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Capitolo 3 Funerale nella nebbia

Funerale nella nebbia

La nebbia fitta e grigia era resa nera dalla notte precoce e il vento giocava con i nostri cappotti scuri, facendoci stringere di più nei maglioni per il freddo. Un cane in lontananza ululava alla luna, convinto di scorgervi chissà quale presagio di sventura, e lo sfrecciare delle macchine sulle strade del centro arrivava a percuoterci i timpani. Stavamo immobili, quasi invisibili nella nebbia, con gli occhi lacrimanti per il freddo e le mani tremanti, aspettando la nostra vittima. Sedevamo sui bordi della passerella, il piccolo ponte nel centro della città sotto il quale sarebbe passato il treno delle sette, e l’unico rumore oltre al dialogare di un gatto solitario, erano i nostri respiri. Poi, improvvisamente, dei passi: una figura imbacuccata in un giubbotto celeste avanzava alla cieca nella nebbia, camminando lentamente per evitare di inciampare in qualche ostacolo. Il Cantante, che stava a pochi respiri da me, mi guardò e io feci un cenno affermativo con la testa: eccola. Un fischio leggero, lei neanche se ne accorse, e tutti erano già in posizione, pronti a giocare. «The game can start» si udì nella nebbia in un inglese stuprato. La ragazza si voltò cercando dietro di sé la provenienza della voce, ma non scorgendo niente. Ricominciò a camminare, quando uno strano tumulto di foglie spezzate e di respiri affannosi si diffuse nell’aria. Fece appena in tempo a scorgere una sagoma indefinita correrle incontro prima di ritrovarsi stesa sul duro selciato, con un discreto peso addosso. Fu da lì che iniziò l’incubo.

Il campanile della lontana chiesa suona undici rintocchi. Mamma sta giocando a carte con i miei zii, durante l’ennesima riunione famigliare, e urlano così tanto che credo nessuno si accorgerà della mia momentanea assenza. Ripensando ancora al ricordo che il campanile ha bruscamente interrotto infilo giaccone e sciarpa, avviandomi verso il portone d’entrata. L’aria gelida mi avvolge subito; c’è lo stesso freddo di quella sera, mi sembra di sentirlo ancora sulla pelle, e la nebbia è altrettanto fredda e scura; il debole riflesso della luna e delle stelle non riesce a rischiarare questa cupa notte invernale e così sono costretta a chiudere per bene la cerniera della giacca. So benissimo che non è il freddo l’unica cosa che mi fa tremare: paura ed eccitazione si divertono a giocare con la mia mente e con i miei acciaccati ricordi, mescolandoli tra loro. Sento dei bisbigli in lontananza, proprio dove c’è il Gelso, la cui chioma è l’unica cosa che, seppur indistintamente, si scorge nella nebbia. La seconda tornata di rintocchi mi spinge ad avviarmi: è giunta l’ora. Ciò che non è stato sepolto sotto il Gelso al Gelso deve ritornare, la frase che l’Attore mi ha detto questo pomeriggio riesce a mantenersi nitida nella confusione della mia mente e persiste nel riaffacciarsi sul mio volto, in un sorriso amaro. Affretto il passo: c’è un funerale rimasto in stasi per ben quattro anni da terminare. Le fronde del Gelso non sono più rigogliose come tanto tempo fa: solo poche foglie sono verdi, sopravvissute al passare degli anni e a questo inverno rigido. Il tronco è ancora diramato, il pianerottolo di rami intrecciati c’è ancora, ed è lì che infatti è accucciato il Cantante. «Come al solito in ritardo, Lettrice…» Sbuffo, come facevo in quei giorni allo stesso richiamo. «E tu sei come al solito troppo ciarliero, Cantante». «Questo è sempre stato un nostro difetto, se non sbaglio…» si intromette l’Attore, appoggiato contro il tronco proprio sotto il Cantante. «Grazie del caloroso benvenuto». «Non mi pare che la tua sia una visita di piacere, Lettrice» sibila in risposta. «E quale di noi tre è qui per una visita di cortesia?!» sbotto, sedendomi su una radice consumata. Il silenzio cala sotto le vecchie fronde. «Dite che sarà ancora in questa città?» sussurra ad un certo punto il Cantante. Il chi è scontato. «Che