"La rivolta dell'immondizia" di Tommaso Garca

di Tommaso Garca

Qual'è la vera immondizia?

"La rivolta dell'immondizia" pag. 1

Si era raggiunto il culmine dell’assurdità. Erano mesi ormai che la nettezza urbana non esercitava più il suo compito di prelevare i rifiuti dai cassonetti. Le sozze montagne di lordura - che risalivano alle pietanze natalizie - si erano riversate totalmente per le strade, esalando un tanfo micidiale, forte, insopportabile. Per non parlare degli incidenti automobilistici che si erano moltiplicati a causa dell’ingombro del lerciume che invadeva le corsie ed ostacolava il transito. Persino i topi, sfilando e danzando si erano deliziati a festeggiare il Natale, cibandosi del cascame lasciato ad imputridire al sole. Se ne incontravano addirittura alcuni grossi come cammelli, sul punto di minacciare i passanti.
«E’ una vergogna!»
«Basta! Non se ne può più!».
Le urla di protesta e di minaccia si alzavano come canti di tripudio per le strade di Monteroselle. Erano mesi che i cassonetti luridi contenevano i preziosi ricordi della città. In quell’afosa mattina del 27 Gennaio 2007, tutte le attività furono sospese e anche i mezzi di trasporto si bloccarono.
Il signor Sacco – grandissimo uomo d’onore – capeggiava con dignità la massa protestante che si era finalmente decisa ad opporsi alla tirannia del lerciume contro lo Stato. Lavorava al Comune come consigliere e ci teneva tantissimo a sfoggiare in pubblico le sue doti politiche, dando il buon esempio ai cittadini ma approfittando dell’occasione per fare propaganda politica.
«Caspita, Severo, fai qualcosa! La massa sembra inferocita...» disse sua moglie spingendolo.
Se c’erano delle cose che al signor Sacco non andavano proprio giù, erano le ramanzine di sua moglie Frida, per la quale ogni pretesto era buono per ficcanasare dappertutto e divertirsi a seminare discordie. Dove c’erano i guai lì c’era Frida, la quale non disdegnava di tessere storie megagalattiche per pompare ogni evento.
Ma il signor Sacco, benché avesse due splendide figlie, sapeva bene come ripagare sua moglie di quell’evirazione continua.
«Oh! Siiii! Stasera ti riduco a brandelli questo bel pacco gonfio!» sussurrò di nascosto alla sua segretaria Barbara, venticinque anni molto più giovane di lui. A Barbara non dispiaceva, dopotutto era grazie al suo donarsi gratuitamente a Sacco che aveva ottenuto un bel posticino di lavoro al Comune.
«Signori, calmatevi! Riusciremo a trovare sicuramente una soluzione a questo problema!» proclamò Sacco dal megafono alla massa caotica «Noialtri siamo sempre stati attivi per risolvere questo problema ma, come ben sapete, qualcosa – o qualcuno – ce lo vieta incondizionatamente!».
Ma le parole del povero Sacco valevano a ben poco per quel popolume infestato dalla rabbia e dal rancore. Tra la folla imbestialita borbottava tra sè un omuncolo vestito di nero dalla pancia gonfia, chiuso in una specie di giubbotto blu. Dalla macchia bianca che si intravedeva sul collo eclissato dal doppio mento, si capiva che era il curato del paese; ma non uno qualunque: era Don Gabino. La sua vocina era flebile e acuta come uno gnomo e mostrava sdegno nei confronti della discussione del signor Sacco. Sembrava che ne avesse abbastanza di quelle parole.
«Baggianate!» ululò arrossendo e puntando il dito su Sacco. «Quando mai vi siete interessati della nostra situazione voialtri? Voi che mangiate a sbafo alle nostre spalle!».
