, ma cosa? Ecco, c’è troppo ordine! Si sa, Florence è sempre stata una mogliettina premurosa, affettuosa, sincera e fedele per quanto ne sa lui, ma se proprio vogliamo trovarle un difetto, beh, diciamo che non è mai stata proprio il massimo dell’ordine in casa, pulita sì, ma ordinata... vestiti appoggiati dove capita, libri, occhiali, cellulari, non parliamo poi dei soprammobili... perché ogni volta che va a far compere deve sempre comprare qualche oggetto per abbellire la casa, se poi non riesce a tenere in ordine nemmeno quattro cose? Ma a una moglie così si perdonano questi particolari, dopotutto è anche un’ottima cuoca.
Florence.
Florence!
«Florence!»
Urla Peter.
«Floreeeeeeeeence!»
Nessuna risposta.
In piedi di scatto, lieve giramento di testa, una corsa impazzita per la casa, una breve corsa in realtà, trattandosi di un bilocale.
Nessuna traccia di Florence.
Calma Peter, che succede? Che senso ha tutto questo?
Si accascia sul divano Peter, cerca di pensare Peter.
Florence... la testa!
Sbianca Peter.
Cerca di alzarsi faticosamente e in quel mentre suona il citofono.

(Simone Raul Luraghi, Desio, 10 febbraio 2007)

Omicidio Preventivo - Capitolo 3

«Papà. Mi apri?» La voce al citofono era giovane, forse di un ragazzo.

«Non può essere» parlò tra sé e sé Peter, «Mi scusi, ma credo che abbia sbagliato a suonare. Mi spiace». Fece per riattaccare il ricevitore del citofono, ma una voce lo fermò. «Ma che cosa dici? Ti va sempre di scherzare! Ha ha ha! Dài, apri papà, devo entrare».

Con gli occhi sbarrati e con un movimento automatico, premette il tasto d’apertura del portone, tanto non gli costava nulla. Quel ragazzo sarebbe andato a casa sua, chiunque fosse. Intanto continuava a girare per casa confuso e spaventato. Sì, quella era proprio casa sua. Le sue cose, i suoi vestiti, i suoi cd… D’improvviso un suono ruppe i suoi pensieri! Hanno suonato alla porta, sarà Florence, pensò e corse ad aprire.

«Ciao papa, ma che cos’hai? Sembri strano… giornataccia in ufficio, allora? La promozione l’hai avuta, o no?… Papà? Ma stai bene?»

«Scusi, ma credo di non conoscerla. Lei chi è, che cosa vuole da me?» Peter aveva davanti a sé un giovane piuttosto alto, prestante, di circa vent’anni, capelli sino alle spalle castano chiari, vestito sportivo e dall’aria spigliata. Sembrava essere a proprio agio quando sorpassandolo in velocità entrò nel suo appartamento e andò ad accomodarsi sul divano.

«Ma papà, che cos’hai? Stai di nuovo male. Accidenti! Ma le stai prendendo, le medicine? Oh, accidenti! Non sarai mica andato al cimitero a trovare la mamma. Lo sai che ogni volta torni turbato… ma così era tanto tempo che non ti succedeva! Devi smetterla di andare a trovarla, ormai sono dieci anni che è morta: mettiti il cuore in pace e riprendi a vivere!»

Peter sembrava sconvolto: chi era costui, che cosa voleva e di che cosa stava parlando? «Ma tu chi sei, che cosa fai in casa mia?»

«Papà, sono Jacq, tuo figlio. Non… non… non mi riconosci?»

(Luciana Bruna Facchinetti, Monza, 19 aprile 2007)

Omicidio Preventivo - Capitolo 4

Peter guardò le due pastiglie come se cercasse di capire a che cosa servissero: ma erano tonde e bianche, anonime. Jacq gli porse un bicchiere pieno a metà di Martini. «Prendile!» gli ordinò, perentorio.
L’uomo ubbidì. Prese le pastiglie e le buttò giù ingollando lunghi sorsi di Martini. Lacrime gli spuntarono sotto le ciglia, in un dolore quasi fisico. Sprofondò nella poltrona e pian piano, come tasselli di un puzzle, i ricordi tornarono ad affollargli la memoria, sistemandosi ognuno al proprio posto. A cominciare da Jacq.
Il ragazzo era entrato nella sua vita tre anni prima, in modo del tutto inaspettato. Aveva appena terminato il liceo – così gli aveva raccontato – ed era venuto a Monaco di Baviera per frequentare l’Università. I prezzi degli alloggi offerti agli studenti erano tutt’altro che teneri, così si era messo a chiedere a chiunque incontrasse se aveva da cedergli, dietro modesto compenso, una camera. Rifiutato a destra e a manca, era giunto a suonare alla porta di casa di Peter; aveva pensato che in quel quartiere borghese avrebbe trovato una persona di buon cuore disposta a tendergli una mano. E la fortuna gli aveva rivolto un benevolo sguardo.
Era uno dei giorni in cui Peter, al ritorno dal cimitero, era in preda ad una delle sue crisi di depressione acuita dalla malattia che gli rodeva il corpo senza ch’egli ne sospettasse l’esistenza. Per l’occasione, Jacq aveva sfoderato la sua espressione più malinconica, chiedendogli – con esagerata umiltà – se conoscesse qualche ostello per ospitare un modesto studente con pochi spiccioli in tasca. In realtà, il suo scopo era stabilirsi nel palazzo.
Era stato più semplice del previsto: Peter, remissivo per natura e reso ancor più vulnerabile dalla depressione, aveva accettato di buon grado la prospettiva di riempire la solitudine della propria vita con un’altra persona. Un buon psicologo avrebbe potuto ravvisare in lui anche un desiderio represso di paternità. Jacq non era certo uno psicologo, ma neppure uno sciocco, e aveva subito notato l’effetto positivo che faceva sull’uomo chiamandolo «papà», anche se per l’età avrebbe potuto essere un fratello, più che un padre, e sapeva benissimo che quella era tutta una finzione.
Jacq si era dimostrato un buon figlio, nonostante avesse rivelato un carattere più introverso di quanto fosse apparso al primo incontro, e fosse talvolta duro e scostante. A suo modo, comunque, si era affezionato a quell’uomo triste e solo e aveva deciso di prendersene cura – tanto più che questo gli dava la possibilità di alloggiare lì, in una bella cameretta, completamente gratis.
A Peter, quella situazione anomala – tutto sommato – andava bene. Tanto più che Jacq lo aiutava nei lavori domestici, ed era di buona compagnia. Almeno finché non avesse terminato l’Università. Ma a questo non voleva pensare.
Il corso delle sue riflessioni, come sempre accadeva quando lasciava a briglia sciolta i ricordi della sua mente, si fissò sull’immagine insanguinata di Florence. Le dita della mano si strinsero tanto forte intorno al bordo del bicchiere, che il vetro scricchiolò. Dio, tutto quel sangue…
Il bicchiere s’infranse, schegge di vetro caddero sul pavimento. Gli occhi di Peter si sgranarono. Quelle maledette pastiglie gli stavano annebbiando la mente... Lei non era morta in camera da letto: era stata investita da un’auto, e quando all’obitorio ne aveva visto il povero corpo… era incrostato di sangue, ma integro. E poi, lei non si chiamava Florence: si chiamava Therése.
Si prese la testa fra le mani: che cosa gli stava succedendo? Stava davvero diventando pazzo? Avevano davvero ragione i dottori… tumore al cervello?
O forse… forse la spiegazione era un’altra? Forse la malattia, anziché intorpidirgliele, gli aveva spalancato nuove facoltà? Era sicuro che quello che aveva visto fosse un ricordo, o un incubo, e non invece… un presagio? Una premonizione? Una visione di ciò che sarebbe accaduto nel futuro – un evento che lui avrebbe potuto impedire?
Si sforzò di riflettere: c’era qualcuna che conosceva e che si chiamava Florence? Amiche… colleghe di lavoro… no… sì, dannazione: la ragazza di Jacq! E rassomigliava proprio alla donna che aveva creduto sua moglie, solo con qualche anno in meno… Come l’aveva definita Jacq, quando gliel’aveva presentata? «Il più bel sogno della mia vita tramutatosi in realtà»: così aveva detto. Lui l’aveva persino preso bonariamente in giro: «Non sei un po’ troppo giovane per essere già così perdutamente innamorato?» In realtà era felice per il ragazzo, e perché lei era bella e gli sembrava una personcina a modo. Ma ora, ora che sapeva che la loro storia era destinata a concludersi in modo tanto tragico, che cosa avrebbe potuto fare?
«Che cosa è successo, papà?» Il viso di Jacq si disegnò nel vano della porta del salotto. Guardò per terra, notò i cocci del bicchiere. «Vado a prendere uno scopettino per spazzarli via», disse.
Peter aprì la bocca per fermarlo, ma non ne uscì alcun suono. Che cosa avrebbe dovuto dirgli? Che aveva avuto una visione della sua ragazza assassinata? Con quale giustificazione? Lui l’avrebbe preso per pazzo… o si sarebbe allontanato…
E poi… terribile pensiero… se fosse stato proprio Jacq… l’assassino…?