importanza avrebbe, ora?» risponde alterato l’Attore, «vorresti forse chiedere scusa?» Il Cantante fa un quasi impercettibile cenno d’assenso con la testa e l’altro in risposta scuote il capo: «A che servirebbe chiedere scusa? Neanche quella sera sarebbe bastato, figuriamoci adesso…». «Magari non servirebbe a lei, ma io mi sentirei sicuramente meglio». La voce del mio amico è poco più di un sussurro. «Stupido, come vedo non sei cambiato… hai ancora rimorsi» lo rimbecca aspramente il ragazzo appoggiato al tronco. «No, non ho rimorsi. Ho solo…» «Un giudice che ti assilla con le sue strigliate. Lo so, ce l’ho anch’io» dico interrompendo il loro discorso, «si chiama cuore. E sono convinta che anche tu lo abbia, Attore». «Sciocchezze! Io sono in pace con me stesso». «Si è sempre bravi ad ingannarsi…» dice aspramente. «Senti tu, brutto sputasentenze…» sibila afferrando la gamba del Cantante e cercando di tirarlo giù dall’albero. «Ma che fai?! Così cado! Fermati, per carità, fermati!». «Adesso vedi, brutto stupido, come ti concio per le feste». Li guardo battibeccare in modo infantile e li vedo, piccoli, a spintonarsi e ad insultarsi per cercare di accaparrare il posto migliore sull’albero. Proprio come stanno facendo ora. «E poi perché tu sei lì sopra e invece io devo rimanere sulla terra come uno qualsiasi?!» «Perché tu sei uno qualsiasi…» «Ma io ti ammazzo!» Sorrido e so già quello che succederà adesso: mi arrampicherò dall’altro lato del tronco e mi siederò nel posto migliore. Ed è così che faccio, guardando le loro buffe facce sorprese proprio come allora. Si guardano per una frazione di secondo, la nebbia non riesce ad impedirmi di scorgere i loro sorrisi quasi sprovveduti, e saltano tutte e due sul tronco urlando: «Abbasso all’impostora!» Ridiamo, spintonandoci a vicenda, di una risata liberatoria come è tanto tempo che non riesco a farne, per poi zittirci di nuovo, guardando il vapore che esce dalle nostre labbra ad ogni respiro. Chiusa in un silenzio pieno di voci il ricordo mi ritorna alla mente.

«Aiutami, te ne prego aiutami!» sussurrò con disperazione il ragazzino alla volta della ragazza dal cappotto celeste. «Ma cosa?…» «Mi sta seguendo, vuole farmi del male… per favore, aiutami!» «Ma chi ti sta seguendo?» «Lui! È… è spaventoso, ti scongiuro… fai qualche cosa!» «Va bene, ma ora alzati!» disse la ragazza tentando di alzarsi, ostruita dal peso del ragazzino. Altri rami spezzati, sempre più vicini, ed un leggero scalpitio di passi. «Arriva, arriva!» piagnucolò il bambino. «Ora alzati, non sta arrivando nessuno…» Un ululato si avvertì a pochi metri dalle due figure avvinghiate sul selciato. «Nessuno…ne sei si-sicura?!» «Certo, è solo un cane che ulula…», ma la sua voce non era molto convinta. Altri passi, questa volta più vicini, e un nuovo ululato. La nebbia intanto aveva avvolto completamente le due figure isolandole dalla strada, dalle macchine e dalla vista delle case. Fu per questo che la ragazzina non vide le figure che si accalcavano intorno a lei. «Ciao, bei bambini. Siete qui tutti soli?…» Con lentezza esasperante la ragazza volse il capo alla sua destra, dove nella nebbia era spuntato un volto canino. «Ahhhhhhh!» urlò il ragazzino stringendosi a lei che era bianca come un cencio. «È un si? Peccato…» sibilò una nuova voce, questa volta alla sinistra, dove un volto di gatto galleggiava a mezz’aria. «Ahhhhhhh!» continuò a strepitare il piccolo. Un nitido crack arrivò dalla nebbia davanti a loro e un volto di serpente fece la sua plateale comparsa. «Vorrà dire che vi inviteremo da noi per cena…» Fulmineo, il ragazzino che ancora urlava si alzò di scatto e prese a correre urlando: «Eccolo, eccolo!!!» e la ragazza gli fu subito dietro. «Aspettami, hey dico a te, aspettami!» Man mano che attraversavano il ponte nuovi ululati squarciavano l’aria e nuove figure facevano la loro comparsa nella nebbia: volti animaleschi dai denti affilati e dalle lingue aguzze che galleggiavano a mezz’aria parlando con voce spettrale.
