da far venire i brividi...
di Silvia Armanini
Sotto l’albero del Gelso.
Esco dal portone con la cartella a tracolla, attraversando a passi lenti il cortile, diretta verso la palazzina dal lato opposto. Un passo, uno sbadiglio, un altro passo, un altro sbadiglio… tiro su col naso, maledicendo il solito raffreddore invernale e mi stringo nel bomber, guardandomi le scarpe. Ecco, penso, l’ho fatto di nuovo: ho messo gli scarponcini con il bomber. Quante volte dovrò sentire mia madre gridarmi dietro, prima di capire che le scarpe eleganti vanno con vestiti eleganti e i giubbotti sportivi si usano solo con le scarpe da ginnastica? Forse tante volte quante dovrò ricordarle che io, alla mattina, riesco benissimo a scambiare i doposci con le scarpe da basket e gli scarponcini con le scarpe «da gonna». Ma sono cose a cui, se si sta nella mia famiglia, ci si deve abituare.
Una folata di aria gelida mi sale lungo la schiena e mi risveglia dal torpore dei miei pensieri. È una tipica mattina lombarda, dalle mie parti non è strano vedere la nebbia mattutina, anche se vedere è un termine improprio da usare, particolarmente oggi. Non che sia più fitta di altri giorni, anzi, ma c’è qualche cosa di strano, nell’aria, qualcosa che non riesco a non identificare. Qualcosa che è da tanto, troppo tempo, che non avvertivo più.
Citofono al mio amico, quello della palazzina di fronte alla mia, che mi avvisa di essere pronto e che arriverà fra due minuti. Appoggio la cartella per terra, la mia spalla me lo supplica, e mi preparo alla lunga attesa: so bene quanto durino i suoi due minuti, sicuramente è ancora in mutande. Ieri sera avrà certamente fatto tardi, intento come al solito a provare e riprovare la sua canzone, per tentare di entrare nella scuola di canto. Non sono sicura che il suo sogno si avvererà, ma ci spero lo stesso: in fondo, anche se è insopportabile il suo modo da non-mi-merito-meno-di-otto e i suoi ripetuti commenti sugli insegnanti incompetenti, gli voglio bene. In fondo gli voglio bene, l’ho detto sul serio? Allora direi di aggiungerci molto prima di «in fondo». Volgo lo sguardo oltre la recinzione del cortile, osservando le cartelle che gli studenti assonnati trascinano per strada: che ci facciamo Noi, in mezzo a tutta questa gente? Noi che siamo soliti rintanarci nel nostro antro buio leccandoci inesistenti ferite sanguinanti e maledicendo persone mai nate. Noi, il vecchio gruppo dell’albero del Gelso, lo storto e strabico padrone al centro del cortile, dove siamo finiti? Dispersi negli anni, portando solo il ricordo di quello che, con tanta felicità, eravamo un tempo. In questo cortile siamo rimasti solo in tre, noi superstiti: io, il mio amico che ora, vestito, sarà passato alla fase gel – e questo occupa altri due suoi minuti – e il mio protettore, quello della portineria B. Quello che, anche se non l’ho mai ammesso, era il mio migliore amico. L’Attore, il Cantante, e la Lettrice. Così ci chiamavamo, in quei gloriosi giorni. Ma l’età avanza, me ne accorgo ogni attimo di più: un tempo non mi sarei permessa certi ricordi, né tanto meno la debolezza di ammettere un ti voglio bene o un migliore amico. Un tempo sarei stata ferma per ore a ricevere gli insulti del solito gruppo di ragazzi, con la testa bassa ed evitando di parlare, per non far vedere che sotto la spessa coltre di capelli arruffati spuntava un sorriso che già pregustava ciò che sarebbe successo dopo il mio ritorno a casa. Per certi versi le loro offese erano divertenti: buffo come dei ragazzotti grandi e grossi assalissero con tanta foga uno scricciolo di un solo metro e venti, spaventati da una semplice occhiata. È sempre stato un nostro vizio, una brutta cosa, quello di guardare dall’alto in basso la gente, ma che ci potevamo fare? Eravamo giovani, felici, stolti e convinti che il mondo ci appartenesse, sentendoci superiori agli altri. Non era la prima volta che succedeva, non sarebbe stata di certo l’ultima. A volte la situazione si risolveva prima della riunione pomeridiana sotto il Gelso, perché arrivava lui, l’Attore. Dai racconti che poi riportavo alle altre ragazze del gruppo il suo intervento veniva immaginato come il salvataggio del principe azzurro che, sul suo cavallo bianco, cinge la vita della bella principessa in pericolo e la porta al castello, sconfiggendo i cattivi ma la realtà era ben diversa: non ho mai capito se ero io a incentivare quelle immagini, o solo il fatto che tutte loro, piccole e in balia delle fantasie adolescenziali, fossero innamorate di lui, ma fatto sta che il suo, più che un intervento principesco, era un uragano vero e proprio. Più simile al famigerato cavaliere nero sul suo sbuffante cavallo scuro dalle narici dilatate. Dopo che era passato lui, sia sul campo emotivo che su quello reale, i poveri sventurati si ritrovavano a terra, demoralizzati e con parecchie macchie bluastre. E io, nella mia sporca innocenza di ragazzina stupida, ridevo sguaiatamente di quelli che fino ad un attimo prima ridicolizzavo senza darlo a vedere. Lui non era il principe azzurro, sotto nessun aspetto. Lui era il mio protettore, la mia fedele guardia del corpo. Il mio più caro amico. Ecco, ci sono cascata di nuovo.