(Simone Valtorta, Desio, 25 maggio 2007)

Omicidio Preventivo - Capitolo 5

Peter, infatti, non conosceva il pur breve ma nebuloso e tormentato passato del giovane Jacq. Soprattutto non immaginava che quel passato si sarebbe materializzato lì, ora, al citofono di casa sua.
Peter andò a rispondere.
«Chi è?» chiese. Ma nessuno rispose.
«Chi è?» chiese una seconda volta.
«Ehm, ecco… Io vorrei parlare con Alvin…» disse una voce di donna dall’altra parte dell’apparecchio.
«No, signorina, qui non c’è nessun Alvin. Si sta sbagliando». E chiuse la comunicazione.
«Chi era?» gli chiese allora Jacq.
«Oh, nessuno. Una che ha sbagliato».
In quel mentre una voce di donna chiamò forte giù dalla strada: «Al! Al! Alvin, lo so che sei lì! Affacciati!»
Peter si accostò alla finestra, scostò un poco la tenda, in modo da vedere senza essere visto, e notò, giù sul marciapiedi, una giovane donna, con i jeans strappati e una maglietta bianca, piccola, magra, capelli corti e neri.
«La conosci?» chiese Peter a Jacq.
Jacq si affacciò e quando vide che si trattava di Christine, gli si gelò il sangue dentro.
«Allora? La conosci?» gli chiese ancora Peter.
Jacq tentennò un attimo, poi disse: «N… No… Cioè sì, è una con cui sono uscito qualche volta, ma solo per fare sesso».
«Ah. Ma perché ti chiama Alvin?»
«Perché volevo che restasse solo una storia di sesso, per questo le ho detto di chiamarmi Alvin, ma lei si è invaghita di me e ora non mi dà pace. Evidentemente mi ha seguito».
«Beh! Facciamola salire».
«No, forse è meglio se scendo io. Anzi, prendo le chiavi di casa, magari farò tardi».
Appena Jacq fu giù, Christine gli si gettò al collo.
«Oh, Alvin. Amore mio! Quanto tempo».
Jacq la staccò da sé e guardandosi intorno con circospezione le rivolse una raffica di domande: «Che cosa ci fai qui? E se ti hanno seguita? Nessuno deve sapere che sono qui. Quando sei arrivata? Chi ti ha detto che ero qui? Come hai fatto a trovarmi? E poi non mi chiamo Alvin, ma Jacq!»
Christine, che non si aspettava un’accoglienza così fredda, disse: «Ah! Bel modo di accogliermi, non ci vediamo da tre anni e neanche mi saluti, neanche un bacio?»
Ora Jacq provava un po’ di imbarazzo: «Scusa… Ma sono molto stupito di vederti qui. Insomma… non me lo aspettavo. Allora, che cosa ci fai qui?»
«Cercavo te! Voglio stare con te. Non ricordi il nostro patto di non lasciarci mai?»
«Eravamo bambini… Piuttosto, andiamo a bere qualcosa. Ho qui la mia auto».
Salirono su una vecchia BMW grigia. Era buio, ormai. Si vedevano, intanto, i lampi di un temporale che si stava avvicinando. Guardando i lampi, Christine disse: «Ti ricordi, Alvin, quella notte nella villa della contessa? Anche quella notte c’era il temporale».
«Non mi chiamo Alvin, ma Jacq!» disse lui, seccato.
E come poteva avere dimenticato quella notte. Erano poco più che sedicenni, quando si erano introdotti furtivamente nella villa della contessa Landsbury, nei pressi di Portsmouth. Ma qualcosa quella notte non era filato per il verso giusto; avevano già messo nello zainetto diversi gioielli e stavano rovistando nei cassetti del soggiorno alla ricerca di denaro, quando erano stati sorpresi dalla contessa stessa. Alvin, spaventato, in preda al panico, aveva estratto una rivoltella e aveva fatto fuoco. Un solo colpo, proprio mentre fuori scoppiava un forte tuono.
Christine aveva gridato di paura, terrorizzata: «Ma cos’hai fatto? Sei pazzo? L’hai uccisa!»
«Su, sbrighiamoci! Raccogli quanti più soldi puoi e filiamo!» le aveva detto Alvin concitatamente.
Ma Christine non aveva reagito alle sollecitazioni del ragazzo, impietrita da quella scena violenta.
«Dai, filiamo!» le aveva detto allora Alvin. Aveva dovuto afferrarla per un braccio e trascinarsela dietro.
Ma fuori, ad attenderli nella pioggia battente, c’era la polizia.
«Fermi o sparo!» aveva intimato un poliziotto.
Alvin non si era fermato e aveva fatto fuoco ancora. Tutti i colpi che aveva in canna. Aveva colpito mortalmente uno di loro, un altro lo aveva ferito ad una gamba. Aveva tirato addosso ad un terzo la rivoltella ormai scarica e poi lo zaino con la refurtiva e si era lanciato nel bosco più veloce che poteva, mentre due poliziotti caricavano in macchina Christine in preda ad una crisi isterica.
Alvin era riuscito a far perdere le proprie tracce.
«Così adesso ti chiami Jacq» disse Christine.
«Già, proprio così. E tu mi dici come hai fatto a trovarmi?»
«Mi par quasi che ti dia fastidio che ti abbia ritrovato» rispose lei con tono deluso. Poi aggiunse: «Quella notte la polizia mi ha portato dentro e ci sono rimasta per un anno e mezzo. Sono stata sottoposta a violenti interrogatori; mi chiedevano di te».
Seguì una pausa silenziosa, rotta solo dal motore dell’auto e dalla pioggia che batteva su di essa.
