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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Capitolo 2 Fantasmi nella nebbia

Fantasmi nella nebbia

La nebbia non accenna a calare e le macchine sfrecciano invisibili, solo il loro rumore a testimoniarne la presenza; mi incammino a testa bassa arrancando lungo il marciapiede e trascinando la mia cartella piena di dubbi ed incertezze. Dov’è finito il sole che i telegiornali annunciano da ieri mattina? Ma ora ho ben altri problemi: Cappuccetto Rosso è andata in biblioteca con il Cantante per aiutarlo nello studio, ed io sono sola a fare i conti con me stessa. Anche se ormai è del tutto inutile maledire questo tempo opprimente non riesco a non sbuffare; ma non è il mio sbuffo, l’unico rumore che avverto. Mi fermo: qualcuno ha calpestato un ramo secco.
Se fosse una giornata normale non mi preoccuperei, sicuramente penserei ad un cane che gioca nell’erba, ma ho scoperto tanto tempo fa quanto la nebbia renda tutto pericoloso e questo rumore non mi rassicura per niente; o forse è la goccia di sudore freddo che mi scorre sulla spina dorsale, a farmi avvertire un pericolo. Comunque non c’è molto da pensare: qualcuno mi sta seguendo. Calma, ragiona, chi è che ti deve seguire? Inspiro, espiro, un sospiro e un passo. Un altro ramo rotto… coincidenza… inspiro, espiro, un sospiro e un passo. Rumore d’erba calpestata… panico… non è uno scherzo divertente. Altri passi, sempre più vicini, ed è proprio adesso che inizio a correre, prima che il cervello possa prendere una decisione sensata, e anche il misterioso rumore inizia a farsi più forte, più veloce, più vicino. Ritmico, martellante, mi penetra nelle orecchie e vieta ai miei piccoli e solitari neuroni di riunirsi per trovare una soluzione decente a questa irreale situazione. A fermarmi è un corpo, nero nella nebbia troppo fitta ed invisibile ai miei occhi voltati oltre le mie spalle alla ricerca dell’inseguitore: cado a terra trascinandomi dietro la scura figura, con un sommesso urlo sorpreso. È la mia testa quella che pulsa, dolorante, perché ha cozzato contro l’asfalto del marciapiede; chissà, forse, con la botta i neuroni ancora addormentati nella mia testa riusciranno a svegliarsi… Un’affermazione sovrasta il rumore distante delle macchine ed il ronzare dei lampioni accesi troppo presto: «Tu?!»
Una scossa elettrica: questo tono di voce io… io lo conosco. Sollevo gli occhi ancora lacrimanti dal panico, pronta per ritrovarmi davanti un vecchio amico: l’Attore. «Io… Da». «Ma guarda cosa porta oggi la nebbia…» È forse un tono sarcastico, il suo? «Che regalo inaspettato» continua, «la nebbia non si smentisce mai…» Ho sempre odiato il suo vizio di lasciare le frasi a metà, come un cruciverba da completare: io non ho mai sopportato i cruciverba. «Da». Tipico, lui parla e io dico sempre la stessa parola, quante conversazioni abbiamo mandato avanti così, quando eravamo sotto il Gelso? «Non sei cambiata affatto, vedo… che cosa ci fai da queste parti? Stai tornando a casa?» «Da». «Da… tedesco, immagino… e immagino che non stavi correndo per la fretta, nevvero?» «…Da». Scoppia a ridere, di una risata che, per quanto ci provi, non riesco a ricordare come sua. «Dovresti guardare dove vai anche se, ammettiamolo… la nebbia fa paura. Ti ricorda niente?» Vorrei essere in un altro posto, in classe davanti al cinque dell’ultimo tema, seduta alla cattedra per l’interrogazione di diritto o addirittura alla lavagna a scrivere i verbi francesi, ma non qui, davanti a questo sconosciuto che un tempo era mio amico, ma che ora non riesco a riconoscere. «Da» riesco a sussurrare a malapena. Ride di nuovo, in quel modo freddo che mi sembra tanto irreale, mentre la nebbia cala anche nei suoi occhi. «Sei cambiata, Lettrice…» Se un tuono solcasse il cielo in questo momento non me ne sorprenderei, tutto è così grottesco e finto che sembra irreale… questa nebbia, il suo sorriso freddo… quel soprannome… per quanto lo ricordi ancora è da tanto tempo che nessuno mi chiama più così. L’ultimo a pronunciarlo era stato proprio lui: il suo «Allora arrivederci, piccola lettrice…» rimase scolpito a caratteri cubitali nello spazio vuoto che è la mia mente. Anche tu, vorrei dire, ma nel suo sguardo c’è qualche cosa che mi ferma: i suoi occhi sono ancora quelli della belva. «Da». «Sei noiosa, sai? Ci rincontriamo dopo tanto tempo e dici solo da… potresti cercare di cambiare almeno parola…» «Da…» Stupida! È questo che voglio? Fare la figura dell’idiota. «Russo…» sussurro. «Cosa?!» mi guarda con l’interesse che si riserva ai vermi di terra. «È russo, non tedesco…» Perfetto: sono una perfetta idiota. È dichiarato, la Lettrice è scomparsa e al suo posto c’è la stupida Treccina Bionda. Mi sorprendo di me stessa: non è quello che ho voluto fino ad oggi? Mi osserva con un sorriso strano, come a pregustarsi qualche cosa… ha lo stesso sguardo di una leonessa che assapora l’antilope saltellante e ingenua davanti ai suoi occhi. «Che ne dici se, per festeggiare questo incontro, noi giocassimo?» Ecco: la leonessa esce dal nascondiglio e, a fauci spalancate, inizia ad avanzare verso l’antilope troppo spaventata per correre. È quel giocassimo che mi riporta sgradevoli ricordi nella mente…