Improvvisamente alla ragazza parve di vedere un’enorme figura nera proprio nel punto in cui correva il bambino, ma quello scomparve, anch’esso inghiottito dalla nebbia, prima che potesse raggiungerlo. «Bambino! Bambino! Torna qui, dove sei bambino?!» Un rumore di ferro e sassi schiacciati rimbombò sotto il tettuccio della passerella e, coprendo qualsiasi altro suono, il treno delle sette sfrecciò sui binari, dilaniando la nebbia con cui veniva a contatto. In quel momento la ragazza si sentì afferrare i capelli e lanciando un urlo si scrollò le mani dei mostri di dosso percorrendo a tutta velocità ciò che rimaneva della passerella. In lontananza, coperto dallo sferragliare dei vagoni, le parve di sentire il bambino cacciare un urlo disperato, ma fu solo per un attimo. Poi la nebbia si riprese tutto: lo spazio rubato dal treno ed il suo silenzio.
Non si udiva nessun rumore se non quello del cuore della ragazzina con il giubbotto azzurro che sembrava volerle uscire dal petto. Tutto si era fatto silenzio e la notte si era ripresa i suoi fantasmi, ma del bambino non c’era traccia. Si voltò, guardando oltre le spalle, ma non scorse niente se non il grigio della nebbia e il nero della notte. Quasi come un automa percorse l’ultimo tratto del ponte tremando, fino a giungere dall’altra parte dove l’aspettava sua madre. «Eccoti tesoro!» strillò la donna abbracciandola, «tutto bene, hai una faccia strana…» «Mamma, non voglio più andare su quel ponte». «Perché?!» «Ci sono i fantasmi, hanno rapito un bambino, mamma dobbiamo salvarlo!» «Ma tesoro, cosa dici? Fantasmi, bambini rapiti? Forse hai la febbre…» «No, mamma dico sul serio…» la madre la guardò, con sguardo apprensivo. «Forse sei solo stanca…» «Non sono stanca, ti dico che li ho visti e…» Oltre le spalle di sua madre un volto di serpente le sorrise nella nebbia. «Eccolo, eccolo, lo vedi?!» urlò facendo voltare la donna. «Tesoro, io non vedo niente…», ed era vero: oltre al grigio non si scorgeva nulla, su quel ponte. «Andiamo a casa, va bene? Domani andremo da un dottore». «Mamma, ma io…» «A casa. Non un’altra parola». Quando le due figure furono dal lato opposto del marciapiede, un’immagine dal volto di serpente avanzò fischiettando sul ponte, raggiungendo un gruppo di ragazzi radunati proprio nel suo centro. «Ottimo lavoro… scommetto che non dormirà per un po’ di tempo… voi che ne dite?» chiese l’ombra dal volto di gatto. «È stato proprio un gioco divertente!» gracidò una figura dal volto di rana. «Ottima Azione, ragazzi!» si congratulò il Cantante comparendo nella nebbia. «Dici che la lezione le è bastata, Lettrice?» sibilò il serpente, rivolto alla ragazza accucciata sul parapetto. «Ne sono fermamente convinta, caro mio fedele compare Attore».