Christine riprese: «Non ho saputo più nulla di te. Chiedevo sempre alle mie compagne di cella, che avevano chi veniva a trovarle, se potessero avere tue notizie, ma niente. È stata dura; il tempo non passava mai. Quando sono uscita mi hanno detto di provare a sentire un certo Salvatore, giù al porto, forse lui poteva dirmi qualcosa di te».
«Ah! È stato il vecchio Salvatore a dirti che mi avresti trovato qui a Monaco».
Savatore Ficarazzi era un immigrato siciliano, uno che aveva rapporti con la mafia; era un abile falsificatore di documenti e sterline.
Intanto si erano fermati davanti ad un bar. Entrarono, di corsa per non bagnarsi, si sedettero ad un tavolo un po’ appartato. Venne un cameriere. Ordinarono due birre e due panini con wurstel e crauti.
«Sì, è stato Salvatore a procurarmi i documenti e il denaro per scappare» disse Jacq. «E come sta il vecchio Salvatore?»
«Sta sotto un buon metro di terra!» rispose lei.
«No! È morto?»
«Sì, un paio di mesi fa Scotland Yard ha fatto irruzione in casa sua, c’è stata una sparatoria e l’hanno fatto secco».
Arrivarono i panini e le birre.
«Raccontami di te. Che cosa ci fai qui a Monaco?» chiese Christine.
«Io ho una nuova identità e cerco di rifarmi una vita. Frequento l’Università…»
Ma Christine lo interruppe: «E quello che c’è in casa con te? Chi è?»
«È mio padre!» disse Jacq trattenendo un risolino.
Christine scoppiò a ridere. «Ma dai! Anche tu sei orfano, come me. Cos’è questa storia del padre?»
«È un vedovo. Soffre di crisi depressive ed è stato abbastanza facile fargli credere di essere suo figlio. Così mi passa qualcosa e mi mantengo agli studi».
Christine era stupita, non poteva crederci. Tra ricordi del passato e discorsi sulla vita attuale, finirono di mangiare i loro panini e bere le birre.
Poi Jacq disse a Christine: «Vuoi che ti riaccompagni a casa? A proposito, dove alloggi?»
Lei avrebbe voluto passare la notte con lui. Dopo tanto tempo…
Dopo un breve, lunghissimo attimo, rispose quasi con un sospiro: «Ho trovato una camera in affitto in un palazzo di Pistalotzi Strasse».
Jacq pagò il conto, poi uscirono. Fuori infuriava ancora il temporale: pioggia e vento.
Salirono in auto. Jacq accese la radio per sentire un po’ di musica, ma c’era il notiziario e una notizia attirò la sua attenzione.
«Dai, cambia stazione!» disse la ragazza.
«Ssst! Zitta!»
«…La polizia sarebbe sulle tracce del criminale che un anno fa commise un efferato omicidio a Monaco, decapitando la sua vittima…» disse la voce alla radio.
«Come mai ti interessi a queste notizie?» chiese Christine con un certo stupore.
Jacq non rispose alla domanda. Poi disse: «Sentiamo un po’ di musica». E inserì un disco dei Sex Pistols, che sapeva sarebbe piaciuto a Christine, dato che ne era una fan sfegatata.
Poco dopo la BMW di Jacq si fermò davanti ad un palazzo di Pistalotzi Strasse.
«Ecco, è qui!» disse lei. «Vuoi salire?»
Christine insistette e Jacq cedette: «Va bene. Ma solo un attimo».
Entrarono in casa. Era un monolocale discretamente arredato. Si sedettero sul divano a due posti. Lei cercava le labbra di lui. Ma Jacq si ritrasse.
«Che cosa c’è, non ti piaccio più?» chiese in modo tagliente lei.
«Christine… cerca di capire…» Era in pieno imbarazzo, non sapeva come uscire da quella situazione. Riprese: «Insomma… sono passati più di tre anni. Io sono dovuto scappare, avevo tutta Scotland Yard alle calcagna…»
Lei lo interruppe: «Lo so. Hai un’altra. Vi ho visto».
Fecero seguito lunghi attimi di silenzio. Gli sguardi non si incrociavano, erano persi nel vuoto.
Ad un tratto Jacq si alzò e disse: «Si è fatto tardi. Devo andare; forse Peter ha bisogno di me».
Si avviò verso la porta, prese la maniglia in mano e senza voltarsi disse in maniera quasi automatica: «Ciao. Ci vediamo».
Salì in macchina e si diresse verso casa; intanto aveva smesso di piovere ed era quasi giorno, grosse nubi nere si stagliavano nell’aurora del mattino.
Christine non si era mossa dal divano, non aveva risposto al saluto del suo compagno.
Ora era assorta in mille pensieri, e mille domande cercavano una risposta nella sua mente. Ma davvero Alvin era cambiato? Davvero studiava all’Università? Dov’era finita la spavalderia che lo contraddistingueva? E quando aveva sentito quella notizia alla radio, aveva dimostrato un certo interesse, come se la cosa lo riguardasse. Che cosa c’entrava, lui, con quella notizia? Ma soprattutto c’era quella smorfiosetta bionda e formosa, poco più che diciottenne, che filava con lui, che aveva preso il suo posto nel cuore di Alvin. E Christine questo non glielo avrebbe perdonato. Sentiva la gelosia roderle dentro, salire dal cuore su, fino alla mente, annebbiarle la vista.
Era già sorto il sole quando si addormentò, lì, sul divano.
Jacq rientrò in casa. Peter dormiva di un sonno profondo. Sul comodino la scatola delle pastiglie. Non lo aveva neppure sentito rientrare.