«Treccina Bionda!» mi volto al buffo richiamo e vedo la mia amica venire verso di me. «Buongiorno, Cappuccetto Rosso…». Ridacchia quando sente il nomignolo che le ho affibbiato e per cui lei, in risposta, mi ha battezzato Treccina Bionda. Ma se sapesse perché lei è Cappuccetto Rosso, penso non riderebbe poi così tanto. Quando l’ho conosciuta mi sentivo sporca: il gruppo del Gelso si era appena diviso, ognuno per la sua strada, perché noi più grandi entravamo per la prima volta alle superiori, ma in me erano ancora profonde le abitudini, le idee di superiorità del mio passato. Le nostre Azioni. Ero sempre in silenzio, in quella classe chiassosa piena di idioti, credo di averli definiti così il primo giorno, seduta vicino alla finestra al primo banco. Era lei che mi stava affianco, sperduta come un uccellino appena uscito dall’uovo e caduto dall’albero, che pigolava per richiamare la madre, ma a bassa voce per non farsi udire dai predatori. Non sarei stata io a rimetterla nel nido, pensavo, e non mi sbagliavo: fu lei a insegnarmi a volare. Non fu difficile, la parola silenzio non è contemplata nel suo vocabolario, e così, volente o nolente, dovetti iniziare a parlare con lei. Fu un’esperienza interessante: una ragazzina tanto chiassosa, ma dai modi tanto gentili e follemente innamorata dell’amore che veniva a contatto con me, una ragazzina ciarliera solo per nascondere le proprie emozioni, scorbutica e non curante delle buone maniere, chiusa nella convinzione della sua superiorità. Fu allora che compresi la sua fragilità, anche se era stata così forte e in gamba da riuscire a far rompere la ragnatela del passato non solo a me, ma anche al Cantante, ed iniziai a chiamarla Cappuccetto Rosso e a difenderla dai pericoli della vita scolastica. Anche se, come spesso penso quando la vedo agire, è una Cappuccetto che ha trovato il modo di convincere il Lupo Cattivo ad aiutarla a raccogliere i fiori: picchiandolo con il cestino del pranzo.
Finalmente il portone dietro di noi si apre ed il Cantante ci degna della sua presenza. È sempre stato legato alla sua immagine esteriore, in questo neanche Cappuccetto è riuscita a cambiarlo, ma ora, almeno, ci risparmia le sue paturnie e non si specchia in pubblico. Riafferro la cartella mentre la ma amica comincia a parlare del compito in classe che dobbiamo affrontare alla prima ora e, con quel fiume di parole che si riversa nelle mie orecchie e nella mia testa, non c’è più posto per altri ricordi. Poi, improvvisamente, si interrompe: «Certo che oggi c’è proprio una bella nebbia. Non si vedono neanche i fanali posteriori delle auto…» Sento ancora quello strano brivido risalirmi la schiena e mi volto di scatto verso il cortile dall’altro lato della strada. È solo l’albero di Gelso che riesce a sollevarsi oltre la coltre di nebbia, cattivo nel ricordarmi che lui è sempre lì. Quasi senza pensarci mi volto verso il Cantante: anche lui guarda l’albero, con uno sguardo strano, poi si volta verso di me e muove le labbra come a volermi dire silenziosamente qualcosa. Non c’è bisogno che lo faccia, ho già capito: anche lui ha sentito quello che ho sentito io, anche lui si è ormai rassegnato. Non riusciremo mai a liberarci del nostro passato, è sempre lì che preme sul collo e che, dispettoso, slaccia le fibbie della mia cartella per far riaffiorare ricordi per troppo tempo felicemente dimenticati. Lo sapevamo, tutti noi del gruppo dell’albero del Gelso, che ciò che eravamo era annidato ancora nel nostro petto ed aspettava solo il momento giusto per riaffiorare. Ed ora so per certo che aspettava questa giornata di nebbia, simile a quelle in cui si rifugiavano le nostre Azioni, per far venire fuori la parte più schifosa del nostro spirito.
Senza che me ne accorga una lacrima viene scaraventata sul marciapiede, rifiutata dai miei occhi: questa notte il gruppo del Gelso si riunirà. Per l’ultima volta.
Fantasmi nella nebbia
La nebbia non accenna a calare e le macchine sfrecciano invisibili, solo il loro rumore a testimoniarne la presenza; mi incammino a testa bassa arrancando lungo il marciapiede e trascinando la mia cartella piena di dubbi ed incertezze. Dov’è finito il sole che i telegiornali annunciano da ieri mattina? Ma ora ho ben altri problemi: Cappuccetto Rosso è andata in biblioteca con il Cantante per aiutarlo nello studio, ed io sono sola a fare i conti con me stessa. Anche se ormai è del tutto inutile maledire questo tempo opprimente non riesco a non sbuffare; ma non è il mio sbuffo, l’unico rumore che avverto. Mi fermo: qualcuno ha calpestato un ramo secco.
