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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

"Amorosa follia" di Leila Mascano

di Leila Mascano

I fratelli Bini erano probabilmente fra gli scapoli più ambiti della città. Figli di un ingegnere famoso, nipoti di un armatore, abitavano in una magnifica villa in collina, circondata da un parco che era piuttosto un orto botanico. Ricchi dunque, ricchissimi, e non solo: ma anche brillanti, amanti del buon vivere, sportivi, ottimi cavallerizzi…Ma tutto questo passava in second’ordine di fronte al loro aspetto. I fratelli Bini infatti erano tutti di una conclamata, solenne, sfacciata prestanza fisica. Esuberanti di temperamento, amantissimi delle donne, si trovarono qualche volta in situazioni pericolose, che sfociarorono una o due volte addirittura in un duello. Di tutti loro Enrico, il più giovane, era quello che maggiormente faceva breccia nei cuori femminili. Ci son uomini che al loro solo apparire provocano nelle signore tempeste ormonali non di poco conto, ed Enrico era tra quelli. Dalla mamma irlandese aveva preso gli occhi verdi, il resto dall’Apollo del Belvedere. Si narra anche di un prodigio avvenuto grazie a lui: la figlia quindicenne di una lontana parente, che nonostante complicati pellegrinaggi alle terme ( allora certi disagi si curavano così ) non si decideva a “diventar signorina” come si sussurrava sottovoce con delicato eufemismo, entrata per disavventura nella stanza di Enrico lo vide che si cambiava in tutta la sua svelata bellezza. La bimba, ché tale era ancora, subito si avvide del miracolo che stava per operarsi in lei, perché il suo grido: Santa Madonna! che ne testimoniava la devozione, fu udito riecheggiare per tutto l’enorme corridoio: e poiché lo stupefatto Enrico, quale Diana sorpresa al bagno s’era immobilizzato, né pensava di celare i suoi gioielli all’estatica contemplazione della fanciulla, la suddetta fu trascinata via di peso dall’inverecondo spettacolo mentre in un soprassalto di buonsenso lo scultoreo Enrico si drappeggiava con un accappatoio. Neppure un’ora dopo una fuga della ex bimba nel bagno segnalò che più che le terme aveva potuto la vista delle abbondanti grazie di Enrico ed ora anch’ella era una giovinetta come tutte le altre, in grado di dar preoccupazioni alla mamma.
Col tempo purtroppo gli scapoli cedettero agli strali dell’amore, o del buonsenso: stanchi di duelli e fughe notturne uno dopo l’altro nella cappella di famiglia dissero i loro fatali sì, che poi spesso furono dei ni, ma questa è un’altra storia.
L’unico che resisteva era l’ambitissimo ( ora più che mai ) Enrico. Gran viaggiatore, era tornato da un viaggio in Oriente ( allora si diceva così )con una deliziosa scimmietta, piena di vezzi e moine con lui, ma di pessimo carattere, pronta a mostrare i dentini e a fare smorfiette a chiunque la contrastasse. Piccola poco più di uno dei pugni del suo proprietario, che in verità li aveva proporzionati al resto, indossava una specie di cappellino a tamburello rosso o verde,decorato di piccole medaglie, con un giubbetto in tinta, né disdegnava minuscoli braccialetti d’oro ai polsi e alle caviglie. O son polsi tutt’e quattro nelle bertucce? Viaggiava sulla spalla del padrone, che a sua volta viaggiava su una Hispano-Suiza candida come il suo completo e i quattro levrieri che si portava dietro. Inutile dire che le sue uscite sulla più bella collina del mondo non passavano inosservate.
I levrieri detestavano Pastiche, la scimmietta, ma non osavano molto, perché la piccola arpia era protetta dall’amato padrone: speravano di beccarla sola per farne un grazioso scendiletto di pelliccia, ma questo non avvenne mai. Pastiche faceva loro smorfie orrende e soffiava, ma non si avventurava mai da sola, essendo furba appunto come una bertuccia. Enrico l’adorava: si spingeva a sbucciarle la frutta, a riceverne i baci, a farla dormire nel suo letto a baldacchino, l’antico letto di famiglia dove era perfino morto un papa, e che faceva dire per scherzo alle cameriere: “ Signorino Enrico, se morite di notte basterà solo attaccare al letto dodici cavalli e siete pronto! “ Egli sorrideva e faceva un piccolo gesto distratto, discreto quanto scaramantico, che testimonava il suo amore per la vita. Durante un rigido inverno in cui Pastiche si raffreddò e si ammalò, il giovane cinico che aveva detto ad un’amante in lacrime: “ Ti uccidi? Non mi riguarda, la vita è tua! “ si sciolse in lacrime implorando il medico subito chiamato ( Macché veterinario! Voglio un medico! Un medico “vero!” ) di guarire al più presto l’adorabile inferma e vegliando personalmente l’amata per tre giorni e tre notti, col fiato sospeso fino a che l’adorata non si riprese “dalla bua brutta brutta” gettandogli le braccine al collo. Così la città stupefatta vide anche una scimmia in pelliccia, perché così decretò il padrone: insufficiente la scimmiesca pelliccetta, ce ne voleva una di visone!!!