(Stefano Chiarato, Monza, 15 settembre 2007)

Omicidio Preventivo - Capitolo 6

Christine non era tipo da arrendersi troppo facilmente, e per vari giorni tornò alla carica: suonò il campanello ed attese, paziente, che Peter venisse ad aprirle. L’uomo non riuscì a nascondere una smorfia di disappunto quando la vide. «Jacq non c’è!» Tentò di sbarrarle il passo, ma lei lo scansò ed entrò agilmente in sala da pranzo. «Oh, allora lo aspetterò qui» trillò, con finta noncuranza.
«A Jacq non piacerà trovarti qui!»
«Io penso di sì, invece: sono la sua ragazza, dopotutto».
Peter sbuffò; quell’assurda messinscena andava avanti ormai da troppi giorni. Christine era sempre più insistente, e Jacq si era trovato costretto a render partecipe Peter del suo passato: «Sai, pa’, c’è una cosa che non ti ho detto…»
L’uomo aveva preso la rivelazione insperatamente bene: «Hai sbagliato, è vero, ma tutti facciamo degli errori… E poi, il colpo è partito in modo accidentale, no? Tu mica volevi ammazzarla, quella donna…»
A Jacq era venuto da pensare che, forse, ad aver fatto parlare così Peter fosse stato il timore di ritrovarsi nuovamente solo, in compagnia dei suoi fantasmi, più che un reale convincimento sulla sua innocenza. Tanto più che non gli aveva parlato degli altri omicidi che aveva commesso, quelli sì perfettamente volontari…!
In effetti, pur se l’assassinio del poliziotto a Landsbury, dopo il furto in casa della contessa, poteva essere giustificato – con una dose abnorme d’immaginazione – come «atto di legittima difesa» (in realtà, era stato lui il primo ad aprire il fuoco), l’uccisione del vecchio notaio Hirschoffer era quasi una violenza gratuita. Era accaduto una notte in cui Peter era fuori città per un convegno; il villino di Hirschoffer era isolato e fuori mano. Era stato tutto molto facile, all’inizio: aveva aspettato il calar delle tenebre, si era coperto il volto con una calzamaglia nera e aveva semplicemente suonato alla porta dell’abitazione. Uno strascicar di passi, e la porta si era aperta, rivelando un piccolo atrio fiocamente illuminato e il volto assonnato di una donna, che sbatteva gli occhi come una civetta. Subito, Jacq le aveva premuto sulla bocca e sul naso un fazzoletto imbevuto di etere. Quella si era dibattuta debolmente, mugugnando qualcosa, prima di sprofondare nel mondo dei sogni.
«Chi è, Maude?», era echeggiata la voce del notaio.
Il giovane gli era stato addosso non appena si era affacciato nell’atrio, con un pugno in pieno viso lo aveva mandato a sbattere contro il muro.
«Apri la cassaforte o la vecchia è morta», aveva sibilato.
Hirschoffer non aveva provato nemmeno a difendersi: remissivo, aveva spostato una stampa appesa ad una parete del salotto, rivelando una piccola cassaforte che aveva aperto con mani tremanti. Aveva tirato fuori gioielli e denaro. E a questo punto Jacq aveva commesso un errore che avrebbe potuto essergli fatale: spinto da parte il vecchio, si era messo a contare le banconote. Fu solo quando udì il raschiare del metallo contro il metallo che si riscosse: giusto in tempo per evitare il fendente dell’antica spada che il notaio vibrava verso di lui, dopo averla staccata da sopra il caminetto. Jacq aveva afferrato l’uomo e l’aveva sbattuto contro un muro; la spada era caduta a terra con un clangore di antica campana; il giovane l’aveva impugnata e, prima ancora di rendersene conto, aveva decapitato il povero notaio. Sconvolto dal suo stesso gesto irrazionale, aveva afferrato una manciata di banconote e se l’era data a gambe levate.
«Jacq ha un’altra ragazza, ora, una ragazza di buona famiglia». Peter afferrò Christine per un braccio: «Tu appartieni ad una parentesi della sua vita che ha chiuso in modo definitivo».
Il volto di Christine s’infiammò: «Che cosa ne sai, tu, dei suoi sentimenti? Tu, che nemmeno sei suo padre…»
Lo schiaffo riecheggiò secco come uno schiocco di frusta. La ragazza barcollò, si portò una mano al volto, là dove l’uomo l’aveva colpita. «Jacq è figlio mio, ricordalo» sibilò lui. Afferrò un lungo coltellaccio da cucina: «Fuori di qui, se non vuoi che faccia qualcosa di terribile». La voce gli tremava.
Lei uscì dalla stanza, ma solo per andare in camera da letto: «Lo aspetterò qui: Alvin ti dirà tutto…»
Peter fece per entrare a sua volta, quando una fitta di dolore gli esplose dentro la testa. Le immagini dinanzi ai suoi occhi sembrarono sdoppiarsi, poi alla figura di Christine si sovrappose quella di Florence morta, quella della visione, si fusero in una, e lui capì che quello era il futuro… che entro pochi minuti Jacq sarebbe rincasato, avrebbe trovato Christine, tra i due sarebbe nato un diverbio e il ragazzo l’avrebbe uccisa… un delitto che l’avrebbe marchiato a fuoco per sempre, condannandolo alla dannazione eterna…
Non l’avrebbe permesso: amava Jacq, era suo padre, e un padre per il proprio figlio è disposto a qualsiasi sacrificio… anche a votarsi alle fiamme dell’Inferno al posto suo…
Il pensiero non si era ancora formato appieno nella sua mente, che già la mano lo precedeva, scattando in avanti. La lama del coltello era lunga. Lucidata ed affilata dal lungo uso. La mossa troppo fulminea perché Christine potesse evitarla. La lama penetrò nel collo della ragazza recidendo tendini muscoli vene arterie come se affondasse nel burro. La testa rotolò a terra. Il corpo acefalo rimase in piedi per un istante, quasi non riuscisse a rendersi conto di quanto era successo; poi crollò sul letto, sputando fiotti di sangue sulle coperte e sul pavimento.
Il liquido vermiglio, bollente sul suo corpo, quasi ridestò Peter; il sangue ricopriva in vaste chiazze i muri, il pavimento, gli infissi delle porte… il letto. Tutto come nella sua visione… esattamente come nella sua visione…
La carne del ventre cominciò a tremare, le labbra si schiusero in un sorriso più simile ad un ghigno sardonico, si spalancarono di colpo e dalla gola scaturì un urlo altissimo e prolungato, un ululato di estrema liberazione. «Non è Jacq l’assassino» gridò, le braccia al cielo, «non è Jacq l’assassino». Corse in strada, le braccia imbrattate di sangue, il coltello ancora stretto nella mano. «Sono stato io, sono stato io, non è stato Jacq l’assassino…»
Era pomeriggio inoltrato, l’aria ancora tiepida aveva richiamato numerose persone per le strade: nonni che portavano a passeggio i nipotini, qualche coppietta di innamorati, giovani che interrompevano lo studio per sgranchirsi le gambe agli ultimi raggi di sole. Peter irruppe come una Furia vendicatrice a frantumare il loro fragile idillio, agitando nell’aria una lama insanguinata e sbraitando frasi sconclusionate, di cui le uniche parole intelligibili erano: «Sono stato io, sono stato io, non è stato lui…»
Non oppose alcuna resistenza quando una pattuglia della polizia, lì di passaggio, lo disarmò e gli mise le manette ai polsi; anzi, sul suo volto spiccava più di prima un sorriso demente. «Un povero pazzo!» commentò il gestore di un pub, tornando ad occuparsi dei clienti. La tranquillità tornò ad aleggiare nel quartiere. L’indomani, nessuno avrebbe ricollegato la notizia del ritrovamento di un cadavere di giovane donna con l’uomo che aveva sconvolto le acque della routine quotidiana; e nessuno si commosse per la morte di un anonimo ragioniere trentaduenne, avvenuta poche ore dopo il suo arresto: il cancro che da tempo gli divorava il cervello, alla fine aveva portato a termine il suo paziente lavorío.
Il funerale fu sobrio: qualche parente, un paio di colleghi di lavoro. Non più di una decina di persone in tutto. Il commissario di polizia Karl Müller, che aveva convalidato l’arresto e aveva raccolto le sue ultime parole mentre la fiamma della vita si spegneva, seguì la funzione da lontano.
«Un bravo giovane… avrebbe forse meritato di più» commentò una voce alle sue spalle.
Karl Müller si volse: il volto del medico legale era impassibile, ma le rughe intorno agli occhi gli conferivano un’espressione triste.
Il commissario assentì. «Discreto ed altruista… anche se ha commesso un omicidio, non riesco a considerarlo un assassino… ormai, la malattia l’aveva fatto uscire di senno… e temeva che, se non avesse agito lui, ad uccidere sarebbe stato qualcuno a cui teneva molto. Sono fatti, questi, che mi portano a riflettere su quale sia il reale confine tra il Bene e il Male, se esista una netta linea di demarcazione tra i due, o se non dipenda tutto dal punto di vista con cui si guarda un determinato evento…»
Il medico legale si strinse nelle spalle, poco incline alle discussioni filosofiche: «Il cadavere di quella giovane donna… Christine… era stato colpito con estrema violenza e brutalità. Raramente ho visto un crimine tanto efferato».
Karl Müller sospirò; neanche lui aveva le risposte a tutte le domande. Per esempio, non aveva ben compreso il legame che aveva unito un tranquillo impiegato con Alvin Ottonegher, alias Jacq Depretis, ricercato dalla polizia di mezza Europa con le accuse di rapina a mano armata e triplice omicidio. La sua cattura era avvenuta quasi casualmente: l’avevano trovato nell’appartamento di Peter, esterrefatto sulla soglia della camera da letto, gli occhi fissi sul cadavere di Christine. Era appena rientrato dall’Università. Se il ragioniere non si fosse già accusato dell’omicidio, indirizzando gli agenti sul luogo del delitto, forse non lo avrebbero trovato; o, comunque, dati i suoi trascorsi con la ragazza, non avrebbero creduto alla sua innocenza.
Karl Müller sospirò di nuovo: «Sono quasi contento che quell’uomo sia morto… prima di sapere chi era veramente il giovane a cui sembrava essere tanto affezionato… prima di scoprire che quell’omicidio, compiuto – a quanto ho capito – per prevenire il Depretis ed impedirgli di farlo a sua volta, salvandolo così dal carcere, non è assolutamente servito a nulla…»