Se fosse una giornata normale non mi preoccuperei, sicuramente penserei ad un cane che gioca nell’erba, ma ho scoperto tanto tempo fa quanto la nebbia renda tutto pericoloso e questo rumore non mi rassicura per niente; o forse è la goccia di sudore freddo che mi scorre sulla spina dorsale, a farmi avvertire un pericolo. Comunque non c’è molto da pensare: qualcuno mi sta seguendo. Calma, ragiona, chi è che ti deve seguire? Inspiro, espiro, un sospiro e un passo. Un altro ramo rotto… coincidenza… inspiro, espiro, un sospiro e un passo. Rumore d’erba calpestata… panico… non è uno scherzo divertente. Altri passi, sempre più vicini, ed è proprio adesso che inizio a correre, prima che il cervello possa prendere una decisione sensata, e anche il misterioso rumore inizia a farsi più forte, più veloce, più vicino. Ritmico, martellante, mi penetra nelle orecchie e vieta ai miei piccoli e solitari neuroni di riunirsi per trovare una soluzione decente a questa irreale situazione. A fermarmi è un corpo, nero nella nebbia troppo fitta ed invisibile ai miei occhi voltati oltre le mie spalle alla ricerca dell’inseguitore: cado a terra trascinandomi dietro la scura figura, con un sommesso urlo sorpreso. È la mia testa quella che pulsa, dolorante, perché ha cozzato contro l’asfalto del marciapiede; chissà, forse, con la botta i neuroni ancora addormentati nella mia testa riusciranno a svegliarsi… Un’affermazione sovrasta il rumore distante delle macchine ed il ronzare dei lampioni accesi troppo presto: «Tu?!»
Una scossa elettrica: questo tono di voce io… io lo conosco. Sollevo gli occhi ancora lacrimanti dal panico, pronta per ritrovarmi davanti un vecchio amico: l’Attore. «Io… Da». «Ma guarda cosa porta oggi la nebbia…» È forse un tono sarcastico, il suo? «Che regalo inaspettato» continua, «la nebbia non si smentisce mai…» Ho sempre odiato il suo vizio di lasciare le frasi a metà, come un cruciverba da completare: io non ho mai sopportato i cruciverba. «Da». Tipico, lui parla e io dico sempre la stessa parola, quante conversazioni abbiamo mandato avanti così, quando eravamo sotto il Gelso? «Non sei cambiata affatto, vedo… che cosa ci fai da queste parti? Stai tornando a casa?» «Da». «Da… tedesco, immagino… e immagino che non stavi correndo per la fretta, nevvero?» «…Da». Scoppia a ridere, di una risata che, per quanto ci provi, non riesco a ricordare come sua. «Dovresti guardare dove vai anche se, ammettiamolo… la nebbia fa paura. Ti ricorda niente?» Vorrei essere in un altro posto, in classe davanti al cinque dell’ultimo tema, seduta alla cattedra per l’interrogazione di diritto o addirittura alla lavagna a scrivere i verbi francesi, ma non qui, davanti a questo sconosciuto che un tempo era mio amico, ma che ora non riesco a riconoscere. «Da» riesco a sussurrare a malapena. Ride di nuovo, in quel modo freddo che mi sembra tanto irreale, mentre la nebbia cala anche nei suoi occhi. «Sei cambiata, Lettrice…» Se un tuono solcasse il cielo in questo momento non me ne sorprenderei, tutto è così grottesco e finto che sembra irreale… questa nebbia, il suo sorriso freddo… quel soprannome… per quanto lo ricordi ancora è da tanto tempo che nessuno mi chiama più così. L’ultimo a pronunciarlo era stato proprio lui: il suo «Allora arrivederci, piccola lettrice…» rimase scolpito a caratteri cubitali nello spazio vuoto che è la mia mente. Anche tu, vorrei dire, ma nel suo sguardo c’è qualche cosa che mi ferma: i suoi occhi sono ancora quelli della belva. «Da». «Sei noiosa, sai? Ci rincontriamo dopo tanto tempo e dici solo da… potresti cercare di cambiare almeno parola…» «Da…» Stupida! È questo che voglio? Fare la figura dell’idiota. «Russo…» sussurro. «Cosa?!» mi guarda con l’interesse che si riserva ai vermi di terra. «È russo, non tedesco…» Perfetto: sono una perfetta idiota. È dichiarato, la Lettrice è scomparsa e al suo posto c’è la stupida Treccina Bionda. Mi sorprendo di me stessa: non è quello che ho voluto fino ad oggi? Mi osserva con un sorriso strano, come a pregustarsi qualche cosa… ha lo stesso sguardo di una leonessa che assapora l’antilope saltellante e ingenua davanti ai suoi occhi. «Che ne dici se, per festeggiare questo incontro, noi giocassimo?» Ecco: la leonessa esce dal nascondiglio e, a fauci spalancate, inizia ad avanzare verso l’antilope troppo spaventata per correre. È quel giocassimo che mi riporta sgradevoli ricordi nella mente…
…Quel giorno l’Attore era ammalato, chiuso in casa con una lieve febbre, ed ero sola, sulla strada del ritorno, dopo una pallosa giornata di scuola. Il Cantante era uscito prima per andare a fare chissà quale visita ed io mi ritrovavo con me stessa e la mia cartella, come al solito insomma, a camminare sul marciapiede rovinato e scivoloso. Immersa nei miei pensieri non mi accorsi della ragazza che stava davanti a me e le andai addosso, facendola cadere. Riuscii a rimanere in equilibrio su un piede, ma quella si ritrovò a terra. Poco male: che me ne importava di lei? L’importante era che a cadere non ero stata io. «Hey scema, perché non stai attenta a dove vai?» Adoravo quel modo di parlare, credo fu per quello che mi lasciai cadere su di lei. «Ahia! Ma sei impazzita?!» L’enfasi calcata in frasi così semplici, i toni alti e caotici delle parole… «Non l’ho fatto apposta». Ricordo che, nel dirlo, la guardavo come guardavo il cagnolino della vicina quando scodinzolava in cerca di coccole e a cui puntualmente facevo un sorriso prima di scendere le scale, abbandonandolo con la coda ancora in movimento. «Spostati!» disse spintonandomi ed alzandosi, in tutto il suo metro e sessanta. Un gigante in confronto a me, ancora per terra e alta come le carote nei campi. Credo le risi in faccia, sì, dovetti ridere, perché lei si alterò parecchio, «Senti, pirla, chiudi quella bocca!» Ora, contaminare l’aria che io dovevo respirare con i suoi germi ed il suo linguaggio sboccato mi stava alterando. Ero giovane, ero stupida e quella sera era prevista nebbia. Questo bastò a convincermi.