«Lo sapete che quella ragazzina fu mandata da uno strizzacervelli?» sussurra il Cantante con la testa china sul petto. Evidentemente siamo tutti incentrati sullo stesso ricordo. «Me lo raccontò mia madre, pochi giorni dopo l’accaduto, dicendo che una povera ragazza, per uno scherzo idiota, era finita dallo psicologo. Figuratevi che non sapevo quasi che cos’era, uno psicologo… per questo non vi dissi niente». «Anche io lo sapevo…» ammette l’Attore. Mi guardano, posso sentire i loro occhi fissi, come a chiedere risposta, sul mio capo rivolto verso i rami più alti del vecchio Gelso, ma mi prendo un po’ di tempo per parlare. «No» sussurro poi, «io non lo sapevo. Ma anche se l’avessi saputo che importanza poteva avere? Non sapevamo che cosa avevamo combinato». Mi guardano e annuiscono, consci del fatto che ciò che ho detto è vero: non possiamo tornare indietro ed ora è troppo tardi per chiedere scusa. In realtà ho mentito: conosco quella ragazza. La vedo tutte le mattine camminare per mano con il suo fratellino, accompagnandolo a scuola, sia che ci sia il sole, la pioggia, la neve o la grandine, lei è li che lo tiene per mano. Ma non quando c’è la nebbia. Quando cala la nebbia il ragazzino cammina dando la mano alla madre, la ragazza non c’è. La riconosco perché il giubbotto che indossa è lo stesso che aveva quella sera. Lo stesso celeste acceso, scolpito indelebilmente nella mia mente. Ma questo io non lo rivelerò mai, né a loro né a nessun altro. «Vi ricordate quel ragazzo che per poco non finiva sotto la macchina, tanto era spaventato?» chiede il Cantante, riportandomi alla realtà. «E quello che non volle più andare a lezione di canto serale perché credeva che la strada fosse infestata da fantasmi?» gli fa eco l’Attore. Continuano questo tragico elenco mentre i miei occhi si riempiono di lacrime: quanti poveri ragazzi abbiamo spaventato solo per divertirci, solo perché ci sentivamo superiori a loro? Improvvisamente l’Attore si fa serio, i suoi occhi bruciano nella nebbia. Il rumore di un ramo schiacciato e di foglie calpestate riempie il silenzio che ha provocato il suo sguardo serio e tutti e tre tremiamo, voltandoci alla ricerca dell’artefice del sinistro rumore. Un gatto nero miagola guardandoci beffardo. Anche noi, ora, abbiamo paura della nebbia: ora che le siamo estranei la temiamo e rischiamo di cadere vittime dei nostri stessi giochi. Non mi sorprendo di vedere il Cantante tremare mentre riprende la parola, ma resto sconcertata dalla reazione che ha avuto l’Attore: anche lui si è spaventato. Ripenso a quel pomeriggio, al nostro incontro nella nebbia, e mi accorgo che anche lui è cambiato, anche lui è rimasto vittima con noi di quei giochi infantili: anche lui stava scappando, questo pomeriggio, perché spaventato dai rumori della grigia ingannatrice. O magari dal rumore dei miei passi, della mia corsa… dal mio respiro, come io dal suo. «Allora questo sarà il nostro segreto. Seppelliamo qui il nostro passato, il nostro legame con la nebbia». Scende dal Gelso e scosta la terra secca sotto le radici dell’albero formando una buca abbastanza profonda. Con un leggero tonfo lo raggiungiamo, posando i piedi sul terreno brullo e freddo. Mi stringo nel cappotto, l’aria gelida mi scompiglia i capelli rendendoli più caotici del solito, e afferro ciò che tengo in tasca: una maschera a forma di gufo. Uno alla volta adagiamo le nostre maschere nella buca, per