Ma le belle favole sono destinate a finire…anche Enrico si innamorò. Come spesso accade, un solo amore ( quello per la scimmia ) non gli parve abbastanza. Siamo propensi, visto il tipo, a credere ad un capriccio fatale. Inestinguibile sete: la bella astuta fu torre e fortezza, e fu giocoforza fidanzarsi. Gran preparativi ci furono per il gran giorno: tutta la famiglia nel salone a dare il benvenuto agli ospiti, e mentre Enrico trepido timidamente dava un fraterno bacio sulla guancia della promessa, un proiettile si catapultò sulla fortunata piantandole una chiostra di minuti e acuminatissimi dentini sul collo. L’acuto della fanciulla fu degno di Lina Cavalieri, e la famiglia fece da coro. La scimmietta sembrava moltiplicarsi per dieci, venti, cento, e ovunque piantava i denti e le unghiette artigliate: soffiando e gridando difendeva da quei barbari il suo territorio e il suo amore! Ce ne fu per tutti: chi nel polpaccio e chi nei lombi, nessuno scampò a quei morsi: invano Enrico gridava con inutile autorità alla diletta ( scimmia, non fidanzata ) di calmarsi e all’amata ( fidanzata, non scimmia ) di placarsi ( costei aveva dei notevolissimi polmoni, chi l’avrebbe detto! ) insomma si creò una vera casa chiusa ( a quei tempi si diceva casino? chissà ) mentre Pastiche, passata come un turbine nella sala da pranzo, tirava giù la preziosa tovaglia con annessi e connessi, compresi dei preziosissimi vasi di Capodimonte, dono personale della regina alla nonna, di grandissima bruttezza ( i vasi, la nonna no, era un bel pezzo di figliola nei suoi verdi anni, ed anche dopo non fu da buttar via, come testimoniano i ritratti ). Inseguita da una folla impazzita ( ospiti ospitanti, ospiti ospitati, servitù e vari ed eventuali ) la scimmia si rifugiò in biblioteca e dall’alto delle librerie si dette a bersagliare gli inseguitori con diversi volumi dei piani alti, che squadernandosi si rivelarono un’imbarazzante illustrazione per la fidanzata dei gusti sofisticati del futuro sposo, o dei parenti di lui, trattandosi perlopiù di raffinate opere illustrate d’un genere molto particolare, che di solito non si vede in giro. Questo determinò un certo sgomento nella parte maschile degli inseguitori, che a quel punto voleva trascinare via le signore, le quali come la famosa quindicenne non ne volevano sapere, anzi…
Insomma la scimmia impazzita provocò un vero uragano, e quindi il padre della promessa urlò: “ La si abbatta! “ “ Un corno!” urlò Enrico, tanto per ristabilire l’ordine. I due per poco non vennero alle mani. Alla fine fu chiamato il medico.( Medico! Non veterinario! ) Fu un bene, perché ci fu da medicare un bel po’ di glutei in quella che la servitù maliziosa chiamò La domenica delle Terga, sia quelle delle “morsicature” che quelle dei tomi illustrati.
Poi, solo, il Coraggioso Medico entrò nella biblioteca.
Silenzio. Cosa si dissero i due non si seppe mai. La scimmia, col cappellino di traverso, il musetto arricciato, gli occhi lacrimosi, si fece portare via docilmente in braccio dal dottore . (“ Niente abbattere, scherziamo? La terrò io in osservazione. Me ne assumo la responsabilità.”)
Enrico, temporaneamente riconciliato con suocero e fidanzata, vide andar via Pastiche fiera nell’umiliazione dell’esilio con le lacrime agli occhi.
L’osservazione del medico durò quindici anni, un bel record per Pastiche prima di raggiungere il Paradiso delle scimmie. Quel giorno il dottore se la portò nello studio, le servì latte, miele e biscotti e le disse pensoso: “Quando fui invitato dai genitori di Camillo alla festa di fidanzamento di lui con una smorfiosa insopportabile l’avrei presa a morsi sul collo, come hai fatto tu. Eh, sì, la gelosia fa impazzire, piccola mia, ma io ero già un medico: alle prime armi, ma medico! Ora Camillo finge di conoscermi appena, ma so d’essere rimasto nel suo cuore, come lui è rimasto nel mio…Ma tranquilla, Pastiche! Io ti vorrò bene sempre, e in questa casa certissimamente di smorfiose non ne entreranno mai…” Provata dalla tempestosa giornata, Pastiche dorme già, una delle manine abbandonata con fiducia in quella del dottore. Non sarà il grande amore, ma si stimeranno e si vorranno bene. E’ più di quel che accade ai più.

Fuochi d'artificio

Solo un'eruzione vulcanica può superare lo scintillio di questo meraviglioso racconto che non ci risparmia nulla: etologia, sociologia, umorismo, cinismo e tutto quanto una penna può fare, volando da un lato all'altro di una pagina bianca trasformandola,come per magia, in momenti di sano divertimento. Leila non si smentisce mai fondendo insieme grazia ed arguzia. Onore al merito!

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