«Lo sai che questa sera è prevista nebbia?» Potevo leggere sul suo sguardo lo stupore per quest’ultima affermazione. «Dicono che sarà anche piuttosto fitta. Io, se fossi in te, non me ne starei in giro fino a tardi…» Il suo viso piegato in una smorfia mi ricordava il volto di altre persone… a quante avevo detto quella stessa frase prima di lei? Ed il risultato era sempre lo stesso: una riunione sotto il Gelso. «Ma vai al diavolo, idiota…» sbuffò prima di allontanarsi, non notando il mio sorriso soddisfatto. Quella sera era previsto un nuovo gioco ed una nuova vittima: una nuova Azione. Lo raccontai ai ragazzi.
Eravamo come al solito seduti ai piedi del vecchio Gelso, chi sulle radici, chi sul terreno. Noi grandi eravamo gli unici a poterci sedere sui rami storti del vecchio albero, che squarciavano il centro del tronco per protendersi verso l’alto formando una specie di pianerottolo fatto di rami e foglie. Era lì che, intenti nelle nostre abitudini, decidevamo il da farsi. Chi ci vedeva lì immaginava solo un gruppo di amici molto affiatati che stavano decidendo, litigando bonariamente, a quale gioco giocare: un’idea non molto lontana dalla verità. I rami sottili, che si diramavano dai quattro centrali su cui noi tre grandi eravamo accovacciati, si alzavano verso il cielo per poi ricadere verso terra formando una cappa di foglie verdi e rametti che arrivava quasi al terreno, proteggendoci da sguardi indiscreti. Il brusio, come sempre, regnava sovrano. Non ricordo il numero preciso di noi ragazzi, né i nomi di tutti. «Allora…» iniziò l’Attore facendo smettere subito i brusii, neanche la febbre poteva allontanarlo dall’albero del Gelso, «chi ha voglia di giocare stasera?» Potevo distinguere gli sguardi eccitati di molti di loro mentre tutte le mani venivano alzate con urla di gioia. «C’è una ragazza…un metro e sessanta di altezza per due centimetri cubi d’aria nel cervello» intervenne il Cantante, che già allora adorava riempire le sue frasi di numeri complicati. «Chi è con noi?» Di nuovo tutte le mani si sollevarono. «Bene, qui alle sei, quando la nebbia sarà fitta inizieremo l’Azione di oggi» terminò l’Attore liquidando tutti. Rimanemmo solo noi tre e un altro paio di ragazzi, che subito si misero ad aiutare il Cantante a preparare il nuovo Gioco. Era quello il nostro compito: aiutati dalla nebbia, far divertire gli altri ragazzini. Ed ogni volta ci riuscivamo a meraviglia. Rimanemmo io e l’Attore sull’albero e lui iniziò a parlare. «Che ne dici, hai voglia di giocare con quella scema?» «Mmmm…» «Mmmm? Mi piace il modo in cui esprimi la felicità, mi rendi orgoglioso di quello che faccio…» «Scusa, ero soprappensiero». «Pensare fa male, quante volte te lo devo ripetere?» «Mmmm…» «Ancora?!» «Uffa, ma tu parli sempre?» sbottai. Mise il broncio e io non potei fare a meno che scusarmi, guai a non dargliela vinta, era capace di far scoppiare una guerra per ottenere quello che voleva. Quando il Cantante si avvicinò a noi i suoi occhi brillavano: il gioco di oggi gli piaceva e questo era un buon segno. Per noi, almeno.