poi ricoprirla; ecco, ora non abbiamo più legami col passato. «Questo sarà il nostro segreto, promettete di non dirlo a nessuno» torna a dire l’Attore. «Tre persone possono tenere un segreto, se due di loro sono morte». Si voltano verso di me che fino a questo momento sono rimasta, stranamente, in silenzio, e smettono di parlare. Quando alzo lo sguardo incrocio i loro occhi: la tensione è palpabile, l’aria elettrica. Quattro fuochi brucianti mi osservano, penetrando la nebbia che avvolge tutto, così spessa che quasi non riusciamo a vederci l’un l’altro. Siamo immobili sotto il grande albero che con i suoi storti rami si diverte a giocare con le nostre vite, quando improvvisamente rido. Una risata isterica, stupida… una risata da me, dalla Lettrice, riuscendo a trascinarmi dietro anche loro due. È notte fonda e siamo tre giovani ragazzi spensierati sotto un cielo che sappiamo stellato, ma che non possiamo scorgere, ed abbiamo appena festeggiato un funerale sotto a quel famigerato albero che non è solo quello storto e vecchio pezzo di legno che respira a fatica, piantando le sue radici nella nebbia, ma che è anche dentro di noi, fa parte di noi. Imprescindibilmente associati come l’ossigeno e l’idrogeno nell’acqua, come amavo dire ricordando le parole di non so quale vecchio barbuto studiato a scuola. Così chiamavo il nostro gruppo nel tempo in cui ci sedevamo sulle disconnesse radici che affioravano nella nebbia e ci raccontavamo storie e malignità, progettando nuovi giochi e nuove vendette. Ci sentivamo intoccabili, eletti, speciali… eravamo solo un branco di stupidi, assoggettati ad una pianta in cui, al posto della linfa, circolava il nostro sangue, il cibo delle nostre barbarie. E ora finalmente ho scoperto il vero significato di quella frase, del perché dirla mi faceva tremare di paura già allora: perché noi siamo il semplice idrogeno, debole e mischiato a fiotti, unito alle altre molecole, ma il vero ossigeno, la vera parte fondamentale dell’elemento, è quella pianta; quella pianta che non è reale, ma solo frutto della nostra sadica e deviata immaginazione, scudo dietro al quale rifugiarci per sfuggire alla nostra stupidità. Il campanile in lontananza suona le due di notte: tre ore. Tre ore sotto l’albero a ricordarci delle nostre glorie passate, a parlare dei nostri futuri incerti. A guardare in faccia nient’altro che i nostri fallimenti. E mentre ci allontaniamo verso le nostre case, inoltrandoci nella nebbia che non fa altro che prenderci in giro, mi volto per l’ultima volta. Non un saluto, non un addio: sappiamo che altre parole non devono essere dette perché, e mi sembra ad ogni passo più chiaro, saremmo davvero capaci di ucciderci a vicenda per mantenere il nostro segreto. Perché sono lì che ci guardano, le nostre ombre: vedo distintamente il volto di un gufo galleggiare nella nebbia. Il Gelso ci ha donato tutto, i giochi e le malignità che volevamo, la nostra amicizia, la nostra stessa vita, ma il prezzo che ha preteso in cambio è stato altissimo: la nostra pazzia.

È per questo che non mi sorprenderò, domani, nel trovare la tomba sotto il Gelso profanata e le maschere sparite, perché se è vero che il gruppo del Gelso è definitivamente morto questa notte, è anche vero che si potranno scorgere ancora i volti di un Serpente, di una Volpe e di un Gufo, nelle notti buie di nebbia.
(anno 2007)

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