(Simone Valtorta, Desio, 18 ottobre 2007)

Fine

Sogni - Racconto Rosa

Sogni - Capitolo 1

Finalmente sono sdraiata a letto, nella mia dolce casa, non molto grande, ma che contiene il necessario per me, e per le mie due ricciolute bambine: Anna di quattro anni e Sofia di cinque anni, e – stavo per dimenticarmi – per Davide, il mio compagno di avventure… e di vita.
Non ho il tempo di pensare, e non l’ho mai avuto, perché mi sono sposata a diciassette anni e, con l’arrivo si Sofia, la mia vita si è tinta di diversi colori, tanti quanti le emozioni e i sentimenti che hanno albergato nel mio cuore: gioia, tenerezza, tristezza, speranza, paura, meraviglia e, poi, perché la mia giornata è piena: mi alzo alla mattina e inizia il mio rituale, preparare la colazione, contemporaneamente svegliare le bimbe e fare le coccole a Davide, accompagnare le pesti all’asilo, salutarle con mille baci e… pronti, partenza e via per il lavoro, dall’altra parte della città, nella maison «Vogue» in qualità di direttore creativo.
Un lavoro affascinante, frenetico, ricco di relazioni brevi ma intense.
Alla sera, quando ritorno a casa, so già di trovare Davide, che mi accoglie con il suo sorriso, il suo inebriante profumo e un dolce avvolgente abbraccio.
Scivolo sotto le coperte, dopo aver sentito la fiaba di Davide raccontata alle bambine, e sogno come potrebbe essere la mia vita se qualcun altro si innamorasse di me.
(Sabina Riva, Monza, 2 novembre 2007)

