"L'iter diagnostico del signor Quid" di Alessio Pracanica

di Alessio Pracanica

"L'iter diagnostico del signor Quid" pag.1

La sala d’aspetto del Grande Luminare è di un bianco abbagliante.
Ciò vale per ogni superficie. Dai luccicanti pavimenti, ai tavoli, vasti e sgombri, simili a grottesche superfici d’atterraggio, alle candide pareti, non tralasciando le calze dell’infermiera, che siede dietro la scrivania, avvolta in un alone di gelida bellezza.
Il tutto dovrebbe indurre nei pazienti, seduti in trepida attesa sul bordo dei bassi divani, un senso di purezza che va al di là della semplice igiene, per sconfinare nella trascendenza dello spirito.
Sia chiaro, sembra dire tutto quel bianco, seppur implicitamente, qui dentro non ci si limita a curarvi dei vostri banali acciacchi, distribuendo capsule, iniezioni e unguenti, magari non sempre a proposito, quasi ci si trovasse in una sottospecie di drogheria d’altri tempi, in cui un tizio roseo e paffuto pesa la merce su un’antiquata bilancia, spesso rubando sul peso.
Entrando qui non si viene accolti dal delicato e struggente afrore del detersivo alla lavanda, né dall’arguto aroma del caffè sfuso. Non ci sono caramelle di variopinti colori, in bella mostra nei vasi di vetro. Anzi, una delle cose che, appena entrati, balza all’occhio o piuttosto al naso, è proprio l’assenza di qualsiasi odore, eccettuata qualche lontana e vaga traccia di disinfettante per pavimenti ed appena un accenno di profumo nei pressi dell’infermiera, che se non fosse così algida e noi non si fosse presi da ben altri pensieri, verrebbe voglia di sfiorarle il collo con labbra timide, ma è così che va il mondo.
Certo ci sarà qualcuno che si bea delle attenzioni di quella procace bellezza, ma non certo noi, ognuno con la sguardo fisso al soffitto, intento nell’elencazione mentale dei propri acciacchi, casomai, dio non voglia, ne dimenticassimo qualcuno in presenza del Grande Luminare e speriamo almeno che siano risolvibili, mia cara signora, che una cosa son i fastidi ed altra le malattie, per le quali spesso non v’è altro rimedio che un palmo di terra, sotto il quale rifugiarsi all’asciutto fino a quando il buon dio vorrà.
Ma torniamo per un attimo all’infermiera, con la cui procace bellezza qualcun altro si sollazzerà di certo, dicevamo e magari potremmo immaginarla sulle ginocchia del Grande Luminare, quando l’immenso studio è finalmente deserto, il buio è sceso sulla città ed egli pone la stanca fronte e gli ancor più stanchi pensieri, nel cavo del generoso seno di ella.
L’idea di per sé sembrerebbe un tantino irriguardosa, soprattutto in cagione del fatto che la si partorisce nei confronti di chi si accinge a salvarvi la vita o magari l’ha già fatto, con il semplice accettare, nel tumulto di decine di supplichevoli telefonate, d’occuparsi del vostro umile caso.
Ed infatti, irriguardosa o meno, l’immagine viene subito ricacciata nei pozzi neri dell’oblio, non appena il Grande Luminare fa comparsa sull’ingresso del suo studio privato.
Indossa un camice immacolato, che per contrasto fa sembrare le candide pareti come opache, quasi grigie. Anche i capelli sono bianchi, una chiara matassa interrotta qua e la da qualche filo d’argento e le unghie, le unghie signora mia, perfettamente curate, immacolate, per non parlare dello sguardo, trasudante magnetiche emanazioni.
Qui non si vuol parlare di miracoli, sia chiaro, cara signora, che queste cose tocca ad altri indagarle, ma corre voce che più d’uno sia stato risanato da uno sguardo del Grande Luminare e si dice che al suo semplice apparire in corsia, folle di moribondi gettino via impacchi e stampelle, per correre alla luce del sole, pazzi di gioia e gratitudine.
Il Grande Luminare entra nella stanza immerso in un alone di serenità spirituale. Non si può neanche dire che cammini. Piuttosto sembra scivolare sul pavimento quasi fosse incorporeo, ultraterreno, al di là della materia e delle misere sofferenze ad essa connesse.
Il silenzio diventa quasi palpabile quando, con voce perfetta e priva di qualsiasi inflessione dialettale, chiede all’infermiera se vi siano pazienti in attesa, quel pomeriggio.
E’ ovvio che è l’umiltà, panno regale di cui solo la vera scienza s’ammanta, ad impedirgli di notare la folla che riempie la sala d’aspetto. Folla che a quelle parole quasi trattiene il respiro, dio non voglia che l’infermiera, sbattendo le ciglia, dica no, oggi non c’è nessuno per lei, professore ed un errore nella prenotazione è sempre possibile.
Anche se, ognuno dei pazienti in attesa, è stato preceduto da una telefonata di qualche influente personaggio, politico o ecclesiastico che fosse, per caldeggiare, raccomandare, assicurarsi che il Grande Luminare s’occupasse personalmente del caso, senza demandarlo a qualcuno dei suoi volenterosi e per carità, pur bravi assistenti.
E dopo la telefonata, ognuno esce di casa con la certezza che il Grande Luminare aspetta te e solo te, anzi ti accoglierà personalmente sull’uscio e non è detto che stasera non t’inviti a cena nella sua villa, per poi centellinare un distillato di marca davanti all’immenso caminetto acceso.