«Come al solito meditabonda…te l’ho già detto una volta, pensare fa male». Questo mi riporta sulla strada di casa e mi sorprendo a sorridere, senza accorgermene, nel vecchio modo, cosa di cui lui si rallegra. «Allora c’è ancora un po’ della vecchia Lettrice, dentro questo corpo estraneo…»
Devo dirglielo, devo chiedergli se anche lui ha sentito il richiamo della nebbia; ma prima che possa parlare mi precede. «Riesci ancora a sentire quello che dice la nebbia?» Un sorriso amaro increspa il mio volto, «Certe parole non si dimenticano». Abbassa lo sguardo evitando di guardare i miei occhi. «Sai, a volte mi chiedo come saremmo adesso, se quel giorno fosse stato diverso». Non c’è bisogno che mi spieghi quale giorno, né quale Azione. Lo so benissimo, perché anche io spesso penso le stesse cose. «Ma il passato non si può cambiare, noi non possiamo cambiare, per quanto ci proviamo, e quindi…» Vorrei che si attenesse al suo modo di fare, non finendo la frase, ma come al solito mi sorprendo: la finisco io per lui: «Quindi è inutile stare tanto a pensarci». Annuisce, poi torna a guardarmi negli occhi e vi scorgo il vecchio fuoco. «Quello che, quella notte, non è stato sepolto sotto le radici del vecchio Gelso oggi gli va restituito» dice con aria solenne. Se fosse un’altra persona, un’altra situazione, penso che riderei della sua aria buffa, ma ora so che non posso: non c’è niente di buffo in quelle parole. «Da» mi limito a sospirare. «Che fai, ricominci?» Sorrido: «Stasera, al solito posto?» «Stasera, alle undici, sotto le fronde del vecchio magnate» risponde, ma prima che possa aprire bocca di nuovo lo precedo: «Lo avverto io, il Cantante». Senza più parlare annuisce, mi fa un cenno di saluto con la mano e si volta, allontanandosi. Non ci mette molto a scomparire, inghiottito dalla nebbia scura: vedo il suo contorno nero farsi sempre più offuscato, finché non rimango di nuovo sola con le mie paure.
Funerale nella nebbia
La nebbia fitta e grigia era resa nera dalla notte precoce e il vento giocava con i nostri cappotti scuri, facendoci stringere di più nei maglioni per il freddo. Un cane in lontananza ululava alla luna, convinto di scorgervi chissà quale presagio di sventura, e lo sfrecciare delle macchine sulle strade del centro arrivava a percuoterci i timpani. Stavamo immobili, quasi invisibili nella nebbia, con gli occhi lacrimanti per il freddo e le mani tremanti, aspettando la nostra vittima. Sedevamo sui bordi della passerella, il piccolo ponte nel centro della città sotto il quale sarebbe passato il treno delle sette, e l’unico rumore oltre al dialogare di un gatto solitario, erano i nostri respiri. Poi, improvvisamente, dei passi: una figura imbacuccata in un giubbotto celeste avanzava alla cieca nella nebbia, camminando lentamente per evitare di inciampare in qualche ostacolo. Il Cantante, che stava a pochi respiri da me, mi guardò e io feci un cenno affermativo con la testa: eccola. Un fischio leggero, lei neanche se ne accorse, e tutti erano già in posizione, pronti a giocare. «The game can start» si udì nella nebbia in un inglese stuprato. La ragazza si voltò cercando dietro di sé la provenienza della voce, ma non scorgendo niente. Ricominciò a camminare, quando uno strano tumulto di foglie spezzate e di respiri affannosi si diffuse nell’aria. Fece appena in tempo a scorgere una sagoma indefinita correrle incontro prima di ritrovarsi stesa sul duro selciato, con un discreto peso addosso. Fu da lì che iniziò l’incubo.
Il campanile della lontana chiesa suona undici rintocchi. Mamma sta giocando a carte con i miei zii, durante l’ennesima riunione famigliare, e urlano così tanto che credo nessuno si accorgerà della mia momentanea assenza. Ripensando ancora al ricordo che il campanile ha bruscamente interrotto infilo giaccone e sciarpa, avviandomi verso il portone d’entrata. L’aria gelida mi avvolge subito; c’è lo stesso freddo di quella sera, mi sembra di sentirlo ancora sulla pelle, e la nebbia è altrettanto fredda e scura; il debole riflesso della luna e delle stelle non riesce a rischiarare questa cupa notte invernale e così sono costretta a chiudere per bene la cerniera della giacca. So benissimo che non è il freddo l’unica cosa che mi fa tremare: paura ed eccitazione si divertono a giocare con la mia mente e con i miei acciaccati ricordi, mescolandoli tra loro. Sento dei bisbigli in lontananza, proprio dove c’è il Gelso, la cui chioma è l’unica cosa che, seppur indistintamente, si scorge nella nebbia. La seconda tornata di rintocchi mi spinge ad avviarmi: è giunta l’ora. Ciò che non è stato sepolto sotto il Gelso al Gelso deve ritornare, la frase che l’Attore mi ha detto questo pomeriggio riesce a mantenersi nitida nella confusione della mia mente e persiste nel riaffacciarsi sul mio volto, in un sorriso amaro. Affretto il passo: c’è un funerale rimasto in stasi per ben quattro anni da terminare. Le fronde del