"La rivolta dell'immondizia" pag. 2

Il rumore che si sentì dopo la rivelazione di Elena fu quello di una borsa che aveva colpito in pieno la faccia di Sacco e lo aveva fatto ruzzolare all’indietro. L’immagine di Sacco scomparve dalla pedana dove si trovava per essere riempito di botte da una serie di persone.
La signora Frida era sempre stata terrorizzata dalla cornificazione e di certo non avrebbe fatto vivere molto a lungo suo marito a causa di quel gesto meschino:
«BASTARDO!!!» piangeva strillando acutamente «Pagherai per questa insolenza! TI DISTRUGGERO’!»
Sembrava impossibile come da un problema sociale si fosse degenerati in situazioni così strettamente private e personali. La gente si divise in due fazioni come durante le grandi rivoluzioni; una battaglia di chi accusava chi, senza prendere tra le mani il vero problema: l’immondizia.
Il volto di Sacco era deturpato da lividi e squarci: lo avevano devastato in pochi minuti. Ansimante e con i vestiti a brandelli cercò di svincolarsi; afferrò il megafono e urlò alla folla:
«Sarò stato anche infedele, ma la colpa dei rifiuti non è certo mia, concittadini. Io sono sempre stato un semplice lavoratore...» cominciò a piagnucolare «La vera colpa dei rifiuti... ehm... è di quei tipi che... che... che stanno sempre con la pistola tra le mani per ogni affare!». Per un attimo la gente pensò.
«Che c’entriamo noi Carabinieri?» domandò incredulo un maresciallo della zona.
Sacco voleva continuare a parlare ma cedette alle urla di una vecchietta bianca vestita con un abito turchese:
«Voi siete lo schifo della società! Addirittura avete riempito di botte mio nipote solo perché un sabato sera stava un po’ brillo con gli amici? Li avete sconquassati a sangue e li avete chiusi in prigione per tre notti. Chi è che si oppone a voi, quando ve la prendete con i più deboli e abusate del vostro potere, eh? Fate tanto i forti e i VIP e poi vi fate governare e corrompere da persone più violente di voi che fanno terrorismo. Ma che razza di uomini siete? Pisciasotto!».
Un applauso fragoroso e canti di tripudio si alzarono dalla folla come boati in favore della vecchina. Tra consensi e dissensi, la discussione divenne fervente e tumultuosa, cosicché la massa ostentò stupore, incredulità e rabbia. Sacco cercò di porre rimedio all’equivoco:
«Ma io non mi riferivo all’arma dei Carabinieri o a quant’altro, miei concittadini. Io intendevo quei tiranni che agiscono in silenzio e ci succhiano il sangue e che sono sparsi nel mondo come topi feroci. E mi riferisco con precisione alla famiglia Caccamone, bastardi violenti senza anima!».
Il troppo storpia: Sacco aveva detto troppo. Aveva parlato troppo del potere che veramente governava tutta Monteroselle e le zone limitrofe. Se esisteva il problema dei rifiuti, era dovuto alla loro prolifica famiglia che spargeva sangue ovunque incontrasse qualcuno che intralciasse loro il cammino di gloria. Per un attimo Sacco si sentì un eroe, poi capì che la gente inferocita e quelli che lo appoggiavano nella lotto contro Don Gabino, lo stava abbandonando in quel pensiero espresso con fervore per il terrore di essere fucilati.
Dopo un breve attimo di silenzio che pervase Monteroselle, il vero silenzio terribile calò quando dalla folla si fece largo un omaccione baffuto, con un paio di occhiali neri a mascherina e il giubbotto di pelle lucente al sole. Tutti capirono che le cose non si sarebbero messe bene per il signor Sacco.
«Hai ragione, bellissimo!» borbottò con voce rauca l’omone «Il problema dei rifiuti è nostro. Dovete affogare nella vostra merda, lo sapete? Voi qui, senza di me non siete nemmeno lo sputo pieno di muchi della buon anima di mio nonno. Io qui sono Dio! Non c’è che l’odio per rendere il mondo attivo e intelligente. Voi siete la sfaccimma del mondo!».
Se il signor Sacco avesse pronunciato le medesime parole di quell’orso, lo avrebbero fatto fuori in poco tempo. Nell’aria non volava una mosca, soprattutto quando l’omone mostro il suo lucente Kalashnikov tra le mani.
«Lo so che tutti voi non siete d’accordo con quello che dico, eppure la verità è questa!».
Lo sguardo del capo della famiglia Caccamone non era visibile dagli oscuri occhiali, ma si capì che dopo un poco era fisso sul signor Sacco che con sangue freddo lo osservava, mentre il cuore gli si raggelava in petto.
«Avete ragione, consigliere! Ma vedete, avete fatto un poco il cattivo con quei paroloni. Però possiamo rimediare...».
Sacco si sentì sollevato che il capo della famiglia Caccamone non gli avesse sparato in fronte.
«Vieni qua!» sussurrò l’omaccione.
Come ipnotizzato dalla gloria e la potenza dell’omaccione, Sacco si recò imbambolato verso di lui come un condannato al patibolo e si fermò proprio a pochi centimetri. Il consigliere riusciva a vedere ogni singolo sfregio sul viso dell’uomo malvagio ma non disse nulla. Il capo alzò il piede in avanti con uno stivale enorme e gli disse:
«Leccami la suola delle scarpe!».
La gente erano impassibile e cinica a quello che stava succedendo; ancora di più lo erano le forze dell’ordine.
Sacco non temette nulla. Era rassegnato, convinto, fedele e seguace ed eseguì il suo compito.
Tre colpi di arma da fuoco risuonarono nell’aria lasciando soltanto il rumore dei piccioni che fuggivano per la paura. Il tempo si era fermato. L’omone sparì nel nulla.
Il caos tornò più forte di prima. Forte come non lo era mai stato. L’ambulanza provò gioia nel suonare, le forze dell’ordine simularono un falso agguato per non mostrarsi totalmente immobili e la moglie di Sacco apparve indifferente all’accaduto. Tutto si mise in movimento, la città era in subbuglio, tranne la sarta affacciata alla finestra e il macellaio del paese che urlavano per capirsi:
«Vedete se è possibile vivere in una situazione del genere!»
«Andrà a finire che moriremo tutti di cancro e per smaltire i nostri cadaveri dovranno bruciarci vivi!»
«Signora, ma lei è pazza! Se facessimo così, sa quanta diossina si riverserebbe nell’aria?»