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Invece, una volta giunti nella sala d’aspetto e constatato che ci sono molti altri come te, ognuno preceduto dal suo bravo onorevole o alto prelato, s’insinua il tarlo del dubbio e prende corpo il sospetto d’essere un comune mortale, cui il Grande Luminare farà il favore di controllare con sguardo distratto i risultati delle analisi e forse, di tastare qualche frattaglia dolente.
E proprio in quell’istante, in cui l’infermiera sta per rispondere, liberando un sospiro di sollievo dai molti petti in attesa, un tizio fa il suo ingresso nella sala d’attesa.
L’entrata è goffa, rumorosa, quasi non si tenesse in alcun conto la sacralità del luogo. Il tizio indossa abiti chiassosi, in cui predominano il giallo, l’arancio e il viola e reca con se un gregge di buste e pacchetti regalo, di colori ancor più vivaci del suo abbigliamento, ove fosse possibile.
Individuato il Grande Luminare, impietrito da tanto abuso cromatico, si rivolge subito a lui, ignorando l’infermiera.
Buonasera professore, mi chiamo Quid. Mi manda il signor XY.
E queste due consonanti, per altro vuote d’ogni significato, stanno a rappresentare un nome così grosso, un personaggio talmente influente, che la folla in attesa si fa sfuggire un collettivo respiro di sgomento, come a pensare che se il tizio appena entrato gode di siffatta raccomandazione e/o protezione, c’è poco da sperare che il Grande Luminare s’occupi dei loro miseri casi prima di qualche lustro.
Senza curarsi dello sgomento procurato intorno a se, Quid depone con gran trambusto sporte e pacchi sul pavimento e comincia a frugare nelle numerose tasche del suo vestito.
Qualche regalino per i compaesani, spiega indicando le buste. Ecco professore, questa lettera è per lei, casomai pensasse di trovarsi in presenza di un millantatore.
La lettera, sporca di marmellata, ditate di cioccolato e dio sa che altro, invoglierebbe certo il Grande Luminare ad una smorfia di disgusto, seguita molto probabilmente da un’indignata reazione verbale, ma basta l’aver semplicemente nominato XY, affinchè una mano diafana e curatissima si protenda verso l’orrida e sozza busta, senza nemmeno un sospiro di commento.
Solo la prontezza dell’infermiera, finalmente ridestatasi dallo shock, salva il Grande Luminare dal contatto con quell’immonda superficie cartacea. Strappa la lettera a Quid e in un batter d’occhio ne lacera l’involucro esterno, porgendo quindi al professore l’intonso contenuto.
La missiva, dal tono asciutto ed inequivocabile, contiene soltanto alcune semplici parole :

Chiarissimo Professore

Affido alle sue cure il latore della presente, persona a me molto cara e nei cui confronti, in gioventù, contrassi un enorme debito di riconoscenza.