Gelso non sono più rigogliose come tanto tempo fa: solo poche foglie sono verdi, sopravvissute al passare degli anni e a questo inverno rigido. Il tronco è ancora diramato, il pianerottolo di rami intrecciati c’è ancora, ed è lì che infatti è accucciato il Cantante. «Come al solito in ritardo, Lettrice…» Sbuffo, come facevo in quei giorni allo stesso richiamo. «E tu sei come al solito troppo ciarliero, Cantante». «Questo è sempre stato un nostro difetto, se non sbaglio…» si intromette l’Attore, appoggiato contro il tronco proprio sotto il Cantante. «Grazie del caloroso benvenuto». «Non mi pare che la tua sia una visita di piacere, Lettrice» sibila in risposta. «E quale di noi tre è qui per una visita di cortesia?!» sbotto, sedendomi su una radice consumata. Il silenzio cala sotto le vecchie fronde. «Dite che sarà ancora in questa città?» sussurra ad un certo punto il Cantante. Il chi è scontato. «Che importanza avrebbe, ora?» risponde alterato l’Attore, «vorresti forse chiedere scusa?» Il Cantante fa un quasi impercettibile cenno d’assenso con la testa e l’altro in risposta scuote il capo: «A che servirebbe chiedere scusa? Neanche quella sera sarebbe bastato, figuriamoci adesso…». «Magari non servirebbe a lei, ma io mi sentirei sicuramente meglio». La voce del mio amico è poco più di un sussurro. «Stupido, come vedo non sei cambiato… hai ancora rimorsi» lo rimbecca aspramente il ragazzo appoggiato al tronco. «No, non ho rimorsi. Ho solo…» «Un giudice che ti assilla con le sue strigliate. Lo so, ce l’ho anch’io» dico interrompendo il loro discorso, «si chiama cuore. E sono convinta che anche tu lo abbia, Attore». «Sciocchezze! Io sono in pace con me stesso». «Si è sempre bravi ad ingannarsi…» dice aspramente. «Senti tu, brutto sputasentenze…» sibila afferrando la gamba del Cantante e cercando di tirarlo giù dall’albero. «Ma che fai?! Così cado! Fermati, per carità, fermati!». «Adesso vedi, brutto stupido, come ti concio per le feste». Li guardo battibeccare in modo infantile e li vedo, piccoli, a spintonarsi e ad insultarsi per cercare di accaparrare il posto migliore sull’albero. Proprio come stanno facendo ora. «E poi perché tu sei lì sopra e invece io devo rimanere sulla terra come uno qualsiasi?!» «Perché tu sei uno qualsiasi…» «Ma io ti ammazzo!» Sorrido e so già quello che succederà adesso: mi arrampicherò dall’altro lato del tronco e mi siederò nel posto migliore. Ed è così che faccio, guardando le loro buffe facce sorprese proprio come allora. Si guardano per una frazione di secondo, la nebbia non riesce ad impedirmi di scorgere i loro sorrisi quasi sprovveduti, e saltano tutte e due sul tronco urlando: «Abbasso all’impostora!» Ridiamo, spintonandoci a vicenda, di una risata liberatoria come è tanto tempo che non riesco a farne, per poi zittirci di nuovo, guardando il vapore che esce dalle nostre labbra ad ogni respiro. Chiusa in un silenzio pieno di voci il ricordo mi ritorna alla mente.
«Aiutami, te ne prego aiutami!» sussurrò con disperazione il ragazzino alla volta della ragazza dal cappotto celeste. «Ma cosa?…» «Mi sta seguendo, vuole farmi del male… per favore, aiutami!» «Ma chi ti sta seguendo?» «Lui! È… è spaventoso, ti scongiuro… fai qualche cosa!» «Va bene, ma ora alzati!» disse la ragazza tentando di alzarsi, ostruita dal peso del ragazzino. Altri rami spezzati, sempre più vicini, ed un leggero scalpitio di passi. «Arriva, arriva!» piagnucolò il bambino. «Ora alzati, non sta arrivando nessuno…» Un ululato si avvertì a pochi metri dalle due figure avvinghiate sul selciato. «Nessuno…ne sei si-sicura?!» «Certo, è solo un cane che ulula…», ma la sua voce non era molto convinta. Altri passi, questa volta più vicini, e un nuovo ululato. La nebbia intanto aveva avvolto completamente le due figure isolandole dalla strada, dalle macchine e dalla vista delle case. Fu per questo che la ragazzina non vide le figure che si accalcavano intorno a lei. «Ciao, bei bambini. Siete qui tutti soli?…» Con lentezza esasperante la ragazza volse il capo alla sua destra, dove nella nebbia era spuntato un volto canino. «Ahhhhhhh!» urlò il ragazzino stringendosi a lei che era bianca come un cencio. «È un si? Peccato…» sibilò una nuova voce, questa volta alla sinistra, dove un volto di gatto galleggiava a mezz’aria. «Ahhhhhhh!» continuò a strepitare il piccolo. Un nitido crack arrivò dalla nebbia davanti a loro e un volto di serpente fece la sua plateale comparsa. «Vorrà dire che vi inviteremo da noi per cena…» Fulmineo, il ragazzino che ancora urlava si alzò di scatto e prese a correre urlando: «Eccolo, eccolo!!!» e la ragazza gli fu subito dietro. «Aspettami, hey dico a te, aspettami!» Man mano che attraversavano il ponte nuovi ululati squarciavano l’aria e nuove figure facevano la loro comparsa nella nebbia: volti animaleschi dai denti affilati e dalle lingue aguzze che galleggiavano a mezz’aria parlando con voce spettrale.
