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leggere nuoce gravemente all'ignoranza

Stanislah Dehaene - I neuroni della lettura

Negli anni ’70 del XX secolo cominciarono a diffondersi in modo inarrestabile le neuroscienze (che si rifanno a uno studio biochimico del cervello). Rapidamente questo indirizzo di ricerca, anche grazie ai notevoli risultati sperimentali conseguiti, ha modificato profondamente le conoscenze che l’uomo aveva di sé stesso, ma soprattutto ha prodotto la rivoluzione filosofica più profonda dal dopoguerra ad oggi e una delle più importanti dalla Rivoluzione Scientifica in avanti. Come ormai è noto la prima testa a cadere davanti alle neuroscienze è stata quella di Freud. La psicoanalisi è stata messa alla prova in laboratorio e giudicata semplicemente falsa. Tuttavia il totem culturale più grosso che sta scricchiolando è quello della metafisica platonica. Essa teorizzava un mondo di idee separate e soprattutto indipendenti dal mondo fisico. Le neuroscienze dicono l’opposto: il mondo delle idee è dipendente e condizionato dal mondo fisico. Se i pilastri della cultura novecentesca (e non) si stanno sgretolando in laboratorio, emerge un vincitore ottocentesco le cui tesi vengono sempre più corroborate: Darwin.
Il libro che vi suggerisco di leggere, “I neuroni della lettura” spiega come siamo in grado di leggere, la struttura del cervello e la struttura della zona deputata alla lettura, la storia della scrittura, come impariamo a leggere, il problema della dislessia (problema molto sentito in Francia mentre in Italia, nonostante l’allarmismo ingiustificato degli ultimi mesi, lo è molto meno dato che ci sono meno dislessici e l’autore spiega il perché), fino ad arrivare a capitoli di frontiera dove vengono prese in esame possibili implicazioni e sviluppi futuri delle indagini neuroscientifiche.
La tesi centrale del testo - suffragata da molti esperimenti e osservazioni - è quella del “riciclaggio neuronale”: alcune zone del cervello che erano deputate in tutti gli uomini primitivi ad altro sono state riconvertite nel corso della storia umana alla lettura. Per esempio: l’autore osserva che le popolazioni primitive attuali hanno certe raffinate competenze (per esempio al riconoscimento di piante e tracce) che l’uomo civilizzato e lettore ha perso e non sembra in grado di recuperare. Si è scoperto che queste capacità vengono messe in atto dalla stessa porzione di cervello che serve alla lettura.
Come facciamo a leggere? Nell’uomo moderno esistono due vie parallele di elaborazione dell’informazione scritta: la via fonologica (che consente di convertire la sequenza delle lettere in suoni) e quella lessicale (che consente di accedere ad un dizionario mentale dove sono depositati i significati delle parole). La regione del cervello che contribuisce maggiormente all’elaborazione dell’informazione scritta è situata nell’emisfero sinistro che “estrae” l’identità della parola senza lasciarsi perturbare da fattori superficiali come forma, dimensione etc. e trasmette i risultati alle regioni che si occupano del suono e del significato.
Le tesi di frontiera espresse nell’ultimo capitolo sono un po’ il punto di partenza che è dato da queste scoperte: l’autore auspica l’avvento di “una cultura di neuroni” che abbia l’ambizione di mostrare che matematica, arte, religione (che sono presenti in forma diversa in tutte le culture) si sono diffuse poiché – come la scrittura - entrano in risonanza con il nostro cervello. L’autore segnala che di enorme interesse potrebbe essere il filone di estetica neuroscientifica.
Un capitolo bellissimo e imperdibile – peccato non poterlo ripercorrere completamente in questa sede - è quello dedicato alla storia della scrittura che viene trattata come un virus e che si è diffusa, proprio come un virus, dalle zone periferiche del globo verso le zone più centrali. Tutte le scritture del mondo, al di là di differenze superficiali, condividono molti aspetti simili che si spiegano nel modo in cui i neuroni della corteccia occipito temporale rappresentano le informazioni visive. Gli uomini nel corso dei secoli hanno affinato sempre di più i loro sistemi di scrittura per piegarli inconsciamente all’organizzazione cerebrale umana. Pertanto non è il cervello che si è adattato alla scrittura, ma è la scrittura ad essersi adattata al nostro cervello. Per esempio: le cellule della retina rispondono al contrasto più che ai colori omogenei. Ecco il perché le lettere sono scritte così a contrasto. Inoltre la forma della scrittura e delle lettere non è nata da una scelta culturalmente arbitraria – i relativisti culturali in questo libro vengono annichiliti -: quasi tutte le lettere di tutti gli alfabeti del mondo sono composte dallo stesso numero di tratti (circa tre) e la distribuzione ineguale dei tratti (cioè l’ineguale diffusione delle lettere composte da due tratti come la L rispetto a quelle composte da tre tratti come la F) rispecchia statisticamente la distribuzione delle immagini che noi percepiamo nel mondo esterno.
Il testo è fondamentale, rigorosissimo a livello scientifico, ma accessibile anche a un pubblico non di specialisti, pieno di tanti spunti (ad esempio è ipotizzata una spiegazione per le mani dipinte, alcune senza una o più dita, che si trovano frequentemente nelle grotte primitive), interessanti osservazioni e anche divertenti curiosità (per esempio: perché se le lettere si sono ispirate al mondo esterno sono stati evitati i paesaggi e i volti?).
Le implicazioni di questo testo – implicite o suggerite - sono enormi. Più che un libro si tratta di tritolo. Tuttavia ai neocultori entusiasti delle neuoroscienze deve essere ricordato di non commettere il classico errore che viene compiuto nei periodi di grande rivoluzione culturale come è quello che stiamo vivendo e cioè quello di criticare ideologicamente tutti i predecessori in modo intransigente. La storia della cultura ci ha insegnato che ciò non mai del tutto corretto. Anche teorie sbagliate – come può essere la psicoanalisi – possono comunque aver avuto una capacità euristica (scoprire le cose) e predittiva (prevedere gli eventi). Non dimentichiamo a questo proposito che la teoria aristotelico tolemaica (che era falsa) aveva la stessa capacità predittiva di quella copernicana. Inoltre ancora si ricordi che le tesi espresse in una data epoca hanno influenzato profondamente quell’epoca. La psicoanalisi potrà essere anche falsa, tuttavia per capire l’arte e la letteratura del ‘900 è sicuramente necessario avere letto anche di psicoanalisi. È legittimo criticare Platone, ma senza dimenticare l’impatto che ha avuto Platone nella storia della cultura e della civiltà.

Juri Casati

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