Cordiali saluti
Vostro aff.mo
XY

Il tutto condito con il caratteristico svolazzo finale nella firma, svolazzo che peraltro il Grande Luminare conosce benissimo, perché, come s’è già detto, il firmatario della lettera è personaggio d’estrema influenza e pur essendo il Professore, scienziato di chiara fama e in gran spolvero di notorietà, non vi sono dubbi su chi dei due possa, con una semplice occhiata di biasimo, stroncare la carriera dell’altro.
Quindi, presa mentalmente nota di quelle parole, il Grande Luminare si rivolge all’infermiera, dicendola di pregare i pazienti in attesa, ove ve ne fossero, d’aver pazienza appunto, ch’egli visiterà tutti, nessuno escluso, lavorando fino all’alba, se necessario, ma un caso più urgente dimanda adesso la sua attenzione.
E dopo quelle parole, mentre il Grande Luminare introduce Quid nel suo studio con ogni riguardo, molti dei presenti si danno di gomito e si scambiano occhiate colme di sottintesi, che si sa cosa è urgente e cosa non lo è dalle nostre parti e spesso un banale raffreddore, con il giusto padrino, diventa ben più grave d’un male incurabile, se quest’ultimo è sprovvisto di adeguata segnalazione.
Nel frattempo, il Grande Luminare sprofonda nella sua enorme poltrona in elegante cuoio marrone, dono di esclusivo mobilificio lenito da occasionali aritmie ed invita Quid a fare altrettanto, in una della due austere sedie in palissandro, collocate davanti all’immensa scrivania.
Tutt’intorno è un profluvio di nere librerie, colme, zeppe, sovraccariche di libri, avvolti in pregiate rilegature, che narrano ed elencano ogni possibile affezione corporea, dalla a di abasia alla u di unghia incarnita, che se esistono malattie con la zeta, son talmente poche e risibili, che già ci si fa disturbo di curarle, figuriamoci d’elencarle in questa sede.
Allora, mi esponga il caso, sembrano dire gli occhi del Grande Luminare, mentre Quid estrae innumerevoli fasci di carte, dall’unica busta che ha recato con sé fin dentro lo studio, avendo abbandonato le altre sul pavimento della sala d’aspetto, a maggior gloria dell’invidia altrui e con gran scorno dell’infermiera, la quale si sarà premurata, nel frattempo, di rimuovere tutte quelle paccottiglie, affinchè non si scambi lo studio del Grande Luminare per un mercato rionale o per un bazar mediorientale.