…Quel giorno l’Attore era ammalato, chiuso in casa con una lieve febbre, ed ero sola, sulla strada del ritorno, dopo una pallosa giornata di scuola. Il Cantante era uscito prima per andare a fare chissà quale visita ed io mi ritrovavo con me stessa e la mia cartella, come al solito insomma, a camminare sul marciapiede rovinato e scivoloso. Immersa nei miei pensieri non mi accorsi della ragazza che stava davanti a me e le andai addosso, facendola cadere. Riuscii a rimanere in equilibrio su un piede, ma quella si ritrovò a terra. Poco male: che me ne importava di lei? L’importante era che a cadere non ero stata io. «Hey scema, perché non stai attenta a dove vai?» Adoravo quel modo di parlare, credo fu per quello che mi lasciai cadere su di lei. «Ahia! Ma sei impazzita?!» L’enfasi calcata in frasi così semplici, i toni alti e caotici delle parole… «Non l’ho fatto apposta». Ricordo che, nel dirlo, la guardavo come guardavo il cagnolino della vicina quando scodinzolava in cerca di coccole e a cui puntualmente facevo un sorriso prima di scendere le scale, abbandonandolo con la coda ancora in movimento. «Spostati!» disse spintonandomi ed alzandosi, in tutto il suo metro e sessanta. Un gigante in confronto a me, ancora per terra e alta come le carote nei campi. Credo le risi in faccia, sì, dovetti ridere, perché lei si alterò parecchio, «Senti, pirla, chiudi quella bocca!» Ora, contaminare l’aria che io dovevo respirare con i suoi germi ed il suo linguaggio sboccato mi stava alterando. Ero giovane, ero stupida e quella sera era prevista nebbia. Questo bastò a convincermi.
«Lo sai che questa sera è prevista nebbia?» Potevo leggere sul suo sguardo lo stupore per quest’ultima affermazione. «Dicono che sarà anche piuttosto fitta. Io, se fossi in te, non me ne starei in giro fino a tardi…» Il suo viso piegato in una smorfia mi ricordava il volto di altre persone… a quante avevo detto quella stessa frase prima di lei? Ed il risultato era sempre lo stesso: una riunione sotto il Gelso. «Ma vai al diavolo, idiota…» sbuffò prima di allontanarsi, non notando il mio sorriso soddisfatto. Quella sera era previsto un nuovo gioco ed una nuova vittima: una nuova Azione. Lo raccontai ai ragazzi.
Eravamo come al solito seduti ai piedi del vecchio Gelso, chi sulle radici, chi sul terreno. Noi grandi eravamo gli unici a poterci sedere sui rami storti del vecchio albero, che squarciavano il centro del tronco per protendersi verso l’alto formando una specie di pianerottolo fatto di rami e foglie. Era lì che, intenti nelle nostre abitudini, decidevamo il da farsi. Chi ci vedeva lì immaginava solo un gruppo di amici molto affiatati che stavano decidendo, litigando bonariamente, a quale gioco giocare: un’idea non molto lontana dalla verità. I rami sottili, che si diramavano dai quattro centrali su cui noi tre grandi eravamo accovacciati, si alzavano verso il cielo per poi ricadere verso terra formando una cappa di foglie verdi e rametti che arrivava quasi al terreno, proteggendoci da sguardi indiscreti. Il brusio, come sempre, regnava sovrano. Non ricordo il numero preciso di noi ragazzi, né i nomi di tutti. «Allora…» iniziò l’Attore facendo smettere subito i brusii, neanche la febbre poteva allontanarlo dall’albero del Gelso, «chi ha voglia di giocare stasera?» Potevo distinguere gli sguardi eccitati di molti di loro mentre tutte le mani venivano alzate con urla di gioia. «C’è una ragazza…un metro e sessanta di altezza per due centimetri cubi d’aria nel cervello» intervenne il Cantante, che già allora adorava riempire le sue frasi di numeri complicati. «Chi è con noi?» Di nuovo tutte le mani si sollevarono. «Bene, qui alle sei, quando la nebbia sarà fitta inizieremo l’Azione di oggi» terminò l’Attore liquidando tutti. Rimanemmo solo noi tre e un altro paio di ragazzi, che subito si misero ad aiutare il Cantante a preparare il nuovo Gioco. Era quello il nostro compito: aiutati dalla nebbia, far divertire gli altri ragazzini. Ed ogni volta ci riuscivamo a meraviglia. Rimanemmo io e l’Attore sull’albero e lui iniziò a parlare. «Che ne dici, hai voglia di giocare con quella scema?» «Mmmm…» «Mmmm? Mi piace il modo in cui esprimi la felicità, mi rendi orgoglioso di quello che faccio…» «Scusa, ero soprappensiero». «Pensare fa male, quante volte te lo devo ripetere?» «Mmmm…» «Ancora?!» «Uffa, ma tu parli sempre?» sbottai. Mise il broncio e io non potei fare a meno che scusarmi, guai a non dargliela vinta, era capace di far scoppiare una guerra per ottenere quello che voleva. Quando il Cantante si avvicinò a noi i suoi occhi brillavano: il gioco di oggi gli piaceva e questo era un buon segno. Per noi, almeno.