Sogni - Capitolo 2

Come ogni sera leggo una fiaba ad Anna e Sofia, aspettando che prendano sonno e ogni tanto uno sbadiglio scappa anche a me; loro ogni tanto interrompono la mia lettura domandando della fata piuttosto che della strega cattiva e io ho sempre l’impressione che siano piccoli stratagemmi per tardare il momento del sonno, allora, in modo ormai automatico, porto l’indice alla punta del naso e dico: «Ssst ! Silenzio!» Quando vedo che i loro occhi cominciano a chiudersi, rallento volutamente la lettura e leggo quasi sottovoce, quasi a volerle ipnotizzare. Ecco, ora hanno preso sonno, aspetto un pochino ancora e poi rimbocco per bene le loro coperte, spengo la luce, lascio solo il consueto punto luminoso e mi appresto a raggiungere Liliana a letto.
«Lili, faccio una doccia veloce e ti raggiungo» le dico dal corridoio, ma non odo risposta. Una doccia è necessaria per togliersi di dosso le fatiche e lo stress della giornata. Dopo la doccia mi sento rivitalizzato, infilo il pigiama e scivolo sotto le coperte anch’io. Liliana è lì, immobile; mi avvicino a lei nel buio e le sussurro piano: «Ehi, Lili…» e intanto appoggio le labbra sul suo collo, ma lei con un gemito di fastidio si accartoccia tra le coperte.
«Va beh! Ho capito anche stasera… si dorme».
Accendo l’abat-jour e rimbocco le coperte anche a lei, come ho fatto con le bimbe. La guardo dormire. È così serena nel sonno, semplicemente bella.
Chissà se starà sognando e che cosa? Forse starà sognando di avere un po’ più di tempo da concedere alla nostra intimità, ma mi rendo conto che questo è quello che io vorrei che lei sognasse. No, non so proprio immaginare che cosa stia sognando.
Sospiro. La capisco, ha avuto la solita giornata impegnativa, essere direttore creativo le assorbe un sacco di energie, poi ci sono le bambine, la casa, corri di qui, corri di là… e ora è stanca morta.
Anch’io durante il giorno ho il mio bel daffare; essere direttore di un supermercato al centro commerciale, potrà sembrare cosa da poco, ma richiede sacrificio e dedizione; ci sono i rappresentanti, le ordinazioni, la merce che non arriva, quella scaduta, gli scaffali che devono essere sempre pieni, il personale che manda la malattia, quello che si imbosca, le cassiere che sbagliano i conti, i clienti che si lamentano, il parcheggio per le auto sempre pieno, la vigilanza per la sicurezza, chi mi chiama di qui, chi mi chiama di là… A sera sono stanco morto anch’io. Anch’io sono impegnato tutto il giorno, ma stasera avrei voluto un po’ d’intimità e invece mi tocca leggere il giornale. Apro il «Corriere», salto le pagine di politica, quelle di cronaca, salto anche quelle di economia e vado direttamente allo sport, ho bisogno di rilassarmi. Inizio a leggere un articolo di calcio, ma dopo poche righe mi accorgo che leggo e penso ad altro. Mi è tornata in mente quella breve pausa caffè che mi sono concesso in mattinata in compagnia di Claudia, la direttrice del negozio di articoli sportivi del centro, e della sua rappresentante di abbigliamento sportivo, che di tanto in tanto viene a proporle nuovi prodotti. Una donna giovane, sulla trentina, capelli castani, mossi, occhi castani, pelle bianca e rosea, un corpo normale, neanche tanto alta, elegante non soltanto nel vestire, ma nel portamento. E poi un bel sorriso e una voce suadente. L’avevo vista già altre volte, di sfuggita, ma stamattina è stata la prima volta che abbiamo avuto la possibilità di scambiare due parole, giusto giusto due parole. Niente di più.
Ma ad un certo punto i nostri sguardi si sono incrociati e il suo ho sentito che mi è penetrato dentro, mi ha scavato a fondo. È stata una sensazione strana, bellissima. Una sensazione che non riesco a spiegare.
Adesso vorrei incontrarla di nuovo. Chissà? Se tornasse domani potrei invitarla a bere un caffè o un aperitivo. Sì, ma non so neppure come si chiama…
Potrei dire a Claudia di venirmi a chiamare quando arriva la sua rappresentante e fare una pausa tutti assieme. No, no, così mi esporrei troppo, mi farei vedere interessato…
Accidenti! Ma a che cosa sto pensando? Ma che pensieri mi vengono per la testa?
Io ho la mia Lili e le voglio molto bene. E intanto la guardo mentre dorme beatamente, anzi mi fa anche un po’ invidia perché io non riesco a dormire. Ho un forte desiderio di stringerla a me, di abbracciarla e tenerla lì, così, stretta a me. Ma mi dispiace interrompere il suo meritato riposo. E le mie bambine, poi? No, ma che razza di pensieri!
Mi sforzo di non pensarci, ma intanto non vedo l’ora che arrivi il mattino e andare al lavoro, perché potrei incontrare di nuovo la bella rappresentante di articoli sportivi.
Poi Morfeo vince i miei astrusi pensieri e finalmente cado tra le sue braccia.
(Stefano Chiarato, Muggiò, 6 dicembre 2007)