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Ecco, professore, questi sono tutti i referti degli esami cui mi sono sottoposto negli ultimi sei mesi, dice Quid porgendo al Grande Luminare una spessa pila di carte, interrotta qua e là dalle ben note buste giallastre, contenenti esami radiografici.
Il Grande Luminare, alla vista di siffatta mole da esaminare, tentenna per un attimo. Certamente non è abituato ad una simile situazione, essendo lui, il più delle volte, a rivolgere al paziente poche, semplici, asciutte domande, a tastare le parti incriminate, auscultare le profondità viscerali e prescrivere poi il giusto rimedio, infallibile nei limiti delle umane cose o ulteriore approfondimento diagnostico.
Questo tizio invece, giunge al suo cospetto avendo già presumibilmente indagato ogni locus corporeo, sondato ogni anfratto cavitario, sviscerato ogni parenchima e fotografato ogni osso, per quanto piccolo, sesamoide o soprannumerario.
Con una sola, distratta occhiata all’immenso cumulo di carte, il Grande Luminare può stabilire che non un solo parametro biochimico sia stato trascurato nelle analisi e se la scienza rendesse possibile esaminare un metabolismo in ogni sua molecola, ebbene per quel tizio era stato fatto.
Come risolvere quella situazione senza rischiare di cadere nell’errore più grossolano, nella sottovalutazione più irresponsabile?
Il caso in sé appare indubbiamente complicato, per il semplice fatto d’aver richiesto, evidentemente, così tante analisi ed ulteriore fonte di complicazione consiste nella lettera d’accompagnamento, in quanto appare evidente che XY lo ha inviato da lui quale ultima ratio, definitivo responso, ineludibile vaticinio e certamente non per ricevere diagnosi banali ed ancor più banali medicamenti.
Finalmente, dopo un silenzio di alcuni minuti, in cui finge di esaminare centinaia di referti, ognuno dei quali richiederebbe la sua dose di attenzione, il Grande Luminare si rivolge a Quid.
Ahimè, mio caro signore, il vostro mi sembra un caso troppo complesso, per liquidarlo con una visita frettolosa e un rapido scorrer di carte. Tanto più che mi siete stato segnalato da persona amica, di cui tengo in sì gran conto la stima.
A quelle parole Quid piega le labbra in un mellifluo sorriso di circostanza.
Consigliatemi per il meglio, professore, ve ne prego. Ho completa fiducia in voi.
Il Grande Luminare si gingilla con l’enorme mole di referti per qualche altro, lunghissimo secondo, poi rompe il silenzio con un sospiro.
Lasciatemi queste analisi per qualche giorno, ve ne prego. Tornate lunedì, anzi mercoledì. Si, mercoledì prossimo. Alle dieci. No, alle dieci e trenta. Sono sicuro che, dopo aver analizzato tutto con attenzione, avrò un quadro molto più chiaro.
Quid si dichiara d’accordo con il Grande Luminare che la fretta, in casi come questi, è la peggiore consigliera possibile e conviene di tornare il mercoledì successivo, vale a dire tra cinque giorni e si affretta poi a togliere il disturbo, non prima di aver chiesto quanto è dovuto all’illustrissimo professore per il suo, ricevendo in risposta solo una scrollata di spalle ed un gesto inequivocabile, come a dire che di fronte alla salute non c’è denaro che importi e poi c’è sempre la lettera di XY, che rappresenta un pagamento in sé.
Uscito Quid, il Grande Luminare, si tuffa a capofitto nelle visite seguenti, tutti ascoltando, tutto auscultando, ma rivolgendo più volte un affannoso sospiro a quello ch’egli stesso definisce ormai, parlando tra sé, “ l’iter diagnostico di Quid”.
Ed il paziente di turno, non può fare anch’egli a meno di notare quell’enorme pila di carte, che fa bella mostra di sé in un angolo dell’enorme e spoglia scrivania, in compagnia soltanto di un candido ricettario e di un servizio da scrittoio in oro massiccio, dono di celebre oreficeria in cambio di alcuni calcoli renali.
Sul primo foglio della pila spicca a chiare lettere il nome Quid, quasi a rimproverare i toccatori di gomito ed i lanciatori di occhiatine che hanno, in precedenza, messo in dubbio la gravità della questione.
E bisogna dire che più di un paziente, pur ricevendo sgradita o ineluttabile diagnosi, esce dallo studio in qualche maniera risollevato, pensando ai guai ed agli infiniti tormenti che deve senza alcun dubbio provare quel poveraccio di Quid.
Perché, se a me promettono due o tre anni di vita basandosi su mezza siringa di sangue e qualche lastra fatta di sguincio, il povero disgraziato ne avrà al massimo per qualche giorno, alla luce della gran quantità di esami richiesti dal suo morbo.
Insomma, quando anche l’ultimo dei malati esce dallo studio, vergognandosi un po’ per la banalità dei propri acciacchi, rispetto a quelli dell’ormai misterioso “ caso Quid”, il Grande Luminare può spedire a casa l’infermiera ed accingersi, finalmente, ad esaminare il voluminoso incartamento.
Il tempo passa, mentre esamina scrupolosamente ogni dato, ogni valore, ogni immagine radiografica, scrutando queste ultime centimetro per centimetro, con tanto di lente d’ingrandimento. Per giorni e giorni dimentica di mangiare e dormire, intento com’è a vagliare ogni referto, soppesandone il responso aggettivo per aggettivo, che una modica stenosi ne può far di danni, si son viste brillanti reputazioni distrutte da un fisiologico restringimento e perfino la più innocua area di ipodensità o il lieve incremento della trama interstiziale posson celare guasti irreparabili.