Sacco non si sarebbe mai aspettato una reazione del genere da parte di Don Gabino. Dopotutto erano sempre andati d’accordo. D’accordo, poi… qualche saluto di cortesia, nient’altro! Puro decoro e formalità.
«Mah... come si permette?!» domandò accigliato Sacco, quando vide che la gente appoggiava i giudizi di Don Gabino.
«C’è sempre qualcuno che deve mangiare, mio caro Sacco e lei lo sa bene!».
Il signor Sacco avrebbe voluto mantenere la calma, ma non seppe contenere in sè il marcio che aveva guadagnato in quel momento; dopotutto il prete aveva toccato l’onestà del piccolo consigliere che era sacra quanto il curato stesso. E così sputò tutto il veleno su Don Gabino con un’invettiva spietata:
«Lei… lei mi accusa di non interessarmi alle situazioni dei miei concittadini, è così? Bene, se dunque vogliamo mettere sulla stessa bilancia quello che abbiamo fatto entrambi, caro Don Gabino, vediamo che io ho trovato molte più soluzioni di lei, e dopotutto i cittadini qui presenti lo possono accertare!» disse puntandogli il dito contro dall’alto del podio. «Io non mi abbasso mica al suo livello di mangiapane a tradimento sulle spalle degli operatori della Caritas. Io non celebro messa la sera e poi sputtano i peccati di tutti i fedeli ai quattro venti. Io non prego a tavola prima di ogni pasto e poi mi porto a letto il seminarista di nascosto dalle suore. Io, caro don Gabino, non accuso le persone se ho fatto degli errori. Pertanto, se dalla mia bocca sono uscite flatulenze nauseabonde, dalla sua escono pannolini sporchi ogni momento della sua vita!».
La folla inferocita era pervasa da un silenzio rumorosissimo e da borbottii che non facevano altro che alimentare la rabbia di Don Gabino oltre la soglia prescritta per un sacerdote.
«Questo è troppo! Lei ha toccato proprio l’intimo e il fondo, vecchio bastardo!». Il volto di Don Gabino pullulava di rabbia; il salumiere e l’edicolante della zona lo trattennero per evitare che si scagliasse contro Sacco per farlo a fettine. Ma Sacco non si mosse di un millimetro, anzi provava una sottile gratificazione beata nel vedere compiuto un altro suo atto di sincerità.
Le ambulanze e le automobili dei Carabinieri stavano già correndo a più non posso tra gli avanzi natalizi riversati sull’asfalto per cercare di porre rimedio a quella lotta tra i barbari; tutto stava cominciando a degenerare. Una donna adulta sulla quarantina d’anni, vedendo la folla dividersi a metà con Don Gabino e con il signor Sacco, intervenne ululando contro l’astuto consigliere:
«E’ sleale e contro ogni morale cristiana giudicare così un essere umano. E’ un sacerdote ma pur sempre un uomo; e come ogni uomo non va giudicato, lo sa questo, caro consigliere?».
Sacco si voltò di scatto con gli occhi sanguinanti di rabbia e sparò un’invettiva spietata sulla donna particolarmente eccentrica:
«Tu non dovresti proprio parlare, Elena. Non sai neanche dove abita la morale, puttana che non sei altro!».
Al che la folla rimase basita dal linguaggio scurrile del consigliere e non poté fare a meno di esprimere il suo sdegno rimanendo sbigottita e a bocca aperta. Benché Elena fosse conosciuta come la belle de nuit del paese a causa delle malelingue, non avrebbe certo permesso a Sacco di offenderla in quel modo così bieco.
«Ah! Ora facciamo anche le ramanzine, vero Severo? Eppure ti piace quando il venerdì notte affoghi di piacere nelle mie gambe, riempiendo di ingiurie tua moglie. Ti eccita eh?».