Sogni - Capitolo 3

Sogno….se qualcun altro s’innamorasse di me sarei altrettanto felice?
Sono una donna che ha tutto. Un lavoro interessante, due figlie stupende, un compagno meraviglioso. Certo, a volte è faticosa la vita, alla sera sono stanca e ogni tanto mi accorgo di non dare al mio compagno quelle coccole che lui vorrebbe ma….ma come si fa?
Casa, lavoro, figlie, compagno…..arrivo sfinita alla sera!
Forse se riprendessimo ad uscire solo noi due! Ricordo quando ci siamo conosciuti.
Ah che bello, le prime palpitazioni del cuore adolescente, le farfalle nello stomaco, la mente intrisa di lui, le sue belle mani amorevoli, i suoi splendidi occhi…Dio quanto mi piaceva perdermi in quegli occhi!!! E la gioia nello stare insieme, la gioia di condividere tutto, la gioia di parlare all’infinito, anche di cose banali! E….i suoi apprezzamenti, il suo vedermi come una donna, mi facevano sentire speciale, importante………ah l’amore!
La vita poi ti travolge, ti piomba addosso e tu neanche te ne accorgi, ti trascina nel suo vortice e quando te ne rendi conto…beh, forse non è troppo tardi.
Forse dovremmo riprenderci quegli spazi che ci appartenevano, forse dovremmo guardarci di nuovo negli occhi, mano nella mano e…perderci nell’infinito, nell’eternità, nell’amore!
Mentre scorrono le immagini nella mia mente provo le stesse emozioni e sensazioni di allora, dunque il mio cuore è ancora vivo, palpitante, pronto per emozionarsi di nuovo!
Va bene, ho deciso: gli faccio una bella sorpresa. Domani comincio ad organizzare un weekend tutto per noi solo per noi…chissà come sarà felice!
Le bimbe le lascio dalla mia mamma, del resto non le ho mai chiesto niente, mi sono sempre organizzata da sola, per una volta può anche aiutarmi e le bimbe saranno felici di trascorrere del tempo coi nonni. Purtroppo le viziano, caramelle, cioccolatini, cartoni animati, niente frutta e verdura….accidenti mi fanno una rabbia quando gli concedono tutto!!! Non vogliono capire che ci sono delle regole da seguire, no, loro sono i nonni e hanno “il diritto di viziare le nipoti”, certo certo, poi sono io però che devo fare la cattiva con le bimbe per non continuare i vizi dei nonni!
Per questa volta sorvoliamo, è importante che io e il mio Davide ritroviamo l’armonia e l’attrazione di un tempo, è importante per noi stare soli due giorni.
Quindi bambine sistemate, località….e già, dove lo voglio portare? Mare, montagna, lago, collina? L’importante è che ci sia un hotel accogliente, romantico, piccolo e discreto…ci sono! Margherita, la vicina, mi aveva accennato ad un posto simile nella campagna Toscana, con una locanda gestita direttamente dai proprietari pulita semplice e…romantica! Immagino che la natura sia un’esplosione di colori autunnali, giallo, rosso, verde scuro, profumi di terra umida , silenzio assordante…sì, proprio quello che fa per noi!
Bene ora recupero il numero telefonico e prenoto per sabato e domenica. Ho pensato a tutto? Manca niente? Eh sì che manca qualcosa, la cosa più importante!!! Un bel completino intimo da far mozzare il fiato al mio Davide….questo sì che lo farà contento!
Stasera gli dirò di tenersi libero nel weekend per accompagnarmi ad un incontro di lavoro, così non sospetterà niente e la sorpresa lo lascerà a bocca aperta!

Claudia Lucchin, Varese, 24 novembre 2008

Sogni - Capitolo 4

Mi sveglio di soprassalto. Ho appena finito di sognare Liliana. Che non era Liliana, però: la donna del mio sogno aveva gli occhi sfrontati e il seno sfacciato della mia collega, l'odore inconfondibile di Claudia. Cosa mi sta accadendo? Quale strano tarlo si sta insinuando - subdolo - nella mia mente stanca e nel mio cuore assopito? Forse, di assopito, c'è soltanto il mio corpo, poco allenato, poco stimolato, non più abituato a lasciarsi sorprendere.
Diceva un mio amico che dopo i 40 anni uomini e donne cercano spesso conferme. Nel tentativo disperato di piacere. Perché vogliono capire se sono in grado o meno di riuscire ancora a conquistare un cuore, o forse un corpo solamente. Già basterebbe.
Con Lili c'è sintonia, e questa è una verità. Lampante e limpida. Ma non c'è più attrazione, non c'è passione, battito d’ali o sintonia di sensi. Procediamo come due treni paralleli e ci incrociamo quando lo scambio è programmato. È tutto terribilmente programmato, tra me e Liliana, e io invece sento di aver bisogno di emozioni, palpitazioni, viaggi nell'infinito e tuffi voluttuosi nell'indefinito.
Ma sì, potrei provarci, con Claudia. Anche solo per capire se le piaccio. Magari mi fermo a un bacio, a una testimonianza. Mi basta un antipasto per capire se ancora ho fame o se i miei sensi sono già all'anoressia. E potrei provarci il prossimo weekend, quando Lili avrà un incontro di lavoro. Potrei inventarmi una serata con gli amici, e poi invitare la collega a cena. Per guardarla negli occhi, prenderla per mano. Scoprire, come se fossi un ragazzino, l'effetto che mi fa corteggiare un'altra donna.
Roberto Ritondale 30 Dicembre 2008

Sogni - Capitolo 5

Davide mi sveglia di soprassalto. Cosa avrà sognato? Si gira e si rigira, poi si riaddormenta.Ormai Morfeo mi ha abbandonata, anche se è presto mi alzo e comincio la mia giornata. Mentre preparo la colazione ritorno con la mente a ieri sera.
Già, ieri sera. Volevo chiedergli di accompagnarmi all’incontro di lavoro che avrei avuto nel weekend, senza fargli scoprire che avevo organizzato una fuga romantica per noi due, per ritrovare l’attrazione di un tempo, per ritrovare quella scintilla vitale che abbiamo perso e per farlo mi ero preparata con cura. Avevo sistemato le bimbe a cena da Margherita, la vicina, riordinato la casa, preparato una deliziosa cenetta solo per noi due e…. indugiato in un delizioso bagno caldo, con una nuova essenza profumata che mi inebriava i sensi rilassandomi e facendomi volare con la mente alle sue meravigliose mani che per due giorni avrebbero accarezzato la mia pelle di seta, procurandomi brividi di piacere. Avevo poi indossato un semplice vestito che aderiva al mio corpo, fissato lo specchio che mi rimandava una bella figura e notato una scintilla di luce maliziosa nei miei occhi. Sì, ero pronta per far capitolare Davide senza farmi scoprire.
Già, così credevo io, la solita ingenua, quella che vive nelle favole! Infatti tornato a casa neanche mi ha notata, dandomi per scontata, come la cena che ha ingurgitato ed è fuggito subito davanti al televisore. Che delusione, che rabbia! Tutti i preparativi per cosa poi? Per sentirsi dire “sì vai pure nel weekend, io sto a casa da solo!” Come da solo? Con tutta la fatica che ho fatto, tutto l’impegno che ci ho messo e la voglia di stare con lui per due giorni e cosa mi dice? Di andarci da sola! Sola!!
Va bene, questa volta vado davvero da sola! Come programmato lascio le bimbe da mia mamma e parto, DA SOLA!
La colazione è pronta, sveglio le bimbe. Davide mi dà il buongiorno ed io non lo guardo nemmeno, sono troppo arrabbiata, delusa, ferita.
Porto le piccole all’asilo ed arrivo in ufficio.
Mi siedo alla scrivania, la mia agenda mi guarda implorante ma…la mia mente è altrove.
Il pensiero è fisso. Davide non ha recepito il messaggio. Ho lividi nell’anima, lame nel cuore e lacrime agli occhi. Dove ho sbagliato? Perché non riusciamo più a comunicare?
Claudia Lucchin (4 Gennaio 2009)