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Controlla ogni risultato, come s’è già detto e bisogna aggiungere che i referti recano la firma dei più prestigiosi esponenti della classe medica. Ognuno per il proprio campo, beninteso, che se per lastre e diagnostica per immagini si è scomodato il principe dei radiologi, è l’astro nascente dell’otorinolaringoiatria ad aver vagliato, di persona, il grado di iperemia delle tonsille di Quid ed è il profeta della moderna cardiologia ad aver setacciato ogni complesso ed ogni curva dell’elettrocardiogramma, nonché ad aver provveduto a giusto ed opportuno approfondimento diagnostico con ecocardiogramma, il cui referto, chiaro ed inequivocabile, era ivi allegato.
Nel profluvio di referti mancano solo quello del re dei ginecologi e del dio dei senologi, ciò per ovvi motivi e per un breve attimo il Grande Luminare considera l’opportunità di consultare anche questi due personaggi, poi la scarta temendo il ridicolo e si consola esaminando i referti redatti del duca dei neurologi, del marchese degli urologi e del barone dei gastroenterologi, seguiti, last but not least, da quello del monarca degli oculisti, non meno chiaro e definitivo nel suo responso.
Dopo aver annullato tutti gli appuntamenti e licenziato la solerte infermiera, a causa delle sue continue raccomandazioni di riposarsi e mangiare qualcosa, il Grande Luminare prosegue nella sua opera di analisi, vaglio e setaccio d’ogni possibile sviscerabile sintomo e d’ogni dolente, sintomatologico viscere.
Durante una breve pausa, quando gli occhi appesantiti dalla stanchezza, vagano sulle pareti in cerca d’una soluzione, posa lo sguardo sull’agenda elettronica posta alla sua destra, omaggio di capitano d’industria scampato a insidiosa pleurite e freme di sgomento.
Com’è possibile, già mercoledì mattina?
Il Grande Luminare poggia le vertebre dolenti sullo schienale della poltrona e chiude gli occhi per qualche istante.
Quando li riapre, di fronte a lui, c’è Quid in persona, infagottato in un improbabile vestito rosso, con camicia blu elettrico e cravatta a pallini gialli e verdi, seduto su una delle sedie in palissandro, gentile pensiero, abbiamo omesso di dirlo, di ispirato e valente scultore, per lungo tempo oberato da prostata ipertrofica.
E’ mercoledì e sono le dieci e trenta in punto, professore, dice Quid, mi perdoni se sono entrato così, ma la porta era aperta.
L’infermiera, licenziata e sgomenta, evidentemente aveva piantato baracca e burattini, senza curarsi di chiudere lo studio.
Cosa vuole, Quid? chiede il Grande Luminare con voce sopraffatta dalla stanchezza.
Come cosa voglio? Il mio caso, la mia diagnosi. La sua opinione in proposito.
A quelle parole il Grande Luminare spazza via dalla scrivania ogni oggetto, ogni foglio di carta, con fare rabbioso.
Lei è sano come un pesce, maledizione!
Grazie, lo sapevo già, risponde Quid con un largo sorriso.
Come sarebbe a dire già lo sapeva? Che sintomi accusa?
Nessuno.
Dove le fa male, porca miseria?
Da nessuna parte.
Insomma, lei ha scomodato gl’internisti più illustri, i clinici più accreditati, i radiologi più scrupolosi, senza soffrire di niente?
Esattamente, professore.
E non contento di questo, mi ha fatto sprecare cinque giorni del mio prezioso tempo, cinque giorni della mia vita, inducendomi a licenziare una preziosa collaboratrice, senza nessun motivo?
Adesso il Grande Luminare è in piedi, dietro la scrivania, i suoi occhi sono iniettati di sangue e la voce è stridula, parecchi decibel al di sopra del necessario.
Perché ha fatto tutto questo, maledizione, perché? Se lei è sano, perché?
Lei non capisce. I giornali, la televisione, tutti fanno a gara nell’istillarci nuove paure. Ogni giorno spuntano fuori nuovi virus, neoplasie maligne, morbi senza via di scampo. Ed il fior fiore dei suoi colleghi si sgola nel segnalare i rischi insiti nei cibi, nelle bevande, nel fumo, nell’inquinamento, nel sesso. Dite che la medicina ha fatto passi da gigante, ciò è indubbio. Una volta si moriva e basta, adesso si muore con precisione, sapendo causa e momento, spesso con un agevole preavviso di alcuni anni. Lei trova assurdo e paradossale che un pover’uomo sfrutti tutte le sue conoscenze e spenda un sacco di soldi, per sentirsi ripetere che è perfettamente sano, mentre considera ragionevole che gli stessi soldi e le stesse conoscenze vengano utilizzate per diagnosticare l’esatta posizione di un male incurabile o il momento preciso in cui un cuore smetterà di battere. Perché ho fatto tutto questo pur sapendo di essere sano? Mi consideri un pazzo, se vuole, ma alla sua domanda c’è una sola possibile risposta. Perché è bello sentirselo dire. E adesso, se mi vuole scusare, vado a godermi questa splendida giornata di sole.