Improvvisamente alla ragazza parve di vedere un’enorme figura nera proprio nel punto in cui correva il bambino, ma quello scomparve, anch’esso inghiottito dalla nebbia, prima che potesse raggiungerlo. «Bambino! Bambino! Torna qui, dove sei bambino?!» Un rumore di ferro e sassi schiacciati rimbombò sotto il tettuccio della passerella e, coprendo qualsiasi altro suono, il treno delle sette sfrecciò sui binari, dilaniando la nebbia con cui veniva a contatto. In quel momento la ragazza si sentì afferrare i capelli e lanciando un urlo si scrollò le mani dei mostri di dosso percorrendo a tutta velocità ciò che rimaneva della passerella. In lontananza, coperto dallo sferragliare dei vagoni, le parve di sentire il bambino cacciare un urlo disperato, ma fu solo per un attimo. Poi la nebbia si riprese tutto: lo spazio rubato dal treno ed il suo silenzio.
Non si udiva nessun rumore se non quello del cuore della ragazzina con il giubbotto azzurro che sembrava volerle uscire dal petto. Tutto si era fatto silenzio e la notte si era ripresa i suoi fantasmi, ma del bambino non c’era traccia. Si voltò, guardando oltre le spalle, ma non scorse niente se non il grigio della nebbia e il nero della notte. Quasi come un automa percorse l’ultimo tratto del ponte tremando, fino a giungere dall’altra parte dove l’aspettava sua madre. «Eccoti tesoro!» strillò la donna abbracciandola, «tutto bene, hai una faccia strana…» «Mamma, non voglio più andare su quel ponte». «Perché?!» «Ci sono i fantasmi, hanno rapito un bambino, mamma dobbiamo salvarlo!» «Ma tesoro, cosa dici? Fantasmi, bambini rapiti? Forse hai la febbre…» «No, mamma dico sul serio…» la madre la guardò, con sguardo apprensivo. «Forse sei solo stanca…» «Non sono stanca, ti dico che li ho visti e…» Oltre le spalle di sua madre un volto di serpente le sorrise nella nebbia. «Eccolo, eccolo, lo vedi?!» urlò facendo voltare la donna. «Tesoro, io non vedo niente…», ed era vero: oltre al grigio non si scorgeva nulla, su quel ponte. «Andiamo a casa, va bene? Domani andremo da un dottore». «Mamma, ma io…» «A casa. Non un’altra parola». Quando le due figure furono dal lato opposto del marciapiede, un’immagine dal volto di serpente avanzò fischiettando sul ponte, raggiungendo un gruppo di ragazzi radunati proprio nel suo centro. «Ottimo lavoro… scommetto che non dormirà per un po’ di tempo… voi che ne dite?» chiese l’ombra dal volto di gatto. «È stato proprio un gioco divertente!» gracidò una figura dal volto di rana. «Ottima Azione, ragazzi!» si congratulò il Cantante comparendo nella nebbia. «Dici che la lezione le è bastata, Lettrice?» sibilò il serpente, rivolto alla ragazza accucciata sul parapetto. «Ne sono fermamente convinta, caro mio fedele compare Attore».
«Lo sapete che quella ragazzina fu mandata da uno strizzacervelli?» sussurra il Cantante con la testa china sul petto. Evidentemente siamo tutti incentrati sullo stesso ricordo. «Me lo raccontò mia madre, pochi giorni dopo l’accaduto, dicendo che una povera ragazza, per uno scherzo idiota, era finita dallo psicologo. Figuratevi che non sapevo quasi che cos’era, uno psicologo… per questo non vi dissi niente». «Anche io lo sapevo…» ammette l’Attore. Mi guardano, posso sentire i loro occhi fissi, come a chiedere risposta, sul mio capo rivolto verso i rami più alti del vecchio Gelso, ma mi prendo un po’ di tempo per parlare. «No» sussurro poi, «io non lo sapevo. Ma anche se l’avessi saputo che importanza poteva avere? Non sapevamo che cosa avevamo combinato». Mi guardano e annuiscono, consci del fatto che ciò che ho detto è vero: non possiamo tornare indietro ed ora è troppo tardi per chiedere scusa. In realtà ho mentito: conosco quella ragazza. La vedo tutte le mattine camminare per mano con il suo fratellino, accompagnandolo a scuola, sia che ci sia il sole, la pioggia, la neve o la grandine, lei è li che lo tiene per mano. Ma non quando c’è la nebbia. Quando cala la nebbia il ragazzino cammina dando la mano alla madre, la ragazza non c’è. La riconosco perché il giubbotto che indossa è lo stesso che aveva quella sera. Lo stesso celeste acceso, scolpito indelebilmente nella mia mente. Ma questo io non lo rivelerò mai, né a loro né a nessun altro. «Vi ricordate quel ragazzo che per poco non finiva sotto la macchina, tanto era spaventato?» chiede il Cantante, riportandomi alla realtà. «E quello che non volle più andare a lezione di canto serale perché credeva che la strada fosse infestata da fantasmi?» gli fa eco l’Attore. Continuano questo tragico elenco mentre i miei occhi si riempiono di lacrime: quanti poveri ragazzi abbiamo spaventato solo per divertirci, solo perché ci sentivamo superiori a loro? Improvvisamente l’Attore si fa serio, i suoi occhi bruciano nella nebbia. Il rumore di