Sogni - Capitolo 6

di Paola Agutoli

Sul treno che mi porta alla Locanda Toscana di Vada , dove ho prenotato una stanza, penso ancora a quanto Davide ed io ci siamo allontanati e a quanto fossimo innamorati, un tempo. Vivevamo l’uno per l’altra, respiravamo la stessa aria e la vita era illuminata dai nostri sguardi innamorati. Ora invece, sembriamo due estranei che si trovano a dividere la stessa casa e la stessa vita. Com’è successo? Cosa ci ha fatto cambiare? Non lo so. Forse il lavoro, i bambini,la stanchezza quotidiana, le ingerenza dei nostri genitori… O forse il fatto che scelte fatte a vent’anni possono non valere più a trenta .
“Ciao!!! Che ci fai,qui?”
Sollevo lo sguardo dal libro che sto leggendo e lo fisso su un bell’uomo alto,moro, di circa quarant’anni. Ha due magnetici occhi grigio-verdi, ciuffo tirabaci, barba appena accennata, corpo da sballo e una bocca che la Nannini definirebbe da baciare. Mi ci vuole un attimo per realizzare che si tratta di Sergio, il direttore creativo di una rivista concorrente che ho incontrato un paio di volte alle solite noiose cene di categoria.
“Sto andando a Vada…” rispondo impacciata,la gola secca come cartavetrata e il cuore a mille. Il suo battito fa concorrenza a quello del treno: “tu-tum… tu-tum… tu-tum…”
Che mi sta succedendo, mi domando? Ho 25 anni, un marito e due figli, eppure mi sento emozionata come un’adolescente al primo appuntamento. Cerco di darmi un contegno chiudendo più volte il libro ma è come tentare di spegnere un incendio con una goccia d’acqua e ci rinuncio. Spero solo che Sergio non se ne accorga ma sembra di no perché, con un sorriso capace di sciogliere un iceberg, mi si siede di fronte accavallando le lunghe gambe fasciate nei jeans sdruciti.
Dio,che bello!! Sembra Hugh Grant nel “Diario di Bridjet Jones. Con il fascino di Sean Connery e la carica di Jonny Depp.
Poi si mette a fissarmi. E io come un cretina comincio a chiedermi se ho i capelli a posto e se non sembro troppo vecchia con le scarpe basse e il tailleur grigio (ero troppo arrabbiata con Davide per pensare a cosa infilarmi). E poi,chi poteva immaginare che avrei incontrato un fusto così? .
Altro sorriso. Degno di Casanova.
Abbasso gli occhi – oddio,sono pure arrossita ,chissà cosa starà pensando - e nascondo le mani in grembo, ma così facendo il dannato libro cade a terra. Prima che possa farlo io lo raccoglie e me lo porge. Penso: "E' pure cavaliere!!"
“Anch’io. Ci vai per lavoro o per affari?? “
“Pe..peee…per …ehm…” rispondo,la lingua incollata al palato. Perchè faccio così fatica a pronunciare due parole coerenti? E perché ho le mani che grondano? Mi succedeva così quando ho conosciuto Davide? E chi se lo ricorda ? Sembrano passati secoli. Finalmente riesco a spiaccicare due parole, anche se è una fatica degna di Ercole.
“ Per…per…” Riprovo. Inspiro una boccata d’aria degna di un apneista che vuole battere il record del mondo e dico, la voce talmente aspra da non essere la mia:“Ci…ci..ci vado per rilassarmi un po’..”
“Ma va!! Lo sto facendo anch’io!! “ risponde, prendendo una sigaretta dal taschino della camicia. “Fumi?” Gli rispondo di no e che sui treni è vietato fumare.
“lo so…- dice accendendosela - ma le regole vanno infrante. Altrimenti che divertimento c’è?” Poi: “Ci vai sola?”
Mi devo mordere la lingua per non chiedergli lo stesso. “S…N…Sì…” Uffa,adesso crederà che non è vero. Ma perché sono così imbranata,oggi? Sarà colpa del tempo.Ma una vocina perfida mi suggerisce che è dovuto a lui. Riapro il libro e ricomincio a leggere, ma le parole sembrano danzare davanti ai miei occhi e così lo chiudo. Lui intanto finisce la sigaretta e butta la cicca nel cestino sotto la finestra.
“Stai bene vestita così…”
Ma se sembro la versione umana di Nonna Papera!! Poi se ne accende un’altra facendo un’anello di fumo. Non riesco a soffocare un colpo di tosse. Così penserà che sono pure tisica,mannaggia !!
“Oh,scusami…” mormora spegnendola “ non immaginavo ti desse fastidio.” Si china fino a portarsi a pochi centimetri da me, così da farmi sentire il suo profumo, un misto di tabacco, sapone e maschio. Boccheggio e i suoi occhi si stringono pericolosamente,divenendo due pozze profonde . Mi sento morire. Perché è così bello,così carismatico e così affascinante? Perché Davide non lo è? E perché mi sento un’ameba?
“ E dove alloggi? Io alla Locanda Toscana , un agriturismo molto,molto carino“ lo dice con un’occhiata assassina. Ed io mi sento come Rossella O’Hara quando ha incontrato Rhett Butler, e non è una sensazione spiacevole. E’ da troppo tempo che sto senza gli sguardi d’apprezzamento di un uomo, e mi mancano. Gli sorrido e il suo sguardo diventa incandescente come lava.
Alla Locanda Toscana ? Ma è dove vado io !!
Poi,d’un tratto- accidenti!- mi appaiono le immagini dei miei due bambini,e quella,un po’ sfuocata,di Davide. E mi domando se avrei voglia di tradirli – e di tradire la mia vita con uno così , affascinante e pericoloso. Il classico “ bello e impossibile” che considera le donne tacche sulla sua pistola. Vorrei rovinare il mio rapporto con Davide - anche se degradato - con uno così?
E la risposta è una sola. La butto fuori di getto, prima che possa cambiare idea e mandare all’aria tutto.
“All’Atlantico “ rispondo . E pazienza se non vi troverò posto o se non lo troverò da qualche altra parte. Davide è troppo importante , e lo amo ancora. Mi faccio una promessa: arrivata a casa cercherò di ricucire gli strappi del nostro rapporto per farlo tornare quello di prima, quando tutto aveva il sapore del Paradiso e ci baciavamo fino a quando “il nostro amore ci restava sulle labbra”,come cantava De Andrè. E mi immagino la faccia che farà quando mi vedrà col completino intimo che ho comprato per lui – per noi, per il nostro amore…