"La rivolta dell'immondizia" pag. 2

Il rumore che si sentì dopo la rivelazione di Elena fu quello di una borsa che aveva colpito in pieno la faccia di Sacco e lo aveva fatto ruzzolare all’indietro. L’immagine di Sacco scomparve dalla pedana dove si trovava per essere riempito di botte da una serie di persone.
La signora Frida era sempre stata terrorizzata dalla cornificazione e di certo non avrebbe fatto vivere molto a lungo suo marito a causa di quel gesto meschino:
«BASTARDO!!!» piangeva strillando acutamente «Pagherai per questa insolenza! TI DISTRUGGERO’!»
Sembrava impossibile come da un problema sociale si fosse degenerati in situazioni così strettamente private e personali. La gente si divise in due fazioni come durante le grandi rivoluzioni; una battaglia di chi accusava chi, senza prendere tra le mani il vero problema: l’immondizia.
Il volto di Sacco era deturpato da lividi e squarci: lo avevano devastato in pochi minuti. Ansimante e con i vestiti a brandelli cercò di svincolarsi; afferrò il megafono e urlò alla folla:
«Sarò stato anche infedele, ma la colpa dei rifiuti non è certo mia, concittadini. Io sono sempre stato un semplice lavoratore...» cominciò a piagnucolare «La vera colpa dei rifiuti... ehm... è di quei tipi che... che... che stanno sempre con la pistola tra le mani per ogni affare!». Per un attimo la gente pensò.
«Che c’entriamo noi Carabinieri?» domandò incredulo un maresciallo della zona.
Sacco voleva continuare a parlare ma cedette alle urla di una vecchietta bianca vestita con un abito turchese:
«Voi siete lo schifo della società! Addirittura avete riempito di botte mio nipote solo perché un sabato sera stava un po’ brillo con gli amici? Li avete sconquassati a sangue e li avete chiusi in prigione per tre notti. Chi è che si oppone a voi, quando ve la prendete con i più deboli e abusate del vostro potere, eh? Fate tanto i forti e i VIP e poi vi fate governare e corrompere da persone più violente di voi che fanno terrorismo. Ma che razza di uomini siete? Pisciasotto!».
Un applauso fragoroso e canti di tripudio si alzarono dalla folla come boati in favore della vecchina. Tra consensi e dissensi, la discussione divenne fervente e tumultuosa, cosicché la massa ostentò stupore, incredulità e rabbia. Sacco cercò di porre rimedio all’equivoco:
«Ma io non mi riferivo all’arma dei Carabinieri o a quant’altro, miei concittadini. Io intendevo quei tiranni che agiscono in silenzio e ci succhiano il sangue e che sono sparsi nel mondo come topi feroci. E mi riferisco con precisione alla famiglia Caccamone, bastardi violenti senza anima!».
Il troppo storpia: Sacco aveva detto troppo. Aveva parlato troppo del potere che veramente governava tutta Monteroselle e le zone limitrofe. Se esisteva il problema dei rifiuti, era dovuto alla loro prolifica famiglia che spargeva sangue ovunque incontrasse qualcuno che intralciasse loro il cammino di gloria. Per un attimo Sacco si sentì un eroe, poi capì che la gente inferocita e quelli che lo appoggiavano nella lotto contro Don Gabino, lo stava abbandonando in quel pensiero espresso con fervore per il terrore di essere fucilati.
Dopo un breve attimo di silenzio che pervase Monteroselle, il vero silenzio terribile calò quando dalla folla si fece largo un omaccione baffuto, con un paio di occhiali neri a mascherina e il giubbotto di pelle lucente al sole. Tutti capirono che le cose non si sarebbero messe bene per il signor Sacco.
«Hai ragione, bellissimo!» borbottò con voce rauca l’omone «Il problema dei rifiuti è nostro. Dovete affogare nella vostra merda, lo sapete? Voi qui, senza di me non siete nemmeno lo sputo pieno di muchi della buon anima di mio nonno. Io qui sono Dio! Non c’è che l’odio per rendere il mondo attivo e intelligente. Voi siete la sfaccimma del mondo!».
Se il signor Sacco avesse pronunciato le medesime parole di quell’orso, lo avrebbero fatto fuori in poco tempo. Nell’aria non volava una mosca, soprattutto quando l’omone mostro il suo lucente Kalashnikov tra le mani.
«Lo so che tutti voi non siete d’accordo con quello che dico, eppure la verità è questa!».
Lo sguardo del capo della famiglia Caccamone non era visibile dagli oscuri occhiali, ma si capì che dopo un poco era fisso sul signor Sacco che con sangue freddo lo osservava, mentre il cuore gli si raggelava in petto.
«Avete ragione, consigliere! Ma vedete, avete fatto un poco il cattivo con quei paroloni. Però possiamo rimediare...».
Sacco si sentì sollevato che il capo della famiglia Caccamone non gli avesse sparato in fronte.
«Vieni qua!» sussurrò l’omaccione.
Come ipnotizzato dalla gloria e la potenza dell’omaccione, Sacco si recò imbambolato verso di lui come un condannato al patibolo e si fermò proprio a pochi centimetri. Il consigliere riusciva a vedere ogni singolo sfregio sul viso dell’uomo malvagio ma non disse nulla. Il capo alzò il piede in avanti con uno stivale enorme e gli disse:
«Leccami la suola delle scarpe!».
La gente erano impassibile e cinica a quello che stava succedendo; ancora di più lo erano le forze dell’ordine.
Sacco non temette nulla. Era rassegnato, convinto, fedele e seguace ed eseguì il suo compito.
Tre colpi di arma da fuoco risuonarono nell’aria lasciando soltanto il rumore dei piccioni che fuggivano per la paura. Il tempo si era fermato. L’omone sparì nel nulla.
Il caos tornò più forte di prima. Forte come non lo era mai stato. L’ambulanza provò gioia nel suonare, le forze dell’ordine simularono un falso agguato per non mostrarsi totalmente immobili e la moglie di Sacco apparve indifferente all’accaduto. Tutto si mise in movimento, la città era in subbuglio, tranne la sarta affacciata alla finestra e il macellaio del paese che urlavano per capirsi:
«Vedete se è possibile vivere in una situazione del genere!»
«Andrà a finire che moriremo tutti di cancro e per smaltire i nostri cadaveri dovranno bruciarci vivi!»
«Signora, ma lei è pazza! Se facessimo così, sa quanta diossina si riverserebbe nell’aria?»