un ramo schiacciato e di foglie calpestate riempie il silenzio che ha provocato il suo sguardo serio e tutti e tre tremiamo, voltandoci alla ricerca dell’artefice del sinistro rumore. Un gatto nero miagola guardandoci beffardo. Anche noi, ora, abbiamo paura della nebbia: ora che le siamo estranei la temiamo e rischiamo di cadere vittime dei nostri stessi giochi. Non mi sorprendo di vedere il Cantante tremare mentre riprende la parola, ma resto sconcertata dalla reazione che ha avuto l’Attore: anche lui si è spaventato. Ripenso a quel pomeriggio, al nostro incontro nella nebbia, e mi accorgo che anche lui è cambiato, anche lui è rimasto vittima con noi di quei giochi infantili: anche lui stava scappando, questo pomeriggio, perché spaventato dai rumori della grigia ingannatrice. O magari dal rumore dei miei passi, della mia corsa… dal mio respiro, come io dal suo. «Allora questo sarà il nostro segreto. Seppelliamo qui il nostro passato, il nostro legame con la nebbia». Scende dal Gelso e scosta la terra secca sotto le radici dell’albero formando una buca abbastanza profonda. Con un leggero tonfo lo raggiungiamo, posando i piedi sul terreno brullo e freddo. Mi stringo nel cappotto, l’aria gelida mi scompiglia i capelli rendendoli più caotici del solito, e afferro ciò che tengo in tasca: una maschera a forma di gufo. Uno alla volta adagiamo le nostre maschere nella buca, per poi ricoprirla; ecco, ora non abbiamo più legami col passato. «Questo sarà il nostro segreto, promettete di non dirlo a nessuno» torna a dire l’Attore. «Tre persone possono tenere un segreto, se due di loro sono morte». Si voltano verso di me che fino a questo momento sono rimasta, stranamente, in silenzio, e smettono di parlare. Quando alzo lo sguardo incrocio i loro occhi: la tensione è palpabile, l’aria elettrica. Quattro fuochi brucianti mi osservano, penetrando la nebbia che avvolge tutto, così spessa che quasi non riusciamo a vederci l’un l’altro. Siamo immobili sotto il grande albero che con i suoi storti rami si diverte a giocare con le nostre vite, quando improvvisamente rido. Una risata isterica, stupida… una risata da me, dalla Lettrice, riuscendo a trascinarmi dietro anche loro due. È notte fonda e siamo tre giovani ragazzi spensierati sotto un cielo che sappiamo stellato, ma che non possiamo scorgere, ed abbiamo appena festeggiato un funerale sotto a quel famigerato albero che non è solo quello storto e vecchio pezzo di legno che respira a fatica, piantando le sue radici nella nebbia, ma che è anche dentro di noi, fa parte di noi. Imprescindibilmente associati come l’ossigeno e l’idrogeno nell’acqua, come amavo dire ricordando le parole di non so quale vecchio barbuto studiato a scuola. Così chiamavo il nostro gruppo nel tempo in cui ci sedevamo sulle disconnesse radici che affioravano nella nebbia e ci raccontavamo storie e malignità, progettando nuovi giochi e nuove vendette. Ci sentivamo intoccabili, eletti, speciali… eravamo solo un branco di stupidi, assoggettati ad una pianta in cui, al posto della linfa, circolava il nostro sangue, il cibo delle nostre barbarie. E ora finalmente ho scoperto il vero significato di quella frase, del perché dirla mi faceva tremare di paura già allora: perché noi siamo il semplice idrogeno, debole e mischiato a fiotti, unito alle altre molecole, ma il vero ossigeno, la vera parte fondamentale dell’elemento, è quella pianta; quella pianta che non è reale, ma solo frutto della nostra sadica e deviata immaginazione, scudo dietro al quale rifugiarci per sfuggire alla nostra stupidità. Il campanile in lontananza suona le due di notte: tre ore. Tre ore sotto l’albero a ricordarci delle nostre glorie passate, a parlare dei nostri futuri incerti. A guardare in faccia nient’altro che i nostri fallimenti. E mentre ci allontaniamo verso le nostre case, inoltrandoci nella nebbia che non fa altro che prenderci in giro, mi volto per l’ultima volta. Non un saluto, non un addio: sappiamo che altre parole non devono essere dette perché, e mi sembra ad ogni passo più chiaro, saremmo davvero capaci di ucciderci a vicenda per mantenere il nostro segreto. Perché sono lì che ci guardano, le nostre ombre: vedo distintamente il volto di un gufo galleggiare nella nebbia. Il Gelso ci ha donato tutto, i giochi e le malignità che volevamo, la nostra amicizia, la nostra stessa vita, ma il prezzo che ha preteso in cambio è stato altissimo: la nostra pazzia.
È per questo che non mi sorprenderò, domani, nel trovare la tomba sotto il Gelso profanata e le maschere sparite, perché se è vero che il gruppo del Gelso è definitivamente morto questa notte, è anche vero che si potranno scorgere ancora i volti di un Serpente, di una Volpe e di un Gufo, nelle notti buie di nebbia.
(anno 2007)