«Come al solito meditabonda…te l’ho già detto una volta, pensare fa male». Questo mi riporta sulla strada di casa e mi sorprendo a sorridere, senza accorgermene, nel vecchio modo, cosa di cui lui si rallegra. «Allora c’è ancora un po’ della vecchia Lettrice, dentro questo corpo estraneo…»
Devo dirglielo, devo chiedergli se anche lui ha sentito il richiamo della nebbia; ma prima che possa parlare mi precede. «Riesci ancora a sentire quello che dice la nebbia?» Un sorriso amaro increspa il mio volto, «Certe parole non si dimenticano». Abbassa lo sguardo evitando di guardare i miei occhi. «Sai, a volte mi chiedo come saremmo adesso, se quel giorno fosse stato diverso». Non c’è bisogno che mi spieghi quale giorno, né quale Azione. Lo so benissimo, perché anche io spesso penso le stesse cose. «Ma il passato non si può cambiare, noi non possiamo cambiare, per quanto ci proviamo, e quindi…» Vorrei che si attenesse al suo modo di fare, non finendo la frase, ma come al solito mi sorprendo: la finisco io per lui: «Quindi è inutile stare tanto a pensarci». Annuisce, poi torna a guardarmi negli occhi e vi scorgo il vecchio fuoco. «Quello che, quella notte, non è stato sepolto sotto le radici del vecchio Gelso oggi gli va restituito» dice con aria solenne. Se fosse un’altra persona, un’altra situazione, penso che riderei della sua aria buffa, ma ora so che non posso: non c’è niente di buffo in quelle parole. «Da» mi limito a sospirare. «Che fai, ricominci?» Sorrido: «Stasera, al solito posto?» «Stasera, alle undici, sotto le fronde del vecchio magnate» risponde, ma prima che possa aprire bocca di nuovo lo precedo: «Lo avverto io, il Cantante». Senza più parlare annuisce, mi fa un cenno di saluto con la mano e si volta, allontanandosi. Non ci mette molto a scomparire, inghiottito dalla nebbia scura: vedo il suo contorno nero farsi sempre più offuscato, finché non rimango di nuovo sola con le mie paure.

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